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mercoledì 2 ottobre 2019

MANOVRA 2020: ECCO A VOI IL CONTE-BIS di Comitato Centrale di P101

[ mercoledì 2 ottobre 2019 ]

COMUNICATO N. 11/2019 DEL COMITATO CENTRALE DI P101




La manovra senz'anima del governo della restaurazione


Alla fine il Consiglio dei ministri ha partorito la Nadef, la settembrina Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza che fa da cornice alla Legge di bilancio vera e propria.

Solo da quest'ultima, la cui presentazione è prevista per metà ottobre, si capiranno i dettagli di una manovra economica che si annuncia di puro galleggiamento, senz'anima e senza idee forti. Una manovra comunque recessiva e con più tasse, nella quale - come avevamo ampiamente previsto - le mille promesse di agosto si sono sciolte come neve al sole.

Se la Legge di bilancio ci dirà di più, un giudizio politico sull'operato del governo della restaurazione è già possibile.

1. Le clausole di salvaguardia sull'IVA solo congelate, non cancellate


Come sapevamo, il Conte-bis potrà beneficiare di una maggiore flessibilità europea sul deficit, rispetto a quella ben più striminzita con la quale gli eurocrati puntavano a mettere con le spalle al muro il precedente governo gialloverde. Mentre a quest'ultimo si chiedeva un deficit all'1,6-1,8% sul Pil, all'attuale governo verrà concesso il 2,2%. Quattordici miliardi in più rispetto al tendenziale, fissato - calcolando l'aumento dell'IVA e le minori spese per Reddito di cittadinanza e Quota 100 - all'1,4%. Questa scelta eminentemente politica, con la quale l'Ue ha inteso premiare un governo servile e subalterno, è tuttavia modesta e, soprattutto, limitata al solo 2020. La riprova sta nel fatto che le clausole di salvaguardia dell'IVA non sono state cancellate, bensì solo congelate per il prossimo anno. Ciò significa che già dalla primavera prossima ripartirà il solito tormentone su come rinviarle un'altra volta, condizionando così ogni possibilità di future manovre davvero espansive.

2. Una finanziaria recessiva che toglierà all'economia reale almeno 9 miliardi di euro


Dai conti del governo si evince che a legislazione vigente, e senza aumento dell'IVA, il deficit 2020 si sarebbe attestato al 2,7%. Portarlo al 2,2% significa togliere all'economia nazionale qualcosa come 9 miliardi di euro. Una sottrazione tanto più grave di fronte all'attuale crescita zero ed all'attesa di una recessione vera e propria. Una sottrazione che avverrà principalmente con un aumento della pressione fiscale (previsto il recupero di circa 10 miliardi e mezzo) e con nuovi tagli per un miliardo e mezzo di euro. Tutto ciò "compensato" soltanto con una riduzione del cuneo fiscale per soli 2,7 miliardi.

3. La vergognosa elemosina sul "cuneo fiscale"


Sul punto, dopo tante promesse, la montagna ha partorito il topolino. Il beneficio fiscale, che dovrebbe interessare la stessa platea dei renziani "80 euro" del 2014 (circa 11 milioni di persone), scatterà solo dal 1° luglio 2020, portando nelle buste paga di chi ha un reddito sotto i 26mila euro lordi, una cifra attorno ai 40 euro mensili. Una vera miseria, di fronte alle condizioni di questa fascia di reddito; una misura del tutto inefficace dal punto di vista macro-economico, visto che non è con queste cifre che si può rilanciare la domanda interna.

4. La fine ingloriosa, e prevedibile, delle promesse di agosto


Dalle notizie ad ora disponibili - il testo integrale della Nadef non è stato ancora pubblicato - tutte le mirabolanti promesse di agosto sono uscite dal radar di Palazzo Chigi. Dell'aumento dei 100 euro mensili agli insegnanti, come dei 4 miliardi necessari al rinnovo dei contratti del pubblico impiego non c'è traccia. Idem per il programma straordinario di assunzioni, per non parlare delle maggiori risorse per la scuola, l'università, il welfare, i disabili e le famiglie. Certo, qualcosa avranno scritto, ma evidentemente senza precisi impegni di spesa per il 2020.

5. Una finanziaria senz'anima


Siamo dunque di fronte ad una manovra di galleggiamento, priva di ogni idea forte. Una finanziaria senz'anima che non vorrebbe scontentare troppo gli italiani, rassicurando al contempo l'oligarchia di Bruxelles e Francoforte. Una finanziaria che non risolvendo alcun problema del Paese, finirà per aggravarli tutti. Perlomeno un anno fa le due misure di bandiera di Lega ed M5s (Quota 100 e Reddito di cittadinanza) provavano a dare un po' di respiro ai settori sociali maggiormente colpiti dalla crisi e dall'austerità targata Europa. Misure insufficienti anche quelle, ma che viste oggi - alla luce del micragnoso nulla della finanziaria di Gualtieri - appaiono quantomeno come un onesto per quanto pasticciato tentativo di invertire la disastrosa rotta imposta dai vincoli europei al nostro Paese.

6. L'amministratore di condominio Roberto Gualtieri


Da questa vicenda l'osannata figura del nuovo ministro dell'Economia, l'eurista a tutto tondo Roberto Gualtieri, esce del tutto ridimensionata. Una Legge di bilancio fatta in questo modo, con mille interventi, nessuno dei quali davvero significativo, più che ad un titolare della politica economica fa pensare ai piccoli stratagemmi di un amministratore di condominio. Per giunta un condominio assai litigioso. E' questa la fine che si fa quando si va ad applicare quelle regole che pure si è voluto al fine di imporre l'ordine ordo-liberale ad un paese come l'Italia.

7. La bandiera autoritaria della lotta al contante


Alla fine, da una finanziaria come questa, esce solo una bandiera: quella della lotta al contante. Che è poi la bandiera issata dalle banche e dalla grande finanza, nonché dall'ossessivo pensiero unico del politicamente corretto. Dietro alla motivazione ufficiale della lotta all'evasione - quella dei poveracci, beninteso, mica quella delle multinazionali, ci mancherebbe! - c'è l'interesse delle banche, nonché (cosa ancora più importante) la volontà di arrivare ad un controllo totale sulla vita delle persone. Per queste ragioni Programma 101 si oppone totalmente alle misure previste dal governo contro l'uso del denaro contante.

8. Conclusione: nell'Ue si soffoca, viva l'Italexit


I contenuti della Nadef, quelli prevedibili della prossima Legge di bilancio, non fanno che confermare quel che diciamo da anni: non c'è alcuna possibilità di uscire dalla crisi dentro la gabbia europea. Se i risultati della "flessibilità" transitoria ottenuta dal governo della restaurazione sono questi, figuriamoci cosa dobbiamo attenderci per il futuro. Nell'euro e nella Ue si soffoca, l'Italexit è sempre più necessaria. Anche per questo manifesteremo il prossimo 12 ottobre a Roma, anche per questo invitiamo tutti a farlo insieme a noi.

Roma, 1 ottobre 2019



GLI ULTIMI COMUNICATI

CON NOI AVETE CHIUSO 18 luglio 2019
COSÌ NON SI VA AVANTI 9 luglio 2019
MINI-BOT: DISOBBEDIRE ALLA UE 11 giugno 2019
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venerdì 18 ottobre 2019

FINANZIARIA RECESSIVA: CE LO CHIEDE L'EUROPA di Leonardo Mazzei

[ venerdì 18 ottobre 209]

Liberarsi dalla gabbia dell'euro e dell'Ue è la vera emergenza: la Legge di Bilancio 2020 è lì a dimostrarlo

Sabato scorso abbiamo manifestato a Roma per liberare l'Italia dalla gabbia eurista. Ieri, invece, il governo ha diligentemente inviato a Bruxelles il DPB (Documento Programmatico di Bilancio), che anticipa ai signori dell'Ue quel che i parlamentari italiani dovranno approvare nel dettaglio nella Legge di Bilancio vera e propria.

Quale sia il legame tra questi due eventi è facile da capirsi. Senza rompere la gabbia eurista l'Italia non ha futuro. E la Finanziaria del Conte-bis (chiamiamola così, all'antica, che ci capiamo meglio) è lì a ricordarcelo. Tutti sanno che con l'attuale crescita zero, che annuncia una probabile recessione alle porte, sarebbe stato necessario rilanciare gli investimenti, la spesa pubblica ed i i consumi. Avviene invece l'esatto contrario: gli investimenti (peraltro del tutto insufficienti) sono rinviati ad un non meglio precisato futuro, la spesa pubblica subirà nuovi tagli, mentre le nuove tasse peseranno per circa 13 miliardi (md) di euro. Auguri vivissimi agli italiani, al popolo lavoratore in primo luogo, ma è chiaro che questa politica non solo non contrasta la recessione, al contrario la alimenta.

Come naturale, nella manovra firmata Gualtieri non mancano, qua e là, misure sensate ed approvabili, come l'abolizione del super ticket o quella del cosiddetto "bonus facciate" per le ristrutturazioni condominiali. Ma si tratta appunto di cose di facciata. Piccole caramelle inserite nella solita legge-monstre che, spaziando quest'anno dai 23 md dell'IVA alla tassa sulle bibite zuccherate, consente ad ognuna delle forze di governo di intestarsi questa o quella misura, lasciando ovviamente quelle più impopolari - la stragrande maggioranza - senza padri né madri.

Meglio allora non farsi distrarre troppo ed andare all'essenziale. La Finanziaria 2020 è figlia del sistema dell'euro, ed è stata partorita da quello che abbiamo definito come il governo della restaurazione. Nessuno stupore dunque, ma una critica puntuale del lavoro di lorsignori è quanto mai opportuna.

Per non farla troppo lunga, proviamo a sintetizzare per punti.



Perché la Finanziaria è recessiva


Proprio mentre la congiuntura economica avrebbe richiesto provvedimenti anti-ciclici, cioè di contrasto al trend recessivo, il Conte-bis fa l'esatto contrario. Da un lato si continua con l'assurdità degli avanzi primari (1,1% del Pil nel 2020, per poi risalire addirittura all'1,6% nel 2022: non si dica mai che non facciamo i compiti a casa!). Dall'altro, portando il deficit tendenziale del 2,7% ad un programmatico del 2,2% si sottraggono all'economia italiana circa 9 md di euro. Di questi tempi, non proprio una bazzecola.

Ora, l'Italia è l'unico paese al mondo che, con la sola eccezione del 2009, è in avanzo primario da oltre un quarto di secolo (per l'esattezza dal 1992). Vogliamo continuare a migliorare questo ben poco invidiabile record? Per chi ancora non lo sapesse, l'avanzo primario è la differenza tra le entrate e le spese dello Stato. Dunque, sono 28 anni che le entrate superano (e di gran lunga) le uscite. Come noto il problema è che a valle di questo calcolo c'è il pedaggio da pagare ai possessori dei titoli del debito pubblico, quello che - già nel 1981 - Ciampi ed Andreatta (ricordiamo sempre i loro nomi) vollero mettere nelle mani dei pescecani della finanza internazionale. Riguardo al 2020, a causa di un'incidenza degli interessi prevista nel 3,3% del Pil, l'avanzo dell'1,1% diventa così un disavanzo del 2,2%, Che è come dire che anziché avere 19 md in cassa, ne dovrò invece pagare 38.

Non è questa la sede per approfondire il discorso e mi fermo qui. Ma possiamo continuare a farci del male in questo modo? Per gli eurocrati assolutamente sì. Anzi, quel risultato ancora non gli basta, che il Fiscal compact prevede sacrifici ancor più duri. Ma almeno l'Europa è contenta, così si dice. Che lo siano anche gli italiani è invece cosa dubbia assai.



Il trucco sull'IVA e quello sull'evasione fiscale


Ma, si dice ancora, l'IVA, almeno quella, ce la siam tolta dai piedi! Peccato non sia così. La cosiddetta "clausola di salvaguardia" è stata solo congelata per il 2020. Per il 2021 la clausola rimane per un importo di 18 miliardi. Sai che gioia veder ripartire la stessa litania sull'aumento IVA da disinnescare già dalla prossima primavera.

"Disinnescare". Il problema è che con certi artificieri il risultato è pressoché certo: l'IVA non aumenta, ma aumentano altre cento tasse. Che è esattamente quello che avverrà con questa Finanziaria. Le misure di copertura della manovra ammontano infatti a 15,4 md. Di questi 2,7 arriveranno da nuovi tagli, 12,7 da maggiori entrate tributarie.

Attenzione adesso, perché la propaganda governativa voleva far credere, fino a pochi giorni fa, che ben 7,2 md sarebbero stati incassati con il maggior contrasto all'evasione fiscale. Questa balla non ha retto alla prova dei fatti, ed ora nel DPB l'obiettivo è stato ridotto più realisticamente a 3,4 miliardi.

Ma anche su questi 3,4 md ci sarebbe molto da dire. La lotta all'evasione, di cui il Conte-bis si fa gran vanto, non è infatti rivolta contro i grandi evasori, gli esportatori di capitali, le aziende che trasferiscono fittiziamente la loro sede legale all'estero, gli allegri fruitori dei vantaggi offerti dai paradisi fiscali, bensì contro i piccoli: piccoli commercianti, piccoli artigiani, piccoli lavoratori autonomi che spesso senza un po' di nero non potrebbero neppure sopravvivere.

D'altronde, la lotta alla grande evasione è resa sostanzialmente impossibile proprio da quelle regole neoliberiste, come quella sulla libera circolazione dei capitali, sulle quali si fonda l'Unione Europea.

Detto questo, lotta alla piccola evasione a parte, da dove vengono i restanti 9,3 md? Tre le voci previste: 1) le maggiori entrate dei lavoratori autonomi che utilizzano l'ISA (3 md); 2) i tagli alle agevolazioni fiscali e la nuova tassa sulla plastica (2 md); 3) una miriade di nuovi balzelli su acquisto prima casa, certificazioni penali, sugar tax, tabacco, gioco d'azzardo, eccetera (4,3 md).

Come si può ben capire siamo decisamente di fronte ad un forte aumento della pressione fiscale. L'esatto contrario delle promesse di agosto. Un aumento spalmato in tanti rivoli affinché non si veda troppo, ma non per questo meno pesante.



La miseria della riduzione del "cuneo fiscale"


Ovviamente il governo si fa bello per la riduzione del cosiddetto "cuneo fiscale" a vantaggio dei lavoratori. In realtà siamo di fronte a cifre davvero miserevoli: 3 md per il 2020, 6 per il 2021. Ancora non è chiaro chi sarà veramente il beneficiario di questa misura. Prima sembrava che la platea fosse quella fino a 26mila euro lordi (la stessa degli 80 euro di Renzi), adesso si dice che si arriverà fino ai 35mila euro. Inutile dire che più si allargherà la platea, più si ridurrà il beneficio medio. Da alcune indiscrezioni (vedi il Sole 24 Ore del 17 ottobre) si apprende comunque che i percettori di redditi fino a 24.050 euro lordi non avranno alcun beneficio.

Staremo a vedere, ma quel che si può dire fin d'ora è che siamo di fronte ad una misura davvero modesta, poco incisiva in generale e del tutto inefficace sul piano macro-economico.



Lotta al contante: perché?


Quella della lotta al contante è la vera ossessione del momento. Alcune ipotesi (come quella dell'aperta penalizzazione del contante) sono saltate, ma la sostanza resta. Perché è ovvio che si penalizza il contante anche solo favorendo i pagamenti elettronici. Ma, soprattutto, è chiaro che siamo solo all'inizio di un'offensiva che punta a dare alle banche (ed al mondo della finanza) il totale controllo della circolazione del denaro. Un controllo che arriva anche a monitorare ogni aspetto della vita delle persone.

Quello della lotta all'evasione fiscale è più che altro un pretesto. Per capirlo c'è un esempio che basta ed avanza. Pare che una delle misure decise sia quella di accettare le detrazioni per le agevolazioni fiscali previste dalla legge, solo se i pagamenti verranno fatti con carta o bonifico bancario. Cosa c'entra tutto ciò con l'evasione fiscale? Nulla. Assolutamente nulla. Come ovvio, già oggi ogni detrazione si appoggia su un documento fiscale (fattura o scontrino) che attesta l'avvenuto pagamento ed il codice fiscale di chi lo ha effettuato. Per quale motivo, dunque, si dovrebbe andare in farmacia a comprare l'aspirina con la carta di credito anziché con i soliti spiccioli?

Ovvio, lo si dovrà fare perché così vogliono i pescecani della finanza, altro che lotta all'evasione fiscale!

A questa autentica porcata non resta che opporsi con ogni strumento, a partire dalla campagna in difesa del contante lanciata dai partecipanti alla manifestazione del 12 ottobre.



Conclusione


Vista la natura dell'attuale opposizione (si pensi al dietro-front di Salvini sull'euro), non è detto che il governo paghi subito la pochezza di questa Finanziaria di mero galleggiamento, una manovra senz'anima se non quella del solito signorsì ai padroni di Bruxelles, Francoforte e Berlino. Di certo pagheranno invece gli italiani, pagherà il popolo lavoratore.

Quella del precisino Gualtieri è una Finanziaria dove mancano soprattutto gli investimenti pubblici, dove scuola e sanità restano solo titoli senza impegni, dove lo Stato tradisce ancora una volta i più importanti principi costituzionali.

Ma restando nella gabbia dell'Ue, ed avendo spazzato via l'almeno contraddittorio esecutivo gialloverde, non c'erano dubbi sul segno della manovra autunnale del governo della restaurazione.

Così ha scritto 2 settimane fa Programma 101: «Non c'è alcuna possibilità di uscire dalla crisi dentro la gabbia europea. Se i risultati della "flessibilità" transitoria ottenuta dal governo della restaurazione sono questi, figuriamoci cosa dobbiamo attenderci per il futuro. Nell'euro e nella Ue si soffoca, l'Italexit è sempre più necessaria».

Verità semplici che la Finanziaria di Gualtieri ci ha puntualmente confermato.




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martedì 31 ottobre 2017

LA L€GGE DEL TAGLIONE di Luciano Barra Caracciolo

[ 1 novembre 2017 ]

L'ULTIMO INTERVENTO DI LUCIANO BARRA CARACCIOLO, CHE DEMOLISCE LA LEGGENDA DELLA "AUSTERITÀ ESPANSIVA" E SVELA IL GIOCO DELLE PARTI TRA ROMA E BRUXELLES SULLA "LEGGE DI BILANCIO"

Poi l'Italia brucia e i viadotti crollano? Accettate virilmente...


1. Tagliare la spesa pubblica, si sa, è segno di virile credibilità di fronte ai mercati e a l'€uropa. D'altra parte, invece, gli investimenti effettuati con spesa pubblica, spesso unificati nella categoria (sempre di spesa pubblica) "misure supply side", risultano virtuosi. E quando c'è la virtù, come ben sanno gli innamorati, "le dimensioni non contano".





2. Ma ecco infatti, nel disegno di legge di "stabilità" per il 2018, le rispettive dimensioni dellacr€dibilità rapportate a quelle della virtù:
La manovra —secondo il documento— avrà un impatto positivo sui tassi di crescita del pil in termini di differenziale tra lo scenario programmatico e quello tendenziale ammonta a "0,3 pp in ciascuno degli anni 2018 e 2019".
Nel dettaglio, ammontano a 3,5 miliardi i tagli della spesa pubblica per il 2018[n.b.: sono tagli strutturali, quindi, a differenza delle "decontribuzioni" e degli "investimenti pubblici" sono 3,5 miliardi trascinati nella loro intera misura per ogni futuro esercizio di bilancio] che andranno a copertura delle misure della Legge di Bilancio.
Altre coperture da 'entrate aggiuntive' allo studio nell'ambito della lotta all'evasione di alcune imposte vengono quantificate in 5,1 miliardi di euro.
Le risorse per la competitività e l'innovazione, che includono anche ledecontribuzioni per i giovani, nel 2018 ammontano a 338 milioni; 2,1 mld nel 2019 e quasi 4 miliardi nel 2020. Gli stanziamenti per lo sviluppo che comprendono le spese per gli investimenti pubblici saranno pari a 300 milioni nel 2018, che passeranno a 1,3 miliardi nel 2019 e a 1,9 miliardi nel 2020. I fondi per la lotta alla povertà, reddito di inclusione sociale incluso dunque, sono 600 milioni nel 2018, 900 milioni nel 2019, 1,2 nel 2020.
«La Commissione aveva risposto al ministro Padoan in modo interlocutorio. Evidentemente, la manovra 2018 non convince neppure se l’obiettivo concordato dovesse essere una riduzione del disavanzo strutturale dello 0,3% del Pil. L’esecutivo comunitario vorrebbe ricevere maggiori precisazioni dal governo entro martedì. La situazione è complicata dal fatto che Bruxelles prevede una significativa deviazione dei conti pubblici anche per quanto riguarda il 2017.In particolare, la Commissione fa notare che «l’aumento previsto della spesa pubblica primaria netta è superiore all’obiettivo di una riduzione di almeno l’1,4%» (stesso problema è notato per il 2017). La lettera di Bruxelles è per certi versi di maniera (una manciata di paesi, tra cui la Francia, ha ricevuto una richiesta di informazioni). Non c’è desiderio di mettere in difficoltà il governo Gentiloni a ridosso del votoInteressante è il riferimento alla spesa legata all’emergenza migranti. Nel chiedere dettagli, Bruxelles sembra pronta a tenerne conto nel calcolare l’obiettivo di riduzione del deficit. Ciò detto, la Commissione deve far rispettare il Patto; chiede manovre precise; e vuole coprirsi le spalle da eventuali critiche di paesi insoddisfatti da ciò che ritengono una eccessiva discrezionalità nell’analisi dei bilanci».

4. In questo simpatico e ormai consueto siparietto, ogni cosa è illuminata dalla condivisa fede incrollabile nell'austerità espansiva: teologia che Stiglitz, quando vuole, demolisce in modo esemplare...probabilmente contando sul fatto —rassicurante— di rimanere inascoltato.

Ciò che distingue il gioco delle parti annuale Italia vs Commissione UE, sono diversi gradi di separatezza dal modello teologico germanico: il fiscal compact che, se realmente non lo si volesse  incorporare nei trattati, tanto varrebbe recederne, come sarebbe possibile in ogni momento, indipentemente dalla perdurante vigenza del (pallido) art.81 Cost..
Tuttavia, quanto a teologia dell'austerità espansiva, le nostre tradizioni non sarebbero seconde a nessuno, come ci riporta Francesco Maimone con annessa analisi di Federico Caffè: Adoratori della deflazione selvaggia e del taglio alla spesa pubblica, da sempre.

5. Ne emerge, da "tempi non sospetti", una teorizzazione morale, virile e credibile, di rara chiarezza:
Nel III Rapporto della Commissione Economica presentato all’Assemblea Costituente del 18 ottobre 1946 (Problemi monetari e commercio estero - Interrogatori, questionari, monografie), veniva interrogato l’allora ragioniere generale dello Stato, Gaetano Balducci, per chiarire la situazione della tesoreria onde trarre prospettive per il futuro. Anche allora bisognava “sanare” il bilancio dello Stato! 
Baffi chiese a Balducci: “Si potrebbe fare economia in qualche settore? ”. 

La risposta di Balducci fu la seguente:
… Su questo sono un po’ pessimista, perché purtroppo non si riesce a far comprendere tale verità nemmeno agli uomini politici responsabili. Quando un paese si trova nella situazione economica in cui si trova il nostro, tante spese bisogna assolutamente abbandonarle, anche se sono un prodotto della civiltà. Bisogna avere il coraggio di scendere dal livello di civiltà in cui si era. Per esempio (è doloroso dirlo), le spese di assistenza sociale, le spese di istruzione, ecc. non solo vengono tenute al livello di prima, ma anzi si vogliono aumentare, mentre, viceversa, ciò non è possibile…” [Rapporto cit., 108].

Per tale ragione nel 1949 – a Costituzione in vigore – Federico Caffè non poteva che stigmatizzare il mito della “deflazione benefica e risanatrice” che affermava essere alimentato “… dalla corrente più autorevole (o comunque più influente) dei nostri economisti, e pedissequamente ripetuto dai politici, sia pure con la consueta riserva, di carattere del tutto retorico, che esclude una loro adesione «a una politica di deliberata deflazione». In realtà non occorre che uno stato di deflazione si manifesti in quanto deliberatamente voluto dalle autorità politiche; se esso, comunque, si manifesta, una eventuale inazione delle autorità di governo implica una loro grave responsabilità, in quanto la deflazione, non meno e forse ancor più della inflazione, è uno stato patologico che non si sana attraverso l’azione spontanea delle forze di mercato”.
Egli si rendeva conto che in Italia non fossero possibili allora “… alcune forme di manovra del debito pubblico del genere di quelle seguite negli Stati Uniti e nell’Inghilterra in base alla tecnica della finanza funzionale e ai canoni della politica economica «compensatoria». Ma anche gli obiettivi più modesti di una spesa pubblica in funzione anticiclica e di interventi stimolatori molto più blandi… sembrano irraggiungibili di fronte alla visione strettamente contabile e computistica degli organi in parola, ai quali pare ben improbabile fare accogliere un giorno l’idea che possa essere utile talvolta non già far quadrare i bilanci, ma tenerli in squilibrio. Alla fine gli organi agiscono con la testa degli uomini che li dirigono…”.


5.1. E ricordando con “sgomento” le citate parole di Balducci, Caffè proseguiva:
“…Quando si aggiunge che, parlando di spese di istruzione, egli precisa che intende riferirsiaddirittura ai maestri elementari, si può comprendere quale irrimediabile sconforto debba arrecare la consapevolezza che idee simili prevalgano in organi pubblici in posizione strategica agli effetti della manovra della politica economica…  
CHE SENSIBILITÀ DI FRONTE AI PROBLEMI DELLA DISOCCUPAZIONE potrà avere chi ritiene eccessiva la spesa per l’istruzione o per i servizi sociali in Italia? 

Non si tratta di necessaria impopolarità che qualcuno deve anche assumersi. Si può essere impopolari dicendo che certe spese non debbono essere fatte, ma si può esserlo dicendo, invece, che devono essere trovati i mezzi per poter sostenere le spese stesse, ad esempio con una tassazione più incisiva o più perequata.
Nella preferenza accordata a una alternativa anziché all’altra vi è già un concetto di scelta che implica preoccupazioni per certi interessi di gruppo anziché per altri … Alla deflazione pretesa «risanatrice», non meno che all’inflazione, SONO LEGATI INTERESSI PARTICOLARI CHE SI AVVANTAGGIANO DELLA SITUAZIONE CHE NE RISULTA, A DANNO DELLA PARTE PIÙ ESTESA DELLA COLLETTIVITÀ…” [F. CAFFE’, Il mito della deflazione, Cronache sociali, n. 13, 15 luglio 1949].
Quindi, tenetelo a mente: “bisogna avere il coraggio di scendere dal livello di civiltà” in cui eravamo, altro che concorsone con l€uro ed il fiscal compact..."

5.2. Sulla tomba dell'Italia, nella prospettiva dell'imminente decesso voluto (a grandi intese) per la prossima legislatura, scriveranno il seguente epitaffio (e il senso è ovviamente invertito): 
Hic man€bimus optim€

* Fonte: Orizzonte 48

lunedì 18 luglio 2011

LA CONFINDUSTRIA E LA «MANOVRA» TREMONTIANA

Senza Freni

Sulla scia dei “Bocconiani.
“Il manifesto" in Nove punti de Il Sole 24 Ore, ovvero il disco rotto di un liberismo senza limiti e senza argomenti di un capitalismo senza idee

di Emmezeta*

La maxi-manovra tremontiana è stata varata a tempo di record da un Parlamento sordo e grigio come non mai. Felice come un bambino col gelato in mano l’indecente inquilino del Quirinale, felici maggioranza e finta opposizione parlamentare che potranno così andare in ferie, felici i sindacati che apprezzano molto le stangate di luglio che, se non altro, hanno il pregio di non obbligarli ai soliti riti autunnali. Tutti felici, meno uno: il quotidiano della Confindustria, che appena incassata la manovra pensa già alla «fase due». Quando si dice la lungimiranza di lorsignori…

lunedì 1 ottobre 2018

NON RESTA CHE ALLEARSI CON I POPULISTI di Riccardo Achilli

[ 1 ottobre 2018 ]

Un'altra voce autorevole della sinistra patriottica sul Def e sul rapporto con il governo giallo-verde. Achilli afferma:
«Il futuro non si gioca sulla flat tax. Quello è un simbolo. Il futuro si gioca da chi esce vincitore in una battaglia fra sovranismo e globalismo, che è l’’unica battaglia vera che si sta combattendo. Il resto sono frattaglie di identitarismo di cui liberarsi, se si vuole partecipare al gioco».
Ma va oltre a questa premessa che condividiamo. Rispondendo indirettamente a Fassina (che esclude ogni alleanza con la destra sovranista) afferma in modo perentorio:
«Le parti più avanzate di ciò che resta della sinistra la smettessero di trastullarsi con idee identitarie e pretese di difesa di una bandiera, ed aderissero, da sinistra e conservando tutta l’autonomia di pensiero e di programma che intendono conservare, ad alleanze con i populismi, perché, alla fine, i Mélenchon di turno tolgono voti alle destre popolari, che sono le uniche ad avere la forza per cambiare le cose, senza uscire da posizioni minoritarie, dalle quali non si incide».

*  *  *
LA GUERRA DELLO SPREAD
di Riccardo Achilli

Per la prima volta da più di venticinque anni, il Governo annuncia, tramite la Nota di aggiornamento del DEF, una manovra finanziaria prossima ventura espansiva, finanziata a deficit. Portare la previsione di rapporto fra disavanzo e PIL dal percorso previsto dal DEF del Governo Gentiloni, ovvero 0,9% nel 2019 e 0,2% nel 2020, al 2,4% per entrambi gli anni, significa andarsi a prendere a disavanzo circa 27 miliardi nel 2019 e circa 41 miliardi nel 2020. Significa cancellare da un orizzonte politicamente programmabile il concetto di pareggio strutturale di bilancio.

L’impostazione, fra il rilancio di 118 miliardi di investimenti pubblici già stanziati, quindi già scontati dal calcolo del debito, ma mai implementati per problemi progettuali e gestionali delle Amministrazioni titolari (su alcuni dei quali, forse, una analisi di costi/benefici per capire se sono ancora attualmente utili andrebbe fatta), il varo di un importante programma di contrasto monetario alla povertà (soltanto per gli italiani, finalmente!) l’aumento di spesa previdenziale prevista dalla modifica della legge Fornero ed altre partite di spesa (tra le quali il ristoro per 1,5 miliardi degli obbligazionisti delle banche fallite) è di tipo keynesiano più che liberista, perché basato maggiormente sulla leva delle spese che su quella delle entrate. Lo stimolo fornito dalla riduzione della pressione fiscale è affidato ad un primo modulo di flat tax riservato solo ad imprese e professionisti, da una prevista riduzione dell’aliquota Ires e da una detassazione degli utili reinvestiti in innovazione o nuove assunzioni, peraltro misure autofinanziate all’interno del sistema fiscale stesso, dalla riduzione delle tax expenditures.

La manovra configurata dal DEF costituisce, quindi, un vero e proprio salto quantico che azzera i vincoli del Six Pack che l’Italia subisce da anni, ed il suo effetto potenziale, su un’area euro bloccata dal gigantesco surplus commerciale tedesco, è potenzialmente dirompente. Si tratta, di fatto, di smentire la filosofia della deflazione interna come fattore di competitività finalizzato a riequilibrare i differenziali nei saldi di bilancia commerciale. Reinserire risorse nel circuito della spesa e della domanda interna non potrà che alimentare inflazione, restituendo spazio al mercato interno come elemento a sostegno della crescita. In un’epoca segnata da un ritorno di forme di protezionismo, tale impostazione appare quanto mai essenziale, e non è un caso se il Presidente di Confindustria, oggi, abbia speso parole sostanzialmente caute, se non anche positive, sul progetto gialloverde.

Evidentemente, però, questa impostazione sconvolge l’assetto ordoliberista dell’area euro, mette pressione sugli altri Stati membri per rilassare la disciplina di bilancio, isola la Germania ed il suo progetto di lebensraum economica basato sull’esportazione su scala europea del suo modello. Qui è in gioco qualcosa di più della fiducia degli investitori, in palio c’è l’egemonia politica sul continente. Se la Germania non potesse, in un futuro, scaricare le tensioni interne all’area euro imponendo deflazione agli altri Stati membri, sarebbe costretta, da un lato, a fare politiche di sostegno alla sua domanda interna per riassorbire il surplus commerciale, e dall’altro ad adottare scelte di condivisione del rischio/mutualizzazione dei debiti sovrani, non potendo più contare su politiche di bilancio nazionali di austerità. Oppure dissolvere l’euro, tornando alle valute nazionali, dando però ragione a quella destra interna, l’Afd, che della Merkel vuole lo scalpo. Consegnando la Germania stessa, da sola e senza copertura europea, alla furia protezionistica statunitense, che mira proprio a colpire le importazioni manifatturiere tedesche, posto che con Governi amici, come quello italiano, Trump ha negoziato separatamente condizioni di favore per il nostro export agroalimentare.

E’ quindi altrettanto evidente che il progetto di manovra di bilancio sotteso alla Nota di aggiornamento del DEF non passerà il vaglio della Troika. La Germania non se lo può permettere, sarebbe la fine dei suoi disegni di dominanza continentale. A novembre, la Commissione restituirà un parere negativo sulla bozza di legge di bilancio, e non aspetterà la prima finestra per l’apertura della connessa procedura d’infrazione, che si apre solo a maggio, cioè dopo elezioni europee che potrebbero sconvolgere la composizione del Parlamento Ue a favore dei gialloverdi e dei loro alleati negli altri Paesi. E’ molto probabile infatti che si attiveranno i canali interni: la mancata promulgazione da parte del Colle per conflitto con l’articolo 81 della Costituzione. Mattarella ha già avvertito, peraltro, che userà tale facoltà.

D’altra parte, la reazione dei mercati non può essere ignorata. Per il momento, il rialzo dello spread è stato contenuto perché l’approvazione della nota di aggiornamento è avvenuta giovedì sera, e venerdì è un giorno dedicato, normalmente, alle operazioni di chiusura delle partite aperte in settimana. Ma dalla settimana prossima è più che probabile che si inizi a ballare, e che la fine progressiva del Qe della Bce metta ancora più pressioni sui rendimenti dei titoli di Stato italiani. E’ difficile che Trump si muova per un eventuale sostegno all’Italia, se ci sarà, prima delle elezioni mid-term di novembre. Un eventuale aiuto al nostro Paese, tramite pressioni su Wall Street per aumentare gli acquisti di bond italiani, potrebbe essere strumentalizzato in veste elettorale. Almeno fino a novembre occorrerà camminare da soli, e sperare che le elezioni statunitensi premino Donald.

Su questo scenario si innesta però un elemento molto importante, che potrà essere sfruttato dai gialloverdi. L’Italia non può essere trattata come la Grecia. Le dimensioni economiche contano. Non può essere fatta fallire gettandola nel caos politico ed economico che deriverebbe dal blocco tout court della legge di bilancio e dal default che deriverebbe dall’incremento incontrollato dello spread e da eventuali downgrade delle agenzie di rating. Il 28% del debito pubblico italiano è detenuto da soggetti esteri, un ammontare gigantesco, pari a 664 miliardi di euro. La “fuga” dai nostri titoli, che si è verificata in questi mesi, non potrà continuare senza produrre un crollo delle quotazioni dei nostri titoli, che porterebbe a durissimi contraccolpi sul patrimonio di sorveglianza di banche ed operatori finanziari esteri detentori di bond tricolori. Le dimissioni del governo gialloverde che potrebbero seguire alla bocciatura integrale del suo progetto di legge di bilancio, senza una alternativa di maggioranza, getterebbero il Paese nel caos di elezioni anticipate, oltretutto facilmente vinte dai gialloverdi stessi, che potrebbero fare leva su una reazione ostile alla Troika da parte dell’elettorato. 
Nessuno può permettersi il lusso di mettere un Paese così centrale per l’eurozona alle strette, in una condizione greca.

Non va sottovalutata la frase di Moscovici, che ammette che non è interesse della Commissione far fallire l’Italia. Tale frase rappresenta un’apertura di negoziato. Io credo che alla fine l’esito non sarà né il crollo dell’euro-area né, come sostiene la parte avversa, un drammatico fallimento economico italiano da spread e downgrade del debito. L’esito sarà un compromesso, in cui qualcosa dovrà essere riconosciuta anche all’Italia, in termini di margini espansivi sulla legge di bilancio. Sicuramente l’obiettivo del 2,4% non potrà essere sostenuto, si scenderà, ma certamente non fino allo 0,9% a cui saremmo costretti dal percorso di convergenza verso l’equilibrio strutturale di bilancio, e c’è, forse, anche qualche possibilità di rimanere sopra l’1,6% negoziato informalmente con la Commissione. Questo cedimento parziale alle nostre ragioni sarebbe, peraltro, il primo successo diplomatico italiano in sede di negoziato sulle politiche di bilancio da più di quattro lustri a questa parte. Innescherebbe una dialettica diversa dentro l’euroarea, ed aprirebbe spazi per inserire un pensiero economico diverso da quello ordoliberista sinora utilizzato. Tali spazi, in caso di vittoria di Trump al mid-term e di successo dei populismi alle elezioni europee, potrebbero essere allargati ulteriormente, conducendo, nel giro di pochi anni, ad un rovesciamento del modello economico di riferimento dell’euro.

Sarebbe bene, in questa prospettiva, che:

- - Alcuni sovranisti abbandonassero infantilismi da “tutto e subito”, ed iniziassero a fare politica con la testa, e non con il fegato;
- - Le parti più avanzate di ciò che resta della sinistra la smettessero di trastullarsi con idee identitarie e pretese di difesa di una bandiera, ed aderissero, da sinistra e conservando tutta l’autonomia di pensiero e di programma che intendono conservare, ad alleanze con i populismi, perché, alla fine, i Mélenchon di turno tolgono voti alle destre popolari, che sono le uniche ad avere la forza per cambiare le cose, senza uscire da posizioni minoritarie, dalle quali non si incide. Un gioco a somma negativa. Il futuro non si gioca sulla flat tax. Quello è un simbolo. Il futuro si gioca da chi esce vincitore in una battaglia fra sovranismo e globalismo, che è l’’unica battaglia vera che si sta combattendo. Il resto sono frattaglie di identitarismo di cui liberarsi, se si vuole partecipare al gioco.

* Fonte: Criminalitalia

domenica 25 marzo 2018

30 MLD: I PROSSIMI DIKTAT DELL'UNIONE EUROPEA

[ 25 marzo 2018 ]

Ieri, 24 marzo, mentre tutti Tv, giornali e siti web erano tutti concentrati sui giochi di palazzo, in radicale controtendenza Il Sole 24 Ore ha aperto con questo titolo: "Conti pubblici, manovra «obbligata» da 30 miliardi". In buona sostanza l'élite eurista, per bocca de Il Sole metteva le mani avanti, rinfrescava la memoria su quanto l'Unione europea — date le obbligazioni già assunte  da Roma —, chiederà al prossimo governo, quale che esso sia. C'è di mezzo la prossima legge di Bilancio (finanziaria 2019). Quindi, come ricordavamo ieri

«Non ci vorrà molto tempo per capire l'andazzo. Il DEF (Documento di programmazione economica finanziaria), come regola, dovrà essere presentato al Parlamento entro il 10 aprile. Anche ammesso che ci sia una deroga (i tempi sono stretti e gli euro-oligarchi sono in agguato) con quello si capiranno molte cose».
Riportiamo per intero l'articolo in questione.

*  *  *

LO STALLO POLITICO 
Conti pubblici, manovra «obbligata» da 30 miliardi 
di Gianni Trovati

I pallottolieri parlamentari girano a pieno ritmo per elaborare una soluzione sulle presidenze delle Camere dopo la rottura di Palazzo Madama nel centrodestra. Rottura che getta una variabile ulteriore sulla ricerca della composizione delle maggioranze di governo possibili.

Gli echi della campagna elettorale sono ancora forti e spingono a misurare le ipotesi di alleanze in base alle convergenze fra le promesse elettorali. Ma l’agenda operativa del prossimo governo, qualunque sarà la tavolozza dei suoi colori, deve partire da un numero: 30 miliardi.




LE PREVISIONI DEL GOVERNO CONCORDATE CON LA UE 

(*) Rispetto all'1,9% di deficit/Pil 2017 misurato dall'Istat; rispetto al 2,1% previsto dalla nota di aggioronamento al Def la correzione sarebbe di 8,5 miliardi (Fonte: Elaborazione del Sole 24 ore su Nadef e Legge di bilancio)


Tanto misura la parete da risalire per far andare a braccetto tre sfide: 12,4 servono per lo stop agli aumenti Iva dal 1° gennaio, priorità condivisa da tutte le forze politiche; su altri 12 poggia il rispetto degli obiettivi di riduzione del deficit scritti nei documenti di finanza pubblica, e “vigilati” da un’Europa dove trovare nuovi spazi di flessibilità sarà molto più difficile rispetto al passato recente; e c’è in lista anche il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, con un costo netto per lo Stato da almeno due miliardi. Già, perché le intese firmate a febbraio riguardano il 2016-2018, e anche a non voler riavviare subito la macchina sarà indispensabile mettere a bilancio almeno i fondi per le indennità di vacanza contrattuale: senza contare le richieste già arrivate dai sindacati per la conferma di quella quota di aumenti (fino al 24% negli enti locali, al 21% in sanità e così via) che altrimenti cadrebbe dal 1° gennaio. 

IL COSTO DELLE CLAUSOLE IVA 
Gli aumenti Iva da sterilizzare nel prossimo triennio. Dati in milioni di euro (Fonte: Elaborazione del Sole 24 ore su Nadef e Legge di bilancio) 




Insieme alle classiche spese «indifferibili», dalle missioni internazionali ai finanziamenti agli enti pubblici in un pacchetto intorno ai 5 miliardi, i 30 miliardi si profilano insomma come l’agenda «obbligata» per il presidente del consiglio che si vedrà consegnare la campanella da Paolo Gentiloni. E gettano un’ipoteca pesante sulle priorità programmatiche che puntano sui tagli fiscali in area Lega e Forza Italia, reduci dalla rottura di ieri, sulla spesa pubblica per reddito di cittadinanza e investimenti nei Cinque Stelle, e sui ripensamenti previdenziali in modo trasversale. 

Il calendario ancora non certifica che il cantiere potrà aspettare ottobre prima di mettersi in moto: il miglioramento dei conti pubblici certificato dall’Istat, con un deficit all’1,9% del Pil anziché al 2,1%, allontana secondo il governo la richiesta europea di manovra correttiva in primavera da 3,5 miliardi, ma le decisioni definitive arriveranno a maggio. «Non vedo allarme sull’Italia per quanto riguarda la stabilità dei mercati», conferma il premier Gentiloni dal consiglio europeo di Bruxelles evocando uno spread che infatti anche ieri ha vissuto l’ennesima giornata di calma piatta (ieri il differenziale è rimasto fermo a 126 punti, mentre il Tesoro ha annunciato 7,5 miliardi di titoli a media e lunga scadenza per l’asta di mercoledì prossimo). Ma è lo stesso Gentiloni a ricordare che la spinta della congiuntura aiuta («lo stato dell’economia italiana è incoraggiante», ha detto), ma che «questo non vuol dire che la situazione sia eterna, immutabile». Il tempo scorre, insomma, e lo stallo non aiuta. 

Fuori discussione, stando almeno alle dichiarazioni di tutti i partiti, è l’esigenza di affrontare il primo dei tre capitoli «obbligati», cioè lo stop alle clausole di salvaguardia che senza interventi porterebbero all’11,5% l’aliquota oggi al 10% e al 24,2% quella che oggi si ferma al 22. Per farlo servono 12,4 miliardi l’anno prossimo, mentre l’orizzonte triennale coperto dalla manovra chiede 19,1 miliardi sia sul 2020 sia sul 2021, per fermare anche gli aumenti ulteriori messi a «salvaguardia» dei conti di quei due anni. La prima prova sul campo di queste intenzioni si avrà con il Def da chiudere entro aprile, o più probabilmente nelle risoluzioni parlamentari che accompagneranno il Documento tecnico limitato al tendenziale su cui sta lavorando il ministero dell’Economia. Ma sarà la Nota di aggiornamento di settembre a dover inserire nelle tabelle i numeri definitivi che guideranno la manovra. 

La cifra chiave intorno a cui ruota il secondo punto in agenda è quella del deficit, che nei programmi italiani presentati a Bruxelles dovrebbe scendere il prossimo anno allo 0,9% del Pil. Tradotto in euro, significa una correzione da 12 miliardi rispetto ai livelli del 2018, a meno di non voler rompere i vincoli europei (e il percorso di riduzione del debito) come per ora ha proposto esplicitamente solo la Lega. E lo stallo non aiuta a ridurre questo tratto di strada, perché l’esperienza mostra che aprile e maggio sono i mesi cruciali per la trattativa con la Commissione sui numeri: l’anno scorso il pressing primaverile di Roma produsse uno “sconto” da 8,5 miliardi che è stato usato dalla legge di bilancio per bloccare i soliti aumenti Iva. Sconto motivato con l’esigenza di portare avanti le riforme senza colpire una crescita ancora sotto al potenziale, e per affrontare le spese «eccezionali» sui migranti: tutte ragioni difficili da rievocare ora.

* Fonte: Il Sole 24 ore

mercoledì 11 settembre 2019

SUL PROGRAMMA DI GOVERNO DEL CONTE BIS di Leonardo Mazzei

[ mercoledì 11 settembre 2019 ] 


IL GOVERNO PIÙ A SINISTRA DELLA STORIA?


Dovessimo prenderli sul serio, i 29 punti condivisi da Pd, M5s e Leu sembrerebbero dar ragione all'ex cavaliere d'Arcore, che ha parlato senza remore del "governo più a sinistra della storia d'Italia". Ma possiamo prenderli sul serio? Ovviamente no, tant'è vero che saranno proprio i berluscones (specie al Senato) a dar manforte al Conte-bis ogni volta che ve ne sarà bisogno. Che Berlusconi sia passato all'estrema sinistra?


Una montagna di promesse



La prima cosa da capire è che i 29 punti non sono un programma, bensì una lista sterminata di promesse. Limitandoci alla parte economico-sociale, troviamo alla rinfusa (ma il testo è scritto proprio così) la cancellazione dell'aumento dell'IVA, il sostegno alle famiglie ed ai disabili, misure per l'emergenza abitativa, incentivi agli investimenti, più risorse per la scuola, l'università, la ricerca, il welfare. E questo è solo il punto 1...

Ma si prosegue con il potenziamento degli incentivi alle piccole e medie imprese, la riduzione delle tasse sul lavoro (cuneo fiscale), il salario minimo, misure a favore dei giovani appartenenti a famiglie a basso reddito. Si annuncia un piano straordinario di assunzioni di medici ed infermieri, aumenti salariali ad insegnanti, poliziotti, militari e vigili del fuoco.

Non poteva poi mancare la promessa di un Green New Deal, quella di maggiori interventi per la difesa del territorio e per la velocizzazione della ricostruzione nelle zone terremotate. Ma non ci si è dimenticati neppure del lancio di un piano straordinario per il Sud, né della necessità di nuovi investimenti infrastrutturali. E questa è solo una sintesi di quanto il nuovo tripartito ha pensato bene di promettere agli italiani...

Che dire? Troppa grazia Sant'Antonio! E' evidente come nel caldo agostano si sia deciso di non porsi troppi limiti, tanto poi ai numeri veri della manovra ci penserà la Nota di aggiornamento del DEF, da presentarsi entro settembre; mentre la precisazione delle misure che verranno effettivamente prese avverrà solo con la Legge di Bilancio, da presentarsi entro il 15 ottobre.

E' pacifico come alla prova dei fatti molti impegni resteranno lettera morta, altri verranno spostati più avanti, altri ancora si tradurranno in qualche mancia di poco conto. Tuttavia una cosa è certa: la Legge di Bilancio 2020 (da approvarsi entro la fine del 2019) sarà più espansiva di quella dell'anno precedente. Questo per il semplice motivo che la Commissione europea concederà al governo della restaurazione quel che invece rigorosamente vietava al governo populista.



Un "anno sabbatico": premio di una ritrovata sudditanza



E' la politica che comanda l'economia, non viceversa. A Bruxelles, Berlino e Francoforte si erano presi una bella paura con il governo giallo-verde. Pasticcione, incoerente, inadeguato e financo opportunamente infiltrato; ma pur sempre diverso, largamente estraneo alle élite, poco prevedibile e — quel che era veramente intollerabile — troppo sensibile agli umori ed agli interessi delle masse.

Dunque, passato lo spavento, chiusa quella che lorsignori interpretano come una spiacevole parentesi, ecco che non si può chiedere al governo loro amico di assumere di nuovo le sembianze di un Monti-bis, dato che questo equivarrebbe ad un suicidio politico in piena regola. Da qui la prevedibile decisione di concedere all'Italia una sorta di "anno sabbatico" come premio della ritrovata sudditanza. Sbagliava dunque Salvini, ma credo l'abbia ora ben capito, nell'immaginarsi una specie di governo tecnico tutto teso a tagli e tasse già con il prossimo bilancio. Nuovi tagli vi saranno, come pure nuove tasse, ma tutto ciò sarà sostanzialmente nascosto nelle pieghe di una manovra che verrà certamente presentata come espansiva.

Ancora non si parla ufficialmente di numeri, ma il Conte-bis nasce apertamente sull'ipotesi di ottenere dalla Commissione più flessibilità sui conti, portando a preventivo il rapporto deficit/Pil attorno al 2,5%, per poi andare a consuntivo in area 3%. Numeri non trascendentali, decisamente al di sotto di quel che sarebbe necessario, tuttavia ben diversi da quelli chiesti finora da Bruxelles. Un anno fa la prima versione della Legge di Bilancio venne respinta dagli eurocrati per un deficit al 2,4%, mentre i giornaloni si stracciavano le vesti per un disavanzo che, a loro dire, avrebbe fatto sprofondare l'Italia nel Mediterraneo. Ancora nella primavera scorsa l'Ue passò all'attacco per sottoporre l'Italia ad una "procedura d'infrazione", evitata solo con la promessa di far scendere nel 2020 il deficit ben al di sotto del 2,0%.

Adesso, si dice, "l'aria è cambiata". Se il 2,4% prima era un crimine, adesso non può far che bene alla salute anche il 3,0%. Miracoli della restaurazione! Miracoli che piacciono anche ai famosi "mercati", dato che con il 2,4% di deficit lo spread stava sopra quota 300, mentre adesso che sembra destinato ad andare ben oltre lo spread è a 150.

Il perché l'aria sia momentaneamente cambiata lo abbiamo già detto. Non perché le politiche europee stiano mutando, non per un'inesistente uscita dall'ordoliberismo, ma solo per le evidentissime esigenze della politica. In fondo all'Italia verrà concesso un po' meno di quanto consentito per anni alla Francia ed alla Spagna di Rajoy. Dal punto di vista dell'oligarchia eurista un prezzo non troppo alto per ricondurre il nostro Paese all'ovile del loro dominio.

Del resto, il nuovo governo, spalleggiato in questo da Mattarella, ha già dichiarato in tutti i modi la sua piena sudditanza. Il "Viva l'Europa" è il vero slogan della maggioranza Pd-M5s-Leu. E' questo il significato più importante del cambio di governo a Roma. A Bruxelles e Berlino l'hanno sempre avuto chiaro, tanto che Tusk e Merkel sono pesantemente intervenuti nella crisi italiana affinché il ribaltone andasse in porto.

Anche Fassina ha votato la fiducia...
Il problema era la sovranità, non qualche decimale di deficit in più o meno. Adesso che l'eurocrazia ha trionfato, tutti possono rendersi conto di come quegli zerovirgola siano stati giocati spudoratamente solo per terrorizzare la popolazione, affinché le gerarchie costituite (detto in breve: Berlino comanda e Roma ubbidisce) non vengano messe in discussione. Oltretutto, in questo momento di stagnazione economica, un certo allentamento delle politiche austeritarie fa comodo anche alla Germania...


Come sarà la Legge di Bilancio?



Dal punto di vista dell'Italia non sarà certo un anno di maggior flessibilità a cambiare la situazione generale. L'euro, giova ricordarlo, ci è già costato un 25% di minor Pil cumulato. Non si esce da un simile disastro con una modestissima (e solo temporanea) boccata d'ossigeno come quella che si profila.

Ma, alla luce di quanto detto finora, cosa possiamo aspettarci allora dalla Legge di Bilancio? Lo schema generale della manovra sarà probabilmente assai vicino a quello tratteggiato da Federico Fubini sulle pagine del Corriere della Sera.

Al momento il deficit tendenziale (cioè a legislazione invariata) per il 2020 sarebbe all'1,6%. Piccolo problema, a "legislazione invariata" significherebbe far scattare l'aumento dell'IVA dal prossimo 1° gennaio. Ma questo aumento non ci sarà, facendo così mancare alle casse dello stato i relativi 23 miliardi. E poiché questa cifra corrisponde ad un 1,3% di Pil, ecco che il deficit salirebbe così al 2,9%. Tria pensava di riportarlo almeno al 2% con 9 miliardi di maggiori entrate dell'Irpef (riduzione più o meno lineare di detrazioni e deduzioni) e con 6 miliardi di tagli (anch'essi sostanzialmente lineari) alla spesa dei ministeri. Una strada questa che verrà riproposta dal nuovo governo (vedi punto 17 del programma), ma non si sa in quale misura.

Difficile, ma potremmo dire impossibile, ipotizzare davvero un recupero di 15 miliardi. Troppo pesante e troppo impopolare per le gracili ossa del governo appena nato. Sul lato della spesa, dopo anni di tagli continui c'è rimasto ben poco da limare. Non solo, questi tagli — viste le promesse del programma — non dovrebbero toccare né la scuola né la sanità, comparti dove la spesa dovrebbe invece salire. Sul lato delle tasse, il taglio delle agevolazioni fiscali (le cosiddette "tax expeditures") è stato per anni materia di esercitazione per i diversi ministri dell'economia che nel tempo si sono succeduti, senza che niente di sostanziale sia stato fatto. Questo per un semplice motivo: non è facile intervenire in quella giungla, ed è impossibile farlo senza colpire fette consistenti della popolazione.

Per saperne di più bisognerà dunque aspettare. Stavolta l'ipotesi che va per la maggiore è quella di partire dal taglio delle agevolazioni considerate negative dal punto di vista ambientale, riproponendo in qualche modo quel meccanismo alla Macron (si colpiscono ampie fasce popolari, ma il tutto in nome dell'ambiente) che in Francia ha scatenato la rabbia dei Gilet gialli. Insomma, nonostante la flessibilità che verrà concessa, la Legge di Bilancio che si annuncia non sarà tutta rose e fiori come si vorrebbe far credere.

Detto questo, restano da considerare le maggiori spese e le minori entrate previste nel programma — tra queste i 6 miliardi che dovrebbero servire ad abbassare la tassazione sui redditi inferiori ai 26mila euro. Nessuna delle maggiori spese è quantificata nei 29 punti ma, pur considerando che molte promesse non avranno alcun seguito, appare ragionevole ipotizzare un deficit tra il 2,5 ed il 3%. Ragion per cui possiamo immaginare che sia grosso modo agli estremi di questo range che andranno a collocarsi il deficit programmatico e quello reale.


Due questioni politiche dall'enorme portata



Ovviamente il programma non parla solo di economia.
Mentre la politica estera viene rapidamente racchiusa nella formula della doppia "fedeltà" (leggasi sudditanza) all'Ue ed agli Usa, due le questioni politiche davvero rilevanti sulle quali potrebbe anche giocarsi il futuro del governo della restaurazione: la legge elettorale ed il "regionalismo differenziato".

Quest'ultimo viene così trattato al punto 20:
«È necessario completare il processo di autonomia differenziata giusta e cooperativa, che salvaguardi il principio di coesione nazionale e di solidarietà, la tutela dell'unità giuridica e economica; definisca i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, i fabbisogni standard; attui compiutamente l'articolo 119, quinto comma, della Costituzione, che prevede l'istituzione di un fondo di perequazione volto a garantire a tutti i cittadini la medesima qualità dei servizi. Ciò eviterà che questo legittimo processo riformatore possa contribuire ad aggravare il divario tra il Nord e il Sud del Paese».
Ho già avuto modo di entrare nel merito di questa intricata questione. La contraddittoria formulazione di cui sopra vorrebbe tentare di conciliare capra e cavoli, l'autonomia differenziata e l'unità nazionale. Ma c'è un particolare: questa quadratura del cerchio è semplicemente impossibile. Come il governo ne verrà fuori non è affatto chiaro, ma non ci sarebbe da stupirsi se il progetto dovesse finire su un binario morto. Il che sarebbe di certo la cosa migliore.

Sulla legge elettorale, ricollegandosi alla scelta di ridurre i parlamentari (tema sul quale Pd e Leu hanno dovuto cambiare posizione per andare incontro ad M5s), i partiti di maggioranza così si esprimono al punto 10: 
«occorre avviare un percorso di riforma, quanto più possibile condiviso in sede parlamentare, del sistema elettorale».
Sulla materia è il Pd ad avere in mano il pallino, ma al suo interno convivono due posizioni. La prima, che possiamo definire "difensiva", prevede l'eliminazione della quota maggioritaria, per arrivare ad un sistema proporzionale "puro" ma con una soglia di sbarramento particolarmente alta (si vocifera del 5% contro il 3% attuale). Ho definito questa posizione (originariamente lanciata da Renzi nella sua proposta che ha avviato la trattativa con i Cinque Stelle) come "difensiva", perché pensata per sbarrare la strada alla Lega, che col sistema elettorale attuale potrebbe invece conquistare la maggioranza assoluta dei seggi anche solo con il 40% dei voti.

Negli ultimi giorni, però, si è fatta avanti, al contrario, una posizione più "offensiva", sostenuta in particolare da due ex presidenti del Consiglio: Romano Prodi e Massimo D'Alema. La loro idea è che, previa la ricostruzione del centrosinistra attraverso l'assorbimento di M5s, la nuova alleanza potrebbe aspirare alla conquista della maggioranza relativa. Dunque, ne conseguono, avanti tutta con un nuovo e più dirompente maggioritario!

Come si può ben capire, siamo qui al confronto non tra due modelli di rappresentanza e di democrazia parlamentare, bensì alla semplice scelta di quel che sembra più conveniente al momento. Una cosa decisamente indegna.

Se l'idea (meglio, l'interesse) del maggioritario dovesse prevalere nell'area Pd e dintorni, ecco le due ipotesi avanzate dallo spudorato Prodi: o il collegio uninominale con maggioritario secco all'inglese (un modello, in verità, piuttosto in crisi in patria); o il ballottaggio alla francese, con l'evidente necessità di ritornare grosso modo alle idee "costituzionali" di Renzi.

Ecco, chi tanto si preoccupava delle ipotetiche minacce alla democrazia di Salvini, farebbe forse meglio ad occuparsi oggi di quelle ben più concrete che vengono come sempre dal campo del centrosinistra.


Infine, pesce lesso Gentiloni



A suggellare il ritorno all'ovile eurocratico è arrivata ieri la nomina a commissario europeo di Paolo (pesce lesso) Gentiloni. Notare, non in un posto qualsiasi, bensì come commissario agli Affari Economici, l'importante ruolo finora occupato da Pierre Moscovici. Un posto che non sarebbe mai andato ad un commissario italiano indicato dal governo precedente.

Essendo uno dei loro, per i padroni dell'Europa nominare Gentiloni è stata invece la cosa più facile del mondo. Tanto da lì problemi non gliene verranno. Resta solo da riflettere sul brutto momento del nostro Paese: tradito dalla sua classe dirigente, premiato solo quando è servo. Anche di queste umiliazioni è fatta la restaurazione in corso.

E pensare che c'è ancora chi ci chiede come mai insistiamo così tanto sulla sovranità nazionale.


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