giovedì 10 maggio 2018

NON FATE COME TSIPRAS di Piemme

[ 10 maggio 2018 ]

Contenti per l'esito del terremoto elettorale del 4 marzo non esitammo ad invocare un governo M5S-Lega per porre fine alle politiche austeritarie di sudditanza verso l'euro-germania.

Dopo due mesi di manfrina (le cui responsabilità ricadono anche sulle spalle di Salvini e Di Maio) sembra che questo governo prenda vita. Non nasce sotto una buona stella, ma meglio così. Vedremo se Di Maio e Salvini troveranno la quadra.

Non è detto che ci riescano. Se ce la faranno vedremo quale sarà il programma, chi il Presidente del consiglio, quale la sua compagine. Solo allora si potrà dare un giudizio.
Non meniamo il can per l'aia: il banco di prova è anzitutto la politica economica. Avranno il coraggio Di Maio e Salvini di rispettare le aspettative di cambiamento venute dalle urne e di porre fine davvero alle politiche austeritarie? Detto altrimenti: andranno in rotta di collisione coi diktat dell'Unione europea?

Nello stesso comunicato del 20 marzo  scrivevamo: 
«Noi dubitiamo che queste due forze abbiano il coraggio di intraprendere questa strada. Proprio per questo vanno sfidate ad assumere il ruolo che il terremoto del 4 marzo gli ha oggettivamente assegnato».
Le pressioni affinché essi chinino il capo e tradiscano il mandato popolare, in effetti, sono enormi, e fanno tremare i polsi. Le élite oligarchiche, travolte dal voto popolare, fallito il tentativo del "governo neutrale" — definizione comica —, hanno scelto di fare buon viso a cattivo gioco. Esse considerano, giustamente, la prossima legge di bilancio, la cartina di tornasole, su questo calibreranno la loro posizione. Esse sono in agguato e, ove il governo che dovesse nascere decida di disobbedire ai dettami euristi, passeranno al sabotaggio. Non consentiranno al primo "governo populista" nell'area euro di avere successo. Il contagio sarebbe letale per i poteri forti.

Se ci sarà lotta, il governo "populista" ha una e una sola possibilità di non essere travolto: suscitare la più ampia mobilitazione popolare.

Dev'essere chiaro a tutti, nel caso ci sia lo scontro col sistema eurocratico, quale posto occuperà la sinistra patriottica: accanto al popolo per difendere il governo e spingerlo a resistere ad ogni costo.

Sapremo presto se, invece, M5S e Lega capitoleranno, se seguiranno l'esempio sciagurato di Tsipras. Questa sarebbe una vittoria dei poteri forti e una mazzata drammatica per il popolo lavoratore. Si avvererebbe la profezia che questo Paese non risorgerà senza toccare l'abisso.

mercoledì 9 maggio 2018

VINCERE LA PAURA

[ 9 maggio 2018 ]



Chi ha compreso davvero la Costituzione del 1948 sa che al suo cuore stanno i principi indissolubili della democrazia sostanziale, della sovranità popolare e nazionale. Per questo le vogliamo bene, e per questo da tempo essa è sotto attacco da parte dei poteri forti globalisti. Essi puntano a smantellarla definitivamente affinché il nostro Paese resti un protettorato. Gli europeisti a prescindere, pur di vendicarsi della sconfitta subita il 4 marzo, saranno disposti a tutto pur di sbarrare la strada alla seconda liberazione. 



Ci vediamo a Roma il 17 maggio alle ore 16:30, alla Casa della città (Ingresso lato Piazza Giovanni da Verrazzano). 

SEGNALACI SE CI SARAI

GERMANIA: KEYNESISMO DI GUERRA di Carlo Formenti

[ 9 maggio 2018 ]

Joschka Fischer — ex segretario dei Verdi tedeschi, nonché vice Cancelliere nel governo di Gerhard Schroder [nella foto in basso] — aveva già dato prova, nel corso della sua carriera politica, della propria evoluzione da leader ecopacifista a promotore di una rinnovata egemonia politico militare, oltre che politico economica, del suo Paese. Da un lungo articolo intitolato “Merkel sia audace, la storia non può aspettare Berlino”, tradotto in italiano e pubblicato il 6 maggio scorso dal Corriere della Sera, apprendiamo come si prepari a compiere un nuovo, formidabile balzo in avanti sulla via del rilancio dell’imperialismo tedesco.

Dopo aver messo in guardia contro le "forze dirompenti dei nuovi nazionalismi" che minacciano la "democrazia, lo stato di diritto e tutti gli altri valori fondanti dell’Unione" —  chiedere, in merito ai “valori democratici" in questione, cosa ne pensano i cittadini Greci che ne hanno assaggiato i morsi —, l’impareggiabile Joschka si lancia in un entusiastico encomio del presidente francese Emmanuel Macron, non solo e non tanto per la sua "promessa di rilanciare le riforme a livello europeo e modernizzare l’economia del Paese" (promessa che non sembra particolarmente gradita al popolo francese), ma soprattutto per la sua intenzione di "creare un sistema comune di protezione delle frontiere e fondare un programma di difesa comune a tutta la Ue".

Nel momento in cui la Brexit inglese e le politiche isolazioniste di Trump minacciano di provocare "uno scioglimento del blocco occidentale" e di far "traballare i pilastri dell’economia e della sicurezza sui quali si basa la stabilità europea", Fischer guarda con invidia la muscolarità di quel militarismo francese che negli ultimi anni non ha perso occasione di esibirsi in demenziali imprese come gli interventi in Libia e in Siria. Un’invidia dettata dalla reticenza con cui la signora Merkel, appesantita da preoccupazioni elettorali e attenta a compiacere le esigenze della Bundesbank, sembra al contrario declinare gli inviti a restituire alla Germania il ruolo di potenza militare, oltre che economica.

L’Europa, argomenta Fischer, non rischia solo di vedersi marginalizzare su uno scacchiere mondiale sempre più caratterizzato dal dualismo fra Stati Uniti e Cina, ma deve fronteggiare minacce immediate come quelle incarnate dalla "aggressività" russa — è incredibile la faccia tosta con cui ci si ingegna a invertire i ruoli fra Mosca e un blocco occidentale che ha spostato la propria presenza militare, non esitando ad allearsi al regime neofascista di Kiev, a ridosso dei confini russi. 

Quindi la si faccia finita con i tagli e l’austerità che hanno ridotto ai minimi termini il bilancio militare tedesco. Basta con le accuse agli altri Paesi della Ue che violano le regole dell’austerità imposte da Berlino, perché è invece arrivato il momento di aprire i cordoni della borsa, visto che la sicurezza europea costa e gli americani non vogliono più pagarne da soli il prezzo.

Vuoi vedere che il keynesismo, cacciato dalla porta in ossequio ai dettami dell’ordoliberismo, rientrerà dalla finestra sotto forma di keynesismo di guerra? Del resto non fu forse Hitler a risollevare il popolo tedesco dalla miseria provocata dalla grande crisi grazie a un poderoso sforzo di riarmo militare? È vero che la Germania di oggi sembrava essersi convinta di poter dominare l’Europa con la sola forza economica, ma Fischer la vuole ricondurre a un <> realismo politico: per dominare ci vogliono anche i panzer.

* Fonte: Micromega

martedì 8 maggio 2018

COI TEDESCHI? NON C'È SPERANZA ... di Sergio Cesaratto

[ 8 maggio 2018 ]

Traccia dell’intervento che Sergio Cesaratto ha svolto all’incontro "C'È UN FUTURO PER LA SINISTRA IN ITALIA? VI ASSEMBLEA NAZIONALE DEL NETWORK PER IL SOCIALISMO EUROPEO. Fiuggi 6/7 maggio 2018".

«C'È UN FUTURO PER LA SINISTRA IN ITALIA?»

La risposta al quesito che mi ponete è incoraggiante: per ora non si sta preparando nulla. Visto ciò che si discuteva, questa è una buona cosa. Ma non è che l’attuale assetto istituzionale-economico europeo non sia già abbastanza penoso, per cui non v’è molto da festeggiare.
Non è neppure facile districare i termini delle posizioni e delle questioni.
Intanto quando si parla di riforme dell’eurozona si parla di poca cosa (ma con potenziali devastanti).

L’eurozona nasce male, non si fa una moneta senza uno Stato, e lo Stato federato europeo non è realistico, spero che ormai ne siamo tutti convinti (ma purtroppo non fuori di qui). L’eurozona non è un’area valutaria ottimale, anche questo è common knowledge. Per farla funzionare bene in maniera che assicuri la piena occupazione, a fronte agli squilibri che produce occorrerebbero politiche fortemente espansive nel paese dominante e, probabilmente, anche trasferimenti fiscali perequativi da quest’ultimo. Pensare che questo accada significa essere folli. Il resto, solidarietà europea ecc. sono chiacchiere.
Quindi, punto uno, quando si parla di riforme, si parla di cose marginali che non affrontano i suoi nodi, per così dire, strutturali. Parlando di Europa vale veramente l’abusata battuta di Flaiano che la situazione è tragica, ma non è seria.

Semplificando, la posizione francese è tradizionalmente quella che vorrebbe un po’ di politica fiscale anticiclica in comune, in genere si parla di una assicurazione europea contro la disoccupazione. Ma attenzione, si tratterebbe comunque di pochi quattrini elargiti per periodi temporanei. Di più, il fondo dovrebbe essere accumulato nelle fasi di espansione (il che non ha molto senso dal punto di vista Keynesiano).[1] Un cavallo di battaglia tradizionale della Francia è inoltre un qualche coordinamento macroeconomico (il che implica che la politica fiscale ridiventerebbe strumento da agire in comune) sotto forma di un Eurogruppo rafforzato, ma mi sembra che Macron sia ben lontano dal proporlo. Anzi, diciamo subito che Macron, di fronte ai no tedeschi, ha già rinunciato a una battaglia sulla riforma dell’eurozona.

Dopo un mese dal suo pomposo discorso alla Sorbona del settembre 2017, arrivò infatti l’asciutta risposta di Schaüble sotto forma del famoso “non-paper”, quattro paginette su carta qualsiasi con cui il ministro tedesco si congedò dall’Eurogruppo. Schaüble non spese neppure molto inchiostro per dire di no a ogni ipotesi di politica fiscale, e enfatizzò un aspetto: il controllo sui conti pubblici degli Stati dell’eurozona va sottratto alla mediazione politica della Commissione e affidato a un organo indipendente; allo scopo lo European Stability Mechanism (il fondo “salva-Stati”) va trasformato in un European Monetary Fund, il quale dovrebbe avere anche compiti di gestione delle crisi; questa gestione, e questo è il punto più importante, deve implicare una ristrutturazione dei debiti che coinvolga il settore privato. Insomma, la sferza dei mercati deve essere il vero controllore della disciplina fiscale: i mercati, timorosi di dover subire perdite nel caso di procedure di default e ristrutturazione, sanzioneranno l’indisciplina fiscale. Un punto importante per la Germania rimane quello che ogni impegno fiscale europeo debba rimanere subordinato al parere del Bundestag.

A inizio 2018 abbiamo poi avuto un documento di 14 economisti radunati allo scopo da Merkon, una sfilza di proposte, spesso cervellotiche, ma comunque basate sulla logica del non-paper di rendere più inflessibile il controllo dei conti e più forte la sferza dei mercati (con la minaccia del “private sector involvment”) sui debiti pubblici. Rimando al mio nuovo libro per i dettagli.

Numerosi osservatori hanno giudicato questa posizione come irresponsabile e destabilizzante, una riedizione del disastro generato dalla famosa passeggiata di Merkosy a Deauville nell’autunno 2010.

Altro argomento dibattuto è il completamento dell’unione bancaria. 

Rendere europea la gestione delle crisi bancarie è fondamentale per la stabilità. Negli Stati Uniti le crisi bancarie locali sono gestite a livello federale con, all’occorrenza, fondi federali. Ciò evita che Stati locali (privi di banche centrali) siano trascinati nelle crisi bancarie, che così diverrebbero crisi fiscali (come accaduto in Irlanda e Spagna). 

Per costituire un fondo europeo di assicurazione sui depositi, Germania e satelliti chiedono però due garanzie: (a) che le banche si liberino delle famose sofferenze bancarie; (b) che si riducano la sovraesposizione in titoli di Stato nazionali (per evitare che le banche siano coinvolte in crisi fiscali). Di per sé sono richieste ragionevoli, ma… 
Le sofferenze bancarie a carico delle banche italiane (tanto è poi l’Italia che si ha sempre in mente!) sono principalmente il risultato delle sciagurate politiche europee, e senza un contestuale abbandono di quelle politiche solo lentamente esse potranno liberarsene. Una frettolosa riduzione dell’esposizione delle banche, italiane in titoli di Stato italiani, creerebbe difficoltà per questi ultimi. Senza un contesto europeo di garanzia sui titoli pubblici tutto questo sarebbe assai pericoloso.

Al momento la situazione delle riforme sembra bloccata. Ad aprile la CDU si è manifestata disinteressata alle riforme, mentre con l’allontanamento dell’”europeista” Martin Schulz il tema europeo è caduto in subordine anche nell’agenda della SPD. La posizione tedesca è estremamente nazionalista e volta “a preservare sempre gli interessi tedeschi”, come ha dichiarato la leader della CDU (Eurointelligence, 17/4/2018). Le più recenti proposte tedesche sono un annacquamento dell’Eurogruppo, che da (vago) organo informale di coordinamento macroeconomico dovrebbe trasformarsi in un organismo ancora più indistinto, con l’ingresso dei “ministri allo sviluppo” accanto a quelli delle finanze. La Merkel gioca anche con l’idea di fondi europei per l’innovazione, da distogliersi da altri impieghi (naturalmente), magari in cambio di riforme pro-mercato. Ma siamo alle chiacchere, alle misure di “window dressing” (Eurointelligence 20/4/2018), come fu il piano Junker. La Germania sembra anche aver abbandonato l’idea di una trasformazione dell’EMS in un EMF, dato anche un miglioramento dei rapporti con il FMI, nel passato molto critico sulle politiche europee in Grecia — secondo Eurointelligence (19/4/2018) questo può dipendere dal fatto che i paesi asiatici ora snobbano il FMI per cui questo ha politicamente più bisogno dell’Europa).

Mi sembra invece di dover anche segnalare la figura del nuovo ministro delle finanze tedesco, l’SPD Olaf Scholz. Costui aveva esordito dichiarando la sua continuità con Schaüble affermando che «Un ministro delle Finanze tedesco è un ministro delle Finanze tedesco, l’affiliazione partitica non gioca alcun ruolo” («Financial Times» 2018), e nominando o confermando come suoi consiglieri gli ordoliberisti del suo predecessore. Ciò che è peggio, la sua prima legge finanziaria non sarà contraddistinta dal cosiddetto “Schwarze Null” (zero nero), ma dal “Schwarze Eins” (uno nero), vale a dire un avanzo di bilancio, con l’obiettivo di portare l’anno prossimo il rapporto debito pubblico/Pil tedesco sotto il 60%. L’operazione è agevolata dall’ottimo andamento dell’economia tedesca, guidata dalle esportazioni agevolate dall’euro sinora relativamente debole, e dai tassi a zero o sottozero sui titoli di Stato, ma comporterà anche dei tagli alla spesa per infrastrutture, spesa militare e clima. Eurointelligence (4/5/2018) evoca l’appoggio SPD alle politiche di austerità del cancelliere Heinrich Brüning, quelle che nei primi anni ’30 spianarono la strada al nazismo.

Che fare? La ripresa italiana è stata tirata dal buon andamento delle esportazioni, trainato dall’euro debole e dalla ripresa europea, e da un orientamento della politica fiscale un po’ meno restrittivo. Continua nel paese la martellante campagna guidata da Cottarelli e da Banca d’Italia sulla stagnazione della produttività come dovuta a soli fattori d’offerta. Questa impostazione ha avuto il sostegno di un articolo indegno di Jean Pisani-Ferry, consigliere di Macron, pezzo ripreso da Social Europe, cosa che la dice lunga sullo stato pietoso del socialismo europeo. In verità la produttività stagna dal 1995, precisamente da quando il cammino verso l‘euro fu intrapreso con determinazione (dal centro-sinistra ulivista, naturalmente). Il paese ha bisogno di sostegno della domanda interna. La migliore performance spagnola si spiega molti in questi termini.

Non possiamo che riprendere qui quanto proponemmo già nel 2010-11, ovvero la stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil. Come scrivo nel nuovo libro: 
«L’aritmetica economica ci suggerisce che se la Banca centrale europea si impegna a tenere i tassi di interesse sufficientemente bassi, tale stabilizzazione può aprire uno spazio fiscale espansivo (permettere cioè un deficit spending) volto al sostegno della domanda interna, di cui il nostro Paese ha disperatamente bisogno.[2] Gli effetti positivi di tale sostegno si ripercuoterebbero positivamente sull’obiettivo di stabilizzazione del debito. In tali condizioni la quantità di titoli pubblici in pancia alle banche italiane non costituirebbe certo un problema, mentre le sofferenze bancarie diminuirebbero. L’impegno alla stabilizzazione del debito, assieme al dato storico di quasi trent’anni di avanzi fiscali primari, dovrebbe essere la risposta italiana al timore europeo di moral hazard. A fronte di quest’impegno il Paese dovrebbe chiedere una corrispondente responsabilità europea nel sostegno della domanda, in particolare nei Paesi con ampio spazio fiscale per farlo, per sostenere la ripresa nei Paesi del Sud ed evitare il riemergere di squilibri esteri nell’area euro, oltre a un impegno della BCE al proseguimento di politiche che agevolino stabilizzazione e crescita».
La proposta di Boitani e Minenna su Affari & Finanza va in questa direzione: se l’Eurosistema (la BCE per capirci) congelasse i titoli acquistati e da acquistare col quantitative easing, trasformandoli in titoli trentennali, praticamente una parte cospicua dei debiti pubblici europei verrebbe cancellata, almeno per un lungo periodo. Come ciascuno sa, infatti, gli interessi che gli Stati pagano sul debito posseduto dalla Banca Centrale vengono da quest’ultima rigirati allo Stato. L’effetto sui tassi di interessi pagati sul resto del debito non potrò che essere positivo. Boitani e Minenna sostengono che il risparmio in conto interessi può servire a ridurre lentamente il rapporto debito/PIL incorrendo in surplus primari più piccoli (e dunque meno recessivi). Si può però andare oltre, e porsi come obiettivo la mera stabilizzazione del suddetto rapporto potendo così perseguire disavanzi primari (che sono espansivi). Solo una volta che, attraverso il sostegno della domanda interna, la crisi fosse veramente superata e il contesto economico lo permettesse, allora si può pensare a un percorso di riduzione del rapporto debito/PIL.

Il punto è farlo capire ai tedeschi, e in questo non c’è speranza. Vorrei dire che da questo punto di vista sarei felice vedere Salvini Presidente del Consiglio (senza soverchie illusioni, naturalmente). So che qualcuno a sinistra comincia a pensare allo stesso modo. Molte cose fondamentali mi/ci distanziano da Salvini: il fatto che non si dichiari anti-fascista senza se e senza ma, la flat-tax che è simbolica della lontananza dal riformismo socialista, l’assenza di un progetto profondo di cambiamento del paese. Ma sa però parlare alla gente, e magari i suoi amministratori locali non sono neppure male. Confrontate Salvini e Cuperlo! E sull’Europa ha le idee chiare, e ha chiamato Bagnai accanto a sé – che piaccia o no la testa più lucida sull’Europa che abbiamo nel Paese. E la sinistra? Vedo che i giovani fanno riunioni senza neppure un economista, forse ci si accontenta delle indagini sul precariato (se desiderano indirizzi di straordinari giovani economisti glieli posso dare). Non c’era un economista di sinistra candidato né in LEU né in PaP, di quelli che si sono spesi in questi anni, intendo. Il paradosso è che Salvini a questi economisti farebbe ponti d’oro. Tranquilli/e, noi non venderemo l’anima al diavolo, ma che a sinistra si annidino nemici del Paese non abbiamo dubbi.




Riferimenti

Boitani A., Perdichizzi S. (2018), Public expenditure multipliers in recessions. Evidence from the Eurozone, Dipartimento di Economia e Finanza, Università Cattolica del Sacro Cuore, Working Paper n.68

Cesaratto, S. (2018a), Chi non rispetta le regole? Italia e Germania: le doppie morali dell’euro, Imprimatur, Reggio Emilia.
Comunicazione di serviziola Feltrinelli è l'ultima a fare gli ordinativi dei libri, quindi il nuovo libro lo trovate in molte librerie (e soprattutto su IBS) ma non ancora alle Feltrinelli (assurdo ma è così).

NOTE

[1] Da un punto di vista keynesiano (poco compreso anche fra chi si definisce tale), un aumento dei risparmi non è un mezzo per trasferire risorse dal tempo t al tempo t+1, anzi, ha affetti recessivi.
[2] Intuitivamente, dato il rapporto fra debito pubblico e Pil, se il tasso di interesse nominale medio sul debito pubblico (a cui cresce il numeratore) è inferiore al tasso nominale di crescita del Pil (a cui cresce il denominatore), si può fare un po’ di spesa in disavanzo stabilizzando i rapporto debito/Pil.

DISONESTÀ QUIRINALIZIA di Leonardo Mazzei


[ 8 maggio 2018 ]


Nel comico gergo politichese da stasera abbiamo una new entry: il "governo neutrale". Per capire che bestia possa essere basta vedere chi si è già detto pronto ad appoggiarlo: il Pd. Ma guarda un po' dove conduce la "neutralità"!

Ci sono molti modi di essere intellettualmente disonesti. Mattarella ne ha scelto uno assai offensivo per l'intelligenza degli italiani. Visto che non è emersa una maggioranza politica, sentito dalla viva voce dei leader dei due principali gruppi parlamentari che non c'è altra via che quella di nuove elezioni, il suo dovere sarebbe stato solo quello di sciogliere senza indugio le Camere. E invece no! Il discepolo di Napolitano non vuol essere da meno del suo predecessore. Ecco allora la trovata del "governo neutrale".

Neutrale? Talmente neutrale che nelle intenzioni del Mattarella dovrebbe mandare in porto la Legge di Bilancio. Ma si può? Chiaro è il tentativo di continuare con i governi al servizio delle oligarchie euriste, chiara la scelta di stravolgere il senso del voto del 4 marzo.

Va detto che una mano a Mattarella l'ha data Salvini, con la sua incapacità di mollare Berlusconi. Una linea opportunista quella del leader della Lega, smascherata dall'ultima mossa di M5S, quella di rinunciare alla presidenza del consiglio.

Ma la disonestà quirinalizia va oltre. Capito che il suo governicchio non avrà i voti, Mattarella si è messo a giocare con la data delle elezioni: a luglio si potrebbe ma fa caldo, a settembre fa più fresco ma forse è tardi per la Legge di Bilancio. Dunque fate arrivare la mia creatura a dicembre, a Bruxelles ringrazieranno e così avrò fatto anch'io il mio piccolo golpe.

Cari lettori, la verità è che la classe dirigente italiana è in panne. Dice: bella scoperta! Vero, ma qui siamo alla frutta. Ormai la loro è solo una spasmodica lotta per guadagnare tempo. Male, molto male, ha fatto chi questo tempo glielo ha concesso.

Ma guardiamo avanti. Adesso l'alternativa è tra il voto e la nascita del governicchio mattarelliano. Chi scrive è assolutamente convinto che quel governicchio la maggioranza in parlamento non l'avrà. La somma dei deputati di M5S, Lega e FdI - partiti che hanno già pronunciato il loro no - fa 379. Alla rottura di Berlusconi con gli alleati dovrebbero dunque aggiungersi almeno 65 deputati provenienti dalle fila del fronte del no. Troppi anche per una classe politica giustamente screditata come quella italiana.

Il problema si sposterà allora sulla data del voto. Finalmente si riconosce che si può votare anche a luglio, ma si cercherà di prender tempo per arrivare alla fine del mese, invocare il generale Agosto e scatenare le proteste degli operatori turistici...

Se guardiamo alle vicende delle ultime settimane è chiaro come questa tattica dilatoria sia stata messa in campo da tempo. Pensiamo ai 10 giorni concessi al Pd per convocare una direzione dall'esito in realtà scontato. Insomma, Mattarella ha fatto il furbo anche in questo.

Adesso il nodo politico dovrebbe essere chiaro a tutti. Qui si tratta di decidere se la Legge di Bilancio la deve fare un governo espressione della volontà popolare od un governicchio messo in piedi al Quirinale nell'interesse dei soliti noti. E l'unico modo per garantire l'affermazione della sovranità popolare - con il conseguente no ai diktat europei - è il voto entro luglio.

Del resto non si vede proprio come Mattarella possa evitare un simile esito. L'art.61 della Costituzione così recita: «Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti». L'unico modo per aggirare il dettato costituzionale sarebbe quello di ritardare oltremodo lo scioglimento delle Camere. Ma una volta che il suo governicchio sarà stato bocciato dal parlamento, ogni ritardo nello scioglimento sarebbe davvero un attentato alla Costituzione.

Vedremo cosa accadrà nei prossimi giorni. Qui concludiamo con una piccola osservazione. Nel quadro della campagna terroristica sull'aumento dell'IVA, Mattarella ha rilanciato anche stasera la questione, cercando di far credere che solo il suo governo potrebbe risolvere il problema. La cosa è falsa per due motivi: primo, perché votando a luglio vi sarà tutto il tempo per una Legge di Bilancio che cancelli quell'aumento; secondo, perché se la cosa sta davvero così a cuore a tutti, già ora il parlamento può chiudere la questione con una legge ad hoc di una riga.

Ma non è tutto. Parlando dell'aumento dell'IVA, Mattarella ha fatto riferimento ai suoi effetti recessivi. Ci vuole una bella faccia tosta a scoprirlo solo adesso! Quando i governi Berlusconi, Monti e Letta aumentarono l'IVA non sentimmo nessun Mattarella denunciare il suo sicuro effetto recessivo. Lo chiedeva l'Europa e bisognava solo obbedire. Anzi, i sacrifici erano belli, avrebbero favorito lo sviluppo e anche gli italiani avrebbero avuto gli occhi azzurri come i nordici. Oggi tutta questa schifosa retorica è finita. Ne siamo felici. Lo saremmo ancor di più se, almeno di tanto in tanto, si facesse qualche autocritica.


lunedì 7 maggio 2018

IGNOBILE FURORE ANTIRUSSO

[ 7 maggio 2018 ]

Col pretesto di recensire un "formidabile" libro appena uscito negli U.S.A. (The Road to Unfreedom), su LA STAMPA di ieri è stato sferrato un violento attacco ideologico a Putin e alla Russia.

Leggiamo: «Putin ha scatenato la sua offensiva globale contro la democrazia rappresentativa, contro i diritti civili, contro la società aperta, contro l’Unione europea, contro gli Stati Uniti, contro la Nato». Poi: «Le fonti intellettuali dell’attacco di Putin all’Occidente sono il totalitarismo cristiano di Ilyn, l’eurasiatismo di Gumilev e il neonazismo di Dugin». Quindi: «Il destino della Russia moderna è quello di trasformare l’Europa nella Mongolia». 
Al netto della ignobile e sconclusionata paccottiglia ideologica contro il cosiddetto "euroasiatismo" (euroasiatismo su cui torneremo) è chiaro il bersaglio del libro e dell'articolo: Putin seminerebbe il caos in Occidente servendosi dei  "populismi", tra cui, in Italia, la Lega di Salvini.
E' l'avvisaglia di una massiccia crociata ideologica anti-russa tesa ad addomesticare l'opinione pubblica per giustificare la corsa verso un conflitto di ben altra natura e portata con la Russia a cui puntano certi ambienti atlantisti.
Qui sotto l'articolo de LA STAMPA in questione.


* * * 

Se Mosca colonizza l'Occidente

di Christian Rocca


Un formidabile libro americano, «The Road to Unfreedom», scritto dallo storico di Yale Timothy Snyder, esplora la mente di Putin e spiega la sofisticata strategia illiberale del leader russo nei confronti dell’Occidente. 

Christian Rocca

La tesi del saggio è questa: quando Putin ha capito che, per mancanza di risorse e incapacità di innovare, la Russia non avrebbe potuto tenere il ritmo dell’Occidente, si è convinto di una cosa semplice e cioè che se la Russia non può diventare come l’Occidente, allora bisogna che l’Occidente si trasformi in una specie di Russia. Intorno a questo principio di relativismo strategico, Putin ha scatenato la sua offensiva globale contro la democrazia rappresentativa, contro i diritti civili, contro la società aperta, contro l’Unione europea, contro gli Stati Uniti, contro la Nato. 

E, così, la guerra in Georgia, l’invasione dell’Ucraina, l’annessione della Crimea, i cyber attack agli Stati baltici, i finanziamenti ai leader estremisti, i patti politici con i partiti populisti, le campagne omofobiche, il sostegno al despota Bashar al Assad in Siria, la fabbricazione di fake news, comprese quelle di Stato diffuse in inglese dalla tv RT, la scuderia di hacker informatici, la protezione di Wikileaks, i tentativi di manipolazione dei processi elettorali in Gran Bretagna, in Germania, in Francia, in Italia e ovviamente in America, più qualche avvelenamento a Londra, e finanche il terremoto che sta sconvolgendo Facebook, sono tutti elementi della stessa strategia di diffusione del caos e di russizzazione dell’Occidente che sfrutta le debolezze della società aperta, abusa delle innovazioni tecnologiche americane e approfitta della mollezza del mondo libero.
Putin e Aleksandr Solženicyn
 

La cosa drammatica è che l’Occidente comincia soltanto adesso a rendersene conto, quando la strategia putiniana ha già conseguito enormi successi, indebolendo le democrazie occidentali ora attraversate da ondate populiste e spinte separatiste sostenute dal Cremlino. 
Vedremo come andrà a finire l’inchiesta americana volta a stabilire se Trump sia un agente di fatto della Russia (nel frattempo leggetevi «Russian Roulette» di Michael Isikoff e David Corn, è meglio della serie tv The Americans) e se i Paesi europei avranno la forza di contrastare l’offensiva populista dopo le prime, timide, reazioni all’invasione dell’Ucraina e all’ingerenza nelle elezioni.

La parte più interessante del saggio di Snyder è quella che analizza la traiettoria del pensiero strategico di Putin. Il leader russo, spiega Snyder, si ispira alle idee del filosofo fascista Ivan Ilyin che negli ultimi anni è stato il protagonista di una spettacolare
Ivan Aleksandrovič Il'in
riabilitazione intellettuale. 
Negli Anni Venti e Trenta, Ilyin era noto nei circoli europei per le simpatie nazifasciste e per la sua avversione all’Unione Sovietica (parte, quest’ultima, ignorata dal neorevisionismo putiniano), ma soprattutto perché teorizzava il ruolo della Russia come l’unica nazione che avrebbe potuto salvare il Cristianesimo dall’immoralità occidentale. L’altro intellettuale che ispira Putin è il filosofo Lev Gumilev, il figlio della poetessa Anna Achmatova, morto nel 1992, teorico della visione eurasiatica della storia e sostenitore dell’idea che la Russia non deve cedere alle tendenze filo slave, e tantomeno filo occidentali, ma piuttosto esaltare la connessione storica e culturale con i popoli mongoli che rifondarono Mosca in un ambiente protetto dall’immoralità occidentale. 

Il destino della Russia moderna, scrive Snyder, è quello di trasformare l’Europa nella Mongolia, perché è la cultura mongola ad aver temprato il carattere russo. La versione più aggiornata di questa tesi è quella che, alla condanna della corruzione occidentale, aggiunge la malvagità degli ebrei, secondo l’interpretazione di un poco più che cinquantenne intellettuale fascista, Alexander Dugin, molto ascoltato nella Russia di oggi. 

E, quindi, le fonti intellettuali dell’attacco di Putin all’Occidente sono il totalitarismo cristiano di Ilyn, l’eurasiatismo di Gumilev e il neonazismo di Dugin.

Alexander Dugin (al centro)
Che fare, dunque? Sappiamo che l’interesse di Putin è quello di preservare il clan di cleptocrati che lo affianca alla guida della Russia, ma anche che esporta caos in Europa e in America perché teme la forza attrattiva che i valori occidentali possono avere per il suo popolo. 

Da qui bisogna ripartire.

domenica 6 maggio 2018

LA TRUFFA DI SALVINI (IL FARISEO) di Sandokan

[ 6 maggio 2018 ]


OGGI SALVINI CI PROPONE UN SISTEMA ELETTORALE  PIÙ TRUFFALDINO E ANTIDEMOCRATICO DI QUELLO CHE VOLEVA RENZI


Tutti ci ricordiamo Matteo Salvini che in occasione del referendum costituzionale del dicembre 2016 tuonava contro la "riforma" renziana, tra cui l'Italicum — la legge elettorale che prevedendo un secondo turno di ballottaggio tra le prime due liste, avrebbe assegnato la vittoria a quella avesse preso un voto in più.

L'opposizione della Lega al tentativo di Renzi era una grande presa per il culo.

Ieri Salvini ha infatti ribadito che è disposto a sostenere un "governo a tempo" che faccia "poche cose" tra cui una nuova legge elettorale per cui «Chi prende un voto in più domenica il lunedì governa». Quattro giorni fa in un comizietto ha precisato che lui ama il sistema che si usa alle elezioni regionali.

Su questo voltafaccia, sulla disponibilità a metter sù un governicchio pur evitare elezioni subito — e che questo si spieghi col patto sporco che tiene legato Salvini al cadavere di Berlusconi — ha già detto tutto Leonardo Mazzei

Il meccanismo elettorale che propone Salvini va respinto, come antidemocratico e anticostituzionale. L'Italicum venne infatti respinto perché, portando al ballottaggio due minoranze, per ciò stesso sarebbe stato lesivo del principio che il governo spetta a chi rappresenta la maggioranza degli elettori. Il meccanismo delle regionali che piace a Salvini (chi piglia un voto in più vince) è spaventosamente peggiore perché implica uno scandaloso premio di maggioranza —in diverse regioni è al governo chi ha preso meno del 30% dei voti.

Col sistema proposto da Salvini — che non a caso è quello preferito dai poteri forti avremmo il predominio di una minoranza, la fine del regime costituzionale.

Il 24 febbraio scorso, a Milano, da scaltro commediante, il leghista, davanti ad una piazza salmodiante, mettendo in scena un pittoresco rito collettivo, fece un duplice giuramento:

«Giuro di servirvi con onestà e coraggio, di seguire la Costituzione e gli insegnamenti del sacro Vangelo».
Per questo dico che Salvini è un fariseo,* anzi un fariseo raddoppiato, un politicante traditore, che mentre giura sulla Costituzione ed il Vangelo imbroglia chi lo segue perché oltraggia entrambi.


*FARISEO, fig. Uomo falso, ipocrita, che guarda più alla forma che alla sostanza delle azioni (sign. derivato dalle invettive di Gesù contro i farisei, soprattutto in Matteo 23, 13 e 23, 27).




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sabato 5 maggio 2018

L'ITALIA NON ESISTE? di Piemme

[ 6 maggio 2018]

Era il dicembre del 2016 quando su questo blog segnalavamo il pamphlet del piddino Fabrizio Rondolino L'ITALIA NON ESISTE (PER NON PARLARE DEGLI ITALIANI). 
Era, dicevamo "... un concentrato esplosivo di disprezzo del concetto di nazione, di vero e proprio odio auto-razzista dell'Italia e del popolo italiano. Un inno sperticato del "vincolo esterno" euro-tedesco, sotto le mentite spoglie di quel cosmpolitismo "progressista" di cui si ammanta la globalizzazione capitalistica".


Si leggeva nel pamphlet:

«Tanto per cominciare, l’Italia non esiste. È un’espressione geografica, uno stivale che s’allunga pigro nel Mediterraneo, una graziosa penisola purtroppo in gran parte rovinata dagli italiani. L’idea di farne uno Stato, una Na­zione con la maiuscola, come se fossimo la Spagna o l’Inghilterra, è una sciocchezza sesquipedale, che perdoniamo al conte di Ca­vour soltanto perché, maturato nella lingua e nella cultura d’Oltralpe, pensava in buona fede di vivere in Francia. L’Italia non è mai stata una nazione, e non lo sarà mai».
Rondolino, segui le tracce di un altro sciacallo, Sergio Salvi, che nel 1996 (Erano gli anni della Lega di Bossi) pubblicò, appunto L'ITALIA NON ESISTE, ma radicalizzandole. Il Salvi almeno sosteneva che sì, gli italiani esistono,  hanno un'identità antropologica e sociale, ma l'Italia come Stato-nazione non era mai nata.

La pubblicistica auto-razzista e anti-italiana ha radici profonde, Gramsci avrebbe detto che la fonte sta nel cosmopolitismo di matrice cattolico-romana, che lui riteneva infatti essere stato il principale ostacolo alla (tardiva) formazione dello Stato unitario. 
E, ci avrebbe detto  il Gramsci, che proprio per questo il Rinascimento fu in verità una fase antirivoluzionaria rispetto al primo Umanesimo. Una tesi che egli giustificava appunto col ruolo cosmopolitico degli intellettuali italiani, ed il loro rifiuto di mettersi alla testa del popolo per farne una nazione. Di cui la sua ammirazione per Machiavelli...


Non c'è dubbio che tale pubblicistica anti-italiana, in nome di un antifascismo liberistico, è funzionale al disegno mondialista delle élite, ed in particolare a quelle euriste. Essa non solo deve dimostrare che ogni "sovranismo" è nazionalismo becero, reazionario; deve mostrare che il patriottismo, sotto le Alpi, è semplicemente destituito di qual si voglia fondamento storico.

Lorsignori non demordono.

Sul CORRIERE DELLA SERA del 2 maggio, tanto per fare un esempio, sotto le mentite spoglie di un articolo scientifico si poteva leggere:
«Gli Italiani? Non esistono. Si tratta solo di un’aggregazione di tipo geografico. Abbiamo identità genetiche differenti, legate a storie e provenienze diverse e non solo a quelle» spiega Davide Pettener, antropologo del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Bologna...»
Qui addirittura si tira in ballo la genetica, a ben vedere facendo il verso alla demenziale idea hitleriana della nazione come basata su un presunta (inesistente ovunque) purezza biologica della razza.

E così veniamo a LA STAMPA di ieri. In prima pagina Mattia Feltri, facendo il sofisticato, ci da questo Buongiorno:
»L’Italia non esiste, non è mai esistita. Non prendetevela con me, se non vi piace, ma con Giuseppe Prezzolini. «Il suo tentativo di formare uno stato nazionale è fallito. Sarà forse una provincia dell’Impero europeo». Scritto nel 1958 da New York.  L’Italia non è una nazione, è una civiltà. Non ha nessuna idea di nazione. È municipale nella pratica e universale nelle aspirazioni. Quanto di meraviglioso ha prodotto, l’Impero romano, la Chiesa, il Rinascimento, Cristoforo Colombo e Marco Polo, Giotto e San Francesco, Enrico Fermi e Guglielmo Marconi, non ha niente di italiano, ha molto di più, ha il respiro del mondo. Poi c’è quella maledetta (o benedetta) pratica municipale, micragnosa, piccina, e l’abbiamo vista rappresentata alla grande negli ultimi sessanta giorni, durante i quali a nessuno è importato nulla dell’Italia perché semplicemente l’Italia non esiste. Nessuno che si voglia lordare le mani tendendole all’avversario per il bene dell’Italia, che tanto non esiste. Esistono gli italiani, a nome dei quali ognuno parla, gli italiani vogliono, gli italiani hanno detto, gli italiani hanno scelto, e poi quelli nemmeno sono «gli italiani», sono i loro tifosi schierati contro tutti gli altri tifosi, che chiamano delinquenti, traditori, al soldo del nemico, e gli riserverebbero il patibolo. Chi disse fatta l’Italia bisogna fare gli italiani forse si sbagliava, gli italiani esistono, sono sempre esistiti, oggi si chiamano Di Maio, Berlusconi, Salvini, Renzi, italiani esemplari per un’Italia che non esiste».  
Torneremo sull'argomento, ed anche su Prezzolini e la  letteratura nazionalistica che fece da concime all'imperialismo e poi al fascismo.


Una cosa si deve sapere: contro questa narrazione va condotta una lotta a tutto campo, spietata. Dall'esito di questa battaglia ideologica, non penso di esagerare, dipende il destino del nostro Paese.

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