mercoledì 4 luglio 2018

TASSE: LA NOSTRA PROPOSTA di Leonardo Mazzei

[ 4 luglio 2018]


AD OGGI I 5 SCAGLIONI DELL'IRPEF


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Tra flat tax ed austerità fiscale un'alternativa c'è

Settembre non è lontano, e la discussione sulla prossima Legge di Bilancio è già cominciata. Le scelte del governo andranno valutate anzitutto dallo schema macro-economico proposto, in pratica dall'entità della rottura con i vincoli europei, quelli accettati dai governi precedenti. Ci sarà un'inversione vera rispetto alle politiche austeritarie, o si andrà avanti con il modello renziano della richiesta di "maggiore flessibilità"? In realtà, la seconda possibilità equivarrebbe ad un prematuro suicidio politico. Ci sembra perciò improbabile, ma vedremo.

Se sarà rottura, saranno concretamente sul tavolo tante cose: dalla Fornero, alle prime misure a sostegno dei redditi delle fasce più povere; dal rilancio della domanda interna e degli investimenti pubblici, fino al possibile intervento sull'Irpef. E' di quest'ultima questione che ci occupiamo in questo articolo.

Chi scrive ha già detto in abbondanza sull'assoluta negatività della flat tax. Ora, è vero che l'ipotesi contenuta nel programma di governo si articola su due aliquote anziché una, ma la sostanza non cambia. Possiamo anche immaginare come qualcuno nel governo - in un'ottica liberista, ma comprensibile - veda la flat tax come strumento utile ad attrarre capitali nel momento in cui ci si prepara allo scontro con l'UE. Ma rimane la negatività sociale, ed in ultimo anche economica, di una tassazione così appiattita. E rimane l'assoluta incostituzionalità di un progetto che colpirebbe a morte quanto previsto dall'art.53 sulla progressività del sistema tributario 

Detto questo, sbaglieremmo però a limitarci ad un semplice no a quanto scritto nel cosiddetto "contratto". «Di fronte a questo disegno la risposta più tragica è quella che viene dalla "sinistra" europeista, che nella sostanza sa solo replicare che le tasse non si possono in alcun modo ridurre in ossequio alle regole del Dio Euro». Così scrivevamo un anno fa, quando la flat tax era solo una proposta che non sembrava avere grandi possibilità di realizzazione. Una considerazione ancor più attuale oggi, quando la discussione va facendosi invece concreta.

Ma dove sta scritto che l'alternativa sia solo tra la liberista flat tax e, dall'altro lato, il proseguimento di un'austerità fiscale che certo non fa bene all'economia italiana? Attenzione, insomma, a non cadere nel tranello delle èlite. L'ipotesi di ridurre la pressione fiscale agendo sull'Irpef non è sbagliata in sé. Sbagliato è il come ci si propone di farlo.

Entriamo dunque nel merito. La flat tax è sbagliata ed indifendibile per almeno tre motivi: la sua iniquità sociale, la sua incostituzionalità, la sua inadeguatezza ai fini macroeconomici per cui è stata pensata. Sui primi due punti non c'è bisogno di particolari discorsi. Sul terzo va detto che l'idea di dare di più a chi più ha, poiché spendendo di più gioverebbe all'economia in generale, non ha alcun riscontro concreto. Anzi, è piuttosto vero il contrario, poiché - per evidenti motivi - sono proprio le fasce più ricche quelle che tendono a tesaurizzare il maggior reddito anziché spenderlo. L'esatto contrario di quel che avviene negli strati più poveri della popolazione. Ne consegue che anche dal punto di vista macroeconomico, non solo dunque da quello della giustizia sociale, proprio questi ultimi debbano essere privilegiati da una politica fiscale che voglia rilanciare la domanda interna.

Questo in generale, ma certo non abbiamo la pretesa che questa nostra visione possa diventare la linea del governo. Il quale però dovrà stare bene attento ad una mossa che finirebbe per eroderne pesantemente gli stessi consensi, tutt'oggi in forte crescita. Anche il governo ha dunque bisogno di cambiare strada, abbandonando e rivedendo in profondità quanto scritto nel programma concordato a maggio.

Veniamo allora ad una modesta proposta capace di tenere assieme gli effetti macroeconomici pensati da chi insiste sulla flat tax, con le esigenze politiche, economiche e sociali già richiamate.

La premessa è che - purché accompagnata da un insieme di misure anti-austeritarie e da uno sganciamento dai vincoli europei a tutela della spesa sociale - una significativa riduzione dell'Irpef possa effettivamente avere un positivo effetto-choc sull'economia italiana. La proposta è quella di abbassare mediamente di 5 punti (magari in due tranche di 3 punti il primo anno, di altri 2 il secondo) tutte le attuali aliquote dell'Irpef.

Tenendo presente che ogni punto di riduzione equivale a circa 8 miliardi di euro, avremmo così un abbattimento della pressione fiscale di un punto e mezzo il primo anno, di due e mezzo il secondo, facendola così scendere al 40% sul Pil rispetto all'attuale 42,5%.

Abbiamo parlato di abbassamento medio di 5 punti, perché al fine di mantenere una decente progressività la riduzione dovrebbe privilegiare le fasce più basse. Ad esempio, lo schema potrebbe essere questo: 


- scaglione fino a 15mila euro: passare dal 23 al 15%
- scaglione tra 15mila e 28mila euro: passare dal 27 al 21%
- scaglione tra 28mila e 55mila euro: passare dal 38 al 33%
- scaglione tra 55mila e 75mila euro: passare dal 41 al 38%
- scaglione oltre i 75mila euro: passare dal 43 al 40%


In questo modo, ad una generalizzata riduzione delle tasse, corrisponderebbe il mantenimento del principio della progressività del prelievo fiscale, che anzi si rafforzerebbe in qualche misura, portando il differenziale tra la fascia più bassa e quella più alta al 25% rispetto al 20% attuale.

Questa proposta contiene anche il vantaggio della semplicità. Che non è poca cosa, visto che invece l'idea della flat tax viaggia assieme ad un'ipotesi - al momento tutt'altro che chiara - di abbattimento di gran parte dei benefici fiscali (deduzioni e detrazioni) previsti dall'attuale legislazione.

Non che intervenire su questa autentica giungla sia in sé sbagliato. Anzi, vi sono benefici che assomigliano tanto ad ingiustificabili privilegi, ma ve ne sono anche altri assolutamente positivi e da mantenere. Si pensi, solo a titolo di esempio, a quelli che favoriscono le ristrutturazioni edilizie e gli interventi antisismici. Si tratta dunque di una materia ampia e complessa, sulla quale appare più opportuno un intervento meglio ponderato.

Stesse considerazioni vanno fatte sul proposito di passare da una tassazione personale ad una su base famigliare. Questo non perché un tale intendimento sia da rifiutarsi a priori, ma perché una soluzione frettolosa ad una questione così delicata rischierebbe di aprire un contenzioso giuridico sulla materia. E non se ne avverte proprio il bisogno.

La nostra modesta proposta - certo in sé non esaustiva della vasta materia fiscale (oltretutto non c'è solo l'Irpef!) - ha il vantaggio dell'immediata applicabilità, del non esporsi a ricorsi, dell'essere inattaccabile sul piano politico, togliendo all'opposizione sistemica Pd-Forza Italia ogni possibile argomento.

Forse qualcuno dovrebbe riflettere meglio.

«DECRETO DIGNITÀ»: UN PASSO NELLA GIUSTA DIREZIONE di Stefano Fassina

[ 4 luglio 2018 ]

Le modeste ma importanti ( perché indicano che c'è un'inversione di marcia) tutele contro la precarizzazione del lavoro, contro le delocalizzazioni (quindi contro il mercato unico della Ue) e il gioco d'azzardo introdotte col "Decreto Dignità" hanno fatto imbufalire la Confindustria col codazzolo di servi e liberisti che urlano: "si punisce l'impresa! Non è coi decreti che si risolvono i problemi, ma con la crescita". Tradotto: "lasciamo fare il mercato, cioè il capitale, e fuori la politica". Non interessa a questi signori che il 90% delle assunzioni (col Jobs Act) sia a tempo determinato, che il capitale usi gli esseri umani come cose, non interessano loro i diritti lesi dei lavoratori. E a sinistra? Con fette di prosciutto sugli occhi, quasi tutti a rimorchio dell'élite. Il solo che abbia sale in zucca è Stefano Fassina...
Riportiamo l'intervista che egli ha rilasciato a Valerio Valentini, pubblicata da IL FOGLIO del 3 luglio.



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Roma. “C’era, ai tempi delle Frattocchie, l’analisi differenziata dell’avversario”. Ed è a quell’insegnamento che Stefano Fassina, deputato di LeU, classe ’66, che la vecchia scuola del Pd ha fatto in tempo a frequentare prima della chiusura nel 1993, si rifà quando gli si chiede un giudizio sul governo grillo-leghista. “Bisogna distinguere”, dice. 
«Bisogna fare un’opposizione differenziata, rinunciando a facili, liquidatori giudizi. Se la sinistra italiana si ostina a definire come fascista questo esecutivo, e dunque a schierarsi, come fa Calenda, a difesa degli interessi dei più forti formando un Fronte repubblicano, continuerà a perdere voti e consensi, continuerà ad essere vista come una forza delle élite lontana dal popolo e dalle periferie del disagio».
E dunque, se distinguere si deve, ecco che secondo Fassina “LeU dovrebbe sostenere il decreto dignità”. Quello, cioè, presentato ieri da Luigi di Maio con l’obiettivo dichiarato di contrastare il precariato. 
Col JOBS ACT....
«Mi sembra — osserva Fassina — che il decreto si muova nella giusta direzione, anche se su alcuni punti si può e si deve pretendere più coraggio. È sacrosanto, ad esempio, il contrasto contro la pubblicità al gioco d’azzardo. Ed è condivisibile pure l’introduzione delle multe alle aziende che, dopo avere ricevuto agevolazioni fiscali dallo stato, delocalizzano. Qui, però, bisognerebbe introdurre delle sanzioni per chi trasferisce la sede delle sue aziende all’estero, anche se non ha ricevuto aiuti”.
Positivo, ma perfettibile, anche l’approccio di Di Maio sulla riforma dei contratti a termine. 
«L’intento è buono — riflette Fassina — ma i provvedimenti rischiano di essere controproducenti. Innanzitutto, la causale deve valere anche per il primo contratto: altrimenti al datore di lavoro converrà ogni volta cercarne uno nuovo, di lavoratore. Soprattutto in virtù del fatto che vengono introdotte le maggiorazioni sui rinnovi. Anche quelle vanno eliminate, altrimenti finiranno per disincentivare la prosecuzione del rapporto di lavoro. E dunque degli emendamenti dovremo farli”, spiega Fassina, “ma credo che dovremmo essere bendisposti, noi di LeU, verso questo decreto».
Anche a patto, quindi, di legittimare “da sinistra” un governo che, sulle questioni legate all’accoglienza e ai diritti civili sembra piuttosto orientato a destra? 
«Ovvio che io non condivido quello che dice Matteo Salvini sui migranti, o Lorenzo Fontana sulla famiglia. Ma sulle questioni del lavoro, questo è un esecutivo che guarda indiscutibilmente a sinistra. Pertanto, se non riusciamo a discernere tra ciò che, nell’operato di questo esecutivo, è giusto, da ciò che invece giusto non è, alla fine regaleremo ulteriori fette di disagio sociale al Carroccio».
Per questo, quando sente Di Maio parlare della necessità di “smantellare il Jobs Act”, Fassina ammette di provare «soddisfazione, da un lato, ma soprattutto rabbia. La rabbia
cioè, che nasce dal constatare che il Pd, cioè la parte politica da cui pure io provengo, ha aggravato terribilmente le condizioni dei lavoratori». Lo certificano, a giudizio del deputato di LeU, anche i dati odierni dell’Istat. Dati che, in verità, testimoniano di una disoccupazione ai minimi dal 2012.
«Ma ha ragione Di Maio — ribatte Fassina — quando dice che quei numeri certificano il record del precariato, non del lavoro».
Quanto al Pd, e alla tribolata transizione che sta vivendo, Fassina si stringe nelle spalle. Dice che non vede «alcuna seria novità all’orizzonte: solo riposizionamenti interni, senza alcuna presa di consapevolezza. E l’inspiegabile entusiasmo dei renziani di queste ore sta lì a dimostrarlo».

martedì 3 luglio 2018

L'ITALIA VA FUORI: LO DICE STIGLITZ

[ 3 luglio 2018 ]

Non lo troverete sulla stampa di regime...
Voci dall'estero ha tradotto e pubblicato un importante articolo del Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz su Politico affronta senza più giri di parole il tema dell’uscita dell’Italia dall’euro. Date le resistenze tedesche a riformare (radicalmente) l’eurozona come sarebbe necessario per salvare la moneta unica, all’Italia restano poche alternative all’uscita, se non vuole sprofondare nell’inferno greco. Alcune delle misure che Stiglitz propone sono evidentemente discutibili —rimandiamo su questo all'articolo di Mazzei — ma egli sostiene che malgrado l’Italia per ora si sia impegnata a restare nell’euro, le cose possono cambiare rapidamente.


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COME SI ESCE DALL'EURO
di Joseph Stiglitz, 26 giugno 2018

Qual è il modo migliore per uscire dall’euro? La domanda torna sul tavolo dopo la nascita del governo euroscettico in Italia. Sì, è vero che i principali ministri si sono impegnati a mantenere il paese nel blocco europeo della moneta unica, ma questi impegni non devono essere visti come immutabili. Devono essere considerati nel contesto più ampio della posizione contrattuale italiana. Il nuovo governo vuole chiarire che non è lì per far saltare tutto per aria. Preferirebbe restare nell’eurozona, ma vuole anche il cambiamento.

I nuovi leader italiani hanno ragione nel ritenere che l’eurozona abbia assolutamente bisogno di una riforma. L’euro è stato difettoso fin dalla sua origine. Per paesi come l’Italia, l’euro ha tolto due meccanismi fondamentali di aggiustamento: il controllo sui tassi di interesse e il tasso di cambio. E al posto di sostituire questi meccanismi con qualcos’altro, l’euro ha introdotto rigidi parametri sul debito e sul deficit, cioè ulteriori impedimenti alla ripresa economica.

Il risultato per l’intera eurozona è stato quello di una minore crescita, soprattutto per i paesi più deboli. L’euro avrebbe dovuto, nelle intenzioni, portare grande prosperità, e questo avrebbe dovuto rinnovare gli impegni verso l’integrazione europea. In realtà ha fatto proprio l’opposto. Ha aumentato le fratture all’interno dell’Unione europea, soprattutto tra creditori e debitori.

Le spaccature che ne sono risultate hanno reso più difficile risolvere anche gli altri problemi, e in particolare la crisi dell’immigrazione, sulla quale le regole europee impongono un peso eccessivo ai paesi di frontiera che ricevono i migranti, come la Grecia e l’Italia. Oltretutto questi sono due paesi con problemi di debito, già piegati dalle difficoltà economiche. Non sorprende vedere una ribellione.

Le resistenze tedesche


Cosa si debba fare è ben chiaro. Il problema è la riluttanza tedesca nel farlo.

L’eurozona ha riconosciuto già da molto tempo la necessità di un’unione bancaria. Ma Berlino insiste nel posticipare la riforma chiave che servirebbe per questo – quella di una garanzia comune sui depositi – che ridurrebbe le fughe di capitali dai paesi più deboli: la fuga di capitali è un fattore chiave nello spiegare la profondità della recessione nei paesi in crisi.

Le politiche economiche adottate dalla Germania al proprio interno aggravano i problemi dell’eurozona. La sfida economica principale dei paesi in un’unione monetaria è la loro impossibilità di aggiustare il tasso di cambio quando questo è disallineato. In eurozona, il peso dell’aggiustamento viene oggi imposto ai paesi debitori, che già stanno soffrendo di bassa crescita e bassi redditi. Se la Germania adottasse una politica fiscale e dei redditi più espansiva, alcune delle pressioni sui paesi debitori sparirebbero.

Se la Germania non vuole intraprendere i passi fondamentali per migliorare l’unione monetaria, potrebbe adottare la seconda miglior scelta, quella di uscire dall’eurozona. Come ha detto George Soros, la Germania deve guidare la situazione oppure deve uscire. Con la Germania (ed eventualmente altri paesi dell’Europa del nord) fuori dall’unione monetaria, il valore dell’euro scenderebbe, facendo aumentare le esportazioni dell’Italia e degli altri paesi dell’Europa del sud. La maggiore fonte di disallineamento scomparirebbe. Al tempo stesso l’aumento del tasso di cambio della Germania darebbe un grosso contributo a correggere uno dei principali fattori destabilizzanti dell’economia globale: lo squilibrio commerciale tedesco.


Perché uscire


Il problema, ovviamente, è che la Germania si ostina a rifiutare di intraprendere qualsiasi dei due percorsi. Questo lascia i cittadini di paesi come la Grecia e l’Italia con una scelta che non vorrebbero dover prendere, quella tra l’appartenenza all’eurozona e la prosperità economica.

Un timido e inesperto governo greco ha scelto di restare nell’unione monetaria. Il risultato è stato quello della stagnazione. Nel 2015 il PIL greco era già crollato del 25 percento rispetto al picco pre-crisi. Da allora non si è praticamente mosso.

L’Italia ha ora l’opportunità di fare una scelta diversa. In assenza di riforme significative, i benefici di un’uscita dell’Italia dall’euro sarebbero evidenti e notevoli.

Un tasso di cambio più basso permetterebbe all’Italia di esportare di più. I consumatori cambierebbero i prodotti di importazione con prodotti made-in-Italy. I turisti troverebbero il paese più conveniente come destinazione. Tutto questo stimolerebbe la domanda e aumenterebbe il gettito fiscale di cui il governo può disporre. La crescita aumenterebbe, i livelli di disoccupazione dell’Italia (all’11,2 percento, con il 33,1 percento di disoccupazione giovanile) scenderebbero.

Ci sono, certo, anche altre ragioni dietro le difficoltà economiche italiane, e queste sarebbero solo parzialmente risolte da un’uscita dall’euro. Governi come quelli del presidente USA Donald Trump, o dell’ex Primo Ministro italiano Silvio Berlusconi – che non hanno alcuna comprensione delle vere basi di una crescita sostenibile nel lungo termine – non forniscono la leadership politica necessaria per una crescita forte e sostenibile.

Al tempo stesso, però, la crescita fiacca e la disuguaglianza che l’Italia ha avuto come risultato dell’appartenenza all’euro porta quasi inevitabilmente terreno fertile a tali populisti.

Ci sarebbero anche altri benefici politici. Una Italia più prospera potrebbe più facilmente cooperare in aree chiave nelle quali l’Europa ha bisogno di un lavoro coordinato: l’immigrazione, le forze di difesa europee, le sanzioni alla Russia, le politiche commerciali.

Le politiche sul commercio e sull’immigrazione portano benefici all’intero paese, ma ci sono anche quelli che possono perderci, e i vincoli fiscali dell’eurozona hanno reso praticamente impossibile fornire a questi ultimi tutele adeguate. Un’Italia fuori dall’eurozona potrebbe meglio beneficiare delle proprie politiche internazionali, e al tempo stesso ridurre le sofferenze che queste potrebbero portare come effetto collaterale.

Come farlo

La sfida, naturalmente, è quale sia il modo migliore per uscire dall’eurozona minimizzando i costi economici e politici. Un’ampia ristrutturazione del debito, condotta con speciale attenzione alle conseguenze che avrebbe per le istituzioni finanziarie interne, sarebbe essenziale. Senza una tale ristrutturazione, il peso del debito denominato in euro salirebbe, annullando forse una gran parte dei potenziali vantaggi.

Queste ristrutturazioni del debito sono una parte normale delle ampie svalutazioni. Talvolta vengono fatte tranquillamente e silenziosamente, come quando gli USA sono usciti dal gold standard. Talvolta invece sono fatte più apertamente, come nei casi di Islanda e Argentina, tra gli strepiti dei creditori. Tuttavia queste ristrutturazioni del debito vanno viste come un rischio intrinseco nel momento in cui si decide di investire all’estero, e sono una delle ragioni per le quali i titoli “stranieri” di solito fruttano un premio di rischio.

Da un punto di vista economico la cosa più semplice sarebbe che le entità italiane (governo, imprese e singoli individui) ridenominassero semplicemente il debito da euro a nuova lira. Ma a causa delle complessità legali all’interno della UE, e a causa dei vincoli internazionali dell’Italia, potrebbe essere preferibile attuare una super amministrazione controllata, ricorrendo alla ristrutturazione del debito per qualsiasi entità per la quale la nuova moneta presenti seri problemi economici. La legge fallimentare rimane un’area a totale discrezione di ciascuno dei singoli paesi membri della UE.

L’Italia potrebbe perfino decidere di non annunciare la propria uscita dall’euro. Potrebbe semplicemente emettere dei titoli (diciamo equiparabili a titoli del debito pubblico) accettati come mezzo di pagamento per qualsiasi obbligazione denominata in euro. Una diminuzione del valore di questi titoli equivarrebbe a una svalutazione. Questo ripristinerebbe al tempo stesso la possibilità di una politica monetaria in Italia: i cambi di politica della banca centrale influenzerebbero il valore dei titoli.

Urla e proteste
Certo, ci sarebbero urla e proteste da parte di altri paesi dell’eurozona. L’introduzione di una moneta parallela, anche in modo informale, violerebbe quasi sicuramente le regole dell’eurozona e sarebbe certamente contro il suo spirito. Ma in questo modo l’Italia potrebbe lasciare agli altri paesi la scelta di una eventuale espulsione dall’eurozona.

Roma potrebbe approfittare della situazione dato che i litigiosi membri dell’unione monetaria potrebbero anche non intraprendere mai una tale azione forte, azione che confermerebbe palesemente che l’eurozona è compromessa. A quel punto l’Italia avrebbe vinto tutto. Resterebbe dentro l’eurozona e al tempo stesso avrebbe fatto una svalutazione.

E se anche l’Italia dovesse perdere questa scommessa, il peso politico della sua uscita dall’eurozona ricadrebbe chiaramente sui suoi “partner”. Sarebbero loro, infatti, a dover fare l’ultimo passo.

La Grecia si è arresa e si è lasciata strangolare dalla Banca Centrale Europea. Ma non era costretta a farlo. Atene era già avanti nella creazione dell’infrastruttura (un meccanismo di pagamenti elettronici in una nuova dracma) che avrebbe facilitato la transizione verso l’uscita dall’eurozona.

Gli avanzamenti tecnologici nel corso degli ultimi tre anni hanno reso molto più semplici ed efficaci i sistemi di creazione di moneta elettronica. Se l’Italia decidesse di usare uno di questi, non dovrebbe nemmeno preoccuparsi delle difficoltà legate alla stampa di nuova moneta cartacea.

L’Italia potrebbe anche attenuare alcuni dei problemi dell’uscita se si coordinasse, in una tale mossa, con altri paesi che si trovano nella sua stessa posizione.

L’ampio ed eterogeneo gruppo di paesi che compone ora l’eurozona è ben diverso da ciò che gli economisti definiscono area valutaria ottimale. C’è troppa diversità, troppe differenze, per farla funzionare senza quel miglioramento istituzionale sul quale la Germania ha già messo il veto.

L’eurozona del sud da sola sarebbe molto più simile ad un’area valutaria ottimale. E se può essere difficile coordinare l’uscita di molti paesi in poco tempo, dopo una eventuale ed efficace uscita dell’Italia dall’euro, quasi certamente altri paesi la seguirebbero.

Costi e benefici
A dire il vero non si devono nemmeno sottostimare i costi di un’ampia svalutazione. Qualsiasi grosso cambiamento in una variabile fondamentale dell’economia implica una forte perturbazione.

Il prezzo della valuta è, ovviamente, cruciale in un’economia aperta. Ha degli effetti a catena sui prezzi di tutti gli altri beni e servizi. Alcune, forse molte, aziende andranno in bancarotta. Alcuni, forse molti, individui vedranno diminuire i propri redditi reali.

Ma è altrettanto importante non sottostimare i costi dell’attuale situazione italiana. Se l’Italia fosse cresciuta come il resto dell’eurozona negli ultimi 20 anni, cioè da quando l’euro è stato creato, oggi il suo PIL sarebbe del 18 percento più alto.

Il costo della disoccupazione a lungo termine, specialmente tra i giovani, è enorme. I giovani tra i 20 e i 30 anni dovrebbero accrescere la propria professionalità lavorando. E invece se ne restano a casa a non far nulla, e molti nutrono risentimenti verso quelle élite e istituzioni alle quali attribuiscono la propria condizione. Ciò che ne risulta è una mancanza di formazione di nuovo capitale umano, e questo pesa negativamente sulla produttività per gli anni a venire.

In un mondo ideale l’Italia non dovrebbe essere costretta a uscire dall’eurozona. L’Europa potrebbe invece riformare l’unione monetaria e fornire una protezione migliore per quelli che sono negativamente colpiti dalle disposizioni sul commercio e sull’immigrazione.

Ma in assenza di un cambio di direzione della UE nel suo insieme, l’Italia deve ricordarsi che esiste un’alternativa alla stagnazione economica e che ci sono modi di uscire dall’eurozona tali che i benefici superano molto probabilmente i costi.

Se il nuovo governo italiano sarà in grado di gestire una tale uscita, l’Italia starà meglio. E starà meglio anche il resto d’Europa.

FASCISTI AL GOVERNO...CON DIGNITÀ di Sandokan

[ 3 luglio 2018 ]

Dunque il governo ha approvato il cosiddetto "Decreto Dignità". La migliore scheda su quanto esso contempla è secondo noi quella de LA STAMPA.

Non mi soffermo quindi sui suoi specifici aspetti, le sue tecnicalità. Vorrei dare un giudizio politico di massima. 

Ed è questo: per quanto non rovesci la logica neoliberista della precarizzazione del lavoro, iniziata nel 1997 col "Pacchetto Treu" —governo Prodi con Rifondazione dentro! — e finita col Jobs Act, il "Decreto Dignità" rappresenta una prima e simbolica inversione di marcia. Anzitutto perché rende più complesso licenziare senza "giusta causa", quindi per la stretta sui contratti a termine ed infine perché punisce le aziende che delocalizzano all'estero.

Confindustria e padroni si lamentano: "Non è coi decreti che si crea il lavoro"; "Il decreto rivela un atteggiamento punitivo verso le aziende"; "il governo ci mette i bastoni tra le ruote"; "Ci troviamo difronte ad un approccio dirigistico stile Prima Repubblica", "siamo un'economia export-oriented e dobbiamo competere" (a spese di chi lavora s'intende!).

Mi viene in mente la massima di un vecchio compagno operaio: «Per non sbagliarci, dobbiamo fare sempre il contrario di quel che dice la Confindustria. Per cui, quando i padroni s'incazzano, noi siamo contenti".

Ps

Mi vengono in mente i cretini che parlano di "governo fascio-leghista". A quali specchi si attaccheranno per continuare a parlare a vanvera e giustificare le loro farneticazioni borghesi? Darannno segni di resipiscenza?

lunedì 2 luglio 2018

ROTTURE DI COGLIONI di Alberto Bagnai

[ 2 luglio 2018 ]

Scriveva ieri Bagnai tornando da quel di Pontida:
«La sinistra, così come sta emergendo nel dibattito mediatico, è il regno dello gnè gnè gnè, del rancore meschino, o della demagogica, deamicisiana mozione degli affetti (da "Franti, tu uccidi tua madre!" a "Salvini, vuoi morti i bambini!" il passo è breve, anzi: nullo. La stessa moralità scipita, un tanto al mazzo, in funzione di strumento di controllo sociale, cui da sempre ci hanno abituato gli utili idioti della finanza)».
Ha ragione, considerata la specificazione: «La sinistra, così come sta emergendo nel dibattito mediatico». C'è infatti un'altra sinistra, pur silenziata e condannata all'ostracismo, è la sinistra popolare e patriottica, che non ha dichiarato guerra al nuovo governo e anzi gli promette sostegno SE non si piegherà ai diktat dei poteri eurocratici. Quel momento, che certamente verrà, sarà il banco di prova. 
Per questo è importante leggere con estrema attenzione quel che scrive ieri Bagnai [vedi sotto]. Egli confessa che (oltre a subire le velenose contumelie di chi lo considera un poltronaro e un venduto — di norma si tratta di diversamente sinistrati), ci sono i "sovranisti senza se e senza ma" che lo pressano "a fare presto!", affinché... si esca subito dall'euro. 
Bagnai risponde che ci sono le battaglie e la guerra, le tattiche e la strategia, che occorre dare tempo al tempo. E giusto è.
Quindi Bagnai esorta: «Calma! Non urge. Credetemi. Non possiamo perdere».
Il punto è che in guerra non è l'esercito più debole che può dettare regole e tempi del gioco. Darà il nemico (il blocco eurista) il tempo necessario a questo governo di consolidarsi e di strappare progressivamente terreno? Noi pensiamo di no. Pensiamo che ove questo governo "populista" sia deciso a proseguire sulla direzione sancita dal "contratto", ovvero a ubbidire alla massima "prima gli italiani, non lo spread e le regole di Bruxelles", deve aspettarsi, prima di quanto si pensi, un attacco in grande stile. 
Un classico errore del politico è quello di confondere i propri desideri con la realtà, di dare per certe le proprie aspettative. Il grande politico si attrezza invece a fare fronte allo scenario peggiore: quello per cui il nemico non gli darà il tempo di cui ha bisogno per trasformare una armata sgangherata in un esercito possente e vincente.
Derubricate le batracomiomachie sull'immigrazione, DEF e prossima Legge di Bilancio saranno la prima vera e grande battaglia. Bagnai sembra credere che l'euro-germania concederà al governo margini di flessibilità abbastanza ampi per, come dire, portare a casa un buon risultato —ergo: si chiude con le politiche austeritarie  e antipopolari.
Vedremo presto se Bagnai ha ragione....



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LE INFINITE...


... email, con il corredo di infinite rotture di coglioni... Urge, urge, urge! Qualche giorno fa parlavo con Giorgetti: "Non voglio nemmeno immaginare cosa possa essere il tuo telefonino...". 
Il mio, quando i gazzettieri presunsero che io volessi diventare sottosegretario, rischiò di fondersi — apprezzate il genio: se volessi qualcosa, per prima cosa lo farei sapere a loro, no? 

Ragazzi, non so come dirvelo: ci avete votato, giusto? E avete fatto bene, ma era scontato: peggio del PD non potremmo fare nemmeno volendolo, anche perché ne mancano i presupposti: tutto quello che poteva essere distrutto da comportamenti incauti o rapaci è già stato distrutto, con pochissime eccezioni sulle quali stiamo già lavorando. 

Quindi fidatevi, e lasciate che alle priorità ci pensiamo noi. Sono nel dibattito da sette anni, e sono sette anni che ogni sette giorni qualcuno arriva e mi parla di qualcosa che secondo lui è un punto di non ritorno, anzi: IL PUNTO DI NON RITORNO, le colonne d'Ercole della politica, oltre le quali - urge! urge! urge! — qualsiasi spazio di ragionevole azione politica sarebbe irrimediabilmente precluso, e si aprirebbero scenari distopici, orwelliani, dai quale urge (urge! urge! urge! urge!) preservarsi, facendo esattamente la cosa tale o tal'altra, la cui urgenza urge capire: è questione di vita o di morte. 

I volenterosi carnefici dell'urge (carnefici delle mie gonadi, si intende) non sono minimamente sfiorati dalla constatazione di un singolare isomorfismo: quello fra il loro "urge" antisistema e il simmetrico "fate presto" di sistema. Uno si sfianca a far capire che forse per combattere efficacemente l'avversario bisogna sovvertirne le categorie, e quindi il lessico ed il metodo, e gnente: intorno è tutto un "urge stampare moneta", o qualsiasi altra urgenza urga all'urgitore di torno. Poi dice che uno non ce la fa più! Ma io ce la faccio ancora, perché dentro di me, oltre alla parodia, porto l'originale. 

Noi vinceremo, perché Deus vult, perché siamo qui, perché la globalizzazione e, soprattutto, i suoi utili idioti di sinistra, hanno tirato troppo la corda, perché viviamo ora una reazione che è comparabile per intensità, e sarà comparabile per durata, a quella che due secoli fa fu provocata dal cosmopolitismo borghese dei philosophes. 

Quindi: calma! Non urge. Credetemi. Niente trionfalismi — non abbiamo ancora vinto — ma anche niente ansie: non possiamo perdere. Sarebbe utile distinguere fra battaglia e guerra, fra tattica e strategia. Ma fra le tante cose che non urgono, non urge nemmeno questo. Chi è qui e mi ha conosciuto sa cosa pensare. A chi arriva ora non ho molto da dire: ogni percorso inizia dal primo passo, non dall'ultimo, e capisco che sia complesso a chi arrivi da fuori capire cosa succede qui. Ma, appunto, nell'immensa vastità del non urge, non urge nemmeno capire questo. Semplicemente, succede, e continuerà a succedere...)

CHI DOMINERÀ IL MONDO?

[ 2 luglio 2018 ]

Prendiamo da LA STAMPA di oggi un articolo rivelatore di come certi circoli occidentali immaginano il futuro del mondo. Tutto sarà deciso sul terreno delle tecnoscienze. Chi guiderà la corsa a dotarsi delle più sofisticate tecnologie lo dominerà. La qual cosa sembra dar ragione a qui filosofi del secolo scorso che avevano profetizzato un mondo sotto la "dittatura della tecnica". Non c'è spazio, in questa visione, per la democrazia. Cancellata del tutto la possibilità che siano i popoli e le classi subalterne, invece, a determinare il futuro dell'umanità. Un incubo...

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È la geotecnologia il terreno di sfida fra nuove e vecchie potenze


di Christian Rocca

Benvenuti nell’era della geotecnologia. Se il diciannovesimo e il ventesimo sono stati i secoli della geopolitica, ovvero quelli dell’impatto dei fattori geografici sull’azione politica degli Stati, secondo un nuovo studio dell’Atlantic Council di Washington siamo entrati nell’epoca in cui sono i fattori tecnologici – l’Intelligenza artificiale, la biotecnologia, la robotica, le telecomunicazioni 5G, le energie rinnovabili – «a determinare il futuro della civiltà umana e l’ordine globale».

Chi guida il processo di innovazione tecnologica, insomma, guida il mondo. Gli Stati Uniti sono la nazione leader, con la Cina però che si fa sotto, e cominciano ad avere un notevole ruolo strategico anche Paesi poco influenti secondo il vecchio schema geopolitico, da Israele alla Corea del Sud e anche Svezia, India e Giappone.

Secondo il rapporto, intitolato «The Global Innovation Sweepstakes: A Quest to Win the Future», il mondo è all’apice di una rivoluzione tecnologica senza precedenti che avrà ampie conseguenze sociali, economiche e geostrategiche. Questa rivoluzione tecnologica, si legge nello studio, cambierà il mondo in cui viviamo, lavoriamo, costruiamo, combattiamo e comunichiamo: 
«Stiamo assistendo a una convergenza di tecnologie, alla fusione dell’economia reale con quella digitale, a una sinergia tra intelligenza artificiale, big data, robotica, biotecnologia, manifattura avanzata, Internet delle cose, nano-ingegneria e nano-manifattura e, all’orizzonte, computer quantistici». 
Il problema, secondo l’Atlantic Council, è che gli Stati Uniti non concorrono a pieno regime a questa nuova sfida, forti dell’incontrastata supremazia tecnologica degli ultimi sessant’anni. Il nazionalismo faccio-tutto-io di Donald Trump rende più complicato ragionare in termini strategici, di conseguenza Washington impegna mezzi e risorse ingenti ma inadeguati a mantenere nel medio-lungo periodo la leadership geotecnologica. La Cina, invece, mobilita tutte le risorse umane, scientifiche e finanziarie possibili di un Paese che si è posto l’obiettivo di dominare tecnologicamente il mondo entro gli Anni 30 di questo secolo.

In assenza di una competizione americana all’altezza delle ambizioni dello sfidante, Pechino potrebbe arrivare a dettare gli standard globali della comunicazione 5G, quelli etici sulla manipolazione genetica e quelli normativi sull’Intelligenza artificiale. Non è un cambiamento di poco conto, perché una cosa è se il futuro sarà regolato da una grande democrazia fondata su una società aperta come quella americana, un’altra è se le carte saranno in mano a un regime autoritario e chiuso come quello di Xi Jinping. Il rischio concreto, secondo lo studio dell’Atlantic Council, è addirittura una guerra. I primi segnali del conflitto ci sono già, con le scaramucce commerciali di questi mesi.

Sottovalutare il dinamismo e la capacità di redenzione dell’America è sempre un errore, ma Washington non sembra ancora scossa da un «momento Sputnik» come quello che negli Anni 50 del secolo scorso convinse gli Stati Uniti a impiegare tutte le risorse disponibili per superare il vantaggio spaziale dell’Unione Sovietica e determinare il futuro. Ecco, quel momento, chiamiamolo «il momento Xi», è arrivato.

* Fonte: LA STAMPA del 2 luglio 2018

domenica 1 luglio 2018

L'IMMIGRAZIONE, SALVINI E IL POPOLO DI SINISTRA di Ugo Boghetta

[ 1 luglio 2018 ]

A Bologna è scoppiato il caso Arci Benassi, un luogo storico della sinistra, a seguito di un programma mandato in onda da La7 nel quale alcuni soci esprimevano considerazioni positive sulle posizioni assunte in questi giorni da Salvini.
Apriti cielo! Imbarazzo totale. Immediatamente è partito, non il dibattito, ma il processo con il corollario di epiteti: fascisti, razzisti ed altro.

Che cosa hanno detto di tanto sconvolgente i malcapitati avventori? Ecco di seguito alcuni frasi: “Salvini fa bene a smuovere le acque. L'immigrazione va regolarizzata. La nave? Almeno ora tocca anche agli altri”, “Credevo alla sinistra quando c'era il PCI, non voto più da tempo”, “Io voto PD ma Salvini prospera perché la sinistra ha lasciato troppo andare. E lui fa bene a farsi sentire con l'Europa. Finalmente uno che ci prova; ma la schedatura dei Rom è sbagliata”, “Salvini dice prima gli italiani. Voto PD ma il partito deve pensare a chi tra noi non ha lavoro, è esodato, ha una pensione da fame”. Come si vede sono frasi che esprimono un sentire popolare e confermano i motivi che hanno portato al governo gialloverde e alla crisi delle cosiddette sinistre. Solo qualche giorno dopo i fatti, al ballottaggio di Imola, un altro baluardo del PD è caduto passando ai 5S. Tutto ciò conferma quanto accaduto in precedenza in altri paesi: Brexit, Francia, Trump.

Nulla di nuovo dunque. Come non nuova è l'incapacità delle cosiddette sinistre di capire che le classi popolari, e non solo, chiedono PROTEZIONE contro la globalizzazione e le sue istituzioni. Non capire la richiesta sicurezza significa non capire la questione sociale.

Certo, ciò è difficile quando una gran parte della cosiddetta sinistra è direttamente colpevole. E quando l'altra, quella radicale, ne condivide la filosofia generale non comprendendo che gli esiti negativi sono l'inevitabile conseguenza dell’attacco condotto contro gli stati nazionali (attacco spesso condiviso da molto anarchismo della gauche) a favore della libera circolazione di capitali, merci e persone. La connessione fra il giustificato sentire popolare e Salvini avviene in questa frattura tra sinistra, il ruolo dello stato e classi subalterne.

Il leader leghista, peraltro, non può e non vuole risolvere i problemi, ma intende usarli: gli consentono una campagna elettorale permanente e gratuita. Per molto tempo ha posto le questioni in termini effettivamente xenofobi ma da quando è al governo ha accentuato un linguaggio che cerca di cogliere un più vasto senso comune: bisogna bloccare il traffico criminale di schiavi, bisogna alzare la voce con gli altri paesi europei che non fanno nulla, bisogna far sì che i bambini Rom vadano a scuola… .

Anche per Salvini i nodi verranno al pettine. Alla lunga non basterà una miniriforma della Fornero o del Jobs act per mantenere il consenso. Il tallone d'Achille è una politica economica che non può funzionare: arricchire i già ricchi per arricchire tutti. Il disagio e l'incertezza rimarranno. Allora il capro espiatorio migrante sarà sempre utile. Del resto appellarsi per la risoluzione dei problemi ad un Unione per questo governo è un paradosso, un'ipocrisa o una tattica. Di vincolante l'Unione ha solo l'euro!

Questo però ci aiuta a capire ciò che dovevamo capire da tempo. Senza disinnescare la questione delle migrazioni sarà sempre difficile indirizzare lo scontro verso i nemici principali: il finanzcapitalismo, la logica del profitto, le multinazionali, l'Unione Europea. L’accoglienza senza limiti e regole è benzina sul fuoco. L'Europa andrà sempre più a destra. Mentre l’Italia, secondo il sentire comune di molta sinistra, di fronte alle ondate migratorie dovrebbe semplicemente aprire tutti gli accessi! In questo modo le porte sarebbero aperte, sì, ma a Orban o peggio.

Ovviamente le soluzioni non sono facili. Nessuno ha la bacchetta magica. Ma la questione andrebbe almeno impostata in modo corretto. Il divario economico fra Africa subsahariana ed altre zone permarrà. È vero che si prevede una riduzione delle differenze economiche, ma anche una moltiplicazione per due o per tre della popolazione. In questo quadro, tolto il 7% circa che ottiene lo status di rifugiato, gli altri migranti sono di altra natura: migranti economici, si dice. In realtà la dizione non è precisa. Sono migranti “politici”.

In Africa, chi ha 4000 euro e oltre di disponibilità per affrontare il viaggio non è un povero. È membro di un ceto medio, in larga parte urbanizzato e scolarizzato, che si sente bloccato nella progressione sociale a causa della ripartizione verso l'alto della ricchezza attuata da élite autoritarie e spesso serve degli interessi occidentali: vedi tutti i paesi che aderiscono al CFA, la moneta unica subordinata alla Banca di Francia. La soluzione scelta è quella dell'emigrazione. Siamo passati dall'esercito di riserva ai popoli di riserva. Vedi anche alla voce delocalizzazioni.

Ma questa migrazione, in Europa, impatta con un ceto medio e classi popolari che sono “in discesa” quanto a status e condizione. Lo scontro è invitabile, e se la situazione degli uni e degli altri non cambierà, esso diverrà endemico e si alzerà di livello. L'etnicizzazione del conflitto e della società sarà inevitabile e il conflitto rimarrà fra e nel popolo. Sarà un disastro. Peraltro, i migranti, solo in parte diventeranno lavoratori: molti ingrosseranno le fila della piccola borghesia, altri saranno sottoproletariato.

Va compreso che ogni società ha un suo limite di accoglienza. Ed è tanto più basso quanto più bassa è la condizione sociale delle classi popolari e della maggioranza dei cittadini. Anche l'unità di classe ha un livello in cui può essere perseguita ed un altro dove c'è lo scontro. Se si vuole invertire la rotta, e consentire anche una capacità di accoglienza superiore ed un'unità di classe e di popolo, è dunque necessario regolarizzare, controllare i flussi: anzi concordare i flussi. A questo proposito appare davvero stravagante che chi si riempie la bocca di sovranità popolare non ne tenga in nessun conto in questo caso. Se uno bussa alla mia porta io posso accoglierlo temporaneamente, per sempre, ma anche dire di no: non per odio, ma perché devo commisurare l’accoglienza alla mia condizione ed alla possibilità di un inserimento dignitoso. Per questo, a differenza di Salvini che lavora per mantenere sacche crescenti di utile clandestinità, si devono assicurare le condizioni sociali e politiche per una progressiva piena regolarizzazione di chi si stabilizza in Italia.

Inoltre i migranti si consegnano ad una filiera criminale, concorrendo a produrre una vera e propria economia della migrazione in Libia, Niger, Mali. Un'economia che deve essere sempre alimentata. Siamo anche al paradosso che chi paga il viaggio finisce nei lager. Non può stupire che i migranti, dopo tante sofferenze, vengano anche usati per le trattative con i governi dell'altra sponda o per regolare ed affrontare questioni interne agli stati dell'Unione. Si mette anche a dura prova il diritto internazionale che impone giustamente di salvare la gente in mare. Ma queste leggi sono state varate (sembra a partire dalla vicenda del Titanic) per salvare le persone da naufragi causali: collisioni, incendi, tempeste. Qui ci troviamo dinnanzi a naufragi programmati e continuati. Detto e ripetuto che tutti devono essere salvati, la questione non è umanitaria ma tutta politica.

Ma se è evidente che la soluzione sta all'origine dei flussi, andrebbe tuttavia subito cancellata la frase: “aiutiamoli a casa loro”. È davvero una frase meschina che nasconde intenti meschini. I migranti, infatti, vengono utilizzati per una nuova fase di colonizzazione e controllo delle ricchezze. Prima e dopo gli aiuti infatti arrivano sempre i militari. Anzi, di militari occidentali in Africa, in Medio Oriente, ed in altre zone ce ne sono già davvero troppi.

Se il primo cambiamento sociale, politico, democratico, egualitario deve dunque avvenire in Africa, questo non può essere che essere compiuto dagli africani stessi. Nessuno può liberare nessun altro. Vogliamo altre guerre umanitarie, altre esportazioni di democrazia?! Il continente, per altro, ha una lunga storia di lotte di liberazione e per il socialismo. Lotte spesso fallite proprio per gli interessi e gli interventi dei paesi occidentali. L'internazionalismo di cui spesso si straparla, dunque, non si identifica certo con l'accoglienza ma con la lotta di liberazione e per il socialismo, in occidente come nel resto del mondo.

Il nemico è comune: la globalizzazione liberista, il modello finanzcapitalista, le multinazionali, e i poteri che le rappresentano in modi diversi in Italia, in Europa, e nelle varie realtà dell’Africa e del mondo. 


* Fonte : Socialismo 2017

MARE DI GUERRA (E DI MIGRANTI) di Alberto Tarozzi

[ 1 luglio 2018 ]
Mediterraneo mare di migranti: preoccupazione nella Ue che ne ha discusso a lungo. Cenni anche alle questioni della difesa e dei rapporti Ue/Nato, ma l’argomento sembra di minore interesse, stando ai titoli dei nostri giornali.

Invece andrebbe quanto meno tenuto in considerazione che le questioni si intrecciano

E’ di pochi giorni fa la notizia che il segretario della Nato Stoltenberg ha dichiarato che l’Alleanza è pronta ad impegnarsi sulle coste libiche e che il sostegno dell’Italia sarà bene accetto. E se è vero che dietro alla Nato il Paese che più facilmente si può intravvedere sono gli Usa potrebbe destare un certo interesse il prossimo viaggio di Mr. Conte in quel di Washington per la fine di luglio. Altro argomento che pare relegato alle pagine interne della nostra stampa e dei media, se si fa eccezione per il “solito” Alberto Negri, disturbatore della pubblica quiete.

Quello che comunque non appare per niente è la connessione fattuale tra questione dei migranti e questione militare nel Mediterraneo. Il solo Mario Dinucci, sul Manifesto e senza ombra di smentite, pare essersene accorto.

Veniamo ai fatti. Nell’ambito di quello che viene ormai definito “Mediterraneo allargato”, termine usato dallo stesso Conte nel suo incontro recente con Stoltenberg, si sta registrando un “arco di instabilità”. Esso va dal Mediterraneo centrale al Medio Oriente. Da qui l’importanza della Nato, alleanza sotto comando Usa. Cosa abbia prodotto finora è ben noto: le due guerre contro l’Iraq, le altre due guerre che hanno demolito gli Stati jugoslavo e libico e quella per demolire lo Stato siriano. L’Italia ha partecipato a tutte queste guerre che sono state un elemento fondamentale, anche se non l’unico, della crisi migratoria che stiamo attraversando.


Prova ne sia, rileva Dinucci, che “la nave Trenton della U.S. Navy, che ha raccolto 42 profughi (autorizzati a sbarcare in Italia a differenza di quelli dell’Aquarius), non è di istanza in Sicilia per svolgere azioni umanitarie nel Mediterraneo. Si tratta di una unità veloce (fino a 80 km/h), capace di sbarcare in poche ore sulle coste nord-africane un corpo di spedizione di 400 uomini e relativi mezzi. Forze speciali Usa operano in Libia per addestrare e guidare formazioni armate alleate, mentre droni armati Usa, decollando da Sigonella, colpiscono obiettivi in Libia. Tra poco, ha annunciato Stoltenberg, opereranno da Sigonella anche droni Nato. Essi integreranno l’«Hub di direzione strategica Nato per il Sud», centro di intelligence per operazioni militari in Medioriente, [dove per la cronaca stanziano anche truppe russe], Nordafrica, Sahel e Africa subsahariana”.

Noi di Hub siamo preoccupati solo quando ci si riferisce a quelli destinati ad accogliere morti di fame. Ci piacerebbe che qualcuno allora facesse caso all’Hub, che diverrà operativo in luglio, presso il Comando della forza congiunta Nato, agli ordini di un ammiraglio statunitense. Non per niente le Forze navali degli Stati uniti in Europa hanno il loro quartier generale a Napoli-Capodichino con la Sesta Flotta di stanza a Gaeta, senza parlare della presenza delle Forze navali Usa per l’Africa, integrate dalla portaerei Harry S. Truman, entrata due mesi fa nel Mediterraneo con il suo gruppo d’attacco.

Curiose coincidenze. Il 10 giugno, mentre tutti discutevano sull’accoglienza o meno da riservare ai disperati dell’Aquarius, la flotta Usa, ci segnala Dinucci, “con a bordo oltre 8000 uomini, armata di 90 caccia e oltre 1000 missili, veniva schierata nel Mediterraneo orientale, pronta a colpire in Siria e Iraq. Negli stessi giorni, il 12-13 giugno, faceva scalo a Livorno la Liberty Pride, una delle navi militarizzate Usa, imbarcando sui suoi 12 ponti un altro carico di armi che, dalla base Usa di Camp Darby, vengono inviate mensilmente in Giordania e Arabia Saudita per le guerre in Siria e nello Yemen. Si alimentano così le guerre che…. incrementano i flussi migratori che tanto ci preoccupano. Effetti senza dubbio allarmanti. Più allarmanti ancora le cause che paiono destinate a protrarsi, mentre noi ci adoperiamo a ridurre i “danni”, come chi continua a gettare fuori bordo l’acqua che una falla continua a imbarcare incessantemente.

Cosa è successo a Bruxelles? Già, ce ne stavamo quasi dimenticando. Dicono insigni giuristi che si è suggerito un nuovo regolamento che tenga finalmente conto, come un capitolo a sé, delle persone sbarcate per ragioni di soccorso e del trattamento specifico che va loro riservato. E’ l’ultimo di 12 punti nei quali possiamo trovare di tutto, dalla CONDIVISIONE del problema che fa piacere a noi, assieme a una mancanza di riferimenti al fatto che ci eravamo avocati la regia delle operazioni sotto le coste libiche coi relativi oneri, alla questione dei movimenti secondari che preoccupa Francia e Germania. Al Piano per l’Africa che senza numeri potrebbe essere destinato allo stato di Lilliput. Ai trasferimenti su base volontaria che tanto piacciono a chi li rifuta come i Paesi di Visegrad. Non mancano cenni nemmeno alle sofferenze di Spagna e Balcani e ad ipotesi di piattaforme in Paesi terzi (magari in Kosovo che a chi viene da una guerra ricorderà certo qualcosa di familiare e naturalmente in Paesi africani terzi come il Niger pieno di materie prime che fanno gola).

Il governo pare soddisfatto, come se, di fronte a una sconfitta annunciata, avessimo conseguito un pareggio, che come è noto viene solitamente definito un NULLA di fatto.

Tiriamo avanti e speriamo in Washington. Chissà che Trump, infastidito dal ronzare per l’Africa delle truppe francesi, anche a stretto contatto con quelle americane come, guarda caso, in quel Niger che sta subito a sud della Libia, sia portato a tenerci in qualche considerazione. Lui ha già una portaerei nel Nord Europa, chiamata Gran Bretagna. Averne un’altra al sud potrebbe fargli comodo e qualcuno dalle nostre parti potrebbe pure ricordarsi che il godimento dell’ombrello protettivo della Nato apparteneva al gergo di una certa sinistra. Tanto più se il fronte Ue, che sarebbe poi una Germania afflosciata da beghe interne non pare molto affidabile e nemmeno troppo amichevole con noi nonostante il recente pareggio di cui sopra.

Sì, però in che misura contare sugli Usa? O per meglio dire, a che prezzo ci metteremo sul mercato? Le nostre acque per le loro portaerei e in cambio un amico che ci difende nelle controversie contro i bizzosi dispetti dei cuginetti d’oltralpe in materia di migranti? E magari la promessa che i dazi Usa ci colpiranno meno della Germania, vero bersaglio delle guerre commerciali di Trump.

* Fonte: ALGA NEWS

Andiamo avanti, tirando a campare, saltellando, tra la padella e la brace.

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