domenica 4 giugno 2017

LA MITOLOGIA DELLE FORZE PRODUTTIVE AL TEMPO DEL LAVORO "IMMATERIALE" di Carlo Formenti

[ 4 giugno 2017 ]

Qui sotto uno dei capitoli più belli e teoricamente densi del libro di Carlo Formenti LA VARIANTE POPULISTA. Lotta di classe nel neoliberismo.
Molte le cose che questo blog ha pubblicato di Formenti. Segnaliamo en passant la sua risposta ai sui detrattori post-operaisti.


Che esista una certa analogia fra alcuni elementi della mistica evoluzionistica di Teilhard de Chardin E certi aspetti del marxismo, è difficilmente confutabile. Mi riferisco, in particolare, alla fede nell'esistenza di un principio immanente in grado di orientare la freccia del tempo, e a ruolo di catalizzatore/acceleratore del processo evolutivo che entrambi i sistemi di pensiero attribuiscono al progresso scientifico e tecnologico. La crescita del generall intellect, dell'insieme delle conoscenze scientifiche e tecnologiche accumulate dall'individuo sociale - che nella sua formulazione più astratta sembra evocare un'entità vagamente simile alla Noosfera - é il fattore decisivo su cui Marx fonda la convinzione che nella società capitalistica possono svilupparsi elementi di socialismo. 

Carlo Formenti
L'idea secondo cui la rivoluzione socialista obbedirebbe a una logica in qualche modo simile a quella della rivoluzione borghese - il nuovo modo di produzione matura all'interno di quello precedente, nel senso che il capitalismo crea le condizioni materiali del proprio superamento, così com'era avvenuto per la società feudale - da qualche tempo è tutta via al centro dei dubbi riflessioni critiche anche da parte di intellettuali di formazione marxista. Dardot e Laval, per esempio, sottolineano in più occasioni quanto sia arduo rintracciare all'interno dell'attuale società rapporti di produzione socialisti già realizzati. Ma l'aporia più evidente della tesi secondo cui lo sviluppo delle forze produttive creerebbe le condizioni per la transizione al socialismo, consiste nel fatto che essa implica la convinzione che le forze produttive - il general intellect - sviluppate dal capitale siano "neutre", per cui una società socialista potrebbe liberamente appropriarsene. 


Nel secolo e mezzo trascorso dalla elaborazione teorica di Marx sul tema, influenzata dagli esiti della rivoluzione industriale, si sono succedute altre due grandi rivoluzioni tecnologiche che hanno avuto un impatto radicale sul modo di produzione capitalistico (nonché sull'intera organizzazione sociale) e che hanno chiarito una volta per tutte: 1) che non esistono forze produttive neutre, in quanto le tecnologie non sono "strumenti", liberamente adattabili alle esigenze di chiunque se ne serva, bensì elementi di un ambiente complesso che incorpora nella propria costituzione materiale, nella propria forma e nelle proprie funzionalità un complesso di dispositivi di comando e controllo in grado di selezionare i comportamenti, conoscenze e attitudini individuali e di gruppo; 2) che una eventuale società post capitalistica, prima di poter ereditare l'attuale apparato produttivo, dovrebbe trasformarlo radicalmente, per renderlo compatibile con funzioni e finalità diverse da quelle per cui è stato progettato e, laddove ciò non fosse possibile, dovrebbe sostituirlo con tecnologie del tutto nuove. 

Del resto, lo stesso Marx, analizzando lo sviluppo del macchinismo e il processo di subordinazione sostanziale del lavoro al capitale nelle opere mature, è entrato in contraddizione con la sua originale visione ottimista sul ruolo progressivo dello sviluppo delle forze produttive. Ciò è del tutto evidente nei passaggi in cui descrive il lavoro astratto come un'entità compiutamente disciplinata e assimilata al ritmo delle macchine, dalla quale sono espulse tutte le forme di singolarità, di non omogabilità, del soggetto vivente. Scrivono Dardot e Laval commentando questi testi: "Il lavoro vivo perde ogni forma di indipendenza ed è ridotto a "impotenza"; l'attività dell'operaio, ridotta a una pura astrazione dell'attività, è determinata e regolata per tutti i versi del moto del macchinario e non viceversa. L'intellettualità è totalmente monopolizzata dal capitale".



Questa descrizione non vale forse solo per la grande fabbrica fordista? La rivoluzione digitale non ho forse rovesciato come un guanto l'organizzazione di fabbriche, uffici, apparati amministrativi, oltre che della vita quotidiana? Non è forse vero che oggi lo statuto del lavoro è radicalmente mutato, restituendo a individui e gruppi un'autonomia e una creatività sconosciuti persino al lavoro preindustriale? Per smontare questa illusione basterebbe rileggersi quanto ho scritto a tale proposito nell'ultimo paragrafo del primo capitolo, ma è possibile spingersi oltre, dimostrando come i problemi descritti in quelle pagine non sono il risultato di un "cattivo uso" delle nuove tecnologie: è la stessa essenza - il modo in cui sono progettate e prodotte, il modo in cui funzionano - a renderle totalmente funzionali ai fini del dominio e dello sfruttamento capitalistico. 


Ecco quanto scrive in proposito Roberto Finelli: "Di fronte a letture che hanno sottolineato in senso emancipativo l'ingresso di massa del lavoro mentale nei processi di produzione di beni e servizi, ritrovandovi la messa in campo di intelligenze e iniziative riflessivo-comunicative, di virtù della soggettività, eccedenti e non riducibili alla norma e al comando della direzione capitalistica, qui si che continua invece a proporre una lettura fondata sul nesso sistemico macchina-forza-lavoro come regola fondamentale e invariante del modo di produzione capitalistico, per il quale la forza-lavoro non può mai essere considerata come forza e funzione autonoma del macchinismo cui è sempre intrinsecamente connessa [...]. La macchina informatica ad esempio colloca una serie enorme di informazioni al di fuori del cervello umano, generando una mente artificiale di cui la mente umana può essere solo funzione e appendice". Si aggiunga il fatto che il lavoro mentale viene progressivamente sottoposto a procedura di misurazione/quantificazione, si aggiunga inoltre fatto che il sistema macchina digitale/forza-lavoro impone una separazione della mente dal corpo che consegna la prima una semantica decorporizzata e anaffettiva. È solo mettendo tra parentesi simili fatti che si è potuto costruire il mito della rete come regno della libertà: si discetta sulle potenzialità "democratizzanti" di Internet dimenticando come questo ambiente tecnologico incorpora un codice, un sofisticato complesso di regole e procedure che definisce apriori cosa è possibile fare, favorendo od ostacolando certe modalità di scambio di lavoro individuali e collettive. Per quanto convincenti, questi argomenti non mettono in crisi la fede dei teorici postoperaisti nel mito del ruolo "rivoluzionario" delle forze produttive. 
Toni Negri


Prima di impegnarmi in un faccia a faccia con le loro tesi, tuttavia, ritengo necessario premettere una riflessione su una scelta terminologica che rinvia a un'importante questione di metodo: nelle citazioni che seguono troverete frequenti riferimenti all'economia, al capitalismo e al lavoro "immateriali". Ebbene, mai aggettivo fu più inadeguato: nell'economia e nel capitalismo digitali - come ritengo più corretto definirli - non c'è alcun che di immateriale, a partire dalle tecnologie su cui si fondano. Il privilegio che la sottocultura nerd attribuisce al software nei confronti dell'hardware rimuove infatti due evidenti verità: 1) non c'è software senza hardware, le informazioni non sono "puri" segni ma iscrizioni materiali su disco rigido, né l'intera industria informatica potrebbe esistere senza il lavoro "fisico" di milioni di operai e operaie dei paesi in via di sviluppo; 2)  anche il lavoro dei cosiddetti lavoratori della conoscenza è fatto di carne e sangue: cervelli resi ottusi dalle ipersollecitazioni, muscoli irrigiditi dalle ore passate davanti allo schermo, sensibilità mutilate dai ritmi E dalle esigenze delle interfacce, ecc. Ma passiamo alle tesi che intendo criticare.

Tesi numero uno: il capitalismo contiene un principio immanente che lo guida inesorabilmente verso la sua negazione/superamento, che coinciderebbe con il raggiungimento di un livello di sviluppo delle forze produttive incompatibile con l'attuale modo di produzione. Ascoltiamo André Gorz: "L'economia dell'abbondanza tende diverse persone economia della gratuità e verso forme di produzione, di cooperazione, di scambi e di consumo fondate sulla reciprocità e la messa in comune, nonché su nuove monete. Il "capitalismo cognitivo" E la crisi del capitalismo tout court"; "non ci sarà rivoluzione grazie a rovesciamento del sistema a opera di forze esterne. La negazione del sistema si diffonde all'interno del sistema mediante pratiche alternative che esso suscita e delle quali le più pericolosamente virulente per lui sono quelle di cui non può fare a meno"; "Il capitalismo e 15. Nel suo sviluppo delle forze produttive alla frontiera, oltrepassata la quale può profittare pienamente delle sue possibilità solo superando se stesso verso un'altra economia".


Tesi numero due: le attuali forze produttive sono sostanzialmente neutre e quindi riusabili in un contesto non capitalista. Partiamo da Matteo Pasquinelli e dalla sua esegesi al "Manifesto accelerazionist", nel quale si sostiene che l'attuale sviluppo tecnologico può essere radicalmente separato dal capitalismo e "ridisegnato" in senso rivoluzionario, e che "L'astrazione più estrema dell'intelligenza (cioè gli algoritmi, annotazione mia) Sia un'arma propria della moltitudine". Aggiunge Pasquinelli: "La piattaforma materiale del neoliberismo non ho bisogno di essere distrutta. A bisogno di essere riconvertita verso obiettivi comuni". Ascoltiamo, infine, Antonio Negri: "Che i modelli matematici e gli algoritmi siano al servizio del capitale, non è una loro qualità, non è un problema della matematica, è solo un problema di forza".


Tesi numero tre: le nuove forme di lavoro "immateriale" liberano le potenzialità creative degli individui permettendo loro di esprimere liberamente la propria personalità. Torniamo a Gorz: ciò che conta nel nuovo lavoro "sono le qualità di comportamento, le qualità espressive e immaginative, il coinvolgimento personale nel compito da svolgere"; "il lavoro immateriale tende in definitiva a confondersi con un lavoro di produzione di sé"; "la separazione fra i lavoratori e loro lavoro del reificato, e tra quest'ultimo e il suo prodotto, è dunque abolita, dato che i prezzi di produzione diventano approcciabili e suscettibili di essere messi in comune".


Questa fascinazione tecnologica arriva fino al punto di condividere l'afflato mitico-religioso di certe culture californiani: vedi la strizzata d'occhio che Antonio Negri concede alle filosofie nerd laddove - mentre celebra il dispiegarsi della potenza del lavoro cognitivo una volta che si sarà liberato dalle catene del capitalismo - disquisisce di un umanesimo che, spingendosi oltre limiti imposti dalla società capitalista, si aprirà al postumano. Non so se tale battuta sia liquidabile come un omaggio "modaiolo" del filosofo ai giovani allievi, temo però si tratti semplicemente di un ulteriore conferma della seduzione che la metafora della smaterializzazione esercita sugli intellettuali postoperaisti.


Fascino che traspare anche in un libro collettaneo dedicato alle presunte prospettive liberatorie del processo di smaterializzazione della moneta che, sostengono gli autori, offrirebbe l'opportunità di creare una "moneta del comune", Per fortuna, in queste pagine troviamo un appello alla prudenza di Christian Marazzi, il quale invita:
1) a non innamorarsi di astratti progetti di riforma monetaria il cui
unico valore è funzionare da "esercizi di esodo" da un sistema monetario; 2) di non dimenticare che i profeti dell'emancipazione della moneta dal controllo statale sono eredi della tradizione ultraliberista di autori come von Hayek; 3) di tenere presente che, se non si ragiona sui soggetti sociali concreti che dovrebbero usufruire della "moneta del comune" non esiste alcuna garanzia che quest'ultima possa trasformarsi a sua volta in un veicolo di sfruttamento. Ma i consigli di Marazzi restano isolati in un coro di voci che invitano a cogliere l'opportunità storica che deriva dalla smaterializzazione della moneta - processo che tenderebbe a ridurre la moneta a "puro segno al di fuori di ogni forma di controllo da parte della sovranità monetaria dello stato". 


Come si vede, siamo in un orizzonte concettuale simile a quello della cultura anarcocapitalista, che vede nella smaterializzazione della moneta la chance di liberare il mercato sia dal controllo statale sia da quello delle grandi corporation. Per inciso, l'unco esperimento significativo di moneta digitale privatizzata, il Bitcoin - a suo tempo celebrato come incarnazione dei valori della cultura cyberpunk - si è rivelato come un ennesimo strumento di speculazione finanziaria. Ma il vero nodo è un altro: solo degli impallinati di tecnicalità economiche possono credere che esista una moneta che, ancorché "smaterializzata", sia riducibile a "puro" segno di valore, nel senso che non esistono segni culturali - tanto meno segni monetari - che non incarnino rapporti di forza fra diversi soggetti sociali. L'illusione di poter usare la moneta immateriale per "sfidare il potere finanziario al suo stesso livello", rischia di alimentare progetti a dir poco ambigui, come quello del collettivo Robin Hood finlandese , il quale si vanta di aver saputo "piegare la finanziarizzazione dell”economia a nostro vantaggio" e di essere diventato "il terzo miglior fondo speculativo del mondo" (!?).

A proposito di questo tipo di discorsi, Dardot e Laval commentano: "non possiamo non constatare la vicinanza tra le tesi che promuovono l'anarcocomunismo dell'informazione e quelle che esaltano i meriti del capitalismo digitale". Infatti in comune hanno la stessa fede nella virtù taumaturgica dell'immateriale, inteso come potenza in grado di trasformare il mondo dall'interno, e la stessa esaltazione della conoscenza come potere di trasformazione delle relazioni interumane. A proposito di quest'ultimo punto, sempre Dardot e Laval sottolineano come esso prenda le mosse da un'analisi che troppo spesso "si fonda sulla supposta capacità intrinseca che la conoscenza possederebbe in quanto bene pubblico puro e che consisterebbe nella sua cumulabilità e nella sua naturale capacità produttiva" -analisi che rimuove il fatto che "Non è la “natura” della conoscenza che determina la sua capacità produttiva, sono le regole giuridiche e le norme sociali che garantiscono o meno la sua estensione e la sua fecondità".


Gorz, Negri e soci sono convinti che il capitalismo cognitivo generi da sé le condizioni del proprio superamento, o meglio le abbia già generate, nel senso che l'intelligenza imprenditoriale del capitale si ridurrebbe oggi a convertire in profitto (o meglio in rendita) la ricchezza sociale che viene spontaneamente generata dallo spazio sociale innervato dalle tecnologie digitali; il capitale non sarebbe insomma più in grado di esercitare il suo controllo diretto su una forza-lavoro che organizza autonomamente la cooperazione fra intelligenze individuali e collettive. Il che significa dimenticare la lezione di Marx nel Capitolo VI inedito, secondo cui le funzioni specifiche del capitalismo maturo - organizzazione, comando e sorveglianza - emergono proprio nel momento in cui il lavoro diventa cooperativo: è precisamente da quel momento che i cooperanti si presentano essi stessi solo come un particolare modo di esistenza del capitale. L'economia della conoscenza ha forse cambiato questa realtà? Assolutamente no. È piuttosto l'analisi postoperaista che sottovaluta "il peso dell`inquadramento e della direzione del lavoro da parte delle nuove forme di governamentalità liberiste all`interno dell'impresa capitalistica", scambiando per "autonomia" del lavoro vivo "le nuove forme di potere attraverso le quali il capitale plasma il processo del lavoro cognitivo e modella le soggettività".


Vale infine la pena di notare come queste tesi presentino evidenti analogie con alcune concezioni teoriche che risalgono alle fasi premarxiste del movimento operaio. Lo spinozismo di Negri, con la sua visione di una potenza originaria e spontanea del sociale (basti pensare al concetto di moltitudine), si allontana infatti dall'approccio di Marx, il quale concepisce il sociale come un prodotto storicamente determinato, tanto nei contenuti che nelle forme. Ecco perché la sua tesi del capitalismo contemporaneo come puro "estrattore di rendita" finisce invece per convergere con la tesi di Proudhon laddove costui sosteneva che il capitalismo è una formazione predatoria che letteralmente "ruba" la ricchezza generata dal sociale. Tanto la "forza collettiv" che secondo Proudhon genera tale ricchezza, quanto il general intellect postoperaista tendono a presentarsi come una sorta di attributo immanente (e quindi metastorico) dell'individuo sociale. Per cui vale per Negri la stessa obiezione che Marx faceva a Proudhon:"il prelievo capitalistico non è successivo perché la produzione in quanto tale è già presieduta dalla ricerca del profitto". È già, cioè, produzione specificamente capitalistica.

venerdì 2 giugno 2017

UNA PORCATA DI ACCORDO PER UNA PORCATA DI LEGGE ELETTORALE di Leonardo Mazzei

[ 3 giugno 2017 ]


Il Redibellum (legge Renzi-Di Maio-Berlusconi). Un'analisi comparata dell'ennesima truffa antidemocratica

Scrivono i giornali di ieri mattina che Renzi non è sicuro che l'accordo con M5S sulla legge elettorale tenga davvero. E in effetti, accettate le liste bloccate e i capilista garantiti, create cioè le premesse di un altro parlamento di nominati, il subbuglio tra i pentastellati è palpabile. Ma Grillo è già intervenuto: il web ha parlato e non si osi contraddirlo.

Anche nel dorato mondo di piddinia non mancano i mugugni. Per nobili motivi, ovviamente: i deputati hanno infatti scoperto che una buona parte di loro dovrà andarsene a casa. Orrore, orrore, triplo orrore! Che ne sarà mai del Paese senza di loro! In realtà questi geni della politica avrebbero dovuto saperlo da tempo, dato che il premio di maggioranza del Porcellum che trasformò graziosamente un 29% di voti (della coalizione di centrosinistra) in un 54% di seggi non c'è più da tempo. L'ha cancellato prima la sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale e poi, in maniera definitiva, affossando l'Italicum, il 60% di No al referendum del 4 dicembre. Evidentemente costoro non hanno mai smesso di sognare un'altra legge truffaldina quanto le precedenti. E con il Rosatellum ci hanno provato, ma non poteva andargli bene dato che al Senato i numeri proprio non c'erano.

Il loro capo, che un po' di realismo ce l'ha, ha invece preferito incassare i benefici (per lui e per la sua banda denominata Pd) di un accordo sul cosiddetto "sistema tedesco", che proprio "tedesco" del tutto non è. Questo accordo, benedetto oltre che da Renzi, anche da Berlusconi e Di Maio, è stato formalizzato due giorni fa alla Camera con il testo presentato dal piddino Emanuele Fiano. E' dunque a questo testo che dobbiamo attenerci per un giudizio politico su quel che si va preparando.

Il ragionamento di Renzi è stato semplice: meglio un uovo oggi che una gallina domani. Detto in termini più precisi, meglio un furto più piccolo ma sicuro oggi, che continuare a  sognare la rapina del secolo domani. Il tutto con un evidente retro-pensiero: se il furto di seggi sarà sufficiente a tornare a Palazzo Chigi, ci sarà poi tutto il tempo per ritentare il colpo più grosso.

Ma entriamo nel merito della legge Renzi-Di Maio-Berlusconi (Redibellum), concentrandoci su cinque punti: 1. il meccanismo elettorale; 2. le differenze (naturalmente peggiorative) con il sistema tedesco; 3. gli effetti disproporzionali e dunque antidemocratici di questa legge; 4. la vergognosa posizione di M5S; 5. gli scenari politici che ne possono derivare.


  1. Il meccanismo del Redibellum  


Con il nuovo progetto di legge elettorale l'Italia è divisa in 303 collegi uninominali, contenuti in 26 circoscrizioni. Gli elettori voteranno su due schede, una per la Camera, l'altra per il Senato. Accanto ad ogni simbolo ci sarà, a sinistra, il nome del candidato del collegio uninominale e, a destra, il listino bloccato dei candidati della circoscrizione. Il voto al candidato si estende automaticamente alla lista e viceversa. Restano fuori dalle nuove regole le circoscrizioni estere nonché quelle del Trentino e della Valle d'Aosta, che continueranno a votare come nel passato. 

Parteciperanno all'attribuzione dei seggi, con metodo proporzionale, solo i partiti che avranno ottenuto almeno il 5% dei voti validi su scala nazionale. Agli altri non spetterà alcun rappresentante. Se il voto sarà semplice, più complesso il sistema di ripartizione dei seggi. Per ogni lista verrà eletto per primo il capolista della circoscrizione, poi i vincenti più votati dei collegi uninominali, poi (nell'ordine) gli altri del listino bloccato, ed infine i candidati più votati ma non vincenti all'uninominale. La risultante di questo meccanismo sarà appunto quello di avere un parlamento di nominati dalle segreterie dei partiti.


  2. Il tedesco "italianizzato"  


Se la soglia di sbarramento del 5% è esattamente quel che caratterizza il sistema tedesco, ci sono però nella proposta Fiano due differenze piuttosto rilevanti. La prima è che in Germania il voto al candidato del collegio uninominale serve solo a stabilire la graduatoria degli eletti per ogni lista, mentre è il voto al partito - separato infatti da quello ai candidati dell'uninominale - che determina il numero dei seggi da assegnare nazionalmente. Con il Redibellum avremo invece che sarà il voto dei candidati locali a trainare il dato nazionale delle varie liste. Come è stato scritto nella risoluzione della Cln si tratta di "un enorme premio ai potentati locali, siano essi di carattere economico, clientelare o mafioso". Il partito che se ne avvantaggerà di più sarà certamente il Pd, che per una serie di motivi dispone di un ceto politico più conosciuto e più radicato (anche solo per ragioni clientelari) nei territori.

La seconda differenza sta nel meccanismo di ripartizione dei seggi, già esaminato al punto 1. In Germania i primi ad essere eletti sono infatti i candidati dei collegi uninominali. Dunque l'elettore ha un certo potere di scelta. Potere comunque limitato, assai inferiore a quello che si avrebbe con il voto di preferenza. Tuttavia il trio Renzi-Di Maio-Berlusconi ha pensato bene di sequestrare anche questo residuale diritto democratico.


  3 . Gli effetti antidemocratici della nuova legge  


Perché il sistema tedesco, al di là dei peggioramenti di cui sopra, è comunque antidemocratico? Per due motivi piuttosto semplici. In primo luogo perché nega la rappresentanza ad una gran massa di elettori. La soglia del 5% equivale a circa due milioni di voti. Non è una mostruosità lasciare fuori dal parlamento una lista votata da due milioni di persone? 

In secondo luogo, questa legge è antidemocratica perché - proprio grazie allo sbarramento - produce un effetto disproporzionale piuttosto pesante. Nelle ultime elezioni tedesche, del settembre 2013, la CDU ottenne il 41,5% dei voti, ma ben il 49,3% dei seggi. Chi oggi parla dunque di "proporzionale", magari gridando allo scandalo come fanno i vari Prodi, Orlando e Pisapia (che rappresenterebbero niente di meno che la "sinistra"...) finge dunque di non sapere come davvero funziona quel sistema. 


  4. La vergognosa posizione di M5S  


Non siamo mai stati teneri sulle idee grilline in materia di legge elettorale. Ma davvero al peggio non c'è limite. Non solo abbiamo il paradosso di un movimento, che si vorrebbe ultra-democratico, che fa il suo primo accordo politico rilevante con la casta, quella che a parole vorrebbe cancellare, proprio per arrivare ad una legge antidemocratica ed appunto castale. Abbiamo anche che se fosse stato per loro questa legge sarebbe stata pure peggio, o con un premio di maggioranza peggiore di quello previsto dall'Italicum (Grillo e Di Maio hanno parlato di abbassare le soglie per accedervi al 35/37%!), o con l'introduzione del sistema spagnolo che assegna i seggi solo a livello circoscrizionale, cancellando ogni recupero dei resti su base nazionale. Insomma, nell'occasione i pentastellati hanno fatto a gara con i piddini per il premio "porcata d'oro 2017". Se questa corsa è stata in parte frenata è solo perché tutto ciò contrastava con gli interessi di Berlusconi, interessi che Renzi non ha potuto ignorare vista l'offerta di una collaborazione di governo dopo il voto da parte dell'ex cavaliere.

Ma c'è un altro aspetto non meno grave nel comportamento di M5S. Ed è la cancellazione, di fatto, del vero significato antioligarchico del referendum del 4 dicembre. Quel voto spazzava via la pretesa di trasformare in maggioranza assoluta un'esigua maggioranza relativa, spazzava via la pretesa di Renzi di governare da solo col 30% dei voti. Quel voto esigeva una svolta democratica e costituzionale, non la ripetizione del mantra della "governabilità" che da trent'anni fa da cornice ad ogni passaggio autoritario. E invece M5S - ma qui il discorso andrebbe allargato a chi ha deciso di fatto di sciogliere i comitati per il No il giorno dopo il referendum - non solo non ha raccolto quella grande spinta democratica, ma ha finito per accomodarsi anch'esso al gran banchetto della "governabilità". Vedremo poi se questo gli porterà bene nelle urne. Chi scrive non lo pensa affatto. In ogni caso, una porcata antidemocratica tale rimane indipendentemente dal risultato delle prossime elezioni.


  5. Quali scenari con questa legge?  


Naturalmente, il fatto che la nuova legge altro non sia che l'ennesimo inganno, non garantisce di per sé la riuscita dell'imbroglio. I calcoli dei tre contraenti del Redibellum sono però chiari. Di Maio crede che M5S arriverà primo, e che comunque si avvantaggerà assai dell'effetto disproporzionale del "tedesco". Berlusconi si accontenta di restare in gioco, pronto - come abbiamo già detto - ad offrirsi a Renzi dopo le elezioni. Il segretario del Pd è però quello che ha le carte più forti. Egli sa che, pur in una cornice "proporzionale", i collegi uninominali gli daranno un enorme vantaggio. Non a caso un sistema simile era stato proposto, già l'anno scorso, dal segretario Pd della Toscana, Dario Parrini. Dopo di che Renzi sa altrettanto bene che quel vantaggio non gli basterà per governare da solo, ma il pre-accordo di questi giorni con il Berluska gli dà comunque una certa sicurezza.

Dunque i giochi sono già fatti? No, perché non è detto che i vantaggi del "tedesco", e quelli ulteriori della sua "italianizzazione", siano sufficienti a dare certezza al disegno renziano. E se la somma dei seggi di Pd e Forza Italia non supererà il 50% il gioco si farà davvero interessante. Ma di questo è prematuro parlare. 

Ci sono ora altre tre questioni da segnalare. La prima, riuscirà l'accrocco tra i bersaniani e gli ex sellini di Sinistra Italiana a superare il 5% sotto la guida di una nullità assoluta come Pisapia? Gli interessati ci credono, chi scrive molto, ma molto meno. In politica due più due non fa mai quattro, alle volte fa 1,5. L'esperienza della Sinistra Arcobaleno del 2008 non insegna niente? Ma questi (stando almeno al loro super-sponsorizzato leader) non vogliono neppure presentarsi come "sinistra", bensì come nuovo centrosinistra. Insomma, una roba davvero forte ed eccitante per chi andrà a votare...

L'altro aspetto di un qualche rilievo riguarda il destino del cosiddetto "centro", con i poveri Alfano e Casini, con i montiani e gli eterni amanti della palude traditi da Renzi. Il rottamatore li vuole appunto rottamare, e almeno su questo il consenso popolare ce l'ha e davvero maggioritario. Il punto è che il segretario del Pd vuole occupare lui e soltanto lui il mitico "centro", altro che le mezze calzette di cui sopra. Costoro il 5% non lo vedranno neppure col cannocchiale, dunque molti di questi personaggi alla deriva cercheranno in tutti i modi di accasarsi altrove. Infine c'è la questione della destra, dove la Meloni dovrà decidere se correre il rischio (quasi proibitivo) del 5% o se invece allearsi in posizione necessariamente subalterna con la Lega salviniana.


  Conclusioni  

Se il giudizio sul Redibellum ha da essere netto - si tratta dell'ennesima legge-porcata assolutamente antidemocratica - la sua conseguenza più probabile (più probabile, non certa, lo ripetiamo) sembra l'arrivo di un governo Renzi-Berlusconi. Dicono i commentatori che una tale accoppiata sarebbe vista a Berlino come una mezza disgrazia. Solo mezza però, sottolineiamo noi, perché figuriamoci come verrebbe invece visto dall'oligarchia eurista un governo M5S-Lega...

Osservato da Berlino, Bruxelles e Francoforte il Redibellum un pregio comunque ce l'ha. E non è solo quello di consentire a lorsignori di sfangarla un'altra volta, ma è pure quello di favorire il compattamento delle forze sistemiche ed elitarie (Pd e Forza Italia questo sono) contro il meno omogeneo fronte delle forze classificate come "populiste". Insomma, se le persone fisiche di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi fanno storcere un po' il naso alla raffinata tecnocrazia che domina il continente, diverso è il discorso sulle forze sociali prima ancora che politiche che essi rappresentano. In fondo anche l'amato Macron ha dovuto populistizzarsi un po' per arrivare all'Eliseo...

Considerato da questa angolatura, il frutto peggiore della legge "tedesca" potrebbe essere dunque un ulteriore passo verso la germanizzazione della politica italiana. Ma non è detto che vada così. Non è detto sia per le considerazioni geopolitiche svolte recentemente da Moreno Pasquinelli, sia perché - fortunatamente - non tutte le ciambelle riescono col buco. E noi speriamo vivamente che l'ennesimo furto di democrazia, rappresentato dalla legge elettorale in gestazione, vada del tutto di traverso ai sui ispiratori, promotori, autori e sostenitori. Amen.

IL LAVORO, L'AUTOMAZIONE, IL FUTURO. Domani 3 giugno Convegno a Perugia

[ 2 giugno 2017 ]


Digitalizzazione dell’economia, Industria 4.0, robotica, Big data, intelligenza artificiale, Rete ...

L’insistenza con cui le élite dominanti tentano di convincerci che le nuove tecnologie ci offriranno un futuro radioso diventa ogni giorno più martellante.

La cosiddetta “rivoluzione tecnologica”, applicata al mondo del lavoro, ci viene presentata come una “grande opportunità”, per altri è addirittura la panacea che risolverà tutti i mali.

Secondo studi recenti (McKinsey) le nuove tecnologie digitali faranno perdere nel mondo 1,1 miliardi di posti di lavoro e stipendi per 15.800 miliardi di dollari annui.
Per gli apologeti della “innovazione” non c’è alcun dramma sociale:  nuove professioni e nuovi lavori rimpiazzeranno quelli spazzati via.
Una tesi, quest’ultima, che i dati in arrivo dagli Stati Uniti, smentiscono.

Secondo una recentissima ricerca i posti di lavoro andati perduti sono molti di più di quelli creati. Per di più i nuovi posti di lavoro sono in gran parte precari, mal pagati, di bassa qualità. Sempre secondo queste ricerche la prossima ondata di tecnologie ancora più “avanzate” —machine learning, droni e automobili senza conducente— allargherà questa forbice. [Evidence that robots are inning the race for american jobs, NewYork Times del 28 marzo]

Che questa cosiddetta “rivoluzione tecnologica” sia nell’interesse dei giganti della produzione, della distribuzione e dei servizi, non c’è dubbio.
Il macchinismo è stata sempre un’arma del capitale, sia per massificare la produzione allo scopo di aumentare i profitti, che per trasformare i lavoratori stessi in automi, docili e mansueti.

Il nostro convegno proverà a rispondere a tre domande.
La prima: è possibile, in questa economia neoliberista, dove tutto sarebbe deciso dalla “mano invisibile” del mercato, che la “rivoluzione tecnologica” sia utilizzata per il bene comune della collettività?
La seconda: è ancora giusto rivendicare la piena occupazione oppure la soluzione è il reddito universale di cittadinanza?
La terza infine: siamo sicuri che le tecnologie siano neutrali? Che le innovazioni tecniche siano un valore positivo in sé? O non è forse vero che esse possono essere distruttive perché conducono ad una disumanizzazione del mondo del lavoro e delle relazioni sociali?

   FUTURO AL LAVORO   
Come saranno la vita e il lavoro nel tempo dell'automazione?
Davvero la "nuova economia" renderà superfluo il lavoro?
Il dominio della tecnica è una minaccia o una speranza per l'umanità?

CONVEGNO
sabato 3 giugno, ore 15:00
Hotel Mater Gratiae - PERUGIA

Con:
Marco Veronese Passarella e Dario Guarascio

Porteranno i loro contributi:

Tiziana Ciprini (M5S), Carlo Romagnoli (PCI) Filippo Gallinella (M5S) Mario Bravi (SI), Moreno Pasquinelli (P101)


Presiede: Marcello Teti


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CONTRO L'ECONOMICISMO di Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro

[ 2 giugno ]


Cari compagni,
anche se non ci è possibile partecipare al convegno su “Comunisti, blocco sociale e populismi” da voi organizzato, riteniamo comunque doveroso mandarvi un nostro contributo perché la vostra lettera di invito non chiama ad un generico dibattito ma individua nodi assai importanti, sui alcuni dei quali qui vorremmo esprimervi  il nostro punto di vista.
Per cominciare vogliamo sottolineare un fatto che tutti noi diamo talmente per scontato da non riuscire a coglierne appieno il significato: l’arretramento generale dei comunisti in Occidente deriva soprattutto dalla sconfitta del comunismo storico novecentesco,  ed è soprattutto a causa di ciò che  i comunisti arrivano disarmati, come voi notate,
all’appuntamento con l’attuale crisi del capitalismo. Ci sembra opportuno richiamare questo evento “genetico” perché, ad esempio, il “politicismo” che giustamente criticate (ossia la propensione per il lavoro istituzionale, l’allontanamento dal confronto quotidiano con le masse, ecc. ) può essere veramente superato soltanto se si comprende che esso deriva anche dal fatto che la politica (compresa la nostra politica) da molti anni si svolge “in assenza di orizzonte”, ossia senza il riferimento concreto ad un’alternativa radicale allo stato di cose presente. 
In queste condizioni un vero superamento del politicismo non può consistere soltanto nel recupero della dimensione militante e di massa del nostro intervento, ma richiede che tutto ciò sia accompagnato dall’indicazione di una politica che sia degna di questo nome, e che quindi sia orientata all’avvicinamento concreto ad una forma possibile di socialismo. Un avvicinamento che non può non includere, in particolare in condizioni di crisi, esperienze di governo sia a livello locale che, soprattutto, nazionale. Se non ci poniamo questi problemi  (e porseli non significa certo correre verso una qualunque soluzione istituzionale non appena essa sia apparentemente possibile) ci riduciamo al vertenzialismo, fungiamo, magari con buoni risultati, da “struttura di servizio” per le proteste e per i movimenti, ma al momento delle scelte politiche generali lasciamo di fatto le masse in balia delle numerose pseudo-alternative presenti sul mercato, e così favoriamo di nuovo una forma di politicismo.  
Inoltre, in mancanza di un obiettivo generale che imponga di pensare alla connessione tra l’azione di oggi e quella di domani, i nostri quadri, fissandosi sulla dimensione tattica immediata, finirebbero per essere comunque subalterni alle situazioni date (sia nella società che nelle istituzioni) oscillando inevitabilmente tra movimentismo e opportunismo. La difficoltà dell’iniziativa quotidiana di massa dipende anche dalla nostra incapacità di indicare ad esse una realistica speranza. E d’altro canto il naufragio della quasi totalità dei militanti che abbiano avuto incarichi istituzionali non deriva solo dall’assenza di rapporto con le masse, ma anche dall’assenza di rapporto con una prospettiva.
Detto questo, a noi pare che sia utile individuare sinteticamente gli elementi di debolezza teorica del nostro campo (debolezza a cui voi fate più volte cenno) nell’incompleto superamento della versione economicista del marxismo, versione che aveva iniziato ad essere efficacemente criticata negli anni ’70 ed ’80 dello scorso secolo grazie ad un lavoro teorico che si è però di fatto interrotto con il crollo dell’esperienza del socialismo reale e con la connessa crisi del movimento operaio occidentale.
Estremizzando (ma non troppo) i tratti fondamentali dell’economicismo marxista, diremo che esso è caratterizzato dalle seguenti tesi:
  • la dinamica sociale del capitalismo è mossa dallo sviluppo delle forze produttive;
  • tale sviluppo è lineare e progressivo e determina univocamente le forme culturali e politiche che gli corrispondono e che da esso dipendono in maniera meccanica;
  • lo sviluppo delle forze produttive ha un contenuto sostanzialmente “neutrale”, perché dà luogo ad una socializzazione della produzione che costituisce la base della società socialista;
  • esso peraltro produce anche il soggetto della rivoluzione socialista, perché generalizza il lavoro salariato e lo concentra in masse sempre più grandi, aumentandone la forza sociale e la consapevolezza politica, cosicché il punto più alto di sviluppo del capitalismo diviene anche il punto del suo rovesciamento radicale.
In modi diversi, questo economicismo ha influenzato sia la seconda che la terza internazionale, ha contato non poco nel condizionare negativamente la strategia del movimento comunista e la stessa costruzione del socialismo, e si può agevolmente dimostrare che esso influenza decisamente anche quella che è, purtroppo, la forma attualmente più diffusa di marxismo in Italia e in Europa: il cosiddetto operaismo, poi post-operaismo, poi “italian theory”, che peraltro riassume ed estremizza molti degli errori dell’intera sinistra radicale.
All’opposto di quanto abbiamo appena sintetizzato, la critica antieconomicista, che riteniamo vada ripresa e sviluppata, parte invece dall’assunto secondo cui la dinamica del capitalismo è mossa dalla necessità di riprodurre i rapporti sociali antagonistici tra capitale e lavoro ( e, a livello mondiale, fra territori dominanti e territori subalterni). Lo sviluppo delle forze produttive è una delle forme della riproduzione di questi rapporti antagonistici, e quindi le stesse forze produttive sono tutt’altro che “neutre”: la tecnologia è costruita in modo da favorire la subordinazione dei lavoratori, e la stessa socializzazione della produzione avviene in maniera gerarchica, opponendo capitali grandi e piccoli, territori subordinati e dominanti. Proprio il carattere antagonistico dei rapporti sociali fa sì, inoltre, che essi non possano essere riprodotti soltanto per via economica, e rende necessario l’intervento stabile dello stato che, perciò, deve essere ritenuto elemento essenziale del funzionamento del capitalismo, un elemento che agisce in forme specifiche (diverse in ogni fase storica),  che non è semplice appendice dei monopoli, e che, a differenza di quanto spesso argomentano gli economicisti, non può sparire a causa di una presunta integrazione armonica dei processi produttivi mondiali. L’antagonismo dei rapporti sociali, le contraddizioni della socializzazione, le forme diversificate dell’azione dello stato spiegano il carattere disarmonico e non lineare dello sviluppo delle forze produttive e del complesso della società: nessuna legge prescrive che il risultato della dinamica del capitalismo sia sempre e comunque una maggiore integrazione dell’economia mondiale, né che a questa eventuale integrazione (che andrebbe peraltro assai meglio misurata, stabilendo in maniera univoca quali siano i criteri che ci fanno dire se essa cresce o diminuisce) debba necessariamente corrispondere una ed una sola forma di stato, ossia uno stato globale e sovranazionale e/o un non-stato dedito soltanto ad alcune funzioni tecnico-amministrative.  Le tre forme-base assunte dalla statualità (la città stato – o stato regionale, lo stato nazionale e l’impero) non sono i gradini di un progresso che inevitabilmente conduce dal “più piccolo” al “più grande”, ma sono forme che vengono di volta in volta usate o scartate a seconda se siano in quel momento funzionali o meno alla riproduzione dei rapporti tra capitale e lavoro e tra diverse frazioni di capitalisti. Il passaggio dal semi-impero statunitense e/o dal polo imperialistico europeo ad una nuova tendenziale nazionalizzazione non è un incidente occasionale, un malaugurato intoppo nelle “magnifiche sorti e progressive” del capitalismo: è il risultato degli antagonismi acutizzati dalla globalizzazione, l’inevitabile ritorno alla frammentazione ed alla guerra dopo la falsa pacificazione mercantile del mondo.
Nonostante quanto si dice in giro sull’irreversibilità della “Storia”, quindi, il capitale può “tornare indietro” (altrimenti non sarebbe tornato al liberismo, o non sarebbe tornato – dando vita all’euro – alla rigidità monetaria propria di quel gold standard che era stato a suo tempo abbandonato). E così possiamo fare anche noi: i grandi marxisti antieconomicisti ce lo hanno detto. Gramsci scriveva che se è vero che l’unità nazionale è un fatto obiettivamente progressivo, quando il processo di unificazione è univocamente gestito a vantaggio delle classi dominanti nulla vieta ai subalterni di tornare almeno momentaneamente a forme regionalistiche. E Lenin, a favore dell’autodeterminazione delle nazioni e contro le teorie dell’ultraimperialismo già allora in voga (e terribilmente smentite dal primo conflitto mondiale,) diceva che il fatto che l’economia di una nazione sia “ormai” integrata a quella di una nazione più grande e potente, non deve essere sempre e comunque considerato irreversibile e positivo: se si tratta di un’integrazione subalterna la nazione più debole ha il diritto di separarsi, magari per ricontrattare le forme dell’integrazione. Detto di nuovo in termini generali: non è affatto scontato che una integrazione della produzione possa essere meglio gestita da uno stato sovranazionale; anzi, soprattutto per fuoriuscire da un regime capitalistico per il quale integrazione significa gerarchizzazione, l’esistenza di stati nazionali (uniti da una confederazione o comunque da un patto politico) può meglio tutelare i territori più deboli invertendo o quanto meno arrestando la gerarchizzazione stessa. La mediazione post-’45 fra stati nazionali europei non ha affatto escluso gli scambi e la cooperazione ed ha favorito una crescita relativamente equilibrata. La nascita del super-stato europeo ha invece aumentato gli squilibri.
Come si vede, si parte da un confronto apparentemente astratto tra economicismo ed antieconomicismo, e si arriva ai temi scottanti dell’oggi. Ed alla legittimità di un discorso nazionale da parte del proletariato e del blocco sociale di cui esso potrebbe far parte. Non solo: sviluppando la critica antieconomicista si può porre su più solide basi la questione del soggetto e, appunto, del blocco sociale, che è l’altra questione importante che voi ponete nel vostro invito.
Non c’è nessuna lineare necessità storica che garantisca che il lavoro salariato possa essere sempre un soggetto rivoluzionario e che anzi proprio nel punto più “alto” dell’organizzazione capitalistica del lavoro si celi il becchino del capitalismo stesso. L’impostazione teorica di Marx prevede, al contrario, che il lavoro salariato sia in quanto tale preda del feticismo della forma-salario, che occulta la vera natura del rapporti tra capitale e lavoro: per cui la formazione del proletariato come soggetto politico è in realtà una trasformazione culturale, politica ed organizzativa che fa sì che il lavoro salariato non si pensi più e non agisca semplicemente come tale, ossia non si muova semplicemente sulla base dei suoi immediati interessi materiali, che, di per sé stessi, possono condurre a scelte assai diverse tra loro. L’esperienza storica non fa che confermare tutto ciò: tutti i più importanti processi rivoluzionari, soprattutto nell’occidente capitalistico, sono stati contrastati non solo dalla classe avversa, ma anche e più insidiosamente da frazioni dello stesso proletariato (in genere proprio le frazioni più avanzate, quelle che si situano nel famoso “punto alto”) e dalle loro organizzazioni. Dal che si deduce , tra l’altro, che il fatto di agire come classe non è per nulla una garanzia: la forma classista dell’azione del proletariato (ossia quell’azione che prende le mosse dall’unificazione capitalistica del proletariato stesso, dalla radicalizzazione dell’azione sindacale e dall’esistenza di partiti proletari) può darsi contenuti politici assai differenti l’uno dall’altro. L’attuale, e probabilmente momentaneo, declino di quella forma non deve essere quindi visto sempre e comunque come un ostacolo insormontabile allo sviluppo di una lotta dei lavoratori, lotta che può esprimersi in molti modi (anche se alla fine deve convergere comunque verso obiettivi socialisti).
Oggi stiamo scontando, anche in questo campo, proprio la natura nient’affatto lineare e progressiva dello sviluppo delle forze produttive. Se per Marx la grande industria e la società per azioni conducevano ad una concentrazione del proletariato e ad una dispersione della proprietà (basi soggettive ed oggettive del comunismo), l’industria attuale e l’attuale presenza degli investitori istituzionali portano,  all’inverso, ad una concentrazione della proprietà  e ad una dispersione del proletariato. Sia all’interno della grande impresa, sia nel rapporto tra grande impresa e piccole imprese terziste, sia, ed ancor più, nella selva del precariato o delle finte partite Iva, il proletariato si separa in un vertice garantito, fortemente qualificato, stabilmente occupato od occupabile, ed in una larghissima base che ondeggia invece tra lavoro e no, tra piccola impresa familiare e lavoro salariato, tra lavoro servile e lavoro addirittura gratuito. In tali condizioni, aggravate come si diceva dalla sconfitta storica del socialismo e, aggiungiamo, dalla sostituzione scientifica, nella funzione di perno della soggettività,  della figura del produttore con quella del consumatore mobile  e “reticolare”,  è inevitabile che la lotta dei lavoratori assuma forme populiste e che quindi il populismo (ossia un linguaggio che non si presenta immediatamente come classista) divenga la forma generale della lotta di classe, non solo delle classi intermedie, ma anche del proletariato. Tale forma, che da un punto di vista economicistico e lineare può apparire come un regresso (e per molti versi lo è), da un punto di vista storico-materialista è semplicemente il campo d’azione dato per i comunisti, campo al quale i comunisti devono adeguarsi, riconoscendone i limiti e le opportunità. Opportunità tra le quali annoveriamo la propensione a porre immediatamente il problema della sostituzione del ceto di governo: il che, se non è ancora la posizione del problema del potere di stato, è comunque un punto di vista più avanzato di quello per ora espresso dal proletariato organizzato e “garantito”, oggi subalterno al capitale transnazionale.
Ecco, la questione della costruzione del blocco sociale deve per noi partire da queste considerazioni. E quindi dalla forma nazionale dello spazio in cui agiamo, dal carattere inevitabilmente populista del soggetto a cui ci riferiamo, dalla natura eminentemente politica (programmatica, prospettica e quindi potenzialmente di governo) della nostra azione di radicamento nelle masse. Un radicamento che richiede un forte mutamento di stile di lavoro e di linguaggio se si vuole intercettare il mutamento di forma della lotta di classe di cui abbiamo poco sopra parlato. Un mutamento di forma tale per cui, se il concetto di classe e di lotta di classe hanno sempre una validità euristica indiscutibile, il nostro linguaggio classista e conflittuale diviene invece controproducente sia perché, oggi, i membri della classe non si riconoscono più immediatamente come tali, sia perché i conflitti sono spesso diversi da quelli a cui siamo storicamente abituati, sia perché la grande maggioranza delle persone, oggi come e più di ieri, non partecipa direttamente ai conflitti (se non in situazioni apertamente rivoluzionarie) e ha bisogno, in attesa dei momenti di più acuta ed inevitabile mobilitazione, non dell’incitamento alla battaglia ma di una forza che carichi su di sé l’onere del conflitto, da un lato individuando un nemico assoluto, dall’altro indicando una soluzione concreta ai problemi quotidiani. 
Ci piaccia o meno, dobbiamo saper essere contemporaneamente rivoluzionari e “moderati”. Oggi, per trasformare quel blocco sociale potenziale di cui voi parlate in un blocco sociale effettivo e consapevole,  dobbiamo inventare uno stile discorsivo che non parta (o non parta sempre) dalla classe, ma parta piuttosto dalla dimensione popolare e nazionale, per argomentare comunque obiettivi socialisti e quindi internazionalisti. Precisando che lo stesso discorso “nazionale” non si trova bell’e pronto nelle abitudini e nella memoria del “popolo” (dove piuttosto sembra dominare un a-nazionalismo che non è affatto internazionalismo, ma è piuttosto sfiducia nella possibilità di una politica autonoma sia in campo estero che all’interno) e deve invece essere costruito come discorso della riappropriazione delle risorse create dal lavoro e dal risparmio, una riappropriazione che oggi assume inevitabilmente forme nazionali perché l’espropriazione del lavoro è oggi attuata e/o acutizzata soprattutto dal capitale “transnazionale”.

giovedì 1 giugno 2017

NÉ DESTRA NÉ SINISTRA (PRIMA PARTE: LA FILOSOFIA) di Tonguessy

[  1 giugno 2017 ]

«L’identitarismo, il comunitarismo e via via fino al rossobrunismo sarebbero quindi forme di “manipolazione semantica dei segni” che, in pieno spirito postmoderno, generano ridondanze (falsi positivi e negativi) rispetto alla questione primaria di collocazione politica. Sono maldestri tentativi di meticciato che attraverso l’uso del melting pot pretende di accostare per omologare e infine confondere le identità su cui è stata costruita tutta la storia politica moderna. L’evidente scopo è di rendere intollerabili le distinzioni (cui prodest?) e dotare i cittadini di mille sofismi in grado di destrutturare le precedenti tassonomie».

Ringraziamo l'amico Tonguessy che  ha scelto SOLLEVAZIONE come tribuna per pubblicare un suo saggio con cui fa i conti con la cosiddetta "fine della dicotomia destra-sinistra". Qui sotto la prima parte. Le altre seguiranno nei prossimi giorni.

Tema, quello della "fine della dicotomia", su cui siamo intervenuti già:

DICOTOMIA DESTRA SINISTRA. LE DIVERGENZE TRA IL COMPAGNO CHIESA E NOI
 10 novembre 2010
DICOTOMIA DESTRA-SINISTRA: TRAMONTO O ECLISSI? 
31 ottobre 2013
"ANCORA CON QUESTA STORIA DELLA DESTRA E DELLA SINISTRA?" 
25 agosto 2016

Ma ora la parola a Tonguessy...




La postmodernità è quel fenomeno economico, politico, sociale e culturale entrato in conflitto con la modernità ed i miti e riti che la contraddistinguevano. Tra i maggiori studiosi della filosofia di questa transazione c’è sicuramente Baudrillard, il quale ha identificato nella saturazione e nella ridondanza due matrici cardini del fenomeno in atto. Il capitale attraverso l’industria ha creato da una parte una quantità tale di merci da fare sprofondare i mercati nella saturazione (incubo stagflazione), e dall’altra una moltiplicazione di oggetti e valori tali da generare ontologie parallele e spesso non sovrapponibili. La liturgia del consumo esponenziale (modernità) ha canonizzato i rapporti sistematici astratti con tutti gli oggetti-segno (postmodernità). 
«Il consumo non è un’attività materiale e neanche una fenomenologia dell’abbondanza. Il consumo, se mai ha un senso, è un’attività di manipolazione sistematica dei segni». [1]
La sistematica astrazione dei segni, ovvero la virtualizzazione del reale (che diventa quindi iperrealtà) trova facile applicazione nella digitalizzazione programmata dei rapporti (facebook, sms, wiki e tutto il resto passando per le fake news). La realtà precedentemente adagiata sull’universale davanti al multiverso postmoderno si deve quindi posizionare su stratificazioni di convenienza, legate al Sé da relativismi strutturali. Grazie alla ridondanza tutto tende all’infinito ed i vecchi punti saldi, dopo avere affrontato intemperie ed intemperanze postmoderne, si sono sgretolati. Ciò che prima aveva un senso oggi quel senso l’ha perso, ed il senso nuovo va ricercato nella pletora di stratificazioni che veicolano i vari significati. Saturazione e ridondanza. I codici (comportamentali, politici, culturali) sono stati decodificati e destrutturati ed i bit che li componevano sparpagliati, pronti per essere assemblati alla bisogna.

L’iperrealtà ci ha consegnato un mondo tanto reale quanto immaginario, al tempo stesso deterministico e casuale, significativo ed insignificante, pacifico e guerrafondaio, e via elencando antinomie. “La guerra è pace” di Orwell è la sintesi perfetta del manifesto postmoderno. Il faro nella notte grazie al gioco degli specchi è stato replicato all’infinito, e né notte né faro esistono più: grazie all’iperrealtà della moltiplicazione digitale ciò che li legava alla percezione è stato portato a ridosso dell’infinito, riducendoli a poltiglia informe ed indistinta. Nel multiverso attuale di loro resta solo il suo eco legato all’universo di una volta mentre si percepisce tutto attraverso l’algoritmo della moltiplicazione.

Nella cosmologia della postmodernità merita una particolare attenzione il concetto tutto politico e moderno di destra e sinistra.  

Secondo Norberto Bobbio «chi dice di non essere né da una parte né dall ́altra, non vuole semplicemente far sapere da che parte sta», concetto replicato da uno dei suoi più accreditati eredi, Michelangelo Bovero: «È una collocazione inevitabile, qualunque altra cosa si affermi, perché destra e sinistra non sono concetti identitari, ma relazionali. Ti chiedono di rispondere non alla domanda "chi sei?", ma a "dove sei rispetto agli altri?": se non lo dichiari tu, saranno le tue relazioni a collocarti».[2]

L’identitarismo, il comunitarismo e via via fino al rossobrunismo sarebbero quindi forme di “manipolazione semantica dei segni” che, in pieno spirito postmoderno, generano ridondanze (falsi positivi e negativi) rispetto alla questione primaria di collocazione politica. Sono maldestri tentativi di meticciato che attraverso l’uso del melting pot pretende di accostare per omologare e infine confondere le identità su cui è stata costruita tutta la storia politica moderna. L’evidente scopo è di rendere intollerabili le distinzioni (cui prodest?) e dotare i cittadini di mille sofismi in grado di destrutturare le precedenti tassonomie.

Un paio di casi (tra troppi): Claudio Mutti, comunitarista, tra i fondatori di Ordine Nero, fan del socialismo di Gheddafi e di Codreanu (Guardia di Ferro), fondatore del nazimaoismo italiano e saggista per “Rosso è nero” (!?). Il redattore di questa rivista, Paolo Seghedoni, scriveva: “Il fascismo italiano, quello nato come movimento il 23 marzo 1919 a Milano, è una costola del pensiero marxista...e vuole unire alla lotta sociale quell’Italia, nazione proletaria, contro le potenze plutocratiche allora come oggi padroni del mondo. Esistono varie tendenze in seno al marxismo: stalinisti, maoisti, operaisti, economicisti ecc...aggiungete dunque i fascisti tra queste tendenze.”[3]

La questione la voglio porre così: esistono quattro quadranti determinati dalle logiche combinatorie. Non cercherò di dimostrare che “dove sei rispetto agli altri” (e/o perché ti sei collocato lì) rimane la questione essenziale, mi limiterò a descrivere il percorso intrapreso da destra e sinistra per negare oppure rafforzare il diritto all’esistenza di queste due categorie politiche.  

Questi i quattro quadranti:
1-la destra afferma che non esiste né destra né sinistra
2-la sinistra afferma che non esiste né destra né sinistra
3-la destra afferma che destra e sinistra esistono
4-la sinistra afferma che destra e sinistra esistono

Il primo paradosso è capire come mai destra e sinistra affermino di non esistere, pur portando avanti programmi politici definibili come appartenenti storicamente a destra e sinistra. C’è qualcosa di evidentemente schizofrenico in chi afferma che la propria esistenza è inesistente, ma questa posizione ancora una volta nasce dai rapporti astratti con gli oggetti-segno. Dieci anni dopo la pubblicazione del libro “Il sistema degli oggetti” nasceva Terza Posizione che dava inizio alle danze del né-né. Così come lo yé-yé era un genere musicale che mezzo secolo fa permetteva di “mascherare le parole mancanti” [4], il né-né permette di sostenere l’indifferenziato postmoderno attraverso una presunta apolarità politica, affondando le proprie radici in un’evidente dislessia semantica che ha trovato ampie applicazioni da un secolo a questa parte .  
Giova ricordare che Terza Posizione è definito un “movimento neofascista eversivo” il cui simbolo si rifà al Wolfsangel, “adottato da numerose unità militari della Germania nazista” [tra cui la SS-Panzerdivision "Das Reich", ndr]. Per questo, ed il protratto utilizzo da parte di organizzazioni neonaziste, il simbolo è oggi talvolta associato con il Nazismo.”[5]
Il né-né inizia a presentarsi bene…. Certo che la confusione di certi ambienti non è proprio una novità, almeno se consideriamo la destra. Ci siamo già dimenticati che Mussolini inizialmente era socialista e che il partito nazista si chiamava nazionalsocialista?  
Fine prima parte (continua)

NOTE
[1] J. Baudrillard:Il sistema degli oggetti, 1968

L'ASSOCIAZIONE CERVETERI LIBERA ADERISCE ALLA CLN

Luca Massimo Climati a sinistra
L'associazione Cerveteri Libera, tramite il suo portavoce Luca Massimo Climati, aderisce convintamente alla Confederazione per la Liberazione Nazionale, dopo aver partecipato all'assemblea fondativa del 25 aprile scorso a Roma.
Esprimiamo soddisfazione per questa nuova adesione. 



«L' associazione Cerveteri libera, come collettivo di base di lavoro politico globale sul proprio Territorio, ha aderito con convinzione al processo in itinere, intrapreso dalla CLN.
Lo riteniamo l'unico contesto credibile,se non uno stato d'eccezione rispetto un ingessato ed orticellesco ambiente politico che non produce se non appelli testimoniali, identitari e velleitari: una vera e propria "gabbia di Brancaleone", che solo questo percorso, con prudenza e determinazione, potrà di fatto rompere.
Aderiamo attivamente, pesantemente e prendendoci la nostra fetta di responsabilità, non contando le virgole e di punti a nessuno: magari sostenendole nostre proposte, ma disponibili sempre ad un punto di sintesi collettiva. 
La CLN è l'unica compagine potenziale ad avere un ragionato respiro, articolato, e chiarezza di intenti su un orizzonte di sovranità Nazionale e Popolare , che sia ispirata alla Costituzione del 1948, avanti allo scenario neo-feudale post-moderno della seconda repubblica delle banane franco-renane-atlantiche e delle operanti plutocrazie.
Alla riuscita di siffatta titanica impresa, dalla quale dipenderanno, senza panegirici di falsa modestia, le sorti del nostro Popolo, mite e laborioso, che gli apparati sub-culturali mediatici del nemico cercano di sclerotizzare e scoraggiare da ogni intento di ingegno o proiezione futura, è ineludibile l'apporto di intervento territoriale ed a collettore delle realtà che debbono comporre un fronte unitario articolato di proposta e resistenza al liberismo ed al capitale trans-nazionale.
La lotta culturale e formativa contro il post-moderno e la cura del senso di appartenenza Territoriale, da "fieri Etruschi", la critica per il superamento del fiscal compact e delle conseguenze dei trattati anti-popolari e delle politiche di liberiste e il danno sociale delle privatizzazioni, la valorizzazione del prodotto locale, mutuo soccorso e organizzazione proletaria e di zona dal basso, sul modello bolivariano, e i comitati di difesa territoriale dallo sterminio differito dell'inquinamento prodotto dalla logica barbara profitto, ammazza-agricoltura è la nostra prima-linea di intervento.

La proiezione successiva sarà, unitamente alla sincronica azione ad altri gruppi proletari auto-organizzati, a Civitavecchia come ARDITI DEL POPOLO, altrove con altre forme di aggregazione articolata è la creazione di un frande Movimento per la sovranità Popolare per la Etruria meridionale, che si sappia congiungere ad un fronte unico Nazionale.
La nostra azione deve portare allo scoperto e smascherare i papocchi elettoralisti di una sinistra priva di progetto, ali e radici e sapere con umiltà e dedizione lavorare ad un utile rafforzamento del progetto che avrà bisogno di una applicazione almeno quinquennale, forse, per vedere risultati consistenti.
Siamo fratelli a tutte le realtà presenti nella CLN, rispettosi, proponenti: ma lottiamo per vincere insieme: non è concesso timore e titubanza suicida, come accelerazioni avventuriste.
La storia ci darà ragione ,forse; dipende da NOI!
 

per Cerveteri Libera
Il portavoce Luca Massimo Climati


Fonte: confederazioneliberazionenazionale.blogspot.it

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