martedì 29 maggio 2018

TUTTI IN PIAZZA ORA

[ 29 maggio 2018 ]




Comunicato n. 7/2018 – Programma 101


Scrivevamo ieri appena appresa la notizia del complotto ordito dall'élite eurocratica per impedire la nascita del governo M5s-Lega:
«Per questo, noi che da sempre abbiamo detto che prima o poi saremmo arrivati alla prova decisiva per l’uscita dalla gabbia dell’euro, noi che per primi abbiamo invocato la formazione di un Comitato di Liberazione Nazionale e alla più ampia mobilitazione popolare, noi saremo in campo e daremo il nostro contributo alla vittoria del fronte per la sovranità popolare e nazionale».
Contro questo colpo di stato, contro l'incarico di formare il governo al cane da guardia dei poteri forti Cottarelli, sale nel Paese un'ondata di indignazione popolare. Questa indignazione è legittima, per questo va alimentata, raccolta e sostenuta. In un contesto di sospensione della democrazia solo la più ampia mobilitazione popolare può evitare il peggio, salvare assieme alla sovranità popolare la dignità nazionale. Lo ripetiamo, quella appena iniziata 
«Sarà una battaglia storica da cui dipendono la vita o la morte della Repubblica».
Sia M5S che Lega, le forze che hanno vinto le elezioni, a cui è stato impedito di governare per porre fine all'austerità e alla sudditanza verso le oligarchie europeiste, hanno chiamato alla mobilitazione in occasione del 2 giugno. Doveva essere la festa della Repubblica, è invece il giorno della rabbia e della protesta.


La sinistra patriottica sarà in piazza, a Roma come nelle altre città. Ci saremo con la nostra bandiera, il tricolore con la stella rossa, simbolo della migliore resistenza partigiana.

La storia non ha mai perdonato gli ignavi e gli indifferenti. Ancor meno perdonerà quelle forze di sinistra che, barricandosi dietro a pur giuste critiche a M5s e Lega, rifiutano di riconoscere che adesso è il momento di battere il nemico principale e scelgono una posizione disfattista. 

Ci vediamo nelle piazze e nelle strade.


Consiglio nazionale di Programma 101
28 maggio 2018





lunedì 28 maggio 2018

P 101 A SALERNO

[ 28 maggio 2018]

Nel 70° della Costituzione

Sabato 2 giugno, alle 10h.30m, presso la nuova sala del bar Moka di Salerno in corso Vittorio Emanuele,108, la sezione locale del MPL-P101 organizza un incontro pubblico sul tema: Fase politica e crisi economico-sociale: le analisi e le proposte del MPL. Intervengono : Moreno Pasquinelli e Nello De Bellis,Consiglio nazionale MPL. Introduce Maurizio del Grippo,modera Adele D'Anna,conclude Francesco Maggio. 
La cittadinanza è invitata a partecipare.

"Abbiamo deciso di organizzare questa iniziativa —hanno dichiarato gli esponenti locali del movimento — per rilanciare la nostra presenza sul territorio dopo una pausa di riflessione dovuta al succedersi incalzante degli eventi e in cui non è comunque mai venuta meno la nostra funzione di osservatorio politico. I gravi sviluppi che la crisi politica sta avendo, col passaggio da una Repubblica parlamentare ad una Repubblica presidenziale, aprono una fase nuova e inedita nel nostro panorama politico ed istituzionale.

Ciò è la prova-hanno proseguito gli organizzatori — che non appena si accenna a mettere in discussione i fondamenti del potere eurocratico, che ha prodotto gravissimi danni al nostro Paese, dopo l'ostruzionismo e le minacce, scatta addirittura la violazione della legalità costituzionale. Per questo —come recita anche l'ultimo documento politico di P101 — "noi che abbiamo sempre sostenuto che prima o poi saremmo arrivati alla prova decisiva per l'uscita dall'euro e dall'UE ed abbiamo per primi invocato la formazione di un Comitato di Liberazione Nazionale, saremo in campo e daremo il nostro contributo per la sovranità popolare e nazionale".

 Riteniamo perciò utile e necessario condividere le nostre analisi e proposte con la cittadinanza e le forze vive e sinceramente democratiche della nostra città." Salerno,27-05-2018.

domenica 27 maggio 2018

BATTERE IL NEMICO PRINCIPALE di P.101

[ 27 maggio 2018 ]


Comunicato n. 6/2018 – Programma 101


Con il rifiuto opposto alla nascita del governo giallo-verde da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la grave crisi sociale e politica diventa una devastante crisi istituzionale. Per la prima volta nella storia della repubblica, egli ha impedito che il Parlamento eleggesse il suo governo.

Non c’è dubbio che con il suo veto, egli ha brutalmente travalicato le prerogative che gli assegna la Costituzione, per questo riteniamo che il Parlamento possa e debba avviare la procedura per la sua messa in stato d'accusa per "attentato alla Costituzione". (Art.90)

Con il discorso pronunciato questa sera Mattarella ha gettato la maschera. Anche in questo caso violando la sua funzione istituzionale super partes, ha svolto un discorso tutto politico, dimostrando che egli non è il difensore della Costituzione e della sovranità popolare e democratica; si è posto in modo sfrontato, in stile presidenzialista, come garante delle oligarchie eurotedesche, della grande finanza predatoria e della dittatura dello spread.

Siccome, a meno di un vero e proprio golpe, nuove elezioni sono inevitabili, Mattarella non ha esitato a porsi come il capo politico del fronte eurocratico, indicando quale sarà la strategia dell’élite: guerra totale alle forze della sovranità popolare, terrorismo psicologico contro cittadini, richiesta ai “mercati” di strangolare l’Italia, senza escludere la catastrofe del Paese. Funzionale a questo disegno disfattista è l’incarico che Mattarella vuole dare a Cottarelli, cane da guardia dell’oligarchia, di formare il governo da qui alle elezioni. Altro che “governo di garanzia democratica”! Sarebbe un atto gravissimo e inaccettabile.

Non saranno quindi solo elezioni parlamentari, sarà un referendum la cui posta in palio è se l’Italia riconquista la sua sovranità nazionale e democratica o se verrà sancita la sua sudditanza coloniale. Sarà quindi una battaglia storica da cui dipendono la vita o la morte della Repubblica.

Per questo, noi che da sempre abbiamo detto che prima o poi saremmo arrivati alla prova decisiva per l’uscita dalla gabbia dell’euro, noi che per primi abbiamo invocato la formazione di un Comitato di Liberazione Nazionale e alla più ampia mobilitazione popolare, noi saremo in campo e daremo il nostro contributo alla vittoria del fronte per la sovranità popolare e nazionale.

Consiglio nazionale di Programma 101
27 maggio 2018

MERDA SPAGNOLA

Irene Montero e Pablo Iglesias, dirigenti di PODEMOS
[ 27 maggio 2018 ]

In Spagna è molto probabile che si torni alle urne. La causa è l'ennesimo scandalo che sta travolgendo il corrotto Partito Popolare di Mariano Rajoy. la condanna a morte del governo l'ha data proprio il leader del noeliberista Ciudadanos, Albert Rivera, ha spiegato che «la situazione è diventata molto grave... qualcosa deve per forza di cose cambiare». Traduzione: finiti governo e legislatura.

Ma c'è un'altro scandalo, anzi un presunto scandalo che scuote la Spagna, ma riguarda Podemos.

Di che si tratta? Il Segretario Pablo Iglesias e la portavoce e sua compagna Irene Montero (è in attesa di un parto gemellare) hanno sottoscritto un mutuo di 660mila euro (800 euro a testa la rata bancaria per trenta anni) per comprarsi una casetta a 40 chilometri da Madrid.

Apriti cielo!
La stampa ed i media di regime sono letteralmente saltati addosso ai due compagni: "incoerenti", "opportunisti" "predicate bene  razzolate male".
Una campagna di linciaggio morale e politico talmente virulenta che Podemos ha indetto un referendum interno via piattaforma digitale per decidere se Pablo e Irene debbono dimettersi.
Il voto si è concluso alle ore 14 di oggi, domenica 27 maggio. Domani sapremo il risultato. la consultazione coinvolgerà 487.772 iscritti alla piattaforma, tra i quali 158.452 considerati veri e propri "attivisti". Iglesias ha affermato che considererà un successo se voteranno almeno 120mila persoone.
vedremo come andrà a finire. Speriamo bene. Sarebbe il colmo se Pablo fosse costretto a dimettersi a causa di una ben orchestrata campagna di sputtanamento da parte dei media.

Ha scritto Manolo Monereo:
«Pablo Iglesias e Irene Montero vinceranno il referendum. Il problema è sapere cosa dobbiamo fare da lunedì. In primo luogo, imparare. Quelli in alto non ci daranno mai una tregua e ci combatteranno sistematicamente. Più che mai, unità, integrazione e gestione collettiva. Secondo, ripristinare i vincoli interrotti con modestia, umiltà e la sincerità con i nostra e le nostre. In terzo luogo, politica, politica, politica; e alla grande. I prossimi mesi saranno molto duri, continueranno a mettere il dito nella ferita per evitare che cicatrizzi bene. Ma se qualcosa che Unidos Podemos ha dimostrato è che siamo in grado di crescere nelle avversità e che l'odio del nemico ci rende forti. Come ho detto, Unidos Podemos non è un fiore di un giorno ed è qui per restare».
Speriamo abbia ragione. 

COSTITUZIONALISTI CHI? di Leonardo Mazzei

[ 27 maggio 2018 ]

«E' una vergogna che costituzionalisti come Zagrebelsky avallino le mosse di Mattarella che implicano uno scardinamento della Costituzione ben più grave di quello contenuto nella stessa controriforma renziana»


Un governo fedele alla Repubblica italiana od alle oligarchie euro-tedesche?

La democrazia parlamentare è sotto attacco. Così pure il principio della sovranità popolare, cardine della stessa Costituzione. L'attacco non viene dall'esterno, bensì dall'interno delle istituzioni, addirittura da quella che dovrebbe fungere da garante dei principi della Carta del 1948. 

Scriviamo mentre il braccio di ferro sul Ministero dell'Economia è ancora in corso. La pretesa quirinalizia di porre il veto su Paolo Savona è di una gravità inaudita. Non meno grave è la campagna mediatica che la sostiene. E penoso è l'atteggiamento di tanti costituzionalisti che nulla hanno da obiettare su quel che sta accadendo.

Abbiamo già parlato del ruolo dei media nazionali, che adesso giocano di sponda con i loro omologhi tedeschi, quelli dediti a descrivere l'Italia come un paese di scrocconi (QUI la carrellata di idiozie anti-italiane che la Repubblica è ben lieta di sfornarci stamattina).
«Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della Nazione». 
Questa è la formula del giuramento del presidente del Consiglio e di tutti i ministri. E nella forma sarà così anche per i membri del futuro governo. Ma nella sostanza? Nella sostanza Mattarella pretende un giuramento preventivo sui dogmi dell'UE e dell'euro. Più che la fedeltà alla Repubblica italiana siamo ormai alla richiesta di una dichiarazione certificata di servilismo all'euro-germania.

Tralasciamo qui l'ignobile campagna che vorrebbe descriverci l'attuale attivismo del Mattarella come "normale". Ma quale normalità? Quando mai il presidente della Repubblica si è messo di traverso alla nascita di un governo? Quando mai ha posto pregiudiziali squisitamente politiche su un ministro? Quando mai i nomi dei ministri non sono stati espressione della maggioranza parlamentare? Ma non scherziamo, la verità è che siamo di fronte ad un totale stravolgimento delle normali procedure istituzionali che presiedono alla nascita di un governo. Ed è uno stravolgimento non certo casuale. E' che le èlite, battute nelle urne, vogliono impedire il governo che gli elettori hanno scelto il 4 marzo.

In quanto al personaggio Mattarella lasciamo perdere. Ma non è lo stesso signore che non ha battuto ciglio su una riforma costituzionale imposta a colpi di maggioranza? Lo stesso che nulla ha avuto da obiettare su una legge elettorale truffaldina, con il cambiamento delle regole del gioco all'ultimo minuto per consentire ai soliti noti di restare di sella? D'accordo, quel trucco non ha raggiunto il suo scopo — fortunatamente non sempre le ciambelle riescono col buco — ma Mattarella dov'era? Era dalla parte degli imbroglioni.

Grave che un simile personaggio abbia l'avallo di certi costituzionalisti. Eppure le mosse di Mattarella disegnano uno scardinamento della Costituzione ben più grave di quello contenuto nella stessa controriforma renziana. Ed è incredibile che chi a quella controriforma si oppose faccia oggi comunella col Quirinale.

Prendiamo il caso di Gustavo Zagrebelsky. In un'intervista a la Repubblica di qualche giorno fa Zagrebelsky sostiene che se Mattarella 
«accettasse a scatola chiusa ciò che gli viene messo davanti, si creerebbe un precedente verso il potere diretto e immediato dei partiti, un’umiliazione di Parlamento e presidente della Repubblica, una partitocrazia finora mai vista».
Avete letto bene: «Una partitocrazia finora mai vista». Parole sinceramente incommentabili, che suscitano solo e soltanto una domanda: ma lo Zagrebelsky dov'è vissuto finora? 

Ma andiamo oltre. Dice giustamente l'ex presidente della Consulta che:
«Ci sono cose costituzionalmente “non negoziabili”. Innanzitutto, per ciò che riguarda le persone chiamate al governo che devono portare la loro carica con “dignità e onore”. Nelle scelte politiche, invece, il presidente della Repubblica non può intervenire se non per rammentare che ve ne sono, accanto alle libere, altre che libere non sono. La Costituzione è un repertorio di scelte non “negoziabili”».
Bene. «Dignità e onore», giustissimo, ma dov'erano gli occhiuti presidenti della repubblica quando, ad esempio, firmavano senza batter ciglio la nomina di tanti ministri e ministre della corte berlusconiana? Sul punto Zagrebelsky tace, del resto il Berluska è oggi dalla stessa parte...

Egli riconosce ovviamente — e vorremmo vedere! — che il presidente della repubblica non può intervenire nelle scelte politiche. Bene, e che cos'è il veto su Savona se non un'evidente interferenza nelle scelte politiche? Vedremo se su questo Zagrebelsky avrà qualcosa da dire. Finora non ha fiatato, e certo non fa sperar bene il proseguo del suo ragionamento nell'intervista citata. 

Dato che l'intervistato parla di «scelte non negoziabili», l'intervistatore gli chiede di fare degli esempi. Qui Zagrebelsky avrebbe avuto tante possibilità. Per esempio avrebbe potuto far notare — pensando alla flat tax — l'art.53, quello che dice che: «Il sistema tributario è informato a principi di progressività». E invece no, dato che l'obiettivo è ben altro che quello della tutela dei principi costituzionali. Qual è infatti il primo esempio che viene in mente a Zagrebelsky? Ma ovvio, l'articolo 81, con la sua riscrittura impostaci dall'oligarchia euro-tedesca nel 2012.
Leggiamo:
«Innanzitutto, i vincoli generali di bilancio. Mi pare che, sulle proposte che implicano spese o riduzioni di entrate, si discuta come se non ci fosse l’articolo 81 della Costituzione che impone il principio di equilibrio nei conti dello Stato e limiti rigorosi all’indebitamento. Ciò non deriva (soltanto) dai vincoli europei esterni, ma prima di tutto da un vincolo costituzionale interno che non riguarda singoli provvedimenti controllabili uno per uno, ma politiche complessive».
Insomma, non facciamo gli ingenui, l'intervista è del 21 maggio, ma Zagrebelsky sapeva già dove il Quirinale sarebbe andato a parare. Ed ha deciso perciò scientemente di coprire il tentativo mattarelliano, quello di imporre una sorta di sistema presidenziale a guardia degli interessi delle èlite nazionali e sovranazionali che non vogliono cedere un centimetro del loro potere.

Cari lettori, scandalizzatevi pure, ma ha ragione Matteo Salvini. Il suo no ad un Ministro dell'Economia nominato (via Mattarella) da Berlino è sacrosanto. Qui è in gioco non solo l'indipendenza nazionale. Con essa è minacciata la sovranità popolare. Vogliamo svegliarci, oppure no?

sabato 26 maggio 2018

UE: UN NAZISMO SENZA MILITARISMO di Paolo Savona

[ 26 maggio 2018 ]

«L'Italia è in una nuova condizione coloniale.... siamo in presenza di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo». 
(Paolo Savona)

Presentiamo ai lettori alcuni significativi stralci del libro di Paolo Savona "Come un incubo come un sogno" (Rubbettino) in libreria nei prossimi giorni. Sarà chiaro perché gli euroinomani lo detestano e Mattarella non vuole nominarlo ministro.

COME CI FICCAMMO NEI GUAI...


«Il mancato perseguimento degli obiettivi conduce a uno stato permanente di tensione all'interno dell'Europa per le ingiustizie che implica: i cittadini non sono tutti uguali nei diritti, ma solo nei doveri. L'esprit d'Europe si attenua e vengono meno le componenti
TUTTI CONTRO....
Anche Il fatto Quotidiano del 22 maggio
sociali della pace, la vera forza che ha trainato all'inizio l'idea di Europa. I motivi di questa situazione sono due: l'unione non era ancora maturata nella coscienza dei popoli europei finendo con il peggiorarla per le cattive performance registrate nei momenti di crisi e perché le istituzioni create confliggevano con gli obiettivi. La scelta fu decisa da un'élite che procedette illudendo il popolo con le promesse contenute nell'articolo 3 riportato. Per l'euro, invece, la volontà delle élite divergeva e fu necessario un compromesso che assegnò compiti limitati all'eurosistema e condusse a una sua nascita prematura rispetto all'indispensabile unione politica. Le preoccupazioni erano dovute al fatto che l'assegnazione di poteri più ampi alla Banca centrale europea non avrebbe garantito un'inflazione contenuta e poteva condurre a una mutualizzazione dei debiti pubblici, entrambi aspetti che la Germania non intendeva accettare. Fu un atto di debolezza dovuto alla fretta».

"ITALIANI FANNULLONI E SCANSAFATICHE"..
L'inaccettabile sciovinismo della stampa tedesca (1)
ITALIA COLONIA (TEDESCA)...

«Al di là dei difetti in materia "economica", i modi in cui l'Ue è nata, con poca preparazione dei cittadini europei e in assenza di un referendum in molti dei paesi firmatari, sono la manifestazione più chiara della filosofia politica più ingiusta e pericolosa per l'affermarsi della democrazia: quella che gli elettori non sanno scegliere, mentre sarebbero capaci di farlo per loro conto solo gruppi dirigenti "illuminati" che, guarda caso, coincidono con quelli al potere. Tra questi Paesi vi è l'Italia, dove la Costituzione decisa dai padri della Repubblica contiene la più chiara violazione del principio democratico, quello che i trattati internazionali non possono essere oggetto di referendum. Conosciamo le origini di questa grave limitazione, ma esse non valgono più dalla caduta del comunismo sovietico; torna comodo tenersi la proibizione per imporre la volontà dei gruppi dirigenti economici e politici. Posso testimoniare personalmente che i sostenitori del Trattato di Maastricht, in particolare per quanto riguarda la cessione della sovranità monetaria, erano coscienti dei difetti insiti negli accordi firmati, ma la sfiducia che essi avevano maturato sulla possibilità di collocare l'Italia nel nuovo contesto geopolitico hanno indotto il Parlamento a seguire i loro consigli, compiendo un atto che sarebbe potuto essere favorevole al Paese se l'assetto istituzionale dell'Ue avesse condotto a un'unione politica vera e propria e non avesse i gravi difetti di architettura istituzione e di politeia indicati...Poiché l'unione commerciale e monetaria non ha condotto all'unione politica come sperato, questi gruppi dirigenti ci hanno lasciato un'eredità negativa che, sommandosi ai difetti culturali e politici del Paese, fa scivolare l'Italia in una nuova condizione coloniale, quella stessa sperimentata dalla Grecia».  

FASCISMO SENZA DITTATURA...

«L'Italia era impreparata nel 1992 ed è ancor più impreparata oggi, per le difficoltà che si sono accumulate e perché ha capito con quali compagni di strada si è messa. Non accuso la sola dirigenza italiana della scelta errata, ma anche quella europea, che era ben conscia, anche spingendosi oltre la realtà fattuale, che l'Italia non fosse preparata per stare nella moneta unica così come era stata concepita. Nella riunione del 24 marzo 1997, tenutasi a Francoforte, l'Italia era fuori dall'euro, nonostante Ciampi, ministro del Tesoro del governo Prodi, avesse varato il 30 dicembre precedente una manovra fiscale di 4.300 miliardi di lire, imponendo quella che è ricordata come "eurotassa" per rientrare nei parametri fiscali concordati. L'Italia aveva chiesto inutilmente di prorogare l'avvio dell'euro, ma la Germania si oppose. Un anno dopo, il 28 marzo, l'Italia venne accettata nel gruppo di testa dei Paesi aderenti all'euro. Non si conosce che cosa sia esattamente successo nel corso di quell'anno; forse ha contato l'impegno della diplomazia monetaria, dove la Banca d'Italia svolgeva un ruolo importante, o forse il fatto che, fatti bene i calcoli, i Paesi-membri hanno compreso che, tenendoci fuori, avrebbero patito la nostra concorrenza sul cambio e, accettandoci, avrebbero bardato il nostro sviluppo. Ora la nuova sovranità da espugnare è quella fiscale con le stesse modalità che hanno ispirato la cessione della sovranità monetaria, ossia secondo una visione di parte, pregiudiziale, del suo funzionamento, accompagnata dalla solita dichiarazione che servirebbe a migliorare il benessere generale. Essa non sarebbe un passo verso un'unione dove i cittadini godono degli stessi diritti ma per consentire una buona performance dell'euro e del mercato unico che causa una divisione tra essi. L'uomo al servizio delle istituzioni e non viceversa, una concezione sovietica dietro il paravento della liberaldemocrazia. Semmai si decidesse di farlo — e i gruppi dirigenti italiani, la stessa cultura accademica prevalente sono pronti ad accettarlo — si rafforzerebbero ancor più le forme di coordinamento obbligatorio, di tipo burocratico, diminuendo quello spontaneo garantito dal mercato unico creato con gli Accordi di Roma del 1957. Il problema dell'Ue non è l'autonomia delle sovranità fiscali nazionali, peraltro già vincolate dai parametri di Maastricht e rafforzate con il fiscal compact, ma l'assenza di un'unione politica in una delle forme conosciute di Stato. Spiace doverlo evidenziare, ma, cavalcando l'ideale elevato di porre fine alle guerre tra Paesi europei, non potendo procedere per via politica, i gruppi dirigenti hanno deciso di seguire una soluzione dove i principi democratici non hanno accoglienza. La conseguenza di questa scelta ha i contenuti di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo».
Di Maio=PESTE. Salvini=COLERA...
L'inaccettabile sciovinismo della stampa tedesca (2)


SE QUALCOSA NON FUNZIONA SI CAMBIA...

«I gruppi dirigenti apprezzano l'inversione dei rapporti di forza favorevole che l'Ue stabilisce tra loro e il popolo, in particolare i lavoratori, con i media che esaltano quasi quotidianamente "le magnifiche e progressive sorti" dell'Unione europea per il Paese, anche se esse non emergono dalla realtà. L'enigma (peraltro di facile soluzione) è a quale parte del Paese si riferiscono? Purtroppo la risposta è quella parte che già sta bene e sa difendersi, essendo in larga maggioranza. Siamo tornati indietro di secoli nelle conquiste raggiunte nella convivenza civile democratica. Poiché una politica monetaria comune non si adatta a tutte le esigenze o condizioni di fatto dei Paesi che aderiscono alla moneta unica, l'aggiustamento dovrebbe essere attuato con adeguate politiche fiscali, le quali, come si è ricordato, sono restate nelle mani dei singoli Paesi, ma sono vincolate da limiti ben precisi posti ai deficit del bilancio pubblico e al livello del debito sovrano sul Pil. Soprattutto per i Paesi, come l'Italia, che fin dall'inizio avevano una posizione squilibrata rispetto a questi due parametri fiscali (oltre il 7% nel deficit di bilancio e oltre il 100% nel rapporto debito pubblico/Pil), gli spazi per queste politiche sono di fatto attribuiti in modo asimmetrico, positivi per chi rientra nei parametri concordati, negativi per gli altri. L'ingiustizia è innata negli accordi (...) Non c'è verso di convincere i leader dell'Unione europea di seguire il principio di Franklin Delano Roosevelt che se qualcosa non funziona, si cambia. Ma il cambiamento richiede preparazione scientifica, fantasia creatrice e coraggio per intraprenderlo. Nell'Ue le forze della conservazione prevalgono. La storia economica brevemente percorsa suggerisce che è necessario mutare le politiche riguardanti gli investimenti, soprattutto pubblici, e la tutela del risparmio operando sui tassi dell'interesse e sul rischio, nonché il funzionamento del sistema monetario internazionale ed europeo, affrontando con adeguate politiche i divari di produttività tra aree geografiche, settori produttivi e dimensioni di impresa. Se non lo fa, la società prima o dopo si vendicherà, seguendo i movimenti di protesta non perché siano preparati ad affrontare il problema, ma solo perché insoddisfatti delle politiche seguite dai partiti tradizionali».

E per quella inglese han vinto "I BARBARI"

IL RISCHIO CHE ARRIVI LA TROIKA...

«Non ho mai chiesto di uscire dall'euro, ma di essere preparati a farlo se, per una qualsiasi ragione, fossimo costretti volenti o nolenti (il piano B da me invocato). Ritengo che uscire dall'euro comporti difficoltà altrettanto gravi di quelle che abbiamo sperimentato e sperimenteremo per restare. Il problema consiste nel fatto che non abbiamo né piano A, né B. Il piano A dell'Italia è quello della Ue con le conseguenze indicate. Ho il timore che il piano B sia quello di consegnare la sovranità fiscale alla "triade" (Fmi-Bce-Commissione) se le cose peggiorano, infilandoci nella soluzione greca. Il Paese è in un vicolo cieco. Le autorità hanno il dovere di approntare e attuare due diversi piani, quello necessario per restare nell'Ue e nell'euro, e quello per uscire se gli accordi non cambiano e i danni crescono. Invece si insiste nella loro inutilità essendo l'euro irreversibile e si è disposti a pagare qualsiasi costo pur di stare nell'eurosistema. La prima dichiarazione viene fatta a voce alta, la seconda raramente, ma viene comunque pensata dagli ideologi dell'Ue e dell'euro, ben sapendo che questo costo non verrebbe pagato da loro, ma da una minoranza, sia pure di dimensione significativa».

PAOLO SAVONA? di Emiliano Brancaccio

Emiliano Brancaccio
[ 26 maggio ]

Come volevasi dimostrare: Paolo Savona, a causa delle sue critiche all'euro-germania, è la pietra dello scandalo. 
Mattarella, a nome di chi comanda davvero, ha posto un veto irremovibile alla sua nomina come ministro dell'economia. Siccome sia Salvini che Di Maio tengono il punto, potrebbe aprirsi quella che abbiamo definito una "crisi istituzionale senza precedenti". 
Cosa mostra questa vicenda? Quello che da sempre andiamo dicendo: che la questione delle questioni è quella della sovranità nazionale, ovvero: chi sceglie il ministro, chi ha vinto le elezioni o l'asse Bruxelles-Fracoforte-Berlino? Viene da sé che chi ha capito quale sia il nemico principale e quale sia la posta in palio, deve dire "giù le mani da Paolo Savona!". A sinistra, ahinoi, i più, non lo capiscono (vedi ad esempio Cremaschi e Potere al Popolo)
Il fatto che noi distinguiamo le questioni principali da quelle secondarie, non ci acceca. Sappiamo che Savona è un vecchio boiardo di stato, sappiamo (che lo abbiamo studiato negli anni) che la sua visione di "Piano B" di uscita dall'euro non esce dalla cornice liberista. Così, mentre lo difendiamo, siamo in dovere di spiegare perché non condividiamo la sua visione di "Piano B".
Fu l'economista Emiliano Brancaccio, principale difensore della "uscita da sinistra dall'euro" a mettere in guardia dai "gattopardi" come Paolo Savona. Lo fece a più riprese nel 2014, quando Savona iniziò a dare sostanza al suo "euroscetticismo". Brancaccio intuì per primo che la "linea Savona" sarebbe potuta essere la concreta "uscita italiana da destra". Condividemmo le considerazioni di Brancaccio, salvo ricordargli che, nelle condizioni drammatiche date, una uscita alla Savona sarebbe stata sempre meglio che restare nella gabbia dell'euro.

Vediamo dunque cosa disse Brancaccio in un'intervista del 12 febbraio 2014 a ITALIAOGGI che già il 13 febbraio pubblicammo su  SOLLEVAZIONE.

Nb
Con Brancaccio ci siamo misurati in diverse occasioni. Ad esempio in questo articolo di Leonardo Mazzei del gennaio 2013:
COME USCIRE DALL'EURO? Tre osservazioni sulla tesi di Brancaccio.




*  *  *


EURO: ATTENTI AI GATTOPRADI
Intervista di Emiliano Brancaccio


D. Quali sono i principali “mali” dell’euro?
R. “Penso che il problema stia nell’assetto complessivo dell’Unione, nel suo orientamento liberista e liberoscambista e nella sua vocazione all’austerity, non semplicemente nella moneta unica. Tuttavia è vero che uno squilibrio monetario interno esiste. Uno dei motivi è che in questi anni la Germania ha attuato una ferrea politica di competizione salariale. Dal 1999 ad oggi in Germania i salari monetari sono aumentati di appena il ventidue percento, contro un aumento medio del trentanove percento nell’eurozona. La conseguenza è che la Germania costringe gli altri paesi membri a partecipare a una feroce gara al ribasso relativo dei salari e dei prezzi. Questa gara avvantaggia ulteriormente l’economia tedesca e i suoi satelliti, ma fa sprofondare il resto dell’Unione in una depressione generalizzata dei redditi e dell’occupazione”.

D. In questo quadro, lei ritiene percorribile la strada di uscita dall’euro?
R. “Guardi, abbiamo provato in tanti a invocare una riforma dell’Unione ma finora non si è fatto praticamente nulla. La stessa strategia di salvataggio messa in atto da Draghi è contraddittoria: la Bce eroga liquidità ai Paesi più deboli ma in cambio chiede austerity, riduzioni salariali, e annuncia pure la chiusura di molte banche situate soprattutto in quei Paesi. Questo non farà altro che accentuare i divari rispetto alla Germania. Una svolta reale negli indirizzi di politica economica europea non si intravede, ed è insensato pensare che si possa fronteggiare questo disastro con altre manciate di vuota retorica europeista. Con divergenze così accentuate l’eurozona prima o poi esploderà, volenti o nolenti”.

D. Cosa pensa delle tesi del professor Savona su un “piano B” di uscita dall’euro, che MF e ItaliaOggi hanno rilanciato sotto forma di “manifesto”, e che però, in prima istanza, punta su un massiccio piano di privatizzazioni realizzate e non più solo declamate?

R. “Che una possibilità di uscita debba ormai essere contemplata è questione che attiene al più elementare alfabeto delle relazioni internazionali. Coloro i quali si ostinano ad affermare che ai tavoli delle trattative europee ci si debba sedere legandosi le mani ed escludendo a priori un piano di uscita, vorrebbero presentarsi al grande pubblico come persone di buon senso. In realtà la loro posizione è ormai scarsamente realistica, e a questo punto mi sembra anche poco responsabile: proprio la sensazione che ci si trovi in un vicolo cieco alimenta il nazionalismo più retrivo e xenofobo. Detto questo, credo di pensarla diversamente dal Prof. Savona…”.

D. Cosa non condivide?

R. “Per esempio, non credo che altre privatizzazioni siano la soluzione. Questo è un paese con scarsa memoria, ma dovremmo ricordare tutti che la crisi del 1992 venne affrontata proprio con un massiccio piano di privatizzazioni e dismissioni all’estero, le cui dimensioni costituirono un record a livello mondiale. Oggi sappiamo che quella operazione fece molti danni: diede luogo a una riduzione del debito pubblico solo temporanea, portò ad aumenti dei prezzi in molti settori come denunciato dalla stessa Corte dei Conti, e determinò un indebolimento del sistema produttivo nazionale, che paghiamo ancora oggi. Né credo che la soluzione alla crisi risieda nei tagli alla spesa pubblica totale che Savona pure invoca. Nell’apparato statale ci sono ancora diverse sacche di spreco ma sono ancora di più i settori chiave in cui si registra una tremenda carenza di risorse, che pregiudica gli stessi obiettivi di modernizzazione della macchina statale. Del resto, nel suo complesso la spesa pubblica italiana rispetto al Pil è appena di un punto al di sopra della media europea, e al netto degli interessi si situa persino al di sotto della media”.

D. Il professor Savona, a dire il vero, punta sulla privatizzazione degli asset pubblici non utilizzati, o non adeguatamente utilizzati, per poter abbattere lo stock del debito che ha raggiunto livelli tali da non consentire nessuna credibile manovra di risanamento economico. Ma andiamo avanti. Nel “monito degli economisti” che lei ha promosso si parla di modi alternativi di uscita dall’euro. Lei stesso ha più volte sostenuto la necessità di una uscita “da sinistra”, opposta a una cosiddetta uscita “da destra”. Ci spieghi questa distinzione.

R. “Proviamo per un attimo a mettere da parte queste etichette e stiamo al merito. La crisi è stata innescata, tra le altre cose, da quelle politiche liberiste e liberoscambiste che negli anni passati hanno determinato una progressiva deregolamentazione dei mercati finanziari e dei sistemi bancari. Purtroppo, fino ad oggi non ci sono stati effettivi ripensamenti, non si è posto alcun rimedio agli effetti deleteri di queste politiche. Il mio timore, dunque, è che si stia facendo largo una strategia di gestione della crisi europea che personalmente ho definito “gattopardesca”, e che consiste nell’obiettivo di cambiare tutto, magari anche la moneta unica, pur di non cambiare praticamente nulla, cioè pur di non mettere in discussione le politiche degli anni passati. In questa strategia gattopardesca rientra pure l’idea secondo cui per uscire dalla crisi basterebbe abbandonare l’euro e affidarsi alle libere fluttuazioni delle monete sul mercato dei cambi. Questo modo di affrontare la crisi è sbagliato, perché si affida ancora una volta al mantra del mercato, avvantaggia la speculazione finanziaria, rischia di favorire una svendita degli istituti bancari nazionali e può deprimere ulteriormente il potere d’acquisto dei salari. Ecco perché molti economisti suggeriscono una modalità alternativa di gestione della crisi dell’eurozona, che dovrebbe tra l’altro consistere nel ripristino dei controlli alle acquisizioni estere e ai movimenti internazionali di capitale: ossia, nella messa in discussione non solo della moneta unica ma anche del mercato unico, e dell’assetto complessivo dell’Unione europea. Insomma, l’euro è senza dubbio parte del problema, ma le scorciatoie non esistono: se non sottoponiamo a una critica più generale le politiche liberiste degli anni passati, dalla crisi non usciremo”.

venerdì 25 maggio 2018

AGRICOLTORI INDIGNATI

[ 25 maggio 2018 ]

E' ora di aprire il fronte della sovranità agricola ed alimentare italiana

La situazione in cui versa l'agricoltura italiana è ogni giorno più drammatica, malgrado l'alta qualità di ciò che viene prodotto. Dipende forse dalla scarsa "produttività" delle aziende? NO! E non dipende nemmeno, come vorrebbero fra credere i neoliberisti, dalle loro ridotte dimensioni (che non sono sarebbero sufficienti "a stare sul mercato"). Dipende dalla spietata concorrenza dei grandi gruppi agro-industriali che l'Unione europea difende. Il governo italiano e quelli regionali, invece di proteggere l'agricoltura italiana ed i suoi addetti, ubbidiscono supinamente a Bruxelles e lasciano morire migliaia di aziende.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la notizia della prossima manifestazione degli agricoltori che si svolgerà a Perugia il 5 giugno prossimo. Ci auguriamo che sia un successo contagioso, in barba al boicottaggio delle associazioni di categoria e del governo regionale umbro. [Sopra la bandiera che i manifestanti umbri porteranno in piazza]

*  *  *



AGRICOLTORI INDIGNATI
ADESSO BASTA!


1) Contestiamo le politiche agricole della Regione Umbria:
➡︎ per il privilegio dato a noti gruppi agroindustriali, impegnando per essi la maggior parte delle risorse del Piano di Sviluppo Rurale;

➡︎ per la penalizzazione dei piccoli produttori, biologici e di qualità, con una netta riduzione dei finanziamenti programmati;

➡︎ per il fatto che oltre il 75% delle domande di insediamento dei giovani agricoltori non sono state finanziate.

2) Contestiamo AGEA (l’Ente di rogazione dei fondi in agricoltura) che pur avendo ampia disponibilità di risorse stanziate dalla Comunità Europea non riesce a saldare i progetti di investimento regolarmente rendicontati e le regolari domande di sostegno all’agricoltura per inettitudine e incompetenza, mettendo a serio repentaglio la vita stessa delle aziende per motivi esclusivamente burocratici.

3) Contestiamo alcune associazioni di categoria per quei comportamenti che spesso non hanno rappresentato i diritti degli agricoltori e per non essere riuscite a porre argine a queste problematiche.

CORTEO REGIONALE DI PROTESTA CON I TRATTORI 

Martedì 5 Giugno ore 15.00

Nessuna bandiera ma trattori, pale, zappe e prodotti della nostra Terra!
CORTEO DEI TRATTORI

ore 15.00: raduno dei TRATTORI parcheggio PIAZZALE DEL BOVE, Perugia

ore 16.00: partenza del corteo dei TRATTORI con sosta sotto la Regione Umbria (Broletto), arrivo parcheggio Minimetrò PIAN DI MASSIANO
DELEGAZIONE DI 5 TRATTORI

ore 18.30: assemblea pubblica degli agricoltori sotto il palazzo del Consiglio Regionale PIAZZA ITALIA con una delegazione di 5 trattori (Minimetrò da Pian di Massiano per raggiungere Piazza Italia)

Tutta la cittadinanza è chiamata a partecipare per difendere i nostri cibi, il nostro territorio, le nostre acque e i nostri Agricoltori veri custodi del territorio.


AGRICOLTORI INDIGNATI

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