mercoledì 18 dicembre 2019

ROTTURA IN SENSO COMUNE

Vicenza, gennaio 2017, la prima riunione pubblica di Senso Comune 




[ mercoledì 18 dicembre 2019 ]

Su questo blog abbiamo più volte scritto del gruppo Senso Comune

Segnalammo i diversi punti di convergenza e quelli di divergenza. Ci parve una positiva novità che dal corpaccione della sinistra sinistrata sorgesse un collettivo di intellettuali che sceglieva la strada del "populismo democratico" e che non scomunicava il patriottismo.

In breve tempo il gruppo dirigente (in particolare i tre più autorevoli: Mazzolini, Gerbaudo e Nencioni) hanno sterzato verso versione sempre più edulcorata, sinistrata e moderata del "populismo democratico", che non a caso portò al sodalizo (gennaio-febbraio 2019) col gruppo di Stefano Fassina (Patria e Costituzione).   

Segnalammo subito quanto fragile e sbagliata fosse la base politica di quell'unione, che infatti subito perse un pezzo importante, quello di Nuova Direzione. Arrogante e sordo alle critiche, esterne e interne, per quel sodalizio politico che di fatto riportava il gruppo nel campo della sinistra sinistrata, il triumvirato dirigente ha tirato diritto, fino a provocare la rottura dei dissidenti i quali hanno ieri reso nota la Lettera Aperta che più sotto volentieri pubblichiamo.

Vien fuori una denuncia serrata dei metodi burocratici e truffalidni del triumvirato. Il lettore si chiederà: "sì, va bene, ma quali sono le divergenze sul piano politico?"... "Nessuna parola sul sodalizio con Fassina che sta col governo Conte bis?"... "Nessun riferimento al fatto che alla opposizione alto-basso (paradigma del discoeso sul populismo) adesso, a motivo dello spauracchio di Salvini, si torna all'idea che il principale clivage sarebbe tornato ad essere quella destra-sinistra?".
Giuste domande. Confidiamo che i fuoriusciti sapranno dare una risposta, poiché è evidente che certi metodi, certa insofferenza alle critiche, nascondono una sostanza politica.


*  *   *



Lettera aperta a Senso Comune


Care comunarde e cari comunardi,


con questa lettera intendiamo comunicare a tutti voi la nostra decisione di cessare la nostra attività con Senso Comune, e quindi di non iscriverci per l’anno 2020. Fra noi, molti sono attivi nel movimento già dall’assemblea fondativa, altri sono arrivati dopo, abbiamo animato gruppi territoriali, scritto sulla rivista, collaborato all’elaborazione sui social e all’organizzazione di eventi di vario tipo. Ci siamo sentiti parte di questo progetto convintamente e abbiamo allacciato rapporti umani sinceri. Senso Comune è stato il centro della nostra vita politica degli ultimi anni. 


Alla luce di questo, non vi sarà difficile comprendere quanto sia sofferta la decisione di abbandonare la vita associativa e il nostro progetto.
Crediamo infatti che continuare a resistere di fronte ad una gestione inadeguata e scorretta, che vede negli altri semplici strumenti e non compagni di strada, sarebbe in primo luogo ingiusto nei nostri confronti e in secondo luogo inutile, vista la totale impossibilità di contribuire allo sviluppo del progetto al di fuori della cooptazione con un gruppo dirigente sempre più autoreferenziale e non interessato a costruire un’organizzazione in grado di mettere i suoi membri nella condizione di partecipare.
Le emorragie di comunardi che si sono susseguite nel corso del tempo sono state solo la più lampante conseguenza della modalità di gestione accentratrice, arrogante, personalistica ed escludente da parte dell’uscente direttivo di Senso Comune, un campanello d’allarme al quale a suo tempo non si è voluta prestare attenzione e che, nel nostro piccolo, abbiamo provato a far risuonare.



Purtroppo, fin dai primi interventi critici (quali il tentativo di proporre linee programmatiche chiare ed alternative all’assemblea di Firenze del 2019 o le varie richieste di chiarimenti al direttivo su alcune scelte prese) abbiamo potuto constatare di essere stati riconosciuti come nemici interni, da espellere con ogni mezzo, piuttosto che come comunardi preoccupati dallo stato attuale in cui versava la nostra associazione e il nostro progetto. 

A riprova di questo, alle richieste, che crediamo legittime e in alcun modo tacciabili di “correntismo”, di maggiore democratizzazione dell’associazione (ad esempio attraverso la proposta di modifica delle regole di elezione del Consiglio Direttivo, passando da listini bloccati all’elezione diretta di ogni membro, compreso il presidente) e di apertura verso l’esterno, al fine di accogliere e riaccogliere i tanti che si erano allontanati o mai avvicinati a causa della mancanza di una dialettica interna e della percezione di un’arrogante chiusura verso l’esterno, si è risposto con una maggiore chiusura. 


Nel frattempo, di fronte a questo atteggiamento, sempre più comunardi si sono convinti della necessità di un cambiamento. 


Veniamo così all’assemblea ordinaria per il rinnovo delle cariche che si è svolta in questi giorni.


Alessandro Volpi, facendosi portavoce delle istanze di un folto gruppo di comunardi (comprensivo della totalità o di grosse fette di alcuni gruppi territoriali, quali Parma, Trentino, Napoli, Torino e Firenze) in vista di questa assemblea (che a metà novembre non era ancora stata annunciata) ha aperto un tentativo di interlocuzione con il Presidente Samuele Mazzolini, chiedendo di attivarsi al più presto così da permettere la partecipazione più ampia possibile. 


La risposta è stata l’annuncio dell’assemblea digitale, arrivato il 20 novembre, per i giorni dall’11 al 15 dicembre, con la possibilità di presentare liste in poco più di una settimana e prevedendo un meccanismo puramente virtuale che impedisse ogni tipo di discussione (ogni lista poteva al massimo presentare un documento politico di appena 300 parole).
 

Seppur delusi da questa ennesima risposta di chiusura e di arroccamento da parte del direttivo, ancora una volta si è tentato di comporre piuttosto che dividere.
Abbiamo proposto direttamente al Presidente, Samuele Mazzolini, di mediare per evitare la presentazione di due liste contrapposte, inserendo in un’unica lista personalità diverse e non solo espressione della cooptazione del direttivo uscente.
La risposta del Presidente è stata perentoria e di una sincerità imbarazzante: ci ha spiegato di non aver nessun interesse a mediare, di voler giungere allo scontro cosicché chi non si fosse sentito “comodo” in Senso Comune sarebbe potuto uscire.
Insomma la volontà era chiara: buttarci fuori.


A questo punto abbiamo deciso di presentare una lista, pur sapendo che la lotta non sarebbe stata combattuta ad armi pari. Anche questa volta, però, le nostre aspettative sono state superate: non si è soltanto proceduto alla chiusura delle iscrizioni (come legittimo a ridosso della votazione di qualsiasi organo associativo) ma si è arbitrariamente deciso di impedire agli iscritti degli anni precedenti di regolarizzare la propria iscrizione per l’anno corrente e si è negata la possibilità di avere contezza della lista completa dei soci, ai quali spiegare le ragioni della nostra candidatura.
Abbiamo poi scoperto con grande stupore che il numero totale degli aventi diritto al voto era di gran lunga più elevato rispetto alla situazione dell’ultima assemblea (avvenuta solo pochi mesi fa). 


Abbiamo quindi chiesto nuovamente di prendere visione del libro soci, riuscendo, alla fine, ad ottenere la possibilità di consultarlo, seppure dovendoci fisicamente recare presso l’abitazione di un membro del direttivo e senza la possibilità di riprodurlo in nessun modo, neanche copiando manualmente la sola lista dei nominativi.
 

Ad ogni modo, la consultazione di questo documento ci ha retrospettivamente chiarificato molte cose: se intorno a Luglio 2019 gli iscritti coincidevano con nomi a tutti noti nella comunità dei comunardi (cosa normale, dato la ristrettezza di forze in cui ci si ritrovava, e pari a circa 50-60 unità) tra ottobre e novembre si registrava un incremento che aveva più che raddoppiato il numero, tra i quali figuravano parenti ed amici dei membri del direttivo uscente e della lista presentata da Samuele Mazzolini per il nuovo direttivo.
Abbiamo così potuto capire perché l’assemblea è stata imposta come virtuale, perché il Presidente Samuele Mazzolini ha deciso di non mediare e di andare ad uno scontro ricercato e soprattutto perché si è tentato in ogni modo di ritardare la presa visione del libro soci. 


Questa ricostruzione, estremamente riassuntiva e che tace, non per pietà ma per necessità di essere brevi, molte altri comportamenti scorretti, arroganti ed escludenti, crediamo renda conto del perché abbiamo deciso di cessare la nostra attività nell’associazione. 


Abbiamo taciuto, in questa sede, ciò che di estremamente positivo c’è stato in questa esperienza, cosa ha significato per tutti noi in termini di crescita politica e di esperienza umana: un capitale che non vorremmo andasse perduto e che speriamo in futuro possa di nuovo ricomporsi per lavorare e diffondere quelle idee e quella nuova prospettiva emancipatrice che era alla base di Senso Comune


Purtroppo, non possiamo che registrare come Senso Comune sia divenuto, a causa di una dirigenza autoreferenziale e incapace di sviluppare organizzazione e stimolare la partecipazione, cosa morta, ridotta a un pugno di fedelissimi e qualche parente messo lì solo per cliccare e garantire che la scatola vuota rimanga nelle mani di chi se ne sente proprietario. 



I FIRMATARI:

Matteo Masi
Diego Melegari
Fabrizio Capoccetti
Marco Baldassari
Lorenza Serpagli
Lorenzo Disogra
Alessandro Volpi
Cristiano Volpi
Mattia Maistri
Michele Berti
Giulio Menegoni
Giulio Di Donato
Carlo Candi
Francesca Faienza
Lorenzo Biondi
Alessandro Monchietto
Marco De Bartolomeo
Giulio Gisondi
Matteo Falcone
Francesco Ricciardi
Antonio Bonifati
Antonella Garzilli
Piotr Zygulski
Antonio Gianfreda

EURO-PAGLIACCI

[ mercoledì 18 dicembre 2019 ]


Una icastica vignetta di Mario Improta ha fatto imbufalire lo sterminato esercito politicamente corretto, a cominciare dagli europeisti per finire con le comunità ebraiche.
E' STATA DUNQUE FULMINEAMENTE EMESSA UNA "FATWA", o se preferite una scomunica verso l'autore.

Non è lecito, non è ammissibile paragonare l'Unione europea ad un campo di concentramento nazista (dicono gli europeisti).  

Non è lecito, non è ammissibile "strumentalizzare e abusare del simbolo di Auschwitz", ha detto la comunità ebraica. Si è scomodato perfino il portavoce di Israele.

Risultato: con altrettanta velocità il Comune di Roma ha dato l'osttacismo a Improta, revocandogli l'incarico di fumettista per un opuscolo destinato alle scuole romane.

Ecco qua il primo frutto avvelenato del clima da cui è nata la Commissione Segre: un attacco ad un diritto costirtuzionale che gli stessi liberali dovrebbero considerare sacro: la libertà di pensiero.
Ma è così dunque:  come in un campo di concentramento nella gabbia della Ue non c'è libertà. Nemmeno per chi fa satira.

Solidarietà con Mario Improta!
Diffondiamo la sua vignetta!

 

martedì 17 dicembre 2019

SANTORI DOVE VAI SE IDEE NON NE HAI di Veronica Duranti

[ martedì 17 dicembre 2019 ]


Veronica Duranti, giovane studentessa, membro del Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia, in questo breve ed efficace video, punta il dito su ciò che Santori e le cosiddette "Sardine" non vedono, non dicono e nascondono.





BREXIT: LA SINISTRA DELLO SCANDALO di Sandokan

[ martedì 17 dicembre 2019 ]

Nel tempo, su questo blog, abbiamo detto tanto riguardo alla Brexit, fino alle ultime considerazioni di Moreno Pasquinelli.

C'è poco da aggiungere: l'uscita dalla Ue è una buona cosa, poiché, malgrado alla sua guida ci sia un liberista come Boris Johnson, contribuisce a demolire la gabbia eurocratica.

Una cosa tuttavia, ora che giungono analisi più dettagliate del voto britannico, la voglio aggiungere. Si conferma che Johnson, anche grazie alla sua postura populista, ha vinto non grazie all'appoggio della grande borghesia inglese, ma malgrado essa abbia votato per per i laburisti.

Un vero e proprio "tradimento di classe", a cui fa da contraltare quello di larghissime fette di proletariato inglese che ha votato per Boris Johnson. La conferma viene dalla sua vittoria schiacciante in decine di collegi proletari dell'Inghilterra del Nord, tradizionalmente laburisti e anti-tory.

Non solo quindi le recenti elezioni sono state un referendum, questo ha avuto un evidente segno di classe, per quanto le classi fondamentali si siano scambiate le tradizionali maschere di destra e sinistra.

Una prova inconfutabile di questo rovesciamento l'abbiamo proprio a Londra. Ecco cosa ci dice Aldo Cazzullo sul CORRIERE DELLA SERA di oggi:
«Un'altra immagine che resterà dello storico voto britannico è il pungo chiuso con cui la deputata laburista Emma Dent Coad ha salutato i sostenitori, dopo l'annuncio della sua rielezione nel collegio di Kensington e Chealsea. Kensington e Chealsea sono i quartIeri più costosi di Londra, quindi del mondo. hanno qui casa Madonna, Hugh Grant e altri milionari meno famosi...».
Milioni di lavoratori inglesi, pur strappare la Brexit hanno voltato le spalle al Labour e a Corbyn-finto-Ponzio-Pilato. E bene hanno fatto a votare per il Brexit Party di Farage (che non ha ottenuto seggi a causa del micidiale meccanismo elettorale  maggioritario) o direttamente per i Tory di Johnson.

Essi hanno solo messo le corna ai laburisti o il loro gesto annuncia uno storico divorzio?
Il tempo di darà la risposta...




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lunedì 16 dicembre 2019

SARDINE E DINTORNI di Fabio Nobile

[ lunedì 16 dicembre 2019 ]


Ci segnalano e volentieri pubblichiamo


Quello che vorrei proporre è un ragionamento politico sul movimento delle “sardine” che in questi giorni sta appassionando e riempiendo, insieme alle piazze, tutti gli spazi mediatici possibili.

Facciamo un passo indietro. In Francia è in campo un’imponente mobilitazione sindacale e popolare che ha bloccato una parte della riforma delle pensioni proposta dal governo Macron e sta puntando al completo ritiro del progetto di legge. Macron è stato il candidato presidente che al secondo turno era il baluardo contro la Le Pen. Ricordate?
Ancora una volta in Francia un tessuto ancora non demolito di organizzazione e di lotta ha impedito, o comunque arginato, le spinte devastatrici di ciò che resta del welfare europeo. In quel Paese la combattività che si era vista con i gilet gialli lo scorso anno ha ripreso vigore arginando i tentativi, che pur ci sono stati, di riassorbire la lotta contro il progetto Macron a partire dalla demonizzazione mediatica dei ferrovieri che sono uno dei cuori pulsanti del movimento.

In Italia l’asfalto passato su tutti i tentativi di impedire alle politiche neoliberiste di distruggere i capisaldi del welfare ha coperto anche la capacità di lettura meno emotiva degli avvenimenti. In molti, in assenza di altro, si “accontentano” di ciò che fa rumore.
Non voglio con queste considerazioni mancare di rispetto a chi è sceso in piazza a Roma, nelle piazze d’Italia ed addirittura d’Europa in questi giorni. Vorrei solo ragionare su come quel potenziale di mobilitazione, che non ha la stessa composizione sociale di quella francese (e questo non è un dettaglio), corra il rischio di diventare uno strumento in mano a tutti tranne a coloro che le hanno riempite quelle piazze.
Il vuoto di contenuti con cui sono state chiamate le manifestazioni sono un pezzo di questo ragionamento. Un vuoto che sta tutto nella piattaforma debolissima di convocazione. Una piattaforma in cui appaiono dei punti che lasciano perplessi, come quelli che equiparano la violenza verbale a quella fisica oppure che “imporrebbero” a chi è nelle istituzioni di non fare propaganda politica, rinchiudendo il politico in una sorta di “gabbia neutrale”.

In generale, oltre al No a Salvini ed alla “politica della pancia”, ben poco di incisivo si è sentito riecheggiare tra le parole d’ordine. Questo aspetto, insieme ad una forte attenzione mediatica, aiuta a riempire le piazze perché tutti coloro che non sono con Salvini, in assenza di altre proposte politiche e di mobilitazione, sono lì. Gli stessi toni rassicuranti aiutano in questo senso. Ma l’alternativa a Salvini sul piano politico chi la rappresenta? Se i contenuti sono questi, insieme alle parole espresse dai leaders di questo movimento, basta un PD qualsiasi o un Macron italiano a metterli in atto. Non bisogna dimenticare che le Sardine cominciano proprio dentro la campagna elettorale in Emilia Romagna ed anche questo non è un dettaglio.



In Italia di “movimenti” di questa natura ce ne sono stati molti ed alla fine o hanno dichiarato fallimento oppure, all’altro estremo, sono diventati quello che oggi sono il movimento cinquestelle ovvero innocui per le classi dominanti, incapaci di dare risposte per i settori popolari.
L’utilizzo dell’antifascismo contro Salvini somiglia molto, con la differenza data dalla fase complessiva che attraversa l’Italia ed il mondo intero, a quello contro Berlusconi. Su questo ricordo che in nome dell’ antiberlusconismo il centrosinistra ha messo in atto tutte le politiche neoliberiste che hanno portato il Paese al punto in cui è ora. E portato Salvini ad i voti che ha ora.

Ciò che differenzia sul piano sociale la situazione di oggi è che attorno a Salvini ed alla destra c’è una parte rilevante della base di massa popolare che lo sosteneva quel centrosinistra. E, purtroppo, chiedere ai vasti strati popolari in crisi di essere semplicemente “buoni” senza dare loro risposte sociali all’altezza, mi sembra un’operazione che rischia di far aumentare i voti a Salvini e di non ostacolarlo. Ma questo si vedrà.

In questo dibattito quello che mi fa un po’ sorridere è quando si tende a ribattere ad una voce critica verso le “sardine” affermando che bisognerebbe stare zitti perché chi critica non è in grado di portare tanta gente in piazza. L’entusiasmo passivo fa male a chi è sceso in piazza. Infatti il problema non è avere episodicamente, anche per qualche mese, tanta gente in piazza. Non è una gara di quantità quella su cui bisognerebbe concentrarsi in questa situazione disastrosa ma è la qualità delle proposte che siano in grado di indicare una strada ai milioni di lavoratori che covano una rabbia che facilmente, in assenza d’altro, diventa preda del populismo di Salvini. Contro il populismo di destra non è l’antifascismo formale ed il filo europeismo ad essere vincente. Le sardine colorate della bandiera Europea non sono certo un ostacolo alla destra. La pancia va riempita o va proposto come fare per riempirla altrimenti ragionare con la testa è complicato. E questo è un tratto importante per capire anche il perché ci sia una differenza di composizione sociale tra quanto sta avvenendo in Francia e le cose di casa nostra. Le idee si muovono nella storia a partire dalla materialità delle contraddizioni e non in base ad un mondo di idee giuste in senso assoluto.
Infine volevo ricordare la manifestazione del 28 febbraio 2015 “Mai con Salvini”. Quella manifestazione fu un successo enorme ma non ebbe la stessa eco delle sardine. È solo un problema di come saper utilizzare i social network oppure non si diede risalto a chi metteva sia Renzi che il Capitano scemo sotto accusa?
In conclusione credo che i compagni dovrebbero aver capito che non basta muoversi. Bisogna provare a capire dove si vuole andare. Di solito chi guida il movimento, o lo eterodirige, lo sa, mentre chi è indietro, spesso, si illude di saperlo. Non mi pare sia la prima volta che accade.



* Fonte: LABORATORIO

LA LEGA SI PIEGA di Leonardo Mazzei

[ lunedì 16 dicembre 2019 ]


Draghi, Draghi e ancora Draghi: dopo il "why not?" di Salvini per l'ex capo Bce al Quirinale, ecco ora quello di Giorgetti per portarlo a Palazzo Chigi

Lega 2019 come il Pd 2011? 



Tempi duri per chi sogna Salvini alla presidenza del consiglio. O, almeno, tempi lunghi e (soprattutto) prospettiva incerta.

Che ti fanno i caporioni leghisti due giorni dopo il trionfo della Brexit nelle elezioni politiche in Gran Bretagna? Mentre l'addetto alla propaganda, smesso di parlare per un attimo della Nutella, apre ad un governo di unità nazionale, il portavoce dei capibastone del Nord, il cugino del banchiere Ponzellini, fa immediatamente il nome di chi quel governo dovrebbe guidare. Ovviamente — chi altri sennò! — il da tutti osannato Mario Draghi. Caspita, quanto son sovrani certi "sovranisti"!

Ma le notizie di questo fine settimane sono anche altre. L'inglorioso esercito delle sardine ha fatto tappa a Roma per confermare quel che già sapevamo. Che si tratta di un moderno movimento conservatore, che odia il populismo perché disprezza il popolo. Che urla al fascismo solo per fingere di non vedere la dittatura europea. Un movimento che vuol conservare il dominio delle attuali oligarchie finanziarie, invocando al potere la pretesa "competenza" dei "tecnici" neoliberisti. Un movimento che ama la globalizzazione, e che vorrebbe imporre il "politicamente corretto" dei dominanti per legge. 


Con queste premesse, cosa possiamo aspettarci da questo movimento? Certo, la politica è spesso più complessa di quel che appare, ma l'impressione è che l'antisalvinismo porti oggi a Draghi, come l'antiberlusconismo portò a Monti nel 2011. E non penso se ne sia accorto solo chi scrive...

Ma perché allora gli stessi leghisti si sono messi a dar manforte al disegno dei loro avversari? Ecco una bella domanda alla quale bisogna provare a rispondere.



Mossa tattica o autogol leghista alle porte?


Secondo alcuni la mossa del duo Salvini-Giorgetti, che da sempre giocano in coppia (se ne facciano una ragione Borghi e Bagnai), sarebbe puramente tattica. In base a questa tesi un primo obiettivo sarebbe quello di spiazzare le forze di governo, accentuando le contraddizioni interne alla maggioranza, come pure quelle dentro ai partiti che la compongono. Al tempo stesso — secondo obiettivo — questa mossa avrebbe lo scopo di tranquillizzare tanto i cosiddetti "moderati", quanto (e soprattutto) le oligarchie euriste. Poi, una volta incassato il no di Pd ed M5s, il successo nelle urne (secondo questa lettura comunque vicine) sarebbe ancor più facile.

Questa ipotesi ha però un'insidiosa variante, che corrisponde al nome di Matteo Renzi. Il Bomba potrebbe infatti aprire per primo alla proposta leghista. A quel punto la crisi sarebbe virtualmente aperta, la Lega non potrebbe fare marcia indietro, mentre gli odiati Zingaretti e Di Maio verrebbero a trovarsi in una posizione ancor più angusta dell'attuale. Al tempo stesso la legislatura andrebbe avanti (il che per Renzi è vitale) almeno per un altro anno. Questo calcolo appare tuttavia assai rischioso. Forse troppo anche per un giocatore d'azzardo come il fiorentino. 

E se invece la mossa leghista non fosse solo tattica? O, pur se sempre tattica, avesse comunque un orizzonte temporale ben più lungo? Ecco un'ipotesi assai più intrigante della prima. A mio modesto parere più credibile della prima.

Della Lega conosciamo da sempre la sua anima liberista e, al suo interno, la forza centrale del blocco nordista e filo-tedesco. A questi elementi costitutivi, si aggiungono ora il tentativo di entrare a far parte del Partito Popolare Europeo (PPE) ed il via libera di Salvini (why not?) all'elezione di Draghi al Quirinale.

La risultante di questi quattro dati di fatto può essere una sola, la progressiva normalizzazione del partito e della sua guida salviniana in primo luogo. Non potendo desalvinizzarsi per evidenti ragioni di marketing, la Lega ha però bisogno di portare a termine il suo percorso di normalizzazione — trasformandosi cioè da movimento populista a semplice forza conservatrice — attraverso ulteriori prove di affidabilità. Come escludere che un governo Draghi possa essere una di queste prove, magari proprio quella decisiva? 

Se davvero stanno così le cose, quali probabilità di successo ha questa operazione? Se, come noto, la politica è uno dei campi nei quali si determina più spesso l'eterogenesi dei fini, siamo proprio sicuri che quello leghista non possa rivelarsi come il più clamoroso degli autogol?



La lezione del 2011


Mettiamoci adesso nella testa dei capibastone leghisti. Se il disegno è quello di accreditarsi verso i grandi potentati economici, appoggiare un governo Draghi può essere senz'altro una buona mossa. La base di uno schema che vede come secondo passaggio l'approvazione di una legge elettorale alla "spagnola", trampolino di lancio per chiedere le elezioni anticipate nel 2021, con due anni di anticipo sulla scadenza naturale del 2023.

Domanda: ma Draghi sarebbe disponibile a stare lì solo per un annetto? Ovviamente no, ma se poi c'è la sicurezza di un bel settennato al Quirinale a partire dal 2022 (come già promesso da Salvini) altrettanto ovvio che quel no diventa un sì. Nel frattempo Salvini si sarebbe imparentato con la Merkel, come il suo omologo Orban, ed il gioco sarebbe fatto. 

Un bel quadretto, no? Bello davvero, specie per chi ancora crede al sovranismo del mangia-nutella!

C'è tuttavia un'altra variabile. Un anno di governo di unità nazionale avrebbe i suoi prezzi da pagare. Di immagine, di logoramento e non solo. E qui, di nuovo, come non rammentare quanto accadde nel 2011? Sia pure in termini diversi, allora era il Pd a volersi accreditare, dunque niente elezioni dopo la caduta del Berluska, ma un bel governo Monti a fare il lavoro sporco, dopo di che avremmo avuto Bersani (con Vendola) al potere per vent'anni... Sappiamo tutti come andarono invece le cose...

Venendo all'oggi, chi può escludere che un Draghi a Palazzo Chigi possa divenire una sorta di inamovibile mostro sacro? Di certo in tanti lavorerebbero in quel senso, giornaloni ed economistoni in primo luogo, a far da traino come sempre ai desiderata di Bruxelles.

Ora, i leghisti son personaggi un po' grezzi, ma stupidi proprio no. Ovvio dunque che certi rischi siano stati messi nel conto. Ma perché correrli allora, tanto più nel momento in cui sul piano elettorale si ha il vento in poppa?

Ecco, questa domanda ha una sola risposta: perché non si vuol vincere contro l'oligarchia, si vuole invece farlo con il suo beneplacito. Perché l'internità leghista al blocco dominante è maggiore di quel che sembra, idem per la subalternità ai poteri eurocratici. Perché, detto in altre parole, Salvini fa il duro con gli immigrati, ma la sua "durezza" si ferma sull'uscio di quei potentati con i quali ci si vuole banalmente accordare. Un accordo indispensabile per ottenere il decisivo lasciapassare dell'UE.

Chi ha votato Lega illudendosi sulla vecchia felpa "basta euro" del suo addetto alla propaganda, sappia che ormai tante felpe son passate sotto i ponti. Ed altre ne passeranno, ma quel "basta euro" non solo è dismesso e démodé. Esso è adesso semplicemente bandito, nell'illusione — solo il tempo ci dirà quanto fondata — di poter essere così ammessi a tavola senza troppi problemi.

La conseguenza di tutto ciò è il curioso ritornello sull'ex capo della Bce. Draghi, Draghi e ancora Draghi, neanche i leghisti fossero semplici sardine. Dopo il "why not?" di Salvini per mandarlo al Quirinale, ecco ora quello di Giorgetti per portarlo a Palazzo Chigi. A quando una proposta come Papa o almeno come commissario tecnico della nazionale di calcio?

Del resto, ma come avremmo fatto senza di lui negli anni novanta (quando era Direttore generale del Tesoro) ad ottenere il record mondiale delle privatizzazioni? Come avremmo fatto senza di lui nell'agosto 2011 a scrivere quella bella letterina con la quale si imponeva al governo in carica ed a quelli futuri di ridurre l'Italia in mutande?

Bene, tenetevi stretto Draghi e quel che rappresenta, entrate pure nel partito della Merkel, fate anche un bel governo di unità nazionale basato sulla sudditanza a Bruxelles, ma smettetela almeno di presentarvi come alternativi alla dittatura eurista. 

Che la Lega sia liberista non è certo una novità. Che il suo sovranismo sia perciò sempre stato equivoco idem. Che si arrivi addirittura a Draghi è però un bel salto di qualità.

Sulle contraddizioni del salvinismo, agli inizi di settembre ci permettemmo di formulare dodici domande ad Alberto Bagnai. Domande rimaste giocoforza senza risposta. Bene, tre mesi dopo quelle domande potrebbero forse diventare ventiquattro, quarantotto o novantasei. Ma in fin dei conti basterebbe che si rispondesse ad una: Draghi, perché sì?




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domenica 15 dicembre 2019

OLOCAUSTO, INDUSTRIA DELL'ESTORSIONE di Norman Finkelstein

Effetti "collaterali" di un ordinario bombardamento israeliano su Gaza
[ domenica 15 dicembre 2019]

La defunta e celebre Nadia Toffa, per essersi limitata a dire: «Capisco profondamente il dolore per l’Olocausto ma la storia dice che i palestinesi erano lì da tempo. Che il Signore porti pace tra questi popoli. Preghiamo per la pace», veniva letteralmente subissata di insulti da parte di numerosi pennivendoli che insistono — ne parlavamo giorni addietro — sull'equipollenza tra antisemitismo e antisionismo. 
Sorte ancor peggiore spettò all'attrice ebraica Natalie Portman la quale, per protestare contro la politica genocida israeliana, si rifiutò l'anno scorso di recarsi a Gerusalemme per ricevere il Premio Genesis, noto come il "Premio Nobel ebraico".

Non c'è limite alla disonestà intellettuale di questi sicofanti sionisti, nuovi squadristi del pensiero-politicamente-corretto. 
Costoro hanno subito una sonora batosta da parte del Tribunale di Roma che ha obbligato facebook a riaprire le pagine dei neofascisti di Casa Pound Italia, oscurate in base al criterio, fascista, di "seminare odio". Una sentenza che fa onore al Diritto italiano e che rade al suolo, seppure ex post, i criteri formali quanto pelosi che stanno alla base della molto apprezzata da sionisti (e voluta da Mattarella e tutta la sua corte dei miracoli centro-sinistra-destra) neonata Commissione Segre.
Dietro a tutto questo fumo persecutorio contro ogni posizione critica del sionismo c'è la nuova religione civile globale, quella dell'olocausto ebraico e della sua unicità (Giorno della memoria docet).
Riteniamo utile pubblicare quanto scrisse in merito un noto intellettuale ebraico. Una vera e propria demolizione dei dogmi fondativi dell'industria ideologica dell'olocausto.
«Ognuno ha diritto alla libertà di opinione e di espresssione, il che implica il diritto di non essere molestati per le proprie opinioni e quello di cercare, di ricevere e di diffondere, senza considerazione di frontiera, le informazioni e le idee con qualsiasi mezzo di espressione li si faccia» Dichiarazione internazionale dei Diritti dell'Uomo, adottata dall'Assemblea generale dell'ONU a Parigi il 10 dicembre 1948.

*  *  *

OLOCAUSTO, INDUSTRIA DELL'ESTORSIONE  

di Norman Finkelstein*


Le Monde ha dedicato due pagine e un editoriale (16 febbraio 2001) per mettere in guardia i suoi lettori contro il mio libro Industry of Holocaust. Ci si può lamentare che non abbia fornito un resoconto coerente dei principali argomenti affrontati nel libro e delle prove che li sostengono. Vorrei, prima di tutto, colmare questa lacuna, poi soppesare i potenziali pericoli derivanti dalla pubblicazione del libro. La sua tesi principale è che l'Olocausto abbia, in effetti, dato vita ad un'industria. Le principali organizzazioni americane ed internazionali, di concerto con i governi degli Stati Uniti, sfruttano a fini di potere e di profitto le terribili sofferenze di milioni di ebrei sterminati durante la seconda guerra mondiale e dell'esiguo numero di coloro che sono riusciti a sopravvivere. Con tale sfruttamento privo di scrupoli di queste sofferenze, l'industria dell'Olocausto è all'origine di una recrudescenza dell'antisemitismo e viene in soccorso delle tesi negazioniste. Nell'immediato dopoguerra, i dirigenti ebrei americani, preoccupati di compiacere il governo degli Usa, alleati di una Germania malamente denazificata, avevano bandito l'Olocausto dai propri discorsi in pubblico. Al termine della guerra del 1967, Israele divenne il principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente. Le organizzazioni ebree americane, fino allora molto caute nei confronti dello Stato di Israele — nel timore di essere accusate di "doppia lealtà" — ne abbracciarono con fervore la causa, perché il sostegno ad Israele facilitava l'assimilazione degli ebrei negli Stati Uniti. I dirigenti ebrei, presentandosi come gli intermediari naturali tra il governo americano e il suo "atout strategico" in Medio Oriente, potevano in questo modo avere accesso alle sfere più alte del potere. Per stornare ogni possibile critica, le organizzazioni ebree americane si "ricordarono" dell'Olocausto che, ideologicamente rimaneggiato, si dimostrava un'arma temibile.


Analizzo i dogmi centrali che costituiscono la base ideologica dell'Industria dell'Olocausto: 1) l'Olocausto è un avvenimento decisamente unico e 2) costituisce il punto culminante dell'odio irrazionale ed eterno dei Gentili contro gli ebrei. La dottrina dell'"unicità", sebbene intellettualmente sterilizzante e moralmente discutibile — la sofferenza delle vittime non ebree "non è comparabile" — torna bene poiché è politicamente utile. A sofferenza unica, diritti unici. Secondo il dogma dell'odio eterno dei Gentili, se gli ebrei sono stati sterminati durante la seconda guerra mondiale, è perché tutti i Gentili, carnefici o collaboratori passivi, volevano la loro morte. Il laborioso tentativo di Goldhagen per stabilire una variante di questo dogma (i volenterosi carnefici di Hitler ) non aveva alcun valore scientifico ma, come la dottrina della "unicità", aveva una sua utilità politica. 

Questo dogma conferisce tutti i diritti. Infine, tratto la questione dei risarcimenti materiali. Sostengo che l'industria dell'Olocausto si rende colpevole di una "duplice estorsione": dirotta fondi sia a spese dei governi europei che dei veri sopravvissuti alle persecuzioni naziste. Anche la storia ufficiale dell'organismo incaricato dei ricorsi, la Claims Conference, dimostra che il denaro specificatamente destinato alle vittime dal governo tedesco non è stato utilizzato correttamente. Nel corso dei recenti negoziati sull'indennizzo ai lavoratori dei campi di concentramento, la Claims Conference ha presentato cifre riguardanti i sopravvissuti ebrei decisamente gonfiate. Ebbene, aumentare il numero dei sopravvissuti significa ridurre quello delle vittime. I numeri che fornisce la Claims Conference si avvicinano paurosamente agli argomenti negazionisti. Come diceva mia madre (anche lei sopravvissuta ai campi): "Se tutti quelli che pretendono essere sopravvissuti lo sono realmente, ci si può domandare chi ha ammazzato Hitler!". La maggior parte delle accuse dell'industria dell'Olocausto alle banche svizzere erano infondate o fortemente tinte di ipocrisia. Il rapporto finale della commissione Volcker ha stabilito che le banche svizzere non hanno sistematicamente ostacolato i sopravvissuti dell'Olocausto o i loro eredi nelle loro ricerche, e neppure distrutto dossier bancari per mascherarne le tracce. La scoperta più importante del mio libro è che gli Stati Uniti sono stati anch'essi un rifugio per beni ebrei trasferiti prima o durante la seconda guerra mondiale. Seymour Rubin, un esperto che ha reso testimonianza davanti al Congresso, ha concluso che il dossier americano è peggiore di quello svizzero.


Tuttavia, il rapporto ufficiale della Commissione consultiva presidenziale sui beni dell'Olocausto, reso di pubblico dominio alcune settimane fa, non fa cenno ad alcuna richiesta di pagamento delle somme dovute dagli Stati Uniti. Gli svizzeri e i francesi sono tenuti a sottostare a quest'obbligo morale, gli americani no. Sono trascorsi oltre due anni da quando l'industria dell'Olocausto ha costretto le banche svizzere a un accordo definitivo, ma nessuno dei richiedenti ha ricevuto un centesimo del denaro svizzero. Analizzando attentamente il piano, recentemente approvato, per la ripartizione di questo denaro si desume, infatti, che alle vere vittime toccherà praticamente niente. L'industria dell'Olocausto ha svenduto lo status morale di martire del popolo ebreo e per questa ragione merita il pubblico vituperio. Le Monde si preoccupa che il mio libro possa suscitare antisemitismo. Condivido e rispetto questa preoccupazione. Negare questo pericolo sarebbe dare prova di malafede. Ma è soprattutto la tattica brutale e avventuriera dell'industria dell'Olocausto a creare antisemitismo. Biasimare il mio libro equivale a biasimare il messaggero portatore di cattive notizie. Durante i negoziati con i Tedeschi sul lavoro nei campi di concentramento, un membro della delegazione tedesca mi ha detto: "Voglio essere onesto con lei. Da parte nostra, pensiamo che tutti noi siamo stati vittime di un ricatto". Penso che in privato molti tedeschi onesti siano di questo parere e, purtroppo, hanno ragione. Si può anche supporre che esistano rispettabili cittadini svizzeri e francesi pronti a fare eco a questo sentimento. E non è difficile immaginare ciò che pensano i cittadini dell'Europa dell'Est, nel momento in cui l'industria dell'Olocausto reclama per sé i beni degli ebrei assassinati e fa pressione per accelerare i ritmi per l'estromissione degli attuali occupanti. Lo scopo del mio libro è quello di suscitare l'apertura di un dibattito che avrebbe dovuto avere luogo già da molto tempo. Tenuto soffocato col pretesto del politically correct, il malessere non può che aggravarsi. 

Per evitare il risorgere dell'antisemitismo, i profittatori dell'Olocausto devono essere pubblicamente denunciati e condannati. Come Le Monde, io difendo con la massima energia la memoria dell'Olocausto commesso dai nazisti. Ciò contro cui lotto è il suo sfruttamento a fini politici ed economici. Nessun progresso nella conoscenza storica è possibile fino a quando l'industria dell'Olocausto non metterà fine alle proprie attività. Mi sono sforzato di rappresentare l'eredità dei miei genitori. La principale lezione che mi hanno dato è che si deve sempre confrontare. Stabilire una distinzione tra "le nostre" sofferenze e "le loro" è di per sé una truffa morale. "Non bisogna fare confronti" è il leitmotiv dei maestri cantori della morale.

* Originale su Le Monde, pubblicato su La Stampa del 6 marzo 2001

SARDINE: L'ULTIMO INGANNO di Sandokan

[ domenica 15 dicembre 2019 ]
Non c'è dubbio,
malgrado i manifestanti non fossero affatto i centomila proclamati, la manifestazione di ieri della "Sardine" a Piazza San Giovanni, è stato un successo. 

Ma non prendiamoci per il culo! Altro che "spontaneità dell'onda"! Questo successo non ci sarebbe stato senza il decisivo apporto dei media da una parte e quello (dissimulato) degli apparati della sinistra di regime.

I giornaloni di regime in edicola questa mattina non nascondono la loro soddisfazione...

Su il manifesto di oggi, l'insignificante Norma Rangeri ha colto tuttavia molto bene cosa si agitasse nella piazza:
«Una piazza popolare, non populista. Una piazza contro i fascioleghisti e con il cuore a sinistra».
Dove per "sinistra" ella intende nient'altro che la sinistra sinistrata, quella che con la scusa di impedire che Salvini vada al governo, si riconosce nel governo Conte bis, nell'Unione europea, negli ideali del cosmopolitismo catto-liberale.

Siamo dunque in presenza dell'ennesima metamorfosi di quella che Pasquinelli, con una calzante allegoria, definì sinistra transgenica. Mai dunque commettere l'errore di darla per morta poiché essa viene alimentata dal sistema, e mai, data la sua natura transgenica, considerare la sua metamorfosi come l'ultima. 

Però la metamorfosi pare come una metastasi, o meglio, fa venire in mente la serie cinematografica di Alien, dove la cosa mutante sopravvive sempre perché riesce a farsi incubare dall'umano per poi impossessarsene. 

Quel furbetto bolognese di Mattia Santori da un palco simil-improvvisato, elenca in 6 punti la piattaforma della "Sardine": 
«Uno: pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a lavorare. Due: chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solo nei canali istituzionali. Tre: pretendiamo trasparenza dell’uso che la politica fa dei social network. Quattro: pretendiamo che il mondo dell’informazione traduca questo nostro sforzo in messaggi fedeli ai fatti. Cinque: che la violenza venga esclusa dai toni della politica. E anzi che la violenza verbale venga equiparata a quella fisica. Sei: ripensare, anzi abrogare, il decreto sicurezza». «E da domani inizia la fase due».
Un distillato di "buonismo" e di "politicamente corretto". Il niente dal punto di vista della sostanza politica. Ma non lasciatevi trarre in inganno. Questo niente politico è voluto, serve a nascondere la ciccia, che consiste nel fare da truppa ausiliaria progressista  dell'armata neoliberista ed europeista.

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