domenica 22 settembre 2013

PIDDINE PULSIONI DI MORTE di Piemme

22 settembre. Caos kafkiano all'Assemblea nazionale del Partito democratico. L'assise tanto attesa doveva decidere le regole di congresso e primarie. Non s'è deciso un fico secco, per la semplice ragione che il numero legale non c'era. Dei mille delegati aventi diritto, infatti, non era presente nemmeno la metà. Il che si vedeva a colpo d'occhio, e la Presidenza evidentemente lo sapeva, ovvero sapeva che non si sarebbe deciso niente. Forse l'Assemblea non doveva decidere niente, poiché tutto dovrà essere deciso dagli oligarchi in camera caritatis, con la direzione nazionale del prossimo 27 settembre.

Come i lettori possono immaginare di Matteo Renzi a noi non piace niente (al sottoscritto ispira anzi una viscerale antipatia), ma quando il sindaco di Firenze dice che il Pd è in mano ad un ristretta cerchia di oligarchi, ha ragione da vendere. Tutti i sondaggi confermano che se si andasse a votare e il Pd candidasse Renzi come Primo ministro, ai berluscones farebbe cappotto, e il Cavaliere, oltre che per via giudiziaria, sarebbe "asfaltato" per via politica. 

Vi siete chiesti come mai gli oligarchi piddini vogliono sbarrare la strada ad un leader che farebbe resuscitare un partito moribondo?

Divergenze politiche? Diverse idee su come venir fuori dalla crisi? Diverso approccio sull'euro?  Diverse idee sul rispetto dei diktat europei? Macché! Al Renzi non passa per la testa di contestare il pareggio di bilancio in Costituzione, il folle parametro del 3% di deficit sul Pil, le misure draconiane d'austerità, quindi le politiche di taglio alla spesa pubblica e le privatizzazioni. Non ha detto una parola quando Olli Rehn, giorni orsono, è venuto a Roma a ricordare che l'Italia non è sovrana e che la politica economica è stabilità dalla sua Commissione a Bruxelles e dalla Bce a Francoforte.

Renzi da fastidio perché dice di voler "rottamare" la cricca di oligarchi che guida il Pd. E fa ancora più paura agli oligarchi perché essi sanno che gran parte della base di quel partito è con lui.

Gli oligarchi non vogliono essere tolti di mezzo. C'è chi ha scelto, come i dalemiani, la linea dura, opponendogli Cuperlo. Ci sono quelli che pur di restare attaccati ai loro posti prestigiosi sono già saliti sul suo carro.

Cos'è diventato, dunque, il Pd? Che sia la principale longa manus in Italia della confraternita dei tecnocrati liberisti che governa l'Unione europea per nome e per conto delle banche d'affari e della grande finanza predatoria —che quindi il Pd, per gli interessi che tutela, sia un partito di destra— lo diciamo da sempre.

Ma c'è di più. Le vicende della sua permanente crisi interna, o crisi di regime interno, ci dicono che questo partito è qualcosa di peggio. L'essere diventato organo dei settori globalisti della borghesia, o dei suoi settori predatori, ha profondamente inciso sulla sua struttura interna. E' diventato un partito di tipo feudale, una corte di principi e signori, con il loro codazzo di vassalli locali o di valvassori annidati tra le pieghe degli apparati statuali. Cinici, corrotti, privi di scrupoli, assettati di potere. La sola differenza coi berluscones è che essi sono, come i diadochi scomparso Alessandro, privi di un leader carismatico che li obblighi all'obbedienza.

Questi boiardi percepiscono Renzi come uno che aspira a fare il monarca assoluto e che abbia in mente di farli tutti fuori. Così, in barba ai loro discorsi ipocriti sul "senso di responsabilità  data la grave crisi del paese" se le danno di santa ragione e si azzannano senza pietà per spartirsi poteri, feudi e satrapie. Una lotta che si va accentuando in queste settimane perché con Berlusconi al tramonto e le elezioni alle porte,  essi sentono il profumo intenso di un bottino senza precedenti. Un profumo che li inebria e li ottunde a tal punto da fargli perdere non solo ogni contatto con la realtà del paese, ma il rischio che corrono di essere presto spazzati via.
TROLL: «Con il termine troll, nel gergo di internet, e, in particolare, delle comunità virtuali, si indica una persona che interagisce con gli altri utenti tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente senza senso, con l'obiettivo di disturbare la comunicazione e fomentare gli animi».
Con la crescita dei contatti e dei lettori, sollevAzione attira le attenzioni di  cafoni che si dilettano a commentare insultando gli autori degli articoli e/o la redazione. Continueremo sistematicamente a cancellarli.

MISERIA DEL LAICISMO di Diego Fusaro

22 settembre. Il primo gesto filosofico consiste sempre nell’esercizio del dubbio, vuoi anche nella cartesiana forma “iperbolica”, rispetto ai luoghi comuni e alle verità inerzialmente ammesse dai più. Il cosiddetto laicismo può, a giusto titolo, costituire un fecondo luogo di esercizio del dubbio filosofico. Il laiscimo – vera e propria religione del nostro tempo – si presenta urbi et orbi come ideologia neutra e avalutativa, che assume come scopo primario la liberazione dell’uomo dalle visioni assolutistiche, quando non fondamentalistiche, e dunque anzitutto da quelle religiose.

È questa, salvo errore, la cifra del laicismo da Paolo Flores D’Arcais a Eugenio Scalfari, da Michel Onfray a Piergiorgio Odifreddi, giusto per citare i principali esponenti di questo neoilluminismo che si autocelebra come il fronte più avanzato dell’emancipazione. Per essere il più sintetico e il più chiaro possibile, il laicismo è assai peggio del mare che aspirerebbe a curare. E perché? Per il fatto che, contestando tutti gli Assoluti che non siano quello immanente della produzione capitalistica, il laicismo integralista si pone come il completamento ideologico ideale del dilagante fanatismo economico, in cui l’Economist diventa l’Osservatore Romano della globalizzazione capitalistica e le leggi imperscrutabili del Dio monoteistico divengono le inflessibili leggi del mercato mondiale. In questo, il laicismo rivela la sua natura di fondamentalismo illuministico svuotato della sua nobile funzione emancipativa (à la Voltaire, per intenderci) e ridotto a semplice funzione espressiva del capitale e delle sue lotte contro ogni divinità non coincidente con il mercato.


Per gli odierni corifei del laicismo, instancabili lavoratori presso la corte del re di Prussia, la sottomissione alla superstizione religiosa dev’essere destrutturata in modo che domini incontrastata la sola superstizione economica. L’obbedienza servile deve essere riservata unicamente all’economia, alle “sfide della globalizzazione”, all’insindacabile giudizio del mercato, al vincolo del debito e alla dittatura delle agenzie di rating. L’essenza intimamente teologica del nuovo ordine della produzione – il nomos dell’economia – affiora eminentemente dalla sua pretesa assolutistica di esaurire il senso delle cose, ponendosi come fondamento incondizionato del reale e del simbolico, coartando gli uomini a praticare un culto ignaro e alienato al cospetto della propria forza associata e, al tempo stesso, disgiuntasi da loro e tale da non venir più riconosciuta nella sua reale configurazione di prodotto storico della prassi oggettivata. Forse che l’Assoluto del nostro tempo non è il monoteismo del mercato? Forse che la teologia del nostro tempo non è l’economia, ossia la teologia della disuguaglianza sociale? Per i laicisti no, il problema è sempre e solo il Dio trascendente, è sempre e solo il fanatismo della religione tradizionale. È il capitale stesso che deve delegittimare ogni religione che non sia il monoteismo del mercato: qui emerge chiaramente il ruolo di instancabili lavoratori presso la corte del re di Prussia dei fanatici del laicismo.

Il vero dilemma del nostro tempo non sta nell’ennesima riproposizione di un illuminismo che contesti le divinità trascendenti: è questo, per inciso, l’ostinato orizzonte illuministico di una sterminata galassia di testi recenti – come il Traité d’athéologie, del 2005, di Michel Onfray –, che già ai tempi di Feuerbach sarebbero stati considerati “superati”. Al contrario, ciò di cui più si avverte il bisogno, oggi, è un nuovo illuminismo che contesti incondizionatamente l’Assoluto capitalistico e l’esistenza di presunte leggi economiche oggettive della produzione, sottoponendo a critica l’onnipervasivo monoteismo del mercato senza per questo cadere nell’elogio nostalgico dei comunismi novecenteschi. Mi si permetta di concludere sostenendo senza remore che, supporto ideale per l’universalizzazione della forma merce, il laicismo si configura oggi come l’involucro ideologico per la globalizzazione, per il liberalismo e per la santificazione del monoteismo del mercato. Per questo, se mi si definisce laico, respingo garbatamente la definizione.


* Fonte: LO SPIFFERO

venerdì 20 settembre 2013

la sinistra e l'euro (2) QUALE BLOCCO SOCIALE PER L'USCITA? di Mimmo Porcaro

20 settembre. Mimmo Porcaro (nella foto) è un fine intellettuale marxista. Da tempo tuona contro la moneta unica e l'Unione europea sottolineandone la natura liberista, oligarchica e imperialista. Per questo striglia la cosiddetta "sinistra radicale" che non si decide a rompere con l'inganno europesista.
Porcaro si spinge oltre e si chiede quali siano le forze sociali che romperanno la gabbia eurista, e spiega perché la vecchia classe operaia non potrà giocare un ruolo guida del fronte ampio che ci auspichiamo.

A fine primavera eravamo in pochi, a sinistra, a sostenere la necessità di rompere con l’euro, se non con l’Ue in quanto tale, facendo finalmente eco a coloro che già dall’inizio – onore al merito – avevano capito che l’euro era una iattura per i lavoratori europei.

A fine estate il numero dei critici della moneta unica di colpo si è accresciuto: sarà la presa di posizione di un leader come Lafontaine e di alcuni dirigenti spagnoli, sarà la rottura delle reticenze da parte di Le Monde Diplomatique, sarà la durezza della realtà, fatto sta che ormai anche tenaci europeisti come Alfonso Gianni sono costretti ad immaginare, quantomeno, una pur improbabile via di mezzo tra euro e no. E fatto sta che, pur prendendo garbatamente le distanze dalle posizioni anti-euro, Mario Candeias – figura di spicco della Fondazione Rosa Luxemburg – deve dichiarare che nulla ci si può attendere dai lavoratori tedeschi (alleati agli esportatori del loro Paese) e che una riforma dell’Ue può partire solo dal sud Europa: che è come dire implicitamente che un “movimento europeo” è impossibile e che si deve ripartire da un’alleanza tra nazioni che rivendicano almeno una parte della loro sovranità.

Questo coro di critiche all’Unione (tanto ampio da includere anche studi di provenienza bocconiana: si veda, in Costituzionalismo.it, il recente lavoro di Luca Fantacci ed Andrea Papetti) ci esime, almeno per questa volta, dal tornare sui motivi che le legittimano; così come ci riserviamo di analizzare in seguito le diverse proposte di uscita totale o parziale dalla situazione attuale. Per adesso vorremmo solo indicare alcune conseguenze di questo improvviso “disamore” verso l’euro, ossia alcune implicazioni di quelle proposte, spesso sottovalutate dai loro stessi autori.


       MIMMO PORCARO: «LA SINISTRA DEVE DIRE NO ALL'EURO»

La prolusione di Mimmo Porcaro nell'ambito del convegno 
sulla crisi promosso dal Prc, svoltosi a Roma il 4 maggio 2013


Prima implicazione: ogni seria, pur se moderata, riforma della situazione attuale porterebbe alla dissoluzione della zona euro e quindi probabilmente alla fine dell’Unione. E ciò per il semplice fatto che la frazione dominante del capitalismo europeo (quella bancaria) ed il Paese dominante dell’Unione (la Germania) sono certamente convinti fautori dell’euro, ma solo dell’euro così com’è: perché la sua stabilità garantisce i creditori; perché la sua netta sottovalutazione rispetto ai valori dell’economia tedesca (una vera e propria svalutazione stabile) avvantaggia gli esportatori di quel Paese; perché l’impoverimento indotto nei paesi debitori, anche se da una parte fa diminuire la domanda di merci tedesche, dall’altra favorisce nettamente la centralizzazione del capitale nel nucleo forte d’Europa. Quindi questo euro va bene, ma ogni altra forma no. Per conseguenza anche chi non se la sente di proporre decisamente la rottura e pensa piuttosto ad una riforma dei trattati o ad una moneta comune deve prepararsi a gestire, in caso di vittoria, la crisi ed il collasso dell’intera costruzione comunitaria. E se non lo fa è un irresponsabile. Siamo troppo netti, troppo dogmatici?

Escludiamo a priori tendenze riformiste nel capitalismo tedesco? No: diciamo soltanto che al momento non si vede nessuna, ma proprio nessuna di queste tendenze (nemmeno, per intenderci, nei socialdemocratici tedeschi), che al momento dalla Germania possono venire solo alcune concessioni tattiche e che una tendenza riformista potrebbe eventualmente mostrarsi solo di fronte ad una decisa posizione dell’Europa del sud, del tipo “O si cambia o ce ne andiamo”. Siamo in grado di fare una proposta del genere, magari anche in sede di elezioni europee?

Seconda implicazione: è ora che il nostro Paese ripensi radicalmente la propria collocazione internazionale, affrancandosi dal rapporto servile con l’occidente neoliberista e rivolgendosi all’area mediterranea ed ai Brics, Paesi che per amore o per forza devono puntare su economie semi-regolate e sulla limitazione di quella libera circolazione dei capitali che ha distrutto la forza dei lavoratori. Altrimenti passeremmo dalla padella dell’Ue alla brace della zona atlantica di libero scambio, divenendo terreno di conquista del capitale Usa. L’uscita da sinistra dall’euro richiede l’uscita dalla subordinazione atlantica e dunque anche dalla Nato: ogni diversa soluzione sarebbe peggiorativa. Quello che si prospetta è insomma un tornante assai serio e pericoloso, ma ineludibile. E, per coloro che sventolano la bandiera rossa, è una grande occasione per superare le condizioni strutturali che hanno reso impossibile, in Italia, ogni seria ipotesi socialista. Ma anche per coloro che si attestano sulla difesa della Costituzione la scelta è inevitabile, giacché i più grandi insulti alla Carta fondamentale sono venuti proprio dall’alleanza atlantica, con la guerra, e dall’Unione europea che eliminando la sovranità nazionale ha distrutto il presupposto elementare della democrazia e della Costituzione stessa. Saremo consapevoli della necessità e della durezza della scelta? Sapremo costruire la forza politica ed il consenso popolare necessari a gestire questo passaggio davvero epocale?

Terza implicazione: come i preti che, per tener buoni borghigiani e villici, facevano affrescare le chiese medievali con truculente immagini dell’inferno, i fanatici dell’euro ci terrorizzano con l’elencazione delle infauste conseguenze della rottura, ossia svalutazione galoppante, crollo di tutti gli indicatori interni, salari falcidiati, miseria, fame. Si tratta di palesi esagerazioni contro le quali è doveroso polemizzare sempre, senza però cadere in una opposta e colpevole faciloneria. L’uscita dall’euro implicherebbe davvero, in un primo momento, seri problemi, ed è anche per questo che il Paese sceglierà questa soluzione solo quando sarà disperato. Tali problemi potrebbero essere risolti o attenuati solo da misure di tipo semi-socialista: la limitazione dei movimenti del capitale, la protezione dei salari, la nazionalizzazione delle imprese strategiche e soprattutto delle banche (che altrimenti sarebbero facile preda di acquisizioni ostili in quanto colpite dalla rivalutazione del loro debito con l’estero); la centralizzazione della politica industriale. Insomma: una pur parziale prospettiva socialista non è più un pio desiderio di alcuni di noi ma una necessità imposta dalle esigenze di sopravvivenza del Paese. Il che ci costringe a fare sul serio e a non parlare più solo di diritti e reddito, ma anche di proprietà e di organizzazione della produzione. Ne saremo capaci?

Quarta implicazione: tutto quello che si è detto sopra presuppone un significativo ampliamento e mutamento del nostro fronte sociale. Bisogna prendere atto che i lavoratori stabilmente occupati, anche se sono un elemento essenziale per la trasformazione del Paese, sono al momento alleati col capitale europeista e che le strutture sindacali e politiche a cui essi fanno normalmente riferimento sono vere e proprie cinghie di trasmissione dei desideri di quel capitale. Questa frazione di lavoratori non può più, almeno per adesso, essere considerata come la guida del nostro fronte, ed il rapporto col mondo del lavoro non può risolversi tutto nella relazione con questo o quel sindacato maggioritario, fosse anche quello più “di sinistra”. Pur continuando la nostra battaglia politica all’interno del lavoro stabile e dentro/contro i sindacati maggioritari, la nostra principale cura deve essere quella di aggregare lavoratori precari, atipici ed autonomi, e comunque tutti coloro che sono costretti a proporre soluzioni radicali della crisi attuale. E deve essere quella di sfondare il blocco sociale della destra aggregando (oltre a parti non irrilevanti della piccola-media impresa esportatrice) le frazioni più deprivate del proletariato e i piccoli imprenditori già berlusconiani attorno ad un programma che, pur mantenendo fermo il valore della lealtà fiscale, rimandi il pieno recupero della piccola evasione ad una futura fase di ripresa economica, e riduca sensibilmente le sanzioni attuali. In un primo momento i soldi non vanno rastrellati tra i (numerosi) piccoli evasori, ma presi ai grandi evasori e alle banche (nazionalizzazione) e sottratti al capitale finanziario internazionale (ridefinizione del debito e nuovo ruolo della Banca d’Italia). Solo dopo si potrà procedere ad una graduale regolarizzazione fiscale e ad un graduale superamento delle arretratezze della piccola impresa. Sapremo uscire dalle vecchie abitudini mentali ed immaginare un fronte sociale davvero nuovo, capace di farci divenire, potenzialmente, forza maggioritaria nel Paese?

Se risponderemo positivamente a tutte queste domande la fine dell’euro segnerà la nascita di una vera e nuova sinistra italiana, inevitabilmente orientata al socialismo. Altrimenti sarà gestita da qualche capopopolo avventurista o rimandata sine die dall’ineffabile PD: in ogni caso la conseguenza sarà la rovina dell’Italia.

giovedì 19 settembre 2013

SIRIA: COSA È DIVENTATA QUESTA GUERRA E COME FERMARLA di Wilhelm Langthaler*

19 settembre

«Tiriamo un sospiro di sollievo per il fatto che la minaccia di un'imminente aggressione degli Stati Uniti alla Siria sia stata sospesa e un canale diplomatico aperto. Ma lo spettro della potenza militare degli Stati Uniti rimane al suo posto e la sanguinosa guerra civile continua. Dobbiamo quindi intensificare la campagna contro l'intervento straniero,  soprattutto quello occidentale. Ma allo stesso tempo dobbiamo aiutare ad aprire la strada ad un governo di transizione che soddisfi le richieste del movimento popolare democratico.

Fin dall'inizio del conflitto ci siamo opposti fermamente a qualsiasi ingerenza straniera e a maggior ragione  all'intervento militare. Come opposizione anti-sistemica in Occidente consideriamo come nostro compito principale combattere l'imperialismo e il neocolonialismo sotto le mentite spoglie di umanitarismo, di esportazione della democrazia, di protezione dei civili o camuffamenti simili. Questa è una questione di principio che si è dimostrata valida in Jugoslavia, in Afghanistan, in Iraq e in molti altri luoghi.

In Siria l’ingerenza straniera è stata fondamentale nel trasformare il movimento sociale, democratico e civile delle masse popolari in una guerra civile settaria distruggendo la speranza di vittoria delle classi sociali subalterne opposte alle elite dominanti.

All'origine di questa tragica metamorfosi c’è stato sicuramente il rifiuto della leadership di Assad di concedere sostanziali diritti democratici. Il movimento popolare è stato semplicemente schiacciato con la forza bruta — la famigerata "soluzione sicurezza". Così, fino ad oggi, non solo le frange armate della ribellione sono state colpite dalle truppe governative, anche gli organismi popolari in rivolta hanno subito una spietata guerra asimmetrica — che oltretutto ha ricalcato i sistemi strategici anti-insurrezionali americani di prosciugamento dell’acqua per asfissiare i pesci. La leadership di Assad ha copiato e incollato la narrazione ideologica statunitense della guerra al terrore negando totalmente le ragioni sociali soggiacenti alla rivolta. Fino ad oggi il regime siriano si è rifiutano di fare qualsiasi concessione, qualsiasi compromesso, qualsiasi gesto simbolico significativo che andasse incontro alle richieste popolari, fornendo così all'imperialismo il pretesto per intervenire.

A sua volta la quasi fulminea ingerenza straniera, prima di tutto da parte della Turchia e delle monarchie del Golfo ha fortemente guidato e accelerato la spirale di militarizzazione e confessionalizzazione. Mentre il regime nasconde il suo comunitarismo de-facto dietro una laicità di facciata, i jihadisti e altri islamisti si vendicano in modo apertamente settario. Essi stanno diffondendo il terrore tra le minoranze e contribuiscono a loro modo a distruggere il movimento popolare democratico.

Un attacco militare degli Stati Uniti, tuttavia, non porrebbe in alcun modo fine a questa guerra civile ma, al contrario, darebbe la stura ad una più grande carneficina confessionale.

L'unico modo per uscire da questo disastro, ponendo fine della guerra civile, è una soluzione politica basata su un compromesso geopolitico tra Stati Uniti e Russia — nonostante il fatto innegabile che ad entrambi non interessi nulla dei diritti democratici del popolo, visto che tutti e due sono alla ricerca della loro parte di bottino. Questo ri-bilanciamento globale di interessi rappresenterebbe solo la cornice di una soluzione politica, sarebbe una condizione necessaria ma non sufficiente. Il conflitto interno mantiene uno suo slancio autoctono e richiede il proprio riequilibrio.

Senza un massiccio intervento degli Stati Uniti (che noi rifiutiamo e combattiamo ) non c’è tuttavia nessun modo per entrambi i fronti di vincere militarmente la guerra. L’escalation militare e il settarismo camminano mano nella mano ed entrambi i lati stanno radunando le loro forze. Poi vi è il supporto straniero per entrambe le parti che possono così disporre di ingenti risorse. Tutto ciò porta ad uno scenario di anni di guerra civile di lunga durata.

Un assalto aereo americano a favore della rivolta, nell'attuale situazione di stallo strategico, farebbe fare progressi significativi al jihadismo, che è la più forte forza armata sul terreno. Washington non vuole andare troppo lontano su questa strada.

Dal punto di vista popolare  e democratico un cessate il fuoco è necessario al più presto possibile. (In ultima istanza anche per gli Stati Uniti e la Russia non c’è altra via d'uscita). Ma internamente sarà possibile solo in un processo dialettico che porti anche ad un governo di transizione. Esso dovrebbe avere lo scopo di definire la struttura di un processo costituzionale e, infine, anche stabilire delle elezioni. Ciò significa che il gruppo dirigente di Assad deve lasciare la sua pretesa esclusiva sul potere. A sua volta l'altro lato deve riconoscere che la leadership di Assad rappresenta alcuni settori popolari (prima di tutto gli alawiti e, in parte, anche altre minoranze, volenti o nolenti).

La costituzione di gruppi settari confessionali a causa della guerra civile e dell'ingerenza straniera è un fatto innegabile. Così anche a questo livello deve essere raggiunto un compromesso per garantire la sicurezza delle minoranze. Mantenere il repubblicanesimo francese formale (che in Siria è in realtà un comunitarismo camuffato) significa versare benzina sul fuoco del settarismo. Quindi, l'accettazione di un riequilibrio tra le diverse comunità confessionali è un elemento necessario per porre fine alla guerra civile settaria e quindi anche una pre-condizione per affrontare il settarismo del tutto.

In questa fase non è né chiaro né stabilito chi sarà in grado di rappresentare il lato opposto al regime e con quale legittimità. In realtà una enorme lotta per la leadership ha imperversato tra gli oppositori del regime, e ciò con una  massiccia ingerenza straniera. Questo processo di formazione della rappresentanza politica potrà maturare non appena il regime si mostrerà pronto e serio nel fare un passo indietro, accettando di condividere il potere. Finché il gruppo di Assad insisterà sulla capitolazione dei suoi nemici, dall’altra parte il jihadismo continuerà a crescere.

Le interveniste potenze regionali come la Turchia e i paesi del Golfo cercheranno di mettere in sella gli islamisti che gli ubbidiscono di più. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non hanno agenti affidabili di una qualche consistenza e cercheranno di sostenere coloro che sono pronti a schierarsi contro il jihadismo — sbarazzarsi del jihadismo, per il blocco occidentale e le sue ramificazioni regionali, sarà un'operazione molto difficile e conflittuale. Ma ci sono anche le forze democratiche e non settarie che potrebbero esercitare una certa influenza, nonostante il fatto che esse non detengano né armi né territorio. Data la loro debolezza queste forze potrebbero non essere immuni dall’adottare posizioni opportuniste verso le potenze straniere. Soprattutto l’Occidente cercherà di usarle per i propri  scopi.

In questa lotta abbiamo bisogno di sostenere quelle forze democratiche e sociali disposte e in grado di preservare la loro indipendenza dall'imperialismo. Esse sono le uniche che possono difendere e tenere vive le rivendicazioni democratiche in seno al processo negoziale, e che sono potenzialmente in grado di attutire le avanzate tensioni settarie, ed anche di lavorare contro la spartizione de-facto del paese in base a linee confessionali».

Non vi è alcuna garanzia che un tale progetto possa avere successo tra gli ingranaggi della schiacciante macchina geopolitica. Ma si deve tentare, dato che non c'è altra via d'uscita da questo conflitto armato entro il quale il movimento popolare democratico è destinato a soccombere».


* Wilhelm Langthaler  è il portavoce internazionale del Campo Antimperialista
** Traduzione a cura della redazione della sezione italiana del Campo

*** Fonte: Campo Antimperialista

mercoledì 18 settembre 2013

la sinistra e l'euro (1) «LA TRANSIZIONE DOLCE» intervista a Sergio Cesaratto*

18 settembre. Con questa intervista all'economista Sergio Cesaratto (nella foto) vogliamo aprire finalmente il dibattito su "sinistra e questione dell'euro". Cesaratto ammette che la moneta unica è stata l'architrave di un progetto oligarchico e antipopolare. In questo senso l'euro ha raggiunto i suoi scopi. Tuttavia traballa. Cesaratto non esclude che un evento catastrofico possa portare ad una disordinata rottura dell'eurozona. Propone quindi una "transizione dolce" alle monete nazionali.

D. Prima dell’Euro, ci sono stati altri casi di unioni monetarie senza unione politica?

R. Non ci sono casi di unioni monetarie che abbiano preceduto unioni politiche. È sempre accaduto il contrario. Certo, nel caso di annessioni come quella del Mezzogiorno nel 1860 l’unione monetaria è stata imposta; ma alla lunga la sostenibilità dell’unione ha comportato che le regioni ricche si facessero carico di quelle più arretrate.

D. Quali sono state le carenze nella costruzione dell’Unione monetaria europea?

 

R. L’Euro nasce senza un meccanismo interno di riciclaggio dei surplus commerciali fra i paesi che hanno aderito alla moneta in surplus – i paesi “core” del Nord Europa – e quelli in disavanzo – la periferia. Un’unione monetaria è cioè sostenibile se ha dei meccanismi interni redistributivi di reddito fra regioni, da quelle in surplus commerciale verso quelle in disavanzo. Solo così si può rinunciare alla propria moneta, e quindi alla possibilità di correggere la propria competitività attraverso aggiustamenti del cambio.

D. Può fare un esempio di meccanismo redistributivo?
 

R. Dai tempi del gold standard, i paesi periferici hanno aderito ad accordi di cambio fisso quando hanno avuto la possibilità di finanziare la propria crescita attraverso l’importazione di capitali dai paesi centrali. Questi, d’altra parte, si rendevano disponibili a investire all’estero perché si sentivano rassicurati dalla stabilità del cambio, e dal fatto che un sistema di cambi fissi imponeva un impegno alla disciplina di bilancio.
Fino al 2008, c’è stato il riciclaggio da parte delle banche della “core-Europe” dei surplus commerciali di quest’area a favore della periferia. Ma con la crisi questo meccanismo si è inaridito e ora non c’è nulla che lo sostituisca e l’aggiustamento è tutto sulle spalle dei paesi indebitati.

D. Ma quali sono le ragioni che hanno spinto i paesi europei a un’avventura tanto folle?

 
R. Da una parte, come abbiamo già detto, si è cercato di favorire l’afflusso di capitali nei paesi periferici. E dall’altra l’Unione monetaria europea ha cercato di importare nei paesi più deboli la disciplina dei più forti.
Un tentativo che era già stato compiuto ai tempi del Sistema monetario europeo. Allora, la politica monetaria – ovvero la fissazione del tasso dell’interesse – era sostanzialmente condotta dalla Bundesbank guardando alle esigenze tedesche e non dell’insieme dei paesi membri .

D. La scelta politica dell’austerità per combattere la crisi è stato un errore o c’era chi ha sfruttato l’occasione per perseguire propri fini? E se sì quali erano questi fini?

 

R. Nel giugno del 2012, l’economista conservatore canadese, il premio Nobel Robert Mundell, ha dichiarato, secondo The Guardian, che la morsa dell’austerità rappresenta la realizzazione dello scopo disciplinante originario dell’Unione monetaria europea.
Un’affermazione che trova una sponda in un articolo pubblicato il 26 agosto 2003 sul Corriere della Sera da Tommaso Padoa-Schioppa, uno dei padri dell’Unione monetaria europea. Secondo il ministro del Tesoro dell’ultimo governo di centro-sinistra:

«Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora.
Ma deve essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato».
Insomma, l’euro non è fallito. Ora sta dispiegando tutta la sua forza devastatrice – tra gli Osanna (postumi) di Padoa Schioppa ed altri come lui.

D. Quali sono le soluzioni che prospetta per cercare di uscire dall’impasse in cui siamo finiti?
 

R. Essenzialmente ci sono due alternative.
La prima strada è quella tracciata da Keynes e si tradurrebbe in un coordinamento delle politiche fiscali e monetarie in senso espansivo.
Bisognerebbe:
- riformare le istituzioni europee creando una autorità che coordini la politica fiscale;
– rafforzare i poteri dell’Eurogruppo (riunisce i ministri dell’Economia e delle finanze degli stati che adottano l’Euro);
– assegnare alla BCE l’obiettivo della piena occupazione accanto a quello della stabilità dei prezzi.
A completare il quadro ci vorrebbe anche una seria unione bancaria, che preveda meccanismi di prevenzione e di risoluzione delle crisi finanziarie a livello europeo.
Ci vorrebbero misure come la garanzia della BCE sui debiti sovrani – o ancora l’europeizzazione di parte dei debiti pubblici (ovvero i famosi eurobond) – che dovrebbero portare ad una significativa riduzione della spesa per interessi per i paesi periferici consentendo loro di stabilizzare il rapporto debito pubblico/Pil.
Tutto molto bello, ma c’è un problema. La questione è che la Germania non è assolutamente interessata a fare da traino al resto dell’Europa abbandonando i presupposti del proprio modello mercantilista – centrato sull’esportazione, la contrazione della domanda interna e la stabilità di prezzi.
 

La seconda alternativa è la fine dell’Euro. Por termine al folle esperimento implica passaggi assai complessi. L’Unione Europea dovrebbe essere salvaguardata e per questo dovrebbe essere negoziata.
Scelte democraticamente prese e negoziazioni internazionali implicano processi politici assai lunghi e pubblici i quali, tuttavia, sono incompatibili con la stabilità finanziaria. Al primo vago accenno che forme di rottura dell’Unione monetaria sono all’ordine del giorno politico si scatenerebbe infatti una enorme speculazione volta a spostare i capitali finanziari dai paesi con (futura) moneta debole verso quelli con (futura) moneta forte. Il che vorrebbe dire la fine immediata della moneta unica nel peggiore dei modi possibili.


L’unica strada percorribile sarebbe di accordi presi un venerdì sera almeno da un consesso di paesi che contano, da ratificarsi nel week end nei parlamenti nazionali.
Banche e mercati sarebbero destinati a rimanere chiusi, tuttavia, anche per alcuni giorni successivi durante i quali verrebbero adottate misure volte ad assicurare una transizione dolce verso le monete nazionali. Gli accordi dovrebbero definire un quadro di risoluzione per i rapporti di debito-credito, ora denominati in euro, una volta effettuato il passaggio a monete nazionali.


Ma come si fa ad assicurare la segretezza prima del citato vertice? Dato che questo è impossibile, è più realistico ritenere che a tale vertice si arrivi in seguito a un grave evento scatenante, come una crisi politico-finanziaria di prima grandezza in Italia o Spagna, tale da indurre alla chiusura dei mercati prima del vertice. La rottura potrebbe tradursi in un ritorno generalizzato alle monete nazionali, oppure in un’uscita della Germania e dei suoi satelliti, o infine in una uscita di uno o più paesi periferici.

D. Ritiene che una delle alternative sia più praticabile dell’altra?

 
R. La via Keynesiana è certamente desiderabile, mentre la rottura dell’euro – pur essendo ancora più desiderabile – è quella più densa di incognite. Tuttavia, entrambe non sembrano attuali. Un incidente di percorso – come una grave crisi politica in Italia che conducesse a una crisi di fiducia sul debito sovrano italiano – ci porterebbe dritti alla seconda alternativa (ma nelle peggiori condizioni). Alla prima prospettiva si contrappongono gli interessi del capitalismo tedesco interessato, peraltro, alla costituzione di un esercito industriale di riserva (un pool di disoccupati) nella periferia europea a cui ricorrere dato l’invecchiamento della popolazione tedesca.


16 settembre 2013

* Sergio Cesaratto, uno dei promotori dell'Appello dei cento economisti del giugno 2010, ordinario di Economia della crescita e di Politica economica europea all’Università di Siena, collaboratore di riviste di economia italiane ed internazionali come Research Policy, Cambridge Journal of Economics, Review of Political Economy e la rivista online www.economiaepolitica.it,  autore di contributi giornalistici pubblicati da Il Manifesto, l’Unità, Il Sole 24 Ore e Micromega. Si è principalmente occupato di teoria della crescita e analisi dei sistemi pensionistici in una prospettiva non ortodossa. Il suo blog è politicaeconomiablog.blogspot.it.

** Fonte: LeoEconomia

martedì 17 settembre 2013

SOVRANISMI (DI SINISTRA, DI DESTRA... E DI CENTRO) di Moreno Pasquinelli

17 settembre. Lasciateci togliere un sassolino dalla scarpa. Diverse volte ci siamo sentiti dire che esageravamo nel prevedere il crollo dell'euro. Orbene, nel suo libro Morire d'austerità (Il Mulino) Lorenzo Bini Smaghi, membro di spicco della cupola eurocratica, conferma che l'euro, nell'autunno 2012, stava davvero per tirare le cuoia (una seconda volta). Egli svela infatti che Angela Merkel si era decisa a cacciare la Grecia dall'eurozona, anche a rischio della conflagrazione. La fermarono all'ultimo momento, anche grazie al successo tattico dell'operazione di Draghi cosiddetta OMT (Outright Monetary Transactions), ovvero la disponibilità della Bce ad acquistare titoli di Stato dei paesi sull'orlo del default come l'Italia.

Bini Smaghi confessa infine, ma questo lo sapevamo, che l'eurozona stava per sbragarsi già l'anno prima, nell'estate-autunno 2011. Egli svela che gli eurocrati si decisero ad intronizzare Mario Monti e a defenestrare  Berlusconi poiché quest'ultimo, in alcuni colloqui privati con i governanti europei, «aveva confermato l'ipotesi dell'uscita dell'italia dall'euro».

Non c'è due senza tre. E la terza occasione che si presenterà sarà effettivamente quella buona. Tutti i paesi euro della fascia Sud sono sull'orlo del collasso. Le draconiane politiche d'austerità, mentre hanno sprofondato questi paesi in una depressione senza precedenti, hanno giocoforza peggiorato le loro situazioni debitorie e accresciuto fino all'estremo gli squilibri interno all'eurozona. La Francia anche è nell'occhio del ciclone. Il fallimento delle politiche imposte dalla trojka è quindi addirittura clamoroso.

Per questo, chi ha sale in zucca, chi faccia politica e prenda sul serio se stesso, o affronta di petto la questione dell'uscita o è meglio che stia zitto. E' come minimo desolante che gli esponenti di quella che viene considerata "sinistra radicale", da Rifondazione fino alle frangie più estreme, si ostinino a non voler impugnare la questione dell'uscita dall'eurozona e del ritorno alla sovranità monetaria, come aspetto cruciale di quella democratica e nazionale, come necessità per evitare l'abisso. Questi zombi  fanno anzi gli scongiuri e si rifiutano di ascoltare gli economisti di sinistra, marxisti, sraffiani o keynesiani che sia, i quali tutti, pur dividendosi sulle terapie, oramai convengono nel dire che occorre pensare ad uscire dall'euro.

Che c'entra Alberto Bagnai con tutta questa storia?
C'entra perché il Nostro, invece di adoprarsi per l'unità lavora alacramente per la divisione.
Invece di costruire un ponte con economisti di sinistra che dopo tante titubanze si son decisi sull'euro, continua a bollarli con disprezzo come "traditori". Poi s'incazza con noi ("marxisti dell'Illinois") riempiendoci di insulti, quando gli chiediamo: da che pulpito? poiché gli ricordiamo che anche lui a suo tempo era intruppato tra i trombettieri dell'euro.

Come se non bastasse il Bagnai ha messo in atto una vera e propria opera di depistaggio.
Prendete ad esempio il suo post Confidenze tra uomini (di sinistra). Si scaglia nuovamente con veemenza contro chi propone una "uscita da sinistra" —non si dica che l'attacco di bile dipende dalla sua rabbia per la débâcle nella trasmissione La Gabbia, il post è infatti del 5 settembre, quindi prima.
Un assaggio:
«Questa pseudosinistra che difende ancora l'euro, a volte in modo coperto, evocando monete comuni o parallele di cui non si capisce mai bene il senso, e terrorizzando la gente con lo spettro dell'inflazione, è adepta di Bava Beccaris, che lo sappia o meno. Non importa: che siano idioti o in malafede, i loro elettori li hanno giudicati e la loro vita politica giunge al termine. Ma la bestia ferita è sempre la più pericolosa. Certo, se la bestia è, come in questo caso, un insetto, si dovrebbe piuttosto dire fastidiosa..»
Ora, a parte l'ultimo pesantissimo epiteto “adepta di Bava Beccaris", vorremmo far notare la vera e propria schizzofrenia del Nostro. Di nuovo: da quale pulpito viene l'attacco a chi, a sinistra, propone un'uscita collettiva dei paesi del Sud che dovrebbero darsi quindi una moneta comune? Non è proprio questa la posizione del Manifesto di solidarietà europea  sottoscritto nel gennaio scorso dallo stesso  Bagnai? Non si blatera in quel Manifesto di un'uscita della Germania? Certo che sì. Allora, diciamo noi che consideriamo l'uscita della Germania una chimera, non dovrebbe il Bagnai darsi una calmata e star contento? Perché tanta... bava?
Il libro di A. M. Rinaldi
C'è poi un'altra questione, quella appunto del depistaggio. 
Ma di chi sta parlando Bagnai? Egli, in assoluta malafede,  mette nello stesso sacco euristi, post-euristi e anti-euristi.
Il Nostro sa benissimo, vedi i suoi ripetuti e virulenti attacchi ai "marxisti dell'Illinois", che la sinistra politica di cui ci onoriamo di far parte, non ha mai avuto incertezze nel condannare l'adesione all'Unione e all'euro. Sa anche benissimo della frattura tra la sinistra politica e gli economisti marxisti e keynesiani,
il 9 settembre, precisamente alle ore 21:00, ci permettevamo di fargli notare la cosa, inviando un nostro commento. Questo:
«Gentile Professor Bagnai, 
Non è fare servizio alla chiarezza mischiare le carte, o il diavolo con l'acqua santa.
Che c'entriamo noi, vituperati "marxisti dell'Illinois", decisi assertori dell'uscita " da sinistra" dall'eurozona, dal mercato unico e, come sa, anche da questa Unione europea, con i cascami euristi della sinistra che fu?
Siamo stati noi, da lei bollati spregiativamente come "marxisti dell'Illinois", che l'abbiamo criticata per quello che abbiamo chiamato "salto della quaglia" a destra: che c'entrano i Ferrero e gli Alfonso Gianni?
Ci fa piacere che Lei si sia sentito in dovere di risponderci, ma non faccia trucchi, non ricorra a finti bersagli, tentando di far credere ai suoi lettori che non esiste se non una sinistra schiava delle oligarchie euriste e dell'ingannevole narrazione europeista.
Noi condividiamo con Lei che l'eurozona andrà in disfacimento. Condividiamo anche, per usare un Suo concetto, che l'uscita "sarà gestita dalle persone sbagliate". Che detto in altri termini vuol dire da frazioni della destra liberista della classe dominante—il liberismo, come ben sa, può ben coniugarsi con un sovranismo puramente monetario, ovvero di facciata.
Non è solo questione di scala mobile e di controllo sui movimenti dei capitali quindi. E' che mentre Lei teorizza che non resta che mettersi al servizio delle "persone sbagliate", noi non riteniamo inevitabile questo esito e vogliamo anzi combatterlo, chiamando il popolo alla sollevazione.
La lotta di classe, ricorda?». 
Ovviamente il nostro commento è stato censurato. Si sapeva che nel suo blog non c'è diritto alcuno di cittadinanza per critiche di qualche tipo. 
Ma torniamo al punto. Perché mai Bagnai gioca sporco non volendo distinguere, diciamo così, la sinistra buona da quella cattiva? Da quella che subito gli aprì le braccia da quella che lo considerava un economista di provincia?
Non ci interessa fare introspezioni sulla psicologia del personaggio. Come dice Lui noi uniamo i puntini e, unendoli, viene fuori che Bagnai non ha solo rotto tutti i ponti con la "sinistra buona" e gli economisti di sinistra. Egli ha fatto una scelta di campo, decidendo di affratellarsi con economisti di destra (qui in Italia Borghi Aquilini, Paolo Savona tanto per dirne due) per non parlare dei liberisti hayekiani con cui ha sottoscritto il Manifesto di solidarietà europea.
A. Bagnai a La gabbia (La 7). "Tradito dall'amico Paragone"
C'è poco da scherzare quindi quando diciamo che occorre prepararsi all'eventualità di una "uscita da destra dell'euro". L'uscita è nell'ordine delle cose e, visti i rapporti di forza tra le classi, vista la miseria sconfinata della "sinistra cattiva", quest'uscita potrebbe essere gestita da frazioni della classe dominante, quindi a spese del popolo lavoratore. In cosa consiste questa "uscita da destra"? In  politiche di deflazione salariale in nome della competitività, nel taglio della spesa pubblica, nell'accentuazione di privatizzazioni e liberalizzazioni per onorare il debito con la finanza predatoria, estera e italiana. Vogliamo essere più espliciti: è di sinistra un'uscita che conduce allo sganciamento dal quadro neoliberista, quindi alla disdetta del Trattato di Maastricht, alla rottura col mercato unico europeo e la stessa Unione. 
Siamo ben consapevoli che non esiste a tutt'oggi una forza politica che impugni questa battaglia. Abbiamo in altre occasioni affermato che, nei tempi stretti della crisi, è il Movimento Cinque Stelle che dovrebbe raccogliere questa bandiera, costruendo un fronte ampio sovranista. Alcuni segnali in questo senso sono giunti, ma sono ancora troppo deboli. Di una cosa siamo sicuri: o M5S si decide a compiere questo passo oppure si autodissolverà. Di una seconda cosa, infine, siamo sicurissimi, che una svolta simile passa necessariamente attraverso la porta stretta della sollevazione popolare, poiché nessun governo d'emergenza potrà reggere l'urto dello scontro solo contando su eventuali maggioranze elettorali.
Le due soluzioni principali hanno evidentemente le loro varianti. Quella di destra, ad esempio, oltre alla torsione liberista, potrebbe avere anche una variante lepenista (quella apertamente fascista ci pare altamente improbabile), ovvero statalista, protezionistica, razzista, reazionaria. In linea teorica questo è plausibile, anche se in Italia una destra lepenista è solo in fasce —vedi la neonata aggregazione Prima l'Italia, che parrebbe ricongiungere due camerati ben noti, Storace e Alemanno, i quali parlano apertamente di sovranità monetaria e che si troveranno il 12 ottobre a convegno a Roma per costruire un nuovo partito politico.
 
Tra queste varianti c'è infine, passateci l'ironia, quella "di centro". Di che bestia si tratta?
Non c'è solo Bagnai a dire che non ci sono le uscite di sinistra o di destra, che c'è solo l'uscita. Questa idea viaggia negli ambienti sovranisti che institono col ritornello oramai stantio che non esistono più né destra né sinistra. 
Parliamo di numerose associazioni venute comparendo negli ultimi due anni. Queste correnti sono l'espressione politica della piccola e media borghesia, in primis della piccola e media industria imprenditoriale. Che queste classi, spappolate dalla crisi sistemica, stiano voltando le spalle alla loro sponda politica berlusconiana e vadano abbracciando posizioni sovraniste, è certo un fatto positivo. Il fatto è che queste frazioni di piccola e media borghesia sognano il ritorno al piccolo vecchio mondo antico dell'Italia democristiana.
Stefano D'Andrea
Il tentativo più nobile e forse politicamente più avanzato, in questo senso, è rappresentato dall'Associazione Riconquistare la Sovranità, guidata dall'amico Stefano D'Andrea. Ars tenta appunto di dare rappresentanza politica a questa borghese coscienza infelice, o alla nostalgia della Prima Repubblica.

Consigliamo di leggere l'ultimo intervento di D'Andrea. Il titolo è perentorio quanto infelice:
L'antifona è perfettamente conincidente con quella di Bagnai: si gettano nella spazzatura tutte le sinistre, tutte condannate come filo-capitaliste. D'Andrea sa bene che non è così. E allora perché scrive queste scempiaggini? Evidentemente perché, strabico come Bagnai, guarda a destra e,  per portare a destra la sua associazione, deve inculcare nei suoi associati l'idea che non esiste alcuna sinistra buona.
Così D'Andrea dice che Ars non si considera né di destra né di sinistra, che i concetti di sinistra e destra sono orpelli ideologici sorpassati. L'11 settembre scorso sul sito di Ars, rispondendo ad un critico, si poteva leggere: «L'ARS non è bipartisan e non si finge bipartisan. E se giudicata assumendo come criteri la sinistra, il centro e la destra degli ultimi venti anni, non è né di sinistra, né di destra, né di centro». 
Come fa il D'Andrea e non avvedersi che suona lo stesso spartito dei nemici che dice di voler combattere? Dei neoliberisti, degli euristi, degli affossatori della Prima repubblica che lui tanto rimpiange?

Ars vuole l'uscita dall'Unione e dell'eurozona. Ma per quale modello di paese? D'Andrea la butta in caciara, dicendo che a lui non interessano... le ideologie. Ma stiamo scherzando? Parlare di modelli di società e di civiltà è forse "ideologia"? Come può una forza politica pretendere di chiamare il popolo ad afferrare nelle sue mani le sorti del paese essendo reticente su che tipo di società andrà costruita?
In verità, come sempre accade, dietro al rifiuto dell'ideologia, c'è un'ideologia eccome, c'è sempre lo stilema di un modello di società. D'Andrea afferma che Ars anela ad  "un'economia sociale e popolare". (???) Ma sentiamo:
 «Infine, perché, distrutta l'Unione europea, pur immaginando che vadano al potere forze che attuino la Costituzione economica in modo blando e persino contrario al fine della piena occupazione e della tutela del lavoro, i poteri riconquistati dallo Stato, seppur inizialmente non esercitati, proprio perché ormai poteri disponibili, ben presto sarebbero presi in considerazione anche da forze moderate e sarebbero esercitati, come li esercito', alla resa dei conti nemmeno in maniera tanto blanda, la Democrazia Cristiana».
In buona sostanza Ars vuole un capitalismo di stato, non è chiaro se in salsa dorotea o fanfaniana.
Non fu dunque per sbaglio se nel dicembre 2011 la strada nostra e quella dell'amico D'Andrea si divisero. Adesso sarà chiaro, non solo a noi, perché egli non voleva né tenere ferma la stella polare del socialismo come alternativa di società e di civiltà, né accettava l'idea che occorreva una sollevazione popolare per rovesciare l'ordine di cose esistente. Di mezzo c'è una questione nient'affatto astratta o ideologica, ovvero se dovremo agire nel senso di aiutare il capitalismo ad uscire dalla sua crisi, tornando dunque alla vecchia merda, oppure se, dopo l'ennesima dimostrazione del suo fallimento, non si debba finalmente fuoriuscire dal capitalismo stesso, pur coi passaggi di fase e i sacrifici che saranno richiesti.



lunedì 16 settembre 2013

CRISTIANESIMO, CAPITALISMO E RIVOLUZIONE Intervista a Diego Fusaro

16 settembre. Prendendo spunto dal dialogo tra Eugenio Scalfari e Papa Francesco abbiamo rivolto alcune domande a Diego Fusaro, una delle più brillanti menti filosofiche italiane. Ne è venuto fuori un discorso filosofico-politico di straordinaria densità.

D. Sollecitato da due interventi di Eugenio Scalfari (La Repubblica del 7 luglio e del 7 agosto) Papa Francesco ha alla fine risposto il 4 settembre affermando che si auspica “un dialogo sincero e rigoroso con i non credenti affascinati dalla predicazione di Gesù di Nazareth”. Lei che idea si è fatto di questo Papa? Coglie anche Lei il sintomo di una incipiente riscossa della Chiesa cattolica dopo che la cosiddetta “società aperta” d’impronta illuminista l’aveva emarginata? E se fosse così, siamo davvero in presenza, qui in Europa, di un risveglio della religiosità?
 
Credo sia, nel complesso, troppo presto per formulare un giudizio generale sull’operato di Papa Francesco. Quel che è certo – e non sono ovviamente solo io a sostenerlo – è che il suo profilo è profondamente diverso da quello del fine teologo Ratzinger. Il nuovo Papa non si presenta tanto come un teologo dottrinario, con forti doti filosofiche: è – questo sì – un grande comunicatore, che alla semplicità sa unire una forte immagine di autenticità e, come usa dire, di “ritorno ai valori”.  Personalmente, credo che la Chiesa cattolica e, in generale, le religioni tradizionali continuino a perdere incidenza e seguito nello scenario del tardo capitalismo di cui siamo abitatori. Non dimentichiamoci che, dopo l’ingloriosa fine dei comunismi novecenteschi  (Berlino, 9.11.1989), nell’inizio del 2013 il balcone di San Pietro è rimasto tragicamente vuoto: Ratzinger è stato il primo pontefice della storia sconfitto dalla mondializzazione capitalistica, il tempo in cui gli ideali precipitano nel nichilismo dilagante e la religione è ridotta a questione privata. Non credo, pertanto, si possa parlare di un risveglio della religiosità, a meno che per religiosità non si intenda la teologia neoliberale e il fanatismo dell’economia. In questo caso – e solo in questo! – siamo nella fase storica più religiosa dell’intera storia dell’umanità. Il monoteismo del mercato non tollera altre religioni all’infuori di quella del mercato e, per ciò stesso, deve senza tregua ridicolizzare ogni forma di religione.
Diego Fusaro

D. Ci pare degno di nota che nella sua risposta a Scalfari Papa Francesco sostenga che nemmeno quella di chi crede è una verità assoluta, nel senso di un ab-solutus, di svincolato, privo di relazione con verità altre. Per i cristiani è Gesù che ha indicato la verità, mentre la Chiesa ne ha fissato i dogmi. Quale verità possiamo opporre noi a quelle dei credenti?
 
Personalmente, quando ho letto lo scambio di lettere tra il Papa e Scalfari ho avuto l’impressione che le posizioni tradizionali si fossero, in certo senso, invertite: dialogico, aperto, denso di dubbi e di incertezze, il pontefice; arrogante, pontificante e senza la minima incertezza, Scalfari. Quest’ultimo parla dell’inesistenza di Dio con una sicurezza dogmatica che andrebbe resa oggetto d’attenzione. Francamente, io non credo che si debbano “opporre” verità a quelle dei credenti, ma piuttosto cercare un dialogo fecondo che sappia individuare un terreno comune, vuoi anche una verità comune su cui costruire qualcosa. Sicuramente con i cristiani si può dialogare ben più che con il “papa laico” Scalfari e con i cosiddetti laicisti, che non credono a nulla se non al mercato. Non si dimentichi che l’ateismo, oggi, ha come matrice principale non certo l’aumento della conoscenza scientifica, ma il processo di individualizzazione anomica che disgiunge l’individuo da ogni sostanza comunitaria. Infatti, come ho cercato di mostrare nel mio lavoro Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (capitolo II), il concetto di Dio è sempre anche metafora di un’unificazione simbolica della communitas umana. Di più, si pone come riflesso della solidarietà umana e della comunità etica dei credenti. La fede costituisce, allora, il presupposto trascendente di un umanesimo terreno antropocentrico incardinato sull’ideale del bonum commune come riflesso della solidarietà umana e della comunità etica dei credenti. Questo è già – mi pare – un fecondo terreno su cui dialogare con i cristiani nell’assunzione comune di una prospettiva comunitaria che contrasti l’odierna teologia neoliberale che, nel quadro della società reificata, sacrifica l’uomo sull’altare della valorizzazione del valore.
 
Tommaso D'Aquino
D. Tommaso, considerato sommo teologo cattolico, affermò che Intellectus et ratio est potissime hominis natura, insistendo quindi che l’uomo può giungere a Dio attraverso l’uso della ragione non necessariamente come dono della Grazia. Nella risposta di Papa Francesco il concetto di ragione non compare se non di striscio. Di contro il concetto di fede, di fede come dono, ricorre molte volte. C’è chi vi vede un ritorno alla teologia agostiniana.

Non so se di preciso si possa parlare, con diritto, di ritorno alla teologia agostiniana. Sicuramente il nuovo Papa non è affine alla visione dominante della ragione, ossia quella della ratio strumentale su cui si fonda l’odierna teologia economica. E questo – ça va sans dire! – è un aspetto ampiamente positivo, da valorizzare massimamente in una prospettiva che individui il nemico principale non nella fede, ma nella ratio strumentale stessa, che tutto riduce a quantità misurabile, calcolabile e vendibile sul mercato. Temo che questo concetto non passerò facilmente presso l’armata Brancaleone dei cosiddetti “laicisti” (Scalfari in primis). Contestando tutti gli Assoluti che non siano quello immanente della produzione capitalistica, il laicismo integralista si pone come il completamento ideologico ideale del fanatismo economico, in cui “The Economist” diventa “L’Osservatore Romano” della globalizzazione capitalistica e le leggi imperscrutabili del Dio monoteistico divengono le inflessibili leggi del mercato mondiale (per inciso, era già noto a Gramsci che, nel regime del capitalismo avanzato, la Chiesa e, in generale, la religione non sono più “potenza ideologica mondiale”, ma solo “forza subalterna”). In questo, mediante un illuminismo al servizio dell’oscurantismo, il laicismo rivela la sua natura di fondamentalismo illuministico svuotato della sua nobile funzione emancipativa e ridotto a semplice funzione espressiva del capitale e delle sue lotte contro ogni divinità non coincidente con il mercato.
Per i corifei del laicismo, instancabili lavoratori presso la corte del re di Prussia, la sottomissione alla superstizione religiosa dev’essere destrutturata in modo che domini incontrastata la sola superstizione economica. L’obbedienza servile deve essere riservata unicamente all’economia, alle “sfide della globalizzazione”, all’insindacabile giudizio del mercato, al vincolo del debito e alla dittatura delle agenzie di rating.
La contraddizione in cui è imprigionata la Chiesa cattolica con i suoi teologi è, invece, un’altra. Rigettando Marx, essa non può comprendere le radici di quel relativismo che pure ha il merito di combattere (rivelandosi, in ciò, infinitamente più emancipativa rispetto al fronte laicista dei vari Scalfari, Odifreddi e Flores D’Arcais). In tal maniera, essa precipita nel paradosso dell’accettazione del capitalismo e, insieme, della condanna del relativismo, che del capitalismo stesso costituisce la necessaria sovrastruttura ideologica. Riprendendo la formula di Nietzsche, quelle che finora sono state considerate le cause del nichilismo (relativismo, pessimismo, senso di impotenza, indifferenza), sono invece le conseguenze.

D. Papa Francesco sottolinea che “occorre confrontarsi con Gesù, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda”, in altre parole con l’incarnazione, lo “scandalo” della Croce e quindi la resurrezione. Qual è il suo giudizio sulla figura messianica di Gesù? E in che senso la Chiesa se ne è distaccata? 
 
Nella mia prospettiva – che ho avuto modo di sviluppare nel già citato Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo –, Cristo è colui che cerca di tradurre la giustizia divina nella civitas terrena. Egli si sarebbe rivolto alla sola comunità ebraica palestinese, sottomessa al dominio militare dei Romani, interpretando la propria natura messianica come quella di un servo sofferente (Isaia, 53; Saggezza di Salomone, 2, 13-20) pronto a propiziare, con il sacrificio, l’anno di misericordia del Signore (Lc, 4, 14-30). L’ideale dell’anno di misericordia del Signore – che equivaleva alla remissione dei debiti, con annessa liberazione degli schiavi e redistribuzione comunitaria delle ricchezze private – trova corrispondenza in non poche testimonianze di Gesù: “se vuoi essere perfetto vai, vendi tutti i tuoi averi, dalli ai poveri e seguimi” (Mt, 19, 21); “è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno dei cieli” (Mt, 21, 24). Lo stesso episodio della “cacciata dei mercanti dal Tempio” (Mt, 21, 12-13; Mc, 11, 15-17; Lc, 19, 45-46; Gv, 2, 13-16) si inscriverebbe in questo orizzonte di senso.
È in questa luce che deve essere letto il processo intentato contro Gesù per il reato di ribellione armata contro gli occupanti romani. Il “regno dei cieli” (basileia ton ouranon) coinciderebbe allora con il regno terrestre riscattato dalla giustizia divina. E se Gesù venne condannato e ucciso, ciò accadde perché, presentandosi come Cristo re, egli lasciava presagire una sommossa popolare in nome del regno di Dio. La fede per cui Gesù si immolò era la fede secondo cui il regno di Dio, già instaurato nell’alto dei cieli, doveva essere tradotto nell’aldiqua con comportamenti concreti e azioni conseguenti: “lo Spirito del Signore è sopra di me, e proprio per questo Dio mi ha unto, inviandomi a portare il lieto annuncio ai poveri, a proclamare la libertà dei prigionieri e la restituzione della vista ai ciechi, a promuovere la liberazione degli oppressi, instaurando l’anno di grazia del Signore” (Lc, 4, 18-19).
Che cos’é allora “l’anno di grazia” a cui qui si fa riferimento? Nella più antica storia del regno ebraico, l’organizzazione teocratica dell’economia e della società gestita dal tempio di Gerusalemme aveva reso impossibile l’emergere della piena proprietà privata di terre e di esseri umani. Nessuno, infatti, poteva intendere il possesso terriero assegnatogli dal Tempio, perché tutta la terra coltivabile era proprietà del Dio protettore del paese, di cui il tempio curava l’amministrazione, in nome e per conto di Dio. Questa concezione trovava la sua massima espressione nel cosiddetto “anno giubilare”, che ricorreva ogni cinquant’anni e che esigeva il ritorno di terre, case o uomini alla condizione giuridica originaria a loro assegnata dal Tempio.
Con il passare degli anni, però, l’anno giubilare era caduto in disuso, lasciando spazio all’accumulazione di ricchezze. Allora alcuni profeti, ad esempio Isaia, avevano invocato il ritorno straordinario di un “anno di grazia del Signore” a beneficio di una massa sempre più numerosa di indigenti e contro l’arricchimento illimitato. Gesù stesso avrebbe ripreso questo messaggio, assumendolo come il fuoco prospettico della propria predicazione e della propria azione: per tutta la vita avrebbe continuato a predicare che il regno di Dio era stato instaurato e che ognuno era chiamato a porsi sotto la sovranità di Dio, abbandonando i propri beni, la propria casa, il proprio mestiere, e a dedicarsi esclusivamente alla diffusione del lieto annuncio di Gesù. Egli voleva che tutti abbandonassero le proprietà private e riconoscessero che Dio era il loro unico proprietario, in nome di una distribuzione dei beni secondo i giusti bisogni di tutti. La conversione collettiva avrebbe posto fine all’appropriazione della ricchezza in forma privata, in una prospettiva in cui l’ideale del regno di Dio diventa il paradigma alla cui luce agire per attuare l’ideale della giustizia sulla terra: “beati coloro che sono senza potere, perché è per essi il regno dei cieli. Beati coloro che sono nell’afflizione, perché è ad essi che sarà dato conforto. Beati coloro che sono capaci di amare, perché saranno gli eredi della terra. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia, perché saranno saziati” (Mt, 5, 3-6).       
La vicenda della “moltiplicazione dei pani e dei pesci” (Mt, 14, 15; Mc, 6, 35-36; Lc, 9, 12) costituirebbe la più splendida prova di questa vocazione di Cristo, della sua testimonianza, vissuta fino alla morte, della necessità storica di una rivoluzione sociale espressa nella forma religiosa entro cui soltanto era possibile concepire, a quel tempo, mutamenti di relazioni tra gli esseri umani. Gesù ordina alla moltitudine affamata e stremata di sedersi sul prato, sparpagliandosi in gruppi di 50 o al massimo 100 persone ciascuno, in modo che in ogni gruppo ci sia un certo numero di persone che hanno portato le provviste. Ordina ai suoi discepoli di dividersi nei vari gruppi e di operare in ciascuno di essi la distribuzione dei pani e dei pesci delle poche ceste di provviste. Si scopre così che vi è cibo sufficiente per un pacifico pasto comunitario. È questo, allora, il miracolo della giustizia che, senza discriminare ed escludere nessuno, è in grado di vincere la povertà.
Perché la Chiesa si è allontanata da ciò? Avanzo un’ipotesi interpretativa. Non dimentichiamo che la Chiesa resta pur sempre una holding capitalistica: l’esaltazione cristica della povertà e del regno dei cieli convivono aporeticamente con l’adesione alle leggi del capitale. La figura-chiave è quella di Dr Jekyll e Mr Hyde: la stessa istituzione che elogia la povertà e tuona contro il capitale è quella che poi agisce capitalisticamente…
 
Ernst Bloch
D. Tranne alcuni “eretici” come E. Bloch, pressoché tutte le correnti del movimento comunista hanno fatto dell’ateismo un dogma, potremmo dire una fede. Non ritiene che in tal modo si sia venuti meno agli ammonimenti di K. Marx abbracciando così l’ateismo di ascendenza illuministica e borghese?
 
Una riga dopo aver detto che la religione è Opium des Volkes, “oppio del popolo” – frase che tutti ripetono pedestremente –, Marx precisa che la religione è anche “protesta contro la miseria reale”, a cui contrappone l’ideale utopico di un regno dei cieli altro rispetto all’immanenza intessuta di ingiustizie. Per questo – così scrive Marx in Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione (1843) – “la miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale”: espressione della miseria reale, giacché se non vi fosse la miseria capitalistica l’uomo non necessiterebbe di proiettare la propria felicità in un altrove immaginario; protesta contro la miseria reale, in quanto la religione fa pur sempre balenare l’ideale di una giustizia altra rispetto a quella reale, e dunque può svolgere – per così dire – la funzione di nobilitatore trascendentale dell’azione rivoluzionaria. Bloch è, di tutti i marxisti del Novecento, colui che più ha colto questa valenza rivoluzionaria della religione e della sua “corrente calda”, antiadattiva e rivoluzionaria. Mai come oggi la prospettiva blochiana dev’essere riabilitata: oggi le religioni sopravissute nel mondo secolarizzato custodiscono un grandioso potenziale di pathos antiadattivo, già solo perché si rifiutano di accettare la teologia neoliberale che assume l’esistenza di un unico Dio, il mercato feticizzato.
K. Marx
 
D. La civiltà capitalistica proprio qui da noi, dove aveva mosso i primi passi e malgrado lo spettro del comunismo si sia dileguato, sembra aver imboccato il viale del tramonto. E’ pensabile secondo Lei immaginare una palingenesi senza fare i conti con le nostre radici cristiane?
 
Non mi pare, purtroppo, che la (in)civiltà capitalistica abbia “imboccato il viale del tramonto”… anzi, mi pare l’esatto contrario! Il capitalismo è oggi assoluto, in due sensi (per i quali rinvio a Minima mercatalia, cap. V): 1) tutto è merce, a livello sia reale (leggi “globalizzazione”), sia simbolico (non riusciamo a pensare più nulla se non tramite la mediazione della forma merce: debiti e crediti a scuola, capitale umano, investimenti affettivi, ecc ecc.); 2) non vi sono più limiti che contrastano attivamente il capitale (religione, etica borghese, lotta di classe, ecc.) e il suo principio della perversa mercificazione integrale del reale e del simbolico. Si è così consumato, disinvoltamente, il transito dal marxiano sogno di una cosa al postmoderno sogno delle cose: esso rivela l’ormai avvenuta colonizzazione integrale dell’immaginario da parte della onnimercificazione dilagante del capitalismo assoluto. Perfino i sogni e i desideri ne risultano totalmente permeati: anche quelli più inconfessabili sono sempre abitati dalle fantasmagorie e dai capricci teologici del mondo ridotto a merce. Il divenire mondo della merce coincide con il divenire merce del mondo. Io sono convinto che la “palingenesi”, se vi sarà, dovrà avvenire valorizzando tutti gli elementi dell’anticapitalismo, compresi quelli della “corrente calda” del cristianesimo. Occorre riappropriarsi delle radici cristiane, ma poi anche di quelle greche, per poter fronteggiare l’odierno regno animale dello spirito pienamente realizzato nell’alienazione planetaria.
 
D. Papa Francesco insiste che la Chiesa è anzitutto ai poveri e agli oppressi, “immagine di Dio”, che deve portare il Suo annuncio. Sappiamo che come Vescovo, Bergoglio non è stato affatto indulgente con la Teologia della Liberazione, tuttavia egli pronuncia le stesse parole proprio dal soglio pontificio. Il sintomo di una svolta destinata a lasciare il segno o un mero riposizionamento temporale?

Credo che, anche in questo caso, sia ancora troppo presto per giudicare. Il giudizio filosofico dev’essere inevitabilmente crepuscolare, come il volo della nottola di Minerva richiamato da Hegel. Noto, tuttavia, che il nuovo Papa ha preso incondizionatamente posizione contro la criminale guerra in Siria (ennesimo episodio del vergognoso imperialismo americano), e questo già non è poco. Non basta, naturalmente, fare l’elogio dei poveri, né aderire a una mera ideologia miserabili stico-pauperistica: anche in questo, il messaggio di Cristo dev’essere seguito alla lettera, nel senso della già rievocata traduzione del regno dei cieli in terra. Marxianamente, i poveri e gli sfruttati non vanno elogiati in quanto tali, ma in quanto possibili soggetti di una lotta in grado di riscattarne le sorti rovesciando l’alienazione capitalistica. Essi – come il proletariato di Marx – possono essere l’algoritmo che traduce il particolare nell’universale dell’emancipazione umana: lottando contro la miseria capitalistica essi lottano, in pari tempo, per l’emancipazione del genere umano dal fanatismo dell’economia che sta portando alla distruzione della vita umana e del pianeta.
G. W. F. Hegel

D. I cattolici non escludono evidentemente che Dio sia un’entità assolutamente trascendente, ma sottolineano come, con l’incarnazione, il Verbo fattosi carne, Dio sia entrato definitivamente nella storia, di qui, come sottolineava Hegel, il lato assolutamente immanentistico della religione cristiana. Papa Francesco insiste tuttavia che occorre “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”, ribadendo la distinzione tra la sfera religiosa e quella politica. Un alibi per perpetuare il sodalizio con le classi dominanti? Non è forse proprio qui che si misura la distanza con la Teologia della Liberazione? Papa Francesco parla sì di una Chiesa che sta accanto ai poveri, ma non fino al punto di aiutarli nella lotta per la liberazione dalle loro catene. 
 
Il tema qui sollevato mi pare di importanza decisiva e di grande rilievo filosofico. Il richiamo a Hegel mi pare fondamentale. Se tradizionalmente il concetto religioso di Assoluto, coincidendo con la divinità monoteistica preesistente allo sviluppo storico, si presentava come originario e trascendente, i concetti correlati di Absolute e di Geist tenuti a battesimo da Hegel sono l’esito di una dialettica integralmente storica e “monomondana”, che però non si risolve nella negazione del piano della trascendenza. L’esito di tale dialettica non può, infatti, essere semplicemente ricavato dalla successione empirica dei fatti storici, spesso accidentali e comunque mai ricavabili da una logica a priori: al contrario, esso deve essere sempre pensato anche in termini logico-ontologici, secondo l’insegnamento della Scienza della logica. Conformemente con l’analisi della Trinità cristiana che Hegel svolge nelle Lezioni sulla filosofia della religione, un Dio prima della creazione del mondo non è un Dio in senso autentico, perché Egli esiste solo nello svolgimento dialettico delle tre figure della Trinità. Ciò significa che, come Dio non esiste separatamente dalla creazione del mondo, così il piano logico-ontologico dell’Idea, che pure mantiene un suo carattere trascendentale irriducibile alla dimensione storica (una storicità senza commisurazione trascendentalistica sarebbe nichilistica), non esiste senza una necessaria correlazione con la storicità, con il dispiegamento sub specie tempori. La vichiana “storia ideale eterna” è la più sorprendente anticipazione dell’hegeliano trascendentalismo a base storica ma non storicistica: infatti, ponendo Dio come “garante” ontologico della storia, Vico evita lo storicismo – ossia la storia privata della sua fondazione ontologica – e codifica, con l’equazione verum ipsum factum, l’esigenza di ricostruire il percorso storico dell’autocoscienza umana. La distinzione a cui si alludeva – trascendenza/immanenza – mi pare dunque importante per evitare di precipitare in quello storicismo assoluto (immanenza del divenire storico) che finisce per rovesciarsi nella più grande apologia di ciò che è, come se appunto tutto quel che accade fosse razionale e giusto in quanto accade. Su queste basi, non è possibile operare alcuna giustificazione del mondo e delle sue storture: il mondo realmente dato è in totale contraddizione con la “trascendenza” e chiede di essere trasformato. 

*  Intervista a cura di sollevAzione, Torino 14 settembre 2013

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