giovedì 13 giugno 2013

CHE COS'È IL BILDERBERG di Domenico Moro

13 giugno. COMPLOTTISMO O ANALISI DELLA CLASSE DOMINANTE?

1. Una diffusa ma non molto strana passione per i complotti

Tra il 6 e il 9 giugno si tiene in Inghilterra il 61esimo degli incontri che annualmente, a partire dal 1954, vengono organizzati dal Gruppo Bilderberg. Su questa riunione si è manifestata da parte dell’opinione pubblica una attenzione maggiore del solito. Del resto, degli ultimi due presidenti del Consiglio dei ministri, Monti ne è stato a lungo un dirigente, mentre Enrico Letta vi è stato invitato nel 2012. Entrambi, poi, hanno fatto parte della organizzazione sorella più giovane, la Trilaterale, come anche Marta Dassù, un tempo lontano intellettuale di area Pci e più di recente sottosegretario con Monti e viceministro con Letta agli esteri, a capo del quale c’è la Bonino, inviata al Bilderberg nel passato. Quest’anno la presenza italiana non sarà numerosa ma di livello: Monti, Bernabé di Telecom, Nagel di Mediobanca, dal dopoguerra sempre al centro del sistema di potere del capitalismo italiano, Cucchiani di Intesa, prima banca italiana, Rocca di Techint e la giornalista Gruber.


A suscitare la curiosità del pubblico sul Bilderberg contribuiscono l’alone di mistero che lo circonda, dovuto alla segretezza sui contenuti dei dibattiti, e la presenza del gotha economico e politico di Usa ed Europa Occidentale. La ragione principale, però, è riconducibile alla sempre più diffusa percezione di impotenza da parte del “cittadino comune” nei confronti di una economia e di una politica che sfuggono persino alla sua comprensione. La maggiore crisi economica dalla fine della Seconda guerra mondiale, il potere astratto dei mercati finanziari, la stessa vicenda dei debiti pubblici e dell’euro, con le conseguenze devastanti sulle condizioni di vita di centinaia di milioni di lavoratori, favoriscono la sensazione dell’esistenza di forze oscure e incontrollabili. Una testimonianza di questo stato psicologico di massa può essere individuata nella fortuna di romanzi alla Dan Brown e di innumerevoli saggi su massoneria, sette segrete, tra cui gli Illuminati (che vengono collegati al Bilderberg), e chi più ne ha più ne metta. In un clima siffatto ed in assenza di un pensiero critico strutturato e diffuso, è facile attribuire le cause di quanto avviene all’esistenza di complotti e di gruppi che, come una specie di grande “cupola”, reggono un <>.

Il problema è che questo tipo di approccio limita la comprensione della natura e del ruolo di organizzazioni come il Bilderberg e la Trilaterale. E, in definitiva, anche la consapevolezza della loro pericolosità, perché è facile derubricare le critiche a colore giornalistico o a fantasie di qualche inguaribile complottista. Già negli anni ’50 il sociologo Wright Mills, studiando l’élite statunitense, avvertiva che la storia americana non può essere ridotta a una serie di cospirazioni, sebbene ciò non voglia dire che le cospirazioni non esistano. Del resto, aggiungiamo noi, si possono ordire tutti i complotti che si desiderano, ma, se non c’è una base oggettiva e materiale su cui agire, è difficile che si possa avere successo. Ad ogni modo, per dirla con Wright Mills, bisogna capire che il potere delle élite si fonda su fattori impersonali. Tali fattori sono costituiti dal modo di produzione capitalistico e dalla relazione tra struttura economica e sovrastruttura politico-statale della società. Lo scadimento nel complottismo è favorito anche dall’abbandono nella teoria sociologica e economica dello studio delle classi sociali e, in particolare, della classe dominante. Come ho cercato di chiarire nel mio libro, Il Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo, lo studio di questo gruppo e della Trilaterale va collocato all’interno dell’analisi della classe dominante capitalistica e delle forme organizzative che le sono proprie. E, dal momento che ogni classe e le sue forme organizzative riflettono, pur in modo non meccanicistico, i mutamenti della struttura economica, rientra nell’analisi del capitalismo contemporaneo.

2. Una nuova forma transnazionale di capitale e di capitalisti

Dunque, che cosa è il Bilderberg? Il Bilderberg è una delle organizzazioni, tra le più importanti, della classe capitalistica transnazionale. Con la mondializzazione degli anni ‘90, il capitale ha completato il raggiungimento della sua fase transnazionale. Quello transnazionale è il livello apicale del capitale nel suo stadio di evoluzione superiore e maggiormente puro, visto che la caratteristica specifica del capitale è la estrema mobilità settoriale e territoriale, in cui sia l’attività di investimento sia la sua stessa composizione proprietaria sono multinazionali. Ad esempio, nelle prime 30 imprese tedesche solo il 37% del capitale è in mano a tedeschi. Caratteristica principale di questa classe è l’estrema interconnessione, non solo tra banche e imprese, come Hilferding con Il capitale finanziario aveva già rilevato cento anni fa, ma anche tra settori economici diversi, e soprattutto tra capitali di diversa provenienza nazionale. Gli stessi consigli d’amministrazione sono interconnessi, grazie alla presenza dei cosiddetti interlocker, top manager e azionisti che siedono contemporaneamente in diversi consigli d’amministrazione. Questi soggetti sono come i nodi di una rete; non a caso alcuni studiosi definiscono il Bilderberg come un network. Del resto, come ha ricordato Gramsci, la forma organizzativa tipica del capitale non è certo quella del partito organizzato (anche se ha la necessità di egemonizzare i partiti di massa per imporsi), ma quella del gruppo informale. Dunque, se il capitale è strutturalmente interconnesso su base transazionale, anche i suoi agenti, i capitalisti, lo sono. Di conseguenza, anche la loro organizzazione tipica non può che essere internazionale. Il Bilderberg, la Trilaterale, l’Aspen Institute rappresentano la concretizzazione di questo tipo ideale. In particolare, il Bilderberg è l’organizzazione di una parte di un settore specifico di questa borghesia, quello atlantico, che fa riferimento alla Nato. Non è un caso: gli Usa e l’Europa occidentale sono due aree fortemente interconnesse tra loro ed egemoni. I giapponesi e gli orientali sono stati tenuti fuori dal Bilderberg. Per coinvolgerli, senza annacquare il carattere atlantico del Bilderberg, negli anni ’70 fu creata la Trilaterale, che spesso comprende le stesse personalità europee, statunitensi e canadesi del Bilderberg alle quali, oltre a quelle giapponesi, ogni anno si aggiungono quelle di nuovi Paesi asiatici. Naturalmente l’integrazione sovrannazionale non deve essere confusa con l’esistenza di una sorta di supercapitalismo o di Impero alla Negri privo di contraddizioni. Il capitale non sarebbe tale se non fosse molteplice e ineguale nel suo sviluppo e, quindi, se non ci fosse una concorrenza tra capitali. La fase transnazionale non è neanche la fase della fine degli stati-nazione, per lo meno di quelli più forti e imperialisti. È la fase dell’aumento della concorrenza tra capitali, tra aree valutarie e tra Stati. Così come è la fase della accentuazione della lotta di classe, quella del capitale contro il lavoro salariato.


3. Che cosa è quale e qual è la funzione del Bilderberg: la nuova oligarchia


Qual è, allora, la funzione del Bilderberg? Ad aiutarci a rispondere è la composizione del suo comitato direttivo e, meglio ancora, la composizione degli invitati ai suoi meeting. Nel comitato direttivo prevalgono esponenti della finanza e dell’industria, in quanto lo statuto prevede che politici in carica non possano farvi parte. Diversa è la situazione nei meeting annuali. Quest’anno i 138 partecipanti ufficiali, possono essere divisi in tre categorie principali. La prima è quella che fa riferimento agli agenti diretti del capitale, cui appartengono ben 65 personalità, di cui 28 afferenti a società finanziarie (banche, assicurazioni, società d’investimento), 29 a oligopoli e monopoli industriali (energia, estrazioni minerarie, metalmeccanica, chimica-farmaceutica, informatica, ecc.), e 8 a grandi network editoriali della Tv e della carta stampata. La seconda è quella della politica e delle istituzioni statali o interstatali con 38 persone. Si tratta di personaggi di primissimo piano, tra cui primi ministri, ministri dell’economia e degli esteri, membri della Commissione europea, tra i quali il presidente Barroso e Viviane Reding, vice presidente e commissario europeo alla giustizia, e di organismi sovrannazionali, come Christine Lagarde dell’Fmi. Infine, abbiamo 28 persone che appartengono a think tank (10), università (12), centri di ricerca e società di consulenza globali. Quasi tutti questi istituti sono legati a grandi corporation, parecchi sono statunitensi ed appartengono all’area neoconservatrice. Si tratta, per dirla alla Gramsci, del “meglio” dell’intellettualità organica al capitalismo internazionale.

La funzione del Bilderberg è, quindi, quella di riunire alcuni tra gli esponenti di punta del capitale mondiale con i principali decision maker politici. La presenza di queste due categorie contemporaneamente legittima l’idea che le riunioni siano l’occasione di definire linee guida generali da implementare con decisioni politiche a livello nazionale e sovrannazionale. A quali principi si ispirino queste linee guida è facile intuirlo, conoscendo l’orientamento dei think tank e dei personaggi che intervengono. Possiamo poi fare riferimento a quei pochi materiali fatti uscire dalla Trilaterale come “Crisi della democrazia” di Crozier e Huntington, che, criticando l’eccesso di democrazia degli anni ‘70, prefigurava quanto abbiamo visto realizzarsi in Italia e in Europa negli ultimi venti anni. I principi di fondo sono quelli che sono diventati egemoni negli ultimi 30 anni a partire dal il tatcherismo e dalla reaganomics: mercato autoregolato, autonomia delle banche centrali, riduzione del welfare, privatizzazioni, deregolamentazione del settore bancario, dei mercati finanziari e del mercato del lavoro e soprattutto “governabilità”, eretta a principio assoluto del funzionamento della “democrazia”.


4. Perché la classe transnazionale vince

Il Bilderberg è molto più connesso alla trasformazione in senso oligarchico delle istituzioni democratiche e rappresentative occidentali che a congiure e complotti. È abbastanza ridicolo pensare che una organizzazione di questo tipo si metta ad organizzare cospirazioni o complotti contro questo o quello. A meno che l’implementazione delle politiche di cui abbiamo parlato non la si voglia definire un complotto. In questo modo, però, perderemmo uno degli aspetti più importanti, cioè l’individuazione del perché e dei meccanismi attraverso cui l’élite transnazionale riesce a vincere. Riesce a vincere, soprattutto, grazie al fatto che è espressione dei rapporti di produzione capitalistici allo stadio transnazionale. Ciò vuol dire che vince perché è interconnessa ed integrata, molto di più di quanto i suoi avversari, il movimento operaio e i movimenti antimperialisti, riescano ad essere. E perché è capace di mettere in atto quello che Gramsci definiva esercizio dell’egemonia. Non è un caso che accanto ai produttori di ideologie neoconservatrici, come i think tank, partecipi agli incontri del Bilderberg anche una nutrita pattuglia di imprenditori e operatori dell’industria della diffusione delle idee e delle opinioni. La forza e la pervasività di questa capacità egemonica è dovuta, infine, soprattutto alla integrazione tra agenti diretti del capitale e politici appartenenti sia al centro-sinistra che al centro-destra, compresa la sinistra verde e la socialdemocrazia europea. Quest’anno tra i partecipanti spicca Stefan Löfven, neosegretario del partito socialdemocratico svedese e ex leader del sindacato dei metalmeccanici, invitato, come da prassi, dal membro svedese del comitato direttivo, Jacob Wallenberg, l’Agnelli svedese. Il vero problema non è la corruzione di basso livello dei politici o il finanziamento pubblico ai partiti, come pretendono i fustigatori della “casta”. La vera corruzione del sistema politico e dei partiti tradizionali risiede nell’integrazione dei vertici politici all’interno della borghesia transnazionale. Infatti, spesso non è possibile distinguere con nettezza tra agenti politici, intellettuali ed economici del capitale transnazionale. Gli stessi individui, come nel sistema Usa della “porte girevoli”, passano con disinvoltura dai consigli d’amministrazione ai governi nazionali alle organizzazioni sovrannazionali ai centri ideologici e viceversa, come nel caso di Mario Monti e Mario Draghi.

Concludendo, non è possibile capire il Bilderberg e le altre sue organizzazioni sorelle se non recuperiamo e non attualizziamo la categoria di modo di produzione e la relazione struttura-sovrastruttura. Non si tratta di una esigenza solamente scientifica, ma soprattutto politica, senza la quale non può essere fondato alcun durevole processo di ripresa democratica. In sintesi, possiamo definire il Bilderberg come l’organizzazione della nuova classe borghese transnazionale, nella forma del network. Una organizzazione funzionale allo scopo sia di essere camera di compensazione delle contraddizioni intercapitalistiche, interstatali e tra Europa e Usa sia soprattutto di esercitare l’egemonia sul resto della società attraverso l’elaborazione, la condivisione ideologica tra i vari settori di questa borghesia e l’implementazione nei sistemi politici di linee guida generali. Il risultato di questo attivismo non è però alcun “nuovo ordine mondiale”, bensì il caos, come possiamo osservare nelle cronache di ogni giorno. Il dato più importante su cui riflettere, alla fine, è che il capitale transnazionale produce destabilizzazione e divaricazione delle contraddizioni a tutti i livelli.


*Fonte: Marx XXI

mercoledì 12 giugno 2013

UN VOTO DI CLASSE di Piemme


Non c'è dubbio che il dato eclatante di questa tornata di elezioni amministrative è che l'astensione ha oramai superato la soglia del 50%. Partiti, partitelli, movimenti e liste civiche prendono una sonora batosta, compreso il Movimento 5 Stelle, che sembra aver già perso la sua capacità di intercettare la montante indignazione popolare. E' morta e defunta l'Italia che batteva i record mondiali di partecipazione al voto, surrogato del fenomeno più sostanziale, quello della partecipazione alla battaglia politica. L'americanizzazione della società, iniziata dopo la chiusura del lungo ciclo storico che va dalla fine della guerra mondiale agli inizi degli anni '80, sembra avere toccato il suo apice.

[Nella foto Antonio Formicola, il fioraio suicidatosi ad Ercolano]

Le classi dominanti, le loro élite strategiche, hanno del resto voluto questo esodo di massa dalla politica. Lo hanno fatto con tre mosse strategiche. 
Anzitutto sostenendo che le ideologie erano morte. Questa narrazione ha depotenziato la lotta politica, che da battaglia per decidere del modello sociale desiderato è diventata pura contesa per amministrare il presente come unico esistente possibile. 
A questa narrazione ha fatto da contraltare la seconda mossa, quella di aver ridotto i partiti maggiori, da veicoli di istanze sociali ed etiche antagoniste, a mere varianti del "pensiero unico" liberal-capitalistico dominante. 
La terza mossa è stata infine quella di avere —in nome del dogma della governabilità a spese del principio di rappresentanza democratica— scardinato l'architettura repubblicana e costituzionale adottando sistemi elettorali maggioritari per blindare le sedi istituzionali impedendo alle istanze sociali radicali di accedervi.

Alla fine c'è stata sì l'americanizzazione del paese, ma questo processo non è stato appunto  spontaneo, "naturale", esso è stato anche il risultato di una serie di strappi deliberati della classe dominante e dei suoi agenti politici.

E' interessante ascoltare quanto affermano i politologi di regime davanti a questa fuga di massa dalla urne, ad esempio il Professor Roberto D’Alimonte, che dalle pagine del Corriere della sera afferma «... che un alto livello di partecipazione non è necessariamente una cosa buona, che il paese sta semplicemente compiendo il periplo verso l’uniformazione agli standard europei, che normalmente vedono una partecipazione elettorale notevolmente inferiore rispetto alla nostrana. Del resto, sostiene con faccia tosta D'Alimonte, "anche negli Stati Uniti d’America a votare si recano normalmente meno della metà degli aventi diritto e non si può certo dire non sia un paese democratico”». [Anna Lami, Elezioni comunali , astensione quale messagio?


Abbondano come sempre analisi, anche molto sofisticate, dei flussi elettorali. Di norma queste indagini indagano gli spostamenti da un partito o da uno schieramento ad un altro, dai partiti al non voto e viceversa. Analisi di superficie, aggiungiamo noi, in stile tipicamente empiristico e anglosassone, che poco o nulla ci dicono sulla sostanza del fenomeno dell'astensionismo. Analisi tutte strumentali e funzionali al regime e alla classe dominante.

Nessun istituto che si degni di indagare, ad esempio, da quali aree e classi sociali venga il non-voto. Nessun istituto che si periti di analizzare come lo spappolamento del tessuto sociale causato dalla crisi economica più grave della storia di questo paese si riverberi sui processi elettorali e politici. Potrebbe sembrare una quisquilia e invece, questa omertà, questa cecità sui processo sociali più profondi, attesta a che livello di mediocrità partigiana è giunta la sociologia ufficiale.

In assenza di questi studi  noi siamo tenuti a fare delle deduzioni, delle ipotesi.

La nostra ipotesi è che anche in Italia il voto è tornato ad essere, come nell'Ottocento, un voto di censo. La gran parte dei votanti vengono dall'ectoplasma degli strati sociali  "garantiti", da quella pappetta insipida che viene chiamata "ceto medio"; mentre i settori sociali falcidiati dalla crisi, i "non-garantiti", sono il principale deposito degli astensionisti. Questi settori "non-garantiti", oramai esclusi dal "benessere", privi dei fondamentali diritti sociali, non trovano senso nell'esercitare i diritti di cittadinanza, tra cui quelli politici.


Sarebbe ad esempio interessante verificare, alla luce delle analisi più recenti svolte anche su questo sito [La catastrofe sociale e la sollevazione] come incida la "Diagonale del debito" sugli atteggiamenti politici delle masse. Pasquinelli proponeva il diagramma qui accanto per visualizzare la nuova frattura sociale creditori-debitori, frattura che forse ci aiuta a spiegare anche il comportamento elettorale dei diversi strati sociali. 

Ecco: i  "non-garantiti", gli "esclusi" di fatto dal campo di coloro che godono davvero dei diritti sociali di cittadinanza, i "cittadini di serie B" insomma, forniscono, per chi scrive, il grosso dell'esercito sterminato degli astensionisti.

Per questo i politologi di regime, quelli che ritengono che questa fuga di massa dalla politica e dalle urne sia fisiologica e "naturale" delle società tardo-capitalistiche, potrebbero sbagliarsi, e di grosso. Essi immaginano che l'esodo sia segno anzitutto di qualunquistico disincanto, che quelli che la crisi sistemica ha gettato nella miseria, i nuovi diseredati, si siano arresi al loro funereo destino.

La loro è solo un'ipotesi consolatoria. Poiché potrebbe essere il contrario, che l'astensione di massa sia ragionevole, la consapevolezza che non è con elezioni truccate che si può cambiare il corso delle cose. Un'astensione che potrebbe quindi essere il preludio all'ingresso di queste masse sulla scena politica. Un ingresso fragoroso, che farà epoca. E quindi:
«Qui da noi non si ribellerà il popolo-rentier. Si ribelleranno le giovani generazioni che nulla hanno da perdere e un futuro da guadagnare mandando a gambe all’aria il sistema immorale in cui viviamo. Esse saranno la leva che solleverà quella gran parte del corpo sociale sofferente, che trascinerà nel gorgo tutti i proletari veri, quelli che vino solo della vendita della loro forza-lavoro, che non hanno rendite e santi in paradiso, come pure tanti piccolo e medio borghesi che il capitalismo casinò ha gettato in disgrazia.Una sollevazione che non prende ancora forma perché la crisi epocale del sistema di capitalismo casinò è solo agli inizi, perché troppo ampia è ancora la massa amorfa del popolo-rentier. Ma la tendenza alla catastrofe significa appunto questo: che il capitalismo casinò sta tirando le cuoia, che questa stessa massa, attraverso le politiche predatorie dei dominanti, subirà un inevitabile processo di pauperizzazione, spostandola sulla parte destra del diagramma. Sarà allora che per i dominanti si apriranno le porte dell'inferno».
[La catastrofe sociale e la sollevazione]


martedì 11 giugno 2013

PER USCIRE DA QUESTA CRISI OCCORRE USCIRE DAL CAPITALISMO Intervista a Bruno Amoroso

11 giugno. In questa intervista Bruno Amoroso (nella foto) spiega le cause della crisi sistemica e come poterne uscire. Questo ci pare il passaggio cruciale: «La crisi attuale è una crisi economica e sociale provocata dal successo della nuova struttura del processo di accumulazione capitalistico, che si è dato a partire dagli anni settanta con la Globalizzazione. Il cuore del processo è la finanza, cioè la trasfigurazione da un sistema basato sul profitto capitalistico a quello basato sull’esproprio dei redditi e la rapina delle ricchezze materiali e intellettuali. La crisi in corso non ha nulla di ciclico, diversamente dalle crisi economiche del capitalismo industriale, e troverà il suo punto di approdo in un potere assoluto coincidente con l’impoverimento di gran parte dei cittadini. Per questo l’uscita dagli effetti della crisi può avvenire solo con l’uscita dal capitalismo che oggi è quello della speculazione finanziaria e della rapina di Stato».
 
D. L’attuale crisi è qualcosa che si poteva prevedere, oppure si è trattato di un evento i cui fattori molteplici globali lo hanno reso in qualche modo imprevedibile e conseguentemente incontrastabile? Quanto è fondata l’accusa rivolta agli economisti in genere di non aver lanciato l’allarme tempestivamente su quanto si stava preparando?

R. La crisi finanziaria —“la più grande ondata di crimine finanziario organizzato della storia umana”, secondo le parole di James K. Galbraith— è stata preparata nel corso di tre decenni durante i quali la Globalizzazione ha avuto il tempo di organizzarsi dispiegando tutti i suoi effetti con l’imposizione del “pensiero unico” fino al “potere unico” dell’ultimo decennio. 

Tra gli economisti, e non solo, è prevalsa la corsa a farsi “consiglieri del principe” sostituendo e riscrivendo i libri di testo sotto dettatura del pensiero neoliberista. Tuttavia, le analisi critiche per comprendere quanto è accaduto non sono mancate: dai contributi premonitori di James K. Galbraith (Lo Stato Predatore) a quelli di Paul Krugman e Joseph E. Stiglitz. In Italia le persone e i movimenti che potevano denunciare e interpretare queste tendenze hanno scelto la via opportunistica dell’”inserimento” e dell’”integrazione”, trasformando il piano di apartheid globale della Globalizzazione in un’opportunità per arricchirsi nel “villaggio globale”, e interpretando i fenomeni reali della “destabilizzazione politica” e “marginalizzazione economica” come “globalizzazione dal basso” e “globalizzazione del welfare”. Si è cioè pensato di poter predicare il pacifismo portando la guerra altrove, di combattere la speculazione e il crimine “tassandoli” per ricavarne parte del dividendo, di poter costruire la “città ideale” dentro le nicchie di un contesto in sfacelo.

D. Si sente spesso sostenere che quella che stiamo vivendo rappresenti non una delle tante crisi cicliche vissute in passato, ma una crisi “sistemica o strutturale”, che può essere superata solo adottando soluzioni estranee al contesto al cui interno è maturata. È d’accordo con questa interpretazione e se sì quali azioni si sentirebbe di proporre?


R. La crisi attuale è una crisi economica e sociale provocata dal successo della nuova struttura del processo di accumulazione capitalistico, che si è dato a partire dagli anni settanta con la Globalizzazione. Il cuore del processo è la finanza, cioè la trasfigurazione da un sistema basato sul profitto capitalistico a quello basato sull’esproprio dei redditi e la rapina delle ricchezze materiali e intellettuali. La crisi in corso non ha nulla di ciclico, diversamente dalle crisi economiche del capitalismo industriale, e troverà il suo punto di approdo in un potere assoluto coincidente con l’impoverimento di gran parte dei cittadini. Per questo l’uscita dagli effetti della crisi può avvenire solo con l’uscita dal capitalismo che oggi è quello della speculazione finanziaria e della rapina di Stato.

D. Quale ruolo hanno giocato i mercati finanziari nella costruzione dell’attuale situazione economica? In che misura sono stati causa della crisi e potrebbero contribuire a sanarla?


R. I mercati finanziari sono le “fabbriche” che hanno sostituito quelle del fordismo industriale, la culla della rapina e dell’esproprio. Questo percorso di “finanziarizzazione” delle economie capitalistiche inizia negli anni ottanta con la modifica della legge bancaria negli Stati Uniti (Reagan), poi negli anni novanta con l’introduzione di nuove regole per la finanza che hanno consentito la produzione dei derivati e titoli tossici (Clinton), il tutto con il consolidarsi di un potere unico finanziario-militare illustrato ampiamente da James K. Galbraith.
L’Europa ha seguito per imitazione le stesse politiche con le “direttive europee”, passivamente recepite anche in Italia, che hanno introdotto la banca “universale” e la liberalizzazione dei mercati finanziari. In Italia questo percorso è stato segnato dalla biografia di Mario Draghi, che bene illustra i conflitti d’interessi e le collusioni tra mondo politico e poteri finanziari. Negli anni ottanta è direttore per l’Italia della Banca Mondiale, negli anni novanta diventa direttore generale al Tesoro e privatizza il sistema bancario, introduce il Testo Unico del 1993 sulle banche che recepisce tutte le direttive europee, comprese quelle ben note sui derivati speculativi. Poi lascia la mano per andare a dirigere la Goldman Sachs e contribuire così a mettere a punto la “grande truffa” che esplode nel 2008, di cui non era a conoscenza come responsabile della sorveglianza in quanto Governatore della Banca d’Italia. Nel mentre la “sinistra” è distratta dalla difesa dell’”autonomia” della Banca d’Italia, dalla denuncia sul conflitto d’interessi di Berlusconi contro il quale, in ogni caso, non fa nulla.

D. Che ruolo potrebbe rivestire l’Unione europea in questo particolare passaggio storico-economico? L’euro può offrire uno scudo contro la crisi?

R. L’euro doveva essere lo scudo, ma la sua gestione è stata affidata a chi ha messo in moto la crisi (inutile ripetere i nomi delle persone e organizzazioni) ed è quindi divenuto la camicia di forza che impedisce agli Stati e alla stessa UE di reagire e di difendersi. Il ruolo dell’Europa è possibile se negli Stati nazionali si manifestano forze popolari che si facciano carico di riprendere il percorso di “pace” e “cooperazione” che fu alla base dell’idea di Europa nel primo dopoguerra, e poi fatto deragliare prima dalla “guerra fredda” e successivamente, negli anni novanta, dalla scelta di fare del progetto europeo un piano di “competitività” e di “guerra”. Una ricostruzione dell’Europa a partire dai popoli e dagli Stati deve assumere una forma confederale tra le quattro grandi meso-regioni europee (Paesi nordici, Europea centrale, Europa mediterranea, e Europa occidentale). Uscire dal guscio asfissiante del dominio dell’Europa occidentale e dell’alleanza atlantica è la premessa per queste nuove politiche.

D. Una delle affermazioni ricorrenti è che bisogna tagliare la spesa pubblica per creare le condizioni di base utili a contrastare e superare la crisi. Quanto è condivisibile una simile posizione? L’attuale crisi economica costringerà a sacrificare l’attuale modello di stato sociale?

R. La spesa pubblica non c’entra con la crisi e invece di guardare al deficit dello Stato e al debito estero si dovrebbe guardare all’occupazione e al deficit della bilancia dei pagamenti come ho spiegato nel mio libro L’Europa oltre l’euro. La spesa pubblica aumenta in situazioni di crisi in ragione degli stabilizzatori automatici che hanno il compito di evitare forti conseguenze sociali, ed è per questo che Keynes raccomandava al governo: “Occupatevi dell’occupazione e questa si prenderà cura del bilancio dello Stato”.

D. Cosa ha comportato e cosa comporterà per l’Europa lo spostamento del baricentro mondiale fuori dall’Occidente industrializzato?


R. Significa che l’Europa deve ripensarsi e ritrovare il suo spirito di pace e di cooperazione con le nuove aree mondiali emergenti, lasciandosi alle spalle i vecchi mercati ricchi dell’Occidente. Insistere sul modello della guerra e della competitività significa condannarsi al suicidio e alla marginalità sia verso l’Occidente che verso l’Oriente. La cooperazione con le nuove aree in crescita non si ottiene con la competitività ma con rapporti diretti e di cooperazione tra Stati, cioè sullo scambio reale di capacità e di beni e con la messa in comune delle risorse disponibili.

D. Nel dibattito pubblico spesso si attribuisce la colpa dell’attuale stato di cose, almeno in Italia, a una classe dirigente incolta, poco lungimirante e fautrice di ripetute scelte sbagliate. Condivide questa posizione e se sì come ritiene si possano conciliare fra loro due ambiti apparentemente così distanti quali istanza politica e azione tecnico-scientifica?


R. La classe dirigente (politica e imprenditoriale) che abbiamo è quella che è sopravvissuta alla guerra condotta contro il sistema italiano dagli anni cinquanta in poi dagli Stati Uniti, Francia e Germania, e che continua oggi. Questa guerra è stata vinta finora prima con l’eliminazione fisica dei personaggi scomodi (Mattei, Olivetti ecc.), poi con la distruzione del sistema politico italiano negli anni novanta e ancora oggi. La corruzione esistente è la causa di questi sviluppi e di come, attraverso i fiumi di denaro riversati sui politici e sulle istituzioni, se ne è ottenuto il silenzio e la collusione alla realizzazione dei piani di costruzione del consenso su un progetto italiano ed europeo squilibrato. La reazione popolare degli ultimi anni, e espressa dalle ultime elezioni, dimostra che il limite della sopportazione è stato raggiunto, ma anche il fallimento di questi piani di destabilizzazione politica e di marginalizzazione economica del paese.

D. Fra gli effetti della lunga crisi che stiamo vivendo vi è anche l’aumento considerevole di giovani senza lavoro, costretti a vivere in condizioni di precarietà e a fare i conti con un futuro dai contorni molto incerti. In che modo tutto ciò potrà influire sulla nostra futura società?

R. A chi avanzava riserve critiche sulle forme dell’integrazione europea si rispondeva che queste volevano far “sprofondare” l’Italia nel Mediterraneo. Ebbene, è proprio l’adesione acritica alle strategie della Globalizzazione e dell’UE che sta facendo sprofondare l’Italia nel “sottosviluppo”. Ma l’Italia è un paese forte e le reazioni sociali e politiche che si annunciano lo dimostrano. Il successo di queste tendenza è anche la sola speranza offerta ai nostri giovani.

D. Dal suo punto di vista quando ritiene si possa immaginare un’inversione di tendenza dell’attuale dinamica recessiva? E quando ciò dovesse accadere, passato il peggio, che insegnamenti potremmo e dovremmo trarne da quanto accaduto?

R. Questa crisi si fermerà quando i 4/5 della popolazione saranno ridotti in condizioni di povertà e marginalizzazione. Un percorso avviato ma che richiede tempo. La “ripresa” sarà una stabilizzazione e istituzionalizzazione della povertà e della dipendenza politica del paese dai centri finanziari. Che questo possa avvenire in forma “pacifica” è da dimostrare. La vera ripresa ci può essere solo se il 99% degli esclusi riprende il controllo sulla macchina del potere politico ed economico. Le forme in cui questo avverrà, se avverrà, non saranno indolori per le vecchie classi dirigenti e per questo si oppongono con tutti gli strumenti a disposizione. La forza obiettiva di questo cambiamento dipende dal fatto che l’alternativa a una vera ripresa è lo scenario dell’implosione dell’Europa sul modello iugoslavo, a noi ben noto. La preferenza per una soluzione, anche europea, negoziata e con un cambio di indirizzo dovrebbe apparire ovvia e di buon senso, oltre che più giusta. Ma raramente l’equità e la giustizia prevalgono sugli interessi costituiti.

* Fonte: Altre Storie

























lunedì 10 giugno 2013

TORNANDO DA DAMASCO, COL CUORE SPEZZATO

10 giugno. Dal 4 all'8 giugno una delegazione internazionale si è recata in Siria, facendo seguito all'appello lanciato nel novembre scorso «Fermare la guerra. Sì alla democrazia, non ad un intervento straniero». Appello che ha raccolto migliaia di firme prestigiose, centinaia anche in Italia. Il viaggio si è svolto sotto gli auspici dell'opposizione democratica e antimperialista siriana, e non sarebbe stato possibile senza il consenso delle autorità siriane.

La delegazione internazionale ha quindi incontrato sia membri della frammentata opposizione che  esponenti delle autorità siriane, tra cui lo stesso Presidente Bashar al-Assad.
Damasco 6 giugno: l'Incontro col Presidente Bashar al-Assad

La delegazione* (la prima in veste ufficiale ad essersi recata a Damasco da almeno un anno) ha recapitato ai diversi interlocutori l'Appello internazionale come pure alcune specifiche proposte affinché avanzi una soluzione politica, ovvero si avvii finalmente un negoziato di pace del sempre più sanguinoso conflitto, respingendo ogni minaccia di intervento esterno.

Queste istanze, assieme alla speranza che sia posto fine alla guerra fratricida, sono state fatte presenti  allo stesso Presidente siriano, che non si è sottratto, né al confronto, né alle critiche.
Un rapporto sugli incontri avuti, sul loro esito nonché sulla dinamica della guerra civile, sarà reso noto quanto prima.

Mentre la delegazione svolgeva i suoi numerosi incontri la guerra, tutt'attorno, andava avanti, implacabile. Una guerra civile che sembra aver scavato un abisso incolmabile tra le diverse comunità relgiose e tra le due principali anzitutto, quella sunnita e quella alawita, rafforzando al loro interno le frazioni più intransigenti. Una guerra che gli arabi chiamano "fitna".

Per avere la misura di quale piega abbia ormai preso il conflitto interno in Siria vi suggeriamo di guardare le immagini qui sotto. Il primo è un video che riprende le operazioni militari dell'esercito siriano contro la guerriglia nel popoloso quartiere meridionale di Damasco (a maggioranza sunnita), Darayya, oramai trasformato in uno spettrale ammasso di rovine. Le immagini sono del 27 febbraio, ma la battaglia a Darayya continua ancora in questi giorni.

Il secondo, non meno agghiacciante, sempre del febbraio scorso, mostra una manifestazione di una delle brigate legate ai jihadisti di al-Nusra. Un bambino canta una canzone che, oltre ad osannare Bin Laden e la guerra senza compromessi con gli USA, inneggia allo stermino di alawiti e shiiti.








*della delegazione facevano parte: José Raul Vera López, vescovo cattolico ed esponente della teologia della Liberazione (Messico); Alejandro Benjamin Bendana Rodriguez, storico, (Nicaragua); Evangelos Pissias, Coordinatore internazionale della Flotilla per Gaza (Grecia); Leo Gabriel, antropologo, membro dell’esecutivo internazionale del Social forum mondiale (Austria); Maria Dimitropoulou, sociologa (Grecia);  Wilhelm Langthaler, pubblicista, esperto di questioni mediorientali, portavoce del Campo Antimperialista;  Moreno Pasquinelli, Coordinatore internazionale della Global March on Jerusalem (Italia); Jaqueline Campbell Davila, attivista per i diritti umani (Messico); Engel Christiane Reymann, Consulente parlamentare (Germania); Odyssefs Nikos Voudouris, parlamentare (Grecia); Francois Houtart, sociologo e prete cattolico (Belgio); Mireille Cécile Agnés Fanon ep. Mendes France, giurista (Francia);

domenica 9 giugno 2013

PERCHE' QUESTA CRISI E' DIVERSA di Giulio Sapelli

9 giugno.

L'intervento di Giulio Sapelli, odinario di Storia dell'Economia presso l'Università degli studi di Milano al Convegno «CAPITALISMO FINANZIARIO E DEMOCRAZIA». Roma 4 giugno 2013. Presiede Bruno Amoroso.



La registrazione dell'intero convegno

venerdì 7 giugno 2013

DISCRASIA: sul mito ideologico della classe operaia di Moreno Pasquinelli

7 giugno. I marxisti, dopo Marx, si sono divisi in molte correnti o, come dispregiativamente affermano i liberali, chiese ed eresie. Queste correnti non si sono solo date battaglia nella sfera del pensiero teorico, ma pure in quello politico, alcune senza esitare a ricorrere allo sterminio dei loro avversari. La madre di tutte queste battaglie venne condotta tra la Chiesa per eccellenza, la stalinista, e la più irriducibile di tutte le eresie, quella trotskysta.

Esattamente come nelle grandi dispute cristologiche e teologiche (le analogie sono sorprendenti), il trofeo per cui gli avversari si azzannavano era, accanto a più prosaiche questioni politiche, quello di stabilire chi avesse titolo per definirsi “vero marxista”.

Non erano in discussione gli assiomi, ma solo i teoremi che, come da causa effetto, ne dovevano “necessariamente” e inesorabilmente conseguire se si voleva raggiungere il fine socialista. Alcuni assiomi erano dunque, in realtà, dogmi intangibili, come certi misteri lo sono per i cristiani, siano essi ortodossi, cattolici o protestanti. Nessun cristiano che si definisca tale, ad esempio, può mettere in discussione che Gesù di Nazareth era figlio di Dio, inviato dal cielo sulla Terra per redimere i peccati del mondo e offrire agli uomini la salvezza eterna.

Può sembrare buffo, invece è tragico, che negli anni del Grande Terrore staliniano i carnefici fucilavano in nome del socialismo, mentre le vittime affrontavano il plotone d’esecuzione convinti di sacrificare la loro vita per il medesimo supremo ideale. Il generale Yakir, addirittura, gridò “Viva Stalin” mentre i boia lo spedivano nell’al di là.

Numerosi erano i dogmi che carnefici e vittime avevano in comune, i dogmi che per entrambi sostanziavano la concezione marxista del mondo. Vogliamo soffermarci solo su un paio. 


Il primo era quello per cui la lotta di classe è il Leviatano assoluto dell’evoluzione sociale, il solo vero motore della storia. Il secondo consisteva nell’attribuire alla classe operaia moderna e solo ad essa, la funzione messianica e salvifica di creatrice del socialismo. La gran parte dei marxisti, a prescindere dalle loro specifiche liturgie, ritiene ancora oggi che ove si mettessero in discussione questi due dogmi il marxismo crollerebbe su stesso, cesserebbe di essere una “teoria scientifica”, diventerebbe dunque una “mera ideologia”. Proveremo a mostrare che è vero l’esatto contrario.

La controprova del carattere intangibile di questi due dogmi l’abbiamo osservando gli argomenti difensivi di chi ha rinnegato il marxismo. Essi hanno abbandonato il marxismo nel momento in cui non erano più convinti della loro validità.

Quelli che non hanno abiurato la fede, pur non essendo giunti alle stesse conclusioni dei rinnegati, la pensano esattamente come loro sulle premesse: quei dogmi sono i pilastri senza i quali il marxismo perderebbe ogni senso. Entrambi condividono la medesima forma mentis dogmatica, fideistica, irrazionale. E’ come se i fisici teorici, davanti alla tesi einsteiniana che non esistono lo spazio e il tempo assoluti, si fossero divisi tra coloro i quali avessero gettato Newton nella spazzatura, e quelli che avessero negato la teoria della relatività pur di difendere la concezione meccanicistica dell’universo.

In altre occasioni ci siamo dedicati ad una critica filologica ed esegetica del dogmatismo, invitando a non confondere il plastico e problematico marxismo di Marx, con quello meccanicistico e storicistico divulgato da Engels ai tempi della Seconda Internazionale. Ora vorremmo andare al cuore teoretico del problema, nel tentativo di mostrare che non solo una teoria rivoluzionaria della trasformazione sociale regge anche ove le due proposizioni in questione fossero popperianamente falsificate. Noi vorremmo mostrare che il marxismo, se non religiosamente inteso, se concepito come scuola scientifica di pensiero, non crolla perché due postulati si sono rivelati fallaci alla luce dell’esperienza storica.

In ballo, qui, c’è’ il materialismo storico, la concezione materialistica della storia. I due dogmi in questione, teoria della lotta di classe come motore esclusivo della storia e funzione messianica della classe operaia, sono in realtà i due aspetti di un altro: quello per cui i rapporti economici, ovvero i rapporti di produzione, sono il primigenio e esclusivo luogo in cui si costituiscono, come per necessitato riflesso, i più complessi rapporti sociali. La lotta di classe non sarebbe altro che lotta economica per il possesso dei mezzi di produzione e dunque della ricchezza sociale materiale; mentre la funzione guida della classe operaia verrebbe desunta dal movimento obiettivo del modo capitalistico di produzione, che non soltanto polarizzerebbe la società in due sole classi frontalmente contrapposte a antagonistiche ma che porterebbe con sé, come la larva la farfalla, un crescente e irreversibile grado di socializzazione della produzione.

Questa teoria riduzionistica è, filosoficamente parlando, monista, ovvero figlia del materialismo filosofico volgare, per cui il pensiero, res cogitans, è solo una protesi della res extensa, della materia, e l’agire umano non anche il frutto di uno slancio creativo, autodeterminantesi, ma meccanicamente causato dalle leggi fisiche del mondo materiale.

In termini marxistici ciò equivale a sostenere che la sovrastruttura sociale (l’insieme composto da idee, aspirazioni, passioni, affetti, usi, costumi, tradizioni) non ha alcuna dignità sua propria, né autonomia, né una storia, in quanto mero riflesso dei rapporti economici; che la coscienza sta al cervello come la bile al fegato (Moleschott).

Questa concezione monista e riduzionistica non si presenta mai in una forma pura. Nemmeno l’economicista più incorreggibile nega “l’importanza delle sovrastrutture”. Nella sua forma pura l’economicismo è infatti una pittoresca parodia del marxismo. Questo economicismo si presenta sempre mascherato, deve cioè camuffarsi e imbellettarsi per essere preso in considerazione. Diversi sono i travestimenti dell’economicismo per sfuggire al suo destino (che è quasi sempre quello del disincanto).

Il principale è anche il più banale di tutti, è una forma di soggettivismo frustrato. Né la teoria marxista né la classe operaia sarebbero fallaci: la colpa è tutta dei cattivi dirigenti del “buon movimento operaio”, al massimo delle forme cattive che esso si è dato storicamente. Dirigenti e forme che spiegano come mai il naturale corso della storia verso il socialismo sia stato temporaneamente deviato. Questa tesi autoconsolatoria accomuna agli anarchici la più parte degli "eretici" marxisti: trotskysti, luxemburghiani, sindacalisti, consigliaristi.

Il travestimento secondario è quello crollista, ovvero l’economicismo portato alle sue estreme conseguenze. Se lo sbocco socialista non si è dato non è perché ci siano state perturbazioni di carattere politico o deviazioni —queste hanno ben poca importanza—, al contrario! i tempi “naturali” non sono ancora giunti a maturazione, e quindi occorre aspettare il fisiologico corso delle cose, ove per “fisiologico” si intende il pieno e dispiegato sviluppo capitalistico e a cui deve seguire, come la notte il giorno, la grande crisi, il crollo della struttura economica del capitalismo. In questa cornice, la sovrastruttura, le sfere ideali e spirituali sono del tutto irrisorie, la crisi, infatti, si incaricherà di “far entrare l’idea del socialismo anche nelle teste di legno”. Nella sua forma chimicamente pura questa eresia si rappresenta nel bordighismo.


Il travestimento terziario è un storicismo cristianizzato, un umanesimo escatologico. Il capitalismo non ha polarizzato la società in due sole classi antagoniste? Lo sviluppo capitalistico non produce affatto alcuna anticamera del socialismo (massima socializzazione delle condizioni della produzione e dello scambio)? La classe operaia lungi dall’aver rovesciato le classi dominanti ha finito per accettare nella sua stragrande maggioranza il dominio capitalistico? Poco importa, gli uomini, per loro natura, sono esseri buoni, e la storia, pur per contorte e imperscrutabili vie, muove sempre avanti, verso il progresso, verso il socialismo. Ogni altra direzione sarebbe priva di senso, e non può essere che la Storia non ne abbia di per sé alcuno, altrimenti avrebbe ragione il nichilismo. Del marxismo resta poco o niente ovviamente, se non il fatto che Marx avrebbe nominato questo destino, strappandolo dal cielo mistico della religione alla vita reale.

Noi non contestiamo, ovviamente, che i rapporti economici siano decisivi nello spiegare i fatti e le dinamiche sociali. Ciò che contestiamo è: (1) che essi costituiscano il luogo esclusivo dove si formano le classi sociali; (2) che essi siano la sola e principale causa delle lotte sociali; (3) che siano la sola fonte da cui sgorgano le idee e la coscienza —di classe all’occorrenza; (4) neghiamo infine che la pura e semplice lotta economica per l’appropriazione della ricchezza sia il terreno fondamentale dell’antagonismo tra oppressi e oppressori, tra proletari e capitalisti.

Partiamo dalle classi sociali. Non c’è una muraglia tra la classe in sé e la classe per sé. Il per sé, ciò che passa sotto il nome di “coscienza di classe”, è spesso inteso come mera forma, un portato necessitato dell’in sé. Questo non era vero nemmeno per Marx, che giustamente insisteva che non si da alcun contenuto che non abbia una forma adeguata. In altre parole è proprio la forma che connota il contenuto, che ci permette di coglierlo e di separare un contenuto da un altro. 


Certo che le classi sociali esistono obiettivamente, a prescindere dalla coscienza che esse hanno dei propri interessi. Ma la teoria di Marx non si fermava a questa verità lapalissiana e sociologica (Marx stesso ebbe a dire che non fu lui a riconoscere che la società era divisa in classi). Considerata dal punto di vista obiettivo, di come il capitale la produce, la classe operaia è solo la parte variabile del capitale stesso, quella creatrice di plusvalore. Affinché essa sia creatrice di socialismo, che cioè assolva una funzione rivoluzionaria, c’è bisogno che prenda coscienza di questo suo non-essere, che prenda cioè forma come essere libero dalle catene del lavoro salariato, dallo sfruttamento e dall’alienazione. E’ quindi solo il prendere coscienza che fa eventualmente del proletariato un soggetto rivoluzionario. Senza questo atto esso resta un mesto fattore del processo capitalistico di valorizzazione.

E come avviene questo processo? Come si determina? Avviene forse spontaneamente, come risultato necessario e ineluttabile dello sviluppo capitalistico? Certo che no, e tutta la storia del capitalismo, dagli albori ad oggi, mostra in maniera incontrovertibile che non è così. Non la continuità, la linearità, la gradualità del processo; bensì la rottura del processo e la negazione della sua presunta obiettività, sono i principali momenti per mezzo dei quali una classe sfruttata prende forma, e da parte variabile del capitale diventa classe antagonista, soggetto rivoluzionario. La lotta di classe consiste in questi momenti di discontinuità, rottura, negazione, ovvero di autodeterminazione, non certo nella pura e semplice opposizione tra capitale e lavoro salariato. Come argutamente affermava Lenin, contestando l’economicismo e correggendo alcune illusioni affettivamente contenute nell’impianto di Marx e prendendo atto dell’evoluzione concreta dei paesi dove il capitalismo era più sviluppato: dalla pura e semplice opposizione capitale salario non sorge un movimento rivoluzionario, ma solo un tradeunionismo, o un corporativismo, i quali non solo non conducono alla rivoluzione, ma all’esito opposto: incatenano il proletariato ai piedi del capitale. Ovvero: “il tradunionismo è la politica borghese nella classe operaia”.

Questa premessa è secondo noi del tutto confermata dall’evoluzione storica e quindi assolutamente imprescindibile. Sul piano puramente esegetico poi, Lenin non stravolgeva affatto il discorso di Marx, come taluni affermano. La verità è che in Marx ci sono due discorsi distinti, quello economicista come pure il suo opposto, per cui, è sempre Marx che parla: “La classe operaia è rivoluzionaria o non è nulla”. Oppure: “Ci vorranno decadi di guerre civili affinché il proletariato si tolga di dosso tutta la merda borghese e sia capace di costruire il socialismo”.

Di contro a tutti gli oggettivismi e ai determinismi che si cullano nell’illusione che sarà l’evoluzione economica del capitalismo a consegnarci su un piatto d’argento oltre che la rivoluzione il soggetto capace di farla, noi affermiamo che non è l’economia che crea il soggetto, ma la lotta di classe. Lotta di classe che non avviene anzitutto nella sfera delle mere relazioni economiche (queste sono solo la base), bensì in quella politica, il luogo in cui si formano le concezioni del mondo, in cui si forma la coscienza di classe —concezioni e coscienza senza le quali non solo è del tutto privo di senso parlare di missione storica di una classe, è anche aleatorio pensare di tracciare i confini “oggettivi” tra una classe e l’altra, dato che esse sono unite da mille fili sociali, sia economici che politici.
Quindi, per lo stupore di tutti gli economicisti, non è il soggetto sociale che crea quello politico, ma viceversa, quello politico crea, ovviamente in condizioni determinate, il soggetto sociale. In altre parole v’è una relazione biunivoca tra il fattore sociale e quello politico: affinché si possa parlare di classe c’è bisogno che essa esista fisicamente, materialmente, dentro l’organismo sociale. Ma siccome questa sua esistenza è proteiforme, mutevole, intrecciata inestricabilmente a tutto il resto; c’è’ bisogno di un soggetto politico che intervenga per astrarla, separarla dal tutto, dandogli cioè forma, coscienza di sé, che la trasformi in comunità autonoma, in forza antagonista. Il sistema capitalistico è un insieme composto di classi, come l’acqua contiene ossigeno e idrogeno uniti in una molecola unitaria. Separarli implica un’intervento deliberatamente scissorio, ovvero l’azione fecondante del soggetto politico. Del soggetto che non solo riconosce l’insieme, le sue contraddizioni come i suoi punti di forza, ma che sa ciò che vuole e possiede gli strumenti per condurre la sua missione. 


Ora possiamo tornare ai due assiomi che il marxismo considera dogmi intangibili e affermare che:

(1) Né la storia né il “progresso” procedono solo a causa della lotta di classe. Questo processo storico esiste, ed ognuno può verificarlo empiricamente, anche ove la lotta di classe sia a bassa intensità o non si manifesti affatto. Entrano in gioco altri fattori, economici, tecnici, nazionali, statali, religiosi, ideologici che il soggetto politico deve tenere in somma considerazione se, appunto, vuole assolvere alla sua missione.

(2) E’ il partito proletario che sa di avere una missione, non la classe in sé, così come la sforna il modo capitalistico di produzione. La classe in sé è una leva della rivoluzione, la sua energia, l’acqua di una macchina a vapore che per poter rilasciare la sua potenza ha bisogno, non solo del fuoco del conflitto, ma di una complessa macchina politica che la raccolga come vapore in un cilindro a pistone.

MERCATO DEL LAVORO: E. LETTA MENTE di Emiliano Brancaccio

Il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha dichiarato: «Il lavoro è il cuore di tutto. Se noi riusciamo sul lavoro a dare dei segnali positivi ce la faremo. Se sul lavoro non ci riusciamo, sono sicuro che non ce la faremo». Quanto alla riforma Fornero il premier ha commentato: «In un momento straordinario come questo è necessario un pochino meno di rigidità. Ci sono alcuni punti che in una fase recessiva stanno creando dei problemi come ad esempio le limitazioni sui contratti a termine, che sono necessarie in una fase economica normale, ma che in una fase di straordinaria recessione come quella l’attuale non sono utili, e per questo è necessaria una minore rigidità» (fonte: Il Sole 24 Ore). Un’argomentazione simile era stata sostenuta poco prima dal ministro del Welfare Enrico Giovannini.

Nel giorno della festa dei lavoratori Letta dunque si accoda agli ultimi pasdaran del liberismo, che ripetono da anni la tesi secondo cui una maggiore precarietà dei contratti di lavoro favorirebbe l’efficienza economica e il riassorbimento della disoccupazione. Questa tesi tuttavia è falsa. I test contenuti negli Emplyoment Outlooks 1999 e 2004 dell’OCSE smentiscono l’esistenza di una correlazione tra riduzione delle tutele dei lavoratori e riduzione della disoccupazione. Inoltre, una rassegna di Tito Boeri e Jan van Ours di tredici ricerche empiriche sul nesso tra tutele del lavoro, occupazione e disoccupazione realizzate tra il 1988 e il 2005 da vari studiosi, rivela che solo una di esse stabilisce che una maggiore flessibilità è correlata a una minore disoccupazione, nove danno risultati indeterminati e tre addirittura indicano che minori tutele del lavoro sono associate a minore occupazione e maggiore disoccupazione (Boeri e van Jours, Economia dei mercati del lavoro imperfetti, Egea 2009).

Ma non è finita qui. Nel 2006 Olivier Blanchard, attuale capo economista del Fondo Monetario Internazionale, dopo una disamina dei lavori empirici disponibili mette una pietra tombale sulla questione: “Le differenze nei regimi di protezione del lavoro appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi” (Economic policy 2006; per approfondimenti e ulteriori  riferimenti bibliografici rinvio al volume Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia, nella cui appendice statistica è anche riprodotto, con dati aggiornati, il test OCSE sull’incorrelazione tra tutele del lavoro e tassi di disoccupazione).

In definitiva, sugli effetti occupazionali delle tutele del lavoro Letta dichiara tecnicamente il falso, nel senso che tenta di promuovere una modifica della disciplina dei contratti sulla base di relazioni di causa ed effetto che non hanno trovato adeguati riscontri nella letteratura scientifica di questi anni. Per non parlare dell’idea bizzarra, da lui evocata, secondo cui la normativa sul lavoro dovrebbe variare in funzione delle fasi di espansione o recessione della produzione: una sorta di legislazione à la carte, da modificare ogni volta in funzione della congiuntura. Se così fosse, ci troveremmo al cospetto dell’ennesimo colpo sparato su una disciplina dei contratti di lavoro ormai ridotta a colabrodo, che da un punto di vista economico finirebbe al limite per accrescere l’instabilità dell’occupazione e del monte salari, e potrebbe persino arrivare a deprimere i loro già disastrosi andamenti medi.


Fonte: Emiliano Brancaccio

giovedì 6 giugno 2013

Il presidenzialismo: l'ultima trincea delle canaglie di Leonardo Mazzei

6 giugno. «Non siamo qui a difendere un odioso presente sol perché si annuncia un futuro ancora peggiore. Siamo qui a proporre un'alternativa, un sistema davvero democratico e popolare».

E' lì che andranno a parare. Il presidenzialismo non è solo il passaggio finale di un processo di accentramento e rafforzamento del potere esecutivo iniziato vent'anni fa. Non è solo la pietra tombale su quel che resta (poco in verità) del sistema parlamentare. E' anche il modo in cui la casta dei politicanti espressione delle oligarchie dominanti punta a salvare se stessa.

Per tutti questi motivi era perciò inevitabile che dal cappello presidenziale delle «riforme» sbucasse fuori il coniglio presidenzialista. Eugenio Scalfari ci dice che così non è, che Napolitano parlerà, a giorni, contro il presidenzialismo. Vedremo, quel che è certo è che il modus operandi del «comunista preferito da Kissinger», ed ancor più le scelte che ne sono conseguite hanno portato acqua, più di ogni altra cosa, al mulino presidenzialista.

Le avanguardie dell'armata che punta al modello francese sono scese in campo, sulle colonne del Corriere della Sera, con un appello dal titolo «Un movimento di cittadini per la scelta diretta». Lo hanno fatto il 2 giugno, festa di quella Repubblica a cui vogliono fare la festa. I nomi dei firmatari non lasciano adito a dubbi: Augusto Barbera, Angelo Panebianco, Arturo Parisi, Mario Segni. Tutti costoro (in primis Segni) furono, vent'anni fa, tra i principali promotori del referendum per il maggioritario. Due di loro (Barbera e Parisi) sono esponenti di un certo rilievo del Pd. E già questo basta ed avanza per farci capire che l'offensiva non viene solo da destra.

Per costoro il presidenzialismo è in fondo il coronamento di quel percorso iniziato negli anni '90 del secolo scorso. Non dimentichiamoci che proprio dal maggioritario è scaturita la figura del sindaco/podestà, mentre i presidenti delle giunte regionali sono diventati «governatori». Il tutto contornato dal progressivo svuotamento delle assemblee elettive a tutto vantaggio degli esecutivi di ogni ordine e grado. Chi ha avallato questo processo per tanto tempo, ha ben poco da lamentarsi oggi della sterzata presidenzialista, peraltro sostenuta dallo stesso Letta.

Una volta affermato il principio della «governabilità», dell'accentramento del potere, fino a consegnarlo nelle mani di una sola persona, come si poteva pensare che tutto ciò restasse confinato a comuni, province e regioni, senza arrivare ad imporsi un giorno come forma del potere centrale?

Abbiamo già detto che il maggioritario da un lato, e il presidenzialismo de facto alla Napolitano dall'altro, hanno funzionato da apripista alla svolta istituzionale in gestazione. Ma c'è di più. C'è che il presidenzialismo detto «alla francese» ben si sposa con il doppio turno di collegio. C'è che il presidenzialismo è anche un modo furbesco per (tentare) di rispondere alla cosiddetta «crisi della politica», che in realtà è crisi di un sistema di potere e di governo ben determinato.

Vediamo intanto il primo aspetto. Già nella primavera 2012, discutendo dell'annosa questione della riforma del Porcellum,  la destra offrì al Pd l'adorato doppio turno di collegio, ma a condizione che il partito di Bersani accettasse l'elezione diretta del presidente della Repubblica ed ovviamente il riordino dei poteri che ne consegue. Il Pd respinse l'offerta, non per ragioni di principio - non sia mai detto, che son finiti quei tempi! - ma solo perché i sui lungimiranti strateghi erano certi di fare il botto proprio grazie al premio di maggioranza della legge calderoliana. Ora che gli è andata come gli è andata, è naturale che l'offerta di Alfano suoni assai bene agli orecchi piddini. E le cronache già ci parlano di diversi big già schierati: da Veltroni a D'Alema, da Prodi a Renzi, per arrivare all'annebbiato Epifani, tutti in fila ad adorar la Francia.

Tutto ciò non deve stupire. Stupirebbe semmai il contrario. Costoro sono disposti a tutto pur di restare in sella. Ed il fatto che, insieme a Berlusconi ed ai berluscones, costoro siano in prima fila per il presidenzialismo, non può che dar forza a chi vorrà opporsi a questa ennesima deriva autoritaria. La loro credibilità, infatti, è ormai sottozero.

C'è però per noi un altro problema. Ed è che, almeno in questa prima fase, l'opposizione al presidenzialismo assumerà i volti di Rosy Bindi ed Eugenio Scalfari. La prima in nome di una Costituzione che non c'è più, che ella stessa ha contribuito a stravolgere in questi anni. Il secondo in nome del pericolo «populista», sia nella versione berlusconiana che in quella grillesca. Questo è un vero problema, perché se saranno quelli i volti dell'opposizione, il presidenzialismo ha già vinto in partenza.

Che fare allora? Essenzialmente due cose:

La prima consiste nello spiegare con linguaggio semplice che il presidenzialismo è l'ultimo rifugio delle canaglie che governano bipartiticamente il paese da vent'anni. Detto in linguaggio popolare, è la casta che non vuol mollare, che cambia la forma istituzionale perché niente cambi negli assetti del potere. In altri termini, è il tentativo di salvare un sistema che sa solo proporre sacrifici, tagli, tasse, disoccupazione in nome del Dio Euro e dei suoi sacerdoti di Bruxelles e Francoforte. Il sistema politico non è in crisi perché «troppo democratico»; al contrario la sua crisi deriva dal distacco dal bipolarismo di milioni e milioni di elettori, allontanatisi da esso proprio a causa dell'azzeramento della democrazia necessitato dalle scelte di cui sopra. Mai come oggi le classi popolari sono state escluse da ogni influenza sul potere, ma proprio per questo maggiore è la possibilità che decidano di rivoltarglisi contro.

La seconda cosa da fare è quella di non limitarsi ad una battaglia difensiva. Al «com'era bella la nostra Costituzione». Una Costituzione che a forza di decantarla ormai non c'è più. Con i cantori della domenica assai spesso impegnati nell'opera di sistematico smantellamento durante la settimana. Una battaglia solo difensiva darebbe le carte migliori proprio ai presidenzialisti. Nossignori, a ben poco servirebbe asserragliarsi in un fortino così sguarnito. La battaglia ha da essere offensiva. Come abbiamo scritto in un documento del Mpl l'estate scorsa: «A partire dallo spirito originario della Costituzione italiana, occorre promuovere un'Assemblea Nazionale Costituente al fine di riconquistare un’effettiva sovranità popolare». Ed è chiaro che riconquistare la sovranità popolare, e dunque nazionale, significa in primo luogo liberarsi dal giogo dell'Unione Europea e della sua moneta unica. Certo, questo obiettivo si inserisce necessariamente in un contesto di grandi trasformazioni, frutto di una vincente sollevazione popolare, ma visto che il nemico ci porta su questo terreno è necessario porsi all'altezza dello scontro fin da ora.

In conclusione: non siamo qui a difendere un odioso presente sol perché si annuncia un futuro ancora peggiore. Siamo qui a proporre un'alternativa, un sistema davvero democratico e popolare. Solo così potremo davvero contrastare il presidenzialismo. Ed anche una sconfitta sarebbe in quel caso meno amara, perché non pregiudicherebbe - a differenza della linea difensivista - l'esito delle battaglie che già si intravedono all'orizzonte.






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