martedì 4 aprile 2017

LA SOVRANITÀ È DI DESTRA O DI SINISTRA? di Norberto Fragiacomo


[ 5 aprile ]

Ecco un bell’esempio di domanda priva di senso, per quanto posta di frequente: di per sé la sovranità è “solo” uno dei tre elementi costitutivi dello Stato, di qualsiasi Stato, sia esso imperialista o “popolare” (gli altri due sono, com’è noto, popolo e territorio). Va intesa nella duplice accezione di sovranità interna ed esterna, cioè come capacità dell’Ente, da un lato, di imporre agli associati il rispetto delle regole di convivenza e, dall’altro, di elaborare scelte politiche autonome, non determinate da potentati stranieri[1]. E’ un concetto che nulla ha a che spartire con quelli di razzismo, sciovinismo o imperialismo, sebbene a volte venga declinato in termini aggressivi ed espansionistici: riconquistare la sovranità era fra gli obiettivi primari dei partigiani italiani dopo il ’43, conservarla esigenza vitale per l’URSS appena generata dalla Rivoluzione d’Ottobre, di cui quest’anno ricorrerà il centesimo anniversario, ottenerla il fine degli innumerevoli fronti di liberazione nazionale novecenteschi, le cui lotte sono sempre state correttamente incoraggiate dalla sinistra marxista dell’epoca.
Affermare dunque che il c.d. “sovranismo” sia fisiologicamente un fenomeno di destra è una solenne corbelleria, sostenuta peraltro dai media per due ragioni, la prima fattuale e la seconda propagandistica. Vediamole: è innegabile che oggi, in giro per il mondo, il tema della difesa della sovranità nazionale sia svolto principalmente da soggetti politici reazionari e/o nazionalisti, con uno spettro di posizioni che va dal criptonazismo muscolare di Alba Dorata alla sintesi impossibile tentata dalla Le Pen nei suoi programmi elettorali, dal sapore vagamente “rautiano”. Esistono sovranisti di sinistra, ma la loro influenza sulle masse è – ad essere ottimisti – da verificare. Associare lo spettro della sovranità a quello di un “fascismo” dagli incerti contorni, inoltre, conviene, perché risparmia al denunciante la fatica del dibattito sul merito delle questioni e inculca nel più scafato fra i lettori o spettatori un sentimento di vergogna: come potrei mai votare per gente simile? E’ su siffatti meccanismi psicologici che conta l’insidiosissimo Macron per imporsi in un eventuale ballottaggio, oltre che sulla tradizionale inettitudine della sinistra ad osservare la realtà per quella che è (e non per quella che gradiremmo fosse).
L’Espresso, che è una rivista di sistema (vale a dire un foglio stampato dal Capitale)
molto ben fatta, conduce il gioco con maestria, etichettando ogni seria opposizione a NATO e UE non dichiaratamente di destra come “rossobrunismo”[2], ma di questi artifizi e raggiri non meriterebbe parlare: molto più utile è interrogarsi sul possibile punto d’approdo di una navicella sovranista ipoteticamente pilotata da compagni onesti e disinteressati.
Diego Fusaro, che dei sovranisti è uno dei principali ispiratori (pur non riconoscendosi nella definizione), sostiene che, oggidì, l’unico soggetto rivoluzionario rimastoci è per l’appunto lo Stato nazionale, in grado con le sue forze di rompere la gabbia d’acciaio forgiata intorno a noi dall’oligarchia finanziaria globalizzata. Ho semplificato all’eccesso, ma l’impostazione è questa. Vista l’apparente assenza di alternative, molti sono tentati di seguire tale strada: sarà accidentata, opinano, ma perlomeno esiste. A ben vedere, tuttavia, si tratta di una scoscesa via alpinistica, da percorrere fra l’altro in cordata con compagni di ascensione poco affidabili: prima di poter “trasformare” lo Stato è necessario conquistarselo, evidentemente con metodo democratico. Tocca insomma accompagnarsi con chiunque si opponga al ventriloquio delle èlite, sia egli di destra, di centro, di sopra o di sotto. Diamo per scontato (non lo è per nulla) che certi proclami siano sinceri; ipotizziamo addirittura che, malgrado le azioni di guerriglia di media e istituzioni internazionali, l’operazione “accozzaglia” vada a buon fine, ottenendo l’avallo delle urne. Che succederebbe a questo punto? Le gabbie, d’acciaio o meno che siano, non si rompono con gli abracadabra: ai buoni propositi dovrebbero far seguito azioni concrete. L’uscita dall’euro o il suo affiancamento con una moneta nazionale, la denuncia dei trattati europei, misure restrittive sulle banche e sulla libera circolazione dei capitali, magari una chiusura temporanea delle frontiere – più, in generale, un deciso cambiamento di strategia in politica estera e nella gestione finanziaria produrrebbero un pesante contraccolpo sulle relazioni internazionali, e immediate reazioni da parte dei mercati e delle potenze “amiche”, USA in primis (a meno che Trump non faccia davvero il Monroe, eventualità alquanto inverosimile). Chi discetta di “risoluzioni consensuali” ha speso troppe ore sui testi di diritto, fino a fare di quella materia (affascinante sovrastruttura) un surrogato della realtà, come capitò al padre del protagonista de L’uomo senza qualità di Musil.
Mi si potrebbe obiettare che la Brexit è stata sostanzialmente indolore: vero, ma la Gran Bretagna era già ai margini dell’Unione, più ospite riverito che membro, e in ogni
caso la sua fedeltà a NATO e Capitale finanziario era e resta a tutta prova. Potrebbe finire ben diversamente: si pensi al presidente guatemalteco Árbenz, scalzato dalla CIA per aver “osato spezzare il silenzio necessario alle banane della United Fruit, e che era comunista perché voleva che ogni bambino del Guatemala avesse un paio di scarpe[3]”, ad Allende assassinato, a Mossadeq, ai partigiani greci, e – perché no? – all’onesto Dubcek. L’esito meno inverosimile sarebbe tuttavia una ritirata con piroetta stile Tsipras: scusate, elettori cari, avevamo scherzato!
Il problema sta nel fatto che le multinazionali contemporanee, ampiamente finanziarizzate, detengono oltre ad un impressionante potere economico anche quello politico-militare, impersonato dall’Alleanza atlantica a guida americana: chi immagina Donald Trump al vertice della piramide s’illude due volte, perché sopravvaluta tanto l’uomo (un guitto megalomane, comunque meno pernicioso di Hillary Clinton) quanto l’importanza del ruolo rivestito. Certo andrebbe meglio se il nostro antagonista fosse la Germania, che è sì un nano militare ma, per nostra doppia sfortuna, nulla più che un ingordo e arrogante kapò di provincia.
Ammettiamo – ancora una volta, per assurdo – che i mercati, impressionati dalla baldanza del variegato fronte di liberazione, rinuncino a un devastante contrattacco e concedano al Paese un commodus discessus: in parole povere, che acconsentano all’auspicata riappropriazione di sovranità. Si tratterebbe in ogni caso di una concessione, vista la disparità di forze in campo – pertanto, il neonato “soggetto rivoluzionario” sarebbe costretto, nell’immediato, a muoversi con estrema prudenza, evitando di tirare troppo la corda. I piani verrebbero annacquati, la fuoriuscita dal sistema globale sarebbe, per così dire, discreta. Ma a questo punto un altro, decisivo nodo verrebbe al pettine: come riorganizzare la società e i rapporti di produzione/distribuzione? A meno che, nel frattempo, una sorta di miracolo avesse reso il sovranismo di sinistra preponderante, si tratterebbe di trovare un compromesso fra le esigenze di padroni e lavoratori – esigenze che, per motivi su cui è inutile soffermarsi, sono sostanzialmente opposte. Non nego che fra i titolari di aziende vi siano anche oggi autentici filantropi, ma le notizie di imprenditori che regalano la ditta ai dipendenti ecc. trovano spazio sui giornali proprio per la loro natura di casi eccezionali. E’ come la storiella dell’uomo che morde il cane: il contrario è la norma, perciò non suscita interesse né scalpore.
Ci assicurano che l’uovo di Colombo sia la fantomatica “alleanza dei produttori”, una riedizione aggiornata del vecchio corporativismo fascista. Sarebbe scorretto sostenere che il fascismo abbia peggiorato la condizione dei lavoratori rispetto all’epoca liberale (al contrario, il regime qualcosa di buono lo fece: dalle opere di bonifica esaltate in Canale Mussolini alla previdenza, dall’assistenza sociale alle colonie marine), ma il ripudio
mussoliniano della lotta di classe beneficiò esclusivamente gli imprenditori, che durante il ventennio poterono disporre di manodopera docile e a buon mercato. Un patto leonino, d’altra parte, è l’esito inevitabile di qualsiasi trattativa fra diseguali. In questa cornice il padronato nazionale appoggerebbe volentieri politiche autarchiche, che creerebbero ulteriori attriti con altri Paesi, specie quelli di dimensioni e caratteristiche paragonabili al nostro. Tentativi di penetrare in mercati periferici per smaltire il surplus di produzione acuirebbero viepiù i contrasti: governanti in ambasce coglierebbero il destro per sgravarsi da ogni responsabilità incolpando della precaria situazione economica delle masse lavoratrici oscure macchinazioni di potenze esterne.
In estrema sintesi: dovesse scampare a tre procelle via via più intense (ricordiamole: gli ostacoli sul cammino di un amalgama tutto sommato contro natura, una campagna elettorale decisamente in salita, la controffensiva del mondo economico-finanziario occidentale), la nave sovranista rischierebbe di naufragare sugli scogli di un assetto senz’altro nuovo, ma connotato da più di qualche somiglianza con il fascismo storico novecentesco. Che ruolo potrebbero ritagliarsi in questo dramma i nostri sovranisti di sinistra? A mio parere, uno non troppo dissimile da quello interpretato, durante il regime, dai vari Cianetti, Rossoni ecc. – e questo non per volontà personale, ma per forza di cose.
Quelli fin qui espressi sono i miei dubbi, più che le mie certezze. Ai sovranisti italiani –perlomeno a quelli che ho avuto il piacere e, in qualche caso, l’onore di conoscere - riconosco però un grosso merito, quello di aver evidenziato costantemente e con forza la dimensione anzitutto nazionale della lotta. Non  sembra una grande scoperta, perché tutte le rivoluzioni del passato (da quella francese a quella russa) sono deflagrate in singoli Paesi, ma in fondo è una rivincita della concretezza sull’astrazione che rincuora. Inoltre i sovranisti non rinunciano affatto all’internazionalismo proletario (chi è stato a Chianciano o ad Assisi [forum della Sinistra contro l'euro, Ndr] può testimoniarlo):
Chianciano terme, settembre 2016      
Un momento del III. Forum No Euro europeo
semplicemente ritengono che un vasto incendio purificatore non scoppi ovunque nello stesso momento, suscitato da un colpo di bacchetta magica o da un pio desiderio, ma si origini da singoli focolai localizzati in diversi punti del bosco, complice il vento favorevole. Come ho già scritto in L’ultima Carta contro la barbarie, se si vuole rovesciare il paradigma occorre acquisire la capacità di coordinare a livello continentale specifiche lotte locali e nazionali, che vengano avvertite come necessarie dai popoli che le combattono. In Italia avremmo una Costituzione da mondare dalle sporcizie del 2012, e soprattutto da attuare: come compito mi pare entusiasmante.
Al netto delle chiacchiere giornalistiche, l’articolo 1 della nostra Carta Fondamentale recita che la sovranità appartiene al Popolo: riprendercela è dunque un dovere giuridico e morale, non certo una pretesa “di destra”. Fondamentale è però scegliere con cura i compagni di strada: una “cobelligeranza” con forze reazionarie e nazionaliste conduce all’isolamento di un vicolo cieco, l’attivo coinvolgimento delle minoranze pensanti può invece portare a una rigenerazione del continente, nel pieno rispetto delle identità dei popoli che lo abitano – perché il Socialismo non è omologazione verso il basso o abbrutente massificazione, bensì eguaglianza di diritti da garantire a persone (e genti) diverse.


NOTE
[1] Oppure “apolidi”, visto che negli ultimi decenni le corporations sono cresciute al punto da avere bilanci paragonabili a quelli degli Stati (il fenomeno non poteva ovviamente essere previsto dai costituzionalisti dei secoli passati).
[2] In sintesi: la c.d. sinistra antisistema viene tollerata finché si limita a contestare singoli aspetti del sistema, non la sua struttura fondamentale, arrendendosi dopo sfibranti dibattiti (si legga quanto scritto da Ugo Boghetta nel suo addio al PRC) all’affermata assenza di altre opzioni – rispetto alla UE, alla “democrazia” rappresentativa, all’appartenenza al blocco occidentale – e accettando la carità pelosa dei diritti civili. Chi esce invece dal “sacro recinto” viene immancabilmente squalificato e perseguito.
[3] R. KAPUSCINSKI, Cristo con il fucile in spalla, pag. 122.

UBER: NON SOLO UN ALGORITMO CHE RENDE SCHIAVO IL LAVORATORE

[ 4 aprile ]

Occorre comprendere come muta —ove il concetto di mutazione è oltre la semplice trasformazione— il modo di lavorare e vivere in un sistema economico e sociale neoliberista dispiegato. Gli Stati Uniti sono il luogo ove questa mutazione è andata più avanti, e in questo luogo UBER si pone come l'avanguardia di questa mutazione incessante.




UBER
un grande fratello in auto per manipolare gli autisti

Scienziati sociali e tecniche da videogame per influenzare le scelte dei guidatori e farli lavorare di più (o dove c’è bisogno)

di Massimo Sideri*

Dal soft-power al software-power: quello di Uber, ma non solo. Strade di Tampa Bay, negli Stati Uniti, notte di Capodanno. L’autista di Uber, Josh Streeter (nomen omen avrebbero detto i latini visto che «street», in inglese, significa strada o via), dopo aver portato diversi clienti, alle 7.13 del mattino tenta il log off, il comando con cui gli autisti si disconnettono dalla piattaforma scomparendo dai nostri smartphone. Sulla sua applicazione di lavoro appare un messaggio apparentemente innocuo, anzi a prima vista positivo per lui: «Ti mancano solo dieci dollari per fare 330 dollari di guadagno netto (Uber tiene per sé il 25 per cento della corsa, ndr). Sei sicuro di volerti disconnettere?». 
Streeter non è l’unico autista che ha fatto parte di questo test. Sul caso si è concentrato il New York Times chiedendosi quanto questa sottile arma psicologica rischi di diventare una sorta di grande fratello del lavoro. Uber, peraltro, non è l’unico algoritmo-datore di lavoro che punta su questi meccanismi basati sulla gamification, cioè su incentivi psicologici che vogliono rigenerare la soddisfazione temporanea tipica dei giochi.

Gli algoritmi

Lyft, il diretto concorrente che in Europa non è ancora sbarcato, usa meccanismi simili e ha fatto comparire ai propri autisti delle lancette che mostrano quando hanno quasi raggiunto un target. Peraltro sono molte le app che già fanno la stessa cosa con noi utenti per spingerci a rimanere connessi sempre di più e diventare un po’ dipendenti. Gli algoritmi predittivi di società come Netflix, Amazon, ma anche della pubblicità programmatica di Google e Facebook, giocano sulla sottile linea che separa il consiglio
dall’influenza nella scelta.
L’asimmetria informativa è tale che noi stessi possiamo convincerci di volere proprio ciò che ci viene offerto, come se fosse sul serio un’opzione tra tutte le altre. Uber però è interessante da seguire — non solo per gli aspiranti autisti — perché sta diventando un test sul nuovo rapporto tra azienda e non-dipendente tipico del lavoro flessibile dell’economia della condivisione.

L’influenza sui lavoratori

Il problema della piattaforma di «ride sharing» è come influenzare non solo le scelte dei consumatori, ma anche quelle della forza lavoro laddove non avendo dipendenti non può teoricamente imporre nulla. Ogni autista può guidare quando vuole, dove vuole e quanto vuole. Non ci sono obblighi come contraltare del fatto che non ci sono sostanzialmente diritti. Peraltro il mondo Uber è interessante anche perché, nonostante tutti i suoi limiti, è riuscito (laddove gli è stato permesso di operare) a imporre una liberalizzazione privatistica, cioè non dettata come normalmente avviene dallo Stato, di un mercato chiuso e tendenzialmente restio al cambiamento come quello dei taxi.

Soft-power?

Il problema della piattaforma però è che l’efficienza dell’algoritmo si scontrava con l’inefficienza del tutto razionale degli autisti: tutti vogliono (giustamente) lavorare nelle ore di punta e nelle zone di maggiore concentrazione di domanda di corse. Massimo
risultato con il minimo sforzo. Per Uber questo significava avere dei buchi di offerta. La gamification basata sui falsi incentivi (il messaggio per Streeter avrebbe potuto essere: "hai già guadagnato 320 dollari netti, ottimo lavoro!") è stata studiata proprio per spingere le persone a lavorare quando il loro buon senso gli diceva di smettere. Quello di Uber è un soft-ware power nella forma. Ma forse hard nella sostanza.

* Fonte: Corriere della Sera del 3 aprile 2017

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO: 25 aprile con la CLN

C. Pisacane, G. Mazzini, P. Gobetti, A. Gramsci
[ 4 aprile ]

Si svolgerà a Roma, il prossimo 25 aprile, l’Assemblea fondativa della Confederazione per la Liberazione Nazionale.

L’Assemblea avrà inizio alla ore 10:00, e proseguirà nel pomeriggio dopo la pausa per il pranzo.

Ci ritroveremo presso il Roma Scout Center, Largo dello Scautismo n.1 (a due passi dalla stazione ferroviaria Roma Tiburtina).

La sessione mattutina sarà l’occasione per presentare la Confederazione, indicare i suoi scopi e il suo Manifesto. 

Oltre ai portavoce dei movimenti che fanno parte della Confederazione, prenderanno la parola esponenti di altre forze politiche.

Nel pomeriggio si svolgerà una tavola rotonda-dibattito sul tema: “Un blocco patriottico costituzionale per riprenderci la sovranità nazionale”
I lavori si concluderanno con un breve concerto musicale.

Fra qualche giorno pubblicheremo il programma dettagliato dei lavori.

L’assemblea è aperta al pubblico.

Per informazioni:
Conf.liberazionenazionale@gmail.com

lunedì 3 aprile 2017

LA DESTRA NO-EURO E IL SODALIZIO SALVINI-MELONI di Piemme

[ 3 aprile ]

Il 22 marzo scorso firmavo un articolo dal titolo LA FINE DI MATTEO SALVINI nel quale scrivevo:
«Non abbiamo mai fatto mistero che a noi Matteo Salvini non piace. Va a suo merito che sia contro l'euro (a favore dell'Unione però, come M5S e certi altri amici di sinistra, e senza dire che occorre uscire dal neoliberismo), ma se andate sui siti dell'universo salviniano, compresa al sua pagina Facebook, è un autentica valanga di pregiudizi razzisti e sicuritari. La stragrande maggioranza dei messaggi è contro immigrati stupratori, zingari scassinatori, quindi inni a favore di chi ha sparato addosso ai delinquenti facendosi giustizia da sé. Per dire che NON è il "no euro" che ci dice quale sia la visione del mondo e la natura della Lega salviniana ma tutto il resto, ovvero un miscuglio di xenofobia e neoliberismo —del resto è Armando Siri il vero suggeritore di Salvini. E dato che parliamo di Armando Siri si sappia che lui è un acceso sostenitore dell'alleanza tra la Lega salviniana con Berlusconi e Forza Italia».
Un articolo nel quale ritenevo altamente probabile che, alla fin fine, avremmo avuto un listone elettorale unico del centro-destra, con la Lega Nord (Salvini compreso) al suo interno. 

Ieri però il quotidiano LIBERO se n'è uscito con una notizia: Salvini e Meloni starebbero 
«... pensando a una fusione tra i due partiti in vista delle elezioni politiche. Ci sarebbe già una bozza di simbolo, che contiene entrambi i cognomi e un richiamo al tricolore. Secondo un retroscena svelato dal Giornale verrebbero eliminati i simboli di Fdi e Lega per il voto nazionale puntando così al Nord su Salvini e al Sud su Meloni».
La cosa, mi hanno segnalato già ieri sera un paio di amici, mi darebbe "clamorosamente torto". 

Mi viene da dire, come San Tommaso, che non ci credo finché non lo vedo. E' presto, cari amici, per stabilire se mi sono sbagliato ovvero se, come sostiene LIBERO, Salvini e Meloni fanno sul serio oppure se bluffano per alzare il prezzo dell'alleanza elettorale con i berluscones e frattaglie sparse.

E comunque, ammesso che vada a finire come prevede la soffiata pubblicata dal LIBERO —che di bufale ne ha raccontate tante e che non nasconde la sua simpatia per l'operazione politica che sponsorizza— l'articolo NON ci dice la Lega Nord sarebbe il perno di una lista no-euro assieme a Fratelli d'Italia, bensì Noi con Salvini (cioè il partito ombra che questi si è costituito). Una differenza non da poco. Significa che Salvini per fare l'eventuale mossa ne dovrebbe fare prima un'altra, molto dolorosa, cioè spaccare la Lega Nord (nella quale non ha infatti la maggioranza e di cui non può disporre del simbolo —proprietà, com'è noto, di Silvio Berlusconi).

E' possibile che Salvini si decida a scindere? Sì, è possibile, ma egli sa bene che dovrebbe non solo, ed a passo di corsa, metter su e strutturare il suo partito (per adesso Noi con Salvini non è che un movimento ombra tra le pieghe del padanismo) ed una macchina elettorale. Egli sa meglio di chiunque altro che se rompe la Lega dovrà pagare un prezzo salato sul piano a cui più tiene: quello elettorale.

Per cui salta agli occhi quanto fallace sia la previsione di LIBERO:
«Tradotto in seggi parlamentari, il piano di Meloni e Salvini punta alla scelta diretta di 100 deputati. Del resto i sondaggi danno la Lega tra il 12 e il 14 per cento e Fratelli d'Italia tra il 4 e 5 per cento: una lista Meloni-Salvini farebbe sbarcare in Parlamento una pattuglia di 115/120 deputati».
Se facesse il killer della Lega Nord, se affondasse il mito identitario padanista rimpiazzandolo opposto nazionalista italiano, sarà difficile che il suo partito personale pigli quello che ADESSO i sondaggi gli attribuiscono, ovvero il 12/14 per cento.
Facciamo la metà?

A ben vedere infine, ove Salvini rompesse con la Lega Nord per rompere con Berlusconi, non avrei avuto "clamorosamente torto" ma ragione a metà. 


IL GASDOTTO TAP E UNA STRANA IDEA DI DEMOCRAZIA di Carlo Formenti

[ 3 aprile ]

Sulla battaglia in corso nel Salento contro il TAP, abbiamo pubblicato l'altro ieri un'intervista al nostro compagno Sergio Starace, in prima linea nella resistenza. Oggi la parola a Carlo Formenti.

Il Corriere del 29 marzo dedica una doppia pagina agli incedenti sulla riviera salentina che hanno visto una dura repressione poliziesca contro alcune centinaia di cittadini (compresi alcuni sindaci dei comuni dell’area) che cercavano di opporsi all’espianto degli ulivi per lasciare posto al cantiere della TAP (Trans Adriatic Pipeline), un gasdotto che dovrebbe portare il gas dalle regioni del mar Caspio al nostro Paese attraverso i Balcani. Non sto a ricostruire tutta la storia del Comitato No Tap e delle lotte che negli ultimi anni hanno contrapposto cittadini salentini, azienda TAP e governo nazionale (da sempre allineato con gli interessi dell’azienda, mentre la Regione Puglia si è schierata con il movimento). A chi volesse approfondire le ragioni (ambientali, economiche e sociali) del No consiglio di visitare il sito del Comitato http://notransadriaticpiperline.blogspot.it. Qui mi limito a commentare il modo in cui il caso viene trattato giornalisticamente.

Cominciamo da un trafiletto firmato dall’ineffabile Pierluigi Battista, dal titolo significativo “Opporsi per ideologia. A che cosa? Poco importa”. Qui vengono riproposte paro paro le tesi che da anni sono utilizzate dai media di regime contro il movimento No Tav: 1) i motivi di opposizione al progetto sono del tutto pretestuosi (mai il minimo accenno ai contributi di scienziati, tecnici ed esperti che, in ambo i casi, dimostrano l’inutilità e la dannosità dei progetti contestati) e servono solo a mascherare l’ideologia dei mestatori antagonisti che sobillano le popolazioni locali; 2) il progetto contestato è un’opera fondamentale che “porta energia e ricchezza” (leggere cosa pensano e dicono in merito i cittadini interessati); 3) se passasse la logica “nullista” del no generalizzato non avremmo ferrovie, elettricità, case comode, che non sporcano e il cui impatto ambientale “è stato studiato” (soprattutto dagli esperti delle aziende interessate!).

Peccato che tutte queste belle cose nel nostro Meridione non ci siano! Battista dovrebbe farsi un viaggio sulla statale ionica 106 o sulla parallela linea ferroviaria Taranto Reggio Calabria, respirare a pieni polmoni l’aria attorno all’Ilva, o abitare nelle “comode” case della Terra dei fuochi nel Casertano, forse così capirebbe che crescita e sviluppo nel Meridione ridotto a colonia non sono mai arrivati e che qui modernità, sviluppo e tecnologia hanno voluto dire soprattutto devastazione ambientale e degrado sociale e umano. Ma, argomenta Battista, “alla fin fine bisogna arrivare a una conclusione”, e una volta che questa conclusione “democraticamente decisa” è arrivata, ora va rispettata. Democratica come le decisioni di una Ue che risponde solo alle lobby industriali e finanziarie e non ai cittadini europei, o di uno stato italiano che di quelle istituzioni oligarchiche si è fatto mero e servile esecutore? Ma la democrazia non dovrebbe misurarsi e dialogare con la libera volontà e con gli interessi delle comunità che subiscono gli effetti delle scelte che le riguardano?

E l’opposizione della Regione? Il ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, (!?) Gian Luca Galletti, ha le idee chiarissime in proposito: “Ritengo di appartenere a una vecchia scuola di pensiero, secondo la quale un governatore regionale dovrebbe stare in ogni caso (sottolineatura mia) dalla parte dello Stato, pur facendosi carico delle rimostranze dei suoi cittadini”. Effettivamente la sua scuola di pensiero è assai vecchia: risale alle convinzioni degli elitisti del primo Novecento che ritenevano sbagliato consentire ai cittadini di avere voce in capitolo su argomenti “che non possono capire”, ed erano convinti che il ruolo dei funzionari di stato e degli amministratori locali fosse quello di obbedire tacendo ai comandi delle élite di governo.

Infine vediamo convocato – nel taglio basso di una delle due pagine – Guido Vitale, finanziere e membro del cda del Fai (Fondo ambiente italiano). Una curiosa commistione di ruoli rispetto alla quale è lecito dubitare che il cuore lo induca a privilegiare il primo. E infatti liquida con un’alzata di spalle gli argomenti degli ambientalisti e ribadisce (vedi sopra) che “su questioni di interesse nazionale le amministrazioni locali non devono avere poteri di veto”. Del resto, spiega l’intervistatore, Vitale, piemontese ma pugliese di adozione, conosce bene i problemi della regione visto che “ogni anno apre le porte della sua sontuosa dimora in valle d’Itria a imprenditori e banchieri”…

* Fonte: Micromega

domenica 2 aprile 2017

MA SANTIDDIO! di Sandokan

[ 2 aprile ]

Il cazzuto articolo pubblicato dalla redazione SONO DI SINISTRA E VI DICO: "VIVA LA BREXIT!", ha ricevuto alcuni commenti colmi di buon senso.

Li riporto qui sotto, ma ne segnalo un paio: «Solo le vie nazionali possono permettere il ripristino del controllo democratico e la riapertura di una prospettiva socialista».
«Non si deve rincorrere la destra ma capire che si può e si deve allearsi quando si è di fronte a un nemico comune!».

C'è appunto tanta intelligenza politica in queste affermazioni. Dirò di più, esse esprimono bene quello che è oramai senso comune in tanti strati del popolo, forse addirittura un'opinione oramai maggioritaria. 
Lo so che se diciamo queste cose andranno in bestia, facendo gli scongiuri contro il "populismo", sia le anime belle "politicamente corrette" (quelle che affollano i salotti della sinistra radical chic), sia le anime inquiete della sinistra antagonista che calcano i centri sociali.
Il dramma non è rappresentato da questa anime qui, no. Il dramma, anzi l'autentica tragedia che fa incazzare noi, è che queste tante persone intelligenti, a cui nulla sfugge, che non perdono occasione per dispensare consigli (italiani popolo di allenatori), se ne stanno sugli spalti senza fare un cazzo, senza decidere ad entrare in campo, facendo un tifo da fighetti in tribuna.
Così la tragedia diventa una farsa, quando questi spettatori si lamentano perché la partita non ha storia. Fischiano per il cattivo gioco della squadra nostra, sbraitano ad ogni nostro più piccolo errore, ci mandano al diavolo perché non riusciamo a fare gol, e finiscono per lasciarci soli.
Il problema è che noi stiamo giocando, anche a causa della vostra ignavia, una partita impari, contro un nemico cento volte più potente.
Anzi, immaginando che sia una partita di pallone, esigete da noi un bel gioco.
Il problema signori, è che quella a cui assistete non è una partita di calcio, è lotta di classe, è lotta politica. Combattiamo in un'arena in cui si svolge una battaglia all'ultimo sangue che come posta in palio ha il potere in questo Paese. Dall'altra non abbiamo Messi e compagni ma belve disposte a tutto, che si fanno forti della fatalistica rassegnazione popolare, della vostra stessa acquiescenza.
Se precipiteremo nell'abisso, sarà colpa anche vostra.
Se invece ci volete, anche solo un po' di bene, e se davvero avete a cuore il destino del nostro popolo, entrate nell'arena, e aiutateci.


  • Dall'articolo evidenzio questa frase che vado ripetendo da anni:

    "Anziché lasciare il campo alle destre “nativiste”, alcuni di noi della sinistra democratica si uniscono a loro"

    Certo che dobbiamo unirci alle destre ma il nostro problemaccio è che i comunisti sono delle verginelle vergognose che hanno aspettato troppo e adesso sono troppo vecchiotte perché qualcuno (ossia il popolo) se le fili.

    A ogni modo ragazzi, quel popolo non solo ha delle palle quadrate da far paura per le quali da secoli è famoso in tutto il mondo ma ha anche un istinto infallibile per cogliere le opportunità giuste al volo.
    Vedrete le risate che si faranno quando da noi comincerà a crollare tutto...



  • Anonimo scrive: 

    30 marzo 2017 22:10
    Questo articolo è oro colato, come molte altre cose che pubblicate. Solo le vie nazionali possono permettere il ripristino del controllo democratico e la riapertura di una prospettiva socialista. Se Jeremy Corbyn - che per altri versi è una persona meritoria - avesse avuto il coraggio di appoggiare la Brexit da sinistra, avrebbe potuto procedere verso una riscossa laburista in grande stile. Non si tratta di rincorrere la destra sul suo terreno, si tratta di capire che l'Unione Europea è una vera e propria espropriazione della volontà politica dei popoli europei ad opera delle elites globaliste, espressione del liberismo capitalistico allo stato puro.



  • Anonimo scrive: 

    31 marzo 2017 11:56
    Anonimo delle 22:10

    Non si deve rincorrere la destra ma capire che si può e si deve allearsi quando si è di fronte a un nemico comune



  • Anonimo scrive: 

    31 marzo 2017 12:31
    Queello che hanno fatto i cosiddetti "compagni dirigenti" in questi ultimi trent'anni, dalla fine degli anni 70 in poi, è di una gravità sconvolgente. E' sconvolgente perchè sapevano (leggi Barca e Napolitano). Ormai ci hanno ridotti ad uno stato larvale da cui sarà impossibile uscire se non al prezzo di terribili sofferenze. La lotta di classe è compiuta. Il capitale non solo ha vinto ma ha stravinto. Dobbiamo prenderne atto. La strada della consapevolezza sarà durissima. Fino a quando il mondo del lavoro, e per mondo del lavoro intendo, ooperai, impiegati, piccoli imprenditori, artigiani, commercianti, non prenderanno coscienza di ciò che gli è stato fatto non ci sarà alcuna sollevazione. Sono stati talmente bravi da incanalare il sissenso negli utili idioti del M5S, il che è tutto dire. Io, nel mio piccolo ho preso coscienza dopo aver letto i libri di Bagnai che mi hanno sconvolto l'esistenza. Provo ancora più sofferenza quando ogni giorno incontro e parlo con compagni che sono ottenebrati dalla melassa del mainstram globale. Dobbiamo imparare dai Britannici e sperare nella Le Pen. Dobbiamo fare accordi anche con il diavolo per abbattere questo mostro nazista che si chiama Unione Europea.

sabato 1 aprile 2017

Salento, bloccati i camion del TAP: «Abbiamo imposto la volontà popolare»

Sergio Starace, sit-in davanti al cantiere del gasdotto Tap, 28/03/17

[ 1 aprile ]


Il "mafiodotto" chiamato TAP: storie di ulivi e di riciclaggio


Nostra intervista a Sergio Starace del movimento "NO TAP"

Questa mattina il movimento che si oppone al TAP (Trans-Adriatic Pipeline) ha ottenuto un grande successo, costringendo i camion della multinazionale che esegue i lavori a fare marcia indietro davanti ad una manifestazione popolare che ha visto presenti perfino numerosi bambini. Anche la stampa nazionale non ha potuto nascondere quel che è accaduto.

Il TAP è un progetto che, allacciandosi ad altri gasdotti (TANAP ed SCP), è stato pensato per portare in Europa il gas dell'Azerbaigian, proveniente dal giacimento Shah Deniz II situato nel Mar Caspio. La portata del gasdotto è pari a 10 miliardi di metri cubi all'anno, espandibili a 20.

Gli azionisti del progetto sono la Snam (20%), la BP (20%), l'azera SOCAR (20%), la belga Fluxys (19%), la spagnola Enagas (16%) e la svizzera Axpo (5%).

Sui retroscena di questo progetto l'Espresso in edicola domani pubblicherà un'inchiesta che si annuncia assai interessante fin dal titolo con cui viene annunciata: «TAP, mafia e soldi sporchi dietro il gasdotto».

L'incipit dell'anticipazione del settimanale, in cui si parla espressamente di "mafiodotto", non lascia spazio a dubbi: «All'origine del super-gasdotto che minaccia di perforare le coste del Salento c’è una storia nera. Un intreccio di manager in affari con la mafia, valigie di contanti, oligarchi russi, affaristi italiani legati alla politica, casseforti anonime con la targa offshore. Gli scheletri nell'armadio del Tap».

Ma veniamo ai fatti di stamattina, facendoceli raccontare da uno dei protagonisti, Sergio Starace. Starace è membro del Forum "Ambiente e Salute" di Lecce, che affianca nella lotta il Comitato "NO TAP.

Cosa è accaduto esattamente stamattina?

«E' successo che hanno tentato di sorprenderci con l'inganno, ma alla fine la sorpresa gliela abbiamo fatta noi. Nei giorni scorsi, dopo le cariche di martedì e mercoledì, le istituzioni ci avevano assicurato che i lavori di asportazione degli ulivi erano sospesi e che sarebbero ripresi solo lunedì prossimo. Invece stamattina alle 5 (di notte come i ladri) hanno ripreso a lavorare, caricando gli ulivi secolari per trasportarli presso il centro di stoccaggio di Masseria del Capitano».

E voi come avete reagito?

Abbiamo risposto abbandonando temporaneamente il nostro presidio di San Basilio per spostarci verso la Masseria del Capitano. Lì, eravamo cinque/seicento, abbiamo bloccato i camion, costringendoli poi a fare dietrofront, riportando cioè gli ulivi nel luogo del loro espianto.  La presenza dei bambini, con le loro mamme, è stata decisiva per impedire nuove cariche. E' una presenza che dimostra come quella in corso sia una vera lotta di popolo.

Insomma, almeno per oggi avete vinto.

Sì, siamo molto soddisfatti. Per una volta abbiamo imposto la volontà popolare. E questo ci dà molta forza per gli scontri futuri che ci attendono.

A proposito della durezza dello scontro, puoi dirci cosa è successo nei giorni scorsi?

Martedì siamo stati caricati. Anch'io sono stato manganellato, benché sia un non vedente, così pure i sindaci presenti. Strano questo Stato che manda la polizia a picchiare perfino i rappresentanti delle proprie comunità locali... Poi, non contenti, il giorno dopo hanno caricato di nuovo. Ma per capire la gravità di quanto accaduto martedì, basti dire che un manifestante è stato isolato e poi menato dai 5 poliziotti che lo avevano circondato.

Hai parlato dei sindaci. Quanti sono quelli dalla vostra parte?

Quello che posso dire è che 30 sindaci, sui 99 del Salento, hanno sottoscritto la posizione di rifiuto del progetto TAP.

E sul ruolo del governatore Emiliano cosa puoi dirci?

Di Emiliano non ci fidiamo. Ha ereditato il progetto dalla giunta Vendola (che verrà ricordato dai pugliesi anche per questa responsabilità), ma non ha fatto nulla di sostanziale per fermarlo. A mio giudizio è solo un demagogo che sta cercando di cavalcare la protesta senza però far seguire alle parole i fatti.

Tutti sanno della vostra lotta a difesa degli ulivi. Puoi spiegarci la portata della questione?

Gli ulivi fin qui espiantati sono 211, ma alla fine, visto che poi il gasdotto proseguirà verso nord, dal pozzo di spinta di San Foca fino a Mesagne, dove dovrebbe raccordarsi con la rete Snam, gli ulivi minacciati di morte sono diecimila.

Perché minacciati di morte? Non vi hanno promesso il reimpianto una volta finiti i lavori?

Ce l'hanno promesso ma non ci fidiamo. Tra espianto, parcheggio temporaneo e reimpianto è certo che molte di queste piante moriranno.

Però voi non protestate solo per gli ulivi.

No. Protestiamo anche per altri motivi. In primo luogo per la sicurezza e l'incolumità dei cittadini, perché ci risulta che il progetto non rispetti i parametri tecnici dovuti. E la stessa ARPA Puglia ha espresso su questo un parere fortemente negativo. Inoltre, quella di San Foca, dove arriva dal mare il gasdotto, è zona protetta per la presenza di una particolare vegetazione marina. Poi c'è la natura del terreno, che richiede enormi gettate di cemento, e potremmo continuare... Ci sono però anche motivi più generali. Quello che rifiutiamo è un modello di sviluppo basato sulla devastazione del territorio, sull'incremento nell'utilizzo dei combustibili fossili. Un modello che si sposa bene con il malaffare e con la corruzione dei politici. Per tutti questi motivi noi siamo non solo per difendere gli ulivi, ma vogliamo che il progetto TAP venga ritirato e cancellato per sempre.

Ma come pensate di poter vincere contro gli enormi interessi in gioco?

Siamo fiduciosi nella forza del popolo. Personalmente propongo un'opera di informazione in tutto il Salento, per poi arrivare ad una mobilitazione generale come quella che portò al blocco del sito di stoccaggio delle scorie radioattive di Scanzano Jonico. Il trionfo politico della mobilitazione di oggi ci indica la strada. Per me questo è soltanto l'inizio di una lotta che alla fine vincerà.

Qui il video tratto da repubblica.tv in cui Sergio nel sit-in del 28 marzo, davanti al cantiere del gasdotto Tap, arringa la polizia e invita gli agenti ad appoggiare la battaglia



CHI HA ORECCHIE PER INTENDERE, INTENDA di Moreno Pasquinelli

[ 31 marzo ]

Intervenendo ieri mattina al “Business Summit B-7” (il vertice delle Confederazioni Industriali di Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna, Giappone, Canada e Stati Uniti, in vista del G-7 di Taormina in maggio) presso la sede di Confindustria a Roma, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha svolto un discorso programmatico che disvela, come meglio non si potrebbe, la visione sociale e politica dello strato superiore del grande capitalismo italiano, e di cui egli si fa paladino.
Un discorso quindi molto importante, dati questi tempi inquieti che precedono la tempesta. Un discorso strategico, a cui fa da velo lo stile pretesco tipico del Presidente del Consiglio.
Chi se lo voglia ascoltare tutto, può andare al sito del governo. Noi ne abbiamo estrapolato i passi più significativi. Sentiamo:
«La risposta alle ansie del presente non sta certo nel ritorno al passato. Agli inizi dell'Ottocento i luddisti distruggevano le nuove macchine della rivoluzione industriale. Potremmo ritrovarci a fronteggiare dei nuovi luddisti, che chiedono di distruggere l'innovazione tecnologica con un tratto di penna, per decreto. Noi invece dobbiamo credere nelle possibilità che arrivano dall'innovazione, dobbiamo avere fiducia e soprattutto dobbiamo rafforzare il consenso all'interno delle nostre società su alcuni punti fermi fondamentali, anzitutto ribadire la centralità della libertà economica, senza libertà economica non c'è alcuna possibilità di crescita e di sviluppo. Scommettere ancora sul libero mercato, il più grande motore di prosperità della storia. Libero mercato e libertà di commercio. (...) I nostri accordi devono muovere non solo dalla voglia di aprire sempre di più le nostre economie ma anche dall'intenzione di mettere al centro i nostri valori, quelli sui quali si sono basati decenni di crescita e di benessere, i valori della società aperta, della democrazia e dei diritti umani...
(...) Il libero scambio non è un gioco a somma zero, ma deve avere un effetto win-win, per i consumatori ed i lavoratori. (...)
Signore e Signori, andando verso il G7 di Taormina dobbiamo porci l'obbiettivo di rendere sempre più strutturati i momenti di governance globale, partendo proprio dai formati G7 e G20.
(...) Negli ultimi tempi si sente parlare del rischio di una "era del G0", un'era in cui le nazioni sono concentrate sul loro interesse esclusivo, senza cercare invece soluzioni comuni che possano portare beneficio a tutti. La verità è che invece gli sforzi comuni di governance convengono a tutti, e non solo sul lungo periodo, convengono a tutti ora. La verità è che l'alleanza tra Stati Uniti, Canada, Giappone, Francia, regno Unito, Germania e Italia, tra le maggiori economie del mondo libero sarà decisiva davanti alle nuove sfide globali. Io sono certo che affronteremo questi impegni con la consapevolezza che fiducia e libertà economica sono due temi profondamente collegati. Senza un clima di fiducia e di coesione sociale all'interno delle nostre società il meccanismo del libero mercato nel mondo di oggi potrebbe incepparsi. Ma proprio dall'economia e dalla società aperte nasce quella fiducia di cui abbiamo bisogno ora. Grazie e buon lavoro».
Abbiamo usato il grassetto per segnalare quelli che a noi paiono i passaggi più significativi.

1) Gentiloni è quindi letteralmente incapsulato dentro la superstizione neoliberista per cui la crisi non è sistemica, non dipende da contraddizioni strutturali inerenti alla macchina economica capitalistica, bensì è causata...dall'assenza di fiducia dei mercati. Primum, dunque, ripristinare la fiducia, col che vuole dirci che funzione della "politica", ovvero dei servi politici della grande plutocrazia finanziaria, è governare decisionisticamente per assecondare i desiderata di quest'ultima —governance.

(2) Questi servi di Satana, fino a che non riusciranno a sbarazzarsi della forma democratica, possono sperare di ottenere la fiducia dei mercati solo se saranno capaci a loro volta di ottenere la fiducia delle prede dei mercati stessi, ovvero di abbindolare le larghe masse. Questa è la loro missione peculiare, primaria. Per farlo debbono, come il lupo che si spaccia per agnello, vestire i panni della santità. Così le vittime della loro macelleria sociale sono dipinti come populisti, luddisti, feccia reazionaria che vuole far girare all'indietro il motore del (loro) "progresso". Ecco dunque che Satana si presenta come redentore, come apostolo dei "valori sui quali si sono basati decenni di crescita e di benessere, i valori della società aperta, della democrazia e dei diritti umani". E che a milioni siano in verità condannati ai lavori forzati, ed altri siano scarti sociali, è tabù. E comunque si tratta di un increscioso effetto collaterale, tuttavia necessario al buon funzionamento della macchina turbo-capitalista, strumentale alla "fiducia dei mercati". 

(3) L'appello neoliberista di Gentiloni è addirittura sfrontato. Viva “la centralità della libertà economica" poiché "senza libertà economica non c'è alcuna possibilità di crescita e di sviluppoScommettere ancora sul libero mercato, il più grande motore di prosperità della storia. Libero mercato e libertà di commercio”. Mai un Presidente del Consiglio italiano, nemmeno Monti, Letta o Berlusconi, aveva svolto un'apologia così audace e integralistica del neoliberismo e del liberoscambismo. Se ne ricorderanno un giorno, ne siamo certi, le sterminate vittime italiane del "libero mercato", i disgraziati che tirano a campare per assicurare la prosperità ed i fasti di un'infima minoranza. Non ce lo scorderemo signor Gentiloni...

(4) Alla fine il Nostro ammette che la macchina della globalizzazione si è inceppata, che i popoli sono stufi di vivere in balia del "libero mercato" e chiedono sicurezza, che visti certi enormi deficit/surplus commerciali tira aria di nuovi protezionismi statali, che dopo la sbornia globalista e decenni di assolutismo oligarchico le nazioni tendono inesorabilmente a riguadagnare fette di sovranità. La Brexit, l'arrivo di Trump alla Casa Bianca.... Si tratta di terremoti che stanno seminando il panico tra i cocainomani della globalizzazione, che avranno effetti di lunga durata. Ecco dunque il nostro Gentiloni cimentarsi nell'esorcismo: “La verità è che l'alleanza tra Stati Uniti, Canada, Giappone, Francia, Regno Unito, Germania e Italia, tra le maggiori economie del mondo libero sarà decisiva davanti alle nuove sfide globali”. E' l'invocazione spudorata quanto velleitaria, perché destinata a cadere nel vuoto, a ricostruire il vecchio e tradizionale sodalizio imperialista a dominare, more uxorio, il mondo. 

Emblematico tuttavia questo piagnisteo, questo nostalgico amarcòrd,  per almeno due ragioni. A nome dei settori superiori della borghesia italiana —strati dominanti ma anti-nazionali quanti altri mai visto che hanno contribuito a depredare e spolpare il Paese—, Gentiloni esprime la illusoria speranza che questi gaulaiter italioti siano premiati, passata sperabilmente la bufera, per questo loro ruolo servile, al limite del pornografico, di rigattieri e curatori fallimentari dell'Italia.

Infine è degno di nota che il Nostro non abbia fatto cenno mai, nel suo discorso, all'Unione europea. Quando ha descritto l'alleanza imperiale ha elencato infatti i singoli paesi del vecchio G7 dei tempi andati della guerra fredda. Non è una banale amnesia, che di questi tempi non sono concesse —poi certi discorsi solenni sono sempre accuratamente preparati. E' il segno che in camera caritatis danno per certa la dissoluzione dell'Unione europea (che l'affondo protezionistico di Trump accelera). Una "quisquilia" che dice molte cose, tanto più perché viene da un primo ministro che governa dalla parti di Roma, una capitale sempre molto sensibile alle sirene d'oltre Atlantico.





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