mercoledì 2 marzo 2016

IMMIGRAZIONE: TUTTA UN'ALTRA STORIA di Luciano Barra Caracciolo

[ 2 marzo ]

1. Ecchevelodicoaffa??

La Repubblica ci delizia con l'immancabile storia per cui, secondo imprecisati (e collettivamente parlanti) "economisti", gli immigrati non sono il problema ma la soluzione visto che "non si fanno più bambini" e quindi abbiamo bisogno di 42 milioni di "nuovi europei" entro il 2020 e, ancor più, di altri 250 milioni entro il 2060.

2. A proposito di crisi demografica, cioè del "perchè", prima gli italiani sono indotti a non fare figli e poi ciò gli viene imputato come colpa giustificatrice dell'obbligo (altamente "etico"?) di accettare l'immigrazione, ci pare giusto, preliminarmente, rammentare che tutto ciò:
"...presuppone l'avvenuto consolidamento del sistema di "costituzione materiale" neo-liberista globalizzato, che sancisca, (ordoliberisticamente in UEM):
a) la "durezza del vivere", (del cittadino, da privare delle sue parassitarie "sicurezze") come nuovo principio eticamente sano, da imporre extra e contra Constitutionem ai propri cittadini; non a caso tale durezza è implicitamente esaltata, come grund norm del nuovo "ordo", dalla corrente culturale €uropeista che discende da Ventotene. 
 
Quindi smantellamento progressivo, e intensificabile, dello Stato sociale, mediante tetti al deficit e politiche monetarie deflazioniste, e, inevitabilmente, svuotamento del diritto al lavoro e all'abitazione, nonchè alla piena assistenza sanitaria pubblica, sanciti dalla Costituzione: artt.1, 4 32, e 47 Cost., elementi che non possono non essere   alla base di una ben prevedibile crisi demografica,determinata dall'obiettivo scoraggiamento della natalità (che, infatti, inizia a manifestarsi proprio con l'affermarsi del vincolo esterno, all'inizio degli anni '80);
http://images.tuttitalia.it/grafici/italia/grafico-censimenti-popolazione-italia.png
DA NOTARE COME L'INCREMENTO "RELATIVO" DELLA POPOLAZIONE RESIDENTE, cioè NON DEI NATI DI CITTADINANZA ORIGINARIA ITALIANA, SI COLLOCHI IN PIENO IN TEMPI DI EURO, CIOE' DI VINCOLO ESTERNO €UROPEO INTENSIFICATO, E QUINDI DI ACCELERAZIONE DELLA DE-SOVRANIZZAZIONE DEMOCRATICA ITALIANA.

b) il senso di colpa per la non accettazione di quel grado di "durezza del vivere", mediante la comparazione ("tu sei un privilegiato, pensa a chi sta peggio di te") dello status di cittadino con la condizione deimigranti (cittadino, naturalmente, anche reso colpevole dell'invecchiamento e della crisi di denatalità, sulle cui cause ci si guarda bene dal fare la connessione con la spinta ideologica sovranazionale alla "migrazione di ricambio")".

3. Ma per La Repubblica, siamo di fronte al più classico dei TINA: cioè, ovviamente, accettare un indiscriminato reinsediamento da altri paesi di gente disperata, a vario titolo, e quindi naturalmente disposta a lavorare a qualsiasi livello retributivo, è l'UNICA soluzione senza alternative. 
Altrimenti, dobbiamo dire addio al "generoso sistema pensionistico" europeo, questo gigantesco apparato parassitario, di gente, che, scandalosamente, non serve altro che ad "aspettare ogni mese...l'assegno dell'INPS".
Perciò: "O si tagliano le pensioni, o si aumentano i contributi in busta paga o si trova il modo di aumentare il numero di persone che pagano i contributi."
L'impressione è che tutto questo battage, alla fine, miri proprio al definitivo smantellamento del sistema pubblico pensionistico, divenuto un intollerabile parassitismo senza meriti, anzi decisamente "immorale". Che diamine! 
E infatti, l'intero ragionamento si aggira a cercare di oggettivare con pseudo-dati "espertologicizzati" questa conclusione.

4. E insomma, gli immigrati "non tolgono posti agli italiani" (o a qualsiasi altro €uropeo). 
Viene inevitabilmente ripetuta la solita storia che gli immigrati prevalentemente svolgono i lavori che gli italiani tendono ad abbandonare (peraltro, proprio perchè la presenza degli immigrati attesta le retribuzioni a livelli tali che gli italiani non sarebbero in grado di mantenersi a livelli accettabili se non peggiorando notevolmente il proprio tenore di vita...); insomma, appunto, italiani choosy e per di più ostinatamente dediti a non fare figli.

A riprova incontestabile, ci viene dato in pasto, da Repubblica, l'inevitabile studio OCSE per cui il contributo in tasse e contributi versati dagli immigrati è superiore a quanto ricevono in prestazioni sociale e spesa pubblica.

5. Ma sarà poi vero? 
Parliamo degli immigrati che, pagando tasse e contributi, sono quindi già insediati regolarmente in Italia: questi, secondo i dati 2014 combinati con quelli precedenti, risulterebbero in circa 2,5 milioni di lavoratori (attenzione: non di "residenti", come vedremo), cioè poco più del 10% degli occupati totali. 
L'articolo in commento ci racconta trionfalmente che questo insieme di lavoratori "regolari" (altrimenti non pagherebbero tasse e contributi...), versa circa 6,8 miliardi di imposte. Una "fondazione Leone Moressa" sostiene che tra tasse e contributi gli immigrati danno allo Stato 4 miliardi più di quanto ricevono (!)

6. Facciamo una serie di verifiche, (sempre avvertendo che, se si tenesse conto degli immigrati irregolari coinvolti nel lavoro in nero, i risultati cambierebbero in peggio): il gettito medio pro-capite, a titolo di imposta sul reddito, dei lavoratori - beninteso regolari- immigrati sarebbe dunque pari a 2720 euro (6,8 miliardi/2,5 milioni di lavoratori-contribuenti).
La spesa pubblica media pro-capite italiana (ce lo dice l'Eurostat, non la stampa italiana ordoliberista unificata), pur essendo tra le più basse di Europa (al contrario della tassazione) è, invece, di euro 13.479. 
Anche se aggiungessimo i contributi versati da tali lavoratori, non ci saremmo: mancherebbero all'appello molti euro pro-capite. Di certo non è evidente come possano gli immigrati, rispetto al bilancio statale italiano, essere contribuenti netti...


7. Il ragionamento, che fa sogghignare in trionfo gli espertoni ital-mediatici, è chequesti lavoratori in minima parte percepiscono una pensione; il che è ovvio, dato che sono ancora lontani, in gran parte, dall'aver maturato i requisiti di età e di contribuzione per percepirla. 

Questo elemento del tutto contingente, fa dimenticare che, in qualche modo, se gli immigrati non torneranno a casa loro, saranno anch'essi futuri pensionati: se rimarrano in tale condizione in Italia, graveranno sulla spesa pensionistica in base a un profilo retributivo e contributivo molto basso, come attesta il gettito medio e la tipologia di lavoro che, (fieramente), viene ad essi attribuito(come merito della...disperazione, laddove è solo la costrizione che li fa "scalzare" gli italiani, che avrebbero l'assurda pretesa di paghe minimamente dignitose per quegli stessi lavori).

8. Ma i pensionati immigrati, sarebbero (divenuti) ovviamente (e badate parliamo sempre di quelli regolari) degli "anziani", nella gran parte, obiettivamente poveri: ergo, dovrebbero necessariamente essere destinatari in pieno della spesa pubblica sanitaria, di assistenza agli anziani, di soccorso nell'abitazione per la fasce di popolazione più povere.
Quindi se già oggi, non essendo - non potendo essere-, destinatari di pensioni pubbliche, la loro contribuzione "regolare" per imposte e contributi è largamente inferiore alla spesa pubblica media, in futuro, col mero passare del tempo, la situazione è destinata ad aggravarsi e di molto.

9. Ed infatti entrano in gioco due fattori:
a) se, come sarebbe per loro stessi ben più ragionevole (potendo), tornassero nei paesi di provenienza per godersi la magra pensione, questi trasferimenti di spesa pubblica diverrebbero trasferimenti di reddito all'estero(sottraendosi al PIL e alla base imponibile italiana);

b) la spesa pubblica pro-capite è calcolata su tutta la popolazione residente e non solo sui lavoratori attivi (cioè tralasciamo il problema della forte disoccupazione che, negli ultimi anni, ha inevitabilmente colpito pure gli immigrati...che, anche se meno, hanno perso il lavoro). 
Ma i residenti "non italiani" sono 5 milioni e tutti, in forza di tale residenza, hanno diritto alle prestazioni sanitarie ma non solo: e sono anche utenti dei vari servizi pubblici, a pagamento o meno che siano (pagamento che, quando dovuto, di fatto, anche un "regolare", dati i livelli di reddito, potebbe non essere in grado materialmente di effettuare). 
Parliamo di pubblici servizi e pubbliche funzioni quali trasporti (che dovrebbero essere pagati), viabilità e sua manutenzione, illuminazione, pubblica, pubblica istruzione e edilizia scolastica e "ricreativa" in generale, servizi e funzioni generali di tipo pubblicistico quali l'attività di polizia e ordine pubblico, quella giudiziaria, quella, persino, e non va purtroppo sottovalutato, di mantenimento del sistema carcerario. 
Persino la spesa per la difesa, che la si può detestare quanto si vuole ma è una utilità pubblica generale i cui costi si spalmano indifferenziatamente su tutti i residenti (a meno che non siano al servizio di potenze straniere ostili all'Italia e lavorino contro la tutela della indipendenza e sovranità italiane...).

10. Dunque, la spesa pubblica media pro-capite per gli immigrati, tutti e 5 milioni, lavoratori o meno, e in futuro, divenendo anziani, destinatari di basse pensioni contributive (su basi retributive evidentemente ai livelli più bassi), ovvero, comunque, di pensioni sociali al minimo (comunque, date le inevitabili ricadute degli evidenziati aggregati di spesa), può obiettivamente essere ascritta, interamente e a pieno titolo, a ciascuno dei residenti (sempre "regolari") di cittadinanza non italiana (se non altro, come prevede la Costituzione democratica, madri e bambini, anche se non occupati e non italiani, ma residenti, saranno certamente coinvolti nella dovuta assistenza sanitaria in modo consono a tali condizioni "sensibili", come pure nell'istruzione scolastica).

Quindi, una decina di miliardi tra versamenti di imposte sul reddito e contributi, non potrebbero mai pareggiare il conto con la spesa pubblica procapite in media loro ascrivibile a pieno titolo: nel senso che la "media" potrebbe essere un criterio di calcolo per difetto date le condizioni di disagio sociale che determina proprio la condizione di lavoro, e di reddito, in cui sono per lo più relegati. 
E, ripetiamo, la mancata attuale percezione di pensioni è solo una condizione transitoria rispetto ad una traiettoria che, agli attuali trend di programmata disattivazione della spesa sociale, potrebbe in un futuro non lontanorivelarsi socialmente destabilizzante e, comunque, socialmente drammatica.

11. Il calcolo è presto fatto: 10 milardi di "contribuzione", forse elevabili a qualcosa di più, - calcolando il pagamento di IVA e altre imposte indirette, in funzione di consumi che, peraltro, non possono essere molto elevati, dati i redditi, e ignorando il problema dell'evasione dell'IVA e di altre imposte in certe condizioni di semi-miseria prevalente-, si contrappongono a 67,395 miliardi di spesa pubblica corrispondenti (5 milioni x €13.479), in base ad un prudente apprezzamento, alla condizione di "residente". 
E sempre senza calcolare le "rimesse" che gli immigranti fanno nel paese di origine, sottraendo spesa (privata) effettuata in Italia in base al (magro) reddito disponibile, e quindi sottraendo spesa (privata) e base imponibile, e quindi copertura fiscale, per la stessa spesa pubblica di cui pure hanno fruito nei modi inevitabili che si sono visti.

E poi abbiamo gli studi OCSE che si raccontano il contrario. 
Da non crederci! Appunto...

* Fonte: Orizzonte 48

L'EURO MORIRÀ: ANALISI DEI TARGET 2 di Vincent Brousseau

[ 2 marzo ]

Vincent Brousseau* è responsabile nazionale per l’euro e le questioni monetarie dell’Union Populaire Républicaine (UPR). 

L'UPR è un partito della destra democratica sovranista, anti-eurista e anti-atlantista francese.
Si considera avversario del Front National di Marine Le Pen, di cui condanna la sua natura xenofoba e islamofoba. L'UPR, nello spirito della Resistenza anti-nazista, chiama alla costituzione di un fronte unito popolare per riconsegnare alla Francia piena sovranità nazionale.
Questo articolo spiega come il meccanismo dei saldi Target2 dimostri che la moneta unica sia destinata all'implosione.
Un contributo, quello di Brousseau, che ogni sovranista dovrebbe leggere e studiare attentamente.

«Qualche giorno fa, l’UPR ha segnalato che i saldi Target avevano ripreso la loro fuga in avanti, cosa sulla quale i media francesi rimangono straordinariamente discreti.
Il grafico accanto mostra l’evoluzione di questi saldi Target da prima dell’inizio della crisi fino ad ora. Questi saldi sono debiti e crediti in un sistema chiuso; la loro somma è quindi pari a zero, il che spiega l’aspetto simmetrico del grafico. I debiti (in basso) riflettono i crediti (in alto).
La fase 2011-2013 è stata un momento di panico. Col passare del tempo, abbiamo accumulato dati sufficienti per poter fare una constatazione: Se non si considera questo episodio di panico, si può constatare ora che il ritmo di fondo della progressione non si è mai interrotto. La Bundesbank accumula ogni anno, in media, circa 80 miliardi di crediti supplementari. E, dal 2008, si arriva a un rispettabile totale di 600 miliardi.
Per dare un ordine di grandezza, vorrei ricordare che il bilancio totale della Bundesbank all’inizio dell’euro era solo di 250 miliardi, e nel 2005, di 300 miliardi.

Così ci avviciniamo a nuovi picchi – e senza, questa volta, che entri in gioco il fattore panico. Si tratta piuttosto di un aumento inarrestabile, che sta alla base della dinamica generale. Ciò ha conseguenze molto importanti, che sono il tema di questo articolo.
Che cosa è un saldo Target?
[Nella tabella a fianco: andamento dei saldi del sistema Target2 tra gennaio 2007e aprile 2014. Si noti l'accumulo di disavanzo dei paesi periferici e l'allargamento della forbice rispetto ai paesi del nord, con un picco massimo nel 2012. Ciò significa che il settore finanziario dei rispettivi paesi in deficit è andato incontro a un incremento del leverage rispetto ai paesi dell'Europa core. CLICCA PER INGRANDIRE]

I lettori che desiderano comprendere cosa è un saldo Target possono trovare su internet risposte in abbondanza. In primo luogo ci sono i siti della BCE o della Banca di Francia; non li consiglierei qui perché questi testi sono un po’ costruiti per convincere il lettore che questi saldi Target sono una questione puramente tecnica e in realtà poco importante per il destino dell’euro.

Le spiegazioni che danno le banche commerciali sono molto più neutre e accettabili. Il lettore che conosce il tedesco avrà anche accesso all’abbondante produzione del Dottor Hans-Werner Sinn, presidente dell’Ifo, che è un esperto nel campo.
Infine, naturalmente, l’UPR spiega i Target in diversi articoli e video, sia di François Asselineau che miei.
Merita qui citare una nota di BNP Paribas, di cui apprezzo (parlo della nota) la sobrietà e l’obiettività. Questa nota risale a un po’ meno di un anno fa ed i numeri che riporta sono ormai obsoleti, ma questo non influisce sul paragrafo intitolato “Elementi di definizione”, che qui riporto:
“All’interno della zona euro, il sistema TARGET2 è una piattaforma integrata che registra e gestisce le spedizioni transfrontaliere di moneta della banca centrale. Gestisce, in particolare, le operazioni delle banche commerciali e / o dei clienti delle banche nel contesto delle transazioni commerciali o dei flussi transfrontalieri di capitali (investimenti di portafoglio, investimenti diretti, trasferimenti di depositi). Quando un cliente di una banca decide di trasferire i depositi da un paese “A” ad un paese “B”, le banche commerciali regolano tali transazioni attraverso un trasferimento di riserve detenute nel loro conto presso la propria banca centrale nazionale (BCN). Questi conti correnti sono registrati nelle passività delle BCN [1]. Per compensare la variazione delle riserve, un credito TARGET2 viene generato automaticamente nel bilancio della BCN del paese “B” (colui che riceve il flusso di capitale), mentre nel bilancio della BCN del paese “A” (quello all’origine dei pagamenti in corso) appare il debito TARGET2 (fonte:http://economic-research.bnpparibas.com/html/fr-FR/Positions-Target-2-mieux-10/04/2015,25534  ).
Non c’è unione monetaria senza saldi Target
Dobbiamo capire che questi debiti e crediti Target sono consustanziali, in senso stretto, al principio dell’unione monetaria. Non si può avere l’uno senza l’altra. Spieghiamo perché.
L’euro è in realtà plurale, si compone di crediti a vista [2] delle varie banche centrali coinvolte. Essendo queste banche centrali diverse, allora esiste un euro di diverse specie; il principio dell’unione monetaria si basa dunque sulla garanzia incondizionata che ciascuno di essi può essere scambiato contro un altro a tasso fisso (qui, uno a uno), in quantità illimitata e senza restrizioni di sorta. Perché io possa trasferire degli euro dal paese A al paese B, è necessario che la banca centrale del paese B sia tenuta ad accettare di erogare degli euro da essa emessi in cambio di un debito di pari importo della banca centrale del paese A. La minima restrizione su questo, e l’unione monetaria non esiste più. Così gli euro che vengono scambiati ogni giorno da un paese a un altro danno luogo al sorgere di crediti di una banca centrale verso l’altra, o di debiti in direzione opposta. Questa è una conseguenza necessaria del sistema dell’unione monetaria.
Questa è la condizione necessaria del sistema, ma ovviamente è anche il pomo della discordia. Dal momento in cui in effetti questi trasferimenti diventano asimmetrici, le banche centrali dei paesi beneficiari si trovano ad accumulare crediti di dimensioni che diventano rapidamente irragionevoli nei confronti delle loro controparti dei paesi in deficit. E non hanno la libertà di rifiutare, perché se potessero, il loro euro acquisterebbe un valore superiore rispetto a quello dei partner, cosa che sarebbe in contraddizione con l’unione monetaria e, di fatto, ne sancirebbe la fine.
Perché un alto volume di saldi Target rappresenta una preoccupazione?
Così, i saldi Target aumentano. Quando tengo delle conferenze sul tema, la gente di solito mi pone una domanda, che si potrebbe così sintetizzare: “Ma, mio Dio, se la Bundesbank è creditore, dovrebbe ben fargli piacere, invece perché è così infelice? “
Cercherò di rispondere con alcuni semplici esempi.
Supponiamo che io devo al mio lettore mille franchi svizzeri. Il mio lettore vuole essere rimborsato e mi presenta il mio pagherò. Io lo rimborso dandogli esattamente lo stesso pagherò. Forse si sentirà truffato? Si.
Supponiamo ora che io sia la BNS, la banca centrale svizzera. Se qualcuno presenta agli sportelli della BNS un biglietto da mille franchi svizzeri, che è un credito nei confronti della BNS, la banca lo rimborserà dandogli mille franchi, vale a dire esattamente la stessa cosa. Accrediterà sul conto del mio lettore (se ha un conto alla BNS) una somma dello stesso importo, o se no gli darà il liquido in franchi svizzeri. Quindi, se io fossi la BNS, il mio lettore non si sentirebbe truffato. Le persone sono generalmente felici di avere un biglietto da mille in tasca.
La differenza sta nel privilegio giuridico conferito dalla Confederazione svizzera alla BNS, che attribuisce corso legale sul territorio della Confederazione alle cambiali della BNS, cioè quel che sono in realtà i franchi svizzeri. Non voglio entrare qui in ulteriori spiegazioni, perché l’ho già fatto altrove, ma ciò che dobbiamo ricordare è che nel primo caso questo metodo di rimborso “circolare” non è accettabile, mentre nel secondo caso lo è.
Questi due casi sono gli unici che esistono nel mondo normale, al di fuori dell’unione monetaria. Ma, nel caso dell’Euro, si verifica un terzo caso.
Supponiamo ora che il mio lettore diventi la Bundesbank, che io stesso sia la Banca di Spagna, e che il debito in questione non sia più in franchi svizzeri, ma in Euro. Il lettore mi presenta il suo credito di mille euro, io lo rimborso con esattamente lo stesso credito, vale a dire un saldo Target. Riecco la circolarità. La Bundesbank dovrebbe essere soddisfatta o insoddisfatta?
E’ insoddisfatta. Lei fondamentalmente ha dato la sua buona moneta tedesca in cambio di un “attivo”, del quale non se ne può assolutamente fare nulla. In sostanza, è stata truffata, cosa che viene espressa dicendo che ha “finanziato” i paesi periferici, a proprie spese, gratuitamente, e senza averlo voluto. Così dunque l’alto volume dei crediti Target – quelli della Bundesbank sono mostrati in rosso sul grafico di cui sopra – non sono per la Bundesbank un motivo di soddisfazione, ma di rabbia.
La diffidenza del signor Weidmann
E’ qui il caso di ricordare un piccolo fatto passato inosservato che risale giusto a quattro anni fa. In una lettera a Mario Draghi, il presidente della Bundesbank Weidmann richiedeva la realizzazione di un sistema di garanzie su questi crediti Target: secondo lui la banca centrale debitrice avrebbe dovuto depositare degli attivi come collaterale del proprio debito, vale a dire prestare una garanzia. Questa lettera è venuta a conoscenza di un grande giornale di Francoforte, che viene utilizzato in modo informale da canale di trasmissione della Bundesbank quando questa vuole dire qualcosa che non si può dire. Cito l’articolo, datato 29 febbraio 2012, dal titolo Die Bundesbank fordert von der EZB bessere Sicherheiten, che si trova qui .
“In einem Brief, dessen Inhalt der F.A.Z. bekannt ist, die auf nimmt Weidmann ausdrücklich wachsenden target-Forderungen Bezug. Er schlägt eine Besicherung dieser Forderungen der EZB gegenüber den finanzschwachen Notenbanken des Eurosystems vor, die einen Wert von mehr als 800 Milliarden Euro erreicht hatten” (“In una lettera, di cui la Frankfurter Allgemeine Zeitung è venuta a conoscenza, Weidmann si riferisce espressamente alla crescita dei crediti Target. Egli propone che i crediti verso le banche centrali più deboli siano garantiti dal deposito di attività in garanzia [attività che viene chiamata “collaterale”, e impegno che viene definito “collateralizzazione”, NdA]. Questi crediti verso le banche centrali più deboli ha raggiunto l’ammontare di 800 miliardi [cifre del febbraio 2012, NdA].”)
Ora, se il lettore ha seguito le spiegazioni che ho dato sopra, potrà facilmente constatare che una tale esigenza di garanzia dei debiti Target è proprio una di quelle restrizioni che pongono fine de facto all’unione monetaria. Nel momento in cui la banca centrale, poniamo, spagnola, non fosse in grado di fornire le risorse necessarie a garanzia, il trasferimento di euro dalla Spagna verso un altro Paese diventerebbe impossibile – i trasferimenti sarebbero rifiutati, l’euro spagnolo non varrebbe più come un euro tedesco. (Dico Spagna come potrei dire Italia, è solo un esempio.)
Naturalmente, sarebbe ingenuo credere che la Bundesbank non abbia colto tutte le implicazioni della sua perversa proposta. Piuttosto, dobbiamo vedere in questo episodio un esempio di cattiva volontà, ufficiosa ma reale, di questa istituzione verso l’unione monetaria.
Ho riferito altrove altri esempi, e ragioni, di questa cattiva volontà, e non mi ripeterò. Ciò che è degno di nota è che il carattere relativamente tecnico della proposta ne mascherava il contenuto rivoluzionario, che in tal modo è sfuggito ai commenti di giornalisti e politici. Grazie al velo della complessità tecnica, il grande pubblico poteva continuare a credere alla finzione di una Bundesbank favorevole all’euro. Questo stesso pubblico avrebbe inoltre potuto continuare a credere nell’esistenza dell’euro – per un breve periodo – anche dopo la sua fine effettiva (è il concetto di una “uscita subdola” a cui a volte mi riferisco nelle mie conferenze). Draghi, naturalmente, non sbaglia, e ha ostacolato la proposta Weidmann.
Conclusione: dobbiamo uscire dall’euro il prima possibile
Bisogna ammetterlo, il problema è senza via d’uscita.
L’euro muore per un difetto di costruzione originario: non era possibile avere, allo stesso tempo, una pluralità di banche centrali dotate del potere di emettere moneta a corso legale e un’unione monetaria. Quello che sta accadendo era prevedibile (ed alcuni l’avevano anche previsto, ma non sono stati ascoltati).
L’unico modo per far sopravvivere l’euro significherebbe negare alle BCN – tra cui la Bundesbank – questo privilegio. Ma questa opzione è impensabile. Qualsiasi altra proposta di riforma dell’euro, come quella di una moneta unica che coesiste con le monete nazionali, lascerebbe irrisolto il problema dei saldi Target. Sotto un altro nome, naturalmente, in una forma po’ diversa, certamente, ma sarebbe essenzialmente la stessa cosa. L’euro non è riformabile.
Basta semplicemente estrapolare il grafico all’inizio di questo articolo per capire. Alla fine, tutta la base monetaria dell’euro sarà emessa dalla Bundesbank – ma molte altre banche centrali avranno libero accesso alla sua sottoscrizione, che voglia o no. Questa situazione non sarà accettabile.
L’euro è dunque condannato, a prescindere dalla retorica dei nostri politici. Non c’è più niente da fare; tranne che una cosa: uscirne il più rapidamente possibile. Perché quando un edificio comincia ad avere delle crepe e a sgretolarsi, solo gli abitanti che hanno la presenza di spirito di battere velocemente in ritirata possono sperare di non perire sotto le macerie.
Le utopie finiscono sempre con l’infrangersi sul muro della realtà».

* Vincent Brousseau è responsabile nazionale dell’UPR per l’euro e le questioni monetarie; ex allievo della Ecole Normale Supérieure di Saint-Cloud; Dottorato di ricerca in matematica presso l’Università di Parigi IX; Dottore in Economia presso l’École des hautes études en sciences sociales (EHESS); ha lavorato per 15 anni presso la Banca centrale europea (BCE), in particolare nel campo della politica monetaria che è al cuore del sistema

** Fonte: Union Populaire Républicain

*** Traduzione: Sinistra in rete


Note
[1] BCN: banca centrale nazionale (zona euro). Deve essere corretto con l’aggiunta della BCE in quanto tale.
[2] A vista: immediatamente liquidabile, senza data di scadenza.
   

martedì 1 marzo 2016

ELEZIONI IN IRLANDA: SCONFITTO IL GOVERNO NEOLIBERISTA di Enrico Baldin

[ 1 marzo ]

I risultati delle elezioni irlandesi non sono ancora definitivi, ma tre cose sono certe: 1) la sconfitta della coalizione di governo tra il Fine Gael (centrodestra) ed il Partito laburista; 2) il largo rifiuto delle politiche di austerità imposte dall'Europa; 3) un quadro post-elettorale di grande incertezza che potrebbe ricondurre a breve verso nuove elezioni.
Insomma, dopo il voto autunnale in Spagna e Portogallo, anche l'Irlanda dimostra come i popoli rifiutino sempre più le politiche europee e le èlite locali che se ne fa fanno interpreti a livello nazionale. Sul quadro che sta emergendo dalle elezioni irlandesi potete leggere di seguito un articolo tratto da Popoff Quotidiano.


Irlanda, le urne bocciano il governo. Cresce la sinistra no austerity
di Enrico Baldin

Tracollo dei laburisti e calo dei loro alleati di governo. Mai così forte, al sud, lo Sinn Fein di Gerry Adams e l’estrema sinistra. Ma l’Irlanda va verso un governo di centrodestra

Frammentazione e punizione ai partiti di governo: dalle urne irlandesi esce lo scenario che un po’ tutti avevano previsto, con la possibilità di un governo di coalizione di centrodestra. Il 65% degli oltre 3 milioni di irlandesi aventi diritto al voto hanno confermato le previsioni dell’ultima settimana. Venerdì in tarda serata gli abitanti delle storiche 32 contee irlandesi (che dopo i tagli alla spesa imposti da una legge del 2014 sono diventate 28) erano andati a letto con i risultati dei primi exit poll che confermavano quanto largamente previsto nelle ultime settimane, ovvero una sostanziale situazione di stallo, con i due partiti di governo uscente impossibilitati a ricostituire la coalizione di maggioranza uscente che ha governato dal 2011.

Sabato mattina sono iniziate le lentissime operazioni di spoglio, che si sono distanziate solo parzialmente da quanto visto negli exit poll. Il Fine Gael dell’uscente Taoiseach (primo ministro) Enda Kenny, perdendo oltre il 10%, riduce notevolmente i suoi voti e i suoi seggi che, ad operazioni non ancora concluse e con 10 seggi ancora da assegnare, sono momentaneamente 47. 

Nel 2011 i centristi del 65enne premier Kenny avevano conseguito oltre il 36% dei voti, attestandosi al primo posto che comunque obbligò Fine Gael ad una alleanza coi Laburisti, alleanza che ha garantito a Kenny la più ampia maggioranza della storia repubblicana irlandese. Per i Laburisti, alleati di governo del Fine Gael, il voto di ieri è stato un vero e proprio tracollo, con una perdita di oltre 12 punti percentuali rispetto al 19,5% di cinque anni fa e una decurtazione di seggi tale da aver ridotto il gruppo parlamentare laburista a soli 6 deputati. Naturale pensare che la leader e vicepremier uscente Joan Burton rassegnerà le sue dimissioni. I conservatori del Fianna Fail, all’opposizione nell’ultima legislatura ma al governo a Dublino in ben sette legislature, hanno conseguito il 24.3% dei voti e per il momento 43 seggi, meglio della batosta di cinque anni fa, ma ben lontano dai risultati che per decenni lo hanno attestato saldamente sopra al 40%. Di non poco conto il numero di indipendenti e “cani sciolti” smarcati dai partiti tradizionali eletti nelle varie contee, ben 18.

Chi è stato premiato dall’esito del voto di ieri è chi in questi anni ha criticato l’austerity impressa dagli ultimi due governi. In particolar modo, i nazionalisti unionisti di sinistra del Sinn Fein di Gerry Adams passano dal lusinghiero 9,9% ottenuto nel 2011, al 13.8% di oggi, voto più alto mai conseguito in Irlanda dalla formazione di Adams (in Irlanda del Nord invece il Sinn Fein è abituato a risultati superiori). Il Sinn Fein – membro in Europa del gruppo della Sinistra Europea – da anni condanna aspramente le politiche economiche del governo irlandese e le scelte impresse dalla Troika. Ora potrà contare su 22 seggi, eletti perlopiù nelle contee del nord, ma potrebbe scattare il 23esimo nel dipartimento Longford Westmeath dove le operazioni stanno andando particolarmente a rilento. Il Sinn Fein nel 2011 aveva conseguito 14 seggi.

Lusinghieri anche i risultati delle altre due liste della sinistra radicale, presentatesi con formazioni alla loro prima apparizione alle elezioni politiche: AAA-PBP (coalizione elettorale tra i trozkisti di Antiausterity Alliance e i “cugini” di People Before Profit) ha conseguito il 3.9%, eleggendo ben 5 deputati. Indipendents 4 change che si è presentata per la prima volta dopo lo scioglimento di United Left, ha presentato solo 5 candidati in tutte le contee ma è riuscita ad eleggerne 3. Con anche il riconfermato Seamus Healy del piccolo “Partito dei lavoratori e disoccupati” la pattuglia dei deputati di sinistra sarà massiccia come non mai.

L’estrema sinistra iralndese è rappresentata da una galassia di solito rissosa di formazioni che si richiamano al trotskismo: il Socialist Party, con la sua articolazione della Anty-Austerity Alliance (AAA) e il Socialist Workers Party, con la sua articolazione della People Before Profit Alliance (PBP), che, pur rimanendo distinti, si presentavano formalmente come un unica lista AAA-PBP. A questi vanno aggiunti il Workers and Unemployed Action Group (WUAG) e laUnited Left Alliance (ULA). Tutti assieme questi gruppi sfiorano i 100.000 voti (quasi il 5 %) e ottengono 7 seggi (3 alla AAA, che ne guadagna uno; 2 riconfermati al PBP, uno riconfermato alla WUAG e uno nuovo alla ULA).  Nessuno di loro presenta candidati in tutte le circoscrizioni, ma solo in quelle in cui ritiene di avere  un minimo di radicamento. Così AAA era presente in sole 12 circoscrizioni su 40: in tre ha ottenuto risultati compresi fra il 15 e il 18 %, in una il 10 %, nelle altre oscilla dall’uno al 4 %. PBP, presente in 17 circoscrizioni, ottiene il 16 % in una, il 10-11 % in due, tra il 5 e il 6 % in altre due, e risultati non disprezzabili nelle altre. WUAG, con un solo candidato, ottiene il 10 %, e la ULA, anch’essa con un solo candidato, sfiora il 15 %.

In questo momento, tenuto conto della frammentazione emersa dalle urne, aritmetica e politica possono dare solo una possibile coalizione di governo. Per avere la maggioranza nel Dail, la camera bassa, servono 79 seggi e al momento l’unica coalizione possibile potrebbe essere quella tra Fine Gael e Fianna Fail. Una coalizione di questo tipo sarebbe del tutto inedita e stupefacente visto che i due partiti, pur non essendo troppo distanti nelle posizioni politiche, di certo storicamente non sono mai stati affini, sin dai tempi della guerra civile quando il trattato anglo-irlandese divise gli irlandesi tra difensori del trattato e detrattori. Se la guerra civile risalente a quasi un secolo fa possa impedire di costituire una coalizione di governo è una domanda che si sono fatti in tanti in queste settimane, visto lo scenario di ingovernabilità che andava profilandosi. Alle prime battute durante lo spoglio ci sarebbe stata una timida apertura del leader di FF, Micheal Martin.

I dati economici degli ultimi mesi erano ritenuti più che incoraggianti dai rappresentanti dei partiti di governo uscenti, che li avevano sbandierati con toni trionfalistici: il calo della disoccupazione di 5 punti percentuali, la crescita del PIL alla galoppante marcia del 6% annuo, la ripresa dell’export. Dati che però non sono coincisi con una sensazione di miglioramento della vita reale degli irlandesi, che negli ultimi anni hanno pagato una tassazione più alta e un drammatico taglio della spesa pubblica, oltre che l’innalzamento dell’età pensionabile a 66 anni. In realtà l’Irlanda resta ancorata al programma di rigidità e austerity conseguito agli 85miliardi di aiuti che il governo di Brian Cowen chiese nel 2010, quando la disoccupazione viaggiava ai massimi storici e la crisi era al suo picco. Da quel 2010, la spesa pubblica è passata dal 66,1% rispetto al PIL, al 39% del 2014, mentre le entrate da tassazioni o privatizzazioni – stando a quanto riferisce il Tranding Economics – sono passate dagli 11 miliardi del gennaio 2013 ai 17,6 miliardi del gennaio 2016.

Ma nel dibattito politico di questa breve campagna elettorale si è discusso anche di diritti civili. Dopo la vittoria al referendum dello scorso maggio dei promotori del sì ai matrimoni gay, le spinte per abrogare l’ottavo emendamento della Costituzione – quello che vieta l’aborto – si sono fatte più forti. La chiesa è entrata nel dibattito, dimostrando il senso di timore per un cambiamento culturale che è in essere e per le spinte sociali da parte delle associazioni femministe sempre più forti. Anche su questo tasto ha pressato il Sinn Fein, che ha raccolto anche i frutti dell’impegno per i diritti civili in una fase in cui la popolazione irlandese, sui temi etici, pare smarcarsi dal suo storico radicamento conservatore.

UNIONE EUROPEA: "CONVERGENZA" NON FA RIMA CON "INTEGRAZIONE" di Alberto Bagnai

[ 1 marzo ]


(...è uscito un libro che non dovete leggere. Si chiama Finanziamenti comunitari - Condizionalità senza frontiere. Lo ha scritto Romina Raponi e spiega come funzionano realmente i finanziamenti comunitari. Leggerlo nuoce gravemente alla salute. Gli effetti collaterali sono: esofagite, gastrite, insonnia, sindrome depressiva, problemi cardiovascolari. Io vi ho avvertito, voi fate come vi pare. Meglio conservarsi in salute, piuttosto che capire perché chi vi dice "eh, ma noi non riusciamo nemmeno a spendere i fondi europei!" è un perfetto imbecille. D'altra parte, quando non avevamo capito un cazzo, possiamo anche dircelo, stavamo tutti meglio... In ogni caso, quella che segue è la mia prefazione - così gli effetti collaterali li subite ugualmente!...)
“Ce lo chiede l’Europa!” Quante volte ce lo siamo sentiti dire, in questi ultimi anni? Col passare del tempo, però, la retorica patriottarda di questo ritornello (“siam pronti alla morte, l’Europa chiamò!”) si sta sgretolando. È la realtà a inseguire e raggiungere chi non sia stato già convinto per tempo dalle tante autorevoli analisi, come quella di Luciano Canfora (È l’Europa che ce lo chiede! Falso!, Laterza, 2013), o quella di Giandomenico Majone (Rethinking the union of Europe post crisis, Cambridge University Press, 2014). Lo sfaldamento dei due pilastri della costruzione comunitaria (la libera circolazione dei capitali, cioè Maastricht, e la libera circolazione del lavoro, cioè Schengen) oppone ogni giorno all’esclamativo categorico del “ce lo chiede l’Europa!” una schiera di interrogativi: Europa chi? Europa come? Europa perché? Europa quando?

A scongiurare l’esercizio dello spirito critico interviene allora un grande classico della gestione paternalistica dei conflitti: il senso di colpa. “Ma come? Porre in questione l’Europa, proprio questa Europa che fa tanto per noi, con i suoi finanziamenti comunitari, quei finanziamenti che noi, Untermenschen, evidentemente non meritiamo, perché non siamo in grado nemmeno di spenderla, questa cuccagna, e sì che ci sarebbe preziosa per recuperare il nostro colpevole ritardo…”

Anche questo discorsetto lo avrete sentito fare, no?

Il libro di Romina Raponi viene molto opportunamente a colmare un vuoto. Mentre, come abbiamo visto, non mancavano analisi accurate dell’esclamativo categorico (“l’Europa chiamò!”), la favoletta deamicisiana (“Franti, tu uccidi l’Europa che ti eroga i finanziamenti comunitari!”) non era ancora stata oggetto di adeguato scrutinio scientifico. Non erano mancati, in testi più divulgativi come Non vale una lira di Mario Giordano (Mondadori, 2014), cenni di divertita (e documentata) insofferenza verso il mito dei finanziamenti comunitari, destinati ovunque (non solo in Italia) a scopi dalla logica non sempre immediatamente intelligibile. E non era mancata, nello stesso testo, e con sempre maggior frequenza nei media di regime, un’amara sottolineatura del fatto che in fondo noi non dovremmo sentirci in colpa con l’Europa, visto che in ogni caso siamo suoi contribuenti netti (ovvero, le versiamo, a spanna, oltre 5 miliardi in più di quanti ce ne ritornino).

Attenzione: quest’ultimo dato colpisce (come colpiscono gli aneddoti, meno estemporanei di quanto si creda, sulla curvatura dei cetrioli o sullo zoo per coccodrilli in Danimarca, oggetto della perfidia di Giordano), ma in fondo non dovrebbe sembrare anomalo. L’Italia è (o meglio, prima dell’euro, era) un paese relativamente avanzato nel consesso europeo, e sarebbe quindi stato del tutto fisiologico che, in un’ottica di comune e solidale percorso verso un radioso futuro, essa contribuisse in termini netti allo sviluppo degli altri paesi europei, quelli meno avanzati. Ecco, parliamo un po’ di solidarietà… Perché è proprio se si affronta il tema sotto questo profilo, come l’autrice fa con lucidità analitica e perizia documentale, che ci si rende conto che le cose stanno molto, ma molto peggio di come aneddoti e saldi (entrambi negativi) ce le dipingono.

In effetti, che l’Europa (?) non nasca sotto il segno della solidarietà a un economista dovrebbe essere immediatamente evidente. Ho chiarito nei miei scritti che questo orientamento traspare dalla scelta di articolare la politica di bilancio sul concetto di “convergenza” (intesa come rispetto di parametri di bilancio fissi), anziché di “integrazione”. Integrazione, in economia, significa in generale abbattimento dei costi di transazione. L’integrazione fiscale è quindi l’abbattimento dei costi di transazione (costi economici e politici) delle politiche di trasferimenti fra aree in espansione e aree in recessione, trasferimenti necessari per un equilibrato percorso di crescita comune. Penso sia chiaro anche ai non tecnici che costringere paesi diversi ad avere la stessa politica di bilancio (convergenza) è cosa ben diversa dal creare un meccanismo (un bilancio federale) che funga, come negli Stati Uniti, da “camera di compensazione” automatica degli squilibri macroeconomici fra enti federati (integrazione). Il primo approccio, e la crisi lo ha dimostrato, amplifica gli squilibri, anziché compensarli, perché obbliga a tagli chi si trova in crisi (le famose politiche procicliche o di austerità – che poi sono procicliche verso il basso, visto che se chi è in crisi deve tagliare, chi non lo è ben si guarda dallo spendere per contribuire alla crescita comune: altro chiaro segno di asimmetria e di mancanza di solidarietà).

Ma l’analisi giuridica del fenomeno consente di andare oltre. Da essa emerge chiaramente come i finanziamenti comunitari, concepiti come strumento di compensazione degli squilibri fra paesi membri (strumento di cui l’autrice rileva il carattere necessariamente imperfetto perché esiguo rispetto al compito proposto; perché legato unicamente a parametri dimensionali – il peso del paese sul totale del Pil europeo – e non ai fondamentali macroeconomici – ad esempio, il saldo estero del paese; perché a vocazione strutturale e non congiunturale, e quindi incapaci di offrire protezione efficace contro shock avversi come quelli determinati dalla crisi finanziaria),  siano nella prassi un meccanismo di amplificazione di questi squilibri, amplificazione che interviene attraverso il ricorso ai due principi di cofinanziamento e condizionalità.

Il cofinanziamento impone agli Stati che intendano beneficiare dei fondi comunitari di aggiungere alla quota proveniente dall’Europa una quota di risorse proprie, che vengono distratte da altri scopi, pur entrando, ovviamente, nel computo della spesa pubblica. Si realizza così un paradosso della virtù: chi vuole virtuosamente profittare della manna europea deve, ahimè, mettere in conto di incrementare viziosamente la propria spesa pubblica (a meno che non decida di tagliare altri servizi). Come mette in luce l’autrice, molto spesso alla radice del mancato impiego dei fondi comunitari troviamo la mancanza di risorse per il cofinanziamento, piuttosto che una tara genetica del popolo italiano o della sua pubblica amministrazione (secondo la linea interpretativa propostaci dei nostri media). Ora, dato che l’erogazione di fondi è articolata su cicli di programmazione pluriennale decisi in modo più o meno cooperativo nelle sedi europee, cicli che quindi non necessariamente, o non interamente, rispecchiano le imminenti priorità strategiche dei singoli paesi, la conseguenza alla quale giunge in modo difficilmente oppugnabile l’autrice è che in realtà i fondi comunitari sono un meccanismo particolarmente subdolo di controllo da parte dell’Europa delle politiche di spesa dei paesi membri.

A questo condizionamento implicito, si aggiunge anche una esplicita condizionalità, intesa nel senso infausto che a questo termine ha dato la prassi del Fondo Monetario Internazionale all’epoca del Washington Consensus. L’erogazione delle risorse “comunitarie” viene subordinata non solo al reperimento delle risorse per cofinanziare i progetti, ma anche al conseguimento di obiettivi programmatici specifici. Insomma: ti do i soldi non solo se ci fai quello che dico io, non solo se ce ne metti su altrettanti, ma anche se hai fatto il bravo. Dove, peraltro, “fare il bravo” per Bruxelles significa essenzialmente tagliare, obiettivo incompatibile, come abbiamo già ricordato, con la richiesta di cofinanziamento.

A questo punto non stupisce che abbia espresso perplessità su questo meccanismo anche un economista pienamente mainstream come Roberto Perotti, uno dei falchi della cosiddetta “austerità espansiva”, cioè dell’idea, fortissimamente sponsorizzata dalla Commissione e dalla Bce, che chi “fa la cosa giusta” (cioè taglia) verrà poi premiato dal mercato. Secondo Perotti, forse l’Italia risparmierebbe, se invece di far circolare le somme per Bruxelles le spendesse in proprio. Se perfino un “Bocconi boy” (definizione di Oddný Helgadóttir nel Journal of European Public Policy del 2015) giunge a una conclusione che, in sede politica, abbiamo sentito articolare esplicitamente solo a Marine Le Pen (ma a porte chiuse a qualsiasi politico italiano), è chiaro che qualcosa non torna.

Il testo di Romina Raponi si presenta quindi come tappa fondamentale nel percorso, che necessariamente dovremo affrontare, di decostruzione del mito irenico ed escatologico dell’Europa che dà la pace e la prosperità, di doloroso ma imprescindibile abbandono dell’europeismo del “dover essere” (come lo definisce Alfredo D’Attorre), di elaborazione di un lutto col quale dobbiamo fare rapidamente i conti, allo scopo di evitare che più gravi lutti vengano a turbare in modo irrimediabile il percorso comune dei popoli europei.

* Fonte: Goofynomics

Checco Zalone Liberista? No, un vero mascalzone! di Giuseppe Amini*

[ 1 marzo ]
Ho partecipato per caso/curiosità alla riunione di redazione del sito di P101 cui appartengo ( a P101, non alla redazione). Tra le tante cose interessanti discusse e decise qualcuno propose la necessità di recensire l’ultimo film di Zalone “Quo Vado?” in quanto evento cultural-popolano del momento e per farlo bisognava che qualcuno andasse a vederlo. Tutti i miei colti compagni hanno cominciato a fischiettare guardando in alto, nessuno si è detto disponibile a sottoporsi a questa pratica, nemmeno per disciplina.
Contrariamente a loro, oltre che meno colto, sono di bocca buona, guardo di tutto e di più senza trarre da ciò nocumento o vantaggio. Non mi spiaceva vedere quel film, di Zalone mi era già capitato di vederne un precedente e mi sono addirittura divertito. Insomma, non so bene cosa me lo ha fatto fare, non so scrivere e farlo mi costa gran sacrificio, alla fine ho dato la mia disponibilità. Ho pensato che in fondo non avrei arrecato molto danno alla nostra causa anche se avessi scritto qualche cavolata!
Sono andato a vederlo, di lunedì, in multisala però la sala era vuota (eravamo in due). Devo dire che mi sono anche divertito, in fondo resto un’anima semplice e mi basta poco. Ci sono anche “stato attento” tutto compreso com’ero nel mio adempimento.
Uscito dalla sala sono subito andato a leggermi le recensioni di quelli bravi, di ogni orientamento, senza distinzioni. A parte quelli più mainstream, tutti quanti gli danno addosso ognuno per una intelligentissima ragione. Alcuni dicono che Zalone finalmente sostituisce “l’esausto cinepanettone italiano“, altri ancora che lui è l’erede di Benigni (finalmente qualcuno lo sta rottamando), quelli della “sinistra” (quale?) se la risolvono con una bella condanna: “è un filo-liberista“.
Diciamo che sono arrivato quando tutti, ma dico tutti, si erano già espressi, dicendo cose più o meno condivisibili. Aveva ancora senso fare una recensione del film? Forse proprio no.
Tuttavia mi sembrato interessante il suono del dibattito che ha generato, piccandomi di rilevare quella “stonatura” permanente a conclusione delle analisi che vengono proposte o meglio buttate lì, sul general generico. quindi alla fino mi sono risolto a fare un bel copia-incolla dal sito “Militant” del collettivo politico comunista, non so chi sia l’autore ma trovo che abbia fatto una buona sintesi, sicuramente non avrei fatto meglio:
…Nel film Checco Zalone, un impiegato dell’ufficio provinciale caccia e pesca, vede la sua comoda esistenza di impiegato pubblico sconvolta dalla riforma che abolisce le province e deve decidere se accettare la buonuscita che gli viene proposta dal funzionario del ministero, oppure se rimanere attaccato al proprio posto fisso, come invece gli suggerisce di fare l’ex senatore del PRI (Lino Banfi) che proprio per quel posto lo aveva raccomandato. Determinato a non perdere l’agognato “posto fisso” Zalone sarà così trasferito per punizione da un capo all’altro del belpaese, finche non verrà spedito in una stazione di ricerca vicino al polo nord dove conoscerà, innamorandosene, una giovane ricercatrice impegnata a salvare l’ecosistema. Questo semplice pretesto narrativo permetterà al comico di interpretare una maschera che racchiude in sé tutti, o quasi, i vizi dell’italiano medio: lo scarso senso civico, l’egoismo, il maschilismo, il mammismo, il provincialismo, l’esterofilia, ecc. ecc. Fin qui nulla di nuovo sotto al sole, la commedia si è sempre nutrita di stereotipi, estremizzandoli e trasformandoli in tic sociali. E non c’è nulla di nuovo nemmeno (ahinoi) nella descrizione altrettanto macchiettistica del lavoratore pubblico che, tanto per cambiare, viene descritto come assenteista, nullafacente, corrotto, inutile, ecc. Ciò che invece colpisce è come a più riprese nel corso del film alcune conquiste del mondo del lavoro vengano raccontate tra lazzi e risa come dei privilegi, come il retaggio di un Italia anacronistica che infatti viene contrapposta alla “modernità” della giovane ricercatrice impegnata a far rinsavire Zalone dalla fissazione per i “lacci e lacciuoli” del posto fisso. La malattia retribuita? Privilegi. Le ferie pagate? Privilegi. La tredicesima? Privilegi. La pensione? Privilegi Gli assegni familiari? Privilegi. E quando alla fine Zalone firma le dimissioni tutti tirano un sospiro di sollievo provando un senso di liberazione...
Fin qui abbiamo capito grosso modo il film, adesso però c’è anche il giudizio finale:
attraverso Zalone si articola un’operazione politico-culturale di massa che veicola messaggi politici attraverso i canali dell’intrattenimento. Un pò come le trasmissioni di Maria De Filippi et similia. Solo che mentre Maria De Filippi è immediatamente relegata nell’ambito del sottoculturale, Zalone si è ammantato di rispettabilità, di dignità culturale, sdoganato a destra quanto a sinistra, così da divenire senso comune e quindi pensiero comune.
…. Quello che però abbiamo trovato davvero insopportabile, e su cui vale la pena spendere due parole, è invece l’humus ideologico a cui la pellicola attinge e che fa di “Quo vado?” un film oggettivamente neoliberista, prima ancora che di destra, e che ben si sposa con la filosofia del Jobs Act e di tutte le altre (contro)riforme del lavoro di questi ultimi decenni…
Fantastico! Ottima sintesi e si può anche condividere, quello che agli occhi di tutti i sinceri antiliberisti appare evidente e che viene apertamente denunciato dall’autore del testo è il fatto che nel film vale come esplicita l’equazione: pubblico=spreco-corruzione; diritti sociali=privilegi appannaggio dei furbetti.
Questo però, aggiungo io, lo sanno anche i fermenti lattici e quindi non è semplicemente “il sintomo di una sconfitta culturale profondissima con cui siamo chiamati a fare i conti se vogliamo, prima o poi, ambire ad essere maggioritari”. Ciò che mi ha letteralmente agghiacciato nell'”operazione culturale” è l’esplicito intento di delegittimare totalmente la nostra repubblica e i suoi principi costituzionali.
Tutto il film è ampiamente pervaso da un motivetto cantato dallo stesso Checco Zalone, probabilmente anche con la collaborazione dello stesso Celentano a cui il motivetto si richiama musicalmente, esso rappresenta il filo-logico e ideologico del film, non c’è bisogno di andare a spaccare il capello in quattro per capirlo, il messaggio è chiarissimo: “La prima Repubblica non si scorda mai“.
L’Italia e gli italiani sono messi male, anzi malissimo, e la colpa di tutto ciò deriva dalla 1 ª Repubblica!! Chi può essere ancora così coglione da voler mantenere la Costituzione della 1ª Repubblica fatta di privilegi e corruzione? Soltanto le brutte persone, politici corrotti, approfittatori, sostenitori della casta, nullafacenti omofobi e qualunquisti, in una parola persone da 1ª Repubblica!
Al contrario, i “progressisti“, quelli buoni, votati all’ambientalismo, flessibili (pardon, meritocratici!), civili, culturalmente aperti disinibiti, antimafiosi e “cittadini del mondo”, loro sì vogliono cambiarla e fare le riforme. Checco Zalone fa propaganda a Renzi per la modifica della costituzione, altro che semplicemente un liberista, è un vero e proprio mascalzone!

lunedì 29 febbraio 2016

SILENZIO... di Emmezeta

[ 29 febbraio ]

Non bisogna mai sparare sulla Croce Rossa. Lui, in questo momento, ci fa solo pena. Le sue dichiarazioni solo ribrezzo. Per questo scegliamo il silenzio. Per questo, soltanto per questo, non scriveremo nulla su Nichi Vendola.

Per chi, invece, voglia comunque leggere qualcosa di diverso da quel che passa il convento dei sinistrati, consigliamo alcune letture: 

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