martedì 11 novembre 2014

IL PARTITO TEDESCO di Moreno Pasquinelli

11 novembre.
Vogliamo anticipare subito la nostra conclusione: il "Partito tedesco" in Italia c'è, è capeggiato da la Repubblica. 

La Germania —ad un quarto di secolo dall'unificazione  e 22 dalla firma del Trattato di Maastricht— è il paese prevalente ed egemone in Europa.
Lo sarebbe diventato senza l'ausilio dell'Unione europea? Quanto accaduto dimostra di no. Per quanto non esista la controprova fattuale, noi riteniamo che senza il mercato unico (fondato su criteri mercantilistici e liberoscambisti) e senza l'Euro (fondato sui criteri monetaristi), la Germania non avrebbe raggiunto la supremazia europea.
Seconda domanda: può la Germania accettare di essere una potenza finanziaria e industriale di livello mondiale e restare un nano sul piano politico-militare? La nostra risposta è no. Noi pensiamo che in barba alle rassicurazioni, la Germania è in procinto di ridiventare una grande potenza mondiale. 

Si inganna chi pensa che la tesi biogeografica del lebensraum (spazio vitale) sia una eccentrica idea nazista. Uno Stato, sosteneva Trotsky nel 1929, deve tenere conto di costanti della sua geopolitica, malgrado radicali mutamenti di regime. Guardate alla geopolitica tedesca dopo la riunificazione: essa segue le medesime linee espansionistiche di quella nazista: neutralizzare l'Ovest per spadroneggiare ad Est. Le gravissime tensioni che si stanno scaricando sull'Ucraina non sono solo il risultato della politica nordamericana, ma pure della pressione verso Est di Berlino.

Terza domanda: può sopravvivere l'Unione europea alla tendenza tedesca ad assumere un ruolo di potenza mondiale? No, non può resistere. Ciò che fa traballare l'Unione non è solo la gravissima crisi economica dei suoi paesi "periferici" e l'insostenibilità della moneta unica, è anche la spinta espansionistica tedesca. Per comprendere come potrebbe andare e finire si studi attentamente la storia europea degli ultimi 200 anni, a partire dalla fine guerre napoleoniche che fecero uscire la Germania dallo stato di minorità seguito alla Pace di Westfalia. Il lepenismo in Francia, così come l'avanzata di diverse forze nazionaliste nei paesi europei,  possono essere compresi solo alla luce della storia, ovvero come indicatori della resistenza di nazioni che si sentono minacciate dall'espansionismo imperialistico tedesco e non vogliono essere satellizzate.
Tedesco parlanti nel 1910

Questo espansionismo è un fattore che svolge una funzione catalizzatrice, addirittura scissoria, dei campi politici nei diversi paesi europei, non solo orientali. L'Italia, a ben vedere, è già vittima di questa potente pressione rappresentata dall'espansionismo tedesco. Era già accaduto alle porte della Grande Guerra. Accadde, con esiti opposti, alle porte della Seconda guerra mondiale, quando allo il regime nazional-fascista, nel 1936, decise di allearsi con il Terzo Reich, diventano di fatto uno stato satellite della Germania nazista.

Leggiamo su Affari e Finanza (supplemento economico di la Repubblica) del 10 novembre:
«Bruxelles 0 049 30 18 27 22 720: Henry Kissinger, che si chiedeva quale fosse il numero di telefono dell'Europa, oggi avrebbe una risposta. Il numero è questo. Peccato che non abbia il prefisso di Bruxelles ma di Berlino. E' da qui, infatti, dal palazzo di vetro e cemento bianco della Cancelleria, che di fatto si governano i destini di cinquecento milioni di cittadini europei, anche se solo ottanta milioni di tedeschi hanno il diritto di scegliere chi poi guiderà tutti gli altri. La prevalenza della Germania è ormai un fatto acquisito a livello europeo. All'inizio era solo una prevalenza economica. Poi è diventata politica. Ora ha raggiunto i livelli di una prevalenza culturale». [Andrea Bonanni, Europa, tutto il potere a Berlino]
Un'analisi quanto mai esatta di come stanno le cose in Europa e nell'Unione. Bonanni continua poi indicando come Berlino abbia monopolizzato le istituzioni di Bruxelles, infiltrando i suoi uomini nei gangli vitali delle istituzioni europee.

Il lettore sprovveduto potrebbe dunque attendersi una conclusione che metta in guardia dalle conseguenze distruttive dell'egemonia tedesca sull'Europa, un invito a Berlino a fare qualche cedimento per salvare l'Unione. Tutto il contrario! ecco come conclude Bonanni:
La Germania tra i Trattati di Versaiiles e Monaco
«Come osserva un alto funzionario della Commissione, la Germania è l'unico Paese che sappia trasmettere un messaggio riconoscibile sul futuro della Ue. E non è un messaggio egemonico. Quando la Merkel parla di «fare i compiti» o di «mettere ordine in casa propria», può suonare antipatica e saccente ma esprime una esigenza profondamente sentita da tutti i tedeschi. La richiesta quasi ossessiva di ordine, di affidabilità, di rispetto degli impegni assunti, non esprime una volontà di sopraffazione. Declina, in base alla cultura e alla logica tedesca, le condizioni alle quali la Germania è disposta ad accettare una ulteriore condivisione di sovranità. Reinhard Silberberg, già incaricato per gli affari europei della Cancelleria e ora ambasciatore tedesco presso la Ue, ama ripetere che la Germania, in Europa, «è un leader riluttante». E non ha tutti i torti. Per restare sul treno europeo, la Merkel in questi anni ha dovuto piegarsi ad accettare molti passi che non avrebbe mai voluto compiere: dal fondo salvastati all’unione bancaria, dagli interventi straordinari della Bce alla supervisione unica del sistema creditizio, al ruolo decisivo del Parlamento europeo nel nominare il presidente della Commissione. Questa Europa a sovranità limitata e sotto tutela di Berlino non è un'Europa tedesca. E' solo un'Europa in dolorosa transizione. Quando i governi nazionali, a cominciare da quello francese, capiranno che il solo modo per restituire piena sovranità ai loro cittadini è quello di condividere il potere politico come hanno condiviso la moneta, la Germania sarà probabilmente la prima a dire di sì. E ottanta milioni di tedeschi smetteranno, forse con sollievo, di decidere per cinquecento milioni di europei». [ibidem]
Sono lontani i tempi di quando Kohl, dichiarava solennemente «non voglio un'Europa tedesca, ma una Germania europea». Oramai l' Europa è germanizzata.

E nonostante questo i filo-tedeschi si agitano anche in Italia. Sono quelle frazioni delle classi
Eugenio Scalfari
dominanti che punzecchiano Renzi, che scalpitano contro la sua Legge di Stabilità perché non è piaciuta alla Merkel. Di queste frazioni la Repubblica è il vero e proprio organo di stampa e propaganda. Non dimenticate l'intervento di Eugenio Scalfari del 3 agosto quando, in polemica con Renzi, invocò il commissariamento dell'Italia da parte della troika: 
"Sotto il profilo politico sarebbe uno scacco, ma a volte bisogna trascurare la vanagloria".

Col pretesto di biasimare la (indiscutibile) "vanagloria" del Primo ministro, Scalfari diede apertamente voce al "partito tedesco" italiano. Per quanto sia triste, come facevamo notare, anche certa suicida sinistra-radicale-anti-nazionale ha deciso di arruolarsi al "Partito tedesco".

La storia, ricordava Marx, si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa.

Sbarrare la strada al "Partito tedesco", senza tuttavia diventare truppe ausiliarie di quello "americano". Battere il "Partito tedesco" senza tuttavia fare alcuna concessione allo sciovinismo nazionalista. E' possibile non uscire con le ossa rotte dalla fine dell'Unione, è possibile evitare la troika e non diventare satelliti della Germania. Occorre crederci e non rassegnarsi al destino.


SPAGNA: COS'È PODEMOS E PERCHÉ AVANZA di Alberto Montero

11 novembre.
Chi era al Forum europeo di Assisi ricorderà certamente la densa prolusione di Alberto Montero (nella foto), economista noto per la sua vicinanza al movimento PODEMOS.
Giorni addietro scrivevamo degli ultimi sondaggi sulle intenzioni di voto degli spagnoli, i quali danno PODEMOS come primo partito. 
Ma cos'è PODEMOS? Davvero è la versione spagnola del Movimento 5 Stelle? Di sicuro una differenza salta agli occhi: PODEMOS è il risultato politico di un potente movimento sociale, quello degli Indignados.
Qui sotto riportiamo la seconda parte della prolusione che Alberto Montero ha svolto a Pescara il 9 novembre scorso in occasione del convegno promosso dall'associazione Asimmetrie, "L'Italia può farcela?".
 Montero spiega il fenomeno PODEMOS e le ragioni per le quali l'eventuale vittoria di questo movimento potrebbe mutare radicalmente il quadro politico spagnolo.


lunedì 10 novembre 2014

IL PREGIUDICATO E LO SPREGIUDICATO (l'indecente trattativa sulla legge elettorale) di Emmezeta

10 novembre.
Una cosa è certa: la nuova legge elettorale sarà fortemente antidemocratica, probabilmente assai peggiore dello stesso Porcellum. 
Restano invece incerti i tempi, i modi, e la maggioranza che darà vita al nuovo mostro. Ma il bello è che questa incertezza verrà sciolta solo attraverso un intricato gioco di ricatti, a tutto campo, tra due personaggi davvero degni dell'orribile stagione politica che vive il Paese: il pregiudicato e lo spregiudicato, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi.
Soffermiamoci su questo aspetto. Secondo la Repubblica di oggi, ormai organo ufficiale dei poteri che contano, Renzi avrebbe dato un ultimatum a Berlusconi: o un sì entro le 21 di stasera al nuovo Italicum con premio di maggioranza solo alle liste e non più alle coalizioni, oppure rottura del "Patto del Nazareno", secondo uno schema che prevederebbe l'approvazione della legge elettorale con l'attuale maggioranza di governo, magari allargata a Fratelli d'Italia, a Sel e alle frattaglie fuoriuscite dal M5S, in virtù dell'abbassamento della soglia di sbarramento dal 5 al 3%.

L'operazione si completerebbe con la ricerca di un accordo con il partito di Grillo sul nome del nuovo presidente della repubblica. Un presidente che a quel punto avrebbe come primo compito quello di sciogliere le camere per convocare nuove elezioni politiche anticipate. Lì Renzi, grazie ad un premio di maggioranza che in Europa esiste in una forma assai simile solo in Grecia, otterrebbe quella maggioranza assoluta sognata, ma mai ottenuta, da tutti i premier da De Gasperi in poi.  

Lo schema dello spregiudicato è dunque chiaro. Esso è perfino "troppo perfetto" per potersi davvero realizzare. Ma quale sarà la risposta del pregiudicato? Mentre il suo partito fibrilla, egli è asserragliato ad Arcore con i figli, la fidanzata, i suoi avvocati e soprattutto i vertici delle aziende di famiglia.

Una scenetta irreale eppur vera, degna della strutturazione politica consegnataci dalla seconda repubblica. Per anni abbiamo contestato, con mille ragioni, la macchiettistica foto del potere berlusconiano che veniva diffusa dagli antiberlusconiani di professione. Non che quella foto fosse irrealistica, semplicemente essa mostrava solo una parte della realtà, volendo invece occultare la sostanza di politiche quasi sempre condivise nella loro essenza dal centrosinistra antiberlusconiano. 

Ora, però, nel momento in cui la politica è tutta in mano al Pd, o meglio al PdR (Partito di Renzi), della vecchia destra berlusconiana resta solo il patetico declino di un capo esclusivamente proteso alla tutela dei propri interessi. Interessi che passano dalla gestione, e dunque dal controllo, dei voti parlamentari di cui ancora dispone.

In breve: Berlusconi può spianare la strada a Renzi (e finora l'ha fatto), ma vuole in cambio due garanzie, entrambe di carattere strettamente personale. La prima garanzia riguarda le sue vicende giudiziarie, tutte messesi non casualmente al "bello" dopo aver stretto il "Patto del Nazareno".  La seconda riguarda invece il futuro delle sue aziende, che passa anche, per non dire soprattutto, dalla volontà politica di continuare a consentire un così consistente monopolio privato nel campo televisivo.

Da chi possono arrivare queste garanzie? Secondo l'interessato, ma ancor più secondo i consigliori più ascoltati (Letta e Verdini) queste possono venire solo da un nuovo Presidente della repubblica eletto con i voti decisivi di Forza Italia.

Le annunciate dimissioni di Napolitano sono dunque sembrate arrivare al momento giusto per tentare un non facile gioco di incastri. Ma ci sono due complicazioni. La prima di carattere personale, la seconda squisitamente politica. 

In primo luogo, mettetevi nei panni del pregiudicato, vi fidereste voi della parola dello spregiudicato? In altri termini, non è troppo rischioso dare a Renzi quel che gli interessa (la legge elettorale) per poi mettersi nelle mani di un parlamento poco controllabile per avere al Colle un nome ben accetto?

In secondo luogo, non esiste solo il soggetto fisico Silvio Berlusconi, esiste anche, almeno in teoria, un soggetto politico chiamato Forza Italia. Ora è vero che questo soggetto politico esiste solo in virtù del soggetto fisico, ma resta il fatto che il ceto politico di Forza Italia deve pur cominciare a badare a se stesso, anche fosse solo guardando al mero risultato di una non facile rielezione.

Ecco la fotografia di queste ore. Il fatto è che questa non è solo l'immagine di un vecchio boss in decadenza, essa è invece la fedele rappresentazione dell'odierna politica italiana. Una politica nella quale lo spregiudicato si gioca a carte la democrazia, dove le soglie di sbarramento si spostano non in nome di una minore o maggiore democraticità della legge elettorale, dove le preferenze potranno esservi oppure no, ma non alla luce della sentenza della Consulta, ma solo per le immediate convenienze del signor Matteo Renzi. Al quale interessa solo una cosa: trasformare il suo partito di maggioranza relativa in maggioranza assoluta, con un gruppo parlamentare di peones asserviti ed obbedienti.

E' lui, lo spregiudicato, il vero simbolo del degrado in cui il Paese sta precipitando. Certo non è il solo responsabile. Ma non è neppure un caso che egli sia alla fine sgorgato, come il suo più naturale prodotto, dal marciume di un intero ventennio. 

SALVINI: XENOFOBIA PER I POVERACCI, LIBERISMO PER I RICCHI di Francesco Maria Toscano

10 novembre. 
Mentre si recava al convegno promosso da Alberto Bagnai, Matteo Salvini ha pensato bene, per farsi pubblicità, di fare tappa a Bologna, così, tanto per fare un BLITZ in un campo rom. Sperava che entrando di nascosto da un ingresso secondario, nessuno ci avrebbe fatto caso. Gli è andata male....

La Lega Nord nasce in Italia sul finire degli anni ottanta sulla scia del crollo dei partiti tradizionali. Le forze politiche identitarie, oggettivo freno per l’espansione di una tecnocrazia ingorda e nichilista, andavano distrutte per aprire la strada alla successiva svendita dei beni di Stato preparata dal Venerabile Maestro Mario Draghi. Molti di voi ricorderanno il cappio portato in Aula da tale onorevole Orsenigo, simbolo di un furore giustizialista che pervadeva in profondità una società comunque grassa e opulenta.

Per una strana nemesi della Storia, la Lega bossiana finirà per morire impiccata da quello stesso cappio moralisteggiante che per anni con tanta spregiudicatezza i presunti celtici avevano impunemente brandito. A fianco ad una retorica anti Roma-ladrona, la Lega era poi cresciuta solleticando le ambizioni dei tanti federalisti all’amatriciana che vedevano nell’invadenza dello Stato la causa del declino italiano. Anni passati nelle stanze del potere in compagnia di dudù e Berlusconi? Molti. Risultati? Zero. 
Anche perché, come ebbe il pudore di ammettere pubblicamente lo stesso Maroni qualche tempo fa, “i leghisti non hanno mai creduto in quello che dicevano, fomentando soltanto il popolino per carpirne con l’inganno il consenso elettorale” (clicca per leggere). Insomma, una banda di cialtroni in piena regola. 

Finita la saga della famiglia Bossi, con annessi diamanti, trote e lauree finte, è cominciata quindi l’era di Matteo Salvini, giovane ruspante cresciuto all’ombra di tali maestri canticchiando canzoni da stadio buone per denunciare la presunta idiosincrasia intercorrente fra il sapone e i napoletani (clicca per leggere). 

In quel tempo Salvini, quando ancora l’ordine era quello di ottenere la fiducia degli abitanti della Val Brembana spiegando loro le malefatte di tutti quelli che abitavano a sud di Pizzighettone, premeva affinché i discendenti di Ario cacciassero tutti gli impuri dalla zona euro, eden dorato preparato dal Dio Odino a beneficio dei soli eletti (clicca per leggere). 

Poi, all’improvviso, dopo un doloroso ripensamento programmatico durato più di quattro minuti, la Lega decide guarda caso di buttare a mare tutto il vecchio armamentario federalista, ampollista, pro-euro, anticasta e anti-meridionalista, per partire lancia in resta in difesa di una causa nazionalista e patriottica per anni schifiata e dileggiata. 

Tutti possono cambiare idea, ci mancherebbe altro. Così come tutti hanno però il diritto di ipotizzare la strumentalità di una operazione tanto repentina e sospetta. Il Front National di Marine Le Pen, piaccia o no, è comunque un partito sviluppatosi in maniera coerente rispetto alle posizioni di partenza. Un partito che oppone legittimamente il desiderio di rinverdire i fasti di un nazionalismo ora rinvigorito dal fallimento di un modello globale economicistico e affamante. Un partito che vanta pensatori di riferimento di valore come Sapir o de Benoist, e coltiva stretti rapporti diplomatici con la Russia di un molto attivo Putin. Quali sono invece i modelli culturali cari alla Lega di Salvini? Difficile capirlo. 

All’uopo è utile la lettura di una intervista a Salvini pubblicata oggi sul quotidiano Libero diretto da Belpietro [Mi prendo il centro centrodestra, pronto un nuovo soggetto politico, 4 nobvembre]. 

Dopo avere puntato il dito contro gli effetti di una immigrazione indiscriminata, il segretario del Carroccio dichiara: «…sì a drastico taglio delle tasse per ridare fiato alle imprese. Non a caso il 13 dicembre abbiamo in programma un evento con l’inventore della Flat Tax, l’economista Alvin Rabushka…». 

Ecco, la proposta macroeconoma di Salvini comincia finalmente ad essere più chiara. Praticamente Salvini, abbracciando una impostazione chiaramente neoliberista, sta proponendo per tutti una aliquota secca e non progressiva, trattando nei fatti in maniera identica dal punto di vista fiscale tanto il singolo operaio quanto il grande industriale. Ma trattare allo stesso modo situazioni diverse non è sinonimo di giustizia. Per chi non lo sapesse poi, Alvin Rabushka è un discepolo del famigerato ultraliberista Milton Friedman, mostro sacro del pensiero economico moderno caro al cuore dei vari Giannino, Boldrin e Scacciavillani (clicca per leggere). Insomma, per farla breve, la nuova Lega di Salvini, al riparo di una propaganda anti-euro condotta grazie alla proficua lettura delle analisi puntuali e brillanti scritte del prof. Bagnai, si pone su un piano di violento anti-keynesismo. 

Siete ancora del fatto che la dicotomia euro si/ euro no possa infine risultare appagante, completa e soddisfacente? Pensateci bene. La mia risposta è no.

domenica 9 novembre 2014

M5S FA LA FRITTATA: SILVANA SCIARRA IN CORTE COSTITUZIONALE.

9 novembre. «Dopo 21 scrutini e oltre due mesi il Parlamento ha eletto il primo giudice della Corte costituzionale: si tratta di Silvana Sciarra, candidata dal Partito democratico e sostenuta anche dal M5S. La docente dell'università di Firenze ha ottenuto 630 voti, incassando sessanta voti in più dei 570 richiesti. In mattinata era arrivato l'esito del referendum online organizzato dal blog di Beppe Grillo che aveva visto un plebiscito per la professoressa, con oltre l'88% dei voti favorevoli da parte dei militanti pentastellati». (la repubblica del 6 novembre).

Per capire quali siano le idee di Silvana Sciarra consigliamo di leggere l'articolo qui sotto. Si tratta di un'eurista convinta, favorevole ad ulteriori cessioni di sovranità, e per questo il Pd renziano l'ha candidata. La composizione della Corte costituzionale, quella che alcuni considerano "l'ultima barriera che si poteva opporre" allo sventramento della Costituzione", viene quindi ulteriormente alterata a favore del partito eurista.

E' dunque gravissimo che il Movimento Cinque Stelle l'abbia votata, addirittura a larghissima maggioranza. Plausibile che tanti attivisti "grillini" non sappiano cosa hanno votato. Di certo ben lo sapevano ai vertici e nei gruppi parlamentari.

Non solo questo insulso appoggio al partito eurista da ragione a coloro che non credono affatto alla linea anti-euro del M5S. Viene il sospetto di un inciucio con Renzi in vista dell'approvazione della nuova legge elettorale truffa.

Paura d'Europa. Come vincerla?
di Sergio Fabbrini [Il Sole 24 Ore del 7 luglio 2013]

L'ultimo volume di Silvana Sciarra, una delle più importanti giuslavoriste italiane, è quanto mai attuale: cosa si può fare per contrastare la paura dell'Europa che si è diffusa in particolare nel mondo del lavoro dipendente, oltre che tra settori sindacali che quel mondo rappresentano sul piano sociale? Se si impone la narrativa secondo la quale l'integrazione europea concerne i mercati e le banche, ma non il lavoro e la società, allora sarà inevitabile la resistenza a quel processo. Se l'integrazione europea verrà percepita come un processo finalizzato a smantellare i sistemi giuridici nazionali, il cui scopo è quello di proteggere il lavoro e le relazioni sindacali, allora sarà inevitabile che larghi settori sociali finiscano per interpretare quell'integrazione come una minaccia ai sistemi di welfare e di contrattazione collettiva. Fu questa percezione, dopo tutto, che portò buona parte delle organizzazioni sindacali francesi a mobilitarsi contro il Trattato Costituzionale, nel referendum che lo bocciò clamorosamente nel maggio del 2005. Silvana Sciarra ricostruisce con sapienza giuridica e sensibilità culturale le ragioni della paura dell'Europa, ma anche le possibilità di sperimentazione di strategie istituzionali e di policy per superare quella paura.
Sulle ragioni della paura dell'Europa, Sciarra riconosce che le politiche comunitarie del lavoro hanno dovuto scontarsi con il dramma di una crisi economica senza precedenti, ma anche con le difficoltà provenienti dalla loro natura intergovernativa. Gli impegni assunti dall'Unione Europea con progetti a favore del lavoro quali "Lisbona 2000" o più recentemente "Europa 2020" si sono tradotti, dice Sciarra, in esercizi declamatori più che in azioni effettive. Probabilmente, ciò è dovuto a quel approccio intergovernativo, noto come "Metodo aperto di coordinamento", finalizzato a produrre cambiamenti nelle politiche attraverso la cooperazione volontaria dei governi nazionali. Anche se la Commissione europea si è molto impegnata a fornire informazioni sulle pratiche migliori nel campo delle politiche del lavoro, a registrare i punti di debolezza dei mercati del lavoro domestici, a proporre politiche (come la flexsecurity) che avrebbero potuto favorire esiti virtuosi per l'occupazione, tale sforzo non ha prodotto gli esiti sperati proprio perché i governi nazionali sono stati liberi di accogliere o meno le proposte avanzate. Tali proposte, non sostenute da un ragionevole sistema sanzionatorio, non hanno potuto tradursi in una maggiore integrazione dei mercati del lavoro e dei loro sistemi di governance.
Sulle possibilità per superare la paura dell'Europa, l'analisi di Sciarra è di una precisione e profondità rimarchevoli. La formazione di un mercato europeo è un'opportunità, non una minaccia, per il mondo del lavoro. E, comunque, è del tutto fallace pensare di potere difendere posizioni acquisite di welfare e di contrattazione rinchiudendosi nei sistemi giuridici nazionali. Occorre aprire i mercati del lavoro nazionali e contemporaneamente elaborare sistemi regolativi del loro funzionamento adeguati rispetto ai valori fondativi della civiltà europea del lavoro.
Per aprire i mercati del lavoro, consentendo trasferimenti da Paesi in crisi ad altri in crescita, molto può essere fatto per proteggere i diritti sociali di chi si trasferisce, per vedere riconosciute esperienze e acquisizioni precedenti, per garantire rientri che riconoscano il lavoro svolto in altri Stati membri nella fase successiva di stabilizzazione del ciclo. È indubbio, infatti, che la rigidità dei mercati del lavoro europei, impedendo la mobilità tra Stati membri in cui c'è carenza di lavoratori ed altri in cui c'è carenza di lavoro, abbia costituito un fattore di esacerbazione della disoccupazione generata dall'attuale crisi finanziaria. Per elaborare nuovi sistemi regolativi, Sciarra offre molte indicazioni, basandosi su proposte comunitarie, su iniziative delle parti sociali, su documenti di organizzazioni del lavoro e dell'impresa transnazionali.

Silvana Sciarra, L'Europa e il lavoro, Solidarietà e conflitto in tempi di crisi, Roma-Bari, Laterza, pagg. 116, € 15,00

sabato 8 novembre 2014

COSA CAMBIA CON PAPA FRANCESCO? di Don Giancarlo Formenton

8 novembre.
Che giudizio dare del messaggio di Gesù di Nazareth? Del ruolo della Chiesa odierna? Cosa cambia con Papa Francesco? A queste e ad altre domande ha risposto, con la semplicità e profondità che lo contraddistinguono, Don Gianfranco Formenton (nella foto) ad Assisi, nell'ambito del Forum europeo svoltosi dal 20 al 24 agosto scorsi.
Pubblichiamo la videoregistrazione dell'incontro dal titolo «LA CHIESA E "QUESTA ECONOMIA CHE UCCIDE"». Intenso anche il dibattito che è seguito alla prolusione di Gianfranco, pungente la sua replica.



venerdì 7 novembre 2014

INDAGINE SULLA LEGA NORD DI SALVINI di Leonardo Mazzei

7 novembre

Il surf di Salvini tra l'agonia del berlusconismo e l'encefalogramma piatto di certa sinistra


Da una parte i berluscones, sicuri della fine del capo ma incapaci di celebrarne il funerale. Dall'altra i sinistrati, coloro che hanno ridotto una nobile tradizione in un'area residuale senza idee e senza progetto. In mezzo una gran confusione, com'è d'obbligo che sia nelle fasi di transizione. E' in questo caos che avanza un altro furbastro: Salvini Matteo, da un anno segretario della Lega Nord.

Appena insediatosi, il «giovane padano» ha virato con decisione verso una posizione anti-euro. Una svolta che gli è valsa un discreto risultato alle europee. Un successo in realtà ben inferiore a quelli del vecchio partito bossiano, e tuttavia sufficiente a far dimenticare il «cerchio magico» dell'anziano leader, le prodezze del «Trota», le mutande verdi di Cota, i diamanti di Belsito e gli investimenti in Tanzania con i soldi del finanziamento pubblico.


Una sfilza di episodi macchiettistici in grado di ridurre in polvere qualsiasi partito, tanto più una formazione sviluppatasi in parallelo a «Mani pulite» come risposta alla corruzione, specie se «romana». E invece no! La Lega ha retto. Segno certo di un effettivo radicamento, ma soprattutto della capacità di ricollocarsi un attimo prima di finire fuori tempo massimo.

A Salvini, complice l'interminabile agonia berlusconiana, l'operazione sta riuscendo. Ma questa riuscita - solo il futuro ci dirà quanto davvero solida - è figlia principalmente di un altro fenomeno:  quella che qualcuno ha chiamato afasia della sinistra. Afasia è in realtà un termine non troppo preciso: in effetti, non è che la sinistra non parli, è che non parla di quel che si dovrebbe anzitutto parlare.

E' qui la ragione prima della pericolosità dell'erede di Bossi. La scelta del grosso della sinistra di collocarsi in una prospettiva europeista e globalista, il pervicace rifiuto del sovranismo, quasi fosse una bestemmia e non invece l'indispensabile premessa per la ricostruzione di una democrazia degna di questo nome, ha aperto un'autentica autostrada all'alleato padano della Le Pen.

Il suo è una specie di surf che mentre cavalca l'onda dell'indignazione popolare contro le politiche austeritarie di Bruxelles non tralascia di intercettare i delusi del berlusconismo, senza che questo imponga una rottura con il Buffone di Arcore, con il quale invece Salvini continua la politica delle alleanze elettorali che va avanti ormai da vent'anni. Un elemento quest'ultimo che la dice assai lunga su quale sia il tipo di «svolta» attuato dal segretario della Lega.

E tuttavia, questo è il punto, l'iniziativa di Salvini sta facendo breccia in una parte non trascurabile del mondo sovranista. Un mondo certo variegato, come è inevitabile che sia, ma in larga parte legato ad una forte ispirazione democratica, anti-oligarchica, popolare e costituzionale.

Che la Lega attragga a sé i portatori di un sovranismo reazionario, che pure esiste, è nella logica naturale delle cose. Che riesca anche ad allettare alcuni settori del sovranismo democratico è invece un problema che va affrontato con forza. La cosa del resto non è nuova. Già negli anni '90 del secolo scorso si pose il problema del voto operaio alla Lega, emblematizzato dalla figura del lavoratore iscritto alla Fiom ed allo stesso tempo elettore di Bossi.

Ora la questione è ancora più ampia, e merita di sicuro un serio lavoro di approfondimento. Lo scopo di questo articolo è però più limitato. La svolta di immagine di Salvini è un fatto, così come la sua collocazione anti-euro. Una collocazione degna appunto di un surfista che cerca di cavalcare l'onda di una crescente consapevolezza dei tremendi danni sociali prodotti dalla moneta unica. Ma fin dove arriva questa svolta? Mette essa in discussione la tradizionale impostazione liberista ed autoritaria della Lega Nord?
Neofascisti al corteo della lega

Non penso proprio. Anzi, l'alleanza con il Front National francese mentre spinge la Lega su posizioni sempre più xenofobe, non per questo ne scalfisce l'impronta ultra-liberista, ben esemplificata dalla proposta della Flat-tax, cioè una tassazione sul reddito priva di qualunque progressività. Una roba da far invidia a Margaret Thatcher ed a Ronald Reagan, che farebbe certamente la gioia di quel famoso 1% ultra-ricco che i sovranisti democratici vedono invece come il grande nemico da sconfiggere.

Ma chi conosce davvero il programma politico della Lega? Certamente in pochi, visto che la politica è fatta ormai di slogan, becere frasi ad effetto, dichiarazioni della domenica. Eppure un programma assai articolato esiste, ed è quello con il quale quel partito si presentò alle elezioni politiche del 2013. Si dirà che quel programma non è quello di Salvini, ma non è colpa nostra se in un anno di tempo costui non ha trovato il modo di presentarne uno nuovo ed altrettanto articolato. Quello scritto per le elezioni europee non ha queste caratteristiche, basti dire che dedica più spazio alla motivazione del no all'ingresso della Turchia nell'UE (4 pagine) che alla stessa questione dell'euro (1 pagina).

A me sembra che il programma del 2013 resti in realtà un buon punto di riferimento per capire cosa sia veramente la Lega. Quel programma, del resto, è perfettamente in linea con le cose che la Lega ha fatto nei lunghi anni in cui è stata al governo con Berlusconi, con quel che continua a fare nelle Regioni che governa e nei Comuni che amministra. Dunque sarà forse il caso di andare a vedere cosa c'è scritto. 

Il programma della Lega Nord

Il programma della Lega è naturalmente liberista, antidemocratico e confindustriale. E fin qui niente di nuovo sotto il sole. Esso è anche apertamente eurista, cosa che oggi, ad un anno e mezzo di distanza, potrebbe sembrare perfino incredibile. Eppure è così. Il bello è che vi si trovano pure sprazzi non secondari di un renzismo allora agli albori. Ma andiamo con ordine.

a. Il liberismo della Lega

Così si legge al punto 8: «Apertura al mercato dei settori chiusi, in particolare dove persistono monopoli o oligopoli statali, a partire da scuola, università, poste, energia e servizi pubblici locali». Come programma di privatizzazione di tutto ciò che è privatizzabile non è male. Ma non basta. Ed al punto 9 (Infrastrutture) ci si preoccupa di aggiungere il: «Rilancio dell'iniziativa di liberalizzazione e privatizzazione delle reti infrastrutturali e dei pubblici servizi, come da D.L. 138 del 13 agosto 2011».

Naturalmente non mancano indicazioni più specifiche tese a favorire il processo di privatizzazione integrale sopra descritto. Ad esempio (punto 5), allo scopo di favorire la scuola privata rispetto a quella pubblica si propone un «Buono (o credito di imposta) per scuola, università per favorire libertà di scelta educativa delle famiglie». E si potrebbe continuare, ma fermiamoci qui. 

b. La Lega confindustriale




Molte le misure apertamente filo-padronali del programma leghista. Misure che coincidono largamente con quelle messe in cantiere dal governo Renzi. Al punto 8 si leggono questi due obiettivi: «Ritorno alla Legge Biagi per uno Statuto dei Lavori», e ancora: «Sviluppo della contrattazione aziendale e territoriale». Il partito di Salvini, dunque, non è solo per la cancellazione definitiva dell'articolo 18, esso è per la totale abolizione dello Statuto dei lavoratori. E, in perfetta sintonia con Renzi, persegue l'eliminazione del contratto nazionale di lavoro, da sostituire con quello aziendale e/o territoriale.

Ma, sempre al punto 8, c'è dell'altro: «Riconoscimento alle imprese, per le nuove assunzioni di giovani a tempo indeterminato, di una detrazione (sotto forma di credito d'imposta) dei contributi relativi al lavoratore assunto, per i primi 5 anni». Per ora Renzi gliene ha regalati 3 (serenamente scaricati sulla fiscalità generale, cioè sul ben noto Pantalone), ma in futuro potrà superarsi. Cosa faranno allora i leghisti, si spelleranno le mani?

Comunque, per non farsi mancare niente, già al punto 5 veniva precisata l'opposizione di principio ad ogni tassazione patrimoniale e la richiesta di un azzeramento dell'IRAP. Abbiamo scritto in altra sede che la struttura di questa tassa è certamente discutibile, ma quel che qui conta rilevare è che il beneficio di un suo ridimensionamento, per non parlare della sua abolizione tout court, andrebbe principalmente a beneficio delle grandi aziende capitalistiche.  

c. La «democrazia autoritaria» della Lega
Borghezio, il vettore dell'infiltrazione fascista nella Lega

Che la Lega sia una forza con un'idea assai pericolosa di democrazia è cosa nota. Per rendersene conto basta ascoltare i discorsi dei suoi dirigenti, normalmente intrisi di xenofobia e securitarismo. Che questo sfoci in una costruzione istituzionale autoritaria, presidenzialista e di fatto antidemocratica non può dunque stupire. Ma forse non tutti sanno quali sono i primi due punti, messi non casualmente in testa al programma del 2013. Essi riguardano l'«Elezione diretta e popolare del Presidente della Repubblica» ed il «Rafforzamento dei poteri del Governo». 

Anche in questo caso evidente è la parentela con il progetto renziano, del quale si condivide anche l'«Abolizione delle Province tramite modifica costituzionale». Si saranno mica copiati il programma?

d. La Lega eurista

Qui qualcuno penserà che si stia esagerando. Ma non è così. Si legge al punto 3, parlando dell'Unione Europea: «Accelerazione delle quattro unioni: politica, economica, bancaria, fiscale». Non male per chi ora vuole uscire dall'euro in nome della sovranità nazionale. I leghisti hanno cambiato idea? Può essere, ma quando le giravolte sono così secche e repentine come non sentire un certo odore di imbroglio e di opportunismo politicantista?

Diciotto mesi fa, non il secolo scorso, i leghisti sembravano euristi convinti. Talmente convinti da chiedere (punto 3) l'«Elezione popolare diretta del Presidente della Commissione europea», ovvero il sogno dei più sfegatati sostenitori della religione dell'euro.

e. Il renzismo in salsa leghista

La lettura dei punti precedenti è più che sufficiente per rivelare le assonanze, le similitudini, quando non anche le perfette corrispondenze tra il programma leghista e quello che sta portando avanti l'arrogante fiorentino. 

Si tratta di mere casualità, o forse qualche neofita vorrà sostenere che con Salvini quel programma benché recente è tutto da buttare? 

Personalmente consiglierei una certa prudenza. L'ex «giovane padano» non l'ha affatto ripudiato. Ma quel che conta ancor di più è la politica delle alleanze che egli sta confermando: a fianco del Cavaliere oggi come in passato. Se una novità c'è, essa non ha certo un segno positivo. Se ieri Bossi si dichiarava almeno antifascista, oggi Salvini marcia con chi (Casa Pound ed altri rottami) dell'esser fascista semplicemente si vanta.

Conclusioni

Da quanto affermato fin qui tutti avranno capito che chi scrive non crede proprio che «un'altra Lega Nord» sia possibile. Ora, da un certo punto di vista, questa affermazione potrebbe sembrare la classica scoperta dell'acqua calda. Ma evidentemente questo articolo intende rivolgersi all'ormai ampia ed articolata area sovranista. Se a qualcuno, in quest'area, le considerazioni qui esposte sembreranno quantomeno secondarie (vedi il pittoresco blog bagnaiano) vada pure con Salvini. Del resto, ad ognuno gli amici che si merita. Agli altri spetta invece un compito diverso: quello della costruzione di un polo sovranista di sinistra, democratico e popolare.

E' questa l'esigenza decisiva di questo tormentato periodo. Chi, a sinistra, tarda ancora a comprenderlo ha ben poco da lamentarsi del successo dell'operazione condotta da Salvini. La rivendicazione della sovranità nazionale è non solo giusta e sacrosanta, essa è imprescindibile. Quale forma assumerà questa rivendicazione, in quale politica economica e sociale essa si tradurrà in futuro è invece una partita aperta. Assumere la questione nazionale, intrecciarla con quella di classe, lavorare alla costruzione di un ampio blocco sociale è l'unico modo per pensare ad una vera alternativa all'esistente.

Alternativa possibile, la cui proposta se radicata nella realtà e non in quello che è stato definito «idealismo senza idee», è certo assai più forte della concorrenza liberista che oggi veste i panni del «tutto cambi perché nulla cambi», arrivando perfino ad assegnare il compito di difensore degli interessi nazionali ad un ex «giovane padano», che ha sempre fatto coincidere il suo confine sud con l'Appennino Tosco-Emiliano.

E' possibile iniziare a costruire fin da oggi questa alternativa? Penso proprio di sì, a condizione che una nuova sinistra abbia il coraggio di tagliare il cordone ombelicale con la sinistra sinistrata, quella che magari sembra solo attaccata ai simboli, ma che più spesso è invece attaccata al carrozzone metamorfico che dopo un'ininterrotta gravidanza durata vent'anni ha infine partorito il mostro del renzismo.

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