domenica 8 luglio 2018

SOVRANITÀ E POPULISMO di Alfredo D’Attorre

[ 8 luglio 2018]



Abbiamo sempre creduto e crediamo che malgrado la sua deriva globalista e anti-patriottica la sinistra italiana sia anche un serbatoio di energie e intelligenze di cui il nostro Paese non potrà fare a meno quando suonerà la campana della vita o della morte come nazione sovrana e come repubblica democratica. Se la gran parte della sinistra è uscita di senno dopo le elezioni del 4 marzo e davanti alla nascita del governo M5s-Lega, altri ragionano o provano a ragionare. Uno di questi esempi è Alfredo D'Attorre. Egli respinge l'anatema contro "sovranisti" e "populisti" e chiama ad un profondo ripensamento delle categorie per leggere le dinamiche del presente. Bene. Male invece che quando deve proporre la sua visione alternativa D'Attorre, in modo del tutto simile a Fassina, propone «un europeismo di nuovo conio, un europeismo costituzionale».
Un modo di stare in mezzo al guado. Un'illusione che ha le gambe corte....


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Sovranità non è una parola maledetta
Di Alfredo D’Attorre 


Il voto del 4 marzo 2018 ha avuto un duplice e micidiale significato per tutte le forze variamente collocate a sinistra. Vi è il dato quantitativo, che segnala il peggior risultato di un’intera area in tutta la storia repubblicana, e vi è un dato qualitativo, caratterizzato dal definitivo mutamento della composizione geografica e sociale del voto a sinistra, con un andamento sorprendentemente parallelo, che riguarda PD, LeU e perfino Potere al Popolo. I risultati migliori vengono ottenuti nei centri delle aree urbane, connotati da più alti livelli di reddito e di istruzione, mentre nelle periferie e nelle aree interne, dove è più forte e concentrato il disagio sociale, le percentuali si inabissano abbondantemente sotto la media.

Questa comune composizione sociale nelle diverse espressioni del voto a sinistra (che per la verità porta a compimento un trend avviatosi a partire dagli anni Novanta) fa emergere un elemento clamoroso e impensabile, se raffrontato all’asprezza delle divisioni in questo campo e al livello di conflitto fra i gruppi dirigenti. Le differenze di programma e di posizionamento, che sono state vissute come profonde e insuperabili da un’area più politicizzata, semplicemente non sono state colte dalla stragrande maggioranza di quei ceti popolari e di quel mondo del lavoro che pure queste forze si proponevano di rappresentare. In questa parte di elettorato, che si è orientata in gran parte su M5S e Lega, evidentemente sono prevalse una rappresentazione e un rifiuto comune delle forze della sinistra, in modo così netto da surclassare la percezione delle sue articolazioni e polemiche interne.

I tre tratti distintivi e unificanti del modo in cui la sinistra è stata percepita nei ceti popolari sono facilmente individuabili: essa è stata identificata come la parte politica schierata con l’Europa senza se e senza ma, a favore dell’immigrazione e delle politiche di accoglienza, a sostegno dell’ampliamento dei diritti e delle libertà civili. Questi tre elementi, che sono diventati il tratto unificante del progressismo nelle sue diverse declinazioni (dalla sinistra liberal-liberista a quella socialdemocratica fino a quella antagonista), hanno oscurato ogni altro elemento di carattere economico-sociale e hanno prodotto la percezione di una distanza siderale dalla natura delle domande che l’elettorato popolare ha espresso il 4 marzo.

La sinistra è rimasta inchiodata al mantra della società aperta, nobile e qualificante sul piano culturale, ma del tutto insufficiente a cogliere le istanze profonde che salivano dalle viscere della società italiana dopo la più devastante crisi economica del dopoguerra. Sul piano della rappresentazione simbolica, che come sempre ha contato ben più del dettaglio delle proposte programmatiche, la sinistra è rimasta così imprigionata dentro la bolla del politicamente corretto. Ciò le ha consentito di parlare solo a quella parte della società al riparo da problemi economici stringenti, che si è potuta permettere di decidere il voto testimoniando valori e preferenze di ordine culturale. In termini di radicamento sociale, lo spiazzamento è talmente profondo che non si può pensare di uscirne con aggiustamenti al margine e con la pure inevitabile sostituzione dei gruppi dirigenti. Se le diverse forze della sinistra vogliono uscire dal perimetro sociale in cui sono rinchiuse, occorre un vero e proprio cambio di paradigma, una discontinuità nello stesso vocabolario concettuale.

Si pensi, ad esempio, alle parole con le quali PD e LeU, sia pure con diverse proposte programmatiche, hanno provato a stigmatizzare la posizione delle forze poi risultate vincitrici: populismo, sovranismo, protezionismo. Si può discutere se questi termini abbiano un significato determinato, certo è che con questo vocabolario è molto difficile intercettare il voto di un popolo che si sente abbandonato e tradito dall’establishment, che reclama voce politica, ossia sovranità, rispetto a luoghi di decisione percepiti come sempre più distanti e opachi, e che chiede nuove forme di protezione economica a fronte dei guasti di una globalizzazione sregolata. Adoperando con disprezzo parole la cui radice è popolo, sovranità, protezione, la sinistra non ha semplicemente rifiutato le risposte di Lega e M5S, ma ha negato alla radice le domande stesse che sono state espresse dall’elettorato popolare. È stato peraltro osservato che populismo e sovranismo sono ormai parole passe-partout, che le élite adoperano per squalificare preventivamente tutte le posizioni non immediatamente compatibili con l’attuale ordine economico.

Al di là di questo, la questione della sovranità democratica è particolarmente delicata, o almeno dovrebbe esserlo per una sinistra che si richiama a ogni piè sospinto (ultimamente anche da parte di autorevoli esponenti del PD) al valore della Costituzione repubblicana e dei principi scolpiti nei suoi primi articoli. Il primo di questi principi è quello della sovranità popolare, affermato nello stesso primo articolo che fonda la Repubblica democratica sul lavoro: lì viene affermato un nesso strettissimo fra autodeterminazione democratica e diritti del lavoro. Proprio quel nesso che i ceti popolari oggi avvertono essere stato strappato e la cui riaffermazione affidano alle forze cosiddette “populiste”, ritenendo la sinistra ormai schierata dalla parte delle élite cosmopolitiche che diffidano delle decisioni prese a livello nazionale. Dopo l’urto della crisi i ceti popolari esprimono un nuovo bisogno di comunità e di protezione, chiedono un potere democratico che torni a rispondere alle loro esigenze, e non solo alle compatibilità fissate dall’Europa e dalla finanza globale, ma trovano solo la risposta regressiva e talora xenofoba di Lega e M5S, perché la sinistra, in tutte le sue articolazioni, sembra accettare acriticamente l’equazione fra sovranità e nazionalismo. Come se la sovranità popolare, in quanto diritto di una comunità politica di autodeterminare le proprie condizioni fondamentali di vita, non fosse irrinunciabile anzitutto per quella parte politica che dovrebbe essere più ostile alla dittatura ideologica del TINA (There is No Alternative).

Qui si pone il tema cruciale della ricostruzione dei poteri di intervento economico dello Stato. Dopo il crollo del socialismo reale, gran parte della sinistra italiana ha trovato nell’europeismo una sorta di nuovo mito fondativo. Il punto è che l’Europa reale costruita da Maastricht in poi si è rivelata distante dall’utopia di Ventotene non meno di quanto il socialismo reale lo sia stato da quello immaginato da Marx. Il disegno di integrazione è stato portato avanti non per costruire una sovranità europea in grado di offrire alla politica democratica strumenti di intervento più efficaci sull’economia, ma con esiti assolutamente opposti. C’era qualcuno che lo aveva capito fin dal principio: basta rileggere, ad esempio, le pagine del diario di Guido Carli, all’epoca ministro del Tesoro italiano, scritte subito dopo la firma dei Trattati che avviano il percorso verso la moneta unica: 
«L’Unione Europea implica la concezione dello “Stato minimo”, l’abbandono dell’economia mista, l’abbandono della programmazione economica, una redistribuzione delle responsabilità che restringa il potere delle assemblee parlamentari e aumenti quelle dei governi, l’autonomia impositiva degli enti locali, il ripudio del principio della gratuità diffusa (con la conseguente riforma della sanità e del sistema previdenziale), l’abolizione della scala mobile, la riduzione della presenza dello Stato nel sistema del credito e dell’industria, l’abbandono di comportamenti inflazionistici non soltanto da parte dei lavoratori, ma anche da parte dei produttori di servizi, l’abolizione delle normative che stabiliscono prezzi amministrati e tariffe. In una parola: un nuovo patto tra Stato e cittadini, a favore di quest’ultimi».
Si può dubitare sul fatto che il nuovo patto si sia rivelato favorevole ai cittadini, ma per il resto la descrizione puntuale di ciò che sarebbe avvenuto nei venticinque anni successivi è piuttosto impressionante. Così come è evidente lo scarto fra questo modello economico-sociale e quello disegnato nella prima parte della Costituzione. Per gran parte della sinistra italiana e continentale l’ancoraggio al disegno europeo e alla nobiltà storica delle sue motivazioni è diventato prevalente rispetto alla praticabilità di politiche di segno sociale e keynesiano. Anziché rendere il suo europeismo compatibile con una ispirazione autenticamente socialista, la sinistra riformista ha accettato di convertirsi alla Terza via blairiana e clintoniana, approdando a un europeismo liberale che ha progressivamente cambiato la sua base sociale. Su un altro versante, la sinistra radicale ha anch’essa sostanzialmente accettato la narrazione neoliberale della fine dello Stato, inseguendo la suggestione di un’attivazione su scala europea e globale dei movimenti di rivolta e di emancipazione. Di qui la comune avversione verso qualsiasi forma di sovranismo, pure se declinata in chiave democratica e costituzionale, con il brillante risultato di consegnare a una nuova destra, di impianto non più solo liberista e thatcheriano, la bandiera della sovranità popolare e della critica alla natura opaca e tecnocratica della governance europea. Ora non si tratta certo di inseguire questa nuova destra sul suo terreno o di vagheggiare illusorie scorciatoie di uscita dall’Unione europea o dall’euro. È il momento però di dotarsi di un nuovo apparato concettuale e di un nuovo linguaggio, che consentano di riproporre in termini moderni e credibili un ruolo attivo dello Stato nell’economia. Si può mantenere l’orizzonte ideale di una sovranità democratica europea, ma non si può pensare di riguadagnare la fiducia dei ceti popolari solo sulla base di questo sogno e dell’idea che fino alla sua realizzazione le democrazie nazionali siano condannate all’impotenza o all’irrilevanza.

Se la sinistra non riuscirà a fare i conti con il nucleo di verità che sta dietro il successo dei cosiddetti “populisti”, non sarà il loro fallimento al governo del paese a restituirgli automaticamente uno spazio. È il tempo allora di un europeismo di nuovo conio, un europeismo costituzionale, che non rinunci a un grande disegno di pace e di cooperazione tra i popoli europei, ma che sia più compatibile con il dettato della Costituzione e che nutra più fiducia nella capacità di autogoverno del nostro paese oltre la costrizione del vincolo esterno.

* Fonte: ItalianiEuropei

CE LA FARÀ L'ITALIA?

[ 8 luglio 2018 ]



Lavoro, reddito, fisco, diritti sociali. Cosa cambia col governo dei populisti

La sezione di Foligno di Programma 101 promuove un incontro aperto alla cittadinanza.
Intervengono Antonio Maria Rinaldi e Luciano Barra Caracciolo

Ci si vede sabato 14 luglio, ore 18:00 in punto 
presso la sala congressi dell'Hotel le Mura (Via A. Bolletta, 29) 



sabato 7 luglio 2018

LA SINISTRA (COMPASSIONEVOLE) ZINGARESCA di Norberto Fragiacomo

[ 7 luglio 2018]


Volentieri pubblichiamo questo contributo, che pienamente condividiamo, del compagno Norberto Fragiacomo, esponente di Risorgimento Socialista.


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A “salvataggio” concluso, i numeri sono quelli di un’ecatombe: disoccupazione al 20 e passa per cento, oltre 1/5 delle famiglie in condizioni di estrema indigenza, potere d’acquisto ridotto di 1/3, mortalità infantile alle stelle (+26%). 

Graeciam captam ferus victor confecit, eppure i vertici di Rifondazione Comunista,in una nota peraltro abbastanza equilibrata, lodano i meriti e la “determinazione del governo di Syriza” e il manifesto va anche oltre, riconoscendo ad Alexis Tsipras, quinta colonna della troika in terra ellenica, di aver «cercato sempre, appena si è aperto uno spiraglio, di alleviare il peso per gli ultimi della società» (magari introducendo nuovi diritti civili…) in un articolo favorevole sin dal titolo a un leader che ha turlupinato il suo popolo.


Anziché a Leonida stanno erigendo un monumento ad Efialte, e con coerenza: se si ritiene che il sistema attuale sia un a priori immodificabile, arrendersi subito è più ragionevole che resistere a oltranza. Basterà poi qualche giaculatoria per mondarsi l’anima.
Residua un anticapitalismo di facciata, continuamente esibito ma privo di contenuti, perché diretto contro un fantasma (l’idea astratta di Capitale), non contro le riconoscibilissime manifestazioni reali di un’idea che è anzitutto prassi operativa: i c.d. Mercati, l’Unione Europea delle lobby, la catena dell’euro, il dominio coloniale degli Stati Uniti sull’Europa intera, il business strategico delle grandi migrazioni.


Se non puoi batterli unisciti a loro, consiglia il detto, ed ecco allora il progressivo spostamento sulle tematiche dei diritti civili — che sta rendendo l’ex “sinistra estrema” autenticamente radicale, nel senso di pannellian-boniniana — e l’attacco quotidiano a un governo ancora in prova, che ha il torto fra i tanti di “rischiare l’isolamento dell’Italia in Europa”. Questa accusa — avanzata per vero dalla destra liberista marca PD, ma nient’affatto contraddetta dalle debolezze alla sua sinistra — inchioda solamente chi la formula: ci si dovrebbe anzi rallegrare per la condotta di un esecutivo che mostra di non voler chinare il capo dinanzi all’ipocrita ed altezzosa arroganza franco-tedesca (come han sempre fatto invece i predecessori) e arriva persino a minacciare la sospensione del contributo economico italiano alla UE e l’esercizio paralizzante del diritto di veto. Mi si potrebbe obiettare che sono solo parole, al pari delle condivisibili promesse progressiste che va facendo Di Maio, ma la critica che viene da sinistra è un’altra: queste parole ben dette (cui temo non seguiranno condotte consequenziali) sono di per sé condannabili, poiché mettono in discussione il dogma della nostra supina appartenenza al moltiplicatore di discordie e rivalità nazionali chiamato (im)pudicamente Unione Europea.


Non è che la c.d. sinistra, riconosciuta l’imbattibilità dell’avversario, abbia rinfoderato lo spadino di legno: semplicemente, per giustificare la propria sopravvivenza, prova oggi a rivolgerlo contro un nemico alla propria portata. Primum vivere, deinde philosophari, anche se sui fronti di Facebook e twitter (praticamente gli ultimi rimasti) filosofi e agitatori da rotocalco abbondano. 


Obbiettivi delle salve quotidiane sono il governo “penta-fascio-leghista" — 
FdI e Casapound ne fanno parte a loro insaputa, ma la loro presenza virtuale non è sfuggita ai commentatori più acuti e scafati... — unanimemente definito “il più a destra della storia della Repubblica”: altro geniale a priori, visto che l’esecutivo non ha ancora fatto alcunché di concreto) e soprattutto il Ministro degli interni Salvini, fatto oggetto di insulti giornalieri che, a differenza di quelli rivolti una tantum al Presidente Mattarella, non suscitano alcuna riprovazione da parte dei benpensanti. Anzi: le pesanti ingiurie rivolte da Saviano a Matteo II sono espressione di indignata consapevolezza e meritano pertanto gli applausi, anche quando sono gratuite (“ministro della malavita”, poi, è quasi un complemento involontario, visto il contributo dato da Giolitti alla storia politica nazionale). 

Al di sotto degli attacchi personali si intravedono una strategia e un programma: quello di tagliare i ponti con la plebaglia ritirandosi su un virtuoso Aventino di (non) eletti. Pochi saranno ammessi, dopo rigorosa selezione — per i rossobruni c’è invece posto all’inferno, dove raggiungeranno Nicola Bombacci (cit. G. Cremaschi). Ed è proprio Cremaschi ad aver lanciato a più riprese l’anatema contro i “finti marxisti che appoggiano Salvini”, siano essi Fusaro e Bagnai o il semplice quivis de populo che esprime dubbi sul dogma dell’assoluta doverosità di una politica di accoglienza indiscriminata. Può darsi che queste dichiarazioni bellicose e pleonastiche (soprattutto le repliche di un originale già discutibile) preludano a un riposizionamento della componente Eurostop all’interno di Potere al Popolo (cioè, elettoralmente parlando, del Nulla),ma il passaggio in secondo o terzo piano della critica alla UE e ai suoi strumenti di dominio, su cui il movimento era sorto, sostituita da un rude buonismo pro migranti indica, a mio avviso, un arretramento, una rinuncia a fare davvero politica. Con questo ricompattarsi, anche all’interno di Potere al Popolo, di una sinistra rigidamente anti-sovranista la formazione cui appartengo (Risorgimento Socialista) dovrà fare tosto o tardi i conti: forse è preferibile abbandonare il gruppone finché si è in tempo, cercando in solitudine sentieri nuovi e — si spera — nuovi (o magari “vecchi”) compagni di avventura piuttosto che incamminarsi in corteo verso il burrone dell’irrilevanza e della banale accettazione dell’esistente.

Al “siamo tutti migranti” si sovrappone, all’occorrenza, un virtuoso “siamo tutti zingari”, utile a rivendicare la superiorità etico-morale di autori e followers nei confronti della massa fascisteggiante: ormai gli schiaffi in faccia al popolo, di cui avevo dato conto in precedenti articoli, sono diventati motivi di vanto, e pazienza se in questa cornice di “lotta (e sfida) continua” trovano poco spazio i temi del lavoro, dello sfruttamento, dell’inaridirsi dei diritti sociali. Non ho letto su FB dichiarazioni del tipo “siamo tutti riders” oppure “siamo tutti studenti che lavorano gratis”: forse perché si rischia di dover dar ragione al balilla Di Maio, che qualcosa sta provando a fare, o più probabilmente perché, come dicevo, è più facile ottenere risultati riconoscibili, immediati e galvanizzanti per l’esigua base giocando a fare i compassionevoli che non intraprendendo una lotta di lungo periodo contro i mulini a vento.

La “sinistra zingaresca” è oggidì un personaggio in cerca d’autore, o perlomeno di copioni da interpretare: troppo debole, pavida e sfibrata per opporsi al sistema (che infatti all’occorrenza appoggia: si pensi al supporto di voti offerto al finanziere ultraliberista Macron nel ballottaggio contro la Le Pen) trova la propria ragion d’essere nelle liturgie passate (opportunamente sfrondate dagli impeti rivoluzionari) e, ubriaca di buonismo astratto, esalta il sottoprelatariato scambiandolo per i proletari e demonizza questi ultimi per il loro presunto egoismo borghese. 


Ma sì… questi operai che votano Lega sono razzisti, buzzurri e pure un po’ fascisti… “Che roba contessa, quei quattro straccioni!”

Assisteremo ancora a lungo, penso, a funeree marce antifasciste in città sprangate e ostili, con lancio di maledizioni all’indirizzo di un nemico di comodo e gole di spettri da cui fuoriuscirà un flebile e patetico:
siamo ancora vivi!

TOH! UNA BUONA NOTIZIA DA STRASBURGO...

[ 7 luglio 2018 ]

Il Parlamento europeo, riunito in seduta plenaria a Strasburgo, ha respinto l’avvio dei negoziati con il Consiglio (318 no, 278 sì e 31 astenuti), ovvero bloccato la cosiddetta "riforma del copyright".
Due, in particolare, gli articoli che avrebbero cambiato da cima a fondo il web.
L’articolo 11, meglio noto come «link tax», prevedeva che gli editori abbiano il diritto di «ottenere una giusta e proporzionata remunerazione per l'uso digitale delle loro pubblicazioni dai provider di informazioni (You Tube, Google, ecc)». Tradotto nella pratica, la pubblicazione dei cosiddetti snippet (i ritagli di articolo che copia-incollano titolo e prime righe di un articolo, rimandando poi al link) sarebbe dovuta essere vincolata a una licenza, per gratificare economicamente i proprietari dei diritti. L’articolo 13 avrebbe imposto invece di «siglare contratti di licenza con i proprietari dei diritti, a meno che questi non abbiano intenzione di garantire una licenza o non sia possibile stipularne».

In assenza di un'intesa scatterebbe il famoso upload filter, il filtro sui contenuti che riconosce e blocca quelli tutelati da copyright. «Le piattaforme — si leggeva nel testo  bocciato — devono intraprendere, in cooperazione con i detentori dei diritti, misure appropriate e proporzionate che portino alla non disponibilità di lavori o altri argomenti che infrangano il diritto d'autore o diritti correlati, mentre quelli che non infrangono queste regole possono rimanere disponibili».

In pratica una "tassa" sui link che avrebbe ucciso, non tanto i colossi del web come Google, Facebook o You Tube ma, anzitutto la blogsfera, quella, per dire, dove sta anche SOLLEVAZIONE, e tutta la massa di piccole testate indipendenti e grazie alla quale centinaia di milioni di cittadini in tutto il mondo non solo s'informano, ma si fanno idee culturali e politiche proprie. Figuratevi cosa accadrebbe se questa legge fosse passata. Ogni volta che avremmo ripreso una notizia, per commentarla, dato che essa ha sempre una fonte, e guarda caso questa fonte è quasi sempre monopolio delle grandi agenzie d'informazione o delle testate più grandi — che sono in mano dappertutto a ristrette consorterie oligarchiche —, avremmo dovuto versare loro un obolo, un pizzo. E nessuno sarebbe potuto scappare alla morsa, visto che col famigerato upload filter, il Grande Fratello avrebbe sgamato in tempo reale chiunque. 

"Legge bavaglio", è stata definita. Peggio: sarebbe stata una modernissima Tassa sul macinato.

Nb

Se questa legge indegna è stata bocciata è anche grazie al voto contrario degli euro-parlamentari Cinque Stelle e Lega. Luigi Di Maio. «La seduta plenaria di Strasburgo ha rigettato il mandato sul copyright al relatore Axel Voss smontando l'impianto della direttiva bavaglio. La proposta della Commissione europea ritorna dunque al mittente rimanendo lettera morta, il segnale è chiaro: nessuno si deve permettere di silenziare la rete». Matteo Salvini: «Bavaglio alla rete e a Facebook respinto ora a Strasburgo anche grazie al no della Lega: non ci fermeranno».
Se questi sono "fascisti".....

venerdì 6 luglio 2018

EUROPEE 2019: GRANDI MANOVRE A SINISTRA

[ 6 luglio 2018 ]



Sinistra radicale
grandi manovre in corso in vista delle elezioni europee del maggio 2019

Su questo blog segnalammo la notizia della firma della Dichiarazione di Lisbona, sottoscritto il 12 aprile 2018. Firmatari del documento J-L Mélenchon (France Insoumise), Pablo Iglesias (Podemos) e la portoghese Catarina Martins (Bloco de Esquerda). Scrivevamo:
«Si tratta di una dichiarazione di compromesso, che resta sul piano della "riforma della Ue", in cui le posizioni più sovraniste dei francesi sono state sfumate così da essere potabili per Podemos — sappiamo che Pablo Iglesias, personalmente, dopo l'errore del sostegno aperto a SYRIZA, è oggi molto vicino alle posizioni di Mélenchon — ed i portoghesi. Una dichiarazione che da avvio alle grandi manovre in vista delle elezioni europee del 2019».
Sulla scia di quella Dichiarazione, il primo luglio scorso si sono incontrati a Madrid, con tanto di evento pubblico, J-L Mélenchon e Pablo Iglesias. [vedi foto sopra] Lo scopo non era un segreto: consolidare l'asse tra France Insoumise e Podemos in vista delle prossime elezioni europee. I due hanno così abbozzato quello che sarà il profilo dell'eventuale listone della sinistra radicale alle prossime europee. Un resoconto puntuale di cosa essi abbiano detto e proposto ce lo fornisce EL PAIS del 2 luglio.

Ma si sta davvero consolidando l'asse tra France Insoumise e Podemos? C'è di che dubitarne. Il pomo della discordia ha un nome: Tsipras. Mélenchon vorrebbe tenerlo fuori dall'alleanza elettorale in vista delle prossime elezioni europee, mentre Pablo Iglesias (che per Tsipras ci aveva messo non solo la faccia), sembra voglia tenerlo dentro. In verità (altra divergenza con Mélenchon) Iglesias vorrebbe un accordo anche con Varoufakis. Staremo a vedere...

Una cosa forse decisiva unisce Mélenchon e Iglesias, il giudizio sul governo M5s-Lega. Quale esso sia è preso detto: si tratterebbe di un governo, se non compiutamente fascista, semi-fascista. Mélenchon l'aveva dichiarato il 20 maggio, ancor prima che Conte ricevesse l'incarico. Egli affermò infatti: "Évidemment, ce sont des fachos" — dove "fachos" sta per fascisti.
Da parte sua Iglesias ha suonato lo stesso spartito. L'ha sostenuto il 30 giugno in una trasmissione sul canale di Podemos FORT APACHE, il cui titolo parla chiaro "Italia vuelve (torna) al fascismo".

La cosa è sotto diversi profili sintomatica. Anzitutto, con un simile approssimativo e ingenuo giudizio, sia Mélenchon che Iglesias dimostrano di essere sotto scacco della violenta campagna di satanizzazione del governo giallo-verde messa in atto dalle élite eurocratiche e in vigore in tutti i paesi. In secondo luogo il giudizio dimostra quanto, dal punto di vista della cultura politica essi siano figli di una cultura per niente marxista ma massimalista e riformista. In terzo luogo questo loro giudizio fa l'occhiolino alle sinistre radicali italiane, che fanno dell'accusa di "fascio-leghismo" un elemento fondamentale, di posizionamento e identità. 

E quali sono le correnti che guardano con interesse al blocco elettorale a guida Mélenchon-Iglesias? Non c' è solo Potere al Popolo (con annessi e connessi, anzitutto Rifondazione e Eurostop). Ci sono quindi pezzi sparsi de L'Altra Europa con Tsipras. Alla finestra ci sono Stefano Fassina e i dissidenti di Sinistra Italiana. C'è poi— in barba a tutti di discorsi d'accademia su superamento destra-sinistra, populismo laclausiano ecc. — Senso Comune. Una coalizione a cui ognuno si aggrappa nella speranza che superato lo sbarramento elettorale (4%).

Speranza alquanto difficile. In agguato e in concorrenza ci sono infatti altri due poli di sinistra... "radicale". Quello attorno al blocco SYRIZA-Die Linke, e quello di Diem-25 di Yanis Varoufakis. Com'è noto il movimento Dema appena costituito dal sindaco di Napoli De Magistris (Dema) è alleato proprio a Varoufakis. De Magistris rischia di diventare l'ago della bilancia. Alla sua corte in diversi stanno andando col cappello in mano, e tirandolo per la giacca.

Potremmo sbagliarci ma c'è un'alta probabalità che la necessità di superare lo sbarramento, costringa tutti, soprattutto qui in Italia, all'inciucio elettoralistico, a costruire un'Armata Brancaleone —i n poche parole una versione 2.0 di L'Altra Europa con Tsipras. Un blocco elettorale che farà dell'opposizione frontale al "fascio-leghismo" la sua cifra principale, e nella quale quindi, il pur sfumato e patriottismo repubblicano alla Mélenchon* verrà non solo annacquato, ma soppresso in nome, ancora una volta dell'altreuropeismo....


* Abbiamo più volte espresso al nostra simpatia per France Insoumise e il suo profilo patriottico (e la sua idea di PIANO B di sucita dall'euro). Il fatto è che Mélenchon sembra avere un atteggiamento tipicamente francese (leggi: di spocchia); per cui il patriottismo, se è francese, se lo rivendica lui, è di natura democratica e progressiva, se lo fanno all'estero è nazionalista e reazionario. Se poi il patriottismo è italiano puzza sicuramente di... fascismo. Stesso dicasi per il PIANO B: questo può essere privilegio esclusivo della "grande Francia", non certo per gli italiani che di "B" conoscono solo il rango di cui fan parte....






GRECIA: IL GRANDE INGANNO

[ 6 luglio 2018 ]
DA TENERE BENE A MEMORIA !

Il 22 giugno scorso la Grecia è stata oggetto della decisione, presa dai ministri dell’eurozona, di dilazionare di 10 anni il rimborso di una quota del proprio ingente debito estero, dilazione giustificata dal fatto che essa aveva rispettato gli impegni assunti col pesante Memorandum firmato tre anni or sono con la Troika (Unione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale). Naturalmente i media italiani “affezionati” all’Unione Europea (ma anche Il Manifesto, però!) hanno salutato questa decisione come un “premio” riconosciuto al paese per la sua buona condotta, e qualcuno ha addirittura scritto che la Grecia... "era ormai uscita dalla crisi". Per i lettori frettolosi dei soli titoli, questa è l’impressione ricavata. Ben ha fatto Éric Toussaint*, portavoce del CADTM, a riepilogare in una intervista a Marie Brette di TV5 Monde quale è invece la realtà della situazione greca. Da tenere bene a memoria. (A.Z.)


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GRECIA: UN ANNUNZIO TROMPE-L’OEIL DI RIDUZIONE DEL DEBITO 
Intervista di Marie Brette di TV5 monde a Éric Toussaint* 

Éric Toussaint (a destra) con Tsipras 

D. Éric Toussaint, cosa pensa dell’accordo firmato dai ministri della zona euro? La Grecia è uscita dalla crisi?

R. Non c’è affatto una uscita dalla crisi. E d’altra parte, a livello della zona euro, non si può dire che la situazione sia particolarmente brillante neppure dal punto di vista dei dirigenti europei. È un annuncio di riduzione del debito del tipo trompe-l’oeil (ovvero ingannevole, ndt) perché non c’è riduzione del valore totale del debito e si tratta semplicemente di rinviare di 10 anni l’inizio di alcuni rimborsi, in particolare quelli dovuti ai partner europei della Grecia. Le cifre da rimborsare al Fondo monetario internazionale, alla Banca centrale europea e ai creditori privati sono molto elevate e non sono rinviate nel tempo. Esse continuano regolarmente. Il FMI dal 2010 ha realizzato utili per 5 miliardi di euro sulla schiena della Grecia e la BCE, da parte sua, ha realizzato guadagni almeno per 8 miliardi di euro sui titoli greci. In realtà, il succo dell’accordo, è che prolungando il calendario dei rimborsi, si è offerta un premio di consolazione al governo di Alexis Tsipras che per tre anni ha applicato le decine di riforme imposte dai creditori. Dopo tre anni di politiche di austerità assai dure, era necessario consentire a Tsipras [in vista delle prossime elezioni, NdR] di dire alla popolazione greca che l’austerità perseguita alla fine aveva ottenuto un risultato. Ma le politiche antisociali imposte dai creditori (FMI BCE, Meccanismo europeo di stabilità) verranno rafforzate. I dirigenti europei, con l’accordo del 22 giugno, hanno voluto indicare ai fondi d’investimento privati che essi potevano acquistare di nuovo titoli greci, dopo il mese di agosto, poiché venivano offerte nuove garanzie pubbliche.

D. La Grecia è un capro espiatorio delle politiche praticate nell’Unione europea. In quali condizioni economiche si trova la Grecia?

R. Essa è in uno stato lamentevole. La caduta del PIL in rapporto al 2009-2010 è di circa il 30%. Dal punto di vista degli indicatori macroeconomici, la Grecia è in cattivo stato. 350mila giovani altamente qualificati sono partiti verso la Germania, la Francia e altri paesi del nord Europa. La Grecia sarà in evoluzione demografica negativa, salvo l’apporto dei rifugiati che il paese ha accolto e che hanno consentito nel 2017 di mantenere un equilibrio. Ormai stiamo andando verso una decrescita della popolazione greca. Il tasso di disoccupazione dei giovani è di circa il 40%. Secondo le cifre di Eurostat, 47% delle famiglie greche sono insolventi su uno dei propri crediti e il tasso di insolvenza di pagamento sui crediti delle banche è superiore al 46,5%. Per quello che riguarda il lavoro, il sistema finanziario e la produzione, la situazione è estremamente brutta e questo è il risultato delle politiche imposte alla Grecia. Il paese è un capro espiatorio delle politiche applicate nell’Unione europea. La quale ha voluto mostrare agli altri paesi della zona euro che se volessero portare al governo una forza portatrice di cambiamento radicale a sinistra e in rottura con l’austerità, ciò costerebbe loro caro.

D. Che sarebbe necessario fare?

R. Nel 2010, sarebbe stato necessario risolvere la crisi bancaria invece di mantenere a galla delle banche private che avevano assunto rischi enormi. Invece di iniettare decine di miliardi di euro per la ricapitalizzazione di queste banche, sarebbe stato necessario risanarle e trasferirle al settore pubblico. Vi sono quattro banche in Grecia che controllano l’85% del mercato bancario greco. Si sarebbe dovuto imporre alle banche tedesche e francesi, che avevano prestato massicciamente al settore privato greco, di farsi carico dei loro crediti arrischiati invece di creare una troïka che ha prestato denaro pubblico alla Grecia per rifinanziare queste grandi banche. Politicamente, allorché il popolo greco nel 2015 ha scelto di sostenere una coalizione che proponeva dei cambiamenti importanti in tema di giustizia sociale, sarebbe stato necessario consentire a questo popolo di esercitare la democrazia. Invece la volontà democratica è stata sistematicamente combattuta dalle autorità europee, che sono state soddisfatte dalla capitolazione di Tsipras nell’estate 2015, al momento della firma del terzo memorandum che ha aggravato la crisi greca.

D. Sarebbe stato necessario cancellare il debito greco?
R. Certamente. È una pratica abituale. Quando la Polonia è uscita dal patto di Varsavia agli inizi degli anni 90, i suoi creditori occidentali gli hanno condonato il 50% del debito. Quando nella stessa epoca l’Egitto partecipò alla prima guerra del Golfo, gli venne condonato il 50% del debito. All’Irak, dopo l’invasione americana nel marzo 2003, fu condonato l’80% del debito. Quindi riduzioni importanti del debito vengono praticate da decenni in modo ripetitivo. Questo sarebbe stato assolutamente necessario nel caso della Grecia. Certamente si sarebbe dovuto procedere, con la partecipazione dei cittadini e delle cittadine, ad un audit del debito per individuare i responsabili, dal lato greco come da quello dei prestatori. È necessario ricordare che in percentuale del PIL, la Grecia è in 3a o 4a posizione nella lista dei paesi che spendono di più per gli armamenti a livello planetario. E quali sono i principali fornitori di armi alla Grecia? La Germania, la Francia e gli Stati Uniti! Al momento del primo memorandum del 2010, è stata una delle voci del budget che non è stata ridotta è stato il rimborso degli ordinativi militari. E questa cosa continua. All’inizio del 2018 Alexis Tsipras ha incontrato Donald Trump e ha annunziato acquisti di armi dagli Stati Uniti per il valore di 1,6 miliardi di euro. 


*Éric Toussaint, docente di scienze politiche alle università di Liegi e di Parigi VIII, portavoce del CADTM internazionale e membro del Consiglio scientifico di Attac France.

** Traduzione di Aldo Zanchetta







giovedì 5 luglio 2018

COME SFIDARE LE DESTRE? di Carlo Galli

[ 5 luglio 2018 ]

Nonostante la sua critica dello Stato come organo politico dei ceti dominanti, nonostante il suo internazionalismo, la sinistra in Occidente ha sviluppato la sua azione all’interno dello Stato: ha cercato di prendere il potere e di esercitarlo al livello dello Stato, ha investito nella legislazione statale innovativa, e nella difesa e promozione della cittadinanza statale per i ceti che ne erano tradizionalmente esclusi. Nella sinistra agiva l’impulso a considerare lo Stato come una struttura politica democratizzabile, sia pure a fatica; mentre le strutture sovranazionali erano per lei deficitarie di legittimazione popolare. La sinistra italiana, per esempio, fu ostile alla Nato (comprensibilmente) ma anche alla Comunità Europea. E in generale le sinistre difesero gelosamente le sovranità nazionali e si opposero a quelle che definivano le ingerenze dei Paesi occidentali nelle faccende interne degli Stati sovrani dell’Est, quando qualcuno protestava perché vi venivano calpestati i diritti umani. L’internazionalismo della sinistra rimase al livello di generica approvazione dell’esistenza dell’Onu, di più o meno platonica solidarietà per le lotte dei popoli oppressi, e di sempre più cauta collaborazione con i partiti comunisti fratelli. L’internazionalismo inteso come spostamento del potere fuori dai confini dello Stato, avversato dalle sinistre, fu invece praticato vittoriosamente dai capitalisti e dai finanzieri.

Caduta l’Urss, la sinistra aderì entusiasticamente al nuovo credo globale neoliberista e individualistico, e alla critica dello Stato (soprattutto dello Stato sociale) e della sovranità – oltre che dei sindacati e dei corpi intermedi – che esso comportava. L’idea dominante era che la sinistra di classe non era più ipotizzabile perché le classi non esistevano più, e perché vi era ormai una stretta comunanza d’interessi fra imprenditori e lavoratori. La giustizia sociale era un obiettivo raggiungibile solo se si lasciava che il mercato svolgesse la propria funzione di generare la crescita complessiva della società: la politica era solo un accompagnamento di processi di sviluppo in realtà autonomi. Gli inconvenienti del mercato si dovevano correggere nel mercato. Sono state le sinistre a introdurre il neoliberismo in Europa: Blair, Delors, Mitterand, Schroeder, Andreatta, D’Alema, Bersani. La sinistra storica divenne così un partito radicale di massa, schiacciato sulle logiche dell’establishment e sulla sua gestione, impegnato – senza esagerare – sui diritti umani e civili visti come sostitutivi dei diritti sociali. Una sinistra dei ceti abbienti e cosmopoliti, incapace di interrogare radicalmente i modelli economici vigenti, le strutture produttive e le loro contraddizioni.

La critica alle storture, alle disuguaglianze, alla subalternità del lavoro, che invece si manifestarono nelle società occidentali soprattutto a partire dalla Grande crisi del 2008, e alla logica deflattiva dell’euro ordoliberista – con cui l’Europa volle giocare la propria partita nel mondo globale –, fu lasciata alle sinistre radicali (Tsipras, Corbin, Mélenchon, e negli Usa Sanders), generose ma anche confusionarie, e per ora minoritarie, e ai movimenti populisti e sovranisti spesso di destra, che oggi intercettano il bisogno di protezione e di sicurezza di gran parte dei cittadini. Che sono preoccupati per la propria precarietà economica, per il declassamento sociale e per i migranti, visti come problema di ordine pubblico ma anche come competitori per le scarsissime risorse che lo Stato destina all’assistenza e al welfare. Le destre politiche approfittano, come sempre, dei disastri provocati dalle destre economiche (e dalle sinistre che hanno dimenticato se stesse).

Mentre la sinistra deride e insulta gli avversari politici, grida al fascismo fuori tempo e fuori luogo (banalizzando una tragedia storica), e di fatto nega i problemi reali rispondendo alle ansie dei cittadini con prediche moralistiche e con la proposta di dare a Balotelli la maglia di capitano della nazionale, come segno anti-razzista, la destra politica e i populisti quei problemi li riconoscono e ne approfittano. Naturalmente, la interpretazione che ne danno è più che discutibile: i migranti e la casta (bersagli dei populisti e delle destre) non sono i principali responsabili della crisi e della disgregazione che ha colpito il Paese. Ma almeno queste forze anti-establishment porgono ascolto ai cittadini, che infatti li votano, mentre non votano le sinistre, che fanno sterile e superficiale pedagogia mainstream, e che ora scoprono con stupore di essere confinate nei quartieri alti, mentre nelle periferie degradate il proletariato e i ceti medi impoveriti – che ancora esistono, nonostante le analisi di sociologi non troppo perspicaci – votano destre e populisti.

In questo contesto, i sovranisti di sinistra (che non si possono definire “rosso-bruni”, che vuol dire “nazi-comunisti” – ed è un po’ troppo –) cercano di recuperare il tempo e lo spazio perduti dalle sinistre liberal e globaliste. Cercano insomma di sottrarre la protesta sociale alle destre, e tornano così allo Stato, nella consapevolezza che senza rimettere le mani su questo e sulla sovranità – che è un concetto democratico, presente nella nostra Costituzione, e che di per sé non implica per nulla xenofobia e autoritarismo – non ci si può aspettare alcuna soluzione dei nostri problemi, che non verrà certo da quelle potenze sovranazionali che li hanno creati (naturalmente, esistono forti responsabilità anche interne del nostro Paese, che andranno affrontate). Ovviamente è una strategia rischiosa, non garantita, forse anti-storica (ma lo Stato, in ogni caso, è ancora il protagonista della politica mondiale); e, altrettanto ovviamente, facendo ciò le sinistre sovraniste sposano, entro certi limiti, gli argomenti della destra, e ne condividono i nemici (la sinistra moderata – mondialista e europeista –, e il capitale globale). 


Ma se la sinistra sovranista sa fare il proprio mestiere riesce a distaccarsi chiaramente dalla destra politica perché è in grado di dimostrare che questa dà a problemi veri risposte parziali, illusorie e superficiali: la destra va sfidata non sui migranti, ma sulle politiche del lavoro; non sui vitalizi, ma sulla critica della forma attuale del capitalismo; non sull’euro, ma sulla capacità del Paese di non essere l’ultima ruota del traballante carro europeo; non sul nazionalismo, ma su un’idea non gerarchica di Europa. La sinistra sovranista – che è meglio definire radicale – ha il compito di dimostrare che destre e populismi sono l’altra faccia del neoliberismo e della globalizzazione che dicono di combattere; che sono apparentemente alternativi ma che in realtà ne sono subalterni.

Siamo alla fine del ciclo democratico e progressivo apertosi con la vittoria sul fascismo: una fine sopraggiunta dapprima nelle strutture economiche, e ora nel pensiero e nella pratica politica. In campo, duramente contrapposte ma complementari, ci sono establishment e anti-establishment: due destre, una economica (a cui è di fatto alleata la ex-sinistra liberal) e l’altra politica, l’una moderata e l’altra estrema. Lo spazio della sinistra non è accostarsi ai moderati, né mimare gli estremisti di destra, ma praticare la profondità, la radicalità dell’analisi; il suo compito è dimostrare che il cleavage destra/sinistra esiste ancora, ma è nascosto, e complesso. E che per il bene di tutti lo si deve fare riaffiorare.


MASSE "FASCISTE" E SINISTRA BORGHESE di Militant

[ 5 luglio 2018 ]

L'ETERNO RITORNO DELL'UGUALE
l’impotenza della sinistra di fronte ai mutamenti della realtà

Non c’erano dubbi in proposito, ma la direzione politica intrapresa dalle sinistre nell’accanita lotta al populismo ha dileguato come niente fosse il significato elettorale dello scorso 4 marzo. Prosegue, questa accolita al momento definitivamente espulsa dalla società, come se niente fosse cambiato rispetto a dieci o venti anni fa. Insiste nell’assoluta mancanza di coraggio nel sottoporre a critica radicale i motivi di fondo della sua esistenza. Fa luce su tutto questo un articolo di Gianpasquale Santomassimo, pubblicato lo scorso 29 giugno sul Manifesto. [vedi grafica qui sotto- cliccare per ingrandire]


Nel pezzo, che qui riprendiamo, viene sottolineata l’apatia generale di questo insieme di sinistre che continuano a sottrarsi alla resa dei conti intellettuale e ideologica che pure sembra necessaria. Dal 5 marzo, come prevedibile, si è tornati a farneticare di fronti antifascisti, strillando al ritorno del fascismo, ignorando le scosse telluriche alla radice di un risultato elettorale che, a saperlo leggere, ci racconta di un mondo nuovo che finalmente ha trovato anche una sua rappresentanza politica capace di arrivare in prossimità del potere. Una rappresentanza che non ci piace (come potrebbe piacerci?), ma che piace a chi non ha alcuna alternativa materiale a cui affidarsi. Non è poco.

Nel momento in cui la società reale, quella formata da milioni di proletari vinti alle logiche populiste, decreta l’espulsione del Pd dal governo, pezzi di sinistra residuale tornano a proporre strampalate alleanze antirazziste al fianco di chi, in questi anni, ha assolto il compito di promuovere un razzismo diffuso e dal volto umano verso i ceti popolari in generale e i migranti in particolare. Si agita il mito di un Pd “derenzizzato” a cui non crede più neanche Cuperlo, per dire; si favoleggia di “ripartenze dai territori”, come se la cinghia di trasmissione tra centro e periferia del partito della stabilità liberista fosse in qualche modo attaccabile in qualche suo punto debole. Nell’istante in cui il Pd muore, un pezzo di sinistra si offre come stampella ideologica nella lotta al razzismo leghista. E tutto questo in attesa del passaggio di consegne tra Renzi e Zingaretti. A quel punto i fuochi d’artificio saranno assicurati: finalmente il Pd verrà rimesso al centro di ogni possibile alleanza progressista contro il fascismo. Ma la mancata analisi del 4 marzo sta producendo molti più danni di quanto fosse lecito aspettarsi.

Proprio nel momento in cui finalmente si procede all’attacco frontale contro l’ongizzazione delle questioni sociali, di cui quella migrante è la più evidente, la sinistra – tutta – viene costretta dentro una logica binaria di difesa di quelle stesse Ong, che costituiscono da decenni lo strumento attraverso cui disattivare qualsivoglia conflittualità politica riguardante le contraddizioni generate dal liberismo in crisi. Nel momento in cui si diviene, volenti o nolenti, espressione politica dell’ideologia Ong, viene persa per strada la natura sociale del voto del 4 marzo, cioè il contraddittorio rifiuto della stabilità liberista fondata sui dogmi del pareggio di bilancio e della riduzione del welfare. La questione migrante smette i panni della problematica sociale per indossare quelli, pacificati, della questione culturale: razzisti contro antirazzisti, come se, di punto in bianco, quegli stessi milioni di proletari si siano automaticamente convinti della difesa della razza (mentre se avessero votato Pd, Leu e accozzaglia varia, sarebbero rimasti illuminati umanisti).

A forza di sballare paragoni col passato ripetendoli meccanicamente ad ogni cambio di governo (c’era il fascismo con la Dc, con Berlusconi, con Prodi, con Monti, con Renzi…), ci ritroviamo a braccetto con chi ha tutto l’interesse a declinare la lotta al populismo come questione antirazzista. Un tema che è centrale, ovviamente, ma solo ed esclusivamente in quanto sociale, cioè espressione e lotta al risentimento piccolo borghese verso i lavoratori poveri. Eppure è proprio la questione sociale ad essere scomparsa dai radar della sinistra dopo il 4 marzo. Prova ne è la (non) reazione delle sinistre verso il “decreto dignità” in corso di approvazione dal governo. Per la prima volta – ripetiamo: per la prima volta – da decenni viene approvato un decreto che va contro gli interessi di Confindustria, che infatti ha scatenato subito la contraerea ideologica guidata da Repubblica. Un decreto ultra-mediato, ovviamente, dal sapore propagandistico, certamente. Una misura più da campagna elettorale che materialmente efficace. Non può essere il nostro orizzonte, neanche volendoci attestare a una visione riformista dell’azione di governo. Eppure rimane il segnale: in assenza di opposizione sociale, nel deserto di qualsiasi spinta dal basso, popolare, verso misure di redistribuzione del reddito, il governo vara una di quelle misure per cui è stato per l’appunto votato dai proletari di cui sopra. Un decreto immediatamente contrastato dal partito unico di Repubblica. La (non) reazione delle sinistre esemplifica il punto morto a cui sono giunte: sghignazzamenti sui social network, sbeffeggiamenti, disinteresse generale. 

Eppure è proprio attorno alla questione sociale, cioè all’azione di destituzione delle controriforme liberiste del Pd, che si gioca la partita complessiva tra governo e sua possibile opposizione. Solo da qui è possibile immaginare una lotta al razzismo economico che sia al tempo stesso guerra senza quartiere a ogni ipotesi centrosinistra, nonché in grado di recuperare un rapporto con chi si è rassegnato all’egemonia populista. Poi, certamente, una posizione politica non “vive” per il solo fatto di essere giusta. Andrebbe anche, soprattutto, declinata nelle lotte di classe. Non c’è alcuna soluzione a portata di mano al momento. Ma reiterare l’orrore di una sinistra succube del liberismo democratico non può che approfondire la distanza abissale tra sinistra e classi popolari del paese.

* Fonte: Militant

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