giovedì 7 giugno 2018

S'INGROSSA IL "FRONTE ROSSOBRUNO"... (Carlo Freccero e Claudio Magris)

[ 7 giugno 2018 ]

Eppur si muove..


Sì, c'è anche chi, nel campo dell'élite di sinistra comincia ad usare la testa. Un fatto importante che "intellettuali di rango" inizino a rompere il muro del politicamente corretto e del buonismo pietista. 
Due casi su tutti. Quello di Claudio Magris sul Corriere della Sera del 5 giugno, quindi quello di Carlo Freccero [nella foto sopra] su il manifesto di ieri.
Cosa dirà il sinistrato tipo, che si allarga... il "fronte rossobruno"?
Siate seri e leggete i due gli interventi.

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Per cosa scende in piazza la sinistra?

di Claudio Magris


Correggere le recenti leggi sui diritti civili potrebbe anche essere un’abile mossa che porterà al governo consensi e voti. Con la sinistra che finirà per concentrarsi su questi temi, trascurando i problemi sociali, le elementari esigenze di vita e di lavoro e la difesa dell’occupazione. 

L’ intenzione di alcuni esponenti della maggioranza di correggere le recenti leggi riguardanti le coppie gay e altri diritti civili potrebbe anche essere un’abile mossa che porterà al Governo consensi e voti, soprattutto per la probabile cecità della sinistra, che si concentrerà totalmente su questi temi, con proteste ora sacrosante ora discutibili, come è accaduto spesso, trascurando i problemi sociali, le elementari esigenze di vita e di lavoro e quella difesa dell’occupazione dei dipendenti e salariati, quando non disoccupati, che è il suo compito fondamentale. Se molti elettori hanno abbandonato la sinistra e in particolare il Pd è proprio perché si sono sentiti delusi nella tutela e nella rappresentanza delle proprie esigenze. È probabile - e per me è triste e preoccupante - che la sinistra e il Pd, non più comunisti o socialisti ma partito radicale di massa (massa che si sta assottigliando), cadranno in questo tranello e subiranno ulteriori emorragie. Speriamo che Cinque Stelle si ricordi di essere il primo partito. 

 *  * *

La sinistra ridotta a pensiero unico delle élites 

Populismo. Sono stupefatto di vedere che il buonismo di sinistra si limita all’accoglienza 
ma non si pone mai il problema delle cause. Perché ci sono oggi tanti migranti? 
Perché siriani e libici che fino all’intervento dell’Occidente godevano di un tenore di 
vita elevato, sono oggi profughi in terra straniera?

di Carlo Freccero



La sinistra è oggi in crisi e si chiede come potrebbe parlare ai nuovi populismi per ricondurli nei binari di una democrazia elitaria che assomiglia più ad un’oligarchia che ad una democrazia in senso proprio. 



Viceversa, anche quando dice di voler ascoltare il malessere di cui i populismi sono espressione, la sinistra si trincera nei luoghi comuni del politicamente corretto. Mentre, secondo me, basterebbe un’autoanalisi oggettiva per capire le cose da un’altra angolazione. La domanda è cos’è oggi la sinistra e cos’era una volta la sinistra? Perché c’è stato un così radicale cambiamento? So già la risposta. Ci sbagliavamo. E se ci sbagliassimo adesso? 


In ogni caso riflettere su cosa sia stata la sinistra alle sue origini, contiene già la risposta al problema del populismo oggi. 

Prima il populismo di destra non c’era perché molte delle istanze del populismo di oggi erano a sinistra. E la crescita dei diritti del popolo non era considerata reazionaria, ma progressista. 

La grande frattura a sinistra inizia con la cosiddetta terza via e la resa completa dai progressisti nei confronti del neoliberismo. Da allora siamo immersi nel pensiero unico tanto da aver perso la memoria di noi stessi. 

Nel 1968 avevo vent’anni ed ero di sinistra. Cosa significava allora essere di sinistra? Credere nella lotta di classe e nella coscienza di classe. Nessuno pensava allora che nel popolo ci fosse qualcosa di sbagliato che le élites dovevano “raddrizzare” per il bene del popolo stesso. Era il popolo che, assumendo coscienza, poteva e doveva guidare la società. E questo concetto, prima che di sinistra, è democratico. 

Cos’è oggi essere di sinistra? 

Essere politicamente corretti. Accettare il pensiero unico in maniera acritica e credere, presuntuosamente che, in quanto detentrici del pensiero unico, le élites devono guidare un popolo ignorante e rozzo, irritante per la sua mancanza di educazione. 

È vero, questo popolo, il popolo che si raccoglie sotto l’etichetta di “populismo” non ha nulla a che fare con il concetto di “coscienza di classe” sulla base della quale, invece il proletariato marxista era considerato in grado di fare le scelte migliori per la società tutta. Ma è comunque un popolo che esprime un malessere, che coglie delle contraddizioni che sono reali e drammatiche, nella narrazione idilliaca del pensiero unico che vede nel neoliberismo e nei suoi diktat “il migliore dei mondi possibili”. 

In quanto poi all’educazione al “politicamente corretto” che distingue le élites del popolo e che dovrebbe costituire la ragione della loro superiorità rispetto al popolo, siamo sicuri che sia “vera” e non sia piuttosto frutto di propaganda? 

Da quando studio la propaganda non credo più al politicamente corretto. I diritti umani a cui abbiamo sacrificato i diritti sociali, mi sembrano usciti direttamente dalla Finestra di Overton, una metodologia per condizionare l’opinione pubblica con un graduale e progressivo lavaggio del cervello. 

Cosa resta di sinistra a sinistra? 

L’apparente solidarietà per gli ultimi. Oggi l’attenzione che ieri si tributava al proletariato, viene tributata ai migranti. È evidente che usare un linguaggio come quello della Lega e negare ogni forma di solidarietà è disturbante, scandaloso. 

Ma almeno attrae l’attenzione su un fenomeno su cui, come altri considerati “naturali” dal pensiero unico, non ci poniamo alcun interrogativo. Per le élites i migranti non costituiscono problema perché risiedono in altri quartieri e insidiano posti di lavoro e salari che sono appannaggio delle classi più impreparate alla competizione neoliberista. Ma proprio ponendoci dal lato dei migranti e dei loro diritti, quale maggior diritto dovremmo riconoscere loro, se non il diritto a non emigrare, a non rischiare la vita su barconi improvvisati, a non subire violenze ed abusi, a non conoscere il disprezzo e il razzismo delle società che non vorrebbero accoglierli? 

Sono stupefatto di vedere che il buonismo di sinistra si limita all’accoglienza ma non si pone mai il problema delle cause. Perché ci sono oggi tanti migranti? Perché siriani e libici che fino all’intervento dell’Occidente godevano di un tenore di vita elevato, sono oggi profughi in terra straniera? Non sono forse vittime di quel “politicamente corretto” che ci obbliga, come occidentali a continue missioni di pace e di solidarietà per restituire la democrazia ai paesi ancora al di fuori delle regole del neoliberismo? Non si tratta di “aiutarli a casa loro” ma di lasciarli in pace a casa loro. 

L’ottusa opposizione populista all’immigrazione, segnala comunque un problema che alle sinistre tradizionali sfugge, perché, nell’ordine del discorso del pensiero unico dove tutto è “naturale”, e tutto è “irriformabile” e l’unica risposta possibile non è la coscienza, ma la carità. 

Ma essere di sinistra non può ridursi ad un atteggiamento caritatevole, richiede piuttosto una visione diversa della società, rispetto all’ordine vigente.


CHE DIO CE LA MANDI BUONA di Sergio Cesaratto

[ 7 giugno 2018 ]

«La sinistra al momento è morta. La sinistra “radical-chic” è anti-italiana e anti-popolare. Se avesse un po’ di intelligenza guarderebbe con attenzione al governo: a) per incalzarlo negli errori, ma sostenendolo nelle cose giuste; b) per capire perché questa coalizione ha avuto il sostegno popolare e per intercettare i sentimenti della masse quando, come possibile, rimarranno un giorno deluse da questo governo. Ritrovare la propria identità solo per contrapposizione a questo governo sarebbe l’errore più idiota che si possa compiere. Ma lo compiranno, non hanno cultura e senso di autocritica. Speriamo che qualcosa di nuovo nel frattempo emerga»



L'intervista di SOLLEVAZIONE 
a Sergio Cesaratto

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D. Che idea ti sei fatto del "contratto" di governo M5S-Lega? Considerando, in particolare, l'aspetto economico, c'è più keynesismo o liberismo?

R. Mi sembra più liberismo. La flat tax è tipicamente liberista, anche se su due aliquote. Persino se le classi lavoratrici avessero sgravi, le pagherebbero con più IVA o peggio con tagli ai servizi sociali, già al limite del collasso. Il reddito di cittadinanza ha dell’assistenziale – perché no invece un piano del lavoro per il sud? Rivedere la Fornero va bene. Manca comunque per ora il quadro macro entro cui collocare le misure. E’ sulla base di questo quadro macro che poi si va a contrattare in Europa. L’atteggiamento più combattivo verso l’Europa è l’aspetto accattivante di questo governo, ma davvero dovremmo appoggiare un governo che va allo scontro con l’Europa per tagliare le tasse?

D. Qual è il tuo giudizio su Paolo Savona e sulla sua idea di "Piano B"? 


R. Spero che ora, stando al governo, si abbiano dati ed expertise per farlo sul serio.

D. Anche tu ritieni che la campagna di stampa contro il governo M5S-Lega preceda un'aggressione dei "mercati" come avvenne nell'autunno 2011?

R. Mah, non credo intanto che la diminuzione di acquisti di BTP da parte della BCE sia stato un atto deliberato, può essere stato solo una casualità (sulla stampa tedesca è successo che venisse mossa una simmetrica accusa in periodi in cui sono stati comprati molti titoli italiani). Nelle scorse settimana v’erano molti titoli tedeschi in scadenza, e la BCE ha un limite mensile totale di acquisti. Dopo di ché i mercati fanno il loro mestiere e il governo farebbe bene a muoversi con cautela, sennò finiamo nel peggiore dei due mondi, nell’euro con spread alti. Altrove ho proposto che il governo si ponga come obiettivo la stabilizzazione del rapporto/debito Pil e chieda in Europa il mantenimento di tassi bassi (il che richiede che la BCE assicuri il roll-over dei titoli italiani acquistati col QE e misure di garanzia sul debito italiano). Questo aprirebbe la possibilità di fare deficit spending sostenendo la domanda interna. Ma niente flat tax e tagli di spesa, che invece sono negativi per la domanda interna.


D.  Oltre ad essere la seconda potenza manifatturiera europea la ricchezza finanziaria italiana è pari a 10 mila miliardi di euro, 6 mila se escludiamo gli immobili. Il principale punto di attacco di chi paventa lo sfracello del Paese nel caso il futuro governo non si adegui ai diktat dell'euro-Germania, è che ciò causerebbe la polverizzazione dei risparmi. E’ così?

R. Prendo per buoni i vostri dati. Non vedo in che senso questa ricchezza dovrebbe collassare. Piuttosto essa è messa in pericolo da una economia che va male attraverso la crisi di banche e imprese. Fuori dall’euro, se questa eventualità si presentasse, va adottata una feroce politica dei redditi e di controllo dei prezzi (per il poco che funziona) per bloccare l’inflazione. Un nuovo riformismo implica rilanciare i grandi sindacati, mi dispiace per gli amici dei sindacati di base, ma l’idea che il Paese si possa trasformare nello sciopero selvaggio è da rigettare. I salari reali cresceranno con la ripresa della produttività. I sindacati di base — che farebbero bene a organizzarsi e unirsi — devono naturalmente costituire un interlocutore. Anzi, uno degli aspetti deleteri di questo governo è di snobbare i sindacati; questo è di destra e dimostra l’assenza di un vero riformismo progressista. Semmai si tratterebbe di democratizzare e sburocratizzare i sindacati.


D. Dei 2300 miliardi del nostro debito pubblico, 580 sono in mano ad investitori internazionali. I capitali esteri investiti in borsa, sono pari a 6-700 miliardi. Gli euroinomani ci dicono che in caso di fuga di questi investitori dal debito italiano, lo Stato non sarà in grado di pagare stipendi e pensioni, che collasserebbe lo stesso sistema sanitario. Solo quest'anno lo Stato deve collocare 93 miliardi di euro a breve termine e oltre 88 a medio e lungo. Per il 2019 ci sono scadenze per un totale di 350 miliardi. Come potrebbe lo Stato italiano finanziare forti investimenti per il rilancio dell'occupazione ove gli attuali creditori cessassero di acquistare titoli pubblici italiani? I Minibot proposti da Claudio Borghi potrebbero essere una soluzione?Come lo Stato potrebbe diversamente finanziarsi?

R. Se i mercati non desiderano più titoli italiani, o li acquisterebbero solo a tassi proibitivi, allo Stato non rimane che riemettere una sua moneta sovrana. In Europa non sono fessi, e forme di moneta fiscale costituiscono emissione di moneta. Suppongo che studiare forme di emissione di moneta fiscale possa essere parte del piano B, vale a dire preparare le matrici di nuove banconote e mettere a punto un sistema di pagamenti diverso da Target 2, da cui potrebbero disconnetterci — Target 2 è la piattaforma elettronica su cui viaggiano tutti i nostri ordini di pagamento bancari. [sul meccanismo Target 2 vedi QUI, QUI e QUI]



D. Gli economisti ordoliberisti, le agenzie di rating, le grandi banche d'affari, ritengono che ove lo spread superasse la soglia del 250, esploderebbe una "crisi di debito" e l'Italia perderebbe l'accesso a qualunque forma di liquidità della Bce. A quel punto potrebbe intervenire la Troika... 

R. Non so, una volta si parlava del 7% sui titoli decennali come soglia psicologica — nel luglio 2012 ci si arrivò vicino e Draghi fece il suo famoso discorso, probabilmente con l’avallo della Merkel. Se così accadesse, come già detto, o si ricorre all’operazione OMT — quella appunto varata da Draghi nel luglio 2012 — e questo implica la Troika, oppure si esce dall’euro. Le ultime proposte tedesche, per quello che si riesce a capire, sono per un ESM (il fondo salva-Stati) trasformato in uno European Monetary Fund (EMF). Questo dovrebbe monitorare la disciplina fiscale dei Paesi con un grosso potere di imporre, quando una crisi sta per scoppiare, una ristrutturazione del debito con perdite per il settore privato (per i detentori dei titoli). Naturalmente si avrebbero anche misure di condizionalità fiscale (austerità). Se l’Europa approvasse qualcosa del genere, sarebbe una bomba, come lo fu la passeggiata di Merkozy a Deauville nell’autunno 2010, in cui decisero che il settore privato avrebbe pagato per le crisi del debito e si scatenò la tempesta. Persino Padoan direbbe di no a tali nuove proposte tedesche.

D. Per Oliver Blanchard, ex capo economista del Fmi, in caso di "crisi di debito", non solo l'Italia entrerebbe in una profonda recessione, ma l’eventuale ridenominazione di attività e passività in una nuova valuta, innescherebbe bancarotte a catena.

R. La crisi del debito si scatena perché non abbiamo una banca centrale e una nostra moneta, e dunque non c’è controllo dei movimenti di capitale. Sennò il nostro debito estero è molto piccolo, 7/8% del Pil (quello spagnolo è più di dieci volte tanto) e i conti con l’estero sono in attivo. Il punto è che se uscissimo, ormai il 70% del debito pubblico contiene le famigerate CACs, clausole che ne complicano la ridenominazione. Tuttavia forse il problema si porrebbe solo con i detentori stranieri (te le voglio le banche italiane a opporsi alla ridenominazione). Inoltre sebbene il debito netto con l’estero sia piccolo, chi ha attività e chi ha passività non coincide. Per chi ha attività (esempio titoli in dollari) nulla cambia. Per chi ha passività (debito in dollari o euro, se questo sopravvive) ci sono problemi, perché la nuova-lira svaluterebbe dalla parità iniziale. In altre parole, il debito estero in termini di lire per questi soggetti aumenterebbe. Però questo è anche sempre accaduto con le fluttuazioni dei cambi, quindi non è una situazione necessariamente catastrofica. Ripeto, ora il governo ha dati ed expertise per sapere e quantificare.

D. Cosa rispondi al classico paradigma ordoliberista "non può esserci crescita con un aumento del debito pubblico"?

R. Come detto sopra, risponderei che il debito pubblico è il risultato della mancata crescita o di scelte di politica economica sbagliate. Negli anni '80 il rapporto debito/Pil fu il risultato di un auto-imposto vincolo estero. Lo SME portò le partite correnti in rosso e questo implica contabilmente un rosso nei conti pubblici — una manifestazione di questo è negli alti tassi necessari per attirare capitali per finanziare i disavanzi esteri, tassi che allo stesso tempo fecero esplodere il debito pubblico e i medesimi disavanzi esteri. Con Gennaro Zezza abbiamo condotto alcuni test preliminari, e negli anni ottanta sono i disavanzi esteri a generare quelli pubblici. Abbiamo anche cominciato a dimostrare che con tassi di interesse bassi (spread zero) e disavanzi primari (disavanzi pubblici al netto degli interessi), si può ricominciare a crescere stabilizzando il rapporto debito pubblico/Pil. Alberto Bagnai conosce benissimo di cosa parlo (ha degli ottimi post al riguardo).


D. Hai affermato, rispetto al governo giallo-verde, che “non si capisce bene questo governo dove voglia precisamente andare”. Sembra tuttavia molto probabile che in vista della prossima Legge di Bilancio, se di Maio e Salvini vorranno davvero spezzare i vincoli Ue lo scontro con la Commissione europea sia pressoché inevitabile. In questo caso, se questo governo si riprende quote di sovranità nazionale, se adottasse misure sociali a favore del popolo lavoratire, non pensi che il governo meriti di essere sostenuto?

R. Se, se , se… Certo, se lo scontro con l’Europa fosse finalizzato a misure progressiste, peraltro le uniche risolutive della crisi, il governo andrebbe appoggiato. E fra le misure progressiste ci metterei pure posizioni non-reazionarie sul tema della giustizia e dei diritti. Anche i toni sull’immigrazione andrebbero abbassati, a fronte di un’azione ferma nel regolarla, azione il più possibile umanitaria nei modi. Mi domando se basti essere anti-europei per avere le nostre simpatie.

D. La sinistra “radicale”, compresa quella “antagonista”, si sta posizionando su una posizione di “opposizione senza sé e senza ma” al governo giallo-verde col motivo che sarebbe il “governo più a destra della storia della Repubblica”. C’è addirittura chi parla di “governo fascista”. Uno spartito che rassomiglia come una goccia d’acqua a quello delle élite liberali e del Pd. Cosa rispondi a questa narrazione?

R. La sinistra al momento è morta. La sinistra “radical-chic” è anti-italiana e anti-popolare. Se avesse un po’ di intelligenza guarderebbe con attenzione al governo: a) per incalzarlo negli errori, ma sostenendolo nelle cose giuste; b) per capire perché questa coalizione ha avuto il sostegno popolare e per intercettare i sentimenti della masse quando, come possibile, rimarranno un giorno deluse da questo governo. Ritrovare la propria identità solo per contrapposizione a questo governo sarebbe l’errore più idiota che si possa compiere. Ma lo compiranno, non hanno cultura e senso di autocritica. Speriamo che qualcosa di nuovo nel frattempo emerga.

Intervista di SOLLEVAZIONE del 5 giugno 2018






mercoledì 6 giugno 2018

CON I CONTADINI IN RIVOLTA

[ 6 giugno 2018 ]


Giorni addietro davamo conto della giornata di protesta degli "agricoltori indignati" che si sarebbe svolta a Perugia il 5 giugno, segnalando quindi le loro sacrosante ragioni. Ebbene, quella di ieri è stata una bella, combattiva ed emozionante manifestazione.
Esageriamo?
«Un impatto maestoso forse mai visto prima. Gli agricoltori indignati assediano le istituzioni» [Corriere dell'Umbria di oggi 6 giugno]
«Centinaia e centinaia di contadini indignati in piazza: "Siamo noi i veri custodi dell'Umbria»
[La Nazione di oggi 6 giugno]

Prima della partenza del corteo
Non si discostano da questi giudizi le decine di siti web regionali. Diversi i motivi che spiegano l'importanza e l'impatto della manifestazione di ieri. Quello che spicca su tutti è che questa protesta è nata indipendente, promossa da un gruppo di agricoltori che si sono autorganizzati, fuori e contro le tradizionali associazioni di categoria (Coldiretti e compagnia) denunciate come colluse con un sistema politico neoliberista che favorisce le grandi aziende e uccide le piccole e medie imprese agricole. 

Associazioni di categoria che davanti alla montante protesta hanno deciso, in combutta con l'assessorato e la giunta regionale  (piddina), di rispondere,  col boicottaggio aperto. Quando lorisignori (che le antenne le hanno lunghe) han capito che la marea non si poteva fermare, e sempre allo scopo di far fallire la protesta autorganizzata, son giunti addirittura ad organizzare il giorno prima (4 giugno) una manifestazione di protesta. Ma l'opera sfrontata di depistaggio è fallita, e quella autorganizzata è stata un grande successo.

Merito, appunto, di quel pugno di coraggiosi che con tenacia, pazienza e intelligenza politica hanno saputo non solo evitare l'accerchiamento ma costruire attorno a loro
consenso, solidarietà a partecipazione. Tra essi spicca Giovanni Cenci [nella foto sotto], portavoce degli "AGRICOLTORI INDIGNATI viticoltore di qualità, cuore e testa della protesta. Lo ricordiamo Giovanni, per anni principale portavoce del movimento studentesco, esponente di spicco della sinistra perugina, quella al contempo eretica e popolare, sempre in prima fila nelle mobilitazioni, da quelle contro lo sfascio della scuola pubblica, a quelle di solidarietà con le resistenze dei popoli oppressi.
Giovanni Cenci
Giovanni, che più umbro non si può, francescano combattente, impasto tra asceta e indomabile soldato della guerra santa contro le ingiustizie.

Di acqua e melma ne è passata sotto i ponti... 

Ecco, se c'è una lezione da trarre è questa: dove c'è memoria, dove c'è coerenza e senso storico, quando non si rompono le connessioni con i semplici, non si può asciugare la sorgente da cui sgorga lo spirito che da forza e speranza al popolo lavoratore. I rivoluzionari hanno questo in comune con i contadini oltre all'amore per Madre Terra: che essi sanno che non basta seminare, che per il raccolto, oltre a tanti sacrifici ed al lavoro, occorre che le stagioni facciano il loro corso.

Una stagione, quella più buia, volge al tramonto. Una nuova si staglia all'orizzonte, la stagione del riscatto e della dignità. Dopo il 4 marzo, che pur per vie discutibili ha portato all'emersione una grande voglia di cambiamento, nulla sarà come prima.

Torneremo sulla giornata di ieri.
Sotto il Palazzo della regione


Intanto rivolgiamo un appello ai nostri lettori, anzitutto agli agricoltori (che sappiamo essere numerosi) a dare una mano agli INDIGNATI, a prendere contatto con loro, ad organizzarsi.

Anzitutto a firmare la loro PETIZIONE
La Petizione su change.org

Questa la loro PAGINA FACEBOOK, con i filmati della giornata di ieri.









NOI E IL GOVERNO di Leonardo Mazzei

[ 6 giugno 2018 ]

«Che fare allora? Chi è consapevole della posta in gioco non può avere dubbi, non potrà restare neutrale. Se è ovvio che si debbano non solo criticare, ma contrastare fortemente gli aspetti negativi dell'azione di governo, ancor più ovvia è la collocazione delle forze della sinistra patriottica nel fronte nazionale che si oppone al dominio euro-tedesco».

*  *  *

4 marzo - 1 giugno 2018: un primo bilancio

Dunque il governo gialloverde ha visto la luce. Frutto di un voto e di una spinta popolare, le élite non hanno certo rinunciato a condizionarlo. Di più: il Quirinale ha tentato perfino di impedirne la nascita, fino  a cacciarsi in un vicolo cieco che ha poi imposto il successivo compromesso. Che bilancio trarre dalle vicende degli ultimi tre mesi? Cosa aspettarsi adesso? Quale iniziativa per le forze della sinistra patriottica?
Onde non disperdersi troppo nei meandri di una crisi politico-istituzionale senza precedenti, procediamo per punti.


1. Dal voto del 4 marzo al giuramento del 1° giugno



Può piacere, oppure no, ma bisogna prendere atto che la spinta popolare espressasi nel voto del 4 marzo una via per consolidarsi, per farsi governo, alla fine l'ha trovata. Ha avuto dunque ragione P101 nello scommettere su questa ipotesi già a metà marzo. Certo, si è trattato di un percorso accidentato e controverso, con una conclusione pasticciata assai, ma l'esito è questo a dispetto del parere di tanti. Chi si aspettava una qualche riedizione delle "larghe intese", cioè di un governo imperniato sulle forze sistemiche battute nelle urne (Pd e Forza Italia) allargato ad una pattuglia di "responsabili" (cioè di quei parlamentari voltagabbana che hanno caratterizzato le ultime legislature) è rimasto deluso. Idem chi vedeva all'orizzonte un governo "tecnico" al servizio dei desideri di Bruxelles, Berlino e Francoforte. E sbaglia ora chi ritiene che il governo Conte non si discosterà dalla politica di quelli precedenti, che esso sia già stato normalizzato dal sistema. Che se così fosse non si capirebbe la violenta campagna anti-governativa dell'intero sistema mediatico in corso in questi giorni.


2. Un governo con tanti punti deboli



Quanto appena detto non significa non vedere i punti deboli dell'esecutivo Conte. Debole è la stessa struttura del governo, condizionata in almeno due caselle chiave — i ministeri dell'Economia e degli Esteri — dalla potente pressione esercitata dalle forze sistemiche, incarnate in primo luogo da Mattarella. Deboli sono le due forze politiche di maggioranza. Mentre la Lega salviniana ha impiegato due mesi per liberarsi dalla zavorra berlusconiana, M5S ha mostrato tante oscillazioni ed incertezze. Nulla di sorprendente, però. Sappiamo infatti che si tratta di due forze molto contraddittorie, diverse tra di loro — semplificando un populismo di destra ed uno di sinistra — e soprattutto divise al loro interno, con la presenza in entrambe di componenti variamente euriste, potenzialmente addomesticabili al fine di renderle tali a tutti gli effetti. Dalla consistenza di queste componenti dipenderà in larga misura la tenuta del governo Conte.


3. Il programma: un mix di liberismo, keynesismo e misure sociali



Se il securitarismo, di prevalente matrice leghista, è assolutamente inaccettabile, contraddittorio è il programma economico contenuto nel cosiddetto "contratto". Senza dubbio la visione della Lega e di M5S resta largamente interna all'orizzonte liberista (basti pensare all'ipotesi di flat tax), ma è tutto da vedere dove porterà il tentativo — apparentemente sincero — di uscire dalla morsa dell'austerità. Quel che è certo è che si tratta di un programma totalmente irricevibile dal blocco dominante, semplicemente inammissibile per i vertici dell'Unione europea. Ed è questo il nodo, perché non si vede come si possa realizzare la riforma della Fornero e l'introduzione di reddito e pensione di cittadinanza senza disobbedire al "vincolo esterno". Ma nel programma c'è qualcosa di più. C'è l'assunzione di diverse battaglie di questi anni, dall'acqua pubblica al rifiuto di Ttip e Ceta, dal principio della sovranità alimentare al no alla "Buona scuola" di Renzi. C'è infine la proposta di inserire nella Costituzione il principio della sua prevalenza sui trattati europei. E' poco? Non direi, visto che basta e avanza per aprire finalmente la battaglia per l'indipendenza e la sovranità nazionale del Paese. Indipendenza e sovranità che non potranno fare a meno di un potente intervento dello Stato nell'economia. Su questo il programma dice e non dice, ma se da lì non si passa non si vede proprio dove il governo gialloverde possa arrivare.

4. Il nodo europeo


Dopo una campagna elettorale insulsa come poche, i tre mesi trascorsi dalle elezioni hanno mostrato a tutti la centralità del nodo europeo. Se le prime bozze dell'accordo M5S-Lega ruotavano attorno alla questione (regole per l'uscita dall'euro, ipotesi di sterilizzazione del debito italiano posseduto dalla Bce, eccetera), ci ha pensato Mattarella a chiarire l'effettiva posta in palio. La contestuale drammatizzazione mediatica ha sì forzato i termini della discussione — ad esempio, chiedere norme per l'abbandono volontario della moneta unica non vuol dire lavorare da subito per l'uscita, come invece si è voluto far credere — ma ha contribuito ancor di più ad esplicitare i termini dello scontro. Alla fine della fiera tutto è risultato più chiaro a milioni di persone, che adesso sanno qual è il bivio che abbiamo di fronte: o un'Italia che inizia a riconquistare crescenti quote di sovranità, o un Paese destinato alla stagnazione ed al declino, dominato da una casta privilegiata asservita alla Germania pur di stare nella gabbia dell'euro.


5. Il golpismo del Quirinale


Adesso sembra passato tanto tempo, ma solo dieci giorni fa, il 27 maggio scorso, l'azione di Mattarella ha completamente debordato dalla sua funzione istituzionale. A dispetto dei tanti difensori, del coro unanime dei giornaloni, dell'arrampicarsi sugli specchi di certi costituzionalisti, la sua azione si è posta completamente al di fuori della Costituzione, visto che la pretesa di dettare la linea politica del governo contrasta alla radice con i principi di una democrazia parlamentare. Quello della sera del 27 maggio è stato, a tutti gli effetti, un discorso da capo-partito (altro che super partes!), con il quale Mattarella — facendo del Quirinale un avamposto dell'occupazione euro-germanica del Paese — ha preso il posto, dandogli la linea, delle sfiatate forze dell'opposizione (Pd e Forza Italia in primo luogo) battute alle elezioni, ma oggi ancor più deboli nella società. Sulla gravità di questi eventi non mi dilungo, rimandando a quanto scritto a caldo da Programma 101 e da quanto abbiamo ricordato sulle analogie con il caso Cossiga del 1991. Certo è che, al di là del successivo e pasticciato compromesso, la forzatura mattarelliana un risultato l'ha comunque raggiunto: quello di aver affermato de facto uno strabordante potere presidenziale, per di più di un presidente non eletto dai cittadini.

6. Il compromesso



L'azione quirinalizia è però riuscita soltanto a metà. La buffonata dell'incarico a Cottarelli, seguito al veto nei confronti di Paolo Savona, non è stato un semplice fallimento, bensì un totale buco nell'acqua. Mai si era visto un presidente incaricato con zero voti parlamentari! Da lì la repentina retromarcia del Mattarella, che ha portato con sé altri due dietrofront: quello di M5S sulla più che giustificata richiesta di impeachment, quello di Salvini sul nome di Savona. Al di là di possibili retroscena che non conosciamo, capire le ragioni di questo compromesso è essenziale al fine di inquadrare correttamente l'attuale situazione. A mio parere si è trattato del più classico degli stalli, un pareggio dovuto al fatto che né il fronte sistemico, né la maggioranza gialloverde, avevano (ed hanno) la forza per imporsi davvero sull'avversario. La vicenda dello spread è stata in questo senso emblematica. Scatenata dalla drammatizzazione del Mattarella, la speculazione sui titoli del debito italiano non si è certo fermata con l'incarico a Cottarelli, mentre i sondaggi d'opinione evidenziavano i crescenti consensi dell'asse M5S-Lega, perfino a dispetto dell'insipienza mostrata nell'occasione. Una prova assai interessante di come la paura — l'arma fondamentale delle élite — non può sempre vincere ogni battaglia.

7. Il banco di prova della Legge di Bilancio



Adesso che il compromesso si è realizzato, con tutte le sue inevitabili ambiguità, a partire dall'apparente insignificanza del ministro dell'Economia prescelto, è evidente quale sia il prossimo snodo di una partita tutta da giocare. La Legge di Bilancio, per la portata dei suoi contenuti, come pure per il suo significato simbolico, ci dirà molto sugli effettivi rapporti di forza, sulla determinazione delle forze di governo, sul tipo di confronto-scontro che andrà ad aprirsi con l'Unione Europea. Conterrà questa legge la riforma della Fornero ed il reddito di cittadinanza? Se la risposta sarà un sì, come ci auguriamo, inevitabile l'apertura di un duro scontro con Bruxelles. Scontro sostenibile con una forte mobilitazione popolare, che su due temi come questi potrebbe anche rivelarsi possente. Insostenibile invece — al di là della nostra netta opposizione politica e di principio — uno scontro che si fondasse sulla flat tax, dato che se l'austerità deve finire, questa fine non potrà che iniziare dal sostegno dei redditi delle fasce medio-basse, non di quelle che stanno in alto. Notizie di ieri fanno intravvedere un primo parziale ripensamento sul punto. Meglio così. In ogni caso ben poco si potrà fare, anche in termini di alleggerimento fiscale, senza rivedere la curva del rapporto deficit/pil prevista dal precedente governo d'intesa con l'UE. Secondo il DEF del duo Gentiloni/Padoan, il deficit dovrebbe passare dal 2,3% del 2017 all'1,6% nell'anno in corso, per poi scendere addirittura allo 0,8% nel 2019. Un trend chiaramente recessivo che il governo dovrà rovesciare, riportandosi almeno nelle vicinanze del 3%. Il recupero di due punti percentuali equivarrebbe infatti a circa 35 miliardi, una cifra con la quale si potrebbero fare molte cose, facendo ripartire la crescita e l'occupazione, stabilizzando al tempo stesso il debito in rapporto al pil. 



8. O la ribellione alle regole europee o la morte prematura del governo Conte




Che questa sia la vera alternativa non ci sono dubbi. Certo, nelle forze dell'attuale maggioranza tante sono le incertezze, per tacere delle ambiguità. Ma il punto non può sfuggire a nessuno. Ecco perché noi pensiamo che lo scontro ci sarà. Che poi si presenti in termini più o meno duri dipende da tanti fattori, anche dalla tattica che verrà scelta dalle oligarchie euriste. Tattica che teoricamente potrebbe andare da una linea di lento logoramento ad un'altra di delegittimazione immediata del governo gialloverde, con in mezzo diverse possibilità intermedie. Chi scrive propende nettamente per l'ipotesi di uno scontro assai rapido, sostanzialmente — mutatis mutandis — sul modello greco del 2015. E' questo lo scenario di gran lunga più probabile, figlio del desiderio di rivincita delle élite, della volontà di colpire il governo bi-populista prima di un suo possibile consolidamento. E' questo dunque lo scenario a cui prepararsi in vista dell'autunno. 

9. Un governo inadeguato allo scontro, ma ci sono alternative?


Eccoci così giunti al cuore del problema. Lo scontro ci sarà ed il governo in carica non è certo il più adatto per reggerlo. Ma è inutile dire come nell'immediato non siano in campo altre alternative. Che fare allora? Chi è consapevole della posta in gioco non può avere dubbi, non potrà restare neutrale. Se è ovvio che si debbano non solo criticare, ma contrastare fortemente gli aspetti negativi dell'azione di governo, ancor più ovvia è la collocazione delle forze della sinistra patriottica nel fronte nazionale che si oppone al dominio euro-tedesco. Se poi, disgraziatamente, le forze principali di questo fronte — quelle oggi al governo — dovessero venir meno alla loro funzione nazionale, non resterebbe allora che denunciarne le gravi responsabilità, il loro tradimento. Ma noi non siamo tra quelli che si augurano un esito simile.

10. Facile (e sbagliato) dire "fascismo"


Sappiamo bene come questo nostro ragionamento sia del tutto opposto a quello dominante dalle parti della sinistra sinistrata, dove ormai si è del tutto incapaci di ragionare in termini di classe, di vedere quali sono gli interessi del popolo lavoratore, quale la natura del blocco sociale che sostiene il tentativo di cambiamento del governo gialloverde. Non è questa la sede per approfondire le bestialità teoriche e politiche che abbiamo avuto la ventura di sentire in questi giorni, ma qualcosa va pur detto anche qui. 

In certi ambienti la parola "fascismo" ha un suono davvero tranquillizzante. Ed anziché esaminare — per svolgere al meglio la propria azione di contrasto — cosa è oggi la destra, che cos'è e perché è radicata la xenofobia, da cosa nascono e come si possono affrontare le tendenze securitarie, ecco che si vorrebbe tutto risolvere con il rauco grido di "fascismo" rivolto a tutto e tutti — nel caso specifico non solo alla Lega ma pure ad M5S — in maniera confusa ed incomprensibile a 9 persone su 10. Avendo perso ogni rapporto con il fascismo realmente esistito, i termini "fascismo" e "antifascismo" vorrebbero ormai designare una sorta di opposizione etico-morale tra "buoni" e "cattivi". Avendo nei fatti sposato il cosmopolitismo delle élite, ed avendo così lasciato principalmente alla destra il tema dell'interesse nazionale (che è oggi in primo luogo interesse del popolo lavoratore) la sinistra sinistrata è ben felice di marciare accanto a Renzi, Mattarella, Macron, Merkel e Soros. 

Non avendo più una sua autonoma visione della società futura, avendo ormai sostituito la prospettiva del socialismo con quella multicolore dei "diritti civili", la sinistra sinistrata è del tutto spaesata nell'attuale scenario. Uno spaesamento che del resto fa coppia non casuale con il sostanziale azzeramento del consenso (non solo quello elettorale). Ecco allora la straordinaria utilità del "fascismo", la cui semplice evocazione vorrebbe ridare una qualche ragione all'esistenza in vita di formazioni ormai morte nell'anima. Si tratta in tutta evidenza di un'utilità psicologica, non certo politica. Ma per costoro è sempre meglio di niente

martedì 5 giugno 2018

IL DIAVOLO DI SAN FERDINANDO


[ 5 giugno 2018 ]




Sacko Soumayla, migrante e proletario maliano di 29 anni, avanguardia sindacale dei braccianti del vibonese, è stato ammazzato con una fucilata di precisione. Difficile pensare che non si tratti di un omicidio politico.

L'assassinio ci riporta ad un precedente, alla rivolta di Rosarno, sempre nel Vibonese. Era il gennaio del 2010. Riportavano le cronache:

«Momenti di tensione a Rosarno (Rc) nella serata del 7 gennaio. Scene di guerriglia urbana da parte di alcune centinaia di lavoratori extracomunitari impegnati in agricoltura e accampati in condizioni disumane in una vecchia fabbrica in disuso e in un’altra struttura abbandonata. A fare scoppiare la protesta il ferimento da parte di persone non identificate di alcuni cittadini extracomunitari con un’arma ad aria compressa».

Riportiamo quanto scrivemmo allora...



La "guerra tra poveri", lungamente evocata, è quindi ufficialmente cominciata.

Tutto è partito dall'ennesima aggressione di alcuni teppisti bianchi contro alcuni indifesi proletari neri. Tutto è partito in una cittadina calabrese, ovvero in una regione che è la più povera e devastata del paese. Una regione dove capitalismo, politica e cosiddetta criminalità organizzata cono intrecciati in maniera indistricabile. Un'area dove l'agricoltura sopravvive grazie ad un sistema neo-schiavistico di sfruttamento. Un paese, Rosarno, dove mille e cinquecento immigrati di colore, oltre ad accettare paghe orarie da fame, vengono reclusi come bestie in tuguri fetidi.
Smettiamola di fare gli scongiuri contro l'intolleranza e il fascismo.

Smettiamola per favore di parlare di razzismo!
E smettiamola di usare il paravento della 'ndrangheta.
Qui siamo in presenza di un fenomeno terribile quanto completamente nuovo, che obbliga a riadeguare analisi sociale, paradigmi interpretativi, nonché il nostro stesso vocabolario sociale e politico.

I giovani (bianchi) che a intermittenza aggredivano i braccianti (neri), quelli che strutturati per bande, sin da ieri notte hanno tentato di rispondere alla legittima rivolta (gli è stato impedito dalla polizia), gli stessi che da stamattina hanno ripreso il controllo della cittadina, bloccando la statale e occupando il comune, non sono degli "sgherri fascisti", non sono aguzzini al servizio del capitale e degli agrari locali, né scagnozzi manovrati dalla questura. Né sono giannizzeri aizzati dalla 'ndrangheta, che ha invece interesse, proprio come la morigerata borghesia padana, alla pace sociale e al buon rendimento dei suoi soldi "sporchi" riciclati nell'agricoltura (non confondete la 'ndrangheta con quell'accozzaglia che va sotto il nome di "camorra", o i fatti in corso a Rosarno con l'eccidio di Castel Volturno)

Chi vuole consolarsi con queste categorie faccia pure, ma non tirerà un ragno fuori dal buco. La stessa accusa di razzismo è ormai niente di più che una floscia convenzione semantica. Qui non siamo più in presenza del classico clichè per cui dei bianchi "per bene", più o meno in alto sulla scala sociale, guardano dall'alto verso il basso l'immigrato e ne chiedono la ghettizzazione. Qui l'odio xenofobo per il colore della pelle si accoppia col disprezzo più viscerale verso i proletari immigrati, ovvero i deportati dall'imperialismo. Un'odio raddoppiato, esplosivo, carico di violenza. Qui si esprime la rabbia dei bianchi morti di fame, la barbarie purulenta e morbosa dei parvenu falliti, di una generazione che sognava di essere fuoriuscita dal proletariato e che si ritrova invece emarginata, spappolata, senza futuro. 

Ma questo alibi non è sufficiente ad assolvere la marmaglia bianca. Prendersela con chi, oltre che più povero, vive in condizioni spaventose e, lontano dai suoi affetti e dalla sua terra natia, si guadagna il pane col sudore della fronte, merita non solo il più deciso disprezzo, merita un sacco di legnate. Poiché le legnate, contrariamente a quanto pensano certi pacifisti, hanno, e come! un indiscutibile valore pedagogico. Nessuna rivoluzione in questo paese sarà possibile senza domare e contrastare le pulsioni di morte, senza ricordare ai proletari bianchi chi essi fossero e da dove vengono, senza un risveglio delle coscienze, che non avverrà coi libri o con gli appelli, ma nel fuoco di uno scontro sociale furibondo.

E la sinistra e i cristiani decidano, se vogliono stare con gli schiavi in rivolta, o se, paolinamente, vogliono legittimare lo schiavismo, il rispetto di Cesare, e inculcare l'obbligo della sottomissione al padrone e alle sue leggi.

Vi saranno i dotti che ci suggeriranno, nello scontro tra due disperazioni, nella guerra tra poveri, di prendere una posizione equidistante, neutrale, equivicina, indifferentista.
Impossibile! Ce lo impedisce non solo la nostra coscienza, ce lo impedisce la ragione politica. Una battaglia di strada non è un alterco da bar, o un'oziosa contesa parlamentare. E' il terreno in cui cittadini di norma assopiti, piegati da lavoro o rimbambiti dalle tv, annunciano il loro risveglio, agiscono collettivamente, costruiscono solidarietà e organizzazione, sondano la propria forza e quella dei nemici. In poche parole le battaglie di strada non hanno solo un altissimo valore simbolico, sono una vera e propria scuola, una palestra politica e di vita nella quale pochi giorni possono avere il valore di molti anni di quiete.

E' dalla parte dei braccianti neri che occorre stare, senza se e senza ma. Essi si sono autorganizzati per dare una lezione a gente che è stata silente davanti alle aggressioni subite, a gente che li emargina e li calpesta come esseri umani, che li tratta come cani randagi. Bene hanno fatto a ribellarsi, dimostrando che se essi sono esseri umani gli altri sono solo dei maiali.

Sono dalla loro parte la giustizia, la dignità e pure il diritto. La loro rivolta ha quindi un significato enorme. Chi non ha venduto l'anima al diavolo ha capito, ha capito che se si ribellano gli ultimi, i più deboli e indifesi, allora insorgere contro l'oppressione non solo è sacrosanto ma anche possibile. Una loro sconfitta, una loro umiliazione, il loro isolamento come appestati, avrebbe un significato altrettanto nefasto: che non si riuscirebbe a scalfire il putrido blocco sociale che va da Berlusconi fino all'ultimo morto di fame che sogna di diventare come lui, passando per quello sterminato e smidollato ceto medio abbarbicato ai suoi comfort miserabili come un cane al suo osso rinsecchito.

Ci volevano uomini della Sierra Leone, del Ghana o della Nigeria a ricordarci che questa società è uno schifo, che il sistema è fradicio, che il capitalismo è criminogeno, che le istituzioni sono allo sbando e che la legge è pur sempre quella del più forte. Ci volevano loro a ricordarci che esistono la schiavitù malamente salariata e la lotta di classe. Non possiamo che dire loro grazie! Grazie per la vostra lezione politica e morale.

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