venerdì 22 agosto 2014

AL-TAKFIR: IL CALIFFATO ISLAMICO E I SUOI NEMICI di Moreno Pasquinelli

22 agosto. Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul sito del Campo Antimperialista il 14 agosto scorso.

«Tre calamità vi sono al mondo: le locuste, i topi e i curdi»
(antico proverbio arabo)

Abbiamo spiegato che la liberazione, avvenuta il 10 giugno scorso, della strategica città irachena di Mosul non è stata solo il frutto della “conquista” da parte dei guerriglieri del Daesh (acronimo arabo perad-Dawlat al-Islamiyya fi’l-‘Iraq wa’sh-Sham — Stato islamico dell’Iraq e del Levante, in arabo, di cui ISIL o ISIS, poiché "Sham" sta per Levante o Grande Siria.
Mosul è stata strappata ai governativi grazie all’azione combinata di una rivolta popolare dei sunniti dall’interno e dell’azione dell’ISIS appunto. Una rivolta, scrivevamo, che viene da lontano, che affonda come minimo le radici nell’invasione anglo-americana dell’Iraq, la quale ha avuto come conseguenza l’emarginazione e l’umiliazione della popolazione sunnita, il passaggio delle leve decisive del potere nelle mani dei partiti shiiti filo-iraniani. La qual cosa ha riacceso la mai sopita fitna (conflitto) tra le due principali sette islamiche sunnita e shiita, ostilità che per i sunniti non ha solo carattere religioso, ma nazionale, considerando essi la setta shiita una longa manus dei “safavidi” persiani.

Abbiamo spiegato poi, in riferimento alla guerra civile in Siria, quanto importante sia, per comprenderne le cause e le dinamiche, l’aspetto religioso del conflitto, dal momento che fede e culti sono caratteri distintivi e identitari delle diverse comunità. Gli intellettuali occidentali, dal loro pulpito laicista, irridono, non senza una vena di razzismo, alla fitna in corso, come se fosse segno di barbarie, la prova provata del carattere retrogrado dell’Islam. Essi dimenticano che la configurazione dell’Europa moderna, quella in Stati-nazione sorta dai Trattati di Westfalia del 1648, è frutto di guerre religiose cruente tra sette e principi a vario titolo cristiani, fossero essi cattolici o luterani.


Bufale

Fossero vere anche solo il 50% delle efferatezze che si addebitano ai guerriglieri dell’ISIS noi ci assoceremmo alla generale esecrazione. Il fatto è che, almeno quelle più crudeli, non sono affatto provate. I combattenti dell’ISIS usano certo il terrore come strumento di battaglia, né più e né meno dei loro nemici, siano essi le truppe americane o sioniste, quelle fedeli ad Assad in Siria, quelle irachene di al-Maliki, i peshmerga curdi, per non dimenticare i miliziani di al-Nusra.

Ma qui parliamo di Medio oriente, mentre è ancora in corso l’aggressione israeliana contro il ghetto di Gaza, che è terrore dispiegato all’ennesima potenza, ovvero in aperto stile nazista. Se la cosiddetta comunità internazionale avesse anche solo al 50%, chiesto ad Israele il rispetto del diritto internazionale ed esecrato il genocidio in atto contro i palestinesi, non avremmo avuto duemila morti, in maggioranza civili e bambini.

Non si scambi quindi la nostra condanna della potente campagna di stampa contro l’ISIS come una specie di empatia verso la loro causa. Non l’abbiamo, ma non cadiamo nel tranello. Le potenze mediatiche occidentali che stanno muovendo questa campagna se ne infischiano della sorte di vittime innocenti, della sorte della esoterica setta yazida ancor meno la quale, usando i parametri “progressisti” occidentali, non è meno integralista e crudele dei takfiri dell’ISIS.

I presunti massacri, le presunte fosse comuni, la persecuzione dei cristiani caldei, sono utilizzati come piede di porco per preparare il terreno e quindi giustificare un intervento armato su vasta scala per schiacciare i salafiti combattenti. A ben vedere si sta preparando una santa crociata contro l’ISIS e le tribù e le confraternite sunnite ad esso alleate, che non vedrebbe impegnate solo le potenze imperialistiche “cristiane”.

Queste stanno infatti chiedendo il semaforo verde delle diverse potenze regionali, Iran,Turchia e Arabia Saudita in primis. Assenso che in linea di massima è già stato espresso, anche dall’Iran, che ha scaricato il satrapo di Baghdad al-Maliki, per far posto, come chiesto da Obama, ad Haidar al-Abadi. I curdi delle diverse frazioni, Pkk compreso, si sono già arruolati come truppe di fanteria.

Che i combattenti dell’ISIS minaccino i diritti delle minoranze religiose e nazionali nelle zone dove essi dichiarano di voler costruire il loro califfato, su questo non abbiamo dubbi. Che siano per sterminarle è un falso, come confermano svariati siti arabi (per niente vicini all’ISIS), i pochi giornalisti occidentali non embedded e il vescovo caldeo di Mosul, Amel Shimon Nona. Nona aveva in particolare smentito, parlando con l'agenzia vaticana Fides, gli allarmistici annunci circolanti nel Web su una presunta distruzione generalizzata delle chiese e dei luoghi di culto cristiani. Vero è che le nuove autorità sunnite di Mosul hanno espropriato alcune case di cristiani, dichiarandole proprietà del califfato. Prova della persecuzione dei cristiani? Un sequestro dei beni di figure del vecchio regime? Un gesto di giustizia sociale a favore di famiglie povere? Vedremo.

E' notizia di oggi, 14 agosto, che gli americani dopo aver inviato truppe in avanscoperta sul monte Sinjar, hanno verificato che in realtà c’erano poche decine di sfollati in buone condizioni, che quindi la notizia che decine di migliaia di yazidi stavano morendo di fame e sete era una bufala. Una bufala talmente colossale che il Pentagono dovrà escogitare un altro pretesto per aprire dei “corridoi umanitari” — che altro non sono se non postazioni avanzate in vista di una terza eventuale invasione dell’Iraq.

Dietro alla bufala si nasconde tuttavia una precisa intenzione del Pentagono, quella di giungere in soccorso dell’entità curda amministrata dai clan di Barzani e Talabani, diventata dopo il 2003 l’avamposto e la piazzaforte dell’Impero. Intenzione pienamente condivisa da Israele, che prima ancora del Pentagono, senza aspettare la caduta di Saddam Hussein,  aveva iniziato a foraggiare e ad addestrare i peshmerga.


Takfir versus kafir


L’esodo (reale) delle minoranze yazide, turcomanne e cristiano-caldee dalla zone recentemente occupate dagli insorti sunniti è in realtà una fuga in massa avvenuta in seguito a quella delle autorità e delle forze di polizia fedeli a Baghdad, che se la sono data a gambe. Il neo-califfo Abu Bakr al-Baghdadi, per quanto takfiro non poteva venire meno ad uno dei capisaldi islamici, la condizione di dhimmi per i non musulmani del Libro, per cui essi possono continuare a seguire la loro fede a patto di pagare una tassa (jizya), ciò implicando che i dhimmi godano della protezione del califfo. A dire il vero sono numerosi i versi coranici che non prevedono costrizioni religiose, lasciando libera l’adesione all’Islam come anche l’abbandono. I takfiri lo dimenticano, offrendo così una sponda preziosa ai “crociati occidentali”.

Diverso in effetti può essere il caso della piccola setta gnostica curda degli yazidi, che i sunniti (come gli shiiti del resto) accusano, dati gli aspetti peculiari del loro culto e delle loro liturgie, di essere “adoratori del diavolo”. Una fede quella yazida, a lungo ferocemente perseguitata dagli ottomani, e che anche per questo, contempla la più radicale separatezza etnico-religiosa. Gli yazidi non si considerano solo, come gli ebrei, un “popolo eletto”: yazidi non si diventa, si nasce. Ricordiamo la lapidazione, avvenuta nel luglio del 2010 nel villaggio di Bahzan, della diciassettenne Dua Khalil Aswad (colpevole di voler sposare un sunnita), il totale rifiuto di ogni forma di promiscuità addirittura tra le stesse tre caste della comunità.

Vedremo se è vera la notizia che giunge mentre scriviamo, che i guerriglieri dell’ISIS hanno fatto saltare per aria il principale e più noto tempio degli yazidi, quello di Lalish, dove sarebbe sepolto la principale figura spirituale yazida, lo sceicco Adi Ibn Musafir. Un atto che se fosse vero sarebbe appunto un ignobile attestato del takfirismo.

Il takfirismo è un’ideologia guerriera che non contempla la lotta armata solo contro i kafir, gli infedeli, ma anche contro le correnti, le comunità e gli stati che seguono un finto o apparente Islam. E’ evidente la differenza col salafismo-jihadista stile al-Qaida, il quale sorse appunto in contrasto politico col takfirismo, ponendo come strategia quella di battere il nemico principale, gli USA, e quindi come priorità strategica la loro cacciata dalle terre musulmane.

Con l’espansione del jihadismo prima, e con la pesante sconfitta subita in Iraq dal movimento di al-Zarkawi, le correnti takfire sembravano essere uscite di scena. Invece… Invece la guerra civile in Siria ha risvegliato la bestia, che ora si abbevera nei fiumi di sangue che scorrono in quella “Mezzaluna fertile” antichissima culla di civiltà. L’impatto delle vittorie militari dell’ISIS è stato potente in numerosi paesi arabi, dallo Yemen al Libano, dalla Tunisia alla Giordania. Numerose organizzazioni locali jihadiste stanno abbandonando al-Qaida per unirsi all’ISIS, condividendo che il centro focale della lotta non sia combattere per cacciare gli USA, quanto istituire il califfato in Siria e in Iraq. Un fenomeno che avanza anche in Palestina, a Gaza in particolare — l’ISIS condanna HAMAS come un movimento di apostati e ritiene la lotta di liberazione nazionale palestinese come una deviazione separatista dalla “vera Jihad”.

La peculiare strategia dell’ISIS, quella di considerare centrale la nascita del califfato in Siria e Iraq, consente a certi commentatori di sostenere che l’ISIS, è funzionale al “complotto” di certi gruppi imperialisti di potere statunitensi e sionisti, quelli dei “Neocon” di Bush, gli stessi che immaginavano di ridisegnare le frontiere del Medio oriente creando una serie di nuovi staterelli-fantoccio. Il califfato sarebbe secondo questi “complottisti” un passo verso questo orizzonte, quindi l’ISIS non sarebbe altro che un’organizzazione fantoccio foraggiata dagli Stati Uniti. Tesi, quest’ultima, sostenuta anche dal blocco di forze che si raccoglie attorno a Tehran. Che dire? Si tratta delle stesse fumisterie dietrologiche per le quali non solo al-Qaida era un dipartimento operativo della CIA, ma tutto il poderoso fenomeno delle “primavere arabe” è stato liquidato come un complotto americano.

Il complottismo moderno rassomiglia a certe antiche sette religiose cristiane le quali, portando alle estreme conseguenze la loro visione dualista, dichiaravano che l’Anticristo fosse il vero demiurgo della realtà, che non ci sarebbe stata salvezza dal male se non con l’intervento della Provvidenza, per cui non restava agli “eletti” che attendere l’apocalisse.


La posta in palio


Meglio usare la ragione per spiegare i complessi fenomeni storico-sociali che attraversano l’islam, meglio capire da dove venga e dove possa portare il potente moto di rinascimento islamico, di cui il takfirismo è manifestazione.

La fitna, la scontro settario, non avrebbe assunto le dimensioni colossali che ha, se non si comprendesse qual è la vera posta in palio. Il Medio oriente resta, non solo per il petrolio, una zona decisiva per chiunque voglia assicurarsi l’egemonia mondiale, o anche solo per avere un posto nella tavola dei dominanti.

Quello in atto in Medio oriente è solo l’inizio di un sconquasso geopolitico di portata storica e globale, l’equivalente della “nostra”  Guerra dei trent’anni. Stanno definitivamente saltando in aria gli assetti dell’intera regione, figli della spartizione delle spoglie dell’Impero ottomano compiuta dalle potenze coloniali inglese e francese (Accordi Sykes-Picot del maggio 1916).

Usando questa chiave di lettura possono essere decodificate e comprese le mosse dei diversi attori che calcano la scena mediorientale: le potenze internazionali, gli USA in primis (di cui Israele è in ultima istanza una protesi), Russia e Cina; e quelle regionali: Iran, Arabia Saudita, Egitto,Turchia.

Queste potenze, le cui alleanze in questo lungo conflitto muteranno anche in forme inattese, vorrebbero fare i conti senza l’oste, ovvero escludere dal gioco il potente movimento di massa di rinascita sunnita di cui l’ISIS è la punta dell'iceberg. Per questo tentano di coalizzarsi allo scopo di abbattere prima possibile il califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Tuttavia esso, per quanto i suoi confini siano aleatori, è oramai una potente realtà. Non sarà facile ai diversi predoni, debellarlo.

Come scriveva ieri l’inviato Alberto Negri: “Da questa parti c’è troppa storia per essere contenuta nei confini, reali o immaginari, di vecchi e nuovi stati in formazione”. C’è troppa storia, da quelle parti, per poter essere domata. Quale che sarà la futura configurazione del Medio oriente, essa verrà dopo che le acque dei due fiumi saranno diventate rosso sangue. Ancora una volta.

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3 commenti:

  • Lorenzo scrive:
    22 agosto 2014 21:37

    Bell'articolo. I contributi di Moreno sono una finestra aperta sul medio oriente per chi come me ne sa pochissimo ed esita fra la propaganda dei media di regime e le analise specialistiche su una situazione troppo diversa dalla nostra per essere immediatamente accessibile.

    Sarei interessato a leggere un suo contributo sulla forma che l'intervento occidentale intende prendere in questa epoca di trasformazione post-coloniale.

    L'appoggio ai curdi è una scelta strategica o un espediente tattico conseguente al fatto che coll'invasione dell'Iraq gli americani hanno spodestato i sunniti senza legare a sé gli sciti (vincolati all'Iran)? L'Iran si configura come bersaglio di lungo periodo o sussiste la possibilità di un compromesso d'interessi? Come evolverà il conflitto in Siria? Le domande sono innumerevoli...

  • Anonimo scrive:
    22 agosto 2014 22:16

    si sta forse sostenendo che l'unica cosa chiara in materia di politiche eterodirette si abbia in israele con il sionismo americano?

    quindi anche in centro america, sud america, indonesia, iran, italia...etc. nessuna ingerenza, solo fumisterie dietrologiche?

    «Per quanto ne so io, al-Qāʿida era originariamente il nome di un data-base del governo USA, con i nomi di migliaia di mujāhidīn arruolati dalla CIA per combattere contro i Sovietici in Afghanistan». Robin Cook ex-ministro degli Esteri britannico Robin Cook (laburista) - (dimessosi per protesta contro la partecipazione britannica all'invasione in Iraq)
    francesco

  • rosumella scrive:
    27 agosto 2014 14:20

    Le fumisterie complottiste al momento sembrano corroborate dai fatti: l'Iraq è diviso tra sciiti sunniti e curdi. Se questa configurazione rimmarrà stabile è da vedere, ma al momento i complottisti pare ci abbiano azzeccato.

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