giovedì 7 agosto 2014

PIL SOTTO ZERO: QUANTO CI MANCA ALL'ORA "X"?

7 agosto. Come molti "gufi" avevano annunciato, noi tra questi, le aspettative strombazzate dal governo Renzi-Padoan che il Pil sarebbe cresciuto quest'anno dello 0,8% sono andate a farsi friggere. La  chiamano "recessione tecnica", quando il prodotto va sotto lo zero per due trimestri consecutivi. Come se quando il Pil si attesta allo 0,1 o allo 0,2%... "tutto va bene madama la marchesa".  

La realtà, come abbiamo segnalato, è che l'Italia è sprofondata da tempo in una depressione senza uscita, con un'ampia parte del popolo lavoratore che subisce una vera e propria catastrofe sociale, mentre gli strati alti della borghesia continuano ad ingrassarsi.

I lievi sobbalzi del Pil registratesi in questi ultimi anni, non hanno invertito la tendenza al declino. 
Quattro dati su tutti: 
RICCHEZZA NAZIONALE: dal 2007 al 2013 persi 843 miliardi pari al -9%.
- PRODUZIONE INDUSTRIALE: dal 2007-2013 -25,5% . 
- PIL PRO-CAPITE: dal 2007 al 2013 - 9,1%. 
- DISOCCUPAZIONE: dal 2007 è più che raddoppiata: dal 6,1% al 12,7% attuale.

Nello stesso periodo, a livello mondiale la produzione industriale è aumentata del 10% e il PIl cresciuto in media del 5%.

Tabella n. 1. Il Pil italiano e gli altri (clicca per ingrandire)

Per chiunque non sia ottenebrato dalla propaganda di regime è evidente che i governanti non sanno che pesci pigliare. 
Essi non sanno fare altro che riproporre le ricette liberiste che hanno approfondito una crisi che viene dal lontano. 
Essi lo sanno perfettamente. Lo sanno benissimo che privatizzare, tagliare la spesa non danno alcuna garanzia che s'inverta la rotta. Lorsignori sperano che l'aumento massiccio dell'esclusione sociale, la disoccupazione, la marginalità, facciano diventare questo Paese, agli occhi dei grandi capitalisti (stranieri anzitutto), un luogo appetibile e redditizio per i loro investimenti. Così sperano riparta un processo "virtuoso" di "crescita". Anche ove questo accada, crescita sarà per il capitale,  miseria invece per il popolo lavoratore.

Ma che la loro ricetta di vampiri sortisca un effetto espansivo non sta scritto da nessuna parte.
Lorsignori sanno anche questo. A che si affidano dunque? Al fato? Alla Divina Provvidenza? 

La Tabella sopra indica con drammatica esattezza a che punto il Paese è nella merda. Indica quindi che dal collasso finanziario venuto dagli USA del 2008 l'economia capitalistica italiana è andata sempre peggio. Indica infine che la gabbia dell'euro è concausa del declino. Lorsignori sanno anche questo. Ma non potranno ammetterlo mai pubblicamente. Perché? Come non potete aspettarvi dai preti che ammettano l'assurdità di certi dogmi di fede, verrebbe meno la loro funzione sciamanica, così non potete sperare che Lorsignori rinuncino ai misteri neoliberisti, oppure al mito dell'euro. Dovrebbero ammettere non solo di aver fallito, dovrebbero ammettere che sono dei criminali, dei servi della grande finanza predatoria globale.

La domanda sembra essere: quanto potrà reggere la stabilità sociale? Quanto ci manca prima che il popolo, con un sussulto, mandi a casa questi truffatori criminali? Risposta: questo non si può predire. Sicuro è tuttavia che tutto congiura a favore di un fragoroso e di grandi dimensioni scoppio sociale, destinato a mutare a fondo tutto il paesaggio sociale e politico. Che questa sollevazione apra la strada ad un'uscita democratico-rivoluzionaria o reazionaria e autoritaria, dipende da chi gli si metterà alla testa.



mercoledì 6 agosto 2014

RIPUDIARE IL DEBITO! ROMPERE CON L'UNIONE EUROPEA! di Leonardo Mazzei

6 agosto. 
A proposito di un'analisi sul debito pubblico uscita sul Corriere della Sera del 4 agosto
L'altro ieri, una volta tanto, il Corriere della Sera ci ha reso un bel servigio. Ovviamente del tutto involontario, anzi del tutto teso ad un obiettivo diametralmente opposto ai nostri: accelerare la privatizzazione di quel che resta del patrimonio pubblico. Ma, dovendo dimostrare la necessità di un intervento shock, ilCorsera ha dovuto scrivere alcune verità. Cosa piuttosto rara di questi tempi, cosa assai utile in generale. Anche perché siamo di quelli che continuano a pensare che «la verità è sempre rivoluzionaria».


In realtà il giornale fa riferimento ad uno studio di un non meglio precisato gruppo di lavoro, coordinato dall'ex presidente dell'Eni Roberto Poli. Non penso che quel team abbia dovuto lavorare molto, dato che assiemare i dati resi noti nell'articolo di ieri non è certo impresa titanica. Impresa utile, invece sì. 

Quei dati sono utili per due motivi: primo perché resi evidenti al grande pubblico, secondo perché rimettono al centro il tema dell'insostenibilità del debito sovrano. Insostenibilità che può essere affrontata in tanti modi diversi, ma che deve essere chiara a chiunque voglia davvero ragionare sui grandi temi della crisi italiana.

I dati di Roberto Poli

Partiamo allora dai dati principali dell'ex presidente dell'Eni, che ha preso in considerazione i 4 maggiori paesi dell'eurozona (Germania, Francia, Italia, Spagna) a partire dal trattato di Maastricht (1992).

Negli ultimi vent'anni l'Italia è, di gran lunga, il paese che ha accumulato il più grande avanzo primario. Leggiamo: 
«Qual è il Paese tra i principali europei con il saldo migliore tra entrate e spese (al netto degli interessi) delle amministrazioni pubbliche negli ultimi 20 anni? L’Italia, e con molto distacco, considerando che ha cumulato 585 miliardi di euro del cosiddetto avanzo primario (con un 20 per cento riferibile alle privatizzazioni), contro gli 80 miliardi della Germania (dal 1995) e saldi negativi per Francia (-479 miliardi) e Spagna (-270 miliardi)». 

Ma l'Italia è anche il paese che ha accresciuto di meno lo stock del debito, dato che «negli ultimi 20 anni... è cresciuto in termini percentuali sul Pil di 28 punti in Italia, 38 in Germania, 53 in Francia e 48 in Spagna». 

E, nonostante questo, è quello che ha speso e continua a spendere di più per gli interessi.

Qui i dati sono impressionanti. Nel periodo considerato l'Italia ha speso per il pagamento degli interessi 1.650 miliardi di euro, più del Pil di un intero anno. Per contro, la Germania ha speso 1.058 miliardi, la Francia 870, la Spagna 386. Nel 2013 la spesa per interessi in rapporto al Pil è stata del 5,3% per l'Italia, del 2,2% per la Germania, del 2,3% per la Francia, del 3,4% per la Spagna.

Cosa ci dicono questi numeri?

Credo che questi numeri ci dicano fondamentalmente tre cose: 1) che in Italia le politiche austeritarie sono state portate all'estremo, con le conseguenze economiche che sono sotto gli occhi di tutti, come ci confermeranno anche i dati Istat previsti per domani; 2) che il debito pubblico ha raggiunto la soglia dell'insostenibilità; 3) che una sua forte decurtazione è una necessità impellente. 

Naturalmente la questione del debito pubblico non è separabile da quella della sovranità monetaria. Lo studio di Poli ce lo conferma nel raffronto con il Giappone. Questo paese, con un debito pari al 224,6% del Pil, sopporta un peso degli interessi che è meno della metà (2,1%) di quello dell'Italia. A dimostrazione di cosa significhi la possibilità di monetizzare il debito con una appropriata politica della Banca centrale. Cose che sappiamo, e che tuttavia vanno sempre ricordate a chi non capisce la necessità della piena sovranità nazionale, che ovviamente include anche quella monetaria.

Tuttavia il problema del debito rimane. Ed è esattamente questo che una parte dei sovranisti si rifiuta di capire. Anche lasciando perdere le tesi di un Bagnai, per il quale basta lasciare che si arrivi (in quale modo non conta) all'uscita dall'euro e tutto andrà a posto da se, l'idea che il debito non sia un problema è piuttosto diffusa. Diffusa, ma sbagliata, e ci permettiamo di dirlo proprio in qualità di sovranisti convinti. Del resto, se così non fosse non si capirebbero le difficoltà con il proprio debito di stati particolarmente gelosi della propria sovranità, come ad esempio il Venezuela chavista.

Non a caso, tenere insieme gli obiettivi dell'uscita dall'euro, e quello di una forte decurtazione del debito, è uno degli elementi caratterizzanti del programma del Coordinamento della sinistra contro l'euro. D'altronde, chiunque voglia davvero indicare una strada credibile per l'uscita dalla crisi, non può non avere un capitolo dedicato alla questione della riduzione del debito. Ma se il suo abbattimento è una necessità, resta da vedere come verrà realizzato. In mezzo ci sono interessi enormi, nazionali ed internazionali, ma anche visioni opposte della società. E' su questo che bisogna intervenire alla svelta. Il "Comitato No Debito", di cui abbiamo fatto parte, aveva avuto il merito di porre come centrale la questione, ma poi si è arenato in un "nulla di fatto" piuttosto avvilente.

Le due alternative in campo: svendita del patrimonio pubblico o default controllato

Il disegno che va prendendo forma negli ambienti governativi è piuttosto evidente. Preso atto della necessità di misure straordinarie, ed avendo almeno per il momento abbandonato le ipotesi di maxi-patrimoniale, come quelle da 400 miliardi proposte a suo tempo da Profumo e Passera, il blocco dominante cerca di intraprendere un'altra strada, quella della (s)vendita di tutto quanto è (s)vendibile. Sempre però per un valore di 400 miliardi, che è evidentemente quel che si ritiene necessario quantomeno per attenuare l'emergenza.

E' su questo progetto, già enunciato tempo fa da Delrio, che va a parare Poli. L'ex presidente dell'Eni, già amministratore in diverse aziende di Berlusconi, e soprattutto membro dellaCommissione Trilaterale, dice infatti che «bisogna convertire una parte significativa dello stock del debito pubblico in quote di un fondo del patrimonio pubblico immobiliare da valorizzare e rendere redditizio tramite una gestione professionale». Obiettivo: i soliti 400 miliardi.

Va detto che, visti i precedenti, si tratta di un obiettivo assai velleitario. Ma non per questo meno pericoloso. Anzi, molto probabilmente finirà per esserlo ancor di più proprio in virtù della sua difficile realizzazione. Il risultato potrebbe essere infatti quello di un'ulteriore svalorizzazione del patrimonio immobiliare, per la gioia dei pescecani già pronti ad approfittarne con tutta calma. Ma, soprattutto, siccome gli immobili di certo non basterebbero, al fondo potrebbero essere conferite cose assai più pregiate, come le quote di alcune grandi aziende che lo Stato possiede. 

Questo progetto di mega-svendita ha una sola alternativa credibile, quella di un defaultcontrollato, del ripudio del debito, per essere più precisi di una sua quota consistente. Su come realizzare una simile operazione si può discutere, ma l'obiettivo deve essere chiaro. Chi scrive provò già tre anni fa ad entrare nei dettagli (leggi QUI), ma in ogni caso è più che sufficiente quanto scritto nel vademecum del Coordinamento della sinistra contro l'euro, laddove si afferma che: «Occorre una riduzione... che colpisca in particolar modo la finanza speculativa, salvaguardando il risparmio interno. Intanto si dovrebbe cominciare con il taglio del debito detenuto da banche e fondi di investimento stranieri, che ammonta a circa il 40% del totale».

La costruzione dell'alternativa qui delineata passa ovviamente dalla cacciata dell'attuale esecutivo. Solo un governo popolare d'emergenza, frutto di una vera sollevazione, potrà infatti produrre il cambio di rotta necessario. Ma intanto questa alternativa deve essere proposta, sostenuta, propagandata, messa in campo fin da adesso. 

In conclusione, è giunta l'ora di riprendere in mano con forza la questione del debito. Viceversa ci sarà solo la proposta di lorsignori. Certo, ripudiare una parte significativa del debito vuol dire rompere con l'Unione Europea e con l'euro. E' inevitabile che sia così. E' giusto che sia così. Per i sovranisti questo dovrebbe essere un invito a nozze, per chiunque ha davvero a cuore gli interessi delle classi popolari pure. La lotta di classe oggi passa da questi snodi. Altrimenti la faranno solo (e la vinceranno) le stesse oligarchie che ci hanno portato fin qui. Questa volta gattopardescamente avvinghiate al cantore della rottamazione, che ha in realtà l'unico scopo di rottamare definitivamente la democrazia.  

lunedì 4 agosto 2014

CHE C'ENTRA BAGNAI CON GAZA? di Marxista dell'Illinois n.2

31 luglio. 
La natura è matrigna, la scienza no. Nel campo scientifico chi compie una scoperta, prima o poi gli viene riconosciuto.
Com'è noto Alberto Bagnai è un megalomane narcisista e sguaiato. Lui stesso lo ammette, e se ne fa vanto. La sua smisurata autostima non dipende tuttavia da qualche straordinaria scoperta.
Lui non è infatti uno scopritore di nuove verità o leggi nel campo dell'economia. Al massimo è un modesto archeologo. Uno che, di contro alla vulgata del mainstream liberista ed eurista, ha riportato alla luce, come lui stesso nei rari momenti in cui non perde il senso di misura ha ammesso, un'ovvietà da manuale del primo anno di Economia politica: «Unioni monetarie fra paesi diversi sono sempre fallite, per cui il problema non è essere pro o contro l'euro. Contro l'euro è la storia, la logica dei fatti» [sottolineatura nostra]. Tutto qui? Quasi.

La seconda cosa scoperta nel retrobottega e che il Nostro strombazza come un'autentica chicca teorica è questa qui: la crisi economica più profonda che il capitalismo occidentale abbia conosciuto non dipenderebbe "... dai debiti pubblici, ma da quelli privati".

Per avergli detto, poco più di un anno fa, che questa seconda tesi è una cazzata sesquipedale; per aver noi affermato che i debiti (pubblici o privati), sono l'effetto e non la causa della crisi sistemica; per esserci cioè permessi di ricordare che anche questa grande crisi, mutatis mutandis, dipende dalle leggi stesse del modo capitalistico di produzione —quelle già scoperte da gente del calibro di Ricardo, Malthus, Marx e successivamente rivisitate da Keynes— è andato letteralmente fuori dai gangheri. 

Sta di fatto che, in preda alle sue compulsioni ossessive, non perde occasione per lanciarci le sue contumelie, senza tuttavia mai rispondere nel merito. L'ultima delle sue accuse, sintomatica della sua megalomania, ci fa addirittura tenerezza: noi l'avremmo..."tradito". Ci vien da dire: ma lei professore dov'era negli anni '70 quando come parte della sinistra rivoluzionaria contrastavamo la marcia verso lo Sme? Dov'era lei negli anni '80 quando noi si combatteva contro il passaggio dalla comunità all'Unione? Dov'era negli anni '90 quando noi si combatteva contro il Trattato di Maastricht? E negli anni successivi quando contestavamo l'arrivo dell'euro? Di sicuro, nel settembre 2002, come passacarte di Romano Prodi, si trovava a Lisbona a difendere l'euro in occasione del tredicesimo congresso della Associazione Economica Internazionale. Che lei si sia ricreduto ci fa piacere, ma come ogni parvenus non ha titoli per salire.. in cattedra.

Così si spiega, col fenomeno della immedesimazione, la piaggeria dei seguaci che il Prof. ha raccolto attorno a sé. Dei borghesi piccoli piccoli i quali, fino a che la ruota del benessere girava se ne stavano tranquilli a fare i cazzi loro, contemplando le magnifiche e progressive sorti del capitalismo. Una volta che il collasso economico ha ferito, prima ancora che la loro coscienza, le loro tasche, questi avevano bisogno di un vate, —malattia congenita quella della piccola borghesia italiana, la stessa che a suo tempo consegnò il Paese al Duce— e l'hanno trovato nel professore pescarese; il quale racconta a questi piccoli borghesi, esattamente ciò che essi vogliono sentirsi dire: che la causa del marasma sociale non è il sistema capitalistico stesso, e nemmeno la metastasi dell'iper-finanziarizzazione, bensì... l'euro. Togliamolo di mezzo et voilà, tutto andrà bene madama la marchesa.


Anzi non dobbiamo sbatterci per toglierlo di mezzo poiché, come detto sopra "il problema non è essere pro o contro l'euro. Contro l'euro è la storia, la logica dei fatti". Ieri ha ripetuto ai suoi seguaci che la sola cosa da fare è accettare l'atarassia, che le cose facciano il loro corso: 
«Cosa possiamo fare? Stare calmi... L'unica cosa che possiamo fare è ... portare il dibattito in sedi sempre più prestigiose, accettando, evidentemente, di confrontarsi con interlocutori di livello scientifico e di statura morale discutibili, ma ben visibili nel dibattito, senza aggredirli».

Qui cade un'altra volta l'asino.

Abbiamo altre volte denunciato (qui, qui, qui e qui) i compagni di merende di Bagnai. E' noto che alle recenti elezioni europee egli ha fatto campagna elettorale per la Lega Nord. Ed è anche risaputo che nello specifico il Nostro, avendo invitato a votare nella circoscrizione centro il suo sodale Borghi Aquilini, ha contribuito a far rieleggere il fascista Borghezio. Quello che chiama Stefano Delle Chiaie "comandante", lo stesso Borghezio che addirittura Nigel Farage ha dovuto espellere dal gruppo Efd al Parlamento di Strasburgo.

La prossimità col sudiciume politico italiano non finisce tuttavia qui. 


Uno dei più infami compagni di merende dei Bagnai è il sicofante Magdi Allam. Il finto musulmano che finse di convertirsi al cristianesimo, con tanto di battesimo da parte di Ratzinger. Un cristianista a tal punto reazionario ed integralista che appena arrivato al soglio pontificio Bergoglio ha pubblicamente abbandonato la Chiesa cattolica colpevole a suo dire di "progressismo".  Lo stesso che ha presentato una vergognosa petizione per le dimissioni dell'ex-ministro Cecile Kyenge. Il crociato che sbraita per un'Europa intergralmente cristiana e anti-islamica. Lo stesso Magdi "Cristiano" Allam che in occasione delle elezioni del 2013, con una lista fai da te "Io amo l'Italia" schiantò al suolo ottenendo 43mila voti in tutto il Paese. Lo stesso Allam a cui il fascista Borghezio fa i suoi salamelecchi.
Martedì 3 dicembre 2013. Parlamento Europeo, Bruxelles

Forse Allam è uno di quelli a cui Bagnai si riferisce quando parla di "interlocutori di livello scientifico e di statura morale discutibili". Tuttavia, invece di starne alla larga, e quando era a tutti noto di che pasta fosse il sicofante, non esita ad andarci a braccetto, anche nelle sedi più prestigiose.

Questa promiscuità in nome del NO EURO ha tuttavia un limite. Questo limite oggi si chiama Gaza, dov'è in atto una vera e propria mattanza, ovviamente di civili, bambini compresi. Mentre le stesse Nazioni Unite parlano di ingiustificabile genocidio dei palestinesi, Magdi Allam, tenendo fede alla sua isteria anti-islamica, non si limita a difendere gli stragisti israeliani, si augura la loro piena vittoria, costi quel che costi.

Che il grafomane Bagnai si guardi bene dall'esprimere anche solo una parola di condanna dei crimini indicibili degli israeliani, o di compassione per le vittime palestinesi, per quanto vergognoso, non stupisce. Egli pensa di star coi frati e zappar l'orto. Ma che d'ora in avanti vada ancora a braccetto con un farabutto come Allam (non per caso protetto da una scorta) non è tollerabile. Non c'è solo l'euro a questo mondo, e c'è un limite alle frequentazioni con personaggi "di statura morale discutibili". Prima o poi ci si mette in grossi pasticci. Uomo avvisato, mezzo salvato.

domenica 3 agosto 2014

FORUM EUROPEO: I PROTAGONISTI (4) Le delegazioni tedesca, austriaca e ungherese

3 agosto. Dopo le delegazioni spagnola, greca, russa e ucraina, siamo a quelle dell'Europa centrale. Albert Reiterer ci spiegherà come la questione dell'euro viene vista in Germania. Spiegherà anzitutto qual è il punto di vista delle classi dominanti e di quale potrebbe essere il loro contegno davanti alla eventuale frammentazione dell'euro-zona.
Reiterer sarà affiancato da Wilhelm Langthaler, uno dei più noti esponenti della sinistra rivoluzionaria austriaca. 
Thomas Zmrzly ci raccconterà invece la situazione militare e politica nel Donbass, da dove è recentemente tornato.
Infine l'ungherese Mihaly Kholtay, che ci spiegherà quale sia la reale natura del regime di Viktor Orban, lo stesso di cui, a torto, certi sovranisti italiani tessono sperticate lodi.

Affrettatevi a prenotare poiché i posti letto disponibili sono già in esaurimento:
Per informazioni, prenotazioni e adesioni:
forumeuropeo2014@virgilio.it – Telefono: 339.2071977

Ulteriori informazioni sul sito del Coordinamento nazionale della sinistra contro l'euro






sabato 2 agosto 2014

ACCIAIERIA DI TERNI: GLI OPERAI BLOCCANO L'AUTOSTRADA DEL SOLE E PROCLAMANO LO SCIOPERO A OLTRANZA di marcia della Dignità*

2 agosto. Volentieri pubblichiamo questa cronaca della giornata di lotta che ha visto protagonisti gli operai delle acciaierie AST di Terni, che sono giunti a bloccare l'autostrada del sole in barba ai pompieri sindacali.

Sono più di un migliaio. Sono ragazzi, donne e uomini più o meno giovani.
Scioperano [mentre pubblichiamo questa cronaca l'assemblea operaia, dopo aver assediato la palazzina della direzione, ha deciso lo sciopero a oltranza, il primo risultato è che i licenziamenti sono stati sospesi! Ndr] e manifestano.
Sono partiti stamattina [1 agosto, Ndr], distribuiti in 12 pullman, macchine private e scooter, alla volta di Orte.
Sono gli operai della ThyssenKrupp, del reparto Acciai Speciali Terni (AST), che continuano a lottare per salvaguardare il futuro dell’acciaieria, per salvare lavoro e futuro, contro il piano della multinazionale tedesca, che prevede il taglio di centinaia di migliaia di posti di lavoro in tante sedi, compresa Terni.Per questi operai oggi è un giorno di lotta vera.

Dopo blocchi stradali iniziali, all'imbocco del casello di Orte, gli operai, in tarda mattinata, si sono riversati sulla carreggiata dell'autostrada del Sole, bloccandola del tutto in entrambe le direzioni di marcia, facendo chilometri di coda, sia in direzione Roma, che in direzione Firenze.
Le richieste, che leggiamo scritte in un volantino diffuso, sono:

- Lo stop immediato dell’applicazione del piano finanziario Thyssen Krupp;
- La riconvocazione del Governo ai massimi livelli per ridefinire un nuovo e diverso piano industriale basato su elementi condivisi;
- L’impegno concreto e incisivo dello stesso Governo italiano nei confronti di Thyssen Krupp e della Commissione europea per non indebolire le produzioni ternane;
- Alla Commissione europea coerenza rispetto ai vincoli che la stessa ha posto in questi anni per salvaguardare la strategicità del sito ternano;
- Evitare ridimensionamenti produttivi e perdite occupazionali che inevitabilmente diventeranno, per questa comunità, un dramma sociale.



E non si sono fermati al blocco della A1. 

Mentre scriviamo gli operai dell'Ast si trovano all'interno della palazzina di Viale Brin, dove era in corso la riunione del Cda per decidere sull'azzeramento delle società controllate.
Sono veramente arrabbiati, e la giornata di lotta, così intensa e non ancora terminata, lo dimostra. Erano tanti anni che a Terni gli operai delle acciaierie non conducevano un'azione di lotta così "sfrontata" come il blocco dell'autostrada del sole.
Speriamo che sia il segnale non solo della fine dell'apatia e dell'accondiscendenza verso la multinazionale, ma anche della sudditanza verso dei sindacati che negli ultimi 30 anni hanno di fatto accettato, prima la privatizzazione dell'acciaieria e quindi il suo drastico ridimensionamento.
Come Marcia della Dignità esprimiamo la piena solidarietà alla battaglia dei lavoratori dell'AST, mettendoli in guardia che la sola soluzione può essere la nazionalizzazione dell'acciaieria, sotto il loro diretto controllo.
Ci risponderanno che ... "Bruxelles e l'Unione europea non ce lo consentono".

Vadano al diavolo i tecnocrati dell'Europa e le multinazionali che li hanno sul libro paga!

* Fonte: marcia della dignità

venerdì 1 agosto 2014

FORUM EUROPEO: ULTIMI AGGIORNAMENTI

1 agosto. Presentiamo ai lettori il programma definitivo del Forum europeo. Anche in formato PDF scaricabile.  Ci sono, rispetto alla versione che abbiamo pubblicato l'altro ieri, delle novità.

Sarà con noi Thomas Zmrzly, che svolgerà un reportage dalla regione ribelle del Donbass, dove si è recato come membro di una delegazione internazionale di solidarietà. Zmrzly ci dirà le cose che i media occidentali deliberatamente nascondono.

L'economista russo Said Gafurov si aggiunge alla tavola rotonda sul Capitalismo e la funzione della moneta, che si svolgerà giovedì 21 sera. Gafurov spiegherà la politica monetaria della Banca centrale russa e le connessioni con la Bce.
La sera di Venerdì 22 agosto, ci sarà la proiezione del documentario "Il più grande successo dell'euro", a cura di 101 Dalmata e l'Associazione LIRE.

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ARGENTINA: NÉ BANCAROTTA, NÉ DEFAULT E NEMMENO INSOLVENZA di Emmezeta

1 agosto. Ha ragione il governo argentino: questo non è un default, è invece una vicenda tutta politica, in cui le oligarchie finanziarie e i FONDOS BUITRES (fondi avvoltoio) hanno agito con tre obiettivi: colpire l’Argentina, minacciare tutti gli stati che dovessero ribellarsi al loro ordine, e poi dagli al “populista”…
C’è o non c’è il default argentino? Secondo i giornali italiani c’è eccome, l’ha detto Standard & Poor’s e dunque basta e avanza.  Secondo La Stampal’Argentina sarebbe addirittura «insolvente», mentre la Repubblica si spinge a scrivere che «il Paese non ha pagato gli interessi dovuti sui nuovi bond». Per il Corsera «l’Argentina è ufficialmente in default». Si tratta di tre incredibili falsità, ma chissenefrega, a loro basta scopiazzare la velina che lorsignori gli hanno recapitato da New York.
Più comico il Sole 24 Ore. Il giornale di Confindustria, che nell’edizione cartacea di stamane sembrava credere ad un accordo in extremis, arriva a scrivere nell’edizione on-line che «L'Argentina ha dichiarato default», precisando subito dopo che in effetti questo non è vero, ma solo per un non meglio precisato «realismo magico» del ministro dell’economia di Buenos Aires, Axel Kicillof.
Diciamo subito che quelle appena citate sono falsità davvero grossolane:
1. L’Argentina non è affatto insolvente, tant’è che in questi anni ha rispettato tutte le scadenze del proprio debito pubblico. Un debito peraltro di poco superiore al 50% del Pil, del tutto sostenibile sia in virtù della crescita economica degli ultimi anni, sia per la consistenza delle stesse riserve valutarie.
2. Contrariamente a quel che scrive il giornalaccio di Ezio Mauro, l’Argentina ha pagato gli interessi sui nuovi bond. Semplicemente un giudice americano, in combutta con alcuni fondi avvoltoio, ha impedito che questo pagamento avvenisse. Egli ha infatti bloccato i 539 milioni di dollari trasferiti allo scopo dalla Banca centrale argentina alla Bank of New York. Questi soldi dovevano servire a pagare gli interessi sui titoli in possesso dei creditori (la stragrande maggioranza, pari al 93% delle somme in gioco) che negli anni scorsi hanno accettato la ristrutturazione del debito proposta dal governo di Buenos Aires. Una proposta rifiutata invece dai fondi avvoltoio, che non ancora contenti di quanto già lucrato, pretendono ora – spalleggiati dalla giustizia americana – il pieno rimborso del valore nominale di titoli in realtà acquistati ad un prezzo anche cinque volte inferiore.
3. L’Argentina non solo non è sostanzialmente in default, ma neppure «ufficialmente», come pretenderebbe invece il Corsera. Una tale dichiarazione formale, con quale effetto pratico non è peraltro per niente chiaro, potrebbe venire solo dall’ISDA, un ente sovranazionale con sede negli USA, che per ora ha preso tempo per esaminare il caso, ad oggi senza alcuna dichiarazione di default.
4. Infine, non solo l’Argentina non ha dichiarato nessun default, ma ha affermato l’esatto contrario. Queste le semplici parole del ministro Kicillof: «Questo non è un default perché default è non pagare. La vita andrà avanti anche senza un accordo sul debito». 
Fin qui le falsità rivolte contro l’Argentina. Eppure la concatenazione degli eventi che ha portato alla situazione attuale è piuttosto semplice, così pure la vera posta in gioco dell’attacco scatenato dalla finanza americana. Per comprendere meglio la questione è utilissima la lettura di questo ottimo articolo dell’economista Margarita Olivera.

Un caso più unico che raro, 
con dei precisi obiettivi politici
Mentre la stampa si lascia andare a paragoni con il crac del 2001 che non stanno né in cielo né in terra, limitiamoci ad alcune annotazioni.
In primo luogo non si è mai visto un default dove il creditore vuol pagare, ed in effetti paga, ma questo gli viene impedito dalla banca che funge da intermediaria in virtù di una sentenza a tutela di creditori ben più privilegiati di quelli che si sono visti bloccare il pagamento delle cedole.
Il giudice Griesa, di certo un galantuomo dalle buone frequentazioni, ha infatti disposto che gli interessi al grosso dei creditori venga bloccato fino a quando l’Argentina non pagherà un miliardo e mezzo di dollari ai fondi avvoltoio. Fondi che, come dice il nome, speculano al ribasso, acquistano a prezzi stracciati, per poi incassare cifre ben maggiori se non addirittura, come pretenderebbero in questo caso, il 100% del valore nominale.
Vediamo in concreto come funziona questa rapina, prendendo proprio il caso del maggior avvoltoio implicato in questa vicenda. Si tratta del miliardario ebreo-americano Paul Singer, proprietario della Elliot Capital Management. Nel momento più cupo della crisi argentina, questo fondo acquistò titoli per un valore nominale di 220 milioni, pagandoli però soltanto 49 milioni. Se avesse accettato, come il grosso dei creditori, la proposta del governo argentino, egli avrebbe in mano da anni titoli per un controvalore di 66 milioni (dunque avrebbe guadagnato già nel 2005 più del 30% sulla cifra iniziale), arrivando poi con gli interessi ad incassarne circa 150, cioè tre volte la cifra spesa nel 2001.
Chiunque considererebbe fantastico un simile guadagno, ma il signor Singer no. Egli pretende  il rimborso totale del valore nominale più gli interessi, per una sommetta di 832 milioni, con un guadagno del 1.700% (millesettecento). E il bello della giustizia americana è che il tribunale gli ha dato ragione. Ora, di fronte ad una simile speculazione, ha torto il governo argentino a parlare di tentativo di estorsione?
Ed ha torto a sottolineare le responsabilità del governo americano? Il capo di gabinetto presidenziale, Jorge Capitanich, ha affermato che: «Gli Stati Uniti sono responsabili di non aver agito responsabilmente. E che non vengano con la scusa che il Potere giudiziario è indipendente, perché non lo è. Non è indipendente dai “fondi avvoltoio”, quei minuscoli gruppi che pretendono sabotare il pagamento del nostro debito». Capitanich ha toccato un punto fondamentale, quello della volontà politica che sta dietro a tutta questa vicenda.
Lo ripetiamo: non c’è default senza insolvenza, almeno parziale. E qui non c’è insolvenza, ma solo la volontà di non cedere ad un’estorsione che – qualora fosse stata accettata – avrebbe aperto la possibilità di un ricorso da parte dei creditori che hanno accettato i termini della ristrutturazione del debito. Ed in quel caso sì, con in gioco una somma potenziale di oltre 140 miliardi, che l’Argentina sarebbe stata costretta al default. Ecco perché il diktat newyorchese non poteva comunque essere accettato.
Ma fino all’ultimo sembrava potessero esservi altre due soluzioni. La prima, consistente in un rinvio di sei mesi che avrebbe fatto scadere i termini del ricorso di cui sopra, è stata respinta sia dai fondi avvoltoio che dal tribunale. Con la seconda, l’Argentina non avrebbe pagato direttamente gli hedge fund, ma al suo posto avrebbe garantito un pool di banche del paese sud-americano, aggirando anche in questo caso la possibilità del ricorso. 
Ora la domanda è questa: come mai due ipotesi in fondo ben favorevoli ai loro interessi sono state respinte dai fondi avvoltoio e dal loro amico “giudice”?
Certamente il signor Singer ed i suoi rispettabili colleghi non intendono rinunciare al malloppo, ma è evidente che qui sono entrate in gioco alcune questioni prettamente politiche. Viceversa l’accordo sarebbe stato trovato.

Gli scopi del potere finanziario

Come si sarà capito questa non è soltanto una questione di avvoltoi. E neppure di sola finanza, come ricordato dal governo argentino. C’è in gioco qualcosa di più. Tre sembrano gli obiettivi di questa operazione:
1. Colpire l’Argentina, la sua politica, certo non anticapitalistica ma tesa comunque alla difesa della sovranità nazionale, vista come condizione di uno sviluppo non solo economico ma anche sociale. Colpirla non con un default che non c’è, ma creando il panico per impedire a Buenos Aires l’accesso ai mercati finanziari internazionali per anni.
2. Inviare un segnale a tutti gli stati con un elevato debito pubblico: «Non fatevi venire in testa idee pericolose. Il debito va comunque onorato, anche quando può costare immani sacrifici. Se si sfugge a questa regola si avrà magari qualche anno di crescita economica (come ha avuto l’Argentina), ma poi, inesorabili, arriveranno sempre e comunque i conti che non avete voluto pagare».
3. C’è, infine, un altro segnale. Ed è rivolto soprattutto ai paesi europei. Non è un caso, infatti,  che tutti quelli che si oppongono alle draconiane regole del sistema euro vengano sempre definiti come “populisti”. “Populista” è diventato per l’èlite dominante il peggior epiteto, ed il governo di Buenos Aires è da tempo così qualificato. Il segnale dunque è: «Vedete cosa succede a fidarvi dei populisti! Solo a noi, tecnocrati un po’ stronzi ma collocati dalla parte giusta, potete affidare il governo».

Ma i mercati, i famosi mercati, cosa dicono?

Prima di concludere ci sia concessa una piccola curiosità. Abbiamo detto che quello argentino non è un vero default. Sicuramente qualcuno non si fiderà di una simile affermazione. Anche perché, come si è visto, tutti scrivono il contrario. C’è però un modo per cercare di capire come stanno veramente le cose.
Avete presente i famosi “mercati”, in questo caso quelli finanziari? Quei soggetti impersonali che, secondo il pensiero unico mainstream, ci dicono dove stanno il bene e il male, dando giornalmente il loro giudizio su ogni fatto politico e sociale?
Bene, se li avete presenti, fate attenzione. Se questi sacri tribunali dell’odierno capitalismo possono dare un giudizio su una frase di Renzi, dovranno ben farlo nel caso del debito argentino. In fondo, in questa circostanza, di pura materia finanziaria si tratta.
Ci siamo dunque permessi di andare a consultare l’andamento dei titoli del debito argentino che sarebbero in default, ed abbiamo scoperto una cosa davvero interessante: che i primi a non credere al default sono appunto i mercati finanziari.
Vediamo. Se voi foste in possesso di uno di questi titoli, cosa fareste appena venuti a conoscenza del default, o meglio già al semplice profilarsi di un simile rischio? Vendere, vendere, vendere, come ovvio. Perlomeno fino al momento del totale tracollo dei prezzi. Il fatto è che non è avvenuto niente di tutto ciò.
Ovviamente le vendite ci sono state, ed i prezzi sono calati, ma in una misura assai modesta, certo non da “default”. Prendiamo il caso del titolo in dollari con scadenza 2038, quello che si è ritrovato con le cedole bloccate. Questo titolo quotava a febbraio intorno a 33, a metà giugno 38, ieri 30 luglio (con l’attesa di un accordo che comunque veniva dato per difficile) raggiungeva il massimo di 50, per scendere oggi poco sotto quota 47. Certo, in generale si tratta di quotazioni basse, ma lo erano già prima. Questo è dovuto alla lunga durata del titolo. Infatti, un bond analogo con scadenza 2017 registra una quotazione all’incirca doppia, ma con una curva temporale assai simile a quello precedente. Ad ogni modo l’odierna perdita del 6% non è certo da default, specie per un titolo per sua natura ad altissima volatilità, che ha comunque recuperato su febbraio oltre il 30% del suo valore.
Stesso andamento per gli altri titoli interessati. E, cosa ancora più significativa, con un trend assai simile tra quelli in euro (in teoria non a rischio) e quelli in dollari.
Ora, nessuno può sapere cosa accadrà nelle prossime settimane. Se l’accordo finora fallito verrà infine trovato; se il giudice Griesa continuerà a bloccare i pagamenti dell’Argentina; come si muoveranno gli altri creditori, a questo punto assai danneggiati dal signor Singer e compari.
Quello che però dobbiamo sapere è che non di un default si tratta, ma di un feroce attacco delle oligarchie finanziarie, spalleggiate dai governi amici, per mettere in croce chi non intende accettare il loro dominio.  

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