sabato 5 maggio 2018

LA SINISTRA PATRIOTTICA ITALIANA

[ 5 maggio 2018]



Queste Tesi sono state approvata dalla II. Assemblea del Movimento Popolare di Liberazione-Programma 101 svoltasi il 10 e l'11 marzo. E' disponibile in formato pdf  l'opuscolo: TESI E DOCUMENTI PROGRAMMATICI 2011-2018


*  *  *


(1) 
GLOBALIZZAZIONE AL TRAMONTO

Il lungo ciclo che va sotto il nome di “globalizzazione”, toccato il suo punto più alto con la dissoluzione dell’URSS e la trasformazione della Cina ingrande potenza capitalistica, si avvia al suo tramonto. Se il processo di globalizzazione dispiegata è riuscito a dilagare anche nel nostro Paese, è perché le élite sono riuscite a nascondere la sua natura liberista e classista dietro alla maschera del progressismo cosmopolitico. Una delle chiavi di volta di questa narrazione ideologica è infatti la distopia di una irenica repubblica capitalistica mondiale. Il superamento degli stati nazionali era ed è non solo auspicato, ma considerato inevitabile. La stessa Unione europea veniva e viene ancora presentata ai cittadini come una tappa in questa direzione.

(2) 
LA CONTRADDIZIONE PRINCIPALE DI QUESTA FASE

Cosa effettivamente è accaduto con la globalizzazione? Attraverso un processo ineguale ma combinato, abbiamo un ordine imperialistico policentrico per cui un pugno di potenze hanno non solo preservato, ma rafforzato le loro prerogative sovrane, mentre la grande maggioranza degli stati nazionali ha progressivamente perduto sovranità, cedendola ai primi e/o, come nel caso dell’Unione europea, ad organismi oligarchici sovranazionali. Di qui la contraddizione principale di questa fase: quella tra il pugno di paesi dominanti e le nazioni dipendenti e semi-dipendenti le cui forze produttive sociali non possono più crescere a causa dei ceppi che le incatenano —dinamica che all’interno della Ue vede i contrasti tra i paesi “core” e quelli bollati già “periferici” e, dalla Bce, denominati “vulnerabili”. Questa contraddizione principale si porta appresso un secondo aspetto: l’opposizione, all’interno degli stessi paesi soggiogati, tra la grande maggioranza dei cittadini e le frazioni più potenti e globaliste delle borghesie autoctone le quali, come nuove borghesie compradores, fungono da intermediari della rapina ai danni dei nazioni.

(3) 
UNIONE EUROPEA E GRANDE GERMANIA

L’Unione europea, edificata con l’ambizione di dare vita al principale polo imperialistico mondiale (nell’illusione che gli USA avrebbero accettato di spartire il mondo in more uxorio) traballa per diverse ragioni, una delle quali è che essa ha accresciuto gli squilibri tra gli stati, tra il centro tedesco e le diverse sue “periferie” le quali, private delle loro sovranità, possono sviluppare solo quelle forze produttive sociali funzionali alla macchina mercantilistica tedesca ed ai conglomerati finanziari carolingi. Il predominio della Grande Germania riunificata, stato-potenza egemone della Ue, siccome tende per sua natura a germanizzare, a soggiogare le altre nazioni, è concausa del tramonto della Ue ed accentua il contrasto tra le spinte centrifughe e quella centripeta. Ultimo ma non meno importante: il predominio tedesco ha il fiato corto perché la Germania, oggi come ieri, è incapace di trasformare il suo predominio in vera egemonia continentale.

(4) 
IL DESTINO DELL’ITALIA

Anche l’Italia ha subito questo processo di desovranizzazione e spoliazione, reso possibile dall’abdicazione delle élite intellettuali nostrane e dall’accettazione del comando esterno da parte della grande borghesia italiana. Esse hanno consegnato alla Germania ed alle sue agenzie eurocratiche le decisive  leve di comando. Il parlamento è diventato un simulacro, i politici di regime dei Gaulaiter, mentre lo Stato, già sovrintendente territoriale dello spazio giuridico imperiale a guida geopolitica americana, è diventato locale custode del protettorato tedesco. In queste condizioni, se non spezza la catena euro-liberista, l’Italia corre addirittura il rischio di spezzarsi come nazione unitaria, con un Nord agganciato alla locomotiva tedesca e il Mezzogiorno lasciato alla deriva, in mano al capitalismo mafioso.

(5) 
IL RITORNO DEGLI STATI NAZIONE

Il tramonto della globalizzazione non solo frena le ambizioni imperialistiche tedesche, alimenta la spinta opposta, quella che vede gli stati nazionali recuperare le loro sovranità, erigere proprie barriere difensive contro il libero scambismo selvaggio ed il mercantilismo che sono i vettori del dominio dei grandi conglomerati finanziari. Quando un edificio crolla restano le sue fondamenta. La dissoluzione della Ue dimostrerà che gli stati nazionali su cui si sorregge restano per i popoli la sola base per ricostruire le loro società. Il ritorno degli stati nazione sulla scena ha molteplici ragioni, guai a non comprenderle. Esse sono molteplici: economiche, geopolitiche, storico-culturali, religiose e psicologiche. Due spiccano su tutte: da una parte le forze produttive dei paesi dipendenti (eccetto quelle che avanzano e fanno profitti grazie alla globalizzazione) tendono ad autodifendersi invocando la protezione statuale; dall’altra le masse popolari (tranne i settori che traggono a loro volta vantaggi perché al servizio delle frazioni globaliste della borghesia) invocano sicurezza, lavoro, dignità, stato sociale.

(6) 
IL RISVEGLIO DEI NAZIONALISMI


Questo conflitto, manifestazione della contraddizione di fase principale, spiega il risveglio dei nazionalismi, sia in versione fascistoide che liberista, tutti accomunati da comuni denominatori revanchisti, autoritari e xenofobi. Il nazionalismo avanza perché fa incontrare e offre un orizzonte di senso a queste due spinte. Ne ricava maggiore forza grazie ad una narrazione opposta a quella cosmpolitica: contro l’umiliazione esibisce la volontà di riscatto, all’atomizzazione sociale oppone l’identità collettiva, contro lo spaesamento globalista insiste sul senso di appartenenza alla patria, alla società multietnica oppone il mito della nazione come comunità, al disordine oppone l’ordine. L’ostinazione delle élite eurocratiche a proseguire sulla strada della centralizzazione e della demolizione degli stati nazionali, lungi dall’indebolire i nazionalismi, li alimenta. Come in ogni grande crisi, in ogni fase di passaggio da un regime ad un altro, vale il principio per cui le energie scatenate dagli interessi sociali e di classe sono condannate a volatilizzarsi se non vengono incanalate, indirizzate strategicamente. E’ qui che entrano in gioco le ideologie, le visioni del mondo, le idee forti, religiose o secolarizzate che siano. Il nazionalismo, in società dominate dal nichilismo valoriale, è un’idea forte desinata ad accrescere la sua presa sulle larghe masse, anzitutto sui settori sociali più deboli, proprio quelli che dovrebbero fungere da forza motrice della trasformazione socialista della società. Contrastare dunque i nazionalismi avanzanti ma come?

(7) 
SEPARARE QUINDI UNIRE

Le sinistre occidentali, sistemiche e radicali, avendo avallato o addirittura sostenuto la globalizzazione e il disegno euro-liberista, hanno contribuito a spianare la strada a questi nazionalismi e saranno messe all’angolo. Con il suo internazionalismo dottrinario, col suolottaclassismo prepolitico anche l’estrema sinistra si è resa corresponsabile. Non si contrastano i nazionalismi facendo esorcismi, demonizzandoli, facendo dell’internazionalismo un totem e della nazione un tabù. Una via sicura per lasciare campo libero alle destre nazionaliste è consegnare loro il monopolio della battaglia patriottica, facendo spallucce davanti al ritorno sulla scena degli stati nazione, peggio ancora, apparendo subalterni alle élite neoliberiste, che restano il nemico principale dei popoli. Errore madornale, dunque, condannare come univocamente reazionarie le pulsioni sociali e ideali che alimentano i nazionalismi. Occorre invece distinguere e separare il carburante,  le spinte sociali e ideali che alimentano i nazionalismi — la difesa delle forze produttive nazionali dalla predazione imperialistica esterna ed il desiderio di sentirsi parte di una comunità solidale — dalle formazioni nazionaliste che puntano a diventare il comburente. Bisogna quindi tenere assieme questione nazionale, questione di classe e questione democratica, insistendo sul principio che non ci sarà emancipazione sociale senza liberazione nazionale.

(8) 
PATRIOTTISMO REPUBBLICANO

Per contrastare i nazionalismi si deve sfidarli sul terreno dell’egemonia: mito buono contro mito cattivo, radici rivoluzionarie contro quelle reazionarie, narrazione sana contro narrazione tossica, identità etnica contro identità politica, comunità forte contro comunità debole. Al mito cattivo dell’Italia guerriera, annessionista, fascista e imperiale, noi opponiamo quello buono dell’Italia come faro di civilizzazione universale, ruolo che la nostra Patria ha saputo esibire nei momenti più alti della storia mondiale. Alle radici reazionarie del nazionalismo, proprie delle destre che ebbero la meglio dopo il Risorgimento e che le classi dominanti utilizzarono per giustificare, oltre agli innumerevoli crimini contro il popolo, i propri appetiti imperialistici, noi opponiamo quelle rivoluzionarie e democratiche dei padri nobili ed dei martiri della Patria. Alla narrazione nazionalista che esalta le gesta dell’Italia monarchica e fascista, con tutto il loro corollario di nefandezze, noi opponiamo il patriottismo popolare che dalle correnti democratiche del Risorgimento passa al movimento operaio, e di lì alla Resistenza antifascista che riscatterà l’onore del Paese e che s’incarnerà nella Costituzione repubblicana. All’identità etnica fondata sul sangue, sul suolo e sul destino, noi opponiamo quello della Patria come associazione politica di liberi e uguali, quale che sia la loro “razza”, provenienza, confessione ideologica o religiosa. Debole e fallace è la comunità dilaniata dai contrasti sociali, di casta, di classe, etnici, e dove ristrette élite hanno il monopolio delle leve di comando. Forte è invece quella patria dove sovrano è il popolo, dove i più forti non opprimono i deboli, dove non ci sono privilegi e conflitti sociali, dove lo Stato garantisce la sicurezza generale e difende come inviolabili i diritti di libertà della persona e delle minoranze.

(9) 
RIVOLUZIONE DEMOCRATICA

Non passerà molto tempo che il futuro del paese sarà deciso dallo scontro tra i due fronti opposti: quello del nazionalismo reazionario e imperialista (sia esso dominato da neoliberisti o neofascisti) e quello del patriottismo repubblicano e internazionalista. Occorre dunque costruire un grande partito (con i suoi diversi strumenti) che intercetti i sentimenti nazionali risorgenti tra il popolo e riesca ad indirizzarli verso il solo esito che potrà determinare la grande svolta, la sollevazione popolare. Abbiamo segnalato i due aspetti della contraddizione: le destre vorranno tenerli separati in modo oppositivo, facendo leva sul primo a spese del secondo. Noi dobbiamo invece tenerli concatenati: sollevazione per liberare il Paese dal dominio esterno e lotta per strappare il potere alle élite dominanti senza la cui collaborazione fattiva questo dominio non ci sarebbe. Sarà quindi, quella italiana, una rivoluzione democratica e patriottica. Sorgerà per tempo, prima di un altro 8 settembre, un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale? Riusciremo ad evitare di cadere, come successo in Grecia, in un regime di protettorato? Forse no, forse, come altre volte capitato al nostro Paese,  la sollevazione seguirà la catastrofe nazionale e il popolo dovrà ricostruire il Paese sulle sue macerie. Sia come sia noi dobbiamo fare la mossa strategica da cui tutto il resto dipende, diventare i campioni della battaglia patriottica contro l’aristocrazia finanziaria predatoria esterna e le élite economiche e politiche italiane ad esse asservite. Solo a questa condizione potremo far sì che la rivoluzione democratica e costituzionale possa costituire il punto d’appoggio per quella socialista, visto che solo un Paese socialista potrà essere davvero sovrano.

venerdì 4 maggio 2018

DUE BOIATE PAZZESCHE di Leonardo Mazzei

[ 5 maggio 2018 ]


A proposito delle bufale quirinalizie — con una domanda ad Alberto Bagnai...

«Si giustifica il rinvio sine die delle elezioni con due motivazioni: che l'Italia rischierebbe altrimenti di non essere adeguatamente rappresentata al vertice europeo di fine giugno; che non si riuscirebbe a disinnescare le clausole di salvaguardia dell'IVA. Due boiate pazzesche, avrebbe detto il compianto Paolo Villaggio. Purtroppo due boiate sulle quali né Salvini né Di Maio hanno ancora detto nulla».

E' tempo di bufale. Bufale mediatiche, ma di matrice quirinalizia. La crisi politica si incancrenisce e un nuovo voto si imporrebbe, ma lorsignori temono la democrazia e vogliono guadagnare tempo. Per giustificare la manovra raccontano allora una balla dietro l'altra: che non si potrebbe votare prima dell'estate, ma adesso neppure in autunno, che si imporrebbe perciò un'ammucchiata denominata "governo del presidente". Di tutto ciò ci siamo già occupati 3 giorni fa. Ci torniamo sopra per mettere ancor più in luce alcune delle mistificazioni che vanno per la maggiore in questi giorni sui media. Due in particolare: quella riguardante il vertice europeo di fine giugno; quella concernente le cosiddette "clausole di salvaguardia" sull'IVA. 


Nell'articolo già citato ho sostenuto una tesi secca: che non esiste nessun "governo del presidente", che ormai l'alternativa è solo tra nuove elezioni od un governo destra-Pd. E che dunque la scelta definitiva è sostanzialmente nelle mani di Salvini. Mi pare che gli avvenimenti degli ultimi due giorni confermino quell'analisi. 

La direzione del Pd si è conclusa con un esito che si può sintetizzare in tre parole: comanda Renzi, stop. Il quale Renzi conterebbe però sulla proposta quirinalizia del presunto "governo di tregua", che secondo lui - così almeno dicono i giornalisti esperti di retroscena - alla fine ingloberebbe anche M5S. Cosa di cui il sottoscritto dubita invece assai, per il banale motivo che tutta la dirigenza pentastellata non fa altro che ripetere il suo no ad ogni ipotesi di questo tipo.  

Dunque si torna sempre lì, a cosa vorrà fare Salvini davanti alla prospettiva di un governo destra-Pd che dovrebbe predisporre e poi votare una Legge di bilancio di certo non leggera. Il leader della Lega dice di non voler fare governi con il Pd, ma vorrebbe l'incarico per andare in parlamento a cercar voti. Ma i voti non son funghi, l'ha detto lui stesso qualche tempo fa, ma nel caso li trovasse sarebbero solo funghi velenosi targati Partito Democratico. L'uomo non è certo stupido e queste cose le sa, ma il tempo dei tatticismi è finito anche per lui.

In attesa di vedere come andranno le cose, occupiamoci intanto delle bufale di cui abbiamo detto all'inizio. Si giustifica infatti il rinvio sine die delle elezioni con due motivazioni: che l'Italia rischierebbe altrimenti di non essere adeguatamente rappresentata al vertice europeo di fine giugno; che non si riuscirebbe a disinnescare le clausole di salvaguardia dell'IVA. Due boiate pazzesche, avrebbe detto il compianto Paolo Villaggio. Purtroppo due boiate sulle quali né Salvini né Di Maio hanno ancora detto nulla.

Boiata n° 1 - Il Consiglio europeo del 28-29 giugno ci viene presentato come storico, ma non lo sarà. Le idee di riforma di Macron sono già state frenate dalla Germania, che punta a rimandare questa discussione a dopo le elezioni del parlamento di Strasburgo del maggio 2019. Campa cavallo, che la storia può attendere... 

Il perché di tanta insistenza sul vertice di giugno una ragione però ce l'ha, ma niente ha a che fare con la storia. Al Quirinale, come a Bruxelles, vorrebbero un governo che garantisse una robusta manovra di bilancio. Più che la storia gli interessa la cassa. Ma se è così, come si fa a parlare di "governo di tregua", quando si tratterebbe invece di disegnare un profilo politico del tutto in linea con quello dei precedenti governi, e dunque del tutto opposto alle indicazioni del voto del 4 marzo?

Si obietterà che questo tradimento della democrazia rischia di esserci comunque, anche con un governo che avesse il solo compito di preparare le elezioni. Non è così. E non è così perché nulla può vietare al parlamento di fornire dei precisi indirizzi a quel governo. Ed in quel caso una maggioranza M5S-Lega potrebbe votare un chiaro stop a nuove politiche di austerità.

Boiata n° 2 (la più grossa) - Il "disinnesco" della clausole di salvaguardia sull'IVA, recita la narrazione mainstream, verrebbe meno in assenza di un governo immediatamente in carica. Qui il trucco linguistico è nella parola "disinnesco". Insomma, sembra quasi che quelle clausole siano una bomba ad orologeria. Ma che siamo impazziti? Che forse l'IVA ce l'aumentano a Bruxelles con un comando automatico all'Agenzia delle Entrate? Eh no, cari, non siamo ancora a questo. Solo un provvedimento del governo, ratificato dal parlamento, può decidere l'aumento dell'IVA. Se il governo non lo fa, o il parlamento non lo ratifica (dunque M5S e Lega restano pur sempre decisivi), l'IVA non aumenta.

Ma questa è solo la prima parte del trucchetto insito nella parola "disinnesco". La seconda non è meno importante. Nell'idea di lorsignori quel "disinnesco" non è (come sarebbe necessario) annullamento delle clausole capestro imposte all'Italia. Non è lo stop alla politica dei sacrifici, ma semplicemente la sostituzione dei sacrifici derivanti dall'aumento dell'IVA con altri sacrifici (altri tagli, altre tasse) dello stesso importo. Stando a quanto scritto sul DEF si tratta di 12,4 miliardi di euro per il 2019, destinati a salire a 19,1 miliardi per il 2020. Sono pronti Lega ed M5S a votare una siffatta manovra?

Come si vede, si torna sempre lì. Ai nodi politici. Nodi che nessuna trovata quirinalizia potrà sciogliere. Perché il nodo vero si chiama euro(pa). Oggi, sia pure nel modo confusionario che più gli si confà, se ne è ricordato anche Grillo

In ogni caso chi vuole davvero battersi per il cambiamento, oggi non ha che da sostenere la scelta di nuove elezioni subito, impedendo la nascita di un governo destra-Pd fondato sulla pervicace volontà di ribaltare il verdetto delle urne. Governo che, ove nascesse, dovrebbe vedere subito in campo la più ampia opposizione popolare. 


PS
Una piccola noterella la voglio dedicare ad Alberto Bagnai. In un suo post di ieri, su Goofynomics, ha criticato la recente riesumazione del tema del "conflitto di interessi" riferita al solito Berlusconi. Personalmente ho scritto parecchi articoli sulla stupidità dell'antiberlusconismo, tanto più nel 2011 quando i poteri oligarchici lavorarono come sappiamo per passare dal Pagliaccio con la bandana al Killer dei mercati, al secolo Monti Mario. Adesso, però, siamo nel 2018, e quelle stesse oligarchie si affidano a Berlusconi sul fianco destro, così come contano sul Pd in quello che vorrebbe essere il loro fianco sinistro. Ora, siccome Berlusconi è in coalizione con la Lega, e Salvini non dà segni di volersene liberare, c'è o no qualche "piccolo problema" per chi da quelle parti vuole battersi contro il sistema dell'euro? A questa domanda, non ad altro, sarebbe bene rispondere.

IN PIAZZA CONTRO IL COLPO DI STATO di Ugo Mattei

[ 4 maggio 2018 ]


Pubblichiamo il discorso di Ugo Mattei [nella foto]  in occasione dell'incontro svoltosi alla Cavallerizza Reale di Torino, il 18 aprile 2018.

Mattei afferma (e noi siamo d'accordo) che col voto del 4 marzo il blocco di potere neoliberale e "tecno-fascista" che già era stato sconfitto nel 2011 (cioè l’asse Partito Democratico – Forza Italia,quell’asse di potere che ha ereditato attraverso Renzi la linea dell’austerità, proveniente dalle istituzioni internazionali) ha subito una nuova grande batosta. 

Sostiene quindi (e noi risiamo d'accordo):

 (1) che il blocco di potere, via Mattarella, tenterà di rimettere in sella un proprio governo neoliberista in barba alla volontà popolare e (2) che contro questo nuovo colpo di stato occorre scendere in piazza.

Era il 18 aprile quando Mattei diceva questa cose. Oggi si stanno avverando. Tutti danno per certo che Mattarella spinge per un governo capeggiato da "un tecnico di spessore internazionale per onorare gli impegni con l'Unione europea". M5S (e speriamo che tenga la posizione) si è messo di traverso. E' dunque da Salvini che dipende se avremo un nuovo colpo di stato. Senza i voti della Lega, infatti, nessun inciucio potrà avere il mandato del Parlamento...


giovedì 3 maggio 2018

SALENTO: XYLELLA ABBATTIMENTI ILLEGITTIMI

[ 4 maggio 2018 ]

Volentieri pubblichiamo un comunicato stampa contro la sentenza Tribunale amministrativo regionale di Lecce che consente gli abbattimenti a raffica degli ulivi infetttati da Xylella fastidiosa




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Se in Puglia se non si ferma il piano di abbattimento degli ulivi e distruzione della Biodiversità con Pesticidi …ed alla fine rimarranno solo gli insetti dannosi alle coltivazioni

La Xilella non è più un patogeno da quarantena, perché ormai è diffuso ovunque;
e non rappresenta la causa primaria dei disseccamenti degli ulivi
In ogni caso si cura con tecniche semplici e biologiche (Rame, Zinco, Microrganismi utili, potature annuali, sovesci, ecc)

Gli Ulivi vanno curati e non massacrati di sostanze chimiche o tagliati
I prati devono essere tutelati perché ospitano insetti utili e "distraggono" quelli dannosi e i vettori di malattie

Gli uccelli insettivori svolgono un ruolo importantissimo nel controllo biologico

FERMARE IL TAGLIO DEGLI ULIVI E' UN DOVERE COSTITUZIONALE

La Regione Puglia (come le altre regioni italiane) deve utilizzare i fondi PSR Regionale 2014-2020, obbligatori e prioritari per gli agricoltori (pagamenti per l'agricoltura biologica e per le azioni agro-climatico-ambientali), al fine di consentire le cure colturali degli Ulivi, elemento del paesaggio e di tutela dell'ambente (Art. 9 Costituzione) ai fini dello sfruttamento razionale dei suoli (Art. 44 Costituzione), rimuovendo gli ostacoli alla realizzazione sociale dell'attività economica (Art. 3 comma 2 Cost.) in campo agricolo. Tutelando la salute dei cittadini (Art. 32 Cost.)

I Sindaci in qualità di tutori della salute dei propri territori comunali, si attivino contro il taglio degli ulivi e l'impiego di pesticidi cimici, dichiarando i Terriotori Biologici.
In tal modo gli agricoltori, oltre ad ottenere la compensazione di tutti i maggiori costi e mancati ricavi (calcolati sul 30-40% della produzione), più le spese burocratiche e quelle di certificazione biologica, otterranno una maggiorazione del 30% di tale pagamento di servizio alla collettività, grazie all'azione collettiva che viene a realizzarsi con il "Bioterritorio Comunale".

Si attivino i cittadini e le associazioni per i necessari ricorsi alle autorità competenti, amministrative, civili e penali.

Giuseppe Altieri, Agroecologo
Ass. Attuare la Costituzione
Comitato Scientifico dell' Ass. Cibus in Primis

LA CAZZATA DI DIEGO FUSARO di Sandokan

[ 3 maggio 2018 ]

Qual è la notizia (infausta) del giorno? 
Che Diego Fusaro ha pisciato fuori dal vaso.

Egli ha inaugurato, sul sito di riferimento di Casa Pound IL PRIMATO NAZIONALE, una propria rubrica dal titolo "la ragion populista". In parole povere ha avviato un rapporto di collaborazione politica con la formazione neofascista.
Fusaro c'è ricascato, ma stavolta con tutti e due i piedi.

Ricordo la vicenda, del febbraio 2014, quando il Nostro accettò e poi rifiutò di presenziare un incontro pubblico promosso da Casa Pound nella sua sede centrale romana. Dovendo spiegare la sua decisione di accettare l'invito dei neofascisti, Fusaro si difese sostenendo che egli considerava "patetico lo scontro tra fascisti e antifascisti", visto che "..il fascismo è morto nel 1945 e il comunismo nel 1989", che "la contraddizione principale è quella col capitalismo finanziario". 

Questo blog, occupandosi di quella triste vicenda metteva in guardia il Nostro: 
«Pur respingendo ogni paranoia antifascista ricordiamo a Diego che l'esistenza di una contraddizione fondamentale non cancella quelle secondarie, che infine esistono circostanze in cui, certi nemici secondari, vanno evitati più ancora che quelli principali».
Fusaro si difenderà, anche questa volta, ripetendo ciò che disse in quel frangente: 
«Essendo io un allievo di Socrate, non posso che dialogare con tutti, e che... posso parlare con un fascista rimanendo fermo sulle mie posizioni". 
C'è dialogo e dialogo. C'è quello coi compagni e gli alleati. C'è, sicuro, anche quello, ove le circostanze lo obblighino, con questo o quel nemico. Ognuno capisce che si tratta di due cose molto, molto differenti. Ma qui, caro Fusaro, sei andato ben oltre il "dialogo", hai aperto una rubrica sul sito di Casa Pound, il che implica aver avviato formalmente una collaborazione politica. La qual cosa ci dice quali siano le tue posizioni politiche e la tua visione del mondo molto meglio e più precisamente di quanto dica la tua televisiva teoresi filosofica. 

Ne prendiamo atto, non senza segnalare che proprio questo tuo fare comunella con i neofascisti sortirà (e non puoi non saperlo) un duplice effetto: ti chiuderà le porte al "dialogo" con i tanti antifascisti sani di mente e darà ora la stura alla mandria di sinistrati che grideranno alla incombente minaccia del... rossobrunismo. 

Parafrasando Cartesio, Ille collaborat, ergo est, che in gergo potremmo tradurre Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.



GAZA: "GAMBIZZATELI TUTTI!" di Angelo Stefanini

[ 3 maggio 2018 ]

«L’esercito israeliano prima si è preso le sue gambe, poi la sua vita.” Così nel dicembre 2017 Haaretz[20] titolava la notizia che un tiratore scelto aveva ucciso Ibrahim Abu Thuraya, un doppio amputato di Gaza, mentre protestava dalla sua sedia a rotelle vicino al confine israeliano. “Il cecchino israeliano non poteva mirare alla parte inferiore del corpo della sua vittima – Ibrahim Abu Thuraya non ne aveva una. Aveva perso entrambe le gambe durante un attacco aereo israeliano durante l’operazione Piombo Fuso nel 2008».

La campagna di gambizzazione contro la protesta palestinese"

Dal 30 marzo, nella Striscia di Gaza ha luogo ogni venerdì una mobilitazione popolare senza precedenti, chiamata la Grande Marcia per il Ritorno, che vede migliaia di palestinesi di tutte le età e fazioni politiche manifestare in modo nonviolento per il diritto al ritorno nelle terre da cui sono stati cacciati[1] e per denunciare le terribili condizioni di vita cui sono costretti nella più grande prigione a cielo aperto del mondo. La protesta intende continuare fino al 15 maggio, il 70° anniversario dell’inizio della Nakba (Catastrofe) palestinese.

Come risposta, il governo israeliano schiera sul confine decine di cecchini che sparano sulla folla proiettili veri, di gomma e bombe lacrimogene uccidendo, a tutto il 25 aprile, 40 persone e ferendone 5.511,[2] di cui 1.499 ricoverati in ospedali governativi.[3] Nonostante la maggior parte dei media, italiani e internazionali, presentino queste proteste come “scontri” tra due forze simmetriche, le manifestazioni avvengono a circa 500-700 metri dalla recinzione militarizzata con Israele, in cinque diverse località distribuite lungo la frontiera (Figura 1).


Figura 1. Morti e feriti palestinesi nelle dimostrazioni dal 30 marzo al 23 aprile.

L’uso di forza sproporzionata e letale non è certamente estraneo all’esercito israeliano, ma questa è la prima volta in cui i soldati sparano su folle di persone disarmate come in un macabro tiro al bersaglio. Il risultato è una vera carneficina che, come ha affermato il coordinatore umanitario, Jamie McGoldrick,[4] ha visto “nel corso dei quattro venerdì di manifestazioni, molti più palestinesi feriti nella striscia di Gaza rispetto al totale dei tre anni precedenti”. Non c’è dubbio che i morti e i feriti derivanti dall’azione dell’esercito israeliano contro i dimostranti civili eccedono enormemente quanto ci si potrebbe aspettare da semplici tentativi di controllare la folla. Rispetto al numero dei morti, inoltre, colpisce quello sproporzionato di feriti che riflette la natura mirata del fuoco israeliano rispetto agli intensi attacchi missilistici a Gaza nel 2014.

Oltre ai numeri, tuttavia, sta emergendo un aspetto nuovo e inquietante: il tipo delle ferite. Il gruppo palestinese per i diritti umani Al-Haq dichiara[5] di avere documentato, durante gli incidenti a Gaza, lesioni che indicano come le forze israeliane abbiano “deliberatamente preso di mira parti specifiche del corpo dei manifestanti, causando la morte o danni gravi e permanenti”. Oltre il 60% delle ferite interessa gli arti inferiori (Figura 2). Il 30 marzo 2018 il numero di ricoveri ospedalieri con lesioni alle gambe è stato 50 volte superiore a quello dei morti.[6] Secondo il direttore del dipartimento di emergenza del più grande ospedale di Gaza, al-Shifa,[7] la maggior parte delle vittime sono state “colpite, per lo più agli arti inferiori, da munizioni vere che hanno maciullato ossa e tagliato vene, nervi e muscoli.”


Figura 2. Munizioni e lesioni

Anche Medici Senza Frontiere (MSF) osserva[8] che “la stragrande maggioranza dei pazienti, principalmente giovani uomini, ma anche donne e bambini, mostra lesioni insolitamente gravi agli arti inferiori” con alcune ferite di uscita “delle dimensioni di un pugno”. “Nella metà degli oltre 500 pazienti ricoverati, il proiettile ha letteralmente distrutto il tessuto colpito dopo aver polverizzato l’osso”, ha dichiarato Marie-Elisabeth Ingres, capo missione di MSF in Palestina . “Questi pazienti avranno bisogno di operazioni chirurgiche molto complesse e molti di loro rimarranno disabili per tutta la vita.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha espresso preoccupazione perché quasi 350 dei feriti soltanto del primo giorno di protesta rischiano di rimanere disabili in modo temporaneo o definitivo; probabilmente una sottostima considerando che un’adeguata chirurgia conservativa per le ferite traumatiche degli arti richiede la disponibilità di sufficienti risorse umane e materiale medicale. Di ritorno da Gaza, l’organizzazione israeliana Physicians for Human Rights (PHR) denuncia che “Nell’ospedale più avanzato di Gaza ci si sente come negli anni ’70. Se le cose rimangono così, la maggior parte delle vittime di armi da fuoco dovrà essere amputata… “.[9]

Dopo oltre dieci anni di assedio e boicottaggio da parte di Israele, con il complice silenzio della comunità internazionale, il sistema sanitario nella Striscia di Gaza è ridotto allo stremo. Soltanto il trasferimento dei feriti a ospedali specialistici a Gerusalemme, in Cisgiordania o in Israele potrebbe evitare gli interventi demolitivi cui sono costretti i medici locali. Considerando la chiusura ermetica del confine con Gaza imposta da Israele, solo un numero molto limitato di feriti potrà avere tale privilegio. In quegli stessi giorni, il quotidiano israeliano Haaretz riportava la notizia[10] del rifiuto di Israele al trasferimento per cure mediche specialistiche in Cisgiordania di due palestinesi feriti durante le manifestazioni. Le loro gambe sono state amputate. Motivo del rifiuto: avere partecipato alle proteste.

Una campagna di “gambizzazione”?

In un’inchiesta[11] del 2016, la giornalista israeliana Amira Hass si chiede se le Forze di occupazione israeliane stiano in realtà “conducendo una campagna di gambizzazione in Cisgiordania” dal momento che il numero di palestinesi feriti da proiettili veri è in aumento e gli attivisti riferiscono minacce di “mutilazione a vita” da parte dei soldati israeliani. Secondo la giornalista, un gran numero di palestinesi è intenzionalmente colpito con pallottole vere alle gambe, spesso con esito in disabilità permanente.

L’articolo contiene storie che circolano nei campi profughi di Dheisheh e Al-Fawwar secondo cui, durante gli interrogatori o le incursioni notturne, un ufficiale dei servizi di sicurezza Shin Bet, tale “Captain Nidal”, promette ai giovani palestinesi che non ci saranno martiri ma “tutti finiranno con le stampelle!”. O, in un’altra variante, “vi azzopperemo tutti!”. Amira Hass riferisce ancora di un altro villaggio, Tekoa, a sud-est di Betlemme, dove altri venti giovani sono stati colpiti alle gambe, il tutto nel giro di pochi mesi. Anche in questo caso spunta un altro ufficiale israeliano, il Cap. Imad, che, secondo gli abitanti del villaggio, va minacciando che i giovani che protestano contro l’occupazione “rimarranno tutti storpi”.

L’organizzazione per i diritti dei rifugiati palestinesi BADIL denuncia:[12] “Queste minacce indicano che simili azioni non sono incidenti casuali o isolati, ma riflettono una pratica sistematica dei militari israeliani volta a sopprimere la resistenza, terrorizzare i giovani palestinesi e mutilarli in modo permanente… Le esplicite minacce da parte della leadership dell’esercito israeliano mostrano la volontà di commettere atti criminali e sollevano dubbi circa l’adesione delle forze israeliane ai principi del diritto internazionale.”

Anche secondo Middle East Eye è evidente la tattica che l’esercito israeliano sta usando per fermare i manifestanti palestinesi: colpirli alle gambe per, letteralmente, “azzopparli”.[13] Le forze di sicurezza del governo di Tel Aviv hanno regole d’ingaggio molto vaghe quando si tratta di palestinesi, ma il numero di questi giovani manifestanti paralizzati nei mesi scorsi suggerisce che le forze di occupazione stanno mirando alle gambe e alle ginocchia in modo calcolato per paralizzarli. Non mancano conferme fornite da macabre riprese video.[14]

Un altro testimone di questo trend è il giornalista statunitense Max Blumenthal.[15] Citando il dott. Rajai Abukhalil di Ramallah, descrive la mutazione in corso dai “mezzi tradizionali”, come gas lacrimogeni e pallottole rivestite di gomma per disperdere le proteste, alla pratica di “mirare a ginocchia, femori o organi vitali”. Come la vecchia pratica dell’esercito di spezzare le braccia ai giovani lanciatori di pietre durante la Prima Intifada, la nuova tattica di “sparare per azzoppare“ indica l’intento di prendere di mira bersagli ben precisi tra i dimostranti distruggendo i loro arti inferiori per minare le capacità della società palestinese a una nuova Intifada. È molto simile a quanto succedeva nel passato, spiega Abukhalil, “ma è una politica più specifica e che attira meno l’attenzione dei media”.

Il dott. Abukhalil racconta di aver visto per la prima volta gli effetti dello “sparare per azzoppare” nel campo profughi di Jalazone vicino a Ramallah nel 2013. “Ogni venerdì [giornata delle dimostrazioni] avevamo da dieci a venti ragazzi ricoverati, tutti colpiti alle ginocchia”. Molti dei manifestanti feriti, aggiunge, riferivano di aver sentito il comandante israeliano di quella zona, “Hilal”, ordinare ai suoi soldati di “mutilare” quanti più manifestanti possibili.

Sparare alle gambe come forma di tortura

Migliaia di giovani palestinesi rischiano di rimanere permanentemente disabili dalle ferite da arma da fuoco subite durante le proteste contro l’occupazione israeliana. Gli alti tassi di lesioni menomanti sono in gran parte dovuti a proiettili a frammentazione sparati con fucili M16. Queste armi, fabbricate negli Stati Uniti e introdotte in Vietnam come fucili da campo leggeri, sono sempre più utilizzate dalle forze di occupazione israeliane contro dimostranti civili. I proiettili dell’M16 si spezzano in piccoli frammenti dopo la penetrazione, strappando muscoli e nervi e provocando lesioni interne multiple, molto simili a quelle dei famigerati proiettili “dum-dum” vietati a livello internazionale. Le radiografie osservate negli ospedali della Cisgiordania e di Gaza mostrano un’immagine che i medici legali chiamano “a tempesta di piombo”, segno della frammentazione di proiettili ad alta velocità. Molti dei feriti sono colpiti da breve distanza, meno di 100 metri, e riportano gravi danni interni.

Il compianto dott. Robert Kirschner dei PHR, dal 1985 al 2000 membro di dozzine di indagini internazionali su sospette violazioni dei diritti umani in vari paesi, sosteneva che “i soldati israeliani sembrano sparare per infliggere danno piuttosto che solo per autodifesa… Azioni del genere equivalgono a una forma di tortura”.[16] L’uso di queste armi rientra in ciò che i gruppi per i diritti umani denunciano come uso eccessivo della forza contro soggetti per lo più disarmati. “Sparare alle persone con proiettili ad alta velocità per ferirle è una forma di punizione sommaria inflitta sul campo”, affermava Kirschner. “Non c’è dubbio nella mia mente che l’uso di queste armi per ferire le persone come forma d’intimidazione della popolazione rappresenta una decisione militare consapevole. Come conseguenza diverse migliaia di giovani palestinesi soffriranno disabilità permanenti”.

Come riporta il 18 aprile il blog ebraico progressista Tikun Olam,[17] “Un antropologo specializzato in guerriglia ha affermato di ritenere che i proiettili usati nel massacro siano munizioni ad alta velocità, usate normalmente per colpire bersagli a lunghe distanze. Quando tali proiettili sono sparati da distanza ravvicinata hanno un impatto altamente esplosivo e provocano lesioni gravissime. Come dire che le armi utilizzate dall’esercito israeliano, pur non essendo illegali, causano tuttavia “gravi lesioni poiché inadeguate all’uso che ne viene fatto.” Il blog riporta, inoltre, l’orgoglioso “tweet” di ufficiali israeliani: “Ieri abbiamo visto 30.000 persone. Siamo arrivati preparati e con rinforzi precisi. Nulla è stato compiuto fuori controllo; tutto è stato preciso e misurato, e sappiamo dove ciascun proiettile è atterrato”. Ossia, “ciò che è successo è esattamente ciò che volevamo succedesse”.

Il “diritto di mutilare”

La professoressa Jasbir K. Puar della Rutgers University[18] sostiene che “Israele manifesta un’implicita rivendicazione al ‘diritto di mutilare’ e debilitare i corpi palestinesi come forma di controllo biopolitico.” Secondo Puar, la “politica della mutilazione” è produttiva poiché utilizzata deliberatamente da Israele nei confronti dei palestinesi per menomarli biologicamente, stremando la loro capacità di resistere all’occupazione israeliana, ma allo stesso tempo mantenendoli in vita come lavoratori o come oggetto di sperimentazione. Queste pratiche di sfiancamento e indebolimento corporale, che non sempre emergono quando Israele è accusato di utilizzare una “forza sproporzionata”, indicano il passaggio dal “diritto di uccidere”, rivendicato dagli stati in guerra, a quello che Puar chiama il “diritto di mutilare”.

Mentre in questi ultimi anni il bilancio delle vittime dei palestinesi è aumentato vertiginosamente rispetto a quelle israeliane, molto meno spettacolare e meno commentato dai media, ma potenzialmente più deleterio per il futuro del popolo palestinese, è il numero di civili feriti. Sparare per mutilare ma non per uccidere si mescola, anzi collude, argomenta Puar, con il principio del “danno collaterale”, secondo cui l’uccisione e il ferimento non intenzionale di civili e bambini, se non deliberatamente mirati, sono danni “accettabili” perché inevitabili. E così la politica israeliana di sparare non per uccidere ma “semplicemente” per mutilare, è spesso percepita erroneamente come tutela della vita: il “mutilare” mascherato da “lasciare in vita”. Lo sparare per azzoppare, benignamente descritto dalle forze di occupazione israeliane come prassi del “lasciare vivere” e “meno violento che uccidere” (e perciò meno sensazionale), appare allora, se visto in modo superficiale, come un approccio umanitario alla guerra. Jennifer Leaning, direttore del Centro FXB per la salute e i diritti umani dell’Università di Harvard, osserva che “il numero di morti e di feriti trasmette la falsa impressione che i feriti stiano bene.”[19]

Conclusione

“L’esercito israeliano prima si è preso le sue gambe, poi la sua vita.” Così nel dicembre 2017 Haaretz[20] titolava la notizia che un tiratore scelto aveva ucciso Ibrahim Abu Thuraya, un doppio amputato di Gaza, mentre protestava dalla sua sedia a rotelle vicino al confine israeliano. “Il cecchino israeliano non poteva mirare alla parte inferiore del corpo della sua vittima – Ibrahim Abu Thuraya non ne aveva una. Aveva perso entrambe le gambe durante un attacco aereo israeliano durante l’operazione Piombo Fuso nel 2008.”
Una straordinaria metafora di come non basti azzoppare i suoi giovani per fermare la resistenza nonviolenta palestinese.


Bibliografia

1. Diritto sancito dalla Risoluzione 194 del 1948 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, mai applicata.
2. Aggiornato a lunedì 30 aprile, il numero dei morti si aggira sui 50 e i feriti sulle diverse migliaia.
3. oPt Humanitarian Fund releases US$ 2.2 million in funds to meet urgent humanitarian needs in the Gaza Strip.
Jerusalem, 26 April 2018
4. oPt Humanitarian Fund releases US$ 2.2 million in funds to meet urgent humanitarian needs in the Gaza Strip.
Jerusalem, 26 April 2018
5. 13 April: Palestinian Determination to Peaceful Protest Continues to be met with Excessive Use of Force by the IOF. Alhaq.org, 19.04.2018
6. The Palestinian Day of Return: from a short day of commemoration to a long day of mourning. http://dx.doi.org/10.1016/S0140-6736(18)30940-1
7. Electronicintifada.net: al-shifahospital
8. Palestine: MSF teams in Gaza observe unusually severe and devastating gunshot injuries. MSF, 19.04.2018
9. PHRI Emergency Delegation to the Gaza Strip | E#7 | 16.4.18
10. Israel Denied Passage for Medical Treatment to Two Palestinians Who Protested in Gaza – and Their Legs Were Amputated. haaretz.com, 12.04.2018
11. Is the IDF Conducting a Kneecapping Campaign in the West Bank? haaretz.com, 27.08.2016
12. Israeli forces targeting Palestinian youth in the West Bank. badil.org, 23.08.2016
13. Israeli army accused of West Bank ‘shoot to cripple’ campaign
14. Shoot to cripple israeli captain: “I will make you all disabled”: VIDEO
15. Max Blumenthal. Evidence Emerges of Israeli. “Shoot To Cripple” Policy In the Occupied West Bank. AlterNet, 08.08.2014
16. Qato, D. The politics of deteriorating health: the case of Palestine. Int J Health Serv 2004; 34(2), 341-364.
17. Gaza Doctor Accuses Israel of Using Exploding Bullets, Israeli Ambassador Calls Norwegians ‘Nazis’ for Denouncing Gaza Massacre. Richard Silverstein, 02.04.2018
18. The ‘Right’ to Maim: Disablement and Inhumanist Biopolitics in Palestinei . Jasbir K. Puar. Rutgers University, USA
19. http://america.aljazeera.com/articles/2014/8/1/healthgaza- children.html
20. Gideon Levy. The Israeli Military First Took His Legs, Then His Life. 19.12.2017


* Fonte: Salute Internazionale

mercoledì 2 maggio 2018

BUON COMPLEANNO!

[ 2 maggio 2018 ]

Il 5 maggio del 1818 anni nasceva Karl Marx.

Avremo modo, nel duecentesimo anniversario, di tornare sull'attualità e le antinomie del suo pensiero.

Se il mondo, come scrisse Gramsci, "è grande  e terribile", la storia è crudele. Quanti sono i proletari che celebreranno la nascita del loro profeta per antonomasia?

Il Capitale, invece, non dimentica la circostanza. Proprio oggi, infatti sul New York Times, è apparso un editoriale dal titolo significativo: Happy Birthday, Karl Marx. You Were Right! a firma di Jason Barker.

Baker riconosce che "Marx ha ottenuto un impatto globale duraturo — un impatto probabilmente maggiore e più ampio di qualsiasi altro filosofo prima o dopo di lui — ma da bravo borghese, qualifica l'eredità filosofica di Marx come "pericolosa e delirante", quindi si chiede "quali lezioni" si dovrebbero trarre, quale "precisamente sia il contributo duraturo di Marx".

Dopo aver citato l'ultima inchiesta di Oxfam secondo cui "l'82% della ricchezza globale generata nel 2017 è stata destinata all'1% più ricco del mondo", Baker dice l'essenziale con questo passaggio:
«... è vero che il capitalismo è guidato da una lotta di classe profondamente divisiva in cui la minoranza della classe dirigente si appropria del lavoro in eccesso della maggioranza della classe operaia profitto. Persino gli economisti liberali come Nouriel Roubini concordano sul fatto che la convinzione di Marx secondo cui il capitalismo ha una tendenza intrinseca a distruggere se stesso rimane una previsione più giusta che mai».
Esatto: il capitalismo, proprio a causa delle sue stesse leggi di movimento, non solo è destinato ad accrescere il pauperismo generale ed a proletarizzare le classi medie (quindi ad inasprire i conflitti sociali), esso "ha una tendenza intrinseca a distruggere se stesso" e, avrebbe aggiunto lo stesso Marx, l'umanità tutta intera, di qui la necessità di un ordinamento socialista. Un ordinamento — questa, dialetticamente, la seconda tendenza individuata da Marx — che lo stesso sviluppo capitalistico porta seco.

Baker, salvata la diagnosi marxiana sul capitalismo ed anzi confermata la tesi dell'acutizzazione dei conflitti di classe — non è poco, a ben vedere (tanto più rispetto al gigantesco cupio dissolvi che divora le sinistre europee) che tali concetti si leggano in quella che è considerata la voce più autorevole del capitalismo liberale —, respinge appunto come "pericolosa e delirante" la terapia socialista da lui proposta, così come l'idea che il socialismo, presupposto che il proletariato sappia esserne forza motrice e demiurgo, sia teleologicamente nell'ordine delle cose.

Non c'è dubbio che il Marx che emerge da questa narrazione risulti snaturato. Tuttavia sarebbe sbagliato fare spallucce davanti a queste oramai classiche obiezioni del pensiero borghese. E' sicuro che il proletariato, per sua natura, ha una missione rivoluzionaria? E' vero che il socialismo è tanto più vicino quanto più il capitalismo sviluppa le sue forze produttive? 

Che dire e, soprattutto, che fare ove entrambi gli enunciati si fossero dimostrati fallaci? Chi, invece che pestare l'acqua nel mortaio della "ortodossia", saprà dare soluzione a questi due enigmi, non solo darà un fondamentale contributo alla teoria politica quindi alla prassi rivoluzionaria, avrà tenuto davvero fede al progetto di Marx.


martedì 1 maggio 2018

E ORA VEDIAMO CHI INCIUCIA... di Leonardo Mazzei

[ 2 maggio 2018 ]


Elezioni o governo destra-Pd: le responsabilità di Di Maio e quelle di Salvini

Non abbiamo risparmiato critiche a Di Maio, né prima né dopo le elezioni. La svolta, europeista e sistemica, di M5S l'andiamo denunciando da un anno ormai. Il tentativo di un accordo con il Pd si commenta da solo. E, tuttavia, giocate tutte le carte a disposizione, il leader pentastellato ha almeno detto di no al cosiddetto "governo del presidente", chiedendo nuove elezioni a giugno. Sul punto, invece, Salvini per ora nicchia. Domandiamoci il perché.

Che da questi due mezzi populismi - mezzi perché per l'altra metà abbondante compromessi con le forze sistemiche e la loro ideologia liberista - non ce ne venga fuori neppure uno minimamente decente, è un dubbio più che legittimo. Nondimeno, più del 50% degli elettori è lì che si è rivolto per colpire l'oligarchia, per uscire dall'austerità, per mandare a quel paese l'Europa. Un dato imprescindibile, che ci ha portato a pronunciarci per un governo M5S-Lega.  


Le stucchevoli sceneggiate degli ultimi quaranta giorni sono comunque agli sgoccioli. Siamo ad un passo dal momento della verità. Quel momento riguarda soprattutto Matteo Salvini. Perché ormai i casi sono due e solo due: o elezioni subito (al massimo nella prima metà di luglio) o nascerà un governo tra la destra ed il Pd.

Vediamo il perché chiarendo tre punti sui quali la confusione regna sovrana. E regna perché mentre i media del regime fanno il loro sporco lavoro, sul web scarseggia la capacità di sfuggire ai luoghi comuni ed ai trucchi semantici diffusi dagli strilloni di lorsignori.

Primo punto: non è vero che non si possa votare prima di settembre. 
E' vero che non lo si voglia. Che non lo vogliano cioè i poteri sistemici, intenti come sono a guadagnare tempo, fossero anche solo poche settimane. Ma non è affatto vero dal punto di vista della legge. Il testo unico della legge elettorale del 1957 dice semplicemente che «Il decreto (di indizione delle elezioni, ndrè pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale non oltre il 45° giorno antecedente quello della votazione» (comma 3, art. 11). Ciò significa che sciogliendo le camere entro il 9 maggio sarebbe possibile votare il 24 giugno. Ma, nel casino legale prodotto dai legislatori dell'ultimo quarto di secolo - quello, ovviamente, della "competenza" - gli azzeccagarbugli in servizio permanente effettivo hanno già trovato il cavillo per allungare i tempi. Si tratta del Regolamento applicativo della legge sul voto degli italiani all'estero, che fissa i primi adempimenti al 60° giorno antecedente al voto. 

E' questo un problema insormontabile? Ovviamente no. Si fa un decreto, approvato dal parlamento, riducendo quel termine ai 45 giorni previsti dal Testo Unico. E' solo una questione di volontà politica. Ma anche se non si volesse percorrere questa strada, c'è forse qualcosa che impedisce il voto nella prima metà del mese di luglio? Chiaramente no. C'è solo la consuetudine di non andare oltre giugno. Ma se è per questo anche il voto a settembre sarebbe altrettanto inconsueto. Però, si dirà, a luglio si va al mare! Ma come, da una parte si drammatizza la necessità di avere un governo nella pienezza dei suoi poteri e dall'altra si rinvia tutto per motivi balneari? Suvvia, siamo seri...
ABBRACCIO MORTALE...

La verità è che non c'è nessun impedimento legale, tantomeno costituzionale, al voto entro la prima metà di luglio. E che si tratti di un ipotesi plausibile ce lo conferma anche l'articolo di Ugo Magri su La Stampa di stamattina. La verità è che chi vuole rinviare lo vuol fare per ben altri motivi. Sul punto Di Maio ha dunque ragione da vendere. La sua richiesta a Salvini di presentarsi a Mattarella con la richiesta di elezioni subito sbarrerebbe la strada a qualsiasi inciucio.

Secondo punto: giugno-luglio o settembre pari non sono.
Si dirà che due o tre mesi non faranno poi tanta differenza. Ed invece la differenza c'è, eccome. Poiché al secondo round sarebbe francamente inimmaginabile il ripetersi della pantomima di queste settimane (vedi com'è andata in Spagna nel 2016), entro agosto avremmo di certo il nuovo governo nel pieno dei suoi poteri. Un governo che potrebbe prima ridisegnare gli obiettivi macroeconomici attraverso un nuovo DEF, per poi passare alla concreta stesura della Legge di Bilancio, vero banco di prova del grado di autonomia dai diktat europei. Viceversa, elezioni a settembre significherebbe ritrovarsi con una Legge di Bilancio fatta da un governo tra destra e Pd, un inciucio che ricalcherebbe esattamente i primi passi (governo Letta, benedetto da Napolitano) della precedente legislatura. Se a qualcuno questa conclusione sembrerà troppo drastica si legga con attenzione il punto seguente.

Terzo punto: il "governo del presidente" non esiste.
Lo ripeto: il "governo del presidente" non esiste. Esso è solo un trucco giornalistico, come lo fu quello di definire "tecnico" il governo Monti. Nonostante le disgrazie della democrazia di questa sciagurata stagione il nostro è pur sempre un regime parlamentare. Ogni governo ha una sua maggioranza parlamentare. Amen. Chi gli dà la fiducia è corresponsabile delle scelte di quel governo. Non c'è foglia di fico presidenziale, istituzionale o tecnica che si regga in piedi. Ora, siccome M5S ha detto chiaramente che vuole le elezioni, un tale governo potrebbe reggersi solo su una maggioranza destra-Pd. 

E' vero che Salvini ha sempre respinto l'ipotesi di un governo con il Partito Democratico, ma è altrettanto vero che - ad ora - non si è neppure pronunciato per le elezioni subito. Il che è altamente sospetto. D'altronde la sua insistenza nel voler tenere in piedi l'alleanza con lo Zombie di Arcore, qualche prezzo certamente lo impone. E dalle parti di Forza Italia se c'è una cosa che temono come la peste sono appunto nuove elezioni, tant'è che il suddetto zombie dice apertamente da mesi di lavorare ad un accordo con il Pd e con Renzi in particolare.

Solo fantapolitica? Lo spero sinceramente. Ma intanto stiamo ai fatti. Ed i fatti sono che M5S per ora ha soltanto sfiorato l'inciucio, mentre della Lega ancora non sappiamo. Ce lo diranno i prossimi giorni.


Addendum 1: sulla legge elettorale - Circola anche la favola che quello che chiamano "governo del presidente" dovrebbe riscrivere una nuova legge elettorale. Tutto ciò è semplicemente ridicolo, e prova ne è il fatto che tutti quelli che si esprimono per questa ipotesi non sanno poi dire su quale nuovo marchingegno dovrebbe convergere una qualsivoglia maggioranza parlamentare. Il fatto è che oggi non c'è nessuna soluzione in grado di avere questa maggioranza. 

Il discorso sarebbe lungo, ma qui andiamo con l'accetta: 1) Non è plausibile l'ipotesi di introdurre un premio di maggioranza, perché favorirebbe solo la destra e dunque non potrebbe avere il voto di M5S e Pd. 2) Idem per un sistema uninominale secco all'inglese, tipo Mattarellum. 3) A niente servirebbe tornare all'ipotesi del Tedeschellum in auge per breve tempo lo scorso anno, dato che produrrebbe risultati del tutto analoghi al Rosatellum in vigore. 4) In quanto al modello francese, sappiamo tutti che oltre ad essere pesantemente antidemocratico esso è semplicemente inapplicabile in un sistema bicamerale, come la stessa Consulta ha sentenziato. 5) Resterebbe il sistema spagnolo, che tanto piaceva ad M5S, ma a parte la complicazione di un ridisegno generale dei collegi, resta il fatto che anche questo modello determinava una maggioranza quando il sistema era bipolare, mentre oggi che non lo è più le alleanze sono necessarie anche a Madrid. 

Ora, è vero che la fantasia dei mascalzoni è fervida assai, ma in questo caso penso che dovranno rassegnarsi ad andare a nuove elezioni con il sistema in vigore. Che è assolutamente pessimo, ma meno di quello che costoro vorrebbero. Del resto sono stati proprio Pd, Forza Italia e Lega a votare non secoli fa, ma nell'ottobre 2017, il Rosatellum. Ricordiamolo ogni tanto. 

Tutto ciò è ben noto agli attori politici da cui dipenderanno le scelte dei prossimi giorni. Dunque chi dirà "nuova legge elettorale" lo farà sapendo di mentire. Lo farà solo per guadagnare tempo, per sé e per i poteri oligarchici che temono più di ogni altra cosa un governo non pienamente controllabile, peggio se permeabile alla profonda domanda di cambiamento che ribolle nel Paese.


Addendum 2: sull'economicismo e l'«autonomia del politico». Chi scrive non ha mai creduto all'ipotesi di un governo M5S-Pd. Questo per due motivi. Il primo è che un simile governo non avrebbe retto per più di qualche settimana. Il secondo è che si era capito fin dal principio come il niet di Renzi ad un governo con M5S fosse irremovibile.

La verità è che l'unico governo in grado di farcela - con mille difficoltà, diecimila contraddizioni e centomila pezzi d'artiglieria schierati contro - era il governo M5S-Lega. Non a caso il più voluto, quello ritenuto più "naturale" dalla grande maggioranza degli italiani. Al di là delle diverse considerazioni di merito, ogni altra maggioranza nascerebbe debole e destinata a vita grama. A qualcuno queste sembreranno banali note di buonsenso che nulla possono contro gli invincibili  disegni delle oligarchie. Ma fortunatamente il mondo reale è assai diverso da quello immaginato da costoro. Sta di fatto che alla fine il governo M5S-Pd, quello che lorsignori avrebbero considerato come il loro "male minore", non è nato.

E non è nato anche perché Renzi, certo per motivi ben diversi dai nostri, si è messo di traverso. Una cosa che dovrebbe far riflettere chi ritiene che gli attori politici siano semplicemente pilotati da quelli economici. Ed invece, anche in questa schifosissima epoca del dominio delle oligarchie finanziarie, esiste ancora l'«autonomia del politico». Beninteso, un'autonomia limitata. Fortemente limitata ma non del tutto annullata, specie in un periodo così tumultuoso, dove i progetti delle èlite sono tanti, spesso contraddittori. In un contesto come questo i dominanti non hanno mai una sola linea, il che se da un lato li rende più forti (sempre meglio avere un piano b), dall'altro li rende più divisi. Attenzione dunque alle visioni economicistiche che pretendono di dedurre sempre gli sviluppi politici in base ai semplici desiderata dei poteri economici. Specie in tempi di crisi le cose sono generalmente più complesse. E la vicenda politica di queste ultime settimane ne è una discreta dimostrazione. 

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