lunedì 26 gennaio 2015

LA GRECIA DICE NO ALLA TROIKA. E ORA?

26 gennaio

Syriza alla prova (del fuoco) del governo

Non possiamo che essere contenti. Dalla Grecia è arrivato un chiaro segnale di cambiamento. Contro la politica austeritaria e contro i vincoli dell'Europa. Ora Syriza è attesa alla prova dei fatti. Non sarà facile, ma Tsipras non potrà sottrarsi alla sfida, pena una sconfitta catastrofica che aprirebbe la strada a tremendi scenari.
Due le questioni davvero dirimenti. La prima, e più immediata, è rappresentata dalle misure sociali promesse da Syriza. La seconda dall'obiettivo della ricontrattazione del debito.

Occupandoci del programma di Tsipras all'inizio della campagna elettorale (leggi QUI) abbiamo scritto che: 
«Il programma di Syriza non è il socialismo, ma quel che possiamo certamente dire è che si tratta del programma più avanzato di una forza che si candida, con reali possibilità di successo, al governo di un paese europeo. Questo è un dato di fatto difficilmente discutibile. Il problema è che Tsipras vorrebbe realizzarlo con l'assenso delle oligarchie europee, e questo ci sembra davvero un po' troppo...».
Da oggi Syriza è al governo e dunque quella contraddizione, il modo di affrontarla e di risolverla, è pienamente all'ordine del giorno, in termini concreti e non più ipotetici.

Non avendo ottenuto per un soffio la maggioranza assoluta (149 seggi su 300) Tsipras ha scelto l'alleanza con Anel (Greci Indipendenti), un partito conservatore, comunemente considerato di centrodestra, costruendo così una maggioranza di 162 seggi.

A nostro avviso il neo-premier ha fatto bene a far così. Intanto questo gli consente di formare subito un governo. In secondo luogo, vista l'assoluta indisponibilità del Partito Comunista (KKE), tutte le altre alternative sarebbero state peggiori. I Greci Indipendenti sono una piccola formazione nata da una scissione di Nea Demokratia. Una rottura, avvenuta nel 2012, proprio contro l'austerità imposta dall'UE, in opposizione alla politica asservita alla troika del governo Samaras.

Naturalmente la cosa sta già dando luogo agli attacchi della stampa eurista. Titola l'Huffington Post: «Il rivoluzionario Tsipras si allea con la destra». E Repubblica: «Accordo di governo con Anel (destra anti-euro)». Tutti costoro fingono di ignorare un fatto assai evidente: il rimescolamento politico prodotto dalla crisi. Oggi in Grecia la cosa fondamentale è liberarsi dalla troika, cosa che sarebbe stata più difficile se si fossero determinate altre alleanze.

Per noi la questione davvero decisiva è quella del confronto con l'Unione Europea. Dalla Germania sono già arrivati evidenti segnali di nervosismo. E questa mattina, in occasione della riunione dell'Eurogruppo, il suo presidente Jeroen Dijsselbloem ha così tuonato nei confronti della Grecia: «Abbiamo già concesso tanto, no alla cancellazione del debito». Queste le basi di un negoziato che non si annuncia certo in discesa.

Non che in assoluto non siano possibili compromessi. Quel che è invece impossibile è una vera riforma dell'Unione, checché ne dicano tanti esponenti della sinistra italiana. Molti di questi cercano ora di tornare a galla salendo sul carro di Tsipras, dimenticando che Syriza - a differenza di costoro - non ha mai collaborato con le forze della sinistra liberista.

In conclusione, da ieri la crisi europea ha un tassello in più. La partita greca si annuncia difficile e complessa. Tale da incoraggiare tutte le forze anti-euriste. Siamo critici con Syriza per la sua posizione sull'Europa e sull'euro, ma sappiamo anche che i fatti hanno la testa dura, e che in futuro scelte drastiche si imporranno. Intanto il partito eurista non governa più ad Atene. La situazione si apre dunque a nuovi scenari in tutta l'area mediterranea.

E' una partita che deve essere giocata da tutti coloro che considerano il mostro eurista come il nemico principale. Giochiamola, esprimendo intanto il nostro pieno sostegno al popolo greco, in particolare alla sua parte più cosciente: quella che vuol porre fine all'occupazione della troika, che rivuole la piena sovranità nazionale, politica e democratica.

domenica 25 gennaio 2015

QUANTITATIVE EASING: SEMPRE DI NEOLIBERISMO STIAMO PARLANDO di Luciano Barra Caracciolo

25 gennaio

Sì lo so che molti magari vorrebbero che parlassi del QE di Draghi;
- di come non "può" funzionare, specie se le politiche di bilancio pubblico in UEM restano quelle attuali in radicale contraddizione con la maggior "offerta" di moneta al (solo) sistema finanziario;
- di come la responsabilità-garanzia per le eventuali perdite all'80% posta a carico delle BC nazionali, - che rammentiamo non hanno potere di emettere moneta e quindi sono ridotte a meri "fidejussori" della BCE, come un qualsiasi istituto finanziario di diritto comune!- non appaia molto conforme ai trattati per tanti motivi (non ultimo quello che, a quanto pare, gli acquisti, per tipologia e quantità sarebbero decisi da BCE, e la garanzia sarebbe passivamente subita dalle BC senza alcun potere di decisione autonoma sulle strategie di acquisto e rischiando perdite di livello tale da rifluire in ricapitalizzazioni potenziali a carico dei cittadini, con ciò nullificando la stessa funzione di emittente della BCE e alterando il senso delle "operazioni open market" rispetto a quanto fa una normale BC).

Ma non lo farò (accontentatevi dei links e dell'accenno a questi problemi auto-evidenti).
Vi propongo invece un'intervista a von Hayek resa in Cile nel 1981, recuperata da Sil-viar e accompagnata da una sua documentata "prefazione".
Perchè al di là dei tecnicismi su questo o quel "provvedimento" o "progetto" €uropeo,non dobbiamo dimenticare che:

a) siamo completamente impotenti di fronte a qualunque tipo di decisione assunta in queste sedi tecnocratiche. Se le nostre osservazioni critiche avessero un qualche tipo di peso, non sarebbero semplicemente più consentite. Ce lo dice Barroso con ostentata sicurezza di poterlo dire;

b) l'insieme inarrestabile di queste politiche sovranazionali, non si cura neppure più del consenso degli Stati nazionali-apparati (soggetti di diritto internazionale), dato che la tecnocrazia funziona ormai "col pilota automatico", come dice lo stesso Draghi.

Lo scopo finale è quello che si preannunziava nel Cile di Pinochet: certo, dobbiamorapportarlo alle diverse situazioni di partenza della struttura economica dei paesi coinvolti.
Ma quanto a incremento delle fasce di popolazione sotto la soglia della povertà, ed a distruzione del "fastidio" di sindacati e elezioni, alla fine, ilrisultato è sostanzialmente omogeneo.
Su tutto domina il bis-linguaggio dei media asserviti, ora come nel Cile di quel tempo..

AVVERTENZA: se l'intervista che segue non suscita in voi "impressione" e vi appare come l'innocente disquisizione di un amabile filosofo della libertà, andatevi a leggere questo post. E leggetevi il link con quanto aveva denunziato Orlando Letelier.
E' impressionante la banalità del male se le "belle parole" e gli "alti principi" vengono scissi dai fatti della Storia, dalle realtà di masse di persone ritenute sacrificabili e i cui destini riposano in queste argute teorizzazioni che nascondono la ferrea volontà di negare la pari dignità degli esseri umani.
L'uguaglianza (meramente formale) di fronte alla legge, nasconde infatti la realtàper cui, inevitabilmente, la legge vieta o prescrive comportamenti: quali siano in concreto questi comportamenti, dipende dalla condizione sociale di ciascun individuo.
La stessa norma può esigere uno sforzo inumano da taluno e avvantaggiare sfacciatamente qualcun altro, cui non viene chiesto altro comportamento che reclamare la protezione (autoritaria) dello status quo.
Il concetto di von Hayek presume, in nome di una presunta evoluzione arbitrariamente contrabbandata come immutabile "tradizione", che la società umana debba fondarsi su una totale e gelida mancanza di solidarietà. Questa assenza autorizza che il privilegiato possa reclamare la forza dello Stato per impedire qualsiasi forma di avanzamento sociale di chi sia assoggettato al potere deiricchi che, per definizione, devono anche essere "potenti": cioè devono essere posti sempre in grado di legittimare le regole di autoconservazione della propria posizione. Questo e null'altro è Hayek, ridotto alla sua essenza fenomenologica.

Esuli argentini mi fecero leggere alcune interviste rilasciate da Hayek in Cile ed Argentina.
Era ben chiaro a cosa servissero i golpes; e Hayek e Friedman erano riconosciuti come gli ideologi che avevano a disposizione Cile e Argentina per portare a termine i loro “esperimenti” economici che, da un lato, servivano alle multinazionali e ai grandi proprietari industriali ed agrari per accumulare ricchezza, e depredare i Paesi e i cittadini,senza la “noia” di sindacati ed elezioni, e dall'altro a “provare” dal vivo la bontà del loro “modello”: la restaurazione reazionaria dell'ideologia liberista delle privatizzazioni, liberalizzazioni, repressione salariale. Apriranno la strada alla Thatcher e a Reagan, e a tutto il resto.

Ho tradotto le due interviste che sono riuscita a trovare tra le molterilasciate da Hayek in Cile nel 1981 in occasione di un seminario al "Centro de Estudio Publicos", di cui era presidente onorario, intervisteche risultano già citate su Orizzonte48.

Questa prima intervista è al giornale El Mercurio e l'ho trovatotrascritta in un forum.

Voglio ricordare Orlando Letelier, che descrive nel 1976 i risultati economici dei Chicago Boys, prima di essere ammazzato a Washington dalla DINA, la polizia segreta di Pinochet, per avere il contesto delle interviste: nel 1977 Hayek va in Cile la prima volta, incontra Pinochet, e loda i progressi nell'economia.

Nel Cile di Pinochet - migliaia di morti e di scomparsi, decine di migliaia di torturati e di prigionieri politici, circa 1 milione di espatriati-, Hayek parla del “calcolo delle vite”, e della fame come controllo demografico, quando era già ben noto che questo passa attraverso il benessere e il welfare: istruzione e sanità prima di tutto. Ne parla in un paese che ha il 20% di bambini denutriti!
Nel 1982, con la moneta agganciata al dollaro, con la crescita basata solo sulle esportazioni e con il prezzo del rame in picchiata, lapopolazione denutrita raggiunge 1/3 del totale, quella sotto la soglia di povertà oltre il 50%, e la disoccupazione il 25%.
L'ideologo della "globalizzazione" liberista mette “l'individuo” al centro di tutto, parlando di “libertà”, attraverso la mimesi e l'utilizzo del bis-linguaggio, insomma il Test di Orwell deve essere a portata di mano, ma è perfino troppo “onore”... in fondo è la libertà del “proprietario”: più è ricco, più è “libero”.
Ci sono diversi passaggi ridicoli, nonostante il "gentile" eloquio.

Hayek parla della “transizione” necessaria dalla “dittatura liberale” per arrivare alla “democrazia limitata” (l'intervistatrice parla di democrazia totalitaria! Nel Cile di Pinochet!).
E infatti i suoi epigoni, quelli della durezza del vivere (per noi, mica per loro!) ci hanno trascinato dalla democrazia “totalitaria” dello Stato Sociale e del benessere alla democrazia limitata di €/UE per raggiungere gli stessi traguardi economici di Pinochet (per mantenerli a lungo sarà necessario lo stesso tipo di repressione?).
In Cile nessuno è stato punito per i crimini commessi, Pinochet, già amico della Thatcher, non fu estradato in Spagna nel 2000, dal governo laburista inglese, per motivi di salute (o in nome della "riconciliazione"? che non c'è stata), o forse perché la dittatura "liberale" è stata un successo. Un successo mondiale.

Friedrich von Hayek: Dalla schiavitù alla libertà
di Lucia Santa Cruz.

A 82 anni non vi è alcun segno di vecchiaia. Sottile e agile nell'andatura, ma il passare del tempo lo ha costretto ad abbandonare gran parte dell'attività fisica. Alpinista, infaticabile e grande camminatore, oggi deve limitare le sue energie al lavoro intellettuale. Persino durante la sua permanenza in Cile, nonostante i suoi numerosi impegni, Friedrich von Hayek approfitta del tempo disponibile finendo gli ultimi capitoli del terzo volume di “Legge, legislazione e libertà”.

Ci mostra un indice degli argomenti trattati: "L'etica della libertà e la proprietà"; "L'evoluzione del mercato: Commercio e civiltà"; “La lingua avvelenata ", "Lo sfruttamento dei lavoratori da parte dei lavoratori", "L'illusione della statistica come guida", "Il carattere reazionario del concetto socialista", "Il delirio di onnipotenza degli intellettuali" tra gli altri.
Leggere Hayek – si sia d'accordo o no con i suoi principi - è un piacere intellettuale per il rigore del suo ragionamento. Non ci sono nei suoi scritti eufemismi né mitologie. Tutto è messo in discussione e non ci sono problemi dell'umanità che non siano sollevati e sminuzzati nella ricerca di nuove soluzioni. Vincitore del Premio Nobel per l'economia nel 1974, è molto più di un semplice economista: un filosofo nel senso più ampio della parola. Il suo libro, "La via della schiavitù", pubblicato durante la seconda guerra mondiale, può diventare una pietra miliare nella storia del pensiero politico e l'attacco più forte sugli effetti che i progressi socialisti hanno sulla libertà dell'uomo. Espone il pericolo del totalitarismo subdolo che si infiltra nelle istituzioni democratiche dell'Occidente.

Il pensiero del padre del liberalismo moderno, nonostante rifugga la classificazione di neo-liberista, si diffonde, con la lentezza delle idee, anni dopo la sua prima formulazione.
Un profeta isolato negli anni Trenta e Quaranta, quando Keynes presidiava i circoli intellettuali e politici in Inghilterra e negli Stati Uniti, oggi è una figura "rispettabile", con un seguito tra i giovani universitari, tra i governi europei e nordamericani, e con governi come quelli di Reagan e della signora Thatcher, che lo riconoscono come una fonte importante di ispirazione.

In Cile, in qualità di Presidente Onorario del Centro per gli Studi Pubblici, si lascia intervistare con la modestia che solo le grandi figure sembrano possedere.
Il suo discorso è rilassato. L'inglese perfetto dopo anni in Gran Bretagna, dove ha ottenuto la nazionalità, ma con un accento austriaco forte e melodico. Impeccabilmente vestito, indossa una cravatta con l'immagine di Adam Smith riservata ai membri dalla Mont Pelerin Society, che ha fondato.

Inizia la conversazione con "El Mercurio", dicendo scherzosamente:
"Per favore sieda alla mia destra sono sordo dall'orecchio sinistro, il che, come si capisce, si presta a molti scherzi politici”.
Ha accettato la presidenza del Centro per gli Studi Pubblici, perché il caso cileno lo interessa.
- Credo che parlare del miracolo economico cileno non è un'esagerazione per quel poco che ho visto, il progresso in questi anni è enorme.-
Avverte della necessità, però, di continuare sulla stessa strada:
“E' necessario fermare l'inflazione completamente, evitandocontrolli dei prezzi o privilegi sindacali. Io non sono contro i sindacati, ma all'idea che potrebbero godere di privilegi che il resto dei cittadini non ha, perché possono distruggere l'economia”.
-La Libertà è diventata la bandiera di quasi tutti i movimenti politici. Ciò è in parte dovuto al fatto che essa nasconde significati differenti, non solo nelle sfumature, ma nella sostanza, che sono persino opposti. .


-Che cosa significa per lei libertà?
-Si tratta della libertà dell'individuo. E' un abuso del termine credere si riferisca alla libertà di una maggioranza in un'assemblea rappresentativa, perché se l'assemblea ha poteri illimitati, inevitabilmente arriverà a limitare la libertà degli individui. Per l'individuo, libertà significa conoscere in anticipo le regole che deve obbedire per non essere costretto dal governo. La libertà è dunque l'assenza di coercizione. Si richiede un quadro di norme conosciute, uguali per tutti, in modo che ognuno possa sviluppare piani razionali e perseguire i propri fini. Questo non significa che il governo non dovrebbe avere altri poteri. Semplicemente non dovrebbe avere altri mezzi coercitivi. Penso che il governo può fare molto bene, provvedendo le infrastrutture necessarie, anche se nemmeno in questo dovrebbe avere il monopolio. Direi che lo dovrebbe avere solo chi realizza effettivamente meglio degli altri.
-Si tratta di un concetto negativo della libertà?
-Infatti. Il concetto di libertà è negativo. Quello che si chiama libertà positiva, che permette ad alcuni di godere di certi diritti per fare cose particolari, è inconciliabile con l'idea di uguaglianza davanti alla legge, con l'obbligo che dovrebbero avere i governi di trattare tutti allo stesso modo.
-C'è chi sostiene che non sarebbe giusto legiferare in forma uguale per esseri che sono uguali solo in apparenza. Cosa ne pensa?
-E' possibile che alcuni governi, in alcuni paesi, debbano assicurare un livello minimo sotto il quale nessuno possa cadere. Tuttavia, se si concepisce la giustizia come la parità di fatto, essa non è raggiungibile. Le persone sono diverse e nulla potrebbe essere più ingiusto che cercare di rendere uguali esseri che non lo sono.L'unica cosa che può essere uguale, lo ripeto, è il trattamento che ognuno riceve dal governo.
-Stranamente, però, sullo sfondo della libertà come forza trainante della civiltà, appare necessario considerare: perché è necessaria la libertà? Normalmente si ascoltano difese retoriche, ma sembra che lei abbia argomenti empirici.
- Molto, molto empirici. Solo l'ordine del libero mercato ci permette di nutrire la popolazione che esiste nel mondo. Se ci fosse stato comandato di non utilizzare mai il mercato, avremmo continuato un'esistenza felice e selvaggia di raccoglitori. Ma abbiamo usato il mercato e conseguito di aumentare la produttività pro capite per mantenere vivo un numero di persone che, senza il mercato, senza la divisione del lavoro che questo permette, non sarebbe potuto sopravvivere. La verità è che, a meno che non si desideri eliminare, uccidere, l'eccesso di popolazione, dobbiamo continuare. Abbiamo creato non solo una civiltà, ma una popolazione la cui esistenza dipende dal mantenimento dell'ordine di mercato.
-Questi scopi non possono essere ottenuti con una pianificazione?
Direi che oggi, e nel mentre le complessità della moderna società aumentano, è ancora più impossibile di prima. Sarebbe più facile se una persona o un'azienda potesse effettivamente avere tutte le informazioni necessarie per prendere decisioni. Ma non è che il mercato si adatta a tutti i fatti noti. Funziona nonostante dati che nessuno conosce nella sua interezza. Dipendiamo dall'uso delle informazioni che consentono alle persone di contribuire al mercato, che agisce come un grande computer e sono i risultati del mercato, i suoi segnali automatici, che indicano cosa fare in ogni caso. Agisce come una guida essenziale che segnala agli individui come poter contribuire in modo ottimale al tutto. In altri sistemi si deve dire alle persone cosa fare e, peggio ancora, senza sapere realmente che cosa dovrebbero fare.
-Allora, la libertà economica è originaria?
- Non si può separare la libertà economica dalle altre libertà. La libertà consiste nello sperimentare e si può sperimentare solo se è possibile utilizzare tutti i mezzi a cui si tiene accesso. - La distinzione tra libertà economica e la libertà intellettuale o culturale è artificiale. Non esiste il sistema che, privando della libertà economica, abbia potuto garantire la libertà intellettuale.
-Pensa che una volta stabilite le fondamenta di un'economia libera, la libertà politica emerge automaticamente o potrebbe esserci il caso della perpetuazione di un governo autoritario, che priva molte libertà, ma mantiene un alto grado di libertà economica?
- Potrebbe essere. Dipende da cosa si intende per libertà politica. Se lei si riferisce alla libertà della maggioranza sì, ma se si vuole definire la libertà politica come assenza di poteri arbitrari, allora dovrebbe applicarsi a tutti i campi. Non è necessario per questo elencare specifici diritti. Basti dire che il governo non ha il potere di obbligare gli individui, se non applicando le stesse regole uniformi applicabili a tutti.
-Non pensa che queste leggi dovrebbero essere non solo uniformi, ma avere un carattere non coercitivo?
- Le Leggi uguali per tutti non sono, perché devono essere applicate anche a chi le formula. Capisco che le restrizioni possono essere necessarie in un periodo di transizione, ma come stato permanente non sarebbe auspicabile.
-Una delle più comuni confusioni nella teoria politica moderna sembra essere quella tra il concetto di democrazia e di libertà. Lei qualcosa ha anticipato, ma potrebbe specificare meglio in che senso queste idee sono diverse o addirittura ostili tra di loro?
-La libertà richiede un certo grado di democrazia, ma non è compatibile con la democrazia illimitata, vale a dire, con l'esistenza di una legislatura rappresentativa con poteri onnicomprensivi. Tuttavia, per la libertà è essenziale che gli individui possano porre fine ad un governo che la maggioranza respinge. Questo è di grande valore. La democrazia ha un compito che io chiamo di 'igiene", assicura che i processi politici si conducano in forma sanitaria. Non è un fine. Si tratta di una regola di procedura finalizzata a servire la libertà. Ma in nessun modo ha lo stesso status di libertà. Quest'ultima richiede la democrazia, ma preferirei sacrificare temporaneamente, ripeto temporaneamente, la democrazia, piuttosto che dover fare a meno della libertà, anche se fosse temporaneamente.
-Esiste allora qualche relazione tra libertà individuale e democrazia?
-La sola cosa che la libertà richiede è che l'individuo possa fare qualcosa per limitare gli atti del governo. Non penso che l'impartire istruzioni positive al governo su cosa deve fare sia parte della libertà. Ma la verità è che non ci può essere libertà se non siamo in grado di esercitare il diritto di impedire al governo di fare certe cose.
-Tuttavia, sembra un fatto evidente che la democrazia in Occidente sta attraversando una crisi di credibilità. A cosa si deve, a suo parere?
- Si suppone che la democrazia avrebbe la competenza di legiferare. Questo è stato in un momento in cui legiferare significava stabilire norme generali per il comportamento individuale. Ma ora chiamiamo legge tutto ciò che emana dall'autorità, abbia o meno il carattere di legge. Così il vecchio precetto di Montesquieu, la separazione dei poteri, è stata interrotta. Parlando di legislazione, egli si riferiva a qualcosa di molto diverso. Ora l'autorità legislativa è diventata onnipotente. Non abbiamo la separazione dei poteri, non solo perché il Parlamento ha poteri legislativi, ma può anche amministrare e nella procedura può utilizzare tutta la discrezionalità possibile.
-Allora, i problemi non sarebbero intrinseci alla democrazia stessa, consoni alla forma specifica con cui ha funzionato?
- Credo di si. Nel mio prossimo libro, il terzo volume di "Legge, Legislazione e Libertà", propongo una nuova organizzazione per il governo democratico. Consiste di due camere con due scopi diversi. In primo luogo, un vero e proprio organo legislativo con poteri limitati per stabilire regole generali, e una seconda camera che diriga il governo. Il governo sarebbe, naturalmente, limitato dalle leggi generali che ha stabilito la prima assemblea.
-Come sarebbe generato il potere in queste Camere?
- Attraverso un sistema di elezioni, diverso nei due casi. In quella incaricata delle attività di governo, la rappresentanza potrebbe essere in accordo ai diversi interessi settoriali. In quella legislativa, invece, si richiedono i più esperti, uomini saggi ed esperti, che conoscano la materia. Sarebbero eletti, ma non sulla base di partiti, come potrebbe essere nel caso nel corpo legislativo, e inoltre per un periodo più lungo. Non potrebbero essere rieletti, per evitare che siano sottoposti a pressioni dei partiti. Inutile dire che l'assemblea esecutiva sarebbe soggetta alle leggi generali del paese.
-Lei crede nel diritto naturale e che la libertà e la proprietà, per esempio, sono anteriori allo Stato?
No, nel senso tradizionale, però sì in un certo senso. Penso che le migliori norme e leggi siano state selezionate attraverso un processo evolutivo. Non sono state elaborate intellettualmente. Come altri prodotti dell'evoluzione, si può legittimamente dire che c'è più saggezza nella tradizione che nelle costruzioni deliberate. Questo non significa che tutte le tradizioni sono buone. La tradizione deve dimostrare i suoi benefici.
Questi si possono misurare dal successo delle istituzioni che ha prodotto e, in generale, si può affermare che la tradizione del diritto, della libertà, si è dimostrata più efficace di altre tradizioni.
- Che rapporto c'è con il diritto di proprietà? È anteriore allo Stato o lo richiede per non essere un semplice possesso, come dice Kant?
- Lo Stato è necessario per far rispettare la legge, la quale non è una creatura dello Stato. E' il prodotto di una evoluzione che consideriamo buona, non perché lo Stato lo ha decretato, ma perché ha creato una sorta di grande ordine che non potrebbe mai essere stato creato da azioni deliberate.
-Lei si è riferito in altre occasioni all'apparente paradosso per cui un governo dittatoriale può essere più liberale di una democrazia totalitaria. Tuttavia, è anche vero che le dittature hanno altre caratteristiche che sono in contrasto con la libertà, pur concepita nella forma negativa come fa lei.
Evidentemente ci sono grandi pericoli nelle dittature. Ma una dittatura si può auto-limitare e una dittatura che deliberatamente si limita può essere più liberale nelle sue politiche di un'assemblea democratica che non ha limiti. Devo ammettere che non è molto probabile che questo accada, ma ancora, potrebbe essere in un certo momento l'unica speranza. Non una speranza certa, perché sempre dipenderà dalla buona volontà di un individuo e si può contare su ben pochi individui, ma se è l'unica opportunità che esiste in quel momento, tuttavia, può essere la soluzione migliore. Sempre finché la dittatura si dirige visibilmente verso la democrazia limitata.
-Ha scritto che la libertà è la fonte e la condizione necessaria per la maggior parte dei valori morali.
Solo godendo di libertà --e mi riferisco, insisto, alla libertà individuale-- una persona può comportarsi moralmente. Solo se si dispone di una sfera conosciuta, all'interno della quale si può scegliere, si può agire moralmente, solo se è il soggetto che decide come agire.
-Qual è il ruolo della morale nella teoria politica?
- Come le ho detto, credo che le nostre credenze morali non siano la costruzione del nostro intelletto. Al contrario, come gli altri organismi naturali sono state selezionate da un processo evolutivo che noi non dirigiamo. Per capire perché alcune regole morali hanno avuto, per così dire, più successo, dobbiamo definire cosa intendiamo per più successo morale. Sono giunto alla conclusione che, nel processo di evoluzione è stato possibile selezionare quelle regole morali che ci permettono di mantenere vive la maggior quantità di persone.
La morale, e includo in essa la proprietà e il contratto, deve essere giudicata in base al "calcolo delle vite". Storicamente è dimostrato che un sistema di leggi tende in modo più efficace al sostentamento di un maggior numero di vite. Anche se può essere scioccante per alcuni, questo è dimostrato dalla creazione del proletariato da parte del capitalismo, perché ha dato vita ad un numero di persone che in altri modi non sarebbe sopravvissuto. Gli individui che compongono il proletariato semplicemente non esisterebbero se non fosse per il capitalismo.
- Lei crede che il liberismo è moralmente neutro o che gli obiettivi che persegue comportano una gerarchia di valori?
-Una società libera richiede determinate morali che in ultima istanza si riducono al mantenimento delle vite; non la manutenzione di tutte le vite perché potrebbero essere necessario sacrificare vite individuali per conservare un numero maggiore di altre vite. Pertanto, le uniche regole morali sono quelle che portano al "calcolo di vite": la proprietà e il contratto. Sto deliberatamente lasciando la famiglia e la morale sessuale, perché non sono un esperto. Questo campo è più difficile perché le innovazioni, come il controllo delle nascite, hanno cambiato radicalmente i fondamenti della vita familiare. Ciò che è essenziale è il riconoscimento di certe regole morali. Sono convinto che non scegliamo la nostra moralità, ma che la tradizione per quanto riguarda la proprietà e il contratto che abbiamo ereditato è una condizione necessaria per l'esistenza della popolazione attuale. Possiamo cercare di migliorare parzialmente e sperimentalmente.
Dire che il diritto di proprietà dipende da un giudizio di valore equivale a dire che la conservazione della vita è una questione di giudizio di valore. Dal momento in cui accettiamo la necessità di mantenere in vita tutti quanti non abbiamo scelta. L'unico giudizio di valore si riferisce alla stima che si faccia della conservazione della vita.
-Lei direbbe che la Chiesa Cattolica si è tradizionalmente opposta al liberismo?
- Non necessariamente. Si è opposta soltanto al liberalismo razionalista europeo, non alla corrente inglese, perché sotto l'influenza della Rivoluzione Francese divenne anti-chiesa prima che la Chiesa fosse anti-liberale.
-Tuttavia i rapporti non sempre sono stati armoniosi.
- Nel XIX secolo la Chiesa ha adottato un atteggiamento molto anti-liberale verso la scienza. Attualmente ci sono grandi speranze per una riconciliazione tra la scienza e la Chiesa. Sono stato coinvolto in questi sforzi. Quattro mesi fa ero in un riunione in Vaticano con una dozzina di premi Nobel per discutere i problemi della riconciliazione tra la scienza e la Chiesa. Non so fino a che punto il Papa è disposto ad andare. Devo dire che non sono d'accordo con la posizione estremamente dottrinaria sul controllo delle nascite. Ma in questa occasione ci hanno detto che, a parte l'aborto -che per la Chiesa è fuori discussione-, si poteva parlare liberamente di tutto il resto.
-Sebbene la Chiesa possa non essere anti-liberale, ci sono stati pronunciamenti ecclesiastici contro il capitalismo.
- Guardi, la parola capitalismo nemmeno a me piace e vorrei cambiarla.Ma non credo che la Chiesa si sia pronunciata contro l'economia di mercato e le vecchie dottrine sull'interesse sono cose del passato. In realtà, importanti rappresentanti della Chiesa, cardinali, tra cui il Primate della Germania, appoggiano l'economia sociale di mercato. Non vi è alcuna opposizione ufficiale della Chiesa, hanno perso solo alcune restrizioni. Devo anche dire che la partecipazione dei sacerdoti ai movimenti socialisti è quasi un'esclusiva dei paesi di lingua spagnola.
-Lei non crede che il liberalismo genera materialismo?
- No. Affatto. Ci fornisce i mezzi materiali per soddisfare tutti i nostri scopi.
-Tocqueville fu forse il primo a sollevare la tensione permanente tra libertà e uguaglianza. Lei a cosa crede risponda il conflitto che di norma si crea tra loro.
- L'unica uguaglianza fattibile è l'uguaglianza di fronte alla legge. Se chiedete più di questo, immediatamente entra in conflitto con la libertà. Se si ha intenzione di creare uguaglianza materiale si può fare soltanto limitando la libertà.
-Ma, lei direbbe che l'idea di eguaglianza ha contribuito a trasformare la libertà da un privilegio ad un valore universale?
- Solo per quanto riguarda l'uguaglianza di fronte alla legge.
-Non pensa che è necessario garantire l'uguaglianza di opportunità?
- Anche questo è molto difficile da raggiungere. Le opportunità, che sono creazione dei governi, dovrebbero essere uguali, ma non si può assicurare l'uguaglianza obbiettiva. Le persone sono molto diverse, hanno padri diversi, hanno gradi differenti di salute, costituzioni biologici disuguali.
- Ma in materia di istruzione, per esempio, non crede che è importante non ci siano marcate differenze in quanto aopportunità?
- Alcune misure al riguardo sono convenienti. E' auspicabile che gli individui di talento che non possono finanziare i loro studi siano assistiti, ma non sono sicuro che non abbiamo causato pregiudizio alle famiglie operaie privandoli dei loro elementi più dotati.
-E aspetti quali la cultura, dove la legge della domanda e dell'offerta storicamente non ha garantito né diversità, né qualità?
- Prima pensavo che i governi avrebbero dovuto fare qualcosa, ma l'esperienza giapponese, dove tutte queste attività ricreative sono nelle mani di imprese private, mi ha convinto che non sono i governi i più appropriati. Non lo sono mai stati. Né in Grecia né nel Rinascimento, non nel periodo d'oro della musica nel XVIII secolo. Sono sempre stati i mecenati i grandi promotori della cultura. Spetta alle classi ricche prendersi cura della cultura.
-Il liberalismo è stata tradizionalmente una mentalità più che una dottrina rigidamente strutturata, un approccio pragmatico ed empirico, l'applicazione del principio di "trial and error". Alcune persone credono che il neoliberismo è sostanzialmente diverso in questo senso, perché offre una struttura molto solida che potrebbe essere classificato come ideologia molto coerente e globale. Come si può conciliare questo con l'idea del grande liberale Karl Popper che la politica, come ipotesi scientifica, è solo una proposizione congetturale senza valore di verità ultima?
- Popper e io siamo d'accordo su quasi tutti gli aspetti. Il problema è che non siamo neoliberisti. Chi si definisce così non sono liberali, sono socialisti. Siamo liberali che cercano di rinnovare, ci atteniamo alla tradizione che può essere migliorata, ma non può essere modificata nelle fondamenta. Il contrario è cadere nel costruttivismo razionalista, nell'idea che si può costruire una struttura sociale concepita intellettualmente dagli uomini e imposta secondo un piano senza tenere in considerazione i processi evolutivi culturali.
-Non crede che, nel caso del Cile, per esempio, dove si sta cercando di applicare un modello molto coerente in tutti i settori della vita nazionale, ci siano alcune caratteristiche di quello che lei chiama costruttivismo?
- Non ne so abbastanza per commentare. So che gli economisti sono solidi.
-Ma il modello comprende più che la mera economia.
- E' possibile che questo si debba all'enorme influenza che il positivismo e l'utilitarismo hanno avuto in America Latina. Bentham e Comte sono stati grandi figure intellettuali del continente e il liberalismo in questo continente è sempre stato costruttivista. Milton Friedman, per esempio, è un grande economista con il quale concordo su quasi tutti i punti, ma su altri non sono d'accordo, non solo sull'uso meccanico di capitale circolante. Anche io sono economista, ma mi piace pensare che sono qualcosa di più. Io dico sempre che un economista che è solo un economista, non può nemmeno essere un buon economista. Be', Friedman è cresciuto nella tradizione del Bureau of Economic Research sotto l'influenza di Mitchel. Egli sostiene che dal momento che noi abbiamo creato le istituzioni possiamo cambiarle come vogliamo. Questo è un errore intellettuale. Si tratta di un errore. E' falso. In questo senso Milton è più costruttivista di me.
-Un modello che copre tutte le istituzioni e si impone senza che forze spontanee lo generino, per quanto persegua la libertà, potrebbe arrivare ad essere in conflitto con la libertà?
-Sì.
- Talmon dice che l'uomo è diviso tra due grandi ambizioni: il desiderio di salvezza attraverso un credo onnicomprensivo che risolve tutto e la libertà. Aggiunge sarebbe il perseguimento di entrambe le mete che porta inevitabilmente alla tirannia. Pensa che se la ricerca della libertà si trasforma un credo onnicomprensivo che risolve tutto può portare a certe forme di tirannia?
-Sì, naturalmente. In fondo, e in definitiva, si tratta di un problema di umiltà. Di riconoscere quanto poco sappiamo.
-Mi piacerebbe sentire i suoi commenti riguardo il seguente giudizio: Hegel, Marx e Freud sono responsabili di tutte le disonestà morali e intellettuali del XX secolo.
- Forse è posto in un modo un po' esagerato. Sono i più cospicui rappresentanti del percorso sbagliato.

"Bene, direi che come istituzione a lungo termine, io sono totalmente contro le dittature. Ma può essere un sistema necessario in un periodo di transizione. A volte è necessario che in un paese si abbia, per un po' di tempo, una qualche forma di potere dittatoriale. Come capirete, è possibile che una dittatore governi in modo liberale. Ed è anche possibile che una democrazia governi con una totale mancanza di liberalismo. Ed io, personalmente, preferisco un dittatore liberale, che non un governo democratico carente di liberalismo. La mia impressione è - e questo è vero per il Sud America – che in Cile, ad esempio, ci sarà una transizione tra un governo dittatoriale e un governo liberale. E, in questa transizione, può essere necessario per mantenere alcuni poteri dittatoriali, non come permanenti, ma come una disposizione transitoria.”

Hayek, Friedrich August von 1981: "Al presente il nostro compito principale è quello di limitare il potere del governo" [Intervista], in: El Mercurio, aprile 1981, pag. D8-D9.

* Fonte: Orizzonte 48

sabato 24 gennaio 2015

IL MERCANTILISMO LIBERISTA, L'EURO, IL GOVERNO RENZI intervista a Stefano Fassina

24 gennaio

Stefano Fassina ha rilasciato la settimana scorsa la seguente intervista alla nota testata della sinistra tedesca Junge Welt. SOLLEVAZIONE la pubblica in esclusiva. L'intervista è a cura di Wilhelm Langthaler

D. Il premier Renzi sta applicando il programma tedesco neoliberale a suo tempo messo in atto in Germania di Schröder & Co: abbassare i salari allo scopo di recuperare la competitività. Perché Lei è contrario?
R. Perché, innanzitutto, vi è solo una parte dell'impostazione di Schröder, ossia la parte di ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro. È assente la parte che riguarda gli investimenti delle imprese che in Germania si impegnarono e realizzarono investimenti. In secondo luogo, ma è punto decisivo, perché la via alla crescita attraverso la svalutazione del lavoro può funzionare quando è attuata soltanto da alcuni, mentre gli altri importano. Quando tutti seguono il mercantilismo liberista, si viene a determinare un deficit di domanda interna in ciascuno, quindi in tutta l'euro-zona e si cade in deflazione, ossia, la situazione e lo scenario nel quale siamo.
D. L’ondata di lotte sociali, i cortei e gli scioperi, saranno sufficienti a fermare Renzi? O non ci vuole piuttosto una risposta politica?
Le mobilitazioni sono condizione necessaria per cambiare i rapporti di forza sul terreno politico. Ma, vanno estesi di fronte al peggioramento delle condizioni dell'economia e del lavoro, inevitabile date le politiche attuate. La politica deve interagire e mettere in campo risposte alternative all'agenda del mercantilismo liberista.
 D. Lei chiede il “superamento cooperativo”, la disintegrazione ordinata dell’Euro e non più “più Europa” come sta chiedendo gran parte della sinistra storica europea. Perché e come dovrebbe funzionare?
R. Perché non vi sono le condizioni politiche nell'euro-zona per arrivare alle correzioni necessarie. Non è solo un problema di interessi forti arroccati ciecamente nella difesa dei loro crediti. Non è soltanto un problema di classi dirigenti. È anche un problema di opinioni pubbliche nei Paesi leader. Poiché la rotta del mercantilismo liberista è insostenibile, prima che il Titanic Europa vada a sbattere contro l'iceberg delle destre xenofobe, va esplorata la possibilità di separazione consensuale per arrivare a un regime monetario plurale nell'euro-zona. È un percorso difficile, ma stare fermi vorrebbe dire rassegnarsi al peggio.
D. A parte la politica della moneta a buon prezzo e gli aiuti alle banche, Berlino e Bruxelles stanno bloccando ogni politica keynesiana che punti a incrementare la domanda. Renzi pare muoversi sulla stessa linea. Con quali forze, con quali alleanze pensate di vincere questo fronte delle elite europee  inclusa quella italiana?
R. Il Governo Renzi mi pare abbia capito la necessità di politiche di sostegno alla domanda. Ha impostato male la presidenza italiana della Ue. Invece che concentrarsi sulla richiesta di flessibilità a regole date, avrebbe dovuto fare un'operazione verità sull'insostenibilità della rotta mercantilista. Le alleanze vanno costruite con i paesi più in difficoltà e con le forze a sinistra più consapevoli e più determinate a cambiare rotta. Purtroppo, larga parte del Pse è subalterna al mercantilismo liberista.
D. Come Lei potrà seguire un progetto storico opposto a quello di Renzi restando nello stesso partito? Non è il caso di fare una nuova alleanza anti-liberista e per l’uscita dell’Euro anche in vista delle prossime elezioni?
R. La priorità è mobilitare le energie autonome dal renzismo che ancora sono in larga misura presenti nel Pd e provare a correggere la rotta. Una scissione per fare una forza politica minoritaria non verrebbe compresa neanche dalle fasce del lavoro più mobilitate. 
D. La Lega Nord sta anche chiedendo l’uscita dell’Euro con un programma  xenofobo a neoliberista (come in Germania l’AfD). Quale relazione avete con loro? Alcuni alzano lo spauracchio del “fronto rosso-bruno”. Come risponde all’accusa di nazionalismo?

R. Non abbiamo rapporti politici con la Lega. Noi vogliamo riprendere in mano l'interesse nazionale senza cadere nel vicolo cieco del nazionalismo.
D. L’ultimo tentativo di un programma keynesiano fu quello di Mitterand negli anni 80. Non funzionò anche perché la globalizzazione era già troppo forte rispetto ad un progetto solo nazionale. Che fareste di diverso da quanto fece Mittarand? Quali sarebbero le misure immediate nell’ipotesi che vi trovaste nella situazione di guidare il  governo?
R. Il punto fondamentale è il contesto. Se fossimo alla guida del Governo metteremmo in campo politiche di bilancio espansive per far ripartire l'economia. I mercati potrebbero capire che è l'unica strada per evitare il default del debito pubblico. In assenza di comprensione, si arriverebbe inevitabilmente alla ristrutturazione del debito.
 D. L’obbiettivo della sovranità nazionale è perseguibile oggi nell’era della globalizzazione?
R. La sovranità nazionale perduta nella globalizzazione si può recuperare soltanto con la condivisione in un soggetto politico dell'euro-zona. Ma è una strada bloccata. Dobbiamo provare a recuperare la sovranità democratica possibile a livello nazionale consapevoli che, comunque, è un second best.
D. Che cosa chiedete alla sinistra tedesca che non osa criticare il progetto dell’Euro (Oskar Lafontaine propone il ritorno allo Sme)? Che cosa vuole dire solidarietà internazionale in questo contesto?

R. Chiediamo di guardare con lungimiranza all'interesse nazionale tedesco. La linea imposta da Berlino porta al naufragio dell'euro, uno scenario negativo anche per la Germania.



* Fonte: «
«Stillzuhalten hieße, sich mit dem Schlimmsten abzufinden». Junge Welt 24 gennaio 2014

CARE "TESTE DI CAZZO"... di Simone Boemio

24 gennaio

Mentre oggi iniziano a Roma, presso il Centro Congressi Cavour, i lavori dell'incontro internazionale, riceviamo e volentieri pubblichiamo.

«Parteciperò, ma questa nuova occasione offertaci dal coordinamento, 'sta volta mi coglie pessimista.

Al di la delle critiche da me sempre sostenute nei loro confronti (circa il nome che si sono dati e la timidezza dimostrata nel contrastare l'Unione Europea in luogo dell'€uro), ritengo che l'ottimismo, l'onestà e le capacità dei promotori, come sempre cozzeranno contro i soliti personalismi e settarismi.

Dopo aver aderito in prima persona a tante iniziative (ed anche piccole battaglie) con entusiasmo e ottimismo, ora e sempre di più, credo che l'unità delle forze sovraniste abbia "già perso in partenza" (cit.) a meno di un immediato cambio di rotta verso una reale volontà di collaborare da parte di tutti i sedicenti sovranisti (mi riferisco sopratutto ai vari professorucci e leaderucci sgomitanti per un posto al sole).

La responsabilità di questa sconfitta (spero solo iniziale) è certamente della micidiale miscela tra la cattiva informazione e la mancata volontà di informarsi di gran parte dei nostri concittadini; ma attribuisco altrettanta responsabilità a tutti quelli che (al contrario di qualche personaggio di dimostrata onestà intellettuale) stanno utilizzando le istanze sovraniste antiliberiste nonchè le tesi keynesiane, unicamente per promuovere se stessi causando le divisioni interne che si rilevano sul versante sovranista costituzionale e keynesiano

Queste "teste di cazzo" (altra citazione da me perfezionata), che inizialmente sembravano voler convergere in un progetto unico, si sono subito divise per causa di abietti motivi che nulla hanno a che vedere con le normali divergenze facilmente ricomponibili dialetticamente, ovviamente sussistendo la volontà reale di fare fronte;
Queste teste di cazzo hanno creato blog, associazioni, movimenti e quant'altro (sospetto solo grazie ad un abuso sistematico del "copia e incolla"), generando di fatto organizzazioni dedite all'autoaccrescimento che, a parole intendono collaborare ma nei fatti, sono impegnate in procedure simili a quelle proprie del multilevel marketing; costoro sfruttano i propri "adepti" impegnandoli nella mera coltivazione del proprio orticello, per soddisfare ambizioni del tutto personali.
Queste teste di cazzo, che spesso si dedicano alla denigrazione di potenziali alleati vedendoli miopemente come competitori, sono responsabili dell'attuale stallo che ci consegnerà nelle mani liberiste dei "no all'€uro ma si alla competitività" ... o anche peggio.
Queste teste di cazzo saranno co-responsabili delle rivolte che (purtroppo) avverranno nel nostro paese e che auspicabilmente li annienteranno assieme ad i vari servi sciocchi che ci hanno governato e che ci governeranno fino a quando la sollevazione non li spodesterà».

venerdì 23 gennaio 2015

QUANTITATIVE EASING: CRESCITA O BOLLA? di Leonardo Mazzei

23 gennaio
Un'analisi critica della mossa della Bce
«Crescita o bolla?» Prevedibilmente, la "seconda che hai detto". Tutto lascia pensare che le decisioni della Bce avranno ben poco effetto sull'economia reale. D'altronde, l'opinione di molti economisti è che le bolle speculative siano assolutamente necessarie. Nelle parole di Larry Summers, che fu anche ministro di Clinton, si tratta sì di una droga, ma di una droga assolutamente necessaria. Senza di essa il sistema si inceppa. E proprio parafrasando un noto slogan clintoniano, potremmo dire che "è il capitalismo-casinò, bellezza!».
Fa un po' sorridere, dunque, il trionfale commento di Padoan, che ha detto che «ora le famiglie possono cominciare a spendere». E perché mai? Il loro reddito è forse in risalita? Ma lasciamo perdere, che ad andar con gli zoppi si impara a zoppicare. Se poi lo zoppo è così ciarliero come il suo attuale principale, le conseguenze non possono essere che queste.


Ma vediamo, sinteticamente per punti, la sostanza delle decisioni prese dalla Banca Centrale Europea.

1. Il Quantitative easing europeo (QE) ha da ieri una forma. Gli acquisti di titoli partiranno dal primo marzo e dureranno almeno fino a settembre 2016. Al ritmo di 60 miliardi al mese, per diciannove mesi, si arriverà così ad un totale di 1.140 miliardi. Gli acquisti non riguarderanno soltanto i titoli pubblici, ma anche gli Abs ed i covered bond (obbligazioni bancarie garantite). Gli Abs sono derivati che contengono i prestiti bancari, spesso potenzialmente rischiosi se non tossici. 

Con questo programma di acquisti la Bce riporterà il proprio bilancio un po' sopra ai 3mila miliardi, esattamente il livello raggiunto nel 2012 con il cosiddetto LTRO, il piano di finanziamento alle banche lanciato all'epoca affinché fossero queste ultime ad acquistare i titoli di stato dei rispettivi paesi. Ora, con la restituzione di quei prestiti, il bilancio della Bce è sui 2mila miliardi. Dunque, la manovra decisa da Draghi ha una sua consistenza, ma non nella misura che si vorrebbe far credere.

In peggio c'è che gli acquisti saranno rigorosamente in proporzione alle quote di capitale della Bce possedute dalle singole banche centrali nazionali. Nel caso dell'Italia la quota è del 17,5%, la Germania ha il 25,6%, la Francia il 20,1%. Anche se non ce ne sarebbe  alcun bisogno, avremo così più acquisti di titoli tedeschi che non italiani.

2. Primo: salvare le banche. E' questo il principale scopo del QE. Il problema è che i portafogli delle banche dei cosiddetti "paesi periferici", Italia in primis, si sono riempiti di titoli di stato. Quelle italiane, ad esempio, sono passate dai 251 miliardi del 2011 ai 443 del novembre scorso. Un'esposizione eccessiva. Potenzialmente assai pericolosa in vista del prevedibile deprezzamento dei titoli di più recente emissione. Il QE serve sostanzialmente a ridurre questo rischio, con un acquisto, nel caso italiano, di circa 140 miliardi al settembre 2016. Le banche dunque ringraziano, ma questa non ci sembra una grande novità.
Collaterali negli asset della Bce ( a sinistra)
3. Nessuna crescita con l'austerità. Naturalmente, che il QE abbia in primo luogo una funzione salva-banche è un fatto che viene largamente sottaciuto. Si preferisce parlare invece della "crescita", quel misterioso oggetto che tutti invocano, immaginandoselo ogni volta dietro l'angolo da almeno 7 anni. Teoricamente il meccanismo ci viene presentato in maniera assai semplice. Gli acquisti della Bce consentirebbero alle banche una maggiore liquidità, che verrebbe quindi utilizzata per aumentare il credito alle aziende ed alle famiglie. Da qui nuovi investimenti, ripresa produttiva e, in ultimo, lo Sbruffone di Pontassieve che si presenta in tv finalmente con un segno più davanti al Pil.

C'è però un piccolo particolare. Gli investimenti sono fermi non per mancanza di liquidità, quanto soprattutto per la ragionevole assenza di fiducia sulle prospettive economiche generali. E' perciò prevedibile che i soldi incamerati dalle banche, anziché riversarsi in finanziamenti agli investimenti produttivi, rimangano nel circuito finanziario, dirigendosi più realisticamente verso attività ancor più speculative. Una nuova bolla, appunto; quella droga che Summers chiede per evitare la crisi di astinenza ad un sistema finanziario che senza doping si accascerebbe senza speranza.

Cosa c'entra la "crescita" con tutto ciò? C'entra ben poco, e non sono pochi gli studiosi che sottolineano che affinché un QE funzioni da stimolo all'economia, occorre che esso sia accompagnato da una forte espansione della spesa pubblica. Negli Usa il QE ha funzionato proprio per questo. Solo nei primi due anni della crisi (2007-2009) il rapporto deficit/pil venne spinto dal 2,9 al 12,4%. In Europa siamo al vincolo del 3%... E non basta ancora, dato che dovrà ridursi ulteriormente in virtù del fiscal compact.

Senza ripresa della spesa e degli investimenti pubblici la cosiddetta cinghia di trasmissione della politica monetaria ben difficilmente potrà funzionare. Ma il proseguimento delle politiche austeritarie, e dunque il taglio della spesa pubblica, è proprio una delle condizioni del QE all'europea. Dunque: crescita no, nuova bolla speculativa sì. 

4. La clausola anti-Tsipras (ed anti Italia). Attenzione, che questo è un punto politicamente assai importante. Abbiamo visto che ogni paese avrà acquisti dei propri titoli in rapporto alla propria quota nella Bce. C'è però una clausola d'esclusione: verranno acquistati solo quelli che hanno un rating che determini la classificazione come investment grade, cioè a minor rischio. Questa clausola escluderebbe i titoli di Grecia, Cipro e Portogallo. Tuttavia, ecco il ricatto, se questi paesi si trovano sotto un "programma di assistenza internazionale", sono cioè commissariati dalla troika, anch'essi godrebbero degli acquisti della Bce.

Che questa sia una clausola pensata per il caso greco è evidente. Il piano imposto alla Grecia scade infatti a febbraio. Se il nuovo governo ne sottoscriverà uno nuovo con la troika bene, altrimenti niente acquisti. Una conferma assai plateale delle condizioni in cui si svolgerà l'eventuale negoziato tra Tsipras e la cosca eurocratica.

Ma il problema non è solo greco. L'Italia è solo un gradino sopra la soglia prevista dalla Bce. Basterebbe un nuovo declassamento per scivolare in zona "no acquisti", a meno che si decida di far arrivare in pompa magna la troika anche nel Belpaese. Auguri...
Asset delle banche centrali (Clicca per ingrandire)

5. La nazionalizzazione del rischio, altro che irreversibilità della moneta unica! Strani tempi, quelli attuali. Da una parte si strilla contro i nazionalismi, si dice che non può esservi politica efficace che non sia su scala europea, dall'altro si decide che il grosso del rischio (80%) legato all'acquisto dei titoli rimanga in capo alle singole banche centrali nazionali. Una chiara vittoria del blocco tedesco, un'evidente dimostrazione di sfiducia rispetto al futuro dell'eurozona.

Sul punto non sono ancora chiari i tecnicismi che verranno applicati. Le perdite di cui si parla sono solo quelle di eventuali default, oppure anche quelle legate alle probabili minusvalenze? Ad ogni modo diversi osservatori fanno notare come questo meccanismo possa diventare micidiale in caso di difficoltà finanziaria di un paese. Lo Stato, più precisamente Pantalone, dovrebbe ripianare le perdite della propria banca centrale con nuovi sacrifici. Sappiamo già a carico di chi.

Ma l'aspetto principale è un altro. Di natura squisitamente politica. Nazionalizzare il rischio su titoli che altri (cioè la Bce) hanno deciso di acquistare è il massimo che possa capitare. Quale migliore prova della mostruosità della costruzione europea? E quale migliore prova del suo progressivo disfacimento? Se davvero Draghi e soci credessero alla famosa "irreversibilità" dell'eurozona, perché mai dovrebbero architettare un simile marchingegno?

Ed infatti il punto è proprio questo: essi sono i primi a non crederci, a dispetto delle panzane che amano raccontarci. In quanto poi all'irreversibilità del processo politico, basta leggere la stampa tedesca. In Germania, la Bild titola: «Draghi distrugge i nostri soldi?». Segue a ruota la Frankfurter Allgemeine Zeitung: «Draghi distrugge la fiducia». Ma non si tratta della sola Germania. Come riferisce il Sole 24 Ore di oggi: «Due giorni fa, il parlamento olandese ha espresso il parere che i contribuenti dovessero essere tenuti al riparo del debito italiano». Alla faccia dell'Europa e della sua unità.

Per l'economista francese Jacques Sapir, che definisce come "disperata" la mossa di Draghi: «Siamo tornati alla situazione del 1999, vale a dire alla fase di preparazione dell'euro». In altri termini, sempre per Sapir: «Con le sue misure Draghi ha aperto la porta ad una nuova nazionalizzazione della politica all'interno dei paesi membri». La sua conclusione è che: «Le politiche monetarie stanno tornando ad essere nazionali».

6. Acquistano titoli per acquistare tempo. Già in precedenti articoli avevamo sostenuto che il QE si sarebbe fatto, ma con vincoli estremamente rigidi. Lo si è fatto perché lo si doveva fare. Per salvare le banche, come già detto, ma anche per evitare il panico in mercati finanziari che ormai lo davano per scontato da mesi.


L'idea di fondo è sempre la solita: acquistare tempo pur in assenza di prospettive davvero credibili. La visione è di tipo quasi religioso: poiché il capitalismo è il miglior sistema possibile, poiché ha sempre risolto brillantemente le sue crisi, è sicuro che risolverà anche questa. In breve: non si sa come, non si sa quando, ma si sa che avverrà. 

In questa prospettiva messianica il tempo è decisivo. Bisogna acquistarne di continuo per impedire che il tempo dell'attesa venga travolto dalla catastrofe. Dunque, tutto ciò che serve a prendere tempo è utile. Anche quando non si ha la più pallida idea di come le misure prese potrebbero spingere all'uscita dalla crisi. Sono anni che le classi dirigenti europee ragionano in questo modo. Ed il QE di Draghi non fa certo eccezione.

In conclusione, le decisioni della Bce non risolvono la crisi dell'eurozona. Tanto meno rallentano il suo processo di disgregazione. Per i decisori di Bruxelles e Francoforte esse servono per tirare a campare. Ma dovranno fare i conti con una situazione sociale e politica sempre più esplosiva. Domenica tocca ai greci battere un colpo. Ci auguriamo che arrivi forte e chiaro in ogni angolo del continente.

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