8 dicembre. In base alla Circolare del Ministero degli Interni, quella che vieta blocchi e presidi in prossimità di svincoli autostradali, strade, stazioni ferroviarie, porti e valichi di frontiera, alcune questure —sulla base delle particolareggiate ordinanze di divieto emesse dalla prefetture—, hanno addirittura recapitato ad alcuni responsabili della mobilitazione del 9 dicembre (anzitutto quelli che avevano chiesto le autorizzazioni per i presidi), provvedimenti di diffida.
Di che si tratta? Alle vittime del provvedimento è fatto divieto, dalle ore 22:00 di questa sera in poi, di recarsi in numerosi luoghi. Quali? praticamente tutti quelli che prefetture e questure considerano "sensibili", ovvero dove potevano svolgersi assembramenti. Nota bene: ai provvedimenti di diffida si deve fare immediato ricorso al T.A.R. eccependo la violazione degli artt. 7 e 8 L.241/1990 (è la Legge sulla trasparenza amministrativa).
Vittime di queste diffide di questa mattina anzitutto i fratelli del Movimento dei Forconi, quelli che conoscemmo durante la rivolta sicialiana del gennaio 2012: Franco Crupi di Paternò, Giuseppe Scarlata di San Cataldo, Carlo Siena di Catania, Massimiliano Drago di Messina, Sandro Tinirello di Tremestieri Etneo. Ci sono altri diffidati a Ragusa e Siracusa, in pratica tutti i responsbaili del Movimento dei Forconi della Sicilia orientale.
Diffidati anche in Campania, di sicuro i coordinatori di San giuseppe Vesuviano e Ottaviano.
Cercheremo di avere informazioni più precise nelle prossime ore.
Intanto proviamo a riflettere.
Sono legittimi questi provvedimenti unilaterali? Secondo noi non lo sono, sono anzi illegali. Tali eventuali provvedimenti debbono essere infatti circostanziati e motivati, e lo sono nel caso che chi ne è vittima sia considerato recidivo, ovvero abbia compiuto in precedenza atti considerati "illegali" ovveero "Delitti" contro lo Stato, l'ordine pubblico, il buon costume ecc.. Non è questo il caso dei fratelli dei Forconi come Crupi, Scarlata, Siena e gli altri.
Che significano hanno queste diffide?
In quanto dievieti preventivi essi ci riportano alla mente quelli del ventennio fascista. La prassi consueta era che in occasione di cerimonie di regime, o delle festività proibite come il primo maggio, le autorità fasciste "diffidavano" i presunti sovversivi dal recarsi in prossimità dell'evento, o di uscire di casa. Chi contravveniva veniva arrestato.
C'è infatti il fermo di polizia se non l'arresto anche oggi per chi non ottemperi al provvedimento.
Lo scopo di questi soprusi è duplice: (1) decapitare la protesta popolare immobilizzando i suoi organizzatori; (2) intimidire la cittadinanza, dissuadarla dal partecipare alla lotta.
Come dobbiamo rispondere a queste minacce?
Con sangue freddo, senza perdere lucidità, dimostrando nei fatti che non abbiamo paura. Non si può fare la frittata senza rompere le uova. Le autorità costituite rispondono agli interessi di una plutocrazia parassitaria, era prevedibile che davanti alla nostra avanzata agitassero lo spaventapasseri della repressione. Che ci riescano dipende dalla nostra determinazione, dal nostro coraggio e anzitutto dai rapporti di forza. Se saremo non tanti, ma tantissimi, non c'è repressione che tenga. Nei presidi in cui saremo pochi non dobbiamo tirare la corda, ma dove saremo in tanti allora dovremmo sfidare i divieti. Sempre rispettando la consegna che la nostra rivolta è non-violenta.
Intanto esprimamo subito ai militanti dei Forconi di Mariano Ferro la nostra incondizionata solidarietà. Ci riconosciamo nel messaggio inviato loro da Lucio Chiavegato, uno dei coordinatori nazionali:
«Massima solidarietà per l'abuso di potere che state subendo da parte di uno stato che non esiste, da parte di uno stato mafioso che vi impedisce la protesta pacifica. Siamo tutti solidali con voi e se occorrerà verremo noi da voi».
Come questo ne stanno circolando centinaia. Facciamo sì che siano migliaia e migliaia!
Ricordiamoci che il 9 dicembre è solo il primo passo di una lunga marcia. Un nuovo movimento si sta mettendo in cammino. Non giochiamoci tutto ora, consolidiamoci, conquistiamo consenso in settori sempre più ampi della popolazione.
Ogni sollevazione popolare la comincia un'avanguardia che da l'esempio, ma questa da sola non può vincere. Cuore e testa, passione civile e intelligenza politica, debbono restare sempre collegati.
E ricordiamo ad ognuno il motto: «Chi non ha il coraggio di ribellarsi, non ha il diritto di lamentarsi!».
BENZINA SUL FUOCO
7 dicembre. Il Viminale (Ministero degli interni) ha inviato ieri sera una circolare ai prefetti e alle questure con cui vieta ogni assembramento o presidio in prossimità di svincoli autostradali, ferroviari, marittimi, nonché ogni tentativo di bloccare le strade.
E' la risposta del governo alla mobilitazione del 9 dicembre e che scatterà domani sera, domenica, alle ore 22:00. Una risposta minacciosa, la promessa di una repressione dura, che ha per scopo spaventare gli organizzatori che hanno promosso la protesta, e i tanti attivisti che in circa cento città la stanno organizzando.
La decisione del Viminale non ha precedenti. Si tenga conto che le associazioni dei camionisti che aderiscono alla mobilitazione hanno annunciato il blocco nei termini di legge.
La minaccia di denunciare e arrestare chiunque violi la direttiva repressiva parla da sola, è indice sicuro che il regime ha paura di una protesta che potrebbe avere un grande successo.
In questa cornice si inscrive la provocatoria adesione di Forza Nuova. Questa adesione dell'ultimo minuto è infatti usata dal Ministero degli interni come pretesto per giustificare la suddetta circolare. Al Coordinamento nazionale del 9 dicembre non era sfuggito il pericolo insito in questa adesione. Il Comunicato ad hoc emesso il 4 dicembre scorso parlava chiaro.
Alfano e i suoi sodali se ne sono infischiati, hanno anzi passato veline ai media per aizzarli contro la protesta, dipinta come una rivolta fascistoide. Prima si colpisce con l'arma della calunnia per sputtanare e isolare chi protesta, poi sarà più facile passare ai manganelli.
Gregari in questa campagna sporca non solo ambienti piddini ma pure alcuni siti e gruppi delll'estrema sinistra che stanno scatenando una caccia alle streghe contro tutti coloro che sono di sinistra e aderiscono alla rivolta, accusandoli di "collusione coi fascisti". Un'accusa strampalata prima ancora che vergognosa. Segno del nervosismo che serpeggia tra i sinistrati, che dopo non aver capito nulla della mobilitazione del 9 dicembre, ora si trovano nella sconcia situazione di stare dalla stessa parte del governo e di Alfano. Tutti d'accordo a far fallire la protesta sociale del 9 dicembre. Ma non ci riusciranno!
Cittadini e compagni!
Restiamo calmi e non facciamoci prendere né dal panico né dalla paura. Continuiamo con serenità la nostra attività, da lunedì mattina tutti dobbiamo andare tra le gente, a spiegare le sacrosante ragioni della protesta, a convincerla. Il 9 dicembre è solo l'inizio di una partita, che non finirà se non con la sollevazione generale.
In questa luce dobbiamo respingere ogni provocazione, sia quelle dei fascisti che quelle che potranno venire dalle forze del disordine. Non-violenza non vuol dire pacifismo imbelle. Dobbiamo assolutamante evitare lo scontro dove non abbiamo concentrato forze sufficienti. Dove saremo in tanti i blocchi si faranno e poco potranno fare le forze repressive. Ipotesi mediana: si possono fare flash-mob, blocchi mordi e fuggi, sempre tenendo presente che occorre farsi capire dai cittadini.
E' solo l'inizio, ricordatelo. Tenersi pronti e ben organizzati fino al 13 dicembre. Essere pronti a protestare in caso di denuncie e arresti. Presidiare fino al 13 le Prefetture.
E' solo l'inizio. Usiamo in ogni città la spinta della rivolta per accumulare nuove forze, per stabilizzare i Comitati locali. Coordinarli fino al livello nazionale.
Indietro non si torna.
6 dicembre. Domenica sera, alle ore 22:00, iniziano i giochi, scatta la mobilitazione ad oltranza. Il grosso si muoverà da lunedì mattina. In tanti ci chiedono, dalle più diverse zone del Paese, come partecipare, dove si svolgeranno i presidi. A questa sera abbiamo censito 96 tra blocchi, presidi e manifestazioni. Più sotto la mappa e le città. Come ognuno può vedere tutta Italia è investita. Anzitutto al centro-nord.
Molti si lamentano per la deficenze organizzative e comunicative. Critica giusta, ma si deve capire che questa lotta non ha dietro sindacati o partiti, né apparati di alcun tipo. La mobilitazione del 9 dicembre è partita, sulla scia del Movimento dei Forconi di Mariano Ferro, da un manipolo di esponenti di categorie sociali in rotta con le loro rappresentanze sindacali e politiche ufficiali, attivisti che poi si sono autorganizzati e federati, camminando sulle loro gambe. da un paio di settimane si vanno aggiungendo altri settori sociali, quelli del lavoro precario e marginale, dei giovani disoccupati, degli esclusi, dei nuovi poveri.
La novità, una strordinaria novità, è che l'appello che indice la mobilitazione non è una lista di rivendicazioni sindacali o categoriali. Si tratta di un manifesto politico che chiama a raccolta il
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popolo massacrato dalla crisi e dalle politiche austeritarie per CACCIARE IL GOVERNO, anzi PER ROVESCIARE IL REGIME oligarchico. Ma non ci si limita ad un NO, si chiede la difesa della Costituzione democratica, la riconquista della sovranità popolare, nazionale e monetaria, l'uscita dall'euro.
Solo un anno fa un simile fenomeno sarebbe stato impensabile. E' non solo il sintomo di un primo salto di coscienza (sulle cause e i responsabili del disastro sociale, sulla via per venirne fuori), è anche la consapevolezza che senza una sollevazione da questo marasma non se ne esce.
La miscela tra questi due fattori è la base su cui si fonda il nostro ottimismo, la miscela che può innescare a sollevazione generale.
Non ci facciamo illusioni, la strada è in salita. Un popolo ipnotizzato e rimbambito non si risveglia in un colpo solo, ma con una serie di colpi successivi. Quello del 9 dicembre speriamo sia forte, esemplare, contagioso.
ELENCO DELLE CITTA' IN CUI SI SVOLGERANNO I PRESIDI E I BLOCCHI
per i punti di ritrovo e di concentramento andare su facebook digitando "9 dicembre 2013: il popolo si ribella! (elenco)"
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Alba Adriatica
Alessandria
Agrigento
Ancona
Arezzo
Ascoli Piceno
Asti
Avezzano
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Belluno
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Valenzano (Ba)
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Verbania
Vercelli
Verona
Viareggio
Vibo Valentia
Viterbo
Voghera
6 dicembre. «OLTRE L'EURO. La sinistra, la crisi, l'alternativa».
Manca poco meno di un mese al più importante convegno degli ultimi anni. Le prenotazioni (clicca QUI per le modalità) e le adesioni aumentano. I posti a disposizione non sono molti. Ognuno si affretti quindi a prenotare.
Al Convegno, promosso dal Movimento Popolare di Liberazione e da Bottega Partigiana, hanno sino ad ora aderito: Me-Mmt, Epic (Economia per i Cittadini), Centro
Studi marxisti Lelio Basso, Bandiera Rossa in movimento, KeynesBlog,
Mainstream, Corretta informazione, Eco della Rete, Partito Umanista,
Movimento radical-socialista, Ass. Culturale Sirio 87, CUB Trasporti.
Il Convegno è diviso in tre sessioni.
Sabato 11 gennaio, a partire dalle ore 10:00, si svolgerà il seminario OLTRE L'EURO: PER ANDARE DOVE.
Ecco l'elenco degli economisti coi titoli delle loro prolusioni:
Modera: Lella Bigatti
Introduce: Moreno Pasquinelli
Ernesto Screpanti: «2007-2013: una crisi di transizione»
Bruno Amoroso: «L’Europa siamo noi: per il risveglio delle comunità»
Marco V. Passarella: «Attualità del piano. Critica del paradigma liberoscambista» Sergio Cesaratto:«Sinistra, Europa e ruolo dello Stato nazionale nell'economia»
Andrea Ricci: «Uscita dall'euro e integrazione europea: un binomio possibile»
Warren Mosler: «Le proposte della Me-Mmt per uscire dalla crisi»
Emiliano Brancaccio: «Sugli effetti delle crisi dei regimi di cambio fisso »
Gennaro Zezza: «L'euro, la crisi, e la redistribuzione dei redditi» Nino Galloni: «Ci porti all'inferno, Germania? Egemonia, supremazia, catastrofe»
Luciano Barra Caracciolo: «Euro e(o?) democrazia costituzionale. La convivenza impossibile tra Costituzione e Trattati europei».
La sera del sabato, a partire dalle ore 21:00 avremo una tavola rotonda sul tema QUALE SOCIETA' PER IL FUTURO
Modera: Valerio Colombo
Intervengono: Ernesto Screpanti, Claudio Martini, Norberto Fragiacomo, Moreno Pasquinelli.
Domenica 12 gennaio, a partire dalle ore 09:00 si svolgerà il forum LA SINISTRA, LA CRISI, L'ALTERNATIVA
Modera: Nello De Bellis
Intervengono:
Ugo Boghetta, Fabio Frati, Diego Fusaro, Giorgio Cremaschi, Marino Badiale
Valerio Colombo, Leonardo Mazzei

5 dicembre. La Corte costituzionale (era ora!) boccia il maggioritario, delegittima la Seconda Repubblica e la classe politica che l'ha popolata, compreso Napolitano.
Se fossimo in un Paese serio, e dunque dotato di istituzioni minimamente serie, la sentenza che la Corte Costituzionale ha pronunciato ieri non dovrebbe lasciare adito a dubbi. Ma così non è, dato che il marcio politicantume della Seconda Repubblica è ancora al suo posto e farà di tutto per restarvi. Sono già partiti, infatti, - e non poteva essere altrimenti - i tentativi di rovesciare la sostanza della sentenza, per riciclare in qualche modo il sistema bipolare fondato sul maggioritario. E' grave che a questo coro maggioritarista si sia già aggiunto anche Beppe Grillo. Una posizione, la sua, sbagliata e perfino autolesionista.
Come noto, la Consulta ha dichiarato incostituzionali due aspetti della legge fino a ieri in vigore (il cosiddetto Porcellum): l'esistenza di un premio di maggioranza privo di soglie minime per accedervi, l'assenza del voto di preferenza. Che la legge calderoliana fosse contraria ai principi costituzionali era fin troppo evidente, come ugualmente evidente era la natura incostituzionale della legge che l'ha preceduta, quel Mattarellum altrettanto maggioritario entrato in vigore nel 1993.
Meglio tardi che mai!, potremmo dire, dato che per vent'anni la Corte ha preferito ignorare la questione, con il pretesto assai discutibile che vorrebbe la legge elettorale come materia non direttamente costituzionale. Ora, per dare un giudizio su questo aspetto, non è certo necessario essere dei fini costituzionalisti, perché non sarà un caso se la Costituzione e la legge proporzionale videro la luce in parallelo, nello stesso contesto storico e politico.
Così come non è un caso che, una volta arrivati al maggioritario, si sia disinvoltamente passati a parlare di Seconda Repubblica, con una Costituzione sempre più ridotta a carta straccia. Che questo sia avvenuto solo implicitamente, mentre i tromboni istituzionali (a partire da presidenti della repubblica uno peggio dell'altro) continuavano a celebrare la Carta nei loro riti sacerdotali, questo ci parla solo di quanto sono marci costoro, della loro natura menzognera, della loro disonestà intellettuale.
Ma veniamo alle conseguenze della sentenza di ieri.
Forza Italia e M5S chiedono di andare a votare subito, dato che la sentenza delegittima il parlamento, dunque il governo, ed anche il presidente della repubblica. Hanno ragione? Assolutamente sì. Se vogliamo prendere sul serio il pronunciamento della Corte, e non considerarlo semplicemente come un mezzuccio per dare a Letta un compitino da fare giusto per restare ancora un po' a Palazzo Chigi, le cose stanno assolutamente così.
Naturalmente non escludiamo affatto che qualche giudice costituzionale si sia pronunciato avendo a cuore il governicchio delle «strette intese», anzi! Ma il risultato è comunque quello di una potente delegittimazione dell'intera classe politica. Un fatto che sta producendo una vera costernazione nel fronte da tempo al lavoro per arrivare al Super-Porcellum, cioè al doppio turno di coalizione.
Tra i costernati c'è il professor Roberto D'Alimonte. Costernato, ma anche competente e lucido, ecco come sintetizza il tutto sul Sole 24 Ore di questa mattina:
«La Corte non ha creato un vuoto normativo. Ha sostituito un sistema elettorale maggioritario con un sistema proporzionale. E nel frattempo ha anche destabilizzato i sistemi di governo regionali. In tutte le regioni infatti i consigli sono eletti con sistemi a premio di maggioranza senza soglia per l'attribuzione del premio. Sono tutti porcelli. Ed è andata anche oltre. Ha dichiarato illegittime anche le liste bloccate. Un meccanismo con cui in Spagna si scelgono il 100% dei parlamentari, in Germania il 50% e in Toscana tutti i consiglieri regionali».
Potremmo aggiungere che il maggioritario senza soglia è in vigore da vent'anni anche per comuni e province, e siamo così all'en plein.
Se D'Alimonte è irritato, ma almeno corretto nel riconoscimento della portata della decisione della Consulta, diverso è il discorso per il ceto politico. In questo caso - l'abbiamo già accennato all'inizio - non solo quello bipolare, visto che anche Grillo reclama, chissà perché, il Mattarellum.
Da ieri sera il regime è al lavoro: Quirinale, Palazzo Chigi, partiti di governo, mezzi di informazione, tutti alla ricerca del modo per trovare la quadratura del cerchio. Il loro obiettivo è semplice: disinnescare la sostanza della sentenza di ieri, piegarla ai loro specifici interessi, ripristinando in qualche modo un sistema che garantisca il bipolarismo.
Ciò che vogliono è dunque un nuovo maggioritario. Potrà chiamarsi doppio turno di coalizione (come vorrebbe buona parte del Pd, a partire da Renzi), potrà chiamarsi nuovo Mattarellum (come vogliono altri piddini, ma anche Forza Italia e M5S), ma il risultato sarebbe comunque lo stesso: il ripristino forzoso di un bipolarismo ripudiato dagli elettori ed ora bocciato anche dalla Corte costituzionale.
Possiamo accettare una simile truffa? Ovviamente no. E qui arriviamo al problema M5S. Giusto chiedere le elezioni immediate, il tutti a casa. Sbagliato, sbagliatissimo, perfino autolesionista chiedere di farlo con il Mattarellum.
Entriamo nel merito. Intanto la sentenza di ieri non ha affatto ripristinato la legge Mattarella, e dunque chi volesse davvero reintrodurla dovrebbe passare da un lungo percorso parlamentare, altro che "tutti a casa"! In secondo luogo, le principali forze parlamentari (Renzi lo ha già richiesto espressamente con un'intervista a Repubblica) lavorerebbero per un ulteriore peggioramento di quella legge, ad esempio trasformando i 2/3 del 25% della vecchia quota proporzionale in premio di maggioranza. In terzo luogo - e questa è la questione davvero dirimente - il Mattarellum è una legge assai somigliante al Porcellum, anch'essa non ha soglie per limitare il premio di maggioranza, e potenzialmente (come riconosciuto dallo stesso D'Alimonte) è ancor più maggioritaria della legge ieri dichiarata incostituzionale.
Questo significa che la legge uscita dal pronunciamento della Consulta sia la nostra legge ideale? Certamente no, dato che resterebbero in vigore le soglie di sbarramento, ma senza dubbio è questa la miglior legge dopo che il referendum del 18 aprile 1993 affossò il sistema voluto dai costituenti. E siccome da questo parlamento - peraltro a questo punto formalmente illegittimo - non uscirà mai qualcosa di più avanzato, mentre quel che si prepara è invece l'ennesima truffa maggioritaria e bipolare, ci sono solo due cose da dire: tutti a casa subito, votare quanto prima con la legge proporzionale!
Passa anche da qui la lotta per il ripristino dei principi costituzionali travolti dalle oligarchie dominanti, un obiettivo che è tra i punti qualificanti della mobilitazione che scatterà il prossimo 9 dicembre.
4 dicembre. C’era da aspettarselo.
I fascisti di Forza Nuova hanno diffuso ieri un comunicato col quale dicono di aderire alla mobiltazione popolare del 9 dicembre. Siamo davanti ad una provocazione politica, al tentativo disperato di una setta che annaspa nell’isolamento per ottenere visibilità e fare proselitismo.
Venuti a conoscenza di questa mossa i promotori della rivolta del 9 dicembre hanno emesso questo comunicato stampa:
«Alla vigilia della grande mobilitazione popolare ad oltranza, che inizierà la sera dell’otto dicembre 2013, giungono copiose sempre nuove adesioni, da parte dell’Italia che soffre e che da troppo tempo chiede fatti per una svolta radicale: cittadini, comitati popolari, forze politiche.
Ciò è indice di una sempre più larga condivisione degli obiettivi che ci siamo dati: per ridare speranza al nostro Paese occorre oggi con urgenza trovare le soluzioni alle tantissime vertenze irrisolte o mandare a casa un governo asservito ai potenti ed un parlamento di nominati, porre fine al far-west della globalizzazione, riprenderci la sovranità popolare e monetaria.
Tutti coloro che intendono ribellarsi con noi sono i benvenuti, a condizione che non si azzardino a mettere cappelli di qualsiasi colore all'iniziativa. Ad essi ribadiamo ancora una volta fino alla noia che non saranno accettati simboli di partito, che la protesta sarà non violenta, che i nostri valori sono quelli scolpiti nella nostra Costituzione democratica, calpestata da coloro che hanno giurato di difenderla, e sorta grazie alla vittoriosa lotta di popolo contro la dittatura nella quale in forme diverse ci ha riportati questa classe dirigente.
Proprio oggi, che il nostro Paese è sull’orlo del baratro, quella straordinaria lotta di popolo resta un esempio da seguire. Per quanto ci riguarda sarà la rivoluzione degli onesti.
Il Coordinamento nazionale del 9 Dicembre 2013»
Un comunicato che ribadisce ciò che nell’appello iniziale era già chiarissimo: qui si sta lottando, tra le altre cose, contro un regime che ha fatto a pezzi la Cosituzione, quindi per difenderla; qui si sta lottando per ripristinare la democrazia, quindi non solo contro quella del capitalismo finanziario, ma contro ogni forma di dittatura, tanto più quella fascista che ci lasciammo alla spalle.
Non siamo affatto stupiti che davanti ad una mobilitazioneche cerca di unire tutti i cittadini vittime del masssacro sociale causato dalla crisi e dalle politiche neoliberiste, i rottami fascisti cerchino di infiltrarsi. Lo fanno approfittando della buona fede, e spesso dell’ingenuità, dei tantissimi attivisti che in ogni città, in ogni provincia, costituiscono l’ossatura del movimento.
A maggior ragione tutti coloro che si considerano di sinistra e antifascisti, se hanno sale in zucca, hanno il dovere di sostenere la rivolta del 9 dicembre, di prenderne parte attiva, anche allo scopo di impedire ai provocatori di manipolare, qua e là, la legittima protesta popolare.
Prendere la distanze dalla mobilitazione, giungere alla follia di denunciarla come “fascista” (come alcuni sciagurati hanno fatto) è esattamente ciò che Forza Nuova si augura per avere campo libero. Significa in poche parole fare il gioco dei fascisti e delle forze occulte che li manovrano.
La Segreteria nazionale del Mpl
4 dicembre 2013

«È frequente imbattersi nella seguente considerazione: l'identità alla base delle comunità nazionali è una costruzione ideologica, anzi una fabbricazione elaborata 'a tavolino' per tutelare gli interessi dei ceti dominanti. Dato il carattere di artificiosità e di surrettizietà della nozione di “identità nazionale”, ogni tentativo di porla alla base di un discorso politico è del tutto fuorviante, sempre che si intenda fare un discorso emancipativo; se invece si intende impegnarsi in un progetto reazionario, allora quella costruzione è perfettamente adeguata allo scopo.
Questo tipo di argomentazione contiene in sé molti elementi di ragionevolezza, anche se andrebbe espresso con un linguaggio più preciso. Dire che un certo concetto è “artificiale”, volendo con ciò indicarne un difetto, non ha molto senso: non esistono i concetti “naturali”, e d'altra parte la caratteristica di essere artificiale non rappresenta un che di deteriore (la musica è artificiale). Andrebbe invece spiegato che alla base dimolti discorsi apologetici della identità (e della sovranità!) nazionale c'è invece un meccanismo di costruzione (ovviamente artificiale) di miti; un processo di mitopoiesi.
Usare il passato in maniera strumentale e senza riguardi per la razionalità storica allo scopo di fabbricare un'apposita mitologia, mitologia che a sua volta sarà utile per giustificare una certa strategia politica: questo è il vero fenomeno che la considerazione di cui sopra critica, e che costituisce l'essenza di quella che qualcuno ha chiamato cultura di destra. Quando la fabbricazione mitologica verte sull'identità nazionale, porta sempre con sé almeno due elementi, di cui uno assolutamente peculiare. Innanzitutto, la comunità nazionale della cui identità si discetta è sempre presentata come un ché di compatto e omogeneo, scevra da lacerazioni e conflitti strutturali, un organismo che, lasciato a sé stesso, genera benessere e soddisfazione per tutti. Quando esso va in crisi è perché qualcosa, da fuori, lo ha attaccato, magari servendosi di quinte colonne traditrici. Lo schema è sempre il medesimo: andava tutto bene, un tempo, finché non è arrivata la minaccia esterna che ci ha rovinati. Questo ci permette di passare al secondo elemento immancabile di questo tipo di operazione ideologica, quello peculiare: la rimozione degli elementi negativi dalla storia della comunità nazionale. Chi ha analizzato i profili ideologici del British National Party e dell'United Kingdom Indipendence Party ha trovato solo pochi punti in comune, creando qualche imbarazzo nello stabilire che cosa ci fa dire, apparentemente senza difficoltà, che entrambe sono formazioni di destra. Il punto in comune più rilevante era proprio una ricostruzione della storia britannica che la presentava come esente da gravi colpe, o di cose di cui vergognarsi. In ambito domestico ho trovato un brano che rende perfettamente l'idea di quando vado descrivendo:
quello italiano oggi non è un popolo fiero. (…) La fierezza nasce da una ricostruzione della storia passata, non esiste altra possibile genesi. Dunque, per cominciare a ricostituirla, è necessario andare alla ricerca del meglio della nostra storia: il volontarismo risorgimentale, il pensiero di Mazzini, la figura di Garibaldi, la Costituzione romana, la precoce abolizione della pena di morte, la compattezza mostrata nella macelleria della prima guerra mondiale, l'eccellente legge bancaria del 1936, lo scoperto infinito dello Stato presso la banca d'Italia (1936-1945), il divieto di acquistare titoli emessi all'estero per motivi speculativi (1934), la stratosferica tecnica legislativa dei codici, la resistenza, la costituente, la riforma agraria, l'abolizione della mezzadria, la piena occupazione, la scala mobile, lo stato sociale, il piano casa, la enorme mobilità sociale degli anni settanta e ottanta, il non aver avuto per decenni, fino a Berlusconi, imprenditori che abbiano ricoperto ruoli politici di primo piano, una scuola e una università di massa a lungo più serie e (quindi) severe rispetto a scuola e università di altri Stati a noi simili, la repressione della rendita finanziaria fino al 1981, l'attenuazione delle differenze tra nord e sud nel periodo 1951-1981, le partecipazioni statali e altro ancora.
Mitogenesi, anzi mitopoiesi. Per restituire “fierezza” al popolo è indispensabile fornire loro una ricostruzione della storia d'Italia basata esclusivamente sugli elementi positivi (o presunti tali), e su un una totale rimozione di tutto quanto possa turbare il quadro. La storia d'Italia è una storia di crimini, e anche il periodo repubblicano risulta ricco di contraddizioni. E non potrebbe che essere così. Per andare avanti, per progredire in un cammino di civiltà, è indispensabile prendere coscienza dei lati negativi del proprio passato nazionale, in un certo senso riconciliarsi con essi; allo stesso modo, un vero progetto di emancipazione non può che radicarsi nelle contraddizioni reali in seno alla società, nei conflitti che sempre la attaversano; nelle istanze e nelle esigenze concrete delle persone reali. Non certo nelle brodaglie ideologiche frutto della miscela di pezzi di passato scelti ad arte (quando non proprio travisati o falsificati).
Dunque, la critica alle “narrazioni” di questo tipo è sensata e condivisibile. Tuttavia, nella grande maggioranza dei casi esse cadono fuori bersaglio, finendo per concentrarsi su un fenomeno relativamente minore (per ora) e mancando di denunciare qualcosa di ben più inquietante.
Se è vero che la retorica identitaria è tanto più pericolosa quanto più e mistificante e artificiosa, è vero anche che tale retorica è tanto più mistificante quanto più si rivolge a “oggetti” sociali lontani dalla nostra vita quotidiana. Ad esempio, sostenere che esista una identità nazionale basca sarà anche un'operazione mistificante, ma è un'operazione che poggia su elementi assai concreti: in effetti esiste una comunità che parla basco, che vive in un territorio ben definito, e che si riconosce in un comune retaggio culturale. La vita quotidiana del cittadino basco non è così lontana dagli elementi fondanti l'ipotetica retorica del “popolo basco”.
Ma che dire dell'identità europea? Essa non si fonda su una lingua comune, né su un comune retaggio culturale: l'Europa è un multiverso di culture e civiltà differenti. Il dato geografico è molto astratto, perché non fa riferimento a un territorio ben definito, a meno di non considerare tale un continente dai confini arbitrari. Alla fine ci si trova davanti a una verità piuttosto imbarazzante: gli unici elementi comuni a tutti i popoli europei sono la religione cristiana (o quel che ne rimane) e la pelle bianca. Non proprio l'ideale per costruire una “narrazione” progressista dell'identità europea! E così chi si trova a “fabbricare” quell'identità, senza infrangere il politically correct, si ritrova invischiato in un processo di mitopoiesi particolarmente impegnativo e “artificiale”, dovendo letteralmente inventare una comunanza di idee, valori e tradizioni del tutto immaginaria.
Ciò peraltro ci illumina su un'altra carattetistica del “discorso” europeista: come la maggior parte delle retoriche nazionaliste, e al di là delle apparenze, esso è tutto rivolto al passato, a ciò che eravamo. È un tentativo di conservare l'antica gloria europea, chiudendosi a riccio contro il resto del mondo. Come abbiamo già scritto altre volte, è una passione triste.
Forse sarebbe il caso che chi si dedica allo smascheramento (benemerito) delle retoriche nazionaliste e patriottarde riservi una quota del suo tempo anche al contrasto della mistificazione europeista, che è tanto più falsa quanto più poggia su fondamenta estranee alla sensibilità e alla vita concreta delle masse europee. Non c'è da contrastare solo il vecchio nazionalismo, ma anche il nuovo nazionalismo europeo. Speriamo che qualcuno se ne accorga».
Fonte: mainstream

2 dicembre. Fra qualche giorno il Prc celebrerà a Perugia il suo IX Congresso. I delegati saranno chiamati a scegliere tra tre mozioni. Di sicuro vincerà la prima mozione, primo firmatario il segretario Paolo Ferrero. La terza mozione (Targetti), quella che propone l'uscita dall'euro ha ottenuto nei congressi di circolo un sorprendente 19%. C'è poi un gruppo di compagni, capeggiati da Ugo Boghetta (nella foto), che ha presentato al documento n.1 degli emendamenti che propongono anche loro l'uscita dall'euro. Ne dammo notizia il 17 ottobre. Questi emendamenti hanno ottenuto nei congressi di circolo un successo insperato. Se ottenessero la maggioranza al congresso nazionale sarebbe svolta vera. Ugo Boghetta sarà uno dei relatori al Convegno di Chianciano Terme (11-12 gennaio) OLTRE L'EURO.
«Sono terminati i congressi di circolo. Non abbiamo ancora i dati definitivi ma gli emendamenti no-euro hanno avuto un insperato successo di “critica e di pubblico”; ne è avvenuta l'approvazione in quasi tutti i congressi in cui sono stati presentati. Ha tuttavia pesato la scarsa discussione dovuta anche al fatto che l'approfondimento collettivo (congresso lungo?) della questione Europa è stato bloccato dopo il seminario precongressuale. Così come anche altri erano i temi all'attenzione.
Questi ottimi risultati possono derivare dalla combinazione di vari motivi. Alcuni compagni covavano da tempo il dubbio rispetto all'euro ed ai suoi nefasti effetti. Per altri è stata una specie di illuminazione. La proposta no-euro è risultata l'unica l'altezza della straordinarietà dei tempi rispetto a proposte ormai logore contenute in tutti e tre i documenti. Per questo alcuni hanno approvato gli emendamenti affinché il congresso continuasse a discuterne. È dunque utile continuare la discussione anche nei congressi provinciali per coinvolgere chi non ha discusso del tema nel proprio circolo e preparare adeguatamente il congresso nazionale.
Rimangono infatti ancora domande e incomprensioni.
C'è chi sente l'incertezza di una prospettiva di uscita dell'euro rispetto alla più “tranquillizzante” posizione di rottura o disobbedienza ai trattati. C'è chi pensa reazionario il ritorno alle nazione (Falce e Martello e non solo) come se l'Europa sovranazionale fosse di per sé un fatto progressivo, che può permettere l'unità dei popoli, o la costituzione delle repubbliche socialiste europee con rivolte simultanee in tutto il continente. Alla base di queste posizioni c'è l'errore di considerare l'Europa una struttura sovra-nazionale mentre, al contrario, è prosaicamente un inter-stati a guida tedesca. E l'analisi concreta della situazione concreta ci dice che l'euro divide popoli e proletariati con l'effetto di dare spazio alle destre estreme.
C'è chi afferma che il terreno nazionale è il terreno della borghesia. Sfugge che oggi è proprio la dimensione sovra-nazionale, con la sua pletora di organismi tecnocratici, la dimensione ottimale del capitale finanziario e dei poteri forti. Per altro, non ci sembra che i tentativi di superare gli stati nazionali siano opera del proletariato. Come abbiamo più volte affermato il recupero del terreno nazionale invece è necessario per riconquistare un terreno più efficace al conflitto di classe e democratico. Eliminando la scusa:”Lo vuole l'Europa” e lo stritolamento automatico ed occulto dell'euro, può tornare la politica ed il conflitto su opzioni diverse.
Un'altra questione da approfondire riguarda il cosa succede se si esce dall'euro. Domanda sacrosanta e di buon senso se e solo se prima si comprende che l'euro, moneta che lega economie diverse ed in via di ulteriore differenziazione, funziona come una garrota che agisce in automatico e porta ad un inevitabile declino dei paesi più deboli, dei lavoratori e delle classi popolari, dello stato sociale, della stessa democrazia borghese.
L'uscita dall'euro può avvenire per implosione dell'Europa o per scelta del paese. In entrambi i casi è necessario discutere una exit strategy. È su questo terreno che si delinea l'opposizione fra un'uscita da destra o da sinistra. L'uscita da sinistra dell'euro necessita di alcune misure forti: il blocco dei capitali, la nazionalizzazione del credito, la difesa di salari e pensioni dall'inflazione, l'intervento pubblico in economia. Ci sono altri temi da approfondire: come si paga il debito ad esempio, oppure come sia possibile orientare il risparmio al di fuori dell'attuale finanza al fine di rilanciare l'economia ed un'altra idea della medesima.
Tuttavia, se siamo comunisti, dobbiamo capire che solo in una rottura di tale portata le nostre proposte possono acquistare un senso mentre oggi sono mute. E solo in tale contesto ritorna la politica rispetto alla melassa attuale.
Questa opzione, inoltre, ci obbliga ad uscire dal nostro tran tran. Ora anneghiamo in analisi economiciste della crisi o sociologiche riguardo alla composizione di classe. È uno degli effetti dell'incapacità e non volontà di affrontare da sinistra la Questione Nazionale nascondendosi, come le classi dirigenti italiote, dietro ad un più facile quanto astratto internazionalismo proletario o universalismo dei popoli. Non a caso i programmi dei documenti sono simili e sono buoni per ogni occasione (cioè per nessuna) in quanto astratti, ideologici, scolastici. L'uscita dall'euro, comunque avvenga, ci obbliga a ragionare sul blocco sociale, analizzare nel concreto gli interessi dei vari settori di classe popolari ed altri ceti: i vari tipi di lavoro autonomo, artigianato, piccola impresa. Così è per la questione ideologica e culturale o i tanti spezzoni in conflitto con la mercificazione.
Questa opzione propone in modo concreto la costruzione di un fronte ed un'alleanza popolare e del soggetto politico plurale della sinistra. Unire la sinistra contro l'euro non è la stessa cosa che tentare di unirla per sommatorie senza strategie.
Ed ancora: solo in un contesto di tale portata le proposte di uscita a sinistra dalla crisi possono essere incardinate come transizione al socialismo e quindi proporsi come cambiamento dei rapporti sociali di produzione. Leninianamente il socialismo mette i piedi per terra in una possibile frattura storica, e smette di essere una vaga aspirazione.
L'ultimo gruppo di questioni riguarda il tema delle alleanze internazionali dentro il percorso di riconquista della sovranità nazionale. In primo luogo va conquistato il punto di vista no-euro poiché altrimenti la problematica rischia di essere viziata: si può pensare l'Europa a piacere. Non è così.
Questo aspetto ora va approfondito. Ci sono in campo molte opzioni: l'euro sud, l'alleanza dei paesi del sud Europa o euro-mediterranea, il ritorno allo SME, gli euro italiano francese ecc.
Con la costituzione del governo tedesco CDU-SPD la problematica euro viene accelerata. I mass media nazionali cominciano ad accorgersi della questione e a proporre approfondimenti. Forze politiche cominciano ad approcciarla più seriamente. Le elezioni europee incombono. Bisogna decidere, decidere presto al fine di evitare di essere alla coda della storia e dei conflitti reali. E risultare ancora inutili».
Fonte: liberazione.it