martedì 19 novembre 2013

E/LEZIONI LUCANE

19 novembre. Il primo dato che emerge dalle elezioni regionali in Basilicata è la percentuale altissima di coloro che non si sono recati alle urne: astensione al 53%. La stessa percentuale che si ebbe l'anno passato in Sicilia, che al tempo fu un record. Cresce quindi la sfiducia dei cittadini verso le elezioni, anzitutto nelle zone meridionali, le più colpite dalla devastazione della crisi economica. La relazione tra tenuta del tessuto sociale e partecipazione alle elezioni è confermata dall'alta affluenza (77,7%) alle recentissime elezioni regionali in Trentino-Sud Tirolo.
Il centro-sinistra canta vittoria per il suo 60%, ma il 60% del 50 di votanti è circa un quarto degli aventi diritto. Una piccola minoranza. Governerà grazie ad une legge elettorale truccata basata sul sistema maggioritario.
Il centro-destra riceve una legnata. Come del resto la lista del Movimento 5 Stelle, che rispetto alle elezioni politiche del febbraio scorso dimezza i voti, malgrado Beppe Grillo ci abbia messo la faccia.
Non viene colpito solo il governo di "larghe intese", vengono bastonati tutti i partiti, compresi quelli della "sinistra radicale". Sorvolando sui duemila voti del Partito comunista dei lavoratori (lo 0,87%) colpisce la sconfitta della lista di Sel e Prc: 12.888 voti (5,16%) che elegge un consigliere per il rotto della cuffia. 

Ricordiamo che alle elezioni politiche di febbraio solo Sel aveva ottenuto 18.300 voti, mentre Rivoluzione civile aveva ottenuto 7.387 voti.  Insieme presero 26.687 voti. Ora è vero che l'Idv in queste regionali si è presentato assieme al Pd, ottenendo 8.160 voti, ma resta che la "sinistra radicale" in pochi mesi ha perso per strada quasi un terzo dei suoi elettori. 
Le elezioni non puniscono quindi solo i partiti di governo, ma anche quelli che sono all'opposizione. Questo avviene mentre da ogni lato crescono l'indignazione e la rabbia per gli effetti della crisi e le scelte austeritarie imposte dalle oligarchie europee.

Una domanda salta agli occhi: siamo proprio sicuri che la disaffezione dei cittadini verso le elezioni dipenda dalla "bassa qualità" dell'offerta politica? Davvero se esistesse una lista che dica le cose come stanno e abbia una piattaforma politica di rifiuto della gabbia euro(pea) tanti cittadini ritornerebbero a votare? O non si tratta forse di una tendenza irreversibile  Sintomo non solo di disperazione diffusa ma pure della percezione che solo una sollevazione generale potrà cambiare il corso delle cose?






lunedì 18 novembre 2013

la sinistra e l'euro (12) IDEE POCHE MA CONFUSE. Una critica alla tesi dell'euro del Sud. di Leonardo Mazzei

18 novembre. A PROPOSITO DI UN DOCUMENTO DELLA RETE DEI COMUNISTI

Il diavolo, si sa, si nasconde nei dettagli. E che dettagli! Al titolo altisonante, «Fuori dall'Unione Europea», corrisponde infatti un documento fiacco, le cui parti condivisibili diventano lettera morta dentro la cornice in cui vengono inquadrate.

Un documento, quello della Rete dei comunisti (Rdc), privo di concrete proposte politiche, che considerando un tabù la questione della sovranità nazionale, ipotizza un'uscita dall'euro di serie A (quello attuale) solo dopo averne costruito preventivamente uno di serie B, come nuova moneta unica di una non meglio precisata "area mediterranea".

Questa posizione non è certo nuova. Ma se, fino a qualche tempo fa, essa aveva il merito di collocare la Rete dei Comunisti nel campo delle forze anti-euriste, in opposizione alla maggioranza delle forze di sinistra schierate sul versante opposto; oggi, nel momento in cui un dibattito serio si sta aprendo in ambiti della sinistra prima refrattari, la sua mera riproposizione appare un passo indietro piuttosto che un passo avanti.

Oggi, e lo diciamo con la soddisfazione di chi ha cercato di dare il proprio modesto contributo in questa direzione, la discussione sull'uscita dall'euro e dall'Unione non è più materia da piccoli gruppi isolati. Ed è una materia che impone proposte realistiche, praticabili, immediatamente comprensibili dalle classi popolari, ed in particolare dai soggetti sociali maggiormente colpiti da una crisi che ha avuto ed ha nell'euro un determinante fattore di aggravamento.

E' qui la divergenza con la proposta della Rdc. Perché, se siamo ovviamente d'accordo con l'uscita dall'Unione (e non è poco), se siamo d'accordo sul pacchetto di misure che dovranno accompagnare quella dall'euro (e non è poco), troviamo invece confusa e paralizzante la precondizione che viene posta affinché questa uscita possa aver luogo.

Si tratta dunque di un nodo da affrontare. Ed iniziare a farlo può aiutare lo sviluppo del dibattito tra tutte le forze anti-euriste, anche in vista dell'importantissimo convegno che terremo a Chianciano l'11 e il 12 gennaio 2014. Entriamo dunque nel merito.

Uscita dall'UE ed "area mediterranea": una gran confusione



Che, nella prospettiva dell'uscita dall'UE, si debba guardare al Mediterraneo, lo abbiamo scritto tante volte. Che si debba lavorare all'unità dei popoli in lotta dei paesi mediterranei maggiormente colpiti dall'euro-austerity è perfino un'ovvietà. Che si debba ricercare un rapporto con i movimenti popolari, e con quelli della resistenza antimperialista della sponda sud è quel che facciamo da molti anni.

Fin qui nessun problema, anzi. Per noi è l'ABC dell'internazionalismo. Ma se dall'internazionalismo si passa ad un astratto progetto di "quasi-unificazione" a tavolino (mi scuso per l'approssimazione, ma il documento su questo punto non consente di essere più precisi), con tanto di moneta unica, il risultato cambia drasticamente.

Ma vediamo la formulazione contenuta nel documento di cui ci stiamo occupando. Leggiamo al punto c:

«Oggi questa “organicità” nel capitalismo mondializzato si è rotta ed è nelle cose la necessità di individuare il superamento dello stato presente delle cose. Per noi questo significa concretamente proporre, propagandare e battersi per la costruzione di un’area omogenea, sia sul piano istituzionale che su quello economico e monetario, che veda assieme tutti i paesi del Mediterraneo nel chiamarsi fuori dal condizionamento e ricatto dei poteri forti finanziari, economici e della Eurocrazia ma che vede complice e partecipe anche la parte “vincente” e non berlusconiana della nostra Borghesia nazionale».
Nascono qui diversi problemi. Il primo di chiarezza: da chi è costituita esattamente l'area mediterranea? Nella citazione precedente si parla di «tutti i paesi del Mediterraneo», in altri passaggi di area «euromediterranea», in altri ancora si lascia intendere che quest'area dovrebbe essere composta in primo luogo dai PIIGS. Ipotesi alquanto diverse, ma tutte problematiche.

Pretendere di costruire «un’area omogenea, sia sul piano istituzionale che su quello economico e monetario» nell'intero bacino del Mediterraneo (che include fra l'altro paesi come Israele, la Turchia o la Libia) ci sembrerebbe davvero troppo. Viene da pensare allora che l'ipotesi vera sia quella «euromediterranea». Ipotesi certo meno irrealistica, ma composta esattamente da chi? Dai soli PIIGS (evidentemente con esclusione dell'Irlanda che tutto è fuorché mediterranea), od anche dalla Francia?

Nel primo caso avremmo una nuova entità politica ricavata in negativo dalla politica germano-centrica dell'UE, cui seguirebbe una sorta di euro di serie B come da tempo congetturato in ambienti dell'establishment tedesco; mentre il secondo - qualora fosse davvero quello ipotizzato - dovrebbe essere quantomeno meglio esplicitato, viste le conseguenze geopolitiche tutt'altro che irrilevanti.

Come si vede la confusione non è piccola, ma c'è un problema di sostanza ancora più grave. Mi riferisco alla forma della nuova entità politica ipotizzata. Qui ci troviamo di fronte ad una vera e propria fuga in avanti. Che, come tutte le fughe in avanti, porta poi nel concreto alla classica marcia sul posto. Un'area come quella ipotizzata, per giunta dotata di una nuova moneta unica, come esplicitato al punto d del documento, sarebbe una specie di "piccola UE". Non un vero stato, ma con vincoli economici assai forti, che alla fine potrebbero rivelarsi non troppo diversi da quelli della vera UE, magari con l'Italia nel ruolo che oggi è della Germania.

Certo, non è questa l'intenzione della Rdc, ma allora perché avventurarsi con queste ipotesi a tavolino? Oltretutto, tra gli economisti c'è accordo almeno su un punto: non può esserci moneta senza stato. E dunque non può esserci moneta unica (chiamarla "comune" è solo un fatto linguistico che non cambia il problema) se non all'interno di un processo di formazione di un super-Stato sovra-nazionale. Era questo il progetto europeo. Un progetto che sta scricchiolando da ogni lato proprio perché il super-Stato federale degli ultras euristi allucinati è (fortunatamente) ben lungi dal realizzarsi. E di questo ambizioso progetto resta solo quella che chiamiamo euro-dittatura, cioè l'insieme dei dispostivi messi in piedi dall'oligarchia eurista a difesa degli interessi del blocco dominante, nell'intento di rimandare il più possibile un'implosione che sembra comunque avvicinarsi.

Piccola digressione. Anche chi scrive pensa che il tracollo dell'UE non sarà semplicemente il frutto predeterminato ed automatico delle contraddizioni interne. Ma queste sono davvero potenti, e comunque (anche ma non solo per questo) continuare a pensare - come fa la Rdc - che l'iniziale progetto europeista stia proseguendo sostanzialmente nella sua marcia come prima, ci pare davvero un errore d'analisi assai grave.

Ma torniamo a bomba. Ipotizzare una nuova moneta unica significa nei fatti ipotizzare un nuovo stato, o quantomeno un processo che lì conduce in tempi utili. Il fatto che non venga esplicitamente scritto mostra forse una consapevolezza inconscia della assoluta astrattezza del progetto che pure viene avanzato.

Per una diversa proposta ai popoli del Mediterraneo


Quel che apparentemente è incomprensibile, ma che in realtà - come vedremo più avanti - si capisce benissimo, è questo voler progettare a tavolino uno schema che andrebbe invece costruito con una metodologia ben diversa. La confusione su chi e come dovrebbe comporre la nuova area mediterranea non è infatti frutto del caso.

In proposito, la nostra opinione è molto semplice. Lo sganciamento dall'Unione Europea dovrà avvenire attraverso una serie di sollevazioni che rimettano al centro il protagonismo delle classi popolari. Nei vari scenari nazionali, le sollevazioni porranno necessariamente l'obiettivo del governo, per la realizzazione di un programma che include l'uscita dall'Unione e dall'euro, una significativa cancellazione del debito, la nazionalizzazione del sistema bancario e dei settori strategici dell'economia, una serie di misure a tutela dei salari, eccetera.

Chi scrive si augura la rivoluzione mondiale, ma è difficile pensare ad una perfetta simultaneità delle sollevazioni in tutti i paesi dell'area euro-mediterranea. Ci saranno, inevitabilmente, sfasature di ogni tipo: temporali, programmatiche, di schieramento, di visione politica e geopolitica. Tutto ciò è - o dovrebbe essere - ovvio. Ne discende allora una conseguenza assai semplice: il processo di unione tra i paesi che avranno intrapreso la via dello sganciamento - per noi non solo dall'UE, ma più in generale dai meccanismi del capitalismo-casinò - avverrà sulla base di un criterio esclusivamente politico.

Potremmo trovarci assieme ad un paese PIIGS che si è sollevato, ma non ad un altro che non lo ha fatto, come potremmo invece trovare al nostro fianco un paese non-PIIGS. La discriminante sarà, e non potrebbe essere altrimenti, solo ed esclusivamente politica. Dunque, se da una parte è giusto mettere al centro il Mediterraneo, dall'altra bisogna farlo senza schemi preconfezionati. E, soprattutto (questo è il vero nodo politico) sapendo che il processo di sganciamento potrà avvenire solo partendo dalla riconquista della sovranità nazionale, che è poi sovranità popolare e democratica. Questa è la base di partenza. Una base da cui muovere per rilanciare un nuovo internazionalismo, che per essere tale non potrà che fondarsi sul rapporto fraterno e solidale tra diversi popoli e nazioni.

La proposta che dovremmo rivolgere ai popoli del Mediterraneo - ma che solo un potente movimento di massa avrà l'autorità per farlo - è dunque quella della sollevazione e della solidarietà internazionalista. Una sollevazione che porti alla formazione di un blocco che inizi lo sganciamento dal capitalismo-casinò. E che avrà quindi interessi convergenti, possibilità di cooperazione economica e culturale, ricerca della massima unità politica. Un blocco, però, che potrà eventualmente evolvere verso forme di maggiore integrazione solo con il tempo e solo con il pieno consenso popolare. Viceversa, si ripercorrerebbe, pur non volendolo, la strada che ha condotto all'attuale disastro.

Ora qualcuno potrebbe non capire il problema rispetto a quanto sostenuto dalla Rdc. In fondo, si potrebbe obiettare, anche la Rete sarà ben consapevole del carattere processuale e non scontato della propria ipotesi. Purtroppo non sembra sia così, o perlomeno non è questo che si ricava da quanto scritto nel documento, come ci dimostra la posizione sull'euro.

Il nodo dell'euro
Luciano Vasapollo


Per la Rete, e per il suo teorico Luciano Vasapollo, l'uscita dall'euro dovrebbe avvenire solo in forma concertata tra i paesi euro-mediterranei. Ovviamente, anche per noi questo sarebbe preferibile. Ma quanto è realistico? E cosa facciamo se, dopo aver ricercato la concertazione, questa non fosse possibile? Vediamo cosa dice in proposito il documento in questione:


«L’idea di abbandonare l’Unione Economica e Monetaria della UE (UEM) e tornare alle monete nazionali del passato non può neppure questa essere considerata un’alternativa per i Paesi della periferia europea mediterranea, poiché la debolezza estrema di un’eventuale moneta nazionale di fronte al capitale finanziario globale non permetterebbe una regolazione efficace del ciclo e del cambio strutturale in questi Paesi».
Non si può dunque tornare all'euro da soli. E questo è già un problema. Ma ancora più interessante è l'argomentazione che viene portata, e che cioè una moneta nazionale sarebbe sempre e comunque troppo debole per «una regolazione efficace del ciclo e del cambio strutturale in questi Paesi». In pratica - sia pure da una diversa prospettiva - è quel che ci dicono gli euristi di ogni sorta, secondo i quali ritrovarsi con una moneta di un paese di 60 milioni di abitanti equivarrebbe ad un disastro semplicemente inenarrabile.

Ora, però, se fosse davvero così, nei cinque continenti dovrebbero pullulare le iniziative volte alla costruzione di nuove unità monetarie. Ma così non è, non solo nella lontana Oceania, non solo nell'arretrata Africa, non solo nella tumultuosa Asia. Così non è neppure in America Latina, e (nonostante il sucre, come vedremo più avanti) nemmeno nei paesi dell'ALBA bolivariana, che pure il documento ci porta ripetutamente ad esempio.

Come mai? Rivolgiamo questa modesta domanda tanto ai cultori dell'euro ad ogni costo, quanto a chi ci dice che sfatta una moneta unica o ne facciamo un'altra alla svelta o siamo destinati a precipitare in una specie di Medioevo prossimo venturo.

Sia chiaro, qui non si tratta di negare i problemi derivanti dall'uscita dall'euro. Anzi, è proprio per questo che dobbiamo discutere a fondo. Ma francamente certe semplificazioni non aiutano a trovare la via d'uscita più efficace per sganciarsi dal capitalismo casinò e per difendere al meglio gli interessi del popolo lavoratore in una prospettiva che, per noi come per la Rdc, è quella del socialismo.

Abbiamo già citato il caso dell'Alleanza Bolivariana per i popoli di Nuestra America (ALBA), più volte indicato come modello nel documento in questione. Un'esperienza importante, fondata su principi molto avanzati, che si colloca certamente nella prospettiva del Socialismo del XXI secolo. E, tuttavia, un'esperienza da vedere un po' meglio se non vogliamo cadere in un'altra semplificazione.

L'ALBA nacque come alternativa al vecchio dominio nord-americano, e come risposta all'ALCA, un'area di libero scambio voluta dagli USA. Attualmente ne fanno parte 8 paesi, ognuno dei quali mantiene però una propria moneta. Tra questi paesi l'Ecuador mantiene il dollaro USA, tre piccoli stati caraibici (Antigua e Barbuda, Dominica, Saint Vincent e Grenadine) usano il dollaro dei Caraibi orientali, anch'esso legato al dollaro USA. Cordoba, Bolivar, Boliviano e Peso cubano, sono rispettivamente le monete di Nicaragua, Venezuela, Bolivia e Cuba.

Come si vede un quadro assai articolato, e senza alcuna unione monetaria. Nel 2009 è però nato il Sucre (Sistema unitario di pagamento a compensazione regionale), una sorta di moneta soltanto virtuale che viene utilizzata solo per le registrazione delle operazioni tra banche centrali. Si tratta di un meccanismo concepito sia per equilibrare i commerci interni all'ALBA, sia per ridurre il peso e la dipendenza dal dollaro.

Obiettivi sacrosanti, ma ad oggi, secondo quanto affermato dal presidente del Banco Centrale del Venezuela, Eudomar Tovar (citato da Granma International), lo scambio commerciale mediante il sistema unitario raggiungerà quest'anno il valore di appena 750 milioni di Sucre, equivalenti a 850 milioni di dollari, a fronte di un Pil dell'ALBA che è pari a circa 669 miliardi di dollari. Come dire, una goccia nel mare.

Sta di fatto che i pagamenti agli esportatori e la riscossione dagli importatori si effettuano con le monete di ognuno di questi paesi anche per gli scambi interni all'ALBA, mentre lo stesso Venezuela è ancora costretto ad emettere titoli del debito pubblico in dollaro ed euro.

Se mi sono dilungato sull'ALBA è giusto per evidenziare una cosa: che anche nel più avanzato tentativo di sganciamento dal capitalismo casinò, e nel caso specifico dalla dominazione nord-americana, ci si è ben guardati dal correre verso unificazioni politiche e/o monetarie. E, del resto, i principali protagonisti dell'ALBA (basti pensare a Cuba e Venezuela) hanno percorso vie rivoluzionarie assai diverse, ed in tempi assai distanti tra loro. Alla fine questi percorsi si sono positivamente incontrati, ma nei limiti di cui abbiamo già detto.

Ben venga allora un'ALBA mediterranea, purché se ne abbiano chiare le caratteristiche, e tenendo anche conto di una minore omogeneità culturale di quest'area rispetto ai paesi dell'America latina che hanno intrapreso questa strada.


Il tabù della sovranità nazionale ed il positivo dibattito nel Prc

Torniamo allora al cuore del problema: l'uscita dall'euro, la riconquista della sovranità nazionale. Se ad una strada "semplice" (semplice concettualmente, non certo praticamente), come quella del ritorno alla valuta nazionale, si preferiscono ipotesi confuse e/o irrealizzabili e/o (se realizzate) controproducenti, una ragione deve pur esserci.

Da cosa dipende allora tutto questo dimenarsi per scartare il semplice e preferire l'impossibile? La risposta purtroppo è davvero facile: dipende da un vero e proprio tabù, quello della sovranità nazionale. Due parolette che mancano del tutto nel documento della Rete. Non solo, infatti, non si affronta la questione nazionale, ma neppure quella della sovranità. Chi la eserciterebbe in una entità come quella sovra-nazionale, ma non pienamente statuale che verrebbe fuori dalle tesi della Rdc? Ecco una domanda che non ha risposta. E non per caso.

Rifiutando il tema della sovranità si finisce infatti per svilire anche il concetto di democrazia, che notoriamente si esercita sempre in un ambito ben definito. L'ambito può essere nazionale, sovra-nazionale, continentale, mondiale, ma anche regionale, comunale, condominiale od intergalattico, però alla fine deve pur essere definito.

Spiace dirlo, ma sembra invece che si sia introiettato il pensiero unico del capitale, laddove l'assenza di confini serve solo ad estendere ed approfondire il dominio incontrastato dei centri di potere della finanza mondiale.

Finora ci siamo occupati del documento della Rdc, ma ancora più rivelatore della sua grossolanità teorica è un volantone diffuso dalla stessa organizzazione. In esso si legge:

«I paesi PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) si possono e si devono coordinare gli sforzi per uscire insieme dalla schiavitù dei vincoli europei, inclusa l'Eurozona e dunque dall'Euro come moneta. Non è una ipotesi velleitaria. Velleitario e ingannevole è solo chi pensa ad un ritorno alla Lira, una via d'uscita nazionalista e reazionaria . Noi, al contrario, riteniamo di poter avanzare una alternativa internazionalista ed emancipatrice per l’insieme dei lavoratori, dei ceti popolari e le fasce di popolazione in via di impoverimento». (sottolineatura nostra)
Dunque, secondo questi teorici da operetta, il ritorno alla lira sarebbe semplicemente una via d'uscita «nazionalista e reazionaria». Oh bella! Sembra di sentir parlare gli euristi più arroganti, i Prodi, i Monti, i Letta, i Saccomanni. Suvvia, sveglia! Sostenere una tesi di questo genere significa rinunciare ad un progetto realistico di uscita da sinistra, spianando, di conseguenza, la strada alle forze di destra.

Sostenere che il tema della sovranità nazionale sia per sua natura di destra è semplicemente aberrante ed anti-storico. Seppero farlo proprio - e fu un elemento decisivo nelle rispettive vittorie - i comunisti cinesi, vietnamiti, cubani, jugoslavi. E fu un punto forte degli stessi comunisti italiani negli anni migliori della loro storia, ma anche di quelli russi nel momento della grandiosa resistenza al nazismo.

Ed oggi, di fronte all'emergenza economica e sociale, la riproposizione di questo tabù genera solo impotenza politica, l'assenza di una proposta credibile. Fino ad oggi questo atteggiamento - apparentemente ultra-rivoluzionario, praticamente velleitario ed inconcludente - era tipico delle principali correnti trotzkyste, ma evidentemente il virus si è nel frattempo diffuso...

Il bello è che, lo abbiamo ricordato all'inizio, la discussione sulla sovranità si è invece finalmente affermata in ambienti più vasti della sinistra, laddove fino a poco tempo fa questa discussione sarebbe stata semplicemente considerata un'eresia rispetto all'impostazione classica del globalismo bertinottiano.

Restando all'Italia (altrove le cose vanno meglio), è quanto sta avvenendo nella discussione congressuale di Rifondazione Comunista. In questa discussione, non solo uno dei due documenti di minoranza è esplicitamente per l'uscita dall'euro e per la riconquista della sovranità popolare e nazionale, ma questi obiettivi sono posti in maniera ancor più forte da due emendamenti (primo firmatario Ugo Boghetta) al documento politico di maggioranza. Ed anche in quest'ultimo testo il tema della sovranità nazionale fa capolino, certo in maniera insufficiente, ma di sicuro assai significativa.

Questo significa che in quel partito si stanno aprendo le porte ad una vera e propria revisione strategica? Ovviamente no. Un giudizio del genere sarebbe prematuro, e molto dipenderà dall'esito congressuale. Segnaliamo tuttavia questi fatti per evidenziare che la situazione è in movimento e che, al di là delle diverse posizioni esistenti, il tema della sovranità resta un tabù ormai solo per pochi. Tra questi pochi, il professor Vasapollo e la sua organizzazione.

Come abbiamo visto questo tabù produce danni assai seri, crea confusione, e rende impossibile una proposta forte, quella di un'uscita da sinistra dall'euro, portata avanti da forze che sappiano coniugare la questione di classe con quella nazionale. Un collegamento oggettivo, reso evidente sia dallo strangolamento dell'economia nazionale ad opera dell'èlite eurista, sia per lo schierarsi dei settori dominanti della borghesia italiana con quelle stesse oligarchie. Dunque, battersi contro l'euro, e per la riconquista della sovranità nazionale, non significa soltanto lottare contro la Merkel, significa anche combattere contro i veri centri del potere capitalista in Italia.

E' solo con questa consapevolezza, e con questa impostazione, che sarà possibile porre con forza il tema della costruzione di un blocco sociale sufficientemente ampio per sfidare le oligarchie dominanti. Senza di che, questa è la vera posta in palio, saranno inevitabilmente formazioni di destra a prendere in mano le redini del gioco. In Italia, e magari anche nel resto del Mediterraneo...

domenica 17 novembre 2013

9 DICEMBRE, SEGNALI DI RIVOLTA di Segreteria nazionale del Mpl

17 novembre. La sera dell'8 dicembre, dalla Sicilia al Veneto, avrà inizio una protesta, nella forma di  presidi e blocchi stradali. La mobilitazione è stata indetta da una serie di associazioni di piccoli imprenditori, anzitutto dei settori agricolo e dell'autotrasporto. Tra loro il Movimento dei Forconi di Mariano Ferro.

Il tentativo dichiarato è quello di accendere una scintilla sociale per mobilitare i cittadini massacrati dalla crisi e delle politiche d'austerità.
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Il pensiero corre subito alla rivolta dei "berretti rossi" che da giorni paralizza la Bretagna in Francia (vedi foto). Anche lì camionisti e agricoltori hanno scatenato la rivolta, a cui poi si sono affiancati altri settori sociali. Come in Bretagna anche la rete di organismi che scenderà per strada a partire dalla sera dell'8 dicembre non si limita a protestare contro le misure austeritarie, chiede di farla finita coi governi asserviti alle tecno-oligarchie europee e rivendica l'uscita dall'euro e la riconquista della sovranità democratica e popolare, tra cui quella sulla moneta. 

I promotori della mobilitazione hanno diffuso un proclama, un manifesto (vedi qui accanto), in cui spiegano le ragioni delle protesta. Noi lo condividiamo ampiamente, per questo aderiamo alla loro lotta e faremo il possibile affinché sia un successo. Lasciare soli questi movimenti significherebbe aiutare il governo a sconfiggerli.

Come in Francia i promotori della mobilitazione precisano che non vogliono tra i piedi partiti e che rifiutano ogni strumentalizzazione. In Francia il Fronte Nazionale della Marine Le Pen sta tentando in ogni modo di mettere il cappello sulla protesta brettone. In Italia non c'è un partito come quello della Le Pen, esistono tuttavia piccoli gruppi fascisti, nonché singoli militanti di estrema destra, che stanno tentando di infiltrare il nascente movimento di protesta. 

I promotori hanno detto a chiare lettere che respingono questi tentativi, insistendo che l'unco testo che li rappresenta è appunto il loro manifesto. Lo hanno fatto con la Conferenza stampa del 13 novembre scorso (vedi più sotto). Non c'erano nè Tv né giornali. Un segnale che dimostra certo la volontà del regime di silenziare la nascente protesta, ma che attesta anche quella che ci appare la principale debolezza de promotori, una preoccupante disorganizzazione.

Aiuteremo quindi questa mobilitazione, affinché sia un altro tassello verso la sollevazione popolare. Una sollevazione che non ci sembra sia alle porte, poiché l'avremo solo quando scenderanno in strada il grosso dei lavoratori salariati e i milioni di giovani proeltari precari. La pace sociale è nell'interesse dei parassiti sfruttatori al potere. Noi sosterremo ogni tentativo di spezzarla che sia in difesa del popolo lavoratore, dei principi democratici e d'eguaglianza sanciti dalla Costituzione, che rivendichi la riconquista della sovranità.

La Segreteria nazionale del Mpl
16 novembre 2013




venerdì 15 novembre 2013

PUZZA DI MATTARELLUM di Leonardo Mazzei

15 novembre. Come le oligarchie, in un modo o nell'altro, vogliono imbrogliare

«Legge elettorale, la paralisi del Parlamento - bloccata in Senato proposta Pd doppio turno». Questo l'addolorato commento dell'impagabile Repubblica al voto in commissione "Affari costituzionali" del Senato sul doppio turno.

Un dolore talmente forte che porta il quotidiano a prendersela con Grillo, reo di aver affossato la proposta del partito (?) di Epifani (??). Il M5S si è infatti astenuto, un voto che a Palazzo Madama vale come contrario. Un dolore in verità assai immotivato, dato che l'esito del voto era scontato. Ma perché poi prendersela con un gruppo di opposizione come M5S (che, per chiarezza politica, avrebbe fatto molto meglio a votare no), piuttosto che con l'alleato Pdl che regge in piedi l'amato governo delle "larghe intese"? Misteri della politica italiana di questo strano frangente.

Che dopo la farsa del voto di fiducia del 2 ottobre, l'accordo sulla legge elettorale sarebbe stato più difficile di prima, lo avevamo previsto in tempi non sospetti, mentre la stampa mainstream inneggiava raggiante alla "stabilità". Una bufala che qualcuno ha creduto anche a sinistra.

Ora, dopo che i doppioturnisti (Pd, Sc e l'immancabile Sel) sono stati battuti, tutto è rinviato alla prossima settimana, in attesa di vedere cosa porteranno nel week end i venti di tempesta che spirano nel Pdl, dove ormai una scissione sembra difficilmente evitabile.

Ecco un altro elemento di "stabilità" piuttosto interessante, ma che qui considereremo solo per i suoi possibili effetti sulla legge elettorale. Ora, i casi sono tre: nel primo il Pdl/Forza Italia si scinde già al Consiglio nazionale di sabato prossimo, nel secondo la resa dei conti viene rimandata a dopo il voto sulla decadenza di Berlusconi, nel terzo (che riteniamo altamente improbabile) il partito si ricompatta in qualche modo.

Inutile dire che nel terzo caso una eventuale riproposizione del doppio turno, magari nella versione che Renzi si appresta ad annunciare, sarebbe semplicemente irricevibile per il partito di Berlusconi. Dunque, semaforo rosso. Ma che forse una simile ipotesi sarebbe invece accettabile per i transfughi alfaniani dopo la scissione, immediata o rinviata che sia? Difficile crederlo. Forse poteva esserlo prima di ieri, ma adesso come rimangiarsi un voto contrario da anch'essi condiviso?

Come previsto, la situazione si va dunque impantanando. Ma incombe la Corte Costituzionale, che nella riunione del 3 dicembre potrebbe (il condizionale è d'obbligo) dichiarare la parziale incostituzionalità del Porcellum. Ma anche su questo le incertezze sono molte.


Tante sono infatti le ipotesi in campo. La Corte, silente finora in materia, dato l'imperativo di "non disturbare il manovratore", si ritrova adesso tra le mani una vera e propria patata bollente. Teoricamente, essa potrebbe fermarsi ad una valutazione negativa sul premio di maggioranza, più esattamente sull'assenza di una soglia minima che lo faccia scattare, limitandosi tuttavia ad una esortazione al parlamento affinché rimuova una simile mostruosità.

L'alternativa è invece quella di un intervento diretto sulla legge attualmente in vigore. Questa ipotesi, però, non solo equivarrebbe ad un'espropriazione del ruolo del parlamento, ma porrebbe problemi di non facile soluzione. Sia dal punto di vista giuridico, che da quello politico.

Comunque, da quel che si dice, questa possibilità non sembra affatto esclusa. E se davvero sarà questa la scelta, due sono le tesi che vanno per la maggiore: la prima prevede la semplice cancellazione del solo premio di maggioranza, dato che la Corte non può certo arrogarsi il diritto di indicare quella soglia percentuale assente nel Porcellum. La seconda prevede invece la cancellazione integrale della legge calderoliana e la sua sostituzione con quella precedentemente in vigore, ossia il Mattarellum.

In entrambi i casi la Corte Costituzionale finirebbe per assumere una funzione legislativa tutt'altro che imparziale. Evidenti sono infatti le ricadute di simili scelte. Nel primo caso (permanenza del Porcellum ma senza premio di maggioranza) sarebbero felici i sostenitori delle «larghe intese» sempre e comunque; nel secondo (ripristino del Mattarellum) lo sarebbero i maggioritaristi a prescindere, specie quelli del centrosinistra.

Sulle decisioni della Corte è difficile fare previsioni, anche perché è forte la spinta affinché il governo assuma una propria iniziativa prima del 3 dicembre. Addirittura c'è chi come Michele Ainis (Le amanti del porcellum - Corriere della Sera del 10 novembre) chiede all'esecutivo di sbrigarsi con un decreto legge in materia.

Una nuova forzatura istituzionale è dunque alle porte? Vedremo, ma quale sarebbe l'eventuale contenuto di un simile decreto? Perché, alla fine, anche un decreto diventa legge solo se ha una maggioranza. Su quale ipotesi potrebbe dunque determinarsi questa maggioranza?

Paradossalmente la risposta è venuta proprio dal noto legislatore di Bergamo, quel Roberto Calderoli che del Porcellum è stato il padre, ed ora vorrebbe esserne il becchino. Per sostituirlo con un redivivo Mattarellum - che diamine! - cioè proprio con quella legge che il leghista aveva affossato nel 2005 per le specifiche esigenze del Berluska. E poi si dice che i politici italiani non sappiano cambiare opinione!

Potrebbe essere davvero questo lo sbocco dell'attuale stallo parlamentare? Molti sono gli indizi. Sul Mattarellum potrebbe convergere senz'altro Pd, Scelta Civica, Sel e Lega, tentando perfino qualche frangia del M5S. Potrebbero arrivare alla fine anche i voti dei transfughi del Pdl? Questo è più difficile a dirsi, dato che forse neppure loro capiscono bene cosa vorranno fare da grandi, oltre che conservare gli attuali scranni il più a lungo possibile.

E, tuttavia, non è che le loro difficoltà di collocazione si modificheranno troppo in virtù di questo o quel sistema elettorale. Vista la loro pochezza cercheranno spazio in un nuovo aggregato "centrista", dove alla fine finiranno per contare ben poco. La famosa Fine di Fini, insomma.

Ma perché il Mattarellum dovrebbe piacere di più al blocco dominante, ed al ceto politico attuale, rispetto ad altre soluzioni? Per diversi motivi.

Il primo è che si tratta di un sistema ultra-maggioritario e fortemente bipolare, e questo di fronte all'evidente fallimento delle "larghe intese" è un "pregio" certamente apprezzato in tanti palazzi (non solo politico-istituzionali) del potere.

Il secondo è che con i collegi uninominali il Mattarellum, esaltando ancor di più la personalizzazione della competizione elettorale, favorirebbe al massimo quel processo di lobbizzazione della politica che è poi uno degli effetti più concreti della destrutturazione dei partiti.

Il terzo è che con questa legge le segreterie manterrebbero, esattamente come oggi, il potere di "nomina" dei futuri parlamentari. Anzi, in questo modo esse prenderebbero due piccioni con una fava. Da un lato potrebbero dire di aver superato le liste bloccate; dall'altro spetterebbe sempre e comunque ai vertici nazionali la decisione su chi candidare in questo o quel collegio, collocando i protetti nei collegi ritenuti sicuri e i candidati da non eleggere in quelli sicuramente persi. Che è esattamente quel che hanno fatto dal 1994 al 2001.

Ma c'è una quarta ragione. Ed è che il Mattarellum si può tranquillamente peggiorare senza troppe difficoltà. Come? Ad esempio cancellando gli effetti dello "scorporo" sulla quota proporzionale, per rendere la legge ancor più maggioritaria. Ed innalzando la soglia del proporzionale dal 4 al 5%, per escludere più facilmente dal parlamento eventuali nuove formazioni politiche. Che poi queste modifiche peggiorative riescano a passare è da vedere. Ma se di Mattarellum si riparlerà seriamente si può star certi che ci proveranno.

Ovviamente non abbiamo la sfera di cristallo. E dunque non possiamo escludere che avanzino altre ipotesi. E neppure che la paralisi si riveli totale, lasciando (Corte Costituzionale permettendo) la legge così com'è. Ma una cosa va comunque detta: che l'eventuale passaggio dal Porcellum al Mattarellum equivarrebbe al famoso transito dalla padella alla brace.

Se il fondamentale vizio di costituzionalità della legge calderoliana è rappresentato dall'assenza di soglie per l'attribuzione del premio di maggioranza, c'è forse qualcuno che si chiede quale sia tale soglia nel meccanismo escogitato da Mattarella nel 1993? Essa è semplicemente inesistente, e nessuno ne ha mai reclamato la fissazione, dato che con il Mattarellum - a differenza del Porcellum - determinare una soglia è semplicemente impossibile, dato che il premio di maggioranza è in questo caso implicito e non esplicito come nella legge in vigore.

La resurrezione del Mattarellum aggiungerebbe dunque la beffa al danno. Vediamo il perché. Quel che non viene considerato, ma che i vertici dei partiti ben sanno, è l'effetto che avrebbe la nuova legge in presenza di un sistema che, di fatto, non è più bipolare.

Finché il bipolarismo è stato una realtà, gli effetti distorsivi in senso maggioritario del Mattarellum furono (1994, 1996, 2001) relativi. Maggioranze un po' sotto il 50% di voti andarono sopra questa soglia in termini di seggi, trasformandosi così da relative ad assolute. Tuttavia, in virtù di una strutturazione effettivamente bipolare, il premio di maggioranza implicito - pur essendo per noi inaccettabile - non era enorme.  Ma un'analoga osservazione la possiamo fare per il Porcellum. Nel 2006 e nel 2008 chi ha vinto (aggiudicandosi così la maggioranza assoluta alla Camera, mentre al Senato - come ben noto - c'è la famosa attribuzione su base regionale) ha sfiorato il 50% dei consensi. Dunque, anche in questo caso, premio di maggioranza per noi inaccettabile, ma non enorme.

La situazione è cambiata con le elezioni del febbraio scorso. Ed il cambiamento è stato determinato dalla nuova ripartizione dei voti, non più bipolare, ma almeno tripolare. E' avvenuto così che il premio di maggioranza del 54% dei seggi è toccato ad uno schieramento (quello del centrosinistra) che aveva ottenuto poco più del 29% dei voti. Il premio di maggioranza è stato in questo caso davvero esorbitante, pari ad un quarto dei componenti della Camera, determinando così una maggiorazione artificiale di oltre 150 seggi.

Cosa succederebbe, restando l'attuale ripartizione come minimo tripolare, con l'eventuale (ri)passaggio al Mattarellum? Con esattezza nessuno può dirlo. Basti pensare che con quel meccanismo non è neppure escluso che ottenga la maggioranza dei seggi chi non ha ottenuto quella dei voti. Ma, a parte questi aspetti più degni di una lotteria che di una competizione elettorale, resta il fatto che con questa legge l'effetto distorsivo - ovviamente in senso maggioritario - è potenzialmente equivalente se non addirittura più forte di quello determinato dal Porcellum. L'unica differenza è che, diversamente dalla legge attuale, questo effetto non è certo, dato che la ripartizione dei seggi è affidata (al 75%) all'esito del voto collegio per collegio, dove chi vince, vince anche per un solo voto; mentre chi perde, perde tutto, in barba al principio "una testa, un voto".

Che per una ragione "costituzionale" si voglia passare da una mostruosità (il Porcellum) ad un'altra (il neo-Mattarellum) è una cosa che si commenta da sola. Si hanno a cuore i principi democratici e costituzionali? Bene, c'è una sola cosa da fare: tornare ad una legge integralmente proporzionale, senza soglie di sbarramento, né altri trucchi volti ad alterare il principio della rappresentanza.

Ma è proprio questo che non vogliono né gli oligarchi nostrani, né quelli che dettano la linea al governo dai loro uffici di Bruxelles. Sono loro il cancro della democrazia che, in un modo o nell'altro, vogliono comunque manipolare.

Un cancro che, in un modo o nell'altro, dovremo un giorno asportare.

giovedì 14 novembre 2013

LA LEGA CONTRO L'EURO. Indovinate in compagnia di chi?

14 novembre. Voi direte: "ancora co 'sto Bagnai?!". Eh sì, dobbiamo di nuovo scassarvi i maroni, per la precisione dobbiamo scassarli a quelli che ci dicevano che le nostre critiche al professore di Pescara erano esagerate, se non addirittura pretestuose.

Qual era, al di là di questioni di dottrina, la nostra accusa politica a Bagnai? Che stava mettendosi al servizio di un pezzo del sistema, che stava inciuciando con l'ala berlusco-leghista  dello squalificato personale politico italiano.

"Ma che dite? E' falso! le vostre sono  accuse infondate!"

 Super-ego sum quis sum

Il nostro allarme sul fatto che il professore andava cercando sponsor nel verminaio berlusconide, non sortiva effetti apparenti tra i fans salmodianti del professore.  Questi non volevano accettare le conseguenze del teorema politico di Bagnai, o la famigerata massima per cui «La scelta giusta sarà fatta dalle persone sbagliate», che quindi non restava che aiutarle affinché fossero loro ad alzare la bandiera dell'uscita dall'euro.

Concetto che ha ripetuto pochi giorni or sono:
«Come la penso lo sapete, io sempre quello sono: ego sum quis sum. Penso che sia ora di fare la cosa giusta, magari con persone che prima della crisi avrei considerato "sbagliate", piuttosto che la cosa sbagliata - minacciare col ditino - con persone che prima della crisi avrei considerato "giuste". Sono vicino a Jens nel suo sincero  europeismo, che oggi implica la necessità di smantellare l'euro, e finora non sto rimpiangendo il tempo dedicato ai suoi paper e al suo libro. Peraltro, è anche una persona molto piacevole, come sono talora gli "sporchi capitalisti"... Con una prece per i marxisti dell'Illinois, ormai superati a sinistra perfino da Oskar!)». Goofynomics, 5 novembre
Detto fatto!

La Lega Nord, la sua Segreteria nazionale per la precisione, e non qualche sezione di campagna, annuncia in pompa magna (vedi immagine sopra) che "Basta €uro", e con il candidato in pectore a segretario, ci sarà, assieme a Borghi Aquilini il suo alter ego Bagnai.

Non si tratta, come ognuno capisce, di un simposio scientifico, ma di un'iniziativa politica che per di più sacramenta il definitivo posizionamento della Lega nel campo anti-euro. Un'iniziativa, in vista delle importanti elezioni europee, che farà discutere. Che pezzi del berlusconismo e dello xeno-liberismo avrebbero prima o poi deciso di rappresentare il malcontento popolare impugnando la battaglia contro l'euro, come i nostri lettori sanno, non solo non l'avevamo escluso, l'avevamo lucidamente previsto. Avremo modo di discutere delle implicazioni politiche di questa scesa in campo della Lega —che sarà seguita, vedrete, anche da altri pezzi della destra, sia lepenista che liberista.
E col sicofante Magdi Allam  e Scurria (Fratelli d'Italia) il 3 dicembre a Bruxelles


Per ora a noi non resta che registrare che Lui, Lui che andò su tutte le furie quando si disse che era un "grillino" e ci mancò poco che non facesse querela per diffamazione, non vede problema nel mettere la sua faccia e i suoi saperi al servizio dei leghisti. E' con loro che vuole "salvare" l'Italia. Che Dio ce ne guardi! Più che ridere a noi viene da piangere.

Chissà se adesso i suoi straidati followers avranno capito dove andava a parare lo strabico  professore con le sue ripetute bordate contro i "marxisti dell'Illinois", cioè la sinistra anti-euro. Colpire a sinistra per giustificare la corsa a destra. 

Buon viaggio all'inferno professor Bagnai!

mercoledì 13 novembre 2013

COLPIRE UNITI, MARCIARE SEPARATI. Verso Chianciano Terme

13 novembre. Ci mancano due mesi esatti al convegno OLTRE L'EURO. Siete in molti a complimentarvi con noi per aver pensato e organizzato questo evento. Grazie. Adesso, però, vedete di sbrigarvi e segnalare la vostra partecipazione, seguendo le istruzioni che abbiamo segnalato. Nulla è scontato in momenti come questo, tantomeno il successo del convegno, la cui importanza è data dalla qualità dei protagonisti, dai temi su cui essi sono stati chiamati ad esprimersi e confrontarsi, ma anche dalla qualità e quantità dei partecipanti.

Il primo scopo del convegno è quello di capire come dall'euro si può uscire. Attendiamo fatalisticamente il crollo? Oppure cerchiamo di mettere in moto un grande movimento di popolo  affinché l'uscita non equivalga ad una catastrofe e apra la strada ad un futuro migliore?

Secondo scopo: qual'è questo futuro migliore a cui aneliamo? Che idea di società e di paese abbiamo in testa? E quali sono le forze sociali e politiche per realizzarlo?

Il terzo scopo interroga la sinistra. Intendiamo per sinistra quella vasta area di movimenti sociali, di forze politiche e sindacali, di correnti culturali e intellettuali che hanno lottato come hanno potuto contro lo schiacciasassi della globalizzazione, contro i governi di centro-destra e centro-sinistra.

Questa sinistra pulita e antagonista è stata cacciata in un angolo, anzitutto a causa della sinistra sistemica imperniata attorno al Partito democratico, pilastro del regime eurista e  Cavallo di Troia con cui le classi dominanti hanno corrotto e piegato l'opposizione sociale.

Noi crediamo due cose: la prima è che se la sinistra antagonista non entra in campo restando a marcire nelle sue trincee la strada sarà spianata ad avventure reazionarie. La seconda è che questa sinistra potrà risorgere, diventare protagonista di una partita storica per il futuro del nostro Paese, se e solo se deciderà di liberarsi del tabù europeista (alle cui spalle c'è l'idiosincrasia verso l' identità nazionale) e avrà il coraggio di impugnare la battaglia contro l'euro e per la sovranità monetaria —che entro la gabbia eurista è diventato il simbolo stesso della sovranità popolare.
 
Vorremmo quindi  sfatare l'idea che contro l'euro sia in campo solo la mucillaggine di certa destra politica, i cascami del berlusconismo in cerca di rifugio, e di converso l'opinione fatalista che l'uscita dalla gabbia eurista non possa che farci precipitare nelle braccia di populismi revanchisti. Si può essere sovranisti e socialisti, internazionalisti e patrioti, anti-euro e democratici.

I media europei, anzitutto italiani, hanno tutto l'interesse a fare credere che chi è contro l'euro è di destra e che, gratta gratta, è un nostalgico del fascismo. La ragione di questa propaganda è evidente: gli oligarchi e i loro pupazzi politici hanno bisogno di spaventare, per  addomesticarla, l'opinione pubblica, anzitutto quella dei proletari, delle classi meno abbienti, che sono quelle che, se decideranno di sollevarsi, faranno saltare in aria in un baleno la gabbia dell'euro —che è politica prima ancora che economica. Per questi oligarchi è quindi indispensabile contare su una sinistra compiacente e asservita, perché malgrado tutto è proprio questa sinistra che ancora rappresenta il grosso dei lavoratori.

Questo insidioso sforzo propagandistico delle forze di regime, quello di far apparire come "populisti reazionari" tutti coloro che sono contro l'euro-dittatura, e che la sinistra è tutta eurista, è agevolato, loro malgrado, da alcuni intellettuali che da destra non vengono affatto, ma che picchiano ossessivamente sul tasto della "fine della dicotomia destra sinistra", volendo dirci che qui occorre uscire dall'euro punto, e che non importa chi accompagni il Paese verso l'uscita, quale politiche adotterà, quale modello sistemico e di relazioni sociali ha in mente. Non sarà un caso che certi discorsi, frutto di un quarantennio di sfondamento del pensiero unico, attecchiscano proprio a destra.

Che per sconfiggere la potente armata eurista sarà necessario, ad un certo punto, unire il più vasto arco di forze resistenti, noi siamo i primi a sostenerlo. Ma se si parla di unità, di alleanza, è implicito, nello stesso concetto, che si tratta di unione tra forze diverse, differenti non solo ideologicamente ma anche in virtù dei diversi interessi sociali che rappresentano.

Cosa hanno in mente i becchini della "dicotomia"? Che queste differenze dalle profonde radici storiche siano sparite? ma quando mai! O peggio, hanno in testa di opporre, al pensiero unico oggi dominante, un'altro pensiero unico, il loro nella fattispecie?

A parte che sarebbe un bel brutto mondo quello in cui fossero spariti le opposizioni di pensiero, le diverse concezioni del mondo, i differenti ideali; noi diciamo chiaro e tondo che per noi i principi ideali socialisti non sono negoziabili, sono non solo un faro, sono la linfa a cui attingiamo la nostra tenacia.
Per farla breve il nostro motto è il seguente: colpire uniti, marciare separati.

la sinistra e l'euro (11) CHE DECIDERÀ RIFONDAZIONE? di Mimmo Porcaro

13 novembre. Il 30 ottobre scorso, sul sito Sbilanciamoci, è uscito un articolo a firma di Roberta Carlini che ci ha fatto cadere le braccia. Il titolo è programmatico quanto disarmante: Euro, l'uscita è a destra. Il succo? E' vero, l'Unione europea cade a pezzi e l'euro è un disastro, ma la soluzione è "più Europa e un euro più forte". La Carlini aggiunge, scivolando in un falso clamoroso, che la parola d'ordine dell'uscita è oramai monopolio delle destre populiste. Un'opinione ancora egemone a sinistra, anche nel Partito della Rifondazione Comunista, che si appresta a celebrare a dicembre il suo congresso, in vista del quale alcuni compagni hanno presentato un emendamento che chiede l'uscita dall'euro.

Un recente articolo di Roberta Carlini suggerisce fin dal titolo che l’uscita dall’euro può essere pensata ed attuata solo da destra, argomentando la tesi col dire che, se all’inizio dell’unione monetaria qualche borbottio si era fatto sentire anche a sinistra, ormai il discorso anti-euro è decisamente egemonizzato dalle formazioni politiche di area opposta.

Ma questa, mi spiace dirlo, non è una notizia. La vera notizia è piuttosto che, dopo decenni di inebetita accettazione della moneta unica, anche all’interno della sinistra qualcuno comincia a proporre di consegnare l’euro alle nostalgiche raccolte dei numismatici. Ne parla la sinistra francese, con dovizia di argomenti. Ne parla, con la serietà di chi vive momenti drammatici, la stessa Syriza. Ne discute addirittura anche la Linke, e addirittura grazie ad uno dei suoi padri nobili: proprio quell’Oskar Lafontaine che aveva salutato positivamente la nascita della nuova moneta.

E, qui da noi, nell’imminente congresso di Rifondazione Comunista si discuterà un emendamento che propone l’uscita dall’euro, legandola al progetto di una soluzione tendenzialmente socialista della crisi italiana. La vera notizia, quindi è che si delinea finalmente un’uscita a sinistra dall’euro. E che questa proposta è talmente sensata che anche chi vi si oppone, immaginando improbabili terze vie, è costretto a riconoscere, il carattere nefasto della moneta unica, mentre chi pure continua, come Christian Marazzi, a vedere un futuro per l’euro come moneta comune accanto alle monete nazionali, deve ormai dire con una certa nettezza che l’euro è la quintessenza del monetarismo, che esso non è assolutamente riformabile e che ci si deve attrezzare a gestirne l’inevitabile e “naturale” rottura.

Eppure, nonostante le discussioni in corso, le dure critiche, le continue conferme fattuali del ruolo dell’euro nell’acuire automaticamente le divergenze tra le economie europee e tra le classi tutto ciò non si traduce ancora in una condivisa proposta di uscita (magari prudente, magari graduale) dal meccanismo della moneta unica. Perché?

Obiezioni abituali all’idea dell’uscita

I motivi sono molti, e profondi. E non sono soltanto quelli che si manifestano nelle affermazioni più abituali: “i rischi dell’uscita sono eccessivi”, “la svalutazione non risolve tutto”, “il neoliberismo non si identifica solo con l’euro”. E, in ogni caso, “non si può proporre ciò che propone la destra”.

Affermazioni a cui si può rispondere ricordando che se uscendo si rischia, restando si è certi di finire nel baratro. Che le risorse per impostare le vere soluzioni dei problemi italiani non potranno essere reperite fintanto che un Paese in deficit commerciale come il nostro avrà la stessa moneta di un Paese in surplus. Che l’euro è la più forte delle politiche neoliberiste perché fa apparire l’attacco al welfare e ai salari non come il frutto di una scelta ma come una necessità “naturale”. E infine che non è vero che la destra (italiana) propone l’exit: essa per ora annusa l’aria, dice e non dice, lancia qualche ballon d’essai. Ci da ancora un po’di tempo, quindi, per proporre la nostra versione dell’inevitabile uscita. E per rammentarci che sempre, quando vogliono realmente uscire dalla crisi del capitalismo, destra e sinistra tendono inevitabilmente ad occupare spazi contigui perché entrambe devono conquistare, per vincere, le classi che dalla crisi sono più colpite.

La destra non si è mai vergognata di appropriarsi delle parole d’ordine della parte avversa, facendone poi un uso alquanto…originale. Perché dovrebbe vergognarsene la sinistra, soprattutto quando quelle parole d’ordine appaiono di destra solo perché la stessa sinistra radicale, rincitrullita dal liberoscambismo, non le ha fatte proprie per tempo, mentre invece sono chiaramente coerenti con quanto scritto sulle vecchie e gloriose bandiere della sinistra stessa: controllo democratico della finanza, investimenti pubblici diretti, stato sociale, sovranità popolare?

Eppure non si riesce a farlo. Per il persistere di orientamenti politici e culturali magari nobili, ma ormai controproducenti. Ma anche per motivi molto più prosaici. Cominciamo dai primi.

L’Europa non è uno spazio ottimale



L’Europa, si dice, è l’unità territoriale minima per rendere efficace qualunque tipo di politica economica, e di politica tout court. Nel mondo contemporaneo, in cui si muovono giganti come gli Usa e i Brics, ogni entità politica più piccola dell’Unione europea sarebbe incapace di fare alcunché.

Nel gergo di noialtri comunisti questa tesi viene in genere riformulata così: poiché il “livello” del capitale è ormai continentale (in quanto la produzione è integrata su scala europea) il “livello” della lotta di classe non può che essere continentale anch’esso: questo è l’unico modo per controllare, almeno potenzialmente, catene del valore che ormai si estendono “dal Manzanarre al Reno”, e oltre.

Tesi, queste, non peregrine. In effetti l’Europa sarebbe davvero uno spazio economico-politico ottimale, così come sarebbe davvero opportuno poter agire dentro confini talmente ampi da contenere – e quindi controllare – le reti di produzione volutamente frammentate dal capitalismo. Ma il condizionale, qui, è davvero d’obbligo. L’Unione europea sarebbe uno spazio politico ottimale, ma non lo è, semplicemente perché è uno spazio che, proprio grazie all’euro, non consente nessun’altra politica che non sia quella funzionale alle necessità di accumulazione del capitale.

E’ uno spazio che non dà scelte, e che quindi consente solo politiche antipopolari. L’Unione europea non espande la sovranità popolare, non le consente di agire su scala più vasta, ma semplicemente la elimina: in basso assegnando agli Stati nazionali (ad eccezione dello Stato dominante, quello tedesco) il mero compito di disciplinare i lavoratori e di trasferirne i risparmi verso il capitale finanziario; in alto, sostituendo la sovranità sulla moneta con la sovranità della moneta (che è peraltro una moneta analoga a quella dello Stato dominante).

Quindi purtroppo l’idea di utilizzare lo spazio europeo per una politica di più ampio raggio non è realisticamente proponibile. Purtroppo bisogna ripiegare, ma non già su uno spazio esclusivamente nazionale, bensì su poli internazionali meno estesi dell’Unione europea (quale potrebbe essere il polo sudeuropeo) ma forse più capaci di proiezione esterna (verso l’area mediterranea, il Medio oriente ed i Brics) perché non più vincolati ad una moneta rigida come l’euro, che fa temere ad ogni potenziale alleato il rischio di finire strangolato da un debito inestinguibile.

E capaci, su questa base, non già di tagliare le reti produttive che li legano al resto d’Europa, ma di gestirle in maniera maggiormente negoziata. Purtroppo chi vuole costruire un vero Stato democratico europeo deve prima distruggere il semi-Stato attuale.

Perché non ci sentiamo nazione?


Non sono pochi gli europeisti di sinistra disposti a condividere, in tutto o in parte, quanto ho appena scritto. Ma subito dopo si fermano, atterriti da un ostacolo insormontabile: “non possiamo certo tornare al nazionalismo!”, “non possiamo certo isolarci dal mondo!”, e così via. Entra in gioco, qui, un caratteristica profonda della cultura del nostro Paese, ossia la persistente difficoltà dell’Italia a pensarsi come nazione.

Difficoltà comprensibile: la Repubblica democratica nasce proprio sulle ceneri di una velleitaria avventura nazionalista; lo sviluppo postbellico e l’improvviso benessere goduto dal Paese sono stati vissuti anche come effetto dell’apertura della nostra economia al mercato mondiale. Decisamente dipendente dall’estero per capacità militare, per fonti energetiche e materie prime, l’Italia si è volontariamente legata, come socio minore, all’alleanza atlantica ed ha fatto a lungo di necessità virtù, deponendo (per fortuna) ogni forma di sciovinismo, ed individuando sempre negli organismi internazionali la principale sede di decisione.

L’universalismo cattolico ed una versione sempre più soft dell’internazionalismo comunista hanno certamente rafforzato questa attitudine, il cui esito più concreto ed importante è stato individuato proprio nell’Unione europea, e nell’euro stesso. Sulla base di questa collocazione geopolitica subalterna e delle culture che l’hanno, ad un tempo, mascherata ed illusoriamente nobilitata, sono da noi attecchite ideologie che altrove hanno avuto assai minore fortuna: la diffusa convinzione che lo Stato nazionale non conti più nulla; la pretesa che esso possa essere felicemente superato dalle istanze sovranazionali e dall’autonomia del “sociale”; il globalismo che immagina un mondo piatto, privo di confini, dove gli scontri tra blocchi economico-politici sono soltanto un evitabile incidente di percorso; l’idea, infine, che siccome noi non ci comportiamo veramente come nazione nemmeno gli altri debbano farlo: da ciò la persistente illusione sul fatto che “alla fine” la Germania ed i suoi diretti satelliti rinunceranno alla loro gretta strategia mercantilistica e nazionalistica a favore dei nobili ideali del “mondo interconnesso”.

Tutto questo insistente chiacchiericcio viene oggi soverchiato dal fragore della crisi, che mostra la vera natura dell’Unione europea, la persistente importanza degli Stati forti nel gestire le gravissime turbolenze economiche, l’emergere di gravi conflitti tra i diversi blocchi mondiali. E, soprattutto, l’esaurimento della rendita di posizione che aveva consentito all’Italia di progredire dal punto di vista sia economico che sociale pur nel contesto di una subordinazione geopolitica.

E proprio questo è il punto: se la collocazione atlantica ci ha consentito, in passato, di situarci comunque in un’area economica espansiva (anche se ultimamente trainata solo dalla droga finanziaria), oggi questo non è più possibile. Anche l’idea di allontanarci dal rigorismo tedesco per beneficiare del “keynesismo” americano è illusoria: sia perché questo “keynesismo” è in realtà una bolla gigantesca, sia perché la strategia fondamentale degli Stati uniti è quella dell’estensione del più integrale liberoscambismo a tutta l’Europa (unita o meno), è quella della completa demolizione dei limiti posti al movimento dei capitali, e quindi cozza con le esigenze di un Paese come il nostro che, per ricostruire una base produttiva distrutta da decenni di rapine berlusconiane e di svendite prodiane, ha bisogno proprio di rendersi il più possibile autonomo dal capitale finanziario mondiale, di regolarne i movimenti, di riconquistare una capacità di manovra pubblica.

Una scelta difficile

L’Italia deve quindi riconoscere che non può più identificarsi senza riserve nelle istituzioni del capitalismo atlantico, ed in particolare nell’euro, pena il proprio crescente immiserimento. E che quindi deve costruire, insieme ad altri, un’autonoma posizione internazionale (di potenziale raccordo tra Nord e Sud, Ovest e d Est) come condizione di un’autonoma strategia di crescita civile interna.

La difficoltà nel liberarsi dell’euro e nell’immaginarsi senza Unione europea non è che il sintomo, a mio avviso, della sorda percezione e della subitanea rimozione di questo problema epocale, la cui soluzione imporrebbe una decisa e difficile cesura con la cultura politica e con la prassi della sinistra italiana, anche della parte migliore di essa. Difficile ma non impossibile. Se solo si diradasse la nebbia globalista in cui siamo immersi si vedrebbe che, dalla Comune di Parigi alla guerra antinazista dell’Unione Sovietica, dalla Resistenza italiana alle varianti latinoamericane del socialismo, nessuna grande esperienza di emancipazione sociale ha mancato di riferirsi in qualche modo alla nazione.

Si vedrebbe che quando il comando del capitale si presenta anche come distruzione o indebolimento dello Stato nazionale, la difesa dello spazio nazionale può essere una forma non di repressione, ma di ripresa della lotta di classe. Si vedrebbe che l’internazionalismo non è – appunto – globalismo, ma patto progressivo tra lavoratori che, avendo riconquistato protagonismo politico nel proprio spazio nazionale, possono proprio per questo costruire uno spazio più ampio, e così resistere in maniera più efficace alle dinamiche del capitalismo mondiale. E la nebbia in cui siamo immersi può essere diradata se le nuove, e peggiori, condizioni sociali imposte dalla crisi sono lette e spiegate da nuove, e migliori, idee sul futuro del Paese.

Rompere l’alleanza tra lavoro e capitale europeista


Ma la battaglia ideale non basta. Perché i motivi dell’insano attaccamento all’euro non sono semplicemente culturali, ma, come dicevo, anche molto prosaici. Più che l’attaccamento all’euro conta qui – passatemi l’espressione – la fame di “euri”. Quella del ceto politico PD, che trova linfa e sostegno nell’essere parte integrante del blocco dominante “eurista”. Ma anche quella del ceto sindacale che sopravvive grazie all’indiscussa accettazione della prospettiva europea, che comporta in cambio legittimazione, partecipazione ad enti bilaterali, alla gestione della formazione ed altro.

Ma anche quella di una parte delle associazioni civili (e dei movimenti di cui esse sono struttura portante) che pur seguitando a criticare in tutti i modi le idee neoliberiste, accettano senza batter ciglio le pratiche neoliberiste della governance, che implicano riduzione dello Stato, sussidiarietà, e, ovviamente finanziamento diretto (tramite fondi europei) delle associazioni stesse. Ma ciò che più importa è che, purtroppo, la traballante struttura dell’euro è sostenuta soprattutto dallo stesso blocco sociale che sostiene la sinistra, ossia da quei lavoratori della grande industria, del pubblico impiego e delle nuove professioni intellettuali, nonché dai pensionati, che, pur vedendo sempre più minacciata la propria relativa stabilità, temono che le inevitabili difficoltà dell’uscita dall’euro si riversino soprattutto sulle loro spalle.

Temono, insomma, più il futuro del presente. Mentre i lavoratori meno stabili ed i microimprenditori (che sono quasi sempre proletari costretti alla partita IVA), in stato di crescente disperazione, temono più l’oggi che il domani ed oscillano tra l’astensione e l’appoggio alla retorica antisistema – ed antieuropea – della destra. Dobbiamo quindi concluderne che i lavoratori cosiddetti garantiti sono gli avversari di oggi? Tutt’altro. Questo è proprio l’atteggiamento della destra, è l’atteggiamento di Grillo (ma non certo di tutto il M5S), che consiste nel mettere i lavoratori gli uni contro gli altri per poi fregarli tutti insieme, distruggendo ogni tipo di struttura sindacale e di autonomia politica. No. Noi dobbiamo ovviamente puntare sull’unità di tutti i lavoratori.

Ma dobbiamo anche riconoscere che, in determinati momenti storici, i lavoratori più deprivati sono gli unici capaci di scelte politiche radicali. E che quindi bisogna prendere le mosse proprio dall’organizzazione di questi lavoratori, dall’alleanza tra essi ed una parte delle piccole e medie imprese, dalla definizione di un programma per la rinascita economica e civile del Paese. E che successivamente bisogna, su questa base, riconquistare un rapporto unitario con la parte “forte”, ma in realtà sempre più debole, del lavoro, momentaneamente alleata col grande capitalismo europeista.

Anche il lavoro apparentemente stabile, infatti, è e si sente continuamente minacciato di declassamento sociale, e questa sensazione si accrescerà sempre di più. Dobbiamo accompagnarla chiarendo il ruolo negativo dell’euro e la possibilità di un’uscita a sinistra. Ossia di un uscita che non si traduca semplicemente in svalutazione ed inflazione (anche se la svalutazione ci è fisiologicamente necessaria ed anche se l’inflazione non consegue automaticamente, ed in misura proporzionale, alla svalutazione), ma comporti controllo dei capitali e dei prezzi, indicizzazione delle retribuzioni, nazionalizzazione del credito, ripresa della sovranità monetaria, quindi della politica industriale e quindi della stabilità occupazionale.

E comporti una rivendicazione della sovranità nazionale come condizione della sovranità popolare, e la rivendicazione di una nuova costruzione europea basata sul coordinamento graduale delle diverse economie, ma soprattutto su motivi più politici che economici: sulla scelta, cioè, di un ruolo di gestione cooperativa e pacifica dei conflitti mondiali.

Tutto questo si può fare. In fondo i lavoratori più disperati si rivolgono a destra perché nessuna sinistra ha offerto loro una pur minima speranza. E quelli meno disperati sostengono al momento il grande capitale europeista non solo perché hanno ancora qualcosa da perdere, ma anche perché nessuno ha mai offerto loro un’alternativa credibile. La speranza e l’alternativa potranno essere offerte soltanto da una formazione politica che capisca che “sinistra”, da sola, è una parola vuota che ben può associarsi a corruzione parlamentare, bellicismo, colpevole adesione culturale all’ideologia del più forte. La “sinistra senza aggettivi”, tanto cara a Niki Vendola; combina solo disastri: serve una sinistra che ritrovi gli aggettivi che la legano alle grandi ideologie di emancipazione popolare, al comunismo, al socialismo, allo stesso cattolicesimo sociale. Serve aver chiaro che non si tratta solo di “uscire a sinistra dall’euro”, ma di uscire dalla crisi del Paese con un inizio di strategia socialista.

martedì 12 novembre 2013

CHI DEVE EMETTERE MONETA? UNA CRITICA ALLA MMT di Alessandro Trinca

12 novembre. Come ogni teoria che pretenda di fornire soluzioni definitive alla crisi sistemica che viviamo, anche la Mmt (Teoria monetaria moderna) ha le sue criticità. Tra queste una riguarda il perno stesso attorno a cui ruota ogni teoria sulla moneta: a chi deve spettare la titolarità di emetterla? La Mmt, pur condannando i principi monetaristi adottati dall'Unione europea —per cui la Bce deve anzitutto seguire il dogma dell'inflazione zero—  difende infatti il modello anglosassone, nelle sue due principali varianti, quella inglese e quella americana — BoE e Fed sono pur sempre espressione di banchieri e azionisti privati.
Da questo primo punto ne deriva evidentemente un secondo —che solleva la questione del debito pubblico e della sua origine. Se l'emissione monetaria spetta ad una banca centrale privata, ne consegue che lo Stato è obbligato a farsi prestare da quest'ultima, al prezzo di un qualche interesse, la moneta necessaria al suo fabbisogno.
Trinca, nel contributo che qui pubblichiamo, contesta alla radice questa tesi e avanza quella che la creazione della moneta debba essere esclusivo monopolio dello Stato.

«Non sono totalmente d’accordo quando si afferma che “il debito pubblico è solo un fatto contabile” e provo a spiegare perché. Innanzitutto dobbiamo comprendere la differenza esistente tra uno stato che emette direttamente la sua moneta e uno stato in cui il potere di creare il denaro è attribuito ad una banca centrale sul modello FED, la Banca d’Italia di un tempo, ecc. 


Tralascio volutamente sia la condizione dei paesi dell’area Euro, che sappiamo tutti essere la più deleteria possibile, sia la distinzione tra Banca Centrale pubblica e privata poiché, pur comprendendo molto bene la differenza tra le due circostanze, ai fini del mio discorso questa differenza è in questa fase “trascurabile” in quanto in entrambi i casi esisterebbe ciò che oggi comunemente è chiamato “debito pubblico” e che se anche ridefinissimo con un altro nome, non cambierebbe la sua sostanza.

Veniamo al dunque: affermare (seppur correttamente) come fa la Mmt che se la banca centrale svolge un ruolo di sostegno diretto della al governo tramite la funzione di acquirente residuale dei titoli di stato, spariscono tutti i problemi, a mio avviso non è sufficiente perché in realtà se ne risolve solo una parte (quella legata al potenziale default dello stato e quella legata alla possibilità di spesa dello stesso), ma ne rimane un'altra altrettanto importante, e cioè quella legata:
- da un lato alla concentrazione di denaro e di potere;
- dall'altro all'obbligo implicito di continua espansione della base monetaria, che quindi di fatto viene sottratta al controllo governativo.


Questo perché, se da un lato è vero che lo stato potrà sempre onorare i propri pagamenti, è altrettanto vero che ciò potrà avvenire esclusivamente mediante la continua emissione di nuovo debito, che va ad aggiungersi al precedente —quando viene creato nuovo denaro tramite l'emissione di titoli di stato, la quota necessaria a coprire l'interesse su tali titoli non viene creata contemporaneamente e ciò comporta necessariamente che l'offerta di moneta dovrà sempre crescere esponenzialmente solamente per coprire l'interesse dovuto sul denaro già esistente.


La prima conseguenza di questo meccanismo è esattamente quello che è accaduto negli Stati Uniti sia l’anno scorso che un mese fa e che probabilmente accadrà di nuovo a febbraio e cioè la possibilità di operare un ricatto politico da parte del Congresso che, come ben sappiamo, è super infiltrato dai poteri finanziari. Questo significa che, anche se per ipotesi riuscisse a diventare Presidente un "uomo etico" che si ponesse come obiettivo il risanamento della società, avrebbe le mani legate. Diverso sarebbe se l’emissione monetaria avvenisse senza debito perché questo darebbe pieno potere decisionale al Governo, eliminando possibili ricatti.


La seconda conseguenza è che, seppur è vero che uno stato potrebbe ipoteticamente decidere di non porsi un tetto al debito, è altrettanto vero che, poiché il denaro è creato dalla Banca Centrale, l'offerta di moneta dovrà necessariamente sempre crescere esponenzialmente solamente per coprire l'interesse dovuto sul denaro già esistente.
Prendendo sempre l’esempio degli USA, le cifre della Federal Reserve confermano che dal 1959, anno in cui la Fed ha iniziato a fornire i dati, l'M3 è raddoppiato, e anche più, ogni 14 anni. Ciò significa che, ogni 14 anni, le banche convogliano in interessi tanto denaro quanto ne era presente nell'intera economia 14 anni prima.


Questo genera un arricchimento spropositato dei banchieri internazionali. Infatti ogni anno centinaia di miliardi di dollari di profitti vengono fatti dagli istituti bancari prestando denaro ai governi (tramite la compravendita di titoli di stato). Ad esempio, è notizia recente che La BCE ha tagliato il costo del denaro al livello storico dello 0,25%. Ebbene, questo denaro verrà ceduto a banche private (appunto ad un costo irrisorio) e verrà utilizzato prevalentemente per acquistare titoli di stato che rendono circa il 4,10% e questo dal mio punto di vista è inaccettabile!!!


Pertanto, anche se è giusto e doveroso spiegare che da un punto di vista tecnico un debito di questo tipo non rappresenta un problema in termini di solvibilità, è altrettanto giusto e doveroso comprendere le implicazioni in termini di potere (con potenziali ricatti politici) e concentrazione di denaro che questo sistema comporta.


Il problema del debito pubblico semplicemente è quello di non poter essere fermato con il sistema corrente. Il debito pubblico è stato matematicamente progettato per espandersi per sempre!

Vediamo invece come sarebbe un sistema nel quale la proprietà della moneta appartiene realmente allo Stato e quindi l’emissione avviene completamente senza debito, così da poter valutare se si tratta solo di sottigliezze o se veramente ci sono delle differenze sostanziali:



(1) se il governo emettesse moneta senza debito, potrebbe esserci un debito pubblico pari a zero;
(2) se il debito pubblico non ci fosse, non esisterebbe neanche la spesa per gli interessi passivi sullo stesso che, come ben sappiamo, è la parte di spesa più negativa perché non è legata a beni e servizi reali. Sempre con riferimento agli USA, il governo ha speso oltre 413 miliardi di dollari in interessi sul debito nazionale durante il solo anno fiscale 2010. Questo denaro è stato trasferito a ricchi banchieri internazionali e di altri governi stranieri. È inoltre in fase di proiezione che il governo degli Stati Uniti pagherà 900 miliardi di dollari solo in interessi sul debito nazionale entro l’anno 2019.
(3) se il governo potesse emettere moneta senza debito, non ci sarebbe nemmeno bisogno di un dibattito sul “tetto del debito” e quindi non sarebbe possibile ricattare il governo!!!
(4) se il monopolio della creazione del denaro fosse nelle mani dello Stato anziché in quelle delle banche centrali, le grandi banche commerciali non potrebbero arricchirsi a dismisura in brevissimo tempo come accade ora. Sappiamo bene infatti che negli ultimi anni la Federal Reserve ha dato enormi quantità di denaro quasi senza interessi alle grandi banche di Wall Street, che hanno poi cominciato a prestarlo al governo ad un tasso molto più elevato di rendimento (un po’ quello che avveniva in Italia ai tempi di Spaventa, episodio che ha portato lo stesso Mosler ad interessarsi al nostro paese!). La cosa mi sembra molto simile a quello che accade in Europa ora che la BCE ha ridotto il costo del denaro quasi a zero!;
(5) l’emissione di moneta a debito, come ho detto prima, comporta obbligatoriamente una parte di spesa (quella relativa agli interessi passivi) non collegata a beni e servizi reali e ciò comporta un’inflazione quasi automatica o per lo meno aumenta notevolmente il rischio di inflazione progressiva; mentre nel caso di moneta emessa senza debito l’inflazione dipenderebbe quasi esclusivamente dalle scelte governative in merito alla qualità della spesa, eliminando così la componente inflattiva quasi automatica, come dovrebbe giustamente essere in uno stato sovrano.

Vengo ora ad un altro aspetto che ritengo strettamente collegato a quanto detto finora e altrettanto cruciale: la gestione dell’intero sistema bancario.

Per farmi capire, parto dall’affermazione di Mathew Forstater : «Una volta raggiunta la piena occupazione non si dovrebbe permettere al deficit di aumentare. Quando l’economia è a regime di piena occupazione ogni ulteriore incremento della domanda aggregata non migliora la produttività ma anzi crea inflazione». Sottoscrivo pienamente!
E proprio per questo affermo con molta convinzione che deve assolutamente essere eliminata la possibilità per qualsiasi soggetto diverso dallo Stato di inventare moneta dal nulla! Mentre oggi le banche cosiddette commerciali hanno questo potere (ogni volta che concedono un prestito inventano nuovo denaro)!


Pur trattandosi di un tipo di denaro diverso da quello creato dallo stato —dal punto di vista del cittadino quest'ultimo è moneta ad alto potenziale, mentre l'altro è un credito bilanciato da un debito, in quanto i prestiti vanno restituiti—, ciò comporta in ogni caso l'aumento di liquidità in circolazione il quale sottrae il controllo della base monetaria allo Stato, che quindi avrà molta difficoltà a gestire la spesa pubblica senza generare inflazione. 


Immaginiamo la situazione descritta da Forstater, in cui in un determinato momento lo Stato valuti che la moneta in circolo è sufficiente a garantire la piena occupazione e che quindi decida di non fare ulteriore deficit. Il sistema bancario potrebbe decidere di elargire una massiccia quantità di prestiti inondando di liquidità il paese (ed è molto probabile che metterebbe in atto una strategia del genere per contrastare uno stato che stia tentando di riprendersi la propria sovranità!!).

Ciò inoltre contribuisce enormemente al meccanismo di concentrazione di capitale e potere: il potere di creare denaro concesso al sistema bancario, infatti, ha contribuito fortemente alla costituzione delle multinazionali, che invece avrebbero avuto per lo meno qualche difficoltà in più se tutto il meccanismo di creazione del denaro stesso fosse gestito dal potere pubblico.


Quindi, premesso che l’attività di concessione del credito è fondamentale nell’economia di un paese (oggi il cosiddetto credit crunch oggi sta soffocando tantissime attività produttive), va ridefinito tutto il sistema bancario, innanzitutto reintroducendo la legge che separi le banche commerciali dalle banche d'affari e speculazione, per tutelare i risparmi dei cittadini, ma prevedendo anche l’eliminazione del potere di creare denaro dal nulla per gli istituti bancari privati.


In virtù del principio sopraesposto, secondo il quale lo Stato deve essere l’unico monopolista legale di creazione/emissione del denaro, le banche commerciali potranno concedere prestiti solo mediante l’utilizzo di capitale proprio, avendo quindi l’obbligo di mantenere una riserva del 100% o sottoscrivendo accordi con i propri correntisti che decidessero di partecipare all’attività di concessione del credito tramite i propri risparmi.
L’attività di prestito attraverso nuova creazione di denaro (ad. esempio la concessione di mutui o le aperture di credito alle imprese ecc.) verrà svolta direttamente dallo Stato, attraverso Istituti pubblici.
In questo modo lo Stato stesso potrà coordinare questa attività con quella di emissione primaria, evitando pericolosi rischi in termini di inflazione, concentrazione di denaro e di potere.

In conclusione affermo che non può e non deve esistere un meccanismo che permetta ad alcuni soggetti di interferire con la piena sovranità monetaria dello Stato, perché altrimenti questi soggetti comanderanno il mondo».

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