martedì 4 agosto 2015

VAROUFAKIS SI CONFESSA E ...

[ 4 agosto ]

Pubblichiamo alcuni stralci, quelli che ci paiono più significativi, di un'intervista che Varoufakis ha rilasciato giorni or sono alla rivista australiana MONTHLY. Svela non solo alcuni retroscena interessanti del "negoziato" in sede di Eurogruppo ma anche la situazione all'interno del governo greco, soprattutto dopo la vittoria del NO al referendum. Non meno importante quanto Varoufakis dice di sé, di un pensiero che oscilla tra un deciso "europeismo" ideologico e la lucida comprensione della "follia" della moneta unica.


«Lasciatemi descrivere il momento successivo all'annuncio del risultato della vittoria del NO. Ho fatto una dichiarazione dal Ministero delle Finanze e poi sono andato negli uffici del primo ministro, al Maximos [che è anche la residenza ufficiale del primo ministro greco], per incontrarmi con Aleksis Tsipras e il resto dei ministri. 
Io ero euforico. Quel clamoroso OXI, inaspettato, è stato come un raggio di luce che ha trafitto fitte e profonde tenebre. Stavo camminando per gli uffici, sostenuto e spensierato, portando con me quella incredibile energia della gente. Avevano superato la paura, e con il loro superamento della paura mi faceva sentire come se stessi fluttuando nell'aria. Ma nel momento in cui sono entrato al Maximos quella sensazione semplicemente svanì. Anche lì c'era un'atmosfera elettrica, ma la carica era negativa. Era come se la dirigenza si fosse staccata dal popolo. E la sensazione che avevo era di terrore: e ora che facciamo?

E la reazione Tsipras? Le parole di Varoufakis si fanno misurate. Insiste che il suo affetto e il rispetto per l'assediato primo ministro greco sono immutati. Ma nella sua risposta la tristezza e la delusione sono evidenti.

«Potrei dire che era scoraggiato. Sentiva che era una vittoria importante ma che in fondo in fondo il governo non poteva gestire. Era chiaro che c'erano elementi nel governo che gli facevano pressione. Nel giro di poche ore riceveva, da importanti personaggi del governo, pressioni tali per trasformare che il NO si trasformava in un SI, nella capitolazione»

Per lealtà verso Tsipras, e per onorare una promessa fatta, Varoufakis non fa nomi. Ma lui mi dice che ci sono stati pezzi da novanta all'interno della fragile coalizione di governo "che stavano considerando il referendum come una strategia d'uscita, non come una strategia di lotta".

«Quando ho capito come si stavano mettendo le cose, ho detto a Tsipras che aveva una scelta molto chiara: o utilizzare il 61,5% di NO come una forza energizzante, o capitolare. E gli ho detto, prima che mi rispondesse: "Se fai la seconda scelta, io mi tolgo di mezzo. Mi dimetterò se sceglierete la strategia del cedimento».

Anche se Varoufakis è circospetto,  chiarisce che l'uscita della zona euro era qualcosa che lui, Tsipras e i loro colleghi della coalizione non avrebbero tollerato.

«Abbiamo sempre pensato che il progetto europeo, nonostante tutti i suoi difetti ... era l'occasione per gli europei di stare insieme, che forse ci sarebbe stata la possibilità di sovvertire le intenzioni originali trasformando l'Unione europea in una sorta di Stati Uniti d'Europa. E, in questa prospettiva, mobilitarsi per politiche progressiste di sinistra. Questo è stato il nostro modo di pensare, quello che ci ha nutrito sin da giovani».

Questa mentalità da il senso della decisione di SYRIZA di giungere al compromesso dopo il referendum. Non era c'è malafede in questo impegno per l'Europa, a dispetto dell'allarmismo dei media europei mainstream. Ma per Varoufakis, onorare questo impegno [europeista, Ndr] non poteva essere la scusa per accettare i soffocanti termini proposti per la riduzione del debito, la devastazione sociale in nome dell'austerità.

«Tsipras mi guardò e disse: "Ti rendi conto che non faranno mai un accordo con me e te?. Vogliono liberarsi di noi".
E poi mi ha detto chiaramente la verità, che c'erano altri membri del governo che lo spingevano nella direzione della capitolazione. 
Gli ho risposto: "Fai il meglio che puoi con la scelta che hai fatto, con tutto il cuore, io non sono d'accordo, ma non mi metterò contro di te.
Quindi sono andato a casa. Era le 4,30 del mattino. Ero sconvolto. Non personalmente, non me ne frega niente di lasciare il ministero; in realtà è stato un grande sollievo. Ho dovuto sedermi tra le 4,30 e le 9 di mattina per scrivere con parole le più precise le ragioni delle mie dimissioni, perché  da una parte sostenevo Aleksis e non volevo attaccarlo. ma d'altra parte volevo fosse chiaro il motivo per cui me ne stavo andando , che non stavo abbandonando la nave. Era la nave che stava abbandonando la sua rotta».

Chiedo a Varoufakis se ci fossero tra 19 ministri delle Finanze dell'Eurogruppo, che spingevano per un uscita della Grecia. La sua risposta è rapida e schietta:

«Non l'Eurogruppo. Il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble».

Chiedo: c'era malafede nell'atteggiamento di Schäuble? Ancora una volta, la risposta Varoufakis è immediata.

«Non era cattiva fede, era un piano molto preciso. L'ho chiamato il "Piano di Schäuble". Egli ha pianificato un uscita della Grecia come parte del suo piano per la ricostruzione della zona euro. Questa non è una teoria. Il motivo per cui lo dico è perché me l'ha detto lui stesso».

Per Varoufakis la spietatezza delle misure di austerità è parte di un gioco politico che la Commissione europea sta svolgendo per spaventare gli altri Stati membri.

«Questo era il modo di Schäuble di strappare concessioni a Francia e Italia, questo è stato sempre il vero gioco. La partita è stata tra la Germania, la Francia e l'Italia, e la Grecia era solo un capro espiatorio. Si tratta di una chiara strategia per influenzare da Parigi e da Roma, in particolare per disciplinare Parigi, in vista di un modello teutonico della zona euro».

Chiedo: ma davvero essi credono che l'austerità è la sola maniera per tenere la Grecia nella zona euro?

«E' una cinica visione utilitaristica quella che per forgiare il futuro si deve sacrificare popoli improduttivi buoni a nulla. Ora, quelli più intelligenti —e tra loro ce ne sono molto pochi— comprendono che questa è tutta spazzatura. Capivano che il programma che stavano attuando era catastrofico. Ma erano cinici. Hanno pensato, so dove sta la mia convenienza.
È interessante notare che, il ministro delle finanze della Germania è un uomo che capisce meglio di chiunque altro. In una pausa durante una riunione, gli ho chiesto, 'Vuoi davvero firmare questo, questo accordo?'  E lui ha detto, 'No, non lo farei. Questo non è un bene per il vostro popolo. 
Questa è la parte più frustrante della storia, che a livello personale si può avere questa conversazione umana, ma nelle riunioni è impossibile farlo, è impossibile avere l'umanità sul piano politico. Il dibattito politico è strutturato in modo tale che l'umanità deve essere lasciata fuori dalla stanza». 

Varoufakis spiega che l'interesse e l'arrivismo giocano un ruolo all'interno di questi negoziati. Ma se gli uomini di Stato prendono decisioni in base a criteri a cui non credono, non c'è anche la viltà in gioco?

«Vorrei cercare di rispondere nel modo più accurato. Dei miei colleghi dell'Eurogruppo ... "—si corregge, "ex colleghi dell'Eurogruppo, io non sono più nell' Eurogruppo grazie a Dio— è stato spesso detto che che ero solo, 18 contro 1. Non è vero, non è vero. Una piccola minoranza, guidata dal ministro delle finanze tedesco, ha fatto finta di credere che l'austerità fosse per  i Greci l'unica via d'uscita, la cosa migliore per loro, ma erano una minoranza. C'erano altri due gruppi significativi.
Uno composto dai ministri delle finanze che non credono in queste politiche austeritarie, ma che sono stati costretti in passato a imporle ai loro stessi popoli con grandi conseguenze pregiudizievoli. Questo gruppo era terrorizzato alla prospettiva che avremmo potuto vincere perché avrebbero dovuto rispondere ai loro popoli "Perché siete stati così codardi? "
C'era poi un terzo gruppo, la Francia e l'Italia. Si tratta di importanti paesi, stati di prima linea in Europa, i cui ministri delle finanze non hanno creduto all'austerità né l'avevano praticata seriamente. Ma quello che temevano era che se si schieravano con noi, se fossero stati solidali con i greci, avrebbero incontrato l'ira del gruppo teutonico e magari si sarebbero visti imporre l'austerità. Non volevano passare per nostri sostenitori poiché sarebbero potuti essere costretti a subire le stesse umiliazioni». 

Varoufakis offre quindi un resoconto preciso e convincente dei passi falsi della zona euro, la follia di "creare un'unica moneta comune gestita da una banca centrale che non avrebbe avuto alle sue spalle uno Stato, e stati con nessuna banca centrale alle loro spalle".

*Fonte: Yanis Varoufakis del 3 agosto
* Traduzione a cura della redazione














SIRIA: LA TURCHIA ENTRA UFFICIALMENTE IN GUERRA di Campo Antimperialista

[ 4 agosto ]

La Turchia dichiara guerra all’Isis, ma colpisce i curdi del Pkk
Quali sono i veri obiettivi di Ankara?



Abbiamo scritto più volte su quanto sia complesso il quadro disegnato dalla Grande Guerra Mediorientale che coinvolge tanti paesi della regione – Siria, Iraq e Yemen in primo luogo.
In questo contesto la Turchia ha da sempre giocato un ruolo di primo piano. Ora, però, siamo di fronte ad un vero e proprio salto di qualità. Il governo di Ankara ha dichiarato guerra all’Isis, consentendo agli americani di poter utilizzare la base di Incirlik per i loro raid sulle postazioni del Califfato, ma da parte turca la guerra è soprattutto contro i curdi del Pkk e quelli del Kurdistan siriano (Rojava).

Sulle montagne del Kurdistan iracheno sono già 260 i curdi uccisi dai bombardamenti turchi, un’azione condotta con il sostanziale avallo del governo curdo-iracheno presieduto da Massud Barzani, da sempre in buoni rapporti con il grande vicino del nord.
Che vi sia una grande ambiguità nella politica turca non c’è dubbio, ma questa non è una novità. Restano invece da capire gli obiettivi strategici dell’azione intrapresa da Erdogan negli ultimi giorni. Sicuramente il capo del governo di Ankara vive gravi problemi interni, visto l’insuccesso registrato nelle ultime elezioni politiche, ma l’ingresso ufficiale nella Grande Guerra Mediorientale ha sicuramente anche altre motivazioni.
Erdogan ha certamente tre obiettivi: 1. arrivare alla capitolazione di Assad, 2. colpire in profondità il Pkk, ed ogni nascente entità curda (la Rojava) non controllata dall’occidente, 3. indebolire – ma solo fino ad un certo punto – l’Isis. Tutto ciò allo scopo di riprendere, nelle nuove condizione, il progetto neo-ottomano immaginato da Davutoglu.

E’ questo il tema dell’articolo che segue, nel quale Giuseppe Cucchi (del quale non condividiamo, ovviamente, la manifesta simpatia per i militari turchi) avanza sul sito limesonline un’ipotesi da considerarsi con la dovuta attenzione. Questa ipotesi si basa su due premesse: che l’Isis verrà prima o poi sconfitto, che questa sconfitta non significherà però il ripristino dello status quo ante, data la volontà delle comunità sunnite interessate a non tornare a dipendere dai governi di Baghdad e Damasco.

Chi prenderà a quel punto il posto del Califfo sconfitto? Questa è la domanda. Alla quale ad Ankara hanno ovviamente una risposta, naturalmente neo-ottomana.

Quante possibilità vi sono che questo disegno possa realizzarsi è difficile da dirsi. Non solo perché non sappiamo chi vincerà alla fine questa guerra (una domanda su tutte: come reagirà l’Iran all’iniziativa di Erdogan?), non solo per la molteplicità degli interessi nello stesso campo sunnita, ma anche perché il Califfo non si farà facilmente da parte per lasciare campo libero alSultano.

I propositi neo-ottomani potrebbero rivelarsi ancora una volta illusori, ma l’ambizione turca appare in effetti piuttosto chiara.

* Fonte: Campo Antimperialista

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Se il sultano Erdogan vuole farsi califfo
di Giuseppe Cucchi

L’improvviso ingresso nella guerra contro lo Stato Islamico sembra una rivoluzione per la politica estera della Turchia. Ma l’obiettivo del presidente rimane immutato.

C’è un personaggio dei fumetti francesi, il Gran Vizir Iznogud (già il nome è un programma!) che trascorre la propria vita a congiurare invano per “divenire califfo al posto del califfo”.

È la sorte che sembra attendere il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan, dopo che l’imprevista affermazione elettorale del partito curdo Hdp gli ha tolto la maggioranza assoluta e la possibilità di formare un governo  monopartitico per la prima volta da quando il suo partito Giustizia e Libertà (Akp) è entrato sulla scena politica turca.

Il suo programma di progressiva islamizzazione della Turchia ha subito una battuta d’arresto forse irreversibile. Un programma perseguito senza soste e fruendo per un lungo periodo del miope sostegno fornitogli dall’Unione Europea.

Nell’ansia di ridurre la militarizzazione di un paese che trattava la propria adesione, l’Ue ha sostenuto con impegno tutte le misure miranti a togliere potere a quelle Forze Armate cui il legato costituzionale di Ataturk affidava il controllo e l’estrema difesa della laicità del paese. In qualche caso queste misure le ha addirittura sollecitate, accelerando un processo forse inevitabile ma che ha derivato dall’imprimatur di Bruxelles una rispettabilità che probabilmente non gli spettava.

La battuta d’arresto elettorale del partito di Erdogan sembra incidere anche sulla complessa tela di politica internazionale che la Turchia sta tessendo in questo momento. Ankara opera con una Realpolitik che supera in molti casi di gran lunga i limiti della morale tradizionale – per intenderci, quella che vorrebbe che gli atti di un paese fossero guidati dai suoi valori oltre che dai suoi interessi e che respinge con sdegno la morale machiavellica secondo cui “il fine giustifica sempre i mezzi”.

Si discute spesso su chi sia il ragno al centro della tela turca. In altri tempi il primato era assegnato senza esitazioni ad Erdo?an; Ahmet Davuto?lu, allora ministro degli Esteri, veniva considerato l’ideologo di riferimento.

La classica coppia di uomini di  Stato: uno dotato del dono della visione strategica, l’altro capace di trasformare in realtà tale visione. Poi apparentemente le due strade si sono separate mentre entrambi crescevano e mutavano il proprio ruolo, Erdogan divenendo presidente e Davutoglu accedendo al premierato. Adesso si sente spesso parlare di frequenti dissidi fra i due e della possibilità che finiscano con l’opporsi l’uno all’altro. Il dissidio tra i due è reale o siamo di fronte all’ennesima versione dell’eterna commedia dei due gendarmi, con Davutoglu nella parte del buono ed Erdo?an ovviamente in quella del cattivo?

Tutto questo avviene mentre il paese cerca di imporsi come potenza regionale,recuperando almeno parte del prestigio e dell’area di influenza dell’Impero Ottomano, mentre nell’ecumene islamico sono in corso due guerre – entrambe non dichiarate, ma non per questo meno reali – di cui la Turchia è uno dei maggiori protagonisti e mentre la tensione tra Ankara e i curdi sembra sul punto di trasformarsi in guerra civile aperta. Condizioni estremamente difficili, dunque.

Forse per questo Erdogan e la Turchia sembrano perseguire contemporaneamente due diverse linee strategiche, apparentemente divergenti sui tempi brevi ma convergenti a lungo e forse anche a medio termine.

La prima è la strategia più evidente, centrata su un’immagine del paese che deve rimanere quanto più immacolata, filo-occidentale e filo-atlantica possibile. Ecco dunque le recenti concessioni fatte a Cipro, ove sembra che per la prima volta si possa seriamente parlare di abbattere il muro che separa le due comunità. Ecco la concessione dell’uso della base aerea Usa di Incirlick, precedentemente negata con ostinazione, ai caccia della coalizione anti-Stato Islamico (Is). Ecco l’idea di occupare in Siria una zona cuscinetto che consenta di sottrarre al rischio dei combattimenti centinaia di migliaia di profughi. Ecco infine l’annuncio dell’intervento contro il “califfato”, e poco importa se tale intervento si sia limitato a qualche sporadica cannonata mentre la vera azione bellica è stata quella contro i curdi del Pkk, che ha definitivamente seppellito una tregua in vigore dal 2013.

La seconda strategia è occulta e come tale probabilmente chiara in tutti i suoi aspetti solo a pochissimi responsabili. Nell’analizzarla ci muoviamo nel campo delle ipotesi, non in quello delle certezze, con tutta l’aleatorietà di giudizio che ciò comporta.

Se si centra il ragionamento sull’ottica del cui prodest?, diviene immediatamente chiaro come le azioni dello Stato Islamico beneficino in maniera non trascurabile il campo sunnita, impegnato in una guerra non dichiarata e senza esclusione di colpi contro gli sciiti. Questo conflitto è destinato a decidere quale dei due campi risulterà prevalente nell’ecumene islamico e a marcare confini più o meno definitivi fra le confessioni religiose in contrasto.

In oltre un anno di guerra aperta, il cosiddetto califfato ha ottenuto risultati impensabili. Ha portato avanti il frazionamento dell’Iraq e della Siria, staccando dai due paesi tutte le aree a prevalenza sunnita. Ha fondato uno Stato nuovo, che appare destinato a durare anche dopo l’eventuale distruzione dell’Is, visto che i suoi abitanti in futuro accetteranno tutto tranne che il ritorno sotto dominazione sciita. Ha tenuto impegnate in combattimento le milizie sciite irachene, libanesi e iraniane, costringendo Teheran a usarle per difendere la propria area di influenza anziché spenderle aggressivamente in altri teatri a dominanza sunnita – Bahrein e Yemen, per esempio.

Questo spiega come nell’Islam sunnita l’Is goda di quell’80% di approvazione che il famoso sondaggio di Aljazeera ha evidenziato, lasciando interdetto il mondo occidentale. Spiega altresì come i grandi sponsor dell’azione sunnita, in primis Turchia e Arabia Saudita, si siano limitati sino a ieri a condanne puramente formali del “califfato”, sostenendone in vari modi l’azione.

La Turchia ha appoggiato l’Is principalmente per astensione, vale a dire non concedendo basi alla coalizione, non intervenendo in episodi come quello di Kobane, non facendo nulla per impedire il passaggio di jihadisti stranieri verso la Siria eccetera. Probabilmente c’e’ stata anche qualche forma di collusione fra “califfato” e servizi segreti turchi. Una situazione che per molti  aspetti  ricorda (in scala ridotta) quella creatasi in Afghanistan fra servizi segreti pakistani e talebani.

Ora le cose stanno apparentemente cambiando. Ankara ha persino richiesto, con il sostegno degli Stati Uniti, la riunione del North Atlantic Council – l’organo politico di più alto livello della Nato – sulla base dell’articolo 4 del Patto Atlantico che consente a ogni paese membro di avviare consultazioni con tutti gli altri allorché si ritiene minacciato.

È una radicale inversione di rotta o la continuazione sotto altra forma della politica precedente? Probabilmente entrambe le cose contemporaneamente.

Se guardiamo solo alla politica ufficiale del paese, è in atto il cambiamento in cui l’Occidente sperava da tempo. Se invece teniamo conto di come, muovendosi accortamente in questo modo, la Turchia possa mirare a sostituirsi col tempo allo Stato Islamico – magari anche con qualche decisa azione bellica o con una serie di silenziose epurazioni che ne eliminino i vertici – e divenire il punto di riferimento del nuovo paese sunnita che emergerà alla fine della fase rivoluzionaria di questo conflitto, dobbiamo constatare la continuità della politica turca, che apparirebbe figlia di un unico grande disegno strategico.

A questo punto dobbiamo chiederci se Erdogan, che ha dato segno negli ultimi anni di un’inarrestabile megalomania, non miri in realtà a divenire “califfo al posto del califfo”, come il Gran Vizir Iznogud.

In fondo il titolo di califfo spettava al sultano turco, prima che Ataturk lo abolisse…

lunedì 3 agosto 2015

PERCHÉ QUESTO MORTORIO SOCIALE? di Moreno Pasquinelli

[ 3 agosto ]

Su quali fattori deve basarsi la nostra linea di condotta?

Riteniamo di fare cosa utile ripubblicando questo impegnativo articolo che comparve su SOLLEVAZIONE nell'ottobre 2012. Da allora poche cose sono cambiate, tra queste che l'area dell'indignazione sociale è cresciuta, ma non ha preso la forma della protesta attiva, ma di quella passiva, che si è espressa nel voto a due forze elettorali avvertite come non-sistemiche;il M5S e la Lega salviniana.


Prendo lo spunto da discussioni avute con compagni e amici accomunati da un rifiuto radicale dell’esistente, come dal disprezzo per il sistema e le élite che detengono il monopolio assoluto dei poteri. Si tratta di persone molto diverse fra di loro, per livelli di cultura, per convinzioni politiche, ed infine per estrazione sociale.

Etica e Spirito del tempo

Comunanza di sentimenti, d’indignazione, non quindi un’autentica fratellanza, né di classe, né ideale. Un’empatia basata su comuni valori etico-morali, qualcuno potrebbe dire. Non lo penso. 
Basta scavare un poco per scoprire, alle spalle della medesima indignazione per lo stato di cose presente, profonde differenze politiche e ideali. Il sentimento d’indignazione è solo negativo, mentre un’etica implica una positiva e razionale (non meramente intellettualistica) visione del mondo, una gerarchia dei valori, un’idea della prassi.
Negatio est determinatio, affermava Spinoza, ed è vero, ma sul piano politico questo è soltanto il primo stadio della coscienza. Una negazione, tanto più se essa si avvita attorno alla propria irriducibilità, non conduce in altro luogo che in quello del nichilismo.

Ed in effetti nella sinfonia dell’indignazione crescente, al di la dell’anarchia dei suoni, è proprio il rumore di fondo del nichilismo che prevale, l’abisso in cui si spegne ogni eticità. Non c’è infatti eticità al di fuori del perimetro del bene comune, della vita della comunità, della sua destinazione.

E che prevalga il nichilismo, nel lamento generale, non è sorprendente. Esso è figlio dei tempi, messo al mondo dal connubio tra potenti fattori materiali e non meno potenti fattori culturali e spirituali. Non conta impiccarsi ai nessi causali, nei fatti l’atomizzazione sociale combacia a perfezione con l’ipertrofia dell’Io, con la vittoria, dopo una lunga guerra di logoramento, della supremazia delle singolarità  su quella comunitaria e di classe. Atomizzazione sociale, frantumazione e imborghesimento della classe proletaria —il capitalismo non potrebbe funzionare senza l'egemonia della mentalità capitalistica—, sono alla base della polverizzazione politica dell’area rivoluzionaria, e dell’ipertrofia dell’Io.

E’ sempre parlando con questi compagni e con questi amici che si avverte lo Spirito del tempo, l’idea che tutto sia oramai perduto, che il sogno di un futuro migliore ce lo siamo lasciati alle spalle, che la storia sia pregiudicata, che il Sistema sia invincibile. Li accomuna poi l'idea, sbagliata, che il monopolio sistemico sui mezzi d'informazione, quindi la presa ideologica della classe dominante, contino ben più, nello spiegare la pace sociale, delle condizioni materiali d'esistenza e di vita.

Questo è il senso comune, la coscienza che tutto permea e che è quindi egemone. E’ l’idea dunque che l’attuale crisi, per quanto grave, non sarà davvero fatale per il sistema. Che quindi non esistono contraddizioni intrinseche su cui poter fare affidamento, che ogni sollevazione di massa, semmai ci sarà, potrà essere non solo assorbita, ma metabolizzata dal Sistema stesso.
Questo è lo sconfortante Spirito del tempo, che tutto afferra nella sua pulsione di morte. Uno Spirito che quindi si dilegua in due anime opposte: l’una quella della rassegnazione o dell’ozio della coscienza, l’altra quella della centralità di minoranze eroiche che con la loro azione possono colpire il nemico e, semmai, risvegliare i sudditi dal loro torpore.

Questi amici affermano: «La vostra fede nelle masse è ingiustificata. Voi che credete fermamente che solo l’irruzione di grandi masse può davvero cambiare il corso della storia, siete tenuti a spiegarci perché, giunti al quarto anno di una crisi economica senza precedenti, la situazione non si sblocca; il perché di questo mortorio delle masse».

Esistenza materiale e coscienza sociale

Marx affermava che "Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza», volendo sottolineare la priorità assoluta dell’esistenza materiale, di cui la sfera ideale non sarebbe che un mero rispecchiamento. 

Questa proposizione va corretta: è vero che l’esistenza determina la coscienza, ma solo in quanto sta concatenata al suo opposto: che la coscienza determina l’esistenza, o il principio dialettico della codeterminazione

L’azione degli uomini certo si espleta nell’ambito di circostanze storico-naturali fattuali date, da cui essi non possono prescindere, ma quest’agire, determinato ma non predeterminato, è finalistico, orientato a raggiungere uno scopo, e questo porre uno scopo è ciò che chiamiamo coscienza. Un’azione che quindi prende necessariamente forma nella sfera del pensiero, pensiero che non è un mero riflesso delle condizioni materiali d’esistenza, ma che è il precipitato di secoli e millenni di sviluppo della ragione. Questo modellare l’esistente in base ad un non-ancora-esistente (pre-esistente solo nella sfera ideale), questo trasgredire o trascendere l’ordine delle cose, è proprio ciò che distingue ontologicamente l’uomo dalla natura, la quale procede sì, ma ubbidendo in modo incosciente ad un impulso vitale —essa non ha dunque idee, non pensa, e propriamente non si pone alcuno scopo.

Il congedo da ogni meccanicismo, non revoca tutta via in dubbio che le condizioni materiali d’esistenza sono il fondamento su cui si erge la battaglia ideale, su cui crescono e mutano lo Spirito del tempo e quel suo surrogato che chiamiamo senso comune. L’analisi delle condizioni materiali d’esistenza di una classe o di un popolo resta il primo compito di una minoranza rivoluzionaria, se vuole comprendere in che direzione cambi il senso comune e quindi calibrare la sua propria azione.

Affinché grandi masse, e non singolarità o minuscole minoranze, irrompano sulla scena debbono concorrere due fattori: uno sconvolgimento delle abituali condizioni materiali di vita e che si affacci, appunto, un nuovo Spirito del tempo. L’azione di queste minoranze, siccome poco o nulla può sul primo piano, deve invece concentrarsi sul secondo. Una minoranza è rivoluzionaria se è il deposito e il conduttore di uno Spirito nuovo, se quindi espleta un’opera di trasmissione e divulgazione. L’azione, se non vuole essere fine a sé stessa, implica possedere una visione ideale, e dunque adeguate modalità di trasmissione e divulgazione. Un’opera complessa, che non si risolve nella pura propaganda, che implica l’azione e l’esempio, ovvero un agire esemplare che, per essere efficace, richiede un habitat adeguato, un quantum di forze accumulate. Richiede, infine, che questo agire sia commisurato alla situazione concreta, ai rapporti di forza tra le classi e i blocchi sociali in campo.

Grandi masse passano all’azione solo a certe e obiettive condizioni. Due essenzialmente: «Che chi sta in basso non possa più vivere come prima, e chi sta in alto non possa più governare come prima». [Lenin]
Abbiamo forse, oggi, qui da noi, queste due condizioni? No, non le abbiamo. Definendo questa crisi del capitalismo come storico-sistemica, stiamo dicendo che essa non è un singolo evento catastrofico, ma un processo fatto di fasi, anche alterne, le quali in ultima istanza conducono ad una resa dei conti finale, allo scontro frontale tra forze antagoniste che deciderà le sorti della società per un lungo periodo.

Analisi concreta della situazione concreta

Parafrasando Lenin, oggi, qui da noi, chi sta in basso, ovvero, la sua grande maggioranza può ancora vivacchiare come prima mentre, chi sta in alto, pur a fatica, può ancora governare come prima. La crisi economico-sociale non è un colpo di maglio, né colpisce chi sta in basso in modo indiscriminato —del resto chi sta in alto ha imparato la lezione che gli è venuta dai secoli precedenti, evita se può di procedere per strappi violenti.

Pensiamo siano istruttive le tabelle (accanto e sotto). Fotografano la situazione generale del nostro paese.

In Italia la ricchezza privata complessiva (la somma di tutti i beni, mobili e immobili, a valori di mercato correnti al netto delle passività finanziarie) è pari a 5,4 volte il Pil. Il dato immobiliare è noto: più dell’80% della popolazione italiana abia in alloggi di proprietà. Se si divide questa ricchezza complessiva per abitante abbiamo 140mila euro procapite. Se la si divide per famiglie abbiamo che ognuna dispone mediamente di una porzione di ricchezza di 350mila euro. Così, tanto per dire, 1.900 miliardi di debito pubblico sono appena il 22% dello stock di ricchezza privata accumulata —confortando la tesi di chi sostiene che il debito pubblico italiano sia più sostenibile di quello di altri paesi, considerati “virtuosi” perché non vengono considerati i loro debiti privati. Non basta: il saggio di risparmio lordo degli italiani, pur in calo (oggi è dell’11% rispetto al 22% del 1995), è secondo solo a quello dei tedeschi (16,7%). E per comprendere quale fosse la situazione prima della grande crisi del 2008-2009 va segnalato che nei 14 anni che l’hanno preceduta la ricchezza delle famiglie è cresciuta costantemente passando da 4.212 miliardi del 1995 agli 8.414 miliardi del 2007. Il ciclo accumulativo si interruppe appunto nel 2008, col sopraggiungere della recessione economica.

Questi dati grezzi ci aiutano a capire le ragioni per cui la situazione è bloccata. La grande maggioranza dei cittadini, compresi i lavoratori salariati, viene da un lungo ciclo di benessere diffuso. La consapevolezza che la sopraggiunta crisi sia una cosa terribilmente seria, ha prodotto un sentimento di timore, il prevalere della paura di perdere certi benefici, che il modo di vita consumistico sia pregiudicato. E il sentimento di paura determina a sua volta un comportamento conservatore, per altro ancor più accentuato tra gli operai che non tra la piccola borghesia. Questo spiega come mai, i soggetti e i settori colpiti frontalmente dalla crisi sono stati lasciati soli e i focolai di ribellione non solo si sono generalizzati, ma sono stati risucchiati nel clima generale di paura.

Non dobbiamo nemmeno temere di dire cose antipatiche, o sconvenienti a tanti militanti antagonisti: il panico della catastrofe imminente, lungi dal risvegliare le masse dalla loro apatia, non solo rafforza la loro inerzia, a malapena nasconde la loro intima speranza che il sistema guarisca, che tutto ritorni come prima. Di qui alla fiducia che il salvatore della patria Mario Monti ce la faccia, il passo è breve.

Anche coloro i quali contestano la cura da cavallo imposta dall’Unione europea e portata avanti dai “tecnici”, numero destinato a crescere con l’avvitamento della crisi, non stanno approdando alla sponda dei rivoluzionari. Essi hanno solo iniziato a spostarsi, a muoversi, ma a passo di lumaca, riponendo le loro speranze a forze che sì contestano la terapia liberista ma che non vanno oltre ad un keynesismo variamente declinato —dal Pd ai neofascisti, passando per l’M5S fino ai seguaci della Mmt. Altra farina deve macinare il mulino della crisi prima che da un fuoco qua e la si passi all’incendio generale, alla sollevazione. Devono saltare le paratie difensive del sistema, fallire i dispositivi di salvataggio dell’Unione europea. Noi non abbiamo dubbi che questo avverrà, che chi sta in alto non riuscirà a far ripartire il motore grippato del capitalismo occidentale, europeo in particolare. Non riuscirà ad evitare lo sbocco “naturale” di questa crisi: una pauperizzazione generale delle masse con una contestuale concentrazione della ricchezza nelle mani di una ristretta minoranza di possidenti, decisi a difendere ad ogni costo la loro supremazia, se serve anche sbarazzandosi del poco che resta della democrazia.
           
Per questo le statistiche di cui sopra vanno prese con le pinze. Ogni grande aggregato statistico nasconde infatti le disparità sociali. E’ l’Istat a dirci (rilevazioni 2011) che gli italiani che vivono di stenti o che hanno grandi difficoltà ad arrivare a fine mese sono praticamente raddoppiati dal 2008 ad oggi. L’anno scorso l'11,1% delle famiglie era relativamente povero (per un totale di 8.173 mila persone) e il 5,2% lo è in termini assoluti (3.415 mila). Queste percentuali praticamente raddoppiano nel Mezzogiorno, che la crisi contribuisce a staccare dal resto del paese. Ed è sempre la Banca d’Italia a dirci che il 10% più ricco della popolazione possiede più del 50% della ricchezza finanziaria.

Per questo decisiva è l’analisi concreta della situazione concreta, dalla quale dipendono linea politica e linea di condotta, che non devono basarsi sull’umore delle masse, per sua natura volatile, ma anzitutto sui fattori oggettivi. Ciò che conta è cogliere nella situazione la linea di tendenza principale e, della catena, quali sono gli anelli deboli destinati a spezzarsi per primi.

Non si tratta quindi di avere una cieca fiducia nelle masse. Si tratta di comprendere ciò che queste masse saranno costrette a fare una volta spinte in condizioni inaccettabili di abiezione sociale e morale. E certo che la rivoluzione non sarà solo un atto mondano e materiale, che sarà anche un rivolgimento spirituale. Grandi masse non abbracciano un ideale come i singoli individui, le modalità sono differenti, come pure i tempi lo sono. Una coscienza rivoluzionaria si fa largo nel disfacimento della società, e l’ampiezza del suo raggio dipende dalla profondità di questa dissoluzione.

Siamo all’inizio di questo cammino. Compito delle minoranze rivoluzionarie non è quello di lanciarsi in avanti per raggiungere velleitariamente per prime la meta, ma di agire, con ogni mezzo che conduca agli scopi, affinché crescano insieme nuova coscienza sociale e l’attiva e massiccia partecipazione al mutamento rivoluzionario della società.

IL "PIANO B" PER USCIRE DALL'EURO di Beppe Grillo

[ 3 agosto ]

Ormai non è un mistero. Nel Movimento 5 Stelle sulla questione dell'euro ci sono due posizioni fondamentali, una per ed una contro. Casaleggio, coerente con la sua visione sostanzialmente liberista, è per restare nell'eurozona. Della stessa opinione è Luigi Di Maio. L'opinione eurista è in realtà diffusa anche alla base.
Anti-euro e per una posizione sovranista è certamente Beppe Grillo. Qui sotto un suo intervento del 23 luglio che consigliamo di leggere, anche per le lezioni, condivisibili, che tira dopo la tragica resa di Tsipras. 
Per quanto tempo queste due linee opposte potranno convivere? Di certo non per molto. Di sicuro la "parte buona" del M5S sarà fondamentale domani per consegnare all'Italia la sua sovranità.

«Era difficile difendere gli interessi del popolo Greco peggio di come ha fatto Tspiras. Solo una profonda miopia economica unita ad una opaca strategia politica potevano trasformare l'enorme consenso elettorale che lo aveva portato al governo a gennaio nella vittoria dei paesi creditori suoi avversari solo sei mesi dopo, nonostante un referendum vinto nel mezzo. 
Rifiutare a priori l'Euroexit e' stata la sua condanna a morte. Convinto, come il PD, che si potesse spezzare il connubio Euro & Austerita', Tsipras ha finito per consegnare il suo paese, vassallo, nelle mani della Germania. Pensare di opporsi all’Euro solo dall’interno presentandosi senza un esplicito piano B di uscita ha infatti finito per privare la Grecia di ogni potere negoziale al tavolo dell’Euro debito. 

Era dunque chiaro sin dall’inizio che Tsipras si sarebbe schiantato anche se Varoufakis qualche volta ha provato a reagire. Solo Vendola, il PD ed i media ispirati dalla frottola scalfariana (tra i tanti) degli Stati Uniti d’Europa e dai nostalgici del manifesto di Ventotene potevano credere ad un Euro senza austerita’. E sono costretti a continuare a far finta di crederci pur di non dovere ammettere l’opportunita’ di una uscita dopo sette anni di disastri economici.


La conseguenza di questa catastrofe politica e' davanti agli occhi di tutti:
Nazismo esplicito da parte di chi ha ridotto la periferia d’Europa a suo protettorato attraverso il debito, con ricorsi storici allarmanti. 
- Mutismo o esplicito supporto alla Germania da parte degli altri paesi europei vuoi per opportunismo (nord) o per subalternita’ (periferia).
- Mercati finanziari che celebrano con nuovi massimi la fine della democrazia
- Esproprio del patrimonio nazionale attraverso l'ipoteca di 50 miliardi di euro sui beni greci finiti nel fondo voluto da Adolf Schauble per passare all’incasso dei suoi crediti di guerra. 
Era tutto studiato, previsto, pianificato nei minimi dettagli. La Germania e’ sistematica nella sua strategia: prima crea un nuovo precedente e poi lo utilizza nella battaglia successiva imponendo decisioni via via piu’ invasive della democrazia grazie al ‘chi tace acconsente’. 
- Irlanda, Spagna e Portogallo dovevano dimostrare che il rigore paga sia in termini di riforme (tassazione per pagare gli interessi sul debito e svalutazione interna attraverso la compressione dei diritti dei lavoratori) che in termini di interessi sul debito riportati a casa e pagati col sangue dei paesi debitori. 
- Cipro ha dimostrato che i depositi bancari se serve si possono attaccare attingendo cosi’ non solo alle tasse sul reddito in nome dell’austerita’ ma direttamente al patrimonio privato dei cittadini per ripagare il debito contratto. 
- Con la Grecia l’asticella e’ stata posta ancora piu’ in alto al punto di confiscare direttamente il patrimonio pubblico in un fondo la cui sede giuridica Schauble voleva inizialmente trasferire addirittura fuori dalla Grecia. 


E’ l'Italia il destinatario finale di questi precedenti seminati lungo il percorso dell’Euro debito in nome della presunta irreversibilita’ dell'Euro. E’ inutile far finta di non vederlo. La Grecia offre dunque una nuova lezione per l’Italia da cui faremmo bene ad imparare se vogliamo farci trovare pronti quando arrivera’ il nostro turno di debitori. 
- Un premier che argomenta bene contro l’austerity, ma che resta negazionista nei fatti sulla Euroexit, a digiuno di economia monetaria e con una strategia politica improvvisata in questa fase storica e’ una minaccia nazionale. E’ valso oggi per Tsipras. Varra’ domani per Renzi. 


Un piano B di uscita e' essenziale per l'Italia, chiunque sia al governo. Con un enorme debito pubblico ed una economia manufatturiera orientata all'export e' da irresponsabili non farsi trovare pronti ad una eventuale uscita non necessariamente forzata da noi ma eventualmente subita da decisioni altrui, visto che nessuno puo' prevedere il corso degli eventi.
- Non contare sugli altri perche quando arrivera' il momento saremo soli. Come e’ successo a Tsipras che ha sbagliato i suoi conti sperando di trovare sostegno strada facendo dai cugini periferici che invece si nascondevano nell’ombra del ‘questa volta non tocca a noi’.
Il referendum proposto dal M5S tramite una legge di iniziativa popolare e' uno strumento essenziale. Potra’ servire a spiazzare l'avversario e a dare legittimita’ democratica all’Euroexit.


Usare il nostro enorme debito come minaccia. E’ questo infatti un vantaggio che ci consente di attaccare al tavolo di ogni negoziazione futura, non uno spauracchio da subire per abbozzare alle richieste dei creditori. Questo vuol dire non consentire alcuna ingerenza tedesca nel nostro legittimo diritto di ridenominare il nostro debito in un’altra valuta se e quando arrivera’ il momento. 
- Rafforzare le banche. La minaccia di fallimento delle banche e la chiusura dei rubinetti della liquidita’ e' cio' che alla fine ha fatto capitolare Tsipras. Prepararsi alla nazionalizzazione delle banche ed al passaggio ad un’altra moneta e’ il modo per non perdere la prima battaglia che dovremo affrontare quando arrivera’ il momento di staccarci dal bocchettone della BCE. Ogni piano B dovra’ dunque prevedere l’introduzione di una moneta parallela che all’evenienza potra’ essere adottata per avviare il processo di uscita in maniera soft. 
- Tenere un occhio a Francoforte e l’altro a Washington. Il teatrino dell’Euro proseguira’ fino a quando lo vorranno gli americani e cioe’ fino alla definitiva approvazione del TTIP con cui gli USA assoggetteranno l’Europa in modo non dissimile da come l’Euro ha assoggettato la periferia alla Germania. 
L’Euro e’ ormai una guerra esplicita tra creditori e debitori. E’ inutile che il nostro governo si sforzi di apparire schierato dalla parte virtuosa dei vincitori euristi e riformisti. L’Euro non si puo’ riformare dal suo interno e va invece combattuto dall’esterno, abbandonando questa camicia di forza anti democratica. Il nostro debito e la nostra assenza di crescita unita alla deflazione ci collocano a pieno titolo nella categoria degli sconfitti del debito. Faremmo dunque bene a prepararci con ungoverno esplicitamente anti euro all’assalto finale del patrimonio degli italiani sempre piu’ a rischio se non ci riprendiamo la nostra sovranita’ monetaria!.


* Fonte: Beppe Grillo

FASSINA E LA LINEA ROSSA di Fiorenzo Fraioli

[ 3 agosto ]

Stefano Fassina ha deciso di far parte della "strana carovana" che a novembre, quindi in fretta e furia, darà vita ad un nuovo partito "a sinistra del Pd renziano". Ha deciso di salire a bordo malgrado tra lui e tutti gli altri (Civati, vendoliani e compagnia cantando) sulla questione delle questioni dell'Unione europea e della moneta unica ci siano differenze incolmabili. Un'operazione politica indecente, —come già denunciammo il 4 luglio scorso— di riaggruppamento di quella che abbiamo chiamato "sinistra anti-nazionale" 
Avremo certo modo di tornare sull'argomento. Nel frattempo volentieri pubblichiamo la riflessione di Fiorenzo Fraioli.
Non sono tra coloro che si scandalizzano quando vedono persone, soprattutto politici, fino a ieri europeisti che cambiano idea e si schierano contro l'euro e l'Unione Europea. Anzi, quando ciò accade me ne compiaccio e, in senso metaforico, sacrifico l'agnello grasso. C'è però un limite, unalinea rossa oltre la quale non si può andare: quando l'euro imploderà, e con esso l'Unione Europea, non potremo trattare coloro che si convertiranno solo dopo, o in prossimità della fine del regime euroliberista, alla stregua di quanti avranno combattuto la guerra.

Ora un primo problema è: dove posizionare questa linea rossa? Ebbene, sono in disaccordo con quanti vorrebbero stenderla già oggi, in totale e completo disaccordo. Tuttavia a un certo punto questo dovrà essere fatto, proprio per impedire una corsa al trasformismo come quella che ci fu alla caduta del Fascismo: il giorno dopo l'otto settembre, al sud, erano già tutti antifascisti, sebbene di guerra partigiana non se ne fosse vista molta; al nord si dovette aspettare il 25 aprile 1945, data dopo la quale si scoprì che l'Italia era un paese di partigiani.

Il problema è particolarmente grave se si riflette sul fatto che in questa occasione non ci sarà, si spera, io almeno lo spero, una vera guerra combattuta, ma solo un durissimo confronto politico. Una guerra civile, che è un evento di gravità inaudita nella storia di un popolo, offre infatti una possibilità di riscatto a tutti, anche ai collaborazionisti del vecchio regime, mentre ciò non accade nel caso di una transizione che sia solo politica, per quanto aspra questa possa essere.

Che fare, dunque, con i convertiti dell'ultima ora? La linea rossa servirà a questo: a mettere fine ad ogni prospettiva di carriera politica per gli attuali unionisti nell'Italia che avrà riconquistato la sua sovranità nazionale. Cosa che non dubito che avverrà.

Il caso di Stefano Fassina è emblematico. Non v'è dubbio che gli attuali suoi convincimenti siano coincidenti con quelli di noi sovranisti, eppure Fassina non osa tagliare il cordone ombelicale che lo lega all'ideologia unionista. La domanda che mi pongo, e pongo ai lettori del blog, è la seguente: fino a quando Fassina potrà cincischiare (usque tandem, Fassine, cincischieris)?

A mio parere, almeno per quanto riguarda i piani alti della politica, quelli cioè dove si assumono responsabilità di livello nazionale, il momento di tracciare una linea rossa non è lontano. Di altra natura, evidentemente, è il problema di tracciare un'analoga linea rossa per i ranghi intermedi e bassi della politica, dai consigli regionali a quelli comunali. In tal caso non si potrà che seguire l'esempio di Togliatti che, con l'amnistia agli ex-fascisti, permise la necessaria riconciliazione nazionale. A maggior ragione se, come mi auguro dal profondo del cuore, la transizione sarà politica e non militare. Nella malaugurata ipotesi, invece, di una nuova guerra civile, mi astengo dal fare proposte, fatta eccezione per gli atti di eroismo dell'ultima ora, quelli cioè che riscattano un'intera esistenza malvissuta. Per altro potrebbe porsi il problema opposto, quello dell'epurazione delle nostre stesse schiere qualora, per difendere il folle progetto euroliberista, si arrivasse a tanto e noi fossimo sconfitti sul campo. Ma a questa terribile prospettiva non voglio nemmeno pensare...

C'è poi una seconda questione, quella della severità. Dovremo cioè essere ugualmente propensi al perdono, nei riguardi della classe politica di sinistra, di quanto lo saremo verso quella di destra e di centro? Non è una questione secondaria, perché all'accusa ditradimento nei confronti della Nazione, che accomunerà tutti gli euroliberisti, nel caso della classe politica di sinistra complice dell'euroliberismo non potrà non sommarsi quella di tradimento del popolo lavoratore. Anche su questo tema vi dico la mia, nell'attesa che coloro che frequentano questo blog dicano la loro: a mio parere nel caso della classe politica di sinistra si dovrà tener conto anche del secondo capo di imputazione, con una severità quindi ben maggiore. Anzi, se proprio devo essere chiaro, penso che la classe politica di sinistra, complice fino all'ultimo dell'euroliberismo, dovrà essere epurata con estrema spietatezza. Nulla dovrà esserle abbuonato! Ovviamente ciò riguarda le loro prospettive di riciclarsi a sinistra dopo la sconfitta dell'euroliberismo. Che vadano, se vogliono, a rinfoltire le fila della destra nazionale, che magari li accoglierà... ma forse no!

Il problema è quando stenderla questa linea rossa. Farlo troppo presto significa indebolire il fronte sovranista; tardando troppo si rischia di tenere dentro personaggi che, fino all'ultimo, saranno stati nostri avversari. Ancora una volta dico la mia, nell'attesa dei suggerimenti dei lettori del blog: al massimo la primavera del 2016. Il che significa consentire al "caso emblematico", alias Stefano Fassina, di tentare l'operazione che ci ha annunciato, quella di portare su posizioni sovraniste i protagonisti della nuova grande ammucchiata dei sinistrati, la cui costituzione è in programma all'inizio dell'autunno. Dopodiché, senza pur tuttavia fargliene passare una che è una, si aspettano sei mesi e, a fine marzo del 2016, si tira la linea rossa. Chi, dichiarandosi di sinistra, sarà ancora dall'altra parte, verrà considerato nemico della Patria e del popolo lavoratore!

Insomma, a Stefano Fassina gli diamo gli otto mesi!


* Fonte: Ego della rete

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