lunedì 8 luglio 2013

COME USCIRE DALL'EURO? (tre osservazioni sulla tesi di Brancaccio) di Leonardo Mazzei

8 luglio. Il ragionamento di fondo svolto ormai da tempo da Emiliano Brancaccio, e riproposto in ultimo nel suo articolo Uscire dall'euro? C'è modo e modo, ci trova assolutamente concordi. In sostanza Brancaccio evidenzia tre cose: l'elevata probabilità della fine dell'eurozona, i problemi che essa comporterebbe in considerazione delle diverse modalità di uscita dall'euro, la totale impreparazione della sinistra di fronte a questo scenario.

Sul primo punto - la fine dell'eurozona - Brancaccio è più prudente di noi, ma la centralità che egli assegna ai due punti successivi si giustifica solo con la convinzione che, pur non potendone prevedere i tempi, sarà questo lo scenario più probabile che determinerà il nuovo assetto economico, sociale e politico del Paese.

La sua insistenza sulle diverse modalità di fuoriuscita dalla moneta unica pone il problema dei problemi, cioè quello del programma. Un nodo che a sinistra viene allegramente sfuggito, scambiando per «programma» la solita lista della spesa, fatta di obiettivi giusti ma sganciati dal percorso concreto per raggiungerli. E' il classico vizio massimalista, che gioca al più uno, senza mai porre concretamente la questione del potere.


Nel nostro piccolo, come Mpl, abbiamo più volte indicato i punti essenziali sui quali dovrebbe nascere un governo popolare d'emergenza in grado di gestire, nell'interesse del popolo lavoratore, l'uscita dall'euro e dall'Unione Europea. Tra questi punti vi sono anche quelli richiamati da Brancaccio: il ripristino della scala mobile su salari e pensioni, la difesa del contratto nazionale, il controllo dei prezzi. Ma ve ne sono anche altri non meno decisivi, come la nazionalizzazione del sistema bancario ed il controllo del movimento dei capitali.

L'uscita dall'euro non sarà, in nessun caso, una passeggiata. Ma per la verità non è che le classi popolari oggi abbiano molto da «passeggiare». Né per il presente, né per il futuro. A maggior ragione il volgere altrove il proprio sguardo, tipico di quella sinistra con cui polemizza Brancaccio, è ancor più rivoltante.

Per la verità in altri paesi europei qualcosa ha cominciato a muoversi. Il dibattito sull'euro, anche se in maniera ancora del tutto insufficiente, è presente in Grecia, in Portogallo, in Spagna e perfino in Germania (vedi la posizione di Lafontaine). E' invece totalmente rimosso in Italia, dove il ventennale mix di opportunismo e massimalismo continua ancora oggi a rilasciare i suoi venefici effetti. E dove neppure l'appello spagnolo (che entra nel merito di come uscire dall'euro), per quanto sottoscritto da autorevoli personalità della sinistra, è riuscito a smuovere dal torpore la sinistra. Né quella strutturalmente Pd-dipendente, e fin qui nessuno stupore visto che sarebbe stato stupefacente il contrario, né quella che si raffigura come alternativa al Pd e al centrosinistra.

Se questo è il quadro, ben pochi dovrebbero essere i dubbi sulla necessità di costruire una qualche forma di soggettività politica in grado di impugnare la materia, capace cioè di porre come centrale il tema della sovranità nazionale in una prospettiva di difesa degli interessi delle classi popolari. Brancaccio lamenta in sostanza l'assenza di una sinistra capace di misurarsi con i nodi del presente. Bene, concordiamo con lui, ma forse dobbiamo essere più netti: una sinistra potrà risorgere, nell'attuale congiuntura storico-politica, solo se saprà coniugare un'impostazione di classe con una corretta impostazione della «questione nazionale», in un'ottica di liberazione e di sganciamento dalla gabbia europea e, più in generale, dalla globalizzazione disegnata dal capitalismo casinò.

Alcune osservazioni a proposito degli effetti sui salari e non solo

Giustamente Brancaccio sottolinea la questione della difesa dei salario, evidenziando i pro e i contro derivanti da un'uscita dall'euro. Egli, a tal proposito, cita alcuni studi, con una serie di dati che si prestano ad alcune osservazioni non proprio secondarie.

1. In primo luogo la questione del salario reale, in rapporto alla svalutazioneconseguente all'uscita dalla moneta unica. 
  
I dati riportati da Brancaccio, che prendono in esame nove casi di sganciamento da un cambio fisso avvenuti tra il 1992 ed il 2001, ci dicono che in sette casi su nove i salari reali si sono ridotti nell'anno successivo, per poi ritornare (tranne che in un caso) ai valori precedenti, talvolta superandoli, dopo 5 anni.

Detto così potrebbe sembrare un mezzo disastro. Ma la realtà è assai diversa. Intanto, restando al passato, va rilevato come le differenze tra i pesi presi in esame sono colossali. Mentre, guardando al futuro, siamo d'accordo che tutto dipenderà da chi gestirà il passaggio alla nuova moneta. Quello che invece manca è il raffronto con il presente della crisi in corso. Un calo del salario reale non è già in atto?

Citiamo l'insospettabile Bankitalia che ci dice che nel 2013 il salario medio è sceso da 25.130 euro a 24.644 euro. Un -1,9% in un solo anno, che è già il doppio del calo registrato ad un anno dalla svalutazione del 1992 (-1,0%). E questo dopo cinque anni di crisi che hanno falcidiato i salari, le pensioni, portato ad un forte aumento delle tasse e, soprattutto,  a quella che si configura ormai come una vera e propria disoccupazione di massa.

Insomma, confrontarsi con le svalutazioni del passato è certo utile, ma occorre anche uno sforzo per cercare di confrontarsi con le conseguenze sociali del permanere delle attuali politiche. Che hanno già prodotto un massacro sociale, ma che promettono di fare assai peggio d'ora in poi. Basti pensare a quelli che potranno essere gli effetti del Fiscal compact. E, dato che l'alternativa alla svalutazione monetaria è la svalutazione interna, altrimenti detta deflazione salariale, ecco che torniamo alla questione del salario reale. Tema sul quale Brancaccio, citando il capo economista Olivier Blanchard, ci dice quale sarebbe la stima degli ambientini del Fmi sul taglio del salario nominale necessario per rimettere in equilibrio i conti esteri dei paesi periferici: dal 20 al 30%! E si parla di salario nominale, che quello reale (cioè depurato dall'inflazione) dovrebbe diminuire ancor di più.

Ecco, questa è l'alternativa all'uscita dall'euro, il prezzo da pagare per rimanere nella gabbia europea. E dunque è con questa prospettiva che bisogna confrontarsi nel calcolare i possibili costi sociali della fuoriuscita dalla moneta unica. Una prospettiva che non è puramente ipotetica, basti pensare al concretissimo caso greco.

2. In secondo luogo c'è la questione della quota salari



E' questo un indicatore assai utile per fotografare i rapporti di forza tra le classi, o quantomeno per rilevare le variazioni percentuali della quota del reddito nazionale spettante ai lavoratori. Brancaccio sottolinea come in tutti i nove casi di sganciamento [da una sistema di cambi fissi, Ndr ] considerati la quota salari sia calata nell'immediato, ed in otto casi su nove anche a distanza di cinque anni. Sembrerebbe una prova infallibile della natura di classe di ogni sganciamento e di ogni svalutazione monetaria. Ci permettiamo di dissentire per almeno tre ragioni.
 
La prima è che, per sua natura, la svalutazione esterna (monetaria) colpisce in qualche modo tutti i gruppi sociali, mentre - come abbiamo già visto - la svalutazione interna (deflazione salariale, ma anche distruzione del welfare ecc.) colpisce in maniera mirata le fasce più deboli del popolo lavoratore. Ovviamente non siamo così ingenui dal pensare che la svalutazione monetaria sia di per sé egualitaria. I suoi effetti presentano anzi mille sfaccettature che è impossibile esaminare qui nel dettaglio. Tuttavia, la differenza tra le due forme di svalutazione in termini di classe pare evidente. D'altronde, come Brancaccio, partiamo dal presupposto che il processo di sganciamento (incluso il livello di svalutazione da perseguire) dovrà essere gestito politicamente. Dunque esso —e qui sta la netta contrapposizione con il modello Bagnai— non dovrà essere in alcun modo affidato alla libera fluttuazione monetaria.

La seconda ragione che ci porta a dissentire concerne l'analisi storica dei processi in questione. Non c'è grafico sulla riduzione della quota salari che non mostri due cose: la prima è che si tratta di una tendenza che viene da lontano (in Italia dal 1975), la seconda è che si tratta di un fenomeno internazionale, che investe praticamente tutti i «vecchi» paesi industrializzati (in pratica l'area Ocse).
Tabella 1. Quota salari sul Pil in alcuni paesi Ocse


[Come indica la tabella n. 1 la discesa della quota salari nei paesi Ocse è una tendenza generale e di lungo periodo, risultato delle politiche neoliberiste di globalizzazione, che non ha colpito quindi solo paesi che hanno svalutato, ma che, di converso, la loro moneta ha aumentato di valore]

Dunque il rapporto con la svalutazione della lira del 1992 - citato nell'articolo in oggetto - ci pare assai dubbio. Nel caso italiano, all'interno di un trend comunque declinante, ci sono tre momenti di picchiata in discesa della quota salari. La prima picchiata avviene nella seconda metà degli anni '70, quando i ritmi di crescita declinano ed inizia la svolta concertativa di Cgil-Cisl-Uil. La seconda avviene negli anni ottanta, innescata dalla recessione dei primi anni del decennio, ma favorita anche dall'esplosione del peso della rendita. Si sviluppa, in altre parole, un'espansione non tanto dei redditi da capitale in genere, quanto piuttosto di quelli ottenuti con gli investimenti finanziari. E tra questi prendono il volo, in particolare, quelli resi possibili dal divorzio tra il Tesoro e la Banca d'Italia del 1981 (speculazione sui titoli del debito pubblico). La terza picchiata coincide sì temporalmente con la svalutazione del 1992, ma ha alla base la cancellazione della scala mobile, l'accordo sulla contrattazione del 1993, la forte accelerazione del processo di precarizzazione del lavoro. Tutti fattori che hanno una relazione strettissima non tanto con la svalutazione, quanto piuttosto con i vincoli imposti dal precedente trattato di Maastricht.

Tabella 2. Quota dei salari su Pil in Italia 1970-2005

[La tabella n.2 mostra come la Quota salari in Italia abbia subito tre picchi e un trend discendente costante dopo il 1990, di cui la svalutazione del 1992 è solo una parentesi]

 In conclusione, se sarebbe assurdo negare un rapporto tra svalutazione e salario reale - e proprio per questo indichiamo l'urgenza di reintrodurre meccanismi di salvaguardia come la scala mobile - altrettanto sbagliato sarebbe il vedere l'albero ma non la foresta, cioè il contesto globale di un attacco al salario ed ai diritti dei lavoratori che viene da lontano, essendo operante da almeno 35 anni, con forti accelerazioni dettate dai vincoli europei e dal tentativo di scaricare la crisi sulle classi popolari.

3. C'è infine una terza osservazione, forse meno importante ma certo non irrilevante. I dati citati da Brancaccio ci consentono infatti, sia pure indirettamente, una valutazione sugli effetti macroeconomici dei casi di sganciamento e svalutazione presi in esame. Se in otto casi su nove il salario reale torna in positivo dopo cinque anni, e se nello stesso periodo la quota salari continua invece a calare, questo significa una cosa ben precisa: che il reddito nazionale complessivo è aumentato in maniera assai significativa. Aumentato in maniera disegualitaria, certo, dato che lo sganciamento da un cambio fisso non è di per sé né anticapitalistico né egualitario. Ma non è difficile capire come anticapitalismo ed egualitarismo avrebbero tutto da guadagnare, potendo operare una politica di redistribuzione e di trasformazione sociale partendo da una ricchezza nazionale più grande.

Conclusioni

Dobbiamo ringraziare Emiliano Brancaccio per il suo approccio al problema della moneta. Un approccio problematico, che non si riduce ad un sì o ad un no. Ma che muove dalla consapevolezza che sarà questo il terreno decisivo  sul quale si disegnerà l'Italia del futuro. Da qui la necessità di un programma complessivo, che investa le questioni della moneta, della liberazione dalla gabbia europea, di un vero piano per il lavoro, della difesa del salario e delle condizioni di vita del popolo lavoratore.



Per quanto ci riguarda siamo perfettamente d'accordo. Così come riteniamo imprescindibile l'uscita dall'euro e dal suo sistema di dominio di classe, riteniamo altrettanto necessarie tutte le misure volte a consentire una gestione politica di un cambiamento che non dovrà solo essere monetario, ma sociale e politico al tempo stesso.

Ad ogni modo, come abbiamo cercato di dimostrare, gli studi relativi ai più recenti casi di sganciamento da un sistema di cambi fissi - peraltro inerenti a paesi capitalistici che non hanno avviato alcun processo di trasformazione sociale - ci confermano nella scelta di indicare con più forza la necessità dell'uscita dall'eurozona.

Naturalmente, qui si tratta di lavorare per un'uscita forte e consapevole. Si tratta di guidare un processo, non di subirlo come è avvenuto nei nove casi storici presi in esame. Ma su questo sappiamo che l'accordo con Brancaccio è totale. Si tratta allora di operare per smuovere le acque stagnanti che per ora hanno relegato il tema della sovranità nazionale (e monetaria) in ambiti ancora troppo ristretti. Il manifesto della sinistra spagnola dovrebbe aiutarci in quest'opera di scuotimento. Perché non rilanciare in qualche modo questa iniziativa anche in Italia?

sabato 6 luglio 2013

BAGNAI: UN IMBROGLIONE SGARBI-STYLE? di Moreno Pasquinelli

6 luglio. Il dibattito scientifico ha le sue regole, le sue procedure. Differentemente dalle diatribe politiche, non dovrebbero essere concessi demagogia, trucchi, bugie. Nemmeno licenze poetiche. Si parte dai fatti, dai fenomeni, per spiegarli, cercando di capirne la cause e se essi sottostanno a leggi. 

Ma i fenomeni non sono univoci, autoevidenti. Da come essi si manifestano, dai loro effetti, non se ne ricavano i nessi interni, le cause. Per questo c'è bisogno di scienza, il cui compito è indagare ciò che c'è sotto alla superfice dei fatti. La scienza è quindi di per sé critica, aporetica, dubitativa. La comunità scientifica accoglie una tesi per poi sottoporla ad una severa disamina, e solo se questa tesi supera la disamina viene considerata, se non apoditticamente vera, quantomeno veridica.

L'economia —a maggior ragione perché essa è per sua natura economia-politica in quanto il suo campo di pertinenza è la società segnata da conflitti di classe— tantomeno sfugge a questa procedura. Sarebbe come minimo singolare che un economista si rifiuti di sottoporre a critica le sue analisi e le sue idee.

Questo è quanto invece capita con Alberto Bagnai (sopra nella foto). Noi ci siamo permessi di sottolinare che l'errore più macroscopico del Bagnai-pensiero (si fa per dire) è che egli sgancia la questione della moneta unica dal contesto della crisi storico-sistemica del capitalismo occidentale. Vi fidereste di un medico che voglia curare un tumore senza capire un fico secco di fisiologia e di genetica? O di un economista che non padroneggi la teoria economica, che non conosca la differenza tra crisi ciclica e crisi strutturale, che cioè escluda che il capitale si dimeni in contraddizioni esplosive che attengono alla sua stessa natura? Che ammetta con infantile candore di non aver studiato almeno l'abc del pensiero economico di Marx?


Incapace di avere una visione d'insieme della crisi globale del sistema capitalistico e delle sue cause fondamentali, egli finisce per avvitarsi attorno alle questioni dei cambi fissi-cambi flessibili delle valute e delle partite correnti. Un economicismo descrittivo che mentre è fallace sul piano scientifico, su quello politico si riduce a consigliare al malato (il sistema) una terapia farmacologica per non tirare le cuoia.

Bagnai non solo si sottrae al confronto tacendo, il che sarebbe già grave. Fa molto peggio, copre i suoi critici (il sottoscritto in questo caso) di violente contumelie così che, una volta sputtanati come "relitti umani", "vermi" o "poveri imbecilli", si illude di non essere tenuto a dare risposte.

In preda alla sua iracondia compulsiva negli ultimi giorni ha ripreso di mira Emiliano Brancaccio, dopo che ha pubblicato il suo saggio "Uscire dall'euro: c'è modo e modo". Supponiamo che Brancaccio dica cose sbagliate, Bagnai avrebbe dovuto rispondere nel merito, come appunto si addice, se non proprio ad uno scenziato, ad una persona che prenda sul serio se stesso e le cose di cui parla. Invece, alle solite, giù con gli insulti. Lo ha fatto sul suo blog, in questi primi di luglio, in almeno due occasioni. 


Leggiamo la prima chicca:
«Quello che dice Eichengreen (che, lo ricordo, è l’autore che nel 1997 mi era servito a capire che l’euro era una sòla), sta scritto sicuramente anche in Marx o in Rosa Luxemburg. Non posso citarvi i passi perché per un dato casuale ho seguito un percorso culturale e scientifico diverso, che però non mi impedisce, o forse mi permette, di capire che il buon senso regna (e non ha colore).
Perché allora i marxisti dell’Illinois o i colleghi che provengono da periferie svantaggiate non sono in grado di articolare un discorso trasparente e comprensibile su questi concetti?
Sarà la lente deformante dell’ideologia?
No, perché nessuna lente né a destra né a sinistra può deformare il fatto che il cambio fisso è SEMPRE E DA SEMPRE un attacco alle classi lavoratrici (piccoli imprenditori e partite IVA incluse).
Credo sia piuttosto una visione distorta del “primato” della politica, che implica la necessità ASSOLUTA di “guidare” il popolo mentendo ad esso. Prometto ampi esempi di questa mentalità (che poi è quella di Aristide)».
Quindi la seconda, ancora più violenta:
«C'è uno squallido politicante che gira per l'Italia a dire che solo lui sa come si esce dall'euro, e che bisognerà stare attenti, se usciamo, ai fire sales. Glielo spieghi tu che grazie a quei porci della sua parte non ci potranno più essere sales se continuiamo a difendere l'euro? O glielo spiega il coltivatore (col forcone)? Quando la malafede diventa patologica io mi incazzo. E voi?»
Brancaccio non ha certo bisogno che noi gli facciamo da avvocati. Capiremmo l'eventuale scelta di non rispondere per le rime ad uno che lo accusò addirittura di "cercare cadreghe" venendo sbugiardato in quell'epico dibattito di Napoli —grazie a Dio filmato da Eco della rete.

Ma Bagnai si illude se pensa di passarla liscia. Egli si è costruito ad arte l'immagine di colui che è stato sempre contro l'euro e, dopo aver costruito una setta di seguaci salmodianti,  rimprovera ad altri, tra cui Brancaccio, di non aver capito da subito che "la moneta unica era una sòla" —quest'accusa non la può certo rivolgere a noi, che non avemmo bisogno di pistolotti sui cambi fissi per opporci sin dall'inizio all'Unione europea, ai suoi Trattati neoliberisti e quindi alla sua moneta unica.

Quest'immagine di entieurista ante litteram è una...sòla.

Bagnai anche lui non è senza peccato, e non può quindi scagliare alcuna pietra. Da zelante associato all'Università La Sapienza (prima di essere comandato in quella di Pescara) disquisiva sull'euro, ma nient'affatto contro. Anzi!

Dobbiamo dire grazie all'amico Ars Longa per avercelo segnalato. In particolare la prolusione che Bagnai fece a Lisbona in un incontro presieduto niente meno che da Romano Prodi. Eravamo nel settembre 2002 (con l'euro in circolazione) in occasione del Tredicesimo congresso della Associazione Economica Internazionale. Bagnai presentò il suo contributo dal titolo "Dynamic paths of the european economy: simulations with an aggregated model of the EMU as a part of the world economy".

Non vi troverete, non diciamo un J'accuse contro la moneta unica, ma neanche la più pallida critica.

Chiudo quindi riportando, e consigliando vivamante di leggere, proprio quanto Ars Longa scrive rispondendo ad un seguace di Alberto Bagnai:

«Se Eichengreen è il punto di partenza di Bagnai, vogliamo vedere bene che cosa dice, al di là dell’uso che ne fa Bagnai stesso? E questo non perchè voglio assumere un atteggiamento negativo a tutti i costi. Ma visto che è questo il “padre nobile” abbeveriamoci alla sua stessa fonte. Allora leggiamoci (o rileggiamoci) “One money or many? Analyzing the prospect for monetary unification in various parts of the world”, scritto di Eichengreen del 1994. Lo trovi qui. 

Il pezzo è del 1994 e francamente non so se sia questa la fonte dell’illuminazione di Bagnai. Particolarmente a pagina 34 del paper: “Our results support the position of those (for example, Dornbusch, 1990) who have called for a two-speed monetary union in Europe—with France, Germany, and the smaller countries of Northern Europe proceeding in the fast lane—and who suggest that Austria and Switzerland would also be plausible
candidates for early participation in EMU, once Austria is admitted to the EU”. E poi a pagina 36: “a European monetary union might run more smoothly if limited to a subset of EU members”. 


Allora (ma se vuoi lo rileggiamo meglio) a me pare che ciò non significhi che l’Euro sia una cattiva idea ma che sarebbe stato opportuno farlo partire con un’area di aderenti ristretta.
 

Seconda questione. Bagnai ti sta dicendo che lui di Marx ha qualche vaga nozione perché ha seguito un “percorso culturale e scientifico diverso”. Come sarebbe a dire? Fai l’economista e vabbé sulle teorie marxiane tiri un tratto di penna perché ti stai occupando d’altro? Ma stiamo scherzando?

Terzo. Bagnai, qui e altrove, tira fuori la sua reale linea di pensiero nella quale la questione dell’Euro diventa quasi marginale. Con la sua solita arroganza e maleducazione attacca Brancaccio (che visto che abita a Barra viene citato come il collega che proviene da “periferie svantaggiate”) e altri. Qual è la necessità di questo attacco? A mio avviso è – dal punto di vista teorico – il tentativo di depotenziare una visione più globale del problema che Bagnai non vuole (o non sa o non gli conviene) fare. La posizione neomarxista sulla crisi e sull’Euro è ben delineata da Mick Brooks, qui spendici un po’ di tempo per leggerla. Noterai che la differenza con Bagnai sta proprio nel fatto che – appositamente credo – è proprio Bagnai che usa una sua lente ideologica, ossia la lente del microscopio per separare la questione dell’Euro dalla analisi globale della crisi.


Molto francamente il mio giudizio non cambia: Bagnai ha fiutato nell’Euro il tema che può “unificare pance diverse”. Ha capito che far convergere la spiegazione della crisi su qualcosa che si tocca, che hai in tasca è la cosa più facile. La gente è stanca e irritata. Non capirebbe un fico secco se gli si spiegasse la crisi per bene. Però capisce benissimo cosa è un Euro e dirigere stanchezza e irritazione verso l’Euro è facile e comprensibile. Ma, soprattutto, è dannatamente interclassista perché ti fa applaudire dall’operaio e dal padrone, dal muratore al laureato disoccupato. Probabilmente nel prossimo futuro Bagnai si farà qualcosina di politico o parapolitico (si comincia sempre da un manifesto) facendo tesoro del flop dei neoliberisti di FARE. Bagnai che ha – mi pare di intuire l’intelligenza sufficiente per assorbire stimoli differenti – ha capito che FARE si era delineata come qualcosa di “classista”, troppo vicino ad una parte. 


Il suo uovo di Colombo è presentarsi come qualcuno che è al di là della sinistra e della destra ma non inaffidabile e ignorante come il grillismo (dal quale si è opportunamente distanziato intuendone le derive). Da questa posizione ti rifila una spiegazione semplice semplice, la condisce di quel buon spirito antitedesco che sonnecchia in ogni italiano, spara due o tre scemenze sul recupero della sovranità nazionale, si accarezza gli imprenditori di Schio e cerca di ingraziarsi gli operai in una Union sacrée contro l’Euro. 

Così facendo finta di rigettare ogni ideologia se ne crea una propria che non c’entra più niente con l’economia o con qualsiasi analisi economica seria. Condisce il tutto con un po’ di “sgarbismo” ossia sputazza insulti a destra e sinistra, finisce in televisione, si crea una “massa critica” sufficiente di adoratori che si infilano in tutti gli interstizi rifilando le scemenze del maestro. Ed è quel che ho detto nel mio primo intervento sul personaggio: si sta costruendo una carriera politica, punto e basta. Si è costruito la favoletta di quello che da sempre ha capito come stavano le cose, anche mentre partecipava a Lisbona ad un convegno che non metteva minimamente in discussione l’Euro. Lei, se vuole, si accodi al progetto Bagnai, io sono troppo vecchio per credere alla purezza di qualcuno che ha visto l’occasione per svoltare (come dicono a Roma) passando dalla condizione di sconosciuto professore a tribuno della plebe nazionale». [Ecco dove avevo già sentito parlare di Bagnai. Un ricordo lontano che affiora]

L'ineccepibile giudizio di cui sopra è stato così crudelmente chiosato da un lettore: 

«I bagnaisti continuano a illudersi di potere mettere a confronto il loro idolo di cartone con Emiliano Brancaccio. Ma stiamo scherzando? Bagnai ha voluto a tutti i costi un “duello” con Brancaccio. Zezza lo ha organizzato a Napoli, e Brancaccio lo ha LETTERALMENTE DISTRUTTO. Nella sua replica, Bagnai balbettava, e alla fine, resosi conto di essere stato piallato, ha pure chiesto a Brancaccio una stretta di mano e un abbraccio da immortalare in video. Un ipocrita viscido cacasotto e ignorante di questa risma non lo avevo mai visto in vita mia.. (...)
Poi, riguardo all’idea che uno come Brancaccio credesse nelle magnifiche sorti progressive dell’euro, ma dove cazzo l’avete letta questa stronzata? i bagnaisti hanno preso da Bagnai anche la tendenza alla truffa? Piuttosto dovreste ricordarvi che il vostro idolo del cazzo, nel libro “Il tramonto dell’euro” e nel suo blog, ha citato proprio Brancaccio tra i primi autori ad avere dimostrato che l’assetto dell’eurozona e gli squilibri commerciali conseguenti sono insostenibili. L’articolo citato da Bagnai fu presentato nel 2006 a Rive Gauche, ed è stato pubblicato nel 2008. Ancora una volta, vedere per credere Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista.
Bagnai è solo un econometrico di quart’ordine, con chiari problemi psicologici e con note tendenze di destra. Basta vedere che l’articolo del 1997 che citate parla della necessità di rendere flessibili i mercati del lavoro. Da uno così non mi farei nemmeno offrire un caffè. Il fatto che dei poveri mentecatti abbiano elevato a loro idolo questo caso psichiatrico è la dimostrazione del disastro in cui siamo». [Roberto, commento del 5 luglio]


venerdì 5 luglio 2013

USCIRE DALL'EURO? C'È MODO E MODO di Emiliano Brancaccio

5 luglio. Questo articolo di Brancaccio può aiutare i nostri lettori a mettere meglio a fuoco la polemica con Alberto Bagnai. 
Per quest'ultimo infatti, bontà sua: «Non ha molto senso chiedersi come gestire la transizione perché è matematicamente certo, come ci siamo detti, che essa verrà gestita dalle persone sbagliate, quando il mercato le costringerà a farlo». [Inflazione, svalutazione, quota salari. 6/9/2012]  
Brancaccio, dopo avere messo in evidenza le cause della crisi dell'eurozona, e quindi la necessità di un ritorno alla sovranità monetaria del nostro come di altri paesi, traccia lo spartiacque che separa una "uscita di destra" dall'euro, da quella "di sinistra". "Sinistra", "destra"... potrebbe sembrare una mera disquisizione semantica. In verità c'è di mezzo come gestire politicamente e quindi distribuire sulle diverse classi sociali il peso dello shock che seguirà l'abbandono della moneta unica.

 «Il tentativo di salvare la moneta unica a colpi di deflazione salariale nei paesi periferici dell’Unione potrebbe esser destinato al fallimento. L’eventualità di una deflagrazione dell’eurozona è dunque tutt’altro che scongiurata. Il problema è che le modalità di sganciamento dalla moneta unica sono molteplici e ognuna ricadrebbe in modi diversi sui diversi gruppi sociali. Esistono cioè modi “di destra” e modi “di sinistra” di gestire un’eventuale uscita dall’euro. Ma esiste una sinistra in grado di governare il processo?

La crisi dell’Unione monetaria europea è stata interpretata in vari modi. Una chiave di lettura particolarmente feconda analizza il travaglio dell’eurozona alla luce di un conflitto irrisolto tra i capitali delle nazioni che ne fanno parte: in particolare, tra i capitali solvibili situati nei paesi “centrali” e i capitali potenzialmente insolventi situati nei paesi “periferici” dell’Unione. Tra i numerosi indicatori di questo scontro va segnalata l’accentuazione delle divergenze tra i tassi d’insolvenza. Stando ai dati di Credit Reform, nel 2011 in Germania le insolvenze delle imprese sono diminuite del 5,8% e in Olanda si sono ridotte del 2,9%. Al contrario, in Italia, Portogallo, Spagna e Grecia registriamo una crescita continua delle aziende dichiarate insolventi, con aumenti rispettivamente del 17, 18, 19 e 27%. Queste divaricazioni, senza precedenti, trovano ulteriori conferme nel 2012. Al divario tra i dati sulle insolvenze segue poi, logicamente, un’accelerazione dei processi di acquisizione dei capitali deboli ad opera dei più forti. [...]

Quota dei redditi da lavoro dipendente su Pil in Italia

[...] Chi parlava in tempi non sospetti di un rischio di “mezzogiornificazione” europea aveva visto giusto: nel senso che il dualismo economico che si riteneva essere un mero caso speciale, caratteristico dei soli rapporti tra Nord e Sud Italia, sembra oggi essersi elevato al rango di caso generale, rappresentativo delle relazioni tra i paesi centrali e i paesi periferici dell’intera Europa. Stando dunque alle dinamiche in corso, in un arco di tempo non particolarmente esteso i paesi periferici dell’Unione potrebbero essere ridotti al rango di fornitori di manodopera a buon mercato o, al più, di meri azionisti di minoranza di capitali la cui testa pensante tenderà sempre più spesso a situarsi al centro del continente.

Naturalmente, sarebbe un’ingenuità teleologica considerare scontato un simile esito. Esso, infatti, incontra forti resistenze da parte delle rappresentanze politiche dei capitali periferici. Gli sviluppi dello scontro che ne consegue, tutto interno agli assetti capitalistici europei, allo stato dei fatti restano incerti. Coloro i quali tuttora sperano in una ricomposizione degli interessi con i capitali centrali dell’Unione, invocano di continuo una riforma degli assetti istituzionali europei, che riequilibri i rapporti tra i paesi membri o consenta almeno di mitigare i tremendi effetti della mezzogiornificazione delle periferie. Fino a questo momento, tuttavia, si è trattato di vani auspici.

Alcuni avevano sperato che la crisi europea potesse costituire un’occasione per aprire un confronto politico sugli squilibri strutturali generati dall’attuale regime di accumulazione trainato dalla finanza privata, e sulla esigenza di sostituirlo con una moderna visione di “piano”, che conferisse ai poteri pubblici il ruolo di creatori di prima istanza di nuova occupazione. Fino a questo momento, tuttavia, questi temi non hanno quasi per nulla attecchito nel dibattito europeo nemmeno a sinistra, figurarsi tra le istituzioni. A un livello più modesto, anche la speranza dei partiti progressisti di rinsaldare l’unità europea tramite l’adozione di “standard” salariali e del lavoro, è immediatamente naufragata di fronte all’opportunismo della socialdemocrazia tedesca, ostile a qualsiasi ipotesi di coordinamento europeo della contrattazione. Ed ancora, persino l’auspicio minimale dei governi periferici, di mitigare la crisi finanziaria attraverso un’unione bancaria e una connessa assicurazione europea dei depositi, sembra venir meno di fronte alla opposizione dei tedeschi, intenzionati a favorire anche in campo bancario processi di centralizzazione dei capitali di tipo darwiniano.

La deflazione salariale si sta rivelando inefficace

Stando così le cose, il tentativo di ricomporre il conflitto tra capitali europei resta affidato a una sola ricetta, ben delineata in questi mesi dalla Banca centrale europea: la crisi dei capitali situati nei paesi periferici, e la conseguente mezzogiornificazione delle periferie europee, potrebbero essere attenuate solo da un abbattimento dei costi del lavoro per unità di prodotto. Se cioè riducessero il costo unitario del lavoro, i paesi periferici potrebbero recuperare competitività e sarebbero quindi in grado di ridurre il loro disavanzo verso l’estero senza ricorrere alle politiche di austerità o, quanto meno, ricorrendovi in misura meno accentuata di quanto non facciano oggi. Tale proposta incontra oggi molti sostenitori presso le istituzioni europee: Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del consiglio direttivo della Bce, è uno dei suoi più espliciti sostenitori. Senza dubbio, essa ha almeno il merito di chiarire che i problemi dell’eurozona riguardano soprattutto i conti esteri dei paesi membri, non i conti pubblici.


Quota salari su Pil in alcuni paesi imperialistici (1970-2010)


Ma qual è l’ordine di grandezza del mutamento che tale ricetta implicherebbe? Olivier Blanchard, capo economista del Fmi, tempo fa cercò di stimare l’abbattimento del costo del lavoro che sarebbe necessario per rimettere in riequilibrio i conti esteri dei paesi periferici: a parità di altre condizioni, i salari nominali dovrebbero subire un crollo dal 20 al 30%. Per giunta secco, una tantum: in sostanza, l’operaio portoghese che oggi è pagato 1000 euro, da domani dovrebbe prendere 700 euro. In verità, quando la formulò per la prima volta, nel 2006, Blanchard definì «esotica» questa opzione, ritenendola politicamente inverosimile. La crisi tuttavia ha reso praticabili anche le soluzioni più ardite e violente.




Ma, siamo certi che l’idea di ristabilire l’unita di classe dei capitali europei scaricando l’onere del riequilibrio sui salari avrà successo? Siamo certi cioè che la riduzione del costo del lavoro nelle periferie consentirà di ricomporre lo scontro capitalistico in atto e permetterà quindi di salvare l’attuale assetto istituzionale dell’Unione? Per tentare di rispondere prendiamo il caso della Grecia, che presenta varie peculiarità ma che ha più volte anticipato gli andamenti di tutte le periferie dell’eurozona. Ebbene, in Grecia tra il 2008 e il 2012 si registra un calo medio dei salari monetari di tre punti percentuali, un crollo dei salari reali di diciotto punti e una caduta della quota salari di oltre quattro punti. E’ interessante anche notare che il salario minimo fissato dalla legge è precipitato dal 2011 a oggi del 44%, da 877 a 490 euro. Sono cadute colossali. Eppure, nonostante tali precipitazioni, e nonostante una politica di depressione dei redditi senza precedenti storici, la Grecia ha chiuso comunque il 2012 con un disavanzo verso l’estero di 3 punti percentuali in rapporto al Pil. Il paese cioè continua a importare più di quanto esporti.

La precipitazione della crisi greca insegna che il feroce tentativo di salvare l’Unione a colpi di deflazione salariale potrebbe anch’esso esser destinato al fallimento. Se così fosse, la scelta di uscire dall’euro e svalutare diventerebbe l’ultima carta per tentare di rimettere in equilibrio le bilance verso l’estero dei paesi periferici.

Su una “exit strategy” dall’euro la sinistra è in ritardo

In uno scenario simile, è curioso che le sinistre insistano ancora oggi con la riduttiva litania secondo cui «fuori dall’euro sarebbe l’inferno». Come si fa cioè a non capire che il pigro affidarsi a simili espressioni apodittiche vanifica qualsiasi sforzo di comprensione delle reali dinamiche in corso e accentua l’emarginazione politica di tutti gli eredi, più o meno degni e diretti, della tradizione novecentesca del movimento operaio? Beninteso, una spiegazione raffinata della irriducibile fedeltà della sinistra alla moneta unica potrebbe risiedere nella tendenza storica delle rappresentanze del lavoro a cercare il proprio antagonista dialettico nel grande capitale, laddove invece con i piccoli capitali si fatica anche solo ad avviare una lotta per il riconoscimento.

Se i termini del discorso fossero questi, si potrebbe anche approfondire la questione. La verità del nostro tempo, tuttavia, si situa a un livello decisamente più basso: l’adesione a oltranza della sinistra all’euro costituisce oggi un mero riflesso narcisistico, una eco del tempo andato, quando la globalizzazione avanzava senza apparenti ostacoli e ci si illudeva di potere raccogliere residualmente qualche suo frutto, o anche solo qualche briciola. Con lo sguardo ancora rivolto a quella fase superata, la sinistra appare oggi più che mai fuori dal tempo storico. Anche per questo, il suo posizionamento conta allo stato attuale poco o punto negli sviluppi della crisi dell’Unione. L’eventuale deflagrazione della moneta unica e al limite la messa in discussione dello stesso mercato unico europeo dipenderanno dagli esiti di una partita tutta interna agli assetti proprietari del capitale europeo, rispetto alla quale il lavoro e le sue residue rappresentanze appaiono subalterne come non mai. Il problema è che, al di là della grancassa mediatica favorevole all’euro, nonostante gli impegni assunti dalla Bce nella erogazione di liquidità, e considerata l’evanescenza delle decisioni finora assunte in sede europea per l’avvio di programmi di investimento pubblico nelle aree più in difficoltà, quella partita continua a svilupparsi lungo un sentiero che a lungo andare rende insostenibile l’Unione monetaria.

In questo scenario, possibile che le sinistre rifiutino anche solo di avviare una riflessione sulle decisioni da assumere in caso di precipitazione dell’Unione? Possibile che tuttora manchi una indicazione di massima su una exit strategy dall’euro che permetta di tutelare gli interessi del lavoro subordinato? La questione, si badi bene, è cruciale. Le modalità di abbandono di un regime di cambi fissi come l’eurozona sono infatti molteplici, e ognuna può ricadere in modi diversi sui diversi gruppi sociali. In altre parole: esistono modi “di destra” e modi “di sinistra” di gestire una eventuale uscita dall’euro. E la sinistra è in netto ritardo.

Da tempo chi scrive ha cercato di insistere su questo punto, in verità con scarso successo. Il dibattito italiano di politica economica sembra infatti ormai riducibile a una mera disputa tra fautori del cambio irrevocabile e sostenitori della libera fluttuazione delle monete, come se l’ordine del discorso politico potesse essere in ultima istanza ricondotto a una scelta del regime valutario. Eppure basterebbe dare un occhio alla letteratura degli anni Settanta del secolo scorso per capire che, almeno dal punto di vista dei rapporti sociali di produzione, la questione è molto più complessa.

Tra i fondamentali aspetti che dovrebbero essere esaminati vi sono ad esempio i cosiddetti «fire sales», come li definisce Paul Krugman; vale a dire, la possibilità che lo sganciamento dall’euro, e la conseguente svalutazione della moneta, possano determinare una caduta del valore dei capitali nazionali di tale portata da mettere le autorità di governo di fronte alla scelta tra favorire eventuali acquisizioni estere a buon mercato oppure contrastarle. Per le sue implicazioni sui rapporti di produzione, la prima soluzione può esser definita “di destra”. La seconda soluzione potrebbe invece essere annoverabile tra le strategie “di sinistra”. Quest’ultima opzione, tuttavia, richiederebbe una messa in discussione, almeno parziale, non solo della moneta unica ma anche del mercato unico europeo, con buona pace dei “liberoscambisti di sinistra”. Le cose, come si può notare, si complicano.

Uscita dall’euro “di destra” o “di sinistra”: gli effetti sui salari
La produttività del lavoro in alcuni paesi imperialistici


La questione dei fire sales è cruciale, ma le sue implicazioni non sono di immediata lettura. Per cercare di afferrare in termini più immediati le differenze tra una opzione di uscita dall’euro “da destra” e una opzione di uscita “da sinistra”, in questa sede può essere allora opportuno soffermare l’attenzione su due sole variabili: il salario reale e la quota salari. A questo proposito, vari studi hanno segnalato che l’abbandono di un cambio fisso e la conseguente svalutazione risultano spesso correlati a una riduzione del salario reale, ossia a una perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni. Tra le ricerche più influenti, è il caso di menzionare uno studio di Eichengreen e Sachs sugli effetti delle svalutazioni che si realizzarono nel corso degli anni Trenta, e un contributo di Lucas e Fallon sugli esiti delle crisi valutarie che si verificarono negli anni Novanta.

I risultati di ricerche più recenti suggeriscono tuttavia una lettura maggiormente articolata dei dati disponibili. Consideriamo nove casi di sganciamento da un cambio fisso avvenuti nell’ultimo ventennio: Finlandia, Gran Bretagna, Italia e Svezia nel 1992, Repubblica Ceca e Sud Corea nel 1997, Argentina e Turchia nel 2001. Rileviamo che in due dei nove casi alla svalutazione fa seguito un salario reale stazionario nell’anno successivo, mentre negli altri sette casi si registra una sua riduzione. L’entità del calo può essere modesta, come è accaduto in Italia (meno di un punto percentuale), oppure può essere enorme, come è il caso del Messico (meno tredici punti) e dell’Argentina (meno trenta punti). Negli anni successivi gli andamenti sono piuttosto diversificati: in alcuni casi il declino perdura, in altri la ripresa è immediata. In tutti i casi tranne uno, tuttavia, dopo cinque anni dalla svalutazione i salari reali tornano ai livelli precedenti ad essa, e talvolta li superano.




Riguardo invece alla quota salari – vale a dire la quota di reddito nazionale spettante ai lavoratori – l’andamento è più univoco e meno rassicurante. In tutti i casi considerati, un anno dopo la svalutazione la quota salari si riduce. E in tutti i casi, tranne uno, dopo cinque anni la caduta della quota salari si fa ancora più consistente: in Svezia il calo è di due punti percentuali, in Gran Bretagna di cinque punti, in Finlandia di nove punti, addirittura in Turchia di dodici punti. Il nesso con lo sganciamento dal cambio fisso è in molti casi evidente: in Italia, per esempio, nei cinque anni precedenti alla svalutazione la quota salari rimane pressoché stazionaria, mentre nei cinque anni successivi cade di ben cinque punti percentuali.

I risultati ottenuti trovano conferme ulteriori ampliando l’insieme di paesi oggetto dell’analisi. In tutti i casi emerge un ventaglio di andamenti, dipendenti da una molteplicità di fattori e non tutti facilmente decifrabili. Tali esiti aiutano tuttavia a chiarire un punto essenziale: l’effetto di un’eventuale deflagrazione della moneta unica europea sui rapporti tra le classi sociali non è univocamente determinabile. Così come è da ritenersi risibile l’idea, molto diffusa a sinistra, secondo cui l’abbandono dell’euro comporterebbe inesorabilmente una svalutazione di tale portata da generare un crollo verticale dei salari reali, così pure risulta infondata la tesi di chi esclude l’eventualità di un impatto negativo sui salari e sulla distribuzione del reddito. Un elemento certo tuttavia sussiste: l’uscita da un regime di cambio fisso può avere un impatto negativo o meno sul potere d’acquisto dei lavoratori e sulla distribuzione del reddito nazionale a seconda che esistano meccanismi istituzionali – scala mobile, contratti nazionali, prezzi amministrati, ecc. – in grado di agganciare i salari alla dinamica dei prezzi e della produttività. Escludere tali meccanismi implica, in buona sostanza, un’uscita dall’euro “da destra”. Contemplarli significa predisporre un’uscita “da sinistra”.

La questione salariale e distributiva è solo un tassello degli enormi problemi che derivano dall’insostenibilità dell’attuale assetto dell’Unione europea. Cercare di affrontarla in modo fattuale ci aiuta tuttavia a uscire da una lettura estremista e manichea della fase. I dati ci dicono che fuori dall’euro non è affatto detto che vi sia un inferno peggiore di quello che già ci circonda, ma non è nemmeno scontato che si possa anche solo intravedere il sole di un nuovo avvenire. Sia come sia, il processo storico è in rapido movimento: nell’uno come nell’altro caso, il peggio che le residue rappresentanze del lavoro possono fare è restare passivamente a guardare.



* Fonte: Emiliano Brancaccio. Estratto di un articolo pubblicato su Alternative per il socialismo, n. 27, luglio-agosto 2013. 


** Le Tabelle sono state aggiunte dalla redazione di sollevAzione
 
Riferimenti bibliografici

Brancaccio, E. (2012). “Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a European wage standard”. International Journal of Political Economy, vol. 41, Number 1.

Brancaccio, E. (2013). Dibattito con Lorenzo Bini Smaghi. Facoltà di Economia “G. Fuà”, Ancona, 15 maggio.

Brancaccio, E., Passarella, M. (2012). L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa. Il Saggiatore, Milano.

Eichengreen, B., Sachs, J. (1984). “Exchange rates and economic recovery in the 1930s”. NBER Working Paper Series, n. 1498.

Fallon, P., Lucas, R.E. (2002). “The impact of financial crises on labor markets, household incomes and poverty: a review of evidence”. The World Bank Research Observer, vol. 17, n. 1.

giovedì 4 luglio 2013

«CE L'ABBIAMO FATTA!» MA DE CHE? di Emmezeta

4 luglio. Quest'articolo, numeri alla mano, dimostra che la "vittoria" ottenuta dal governo Letta in sede europea è una gigantesca menzogna.

UN BUFFONE SOTTO LA TORRE

Non avevamo dubbi, ma da oggi è ufficiale: i buffoni al governo non vengono solo da Arcore e dintorni. Enrico Letta, da Pisa, in effetti non scherza. E per certi aspetti è pure peggio del buffone nazionale. Quello conosciuto nel mondo, che comunque del Letta nipote è alleato imprescindibile nel più buffonesco governo della repubblica.

Sarà che l'ex vice del fenomeno piacentino ha trascorso parte della sua infanzia a Strasburgo, dove poi è tornato da parlamentare europeo; sarà che la continua frequentazione degli austeri palazzi di Bruxelles poco si addice a certe uscite. Sta di fatto che non c'è una trovata che gli riesca bene.

Di certo non gli è riuscita bene quella di oggi, quando ha scritto su Twitter

«Ce l'abbiamo fatta! Commissione Ue annuncia ora ok a più flessibilità per i prossimi bilanci per i Paesi come Italia con conti in ordine. Serietà paga». 
Su Twitter, come un ragazzino che annuncia di aver fatto gol in una partita di calcetto. Con una differenza sostanziale, che il gol l'ha visto solo lui, mentre gli arbitri della Commissione Europea si sono affrettati ad annullarlo.

Divertente il comportamento delle pagine online dei principali quotidiani italiani, che in un primo momento hanno messo l'esultanza del capo del governo in testa alle loro home, per poi farla silenziosamente (e rapidamente) scendere verso il basso. Il fatto è che il trionfalismo lettiano sul presunto allentamento dei vincoli europei era ed è letteralmente insostenibile, dato che si basa su una classica «non notizia», come hanno del resto chiarito le dichiarazioni provenienti dall'UE.

Il commissario Olli Rehn, che nell'occasione non si è neppure degnato di esporsi in prima persona, facendo parlare al suo posto il proprio portavoce Simon O'Connor, ha fatto sapere quel che già sapevamo. E cioè che: «in nessuna circostanza sarà permesso agli stati membri di sforare il limite del 3% del rapporto deficit-Pil», mentre sarà consentito - come già noto da tempo - di «deviare temporaneamente», e solo a certe condizioni ancora da definire in dettaglio, l'obiettivo del pareggio di bilancio strutturale.

E dove sarebbe la novità? Anche se, con un servilismo senza limiti, il parlamento italiano ha inserito nella Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio, è ben noto come tale vincolo sia destinato a restare al momento lettera morta. Questo non certo per insubordinazione verso l'Europa - ci mancherebbe! - quanto piuttosto per l'impossibilità materiale di raggiungere questo obiettivo nell'attuale congiuntura.

Ci si è così inventati il pareggio di bilancio strutturale, concetto assai elastico che sta a significare che il pareggio non è stato conseguito, ma che sarebbe stato raggiunto se solo non vi fosse stata la crisi. Che è un po' come dire che si è bagnati fradici, ma solo perché la pioggia è stata battente e noi eravamo privi di ombrello, mentre se non fosse piovuto avremmo conseguito l'obiettivo di restare asciutti...

D'altronde, chi non ricorda che il 2013 doveva essere l'anno del pareggio di bilancio? Adesso (vedi il DEF licenziato ad aprile dal governo Monti) ci si accontenta di un obiettivo del -2,9% sul Pil, che tradotto in volgare ammonta a circa 45 miliardi di euro. Alla faccia del pareggio, che però si dice sia stato «sostanzialmente raggiunto»... in termini strutturali!

Quali calcoli vengano effettuati dai sacerdoti del MEF (Ministero dell'Economia e delle Finanze) in combutta con i loro compari di Bruxelles non è noto. Evidente è invece l'artificiosità di questo castello di carte. Ed artificio per artificio si è arrivati alla (non) notizia di ieri. Non notizia perché già nota, ma anche perché del tutto inadeguata ad imprimere la ben che minima svolta in una situazione economica disastrosa come l'attuale.

L'artificio consisterebbe nel non computare (ai fini dei vincoli europei) una cifra pari a circa l'0,5% del Pil (7-8 miliardi) da destinare ad «investimenti pubblici produttivi». Una formula con tre vincoli, due certi, il terzo da chiarire.

Il primo vincolo, come abbiamo già visto, è quello della temporaneità. Lo scostamento sarà ammesso solo ed esclusivamente per il 2014. Il secondo vincolo è quello del tetto del 3%. L'indicazione di un margine di circa lo 0,5% nasce infatti da una previsione al 2014 di un rapporto deficit/Pil al 2,3%. Dunque l'aggiunta di uno 0,5% consentirebbe comunque di restare sotto il dogma del 3%. Ma cosa succederebbe se - come pensiamo - quella previsione si rivelasse troppo ottimistica? Semplice, non se ne farebbe nulla, come già spiegato da Olli Rehn.

Ma c'è un terzo vincolo, più sibillino. Come si individueranno gli «investimenti pubblici produttivi»? Una domanda che, con il solito senso pratico, si è posto immediatamente il Sole 24 ore. Leggiamo: 

«Come si agirà in concreto? Operando sulla quota nazionale dei fondi strutturali europei, destinata ad investimenti produttivi. Operazione per la verità tutt'altro che semplice, poiché in sede europea non è stata ancora raggiunta un'intesa su cosa si debba espressamente intendere per investimento pubblico produttivo. Ma ora la partita può cominciare, anche se siamo solo al fischio d'inizio».
 A questo punto dovrebbe esser chiaro come l'esultanza di Letta sia cialtronesca almeno quanto la negazione della crisi del suo alleato di Arcore quando, tra un festino e l'altro, faceva anche il premier. 

Tutto ciò non stupisce. Questo è un governo che ha deciso il rinvio sull'IMU, quanto sull'IVA, in attesa di trovare le risorse. E' un governo che si è vantato di poter utilizzare, dopo il recente vertice europeo, la miseria di un miliardo e mezzo di fondi comunitari (che l'Italia finanzia peraltro in quota parte) per «combattere» una disoccupazione giovanile gigantesca.

Siamo di fronte all'uso dell'aspirina per combattere il cancro. Basta raffrontare la modestia di queste cifre ai costi del debito pubblico, ed a quelli del Fiscal compact, per rendersene conto. Solo di interessi il debito pubblico costerà quest'anno 85 miliardi come minimo. Mentre il Fiscal compact, che entrerà in vigore nel 2014, comporterà un drenaggio di risorse pari a 55 miliardi annui per 20 anni. (vedi tabella sopra)

Ecco, cosa si fa di fronte a queste cifre spaventose, che annunciano nuovi e più pesanti sacrifici per la povera gente? Si fa della propaganda, peraltro debole, facilmente smontabile, palesemente buffonesca. Forse si potrebbe dire che anche in questo caso il governo del niente ha prodotto il nulla. Ma sarebbe troppo generoso, perché questi buffoni sono anche delinquenti al servizio di oligarchie pronte ad affamare interi paesi pur di non mollare la preda. Più precisamente, sono anzi essi stessi parte del blocco oligarchico responsabile della macelleria sociale in corso.

Criminali dunque. Nemici, non semplici avversari. Ma anche un po' buffoneschi nella loro pretesa, questa sì ridicola, di essere creduti come gli ennesimi «Salvatori della patria». Un'illusione già coltivata dal predecessore Monti - abbiamo visto con quali risultati - ed oggi rilanciata dal successore Letta. Ma una buffonata è una buffonata, anche se diffusa via Twitter. E questo chiunque è in grado di capirlo abbastanza alla svelta.

mercoledì 3 luglio 2013

GRILLO DEVE DIRE COME STANNO DAVVERO LE COSE di Piemme

3 luglio. Chi sia Luigi Bisignani (a destra nella foto) molti dovrebbero saperlo. Un potente "faccendiere", che quindi ha attraversato dall'interno le diverse cosche politiche e affaristiche che dominano nel nostro paese. Uno, insomma, che ne sa una più del diavolo. 
Lo stesso Corriere della Sera del 5 giugno 2011, in occasione del suo arresto per l'inchiesta della Procura di Napoli sulla "P4" lo definiva "uno degli uomini più potenti d'Italia.

Ebbene, il Bisignani ha appena dato alle stampe un libro intervista «L'uomo che sussurra ai potenti» (edizioni Chiarelettere).  Nel libro il faccendiere rivolge accuse pesantissime a Beppe Grillo, quella più clamorosa è che Grillo sarebbe entrato in politica con il M5S in combutta con le autorità statunitensi. 

Sentiamo:
«Il faccendiere, oltre a raccontare una vicenda già conosciuta come il pranzo tra Beppe Grippo e alcuni agenti e diplomatici amercani e il dispaccio dell'ex ambasciatore Ronald Spogli, aggiunge: "Avendo avuto anch'io il dispaccio in mano, c'é qualcosa che andrebbe approfondito" in quanto sono stati occultati "chirurgicamente quasi tutti i destinatari sensibili" tra cui oltre alla Casa Bianca, al Dipartimento di Stato e alla Cia "c'é da scommetterci ci fosse il Dipartimento dell'energia e la National Secuity Agency, che si occupa soprattutto di terrorismo informatico". "Agli americani - spiega Bisignani - è noto il rapporto strettissimo che Grillo ha con due loro vecchie conoscenze. Franco Maranzana, un geologo controcorrente di 78 anni, considerato il suo più grande suggeritore su tematiche energetiche e ambientali non politically correct, in contrasto così con la linea ecologica che viene attribuita al movimento. E soprattutto Umberto Rapetto, un ex colonnello della Guardia di finanza"».
I casi sono due soltanto: o Bisignani dice il falso o dice il vero. 
In tutti e due Beppe Grillo è tenuto a dire come stanno le cose. Il suo silenzio —poiché non ci risulta alcuna smentita ufficiale— è come minimo inquietante.

Noi non ci stupiremmo, che Bisignani, da uomo ligio agli interessi dei poteri forti, abbia deciso, per rendere l'ultimo servizo, non tanto di vuotare il sacco, ma di costruire una vera e propria bufala per danneggiare, colpendo Grillo, il Movimento che rappresenta una spina nel fianco del partito unioco Pd-Pdl, ovvero della classe dominante.

A maggior ragione Grillo non può tacere ed è tenuto a dissipare ogni dubbio.

Chi scrive è uno degli otto milioni e passa che a febbraio hanno votato per M5S, se non a nome di tutti di una loro gran parte, ritiene di avere il diritto di sapere come stanno le cose.




martedì 2 luglio 2013

EGITTO: L'ORA DELLA VERITÀ PER LA FRATELLANZA MUSULMANA di Campo Antimperialista

2 luglio. Mentre pubblichiamo questo articolo le agenzie battono la notizia che il contestato Presidente Morsi ha respinto l'ultimatum dell'Esercito (vero dominus in questo paese) che gli chiedeva di farsi da parte. Il partito al potere, i Fratelli musulmani hanno chiamato i loro seguaci alla mobilitazione generale.Si va verso una finale resa dei conti?


«Quando nel gennaio 2011 milioni di egiziani dilagavano per le strade facendo barcollare e poi cadere il regime tirannico di Mubarak, questo si difese denunciando un “complotto internazionale ordito dai nemici dell’Egitto. E’ sorprendente che in queste ore, mentre milioni di egiziani si stanno nuovamente riversando nelle strade per chiedere le dimissioni di Morsi e assaltano le sedi della Fratellanza musulmana, questa’ultima ricorre al medesimo patetico alibi, quello del “complotto dei nemici dell’Egitto”.

Stupidaggini. Nessun complotto poteva spingere milioni di cittadini a rischiare la pelle per abbattere la dittatura di Mubarak, né tantomeno oggi l’accusa di “cospirazione esterna” può spiegare le ragioni profonde di una protesta popolare tanto massiccia.

E chi sarebbero del resto questi nemici che vorrebbero far saltare per aria un paese la cui stabilità interna è condizione imprescindibile di quella regionale e della pax americana? Non se ne vedono.

In realtà il principale nemico di Morsi si è rivelato essere egli stesso, tanti e tali sono stati gli errori compiuti dal suo governo. La spaventosa crisi economica che strozza l’economia egiziana, con lo strascico di miseria per le larghe masse rurali e urbane, se è la causa fondamentale delle proteste di massa, ha contribuito ad ingigantire gli sbagli del governo della Fratellanza musulmana.

Primo su tutti la boria politica, la presunzione di questa tentacolare confraternita (partito per modo di dire) di essere autosufficiente e di potere imporre assetti costituzionali di tipo settario e antidemocratico. Mentre gli egiziani, non solo quelli più poveri ma pure il ceto medio, chiedevano rimedi alla crisi economica, Morsi, ubbidendo ad un riflesso condizionato (e alla grande borghesia commerciale sunnita), era tutto indaffarato a modellare le istituzioni in base ai disegni della Fratellanza, ed a piazzare gli uomini di questa nelle posizioni chiave dell’apparato statuale. Ha incontrato sulla sua strada non solo la resistenza di apparati statuali mubarakiani, ma l’ostilità crescente delle opposizioni politiche, sociali e religiose. Morsi le ha non solo sottovalutate; cercando di metterle in un angolo, rifiutando ogni dialogo, respingendo l’idea di un percorso inclusivo per scrivere una nuova Costituzione democratica, ha compiuto il miracolo di unire la gran parte dei suoi avversari in un blocco unico, nel Fronte nazionale di salvezza (Fns), che è quello che ha chiamato alle imponenti manifestazioni di domenica 30 giugno, svoltesi all’insegna del grido irhal! Vattene!

Se la Fratellanza musulmana è un coacervo interclassista anche il Fns certamente lo è. Nel Fns si riconoscono forze di sinistra, anche radicale, e sindacati dei lavoratori, ma alla guida ci sono senza dubbio pezzi di borghesia che non accettano uno Stato di tipo islamico, che le vedrebbe fortemente emarginate. Non c’è dubbio che dietro le quinte, in appoggio al Fns si agitino anche i cascami del vecchio regime mubarakiano, notabili e alti burocrati che sperano si ritornare al potere. Un rischio reale che potrà essere sventato solo a condizione che la mobilitazione non si fermi, nemmeno davanti alle probabili dimissioni di Morsi, e che vada fino alla vittoria, ovvero alla formazione di una assemblea costituente.


La caduta di Morsi sotto la pressione della mobilitazione non avrebbe solo pesanti ricadute sulla compattezza della Fratellanza musulmana egiziana (facendo venire alla ribalta le sua componenti più democratiche e lontane da una visione confessionale), avrebbe effetti a cascata su tutta la rete islamica che fa capo alla Fratellanza, dal Marocco alla Turchia, passando anche per la Palestina e la Siria. Quel che accade in Egitto è infatti il momento della verità per tutta la sterminata confraternita della Fratellanza, che per ora vede unite le diverse sue anime politiche e religiose, da quella filo-turco-qatariota a quella filo-americana, da quella salafita filo-saudita a quella che guarda di buon occhio all’amicizia con l’Iran shiita. Le divisioni interne alla Fratellanza, già emerse prima delle elezioni che portarono all’ascesa dell’imbelle Morsi, potrebbero deflagrare con conseguenze, appunto, a livello regionale — nonché sulla capillare rete di moschee sparse per l’Europa e gli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti di Obama, che finirono per abbandonare Mubarak al suo destino e consacrare l’ascesa al potere della Fratellanza, per adesso stanno alla finestra. Non hanno ancora deciso da quale parte far pendere il loro pendolo. La Casa Bianca pensa di essere in una botte di ferro avendo dalla sua il potente esercito egiziano, alle sue dipendenze e che detiene il potere di ultima istanza.

Il rischio, se l’Egitto precipitasse nel caos, potrebbe quindi essere un golpe militare. Un esercito che si porrebbe formalmente come organismo super partes, ma che finirebbe per imporre la propria dittatura per nome e per conto dell’amministrazione nordamericana».


* Fonte: Campo Antimperialista

lunedì 1 luglio 2013

IL TEMPO È SCADUTO (alle porte dell'assalto finale) di Moreno Pasquinelli

1 luglio. 
Era il 2009 quando lo tsunami della crisi giunse in Italia, e in Europa. Eravamo soli, o quasi, allora, a segnalare che non si trattava di una delle solite crisi cicliche a cui sarebbe presto seguita la “ripresa”. Sostenevamo che eravamo entrati in una crisi storico-sistemica e che una catastrofe economica e sociale senza precedenti era alle porte (e chiamavamo a sventarla).  

Quelli che pensavano ad una crisi grave ma passeggera del capitalismo, dicevano: “Siete dei catastrofisti. Vedrete che ne usciranno in qualche maniera, ci metteranno una pezza, e la ruota tornerà a girare come prima”. 
Chi aveva ragione?

Nel 2010, mentre la Grecia affondava, noi dicemmo un’altra cosa: che l’Europa sarebbe stata l’epicentro della catastrofe, che la stessa Unione europea, costruita sul pilastro della moneta unica, sarebbe andata in pezzi. Affermammo che la crisi dell’eurozona non si arrestava in Grecia, che essa era destinata a travolgere il nostro paese, che se volevamo evitare la catastrofe avremmo dovuto abbandonare la nave eurista oramai alla deriva, riguadagnare subito la sovranità politica e democratica, a cominciare da quella monetaria. 

Chi aveva ragione?

La catastrofe non è stata evitata, ora ci siamo dentro fino al collo. Quattro anni di recessione hanno infatti avuto, sul tessuto sociale del nostro paese, gli stessi effetti di una guerra. Una guerra che è ancora in corso, tuttavia, perché i criminali che l’hanno voluta non hanno ancora raggiunto il loro scopo.

Chi l’ha voluta? E qual è il loro scopo?

L’ha voluta la nuova classe dominate globale, composta dai giganti della finanza parassitaria, quella fondata sulla rapina delle conquiste sociali di mezzo secolo, dei diritti popolari, dei beni comuni, delle risorse naturali. Una guerra predatoria globale che, dopo essere stata sperimentata con successo ai danni dei paesi più poveri, è stata scatenata anche verso “paesi maiali” come l’Italia.

Lo scopo recondito di questa classe parassitaria e criminale è depredare la ricchezza accumulata da alcune nazioni, per impossessarsene e quindi giocarsela nelle bische del capitalismo-casinò. Nei disegni di questa classe globale ci sono infatti una nuova divisione mondiale del lavoro, nuovi equilibri geopolitici, un assetto globale in cui queste nazioni sono condannate all’inferno, a diventare colonie, fornitrici di forza-lavoro e merci a basso costo nonché avamposti militari per soggiogare altri popoli.
Moreno Pasquinelli


Questo esito è stato meticolosamente e lungamente preparato. Occorreva privare le nazioni della loro sovranità politica, togliergli ogni strumento di autodifesa. L’Unione europea a questo è servita, a disarmare paesi come il nostro, ad abbattere ogni paratia difensiva, per poterli così meglio esporre all’offensiva predatoria. Non saremmo finiti nell’abisso dove siamo se la classe criminale globale non avesse prima infiltrato con uomini fidati le istituzioni europee e nazionali, corrotto e posto al suo proprio servizio partiti, mezzi di comunicazione, mondo della cultura.

Questa guerra economica è ad uno stadio già molto avanzato, ma non è affatto terminata. Siamo alle porte dell’ultimo assalto, del bombardamento finale. E’ questione non di anni, è questione di mesi.

Attenderanno le elezioni tedesche, per verificare la solidità della loro piazzaforte tedesca. Quindi le cosche dell’alta finanza globale scateneranno l’attacco finale.

In cosa consisterà?

Non è difficile immaginare il come. Consisterà in una vendita massiccia di titoli di stato, di abbligazioni e azioni delle grandi banche, lo spread schizzerà alle stelle e il nostro paese andrà in default. Così, forti dell’ausilio dei gaulaiter che hanno piazzato alla testa delle istituzioni, delle banche, dei partiti, le cosche globali daranno l’assalto alla ricchezza nazionale di cui non si sono ancora impossessati. Costringeranno il governo a dichiarare lo Stato d’eccezione, a chiedere alla Bce e alla troika di correre in soccorso dell’Italia. In cambio, come insegnano la Grecia e Cipro, vorranno che siano rispettate condizioni ancor più atroci di quelle che abbiamo conosciuto con Monti. Queste cosche imporranno di svendere gli ultimi gioielli di famiglia, dopo aver fatto crollare i loro valori vorranno impadronirsi di banche e aziende. Rapineranno poi gli ultimi risparmi dei cittadini sequestrando i loro conti correnti. Imporranno una patrimoniale che trasformerà milioni di italiani in mendicanti. Altre migliaia di aziende chiuderanno, assieme a pezzi dell’amministrazione pubblica e la disoccupazione andrà alle stelle.

E’ evidentissimo che l’eurozona scoppierà. Queste stesse cosche che oggi terrorizzano i cittadini affermando che se la moneta unica morisse sarebbe la fine, saranno esse per prime a decretarne il decesso. E vedrete! proprio quelli che oggi gridano “Euro o morte!”, ci diranno con nonchalance che sganciarsi dall’euro sarà indispensabile “per la ripresa”, che altre volte aree monetarie uniche sono andate in frantumi e quindi piloteranno lo sgretolamento proprio per nome e per conto della grande finanza predatoria globale.

Sarà uno shock sociale senza precedenti che i suoi demiurghi sperano poter gestire senza grandi scosse sociali. Ovvero col popolo docile e in ginocchio.

Il tempo è scaduto. Scaduto da tempo per la sinistra di governo asservita ai criminali. Scaduto per la sinistra d’opposizione che non ha né saputo né voluto sganciarsi dalla narrazione globalista e europeista. Il tempo sta per scadere per il Movimento 5 Stelle, che sta dissipando in maniera patetica il deposito di indignazione sociale incassato alle ultime elezioni, dimostrandosi del tutto inadeguato alla sfida dei tempi, del tutto incapace di indicare un’alternativa e quale sia la strada da percorrere.

Siamo ad uno snodo delicatissimo: se le classi dominanti non riusciranno a governare come adesso e dovranno ricorrere a mezzi speciali, il popolo non può più vivere come prima. I due ingredienti principali che se mescolati possono innescare l’esplosione stanno venendo a contatto.

Una rivolta potrebbe scoppiare, e potrebbe scatenare la sollevazione generale, malgrado il popolo lavoratore sia disarmato, privo di organizzazione e di direzione. Riusciremo a costruirli nel fuoco della battaglia?

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