venerdì 15 agosto 2014

CHE C'ENTRA IL SIONISMO CON L'ECONOMETRIA? di Marxista dell'Illinois n.2

15 agosto. Non mi aspettavo che il mio intervento su Magdi Allam, Alberto Bagnai e la tragedia palestinese avrebbe avuto tanta eco. Si vede che ho messo il dito su una delle piaghe.
Mentre l'Allam tace (dev'essere impegnato in qualche ritiro spirituale coi druidi lefebvriani), il Bagnai ha invece prontamente risposto con un pistolotto interminabile e sconclusionato, rivendicando tuttavia le sue frequentazioni ma tacendo sul genocidio di Gaza. E questo, l'omertà sulla tragedia palestinese, questo me lo aspettavo. Meglio tacere se si cerca nel prossimo futuro di salire sul carro del prossimo vincitore, tanto più se si ritiene che verrà fuori dalla cerchia di quelli che oggi comandano, e che sono tutti amici di Israele —chi ha orecchie per intendere intenda. 

I brocchi della setta del cavajere nero si sono scatenati: "che c'entra Gaza? perché mai un "geniale economista" dovrebbe esprimere le sue opinioni sulla vicenda palestinese?" 
Un distillato clamoroso di questa ignavia, dell'idea che se uno si occupa di econometria non è tenuto ad esecrare dei crimini contro l'umanità, che anzi debba estraniarsi e tacere su una tragedia (compiuta anche con armi fornite dal governo italiano) che da un mese è sulle prime pagine dei media mondiali, è ben espresso in questo post:

ANKYN SCRIVE:
14 agosto 2014 16:37
«Ma perché mai un professore di economia dovrebbe esprimersi pubblicamente su Gaza?Potrà coltivare la sua opinione in santa pace senza per forza dover fare il tuttologo?
Altrimenti a questo punto rimproveriamo a chiunque qualsiasi cosa: a Bagnai di non dire nulla su Gaza e Ucraina, a Sollevazione di non esprimersi sul disastro ambientale, a mia sorella di tacere sul massacro dei cavallucci marini nella Nuova Guinea (sì, è ironia), e via strumentalizzando.Sì, STRUMENTALIZZANDO: è questa l'operazione messa in atto da articoli del genere.Rimproverare ad un esperto di X di non occuparsi di Y significa semplicemente trovare scuse per criticarlo, probabilmente perché non si è in grado di farlo sul terreno di cui è esperto».
Che la scuola italiana fosse diventata una cloaca era noto, non che fosse un'opificio di imbecilli per di più immorali...  L'idea che la scienza non abbia una base etica, che gli scienziati non debbano prendere posizione e siano al di sopra delle lotte sociali, non è solo reazionaria, è smentita dalla storia della scienza. La scienza non è infatti né neutrale né autonoma, è eteronoma invece. Non solo perché lo scienziato è guidato da una qualche concezione del mondo, la sua ricerca, salvo rare eccezioni, ubbidisce agli interessi delle classi dominanti. 

"Strumentale" denunciare l'omertà davanti a tragedie enormi? E' come se dopo Hiroshima e Nagasaki si fosse considerato inammissibile chiedere ai fisici di esprimere condanna di quelle inaudite ecatombi. Ciò che in effetti il potere americano cercò di impedire. Senza esito, visto che lo stesso Oppenheimer, subito dopo il successo dell'esperimento che ha visto esplodere la prima bomba atomica a Los Alamos dichiarò: «I fisici hanno conosciuto il peccato e questa è una conoscenza che non potranno perdere».

Ove il fisico Oppenheimer non fosse familiare ai fanatici seguaci della Dea scienza, ricordiamo quanto affermò un altro Alberto (è solo un caso di omonimia), tale Einstein. Conoscono essi la sua pugnace battaglia politica e non solo morale per metter al bando la bomba atomica? Ne dubitiamo, altrimenti non vomiterebbero simili bestialità.

Non conosceranno nemmeno quanto Einstein scrisse della destra sionista, equiparandola ai fascisti. L'occasione gli fu fornita dalla strage di Deir Yassin del 9 aprile 1948. I sionisti trucidarono 240 tra uomini, donne e bambini inermi.
A Gaza le vittime della macchina bellica israeliana sono più di duemila,  tra cui 432 bambini e 243 donne. 9886 i feriti, tra cui 2878 bambini. Deir Yassin è nulla in confronto, e ciò richiederebbe una rivolta morale da parte di tutti, anzitutto degli intellettuali e del mondo della cultura. Prevalgono invece ignavia e silenzio, ovvero la complicità morale col sionismo e le loro potenti lobbi occidentali.

Ed ora,  nel tentativo di rinfrescare la memoria a certi ottenebrati, leggiamo quanto Einstein scrisse, con la Arendt e gli altri, davanti ad uno dei tanti crimini sionisti:

«AGLI EDITORI DEL NEW YORK TIMES:

Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nella organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista. E’ stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, una organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina.

L’odierna visita di Menachem Begin, capo del partito, negli USA è stata fatta con il calcolo di dare l’impressione che l’America sostenga il partito nelle prossime elezioni israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti conservativi americani. Parecchi americani con una reputazione nazionale hanno inviato il loro saluto. E’ inconcepibile che coloro che si oppongono al fascismo nel mondo, a meno che non sia stati opportunamente informati sulle azioni effettuate e sui progetti del Sig. Begin, possano aver aggiunto il proprio nome per sostenere il movimento da lui rappresentato.

Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli obiettivi del Sig. Begin e del suo movimento.

Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e anti-imperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato Fascista. E’ nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.

Attacco a un villaggio arabo

Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio Arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, fuori dalle strade di comunicazione e circondato da terre appartenenti agli Ebrei, non aveva preso parte alla guerra, anzi aveva allontanato bande di arabi che lo volevano utilizzare come una loro base. Il 9 Aprile, bande di terroristi attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare, uccidendo la maggior parte dei suoi abitanti (240 tra uomini, donne e bambini) e trasportando alcuni di loro come trofei vivi in una parata per le strade di Gerusalemme. La maggior parte della comunità ebraica rimase terrificata dal gesto e l’Agenzia Ebraica mandò le proprie scuse al Re Abdullah della Trans-Giordania. Ma i terroristi, invece di vergognarsi del loro atto, si vantarono del massacro, lo pubblicizzarono e invitarono tutti i corrispondenti stranieri presenti nel paese a vedere i mucchi di cadaveri e la totale devastazione a Deir Yassin.

L’accaduto di Deir Yassin esemplifica il carattere e le azioni del Partito della Libertà.

All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano. Durante gli ultimi anni di sporadica violenza anti-britannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore sulla Comunità Ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettavano ai figli di incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo. Con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo. La gente del Partito della libertà non ha avuto nessun ruolo nelle conquiste costruttive ottenute in Palestina. Non hanno reclamato la terra, non hanno costruito insediamenti ma solo diminuito la attività di difesa degli Ebrei. I loro sforzi verso l’immigrazione erano tanto pubblicizzati quanto di poco peso e impegnati principalmente nel trasporto dei loro compatrioti fascisti.

Le discrepanze

La discrepanza tra le sfacciate affermazioni fatte ora da Begin e il suo partito, e il loro curruculum di azioni svolte nel passato in Palestina non portano il segno di alcun partito politico ordinario. Ciò è, semza ombra di errore, il marchio di un partito Fascista per il quale il terrorismo (contro gli Ebrei, gli Arabi e gli Inglesi) e le false dichiarazioni sono i mezzi e uno stato leader l’obbiettivo.

Alla luce delle soprascritte considerazioni, è imperativo che la verità su Begin e il suo movimento sia resa nota a questo paese. E’ maggiormente tragico che i più alti comandi del Sionismo Americano si siano rifiutati di condurre una campagna contro le attività di Begin, o addirittura di svelare ai suoi membri i pericoli che deriveranno a Israele sostenendo Begin. I sottoscritti infine usano questi mezzi per presentare pubblicamente alcuni fatti salienti che riguardano Begin e il suo partito, e per sollecitare tutti gli sforzi possibili per non sostenere quest’ultima manifestazione di fascismo.

Firmato:
ALBERT EINSTEIN, ISIDORE ABRAMOWITZ, HANNAH ARENDT, ABRAHAM BRICK, RABBI JESSURUN CARDOZO, , HERMAN EISEN, M.D., HAYIM FINEMAN, M. GALLEN, M.D., H.H. HARRIS, ZELIG S. HARRIS, SIDNEY HOOK, FRED KARUSH, BRURIA KAUFMAN, IRMA L. LINDHEIM, NACHMAN MAISEL, SEYMOUR MELMAN, MYER D. MENDELSON, M.D., HARRY M. OSLINSKY, SAMUEL PITLICK, FRITZ ROHRLICH, LOUIS P. ROCKER, RUTH SAGIS, ITZHAK SANKOWSKY, I.J. SHOENBERG, SAMUEL SHUMAN, M. SINGER, IRMA WOLFE, STEFAN WOLFE»

New York, Dec. 2, 1948

giovedì 14 agosto 2014

LA FURBATA di Leonardo Mazzei

14 agosto.

Cosa bolle nel pentolone del dibattito sul debito pubblico?

E' in preparazione qualcosa di grosso. O, forse, di qualcosa solo apparentemente grosso. In ogni caso tutto sembra in movimento: il mondo della finanza, l'entourage di Renzi, i giornalisti solitamente ben informati. Ed infine la Bce.

Come abbiamo già segnalato nei giorni scorsi, il pentolone del dibattito sul debito pubblico ribolle come non avveniva da tempo. Il fatto è che i nodi stanno venendo al pettine. Se in Italia della "ripresa" non c'è neppure l'ombra, è l'intero quadro europeo che va facendosi sempre più fosco. 

In questa situazione appassionarsi ai decimali sarebbe assurdo, tanto più che il Fiscal compact incombe. E così, poco alla volta, ma oramai con una evidente accelerazione, una verità va facendosi strada nei pensatoi del blocco dominante. Di cosa si tratta? Della consapevolezza che il debito pubblico italiano ha raggiunto ormai la soglia dell'insostenibilità, che non è più possibile affrontarlo con le ordinarie politiche austeritarie, che dunque misure eccezionali si impongono.

Breve digressione. Il concetto di «insostenibilità», che qui adopero, non ha ovviamente un valore assoluto. Ce l'ha invece nel quadro dato del «capitalismo-casinò» ed in assenza di sovranità monetaria. Non è dunque un concetto scientifico, ma solo una valutazione realistica rispetto alla concreta configurazione dell'attuale situazione italiana.

Come hanno rilevato Michele Fratianni, Paolo Savona ed Antonio Maria Rinaldi, in uno studio dell'aprile 2013, c'è discussione su quale sia la soglia della «sostenibilità». C'è chi ritiene che debba situarsi al 90% nel rapporto con il Pil, chi addirittura al 60% (come l'UE), chi predilige valori intermedi. In ogni caso i tre economisti citati non mostrano alcun dubbio sul fatto che tale soglia esista e che l'Italia l'abbia superata da tempo.

L'affannosa ricerca di una via d'uscita sistemica

Ecco perché nei palazzi della finanza, come in quelli della politica, si lavora alacremente alla ricerca di una via d'uscita. Ma non di una vera via d'uscita, che porterebbe a mettere in discussione troppe cose: dall'Ue all'euro, dalle politiche liberiste alla logica mercatista che presiede ad ogni scelta politica di governi fatti con lo stampino del pensiero unico.

No, la via d'uscita di lorsignori ha da essere di tipo sistemico. Non deve mettere in discussione gli assetti del potere, e non deve neppure scalfire gli interessi economici delle oligarchie finanziarie. Una via d'uscita che non fuoriesca dai meccanismi che hanno prodotto la crisi, ma che - ancora una volta - privatizzi i guadagni e socializzi le perdite.

E' questo lo scopo del cosiddetto «Fondo Tagliadebito» di cui si discute in queste ultime settimane. Un fondo da 300 miliardi secondo Marco Carrai, l'amicuccio presta-casa di Renzi, quello che ama viaggiare sull'asse Tel-Aviv - Firenze - New York. Da 400 miliardi secondo l'ex presidente dell'Eni, Roberto Poli, di cui ci siamo occupati nell'articolo già citato. Addirittura da 1.000 miliardi (mille) secondo l'ineffabile Paolo Savona. 

Per capire di che cosa si tratti diamo la parola proprio a Savona, l'ex ministro dell'industria del governo Ciampi che siede anche nel Comitato scientifico dell'associazione bagnaianaA/simmetrie. Intervistato dal Corriere della Sera del 10 agosto, ecco la sua ricetta:

«Bisognerebbe infilare in quel fondo tutti gli immobili dello Stato, ma anche quelli degli enti locali. E conferirgli anche le partecipazioni azionarie, perché no? Un unico strumento, una "New.Co." con un patrimonio che a quel punto superebbe i mille miliardi di euro, da mettere a garanzia dell'operazione di sistemazione del debito. Il ricavato della cessione delle quote del Fondo servirebbe per riacquistare i titoli di Stato».

Ora, Savona la spara un po' grossa, spostando l'asticella dai 400 ai 1.000 miliardi, ma ha il merito di dirla tutta. Se svendita ha da essere, egli dice, la si faccia fino in fondo, mettendo nel paniere la parte più succulenta (le partecipazioni azionarie) e non solo il meno appetitoso patrimonio immobiliare.

Ecco che cosa è davvero in gioco: la svendita integrale di quel che resta di un patrimonio pubblico già largamente saccheggiato.

Lorsignori sanno benissimo che la via dell'austerità non può funzionare. Sanno anche che l'unica vera via d'uscita sarebbe quella della riconquista della sovranità monetaria, unica via per ridurre in maniera consistente il debito con un mix fatto di monetizzazione/inflazione e default controllato. Ma tutto ciò non si può fare restando nella gabbia dell'euro. E in quella gabbia loro ci stanno piuttosto bene.

Ecco allora la loro proposta. Una misura eccezionale, questo sì, ma ritagliata su misura sui loro interessi. Tutto dunque già deciso? No, perché c'è un problema. Lorsignori non sono così sicuri che il Fondo possa davvero funzionare.

Funzionerà?

«Si fa, si fa», questo l'entusiastico incipit dell'articolo di Milano Finanza del 9 agosto che annuncia la lieta novella. Lieta, ovviamente, soprattutto per il mondo degli speculatori ai quali il giornale si rivolge. Carrai, che proprio su MF era già intervenuto qualche giorno prima per lanciare la sua proposta, lo denominerebbe «Fondo Patrimonio Italia». Ma già qualcuno lo vorrebbe chiamare invece «Fondo degli italiani». Un nome che piacerà senz'altro a Renzi.

Le cose, tuttavia, non sono così semplici. Abbiamo già detto all'inizio che quello in corso è un vero e proprio dibattito. Una discussione tutta interna al blocco dominante. Tra i sostenitori di una misura shock c'erano anche i fautori di una maxi-patrimoniale, ma oggi costoro sono in palese ritirata. E così la via del «Fondo» ha preso quota. Non tutti, però, scommettono sui suoi effettivi risultati. Anzi.

Clamoroso è il caso del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. Costui, intervistato dalSole 24 Ore del 6 agosto, mostra tutto il suo scetticismo. Leggiamo: «ma qual è il patrimonio di cui parliamo? Che cosa spinge a immaginare che sia marketable (vendibile, ndr) così com'è un patrimonio che invece richiederebbe lavori di riqualificazione importanti e onerosi?».

Nella sua intervista Padoan ribadisce la strada delle privatizzazioni. Un obiettivo che è già nel programma di governo e che non richiede alcun fondo particolare. I dubbi di Padoan si incentrano invece sul fondo immobiliare, ed hanno probabilmente due motivazioni: una tecnica, l'altra politica. 

Quella tecnica affonda le sue radici nell'esperienza. Tante volte è stata ipotizzata la valorizzazione del patrimonio immobiliare ed altrettante volte il buco nell'acqua è stato clamoroso. L'ultima esperienza è quella dell'Invimit Sgr, fondo costituito nel maggio 2013 dal governo Letta proprio a tale scopo. Ora, a 15 mesi di distanza, e dopo che sono confluiti in questo fondo gli immobili dell'Inail, dell'Inps, della Regione Lazio, delle Università e della Difesa, siamo ancora nella fase di selezione per stabilire quali siano quelli vendibili e quelli da dismettere. Se tutto andrà liscio la fase di vendita inizierà tra un anno. Valore ipotizzato: 1 miliardo. Campa cavallo! Da 1 a 400 la distanza è enorme, da 1 a 1.000 giudicate voi.

Se il dubbio tecnico è facilmente spiegabile, quello politico è forse più importante. Padoan probabilmente sa che l'Europa non la berrebbe. Certo, gli eurocrati sarebbero ben felici di avere uno strumento in più per accelerare le privatizzazioni, ma non crederebbero mai alle cifre sparate da Carrai, Poli e Savona. Sicuramente Juncker direbbe «bravissimi, ma non basta», disegnando una situazione non troppo agevole per il governo italiano.

La furbata

Dunque, si farà o non si farà questo fondo?
Tra il non far niente ed il fare qualcosa di risolutivo c'è evidentemente una via di mezzo. Che questo fondo possa risolvere la questione del debito pubblico, rendendolo «sostenibile», lo possiamo tranquillamente escludere. Che con questa trovata l'Europa allenti i sui vincoli idem. C'è però un'altra possibilità, che essendo di gran lunga quella peggiore ha purtroppo buone possibilità di realizzazione.

In breve, il risultato potrebbe essere quello di una s(vendita) colossale, e pur tuttavia incapace di ridurre in maniera significativa il debito. Ai 400 miliardi annunciati ne potrebbero corrispondere alla fine magari 50. In ogni caso una cifra assai modesta, rispetto ai 2.168 miliardi di debito certificati proprio oggi da Bankitalia. Modesta anche perché l'operazione vendita avrà comunque bisogno di un certo numero di anni.

E tuttavia questa operazione un senso ce l'ha. Anzi ne ha due. Il primo è quello di far felici gli avvoltoi di tutto il mondo, quelli ad esempio amici del sig. Carrai, ma non solo quelli. Il secondo è quello di offrire un qualche margine di manovra a Renzi. Stretto nella morsa tra la sua propaganda (l'austerità è finita...) e i vincoli europei che chiedono lacrime e sangue più di prima, Renzi potrebbe fare del fondo la sua mossa del cavallo. Di certo una mossa non risolutiva, anzi sostanzialmente una furbata, ma che potrebbe consentirgli di prendere tempo. Che ad oggi, vista la pressione di Draghi e di quel che rappresenta, è forse il massimo al quale il berluschino fiorentino può realisticamente aspirare.

mercoledì 13 agosto 2014

SOVRANITÀ NAZIONALE (fateci togliere qualche sassolino dalle scarpe) di Emmezeta

13 agosto. Avevamo già segnalato ai lettori la frase programmatica pronunciata da Mario Draghi il 7 agosto con riferimento anzitutto all'Italia: "Per i Paesi dell'Eurozona è arrivato il momento di cedere sovranità all'Europa per quanto riguarda le riforme strutturali". Emmezeta torna sull'argomento.
«Sovranità», che parolaccia! 
«Sovranità nazionale», quale orribile concetto! Di destra. Peggio, fascista. Per i critici più teneri semplicemente qualcosa che attiene al passato. Bene, da ieri sappiamo almeno quanto sia antifascista, democratico e di sinistra, nonché certamente uomo del futuro, il sig. Mario Draghi. Che di sicuro non per caso presiede quell'organismo altrettanto antifascista, democratico e di sinistra che si chiama Bce.
Ieri il grand'uomo, certamente l'italiano più potente del momento, l'ha detto chiaro che più chiaro non si può: «Per i Paesi dell'Eurozona è arrivato il momento di cedere sovranità all'Europa per quanto riguarda le riforme strutturali». Dopo poche ore sono arrivati i finti applausi di Renzi. A «mister 40%», come lo chiamano spregiativamente a Bruxelles, la cosa non è piaciuta per niente, ma ha dovuto prontamente adeguarsi.

Draghi non ha parlato a vanvera e senza precisi obiettivi. Tutti hanno capito che parlava esattamente di un Paese, l'Italia. Paese nel quale una parte del blocco dominante sembra orientarsi verso una sorta di «auto-commissariamento». L'arrivo della troika è stato annunciato prima da De Bortoli, che forse proprio per questo è stato immediatamente silurato dalla direzione del Corriere della Sera, e poi - addirittura auspicandolo - da parte dell'inarrivabile Scalfari nel solito predicozzo domenicale su la Repubblica.

Dunque qualcosa si muove. Qualcosa di molto pesante. Politicamente la situazione non è ancora al punto di rottura come nel 2011, ma economicamente il quadro è addirittura più fosco. Di certo sia De Bortoli che Scalfari hanno rivelato qualcosa di cui sanno molto. E lo hanno fatto per sondare il terreno. In ogni caso, adesso non ci sono più dubbi: una nuova pesante stretta è in arrivo dai palazzi del potere eurista.

Su questo torneremo in un prossimo articolo, ma ora togliamoci qualche sassolino dalle scarpe. Da ieri la questione della «sovranità» è stata posta sul tavolo, con limpida chiarezza, dall'italiano di Francoforte. E' perciò il momento giusto per rivolgere alcune domande a certi nostri amici che respingono come il peccato perfino una semplice discussione sulla necessità di riconquistare la sovranità nazionale.

Dopo l'affondo del capo della Bce è ancora possibile far finta di niente? Vogliamo limitarci a dire no ai sacrifici? Qualcuno pensa che possa bastare? Che ci si possa opporre al governo Renzi-Berlusconi senza dir nulla sulla coppia Juncker-Draghi? E qualcuno ritiene che si possa contrastare questi ultimi senza mettere in discussione la costruzione eurista che essi rappresentano?

Su, bravi sinistrati, internazionalisti senza nazioni, rispondete per favore. Ma forse questo è chiedervi troppo. Allora rilassatevi un attimo, che voglio limitarmi ad una sola piccola domanda.

Facciamo conto che siete al governo, e che le agenzie battono la dichiarazione di ieri sulla cessione di sovranità. Come rispondete? Che non siete d'accordo sulle «riforme strutturali», formula criptica che tradotta in italiano significa «taglio indiscriminato di ogni diritto sociale», ma senza nulla eccepire sul principio della sovranità? Sono convinto che cerchereste di cavarvela in questo modo, con una risposta furbesca e miserabile, giusto per tirare a campare e svicolare dal problema che Draghi ha posto.

Voi fingete di non vedere che l'Europa dei sacrifici è stata edificata attraverso una crescente sottrazione di sovranità agli stati che la compongono, determinando così una progressiva sottrazione di democrazia. In questo quadro si capisce benissimo anche il perché un Renzi ha ritenuto di mettere al primo posto l'assalto alla democrazia, con una contro-riforma costituzionale che grida vendetta, ed un sistema elettorale peggiore della legge Acerbo voluta da Mussolini. Anche il taglio della democrazia è in effetti una «riforma strutturale» decisiva per consentire al sistema di sopravvivere alla sua crisi.

Questo sistema, che ha nell'Unione Europea - nella sua struttura, nei suoi trattati, nelle sue regole e nella sua moneta - il suo centro ordinatore, non è riformabile. Esso procede inarrestabile secondo una logica propria, che è poi quella degli interessi immediati e futuri delle oligarchie finanziarie dominanti.

E' per questo che deve chiedere sempre più cessione di sovranità agli Stati. Perché questi ultimi, sia pure in forma mediata e distorta, riflettono ancora un po' il sentire sociale. E ciò non è permesso. La linea, le leggi, ogni provvedimento di rilievo deve essere deciso dalla tecnocrazia eurista. Che nessuno ha eletto, che risponde solo ai ristrettissimi centri di potere di cui sopra.

Con la sovranità nazionale è in gioco la democrazia. Capirlo non è difficile, almeno per le persone normali. Più difficile il concetto per tanti sinistrati senza cervello che finora hanno rimosso la questione. Il «compagno» Draghi, di sicuro un anti-nazionalista senza pari, potrebbe forse aiutarvi a riflettere.

L'esperienza ci induce a non crederci molto, ma non mettiamo limiti alla Provvidenza. 

martedì 12 agosto 2014

RELAZIONI PERICOLOSE E PROPRIETÀ TRANSITIVA di Pasquinelli Moreno

12 agosto. Alberto Bagnai si è adirato perché gli sono state fatte notare le sue indecenti frequentazioni. Ha scritto una risposta di ben 33mila e passa battute, ovvero di 5.347 parole. Troppa grazia Sant'Antonio! 
Bastava molto meno per dire che lui frequenta chi gli pare e piace e che, siccome con l'euro "Dio è morto", dostoevskianamente tutto diventa lecito — in parole povere che della tragedia dei palestinesi non gliene importa un fico secco. 
Tirato in ballo dico la mia, ma sarò decisamente più breve.

Che "in democrazia" uno possa frequentare chi gli pare e piace, non è in dubbio. Berlusconi ad esempio, non frequentava solo mignotte e tossici ma pure mafiosi. 
Nel caso in questione sorge una domanda: vi fidereste di uno che mentre si erge a fustigatore di politici euristi responsabili del massacro sociale di cui milioni di italiani sono vittime, non solo non batte ciglio per il genocidio in atto a Gaza, ma difende le sue "frequentazioni"con uno reazionario razzista che inneggia al genocidio in atto a Gaza e sostiene che gli israeliani si stanno solo difendendo dai razzi che partono da quel lager a cielo aperto?
A chi legge la risposta.
Erano molti quelli che, nel 1943, mentre veniva annientata la rivolta del Ghetto di Varsavia, tacevano, sostenendo che le SS Heinrich Himmler o Adolf Eichmann agivano per autodifesa contro le bottiglie molotov degli ebrei insorti. 
3mila e passa battute, 5.347 parole, nemmeno una che Bagnai abbia speso per dissociarsi dalle posizioni infami di Allam sulla tragedia di Gaza. Le lobbi sioniste saranno contente, e noi ne prendiamo atto.
Dice: "Ma Allam è contro l'euro". Sti cazzi! 
Come ha scritto Marxista dell'Illinois n.2, "non c'è solo l'euro a questo mondo", il che, detto in altre parole significa che non si possono mettere assieme il diavolo con l'Acqua santa. L'allegoria del bar di guerre stellari, che Bagnai usa come una clava contro MPL, vale giustappunto per lui, che pensa che in nome della lotta all'euro, "né di destra né di sinistra" (non si finga di non capire di che si tratta), si debbano mettere assieme cani e porci.
MPL non solo sostiene che va costruito il fronte più ampio, sostiene, come del resto tutto il Coordinamento della sinistra contro l'euro, che per battere il blocco eurista va edificato un Comitato di Liberazione nazionale (CLN), non cani e porci quindi, ma un'unione sulla base della difesa della Costituzione italiana. Il che significa un'alleanza sovranista e democratica, dove non c'è posto né per nostalgici del fascismo, né per gli adoratori del capitalismo-casinò, né per cristianisti razzisti.
Qui sta la vera divergenza con Bagnai, che gli adepti della sua setta non riescono a capire ed altri fanno finta di non comprendere.
E qui mi appresto a concludere.
Nella sua zoppicante autodifesa Bagnai sostiene che non avremmo diritto, noi di MPL, a contestargli le sue frequentazioni indecenti, tra cui quella con Magdi (anti)Cristiano Allam, dal momento che sarei tra i soci fondatori di RISCOSSA ITALIANA, tra cui si annovera anche Antonio Rinaldi, a sua volta amico del sicofante.
In modo alquanto maldestro Bagnai traspone sul piano politico la regola della proprietà transitiva, quella per cui, se A è uguale a B e B è uguale a C, allora si può affermare che A è uguale a C. A sarebbe uguale a B? Non mi risulta che Rinaldi abbia le posizioni criminogene di Allam. 

Di una cosa chi legge può stare certo: mai farei parte di un'associazione assieme a dei mascalzoni e se avessi trovato l'Allam alla riunione fondativa di certo non avrei aderito, e avrei spiegato seduta stante le mie ragioni, spiegando che il sicofante i principi costituzionali se li mette sotto i piedi.
Ho invece trovato persone per bene, disposte sì a lottare contro l'euro ma sulla base dei principi della Costituzione.
Non vi ho trovato, né Allam né Alberto Bagnai.

lunedì 11 agosto 2014

COSA SONO E A COSA SERVONO I TITOLI DI STATO? di Riccardo Tomassetti*

11 agosto. Riccardo Tomassetti (nella foto) è uno degli esponenti di punta in Italia della Teoria Monetaria Moderna (Me-Mmt). 
Sarà con noi al Forum Europeo in Assisi, precisamente nella giornata di sabato 23 agosto.
In questa scheda Riccardo ci spiega cosa sono i Titoli di stato, e la loro diversa funzione a seconda che lo Stato abbia o non abbia la sovranità monetaria.

Si definiscono Titoli di Stato (d’ora in avanti tds) quelle obbligazioni emesse dal Ministero dell’Economia per conto dello Stato. Le obbligazioni sono dei “pacchetti”, contenenti una promessa di pagamento, emessi da società o enti pubblici che attribuiscono al loro possessore il diritto al rimborso, alla scadenza, del capitale investito, più un interesse su tale somma.

In altre parole, acquistando un titolo di Stato, la banca centrale apre un conto corrente a vostro nome, che ha una durata pattuita (1, 5 o 10 anni per esempio), e vi accredita la somma che avete speso per acquistare il titolo più gli interessi dovuti.
Di questo credito si potrà disporre solo alla scadenza prestabilita.

A cosa servono i tds?

Anche in questo caso è necessario fare un distinguo in base alla differenza, già trattata in precedenza, tra Stato a moneta sovrana e Stato utilizzatore di moneta. Questo perché i tds assolvono funzioni completamente diverse nei due casi.

Uno Stato che non ha il pieno controllo della propria moneta è costretto ad emettere obbligazioni per finanziare la propria spesa. Cosa succede, cioè, se uno Stato non può stampare la moneta al momento dell’occorrenza ed è rimasto a corto di denaro? E’ obbligato a prendere soldi in prestito che dovrà però restituire con gli interessi e lo fa, per l’appunto, utilizzando lo strumento dei tds. Un investitore che acquista tds emessi da uno Stato a moneta NON sovrana non fa altro che prestare dei fondi per un certo periodo di tempo ricevendone un guadagno.

Quando un paese opera con una moneta sovrana invece, non ha bisogno di ricorrere ai tds per trovare denaro necessario alla propria spesa, perché può crearlo dal nulla. Non deve chiederlo in prestito preventivamente e la spesa che effettua non è mai vincolata alle entrate! In questo caso, dunque, l’emissione di tds diventa un’operazione volontaria che ha due scopi ben precisi:

1) dare la possibilità ai privati di investire i propri risparmi in un conto corrente detenuto presso la Banca Centrale che matura interessi. In altri termini è una politica di spesa a favore dei privati;

2) controllo e regolazione del tasso di interesse interbancario (prestiti overnight) che è un fondamentale tasso di interesse di riferimento per molti altri importanti tassi, tra cui mutui, prestiti, etc..etc.. La complicata spiegazione del procedimento attraverso il quale uno Stato può controllare i tassi di interesse con l’emissione dei tds esula dagli obiettivi di questo lavoro che ha come scopo la massima semplificazione dei concetti espressi. Ci basti sapere che la possibilità per una banca di investire una parte del proprio patrimonio in tds ricavandone un utile, permette ad un governo di mantenere il controllo sui tassi di interesse.

Quest’ultimo argomento è di fondamentale importanza e ci permette di capire, ancora una volta, quale differenza cruciale comporti, per uno Stato, la possibilità o meno di avere piena sovranità monetaria. Infatti, nel secondo dei due casi citati, l’emissione dei tds non è frutto della necessità di finanziare la spesa pubblica ed essendo un’azione volontaria ne permette il pieno controllo. Sarà quindi lo Stato a fissare il valore (tasso) dei suoi tds in base agli obiettivi finanziari e fiscali che si propone.

Nel secondo caso invece, per un governo che non ha il monopolio di emissione di una moneta, ricorrere a prestiti di denaro diventa un’operazione imprescindibile. Il risultato è disastroso perché, avendo necessità di vendere i suoi tds, è costretto a sottostare agli interessi privati dei mercati di capitali. I tassi di interesse saranno fissati dalle dinamiche di mercato e non più dallo Stato, ma non è tutto, perché perdendo la possibilità di creare moneta dal nulla e trovandosi costretto a chiederla in prestito, uno Stato corre il rischio di rimanerne a corto. Questa labilità finanziaria induce i privati che prestano il denaro a perdere la fiducia nel fatto che quello Stato possa ripagare i debiti, in fondo per ripagarli avrà bisogno di altri prestiti che a loro volta andranno ripagati con altri prestiti e così via..

Per questo motivo chi presta i soldi chiederà interessi sempre maggiori come garanzia, inducendo lo Stato ad indebitarsi sempre più e in questo caso si tratta di un debito VERO e molto pericoloso. L’unica via di uscita per uno Stato utilizzatore e non emettitore di moneta, che si ritrova con l’acqua alla gola, sta nella possibilità di spendere sempre meno operando tagli al settore pubblico e aumentando a dismisura le entrate fiscali. Ciò creerà disoccupazione.

Ancora una volta cedere la propria sovranità monetaria ha portato una sola conseguenza certa: tagli e tasse. Un disastro.

* Fonte: Me-MMT 

sabato 9 agosto 2014

LA GLOBALIZZAZIONE SMENTISCE LE "PROFEZIE" DI MARX? di Moreno Pasquinelli

9 agosto. 
SVILUPPO CAPITALISTICO E CLASSI SOCIALI.

Con quanta (insostenibile) leggerezza il pensiero unico liberista ha pensato di sbarazzarsi dello "spettro" di Marx!  
Essi sono convinti che l'implosione del movimento comunista dipenda anzitutto dalla fallacia delle previsioni di Marx, considerate vaticini senza basi scientifiche, profezie filosofiche campate per aria. 
Le cose stanno veramente così? E' proprio vero che la globalizzazione avrebbe smentito le principali previsioni marxiane? O non è forse vero il contrario? 
Proviamo a verificarlo, prendendo in considerazione, come amano tanto gli "scienziati" di Sua Maestà Il Capitale, i fatti, i dati empirici, e quindi rileggendo quanto Marx scrisse nel Manifesto del Partito Comunista del 1848.

Diverse sono le tesi "profetiche" di Marx, tra le altre quella che concerne il rapporto indissolubile tra capitale e lavoro salariato, ovvero come, alla crescita del capitale deve corrispondere un'aumento dell'esercito proletario. Lo faremo svelando gli ultimi dati sulle classi sociali a livello mondiale.
Tabella n. 1. La curva del Pil mondiale. Dati Fmi.


MARX AVEVA PREVISTO LA GLOBALIZZAZIONE?

Prima di arrivare al punto è necessario smentire quei detrattori che vorrebbero far credere che Marx, in quanto irriducibile anticapitalista, avesse sottovalutato, se non addirittura escluso, le capacità espansive del modo capitalistico di produzione.

Ben al contrario Marx, e ciò mentre il capitalismo  predominava solo in Inghilterra, aveva non solo sottolineato il dinamismo congenito del capitale ma previsto che il suo destino era, quello sì inesorabile, di colonizzare il resto del mondo, e lo avrebbe potuto fare, appunto, in virtù della sua capacità di sviluppare incessantemente i metodi di produzione, quindi le sue forze produttive con l'uso sistematico delle scoperte scientifiche e tecniche:
«La borghesia non può esistere senza rivoluzionare continuamente gli strumenti di produzione, i rapporti di produzione, dunque tutti i rapporti sociali. (...) Il bisogno di uno smercio sempre più esteso per i suoi prodotti sospinge la borghesia a percorrere tutto il globo terrestre. Dappertutto deve annidarsi, dappertutto deve costruire le sue basi, dappertutto deve creare relazioni».
Tabella n.2. Il commercio mondiale
Il riconoscimento del ruolo "rivoluzionario" della borghesia non indusse tuttavia Marx a fare l'apologia del capitalismo. Ben al contrario! Marx colse l'aspetto disumanizzante dello sviluppo capitalistico, che il progresso economico poteva nutrirsi solo con maggiore sfruttamento e alienazione della classe dei lavoratori salariati:
«... la borghesia non ha lasciato fra uomo e uomo altri vincolo che il nudo interesse, il freddo "pagamento in contanti". Ha affogato nell'acqua gelida del calcolo egoistico i sacri brividi dell'esaltazione devota, dell'entusiasmo cavalleresco, della malinconia filistea. Ha disciolto la dignità personale nel valore di scambio e al posto delle innumerevoli libertà patentate e onestamente conquistate, ha messo, unica, la libertà di commercio prova di scrupoli. In una parola: ha messo lo sfruttamento aperto, spudorata, diretto e arido al posto dello sfruttamento mascherato d'illusioni religiose e politiche».
Si giudichi ora, alla luce della più recente evoluzione del sistema capitalistico, ovvero con l'avvento del neoliberismo, se la diagnosi marxiana non si sia rivelata esatta. La cosiddetta "epoca d'oro" keynesiana, segnata (ma solo in Occidente) dal sostanziale miglioramento condizioni di vita delle classi proletarie (strappato al costo di molti anni di durissime lotte sindacali e politiche) si è rivelata nulla di più che una parentesi. Piegato il movimento dei lavoratori, dissoltosi lo spauracchio del "socialismo reale", il capitalismo è tornato ad ubbidire ai suoi nativi e più feroci istinti.

E proprio alla luce dell'involuzione dei sistemi politici, prendendo in considerazione ogni singolo paese capitalistico, si provi a negare che Marx avesse avuto ragione nel caratterizzare governi e stati come comitati d'affari della borghesia:
«...la borghesia, infine, dopo la creazione della grande industria e del mercato mondiale, si è conquistata il dominio politico esclusivo nello Stato rappresentativo moderno. Il potere statale moderno non è che un comitato che amministra gli affari comuni di tutta la classe borghese».
LE CRISI CAPITALISTICHE

Quel che Marx mise poi in rilievo era una caratteristica essenziale del capitalismo, quella di causare crisi economiche periodiche (oggi le chiamiamo "recessioni") che, da parziali tendevano a diventare generali e devastanti. Negli anni della cosiddetta "maturità", quando si dedicherà a scrivere la monumentale opera che andrà sotto il nome de Il capitale, Marx indagherà per lungo e per largo il fenomeno delle crisi. Affermerà che queste crisi non giungono a caso, ma sono il risultato di contraddizioni intrinseche al sistema capitalistico stesso. Provai a riassumere quanto Marx scrisse sulle crisi ne Il capitale in questo articolo.
Già nel Manifesto tuttavia la sua analisi è sostanziale:
«Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non solo una gran parte dei prodotti ottenuti, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Nelle crisi scoppia un'epidemia sociale che in tutte le epoche anteriori sarebbe apparsa un assurdo: l'epidemia della sovrapproduzione. La società si trova all'improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie: sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l'industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio».
Sembra o no una descrizione fedele di quanto il nostro paese e tutto l'Occidente stanno attraversando dopo il collasso finanziario del 2008-09?  Marx indica poi con altrettanta precisione come il capitale tenti di venir fuori dalle sue crisi periodiche:
«Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall'altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi».
Il capitalismo, quindi, non si arrende alle sue crisi periodiche, non abbandona il campo, ricorre a tutte le sue risorse per superarle. Marx ammette quindi che il capitalismo può riuscire a riavviare un ciclo virtuoso di accumulazione (oggi la chiamano "crescita"), ma solo dopo avere causato catastrofi economiche e sociali. Sostiene tuttavia che dopo il nuovo ciclo espansivo la crisi successiva sarà ancor più grave della precedente. Non si sostiene forse, negli stessi ambienti borghesi, che la crisi attuale è una "depressione", e che è forse più grave di quella del 1929?
Tabella n. 3 The businnees cìycle


Secondo alcuni analisti, a cui non si può certo imputare simpatie anticapitaliste, questa crisi potrebbe smentire il modello che va sotto il nome di "ciclo del businness", l'idea che dopo ogni recessione/depressione ci sia necessariamente un'espansione. Siamo forse entrati nella fase del declino dell'Occidente imperialistico? 

CLASSI SOCIALI E GLOBALIZZAZIONE

Uno dei punti cardinali dell'analisi marxiana è che non può esserci sviluppo capitalistico senza un aumento delle file dei lavoratori salariati. 

«Nella stessa proporzione in cui si sviluppa la borghesia, cioè il capitale, si sviluppa il proletariato, la classe degli operai moderni, che vivono solo fintantoché trovano lavoro, e che trovano lavoro fintantoché il loro lavoro aumenta il capitale. (...) La condizione più importante per l'esistenza e per il dominio della classe borghese è l'accumularsi della ricchezza nelle mani dei privati, la formazione e la moltiplicazione del capitale; condizione del capitale è il lavoro salariato».
Tabella n.3.  dati: ILO e Cia Book. Elaborazione nostra (clicca per ingr.)

L'ultimo trentennio di globalizzazione capitalista ha invalidato o convalidato l'analisi di Marx?
I dati empirici (vedi la Tabella n.3) dimostrano che aveva visto giusto. La tabella mostra che i lavoratori salariati sono più di due miliardi. Ma sono numeri per difetto, poiché la tabella non prende in considerazione centinaia di milioni di salariati, spesso minori, che vengono sfruttati ma non sono registrati come forza-lavoro. Qui da noi si direbbe che "lavorano a nero". Si tenga poi conto che centinaia di milioni di addetti all'agricoltura sono anch'essi dei salariati. Lo stesso numero dei proletari senza lavoro è evidentemente calcolato per difetto. Anche ove fosse giusto gli stessi dati del Fondo Monetario indicano che la crisi scoppiata nel 2008 ha fatto aumentare la disoccupazione mondiale — nel 2005 le statistiche parlavano di 192 milioni di disoccupati. Sottolineiamo che Marx includeva i disoccupati, ovvero lo "esercito industriale di riserva", nella classi proletaria e non, come a torto si ritiene, nel "sottoproletariato". Mai come adesso la classe proletaria è stata così numerosa.

Su questo punto centrale del discorso marxiano, sul fatto che non ci sarebbe potuto essere sviluppo del capitale senza crescita delle file proletarie, sin dagli inizi degli anni '80, l'attacco dei pensatori borghesi è stato spietato, virulento. 
Da più di un trentennio una schiera di intellettuali non hanno fatto altro che insistere sulle magnifiche sorti e progressive del capitalismo, che il capitalismo non solo aveva messo il turbo ed era destinato a non conoscere più crisi di sorta, ma che si era incaricato di far scomparire il lavoro salariato. 
Tutti quelli che non erano capitalisti sarebbero diventati dei felici piccolo borghesi. Il tedioso lavoro di fabbrica sarebbe stato rimpiazzato dall'automazione generale.
Pensatori come Jeremy Rifkin avevano addirittura affermato che il capitalismo stesso stava liberando l'umanità dal fardello del lavoro. Anche a sinistra simile sciocchezze avevano trovato vasta eco. 

Tabella n.4. Composizione sociale mondiale per settori produttivi (clicca per ingrandire)
Qualcuno ricorderà la sicumera con cui i Negri e il suo clan brindavano alla fine delle legge del valore e dell'avvento del lavoro immateriale e cognitivo? Prima ancora che la critica, sono stati i fatti ad incaricarsi del fallimento di queste idee, fasulle prima ancora che occidentalo-centriche.

La tabella n. 4 è alquanto istruttiva e non lascia adito a dubbi che Marx avesse avuto ragione. Nell'arco di tempo che va dal 2000 al 2013 gli addetti all'industria sono cresciuti di 238 milioni, quelli ai servizi di 400 milioni —da segnalare che nel frattempo nella Cina post-maoista, dopo il 1980, i salariati pressoché raddoppiati.)
La tabella mette poi in evidenza l'evoluzione diseguale, tra paesi occidentali (imperialistici o tardo-capitalisti) e quelli di recente industrializzazione: nei servizi l'aumento degli addetti è stato omogeneo, mentre nell'industria nei primi c'è stato un calo e nei secondi vistosi aumenti. Quando si dice: il capitale va sempre a caccia di profitti per valorizzarsi....

Ora ci si risponderà che Marx, nel Manifesto, aveva parallelamente previsto che allo sviluppo e all'espansione del capitalismo sarebbe corrisposta la decrescita costante dei salari e la "pauperizzazione generale. Se questa "profezia" sia sia realizzata o meno,  e vedremo che si va realizzando, sarà compito di un prossimo intervento.

DRAGHI, LA SOVRANITÀ NAZIONALE E LA SINISTRA CHE HA VENDUTO L'ANIMA AL DIAVOLO di Piemme

9 agosto. Eugenio Scalfari, ben consapevole che il governo Renzi andrà incontro al fallimento, ha apertamente invocato il sopravvento della troika. Un segnale che in certi circoli delle classi dominanti a tutto si è disposti pur di salvare l'euro e l'Unione europea, anche a costo di privare il Paese degli ultimi brandelli di sovranità politica.

Un'affermazione gravissima, che in altri tempi avrebbe suscitato un generale moto d'indignazione, e che invece è passata come se fosse una cosa normale, un esito che starebbe nell'ordine delle cose.

Gli ha fatto eco Mario Draghi l'altro ieri quando, non in un fuori onda, ma in una sede ufficiale ha dichiarato: "Per i Paesi dell'Eurozona è arrivato il momento di cedere sovranità all'Europa per quanto riguarda le riforme strutturali".


Anche in questo caso: assuefazione. Nessun sussulto, nessuna protesta si è seriamente levata, né da parte dei diversi partiti politici, né da parte delle istituzioni. Anche a sinistra, silenzio tombale.

E' vero, e noi lo diciamo da tempo, che il nostro Paese è, almeno dal 2012, in una specie di "Stato d'eccezione", quindi commissariato", sottoposto ad un regime di "protettorato" europeo.

Soli, o quasi completamente soli, noi di MPL lanciammo l'allarme: occorreva respingere la cessione di sovranità, per due principali ordini di motivi: quella cessione era strumentale a piani di austerità antipopolari draconiani e, in secondo luogo implicava sospendere la democrazia costituzionale, e quindi imboccare la strada di una stretta autoritaria.

A sinistra, per questo nostro invocare la difesa della sovranità nazionale, venimmo accusati di essere "nazionalisti", e quindi additati al pubblico ludibrio. Era il segnale che la sinistra "radicale" non solo non avrebbe ingaggiato questa battaglia democratica, ma che era di fatto succube del Partito democratico. Nemmeno i cinque stelle, che tanto sbraitano in difesa della democrazia, hanno denunciato le affermazioni gravissime di Draghi e chiamato alla resistenza.

E' di una inaudita gravità che questa sinistra non comprenda che togliere la sovranità nazionale implica eliminare quella popolare, col che addio democrazia. Ed infatti guardate ciò che stanno facendo Renzi e Berlusconi: il mix tra riforma costituzionale e elettorale sta facendo nascere una terza repubblica in cui non più il Parlamento è l'organo sovrano, ma il governo. Lo stesso tipo di passaggio che in Italia e in Germania precedette l'avvento di fascismo e nazismo.

Che certe sinistra dottrinarie e estremistiche se ne fottano di difendere la "democrazia borghese", questo non poteva stupirci. Ma che se ne freghino pure quelle che per decenni hanno osannato la Costituzione come se fosse la "più bella del mondo", questo è davvero un fatto inaudito.  Tutto in nome del mito dell'europeismo. Quanti danni può fare il tabu del "nazionalismo"!

Chissà se ora, dopo che Draghi ha apertamente invocato il predominio esterno (quello delle oligarchie espressione della grande finanza predatoria) ciò che resta della sinistra, quella che non si è ancora venduta, riuscirà a ravvedersi? Questa è davanti all'ultimo bivio: lascerà alle destre la battaglia in difesa della sovranità nazionale  democratica o se ne farà paladina? Farà autocritica o persevererà nella strategia del suicidio?

La sovranità... sarà uno dei temi al centro del Forum europeo che si svolgerà ad Assisi dal 20 al 24 agosto prossimi. vale la pena esserci.

venerdì 8 agosto 2014

FORUM EUROPEO (Assisi 20-24 agosto): NUOVI FORUM e Programma definitivo

8 agosto. Con l'inizio oramai imminente, il Forum Europeo OLTRE L'EURO L'ALTERNATIVA C'È, si è arricchito di nuovi forum e di nuovi protagonisti. Due in particolare. 
Il primo sulla dottrina sociale della Chiesa dopo l'avvento di Papa Francesco. Sarà con noi Padre Gianfranco Formenton. Questo forum si svolgerà la mattina di venerdì 22 agosto.
Si è quindi aggiunto un forum sulla moneta complementare, relatori Valentino De santi e Marco Cattaneo.
Siamo quindi a 20 forum e 4 tavole rotonde serali.
Segnaliamo infine ai lettori che la sera di giovedì 21 agosto sarà possibile assistere alla proiezione del documentario IL PIÙ GRANDE SUCCESSO DELL'EURO. Sarà presente Luigi Pecchioli, uno degli autori.



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