venerdì 4 agosto 2017

POESIE PER MASSIMO BONTEMPELLI di Marino Badiale

[ 4 agosto 2017 ]

Sei anni fa, il 31 luglio 2011, a Pisa, dopo breve malattia, ci lasciava il nostro grande amico, filosofo e storico Massimo Bontempelli [nella foto]. 

Pubblichiamo alcune poesie scritte in sua memoria da chi gli fu vicino, Marino Badiale, pubblicate nella sue recente raccolta.




1.
Difficile spiegare chi eri.
Mi prenderebbero per pazzo.
E non sono molto coraggioso,
lo abbiamo sempre saputo.
Ma non ti ho rinnegato, questo certamente no,
anche se il gallo ha cantato molte volte da allora.
Mi chiedo se ti ho meritato.
Penso di no.
Sì, c'è ancora tempo,
non sono finito,
ma non credo di avere le forze
per fare molto più di ciò che ho fatto.
Ho troppi conti da pagare,
troppe email a cui rispondere,
e devo curarmi
una discopatia alle cervicali.
Cerco di salvarmi la vita.
Perché non ritornerai circondato di gloria
alla destra del Padre,
lo sappiamo bene.
E allora questo solo posso dirti.
Perdonami, accoglimi, ascoltami.
Come hai sempre fatto.



2.
Plotino si vergognava di avere un corpo.
Hegel non saprei, ma credo di no.
Il tuo problema non era certo la vergogna,
era il dolore, quel buco nero
che ti ha rubato i giorni della vita,
e alla fine ti ha ucciso.
Ma quando ti lasciava libero
nel tuo corpo non ci stavi male.
Ti godevi le piccole cose:
un buon caffè, una spiaggia tranquilla,
il silenzio, soprattutto.
Ti muovevi con un po' di incertezza.
Era forse l'eccesso di cose
che portavi al futuro.
Cercavi, esitando, con chi dividerle.
Qualcuno l'hai trovato, dopotutto.
Dopotutto, sei stato felice.



3.
Come si può vivere decentemente
in un tempo senza speranza
come il nostro?
Ce lo siamo chiesti a lungo, ricordi?
Dovevamo anche scriverci un libro.
Tu avresti parlato di Proclo e Giamblico.
Il tuo destino ha deciso diversamente.
Hai fatto quello che hai potuto.
Hai protetto i semi
che forse nasceranno.
Hai copiato antichi manoscritti.
Hai detto, a chi la chiedeva,
la parola che aiuta,
e forse salva.
Hai fatto quello che hai potuto.
Come fanno tutti, si potrebbe dire.
Ma davvero non come tutti.



4.
Cos'è che ci salva?
Era questa la domanda
che non ti ho mai fatto,
distratto dalle tante altre cose
di cui volevo parlarti.
Perché alcuni sono sommersi
dalle onde della vita
e sprofondano giù,
nel buio, perduti,
e altri riescono ad afferrare
un senso che riscatta il dolore
e ti salva?
Dove sta l'impercettibile
punto di svolta?
Il crinale fra coraggio e viltà?
Forse non avresti risposto,
scuotendo la testa imbarazzato,
come quando mi vedevi commettere
i miei errori.
In interiore homine habitat veritas.
E Sant'Agostino, lo possiamo dire,
se ne intendeva.
Ma forse so perché non te l'ho mai domandato.
Perché non era quello che volevo chiederti
ma solo
salvami, ti prego”.
E questo davvero
non lo potevi fare.



5.
La storia ha un modo di ridere che è ripugnante
scriveva un poeta che amo.
Parlava della grande Storia dei popoli e delle classi.
Ma anche le piccole storie degli individui
non sono da meno.
Ti è sempre mancato il tempo
per scrivere, per dare al mondo quello
che solo tu potevi,
e quando finalmente il tuo orizzonte si è aperto
la vecchia falce l'ha richiuso,
quasi subito.
Ho fatto i conti,
hai dato esattamente
l'otto virgola tre periodico per cento
di quello che avevi.
Anche così, è stato sufficiente
a cambiarmi la vita.
Ma adesso i demoni meschini
sono lì che mi attendono,
ghignando,
adesso che tu non ci sei.



6.
Gli uomini sono esseri mirabili
scriveva ancora quello stesso poeta
parlando del celebre marxista ungherese.
Chissà cosa intendeva veramente.
Di certo tu non ti saresti mai
espresso così.
Conoscevi troppo bene i nodi
che dentro ognuno di noi
legano il bene al male,
le piccole viltà che ci rendono impossibile
ciò che in verità potremmo.
Mirabile è ciò che nell'uomo
può manifestarsi
se lo sappiamo volere.
Gli uomini sono esseri liberi”
avresti forse detto
e ne pagano il prezzo”



7.
Ti mancava l'ironia,
questa forma civilizzata
dell'odio.
Eri incapace di odiare,
appunto.
Ridevi come ridono i bambini.
Temevo che non sapessi proteggerti.
Avevo paura per te.
Che sciocco.
Alla fine
sei tu che hai vinto.



8.
Raccolgo cose disperse che abbiamo scritto,
ne faccio un libro
dalla copertina buia,
come i tempi che ci attendono,
e che tu non vedrai.
Non oso soffermarmi a pensare
allo spreco assurdo
di te
che il nostro tempo ha fatto.
Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti
scrissero i due saggi tedeschi.
Ma quando né la classe dominante
né quella dominata
hanno più nulla
che assomigli a un'idea
che cosa domina il tempo?
La risposta è ovvia,
il nulla produce il nulla,
il vuoto che corrode
tutto ciò che appare solido
e si dissolve nell'aria.
Non era il tempo per te.
In fondo è già molto
se ti hanno lasciato vivere.



9.
Il grande poeta tedesco
esaltava l'umile
che strappa al saggio la saggezza
perché sa volerla.
A te non bisognava strappare nulla,
eri pronto a dare
sapere e sapienza,
ma certo bisognava volerlo
e assumersene
le conseguenze.
Posso dire di averlo fatto?
Nel mio modo imperfetto,
poco utile,
e poco coraggioso,
lottando contro le ansie 
che mi porto dentro,
sì,
l'ho fatto.




- “In interiore homine habitat veritas”: Sant'Agostino, appunto
- “un poeta che amo”: Franco Fortini
- “celebre marxista ungherese”: György Lukács
- “i due saggi tedeschi”: ovviamente, Marx ed Engels
- “grande poeta tedesco”: B.Brecht, nella “Leggenda sull'origine del libro Taoteking dettato da Laotse sulla via dell'emigrazione”.


giovedì 3 agosto 2017

JUGEND RETTET-IUVENTA: CHI C'È DIETRO L'ESTREMISMO UMANITARIO? di Piemme

[ 3 agosto 2017 ]

Dal XVI e il XIX secolo la tratta degli schiavi africani passava per l'Atlantico. Oggi per il Mediterraneo. 
Ad organizzarla erano anzitutto spagnoli e portoghesi. Oggi sono delle ONG occidentali globali. 
Ad aiutare gli schiavisti erano allora regni locali che rapivano i nativi per barattarli con i negrieri europei. Oggi non è molto diverso: gli intermediari sono potenti bande autoctone (aiutate dai corrotti e regimi locali) passate dal traffico di droga al più lucroso commercio di esseri umani. 

In lingua swahili la tratta degli schiavi era maafa («disastro»). Oggi, per la neolingua imperiale tutto ciò si chiama «accoglienza». 

E la chiesa? I ministri di Dio parlano sempre lo stesso idioma. Se allora benediva spudoratamente i Re cattolici negrieri e giustificava la schiavizzazione dei "pagani e dei nemici della vera fede" e dei "negri privi di anima" (vedi la famigerata bolla Dum Diversas del 16 giugno 1452 che Papa Niccolò V inviò  al Re del Portogallo Alfonso V), oggi consacra lo stesso commercio in nome della cristiana caritas e dell'avvento della civitas maxima

Ma se la giustizia divina assolve, quella umana, spesso, no.
Le ONG intervengono a ridosso della costa libica

Ha fatto scalpore il sequestro ordinato dalla Procura di Trapani della Iuventa (proprietà della ONG Jugend Rettet), ex peschereccio ristrutturato (coi soldi di Soros, altro che crowdfunding di caritatevoli studenti tedeschi, ma a questo ci arriviamo poi) in mezzo di trasporto —per la neo-lingua "salvataggio"—dei nuovi schiavi.

Accurate indagini durate quasi un anno hanno mostrato che il raggio d'azione della Iuventa insistesse sempre nello stretto tratto di costa libica fra Zabrata e Zuara, che sempre Iuventa interveniva senza che esistesse alcun pericolo per gli imbarcati, che quindi c'era connivenza e complicità tra gli amorevoli studenti tedeschi è gli scafisti. 

Dov'è la novità? Già nel dicembre 2016 FRONTEX aveva ufficialmente denunciato medici senza frontiere di intelligenza e collusione con gli scafisti libici. E poi venne anche la Procura di Catania —silenziata presto dal governo, che ora invece ha trovato necessario (elezioni alle porte) dare semaforo verde a quella di Trapani.


  IN QUESTO VIDEO NOTARE LE ROTTE DEI "SALVATAGGI"  


Gli inquirenti sospettano infine che oltre ai contatti illeciti coi mercanti libici (di qui il reato di favorire l'immigrazione clandestina) possa esserci un ritorno economico.

Noi siamo dell'opinione che quest'ultimo sospetto sia infondato. 
Questi altruisti studenti tedeschi non hanno bisogno, per svolgere la loro missione, di staccare il pizzo ai negrieri, per la semplice ragione che essi sono sul libro paga del miliardario G. Soros. 

Attraverso la Open Society Foundations, la European Council on Foreign Relations (ECFR), quindi la Migrant Offshore Aid Station (quest'ultima con base a Malta) Soros e altri paperoni filantropi finanziano infatti, a suon di milioni di dollari, svariate ONG quali: Stichting Bootvluchting, Médecins sans frontières, Save the children, Proactiva Open Arms, Sea-Watch.org, Sea-Eye, Life boat.

Nella lista non poteva mancare (appunto!) l'incriminata Jugend Rettet.


Davanti all'evidenza che le ONG fanno un vero e proprio servizio taxi organizzato in combutta coi negrieri libici (che quindi queste ONG non sono meno "trafficanti" di quelli che gli consegnano la merce), è davvero stucchevole la maniera con cui la stampa di regime, che negli anni ha tessuto le lodi se non veri e propri peana verso l'attività di queste ONG sorosiane. LA STAMPA di oggi, ad esempio, con un editoraie del poveretto Francesco La Licata, prova a smontare l'iniziativa della Procura di Trapani, sostenendo che
l'inchiesta non deve... «compromettere la sana gestione dell'azione umanitaria condotta da tanti volontari che rischiano la vita per salvare quei popoli in fuga». Per l'autore del paludato libello la Procura di Trapani interviene ... «su comportamenti "abnormi" di qualche componente dell'equipaggio dell'imbarcazione riconducibile alla ONG Jugend Rettet».

A che punto arrivano ipocrisia e infingardaggine....







VACCINI: ha vinto Lascienza di il Pedante

[ 3 agosto 2017 ]

Venerdì è stato approvato alla Camera il «decreto vaccini» che porta il nome del ministro Lorenzin. Come previsto su questo blog, il testo convertito in legge si è ammorbidito nel passaggio parlamentare con la riduzione del numero delle vaccinazioni obbligatorie e delle pene per gli inadempienti. E, come previsto, la sua applicazione si sta già scontrando con difficoltà di diverso ordine che lasciano presagire una situazione di incertezza del diritto ormai tipica di ogni riforma contemporanea: dalla carenza di organici delle aziende sanitarie che non riusciranno a vaccinare tutti gli obbligati nei tempi previsti, agli oneri burocratici a carico delle scuole, nelle cui aule non si raggiungerà comunque l'«immunità di gregge» non essendo vaccinati i docenti e il personale, né potendoli vaccinare per mancanza di fondi.
A ciò si aggiungono le più gravi opposizioni dei governi regionali, cioè di coloro che dovrebbero mettere in pratica la legge. Per toccarla piano, l'assessore all'Istruzione della Valle d'Aosta e la sua collega ligure alla Sanità hanno rispettivamente definito il decreto «nazista» e «fascista», con la promessa di boicottarlo non applicando le sanzioni previste. In giugno il Consiglio provinciale dell'Alto Adige ha approvato all'unanimità un documento contro l'obbligo vaccinale, mentre la Regione Veneto è ricorrente in Corte costituzionale contro la riforma.
Comunque vada, l'approvazione della legge è una iattura per coloro che vi si opponevano e una vittoria per chi la ha sostenuta, per chi cioè, nel dibattito che ha accompagnato il breve iter, si è intitolato il ruolo di defensor scientiae, di fiaccola della razionalità empirica contro le superstizioni dei no/anti/freevax. E noi vogliamo essere con loro.
Tralasciamo dunque i tanti dubbi espressi nell'articolo precedente. E tralasciamo le differenze tra scienza e Lascienza, già protagoniste di un divertissment gaddiano di Alberto Bagnai in cui la divinità scientifica mette in mostra tutta la sua tellurica cedevolezza alle fregole del dominus. Tralasciamo anche il fatto che la scienza, non possedendo favella, parla per bocca di una comunità scientifica tutt'altro che unanime sull'opportunità e le motivazioni del decreto, poco o per nulla coinvolta nella sua redazione e disincentivata al dibattito con la minaccia di ritorsioni disciplinari à la Paolo V. Tralasciamo l'assurdo insiemistico di squalificare le opinioni di alcuni scienziati, cioè di coloro che producono la scienza, in quanto non convalidate da una preesistente e imperturbabile scienza: cioè da Lascienza. E tralasciamo quindi, ad esempio, anche il recentissimo documento della Società italiana di psico-neuro-endocrino-immunologia (SIPNEI) che invito a consultare nella sua interezza, secondo la quale «la decisione governativa di estendere l’obbligatorietà delle vaccinazioni... a nostro avviso, non regge ad un esame ravvicinato dei dati e delle premesse». Gli autori saranno anche scienziati, ma non sono evidentemente Gliscienziati.
Tralasciamo tutte queste cose e, per un giorno, accingiamoci a festeggiare con la frangia illuminista dell'opinione pubblica. Ma, esattamente, a festeggiare che cosa?

È chiaro che l'eventuale valore scientifico della nuova legge non risiede negli obblighi e nelle sanzioni. Questi sarebbero solo strumenti per raggiungere un traguardo predicato, cioè l'aumento delle coperture vaccinali. L'obbligo di comportarsi scientificamente non sarebbe celebrato in sé, ma in quanto promotore di comportamenti scientifici. E qui insorgono un paio di grossi problemi.
Il primo è che, delegando direttamente le conclusioni del dibattito scientifico a istituzioni dotate di vis politica - dagli ordini professionali fino ai membri del governo - lo si è privato di una sua prerogativa sostanziale, di ricercare liberamente una verità provvisoria utile all'avanzamento delle conoscenze. Per quanto in modo strisciante, la querelle sulle vaccinazioni ha reso più esplicito un ribaltamento di forze tra scienza e potere dove quest'ultimo si va ritirando dal ruolo di promotore della ricerca e vi rientra a gamba tesa per suffragare l'una o l'altra campana, per certificare l'uno o l'altro risultato con il peso minaccioso della propria autorità, buttando così nel gioco istanze che nulla hanno a che fare con gli obiettivi di quella ricerca: consenso elettorale, inclinazioni ideologiche, condizionamenti geopolitici, interessi di lobby ecc. Ma non solo. Nell'impossessarsi di quel discorso, lo riformula in un codice linguistico - quello della politica e del giornalismo - che è la negazione quasi puntuale di ogni disciplina di metodo, pieno com'è di grossolane semplificazioni da talk show, attacchi alla persona, slogan pieni d'effetto ma poveri di contenuto, fino al falso sic et simpliciter.
Nella rottura di questo equilibrio non si inabissa solo l'utilità dello strumento scientifico, ma prima ancora la sua rispettabilità. Il punto è stato ben colto dal citato documento SIPNEI:
Istituzioni scientifiche, professionali e singole personalità, con l’amplificazione dei media, hanno dato una pessima prova, adottando un atteggiamento paternalistico, dogmatico e, a un tempo, di allarme sociale, bollando con marchio d’infamia tutti coloro che, anche in sede professionale e scientifica, hanno espresso valutazioni articolate e di merito sui singoli vaccini... nel furore della polemica, alcuni esponenti dell’Accademia hanno diffuso una visione della scienza di stampo dogmatico, con il risultato paradossale, a nostro avviso, di produrre un rafforzamento, invece che un indebolimento delle convinzioni di tipo antiscientifico presenti nella popolazione. In questo modo, è stato prodotto un danno enorme alla diffusione della cultura scientifica del nostro Paese, che già soffre di ritardi storici a livello di massa.
E ancora:
Non si difende e non si diffonde la cultura scientifica adottando il modello medievale dell’«ipse dixit», dell’autorevolezza della cattedra, bensì mostrando la bellezza del metodo scientifico... Solo una scienza che ottenga i suoi risultati adottando una procedura trasparente e che li condivida con la società tutta, è in grado di conquistare la partecipazione convinta dei cittadini alle proposte di politica sanitaria che ispira.
E già questa, comunque la si pensi, è una pessima notizia, tanto più per chi sognava il positivismo al governo. Se non irreversibile, il danno d'immagine è in effetti «enorme» e lascerà un segno duraturo nell'opinione pubblica se non si provvede in fretta a restituire al pensiero scientifico la dignità, l'indipendenza e la problematicità che lo devono caratterizzare.
Il secondo problema è al tempo stesso corollario e dimostrazione del primo. Chi scrive si confronta sempre più spesso con persone che fino a sei mesi fa non si erano neanche minimamente poste il problema delle vaccinazioni. Parliamo di qualche decina di casi, a cui corrispondono le decine di migliaia che manifestano nelle piazze e sui social e, si
presume, le centinaia di migliaia o milioni haec conferentes in corde suo. Se non vogliamo pensare che queste moltitudini, prima ignare e poi insospettite dal metodo, convertitesi in compulsatrici notturne di siti alternativi, alimenteranno almeno in parte le fila degli esitanti o dei renitenti, bisogna ammettere che chi già ne faceva parte affronterebbe oggi il supplizio della ruota pur di non sottoporre i pargoli alle iniezioni. Sicché, se proprio andrà bene, la situazione non potrà che consolidarsi sui numeri attuali.
Occorre insomma chiedersi, sempre a beneficio degli Auguste Comte con cui avrei voluto brindare, se il provvedimento sia funzionale all'obiettivo. Perché se ciò non fosse, si tratterebbe di una mossa politica non solo fallimentare, ma anche antiscientifica nei suoi effetti. Per valutarlo non basta però l'esperienza aneddotica di un Pedante, né le previsioni di chi osservasse l'inedito tenore delle proteste. Ci vuole, appunto, una valutazione scientifica del fenomeno. Che esiste.
Il progetto ASSET è un progetto quadriennale europeo di ricerca che studia le ricadute sociali delle pandemie e delle politiche sanitarie di emergenza. Nel report Compulsory vaccination and rates of coverage immunisation in Europe (settembre 2016) i membri del gruppo indagavano la correlazione tra coperture vaccinali e obbligatorietà dei vaccini nei paesi dell'Unione europea e dell'Area economica europea (EU/EEA), concludendo che
... il confronto [tra i paesi esaminati] non è in grado di confermare alcuna relazione tra vaccinazioni obbligatorie e tassi di immunizzazione infantile nei paesi EU/EEA... Benché questa esposizione dei dati non sia in grado di fornire la prova definitiva dell'efficacia o inefficacia delle vaccinazioni obbligatorie sui tassi di immunizzazione, essa dimostra che questo approccio non risulta rilevante nel determinare la copertura vaccinale infantile nei paesi EU/EAA.
Qui gli scienziati (sì, sono scienziati) del progetto ASSET non esprimono un'opinione o una raccomandazione, ma presentano i risultati di una rilevazione da cui emerge che, nell'epoca e nel contesto geografico, politico e sociale in cui si trova il nostro Paese, l'obbligo di vaccinarsi non fa aumentare i vaccinati. Punto. E lo dimostrano attraverso un'osservazione empirica, cioè scientifica, dalla quale si deve evincere che la legge sull'obbligatorietà dei vaccini, anche volendole attribuire le migliori intenzioni e la fondatezza degli assunti, è antiscientifica in definizione perché contraddice i risultati della ricerca scientifica sulla sua efficacia.
Una beffa, insomma. La nemesi di un metodo scientifico che evidentemente non si lascia mettere le mani addosso senza reagire. E non si può neanche dire che i dati - peraltro facilmente accessibili a tutti - fossero arrivati tardi. La ricerca era già pubblicata nell'estate del 2016 e gli autori, basandosi su quei risultati (lo ripetiamo: scientifici), lanciavano anche un avvertimento al Governo italiano nel febbraio di quest'anno:
Sono molti i modi in cui le autorità possono lottare contro l'esitazione vaccinale. Tutti possono migliorare la situazione, ma solo a patto che ci si tenga ben presente che i genitori non sono fanatici, testardi e irrazionali, ma padri e madri ansiosi e preoccupati che hanno a cuore i loro bambini tanto quanto coloro che decidono di vaccinarli. Occorre aiutarli a fare la scelta migliore per i loro piccoli, non obbligarli a fare qualcosa che secondo loro li potrebbe danneggiare in modo grave.
Tutto inutile. Doveva vincere Lascienza, e vinceremo.
***
Le vie dell'irrazionalità sono infinite. Sicché non deve stupire che riescano anche a indossare il camice di una metodo scientifico propedeuticamente squalificato al rango della sua caricatura simbolica. Se scoprire il gioco è tutto sommato facile, capirne le cause è un esercizio più arrischiato che per amore di pedanteria tenteremo almeno di abbozzare, domandandoci perché i sostenitori più vocali della razionalità aderiscano, nel nome di quella razionalità, a soluzioni razionalmente non fondate.
La prima e più banale ipotesi chiama in causa il deficit di informazione. Per comprendere le istanze di un dibattito scientifico non servono solo competenze alla portata di pochi,
ma anche la disponibilità ad accettare risposte «aperte» e provvisorie che non possono da sole colmare il margine della discrezionalità e della precauzione di ciascuno. La ricerca di nozioni definitive e non problematiche («Lascienza dice») diventa così un atto di economia cognitiva necessario come lo è l'intuizione pre-empirica, ad esempio quella di credere che obblighi e sanzioni promuovano sempre la diffusione di una pratica più di quanto possa un invito.
La seconda ipotesi, che si dovrà sviluppare meglio in un'altra sede, è quella della partecipazione politica identitaria. In una democrazia impotente dove la volontà popolare è sostituita da vincoli e necessità esogeni a cui bisogna piegarsi - i listini di borsa, i trattati internazionali, i mercati esteri, i capricci dei partner politici e commerciali ecc. - la partecipazione politica diventa uno strumento cosmetico per affermare un'immagine di sé, non per promuovere azioni e programmi. Sicché, come si vota a sinistra per essere di sinistra e non per farepolitiche di sinistra, così si sostiene una qualsivoglia legge a favore delle vaccinazioni per essere razionali e moderni, o specularmente per non essereoscurantisti, complottisti, grillini, lunatici ecc. Che poi serva davvero, è questione pratica che esula dalla funzione identitaria in cui si è arenato l'esercizio politico.
La terza ipotesi ci fa ritrovare una vecchia conoscenza, anzi una vecchia zia: la zia Tecno, per gli amici tecnocrazia. Qui Lascienza non è che l'ulteriore mascheramento della competenza dei professori al governo, dell'indipendenza dei banchieri centrali, della τέχνη dei tecnici che agiscono per necessità aritmetica e non per orientamento politico. È il sogno, così ricorrente nell'ultimo decennio, di un principio superiore e imperturbabile all'errore umano che può salvarci dai capricci della turba elettorale e condurci, volenti o nolenti, a compiere le scelte migliori. Il ritornello de «la scienza non è democratica» non significa in sé nulla: non trattandosi di una forma o surrogato di governo, essa non è nemmeno monarchica, autarchica, ginarchica, papale o altro. In quella formula si rivela piuttosto la tentazione di sostituire agli incerti della democrazia un meccanismo che si immagina infallibile e preciso. Di rottamare l'autodeterminazione dei popoli (che, non essendo la scienza una fonte del diritto, possono benissimo condursi anche in violazione delle certezze scientifiche del momento, ad esempio nelle questioni religiose) e affidarsi a un'acefala, impersonale e più tranquillizzante eterodeterminazione. Che poi la titolarità di quel vincolo sia in realtà reclamata, come sta accadendo in questo e in altri contesti, da umanissimi potentati mossi da umanissimi interessi, lascia presagire fin troppo bene dove si andrà a parare.
La quarta ipotesi è anche la più audace e meno documentabile, perché postula un dolo, sia pure potenziale. Se si introduce un obbligo con la promessa di un miglioramento che non avverrà, che cosa resta? L'obbligo, appunto. Resta una limitazione della libertà dei singoli a cui non corrisponde una contropartita nel contratto sociale, un'imposizione fine a se stessa che libera spazi per controllare e reprimere, fissare un altro precedente nella
revoca dei diritti fondamentali della persona in nome dell'«emergenza» e alimentare insieme un conflitto ideologico dove il fronte dei sudditi si spezza in un gioco di odio, delazioni e sospetti. Qui la scienza non è più solo il pretesto dell'oppressione, ma per ciò stesso ne è anche la vittima. Rileggiamo, ancora una volta, George Orwell:
Nell'Oceania di oggi la scienza intesa come la si intendeva un tempo ha quasi cessato di esistere. In neolingua non esistono parole per esprimere il concetto di «scienza». Il metodo di pensiero empirico, su cui si fondavano tutte le conquiste scientifiche del passato, non è compatibile con i principi più fondamentali del Socing. Lo stesso progresso tecnologico riguarda ormai solo i prodotti che possono essere utilizzati in qualche modo per ridurre la libertà degli uomini. In tutte le discipline di un certa utilità, il mondo è fermo o sta tornando indietro.
Una scienza controllata e sfruttata da chi governa tende all'inutilità, una volta esauritasi come strumento. Ce lo spiega in una sola frase il poco pedante O'Brien, alto funzionario del Partito interno in 1984:
Quando saremo onnipotenti, non avremo più bisogno della scienza.

* Fonte: Il Pedante 

mercoledì 2 agosto 2017

IMMIGRAZIONE: MELENCHON NON PIACE PIÙ AI COMPAGNI ITALIANI di Piemme

[ 2 agosto 2017 ]

Dato il grande successo di France Insoumise al primo turno delle presidenziali francesi (19,5%), nel variegato campo della sinistra radicale italiana, era tutto un osanna per J.L. Melenchon. Gli entusiasmi si raffreddarono tuttavia ben preso quando, in vista del secondo turno Melenchon, rifiutò, giustamente, di dare indicazione di voto per il banchiere Macron contro la Le Pen.

Da allora Melenchon e France Insoumise sono letteralmente scomparsi dalla visuale della sinistra radicale italiana. Fassina, ad esempio, esecrò la posizione astensionista dei "cugini" francesi.

C'è tuttavia un'altra spinosa ragione che spiega perché la sinistra radicale italiana ha fatto calare il sipario su Melenchon: la questione dell'immigrazione. I sinistrati italiani erano evidentemente distratti, non si erano accorti che Melenchon, già nella campagna per il primo turno, aveva respinto la posizione immigrazionista, ovvero dell'accoglienza indiscriminata, affermando che non è sostenibile per la Francia aprire le sue frontiere, non solo ai rifugiati aventi effettivamente diritto, ma indiscriminatamente a tutti ai migranti cosiddetti economici.

Ci permettiamo di sottolineare che una delle ragioni che permise a France Insoumise di ottenere il 19,5%, avvicinandosi alla possibilità di accedere al ballottaggio, fu proprio per questa posizione di rifiuto del diritto indiscriminato dei migranti ad entrare in Francia.

Se i cugini italiani, di Melenchon, invece di ubbidire ad un riflesso condizionato ("Che bello, siamo tutti di sinistra e siamo ancora vivi!") avessero fatto attenzione al programma di France Insoumise, se avessero seguito davvero come Melenchon parlava ai francesi, si sarebbero accorti, ad esempio, che la sinistra "politicamente corretta" francese aveva subito criticato il "populismo sovranista di Melenchon". 

Ai politicamente corretti facevano eco i gauchiste no-border (l'estrema sinistra) che alzarono un polverone bollando Melenchon niente meno che come "razzista". 
Per chi voglia approfondire l'argomento e conosca la lingua francese, consigliamo di leggere questo lungo attacco contro le "ambiguità populiste" di Melenchon, scritto dall'immancabile intellettuale progressista che, dopo avere sottolineato lo stretto legame tra la questione dell'immigrazione e quella della sovranità nazionale, così conclude penosamente la sua filippica:
« Benoît Hamon [il candidato socialista (sic!), NdR]», ora serio concorrente di Melenchon, ha affermato che la Francia deve "accogliere più migranti": il suo programma rivendica delle misure precise, notoriamente nei termini del diritto di asilo. Non possiamo pensare che Melenchon sia in materia meno progressista del partito socialista".
Che i sinistrati italiani, accoglientisti a prescindere, abbiano scelto, da almeno due mesi, la via della rimozione, possiamo capirlo.

Siamo invece stati molto sorpresi che anche gli amici di SENSO COMUNE, che pur perorando la modalità populista (anche troppo per la verità) siano finiti per rivolgere a Melenchon le medesime critiche dei sinistrati che dicono di aborrire:
«La nostra bussola è quella della solidarietà e dell’internazionalismo. Benché la storia dell’emancipazione popolare abbia occasionalmente abbracciato le ragioni della chiusura a scapito di quelle dell’accoglienza, è alla logica inclusiva che dobbiamo rivolgerci nell’articolare la nostra identità. Le morti quotidiane nel Mediterraneo chiamano in causa il nostro stesso senso d’umanità, e su questo non possiamo cedere di un passo. Nonostante sia palpabile fra molti il senso di scetticismo e ostilità, la fratellanza fra popoli intercetta elementi del senso comune che sono trasversali alla cultura italiana, nelle sue componenti laiche e religiose. Da qui si deve partire».
Abbiamo capito bene? "Da qui si deve partire"?!?





martedì 1 agosto 2017

SICILIA: MANOVRE E MANOVRATORI A SINISTRA di S. St.

[ 1 agosto]

Nella foto accanto l'assemblea della "sinistra alternativa", svoltasi a Palermo il 29 luglio (Hotel Astoria).

Ne abbiamo scritto ieri, ricordando quali fossero le forze che vorrebbero dare vita alla lista in vista delle regionali. Ho già scritto che il perno di questa coalizione è il Partito della Rifondazione Comunista, a ruota il Partito Comunista Italiano di Luca Cangemi. Tra i cespugli, a fare numero, civatiani, ingroiani e dulcis in fundo gli amici di Fabio Cannizzaro (Risorgimento socialista).

PRC perno...
In verità non tutta Rifondazione siciliana sostiene la lista della "Sinistra Alternativa", ma solo la corrente cosentiniana (Mimmo Cosentino è il segretario regionale del PRC). La maggioranza dei rifondaroli palermitani infatti, guidati da Giusto Catania (ex chiacchieratissimo assessore alla mobilita della giunta di Leoluca Orlando) si è subito dissociata dall'iniziativa dell'Astoria. 

I palermitani vorrebbero estendere alle regionali l'esperienza palermitana di Sinistra Comune. L'abilissimo democristiano Orlando, malgrado non abbia rimesso nella sua giunta palermitana i rifondaroli, ha dato loro assicurazioni che li avrebbe ripescati per la vera sfida: le regionali di novembre. In dissenso con coloro che si sono riuniti all'Astoria, i rifondaroli palermitani vorrebbero in pratica un accordo con Sinistra Italiana, MDP-Articolo 1, sotto la guida del marpione Leoluca Orlando. 
Tutti uniti appassionatamente contro Renzi e Crocetta, è anche la posizione ufficiale di MDP.

Ma è proprio sicuro che i siciliani troveranno nella scheda il simbolo della "Sinistra Alternativa"? Non proprio visto che il loro candidato Ottavio Navarra ha dichiarato che è pronto a farsi da parte nel caso la sua allegra compagnia venga accettata nel listone con orlandiani, MDP, e Sinistra Italiana.

Si farà questo listone delle sinistre sotto l'egida della cricca di Orlando? I convenuti all'Astoria ammaineranno la loro bandiera e piegheranno la testa? Vedremo. Se non lo faranno non sarà certo per differenze di contenuto. Il testo approvato per acclamazione all'assemblea del 29 luglio è talmente scialbo, coi soliti mantra astratti di sinistra, che non sarà certo per contenuti politici se il matrimonio non si farà. Che se non si farà, sarà questioni di seggi assicurati o meno all'ARS.

Ps

Nel frattempo gli indipendentisti duri e puri, quelli che vorrebbero staccare la Sicilia dall'Italia e farne una zona franca stile Malta (le mafie gongolano) hanno annunciato che correranno con una propria lista, "SICILIANI LIBERI" capeggiata da Roberto La Rosa (nella foto).

DIETRO LA MASCHERA EUROPEISTA DI MACRON....di Enrico Grazzini

[ 1 agosto 2017 ]

I principali media italiani, tutti ultras dell'europeismo, all’indomani della vittoria di Emmanuel Macron, avevano titolato a caratteri di scatola che la Francia aveva votato “per l’Europa”, aveva scelto “l’apertura” anziché “la chiusura”, insomma aveva preferito il “libero scambio” al “protezionismo”e al"nazionalismo" della Le Pen.
Hanno ricevuto il benservito...

Francia e Germania gettano la maschera: 

sotto l'europeismo c'è il nazionalismo

di Enrico Grazzini

Gli ideali europeisti mascherano gli interessi nazionalistici dei potenti. Il presidente francese Emmanuel Macron con grande tempestività ha deciso di nazionalizzare Stx, il maggiore cantiere navale francese, pur di non farlo cadere in mano italiana; e Macron in terra libica gioca da solo, senza l'Europa e contro l'Italia, su petrolio e immigrazione. La Francia fa come sempre i suoi interessi e, proprio come la Germania, se ne frega dell'Europa quando è in ballo il suo tornaconto. La lezione è chiara: anche l'Italia deve finalmente difendere la sua sovranità e i suoi interessi nazionali proteggendo con forza e intelligenza i suoi asset strategici e introducendo una sua moneta parallela.

Macron in Libia lavora per favorire l'azienda petrolifera francese Total e cerca di soffiare all'ENI il petrolio libico grazie alla sua estesa presenza militare in nord Africa e alla (peraltro inutile) opera diplomatica per l'accordo tra i due leader libici Sarraj e Haftar. In Francia Macron rinnega gli accordi sottoscritti tra Finmeccanica e Stx e in un battibaleno nazionalizza Stx per non cedere la sua industria cantieristica navale all'italiana Finmeccanica. Invoca (tra l'altro forse giustamente) gli interessi strategici della Francia in campo industriale e militare.

Tuttavia in terra italiana lo spregiudicato finanziere francese Vincent Bolloré - che è già il secondo azionista di Mediobanca (circa l'8% del capitale), la principale banca d'affari italiana - ha acquisito il controllo di Telecom Italia, cioè niente di meno che le nostre comunicazioni, minacciando così direttamente gli interessi strategici dell'Italia non solo nel campo industriale ma in quello della sicurezza nazionale.

Bollorè, certamente appoggiato dal governo francese, intende fare di Telecom uno spezzatino: probabilmente venderà Tim Brasil, ovvero il gioiello del gruppo di tlc, e poi anche la TIM italiana a un operatore francese o tedesco. E' ovvio però che i governi tedesco o francese non si sognerebbero mai (giustamente) di cedere la loro rete di comunicazione a uno straniero1. In Italia invece, in nome del liberismo e dell'europeismo, governi irresponsabili hanno ceduto Telecom sulla cui rete passano tutte le informazioni riservate. Ma non basta: Bolloré punta a prendere il controllo di Mediaset, cioè di un pezzo molto rilevante del sistema italiano dell'informazione (o disinformazione?).

Francia e Germania dominano l'Europa. Dopo la tragedia della crisi greca provocata dall'inflessibilità finanziaria (e usuraia) imposta da Berlino e da Parigi per favorire le loro grandi banche, dopo la conseguente svendita di molte aziende elleniche a favore della Germania e di altri paesi stranieri, le mosse di Macron dimostrano ancora una volta in maniera lampante che l'europeismo serve soprattutto a coprire gli interessi economici e strategici delle nazioni prevalenti nell'eurozona e della finanza internazionale.

La Francia è una grande potenza finanziaria e il capitale francese potrebbe puntare ad acquisire le principali imprese finanziarie italiane, come Mediobanca, Unicredit, le Assicurazioni Generali. Infatti il primo azionista di Mediobanca è Unicredit (8,56%), già capitanata dal francese Jean Pierre Mustier; il secondo azionista di Mediobanca, come abbiamo scritto sopra, è Bollorè. La presenza francese in Mediobanca è quindi già molto forte, se non prevalente. Mediobanca a sua volta è il principale azionista di Generali. Generali ha già un amministratore delegato, Philippe Donnet, con passaporto francese. L'attacco definitivo dei francesi ai nostri maggiori gioielli finanziari avrebbe quindi molti punti di forza e buone possibilità di successo. Occorre difendersi: senza queste imprese (e senza una rete Telecom italiana) l'Italia non conterà più nulla in Europa e nel mondo. I nostri ragazzi avranno una sola possibilità: mendicare lavoro all'estero.

La realtà è che Francia e Germania sventolano la bandiera dell'Europa ma fanno solo i loro interessi. Se cederemo le poche industrie e imprese strategiche che ci rimangono non ci sarà futuro per gli italiani. La lezione è una sola: non bisogna illudersi di riformare l'Europa, non bisogna contare sull'Europa. Occorre invece recuperare sovranità nazionale perché senza sovranità, senza potere decisionale, non ci possono essere né prospettive di sviluppo né democrazia.

Purtroppo però i governi italiani si sono sempre inchinati con ossequio e grande riverenza di fronte all'Europa. Non solo i governi italiani di centrodestra e centrosinistra hanno approvato Maastricht e ceduto allegramente la sovranità monetaria (che è sovranità politica) ma hanno anche messo il Fiscal Compact in Costituzione. Il PD europeista si accorge solo ora con Matteo Renzi che il Fiscal Compact ridurrebbe l'Italia in macerie, e che senza politiche espansive è impossibile governare. E' ormai evidente che l'austerità dell'Unione Europea rende i paesi ingovernabili.


Ma l'europeismo non è una malattia che ha colpito solo i governi. Riguarda anche, e forse soprattutto, le opposizioni di sinistra. Quasi tutta la sinistra è affetta da cecità a causa del suo europeismo acritico e dogmatico. In nome dell'Europa e degli ideali di Altiero Spinelli, la sinistra si è di fatto resa complice ideologica delle feroci politiche di austerità che hanno colpito tutte le classi sociali, i ceti popolari, il ceto medio, e i piccoli e medi imprenditori, e che hanno impoverito tutta la nazione.

Una volta la sinistra si vantava di avere una funzione nazionale e di difendere non solo gli interessi proletari e popolari ma anche quelli della nazione intera. Da quando la sinistra si è convertita agli ideali degli Stati Uniti d'Europa, in nome dell'internazionalismo (del capitale) ha abbandonato gli interessi nazionali (e anche il popolo). Ma anche il Movimento 5 Stelle oscilla incerto se contrastare l'euro o invece riformare le politiche dell'eurozona. Così la destra estrema di Salvini e soci può spacciarsi per difensore della nazione e degli italiani sulla pelle dei poveri cristi, di innocenti profughi e immigrati che sfidano la morte per avere lavoro e pace.

Al di là delle ideologie e delle illusioni più nobili dell'inizio, questa Unione Europea, fondata sul libero movimento dei capitali e sulla competizione, è diventata un sistema di dominio tra i sistemi finanziari più forti e quelli più deboli, tra i paesi creditori e debitori. L'euro, essendo una moneta forte e deflazionistica come lo era il marco tedesco suo progenitore, va contro le nazioni più deboli. La moneta unica – una sola banca centrale per 19 paesi diversissimi: una sola politica monetaria, un solo tasso di interesse e un unico tasso di cambio per 19 paesi differenti - è una gabbia strettissima ed è lo strumento fondamentale del dominio finanziario e commerciale delle nazioni più potenti. Per i paesi più deboli (quelli con elevati deficit commerciali e alto debito pubblico-privato) l'euro è una moneta straniera che impone di soccombere ai creditori.

In effetti l'abc della scienza politica ci dice che ogni organismo internazionale costruito su trattati intergovernativi è dominato dagli stati più forti: come per esempio l'ONU, dove i 5 grandi, USA, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna hanno diritto di veto, e sono quindi svincolati a loro piacimento da ogni vincolo internazionale. Anche nella UE dominano le nazioni più forti (e la grande finanza) che rispettano le regole solo quando fa loro comodo. Dopo la tragedia della Grecia sottomessa a Berlino, e dopo il nazionalismo manifesto di Macron, l'ignoranza politica di chi promuove le illusioni circa il federalismo europeo e il superstato federale d'Europa, e di chi vorrebbe cedere ancora più sovranità, non ha più scuse e giustificazioni.

Chi continua ciecamente a invocare la riforma delle istituzioni europee e della moneta unica – con proposte come: politica fiscale comune, eurobond, ministro europeo del Tesoro, ecc, ecc - dovrebbe finalmente aprire gli occhi. L'Europa unita è una illusione, o meglio un incubo perché prevede la sottomissione dei più deboli ai più forti. Comunque Germania e Francia non cederanno mai i loro poteri a un organismo sovranazionale federale che non possono controllare completamente. Il governo tedesco è già ora molto critico verso l'unico organismo europeo, la Banca Centrale Europea di Mario Draghi, che, difendendo l'euro (e quindi forzatamente la sua stessa esistenza), ha dovuto allontanarsi minimamente dalle direttive della Merkel e di Wolfgang Schaeuble, l'arcigno ministro tedesco delle finanze.

Francia e Germania non cederanno il loro potere nazionale all'Unione Europea, ma probabilmente rafforzeranno la loro alleanza sul piano militare, dell'immigrazione e della politica estera di fronte all'America di Donald Trump e alla Russia di Vladimir Putin. I due governi utilizzano le istituzioni europee per esercitare la loro egemonia sull'Europa. L'Italia rischia di rimanere schiacciata come un vaso di coccio tra i due vasi di ferro. Non ci si può più illudere di cedere ancora più sovranità a Berlino e Parigi, magari con la falsa speranza di una ripresa economica dell'Europa.

Nonostante che i media esultino per la piccola ripresa prevista nell'area euro, la disoccupazione, che è il principale segnale di un'economia malata, resta molto elevata. Una vera svolta non c'è né in Italia né in Europa. La crisi dell'eurozona è strutturale e può precipitare in ogni momento, per cause endogene (come la fine del Quantitative Easing) e esogene – come una crisi finanziaria internazionale -.

Quando – tra non molto, probabilmente già nel 2018 - finirà il Q.E.– cioè la manovra di espansione monetaria con la quale la Banca Centrale Europea stampa denaro a favore delle banche e degli stati europei con gli acquisti del loro debito pubblico -, allora il problema del debito italiano riemergerà con forza dirompente. Senza la copertura da parte della BCE, la speculazione riprenderà a giocare sul debito pubblico allargando lo spread - la differenza tra i tassi di interesse italiani e quelli tedeschi -. Gli interessi sul debito italiano ridiventeranno difficilmente sostenibili. Da qui la necessità di difendere da subito gli interessi nazionali. Da qui l'urgente esigenza di difendere l'industria e il risparmio italiano, e di ricorrere anche e soprattutto all'introduzione massiccia di una moneta parallela, o meglio, complementare all'euro.

Per una politica di difesa degli interessi nazionali

Il ministro delle finanze Pier Carlo Padoan supplica flessibilità alla Commissione UE mentre la Francia da nove anni ha un deficit pubblico superiore allo stupido 3% sul PIL stabilito a Maastricht. Padoan tratta supinamente il salvataggio delle banche italiane con la Vigilanza della BCE che le ha negato fino all'ultimo momento ogni “aiuto di stato”, mentre la Germania – ovviamente con l'assenso immediato e servile della Commissione UE - ha potuto salvare le sue banche con 250 miliardi di soldi pubblici. Germania e Francia fanno quello che vogliono, con o senza l'Europa. L'Italia invece segue passivamente le regole anti-costituzionali dettate da organismi non eletti e senza alcuna responsabilità di fronte ai cittadini e agli elettori. Fino a quando?

Grazie alle politiche di austerità dell'eurozona, abbiamo conosciuto una caduta verticale del PIL e una crescita rapida del debito pubblico. Oggi abbiamo un PIL inferiore di circa 130 miliardi rispetto a quello di dieci anni fa (2007) e la disoccupazione è salita al 12%. Il nostro reddito medio è inferiore a quello dei primi anni '90: lo afferma il Fondo Monetario Internazionale, sottolineando che i redditi pro-capite torneranno ai livelli pre-crisi solo fra un decennio. La quota degli italiani a rischio povertà è aumentata al 29%, con un picco del 44% al Sud. Secondo il Fmi, in questo quadro «l'emigrazione italiana resterà elevata»2. E' impossibile affermare razionalmente che con la lira avremmo fatto peggio. Avremmo svalutato, subito uno shock, ma poi ci saremmo ripresi con politiche espansive. E' impossibile addebitare il brusco crollo del PIL alla scarsa produttività e competitività dell'industria italiana. La verità è che l'euro ha colpito come un tornado la nostra economia.

Sembra che finalmente, con qualche anno di ritardo, l'ex premier Matteo Renzi, attuale segretario del PD al governo, cominci a ribellarsi all'Europa dell'austerità: Renzi annuncia il deciso rigetto del Fiscal Compact. Il PD, secondo il programma elettorale di Renzi, chiederà all'Unione Europea una (modestissima) svolta espansiva, ovvero il ritorno ai parametri di Maastricht. Il deficit pubblico annuale arriverebbe al 2,9% e il governo italiano avrebbe 30 miliardi in più a disposizione per abbassare le tasse. Renzi punta inoltre a una politica pubblica attiva nell'economia nazionale grazie all'intervento della società semi-pubblica Cassa Depositi e Prestiti, che potrebbe diventare una sorta di nuova IRI.

Pier Carlo Padoan - il ministro “tecnico” dell'economia, che deve la sua carriera non agli elettori italiani ma alla sua fedele appartenenza agli organismi internazionali – non approva le proposte di Renzi. Ma l'ex premier, da politico consumato, sa perfettamente che seguendo passivamente i dettami del capitale finanziario internazionale e delle istituzioni UE perderebbe altri consensi, e che anche vincesse le elezioni, non riuscirebbe a governare perseguendo l'austerità. Quindi chiede concessioni alla UE. Purtroppo per lui è però molto difficile che la UE permetta facilmente strappi alle regole assurde del Fiscal Compact e a manovre espansive finanziate a deficit.

Anche il Movimento dei 5 Stelle rifiuta decisamente il Fiscal Compact. Ma rischia di commettere lo stesso errore di Renzi. Molti, troppi, credono che si possa riformare in senso progressivo l'Unione Europea. L'economista Marcello Minenna, che appare essere il principale punto di riferimento della politica economica dei 5 Stelle, propone alla BCE e alla UE di attuare una serie di riforme per arrivare alla “Eurozona 2.0”, ovvero a un sistema capace di ridurre i rischi sovrani tra i diversi paesi dell'euro in modo da eliminare le minacce speculative sui mercati finanziari e da avviare la ripresa3.

Forse la proposta più interessante che fa Minenna è che, alla fine del Quantitative Easing, la BCE acquisisca tutti i titoli di debito pubblico comprati dalle banche nazionali grazie appunto al Q.E. e li congeli a tempo indeterminato. In questo modo gran parte del debito dell'eurozona scomparirebbe come per magia4. Il debito pubblico europeo si ridurrebbe complessivamente di oltre 2 triliardi e l'economia del vecchio continente potrebbe ripartire.

Questi progetti sulla carta sono bellissimi; ma tanto più appaiono incisivi e potenzialmente efficaci tanto meno sono politicamente realizzabili. Rimarranno quasi certamente sulla carta. Semplicemente perché non c'è alcuna volontà politica di realizzarli da parte delle nazioni guida. Germania e Francia non accetteranno mai di rilanciare l'Europa, cioè l'economia dei paesi concorrenti, a scapito dei loro interessi.

Minenna propone la condivisione dei rischi dei paesi dell'eurozona; altri puntano a mettere in comune i debiti o parte dei debiti, a creare un fondo federale europeo, una assicurazione europea sui depositi bancari, sulla disoccupazione, ecc, ecc, ecc. Ma chiedere all'Unione Europea e alla BCE di realizzare riforme cooperative è come chiedere a un ladro, dopo avergli affidato le chiavi di casa, di curare bene l'argenteria e gli ori ...

L'Italia si è ormai largamente deindustrializzata e molte delle maggiori industrie sono state cedute o sono emigrate all'estero: i casi della Telecom e della Fiat sono paradigmatici. In nome della globalizzazione i governi italiani hanno rinunciato a ogni forma di politica industriale e, per entrare in Europa, hanno frettolosamente smobilitato tutta l'industria pubblica. Hanno privatizzato Telecom e le grandi banche pubbliche nazionali (Comit, Banca di Roma e Credito Italiano), ma la maggior parte di questo patrimonio pubblico è stato disperso o è andato all'estero. La responsabilità del declino non è ovviamente solo dell'Europa e della globalizzazione, ma della debolezza e incapacità del capitale nazionale, e della miopia (per usare un sintetico eufemismo) dei governi italiani. Tuttavia senza più Fiat, senza Pirelli (proprietà cinese), senza Telecom, senza l'industria pubblica che traini le piccole e medie aziende, con l'Ilva e Alitalia che stanno andando in mani straniere, l'Italia ha cambiato pelle e sta diventando una colonia.

Il declino non è solo industriale e manifatturiero. “Cambia la mappa del potere in banca: le mani dei fondi sulla finanza italiana. Negli ultimi mesi è emersa la presenza massiccia di colossi come Vanguard, Norges Bank e Blackrock, capaci di dominare le principali assemblee”. Questo è un titolo recente di un interessante articolo di Repubblica sulle banche italiane5. Il risparmio italiano è sempre di più in mani estere, e va all'estero. A parte IntesaSanPaolo, dove le Fondazioni hanno ancora un saldo controllo, Unicredit e le altre principali banche italiane fanno ormai in larga parte capo ad azionisti esteri che certamente hanno a cuore più il loro portafoglio che gli interessi dei risparmiatori italiani. L'euro e la subordinazione dei governi italiani all'Europa stanno portando l'Italia in quello che una volta si chiamava Terzo Mondo.

Il panorama italiano è drammatico sia sul piano economico che politico. Abbiamo un solo punto di forza che ci salva ancora dalla completa colonizzazione e dall'arrivo della Troika: il saldo positivo della bilancia commerciale. Esportiamo più di quanto importiamo. Solo per questo motivo, e per il Q.E. della BCE, non stiamo ancora facendo la fine della Grecia. Ma le esportazioni non bastano ad arricchire un paese: per una vera svolta economica occorre fare ripartire la domanda interna. E' necessario rilanciare l'iniziativa pubblica nei campi strategici dell'industria e della finanza. Ma soprattutto occorre reperire le risorse monetarie per rilanciare i consumi delle famiglie e gli investimenti pubblici. Solo se si rilancia la domanda interna è possibile fare ripartire anche gli investimenti privati e l'occupazione.

Per fare ripartire la domanda interna occorre che lo stato emetta dei titoli con valenza fiscale – validi cioè per pagare le tasse dopo tre anni dall'emissione– e che questi titoli vengano distribuiti senza corrispettivo – cioè gratuitamente - alle famiglie, alle aziende e agli enti pubblici in modo da aumentare la loro capacità di spesa. I titoli di stato potranno infatti diventare immediatamente euro da spendere sul mercato dei beni reali grazie alla loro conversione sui mercati finanziari, esattamente come avviene per i Bot, per i Btp6. L'emissione della nuova moneta statale per qualche decina di miliardi di euro farebbe svoltare l'economia nazionale. Il PIL aumenterebbe in misura tale da non creare buchi fiscali alla scadenza dei titoli fiscali. La moneta complementare abbasserebbe il rapporto debito/PIL e non ci obbligherebbe a uscire dall'euro, e ad affrontare quindi un'altra grave crisi dagli esiti incerti7. Grazie alla nuova moneta la sovranità, la democrazia e l'unità nazionale si rafforzerebbero enormemente8.

L'Italia si sta disgregando, sta diventando una colonia sottoposta alle istituzioni UE e al capitale finanziario che, speculando sul debito pubblico, impone le sue politiche depressive a scapito dello sviluppo nazionale. La finanziarizzazione dell'economia europea provoca crisi e reclama la svendita dei gioielli nazionali. Moneta fiscale e politica industriale nazionale diventano indispensabili per contrastare la disgregazione.


* Fonte: Micromega

NOTE
1 Una delle posizioni più esplicite e esemplari del filoeuropeismo astratto della sinistra la assunse Marco Bascetta del Manifesto quando criticò un mio articolo sul suo quotidiano, un articolo a sua volta critico verso l'acquisizione del pacchetto azionario di maggioranza di Telecom Italia da parte della società spagnola Telefonica. Bascetta scrisse: “Enrico Grazzini, affermava in conclusione del suo articolo che . Tutto ciò è preoccupante ....occorrerebbe organizzare lotte sovranazionali che trasformino l?'Europa, contrastando le politiche liberiste. Al di sotto della dimensione europea, rinchiusi nel cortile nazionale, si perde sempre e comunque”. Bascetta non si preoccupava minimamente del fatto che la nostra industria di telecomunicazioni cadesse in mano spagnola, perché Telefonica era …. europea !!! Vedi “Il capitalismo non ha nazione”: Il Manifesto. Autore: Marco Bascetta 28 settembre 2013.

2 Imf Country Focus, Italy: Reforms Needed For Stronger Growth and Stability, July 27, 2017

3 Vedi il convegno sul debito pubblico indetto dal M5s indetto all'inizio di luglio 2017

4 Vedi Corriere della Sera, Marcello Minenna, “Perché il Q-Exit può far male all’Italia” , 24 luglio 2017

5 Repubblica 19-6-2017 “Cambia la mappa del potere in banca: le mani dei fondi sulla finanza italiana”, a cura di Andrea Greco e Raffaele Ricciardi

6 Vedi eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino.

7 Vedi su Micromega.net Luciano Gallino: “Una moneta fiscale per uscire dall'austerità senza spaccare l'euro”
8 Vedi economiaepolitica.it, Enrico Grazzini “Quale Moneta fiscale? Un confronto tra alcune proposte”. 14 luglio 2017

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