mercoledì 5 giugno 2013

MARX E IL CAPITALISMO di Moreno Pasquinelli

5 giugno. Un breve saggio che ricapitola l'analisi che K.Marx fece del modo capitalistico di produzione e quindi perché esso era condannato a conoscere crisi sempre più devastanti. Nella parte conclusiva ciò che Marx aveva solo in parte immaginato: la metamorfosi verso il capitalismo-casinò.

Cosa contraddistingue il capitalismo?

Nel grafico i cili economici mondiali dal 1960 fino al collasso del 2008 

E’ vero che il mercato, il denaro, la speculazione e l’usura sono nati prima del capitalismo, che anzi quest’ultimo si è potuto affermare grazie ad essi, ma questo non vuol dire che i diversi sistemi sociali (schiavista, asiatico, feudale, capitalistico) si equivalgano. Col sopravvento del capitalismo, certo, queste forme restano, ma mutano di segno e natura, e mutano la relazione fra loro. Il capitalismo le sussume in un nuovo modo di produzione, le subordina a nuovi rapporti di produzione, le aggancia a nuove forze produttive
«Il capitale è costituito dai mezzi di produzione monopolizzati da una parte determinata della società, dai prodotti e dalle condizioni di attività della forza-lavoro, resi autonomi nei confronti della forza-lavoro vivente, che vengono mediante questa contrapposizione personificati nel Capitale. Questo è costituito non soltanto dai prodotti dei lavoratori trasformati in potenze autonome, dai prodotti come dominatori e compratori dei loro produttori, ma anche dalle forze sociali (…) che si contrappongono ad essi come qualità del loro prodotto»  [K. Marx, Il capitale, Volume III]
Cos’è ciò che in prima battuta distingue il capitalismo dai modi di produzione che l’hanno preceduto e dai sistemi sociali ad essi corrispondenti? Che in tutti i sistemi precedenti, principalmente agrari, era destinato agli scambi, al mercato, solo il surplus, l’eccedenza creata dal processo lavorativo, essendo essi principalmente basati su un’economia di sussistenza e dunque volti all’autoproduzione e all’autoconsumo. In seconda battuta che il guadagno o profitto ottenuto dalla vendita di questa eccedenza era sì appropriata dalle classi dominanti, ma giusto per il loroconsumo improduttivo.
« Quali che siano le forme sociali della produzione, lavoratori e mezzi di produzione restano sempre suoi fattori ma gli uni e gli altri sono tali soltanto in potenza nel loro stato di reciproca separazione. Perché in generale si possa produrre essi si debbono unire. Il modo particolare nel quale viene realizzata questa unione distingue le varie epoche economiche della struttura della società».
(K. Marx, Il capitale Volume II)
Repetita juvant: l’economia monetaria è comune ad ogni produzione di merci e il prodotto prende la forma di merce nei più diversi organismi sociali di produzione.
La grande svolta che si ha con l’avvento del modo capitalistico di produzione è che esso trasforma in merce non solo l’eccedenza (surplus) ma il lavoro stesso nonché tutto ciò che risulta dal processo lavorativo, che si produce quindi non più per l’autoconsumo quanto per il mercato. In secondo luogo, la classe che detiene i mezzi di produzione e pone questi in movimento grazie all’acquisto della merce forza-lavoro, contrariamente alle vecchie classi dominanti, non consuma improduttivamente il surplus, ma lo getta nel mercato come capitale che deve nuovamente valorizzarsi.

La presenza di denaro circolante non attesta dunque che siamo in presenza di capitalismo, occorre che esso acquisisca la funzione di capitale, che diventi capitale monetario, e che questo diventi capitale produttivo, destinato cioè a produrre plusvalore su una scala sempre più ampia. Per dirla con Marx: 
«Ogni volta che viene esercitata la produzione di merci viene contemporaneamente esercitato lo sfruttamento della forza-lavoro; ma soltanto la produzione capitalistica di merci diviene un modo di sfruttamento che fa epoca, il quale nel suo successivo sviluppo storico attraverso l’organizzazione del processo lavorativo e il gigantesco progresso della tecnica, sovverte l’intera struttura economica della società e si lascia enormemente indietro tutte le epoche precedenti». (K. Marx, Ibidem)

Il capitale industriale (o operante) come unica fonte di plusvalore

Vero è che fare denaro, non l’utilità dei prodotti, è pur sempre principio e scopo del capitale, ma dal momento che questo denaro passa in un processo produttivo creatore di un plusvalore cristallizzato in merci destinate ad essere vendute, esso subisce una metamorfosi, cambia pelle e funzione. Il capitale monetario non è dunque denaro qualsivoglia, non è solo denaro che si trasforma in  più denaro (ad esempio l’usura o il prestito a interesse); è denaro destinato a diventare capitale produttivo di plusvalore, ad essere investito nel processo lavorativo per sfornare merci su una scala sempre più estesa, che così agendo stimola un incessante sviluppo delle forze produttive sociali, materiali e cosiddette “immateriali”.

Non è che se io presto cento euro e domani ottengo un interesse di dieci euro, allora io ho il capitalismo, e non ho capitalismo per la semplice ragione che io non ho consumato (investito) in maniera produttiva i miei cento euro, ma in maniera improduttiva. Alla fine ho ottenuto una plusvalenza, un profitto a interesse, ma non ho creato plusvalore. Anche per il capitalista il fine è certo quello di ottenere l’eccedenza più alta possibile rispetto alla somma iniziale investita, lo distingue la maniera con cui ottiene l'ecedenza, il fatto che tratta quella somma iniziale come capitale, che cioè consuma il denaro non solo come mera moneta ma come capitale monetario, lo spende in maniera produttiva (creativa di plusvalore), lo consuma in mezzi di produzione e forza-lavoro, per riconvertirlo nuovamente in capitale addizionale. Quelli che Marx chiamava “consumo produttivo” e “riproduzione allargata”.

C’è un passaggio decisivo sempre nel secondo volume de Il Capitale, che non solo ci aiuterà a comprendere a pieno il pensiero di Marx (la sua teoria del valore), ma ad entrare nel cuore della questione che stiamo discutendo, se cioè il turbo-capitalismo, ovvero la iper-finanziarizzazione che il capitalismo occidentale ha conosciuto dagli anni ’70 in qua, sia o non sia un passaggio qualitativo rispetto all’epoca precedente.
E’ una citazione lunga ma ne vale senz’altro la pena:
«Il capitale industriale è l’unico modo di essere del capitale in cui funzione del capitale non sia soltanto l’appropriazione di plusvalore, rispettivamente di plusprodotto, ma contemporaneamente la sua creazione. Esso è perciò la condizione del carattere capitalistico della produzione: la sua esistenza implica quella dell’antagonismo di classe fra capitalisti e operai salariati. Nella misura in cui esso si impadronisce della produzione sociale, vengono sovvertite la tecnica e l’organizzazione sociale del processo lavorativo, e con ciò il tipo economico-storico della società. Le altre specie di capitale comparse prima di esso entro condizioni sociali di produzione passate o declinanti non solo vengono ad esso subordinate e mutate nel meccanismo delle loro funzioni in maniera ad esso corrispondente, ma si muovono oramai soltanto sul [nuovo] fondamento.
Capitale monetario e capitale-merce, in quanto con le loro funzioni compaiono accanto al capitale industriale come depositari di branche proprie, sono modi di esistenza oramai soltanto per la divisione del lavoro, resi autonomi e sviluppati in senso unilaterale, differenti forme di funzione che il capitale industriale ora assume, e che ora abbandona entro la sfera della circolazione».  
(K. Marx, Ibidem, sottolineatura e corsivi nostri) 
In altre parole: 

(a) Il capitale industriale per capitale industriale Marx non intende solo quello delle fabbriche, ma pure quello impiegato in agricoltura, in genere tutto il capitale produttivo, ovvero quello che crea plusvalore, che fa incontrare mezzi di produzione e forza-lavoro salariata non è soltanto la forma fondamentale del modo capitalistico di produzione, ma “l’unico suo modo d’essere” che crei plusvalore, la condizione essenziale senza cui non avremmo capitalismo dispiegato o meglio una struttura sociale a capitalismo dominante; 
(b) solo dal momento che il capitale industriale si impadronisce della produzione sociale (espropriando i produttori sia dai mezzi per produrre che dal prodotto del lavoro) abbiamo che la legge del valore (creazione di plusvalore grazie allo sfruttamento della forza-lavoro) diventa dominante; 
(c) per questo il capitalismo industriale è dunque per eccellenza la forma che contiene l’antagonismo di classe fra capitalisti e operai salariati; 
(d) date queste condizioni merce e denaro diventano capitale-merce ecapitale monetario, due forme che il capitale industriale sussume a subordina a sé nell’ambito della circolazione, circuito che il capitale deve compiere per potersi auto-valorizzare.

«Ciò è qualcosa di assai differente dalla produzione e anche dalla produzione di merci, il cui scopo è l’esistenza dei produttori; una sostituzione di merci con merci, condizionata così da produzione di plusvalore, è qualcosa di completamente diverso da quel che è in sé uno scambio di prodotti, mediato solo dal denaro. Così invece viene intesa la cosa da parte degli economisti, a dimostrazione che non è possibile una sovrapproduzione».
(K. Marx, Ibidem)

Le crisi capitalistiche

La qual cosa ci spinge dentro al discorso della crisi, più precisamente dellecrisi generale di sovrapproduzione, che mentre l’economia classica escludeva in linea di principio era invece per Marx la destinazione obbligata del processo capitalistico di valorizzazione.

Vediamo. Il ciclo del capitale produttivo (industriale) si compie a patto che il plusvalore contenuto solo in potenza nella merce si materializzi in atto, e ciò avviene a due condizioni: che le merci create nel processo lavorativo e quindi incapsulanti plusvalore, siano vendute integralmente e al loro valore effettivo (ovvero ad un prezzo che riconsegni non solo il valore anticipato dal capitale ma pure il plusvalore), e che il denaro ricavato dalla vendita delle merci non giaccia ozioso ma sia reimpiegato nell’acquisto di mezzi di produzione e della forza lavoro consumati nel processo produttivo. Se questo flusso si interrompe, se le merci non vengono vendute o vengono vendute al di sotto del loro valore, il ciclo si spezza, abbiamo il corto circuito, si manifesta la crisi (di sovrapproduzione).

Non basta dunque, al capitale produttivo (industriale), produrre merci, per quanto elevata possa essere la quantità di plusvalore in esse potenzialmente contenuto. Queste devono essere vendute, e questo implica che la produzione è un momento (mediano) del ciclo di rotazione del capitale. Allora abbiamo che dev’esserci un’armonia funzionale, una stretta complementarietà (rotazione) tra le tre forme o modalità del capitale monetario, del capitale produttivo e del capitale-merce.
Si noti, en passant, che quest’armonia, per Marx, è l’eccezione non la norma, in quanto queste tre forme o modalità corrispondono, nella gran parte dei casi a tre entità diverse e in competizione fra loro. Ognuna di esse, fermo restando che solo il capitale industriale (produttivo) crea plusvalore, combatte per accapparrarsi pro domo sua la quota più alta di plusvalore. In fase di vacche grasse, di saggi crescenti di plusvalore, i tre ladroni non hanno difficoltà a spartirsi il bottino. Nei momenti di vacche magre, quando il capitale industriale subisce suo malgrado una caduta del saggio di profitto, quando cioè la riproduzione allargata si interrompe, la lotta tra i ladroni diventa senza esclusione di colpi. Ciò che contribuisce ad inceppare il ciclo virtuoso.

Diamo per l’ultima, ma decisiva volta, la parola a Marx:
«Finché il prodotto viene venduto, dal punto di vista del produttore, tutto segue il suo corso regolare. Il ciclo di valore del capitale che egli rappresenta, non viene interrotto. E se questo processo è allargato —ciò che implica allargato consumo produttivo dei mezzi di produzione— questa riproduzione del capitale può essere accompagnata da allargato consumo individuale (domanda) dei lavoratori, poiché esso è introdotto e mediato dal consumo produttivo. Così la produzione di plusvalore e con essa anche il consumo individuale del capitalista può crescere, l’intero processo di produzione trovarsi nelle condizioni più fiorenti, e tuttavia una gran parte delle merci essere entrata solo in apparenza nel consumo, in realtà invece giacere invenduta nelle mani dei rivenditori, e di fatto dunque trovarsi ancora sul mercato. Flusso di merci segue flusso di merci, e finalmente viene alla luce il fatto che il flusso precedente solo in apparenza è stato inghiottito dal consumo.
I capitali-merce si contendono reciprocamente il loro posto sul mercato. Per vendere gli ultimi arrivati vendono al di sotto del loro prezzo. I flussi precedenti non sono stati ancora resi liquidi, mentre scadono i termini di pagamento. I loro possessori devono dichiararsi insolventi, ovvero vendere a qualunque prezzo per pagare».
E a dissipare ogni possibile equivoco sottoconsumistico che fraintenda la sovrapproduzione, ovvero che consideri quest’ultima come determinata non dalla spinta del capitale a fabbricare merci su scala sempre più ampia senza alcun riguardo per i “limiti del mercato” (offerta) ma, appunto, a causa dei “limiti del mercato” (domanda), Marx conclude:
«Questa vendita non ha assolutamente nulla a che fare con lo stato reale della domanda. Essa ha a che fare soltanto con la domanda di pagamento, con l’assoluta necessità di trasformare la merce in denaro. Allora scoppia la crisi. Essa diventa visibile non nell’immediata diminuzione della domanda di consumo, della domanda per il consumo individuale, ma nella diminuzione dello scambio di capitale con capitale, del processo di riproduzione del capitale»
(K. Marx, Ibidem, corsivo nostro)
Con l’inceppamento del ciclo della riproduzione allargata, il capitale non riesce più a valorizzarsi (realizzare il plusvalore), anzi, si svalorizza, abbiamo così disinvestimento e crisi di sovrapproduzione, il crollo del valore del capitale e dei mezzi di produzione, l'espulsione della forza-lavoro e l'aumento dell’esercito industriale di riserva.  
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«E una tautologia dire che le crisi provengono dalla mancanza di un consumo in grado di pagare o di consumatori in grado di pagare. Il sistema capitalistico non conosce altre specie di consumo all’infuori del consumo pagante, eccettuate quelle sub forma pauperis o quelle del “mariuolo”. Il fatto che le merci siano invendibili non significa altro se non che non si sono trovati compratori in grado di pagare, cioè consumatori (sia che le merci in ultima istanza vengano comprate per consumo produttivo [si intendono qui i mezzi di produzione e i salari, Nda] oppure individuale». (K. Marx, Il Capitale, II)
E qui siamo all’oggi, anzi a ieri.

L’iper-finanziarizzazione come concausa della decadenza del capitalismo occidentale

Il capitalismo mondiale ha conosciuto dopo la seconda guerra mondiale, durante quello che è stato definito “periodo d’oro”, ben 16 recessioni, considerando quella in corso, iniziata nel 2008.  

Nel grafico di testa, che tiene conto del periodo 1960-2008, saltano agli occhi le quattro più recenti e grandi recessioni a carattere globale. Come si può vedere, malgrado le riprese ad esse succedute, la curva della crescita economica mondiale è andata scendendo costantemente. In altre parole i cicli di ripresa non hanno riguadagnato ciò che nelle recessioni era andato perduto. È di straordinaria importanza segnalare che la tendenza alla de-crescita è stata costante malgrado tre basilari fattori di contrasto: (a) i forti tassi di crescita prima delle “Tigri asiatiche”, (b) poi della Cina, dell’India, del Brasile e (c) la tanto decantata “revolution technology” degli anni ‘90.  

Siamo in presenza di una curva tendenziale, causata anzitutto dall’effetto di trascinamento del declino del capitale dell’Occidente, una curva che esprime un processo storico epocale, quello della decadenza del capitalismo (imperialista) occidentale, che è stato per quattro secoli il motore del capitalismo mondiale.

Volendo spiegare le cause che soggiacciono a questa decadenza e alle sue recessioni intermittenti bisogna distinguere quelle che  stanno a monte e quelle che stanno a valle. L’impianto categoriale marxista è fondamentale per capire quelle che stanno a monte, un po’ meno quelle che stanno a valle, poiché attengono appunto al turbo-capitalismo venuto avanti negli multimi quaranta anni.
Marx ci aiuta a comprendere la crisi come crisi di sovrapproduzione, ovvero le difficoltà del capitale a realizzare un adeguato saggio di profitto. Sovrapproduzione e caduta del saggio di profitto determinano le recessioni e sono la causa a monte della tendenza al declino (sulla legge della caduta tendenziale abbiamo espresso i nostri giudizi critici nel primo convegno sulla crisi del giugno 2009 ("La teoria marxista e il collasso dell'economia capitalistica").

Marx, a ragione, segnalava che esse sarebbero state sempre più frequenti e gravi, e se non sono state ancor più devastanti è stato solo grazie al ruolo di supplenza dello Stato (Keynesismo), alla rapina imperialistica ai danni dei paesi della periferia o sottosviluppati (imperialismo), al ruolo collaborativo del lavoro salariato (opportunismo), e all’aumento della produttività del lavoro (accrescimento del plusvalore relativo) e grazie ad accorgimenti quali il Just in time, il toyotismo, il World Class Manifactoring, la robotica, ecc.,

Tuttavia, per tornare al tema e all’oggi, questa difficoltà del capitale produttivo (industriale) occidentale a creare plusvalore crescente (accumulazione e riproduzione allargata), ha causato i due fenomeni di dimensioni colossali che contraddistinguono la cosiddetta “globalizzazione”: (a) la fuga del capitale dalla sfera della produzione materiale, dal consumo produttivo, per dirigersi verso la speculazione finanziaria e l’economia improduttiva e (b) l’esodo  dei capitali nei luoghi a più alta creazione di plusvalore (leggi tasso di sfruttamento e bassi costi della forza-lavoro), ovvero dall’Occidente verso Oriente il  tutto a conferma della teoria del valore di Marx, che solo il lavoro vivo crea plusvalore).

Marx, per quanto nel Terzo volume si fosse soffermato sulla funzione decisiva del credito, delle borse e delle banche, sul capitale produttivo d’interesse e sulla rendita, era ben lungi dall’immaginare il fenomeno della iper-finanziarizzazione, il sopravvento del capitale speculativo su quello industriale, che si sarebbe insomma capovolto il rango tra i due, che il capitale improduttivo avrebbe soggiogato quello produttivo, succhiandogli come una sanguisuga gran parte del suo plusvalore, che la borghesia sarebbe diventata in larga parte una classe rentier e parassitaria. Marx lo aveva forse sospettato [1] quando affermava che la borghesia avrebbe cessato di svolgere un funzione sviluppista, ma riteneva che il proletariato avrebbe prima preso in mano le redini della storia. Così non è stato. Lenin invece, nel suo "Imperialismo. Stadio supremo del capitalismo", si era avvicinato, e di molto, ad intuire come sarebbero andate le cose.

Per tornare a noi. Come già la crisi del 1929 aveva mostrato, esiste una stretta correlazione tra la sfera finanziario-speculativa e quella produttivo-industriale. Questa correlazione si spiega facilmente perché non c’è tra capitale industriale, capitale monetario, capitale produttivo d’interesse, rendita e credito, alcuna muraglia cinese. Abbiamo piuttosto un sistema di vasi comunicanti, visto che qui siamo in presenza di sfere e settori di quello che Marx definiva unico capitale complessivo sociale. Solo dei somari, e ce ne sono in circolazione, possono ancora pensare che i trilioni di dollari che ogni giorno si muovono nelle borse e più ancora Over the counter (fuori dai circuiti ufficiali borsistici e quindi senza alcuna regola), che le enormi masse di denaro che viaggiano in tempo reale sulle reti telematiche pilotate da algoritmi, le spaventose quantità di debito e di moneta circolante; solo dei somari, dicevamo, possono ritenere che siano tutta una roba “sovrastrutturale” e virtuale rispetto alla struttura e alla “economia reale”, che i crack e le "bolle" finanziarie  siano addirittura salutari al capitalismo (destructive creation).

Tutte le ultime grandi recessioni sono state invece scatenate da crack relativi alle sfere della finanza, delle monete e del debito. Quella degli inizi degli anni ’70, quella degli inizi degli anni ’80, a maggior ragione quella degli inizi degli  anni ’90 (collasso dei junks bond e esplosione del debito pubblico giapponese). Quella del 1999-2002 (crollo finanziario delle tigri e poi la bolla delle Dot Com). Infine l’ultima, esplosa con lo scoppio della "bolla" deimuti sub-prime che ha portato al fallimento delle più grandi banche statunitensi come la Lehman Brothers.

Il tutto a conferma di quanto da noi affermato al recente Seminario di Vienna  Capitalismo o Socialismo”:
«Il processo di finanziarizzazione consiste essenzialmente nel fatto che il capitale, giunto al suo massimo punto di espansione nel periodo keynesiano, con l’ausilio determinante del potere politico imperiale nordamericano da Nixon in poi, per diverse cause (tra cui l’avanzata delle lotte operaie e dei popoli oppressi, la concorrenza forsennata tra monopoli, il declino dei tassi di plusvalore) è stato spinto ad orientarsi verso la speculazione (denaro che riconsegna più denaro) senza passare per un ciclo produttivo di plusvalore che implica investimenti produttivi, accumulazione di capitale e quindi sviluppo delle forze produttive materiali. In termini marxiani, inceppatasi la “riproduzione allargata”, il capitale, che per sua natura cerca anzitutto profitto, ha finito per scegliere le modalità speculativo-finanziarie per ottenerlo. Abbiamo che in  Occidente il capitale monetario fa fatica a convertirsi in capitale produttivo, che l’eccedenza ottenuta nel processo di produzione, invece di essere riconvertita in plusvalore, preferisce ottenere plusvalenza monetaria nei mercati finanziari, del debito e delle valute. Siccome capitale produttivo è solo quel capitale che crea sì profitto ma solo in quanto crea plusvalore su scala sempre più ampia, abbiamo che il capitale è diventato appunto anzitutto speculativo e improduttivo. I settori produttivi che resistono sono quelli in cui il ciclo di valorizzazione è sempre più breve (a danno di investimenti che hanno periodi lunghi di remunerazione) e quelli rivolti al mercato dei beni di consumo (che infatti hanno generalmente tempi brevi).

Ciò ha indotto profonde trasformazioni sia per quanto attiene alla composizione delle due classi fondamentali e alle loro relazioni reciproche, che alla composizione della società tutta. Alla crescita abnorme del capitale improduttivo (e dei settori rentier della borghesia) ha corrisposto necessariamente l’aumento del lavoro improduttivo. Ha infine causato la definitiva sussunzione dello Stato e della sfera del politico, nella forma della loro privatizzazione da parte degli organismi e dei consorzi speculativi transnazionali (sotto le mentite e ingannevoli spoglie dell’osservanza delle “regole del mercato”, nel frattempo brutalmente manipolate dai pescecani della speculazione).

Un simile modello sistemico è per sua natura parassitario, instabile e destinato a passare, nel contesto della fine della crescita e dell’opulenza, da un crack all’altro, senza la possibilità (salvo un redde rationem bellico) di potere invertire il corso decadente, producendo nuove e inedite tensioni sociali all’interno stesso delle roccaforti imperialistiche, e dunque il ritorno al centro della scena della necessità di una rottura rivoluzionaria e della fuoriuscita dal capitalismo».

Note

[1] «Questa eccedenza delle esportazioni sulle importazioni spiega perché il cambio è favorevole all'Inghilterra. D'altra parte, poiché l'eccedenza di esportazioni è pagata in oro, una larga parte del capitale britannico resta inutilizzata e va ad accrescere le riserve nelle banche. Le banche, come anche i privati, danno la caccia a qualsiasi mezzo di investimento di questo capitale inutilizzato. Di qui la grande disponibilità di capitale finanziario e il basso tasso di interesse. Il tasso di sconto per il cambio di prima classe va da 1, 3/4 al due per cento. Ora, se si consulta qualsiasi storia del commercio, per esempio la «History of Prices» di Tooke, si nota che la coincidenza di questi sintomi - accumulazione eccezionale di riserve auree nelle casse della Banca d'Inghilterra, eccedenza delle esportazioni sulle importazioni, tasso di cambio favorevole, abbondanza di capitale disponibile e basso tasso d'interesse - inaugura regolarmente nel ciclo commerciale la fase in cui la prosperità si trasforma in parossismo, la fase in cui immancabilmente da una parte si ha una massa eccessiva di capitali destinata all'importazione e dall'altra parte folli speculazioni su ogni sorta di seducenti bolle di sapone. Ma questo stadio parossistico non è altro che il prodromo della catastrofe. Il parossismo rappresenta l'acme della prosperità; non produce la crisi ma ne provoca lo scoppio.

So molto bene che gli stregoni ufficiali dell'economia inglese considereranno questa opinione come eccessivamente eterodossa. Ma, quando mai, sin dai tempi di «Prosperity Robinson» *, di quel famoso cancelliere dello scacchiere che nel 1825, alla vigilia dell'esplosione della crisi, inaugurò il parlamento profetizzando un'era di immensa e incrollabile prosperità, quando mai questi ottimisti borghesi hanno previsto o preconizzato una crisi? Non c'è stato periodo di prosperità in cui essi non abbiano approfittato dell'occasione per dimostrare che questa volta la medaglia non aveva rovescio, che questa volta il fato era vinto. E il giorno in cui la crisi scoppiava, si atteggiavano a innocenti e si sfogavano contro il mondo commerciale ed industriale con banalità moralistiche, accusandolo di mancanza di previdenza e di prudenza.

La particolare situazione politica creata da questa passeggera prosperità commerciale e industriale formerà l'argomento della mia prossima corrispondenza».


K. Marx. "Pauperismo e libero scambio - La crisi commerciale incombente". (1852).

martedì 4 giugno 2013

ALBERTO BAGNAI: DOTTOR JEKILL O MISTER HIDE?

4 giugno. Dovete assolutamente vedere questo filmato. Risale al 24 gennaio scorso. Con una prolusione brillante di dieci minuti Alberto Bagnai perora apertamente il ritorno alla lira e sbugiarda coloro che terrorizzano i cittadini sull'eventuale abbandono dell'euro. Bagnai lo fa con eloquenza e logica impeccabile. Ma... c'è un ma. Noterete la chiamata di correo... verso i mercati finanziari, che non sono "cattivi" perché puntano a fare un guadagno. 
Ciò sarebbe, secondo il Bagnai... "naturale". Ciò è "luogocomunista" aggiungiamo noi, perché suona piddiellemente e piddimenoellemente come un'assoluzione della grande finanza predatoria, le cui responsabilità per il marasma in cui versa il mondo sono sotto gli occhi di tutti.

Una fessura non solo logica, ma etica, politica e teorica, che apre verso l'abisso, che noi siamo stati obbligati a segnalare come figlia di una concezione economica e dei rapporti sociali che non solo Marx ma anche Keynes avrebbe condannato.

Il fatto che sottolineiamo è tuttavia anche un altro e non meno grave. Il 24 gennaio, mentre Bagnai perorava il ritorno alla Lira, era lo stesso giorno in cui a Bruxelles veniva presentato il Manifesto di solidarietà europea, da lui stesso sottoscritto. Un Manifesto che va in tutt'altra direzione che la fine dell'euro e il ritorno alla sovranità monetaria e che per questo abbiamo duramente criticato.
Doppio Bagnai. Dottor Jekill e Mister Hide.

Buona visione e anzitutto buon ascolto!

lunedì 3 giugno 2013

M5S: UN PROBLEMA DI COMUNICAZIONE? di Piemme

3 giugno. Sembra che l'altro ieri si è svolta a Milano, presso gli uffici della Casaleggio associati, una riunione ristretta tra alcuni parlamentari di M5S e Casaleggio e Grillo. L'incontro, durato circa due ore e mezza, è stato fissato per mettere a punto nuove strategie comunivative. Secondo i giornalisti: «Casaleggio e Grillo - come anticipato nei giorni scorsi - hanno messo al centro dell'attenzione il sistema radiotelevisivo, facendo rivedere a deputati e senatori anche spezzoni di interviste, rimarcando gli errori commessi e dispensando suggerimenti su come evitarli».

Ora, che deputati e senatori di M5S abbiano un disperato bisogno di superare il loro imperdonabile dilettantismo nel rapporto con media e giornalisti, questo è fuori discussione. Le figuracce inanellate non si contano più e non sono sminuite da una certa fastidiosa supponenza, figlia dell'euforia dopo il grande successo elettorale di febbraio. La batosta alle recenti amministrative, a Roma in primo luogo, deve aver rimesso i "grillini", a partire da Crimi e dalla Lombardi, coi piedi per terra.

Il problema, secondo chi scrive, è che la malacomunicazione ha cause anzitutto politiche e solo in seconda battuta di natura tecnica. 

Vogliamo sperare che nella loro strigliata d'orecchie Casaleggio e Grillo abbiano almeno ricordato alla loro pattuglia parlamentare l'etimologia latina del verbo comunicare. Communicare: mettere in comune, derivato di [commune], propriamente, che compie il suo dovere con gli altri, composto di [cum] insieme e [munis] ufficio, incarico, dovere, funzione.

«Incredibile il valore di questa parola, ed incredibile la profondità intuitiva della sua etimologia.
La comunicazione è un'espressione sociale, un mettere un valore al servizio di qualcuno o qualcosa fuori da sé: non basta pronunciare, scrivere o disegnare per comunicare; la comunicazione avviene quando arriva, quando l'espressione è compresa e diventa patrimonio comune per la costruzione di una discussione, di un sapere, di una cultura».


Se uno comunica, cioè mette in comune le sue idee ma non viene compreso, certo può dipendere dal fatto che trasmette malamente queste idee. Ma ciò può anche dipendere da qualcosa di più profondo: dal fatto che essendo le sue idee confuse, che non hanno corrispodenza col comune sentire, esse non possono essere comunicate con chiarezza, non arrivano quindi al cuore dell'interlocutore e non suscitano negli ascoltatori alcuna empatia.

La messe di voti in uscita da M5S ha anziuttto ragioni politiche. Era prevedibile che una volta fatta entrare in Parlamento una folta pattuglia di deputati e senatori questi avrebbero gioco forza spodestato a Grillo il ruolo di vate, di unico portavoce. Grillo riesce a mitigare una certa astrattezza propositiva con le sue note capacità istrioniche. Una qualità che non si può chiedere ai "comuni cittadini". Questi ultimi possono sopperire al loro scarso talento comunicativo, alla loro limitata  eloquenza, solo se possiedono idee politiche chiare, proposte altrettanto chiare. Sono queste, a ben vedere, che non sono state comunicate.

Lo sfondamento di M5S è stato dovuto al fatto che, anzitutto grazie al ruolo di Grillo, ha saputo dare voce alla dilagante protesta popolare. Nessun movimento può campare di rendita, o illudersi che la forza d'inerzia iniziale sia inesauribile.

Una volta ottenuto uno sbalorditivo successo elettorale, con la possibilità di agguantare addirittura il governo del paese, il movimento doveva fare un passo avanti, ovvero dimostrare che esso era in grado di prendere in mano le redini dell'Italia. E' qui  che ha fallito. I cittadini hanno avuto la netta sensazione che M5S oltre alla rappresentazione della protesta non riesce ad andare. Percezione giusta.

In breve: i parlamentari di M5S non solo non hanno saputo indicare quale fosse il loro programma per governare il paese, hanno anzi esibito una smisurata inadeguatezza, dando l'impressione di essere dei dilettanti allo sbaraglio. Il rifiuto di ogni accordo con il Pd, siccome non è stato accompagnato da una chiara piattaforma alternativa di misure d'emergenza per far uscire il paese dal marasma, non è stato capito da tanti elettori di M5S.

Questo non chiama in causa solo il dilettantismo dei neoeletti di M5S. Chiama in causa la natura stessa di M5S, il fatto che non ha un programma politico chiaro. Su tutti gli aspetti della crisi economica e sociale senza precedenti, M5S è fermo a qualche uscita coraggiosa ma estemporanea di Beppe Grillo. Allusioni e sparate, spesso contraddittorie, ed a cui non è stata data sostanza politica.

E' il minimalismo politico di M5S che appare totalmente inadeguato davanti alla portata della crisi economica e sociale. Questa è una crisi radicale e per venirne a capo occorrono misure che vadano alla radice indicando non solo quali esse siano ma le alleanze sociali necessarie per attuarle.

Chimata in causa è poi l'idea tipica di M5S, quella per cui esso sarebbe solo un "movimento dei cittadini", che si baserebbe sul principio che "uno vale uno".

Diciamocelo francamente, sono idee, per quanto apparentemente nobili, sbagliate. Per diverse ragioni. Ne solleviamo solo un paio. La prima concreta, la seconda di fondo. 

In primo luogo. I cittadini che ci consegna il deserto politico e culturale determinato da un ventennio di berlusconismo e antiberlusconismo, di presunta morte di ogni ideologia, di melassa interclassista e populista, non sono in grado di scalzare la "casta" e quindi prendere in mano le redini di questo paese. Sarà triste dirlo, ma tante sono le pagnotte che ancora debbono mangiare per poter fare a meno di personale politico dirigente.

In secondo luogo. Non è vero che "uno vale uno". C'è chi ha le idee chiare e chi non le ha, chi ha talento politico e chi no, chi ha coraggio di prendersi grandi responsabilità e chi le rifugge. L'esempio più lampante è dato proprio da M5S, dove coloro che sono assurti agli scranni parlamentari, rispetto a Grillo, ci fanno la figura dei peones. Non si capisce perché il tanto sbandierato criterio del merito non valga anche nella selezione del personale politico e dei gruppi dirigenti.

Dietro alla parvenza di totale orizzontalità vediamo infatti che M5S ha una struttura interna gerarchica, leaderistica e sostanzialmente antidemocratica, in cui un pugno di dignitari, per quanto autorevoli, fanno il bello e il cattivo tempo. Una simile struttura, un tale modo di funzionare, questo è il punto, sono di gravissimo nocumento all'educazione degli attivisti e alla formazione di gruppi dirigenti all'altezza della situazione e delle grandi sfide che ci aspettano.








domenica 2 giugno 2013

SIRIA: DELEGAZIONE INTERNAZIONALE IN PARTENZA

2 giugno. Nel novembre scorso veniva lanciato l'appello internazionale per fermare la guerra in Siria «Sì alla democrazia, non all’intervento straniero!» 

Dopo un primo prestigioso nucleo di primi firmatari si sono aggiunte le firme di centinaia di intellettuali e militanti, dei movimenti per la pace o antimperialisti [aderirono, tra i molti altri italiani,
diversi esponenti di Mpl.Ndr]. L’appello era sostenuto da diversi esponenti della sinistra antimperialista e della società civile siriane.
Non si trattava di un’iniziativa fine a se stessa.
Uno degli scopi era quello di inviare in Siria una delegazione a nome di tutti i firmatari allo scopo di incontrare esponenti delle parti in conflitto, esponendo loro le proposte contenute nell’Appello medesimo.

Inizialmente questa delegazione sarebbe dovuta partire a inizi febbraio. Difficoltà insormontabili impedirono il viaggio.
Alla fine questi ostacoli sono stati superati e la delegazione, ottenuto il lasciapassare dalle autorità siriane, giungerà a Damasco lunedì 3 giugno, dopo una breve tappa a Beirut. Qui, oltre ad una conferenza stampa nella sede delle Nazioni unite, la delegazione incontrerà diversi esponenti politici libanesi, paese nel quale la pace interna è in bilico proprio a causa della guerra civile siriana.
Successivamente la delegazione si recherà in Siria, dove incontrerà, oltre ad alti rappresentanti del governo siriano, esponenti delle diverse correnti dell’opposizione e autorità religiose.

L’obiettivo è quello di fare presente ai protagonisti del conflitto la voce di quella parte dei movimenti e dell’opinione pubblica mondiale che spera di porre fine alla guerra fratricida con l’avvio di un serio dialogo tra il governo e i diversi settori della società civile, e delle opposizioni. Per questo la delegazione è latrice di proposte concreteaffinché un prcesso di pace sorga finalmente.
Un verace negoziato è stato sin qui impossibile, anche a causa delle potenti interferenze internazionali.

La recentissima decisione dell’Unione europea di cancellare l’embargo sulle armi alle opposizioni armate, evidentemente ai gruppi foraggiati e sostenuti da Turchia e Qatar, nonché la Risoluzione approvata il 28 maggio dal Consiglio di sicurezza dell’Onu (che di fatto è tutta centrata nella condanna della partecipazione di Hezbollah nel conflitto siriano, mentre niente dice del ruolo crescente di combattenti stranieri nel campo delle opposizioni) sono due fatti che hanno pesantemente aggravato la situazione e allontanato la possibilità di un primo cessate il fuoco, condizione preliminare all’avvio di un vero negoziato di pace.

Faranno parte della delegazione:


José Raul Vera López, vescovo cattolico (Messico); Jaqueline Campbell Davila, attivista per i diritti umani (Messico); Alejandro Benjamin Bendana Rodriguez, storico, (Nicaragua); Engel Christiane Reymann, Consulente parlamentare (Germania); Odyssefs Nikos Voudouris, parlamentare (Grecia); Anne-Marie Lizin-Vanderspeeten, parlamentare (Belgio); Francois Houtart, sociologo e prete cattolico (Belgio); Mireille Cécile Agnés Fanon ep. Mendes France, giurista (Francia); Evangelos Pissias, Coordinatore internazionale della Flotilla per Gaza (Grecia); Maria Dimitropoulou, sociologa (Grecia); Moreno Pasquinelli, Coordinatore internazionale della Global March on Jerusalem (Italia); Fernando José Romero Forsthuber, regista (Spagna); Wilhelm Langthaler, pubblicista esperto di questioni mediorientali; Leo Gabriel, antropologo, membro dell’esecutivo internazionale del Social forum mondiale.

Terremo informati i nostri lettori sul prosieguo dell'iniziativa

 

sabato 1 giugno 2013

DUE EURO È MEGLIO DI UNO (?) di Claudio Borghi

1 giugno. Claudio Borghi (nella foto) è un economista serio che non nasconde di essere di destra. Seguiamo le sue critiche all'euro, spesso argute, su IL GIORNALE. Borghi è uno dei firmatari, assieme a Bagnai, del Manifesto di solidarietà europea, quello che Pasquinelli ha criticato nell'articolo A braccetto con Soros, che tante polemiche ha suscitato. Cosa ci dice Borghi? Oltre alla condivisibile denuncia degli squilibri europei dovuti alla moneta unica, che per uscire dall'impasse ci vogliono non un euro bensì due. Lo dice guarda caso a Bruxelles il 24 gennaio scorso, proprio in occasione della presentazione del Manifesto in questione. Ecco dove conducono il culto idolatra dell'Unione europea e la posizione di deferenza verso la ierocrazia eurista.

«Gentili Signori,

vorrei offrirvi un breve viaggio che comincia qui e termina in Italia, il mio paese, e al termine di questo viaggio spero sarà chiaro che tavolta ci sono matrimoni che sarebbe molto meglio non celebrare. Un brillante economista italiano, il professor Alberto Bagnai, ha perfino scritto un racconto: "Il romanzo di Hans Centro e di Maria Periferia", prevedendo ciò che avverrà in futuro se dovessimo insistere nel mantenere questo fidanzamento troppo a lungo, e le conseguenze sono assai cupe. Non c'è niente di male nell'amicizia, talvolta può sfociare in un matrimonio, ma il più delle volte è meglio restare solamente amici. E per l'Europa è proprio il caso.

Cominciamo dagli anni novanta: lo SME era un precursore dell'Euro, con tassi di cambio pressoché fissi. Questa situazione iniziò ben presto a generare in Italia un pesante deficit della bilancia commerciale, e il deflusso di denaro fu contrastato esattamente con gli strumenti sbagliati che stiamo utilizzando oggi: un forte aumento delle tasse (il governò tassò addirittura i depositi bancari durante la notte, prelevando una percentuale a qualsiasi Italiano avesse un saldo attivo sul suo conto corrente), un aumento dei tassi d'interesse fino al 18%, ed esattamente la stessa retorica che stiamo sentendo oggi, a proposito del disastro di un'uscita dallo SME. Come forse ricorderete, dopo che la Banca d'Italia ebbe bruciato tutte le riserve di valuta estera, alla fine l'Italia fu costretta ad abbandonare lo SME e la lira svalutò di circa il 20%.




Come potete vedere in questa tabella, l'effetto sulla bilancia commerciale fu pressoché immediato e aprì la strada all'ultimo "miracolo italiano" degli anni novanta, ossia l'ultimo periodo di crescita che l'Italia ricordi.

Notate la bilancia commerciale dei paesi dell'Eurozona: l'Italia era in surplus, la Germania in deficit. Tutto un altro mondo. Considerate che il debito pubblico italiano non era diverso da oggi, ma non era oggetto di preoccupazione. Lo shock si rifletteva sul tasso di cambio, nessuno avrebbe pensato di vendere i titoli del debito pubblico sotto la parità. Notate anche che molte delle tremende conseguenze prefigurate in caso di uscita dallo SME, esattamente dagli stessi nomi (uno dei più rumorosi fu proprio Mario Monti) che ora mettono in guardia sulla catastrofe di un'uscita dall'Euro (crollo del sistema bancario, iperinflazione, impossibilità di comprare petrolio e materie prime) non si verificarono neanche lontanamente. L'inflazione addirittura scese dello 0,5% a confronto con l'anno precedente.

Poi venne l'Euro e l'Italia fu attirata con successo nella stessa trappola. Dopo aver bloccato di nuovo il naturale strumento di equilibrio rappresentato dal tasso di cambio variabile, il fantasma del deficit commerciale ritornò con moltiplicata potenza, e stavolta su scala europea.

 
Penso che questa tabella non abbia bisogno di commenti. Si potrebbe scavare a fondo sulle ragioni del boom tedesco. E' evidente che si tratta del risultato di un'aggressiva compressione salariale che ha ampliato il gap di competitività con l'euro-periferia, i cui deficit venivano riempiti da enormi flussi di capitali investiti dall'Europa core nei paesi ormai "senza rischio di cambio". L'arrivo dei flussi di capitali ha spinto in alto l'inflazione, allargando sempre più il gap di competitività e alimentando un debito privato fuori controllo, che ha finito per schiacciare la maggior parte dei paesi dell'euro-periferia. Guardate il grafico seguente: dal 1999 al 2007 la variazione del debito privato è in rosso e quella del debito pubblico in blu, e questo è quanto per un altro dei miti di questa crisi: quello che recita "la colpa è del debito pubblico".

Cos'è andato storto? Nulla di strano, in realtà un esito diverso sarebbe stato alquanto improbabile visto che l'Eurozona violava apertamente i più basilari requisiti per un'Area Valutaria Ottimale, e alla fine l'Euro si è rivelato nient'altro che la solita trappola dell'aggancio valutario per i paesi deboli, portando al classico ciclo di Frenkel.

L'aumento delle imposte in un paese già martoriato di tasse come l'Italia ha schiacciato l'economia, e il gettito aggiuntivo è finito ai creditori dell'Europa del Nord via fondo salva stati e prestiti alla Grecia e ad altri paesi della periferia. L'Italia aveva un'esposizione praticamente nulla verso il debito dei paesi periferici.

Si può capire la pericolosità della situazione se solo pensiamo che in condizioni normali uno shock in un paese fa scendere il valore della sua moneta, che così aiuta la sua economia. Nell'Eurozona siamo riusciti a costruire il mostro di un sistema che peggiora le condizioni di un'area sotto shock, facendo aumentare il costo del suo indebitamento.

Ora passiamo alle soluzioni e vediamo perché l'opzione "più Europa" viene negata dall'esempio dell'Italia.

Quasi tutti concordano che ci sono solamente tre vie per uscire da questa situazione: una rottura dell'Euro, una rapida deflazione via tagli salariali nella periferia (possibilmente accompagnata da un aumento dei prezzi in Germania), e il mantra "più Europa". Da Krugman in giù esiste un qualificato consenso sul fatto che una profonda deflazione non sarebbe realistica, né socialmente e nemmeno economicamente, a causa del peggioramento del peso del debito se il PIL dovesse crollare ancora. Diamo dunque uno sguardo a ciò che l'esempio dell'Italia ci può raccontare sull'integrazione forzata di aree economicamente differenti.

L'Italia è un caso di studio estremamente interessante sull'integrazione, perché comprende aree estremamente diverse in termini di potenza economica. Possiamo dire che la moneta unica "Lira" ha unificato un Nord Italia Tedesco, un Centro Francese e un Meridione Greco, con il vantaggio di una lingua comune. Com'è stato ottenuto l'equilibrio? Nel solo modo possibile in un'area valutaria non ottimale, cioè via importanti trasferimenti fiscali interni. Ciò significa che per poter replicare il "modello italiano" la Germania dovrebbe pagare per gli altri nello stesso modo in cui il Nord Italia fa per il resto del paese, ma anche se questa situazione fosse politicamente gestibile (ed io sospetto che non lo sia), non sarebbe affatto desiderabile, ed esattamente per via di ciò che è andato storto in Italia.

Per rendere l'idea: immaginate che la forza economica e industriale del Nord Italia sia "10" e che lo stesso valore debba essere dato ad un'ipotetica valuta del Nord, mentre il valore per il Sud è "2". La valuta "Lira" sarebbe scambiata a una media delle due aree, diciamo "6". Il risultato è che il Nord ottiene una valuta più debole rispetto alla sua forza, mentre il Sud ne ha una più forte. Le industrie del nord diventano così molto competitive ed esportano con successo sul mercato mondiale ed anche sul mercato interno, mentre nel giro di poco tempo le fabbriche del Sud chiudono e rimangono in vita solo i settori al riparo dalla competizione (turismo, cibo di qualità), non abbastanza per essere autosufficienti. Ben presto è risultato evidente che la situazione del Sud era insostenibile e che i programmi per "rilanciare" l'economia del sud drenavano soldi dal Nord, portandosi via molto del suo surplus commerciale. La pressione fiscale ha cominciato a salire in modo rapido e progressivo, mirando a colpire le industrie di successo del Nord e raccogliere risorse per finanziare le necessità di un Sud alla fame, e così l'equilibrio è stato ripristinato.

Capite il ciclo? Il Nord è competitivo grazie a una moneta debole, accumula extra profitti e questi profitti vengono drenati per pagare un Sud la cui crescita è resa impossibile da una moneta troppo forte. Posso immaginare che molte industrie tedesche vedano solo il lato competitivo delle industrie del Nord Italia, non sapendo che dall'altra parte esse sono gravate da un carico di tasse e di limitazioni, senza alcun aiuto dallo Stato, senza infrastrutture decenti, perché molto del denaro viene portato via per riaggiustare lo squilibrio interno.

Cosa è accaduto del denaro mandato al Sud? Sono stati fatti molti tentativi di creare industrie, con forti incentivi ad avviare attività commerciali, ma se non c'è un "reale" interesse economico a mantenere un impianto aperto e l'unica ragione sono i finanziamenti pubblici, il risultato è che non viene fatto nessun serio investimento, perché il flusso di denaro che arriva dallo Stato potrebbe interrompersi in qualsiasi momento, ed è stabilito anno per anno con la legge finanziaria.

In molti casi la risposta è stata semplicemente quella di creare lavoro dal nulla, con un numero sproporzionato di dipendenti pubblici. Molti analisti fanno notare situazioni ridicole, come il fatto che a quanto pare in una piccola regione come la Calabria ci sono più guardie forestali che nell'intero Canada. Lo Stato ben presto diventa il principale datore di lavoro del Sud. La sgradita conseguenza di avere un flusso costante di denaro (circa cinquanta miliardi all'anno in media, ma anche di più se si considerano i servizi) intermediato dallo Stato dal Nord al Sud, è la creazione di una rete di corruzione di politici e manager pubblici che mirano ad ottenere profitti dall'immenso potere di decidere l'allocazione delle risorse. Lo scambio di "voti per lavoro" si è radicato rapidamente nella cultura del Sud Italia nel momento in cui è diventato chiaro che non c'era alcuna realistica possibilità di competere in attività economiche "normali".

Inutile dire che anche questo difettoso equilibrio è andato in frantumi con l'Euro. Una volta che l'intero paese ha ricevuto la stessa moneta forza "10" del resto d'Europa la competitività delle industrie del Nord Italia è immediatamente crollata, ma la loro forza sarebbe stata sufficiente a mantenerle sul mercato, se non che sfortunatamente il peso dei trasferimenti fiscali interni era ancora saldamente in atto, e così per quanto la cosa sia stata mascherata per un po' di tempo da flussi di capitali in arrivo a basso costo, la debolezza alla fine le ha fatte saltare. Naturalmente se per un'economia del Sud a forza "2" la difficoltà a raggiungere la Lira a forza "6" era quasi insormontabile, la difficoltà ulteriore a raggiungere un Euro a forza "10" ha definitivamente cancellato ogni pur minima speranza di successo.

Dovrebbe essere chiaro che diventare una grande economia  Italiana non è conveniente per l'Europa, né dal punto di vista di quelli che dovrebbero pagare, né da quello di coloro che sarebbero costretti a ricevere gli aiuti. Una "mezzogiornificazione" dell'Europa è l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno: è inefficiente, apre la strada alla corruzione e fomenta l'odio tra i popoli, i quali vedranno solo il loro denaro portato via senza poter afferrare l'intero quadro della situazione. L'unica via di uscita realistica è quella di stabilire delle aree valutarie conformate meglio, dove le economie siano libere di salire o scendere in base alle loro forze, e non per un sistema dirigistico di trasferimenti interni. 


Dividere l'area Euro in due potrebbe essere il primo passo verso una più profonda amicizia futura tra gli Europei, senza cadere nell'abisso di odio che spesso si crea in un matrimonio fallimentare».

*Fonte: Voci dall'estero
** Traduzione di Henry Tougha

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