mercoledì 6 novembre 2019

LA FESSERIA DI FRANCESCO AMODEO di Piemme

[ mercoledì 6 novembre 2019]

Nel campo "sovranista" c'è tanta roba. Spesso anche la spazzatura. Non saprei come altro definire l'ultima cazzata di Francesco Amodeo.

C'è un limite all'infantile concezione complottista della storia. Questo limite Amodeo lo ha superato. 

Il Risorgimento? La nascita dell'Italia come stato-nazione? Per Amodeo colo un complotto massonico. Anzi, per la precisione della finanza ebraica.

Quel complesso, controverso e per certi versi disgraziato processo di liberazione e unificazione nazionale ridotto ad una cospirazione, per la precisione ad "un golpe" degli onnipotenti e onnipresenti banchieri Rothschild.

Anche volendo sorvolare sulle implicite nostalgie borboniche, resta che come storico e storiografo Amodeo è proprio una schiappa.

Su cosa infatti si basa Amodeo per sostenere la sua fregnaccia? 

Ha pescato negli archivi della Camera dei Deputati [vedi foto a destra] un atto del del 4 agosto 1861 dal quale si evince che il governo incaricò i banchieri Rothschild di sovraintendere il concambio dei debiti degli stati preunitari — lo neonato stato unitario infatti se li accollò.
Per questo servizio lo Stato italiano si impegno coi Rothschild per la cifra di 30mila lire.

Amodeo spaccia questa cretinata per una grande, impressionante e geniale scoperta — dove il genio sarebbe lui medesimo. Egli invece si dimostra un grossolano principiante. 

Se si fosse applicato un po' più seriamente avrebbe verificato non solo che i Rothschild gestivano simili transazione finanziarie per nome e per conto di diversi altri stati europei. Avrebbe quantomeno, per poter supportare la tesi che i Rothschild furono i burattinai del Risorgimento, dovuto verificare a quanto ammontasse il debito pubblico totale del neonato Stato unitario, quindi commisurare la consistenza della quota per la commissione dovuta ai Rothschild al totale. Lo avesse fatto avrebbe evitato di cadere nel suo errore madornale e di spacciarlo per una "geniale scoperta".

Vediamoli questi dati.

Nel 1861 — il regno d'Italia fu proclamato il 17 marzo — il rapporto debito pubblico/Pil era al 45%. Passò al 96% nel 1870. Per la precisione nel primo completo esercizio finanziario del 1862 le entrate correnti coprirono solo il 57,8% delle spese correnti e fino al 1864 si verificarono disavanzi di parte corrente superiori a 300 milioni di lire. Il deficit di parte corrente arrivò al culmine nel 1866 con un valore pari a 543 milioni.[1] 
Viene fuori che la cifra dovuta ai Rothschild (30mila lire) sul totale del debito contratti ala data del 1861 (300milioni) corrispondeva allo 0,01%. Uno spicchio insignificante, davvero pochino per asseverare l'idea che l'Italia si unificò sotto l'egida di banchieri stranieri, che quindi essi ipotecarono lo Stato unitario.

Il nostro quindi conclude:
«Ci sono sovranisti che inneggiano a Mazzini e Garibaldi.Ci sono meridionalisti che si definiscono pro Europa.Sono le due categorie più dannose alla causa di liberazione del Paese».
Va bene stendere un velo pietoso sui "meridionalisti" europeisti, ma questo non può giustificare in alcun modo sbeffeggiare il movimento patriottico e democratico, rispolverando simpatie borboniche. La domanda vera è: ma che tipo di sovranista è Amodeo? Quali le sue radici storico-ideali?

Infine: è inammissibile liquidare Mazzini e Garibaldi come pupazzi dei Rothschild. Tantomeno lo è stabilire l'equipollenza tra le forze conservatrici-monarchiche con quelle rivoluzionarie e repubblicane, sorvolando bellamente sul fatto che queste ultime furono sconfitte e ne pagarono a caro prezzo le conseguente (Mazzini con una condanna a morte pendente sul suo capo), Garibaldi, tratto in arresto dai piemontesi, poi da francesi, e quindi esiliato a Caprera. Si tratta di un'operazione ideologica meschina e indecente, frutto di dilettantismo o di malafede.

Ps

Si dirà che Francesco Amodeo è un libero pensatore, probabilmente affetto da narcisismo, che quindi può affermare "liberamente" quel che gli passa per la testa. Ci risulta tuttavia che Vox Italia lo abbia arruolato, addirittura nella direzione nazionale. sarebbe interessante sapere quale sia la posizione

NOTE

[1] Degno di nota non solo il fatto che l'assunzione dei debiti degli stati pre-unitari fu la causa di questo dissesto delle finanze pubbliche del neonato Stato unitario, ma che i debiti degli Stati preunitari che vennero iscritti nel Gran Libro del debito pubblico provenivano dal Regno di Sardegna per una quota pari al 57,22%, ma il 29,40% dal Regno di Napoli e Sicilia.




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lunedì 4 novembre 2019

(DIS)INTERESSE NAZIONALE di Leonardo Mazzei

[ martedì 5 novembre 2019 ]

Fiat ed Alitalia: altri due colpi all'occupazione ed all'economia italiana (e adesso arriva l'Ilva)

Per alcuni è una parolaccia, per altri uno slogan gridato senza coerenza alcuna. L'interesse nazionale, che in questi casi è soprattutto interesse del popolo lavoratore, sembra non interessare più a nessuno. Meglio litigare, invece, su plastic e sugar tax, nomi inglesi di italiche tasse raschia-bidone.

Eppure i temi non mancherebbero: Fiat (od Fca, come ora si chiama) ed Alitalia in primo luogo.

Cosa dice il governo, cosa dicono i partiti ed i commentatori su queste due vicende? Nulla, normale amministrazione di un Paese che muore. Che si vuol far morire.

Alitalia


Per l'Alitalia è giunta l'ora - ma guarda un po' - di Lufthansa. La compagnia tedesca si "offre" di entrare nella società per l'iperbolica cifra di 150-200 milioni, contro i 100-120 di Delta. Ma i tedeschi vanno al sodo. I loro spiccioli arriveranno solo ad alcune condizioni: meno aerei, meno spese e soprattutto meno occupazione, con un taglio che sembrerebbe quantificato in circa 5mila posti di lavoro da sopprimere.

Cinquemila occupati in meno non sono bruscolini, ma per l'Italia non è questo l'unico aspetto negativo. Con il piano di Lufthansa, sponsorizzato dalla solita Atlantia dei noti benefattori Benetton, Alitalia scadrebbe al ruolo di compagnia regionale, mero tassello della strategia e del business del gigante tedesco con sede a Colonia. La riprova di tutto ciò sta nella condizione più pesante posta nella lettera arrivata dalla Germania: Alitalia dev'essere privata, il Ministero del Tesoro dovrebbe cedere la sua quota entro tre anni!

Il fatto che il governo taccia di fronte ad una simile sfacciataggine - quattro spiccioli in cambio del pieno controllo della società! - la dice lunga su quanto il ceto politico italiano sia venduto ai grandi potentati economici d'oltralpe, quelli tedeschi in questo caso.

Negli anni lo Stato ha speso molto per Alitalia, ma mai per rilanciarla, che altri dovevano essere i dominus dei cieli europei: British Airways, Air France ed appunto Lufthansa. Così fu deciso a suo tempo dall'Unione Europea. I soldi pubblici sono quindi serviti non a rilanciare l'azienda, bensì a smantellarla lasciandola morire. Ed il compito coscientemente assegnato dal governo ai "commissari straordinari" è stato proprio questo: non fare nulla per migliorare la situazione aziendale allo scopo di favorirne la solita svendita ai soliti noti.

Ma che oggi si discuta di offerte da 100-200 milioni di euro, come potessero risultare decisive, è oltremodo offensivo. Molti non lo sanno, ma nelle scorse settimane lo Stato - attraverso il Fondo strategico italiano (Fsi), controllato da Cdp, dunque dal Tesoro - ha trovato il modo di mettere oltre 166 milioni di euro nella società farmaceutica Kedrion, di proprietà della famiglia Marcucci, quella dell'attuale capogruppo del Pd al Senato (i conflitti di interesse sono tanti...). Piccola ingenua domandina: non sarebbe stato meglio utilizzarli per rafforzare il controllo pubblico su Alitalia, anziché svenderla per 200 milioni dopo aver speso un miliardo e 300milioni negli ultimi 18 mesi?

Fca (Fiat Chrysler Automobiles)


Se la vicenda Alitalia grida vendetta, quella di Fca non è da meno. La fusione con la francese Psa (Peugeot e Citroen) è stata annunciata come una necessità, il modo per competere con i gruppi più grandi del settore, quello di entrare davvero nel campo dell'auto elettrica.

La stampa ha presentato questa fusione come un'operazione alla pari senza vincitori né vinti. Ma che sia così non ci crede proprio nessuno. E' vero, il capitale della nuova società sarà suddiviso al 50% tra gli azionisti di Fca e quelli di Psa, ma nel consiglio d'amministrazione Psa avrà la maggioranza (6 membri su 11) e l'amministratore delegato sarà quello stesso Carlos Tavares che guida il gruppo francese dal 2014.

La verità è che i francesi hanno acquistato Fca, tant'è che al gruppo italo-americano è stato pagato un premio di 6,4 miliardi (da qui il boom del titolo in borsa), dei quali ben 5 finiranno in una maxi-cedola agli azionisti, di cui 1,6 miliardi andranno ad Exor, la cassaforte della famiglia Agnelli. Morale: gli azionisti Fca (gli Agnelli in primis) hanno incassato i soldi, i francesi di Psa hanno preso il controllo del gruppo. Amen.

Quali le conseguenze di questo passaggio? Secondo il professor Giuseppe Berta, storico dell'industria e grande esperto delle strategie di Fca, le cose sono chiare. «E' inevitabile che ci saranno tagli agli impianti e all’occupazione nel medio e nel lungo termine», ha dichiarato al Fatto Quotidiano. Fin qui fin troppo ovvio, quando mai le fusioni industriali non portano a tagli occupazionali? Ma dove avverranno con ogni probabilità? Semplice, risponde Berta: «Nell’azionariato di Psa c’è lo Stato francese (13%, ndr) e Opel è un pezzo del sistema industriale tedesco. E’ un pensiero fin troppo positivo quello secondo cui in Italia non succederà niente».

Chiaro? Fin troppo direi. D'altronde le voci sono che in Italia resterebbero solo le produzioni delle auto di lusso, mentre il resto andrebbe in Francia. Già oggi le fabbriche italiane di Fca producono 700mila autoveicoli all'anno a fronte di una capacità di un milione e 400mila, ma in futuro le cose non potranno che peggiorare. E così, dopo la beffa del trasferimento della sede legale ad Amsterdam (il fisco ha le sue ragioni, ma non scordiamoci mai di onorare San Marchionne!), l'Italia sarà chiamata nei prossimi anni a pagare un nuovo prezzo in termini di posti di lavoro.

Ma non si dica a Conte, né ai suoi amici piddini e pentastellati. Costoro, da tanto che contano, pare non fossero neppure informati dell'operazione. E se lo erano tanto peggio. Sta di fatto che le prime parole del Presidente del consiglio sono consistite nell'inqualificabile:  «È un’operazione di mercato». Sottinteso, trattandosi di «un'operazione di mercato», cioè del nuovo Dio di questi pezzenti, nulla si può dire, meno ancora si può fare.

Alitalia ed Fca: cos'altro ci vuole per capire che la difesa dell'interesse nazionale è oggi una priorità assoluta per chi vuol tutelare gli interessi dei lavoratori? E che per praticarlo bisogna mandare a casa il prima possibile questo governo del massimo (dis)interesse nazionale?

PS - Mentre chiudo questo articolo, arriva il ricatto di ArcelorMittal sull'Ilva di Taranto. Ecco cosa succede a mettersi nelle mani delle multinazionali e del "mercato" tanto caro a Conte. Ecco cosa succede ad uno Stato privo, anche a causa dei vincoli europei, di una politica economica ed industriale degna di questo nome. Altro che sugar tax!

LIBERTÀ NON TORTURA PER JULIAN ASSANGE

[ lunedì 4 novembre 2019 ]
Secondo lo svizzero Nils Melzer, responsabile Onu contro la tortura, il fondatore di Wikileaks va immediatamente liberato dal carcere britannico «per proteggere la sua salute e la sua dignità»
«Julian Assange continua ad essere detenuto in un carcere di massima sicurezza, in condizioni di sorveglianza e isolamento estreme e non giustificate, mostra tutti i sintomi tipici di un’esposizione prolungata alla tortura psicologica. È necessario, dunque, che il governo britannico lo liberi immediatamente per proteggere la sua salute e la sua dignità. È inoltre da escludere la sua estradizione negli Usa». È quanto ha dichiarato il responsabile Onu contro la tortura, lo svizzero Nils Melzer, dopo aver visitato nel carcere britannico di massima sicurezza, dov’è recluso dall’11 aprile scorso, il fondatore di Wikileaks.

Assange è accusato di aver svelato prove di crimini di guerra e di altri illeciti commessi dagli Stati Uniti in Iraq e Afghanistan. E mentre il governo americano persegue Assange «i responsabili dei crimini da lui denunciati continuano a beneficiare dell’impunità», ha dichiarato Melzer.

E non è solo contro gli Stati Uniti che il rappresentante Onu punta il dito. «Il governo britannico, infatti - aggiunge - nonostante l’urgenza della mia richiesta di cure e libertà per Assange non ha preso alcuna misura in suo favore».

In virtù della Convenzione contro la tortura, infatti, gli Stati di fronte ad una denuncia come quella avanzata dal rappresentante Onu devono avviare rapidamente un’inchiesta per stabilire se esiste una ragionevole ipotesi che un atto di tortura sia stato commesso. Invece, spiega Melzer, il governo britannico 5 mesi dopo la mia visita a Assange, in maggio, e la mia denuncia «ha escluso categoricamente la mia analisi senza esprimere la volontà di prendere in considerazione le mie raccomandazioni».

Inoltre, sottolinea il rappresentante Onu, «nonostante la complessità dei procedimenti avanzati contro di lui da parte del governo più potente del mondo, l’accesso di Assange alla consulenza legale e ai documenti è stato gravemente ostacolato, minando il suo diritto fondamentale di preparare la sua difesa».

Melzer denuncia inoltre come «l’arbitrarietà palese sostenuta sia della magistratura che del governo suggerisce in questo caso un allarmante allontanamento dall’impegno del Regno Unito nei confronti dei diritti umani e dello Stato di diritto». Dunque «se il Regno Unito non modificherà con urgenza la situazione disumana in cui versa il fondatore di Wikileaks, Assange continuerà ad essere esposto all’arbitrarietà e agli abusi che potrebbero costargli la vita».

L’ultima apparizione pubblica di Assange, dimagrito e con qualche difficoltà di parola, risale al 21 ottobre quando è comparso in tribunale a Londra per un’udienza del processo contro di lui.

domenica 3 novembre 2019

ERRI DE LUCA: LA LOTTA CONTINUA di Mila Mercadante

[ domenica 3 novembre 2019 ]

Diversi anni fa conobbi Erri De Luca di persona perché mi concesse di intervistarlo. L’incontro durò circa due ore e ne conservo un ottimo ricordo. Non riesco a collegare le parole, lo sguardo di quell’uomo mite e riservato, la sua evidente esigenza di oggettività con la paradossalità di certe sue affermazioni attuali. Un suo articolo apparso su La Repubblica il 30 ottobre, dal titolo Il razzismo spiegato a Salvini, stupisce non poco per la contraddizione profonda e inconsapevole delle argomentazioni. 

De Luca appartiene alla schiera dei difensori del seme dell’umanità e delle cause buone, è uno dei paladini dei sentimenti di giustizia e di verità che non si accorgono d’essere prigionieri di una ragione che è totalmente strumentale e che si guarda bene dal prendere una posizione netta e inequivocabile contro il capitalismo. La spinta verso l’uniformità e la chiusura che costituisce senza dubbio il terreno fertile dell’intolleranza viene contrastata mettendo al centro della scena l’immigrato come forma-merce e così si finisce col proporre un’altra specie di barbarie. 

Erri De Luca per rendere omaggio all’antirazzismo ottiene un risultato che sconcerta e atterrisce. Il titolo dell’articolo diventa comico e gli si ritorce contro: il razzismo a Salvini in effetti lo spiega benissimo, nel senso che contrappone il razzismo dell’inclusione a quello dell’esclusione ma sempre di razzismo si tratta, perché la variante dell’inclusione incorpora lo straniero sulla base di una gerarchia stabile, che è quella tipica del suprematismo dei bianchi. Ecco uno stralcio dell’articolo:
«In economia la rinuncia all’impiego di manodopera immigrata a basso costo è atto di autolesionismo. L’Ungheria è il caso patetico di un governo costretto a obbligare per legge i propri connazionali a oltre 400 ore di straordinario all’anno per sopperire al deficit di forza lavoro. Da noi il supplichevole slogan non riesce a convincere la nostra manodopera a lavorare nei campi a tre euro all’ora dall’alba al tramonto. […] Gli imprenditori agricoli si trovano costretti malvolentieri a impiegare i secondi, i terzi, visto che i primi non si presentano. Stesso insuccesso si riscontra per il gran fabbisogno di badanti a sostegno della nostra popolazione, diventata la più anziana del mondo dopo la giapponese. Il razzismo induce a credere che da noi ci sia un’invasione di stranieri, mentre il fenomeno è perfettamente opposto: più di 5 milioni di connazionali sono iscritti nel registro dei residenti all’estero. La presenza di immigrati è di molto inferiore, dunque l’Italia è un paese in via di evasione».
Il tentativo di contrabbandare l’utilitarismo e lo sfruttamento come equivalenti della vicinanza umana e dell’antirazzismo fallisce miseramente. In pratica lo scrittore 
— ripetendo concetti vecchi — dice che noi abbiamo bisogno di una forza lavoro che svolga mestieri umilianti, usuranti e sottopagati perché quei mestieri non li vogliamo fare. 

Erri De Luca
Braccianti agricoli e badanti vengono descritti secondo una logica prettamente coloniale: l’aspetto parassitario della nostra dipendenza dal “lavoro sporco” che gli immigrati svolgono rientra nell’orizzonte della giustificazione di un sistema violento fondato proprio sul pregiudizio razziale che si vuole criticare e condannare. Non è razzista il concetto secondo cui lo straniero può coesistere nella nostra società soltanto o soprattutto sulla base della subordinazione? Deve sostituirci laddove noi – pancia piena – rifiutiamo di cedere, deve riempire i vuoti che noi lasciamo emigrando. A parte il fatto che non è vero che gli italiani rifiutano i mestieri sottopagati, a parte il fatto che se si emigra significa che il paese è tornato indietro, la domanda che farei a De Luca è: che cosa sono le vittime del caporalato o le badanti secondo il suo ragionamento? Eccezioni alla promessa di uguaglianza?

L’immigrazione non ha i caratteri dell’invasione ma in questo tempo di minacce continue e di crisi perenne ha comunque alimentato la questione identitaria a destra e per contro ha dato alla sinistra moribonda un’occasione per occuparsi ancora degli ultimi, visto che la scissione dalla classe operaia e dai problemi di chi si sente schiacciato da mercatismo, disoccupazione e impoverimento progressivo sembra irreparabile. C’è stato un tempo buono in cui per la sinistra la questione nazionale era considerata fondamentale per lo sviluppo dell’autodeterminazione, dell’uguaglianza, del socialismo; oggi lo Stato nazione è diventato l’emblema dell’intolleranza e la causa della violenza. Piuttosto che approfittare della grossa lacuna culturale e politica che impedisce da sempre alle destre di costruire una visione complessiva e finita dell’economia e della società, piuttosto che trovare il modo di costruire un progetto coerente, la sinistra ha abbracciato solo battaglie civili frammentarie come ambiente, femminismo, pacifismo, multiculturalismo, fino ad arrivare alla delegittimazione delle istanze della cittadinanza e dell’esperienza comune. Per tornare a De Luca, il suo tratto donchisciottesco è lo specchio in cui la sinistra deve guardare e riconoscersi: il modo in cui essa pensa e agisce non può offrire niente al paese.

* Fonte: Milapersiste

sabato 2 novembre 2019

SPAGNA E CATALOGNA di Giovine Italia

[ domenica 2 novembre 2019]

Le immagini che si susseguono dalla Catalogna dovrebbero far molto riflettere su quanto il governo spagnolo sia antipopolare e antidemocratico, impregnato tutt’ora dell’eredità franchista che non è stato possibile spazzar via con un semplice passaggio dinastico. Le forze dell’ordine ricalcano il ruolo dei militari golpisti, reprimendo e massacrando una popolazione che dovrebbero invece difendere. Tutto ciò non è un fatto isolato bastino le prese di posizione del governo spagnolo, a partire da quello che pensa riguardo all’attacco fatto a danno dei Curdi, e per cui l’UE è rimasta indifferente, al supporto del governo liberista di Moreno e l’appoggio ai terroristi in Venezuela.
Giovine Italia si schiera al fianco di tutti gli iberici che sognano un altro modello di stato e di società, un modello che sia sì fondato sull’unità, ma da liberi uomini e popoli, in seno ad una repubblica democratica, popolare e federale. La Spagna può e deve andare avanti unita, con un popolo raccolto sotto un’unica bandiera, che crede nell’unità del proprio Paese e nel suo riscatto, ma tutto questo non può partire da questo governo e soprattutto da una monarchia. Giovine supporta il modello repubblicano, dove per esso non si intende solamente una forma politica, ma una dimensione morale, economica e sociale diametralmente opposta a quella vigente tanto in Spagna quanto nel resto dell’Occidente. Dunque il popolo spagnolo deve lasciarsi alle spalle la monarchia e i Borboni e guardare a questa nuova forma di governo. La strada non sarà facile, ma il primo passo da fare, ed è quello che ogni popolo europeo dovrebbe fare se crede nella libertà e nella gloria della propria Patria, è quello di distruggere l’UE che non unisce ma anzi divide.
La battaglia, giusta e sacrosanta, per la sovranità popolare e democratica non sia presa come paravento da forze reazionarie per nascondere dietro belle parole d’ordine la propria semina di zizzania fra e dentro ai popoli. Il nemico del barcellonese non è il madrileno, pensare questo è o sintomo di ignoranza o indizio di manifesta malizia. Ad ogni popolo la sua sovranità, ma che nessuno si frapponga all’unità di questi in seno all’Umanità.
Abbasso tutti i padroni, viva popoli europei che lottano per la loro libertà!

+ Fonte: Giovine Italia

venerdì 1 novembre 2019

CHE FINE FARÀ L'ITALIA? di Moreno Pasquinelli

[ venerdì 1 novembre 2019 ]

Testa d'uovo è una definizione spregiativa di quegli intellettuali che discettano sulla realtà dispensando pillole di saggezza su come le cose dovrebbero secondo loro andare. Uno degli elementi dell'immagine stereotipata dell'intellettuale è la fronte molto alta (ritenuta segno di intelligenza superiore) che fa assomigliare la testa a un uovo. L'espressione nacque in America nel 1952 per ironizzare sul candidato presidenziale Adlai Stevenson, accusato di astrattezza e calvo come un uovo, e sui suoi collaboratori. 
Ernesto Galli della Loggia, celebre editorialista del Corriere della Sera, ci fa venire in mente proprio quell'Adlai Stevenson lì. Egli è ovviamente persona intelligente e colta, e spesso c'azzecca. A volte, invece, si lascia andare a profezie improbabili.
E' il caso dell'editoriale del 28 ottobre — Il senso di un voto — a chiosa del terremoto elettorale umbro del giorno prima.

Dopo aver giustamente affermato che l'Italia sta
«vivendo una drammatica fase di rifondazione del suo sistema politico, un vero e proprio passaggio di fase storica, forse domenica avviato a una conclusione».
egli giunge alla conclusione che questa "rifondazione" si concluderà, né più e né meno, in un ritorno alla "prima repubblica". Della Loggia stabilisce così un'analogia tra l'attuale "passaggio di fase storica" a quello che l'Italia conobbe tra il 1945 e il 1948.

Per far tornare i conti il nostro compie due mosse. 

La prima riguarda il Movimento 5 Stelle. Per Della Loggia esso non è che una riedizione dell'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini: una "improvvisa fiammata di protesta destinata a spegnersi", condannata quindi a non lasciare traccia e ad essere assorbita nell'alveo sistemico .

La seconda riguarda la Lega salviniana. Sentiamo:
«Ma come accadde tra il 1945 e il 1948, anche oggi la rifondazione del sistema politico sembra non poter avvenire che all’insegna di un grande compromesso con la pancia conservatrice del Paese. In Italia infatti sembra che solo così possano nascere nuovi equilibri stabili, salvo poi evolvere verso altri lidi. Lo straordinario successo attuale della destra sembra preludere - e insieme essere già il frutto - di un compromesso del genere: alla luce del quale la presenza di Forza Nuova nella piazza leghista di oggi ha lo stesso valore di un segnale inequivocabile che ebbe la presenza di Rodolfo Graziani sul palco insieme ad Andreotti in un lontanissimo comizio ad Arcinazzo nei remoti anni del centrismo. Perché è per l’appunto questo che oggi la Lega può accingersi a fare forte del suo potenziale consenso: ripercorrendo le orme della Democrazia Cristiana del ’48, cercare di rifondare intorno alla propria forza un blocco paracentrista di governo: con Meloni come sua corrente interna-esterna di tono più radicale, con Forza Italia in versione simil-Partito Liberale e magari con Matteo Renzi sulla sinistra in funzione simil-saragattiana». [sottolineatura nostra]
Pronostico e analogia, quelle del nostro, astrattissime e sommamente sballate, e per due ragioni essenziali.  

La prima. Dopo il secondo conflitto mondiale l'Occidente, tra cui il nostro Paese, conobbe un ciclo economico espansivo ( i "trenta gloriosi") senza precedenti.
Ernesto Galli della Loggia
La seconda. Si uscì dal secondo conflitto mondiale con la divisione del mondo in due blocchi contrapposti e ostili, con l'Italia segnata più di ogni altro paese occidentale da questa polarizzazione, che fu ideologica e sociale.

Questi due fattori ci aiutano a comprendere le ragioni del lungo e stabile dominio politico democristiano, e perché l'esperimento populista di destra de  L'Uomo Qualunque fosse destinato ad essere una aleatoria fiammata.

E' evidente come l'analogia tra l'adesso e l'allora non regga ad un'analisi seria.

Non solo la divisione del mondo in due blocchi sta lasciando il posto ad un "disordine multipolare" o policentrico — la qual cosa pone l'Italia, non fosse che per la sua strategica posizione geopolitica, davanti all'obbligo di dover scegliere con quale blocco di potenze schierarsi. V'è poi la crisi congenita dell'Unione europea la quale, stretta tra la spinta alla disgregazione e quella opposta a costituirsi in un super-stato, non solo destabilizza in modo permanente il nostro Paese ma lo pone davanti ad un vero e proprio dilemma esistenziale: essere o non essere più uno stato-nazione. 

Questo per dire che l'inevitabile disordine geopolitico che abbiamo davanti si riverbererà direttamente sul nostro Paese non consentendogli alcuna uscita dal pantano, o stabilizzazione di regime.

Ma c'è un secondo fattore che smentisce la profezia di Della Loggia: è la crisi organica, economica, sociale, istituzionale e morale del sistema capitalistico occidentale e di cui l'Italia rappresenta uno degli aneli deboli. Non abbiamo davanti un "trentennio glorioso" di crescita economica ma, al contrario, se non il rischio di una nuova catastrofe stile 1929, quella che l'economista Alvin Hansen chiamò stagnazione secolare.

Siamo insomma, non davanti ad un ciclo di stabilizzazione tipo quello che conobbe la "prima repubblica", bensì, al contrario al punto culminante del cosiddetto "Momento Polanyi", ovvero dentro una tempesta globale che potrebbe travolgere l'Italia precipitandola in un periodo di aspri conflitti sociali e politici.

Qui ci spieghiamo la comparsa sulla scena dei due populismi, quello pentastellato e quello salviniano. Che in questa condizioni storico-sociali essi siano destinati a subire profonde metamorfosi è sicuro, che non lasci tracce il primo e che il secondo subisca un processo di normalizzazione neo-democristiano, non sta né in cielo né in terra. 

Scambiando i suoi desideri per la realtà quella di Ernesto Galli Della Loggia si rivela insomma una profezia da quattro soldi. Qui bisogna preparasi al peggio o, seconda dei punti di vista, al meglio.


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giovedì 31 ottobre 2019

ANTISEMITISMO di Sandokan

[ giovedì 31 ottobre 2019 ]

Vado subito al punto.

Fossi stato un senatore ieri mi sarei astenuto (in senato l'astensione equivale a voto contrario) sul disegno di legge che istituisce la "commissione contro razzismo e antisemitismo". 

La ragione è presto detta. In nome della sacrosanta battaglia contro razzismo e antisemitismo, questo disegno istituisce un organismo orwelliano in stile "Grande fratello" preposto al "controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo", tenuto quindi "alla raccolta dei dati e la loro periodica pubblicazione".

Un atto simbolico e politico gravissimo poiché di null'altro si tratta se non di un organismo preposto a spiare i cittadini e poi a suggerire la censura, con quindi la facoltà di suggerire sanzioni penali.

Si tratta, a ben vedere, di un provvedimento repressivo e anticostituzionale.

Mi fa specie dirlo ma Salvini ha ragione: "Non vogliamo bavagli e stato di polizia", salvo dovergli rinfacciare che proprio lui, coi suoi "decreti sicurezza", ha alimentato la paranoia sicuritaria e dato una spinta allo Stato di polizia che oggi biasima. 

Dietro alla maschera del "politicamente corretto" la commissione stabilirà cosa è lecito e cosa non lo è, chi potrà esercitare il diritto della libertà di parola e di pensiero e chi invece dev'essere messo a tacere.

La decisione presa dalla maggioranza dei senatori, impossibile non vederlo, è ispirata ad un principio giuridico fascista (quello dell'odio), per la precisione s'ispira al Codice Rocco in particolare al dispositivo dell'art.415:
«Chiunque pubblicamente istiga alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico , ovvero all'odio fra le classi sociali, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni».
Le due parole chiave sono infatti "istigazione all'odio". Cosa debba intendersi per "odio" saranno beninteso lorsignori a stabilirlo, quindi a decidere quali testate, quali siti o blog, quali pagine facebook o account twitter chiudere de jure.

Come ieri non potevi dire o scrivere, che so,  "borghesia razza bastarda", "vorrei ammazzare tutti gli sfruttatori", "viva la lotta di classe contro il capitalismo"; lorsignori vorrebbero mettere fuori legge non solo chi rifiuta l'atto metafisico di giurare amore eterno verso la setta religiosa ebraica, bensì tutti coloro che
ritengono Israele uno stato illegittimo fondato sull'apartheid — Salvini ricordi quando a Gerusalemme facesti questo giuramento?. Vorrebbero spazzare via chi considera, giustappunto, il sionismo, un'ideologia razzista e suprematista. 

Proprio come diceva Orwell il regime istituisce qui, in verità, una "neolingua" come mezzo per rimpiazzare le vecchie abitudini mentali per rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. 

In nome dell'antifascismo, ecco a voi il fascismo, beninteso politicamente corretto... 



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mercoledì 30 ottobre 2019

TASSE ED EVASIONE, LA VERITÀ di Enrico Gatto

[ mercoledì 30 ottobre 2019 ]
L'Italia dal 1992 è in avanzo primario (a eccezione di un disavanzo dello 0,9% nel 2009). Questo significa che le entrate fiscali (tasse) sono superiori alla spesa pubblica (in soldoni a noi cittadini torna indietro meno di quanto paghiamo).
Al contrario di quanto racconta la vulgata ideologizzata "terrorista" e autorazzista del siamo vissuti al di sopra delle nostre possibilità, perciò, il nostro è un Paese assai virtuoso da quasi 30 anni (nessuno al mondo ha fatto meglio nello stesso periodo).



Fatta questa premessa passiamo ad analizzare le vere funzioni delle tasse (esse non servono infatti a pagare la spesa pubblica).
Lo Stato impone tasse ai propri cittadini:
1. Per imporre la moneta a corso legale (obbligando di fatto i cittadini ad utilizzarla in quanto l'unica accettata per il pagamento, appunto, degli oneri fiscali);
2. Per controllare l'inflazione (tassando più o meno si riduce/aumenta la massa monetaria e si regolano i prezzi);
3. Per redistribuire la ricchezza.
La spesa pubblica è fatta a monte del prelievo fiscale e si sostiene con l'emissione monetaria (fatta d'imperio e sovranamente dallo Stato*, dal nulla).
Prima si spende e si mette in circolazione la moneta e solo poi si raccoglie tassando.
A questo punto è evidente che evadere le imposte non sottrae soldi alla spesa pubblica (ospedali, scuole, strade, servizi, ecc.) in quanto le tasse non servono a quello scopo e anzi l'evasione, mantenendo una maggiore quantità di denaro in circolo nell'economia reale (gli evasori quei soldi li spendono o li investono), contribuisce un po' a ridurre la deflazione e a impedire una più brutale crisi e recessione. Non suggerisco assolutamente di lodarla ma quantomeno di valutare bene i motivi che spingono a tale pratica e, in parte, a giustificarla perché una pressione fiscale che supera il 60%, e spesso costringe a chiudere e spinge a suicidarsi, è immorale (le multinazionali, invece, "eludono a norma di legge" pagando meno del 5% - o addirittura zero - di oneri, facendo quindi concorrenza sleale, costringendo a chiudere migliaia di piccole e medie imprese e riassorbendo molti meno lavoratori - e a condizioni peggiori - rispetto ai posti che distruggono).
La stigmatizzazione e persecuzione del piccolo evasore, ovviamente, non è la soluzione (è una falsa soluzione a un problema distorto) ma fa presa sul senso comune (artatamente confezionato); serve solo a distrarre dalla necessità di altri veri interventi di natura macroeconomica e ad alimentare la guerra orizzontale tra gli ultimi (il sempiterno divide et impera).
* Nella scellerata €urozona, per scelta politica, si è demandato questo ruolo a una Banca Centrale privata: gli Stati debbono elemosinare a prestito la moneta dalle banche commerciali private tramite l'emissione e la vendita di titoli del debito pubblico sul mercato. Il debito è inestinguibile (ma nemmeno deve essere ripagato) per una questione di matematica finanziaria sugli interessi compositi (dal 1980 abbiamo pagato 3900 miliardi di €uro di interessi a fronte di un debito che oggi è di quasi 2500 miliardi) e così si è ingabbiati e ricattati (da gruppi bancari e finanziari), grazie ai trattati, in secula seculorum.

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