giovedì 7 settembre 2017

CONFESSIONI DI UN SICILIANO RIBELLE di Giovanni Di Cristina

[ 7 settembre 2017 ]

A tutti i siciliani indecisi e astensionisti cronici
Ecco perché bisogna ribellarsi e impegnarsi


Le elezioni siciliane si approssimano. Ancora una volta la Sicilia è un banco di prova per gli equilibri politici nazionali. La sola e vera novità nel panorama dell'isola è il movimento che sta dando corpo alla lista NOI SICILIANI CON BUSALACCHI - SICILIA LIBERA E SOVRANA [nella foto Franco Busalacchi]. 
Giovanni De Cristina ne è un promotore.

Vi racconto l’esperienza diretta, la mia, di un uomo, prima ancora che elettore, che ha preso pienamente conoscenza e coscienza dello stato dell’attuale situazione politico-amministrativa …

Premetto che non ho mai fatto politica né attiva e diretta, né con approcci di tipo indiretto (simpatizzante, attivista, militante – forme che ritengo nobili, a differenza di portaborse, “cliente”, leccaculo – forme meschine e deplorevoli); non ho mai avuto un punto di vista “allineato” né a dx né a sx; anzi, colgo l’occasione per sottolineare che il “mondo” (è un mio punto di vista abbastanza consolidato) non è solo nero né solo bianco, piuttosto è caratterizzato dalle sfumature di grigio e, soprattutto, per fortuna, dai colori.

Mi sono sempre tenuto alla larga dai diversi contesti politici a me vicini che ho sempre ritenuto, nelle varie epoche e con sistematicità, inquinati, contaminati, non condivisibili nel pensiero e nei fatti; insomma, nessun soggetto politico ha mai allettato una mia possibile partecipazione diretta, né mi ha convinto e tanto meno abbindolato, per quanto, di tanto in tanto, anche io, come del resto mediamente succede, abbia ricevuto “offerte” di candidature e di ruoli amministrativo-politici (leggasi deleghe assessoriali comunali).

Mi considero un uomo libero nel pensiero, nei fatti e nella sostanza, e ho sempre ritenuto che la politica è una cosa necessaria, bella e seria e, nonostante ciò, forse sbagliando, mi sono tenuto sempre distante dagli “ambienti” e dai salotti della politica.

Tale mio atteggiamento e tale scelta, però, non hanno annacquato il mio spirito ribelle, critico e anticonformista rispetto al “sistema”, spirito che ho cercato sempre, inconsapevolmente, di reprimere.

Ma come le leggi della fisica meccanica e della chimica ci insegnano, una molla, se la comprimi molto, rischi di deformarla definitivamente ovvero è possibile che, all’improvviso, risponda con la propria capacità e forza di reazione intrinseca.

Nessun percorso di vita risulta definitivamente segnato e definito, e pur avendo da poco superato i miei primi 50 anni, oggi posso dire di avere consolidato una maggiore consapevolezza rispetto al fatto che ognuno di noi dovrebbe dare un pò del proprio contributo, senza più esitazioni e ritardi, ad un mondo e alle sue componenti (persone, processi, ambiente, etc) che ha bisogno di attenzioni e di tante azioni positive.

Non più tardi di 2 anni fa ho avuto l’occasione e la fortuna di conoscere, in contesti lavorativi e in virtù della professione tecnica che svolgo, alcune persone capaci di analizzare, con rara lucidità, le questioni e lo status delle diverse politiche (regionale, nazionale, UE, internazionale) e le problematiche complesse connesse.

Mi sono confrontato, liberamente, ho dibattuto, ho ascoltato, ho pensato, ho letto e studiato, ho meditato e, alla fine, mi sono reso conto di avere avuto una chance, l’occasione della vita di conoscere un gruppo di persone che mi ha aperto la mente ed allargato le conoscenze e gli orizzonti dell’universo della politica, persone capaci e liberamente pensanti, in grado di analizzare con consapevolezza fatti e questioni politiche e con il giusto grado di determinazione e competenza per individuare problematiche e soluzioni ed azioni da attivare.

Questioni predominanti riguardanti:

- l’uscita dall’Euro e la riattivazione della moneta nazionale;

- la riacquisizione della sovranità nazionale con attivazione di un percorso di fuoriuscita dalle attuali e non più condivisibili politiche della UE a trazione tedesca/franco-tedesca che hanno determinato basso potere d’acquisto monetario successivo al cambio lira/euro, ulteriore disoccupazione, povertà, disagio sociale, scomparsa della classe media borghese;

- il contrasto alla globalizzazione sfrenata dei mercati, alle oligarchie neoliberiste, finanziarie e speculative, alla delocalizzazione ed alla schiavizzazione delle popolazioni delle nazioni di destinazione;

- l’oligarchia delle banche, e il loro “non ruolo”, a servizio dei mercati e del finanz-capitalismo piuttosto che delle esigenze dei cittadini e delle imprese sane;

- lo sfruttamento, senza scrupoli, delle risorse naturali e la depauperazione delle risorse ambientali, con le nuove ipotesi di colonialismo verso le nazioni africane e centro-sud-americane, con azioni di depredamento delle risorse e inquinamento irreversibile di tali territori;
- la riappropriazione formale e sostanziale dell’autonomia prevista dallo statuto Siciliano, direttamente collegato alla costituzione italiana e di cui è parte integrante, con l’attuazione di tutte le prerogative che esso contiene a favore della Sicilia e dei Siciliani; (Vi invito a meditare sulle potenzialità finanziare della Sicilia con la semplice applicazione dell’art. 40 dello Statuto e la piena applicazione degli artt. 37 e 38); sembrerebbe (come asseriscono alcuni esperti economisti) che lo Stato debba alla Sicilia (per la non puntuale applicazione degli articoli dello Statuto relativi a questioni collegate all’uso e gestione di risorse finanziarie e trasferimenti) la modica cifra di 146 miliardi di € (una cifra mostruosa !!!!);

- la piena applicazione del principio della spesa pubblica intelligente ed efficace, capace di attivare un ammodernamento, strutturale e funzionale, della nostra Regione e della Nazione, in grado di innescare nuova capacità operativa imprenditoriale e nuova crescita occupazionale garantendo condizioni di lavoro per tutti in osservanza ai principi costituzionali (art. 1); mi si potrebbe obiettare, a questo punto, che fuoriuscendo dalla UE, si prederebbe quel serbatoio di risorse finanziarie (fondi comunitari) che servono proprio agli investimenti; niente di più falso !!! intanto le risorse UE, in generale, non possono utilizzarsi per operazioni di riqualificazione messa in sicurezza e manutenzione della maggior parte delle opere pubbliche che hanno bisogno di cura e manutenzione (es strade); inoltre riporto il “saldo netto” per il periodo 2009-2015 tra versamenti fatti alla UE e accrediti ricevuti che, per la Corte dei Conti è di ben 37,747 miliardi, per una media di 5,4 miliardi persi all’anno di differenza tra quanto l’Italia ha dato e quanto ha ricevuto da Bruxelles (si arriva in realtà a 5,5 miliardi per via di una recente decisione che ha ricalibrato gli apporti dei singoli Stati) (cfr dato AGI Agenzia Giornalistica Italia). Vi pare poco ?

- il rifiuto delle recenti politiche regionali, che hanno dato evidenza, incontrovertibile, delle diverse forme di ascarismo attuate dai diversi governatori, assessori e parlamentari succedutesi, che hanno venduto e svenduto la Sicilia alle politiche oligarchiche romane e agli interessi della UE targata tedesca, sottomettendosi al formalismo di trattati e regolamenti UE, devastanti per le sorti del meridione d’Europa (vedi gli effetti sul sistema Grecia, ormai una nazione, dal passato glorioso e culla della civiltà, che oggi, di fatto, è all’asta e ove spregiudicati investitori stranieri – tedeschi e cinesi in primis - stanno comprando il comprabile attraverso il meccanismo dei pignoramenti e delle svendite all’asta);

- la proiezione della Sicilia in un contesto socio-economico internazionale, attraverso cui la stessa possa consolidare il ruolo fisico/geografico e strategico, non militare, ma piuttosto storico-economico e turistico-culturale nel centro del Mediterraneo;

- la lotta contro la corruzione diffusa, il malaffare e gli interessi privati nella gestione pubblica; contro l’inezia amministrativa e la mancanza di competenza nei differenti e plurimi contesti della gestione di attività pubbliche;

- la lotta reale alla mafia e la presa di distanza rispetto ai professionisti dell’antimafia, altro recente “cancro” diffusosi nelle nostre collettività (con particolare riferimento, anche, all’applicazione distorta delle procedure connesse —cfr questione Saguto & Co e mala gestione dei beni confiscati; ritengo che una politica sana onesta e competente possa determinare le condizioni per ridurre a zero quel substrato grigio in cui si innesta il malaffare politico-mafioso e da cui lo stesso trae sostentamento;

- la mancata affermazione del principio meritocratico e la lotta contro il clientelismo stratificato, vero elemento di schiavismo subdolo, che molte parti della popolazione, inconsciamente ancora approccia e subisce in modo deleterio;

- la piena affermazione della democrazia del popolo e la ristabilizzazione degli interessi comuni e delle collettività;

Vi pare poco ?

Tali argomentazioni mi hanno profondamente colpito e suscitato interesse, rabbia, voglia di cambiamento ed energia per contribuire e partecipare attivamente.

Abbiamo pianificato, attivato e realizzato incontri e riunioni, abbiamo analizzato questioni e problemi e, giorno dopo giorno, abbiamo configurato l’idea di attivare e promuovere un movimento di opinione e politico in grado di raccogliere istanze e promuovere azioni al fine di migliorare e dare un contributo politico a livello regionale.

Confortati dai diversi contesti europei in cui oggi trovano presa e riscontro, tra la popolazione, le diverse e variegate azioni ed istanze dei movimenti contro le oligarchie e le classi dominanti (Invoke Democracy Now in Gran Bretagna, Die Linke in Germania, Podemos in Spagna, France Insoumise in Francia, Unità Popolare in Grecia) e rinvigoriti dal recente positivo effetto Melenchon, anche in Italia sta prendendo corpo un movimento, appunto su scala nazionale, che si candida quale contenitore politico di tutti quei soggetti insoddisfatti, arrabbiati e ribelli che vogliono contribuire ad operare un cambiamento culturale della politica e delle azioni ad essa connesse, con atteggiamento responsabile, sano e democratico a servizio dei cittadini e del popolo.

Ci siamo, quindi, collegati a movimenti similari che a livello nazionale e territoriale portano avanti tali superiori istanze e questioni ed abbiamo contribuito alla recente creazione del movimento nazionale Italia Ribelle e Sovrana e al soggetto politico CLN- Confederazione per la Liberazione Nazionale.

Con il movimento/lista Noi Siciliani con Busalacchi - Sicilia Libera e Sovrana, sosteniamo la candidatura, a presidente della regione siciliana alle prossime elezioni del 5 novembre, di Francesco Paolo Busalacchi, certamente uomo competente, colto, molto preparato relativamente ai fatti storici siciliani, onesto, senza mai essere minimamente investito da questioni giudiziarie, ottimo conoscitore della macchina amministrativa regionale per averla gestita per un trentennio durante il secolo trascorso; insomma, una certezza !!!

Rispetto a tali obiettivi abbiamo il sostegno e la collaborazione, tra gli altri, di personaggi come il prof. Nino Galloni (esperto economista), il filosofo Diego Fusaro (conoscitore ed esperto analista delle questioni Siciliane).

In questi ultimi 2 anni ho acquisito, quindi, conoscenza e preso coscienza delle realtà politiche alle diverse scale, della fragilità e inconsistenza delle stesse rispetto alla risoluzione dei problemi delle popolazioni e dell’incapacità dei governanti e della classe politica dominante di porre la donna/l’uomo al centro di ogni questione; i partiti dominati (centro-destra prima e centro-sinistra poi) hanno sistematicamente adottando politiche e perpetrato azioni per sottomettere e schiavizzare popolazione e singoli cittadini in un contesto di fittizia democrazia.

Certo, le attuali e recenti (beh, in realtà riferibili già a qualche decennio ...) classi politiche dominanti hanno volutamente creato passo dopo passo, con azioni e tecniche pianificate e “ingegneristiche”, le condizioni per allontanare il cittadino dai processi democratici e, devo ammettere, ci sono riusciti e stanno continuando a consolidare tale approccio. A loro interessa solo questo, creare le condizioni e sostenerle per allontanarti dalla politica e Tu, rigettandola, fai il loro gioco… compartecipe a tua insaputa, ad alimentare un ambito a loro congeniale, l’astensionismo elettorale, così occorre poco consenso per avere quei pochi numeri che Ti permettono di governare in modo incontrastato.

Dobbiamo lavorare per contrastare tale stato di cose, ritornando tutti ad esprimere il nostro voto (di opinione e non di scambio) ed estrinsecare le nostre prerogative democratiche !!!

Credetemi, non è più tempo di delegare e dare carta bianca, sia consapevolmente (“sottomettendo” il proprio voto di opinione) che inconsapevolmente (astensionismo diffuso, distacco dalla politica).

Cari/e elettori/trici disincantati/e e astensionisti/e, vorreste che si rimaterializzasse l’architettura politica che già abbiamo subìto, i cui effetti delle “inadeguate” azioni e scelte stiamo scontando sulla nostra pelle, fatta da ammucchiate recentemente riconsolidate sul versante di centro-destra (Miccichè, Romano, Armao, etc, tutti soggetti che hanno contribuito alla sfascio della Sicilia, depauperandola, saccheggiandola e avendola svenduta ai governi nazionali e all’UE) ?
Beppe De Santis


Del centro-sinistra non voglio neanche fare cenno, il palese attuale sbando totale di tale area vale più di ogni altra affermazione !!!

Occorre promuovere e sostenere idee e soluzioni in prima persona, con un attivismo diretto, partecipando e interagendo con tutte quelle persone sane che vogliono migliorare il mondo e il nostro contesto territoriale.

Non è utopia, dobbiamo crederci, se ci crediamo e lo vogliamo, potremo realizzare tale sogno !!!

Se siamo e stiamo tutti assieme possiamo farcela …

Amo ricordare alcune affermazioni di madre Teresa di Calcutta, attualissime rispetto al ns comune pensare e agli obiettivi del movimento:

- Se fai il bene ti attribuiranno secondi fini egoistici; non importa, fai il bene!
- Se realizzi i tuoi obiettivi troverai falsi amici e veri nemici; non importa, realizzali!
- Non aspettare che arrivino i leader; fallo da solo, persona per persona!
- Io posso fare cose che non tu non puoi, tu puoi fare cose che io non posso. Insieme possiamo fare grandi cose.

Giovanni Di Cristina
Bagheria, 5 settembre 2017


mercoledì 6 settembre 2017

NON ABBIAMO PAURA di Daniela Di Marco

Leonardo Mazzei e Daniela Di Marco.

[6 settembre]

Dopo il Forum internazionale del 1 settembre, nei giorni 2 e 3 si è svolta la II. Assemblea Nazionale della CLN.
Si è conclusa con un applauso e un brindisi, a suggello di un altro passo avanti compiuto dalla Confederazione per la Liberazione Nazionale nata il 25 aprile scorso.
Presto saranno stampati e pubblicati gli atti, mentre le riprese filmate saranno quanto prima sul  canale you tube della CLN.


Qui sotto il discorso con cui Daniela Di Marco ha aperto sabato mattina i lavori dell'Assemblea.

«Buongiorno a tutti e benvenuti, a nome del Coordinamento della Confederazione per la Liberazione Nazionale vi ringrazio per essere qui presenti.

Dopo l’intensa giornata di ieri, durante la quale ci siamo confrontati con i delegati dei movimenti popolari spagnoli, francesi, greci, tedeschi e inglesi, ci apprestiamo oggi ad iniziare i lavori della Confederazione e a presentarvi la nostra proposta di Italia Ribelle e Sovrana.

Prima di entrare nel vivo del mio intervento, mi soffermo su cosa ci ha spinto e come siamo arrivati alla data odierna.

La nostra storia parte da lontano, non c’è qui il tempo per raccontarvela tutta.

Alcuni di noi, qui, possono dire con orgoglio e senza tema di essere smentiti, di essere stati i primi, in Italia e non solo, ad affermare che il collasso dell’economia internazionale seguito al crack finanziario arrivato dagli Stati Uniti d’America nell’autunno del 2008, non era una delle solite cicliche recessioni, ma indicava l’aprirsi di una crisi ben più profonda, la crisi storico-sistemica del capitalismo occidentale.

Alcuni di noi sono stati i primi a sostenere che l’Unione europea e l’euro sono i due mostri della macchina liberista, costruiti per privatizzare i servizi e le imprese pubbliche, ridurre salari e previdenza sociale, neutralizzare la democrazia ed estendere l’influenza dei capitali, a discapito del popolo lavoratore.

Non si sono sbagliati nell’analisi.

Sono sotto gli occhi di tutti le falle strutturali del regime a moneta unica e la sua insostenibilità; è sotto gli occhi di tutti che l’UE è stata progettata per servire gli interessi delle élite e del capitale transnazionale, chiedendo e ottenendo cessione di quote sempre più massicce di sovranità politica e nazionale, contro le classi popolari e cancellare le loro storiche conquiste.

Se ciò è accaduto è anche perché la classe dominante italiana, usando i suoi servi politici, ha accettato la dottrina ordoliberista del “vincolo esterno”, ovvero ha accettato il soffocante predominio (senza egemonia) tedesco.

Che cosa abbiamo oggi?

Abbiamo che le sperequazioni tra i paesi all’interno della Ue (non a caso si parla di meridionalizzazione del sud europa) e le differenze sociali all’interno di ognuno di essi sono in costante e continuo aumento.

La situazione diventa insostenibile.

La catastrofe greca è a tutti nota, catastrofe che non sarebbe stata possibile senza la vergognosa capitolazione dell’élite politica greca, Syriza compresa.

E l’Italia? In Italia abbiamo che in neppure 10 anni di crisi abbiamo perso 8 punti di Pil, il 25% della produzione industriale, la disoccupazione ufficiale è attestata al 12%, mentre quella giovanile supera il 40%.

La ricchezza nazionale si è ridotta, il ceto medio si è impoverito e i risparmi dei cittadini italiani sono sotto attacco dentro un sistema bancario completamente privatizzato e quasi tutto in mano straniera.

Su questo siamo impazienti di ascoltare Leonardo Mazzei che interviene subito dopo me.

Di questo disastro di proporzioni storiche sono responsabili tutti i partiti che hanno governato il nostro paese negli ultimi 25 anni.

Dalla Lega Nord e i post fascisti fino a Rifondazione Comunista, passando per i 2 pilastri sistemici Pd e Forza Italia.

Ma una critica a quelli che ci hanno aperto la strada, va fatta.

E non è tanto sulla previsione di un crollo a breve dell’eurozona, che era in effetti alle in corso nel 2010-2012 ed è stato sventato per il rotto della cuffia.

Si aspettavano una risposta popolare forte contro le politiche austeritarie, che invece non c’è stata.

Risposte di lotta parziali, singoli momenti di protesta e di rivolta sociale ci sono stati, ma non si sono generalizzati.

L’indignazione popolare si è manifestata solo nelle urne, con l’affermazione del Movimento 5 Stelle prima e con la vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 poi.

In questo difficile quadro sociale e politico, tendono a prevalere il disincanto, il disimpegno politico, la sfiducia addirittura quello che è stato definito “autorazzismo italiano”.

Non è stato facile resistere ai processi disgregativi e autodistruttivi.

Non sarebbe nata questa Confederazione senza la lucidità, la perseveranza e la tenacia del suo nucleo fondatore.

Ci siamo dati l’obiettivo di sperimentare una via che aiuti l’unità di tutte le forze patriottiche e costituzionali, per riconquistare la sovranità nazionale e popolare, uscire dall’euro e dall’Unione europea, porre fine al dominio della finanza, attuare la Costituzione repubblicana del ’48, ridare lavoro e dignità a tutti.

Obiettivi che sono la premessa per un nuovo Rinascimento italiano, che abbiamo la speranza abbia una dimensione spirituale universale come lo ebbe quello precedente. Tutto ciò non è per niente facile da raggiungere, lunga e tortuosa è la strada davanti a noi, siamo appena all’inizio del nostro cammino, e sappiamo molto bene che da soli non ce la faremo.

Siamo l’unica vera alternativa esistente.

Penserete che pecchiamo di presunzione, tuttavia se ci guardiamo attorno siamo il solo soggetto che abbia un progetto per il Paese, una chiara visione dell’Italia futura; il solo soggetto che abbia una squadra dirigente di grande spessore.

Anche per questo oggi siamo qui.

Ci appare evidente che la sinistra, compresa quella cosiddetta radicale, avendo da tempo abbracciato la visione mondialista dei dominanti, è funzionale al sistema.

Movimento 5 Stelle e Lega Nord non sono in grado di costituire un’alternativa degna di questo nome, essendo entrambi portatori di una complementare visone liberista, non mirano ad una rottura radicale con le oligarchie dominanti non sono quindi rappresentanti dei reali interessi del popolo lavoratore, degli ultimi, degli esclusi e di tutti i patrioti democratici.

In questo contesto comprendete il senso della nostra seconda Assemblea e la proposta di Italia Ribelle e Sovrana.

Questa non vuole essere e non è soltanto una proposta elettoralistica in vista delle prossime elezioni, noi sentiamo la necessità di contribuire a costruire un’Italia Ribelle e Sovrana, un movimento ampio, plurale, inclusivo, che raccolga tutte le persone disponibili e armate di buona volontà che abbraccino la battaglia del sovranismo costituzionale; verificheremo poi se c’è la possibilità di essere protagonisti già dalle prossime politiche, ma su questo sarà più preciso Luca Massimo Climati.

Intanto stiamo facendo un primo arduo e difficile tentativo elettorale in Sicilia, come abbiamo discusso anche ieri sera, verificheremo se la nostra intuizione è giusta.

Non abbiamo paura delle difficoltà che abbiamo difronte.

Ci sono battaglie che è obbligatorio condurre, non possiamo restare con le mani in mano, meglio agire rischiando di perdere, piuttosto che essere sconfitti restando immobili.

E’ di nuovo il momento di combattere il nemico che è in casa nostra, condizione per liberarci dal rischio di una definitiva colonizzazione.

La posta in palio non è quindi solo il governo del paese, ma la natura stessa dello stato, della democrazia e il nostro futuro.

Buon lavoro a tutti». 


* Fonte: CLN

LA MORTE CHE CONSUMA

[ 6 settembre 2017 ]

Quando gli USA usavano la bomba atomica contro i propri stessi cittadini!

Riportiamo, ritenendolo interessante nel contesto di tensione sulla penisola coreana, questo articolo di Vittorio Zucconi, uscito sul quotidiano italiano “La Repubblica” il 21 giugno 1993.

LAS VEGAS – Era il 1951 e tutti nel mondo dormivamo il sonno della ragione, rimboccati sotto la coperta nucleare della Guerra Fredda. Dormiva anche Martha Laird, in una notte di quel 1951. Una giovane mamma di 26 anni addormentata accanto al marito, ai due figli piccoli, alle sue pecore e ai suoi cavalli nelle colline del Nevada a ovest di Las Vegas, in un villaggio minuscolo chiamato Twin Springs, sorgenti gemelle.
«Ci svegliò un lampo di luce che ci scaldò il viso come se il sole fosse esploso davanti alla finestra” racconta adesso. “Dopo qualche secondo sentimmo arrivare da lontano il ruggito, come di un terremoto. La casa cominciò a tremare, le finestre si sbriciolarono, la porta volò via come un vecchio giornale. I bambini piangevano. Mio marito e io ci stringemmo uno all’altra, fino a quando il rombo si calmò e il sole di notte si spense. Non capimmo niente».
Cominceranno a capire più tardi, quando il bambino più grande si ammalò di leucemia, il più piccolo di cancro alle ossa, il marito al pancreas e il neonato che Martha portava in sè nacque prematuro, di sei mesi, “con due strane appendici nere e contorte che gli penzolavano sotto la pancia, al posto delle gambe”. Visse cinque ore prima di morire anche lui, come i fratelli, come il padre, come i puledri deformi usciti dal ventre delle giumente che galoppavano via con gli occhi da matte, come se avessero paura di quel che avevano partorito. “Allora non sapevamo di essere i ‘downwinders’, il popolo-cavia che viveva ‘sottovento’ rispetto agli esperimenti nucleari nel poligono atomico del Nevada” dice Martha.

Ora, 40 anni dopo, lo sanno. Lo sa anche il governo americano che ha versato pochi giorni or sono a questa donna, e a migliaia di ‘sottovento’ come lei, 50 mila dollari a testa, per “risarcimento danni da radiazioni” secondo una legge finanziata con un fondo speciale voluto da Clinton di oltre 200 miliardi di lire annui.

Soltanto oggi, dopo anni di querele, cause, processi, inchieste e soprattutto morti orribili su morti orribili, la verità sulla guerra segreta condotta contro il popolo dei “Sottovento” comincia a venire a galla, sciolta dall’omertà della Guerra Fredda. Le 104 bombe all’idrogeno fatte esplodere all’aria aperta nel deserto del Nevada fra il 1951 e il 1963, quando Kennedy firmò la messa al bando degli esperimenti atmosferici, e poi le oltre 800 detonate nelle caverne sotterranee fino a ieri hanno fatto più vittime di Chernobyl, qui nell’enorme regione fra l’ Arizona, lo Utah e il Nevada coperta dalla nuvola del ‘fallout’ nucleare.

Il loro numero esatto è ancora un segreto di Stato. Forse 50 mila, come in Vietnam. Eppure Clinton sta meditando di autorizzare altri quattro test nucleari, entro il 1996. Come tutto quel riguarda l’atomo, anche di questo orrore non v’ è segno visibile altro che nelle conseguenze. Bisogna cercare gli effetti nella famiglia Laird, distrutta dalla ricaduta della bomba ‘Harry’ (ogni esperimento aveva un suo nome, Harry, Bob, Frank, John, per umanizzarlo. Anche quella che distrusse Hiroshima era detta simpaticamente ‘Fat Boy’, ciccione).

L’impronta di quella guerra interna sta nei 100 mila indiani della nazione Navajo impiegati come minatori d’ uranio per scavare il minerale necessario alle bombe, sterminati dai tumori al polmone e morti senza neppure poter dare un nome a ciò che li uccideva: in lingua Navajo non c’è una parola che esprima il concetto di ‘radioattività’. La chiamavano la “morte che consuma”.

Per anni, il silenzio ufficiale fu assoluto, feroce. Nel paese di St. George, un villaggio fra i mormoni dello Utah, un medico del posto scoprì a metà degli anni ’60 quantità mostruose, inspiegabili di tumori, 25 volte più della media nazionale… perchè? chiese alle autorità, perchè tanta mortalità fra questa gente sana, in uno degli angoli più belli e vergini d’ America? Come risposta gli arrivò a casa un agente dello FBI: lei non è per caso un comunista? Una spia russa? Il medico lasciò perdere.

Non ci sono monumenti, medaglie, eroi di quella guerra segreta di Americani contro altri Americani. Solo cimiteri. Solo il nulla sinistro e gigantesco di roccia e deserto che fu il ‘Nevada Test Site’, il poligono atomico. Di quell’inferno oggi resta soltanto un cartello – “Warning! Attenzione! State entrando nel poligono nucleare del Nevada!” – a poco più di un’ ora d’auto da Las Vegas. Non è proibito entrarci, ma molti dicono che sia stupido. La polvere che ricopre la strada è forse ancora ‘calda’, radioattiva e lo sarà per 400 anni.

A bassa voce, per non disturbare i turisti, i vecchi del posto ti suggeriscono di viaggiare coi finestrini della macchina ben chiusi, la ventilazione bloccata e le mascherine di carta sulla bocca per non respirare la ‘morte che consuma’ . Quella stessa morte che uccise anche John Wayne e tutta la gente che lavorava con lui sul set di un western realizzato da queste parti. Nessuno della troupe di quel film girato accanto al poligono nucleare è scampato. Tutti sono morti qualche tempo dopo aver lavorato qui per 4 settimane, tutti di cancro al polmone. Dissero che erano le sigarette.

Allora non sapevamo quel che sappiamo ora, si difendono le autorità, eravamo sprovveduti, ingenui. Ma non è vero. Sapevano benissimo. Quando il vento spirava dal poligono in direzione di Las Vegas e di Los Angeles, rimandavano gli esperimenti. Aspettavano che il vento girasse e portasse la polvere verso le Montagne Rocciose, a est, nelle zone poco abitate, verso i disgraziati che vivevano sparsi nei villaggi sottovento, come Martha e i suoi figli.

Il Pentagono le chiamava “popolazioni marginali”. Diciamo pure la parola: cavie. Sapevano, eccome sapevano. Da Las Vegas si vedevano benissimo i ‘funghi’ stagliarsi contro l’orizzonte ad appena 100 chilometri. I giocatori si alzavano dai tavoli del ‘Blackjack’, si staccavano dalle slot machines per correre sui tetti a vedere ‘the mushroom’, il fungone. Le scuole distribuivano pasticche di iodio ai bambini per combattere l’effetto delle radiazioni. Dicevano ai genitori che erano “vitamine”. Ai soldati che in 250 mila vennero piazzati a pochi chilometri dal ‘ground zero’, il punto della detonazione, veniva data paga doppia, come agli scienziati che lavoravano agli esperimenti. Dunque il rischio era ben noto.

“Li pagavano profumatamente e gli dicevano che era un lavoro patriottico, indispensabile per difendere l’ America dalle bombe dei comunisti” racconta la vedova di un cow-boy del Nevada. Suo marito aveva il compito di portare vacche vicino alla bomba per studiare gli effetti. Alle bestie usciva una schiuma purpurea dalle narici, gli occhi si gonfiavano fino a cadere dalle orbite. Qualche volta anche ai vaccari. E le vedove zitte. “Non una parola con nessuno, mi disse mio marito vomitando abbracciato alla tazza del cesso, dopo un esperimento”. Morì sei mesi dopo.

Lungo la ‘Frontiera della Bomba’ oggi non c’è più niente di vivo. Deserto doppio. Vedo, dal finestrino ben chiuso della mia macchina, la carcassa di un vecchio carro armato bianco, calcinato dall’esplosione. Rottami di autobus, macchine, tronconi sbriciolati di ponti in cemento armato, pezzi di rotaia divelti, usati per misurare l’effetto-bomba, tutti coperti da quella polvere candida e finissima che viaggiava per centinaia, per migliaia di chilometri. A volte ricadeva fitta come neve sui villaggi e i bambini correvano fuori a tuffarvisi dentro, ridendo e respirando. La notte vomitavano, la mattina apparivano le prime piaghe e i capelli cominciavano a cadere 48 ore dopo. Le madri pregavano per loro. Prima perché guarissero. Poi perchè morissero in fretta.

La gente si fidava. La propaganda funzionava e la ‘Bomba’ non dispiaceva affatto. Quel fungo enorme contro il cielo terso del West era una bandiera, un segno di trionfo. Era l’America. Miss Nevada 1953 vinse il titolo indossando un costumino da bagno fatto di bambagia a forma di fungo atomico. Parve una gran trovata. Il due pezzi rivelatore non si chiamava forse ‘Bikini’ , l’atollo della prima Bomba H? Nel deserto del Nevada, spuntavano gli ‘Atomic Bar’ , ‘Atomic Restaurant’ , ‘Atomic Casinò’ . Le prostitute di Reno offrivano ai clienti ‘The Atomic Fuck’ , la scopata atomica. Le famiglie andavano a fare i pic-nic sulle colline per guardare il ‘sole a mezzanotte’ attraverso gli occhiali affumicati. L’esercito distribuiva e proiettava nei paesi sottovento del Nevada, dell’Arizona, dello Utah un filmino rassicurante intitolato “Il Cappellano e la Bomba”. Anno: 1956. Recitava il cappellano: “Domani assisterai in prima linea a un esperimento nucleare, hai paura?”. Il soldato: “Un po’ sì, Padre”. “Non averne, figliolo. Non c’ è alcun pericolo. Vedrai un grande lampo, sentirai il calore sul viso come quando prendi il sole al mare, avvertirai la terra tremare, il vento alzarsi. E poi vedrai un fungo di colori meravigliosi volare verso i cieli, verso il Signore. Sarà bellissimo”. “Sì padre, ora sono tranquillo”.

Vedo nel deserto resti di enormi gabbie, come grandi voliere sparse qua e là. Erano le gabbie per gli animali collocate a varie distanze dal “ground zero”. I più vicini venivano polverizzati. I più sfortunati, quelli più lontani, vivevano un giorno o due. Reason Wareheim, un ex Marine di servizio nel Poligono che oggi ha 67 anni ed è sopravvissuto a un tumore al polmone, ricorda ancora le grida e gli ululati strazianti di quelle bestie, lasciate a morire sotto il cielo del deserto. Sopravvivevano solo scorpioni e scarafaggi. Bisognava farlo. C’era la Guerra Fredda. Stalin e Kruscev. Budapest e Cuba. Il giorno dell’Olocausto atomico sembrava inevitabile, imminente. Gli esperti parlavano di “deterrenza” nucleare fra Usa e URSS per garantire la pace. Forse milioni di vite furono risparmiate. Certamente migliaia di vite furono consumate in silenzio, qui nel Selvaggio West della Bomba coperto dalla polvere portata dal vento del Nevada che lasciava in bocca “un sapore metallico, come leccare la lama di un coltello”. E il ‘fallout’ radioattivo arrivava sino a New York, dicono le carte segrete.

Racconta ancora Martha Laird:
«Poco prima di morire mio figlio alzò la testa dal letto dove stava tutto avvolto in un guscio di gommapiuma perché le sue ossa erano ormai diventate così fragili per il tumore che si spezzavano solo a muoversi. Mugolava come un cane… mamma sento il vento arrivare… mamma ferma il vento… Credevo che delirasse». 
Martha ha messo in cornice l’ assegno del governo. Giura che non incasserà mai quei soldi portati dal vento del Nevada, come la morte senza nome che consumò tutti i suoi figli.

* Fonte: sinistra.ch

martedì 5 settembre 2017

ANTIEURISTI D'AFRICA CRESCONO di Sandro Arcais

[ 5 settembre 2017 ]

SOLIDARIETÀ CON KEMI SEBA!

Kemi Seba è un intellettuale africano, un panafricanista, che sogna un’Africa sovrana ed indipendente dai retaggi del colonialismo e del neocolonialismo (qui). È uno che afferma combatte contro il CFA, la moneta unica a cambio fisso con l'euro con cui Parigi stringe in una morsa neocoloniale le sue ex-colonia africane.




Altri elementi del pensiero e programma di Kemi Seba sono questi:
  • «… sinceramente non credo al concetto di razza, le persone possono avere il colore della pelle diversa ma che lo si voglia o meno i popoli sono diversi fra loro e bisogna rispettarli». (qui)
  • «Nell’Ottocento le forze progressiste giustificavano il colonialismo nel nome della civilizzazione delle razze inferiori, oggi invece i cosiddetti anti-razzisti sono i primi a sostenere le guerre in Medio Oriente e in Africa». (qui)
  • «Il mondo moderno non è poi così contraddittorio quando si conosce il modo di operare dell’oligarchia. Io direi d’altronde che quest’ultima si regge su due tipi di discorsi, quello della virtù, della fratellanza, dell’unità, mentre il suo ruolo è quello di asfissiarci, ucciderci, dividerci. L’Imperialismo nasce e sussiste nel nostro malfunzionamento, e per portarsi a termine, deve distruggere le matrici dei popoli. La nozione di patria, la nozione di famiglia, la nozione di unione uomo-donna, la nozione di procreazione. Più vi sarà degenerazione tra i ceti di bassa condizione più aumenteranno il loro profitto le classi alte». (qui)
  • «La conservazione della propria identità è l’ultimo bastione di resistenza al mondialismo.». (qui)
  • «Quelli che conoscono un minimo i fatti della guerra planetaria che viviamo oggi sanno che le élite hanno prodotto un concetto vestito del mantello dell’amore e della pace mentre il contenuto è genocidario. Personalmente, lo nomino l’”Imperialismo della virtù”. Ci parlano dei diritti dell’Uomo, ma vogliono sopratutto che l’Uomo cammini dritto nella trappola che questi demoni dal volto umano gli tendono. E’ quindi evidente che il multiculturalismo genera una società multi-conflittuale. Certi popoli non hanno granché da vedere culturalmente, e se è evidente che la condivisione arricchisce, non possiamo neanche negare che la coabitazione forzata distrugge. Lo penso dal più profondo del mio cuore, ne ho fatto l’esperienza, la società multi-conflittuale, ne sono il frutto». (qui)
  • «Di informarsi bene sulla destinazione che pensano essere un paradiso terrestre. Perché si potrebbe benissimo dare che sia un inferno su terra» (consiglio ai migranti in Europa). (qui)
«Kemi Seba è stato arrestato la settimana scorsa a seguito di una denuncia sporta dalla Banca Centrale degli Stati dell’Africa Occidentale (BCEAO)» «per aver dato fuoco a una banconota da 5.000 franchi CFA» (qui)
Pochi giorni dopo, Kemi Seba «è stato assolto da un tribunale della città di Dakar, capitale senegalese». (qui)
«Kemi Seba è tra i molti attivisti che chiedono di abbandonare il franco CFA, affermando che sia un lascito del colonialismo francese». (qui)
«Il Franco CFA nasce nel 1945 con gli accordi di Bretton Wood; infatti all’epoca si chiamava Franco delle Colonie Francesi Africane. Successivamente nel 1958 cambia nome e diventa Franco della Comunità Francese dell’Africa.
Fino a qui tutto normale se non per due piccoli particolari. 1) il Franco CFA è una moneta ancorata ad un cambio fisso, prima con il Franco Francese e ora con l’Euro. 2) La piena convertibilitá del Franco CFA è garantita dal Ministero del Tesoro francese, che però chiede il deposito, preso un conto del ministero, del 65% delle riserve estere dei paesi aderenti all’unione monetaria.
Dietro queste due tecnicalità si nasconde il diavolo del colonialismo. Infatti il cambio fisso azzera il rischio di cambio per gli investimenti delle multinazionali occidentali nel paesi dell’Unione monetaria. Non basta, il cambio fisso (per giunta garantito dal Ministero del Tesoro francese) favorisce l’accumulo nei forzieri delle banche occidentali di immensi tesori frutto della corruzione dei governanti locali (spesso dittatorelli amici dei nostri governi).
Come se non bastasse, tutto questo avviene a scapito dell’economia reale locale, soffocata dalla rigidità del cambio con una moneta fortissima come l’Euro.
Il secondo punto probabilmente è anche peggio del primo. Quale nazione sovrana depositerebbe, a garanzia della convertibilitá della propria moneta, ben il 65% delle proprie riserve estere presso il ministero del Tesoro di uno stato estero per giunta quello del paese ex coloniale? Nessun paese sovrano farebbe mai una cosa del genere, che consegna le chiavi dello sviluppo (o del sottosviluppo) ad una nazione straniera.
(…)
Grazie a questo sistema le nostre multinazionali hanno invece l’opportunità, a rischio di cambio pari a zero, di depredare le immense riserve di materie prime dell’Africa Occidentale: uranio, metalli rari, oro, petrolio, gas ma anche legname pregiato e derrate alimentari.» (qui)
L’unico vantaggio per gli Africani è che «un cambio esageratamente basso tra Euro e Franco CFA fa sì che i lavoratori africani in Europa possano mantenere le loro famiglie con pochi euro in Africa». (qui)
 Le morali di questa storia?
  1. La moneta unica è uno strumento coloniale.
  2. La classe dirigente italiana è per lo più venduta e idiota.
  3. Alla base dell’immigrazione degli Africani in Italia e degli Italiani in nordeuropa ci sono le stesse identiche dinamiche colonialiste.
  4. Non c’è riscatto che non passi per il recupero della sovranità e dell’identità, per l’opposizione al colonialismo e all’imperialismo, per la lotta al meticciato forzato e alla cultura meticciara.
  5. Il più grande favore che possiamo fare agli Africani è far saltare l’euro e l’unione europea e contrastare i progetti neoloniali di Francia e Germania.
Magari ce ne saranno anche altre, ma a me non vengono in mente.

SICILIA (ITALIA) : NON SI MUOVE FOGLIA CHE D'ALEMA NON VOGLIA di S. St

[ 5 settembre 2017 ]

Mi dicono i redattri di SOLLEVAZIONE che il mio articolo LA SINISTRA "RADICALE" IN SICILIA E I SOLITI TROMBATI (della serie cornuti e mazziati) ha avuto un sacco di lettori. La ragione penso sia la grande importanza che le elezioni siciliane hanno per il resto d'Italia.
E' infatti evidente che il menù che i politici stanno approntando per gli elettori siciliani anticipa quello che verrà servito al resto degli italiani nelle elezioni generali della prossima primavera.

La morale della favola è che avremo in lizza i tre blocchi principali che occupano il panorama politico: Pd, centro-destra unito e 5 Stelle. Fuori da questo coro, qui in Sicilia, c'è solo una novità, la lista "Noi siciliani con Busalacchi - Sicilia Libera e Sovrana", il movimento che ha siglato un Patto di alto valore politico con la Confederazione per la Liberazione Nazionale.

I cornuti e mazziati, i cespugli della sinistra radicale, adesso piagnucolano perché Rifondazione e il Partito Comunista italiano, con in testa il loro candidato Ottavio Navarra, hanno stracciato il "solenne" patto del 29 luglio e hanno deciso di andare coalizzati con Sinistra Italiana e i d'alemiani di Articolo 1 - MDP. 
Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Era chiaro sin dall'inizio che sarebbe andata a finire così (e non solo perché qui in Sicilia c'è lo sbarramento del 5%). Scusate ma 
l'avevo anticipato il 30 luglio e ci ero ritornato su il 1 agosto:
«Ma è proprio sicuro che i siciliani troveranno nella scheda il simbolo della "Sinistra Alternativa"? Non proprio visto che il loro candidato Ottavio Navarra ha dichiarato che è pronto a farsi da parte nel caso la sua allegra compagnia venga accettata nel listone con orlandiani, MDP, e Sinistra Italiana».
Il 24 agosto segnalavo quindi l'avvenuto accordo di massima tra Sinistra Italiana e Prc per una lista unitaria (salutato da Civati) e scrivevo che dietro alle quinte c'erano i d'alemiani di MDP.

Leggiamo su Il Giornale di Sicilia di ieri, 4 settembre:
«PALERMO. Claudio Fava sarà il candidato della sinistra unita in Sicilia. E' quanto si legge in una nota congiunta firmata proprio dal vice presidente dell'Antimafia con l'editore Ottavio Navarra, che era stato indicato come candidato da Prc e altri partiti di sinistra prima dell'avvio del dialogo con Mdp e Sinistra italiana, che si sono giù espressi a favore di Fava.
Il 10 settembre è in programma un'assemblea regionale per il programma e l'ufficializzazione di Fava».
Chiaro no?

Ma leggiamo cosa c'è scritto in questa nota congiunta:
«Siamo convinti che la sfida messa in campo è inedita per la Sicilia e per il nostro Paese - dicono Fava e Navarra - L'assemblea del 10 sancirà l'atto di nascita di una sfida politica che non si esaurirà con il voto del 5 novembre. Per questo chiamiamo a raccolta le esperienze migliori della società siciliana. E' il tempo di un cambiamento necessario ed utile. Vogliamo mettere a disposizione - proseguono Fava e Navarra - dei siciliani e di tutte le forze che sostengono questo progetto le nostre competenze e la nostra passione».
Avete capito bene? Si dice senza mezzi termini che l'alleanza siciliana cha va da MDP a PRC e PCI, passando per Sinistra Italiana, verdi e civatiani, è apripista di quella che verrà fatta in vista delle elezioni nazionali.

Quindi:
«La prima uscita da candidato governatore in Sicilia per Claudio Fava sarà giovedì prossimo: il vice presidente dell'Antimafia sarà a Messina e a Capo d'Orlando (Me) per una iniziativa di Art.1-Mdp, alla quale è prevista anche la partecipazione di Massimo D'Alema. Il 10 settembre, poi, Fava sarà ufficialmente investito della candidatura nel corso dell'assemblea regionale dei partiti della sinistra; il luogo non è ancora stato deciso».
Come si dice... Non si muove foglia che D'Alema non voglia.

lunedì 4 settembre 2017

DI MAIO: LO TSIPRAS ITALIANO? FORSE ANCHE PEGGIO

[ 4 settembre 2017 ]

AFFERMAZIONI DI UNA GRAVITA' INAUDITA

DI MAIO: «Non siamo contro l'Unione europea, vogliamo restare nell'Unione europea».
Questo ha detto ieri il nostro a Cernobbio, il tempio del grande capitalismo italiano.

Così scrive il Corriere delle Sera nella sua edizione odierna (vedi qui sotto).

«Un incontro che segna forse l'inizio di una nuova fase: quella del post populismo. Almeno per Lega Nord e 5 Stelle. L'occasione è il confronto tra le opposizioni al Forum Ambrosetti a Cernobbio: Luigi Di Maio, Giovanni Toti e Matteo Salvini hanno indicato la loro visione per il futuro dell'Italia.
Toni più moderati, vocazione governativa e un'attacco all'Europa e all'euro parzialmente accantonato per il pentastellato e il leghista, ieri al centro dei riflettori».

QUI tutto il discorso pronunciato dal Di Maio.

Non siamo stupiti di queste affermazioni. E' da un bel pezzo che il nostro fa il giro delle sette chiese per tranquillizzare i padroni del vapore che se ove fosse lui a capeggiare il governo, non si torcerebbe loro un capello. 

Anzi, Di Maio ha fatto loro capire che un governo M5S adotterebbe politiche favorevoli alle grandi aziende. Lorsignori hanno gradito, soprattutto quanto il nostro ha detto che occorre tagliare la spesa pubblica per ridurre il debito pubblico. Marchio di fabbrica dei liberisti. Nemmeno una parola sulla drammatiche condizioni sociali di milioni e milioni di italiani.

Non solo, che lui come primo ministro non farebbe nessun gesto per aiutare il Paese ad uscire dalla gabbia della Ue e dell'euro.
In pratica egli, al pari di chi vorrebbe rimpiazzare, accetterebbe il "pilota automatico" della Bce e il "vincolo esterno" che l'euro-Gerrmania impone agli altri Paesi, all'Italia anzitutto.

Ma la cosa che ci ha fatto letteralmente cadere dalla sedia è quando ad un certo punto Di Maio ha tentato di spiegare come mai la Spagna abbia conosciuto l'aumento di PIL più consistente tra i paesi Ue.

Ebbene il nostro ha indicato (facendone l'encomio) delle misure adottate dal governo di Rajoy a favore delle imprese. 
tabella n.1

Le cose sono due o Di Maio non sa di cosa parla, e quindi farebbe meglio a informarsi e studiare, non diciamo l'economia, ma alcuni semplici dati macroeconomici, oppure è uno già iscritto a libro paga della Confindustria o di qualche loggia massonica liberista.

Tutti sanno da cosa sia dipesa la "crescita" spagnole degli ultimi anni: tagli brutali ai salari (vedi tabella n.1 qui accanto) austerità durissima, tagli draconiani allo stato sociale e misure tese ad aumentare la disoccupazione (vedi Tabella n.2).

Affermazioni di una gravità inaudita. I padroni del vapore che lo ascoltavano saranno andati in brodo di giuggiole. Avranno pensato: "Possiamo dormire sonni tranquilli. Anzi, siamo in una botte di ferro. Mal che vada, nell'ipotesi che il Pd perda le elezioni, e le destre non vincano, i 5 Stelle non attueranno nessuna politica che contrasti coi nostri interessi". 

Morale della favola: i 5 Stelle, ottenuto un consenso di massa per avere saputo raccogliere l'ondata di malcontento e indignazione popolare, in breve tempo sono passati nel campo del nemico, si sono messi al servizio dei dominanti, e alcuni loro leader, divorati dall'ambizione personale, sgomitano per salire al potere.

Non la passeranno liscia.

Anche per questo occorre fare in fretta, costruendo un nuovo polo politico popolare e antisistemico.

Che è appunto ciò per cui è al lavoro la Confederazione per la Liberazione Nazionale

sabato 2 settembre 2017

APPELLO AI GIOVANI SICILIANI

[ 2 settembre 2017 ]

di Beppe De Santis, Erasmo vecchio, Franco Busalacchi


Ragazze e ragazzi di Sicilia,
scendete sul campo di battaglia.
Direttamente, in prima persona.

Ribellatevi, lottate, candidatevi alle prossime elezioni regionali, andate a votare in massa.

CANDIDATEVI E VOTATEVI!


Riprendetevi direttamente, nelle vostre mani, il vostro destino, il vostro presente e futuro.

Scacciate- anche col voto e le vostre candidature- i predoni, che hanno rubato il vostro presente e il vostro futuro.

Tutti i predoni della partitocrazia (dei cosiddetti centro-destra, centro e centro-sinistra), al servizio delle oligarchie neoliberiste, finanziarie speculative.

Non commettete l’errore di votarli, ancora una volta.

Vi rovineranno definitivamente.

Non commettete l’errore fatale di ASTENERVI.
I predoni non aspettano altro.

Più vi astenete, più loro godono: voteranno soltanto i loro 500.000 clienti, strettamente controllati e allineati, e, comanderanno ancora- per 5 anni- la devastata Sicilia.

Voi sarete ridotti definitivamente alla miseria, all’umiliazione, al servilismo, all’emigrazione di massa.


Senza lavoro, senza reddito, senza democrazia, senza diritti, senza uno Stato sociale degno di questo nome (scuola, sanità, trasporti).

Come gli antenati, alla fine dell’Ottocento e negli anni 40 e 50 del Novecento.

Noi, combattenti di buona volontà, poniamo al vostro servizio una rete civile e una LISTA di rivolta, di battaglia, di rottura, “Noi Siciliani con Busalacchi-Sicilia Libera e Sovrana”

Contattateci immediatamente. Soprattutto per porgere le vostre candidature e combattere insieme. Fraternamente, lealmente, audacemente, fino in fondo.

Guai a perdere il treno delle elezioni regionali del 5 novembre 2017:potrebbe essere l’ultimo.

Quella in cui hanno vissuto i vostri antenati è la vostra terra. Avete diritto di viverci anche Voi e costruire qui il vostro futuro

Dio ci ha regalato un clima straordinario ed ha concentrato nella Sicilia ricchezze ambientali, artistiche, archeologiche che nessun territorio può vantare. Abbiamo un mare meraviglioso. Tradizioni e culture di cui andare orgogliosi. Abbiamo 7 siti unesco e 22 presidi slow. Eppure abbiamo il record di una disoccupazione giovanile del 56%. Gli investitori si tengono alla larga da un territorio che li allontana. Oggi sono tanti i siciliani che decidono di partire per vivere altrove. 

All’estero o in alta Italia non importa, l'importante è "scappare" da una terra ostile con i suoi figli abbandonando casa, vincoli e affetti, per andare incontro a un destino meno crudele, almeno questa è la speranza. A partire sono soprattutto i giovani, nel pieno dell’età lavorativa. Età media ventisette anni. Il 22% di chi va via è laureato, mentre il 28,7% è diplomato. Sono i famosi cervelli in fuga. Ma oltre confine non si vanno a ricoprire solo posizioni che richiedono professionalità qualificate. In patria si fatica a trovare un posto all’altezza della propria formazione e delle proprie ambizioni.

Di chi la colpa ? Nostra, ciòè del Popolo siciliano, donne ed uomini che, alle ultime elezioni regionali per metà hanno dato fiducia a chi non la meritava e, puntualmente, l’ha tradita, e per l’altra metà ha deciso di non recarsi alle urne, per stanchezza, per protesta o per indifferenza, poco importa. Serve una rivolta democratica per cacciare chi ha reso colonia la nostra terra e decidere di utilizzare l’arma democratica del voto per riprenderci il nostro futuro. Oppure dare avvio alla rivolta.

Uomini e donne delle associazioni culturali, produttive lo stanno facendo con noi.

Vogliamo incontrarti in qualsiasi ora del giorno o della notte. Ti chiediamo solo di darci l’opportunità di farti conoscere la nostra visione, i nostri sogni.

I candidati che cerchiamo non hanno fatto politica politicante, non sono collusi con il malaffare, sono solo persone che amano la loro terra e che forse fanno parte di quell’immenso patrimonio di energie, professionalità e idee che aspettano di attivarsi in un progetto di sviluppo chiaro ed autocentrato. Giovani che sono pronti a dare la loro disponibilità a battersi con noi. Con sincera passione e con orgoglio.

Chiamaci. Con Voi saremo ancora più forti.


E’ l’ora della RESA DEI CONTI
della rivincita e della vittoria dei giovani siciliani.


“LA SICILIA AI GIOVANI SICILIANI”

venerdì 1 settembre 2017

IMMIGRAZIONE, EMIGRAZIONE, SINISTRA DI CLASSE di Sandro Arcais

[ 1 settembre 2017 ]

«Il fatto che tra lavoratori indigeni e lavoratori immigrati non può esserci che concorrenza e conflitto quando i secondi siano disposti ad accettare salari e condizioni di lavoro e di vita inaccettabili per i primi. Tutta la storia del capitalismo mostra in modo chiaro che tra lavoratori di diversa provenienza e coscienza di classe non può esservi alcuna unione o solidarietà».



In un recente post, Bill Mitchell illustra nei dettagli come l’Unione europea abbia “clonato” se stessa e la sua unione monetaria nell’Africa sub-sahariana (come se una non fosse sufficiente). Si tratta, perlopiù di paesi sottosviluppati un tempo colonie francesi. È impressionante leggere come anche questa unione di stati africani abbia le sue belle regoline di convergenza, regoline che impongono la parità di bilancio, regoline per il controllo della spesa, delle tasse e le relative belle sanzioncine per la violazione di tutte queste belle regoline.
Come se non bastasse, l’Ue ha imposto a questi paesi un trattato di libero scambio, che, nelle parole di Bill Mitchell, non è altro che
un gigantesco aspiratore, ideato per risucchiare risorse e ricchezza finanziaria dalle nazioni più povere, con sistemi legali o illegali, a seconda di quali generino i flussi maggiori.
E allora mi è venuto da pensare che non sono solo le guerre, le carestie, il terrorismo islamico, le bombe franco-anglo-americane ad aver dato la stura al recente aumento degli arrivi di immigrati provenienti dall’Africa occidentale sub-sahariana, ma anche le stesse dinamiche economico-istituzionali che presiedono all’emigrazione dei giovani italiani.
Nella più cristallina logica neoliberista l’Europa ha imposto a questi paesi la libertà di commercio, libertà dei capitali, libertà di spostamento della forza lavoro (con l’aggiunta della fissa teutonicordoliberista socialmente darwiniana della concorrenza: solo i più forti sopravviveranno).
Gli immigrati che arrivano in Italia sono perlopiù immigrati economici che si spostano all’interno di uno spazio allargato euro-subsahariano di libero commercio e di integrazione economica: le stesse logiche che presiedono alle sempre più marcate asimmetrie nell’area euro le si trova in questa unione di stati dell’Africa occidentale. Così come le stesse
conseguenze: l’emigrazione è una di queste. Come emigrano gli africani sub-sahariani in Italia, così lo fanno gli Italiani in nord-Europa. In condizioni disperate i primi, più comodamente i secondi.
Gli arrivi totali di immigrati in Italia nel 2015 e nel 2016 sono stati rispettivamente 153.000 e 181.000; gli italiani emigrati sono stati rispettivamente 102.000 e 114.000. Dà da pensare, vero? Come inciderà questo travaso nella condizione di vita di chi rimane, volente o nolente, in questo paese?
Afferma il prof. Brancaccio in un recente intervento apparso sull’Espresso:
… in alcune frange della cosiddetta sinistra radicale montano istanze xenofobe che si pretende di giustificare con l’idea secondo cui gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi. Anche in tal caso, a nulla valgono le evidenze scientifiche sull’assenza di legami causali tra immigrazione e criminalità e sui controversi e modesti effetti dei flussi migratori sulle dinamiche salariali.
E magari c’è da credergli, dal momento che la logica austeritaria, neoliberista, ordoliberista e neodarwiniana che presiede all’impoverimento e sfruttamento dei paesi sub-sahariani (e quindi alla spinta a emigrare) è la stessa che presiede all’impoverimento e alla desertificazione industriale dell’Italia e di tutta l’Europa meridionale portati avanti dall’asse franco-tedesco (impoverimento e desertificazione che spingono i nostri giovani a emigrare). Probabilmente è vero: non sono gli immigrati ad avere contribuito ad abbassare i salari dei lavoratori italiani e ad indebolirne le tutele sociali. È stato il ceto dominante italiano liberale e azionista, attraverso golpe vellutati e con la sbavante complicità dei neo-convertiti al liberismo, al rigore  e al mercato, i nipotini deformi di Togliatti e Gramsci.
In questa storia di sfruttamento e spostamento coatto di popoli c’è chi persegue attivamente obiettivi e agende globali (vedi quiqui e qui), chi si inserisce di buona voglia in questi progetti (vedi quiqui, e qui), chi perseguendo politiche ondivaghe e di piccolo cabotaggio (vedi qui), chi si pensa tanto tanto astuto e pensa di poter torcere a suo vantaggio tali processi sostituendo i non conflittuali italiani con i più conflittuali (in prospettiva) immigrati, chi tiene ben ferma la barra dei valori universali dell’accoglienza senza se e senza ma e col dito giudicante e accusatorio puntato (vedi qui), chi non gli sembra vero di poter riconquistare la guida (sic!) di questo paese cavalcando sentimenti di insicurezza, insofferenza e stanchezza nei confronti di condizioni che diventano sempre più pesanti anche a causa del sempre maggior numero di immigrati e infine chi semplicemente quei progetti li subisce e ne sopporta tutto il peso, immigrati nativi.
Ora facciamo un esperimento mentale e poniamoci la domanda: cosa rimane da fare in questo contesto di capitalismo selvaggio e rinnovato imperialismo e neocolonialismo occidentale a chi in occidente si ostina a difendere il lavoro nei confronti di un capitale autodistruttivo, psicopatico e cocainomane? Se l’immigrazione e la destrutturazione di ogni qualsivoglia organizzazione comunitaria, che siano quelle di provenienza degli immigrati che quelle di arrivo, avviene come necessaria e ricercata conseguenza dell’ingabbiamento di economie dal diverso livello di sviluppo in schemi rigidi votati alla convergenza attraverso la concorrenza e la libera circolazione di capitali, mezzi e forza-lavoro; se tutto ciò è vero, allora, cosa resta da fare a una forza politica che voglia rappresentare il mondo del lavoro, il suo benessere, il benessere di una comunità in un contesto complessivo di giustizia sociale ed eguaglianza?
A me viene in mente una unica e semplice risposta: recuperare la sovranità nazionale e popolare, chiudere e ristabilire i confini e i controlli di ciò che passa attraverso tali confini, merci, capitali e uomini. Una sinistra che recuperi i concetti di classe e di lotta di classe (quei concetti che i padroni non hanno mai dimenticato e smesso di praticare) non può fare altrimenti. Una tale sinistra che si proponga come forza di governo per salvare l’Italia e, nel suo piccolo, il mondo dall’imbarbarimento capitalistico non può
lasciare nelle mani degli industriali la gestione dell’afflusso e del reclutamento della manodopera (A. Barba, M. Pivetti, La scomparsa della sinistra in Europa, pag. 134)
Sì, perché, a dispetto delle sinistre moderniste, antagoniste, universaliste e umanitarie,
l’ostilità del lavoro dipendente indigeno all’immigrazione, la dimensione più immediata e “fisicamente” percepita della mondializzazione, ha di fatto determinato il suo distacco definitivo dalla cosiddetta sinistra del continente. (idem, pag. 133)
Queste cose le aveva capite il partito comunista francese che alla fine degli anni Settanta e durante la campagna presidenziale del 1981 (quella che porterà alla vittoria Mitterand) insistette
sulla questione, cogliendo ogni occasione per difendere le condizioni di vita dei salariati francesi sempre più compromesse dalla presenza dei «moderni schiavi, super sfruttati e sottopagati». Ma i comunisti si ritrovarono completamente isolati. La stampa, tanto di destra che di sinistra …, insieme a schiere di intellettuali e artisti, fecero a gara nel denunciare «il razzismo del Pcf». … Marchais fu ridicolizzato e insultato e … il Pcf capitolò, rinunciando a combattere l’immigrazione … (idem, pag. 141)
Questa capitolazione
difficilmente avrebbe potuto prodursi se già da diversi anni la maggior parte della cultura francese di sinistra non avesse cessato di riconoscersi nell’analisi di classe della società (idem, pag. 113)
e se non si fosse verificato un
progressivo allontanamento della cultura di sinistra dall’analisi marxiana dei fenomeni sociali. (idem, pag. 113)
ampiamente agevolato e sfruttato dai servizi segreti americani (la fonte è ancora una volta il blog di Bill Mitchell, che vi consiglio di seguire con costanza).
Ciò che la sinistra modernista e antagonista, antinazionalista e globalista, antirazzista e multiculturalista, cosmopolita e meticciara non capisce è
Il fatto che tra lavoratori indigeni e lavoratori immigrati non può esserci che concorrenza e conflitto quando i secondi siano disposti ad accettare salari e condizioni di lavoro e di vita inaccettabili per i primi. Tutta la storia del capitalismo mostra in modo chiaro che tra lavoratori di diversa provenienza e coscienza di classe non può esservi alcuna unione o solidarietà. (idem, pag. 142)
Ecco perché sono contro una immigrazione incontrollata e selvaggia e contro il supposto diritto a immigrare: perché sono strumenti efficacissimi nelle mani del capitale per dominare, controllare, dividere e sfruttare più facilmente i salariati.
E in alternativa non si tratta di “aiutarli a casa loro”, ma di mettere le briglie in casa nostra a quel capitale che ci sta facendo il culo (scusate, volevo essere esplicito ed espressivo), a noi e a loro che arrivano tutti contenti con i loro bei smartphone col sogno illusorio di partecipare anche loro al “grande consumo”. Citando per l’ultima volta Barba e Pivetti
vi sono forme diverse dall’ “accoglienza fraterna” degli emigrati per esprimere la solidarietà di classe nei confronti dei lavoratori dei Paesi mano sviluppati. Opporsi … a ogni forma di aiuto a quei Paesi che non sia subordinato al perseguimento effettivo di politiche di crescita dell’occupazione e rivendicare l’erezione di barriere doganali contro le importazioni da Paesi ad infimo costo del lavoro sono due forme concepibili di tale solidarietà. (idem, pag. 143)

* Fonte: Pensieri provinciali 

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