lunedì 14 maggio 2018

MATTARELLA-EINAUDI? PER DIO NO!

[ 14 maggio 2018 ]

Non ci sarebbe niente da aggiungere alla denuncia fatta ieri dal Mazzei contro l'atteggiamento di Mattarella. 

Non siamo in un regime presidenzialista ma in una Repubblica parlamentare e l'ultima parola sulla scelta del Consiglio dei ministri, quindi anche del suo Presidente, spetta al Parlamento.

Non avremmo nulla da aggiungere se Mattarella non avesse tirato in ballo Luigi Einaudi. Affermazioni, quelle di Mattarella, gravissime, sul piano sostanziale e formale.

Chi fosse Einaudi è noto: un liberista accanito quanto dogmatico. 
Per nome e per conto della grande borghesia divenne Vice Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro delle finanze, del tesoro e del bilancio nel IV Governo De Gasperi. Guardiano del monetarismo fu, tra il 1945 e il 1948 Governatore della Banca d'Italia. Dal 1948 al 1955 fu infine Presidente della Repubblica Italiana.
Tutte "cosette" che vanno rammentate a certi "sovranisti che adorano la Prima Repubblica senza vederne il suo carattere classista, confondendone la sostanza con quella della Costituzione.

Illuminante, per comprendere la figura di Einaudi, questo articolo di Barra Caracciolo.

Se sul piano sostanziale il riferimento a Einaudi disvela quali siano i convincimenti (liberisti) di Mattarella, su quello formale la cosa non è meno grave. La minaccia che egli si riserva la facoltà di non mandare alla camera il governo giallo-verde (nel caso Presidente del consiglio e ministri non siano di suo gradimento), si configura come un vero e proprio attentato alla Costituzione

Ove Mattarella ponesse in essere il suo veto, Di Maio e Salvini dovrebbero ricorrere al Parlamento, a cui spetta l'ultima parola, chiedendo la fiducia. Ove la ottenessero si aprirebbe una vera e propria ed inedita crisi istituzionale, la quale porrebbe sul tappeto la possibilità/necessità di eleggere un nuovo Presidente della Repubblica.

Altrimenti, come spiega Barra Caracciolo, ove Di Maio e Salvini capitolassero al Quirinale:
«... sarebbe ratificato extra ordinem (cioè senza ricorso alla procedura di revisione costituzionale), il passaggio da un regime parlamentare a un regime presidenziale...»
Evidente che dietro a questo conflitto istituzionale v'è la questione della sovranità. Sovrano, attraverso il Parlamento, è il popolo italiano, oppure l'euro-oligarchia che ha in Mattarella il proprio paladino? 


Ps

Su questa vicenda consigliamo la lettura dell'ultimo intervento di Orizzonte48
Esso è importante anche perché esprime un giudizio, che condividiamo, su Giulio Sapelli [nella foto] che questa mattina sembrava il Presidente del consiglio dei ministri scelto da M5s e Lega. Mentre scriviamo questa (bella) notizia pare essere stata smentita. Si parla dello sconosciuto, anche agli addetti ai lavori, Giuseppe Conti. Di Maio e Salvini hanno già accettato il veto di Mattarella?






domenica 13 maggio 2018

SIAMO DIVENTATI UNA REPUBBLICA PRESIDENZIALE? di Leonardo Mazzei

[ 13 maggio 2018 ]

Di fronte agli abusi del Quirinale dove sono i costituzionalisti?

E Mattarella di qua e Mattarella di là. A leggere i giornali sarà lui a decidere il presidente del consiglio, a mettere il becco sul nome di ogni ministro, a porre veti e suggerire promozioni. Il tutto a garanzia dei poteri oligarchici - nazionali ed europei - che hanno ridotto il Paese nella condizione in cui si trova. Detto in breve, questi poteri affidano a Mattarella il compito di rovesciare l'esito democratico delle elezioni del 4 marzo. E l'interessato è ben lieto di svolgere questo servizio, altro che garante della Costituzione!

Se questo tentativo passasse la stessa controriforma renziana, seppellita nelle urne del referendum del 2016, parrebbe quasi una roba da ragazzi. Ecco perché è scandaloso - lo sottolineamo, SCANDALOSO - il silenzio dei tanti costituzionalisti che dissero di no due anni fa e che oggi invece tacciono.

Che faranno di fronte alla protervia presidenziale Di Maio e Salvini? Se dire no a Mattarella è dovere di ogni democratico, per i due che si accingono a formare il nuovo governo la questione è dirimente. Più esattamente è una questione di vita o di morte. Un governo che nascesse sotto la tutela del Quirinale, e quindi dell'Unione Europea, della Nato, delle banche, degli stessi poteri bocciati dagli elettori, nascerebbe infatti già morto.

A Lega e Cinque Stelle va riconosciuto il merito di aver detto di no al cosiddetto "governo del presidente", alla arrogante pretesa quirinalizia di formare un esecutivo del tutto esterno alle forze parlamentari. Quel disegno è stato affossato. Ma non basta. Adesso va respinto fino in fondo, affermando il diritto della maggioranza parlamentare a formare un governo con il programma e la composizione più idonea ad affrontare una battaglia che si annuncia campale.

Decisiva sarà la questione del primo ministro. Inutile discutere di programmi fin nei dettagli, di mediazioni all'ultimo respiro su questioni talvolta secondarie. Il vero nodo da sciogliere è quello della sovranità. Essa appartiene al popolo, come recita l'articolo 1 della Costituzione, o è nelle mani di una specie di monarca che tutto può disporre purché lo faccia al servizio di lorsignori?

Pur con tutti i colpi che gli sono stati portati, in primis dal tristemente noto Napolitano, la nostra rimane una repubblica parlamentare. Può il presidente della repubblica respingere il nome di un presidente del consiglio espresso da una chiara maggioranza parlamentare? In tutta evidenza, no. Se lo facesse si assumerebbe la responsabilità di una gravissima crisi istituzionale.

Il nodo è dunque politico. Se la sentiranno Di Maio e Salvini di andare fino in fondo? Lo


sapremo soltanto nei prossimi giorni. Ma se M5S e Lega decidessero di cedere sul punto, sperando magari in un periodo di "benevolenza" da parte delle oligarchie, sarebbe questo il più clamoroso suicidio politico degli ultimi decenni. L'attacco dei grandi potentati nei confronti del nascituro governo è già iniziato in grande stile, leggere i giornali basta e avanza. Pensare di poterlo fermare con qualche pateracchio non sarebbe solo illusorio, sarebbe totalmente autolesionista.

Non ci sfuggono le contraddizioni di M5S e Lega: se Salvini ci ha messo due mesi per piegare Berlusconi, M5S balbetta pericolosamente (a voler essere buoni) sui vincoli di bilancio. Non parliamo poi dei tanti punti programmatici - dalla flat tax alla giustizia - per noi assolutamente inaccettabili. Ma in politica, tanto più nei momenti topici che ne segnano i passaggi davvero importanti, bisogna guardare essenzialmente all'aspetto principale. E la nascita di un governo "populista" nel cuore dell'eurozona avrebbe il potere di innescare una crisi dei "signori dell'euro" più di ogni altra cosa. Solo i ciechi possono non vederlo.

Quello in atto è dunque uno scontro vero. Le forze politiche sistemiche sono state messe all'angolo. Mentre il Pd renziano sembra puntare sull'unica carta del fallimento del "governo dei populisti", Berlusconi ha dovuto cedere di fronte alla prospettiva di nuove elezioni. Questa è la situazione concreta. Altro che le letture mono-maniacali alla Travaglio! Costui continua a vedere l'ombra dell'ex cavaliere dietro al governo M5S-Lega, quando è invece ormai chiara la collocazione di quest'ultimo nello stesso fronte del direttore del Fatto Quotidiano: quello delle forze sistemiche ed euriste che non vedono l'ora di riprendere completamente quel potere che ritengono gli spetti per grazia divina.

La partita è semplice, quanto decisiva. Dopo dieci anni di crisi, ed altrettanti di austerità, l'Italia è a un bivio: o continuare ad accettare il giogo imposto dall'euro-germania, o cominciare ad aprire una breccia promuovendo politiche espansive con al centro l'obiettivo occupazionale. Il segnale del passaggio alla seconda opzione - quella chiesta a gran voce dagli elettori - sarà il no alle clausole di salvaguardia ed ai vincoli di bilancio concordati dai precedenti governi. In breve, il no all'austerità, che se così non fosse non si capirebbe neppure il senso della parola "cambiamento".

Ma per poter arrivare a quel primo segnale di svolta, e dunque alle misure concrete che ne dovranno seguire, occorre prima un no politico. No alle pretese dei "signori dell'euro", no al condizionamento dei soliti noti, no insomma al neo-monarca Mattarella. Sì, invece, al pieno rispetto della sovranità popolare così come si è espressa il 4 marzo.

Che ogni democratico faccia sentire la sua voce. E che lo facciano i costituzionalisti, almeno quelli che non hanno il vizio di parlare solo a corrente alternata. E lo facciano anche coloro che affermano a vario titolo di voler disobbedire all'Europa. Il momento è ora, perché se le forze oligarchiche prenderanno di nuovo il sopravvento ci sarà poco da illudersi sul futuro del nostro Paese.



sabato 12 maggio 2018

PUTIN E DUGIN FASCISTI? di F.f.

[ 12 maggio 2018 ]

Presentiamo ai lettori la seconda parte dell'indagine del saggio Che cos'è l'euroasiatismo. Ricordiamo che esso prende le mosse da quanto scritto su LA STAMPA del 6 maggio da Christian Rocca, che a sua volta si basava sul libro dello storico americano Timothy Snyder «The Road to Unfreedom».



Neoeurasiatismo

Con il crollo dell’Urss, riprende vigore l’idea euroasiatica. Capofila di una nuova interpretazione dell’idea euroasiatica è Alexander Dugin. Inizialmente egli si fa portatore di una visione basata sulla teoria di un blocco continentale euroasiatico il quale, forte di una solidarietà antioccidentale e anti-atlantica tra Islam ed Ortodossia, possa riportare il popolo russo, anche dopo la catastrofe geopolitica rappresentata dalla dissoluzione dello stato sovietico, ad una nuova centralità globale.

Se è vero che Dugin è per certi versi attratto dal “nazionaleuropeismo” di J. Thiriart, come subisce il fascino intellettuale della Nuova Destra francese (che non sono comunque movimenti fascisti o neofascisti, è bene precisarlo) è anche vero che in quel periodo il suo rapporto di stretta collaborazione politica è con il nuovo Partito comunista Russo di Zjuganov e che quel rapporto si interromperà per volontà di quest’ultimo, non di Dugin, che evolverà poi, sempre più, in un percorso esplicitamente “neo-bolscevico” o nazional-bolscevico


Timothy Snyder considera Dugin l’eminenza grigia del Cremlino. Snyder, storico di punta del Council on Foreign Relations, definisce Dugin sostanzialmente un fascista. Come mai si chiederà il lettore? A parte citazioni di ammirazione ragionata e fredda per Mussolini statista, che sarebbe un po’ debole come prova (altrimenti si dovrebbero considerare fascisti anche storici come De Felice, Del Noce, Sternhell o su un altro piano Pietro Barcellona e Amedeo Bordiga), Dugin sarebbe fascista in quanto in un suo scritto dei tardi anni Novanta sposa le idee di Carl Schmitt, che lo storico del Council on Foreign Relations definisce arbitrariamente e antistoricamente “ideologo del Terzo Reich”. 

In realtà, Dugin rimane nell’ambito stretto del Nazionalcomunismo o del neo-bolscevismo. Quando parla di “fascismo rosso” allude a un nuovo esperimento nazionalcomunista. Usa quel termine semplicemente per provocare i liberal russi. Dugin probabilmente, come si evince dalla lettura de La Quarta teoria politica, [Oltre la sinistra, la destra e il centro] ha una conoscenza assai superficiale del fascismo. Non ha approfondito De Felice, Sternhell, Settembrini, Del Noce, Lyttelton (tutti autori con cui noi marxisti occidentali facemmo già i conti decenni fa, in Russia evidentemente no) e le loro tesi sul fascismo.
Mentre ha una conoscenza molto profonda, come è normale, del comunismo russo e del marxismo. Peraltro, che egli voglia recuperare e attualizzare il lascito del bolscevismo di stato pare evidente dalle recenti dichiarazioni :
«Stalin è diventato oggi un mito popolare russo. Lui è stato un grande leader di un grande paese. Confrontandolo alla Russia di oggi con i suoi leader miserabili, Stalin è un titano. Il suo culto cresce insieme alla lotta degli gnomi russofobici liberali contro di lui ed insieme all’odio dell’Occidente».
Si potrebbe dire che Dugin arriva a contestare pubblicamente il regime putinista attuale da sinistra, per la precisione da posizioni neobolsceviche o nazionalcomuniste. 

Dunque, la crociata ideologica Snyder CFR che criminalizza Putin in quanto fascista, poiché l’eminenza grigia del Cremlino, Dugin, sarebbe fascista a sua volta, oltre che strumentale mostra punti deboli anche ad una sommaria analisi. In un intervista del dicembre 2014, Dugin si dichiara avversario del principio dello Stato nazione e del nazionalismo popolare sovranista. Dunque, quanto di più lontano possa oggi esservi da un fascismo e soprattutto da un neofascismo. 

Vi è chi obietta che il nazionalcomunismo o nazionalbolscevismo sarebbe una variante di fascismo; quelli come Snyder-Rocca dovrebbero studiare attentamente il variare delle posizioni del cenacolo di Praga di N. Ustrjalov, il leader del nazionalbolscevismo russo, sul fascismo italiano, dall’uscita del saggio “Smena Vech” (1921) sino agli scritti degli anni successivi. Ustrjalov e i suoi non sono affatto fascisti, ma stalinisti o parastalinisti; da questa tradizione politica discende chiaramente Dugin, non da quella delle camicie nere italiane o della Rsi. 

Inoltre, anche la balla di Dugin “eminenza grigia del Cremlino” merita un bel ridimensionamento; dal 2005 circa, Dugin è di già molto critico verso il putinismo, dopo una iniziale infatuazione. Più o meno, da allora ad oggi, per quanto non abbia potuto negare certe qualità politiche di Putin statista, ideologicamente ha riservato dure critiche al leader del Cremlino. Da quella di aver promosso un falso euroasiatismo, formale non sostanziale, a quella di esercitare un semplice potere di mediazione, di concerto interno; di non esser in sostanza in grado di fronteggiare forze avversarie, oligarchiche neo-liberali, che si mascherano dentro la vita statale. Chiaro il riferimento al liberale Jabloko di Javlinksij, che sarebbe più influente, nelle cerchie politiche russe, di quanto appaia.
 

La Quarta teoria politica

Con la Quarta teoria politica (d’ora in avanti QTP) Dugin propone nell’ambito della società russa una volontà di superare le tre ideologie “moderniste” (liberalismo, fascismo, comunismo) e la loro eredità spirituale, ideologica. La prospettiva della QTP è globale e universalistica, ma nel senso di concettualizzare (che nella QTP significa già di per sé prassi e azione) la Rivoluzione nella postmodernità. Si ha quasi l’impressione che la QTP duginiana torca e estremizzi nel senso della Filosofia della Prassi soggettivista di Giovanni Gentile (1875-1945) il concetto dell’ “esserci” heideggeriano, che è il massimo oggetto di meditazione della filosofia duginiana. 

La QTP, sul piano politico, è ancora ferma alla visione euroasiatista dei “grandi spazi”, dei blocchi continentali, che dal 2000 a oggi hanno invece mostrato più crepe che certezze. In questo senso nulla vi è di nuovo nella QTP. Dugin abbozza un progetto di Grande Europa ed è tutto interno ad una tradizione internazionalista e universalistica, diremmo anche mondialista per molti versi (quasi rimpianga il vecchio bipolarismo Usa Urss….), per cui si comprende al volo come sia in antitesi non solo al fascismo storico con il suo culto nazionalpopolare della tradizione patria e con il suo imperialismo “proletario” e pseudopopolare, ma anche ad un certo neofascismo odierno che ha finito per rielaborare (dal Front National francese ad Orban) il concetto gollista di Europa delle Nazioni o nazionalizzata. 

La QTP finisce per essere non solo metapolitica ma addirittura “impolitica”. La QTP mira in realtà a scovare il tempo della fine e il significato escatologico della politica, cercando di trascendere la strategia realista che, mediante manovre che Cugini definisce regressivistiche, vuole far dileguare la fine dei tempi in una sorta di accordo tra luce e tenebre o di vacuo compromesso tra le stesse. Dugin rielabora nel senso di una teoria politica postmoderna il “noch nicht” heideggeriano, l’eterno “non ancora”. Secondo il filosofo russo, se la Prassi della QTP non è in grado di realizzare la fine dei tempi, allora sarebbe inutile, avrebbe miseramente fallito il suo compito storico. La fine dei giorni dovrebbe invece venire, ma non verrà da sola. E’ una missione e un compito del Concetto Prassi, non una certezza; dunque la QTP è una metafisica attiva che è al tempo prassi di svelamento, superamento del nichilismo abissale nel quale l’ipercapitalismo tecnocratico ci ha condotto. 

Dugin è un tradizionalista e un cultore dell’originario, non è però un reazionario (e questa è forse la differenza assoluta con il fascismo e con taluni sovranisti nazionali dei nostri giorni): egli immagina una rivoluzione contro-liberale che si vada accendendo in Russia sulle spoglie del putinismo, dato che i presupposti strutturali “statici” della rivoluzione sono presenti in Russia. Il continente russo deve battere la via della Rivoluzione postmoderna in quanto la postmodernità eviterà la Rivoluzione e questo sta in larga parte già avvenendo. Attraverso questo “salto” (Sprung) heideggeriano il prototipo russo delinea la nuova dimensione dell’essere; l’essere in quanto tale è fondamento, dà fondamento, e quindi non ha fondamento: è il senza fondamento, l’Ab-grund, l’abisso. Dalla prospettiva dell’ “esserci”-dasein sia il soggetto che l’oggetto sono creazioni immaginazioni ontologiche che derivano dal “frammezzo” (inzwischen)
Questo centro, la radice dell’essere e del fondamento abisso, è la sfera della prassi e del concetto. Dio si dà come l’abisso, il chaos del suo ritrarsi. Il momento dell’ “oblio” del divino va perciò tagliato, secondo Dugin: non si può indugiare oltre. E’ quello che Dugin immagina non come oltre-uomo o superuomo ma come un Soggetto radicale, creatore di una nuova civiltà che annichilisca il lascito postmodernista delle tre ideologie moderne. Per quanto la concezione soggettivista dell’essere e la filosofia della prassi duginiana siano di maggior derivazione gentiliana piuttosto che heideggeriana, anche se il filosofo russo non citi stranamente il filosofo dell’attualismo italiano, vedere qui tracce di fascismo o neofascismo significa attentare alla logica e al buon senso. Tracce di filosofia politica attuale furono recuperate da Almirante (Msi) e Gaetano Rasi (“sinistra missina”), negli Anni ’70, con il Centro Studi Corporativi: ricordo le loro fumose proposte di Stato nazionale del lavoro, il sogno antiproletario della comunità degli artigiani e delle categorie e l’ “alternativa” di democrazia diretta antipartitocratica. Non occorre essere degli specialisti del settore per comprendere come un mondo, o forse più di uno, divida o dividano quelle proposte da queste di Dugin.

Putin fascista?

Commentatori, solitamente americani ma non solo loro, che probabilmente non conoscono K. Rodzaesvkij (1907-1946) e il Partito fascista russo, visto che mai lo citano, dal 2014 si vanno sbizzarrendo sul fatto che Putin sia un fascista o un franchista (si veda QUI una buona sintesi). Tutto nasce dal fatto che Putin ammiri il filosofo russo in odor di fascismo Ivan Aleksandrovič Il'in (1883-1945) e doni ai funzionari di partito le copie dei saggi del medesimo autore. Prescindendo ora dal fatto che dona con Il'in anche Berdjaev e Solov’ev (che fascisti, certo non erano, anzi), l’unica cosa che si può consigliare a Snyder, prima di definire Il'in fascista, è di leggerlo con attenzione. L’orizzonte filosofico politico di Il'n riteniamo si possa identificare, quanto alla prassi politica decisionistica incarnata da uno Statista, con l’azione del Primo ministro dell’Impero russo Stolipyn (1906-1911), più che con quella dello statista del regime fascista italiano. Il'in è dunque un filosofo politico della tendenza del cosiddetto “conservatorismo illuminato”, il medesimo orizzonte ideale e tattico in cui sembra oggi muoversi Vladimir Vladimirovic Putin. Viceversa, proprio i fascisti russi e i nazionalbolscevichi (cfr. V. Strada-Kulesov, Il fascismo russo, Saggi Marsilio 1998, p. 79) comprendevano la natura sovversivistica, dunque anticonservatrice, per quanto reazionaria, antioperaia e antimarxista, del fascismo italiano, un fenomeno comunque assai originale anche rispetto agli altri “fascismi” dell’epoca. Tra i padri spirituali del fascismo italiano collocavano infatti Bergson, Sorel, Proudhon. Questo, per la destra russa del tempo, era assai problematico, dato il pesante retroterra ideale derivante dai centoneri e dallo zarismo, con il quale quei gruppi manifestavano una volontà di continuità.


Di conseguenza, oggi, Vladimir Vladimirovic Putin è un continuatore della tradizione conservatrice russa, non fascista: tradizione conservatrice, che lo statista russo adegua al contesto storico con pesanti, inevitabili iniezioni di modernismo riformistico o meglio, semiriformistico. Putin è in prima istanza un conservatore di stato; poi un nazionalista granderusso (ma non un panrussista, come già precisato) sul piano della geopolitica; un liberista puro, infine, sul piano economico. Altro elemento, quest’ultimo, che allontana Putin dal fascismo di stato che gli si vorrebbe cucire addosso. 

Per quanto sia problematico e veramente difficile vedere un fascismo di stato in azione dopo il ’45, scartando gli esempi del franchismo, dell’autoritarismo salazariano portoghese per le ragioni precisate da De Felice, possiamo pure prestare attenzione a quanto scriveva anni fa il sociologo antifascista Gino Germani, vedendo invece nel populismo nazionale peronista, nasseriano, gollista (data l’ispirazione dichiarata di De Gaulle, dal 1946, per il fascista Colonnello La Rocque e per la sua Lega fascisteggiante degli Anni ’30, “partito sociale francese” [1] degli stadi più o meno avanzati, con la loro mobilitazione reazionaria di massa, di neofascismo. Applicando anche questo metodo alla Russia odierna, Putin è completamente fuori dalla tradizione fascista; l’unico esempio odierno di fascismo di stato, potrebbe essere quello di Orban il quale non solo ha riabilitato completamente i movimenti filo-fascisti magiari tra le due guerre (compreso Miklòs Horty, che se fascista non era, filofascista di certo) ma va anche cercando, pur contraddittoriamente, una forma sociale alternativa al liberismo o all’ordoliberismo (le strategie economiche del mondialismo oligarchico su cui, nonostante tutto, la Russia odierna si è invece adattata), temperando la società magiara con uno statalismo “solidaristico” strategico. 

Inoltre, Putin non ha sviluppato e non intende sviluppare il carattere fondamentale di un regime fascista. Quello che proprio i nazionalbolscevichi e gli euroasiatisti dell’epoca ben centravano: l’ideocrazia. De Felice ha ben spiegato, nell’ “Intervista sul fascismo”, come l’ideocrazia mussoliniana, che distingue in modo netto l’esperienza di movimento e regime italiani anche da quella nazionalsocialista tedesca (“etnocrazia”), tenda alla creazione dell’ “uomo novo” e affondi la sua radice in una tradizione sociale proudhoniana, che è però antilluministica. Il putinismo non punta affatto all’uomo nuovo, non vuole una nuova civilizzazione corporativista, non immagina o si attiva per una catastrofe mondiale con il fine strategico, imperialista o addirittura superimperialista, di fare della propria Nazione o del popolo proprio il centro del mondo, cosa che invece Mussolini, in aperta chiave imperialistica, fece deliberatamente. Come spiega Del Noce: 
«Quello che Mussolini temeva nel caso di neutralità (e questa è a mio giudizio la ragione maggiore che lo spinse all’intervento) era la trasformazione del fascismo in un regime conservatore, autoritario….Anche in questa guerra egli agisce da rivoluzionario, sia pure come rivoluzionario a suo modo..». 
Putin viceversa non attacca e non ha mai attacco la stabilità mondiale, a differenza di Mussolini e dei fascisti. Il regime russo anzi, ha dovuto improvvisare una pratica di pseudo-offensiva a causa della continua ritirata cui l’offensiva, questa pianificata, NATO lo ha costretto dal 2000 ad oggi. La più grande necessità strategica dei tempi odierni è la volontà imperialista atlantica di frapporsi fra Mosca e Berlino e di impedire alla Russia di estendere la propria capacità di collaborazione con la penisola europea. Dopo aver spostato di circa 1.800 km verso est la linea di contenimento, da alcuni anni gli USA intendono delegare ai paesi centro-orientali tale opera di soffocamento (è di questi giorni, del resto, la notizia secondo cui la cancelliera Merkel va approntando una linea strategica di nuovo armamento). 

Nel 2003 Donald Rumsfeld annunciava che l’asse strategico della politica dell’Alleanza Atlantica si sarebbe fatalmente spostato verso Est. Ed in questi anni lo abbiamo visto. Il non possedere una visione politica profonda, il non voler essere una ideocrazia potrebbe di contro, alla lunga, essere letale per il putinismo, rischiando di avvolgerlo in una spirale tossica. Sappiamo quanto il popolo russo sia “idealista” e patriottico; sino ad oggi ha tributato consensi verso Vladimir Vladimirovic, probabilmente oltre i suoi effettivi meriti, a causa dell’incubo degli Anni Novanta, rispetto ai quali il putinismo ha segnato una salutare e vigorosa battuta d’arresto. 

Di fronte a questa offensiva strategica antirussa (che non sembra affatto fermarsi) alla lunga, senza un pensiero lungo, senza una visione del mondo davvero alternativa a quella liberal-liberista, la stessa forza di sopportazione del popolo russo, seconda a niente altro, potrebbe smarrirsi. Il putinismo, che si basa comunque sul consenso, per quanto tiepido, di una frazione di boiardi di stato, tuttora decisiva ai fini della stabilizzazione, non sembra comunque volersi risolvere e realizzare in una "ideocrazia", che sarebbe poi l’unica autentica strategia, ben oltre i droni o l’ultima scoperta militare da esibire al mondo, per competere effettivamente con il soft power dell’imperialismo americano. 

NOTE

[1] Nella prima parte si è definito il putinismo un gollismo in salsa russa. Alla luce delle riflessioni di una certa corrente sociologica antifascista italiana, francese, argentina, che vede nel gollismo post-45 i germi di un neofascismo si precisa che Putin importa il gollismo caratterizzandolo appunto con una sostanza di salsa russa, ossia impianta il nazionalismo strategico di stato di De Gaulle su una struttura di stabilizzazione conservatrice permanente, “liberandolo” di quel carattere di mobilitazione reazionaria di massa che De Gaulle, dopo la guerra, secondo vari sociologi e politologi, avrebbe mutuato dal fascismo italiano.

venerdì 11 maggio 2018

DE MASI QUAQUARAQUA di Sandokan

[ 11 maggio 2018 ]




Dovete leggervela.

Dovete leggervela l'intervista che il sociologo Domenico De Masi ha rilasciato ad IL MANIFESTO in edicola oggiIl succo è ben riassunto dal catenaccio del quotidiano "comunista":
«È il giorno più nero per la sinistra italiana. In Italia inizia il governo di destra più a destra dal ’46. E io ho ottant’anni: sono nato sotto il fascismo nel ’38 e morirò in un’Italia di destra, ma “destra destra”».
Il De Masi, per chi non lo avesse notato, è uno di quelli che, assieme al Travaglio, tifava per un governo Pd-M5s —cioè tra i cinque stelle e la principale stampella dell'establishment. Ma se sul governo nascente (fino a prova contraria) tra pentastellati e leghisti il Travaglio aspetta guardingo di vedere quali saranno i ministri delle Giustizia e quello che dovesse eventualmente occuparsi dei Tv e comunicazione — per vedere se Salvini e Di Maio hanno stretto un patto col diavolo Berlusconi —, il De Masi, senza aspettare programma, Presidente del consiglio e lista dei ministri del governo in pectore, ha già emesso definitiva sentenza di condanna.

Quello giallo-verde sarà secondo lui il governo più a destra dal 1946. Quindi non solo più a destra di quello di Mario Monti, non solo più a destra di quelli di Berlusconi, più a destra dei governi monocolore democristiani, più a destra di quello di Tambroni!

De Masi è il classico esempio che si può essere molto intelligenti e molto colti ma non capire un cazzo di politica, cioè non capire un cazzo.

Il De Masi dovrebbe ascoltare quel che ha affermato ieri a Firenze il Presidente Mattarella. In veste di garante dei patti europei, cioè in aperta violazione del mandato che gli assegna la Costituzione, Mattarella ha messo in guardia Di Maio e Salvini: "Non osate disobbedire al pilota automatico europeo. Scordatevi quindi di prendere i provvedimenti che avete promesso". E quali sono i più importanti tra questi provvedimenti? L'abolizione della Fornero, del Jobs Act, della "buona scuola", un reddito dignitoso a chi è senza lavoro. Applicarli significherebbe violare le direttive dei tecno-oligarchi europei. Significherebbe, in buona sostanza, dire che sovrani sono i cittadini italiani che con il voto del 4 marzo hanno deciso che queste misure di giustizia sono giuste e devono essere applicate.

Se il governo giallo-verde tirasse diritto e sfidasse i poteri forti questo sarebbe "il governo più a destra dal 1946"? Ma che stronzata è mai questa? A me hanno insegnato che in politica occorre anzitutto individuare chi è il nemico e qual è la contraddizione principale. Hanno quindi insegnato che per battere il nemico principale, tanto più se fortissimo ed esterno, occorre unificare le forze in un blocco nazionale e popolare ( sì, proprio un Comitato di Liberazione Nazionale) e colpire i punti deboli della sua difesa per aprirsi un varco.

Quante volte il De Masi ha segnalato quanto sono ingiuste le politiche austeritarie? Quante volte ha tuonato contro il neoliberismo? Quante volte ha insistito che le politiche europee sono causa del disastro sociale e dell'aumento smisurato dei poveri? Quante volte l'abbiamo sentito difendere la costituzione?

Leonardo Sciascia, ne Il giorno della civetta faceva dire a Don Mariano:
« Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…»


AI SOVRANISTI SENZA SE E SENZA MA di Piemme

[ 11 maggio 2018 ]

Alberto Bagnai ci offre una chiave di lettura

Ieri ci chiedevamo se Di Maio e Salvini faranno la fine di Tsipras. Rispondevamo che questo è di sicuro l'augurio delle élite europeiste. Che queste ultime, prima con le buone e poi con le cattive, vorranno obbligare l'Italia ad obbedire ai diktat euro-tedeschi, ad iniziare dal rispetto delle politiche austeritarie e di rigore fiscale.

Concludevamo quindi che una sinistra patriottica, al netto delle profonde differenze con Lega e M5S, non può che augurarsi, per il bene del Paese e dei suoi cittadini, esattamente il contrario: che il governo giallo-verde non solo non capitoli, ma disobbedisca ai poteri forti.

Ebbene, ieri l'agenzia Reuters [vedi immagine sotto] riportava una dichiarazione di Alberto Bagnai. Importante perché ci offre una chiave di lettura su quello che potrebbe essere l'approccio del governo giallo-verde sul problema dei problemi, quello del rapporto con l'Unione europea.

Bagnai afferma:
«L'unione monetaria europea è destinata a cadere... non ha alcun senso. L'uscita dall'euro non è in cima alla lista delle nostre priorità. La nostra principale priorità è aiutare la crescita e per questo occorre aumentare la spesa in deficit. Il rigore nelle politiche di bilancio ha distrutto la nostra economia». 
Possiamo immaginare quale sia il giudizio di quelli del "tutto e subito", di quelli che "M5S è un entità gatekeeper", di quelli che "non cambierà mai un cazzo poiché l' italiano è un popolo bue", di quelli per cui "chiunque governi a Roma non potrà che ubbidire a Bruxelles e Francoforte".

Essi diranno che quanto dichiarato da Bagnai è la prova provata che alla fine "andrà a finire come in Grecia".

Non li sfiora il dubbio, a questi araldi del "sovranismo senza se e senza ma", che l'uscita dalla gabbia dell'euro e da quella satanica costruzione geopolitica chiamata Unione europea, è una battaglia colossale, di enorme portata strategica. Lo è tanto più perché senza Italia no Unione, senza Italia Unione kaput

I "sovranisti" senza se e senza ma che farebbero se fossero al governo? Dichiarerebbero su due piedi l'uscita unilaterale e la disdetta di tutti i trattati? Certo, questa sarebbe la via più breve, ma non sempre la via più breve conduce alla meta. Può accadere anzi che la scorciatoia conduca verso il baratro. Una guerra la si vince solo con un potente esercito, e questo esercito è il popolo unito, deciso e ben organizzato, con un quartier generale deciso a vincere. Abbiamo forse noi oggi queste due cose? No, non le abbiamo. Dobbiamo darcele strada facendo.

Non voglio qui fare l'avvocato difensore di Bagnai, che non ne ha bisogno. Voglio dire che se il governo giallo-verde attuerà anche solo il 50% delle promesse fatte da M5S e Lega, esso dovrà violare le stringenti clausole eurocratiche su deficit e rigore di bilancio. 

Certo, questa non è l'uscita dall'euro, non è l'assalto frontale. Tuttavia, nelle condizioni date, disobbedire ai trattati, aumentare la spesa pubblica mettendo avanti a tutto non il rispetto dei diktat unionisti ma il bene del popolo lavoratore, sarebbe, tanto più se viene fatto dal governo italiano, un gesto "sovranista", un potente atto di disobbedienza alle élite, le quali potrebbero rispondere in modo aggressivo, peggio di come fecero nel 2011 quando defenestrarono Berlusocni e misero in sella Monti.

Se il governo giallo-verde non si metterà in ginocchio, se M5S e Lega non capitoleranno come ha fatto Tsipras, non solo dovremo dire "ben fatto!". Se ci sarà vera disobbedienza la sinistra patriottica non resterà alla finestra, non si atterrà alla politica imbelle di massimalista memoria "nè aderire né sabotare". La sinistra patriottica, in piena indipendenza, sosterrà attivamente ogni atto sovrano di ribellione.

Ciò tanto più se, per non essere travolto dai poteri forti eurocratici — che saranno senza dubbio spalleggiati dalla Quinta Colonna del grande capitalismo italiano e dai suoi servi politici — il governo giallo-verde dovesse fare appello ad una grande mobilitazione popolare difensiva. Noi lì ci saremo. Poiché lì si aprirà una fase nuova, poiché lì pulserà il sovranismo popolare.
Lì, nella lotta, si deciderà il futuro del nostro Paese.



giovedì 10 maggio 2018

COS'È L'EUROASIATISMO di F.f.

[ 10 maggio 2018 ]

Giorni addietro segnalavamo un articolo su LA STAMPA in cui, alla rinfusa, venivano messi nello stesso sacco Putin, Dugin, il fascismo e quindi l'euroasiatismo.
Una paccottiglia ignobile.
Ci eravamo ripromessi (anche per dare una lezione, non fosse che di stile, ai pennivendoli euro-atlantisti) di tornare sulla corrente specificamente russa di pensiero che va sotto il nome di euroasiatismo, le sue origini, la sua evoluzione, e le sue diverse, in alcuni casi opposte, ramificazioni.
Presentiamo dunque questo contributo. Lo divideremo in due parti, la seconda sarà sulla "Quarta teoria politica" sostenuta del neo-euroasiatista Alexander Dugin. 

Ci auguriamo che questo lavoro contribuisca a fare chiarezza.

* * *
LE ORIGINI

L’euroasiatismo russo acquisisce una dimensione culturale di vasto respiro con Konstantin Nikolaevič Leont’ev (1831-1891), filosofo, monaco, console in diverse località dell’impero ottomano, scrittore di buon valore con una visione apertamente reazionaria e antiliberale. Una certa critica, non solo della sinistra russa, ma anche occidentale, ha spesso messo Leont’ev in relazione allo spagnolo Doloso Cortès (1809-153), filosofo della politica molto importante per comprendere il decisionismo di Carl Schmitt (1888-1985). 

Leont’ev è il primo pensatore russo di rilevanza a valutare in maniera positiva il significato spirituale degli elementi orientali metamorfosati nella cultura russa. In Bizantismo e mondo slavo (Vizantizm i slavjanstvo, 1875), Leont’ev dà un’interpretazione effettivamente originale della specificità e dell’eccezionalismo russi, tentando di dileguare l’eredità slava, valorizzando invece l’influsso bizantino come idea forza archetipica del destino metafisico della russicità, che supera la dimensione naturale-etnica dell’essere russo. 
Konstantin N. Leont’ev
Nella visione del mondo leont’evana la Russia costituisce un universo eccezionale, un cosmo a sé: né asiatico né europeo. Leont’ev non può quindi essere considerato né un nazionalista né uno slavofilo né un panslavista ma vede invece nella Russia un grande impero basato sull’Ortodossia e sull’Autocrazia. Un grande impero multirazziale, multinazionale e multireligioso. 

Va considerato che il 1863 è la data spartiacque, nella storia russa, in cui la corrente culturale dello Slavofilismo (cfr A. Walicki, Una utopia conservatrice, Einaudi 1973) si trasforma sempre più in azione politica, divaricandosi da un lato in panrussismo dall’altra in panslavismo (Cfr. W. Giusti, Il Panslavismo, Bonacci 1993).  

SUL PANSLAVISMO

Il nodo politico-strategico è proprio rappresentato dal respiro euroccidentale del grande continente russo: di fronte alle continue rivolte antizariste del nazionalismo polacco, i panslavisti ex slavofili appoggiano esplicitamente il governo che vuole russificare la Polonia dal punto di vista scolastico e amministrativo. Così si ha una linea ufficiale panslavista sempre più accentuata, da parte dei vari ministeri esteri, che taluni vedono tra le cause del primo conflitto mondiale. Da un lato infatti la Russia zarista fa balenare vaghe speranze agli Slavi sottomessi alla Turchia e all’Austria, mentre dall’altro essa nega ai Polacchi molti di quei diritti di cui godono, p.es, i Cèchi e gli Sloveni in Austria. 

N.J. Danilevskij
Il più rilevante ed interessante pensatore politico panslavista è Nikolaj Jakovlevic Danilevskij, il cui saggio fondamentale Rossija i Evropa (La Russia e l’Europa) identifica il nazionalismo Imperialista granderusso non con lo sciovinismo o la volontà di conquista ma anzi con la necessità di non restare stritolati dalla tenaglia strategica tra Islam ottomano e imperialismo anglosassone: i popoli slavi in genere, ma il popolo russo in particolare è un popolo pacifico, intimamente cristiano, per questo deve armarsi e combattere, per non perire di fronte all’aggressività strategica anglosassone, tedesca, mussulmana. Il mito strategico dei panslavisti è Costantinopoli liberata, che Danilevskij chiama Zarigrad, la città degli zar: tuttavia essa non dovrà diventare capitale della Russia trovandosi in una posizione defilata e marginale ma dovrebbe semplicemente essere la capitale della “federazione Panslava”. 

Questa la soluzione dell’orientalismo panslavista. Fortissimi indirizzi panslavisti ed antieuroasiatisti si hanno nel Diario di uno scrittore di Dostoevskij: certi pensieri dostoevskiani rappresentano veramente la quintessenza di un panslavismo antigiudaico, antioccidentale ed anticattolico. L’Europa panslavista è infatti l’Europa slava o slavizzata — volontari panslavisti accorreranno dalla Russia per difendere i “fratelli Serbi” aggrediti e Dostoevskij dirà che la «Serbia è il sole occidentale, l’unico sole occidentale del grande popolo russo …Noi soffriamo per la morte dei bambini serbi sgozzati dai Turchi sostenuti dagli Inglesi come per la morte dei nostri…» — e così l’Oriente panslavista. 

Leont’ev, di contro, che considera, ai suoi tempi, imminente la fine della Russia “europea” di Pietroburgo e del russismo eurocentrico, fa l’apologia della sostanza bizantina e eurasiatica della Russia in quanto quest’ultima è destinata fatalmente alla contrapposizione con l’Occidente. Nella sua ottica, inoltre, il popolo russo è spiritualmente e moralmente più affine ai Turchi, agli Asiatici, ai Tartari, che agli europei ed agli occidentali. 

Abbiamo accennato alla concezione del Leont’ev per un motivo preciso: il pensiero leont’eviano è un pensiero intimamente politico, e il diplomatico è il padre spirituale effettivo della geopolitica dell’Eurasia
Pjotr N. Savickij

IL SECONDO EUROASIATISMO

Nel '900, con Pjotr Nikolajevič Savickij (1895-1968), definito da più parti l’unico vero “geopolitico” russo, il movimento eurasiatista acquista un significativo spessore politico. 

Savickij fonde i lavori di precedenti studiosi russi (Danilevskij, Mendeleev, Lamanskij) con i punti essenziali della geopolitica europea del suo tempo. Nella concezione di Savickij la Russia-Eurasia è un organico sistema unitario, capace di unificare e conciliare differenti popoli, culture, tradizioni in un grande spazio (mestorazvitie) con tutta l’assonanza ideologica che tale immagine di “grande spazio” ha in Carl Schmitt. 

Questo “grande spazio” attende di conoscere il pieno sviluppo, attuabile solo allorquando i russi si lasceranno alle spalle la loro infatuazione eurocentrica ed occidentalista; per tale ragione, Savickij, pur emigrato bianco ed antibolscevico, si dichiara entusiasta riguardo l’espansione industriale in Siberia e verso la diffusione della cultura russa in Asia, che stavano contraddistinguendo la politica strategica sovietica. D’altra parte, già in epoca zarista la Transiberiana aveva contribuito a unire l’Asia alla Russia, mentre la Transcaspica fu interrotta soltanto dalla guerra. Savickij riteneva che la moderna costruzione di una complessa rete ferroviaria, aerea, automobilistica avrebbe consentito, collegando strategicamente la Russia con l’Asia, l’indispensabile autarchia economico-sociale. Differentemente dagli stati marittimi, che esportano ed importano merci con grande profitto, sul piano delle opportunità strategiche del mercato mondiale, la Russia è per il teorico euroasiatista un “paese diseredato” e può risolvere questa sua lacuna strategica esclusivamente mediante una politica direttrice di tipo eurasiano, che le consenta di realizzare una “autarchia completa”: 
«Tra le entità politico-economiche del mondo la Russia Eurasia costituisce la sfera dell’autarchia per eccellenza ed è pertanto in accordo con regioni non collegate da destini politici, come avviene per i paesi coloniali degli “imperi oceanici”, ma unite da una attrazione reciproca, irreversibile, derivante dalla forza “oceanica” del loro essere diseredate. Tale attrazione reciproca è determinata da un determinato elemento geografico, oggettivo, che una politica statale mirante alla creazione dell’autarchia può soltanto completare e rinforzare» (P.N. Savickij, Continente Eurasia, cit in A. Ferrari, Eurasianism: A Russian approach to Geopolitcs, Roma 2001, II, pp. 879-887 ). 
Da tale angolatura tattica, la secolare corsa russa allo sbocco sul mare non corrispondeva per Savickij ai reali interessi strategici russi: solo rafforzando le regioni interne e declinando il proprio respiro con una connessione strategica asiatica, la Russia poteva conoscere un progresso economico ed una centralità politica. 

Gli euroasiatisti, con Savickij in testa, ritenevano infatti che dopo le fasi storiche “fluviale” e “marittima”, l’umanità avesse ormai raggiunto la fase “oceanica”, contrassegnata dalla costituzione dei due grandi stati continentali, Usa e Urss. L’estensione di questi “grandi spazi” esigeva la costituzione di nuove forme politiche. Per quanto non sia esistito un partito politico eurasiano, il progetto politico e socioeconomico degli euroasiatisti, che vide la collaborazione tra Trubeckoj, Savickij, Karsavin, Ccheidze, Alekseev, si condensava nei due manifesti programmatici. L’eurasismo. Tentativo di esposizione sistematica (1926) e Dichiarazione, formulazione, tesi (1932). 

L’ideologia eurasiana, poiché di ideologia si può parlare, per quanto solidarizzi evidentemente con la controrivoluzione bianca, capisce che la causa zarista, prima che dai leninisti, fu condannata dal divenire storico dei popoli. Il neozarismo era ormai una “fuga dalla storia”. In tale prospettiva, nasce la definizione della corrente euroasiatista come corrente post-rivoluzionaria, mentre sia bianchi sia rossi sono rappresentanti di correnti ideologiche prerivoluzionarie.  Il valore della rivoluzione non sarebbe incarnato dal comunismo — dal mito leninista della rivoluzione mondiale che avrebbe fatto sua la dottrina decadente occidentale — ma invece dal carattere spiritualmente russo ed anti-occidentale della stessa. Di contro alle previsioni strategiche dei leader bolscevichi, i teorici della Russia Eurasia comprendono già dal 1919 che la rivoluzione è una premessa di rinascita nazionale; il comunismo russo, affermatosi in un paese arretrato, poneva perciò le basi di una decisiva orientalizzazione del marxismo a differenza dei propositi di una rivoluzione mondiale, con centro occidentale e il popolo russo quale "legna da ardere sul fuoco di una sovversione globale". 

Si possono notare punti di incontro con il movimento nazionalbolscevico affermatosi in quegli stessi anni nell’emigrazione russa, ma si rimarrebbe alla superficie: i nazionalbolscevichi miravano ad una semplice identificazione tra stato potenza sovietico e nazionalismo grande-russo (ciò che effettivamente si verifica nell’ultima fase stalinista 1941-1953), il movimento euroasiatista progettava invece una Ideocrazia eurasiana che avrebbe dovuto superare la forma ideologica dell’Urss, con un nuovo solidarismo sociale di orientamento fortemente religioso.
Nikolaj S. Trubeckoj

L’euroasiatista Nikolaj Sergeevič Trubeckoj è l’ideatore del concetto di Ideocrazia che farà tanta fortuna. 

La rinascita della Chiesa ortodossa, duramente repressa dai sovietici ma la cui autorità era stata compromessa già in epoca imperiale, doveva condurre ad una sua più autonoma ed organica, sinfonica, definizione del suo rapporto con lo stato. C'è chi ha sottolineato le affinità ideologiche di questo discorso con il corporativismo imperialista del fascismo italiano, secondo Savickij tuttavia il fascismo era destinato al fallimento in quanto minato alle fondamenta dallo scarso peso globale dell’Italia. 
La Russia-Eurasia vagheggiata era concepita come l’unione di tutte le nazionalità di questo “grande spazio”, ritenute geopoliticamente inscindibili e bisognose di uno sviluppo libero e federale nel contesto però di una libera confederazione eurasiatica

Tendenze eurasiane vivranno in seguito in talune marginali frazioni del PCUS e del KGB, ma a nostro avviso con scarso peso geopolitico e politico durante l’intera fase postleninista, che è tutta orientata, seppur con le differenti metodiche, in senso fortemente nazionalbolscevico. L’analisi di Zjuganov per comprendere la strategia politica sovietica rimane a mio avviso la più profonda. La storia politica sovietica è interamente segnata dalla lotta mortale tra due frazioni, la prima, "nazionalista ed imperiale", che puntava realisticamente alla costruzione della potenza statale e nazionale; la seconda, "rivoluzionaristica ed avventuristica", di taglio classista, cosmopolita e internazionalista.

La visione strategica staliniana, sintesi della visione imperiale, caratterizzata dalla autosufficienza dello stato potenza, e di quella nazionalista grande russa o addirittura pan-russista più che panslavista, poneva le basi per una profonda compenetrazione dello stato sovietico con l’ideologia nazionalbolscevica. In questa luce sarebbe da analizzare la strategia del krushovismo, rimodulata poi con effetti definitivamente catastrofici da Breznev e Andropov, se ed in che misura essa sia stata una declinazione della politica di potenza staliniana o non invece, nel suo essere sfida diretta agli USA per la supremazia mondiale, un suo abbandono.

Esula da questa ricerca analizzare il fenomeno della Stella rossa su Shamballa e la misteriosa attività del professore bolscevico dell’Occulto: A. Barchenko

Con Lev Gumilev (1912-1992) duramente perseguitato dal regime sovietico, rinasce
Lev Gumilev
 gradualmente in tempi recenti l’idea euroasiatista, annientata nelle sue radici e nei suoi propositi dal neo-panrussismo imperialista staliniano. 

Non è qui importante ripercorrere la vita e l’azione di quell’eccelso studioso che fu Gumilev; ma viceversa è importante notare che dello spirito cristiano degli euroasiatisti originari in lui non vi è traccia, il nucleo della sua concezione essendo infatti costituito dalla teoria cosmista della passionarietà, che sicuramente è una rottura totale con il vago spiritualismo del movimento euroasiatista originaria. 
Lo stesso Gumilev ne è consapevole: per questo si autodefinisce “l’ultimo euroasiatista”. Per questo non smette di notare che se egli è da un lato un continuatore di Trubeckoj dall’altro era estranea ai “primi euroasiatisti” l’essenza della teoria etnogenica, ovvero il concetto di passionarietà, l’esplosione della onda di potenza energetica nella vita di un popolo e del successivo invecchiamento decadente. 
Per quanto concerne gli “sbalzi energici” Gumilev portò anche l’esempio delle formiche tropicali che abbandonano improvvisamente i loro sicuri sistemi sociali e migrano distruggendo ogni cosa con il solo fine di morire. E così avviene anche per popoli e ondate collettive, colte dalle spinte della “passionarietà”. 
Ricordiamo di passata che Gumilv considerò una "sciagura" l'invasione russa dell'Afghanistan, così come una "catastrofe storica" l'auto-dissoluzione dell'URSS.

Parleremo nella seconda parte del neo-eurasiatismo russo, successivo agli anni ’90 dello scorso secolo.  

Per quanto riguarda il putinismo risulta evidente che esso, differentemente da quanto sostengono molti analisti occidentali, tra cui, tra le righe, C. Rocca de LA STAMPA, è estraneo alla dimensione dell’Ideocrazia Eurasiatista

L’odierna Unione Economica Eurasiatica — Russia, Bielorussia, Armenia e Khazachistan — vista con gli occhi del movimento eurasiatista dell’epoca, sarebbe oggi vittima delle più radicali critiche da parte di un Trubeckoj. La guerra cecena, il battesimo del putinismo politico, avrebbe portato probabilmente gli euroasiatisti, come fece E. Limonov, a schierarsi con gli indipendentisti ceceni e forse anche con gli islamisti di S. Bassaiev. Sicuramente avrebbero invece appoggiato, come la sta appoggiando Limonov, la salvaguardia dei russi e dei filorussi in Crimea ed in Ucraina.   
Putin, peraltro, come ha mostrato la declinazione mediterranea della sua realpolitik, non è affatto un continentalista. Una Ideocrazia Eurasiatica oggi dovrebbe porre all’ordine del giorno l’alleanza strategica e ideologica con Cina e Corea, senza dimenticare Nuova Dehli, come propose anni fa il leader del Partito comunista russo Zjuganov. Il modello putinista è perciò un modello classico di nazionalismo grande-russo, non panslavista né eurasiatista e nemmeno accentuatamente panrussista (come mostrano i tristi casi delle Repubbliche baltiche), o se si preferisce un modello di “gollismo in salsa russa”. 

(Fine prima parte)

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