domenica 26 giugno 2016

Brexit e sterlina: il "minimo storico" di Alberto Bagnai

[ 26 giugno]

Il grafico mostra la media mensile del tasso di cambio sterlina/dollaro quotato incerto per certo (cioè costo di un dollaro in sterline, ovvero quantità di sterline necessaria per acquistare un dollaro) dal 1971 ad oggi. Per il mese corrente, al posto del dato medio, uguale a 0.69487, ho messo il valore attualmente quotato, pari a circa 0.73 (e quindi un po' svalutato, nel senso che ci vogliono più penny per un dollaro):

(fonte dei dati).

Appare del tutto evidente che per un inglese i dollari non sono mai costati così tanto... dal luglio 2014 (quando il cambio era a 0.58)!

O no?

Ah, per i diversamente economisti (quelli della generazione Erasmus) qui vi metto il grafico della quotazione certo per incerto (dato che, fra l'altro, la sterlina è sempre stata quotata così, mentre noi questa quotazione la adottiamo solo da quando siete nati voi, perché ha molto meno senso per motivi detti e stradetti - a proposito: chi se li ricorda?):


La fonte è la solita, e in questo caso il minimo lo vedete appunto come un minimo, perché questo grafico rappresenta il costo di una sterlina in dollari (e quindi se scende la sterlina vale meno). E anche qui, come vedete, è evidentissimo che la sciagurata Brexit ha portato la sterlina al suo minimo storico.

O no?

E con questo mandiamo un gran ciaone a chi ci dovrebbe informare ma non si attiene a un minimo di deontologia, mentre io, col vostro permesso, devo correre a cena: il mio peso corporeo è ai minimi storici e sono seriamente preoccupato. Ma un motivo c'è: sono appena stato in bagno. Ah, scusate, avevo omesso un dettaglio: il mio peso è sì ai minimi storici, ma da un quarto d'ora fa. D'altra parte nel mondo della globalizzazione il tempo corre più in fretta, e un quarto d'ora oggi vale come un decennio negli anni '70, quelli della generazione Beatles di vecchi ignoranti bifolchi illetterati egoisti buzzurri che hanno rovinato l'Inghilterra, portando la sterlina in territori mai esplorati prima.

Un po' come i nostri giornalisti, non trovate?


 Fonte: Goofynomics

sabato 25 giugno 2016

BREXIT: un no alle tecno-oligarchie dell'euro-germania di Vittorio Emanuele Parsi



[25 giugno] 

Come tutti hanno potuto vedere le élite euriste a causa della loro cocente sconfitta hanno letteralmente perso la testa. Ma non tutte le teste d'uovo sono nel pallone.
Alcune voci critiche si levano anche ai piani alti dell'intellighenzia sistemica.
Questo intervento di Vittorio Emanuele Parsi su il Sole24ore di oggi è senza dubbio molto significativo e ne consigliamo vivamente la lettura.


E così, alla fine, gli Inglesi se ne sono andati via. Sono usciti dall'unione. I primi a farlo, forse non gli ultimi: di sicuro la manifestazione più eclatante di un continente in fuga. Se qualcosa accomuna i popoli europei oggi, ben più del passaporto color melanzana e di una serie di regolamenti e normative percepite da tanti, a torto o a ragione, come diktat se non capestri, questo è l'essere dei fuggitivi. Uomini e donne in fuga da un establishment, europeo e nazionale, che non lascia altra possibilità che quella della fuga, perché di ascoltare, includere, rappresentare non è più capace.
Lo aveva ben formalizzato tanti decenni fa quel genio di Otto Hirschman, nel suo schema exit/voice: abbandono o protesta.
Quando all'interno di una qualunque organizzazione le possibilità di voice (di richiedere un cambiamento con qualche chance di essere ascoltati) è preclusa, non resta che l'exit, l'andarsene. Ora i tanti sordi che non solo a Bruxelles, ma in ogni capitale dell'Europa sono stati incapaci di fornire una risposta alle proprie popolazioni in fuga, criticano Cameron per aver fatto il contrario, per aver lasciato votare il popolo (sovrano) sul futuro di quel bene (la sovranità, appunto) di cui esso è il detentore di ultima istanza. Quando invece va reso merito a Cameron di aver osato affrontare un referendum (e non un plebiscito) per provare a portare dalla parte del "remain" un popolo il cui sentimento dominante era a favore del "leave".
Cameron ha perso, e con lui abbiam certamente perso tutti noi. Ma quale è stato il contributo, il sostegno che gli altri non-leader europei gli hanno offerto? Una mancia, soldi, "80 euro" in salsa inglese, per così dire. E poi le consuete minacce da fine del mondo, "dopo di me il diluvio", e simili sciocchezze: tutte cose che ricordavano la bufala del millennium bug, più che prospettive politiche. Hanno tentato di comprare o di minacciare gli inglesi, immemori che questi avranno tanti difetti, ma non temono certo la battaglia in solitaria. A tutti i Soloni che ignorano la storia e oggi accusano gli inglesi di "egoismo" mentre si riempiono la bocca di quanto l'Unione abbia fatto per la pace in Europa, vorrei sommessamente ricordare che senza il valore solitario e straordinario dei britannici, un ben diverso progetto di unificazione europea si sarebbe realizzato nel 1940. 
Ora tutti temono, e giustamente, che la via inglese possa essere adottata dagli altri: ed è evidente che la paura quasi inconfessabile è che la Francia possa seguire lo stesso percorso. In troppi si illudono che senza gli inglesi, finalmente potremo procedere più speditamente verso "un' Unione più stretta", inconsapevoli di come proprio la fuoriuscita inglese metta in evidenza la penosa qualità dell'establishment europeo, l'assenza di leadership, a partire da quella tedesca. Tutti fattori che renderanno più difficile fronteggiare il contagio.
Dagli quindi agli inglesi, guardando al dito anziché alla Luna...ma se mettiamo insieme quello che è successo giovedì nel Regno Unito, con le crescenti percentuali di astensione in tutte le tornate elettorali e con il consenso che raccolgono i partiti anti-establischment (e quindi anti-europeisti) in ogni singolo paese europeo, allora dovrebbe essere chiaro che la vera fuga, la vera exit, è quella del grande ceto medio allargato e impoverito dalle politiche, dai discorsi, dalle retoriche di establischment che hanno dimostrato sul campo, e per anni, di non saper e voler essere classi dirigenti. 
L'Unione non scalda più i cuori di nessuno perché non si è rivelato quello scudo  contro gli effetti più iniqui della globalizzazione che ci era stato propagandato in questi decenni; ma semmai Il suo moltiplicatore e la sua cinghia di trasmissione. L'Unione non ha tutelato i residui di sovranità popolare dall'assalto degli oligopoli finanziari semmai anzi ne ha decretato lo svuotamento ne ha sancito il trasferimento presso ristretti circoli da nessuno e da nulla legittimati a impossessarsi del potere di decidere su futuro delle nostre vite e di quelle dei nostri figli. Se su questo qualche leader europeo, non importa di quale Paese, è disposto a raccogliere la sfida e a tentare di invertire il trend, troverà seguito e salverà l'Europa con l'aiuto e nel nome del popolo, non contro e a spese del popolo.

venerdì 24 giugno 2016

BREXIT: UN VOTO DI CLASSE di Ugo Boghetta

[ 24 giugno ]

E Brexit fu, nonostante la mobilitazione dei poteri forti inglesi ed internazionali. E hanno deciso di uscire senza essere nell'euro!!

Ora, non essendo riusciti a spaventare i britannici, si cerca di spaventare tutti gli altri affinché non ne seguano l'esempio.

Si dice che l'uscita è dovuta ai vecchi che avrebbero votato la nostalgia. A nessuno viene il dubbio che le classi popolari dell'Inghilterra del nord e del Galles abbiano invece visto il peggioramento dovuto al combinato disposto liberismo e Unione!? Non viene in mente che questi sono settori che per motivi materiali e culturali fanno più fatica a stare nella globalizzazione liberista perché ne sono le vittime designate?


In realtà è un voto di classe senza un partito di classe. Questo è il dramma. E, diciamocelo, il buon Corbyn, come gran parte della sinistra continentale, della questione non ci ha capito una mazza. Purtroppo. Per altro verso, si è ripetuto quello che, facendo le dovute distinzioni, è accaduto in Italia alle amministrative. Le periferie hanno votato “leave” in Gran Bretagna e M5S in Italia. Questi ultimi, tuttavia, ammorbati dalla logica dei sondaggi, sulla Brexit hanno toppato. 

Impareranno?

Si dice altresì che i giovani abbiano votato di rimanere. Certo i giovani di Londra vivono diversamente la globalizzazione da quelli sopra citati. Costoro, inoltre, hanno conosciuto solo questo mondo fatto di opportunità precarie e flessibili. Hanno votato il conosciuto. Ma chi li ha resi precari? Chi ha loro tolto il futuro se non l'Unione liberista di cui la Teacher fu antesignana!

A sinistra, tutti additano lo spettro di Farage, nessuno vuol vedere dove erano schierati i poteri forti, la Finanza. Qualcuno pensa che siano forze progressiste!? Purtroppo sì, a sinistra qualcuno lo pensa in quanto la Finanza costruisce un mondo senza frontiere. É il malefico prodotto del sinistrismo.

Qualcuno fino a ieri affermava che non si può tornare ai confini, alla nazione ecc ecc. Ebbene si può. Costoro però parlano di unire i popoli. Ma cosa sono i popoli se non una storia, un territorio , dei confini, una cultura!? E dentro i popoli ci sono i proletariati. Ma di cosa parlano costoro!!

Tutto cambia in continuazione, ma non si va sempre verso il meglio come pensa il sinistrismo. Il progressismo è un errore storico e filosofico (anche il marxismo ne è stato coinvolto). A volte si torna indietro come in questi ultimi decenni: molto indietro. Certo non si torna all'uguale, ma indietro si torna.

L'unica cosa che invece non sembra cambiare è l'ideologismo astratto, l'ignoranza di chi vuole rimanere tale.

L'Unione Europea è ad un punto di svolta Il voto inglese, però, potrebbe paradossalmente portare a “più Unione”. Più Unione più danni.

Allora è meglio scartare dalla vecchia strada e ricominciare da un'altra parte.

Avremmo bisogno di idee nuove per non buttare via il bambino dell'auspicata unità fra i popoli con l'acqua sporca del liberismo e dei suoi strumenti: Unione ed euro. Avremmo bisogno di ripartire dai popoli europei riconoscendoli come diversi e che, dunque, si possono unire con relazioni reciprocamente vantaggiose senza rinchiuderli in gabbie monetarie come l'euro o un super stato come l'Unione. L'antiliberismo, la difesa della Costituzione devono inserirsi in queste contraddizioni e non pensare di cambiare tutto, tutto in una volta, senza cambiare i contenitori.

Prendiamo dunque atto che uscire si può. Che l'Unione e l'euro possono essere rotti dai popoli. Che l'Unione per i popoli è fallita. Già nei referendum consultivi francesi e olandesi l'Unione fu già bocciata. I greci hanno detto no al Memorandum.

Rompere l'Unione è implicitamente un primo passo per combattere il liberismo.

Concentrandoci su cosa fare di diverso e di migliore a cominciare dal qui ed ora.

Se gli inglesi avessero aspettato tutti gli altri per dire: “leave”, non saremmo qui a parlare. Avrebbe vinto la Finanza, la tecnocrazia europea, Merkel, Hollande, Renzi.

BREXIT: MENO UNO! di Emmezeta

[ 24 giugno ]


Lo storico risultato del referendum in Gran Bretagna. Un voto di classe saluta l'UE: Leave 52% - Remain 48%

Il mostro denominato UE ha perso un pezzo. E che pezzo! I 28 sono diventati 27. I sudditi delle oligarchie euriste sono scesi da 503 a 441 milioni. E si potrebbe continuare. Ma per adesso fermiamoci qui, che ce n'è già abbastanza per capire a quale livello è ormai giunta la crisi europea.
Questa crisi politica sarebbe andata avanti anche se il risultato fosse stato opposto, ma ora gli elettori del Regno Unito hanno detto una cosa più chiara: dall'UE si può uscire. Per noi un'ovvietà, ma andatelo a spiegare alle frotte di giornalisti e commentatori che ieri sera - sulla base di un semplice sondaggio commissionato dagli hedge fund - già brindavano sguaiatamente al successo del Remain. Per loro un risultato obbligato e senza alternative...

Da sempre, per costoro, la rottura dell'UE sarebbe fonte delle più tremende sciagure, quando invece per la povera gente la sciagura è proprio la gabbia europea, concepita giusto per affermare il dominio assoluto delle oligarchie finanziarie. Da qui i trattati che hanno trasformato in leggi i dogmi del neoliberismo, il dominio della logica dei mercati, i tagli salariali, l'attacco sistematico ai diritti del popolo lavoratore, l'austerità a vita e chi più ne ha più ne metta.

Sarà un caso che le zone operaie e popolari abbiano votano con altissime maggioranze per il Leave, mentre le zone borghesi e benestanti facevano l'esatto contrario? Ora qualcuno, da "sinistra", ci dirà che il malessere sociale non dipende solo dall'Unione Europea. Grazie, ne eravamo già informati. Ma quell'«Europa» che amate tanto, non è forse quella che meglio garantisce lo strapotere del capitale, lo sfruttamento dei lavoratori, il pieno dispiegarsi della disuguaglianza sociale?

Ecco, anche di questo bisognerebbe essere informati. Almeno quanto hanno dimostrato di esserlo i milioni di proletari che - infischiandosene della patetica posizione di Corbyn - hanno votato per l'uscita dall'UE. Pittoresco, da questo punto di vista, l'atteggiamento dei tanti commentatori che ieri - a votazione in corso - non sapevano capacitarsi del perché di questa polarizzazione di classe, a loro giudizio un "mondo alla rovescia", dato che secondo la loro narrazione "l'Europa tutela i più deboli". 

Piccola digressione in chiave italiana: questa notevole polarizzazione del voto tra zone povere e zone ricche, non è che ricordi per caso la vittoria del Pd ai Parioli e quella di M5S nelle periferie romane? Ovvio che il fenomeno è lo stesso, e si chiama rivolta contro le èlite, contro la vera casta sociale che riesce sempre ad imporre i propri privilegi, contro il ceto politico che ne rappresenta gli interessi.

Ora vorrebbero distrarci con le oscillazioni dei mercati finanziari. Fluttuazioni violentissime ma normali, visto che i padroni della finanza avevano scommesso fino a ieri sera sul successo del Remain. Ma se lorsignori tremano la ragione è un'altra, ed è squisitamente politica.

Tutti sanno che adesso l'UE è nel pallone, e che questo potrebbe essere solo l'inizio di un processo disgregativo senza fine. E tutti sanno che l'esito del referendum inglese non è il bislacco risultato di un popolo strano, bensì un sintomo inequivocabile dell'incurabile malattia rappresentata dal cancro "europeista".

E poi, dov'è la stranezza? Certo, agli euristi non piace ricordarlo, ma tutte le volte che i popoli hanno potuto pronunciarsi (Francia, Olanda, Irlanda, Grecia) hanno sempre detto di no all'Unione e ai suoi trattati. Un caso? La cattiva percezione di popoli "impreparati alla democrazia"? Ma per favore...

Certo, adesso qualcuno cercherà di cogliere l'occasione dell'uscita britannica per rilanciare l'idea mostruosa dell'Europa federale. Ma per fortuna quest'idea è non solo assolutamente minoritaria, ma anche del tutto impraticabile.

Di tutto questo ci sarà comunque tempo per parlare. Vedremo quale sarà la reazione di Berlino e Bruxelles, vedremo se Cameron se ne andrà subito o solo più avanti, vedremo quale sarà il riflesso sulla politica dei vari stati. Intanto godiamoci una vittoria che hanno cercato di fermare in tutti i modi, ma soprattutto con l'arma della paura.

Un'arma evidentemente oggi spuntata. Lo si era già visto nel referendum greco con il 61% di no, anche se poi tradito da Tsipras. I popoli non hanno tutta questa paura del cambiamento, anzi! E' questo un grande insegnamento, ed un formidabile incoraggiamento, per tutti quelli che come noi si battono per l'uscita dal mostro neoliberista, antidemocratico ed oligarchico chiamato Unione Europea.

Ultim'ora: al momento della pubblicazione di questo articolo apprendiamo che Cameron si è dimesso. Bene. Qualcuno, pensando così di salvarlo, aveva suggerito a Renzi di adottare il "modello Cameron" dopo un eventuale sconfitta al referendum d'ottobre. A questo punto glielo consigliamo anche noi.

È BREXIT! Noi festeggiamo, loro no. Adesso il gioco si fa interessante...

[ 24 giugno ]

Noi festeggiamo, loro no...
E adesso il gioco si fa interessante!




Hanno preso una scoppola di portata storica non solo gli euro-oligarchi, i tecnocrati, l'aristocrazia finanziaria predatrice, i pennivendoli, ma tutte le élite politiche al loro servizio. 
E l'hanno presa anche quei trasformisti che all'ultimo momento pensavano di essere saliti sul carro  del vincitore.
Mettiamola così: da decenni eravamo abituati a prenderle, ora gliele abbiamo date.
Il futuro si prospetta più roseo....

DOMANDE E RISPOSTE SUL REFERENDUM COSTITUZIONALE di Alessandro Pace e Andrea Aurelio Di Todaro

[ 24 giugno ]

D'appresso un'ottima scheda formativa per attrezzarsi a vincere la sfida del Referendum di ottobre

Q. Il contenuto della riforma costituzionale Boschi è coerente ed omogeneo? 
1. No. La riforma Boschi ha un contenuto disomogeneo, in quanto modifica in più parti, diverse tra loro, la Costituzione vigente. Non può pertanto essere considerata una “legge di revisione” come previsto dall’art. 138 della Costituzione, secondo il quale il quesito sottoposto all’elettore dovrebbe essere unico ed omogeneo. Avendo la riforma Boschi un contenuto disomogeneo, essa coercirà la libertà di voto degli elettori che hanno a loro disposizione solo un Sì e solo un No. 

Q. Quali sono i fattori di criticità della riforma derivanti dal suo iter parlamentare? 
2. La riforma Boschi è stata approvata dalla Camera e dal Senato nonostante la Corte costituzionale, con la sentenza n. 1 del 2014, avesse dichiarato incostituzionale la legge elettorale c.d. Porcellum, sulla cui base la XVII legislatura era stata eletta. Per di più, la riforma consegue da un’iniziativa governativa e non da un’iniziativa parlamentare – come avrebbe dovuto essere – con il rischio, puntualmente avveratosi, di condizionarne l’approvazione alle scelte di indirizzo politico del Governo. 

Q. Ci sono altri profili di contrasto tra la riforma e la sentenza n. 1 del 2014 della Corte? 
3. La riforma Boschi, nell’attribuire ai consigli regionali, e non ai cittadini, il diritto di eleggere il Senato, viola la sovranità popolare, di cui «la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto (…) costituisce il principale strumento di manifestazione», come affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 1 del 2014. 

Q. Perché l’elezione del Senato dovrebbe essere diretta? 
4. Come scrisse proprio nel 1948, Carlo Esposito, uno dei massimi costituzionalisti italiani dello scorso secolo: «Il contenuto della democrazia non è che il popolo costituisca la fonte storica o ideale del potere, ma che abbia il potere; non già che esso abbia solo il potere costituente, ma che a lui spettino i poteri costituiti; e che non abbia la nuda sovranità (che praticamente non è niente) ma l’esercizio della sovranità (che praticamente è tutto)». 

Q. Ma dai sostenitori della Riforma si sostiene che si tratterebbe di una elezione “indiretta”. Non hanno ragione? 
5. No. I sostenitori di questa tesi sbagliano platealmente. Leopoldo Elia, autorevolissimo costituzionalista spesso ricordato dallo stesso ex Presidente Napolitano, precisò, in maniera definitiva, che si ha elezione indiretta “in senso proprio” solo quando siano previsti a tal fine dei “grandi elettori”, come appunto accade in Francia dove il popolo elegge 150 mila “grandi elettori” che a loro volta eleggeranno 349 senatori. 
Affermare che il popolo italiano eleggerebbe indirettamente il Senato perché i consigli regionali, eletti dal popolo, eleggerebbero a loro volta i senatori, è quindi una vera baggianata. E’ come dire che il popolo italiano elegge il Presidente della Repubblica perché il Presidente viene eletto da Camera e Senato, che sono eletti dal popolo. 
Si tratta di una analogia superficiale e, come tale, giuridicamente improponibile. 

Q. La riforma abolisce il Senato? 
6. La riforma non abolisce affatto il Senato ed anzi ne ribadisce la funzione legislativa e quella di revisione costituzionale, ancorché, non essendo stato eletto direttamente dal popolo, il Senato sarebbe privo della legittimazione democratica. 

Q. Quali perplessità suscita la riforma, a proposito del ruolo dei membri del “nuovo” Senato? 
7. La riforma prevede che i senatori esercitino contemporaneamente anche le funzioni di consigliere regionale o di sindaco, senza considerare che l’importanza e l’onerosità delle funzioni senatoriali (funzione legislativa ordinaria e costituzionale; raccordo tra lo Stato, le Regioni e i comuni, con l’Unione Europea; valutazione delle politiche pubbliche e dell’attività delle pubbliche amministrazioni; verifica dell’impatto delle politiche dell’Unione Europea sui territori ecc. ecc.) ne renderebbero aprioristicamente impossibile il puntuale espletamento. 

Q. Perché criticare la riforma se, come sostenuto da alcuni suoi fautori, essa non fa altro che seguire l’esempio del Senato statunitense? 
8. Non lo ripropone affatto. E’ vero che negli Stati Uniti il Senato è composto da 100 senatori, esattamente come nel “futuro” Senato della Repubblica. Tuttavia, negli Stati Uniti ciascun senatore lavora a tempo pieno e gode per giunta della collaborazione di uno staff di circa 34 persone, tra consulenti e impiegati. Per contro i senatori italiani, dovendo svolgere anche le funzioni di consigliere regionale o sindaco, non avrebbero a disposizione non solo uno staff di quella importanza, il che è giustificabile, ma nemmeno il tempo necessario per assolvere a tutte le funzioni connesse alle loro cariche. 

Q. E’ vero che i futuri senatori non percepiranno alcun emolumento e non saranno più dei “privilegiati” rispetto al resto dei cittadini? 
9. I futuri 100 senatori, in quanto sindaci o consiglieri regionali, non saranno compensati per le loro funzioni di senatore, ma avranno soltanto un “rimborso-spese”. Godranno dell’insindacabilità giudiziaria per i fatti posti in essere nell’esercizio delle proprie funzioni - il che è condivisibile - e, ancorché senatori solo part time, godrebbero anche dell’immunità “personale” dagli arresti, dalle perquisizioni personali e domiciliari, e dai sequestri della corrispondenza, col rischio  - connesso all’abnorme numero dei consiglieri regionali attualmente indagati o addirittura rinviati a giudizio - di trasformare il Senato in un refugium peccatorum. 

Q. La riforma attribuisce poteri legislativi all’Esecutivo, cioè al Governo? 
10. La riforma amplia il potere d’iniziativa legislativa del Governo mediante la previsione di disegni di legge «attuativi del programma di governo», da approvare, da parte della Camera dei deputati, entro 70 giorni dalla deliberazione d’urgenza dell’assemblea. Il che rischia di restringere ulteriormente gli spazi per l’iniziativa legislativa parlamentare - attualmente ridotti al solo 20 per cento - grazie a possibili capziose interpretazioni estensive sia del concetto di “programma di governo”, sia del concetto di “attuazione del programma”. 

Q. E’ un merito o un demerito che la riforma preveda la riduzione del numero dei senatori da 315 a 100? 
11. Nelle attuali condizioni, e tenuto conto del contenuto complessivo della riforma, è un demerito. La riforma, infatti, sottodimensiona irrazionalmente la composizione del Senato (100 senatori) rispetto alla composizione della Camera dei deputati (630 deputati) e rende praticamente irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune. 

Q. Ma la riforma snellisce il procedimento legislativo. O no? 
12. Il disegno di legge Boschi si era posto l’obiettivo di semplificare il procedimento di formazione delle leggi, ma tale dichiarazione di intenti non è stata seguita dai fatti. La riforma prevede almeno otto distinti iter di approvazione legislativa, col rischio di non infrequenti conflitti procedurali, che potrebbero addirittura configurare vizi di legittimità costituzionale di natura procedimentale, di competenza della Corte costituzionale. 

Q. Qual è la posizione della riforma rispetto alle opposizioni parlamentari? 
13. La riforma Boschi, pur senza abolire il Senato, ne ha svuotato il ruolo di contro-potere politico esterno alla Camera dei deputati, senza compensare tale svuotamento con il rafforzamento del sindacato ispettivo tra cui l’introduzione del potere d’inchiesta da parte di una quarto dei componenti delle assemblee, come previsto in Germania sin dal 1919, e con successo. 
Il “nuovo” art. 64 si limita infatti a rinviare ai regolamenti delle due Camere il compito di garantire i «diritti delle minoranze parlamentari» e al regolamento della sola Camera dei deputati di disciplinare «lo statuto delle opposizioni». Poiché però i regolamenti parlamentari devono comunque essere approvati dalla maggioranza dei componenti dell’assemblea, è di tutta evidenza che, grazie all’Italicum, sarà il partito di maggioranza a condizionare il destino dei diritti delle minoranze e delle opposizioni. 

Q. Quale impatto ha la riforma sul rapporto Stato-Regioni?  

14. Micidiale. La riforma Boschi mentre attribuisce alla competenza legislativa esclusiva dello Stato oltre 50 materie affastellate sotto 21 numeri, dalla a) alla z), attribuisce alla potestà legislativa esclusiva delle Regioni soltanto 15 materie di contenuto prevalentemente organizzativo. 
La riforma Boschi attribuisce alla competenza legislativa esclusiva dello Stato le politiche sociali, la tutela della salute, il governo del territorio, l’ambiente e il turismo che costituiscono il cuore dell’autonomia legislativa regionale. 
A conferma della svolta centralistica, la riforma Boschi introduce una “clausola di supremazia statale” - soprannominata “clausola-vampiro”- grazie alla quale la Camera dei deputati, con una legge, e il Governo, con un decreto legge, potrebbero, senza alcun limite, intervenire in qualsiasi materia di competenza legislativa esclusiva delle Regioni «quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale». 

Q. E nelle materie di competenza legislativa dello Stato? 
15. La riforma Boschi attribuisce alla potestà legislativa esclusiva dello Stato il compito di dettare le “disposizioni generali e comuni” in tutta una serie di materie importanti quali la tutela della salute, le politiche sociali, l’istruzione anche universitaria, l’ordinamento scolastico, le attività culturali e sul turismo e molte altre, senza però prevedere, in favore delle Regioni, la necessaria potestà legislativa di attuazione. 
Dimentica altresì di attribuire (a chi? allo Stato o alle Regioni?) la competenza legislativa esclusiva in materia importanti quali la circolazione stradale, i lavori pubblici, l’industria, l’agricoltura, l’artigianato, l’attività mineraria, le cave, la caccia e la pesca. 
Con la conseguenza, in entrambi i casi, di non risolvere il problema dell’eccessivo contenzioso costituzionale lamentato dallo stesso Governo. 

Q. Quale sarebbe la posizione costituzionale del Premier grazie alla riforma Boschi e all’Italicum? 
16. Il nostro ordinamento si orienterebbe di fatto verso un “premierato assoluto”, grazie all’Italicum e alla riforma Boschi: l’Italicum trasformerebbe il voto al partito del leader in un’investitura quasi-diretta del Premier e la legge Boschi eliminerebbe il Senato come potenziale contro-potere esterno della Camera senza prevedere efficaci contro-poteri interni. Col duplice rischio, connesso all’”uomo solo al comando”, di produrre eccessivi squilibri di rappresentanza e di condizionare addirittura i poteri del Presidente della Repubblica. 

Q. Come cambia la composizione della Corte costituzionale con la riforma? 
17. La riforma attribuisce al Senato, composto da 100 senatori, il potere di eleggere due giudici costituzionali ed attribuisce alla Camera dei deputati, composta invece da 630 deputati, il potere di eleggerne tre. Il che, in primo luogo, urta contro il principio di proporzionalità e, in secondo luogo, rischia di introdurre nella Corte costituzionale una pericolosa logica corporativa, che potrebbe fortemente irrigidire i rapporti interni tra i suoi membri. 

Q. E sui senatori a vita, la riforma cambia qualcosa? 
18. La riforma prevede la nomina a senatore, da parte del Presidente della Repubblica, di cinque illustri personalità che abbiano «illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario». Il che è doppiamente stravagante. In primo luogo, essi sono nominati dal Presidente della Repubblica per sette anni, e cioè per un tempo perfettamente coincidente con la durata in carica dello stesso Capo dello Stato. Sicché non è affatto capzioso immaginare che i senatori a vita possano subirne l’influenza. In secondo luogo, è comunque paradossale che cinque illustri personalità di caratura internazionale, che abbiano le caratteristiche di eccellenza appena ricordate, vadano ad esercitare il loro alto magistero culturale in un organo - il Senato - che, formalmente, la riforma dice di volere dedicare interamente alla sola rappresentanza delle istituzioni territoriali (Regioni, Comuni e Città metropolitane). 

Q. Ma il Senato rappresenterebbe davvero le istituzioni territoriali? 
19. No. Il Senato continuerebbe ad esercitare le funzioni di organo dello Stato, non solo nell’esercizio della potestà legislativa ordinaria e di quella di revisione costituzionale, ma anche nelle funzioni di raccordo tra Stato, enti costitutivi della Repubblica e Unione Europea, nella verifica dell’impatto delle politiche dell’Unione Europea, nel concorso all’espressione di pareri sulle nomine di competenza del Governo e in tutte le altre funzioni previste dal quarto comma del “nuovo” art. 55. 
D’altra parte, non essendo configurabile una rappresentanza territoriale delle Regioni perché le Regioni avrebbero un numero diverso di seggi a seconda della popolazione e perché anche ai senatori è garantito il divieto del mandato imperativo, la natura della rappresentanza del Senato continuerebbe ad essere quella squisitamente politica-partitica, praticamente duplicando le contrapposizioni politiche della Camera dei deputati. 

Q. Un’ultima domanda. Il Presidente del Consiglio cita spesso il pensiero di Giorgio La Pira, autorevole componente dell’Assemblea costituente, che in tale veste affermò che la Costituzione fosse la “casa comune” degli italiani. Ritiene che la riforma Boschi persegua lo stesso obiettivo di fare della Costituzione la “casa comune” degli italiani? 

20. Neanche per sogno. Il fatto che il risultato della sesta e ultima votazione della legge Boschi abbia registrato, su 630 deputati, 361 voti favorevoli, 7 contrari e 2 astenuti, conferma la natura “divisiva” e non “inclusiva” (la casa comune!) della riforma Boschi, che costituisce la conseguenza di quanto osservato al quesito n. 2, e cioè l’aver voluto a tutti i costi, il Presidente del Consiglio, che le modifiche costituzionali rispondessero alle scelte di indirizzo politico del Governo. 

giovedì 23 giugno 2016

ITALICUM: IL DIETROFRONT CHE RENZI NON PUÒ FARE di Leonardo Mazzei

[ 23 giugno ]

Adesso alcuni si aspettano da Renzi una qualche novità, qualche aggiustamento tattico, qualche ripensamento. In molti credono che il piatto forte potrebbe essere la rimessa in discussione dell'Italicum, come preme alla sinistra Pd. Scordatevelo. Non solo perché tutto ciò non è nelle corde del personaggio, ma soprattutto perché è oramai troppo tardi. Essendosi spinto troppo avanti, Renzi non può fare oggi un dietrofront così smaccato senza perdere completamente la faccia.

Venerdì si terrà la direzione del Pd, un luogo assai pittoresco dove il ducetto provoca e sfida gli avversari interni. I quali solitamente non sanno far di meglio che mettere in mostra la vocina timorosa di un Cuperlo, alternata alla faccina insicura di uno Speranza. Della natura da avanspettacolo di questo organismo ha parlato ieri anche Massimo D'Alema, in un'intervista già brillantemente commentata da Piemme. In ogni caso non è dalla sinistra piddina che verranno cose importanti.

Domandiamoci piuttosto quale sarà la mossa del presidente del consiglio di fronte alla debacle dei ballottaggi di domenica scorsa. A rischio di una rapida smentita, avanzo una risposta assai semplice: Renzi dirà che ci "vuole più Renzi". Può sembrare una battuta, ma non lo è. Certo, da imbonitore consumato qual è, ammetterà (come ha fatto ieri) qualche problema, dirà che "il Pd si deve aprire di più", che "deve ascoltare maggiormente i cittadini". Ma, accanto a queste banalità assolute, rilancerà dicendo che la "rottamazione" è stata insufficiente, che il Pd non è ancora un partito del tutto a sua immagine e somiglianza, che in parlamento ci vogliono ancora troppe mediazioni, che bisogna accelerare. E che lo strumento per arrivare ad un Renzi al cubo c'è già: la controriforma costituzionale su cui voteremo ad ottobre.



Lo stesso riconoscimento del successo di M5S come frutto di una spinta al cambiamento, verrà utilizzato per sostenere che il "suo" cambiamento - ovviamente l'unico col bollino di qualità dei poteri oligarchici - deve correre più forte.

Ma lasciamo perdere gli aspetti più strettamente propagandistici ed occupiamoci invece del tema Italicum. Al di là dei bersaniani, sono infatti diversi i commentatori che ritengono probabile, se non addirittura necessaria, una revisione della legge elettorale che entrerà in vigore a giorni, esattamente il prossimo primo luglio.

Il perché di tanto interesse non deriva però da una tardiva comprensione della natura incostituzionale ed antidemocratica di questa legge - che a lorsignori è arcinota e l'han voluta così proprio per quello -, bensì dalla constatazione che il ballottaggio pensato per incoronare il Bomba potrebbe finire per avvantaggiare proprio chi si voleva colpire: il Movimento Cinque Stelle.

In proposito chi scrive ha idee personali un po' diverse, intanto perché al ballottaggio bisogna arrivarci, e considerare la destra fuori gioco sarebbe un errore; in secondo luogo perché un ballottaggio alle politiche sarebbe cosa ben diversa da quello alle comunali. Ma di questo magari riparleremo.

Sta di fatto che la vittoria di M5S in 19 ballottaggi sui 20 ai quali ha partecipato sembra un segnale piuttosto inequivocabile. Da qui il terrore che serpeggia nei palazzi del potere, ed il grido che si è presto innalzato: cambiamo l'Italicum alla svelta per impedire che la Nemesi compia il suo dovere.

Il tema sembra dunque inevitabilmente alla ribalta, dato che non interessa solo al segretario del Pd, bensì a tutti i centri del potere reale. Questo significa che verrà affrontato - se non altro in termini di "promesse" - prima del referendum d'ottobre? Non penso proprio sia possibile. Non solo per ragioni di tempo, né per la difficoltà di uscirne con una modifica largamente condivisa in parlamento, ma soprattutto per un'altra ragione: Renzi non può permetterselo in nessun modo, e fino ad ottobre sarà sempre lui a dettare le danze. Dopo si vedrà.

Ad esser precisi c'è una ragione tecnico-politica che impedisce di metter mano alla legge elettorale già adesso. I bersaniani chiedono di tornare alle coalizioni, ma il vero nodo è un altro e si chiama ballottaggio. Ovvio che questo meccanismo non può essere applicato ad un sistema bicamerale, ma fino ad ottobre chi può dire con certezza se ci sarà oppure no il passaggio al mono-cameralismo? Sembra dunque inimmaginabile un ritocco alla legge prima del referendum. E dopo?

Dopo, inutile dirlo, la situazione non sarà in nessun caso uguale a quella di prima. Un Renzi vincente aprirebbe al ritorno delle coalizioni? E per ottenere che cosa, i pochi voti della sinistra sinistrata che già glieli dà gratis, come si è visto domenica? (1). Viceversa, un Renzi perdente determinerebbe la morte, non il semplice rimaneggiamento, dell'Italicum. Di cosa si sta dunque parlando? Sostanzialmente del nulla. La legge elettorale è in palio al referendum d'ottobre, prima non si potrà fare niente.

Ma forse, come dicono in diversi, qualche promessa Renzi la farà? Mi domando: e per ottenere che cosa? Vale la pena di passare palesemente per imbroglioni seriali (e questo sarebbe il meno) e per indecisionisti (e questo per lui sarebbe troppo) solo per ingraziarsi per qualche settimana Bersani? Direi proprio di no. E con quel no Renzi potrà anzi dire di guardare all'interesse generale - la "governabilità" - non a quello particolare, suo e del suo partito. Che poi gli italiani ci credano è certamente assai dubbio, ma le ragioni della propaganda questo suggeriscono.

Ma poi, cosa avrebbe da guadagnarci il Pd da un ritorno alle coalizioni? Premesso che l'Italicum le vieta, ma non può impedire i "listoni", cioè un altro modo per realizzarle; non è forse evidente a tutti che un pieno ripristino del sistema delle coalizioni colpirebbe sì in primo luogo M5S, ma avvantaggerebbe soprattutto la destra, non certo Renzi e il suo partito?

Ora, c'è forse in giro qualcuno che pensa che le oligarchie, nostrane e d'oltralpe, vogliano il ritorno al governo di una destra divisa, pasticciona ed in parte euroscettica? Non ci sembra proprio che sia questo il massimo desiderio di lorsignori. I quali, come sempre, hanno oggi un piano principale ed una subordinata. Il piano principale si chiama ancora Renzi, inutile ripetere per la centesima volta il perché. La subordinata, in caso di sconfitta del loro beniamino ad ottobre, è la riedizione di un governo di "larghe intese". Che è poi il modello con il quale governano in Germania e che cercheranno di imporre alla Spagna dopo le elezioni di domenica.

Ovviamente le cose non sono mai troppo semplici. Specie di questi tempi. E specie in Italia, dove la particolare configurazione che ha assunto il sistema politico rende ogni soluzione particolarmente complicata.

Se Renzi dovrà fare le valigie, il tentativo sarà quello di evitare l'implosione del suo partito (che si cercherebbe in tutti i modi di salvaguardare come perno del sistema), favorendo al tempo stesso una frattura definitiva nel campo della destra, con l'emersione di una nuova formazione votata all'alleanza con il Partito Democratico. Naturalmente non tutte le ciambelle riescono col buco, e non sempre i desideri dei padroni del vapore si realizzano. Ma la partita la giocheranno così nei prossimi mesi, non con mosse avventate oggi sulla legge elettorale.

Lasciando il campo dei dominanti per venire al nostro, quanto detto fin qui significa essenzialmente tre cose.

La prima è che non c'è nessun tappeto rosso già pronto ad accogliere l'ingresso trionfale di M5S a Palazzo Chigi. Il che dovrebbe essere ovvio, ma ricordarlo non fa male.

La seconda è che M5S non potrà andare da solo (leggi QUI) al governo, e qualora vi andasse senza un adeguato sostegno nel paese si incamminerebbe verso il disastro. La situazione di scontro politico-sociale che si profila non può essere affrontata solo rivendicando e praticando onestà, trasparenza e politica anti-casta. Questi tre requisiti sono infatti necessari, ma assolutamente insufficienti.

La terza - la più importante - è che occorre preparare l'alternativa costruendo un ampio fronte di forze politiche e sociali, in grado di avere il consenso della maggioranza reale della popolazione (no dunque alla scorciatoia delle leggi elettorali truffaldine); una maggioranza pronta a mobilitarsi e non solo a votare quando richiesto. Naturalmente M5S dovrà essere la forza centrale di questo schieramento, ma guai se tra i pentastellati dovesse continuare a prevalere la logica dell'autosufficienza.

In conclusione, così come due anni fa denunciammo subito (vedi La resistibile ascesa di Matteo Renzi) la pericolosità dell'ondata di pessimismo cosmico che annunciava un ipotetico "ventennio renziano", oggi bisogna mettere in guardia dalla faciloneria di chi pensa che il renzismo sia già alle nostre spalle. Non è così, anche perché il blocco dominante ha sì la subordinata di cui abbiamo detto, ma prima di arrivare ad applicarla i dominanti lavoreranno in tutti i modi per mantenere il fiorentino in sella. La verità è che Renzi sarà definitivamente sconfitto solo con il successo del no ad ottobre. Solo a quel punto si aprirà davvero una nuova fase politica, che costringerà tutti gli attori - compreso chi vorrà lavorare seriamente ad un'alternativa - a mosse forti e coraggiose. Adesso la partita è quella del referendum.


NOTE

(1) Come noto le liste della sinistra sinistrata non hanno dato indicazioni di voto per il turno di ballottaggio. Tuttavia uno studio del Cise-Luiss ci fornisce i flussi tra primo e secondo turno. A Milano, secondo questa ricerca, ben il 91% degli elettori di Basilio Rizzo avrebbe poi votato al secondo turno il renziano Sala. A Torino, messi di fronte alla scelta tra Fassino e Appendino, l'elettorato che al primo turno aveva votato Airaudo si sarebbe espresso al 47% per il candidato del Pd, mentre alla candidata di M5S sarebbe andato solo il 14%. Ovviamente il resto (39%) si sarebbe astenuto. Ecco perché diciamo che al Pd le coalizioni con quest'area politica non servono, dato che quando occorre questi il voto glielo danno comunque.
Alla vigilia dei ballottaggi avevamo dato un severo giudizio sulla pilatesca scelta dei sinistrati. Pilatesca poi neanche tanto, visto che alla fine hanno preferito alla grande i candidati piddini... Ancora più ridicola, perciò, l'incredibile dichiarazione post voto di Paolo Ferrero: «Scoppolone galattico al Pd di Renzi è dato fondamentale e positivo di queste elezioni». Giusto! Ma lo scoppolone glielo avete dato voi votando Fassino??? Ma per favore...

SPAGNA: COSA VERRÀ FUORI DALLE URNE? di Steven Forti

[ 23 giugno ]

Domenica gli spagnoli tornano a votare dopo soli sei mesi. Nuove elezioni dunque, anche se Pablo Iglesias [nella foto con Alberto Garzón di Izquierda Unida] preferisce chiamarle “il secondo turno” del 20 dicembre. Secondo i sondaggi, il Partido Popular (PP) si confermerebbe primo partito, mentre Unidos Podemos potrebbe diventare la seconda forza nel Parlamento di Madrid, superando anche i seggi il Partido Socialista Obrero Español (PSOE). Saranno chiave i risultati di alcune circoscrizioni per determinare la correlazione di forze e le possibili maggioranze di governo. Due le opzioni al momento: o una grande coalizione o un governo di sinistra.

I comizi dello scorso 20 dicembre hanno cambiato radicalmente il panorama politico spagnolo figlio della transizione dalla dittatura franchista alla democrazia. Il bipartitismo imperfetto formato dal PP e dal PSOE, che ha governato il paese dal 1982, si è trasformato in un quadripartitismo a cui si sono aggiunti Podemos a sinistra e Ciudadanos a centro-destra. I risultati di dicembre non hanno permesso però la formazione di un governo a causa di una situazione estremamente complessa con un Parlamento quanto mai frammentato e di una serie di veti incrociati, a cui si è aggiunta la carente cultura del patto e degli accordi delle formazioni politiche spagnole. Il PP si è limitato a pretendere di poter governare in minoranza in quanto partito più votato, Podemos non ha ceduto alle pressioni per favorire un governo PSOE-Ciudadanos, mentre i socialisti si sono rifiutati di tentare la via di un governo alla portoghese con Pablo Iglesias grazie a un astensione degli indipendentisti catalani e non hanno nemmeno preso in considerazione un governo di grande coalizione con i popolari. L’impasse è stata totale. Dal labirinto spagnolo non se ne è usciti

Il probabile sorpasso di Unidos Podemos
Le cose potrebbero cambiare il 26 giugno. In primo luogo, perché nessuno vuole andare a nuove elezioni, le terze in un anno. La pressione dei mercati e delle istituzioni europee sarebbe probabilmente insostenibile e la stanchezza, già visibile, nella popolazione aumenterebbe esponenzialmente. A seconda della correlazione di forze nelle Cortes di Madrid, qualcuno dovrà cedere. In secondo luogo, perché praticamente tutti i sondaggi pubblicati nelle ultime settimane presentano un quadro leggermente diverso rispetto a quello di dicembre.

Secondo il Centro de Investigaciones Sociológicas (CIS), con un leggero aumento dell’astensione (dal 26,8% al 29%), il PP otterrebbe il 29,2% dei voti e 118-121 deputati (28,7% e 123 a dicembre), Unidos Podemos insieme alle confluenze che si presentano in Catalogna, Galizia, Valencia e nelle Baleari raggiungerebbe il 25,6% e 88-92 deputati, il PSOE il 21,2% e 78-80 deputati (22% e 90 a dicembre), Ciudadanos il 14,6% e 38-39 deputati (13,94% e 40 a dicembre). Gli indipendentisti catalani e baschi confermerebbero sostanzialmente i risultati di sei mesi fa con gli 8-9 deputati di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), i 6-7 di Convergència Democràtica de Catalunya (CDC), i 5-6 del Partido Nacionalista Vasco (PNV) e i 2-3 della sinistra abertzale di EH Bildu.

Come si può notare, le differenze sono lievi, tranne nel caso dei socialisti e di Unidos Podemos. Il 20 dicembre la formazione di Pablo Iglesias aveva ottenuto il 20,68% dei voti e 69 deputati, mentre Izquierda Unida (IU) il 3,68% e solo 2 deputati. Stando ai sondaggi, sembra che la scelta di correre insieme sia stata una mossa azzeccata: Unidos Podemos riuscirebbe nell’impresa di superare i socialisti sia in voti sia in seggi e non sarebbe penalizzato, come in passato, dalle legge elettorale spagnola che premia i grandi partiti soprattutto nelle circoscrizioni con pochi abitanti.

La spada di Damocle del PSOE
La maggioranza assoluta nelle Cortes di Madrid è di 176 deputati. Se i sondaggi si confermano il blocco di centro-sinistra (Unidos Podemos e PSOE) la sfiorerebbe e non avrebbe nemmeno bisogno dell’astensione degli indipendentisti catalani. Il candidato socialista Pedro Sánchez non si è stancato di ripetere che non governerà mai con i “populisti” di Podemos, ma in realtà il PSOE è spaccato al suo interno. Al di là delle dichiarazioni altisonanti, Sánchez rappresenta un settore più pragmatico che potrebbe arrivare a patti con la sinistra, appoggiato dalla federazione catalana e da quella valenciana del suo partito che governano già in ambito locale e regionale con le confluenze di Podemos. È la vecchia guardia del PSOE (Felipe González in primis) e alcuni baroni, come la presidentessa dell’Andalusia, Susana Díaz, sostenuti dai mass media affini, come El País, che non vogliono nemmeno sentir parlare di Pablo Iglesias. In questo rush finale della campagna elettorale, i socialisti si giocano il tutto per tutto per mantenere il secondo posto, se non in voti almeno in seggi.

La strategia di Sánchez passa per riproporre il patto dell’abrazo di marzo per un governo riformista moderato con il partito di Albert Rivera, sperando che PSOE e Ciudadanos abbiano insieme più deputati del PP e che quindi, in assenza di un’altra opzione, il re Felipe VI affidi loro il mandato esplorativo per formare governo. Il punto chiave è chi conquista la seconda posizione e questo spiega anche i toni duri della campagna. In molte circoscrizioni l’ultimo deputato ad essere eletto si deciderà per un pugno di voti: sono questi i seggi che varranno oro e che potrebbero modificare sostanzialmente gli equilibri in Parlamento. Si tenga presente poi che oltre il 30% degli spagnoli non ha ancora deciso il proprio voto.

Il panico dei socialisti di essere superati da Unidos Podemos si trasformerebbe in disperazione nel caso in cui ci fossero anche i numeri per una maggioranza di centro-sinistra. Con un PSOE seconda forza, i socialisti potrebbero anche decantarsi per un governo alla portoghese, chiedendo l’astesione di Iglesias. Ma se fosse superato da Unidos Podemos, il PSOE si troverebbe tra l’incudine e il martello: o appoggiare un governo di Pablo Iglesias o scegliere una grande coalizione. Si aprirebbe una crisi enorme nel partito e Sánchez sarebbe costretto alle dimissioni. Come spiegare ai propri militanti ed elettori che avendo la possibilità di formare un governo progressista si opti per il PP di Rajoy? Il rischio, questa volta reale, per i socialisti è di fare la fine del PASOK.

Podemos e le confluenze
Iglesias ha giocato molto bene le proprie carte, ripetendo continuamente la sua disponibilità a formare un esecutivo di centro-sinistra con il PSOE. Nel dibattito a quattro in televisione della settimana scorsa, il segretario generale di Podemos è stato il chiaro vincitore. Ma i probabili ottimi risultati di Unidos Podemos sono frutto anche di un intelligente lavoro su più livelli: innanzitutto, raggiungendo l’accordo di coalizione a livello nazionale con IU – il tandem con Alberto Garzón funziona, tra l’altro, molto bene – e, in secondo luogo, chiudendo una serie di accordi fondamentali a livello regionale.

In Catalogna, En Comú Podem – formato da Barcelona en Comú, Podemos, ICV-EUiA ed Equo – si confermerebbe come primo partito, sfiorando addirittura il 30%. Un risultato importante anche per gli equilibri catalani in un momento in cui il movimento indipendentista è in chiaro riflusso e si preannunciano nuove elezioni regionali in autunno. In Galizia, En Marea – formata da Podemos, IU, i nazionalisti di sinistra di Anova e le liste municipaliste che governano a La Coruña e Santiago de Compostela – si confermerebbe come secondo partito, mentre a Valencia la coalizione “A la Valenciana” – formata da Compromís, Podemos e IU – e nelle Baleari Units Podem Més – formato da Podemos, IU e i nazionalisti di sinistra di Més – potrebbero convertirsi in primo partito, spodestando il PP in due dei suoi feudi storici.

Non è, però, tutto rose e fiori. Come si è visto nei mesi scorsi, le confluenze regionali aspirano ad una propria autonomia politica ed a poter formare un proprio gruppo parlamentare nelle Cortes di Madrid. A gennaio, per l’opposizione del Parlamento, si optò per un gruppo “confederale”, ma i deputati di Compromís preferirono sedersi nel gruppo misto. Se a luglio si ripropone la stessa situazione catalani, galiziani e valenciani accetterrano ancora il gruppo “confederale”? Per di più, En Comú Podem difende la celebrazione di un referendum legale sull’indipendenza della Catalogna. Iglesias è dello stesso parere, ma per i socialisti, favorevoli ad una riforma della Costituzione in senso federale, si tratta di una condizione inaccettabile. Nel caso in cui si aprissero degli spiragli per un governo progressista, cederebbe Iglesias su questo punto? E cosa farebbe la confluenza catalana promossa dalla sindaca di Barcellona Ada Colau? Non sarà, insomma, facile gestire questa situazione per Iglesias.

Il fantasma della grande coalizione
Il fantasma che però si aggira per la penisola iberica è quello della grande coalizione. Potrebbe essere alla tedesca con i socialisti al governo con i popolari, ma più probabilmente potrebbe trattarsi di un governo in minoranza del PP con l’astensione del PSOE e di Ciudadanos. In quel caso i socialisti salverebbero capra e cavoli, giustificando l’astensione per evitare la ripetizione elettorale e non permettendo a Unidos Podemos di presentarsi come l’unica forza di opposizione. Bisognerà vedere che condizioni si pongono al PP: quasi sicuramente la testa di Rajoy, che però non sembra intenzionato a farsi da parte, anche perché è ben cosciente che un suo abbandono aprirebbe il vaso di Pandora della successione in un partito ancora impreparato e colpito da continui scandali di corruzione.

C’è anche chi non scarta la possibilità di un governo Monti alla spagnola e chi non esclude un governo di Albert Rivera appoggiato dai due grandi partiti. Per ora si tratta di fantapolitica. In ogni caso, qualunque sia l’opzione di grande coalizione, si tratterebbe di un governo di breve durata con un programma di riforme minimo, in primis quella della legge elettorale e della Costituzione.

Si tenga poi conto di due fattori che potrebbero influenzare il voto e la formazione di un governo in tempi brevi. In primo luogo, il risultato del referendum sul Brexit di questo giovedì: una vittoria del Leave farebbe probabilmente aumentare il voto conservatore. In secondo luogo, le pressioni dei mercati e delle istituzioni europee. A inizio luglio, proprio i giorni chiave per capire chi otterrà il mandato esplorativo dal monarca, la Commissione Europea deciderà se multare la Spagna con 2 miliardi di euro per il deficit eccessivo (5,1% nel 2015). A questo deve aggiungersi anche che Bruxelles ha già avvisato che il nuovo governo spagnolo dovrà applicare ulteriori tagli di 8 miliardi euro. Per ora tutti glissano, in primis Rajoy che ha promesso di abbassare le tasse, ma allo stesso tempo ha scritto segretamente una lettera alla Commissione in cui garantiva nuovi tagli.

La situazione è estremamente complessa. Bisognerà attendere la nottata di domenica 26 giugno per capire che strada prenderà la Spagna.

* (ricercatore presso l’Istituto de Història Contemporanea – Universidade Nova de Lisboa) @StevenForti
* Fonte: Micromega

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