DRAGHI, VENIAMO A CONSEGNARTI IL FOGLIO DI VIA

martedì 21 ottobre 2014

RENZI, LE ELEZIONI ANTICIPATE, I SOVRANISTI di Moreno Pasquinelli

21 ottobre. 

«C'è bisogno di darsi una mossa, qui e ora. Di riunirsi attorno ad un tavolo, di raggiungere un accordo, e quindi lanciare la proposta di una lista elettorale unitaria e programmaticamente forte. Una proposta che guardi a quanto sta accadendo non solo a sinistra, ma pure nel Movimento Cinque Stelle nel Partito democratico, ed anche in altri settori politici antiliberisti che han compreso che non basta fare opposizione al renzismo, che qui o l'Italia riconquista la sovranità o muore».

Chiediamoci: quale sarà il quadro politico nei prossimi mesi? Avremo stabilità o instabilità? Le tensioni in seno all'Unione europea si affievoliranno o si accentueranno? La "Finanziaria" passerà il vaglio della Commissione europea? E i sindacati si metteranno di traverso al governo? Questo avrà vita facile in Parlamento? Avremo pace o conflitto sociale? Il Partito democratico resterà unito o si spaccherà? E cosa accadrà a Forza Italia e ala Ncd?

Risposta: ritengo che l'instabilità, in seno all'Unione europea, in seno ai palazzi italiani e nel Paese, si accrescerà; che la pasticciata ma liberista Legge di stabilità dovrà superare un percorso ad ostacoli plurimi; che i sindacati saranno costretti a mobilitare la loro base sociale; che difficilmente, contrariamente a quanto Renzi afferma, la nuova legge elettorale in stile fascista Italicum sarà approvata dalle camere entro dicembre. Ritengo infine molto probabile la scissione del Partito democratico.

Renzi aveva detto che non aspirava a fare il segretario del Pd. Ha mentito. Che non avrebbe defenestrato Letta. Ha mentito. Che mai avrebbe fatto il Presidente del consiglio senza passare dalle elezioni. Ha mentito. Tre indizi fanno una prova: Matteo Renzi è un politico bugiardo e infido. Se assicura che vuole portare a termine la Legislatura è molto probabile che si stia preparando alla sfida elettorale anticipata.

Scrive questa mattina su Repubblica Goffredo De Marchis
«Puntare al 51 per cento. O avvicinarsi molto, che avrebbe lo stesso effetto. Uno studio che gira tra i corridoi del Senato ha testato le proiezioni di un voto con la legge elettorale attualmente in vigore, ovvero il Consultellum: proporzionale puro con le preferenze e sbarramenti piuttosto alti. I risultati sono sorprendenti. Basterebbe ottenere un risultato intorno al 44-45 per cento (che gli sbarramenti favorirebbero) per avere la maggioranza sia a Montecitorio sia a Palazzo Madama. Il Pd, grazie al 40,8 delle Europee, è già abbastanza vicino. Un allargamento ai pezzi della sinistra di Sel e ai centristi di Scelta civica lo lancerebbe verso il traguardo. "Quei numeri sono alla nostra portata", ripete Renzi ai fedelissimi.
Da questo punto di vista e ascoltate le parole del premier-segretario, molti degli esponenti della direzione Pd si sono convinti che tutto sembra muoversi verso le elezioni anticipate la prossima primavera. Su questo il premier avrebbe sondato il terreno presso Forza Italia».
Sono credibili questa indiscrezioni giornalistiche? Penso di sì. 

Nel conto vanno tenuti diversi elementi. Partiamo da quello psicologico. Renzi non è solo un bugiardo patentato, ha la sfrontatezza di uno scaltro giocatore d'azzardo. Non gli basta essere Re del Pd, né essere "Primo ministro". Egli vuole di più, è un megalomane che vuole passare alla storia. Vive un momento magico, sa che esso non potrà durare a lungo.

E qui veniamo al secondo decisivo elemento: la situazione economica del paese.
Come ha ben spiegato Mazzei la Finanziaria renzo-padoana non riuscirà a immettere un segno più davanti al Pil. La situazione economica globale, europea in primis, congiura verso una nuova stretta recessiva. 
Che fine farebbe il consenso "stellare" di cui Renzi gode oggi se a metà del 2015 l'Italia sarà ancora in recessione? Se i capitalisti tratterranno i quatttrini loro devoluti con l'abbattimento dell'Irap? Se le assunzioni in massa non ci saranno malgrado il taglio per tre anni dei contributi per chi assume a "tempo indeterminato"? Se i consumi non ripartiranno malgrado gli 80 euro e la possibilità di mettere il Tfr in busta paga?
Per adesioni: info@sinistracontroeuro.it

Renzi sa bene che questo consenso verrà polverizzato, che dalle stelle precipiterà nelle stalle. Ed ecco che nella sua testa si fa strada l'idea di andare alle elezioni anticipate per capitalizzare in tempo utile il vantaggio di cui ancora gode.

In questo senso l'eventuale guerriglia parlamentare, le resistenze corporative alle sue "riforme", l'ostilità sindacale e fin'anche  il "casino sociale", potrebbero fargli gioco.

Possiamo immaginare quale sarà la musica che suonerà, il refrain, l'appello che farà agli elettori: "Ce l'ho messa tutta, ma non mi hanno lasciato cambiare l'Italia. Aiutatemi a rottamare una volta per tutte i conservatori e ripulire un Parlamento che rende il paese ingovernabile".
E' nelle corde del personaggio andare verso il redde rationem, che userà tra l'altro per seppellire definitivamente il Pd, dando i natali al cosiddetto mostro o "Partito unico o della nazione".

Depone a favore della scelta di accelerare i tempi lo stesso quadro politico: Forza italia è allo sbando, l'Ncd messo ancora peggio, gli avversari interni del Partito democratico, divisi e incerti. Perché dare ai suoi avversari nonché ai suoi incerti alleati il tempo di organizzarsi per fargli la pelle?

Guardiamo ora il campo delle opposizioni ufficiali. Solo la Lega nord di Salvini ha il vento in poppa. Il Movimento Cinque Stelle è invece in gravi ambasce. Della lista Tsipras, come avevamo previsto, non resta che l'ombra. Sel e Rifondazione agonizzano, divise tra chi vuole buttarsi con il Pd renziano e chi aspetta Godot-Landini, tra filo-unionisti e euro-scettici.

E qui veniamo alla nota dolente del variegato microcosmo dei cosiddetti movimenti "sovranisti". In barba ai discorsi sulla "scomparsa della dicotomia tra destra e sinistra", esso è invece diviso al suo interno proprio tra una destra e una sinistra. Sperare di unire queste "anime" in un unitario soggetto politico, come più volte abbiamo spiegato, è una pia illusione. Che un domani sia necessario formare una vasta alleanza sovranista anti-euro, un Comitato di liberazione nazionale, non è solo una speranza, diverrà una necessità. Ma questo riguarda il domani, non l'oggi.

E l'oggi pone ai "sovranisti" la domanda se essi saranno in grado di giocare la partita che Renzi molto probabilmente vorrà far giocare al Paese, quella dell'accelerazione verso elezioni anticipate. 

A destra il campo no-euro è già presidiato: la Lega nord, Fratelli d'Italia (con le sua appendici della Destra sociale di Storace, Forza nuova e Casa Pound). I gruppetti di destra che si agitano nel campo sovranista e anti-euro, nel caso che Renzi ci porti alle urne presto, come han fatto alle europee, ubbidiranno al loro impulso reazionario primordiale e si arruoleranno in servizio permanente effettivo con la Lega o i post-fascisti.

La domanda  di cui sopra è quindi posta ai "sovranisti di sinistra", intendendo tutte le correnti e le associazioni fedeli alla Costituzione ed ai principi democratici, che difendono gli interessi del popolo lavoratore e che non sosterranno mai una qualsiasi "uscita dall'euro", né liberista né lepenista.

Io ritengo che essi potrebbero giocare, in vista delle eventuali elezioni anticipate un ruolo, addirittura importante. Possono essere il lievito per comporre una coalizione (si badi, non un partito, ma una coalizione nella forma di lista elettorale) che potrebbe ottenere un consenso significativo. Essi possono e debbono dar vita presto ad un polo, un polo politico e programmatico, che getti nell'arena politica la proposta politica di cui essi soltanto possono farsi portatori.

C'è bisogno di darsi una mossa, qui e ora. Di riunirsi attorno ad un tavolo, di raggiungere un accordo, e quindi lanciare la proposta di una lista elettorale unitaria e programmaticamente forte. Una proposta che guardi a quanto sta accadendo non solo a sinistra, ma pure nel Movimento Cinque Stelle nel Partito democratico, ed anche in altri settori politici antiliberisti che han compreso che non basta fare opposizione al renzismo, che qui o l'Italia riconquista la sovranità o muore.


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lunedì 20 ottobre 2014

GLI UOMINI CHE SUSSURRANO A RENZI di Saura Plesio

20 ottobre. 
Molte idee ci dividono dalla blogger Saura Plesio. E' una "sovranista", ma di destra, filo-leghista. Basta dare uno sguardo al suo blog.  Quest'indagine sui "consiglieri" di Renzi merita tuttavia di essere letta.


In attesa di saperne di più circa le sorti e  gli sviluppi della "riforma" sul Lavoro (Jobs Act) alla Camera dei Deputati, è utile dare una ripassatina su tutti gli uomini di Renzi. 

E non parlo solo deisupporter alla sua candidatura alle primarie e alle europee come Giorgio Gori, Briatore, Confalonieri, Bini Smaghi, i Frescobaldi, buona parte dell'aristocrazia fiorentina, numerosi settori che gravitano attorno a Montepaschi ecc. Ma di quelli che hanno un ruolo stabile nel suo staff di consiglieri e consulenti. Insomma quei sussuratoripiù o meno occulti, più o meno nell'ombra che gli suggeriscono mosse e contromosse. Riforme e più spesso controrifome. Cominciamo con un pezzo da novanta che gravita in ambienti neocon, ma fa niente, dato che  intanto Renzi ha il ruolo di far sparire le nozioni classiche di "destra" e "sinistra", presentandosi al pubblico come chi ne sarebbe "al di là" e in qualche modo, pure al di sopra: ovvero Michael Ledeen.


Ledeen, membro di spicco dell'AmericanEnterprise Institute, un pensatoio neocon, ha interessi in Italia da decenni, è già stato coinvolto in passato in molti misteri e trame occulte nostrane, da “esperto” in aiuto di Cossiga al tempo del sequestro Moro a consulente (o agente, nome in codice 23, secondo il faccendiere Francesco Pazienza) dei servizi segreti - Ledeen viene bollato come “indesiderato” a metà anni '80 dall'ex numero uno del Sismi, Fulvio Martini.
"La sua figura, molto nebulosa, potrebbe rappresentare la causa delle “discutibili” scelte politiche del del nostro Paese nelle recenti controversie in Medioriente e Russia. E’ proprio questo uno dei motivi per cui dovremmo interessarci di Ledeen: se le nostre aziende sono messe in ginocchio dall’embargo russo, potrebbe essere anche “merito” di questo equivoco personaggio che Renzi ha voluto con sè" scrive Manlio Di Stefano del M5s sul suo blog. E ancora
Ledeen è membro dell’American Enterprise Institute uno degli organismi che, dopo l’11 Settembre, hanno forzato la politica estera Usa nell’attuale e rovinosa guerra al terrorismo globale, hanno indotto l’invasione dell’Afghanistan, l’occupazione dell’Iraq, hanno provato ripetutamente l’aggressione dell’Iran. Consulente di vari ministri israeliani, Ledeen è stato anche tra i capi del Jewish Institute for National Security Affairs(JINSA), ossia la cupola semi-segreta in cui si allacciano i rapporti inconfessabili tra l’esercito israeliano, alcuni settori del Pentagono e l’apparato militare industriale americano. (blog cit).

Tutto il resto su Ledeen, l'amico amerikano qui , nel quale si scrive che secondo alcuni bene informati, tra i suoi consigli potrebbe esserci anche un dossier segreto incentrato su Silvio Berlusconi, forse  per tentare di spingere il leader di FI a non mettere il bastone tra le ruote dell'ex sindaco di Firenze.  A casa mia, questo chiamasi "ricatto". Ma si sapeva che il Cavaliere era un soggetto  ultra-ricattabile.

Il personaggio numero due è Marco Carrai, denominato il Gianni Letta di Renzi, Vicino a Cl, vicino all'Opus Dei, Carrai che si è sposato da poco, ha avuto l'onore di avere per testimone di nozze, il presidente del Consiglio, suo ministro.
Amico di una vita, fiorentino e coetaneo, vale a dire classe 1975, Carrai era a capo della segretaria di Renzi in Provincia e stava nel gruppo della Margherita in Comune. Imprenditore nella vita privata, è diventato in rapida successione a.d. della municipalizzata Firenze Parcheggi,membro del cda dell'Ente Cassa risparmio e, recentemente, presidente della Aeroporti di Firenze Spa.
Il suo nome infatti è salito agli onori della cronaca per quello che è diventato il classico favore tra imprenditoria e politica: il pagamento dell’affitto di abitazione di lusso.
Stiamo parlando della casa di Firenze dove Renzi ha abitato per 34 mesi, un attico in Via degli Alfani 8, a due passi dalla cupola del Brunelleschi. E’ Carrai che pagava, a lui era intestato il contratto d’affitto. Do ut des? Carrai dichiarò di averlo fatto solo per "amicizia". Nell’agosto 2004, dopo essere stato eletto consigliere al Comune di Firenze con la Margherita diventa capo-segreteria del neo-eletto Presidente della Provincia Renzi.
 Nel 2005 è amministratore delegato della Florence Multimedia, la società creata ad hoc da Renzi per gestire la comunicazione della Provincia sulla quale la Corte dei Conti ha aperto un’inchiesta per gravi irregolarità.


Nel 2009 entra (in quota MPS) nel consiglio di amministrazione diFirenze parcheggi S.P.A. E’ stato Presidente della C&T Crossmedia, la società che, senza nessun bando pubblico, nel 2012 si aggiudica l’appalto per la gestione delle guide su tablet per il museo di Palazzo Vecchio. Nel 2013 diventa Presidente di AdF, aeroporti di Firenze. Guarda caso, nel novembre dello stesso anno diventa azionista di Intesa S. Paolo. Su Carrai, il Gianni Letta renziano, ecco qui un bel ritrattino fatto da l'Espresso.

Passiamo al Terzo Uomo, il finanziere Davide Serra. Ma lui non ama che lo  si chiami così. Preferisce autodefinirsi "investitore istituzionale". Buono quello! Lo chiamano "il Bandito delle Cayman" per il suo fondoAlgebris off shore.  Si è laureato alla Bocconi e ha lavorato in varie banche d'affari ed è diventato una star alla Morgan Stanley.  Qualcuno (Bersani) è stato pure da lui denunciato per il citato soprannome. La sintesi del suo programmino politico l'ha fatta lui stesso in un'intervista alFatto: "Abbatti le pensioni d’oro e quelle ordinarie, rendi licenziabili tutti quelli sopra i 40 anni. 

Così magari i giovani avranno una possibilità: costano meno e, lavorando, un domani potrebbero avere una pensione. Il mercato del lavoro è troppo rigido. La riforma Fornero ha provato a cambiare le cose. Era fatta male, ha bloccato i vecchi dentro e le aziende non hanno assunto i giovani. In Italia si era creata la flessibilità delle partita Iva e la Fornero l’ha tolta".  Consulente del governo britannico (vive a Londra), pare che Serra sia stato ascoltato pure da Cameron. Ohé, ma quanto onore! La sua "riforma" delle pensioni l'ha espressa con chiarezza aOtto e mezzo dalla Gruber. Tagliare, tagliare e tagliare ancora le pensioni. Così, secondo la sua ricetta,  si dà lavoro ai giovani. O meglio, mettere le mani direttamente nelle tasche dei pensionati. La riforma Fornero, evidentemente non basta ancora.

Qui il video: https://www.youtube.com/watch?v=L-F8iMQ9xks

Last but not least, Ytzhac Yoram Gutgeld(Buondenaroin tedesco), cittadino israeliano diventato poi cittadino italiano, grazie alla sua candidatura nel PD. E' stato a capo della multinazionale Mc Kinsey,  che ha dovuto lasciare dopo la sua elezione.  E' lui che ha avuto la brillante idea dei fatidici 80 euro, decisi con un sms inviato a Renzi, nel quale ne spiegava le ragioni. E ora ha avuto la pensata del TFR in busta paga. Cioè togliere il tesoretto per la vecchiaia a chi lavora per renderlo subito "spendibile" e magari illudersi che faccia "ripartire i consumi".  In realtà sarà un'inconsistente regalìa  già tassata alla fonte. Marchionne, ovviamente, plaude all' iniziativa. I piccoli e medi imprenditori, invece no, dato che verranno privati di quel poco di liquidità residua.

Yoram Gutgeld è ormai consigliere economico assai ascoltato da Renzi e anche lui come Serra ha una pensata geniale sulle pensioni Se diventasse ministro taglierebbe le pensioni da 3.000-3.500 euro lordi. "Non farei cose popolari, lo dico subito", dice nell'intervista all'Huffington post. "Siamo il primo bancomat d'Europa nella previdenza. Abbiamo una quota spesa pensionistica di circa 50 miliardi non coperta da contributi versati. C'è una quota importante di pensioni inferiori a 1.000 euro che non possono essere toccate. Ce ne sono però anche più alte e c'è una fetta di pensioni superiori ai 3.000 euro cui non corrispondono contributi versati". Dalla lettura integrale della citata intervista, come si vede, per far quadrare i conti ha la stessa trovata del suo compare delle Cayman: prelevare direttamente dalle tasche dei pensionati per vedere l'effetto che fa. (Intervista a Huffington post). 
L'Italia, secondo costoro, non è né deve essere,  un paese per vecchi. E nemmeno per giovani, visto che molti ragazzi prendono la valigia e se ne vanno. 

Come si vede, gli uomini che sussurrano alle orecchie del cavallino Renzi, sono uno peggiore dell'altro, per le sorti degli Italiani. E Renzi, non solo li ascolta, ma trotta, trotta, galoppa, galoppa...
Che Dio ce la mandi buona

* Fonte: sauraplesio

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domenica 19 ottobre 2014

SINISTRA SVEGLIATI, LA CASA EUROPEA BRUCIA di Enrico Grazzini

19 ottobre
Il legame strettissimo tra la politica recessiva dell’Unione Europea e quella liberista, iniqua e inconcludente del governo Renzi sembra stranamente sfuggire alla sinistra italiana. Che sulla natura della UE si dimostra ancora illusa sul piano teorico e impotente sul piano politico.
Grazie alle istituzioni europee la destra neoliberista, amica intima della grande finanza, provoca continue e drammatiche crisi e, con la complicità (attiva o passiva) delle forze di centrosinistra, genera disoccupazione e povertà. L'Unione Europea svuota la democrazia e abbatte lo stato sociale. Il crollo dell'euro è tutt'altro che escluso. Ma sulla natura della UE gran parte della sinistra si dimostra illusa sul piano teorico e impotente sul piano politico. 

Intendiamoci: la sinistra in Europa e in Italia esiste ancora, nonostante sia ormai estremamente minoritaria e confusa, e nonostante che molti credano che il concetto stesso di sinistra (associato a quello di giustizia ed eguaglianza sociale) sia superato e inutile. Purtroppo però la sinistra è imbelle di fronte a questa UE, anche se la UE persegue apertamente lo smantellamento di una qualsiasi cultura progressista e della stessa civiltà europea, storicamente fondata sul conflitto sociale, sui diritti democratici e sul welfare. Sembra insomma che la sinistra faccia di tutto per restare minoritaria e ininfluente. 

La sinistra è incline a fare un'opposizione morbida e riverente a sua maestà la UE, considerata sempre e comunque come sacra in quanto supposta “patria dei popoli europei”. Ma questa UE non è la “casa dei popoli”, anzi, opprime i popoli d'Europa. La protesta verso l'Unione Europea – e verso la moneta unica che strangola le economie in tutta Europa e che è diventata il brand ufficiale della UE – cresce, anche se non è ancora diventata maggioritaria. Ma la sinistra europea e italiana (anche quella cosiddetta radicale) sembra troppo spesso fare come le tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano. 

La sinistra sembra ammaliata dal bel sogno europeista dei tempi andati e della solidarietà europea (che non esiste). La realtà dei fatti europei è quasi sempre fraintesa dagli orfani del comunismo che hanno sostituito il sogno/incubo del Sol dell'Avvenire sovietico o cinese con l'utopia degli Stati Uniti d'Europa, il regno della pace perpetua. La sinistra di estrazione socialista-liberale riposa invece ancora sui nobili e generosi ideali spinelliani di cooperazione europea. 

Spinelli, dopo la tragedia della guerra nazi-fascista, aveva tutte le ragioni e le motivazioni per promuovere gli Stati Uniti d'Europa. Ma già la sua politica si scontrò contro la realtà (incancellabile) degli Stati nazionali e fu bocciata almeno due volte: quando nel 1954 propose la Comunità Europea di Difesa, che fu però bloccata per l'opposizione della Francia. E quando nel 1984 propose al Parlamento Europeo un progetto costituzionale per gli Stati Uniti d'Europa; il progetto venne approvato dal Parlamento stesso ma poi bocciato dal Consiglio Europeo. Spinelli attaccava la legittimità del concetto di stato-nazione, ma evidentemente si sbagliava. Abbandonare lo stato nazionale in nome dell'Europa è un grave errore. 

Per la sinistra proporre attualmente l'utopia spinelliana è più che una ingenuità infantile: progettare la federazione degli Stati Uniti d'Europa dopo la caduta del Muro di Berlino, dopo la riunificazione tedesca, la fine della minaccia sovietica, l'inclusione degli stati ex sovietici nella UE, la bocciatura della Costituzione Europea nei referendum popolari tenuti in diverse nazioni, e il risorgere della potenza germanica su tutta l'Europa, è semplicemente un miraggio, o una follia ideologica. 

Uno stato federato di 28 (per ora) paesi europei non esisterà mai, a meno che la Germania non riesca effettivamente a imporre completamente la sua egemonia, come però è estremamente improbabile. Nonostante quello che immagina Jurgen Habermas, gli stati e i governi europei non si suicideranno mai, e un popolo europeo sufficientemente omogeneo (per lingua, storia, istituzioni, ecc) per considerarsi tale e darsi una costituzione europea di tipo federalista, non esiste. Del resto la stessa Merkel si è ben guardata dall'avanzare ambiziosi progetti di Federazione Europea. E così pure la UE nei suoi documenti ufficiali da molti anni non cita più gli Stati Uniti d'Europa come meta da raggiungere. 

Naturalmente non abbandonarsi a inutili sogni sulla federazione europea non significa essere anti-europeisti e non volere instaurare nuove forme di cooperazione tra i popoli e gli Stati Europei. Questa UE è nemica dei popoli: ma forme di cooperazione istituzionale tra gli stati in campo economico, sociale, giuridico e politico sono ovviamente necessarie e benvenute, purché siano positive per i popoli europei e siano rispettose delle sovranità nazionali e della sovranità democratica. 

La sinistra europeista contro la sovranità nazionale 
Enrico Grazzini


Il problema è di riconoscere che gli Stati nazionali svolgono ancora una funzione potenzialmente positiva. Massimo Pivetti lucidamente individua nello svuotamento delle sovranità nazionali lo strumento con cui si è esplicitato l’attacco ai diritti sociali in Europa [1]


“Mentre in Inghilterra e negli Stati Uniti l’attacco alle conquiste del lavoro dipendente e alle sue condizioni materiali di vita è avvenuto apertamente e frontalmente tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, nell’Europa continentale esso si è sviluppato in modo più graduale e indiretto, passando per il progressivo svuotamento delle sovranità nazionali”. 
E' stupefacente: la sinistra europea e italiana ha riconosciuto le politiche di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher come ferocemente antipopolari ma non riconosce come avversario politico questa Unione Europea che, cavalcando la crisi, attua una politica ancora più suicida e iniqua. Quasi tutta la sinistra (o quel che rimane) resta testardamente e aristocraticamente “fedele all'Europa”. 

Spiega ancora (l'inascoltato) Pivetti: 

“Riformismo e socialdemocrazia… sono inconcepibili se alla forza del denaro non può essere contrapposta quella dello Stato, dunque se viene meno la sovranità dello Stato-nazione in campo economico, ed essa è sostituita da nuove forme di potere politico sovranazionale, capaci di regolare i processi produttivi e distributivi. Questo è proprio quello che è avvenuto con la costituzione dell’Unione Europea e dell’Eurosistema al suo interno … In tal modo non solo la democrazia economica interna ne esce mortificata, ma si trova anche ad essere alla mercé di interessi nazionali stranieri”. 
Il patrimonio politico ed economico degli stati nazionali non dovrebbe essere svenduto all'estero. 

Secondo Pivetti “un paese intenzionato, o costretto, a fare i conti con gravi problemi di coesione sociale e/o territoriale non avrebbe oggi un’alternativa credibile rispetto a quella di cercare di recuperare la propria sovranità in campo economico e, con essa, la capacità di contenere le divisioni sociali e territoriali esistenti al suo interno”. Il tragico errore della sinistra italiana è stato dunque di avere ingenuamente, e perfino distrattamente, consegnato quasi completamente all’Europa la sovranità nazionale, e quindi la sovranità democratica, la democrazia. 

A causa della costruzione di una Unione sovranazionale ma fondamentalmente intergovernativa, per Sergio Cesaratto:

 “le classi lavoratrici sono state private della possibilità di condizionare le politiche distributive nazionali, e in particolare la politica monetaria che è una caratteristica indispensabile per la sovranità nazionale. Infatti dalla politica monetaria (più o meno espansiva, ndr) dipende il potere di spesa dello Stato e la possibilità di regolare i rapporti di cambio con le altre valute... La crisi della democrazia e l'anti-politica derivano anche e soprattutto dall'impossibilità dei politici democraticamente eletti di poter seriamente affrontare i maggiori problemi dei cittadini elettori”. [2] 
Del resto né la Germania né gli altri stati che contano nel mondo, come gli USA, la Cina o la Corea del sud, hanno mai ceduto la loro sovranità a favore di istituzioni sovranazionali. 

Riporto ancora alcune citazioni conclusive di Pivetti perché mi sembrano irrefutabili: 


“Nella sinistra continua a prevalere l’idea che non vi sia alcuna alternativa al continuare ad assumere fino in fondo l’orizzonte politico dell’Europa, coûte que coûte”. La sinistra si illude che l’influenza esercitata nell’ultimo trentennio da monetarismo e neoliberismo sul progetto d’integrazione europeo potrebbe alla fine dissolversi; dall’Europa dei vincoli si potrebbe finire per passare all’Europa della crescita e l’integrazione monetaria potrebbe dopo tutto finire per tradursi effettivamente in vera e propria integrazione politica. Eppure, i continui allargamenti dei ‘confini europei’ dovrebbero aver reso a tutti evidente come quello dell’unificazione politica sia sempre stato solo uno specchietto per le allodole, avente lo scopo di facilitare l’accettazione da parte dei popoli europei degli svantaggi derivanti dalla rinuncia alla sovranità monetaria e a buona parte di quella fiscale da parte dei rispettivi governi”. [3]
Di fronte all'abbaglio della sinistra occorre allora affermare una verità perfino banale: l'Unione Europea non è la patria dei cittadini europei – e certamente non diventerà mai l'Internazionale dei lavoratori, come vorrebbero alcuni marxisti (o presunti tali) – ma è un'istituzione fondata su trattati concepiti e approvati dai governi (e spesso respinti dai popoli, come la costituzione europea). La UE intergovernativa è quindi strutturalmente non democratica, perché per definizione le intese intergovernative – anche qualora siano molto positive, come per esempio nel caso dell'ONU, della FAO e dell'UNESCO – non sono ovviamente mai scritte dai popoli. I popoli contano nulla nella definizione delle politiche sovranazionali, non decidono né nel caso dell'ONU né nel caso della UE. Mentre a livello nazionale possono fare sentire la loro voce ed eleggere e controllare i loro rappresentanti, e mandarli a casa se fanno male. 

Il governo Renzi e le direttive della UE e della BCE 

Tutto il PD, compresa la minoranza salvo singole eccezioni, turandosi il naso ha votato la fiducia al governo Renzi. La sinistra invece ha votato contro il governo, ma tace sull'Europa. Tuttavia l'attacco frontale di Matteo Renzi al Senato eletto dai cittadini, all'articolo 18, allo Statuto dei Lavoratori, al sindacato e all'opposizione non è altro che l'omaggio del suo governo alle politiche imposte dalla destra europea. Nonostante le richieste e le proteste verbali di Renzi, la UE si è infatti dimostrata inflessibile nelle sue politiche liberiste e ha praticamente obbligato il premier/segretario del PD a attaccare apertamente lavoro e welfare, e a modificare la Costituzione,. 

Renzi può agitarsi finché vuole e chiedere più flessibilità. Ma, se non si sgancerà dai trattati UE, la politica che dovrà seguire è ormai scritta: era già illustrata nero su bianco nella famosa “lettera segreta" inviata al governo italiano dalla BCE all'inizio della crisi dell'euro (agosto 2011) . 
"Sarebbe appropriata una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio... e un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le province)... Sono necessari accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende, rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione (quello nazionale, ndr)... Il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi... È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali... Questa dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.... . Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate. Firmato: Mario Draghi, Jean-Claude Trichet”. 
Renzi è quindi obbligato a seguire le politiche dettate dalla UE. Il legame strettissimo tra le
politiche recessive della UE e la politica governativa “decisionista” e anti-popolare del governo sembra però stranamente sfuggire alla sinistra italiana (ma non a Beppe Grillo). Renzi può anche illudersi che le sue “riforme” riescano a concedergli un po' meno austerità da parte della Commissione UE, del governo tedesco e della BCE. Ma è ormai chiaro a chi ragiona senza bende negli occhi che le istituzioni europee non hanno mostrato e non mostreranno alcuna flessibilità, anche se l'euro dovesse crollare. 


Il bluff del Parlamento Europeo: poca e inutile democrazia 

L'Unione Europea si fonda su trattati miopi e ingiusti. Il Trattato di Maastricht ha creato l'euro-marco, cioè una politica monetaria geneticamente deflazionistica e una BCE costruita a immagine e somiglianza della Bundesbank, indipendente da ogni istituzione democratica. I trattati più recenti, il Fiscal Compact, Six Pack e Two Pack, sono ancora più rigidi e tolgono sovranità ai parlamenti nazionali. 

La nostra legge finanziaria viene decisa prima a Bruxelles e a Francoforte e poi a Roma. Ma pochi sanno che i trattati europei possono essere cambiati solo all'unanimità e sono quindi in pratica irriformabili. Le regole stabilite dai trattati congelano la politica europea: il “pilota automatico” evocato da Mario Draghi è purtroppo già innestato e la flessibilità invocata ripetutamente da Renzi è una pura chimera. 

La UE dei governi è solo molto pallidamente legittimata dal Parlamento Europeo; questo è stato eletto dal 43% degli europei aventi diritto al voto e non ha alcun potere autonomo. Alle elezioni europee solo in pochi paesi, come in Italia e in Grecia, è stata superata la soglia del 50% dei votanti. In Polonia l'afflusso è stato invece del 23%, in Gran Bretagna del 36%, in Francia del 43%, in Spagna del 46% e in Germania del 48%. Nei paesi dell'est, più interessati alla Nato che agli ideali europei, la percentuale dei votanti è stata tra il 20 e il 35%. 

L'astensione ha stravinto e il Parlamento non può quindi dirsi effettivamente rappresentativo dei cittadini europei. Comunque, dominato com'è dall'alleanza apparentemente innaturale tra popolari, socialisti e liberali, il Parlamento è certamente ancora più a destra del precedente. In quella sede le forze della sinistra potranno fare solo una (indispensabile e preziosa) opera di testimonianza e di controinformazione. Ma è bene riconoscere che la loro influenza concreta sull'azione politica della UE sarà pari a zero. 

Non solo la sinistra europea conterà poco nel Parlamento Europeo: anche lo stesso Parlamento Europeo conta poco o nulla nel governo dell'Europa, è un elemento quasi decorativo. Può solo eventualmente correggere le decisioni prese dalle altre istituzioni comunitarie. Formalmente la governance europea è attribuita alla Commissione UE nominata dai governi: nei fatti però le strategie e le linee guida sono definite dai capi di governo (Consiglio Europeo). 

Tutti i commentatori politici di qualsiasi parte politica hanno confermato che l'egemonia tedesca sulla nomina dei Commissari Europei della Commissione UE e sui dirigenti e funzionari della burocrazia dell'Unione Europea è praticamente assoluta. I posti chiave della Commissione UE sono occupati da personalità inclini alle rovinose politiche deflazionistiche della Germania. Tuttavia il governo vero dell'Europa non è gestito neppure dalla Commissione Europea: è invece chiaramente in mano alla BCE – che tenta di dare ossigeno alla moribonda economia europea per non farla morire e per non suicidarsi essa stessa – e soprattutto alla Germania, principale azionista e garante della BCE e della UE. 

La UE, la Troika, la Germania e la grande finanza 

La preoccupazione dominante del governo tedesco, guidata dalla coalizione biancorosa della Merkel, è di non cooperare, ovvero di non pagare neppure un euro dei debiti degli altri paesi. In realtà la Germania è la principale beneficiaria dell'euro – una moneta più debole dell'ex marco, che quindi dà benzina alle esportazioni tedesche –. La UE e la Troika (BCE, UE, FMI) puntano soprattutto a garantire i debiti pubblici e privati dei paesi ai quali le banche tedesche e francesi hanno sconsideratamente dato troppo credito: in effetti la Troika non protegge i paesi debitori ma le banche. 

Il caso della Grecia è illuminante: la Troika è intervenuta per saldare il conto e salvare le banche creditrici (soprattutto tedesche e francesi) impegnando i soldi dei contribuenti europei. Ma la Grecia resta un paese fallito, con il 175% del debito sul PIL. Senza cambiamenti radicali non potrà mai risollevarsi (e l'Italia si trova in una condizione solo di poco migliore). 

La UE germanizzata è ormai lontana da quella preconizzata dai padri fondatori e ha abbandonato ogni prospettiva di cooperazione e di benessere sociale. Purtroppo l'Unione Europea è ormai fondata non sugli ideali e sui diritti ma sulla moneta unica. L'integrazione europea ha come obiettivo ufficiale quello di aumentare la competitività del vecchio continente a favore della grande finanza e della grande industria privata, contro gli interessi delle piccole e medie aziende e del lavoro. 

La UE mette i lavoratori europei in concorrenza tra di loro in una spietata corsa al ribasso. La politica sull'immigrazione della UE è omicida; e nei conflitti bellici che si annunciano l'Unione rischia di diventare un'appendice della Nato. Il trattato commerciale di libero scambio tra gli Usa e la UE promette di assoggettare l'Europa agli interessi statunitensi. 

Gli Stati Uniti d'Europa – invocati in Italia da un ampio schieramento, da Matteo Renzi a Giorgio Squinzi, da Nichi Vendola a Barbara Spinelli – sono solo un ingannevole miraggio, e sotto l'egemonia tedesca sarebbero comunque un incubo. L'ulteriore centralizzazione delle politiche fiscali e di bilancio sotto l'egida della UE auspicata da Mario Draghi avverrebbe al di fuori di ogni controllo democratico e sarebbe diretta dalle tecnocrazie subordinate alla grande finanza. 

Ma la UE detta già le regole alle nazioni europee: il Fiscal Compact voluto dalla Germania è stato perfino messo in Costituzione! Di fronte alle esplicite direttive neocolonialiste della UE e della BCE la sinistra è troppo spesso silente. Per fortuna che Grillo esiste: sbraita e spesso fa affermazioni fuori dal mondo ma almeno, a suo modo, si oppone frontalmente e denuncia la politica reazionaria della UE. Invece la sinistra protesta contro Renzi, si agita contro l'austerità e le politiche “sbagliate” della UE, ma non denuncia l'Unione come il vero avversario da battere, il burattinaio della politica renziana. 

Contrastare la politica della moneta unica 

In Europa le destre ex o semi-fasciste, come il Front National francese e l'Ukip britannico, come la Lega Nord in Italia avanzano paurosamente e guadagnano milioni di voti (soprattutto di lavoratori...) grazie a una opposizione dura e decisa a questa UE e all'euro-marco della BCE. Giustamente anche Beppe Grillo – purtroppo alleato dell'UKIP (anche a causa dell'europeismo miope della sinistra) – invoca un referendum consultivo per dibattere sull'euro e consultare i cittadini. Mentre la sinistra (soprattutto quella italiana) rimane straordinariamente al margine delle crescenti proteste anti-UE; e si limita a lamentarsi … dell'austerità! 

Tuttavia non si può fare una battaglia efficace contro la politica liberista, iniqua e inconcludente del governo senza denunciare apertamente l'euro. Una moneta unica per 18 paesi estremamente diversi sul piano competitivo, dell'inflazione, del livello tecnologico e del costo del lavoro è, secondo i migliori premi Nobel dell'economia, un insulto al buon senso. Invece per gli economisti di sinistra del Manifesto e di Sbilanciamoci l'euro resta un tabù. Secondo gli economisti nostalgici dell'alleanza (notoriamente fallita) tra Vendola e Bersani, basterebbero un po' di eurobond, la mutualizzazione dei debiti pubblici nazionali, un po' di Tobin Tax, un po' di spesa pubblica in più per risolvere la crisi. Le proposte sono senz'altro teoricamente corrette. Peccato però che le soluzioni per salvare l'euro e l'economia europea siano note e discusse da anni, ma che non verranno mai realizzate perché la Germania ha costruito l'euro a sua immagine e somiglianza e non accetterà di cooperare e di condividere il debito europeo. 

L'euro-marco è una moneta strutturalmente rigida, una moneta straniera sostanzialmente insostenibile, una trappola che provoca crisi e instabilità non solo perché non può adattarsi alle differenti esigenze dei singoli paesi ma perché è nata per restare inesorabilmente deflattiva. Tutti nel mondo discutono apertamente della crisi dell'euro, da Le Monde al Financial Times, e molti parlano di un possibile crollo, ma perfino un giornale intelligente e aperto, sempre “dalla parte del torto” come il Manifesto finora ha praticamente taciuto. 

La sinistra ha paura di discutere di sovranità monetaria: ma è chiaro che senza moneta nazionale non c'è sovranità politica né tanto meno sovranità democratica. Non si può rifondare nessuna Europa della cooperazione schiacciando le economie e le democrazie nazionali. Eppure esistono già proposte da discutere per tentare di recuperare almeno parzialmente forme di sovranità monetaria. Esistono progetti di “moneta fiscale” e di moneta comune (non unica!) europea[4]. Ma sono sottovalutati o ignorati. Sinistra svegliati: il tetto crolla e l'intera casa europea sta andando in rovina! 

NOTE
[1] Massimo Pivetti, Le strategie dell’integrazione europea e il loro impatto sull'Italia, in Un’altra Italia in un’altra Europa – Mercato e interesse nazionale, a cura di L.Paggi, Carocci, Firenze (2011).Citato da S. Cesaratto in un intervento al Convegno di Chianciano, dicembre 2013 

[2] Sergio Cesaratto, intervento al Convegno di Chianciano “OLTRE L'EURO. La sinistra, la crisi, l'alternativa”, dicembre 2013, riportato anche da http://www.sinistrainrete.info/ 

[3] Cito di seguito il commento di Sergio Cesaratto a queste considerazioni di Pivetti nel suo ottimo intervento al Convegno di Chianciano, febbraio 2014: “Eppure versioni “di sinistra” dell’europeismo sopravvivono in (rari) economisti radicali secondo i quali: <Più facile, senz’altro, sognare il mondo di ieri: il discorso della svalutazione dentro un ritorno all’economia nazionale … Quello di cui vi sarebbe bisogno sono piuttosto lotte coordinate e proposte politiche uniche della sinistra su scala europea, a partire dai conflitti del lavoro e dei soggetti sociali, una spinta dal basso che c’è ma non è adeguatamente organizzata e neanche pensata, nell’orizzonte o di un drastico cambio del disegno della moneta unica ... (Bellofiore e Garibaldo 2013)>. Lotte transazionali dunque. A me sembra che tale volonteroso internazionalismo pan-europeo faccia da contraltare all’europeismo volenteroso di alcuni economisti vicini al PD (Cesaratto 2013): entrambi utopistici e forse pericolosi proprio in quanto disconoscono il ruolo di tutela degli spazi democratici costituito dalla piena sovranità nazionale”. 

[4] Vedi le proposte di autorevoli economisti critici da me riportate su Micromegaonline “Come uscire dalla crisi senza uscire dall’euro”, 30 settembre 2014; e “Da moneta unica a valuta comune: una terza via per superare l’Euro”, 27 dicembre 2013



* Fonte: Micromega

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sabato 18 ottobre 2014

LEGGE DI STABILITÀ 2015: CONFINDUSTRIALE, LIBERISTA E RECESSIVA di Leonardo Mazzei

18 ottobre. UN'ANALISI DETTAGLIATA DELLA FINANZIARIA RENZI-PADOAN. I numeri fantasiosi, i trucchi contabili
e la dura realtà dei fatti.

E' noto come Mussolini usasse spostare di continuo i pochi ed inefficienti carri armati di cui disponeva per far credere a tutti, e ad Hitler in particolare, di avere un esercito ben più potente della misera realtà che la guerra dimostrerà ben presto.

Passano gli anni, l'Italia non è in guerra, ed al posto del fascista romagnolo c'è solo un fiorentino in odore di massoneria. E, tuttavia, certi vizi paiono davvero immortali. Al posto dei carri armati ci sono ora i miliardi di una manovra economica che ha la stessa credibilità dell'esercito mussoliniano.

Allora Hitler non si fece certo impressionare dal suo alleato italiano, tanto ambizioso quanto subordinato nei fatti. Vedremo ben presto quale sarà la risposta di Angela Merkel, ma il «cambiareverso» all'Europa è ormai soltanto un ricordo a cui nessuno più crede.

L'allievo ha superato il maestro

Il prestigiatore Renzi, fin dal liceo chiamato non casualmente «il bomba», ha da tempo superato il maestro Berlusconi. Con la differenza che mentre al puttaniere di Arcore interessava soprattutto la moltiplicazione dei capelli, a lui piace spararle grosse con gli annunci sui miliardi. Che a tal fine conta e riconta più volte. E' questa la spiegazione di una finanziaria che doveva essere di 20 miliardi (md), cresciuti rapidamente a 30 ed infine diventati miracolosamente 36. E nessuno a chiedersi come avrà fatto mai...

Abbiamo eseguito qualche conteggio e a noi risulta, in base alle tabelle rese note dal governo stesso, una manovra di 16,1 md sul versante delle entrate e di 13,2 md su quello delle uscite. Non poco, ma meno della metà di quanto proclamato ai quattro venti dal bomba.

I trucchi usati sono diversi. Partiamo dalle entrate. Alla voce spending review l'imbroglione ha messo 15 md, ma di questi 2,7 derivano da minori spese già previste nel «decreto Irpef» approvato mesi fa. Dunque scendiamo, ammesso e non concesso che i tagli riescano davvero, a 12,3 md. La stessa operazione è stata compiuta sull'incremento della tassazione delle rendite finanziarie. Dei 3,6 miliardi indicati, 2,4 derivano dal vecchio aumento, dal 20 al 26%, in vigore già dal luglio scorso. Dunque la manovra sul 2015 è di 1,2 md. A questo aggiungiamo altre tre voci, che per farla breve prendiamo per buone (Banda larga, Slot machine, Riprogrammazione), per un totale di 2,6 md. Otteniamo così un totale di 16,1 md.

Per spiegare la differenza tra questa cifra e gli sbandierati 36 md, oltre agli scarti già evidenziati, dobbiamo considerare altre due voci ben presenti nelle slide del bomba. Egli ha fatto figurare come «entrata» la mancata copertura di 11 md rispetto al deficit tendenziale previsto in precedenza. E' questo un aspetto assolutamente centrale della finanziaria 2015, di cui ci occuperemo più avanti, ma di certo non si tratta né di una maggiore entrata né di una minore spesa. Si tratta invece di un classico trucco, se volete una specie di illusione ottica, di quelle che riescono non tanto per l'abilità del prestigiatore quanto per gli applausi a prescindere della servile platea giornalistica teoricamente chiamata ad «informare». Ci sono poi 3,8 md attesi dalla lotta all'evasione fiscale. Una cifra messa lì giusto per ingrossare il bottino, sulla cui attendibilità - tenuto conto che una cosa è l'aumento delle evasioni accertate, altra cosa è la loro effettiva riscossione, non proprio così scontata in tempi di crisi - avremo dati certi solo a fine 2015.

Passiamo ora alle uscite. Su questo versante Renzi ha rivenduto come una novità i famosi «80 euro», per un importo di 9,5 md. Ma non si tratta della stessa misura presa già in primavera dal suo governo? Quella su cui ha fatto la campagna elettorale di maggio? Quel «bonus» è sempre stato annunciato come strutturale dal suo ideatore, che ora lo ha solo trasformato in sgravio fiscale, giusto per poter dire di aver abbassato la pressione fiscale complessiva.

I 13,2 md di maggiori uscite sono rappresentati dalla somme di queste voci: 5 md dalla riduzione dell'IRAP; 1,9 md dalla fiscalizzazione dei contributi previdenziali; 0,8 per le partite IVA; 0,5 per le famiglie numerose; 0,3 per la ricerca; 0,1 per il TFR; 0,15 per Roma e Milano; 0,25 per la giustizia; 1 per i comuni; 0,5 per la scuola; 1,5 per gli ammortizzatori sociali; 1,2 relativi ai cofinanziamenti. Totale, come abbiamo detto, 13,2 md.

Ora direte, ma 13,2 più i 9,5 del bonus fa soltanto 22,7: com'e che il bomba è arrivato a 36? Semplice, considerando tre voci che proprio non dovrebbero starci. La prima, che vale 6,9 md, si chiama «spese a legislazione vigente». Ma se si tratta di spese a legislazione vigente, allora con lo stesso criterio potremmo includere a piacimento nella manovra anche quelle per le retribuzioni dei dipendenti pubblici, le pensioni e la spesa sanitaria corrente... Di fronte ad una così plateale contraddizione in termini non c'è bisogno di ulteriori commenti.

C'è poi una seconda voce chiamata pomposamente «eliminazione di nuove tasse», per un valore di 3 md. Qui c'è la semplice disattivazione di una clausola di salvaguardia fiscale introdotta dai precedenti governi, ma nessun taglio di tasse già operanti. Dunque, anche in questo caso, non c'è nessun correttivo previsto per il 2015 rispetto al 2014. Infine, nelle uscite vengono contabilizzati 3,4 md che andranno a costituire una «riserva», il cui scopo - anche se non viene detto con chiarezza - è solo quello di predisporre uno strumento utile a comporre il probabile contenzioso che si aprirà con la Commissione europea sul valore del rapporto deficit/pil.

Ecco come il bomba è arrivato senza troppi sforzi alla fantasiosa cifra di 36 md, sparati a tutto volume per far credere che la sua sia una manovra largamente espansiva, quando invece non c'è una sola voce di incremento degli investimenti pubblici, quando le misure per il rilancio dei consumi sono più che misere, mentre le riduzioni fiscali sono rivolte soprattutto a lorsignori.

Ma la finanziaria di Renzi non è fatta solo di annunci e trovate propagandistiche. Essa ha anche una precisa matrice ideologica ed un altrettanto evidente contenuto di classe. Ed è di questo che ci occuperemo adesso.

Una finanziaria liberista e confindustriale

Uno dei dogmi del neoliberismo è quello che si fonda sull'equazione: meno spese + meno tasse = crescita. Naturalmente, per i neoliberisti le spese da tagliare sono innanzitutto quelle sociali, mentre le tasse da decurtare sono principalmente quelle dei ricchi. Tradotto in termini «filosofici», l'idea è che non debbano esserci (Monti docet) «pasti gratis» per nessuno. Viceversa, la tassazione dovrà essere ridotta soprattutto alle aziende ed alle fasce più ricche, quelle che possono investire e consumare maggiormente.

C'è qualcosa di diverso nella Legge di stabilità (finanziaria) approvata dal governo? A noi non sembra. La parte del leone nel capitolo delle entrate è rappresentato dai tagli alla spesa pubblica, mentre la più importante novità in materia fiscale è costituita dal taglio dell'IRAP, una misura di cui beneficeranno soprattutto le aziende più grandi, quelle con molti dipendenti, come ammette esultante il Sole 24 Ore.

E chi beneficerà della fiscalizzazione degli oneri sociali? Sempre i soliti noti, dato che le grandi aziende hanno quasi tutte una quota di lavoratori a tempo determinato, una parte dei quali passano via via, per le stesse esigenze aziendali, a tempo indeterminato. Bene, ora quello stesso passaggio frutterà un guadagno di circa 25mila euro a lavoratore. Si dirà, un giusto incentivo alla stabilizzazione del rapporto di lavoro. Peccato che esso avvenga in parallelo all'introduzione del Jobs Act, che di fatto precarizza anche i contratti in teoria più stabili. In ogni caso i quasi 2 md previsti ricadranno sulla fiscalità generale, dunque sulle tasche del noto Pantalone...

E su chi ricadrà invece il minor gettito dell'IRAP? Ora, sull'equità di questa tassa è giusto e legittimo discutere, ma è un fatto che essa sia stata istituita principalmente per finanziare la spesa sanitaria. Dunque sappiamo già su chi ricadrà il conto. Del resto alle Regioni - le cui uscite complessive sono fatte per l'80% dalla spesa sanitaria - la finanziaria chiede un risparmio di 4 miliardi.

Eh già, belli i tagli, peccato che poi significhino ospedali chiusi, meno infermiere, esami diagnostici rimandati a quando non servono più, ticket più cari, e chi più ne ha più ne metta.

Ma c'è dell'altro sul fronte fiscale. Già lo stesso Padoan, con un lapsus non sappiamo quanto involontario, ha già detto che «le Regioni potranno aumentare le tasse», agendo in pratica sull'addizionale IRPEF, così come prevedibilmente continueranno a fare anche i Comuni che dispongono anche delle carte chiamate IMU e TASI. Altro che riduzione della pressione fiscale! Qui siamo semplicemente di fronte ad una scaricabarile dal governo centrale a danno delle autonomie locali.

C'è poi un altro aspetto non certo irrilevante, e riguarda la voce «rendite finanziarie» perché, per quel che se ne sa, il capitolo più importante dal quale verranno attinte le risorse previste è quello della previdenza integrativa, che si prevede di tassare non più all'11,5 bensì al 20%. Siamo sempre stati contrari alle pensioni integrative, dato che sono servite solo a fornire un alibi alla distruzione di quelle pubbliche, e tuttavia chi sarà danneggiato da questa misura se non i milioni di lavoratori (specie giovani) che sono stati spinti verso la pensione complementare come l'unica (per quanto ben poco efficace) alternativa ad una vecchiaia da fame?

Ed infine il TFR, l'ultima trovata propagandistica di Renzi. Qui la truffa fiscale è completa e garantita a 360 gradi. Se la finanziaria passerà così com'è stata presentata ci troveremo di fronte ad un autentico esproprio di una parte del salario. Un esproprio presentato come un generoso arricchimento della busta paga, un gioco assai perverso teso a nascondere il persistente calo del salario reale al quale il governo (vedi il Jobs act) lavora alacremente.

Ma in cosa consiste la truffa? Semplice, dal 2015 i lavoratori avranno tre possibilità: mantenere il TFR così com'è, farselo versare in busta paga, versarlo in un fondo pensione integrativo. Nel primo caso avranno una tassazione della rivalutazione annuale aumentata dall'11 al 17%; nel secondo non solo rinunceranno alla rivalutazione, ma si ritroveranno con aliquote fiscali (quelle Irpef ordinarie) assai più alte del trattamento previsto per il TFR; nel terzo - come abbiamo già visto - si vedranno applicare una tassazione quasi raddoppiata rispetto all'attuale.

A questo punto si sarà forse capito che quella della riduzione della pressione fiscale per le fasce popolari è sostanzialmente una balla. Una balla solo parzialmente compensata dai famosi «80 euro», i quali ci sono comunque soltanto per i lavoratori dipendenti, con l'esclusione delle altre categorie (pensionati, lavoro autonomo) a cui era stata promessa nei mesi scorsi l'estensione.

Che l'insieme della manovra renziana sia liberista e confindustriale è chiaro al di là di ogni ragionevole dubbio. Per i duri di comprendonio possiamo solo consigliare l'ascolto o la lettura delle grida di gioia che arrivano dal fronte padronale. Quando mai avete visto un presidente di Confindustria così estasiato da una legge finanziaria? Io personalmente non ne ricordo uno. Ci sarà un motivo.

Una finanziaria recessiva

A giustificazione dell'operazione renziana viene naturalmente portato il suo carattere presuntamente «espansivo». Come dire, i regalini ai soliti noti ci sono, ma del resto sono loro che devono investire, e solo così potremo avere più crescita e più occupazione.

Quanto innocenti e disinteressate siano questi ragionamenti lo giudichino i lettori. Sta di fatto - e ora cercheremo di dimostrarlo - che questa finanziaria non è per niente espansiva. Intanto, se tutto andrà bene, gli elevati livelli della pressione fiscale resteranno mediamente del tutto inalterati. Se invece, come prevedibilmente accadrà, le cose andranno peggio - da quanti anni le previsioni economiche non vengono riviste sistematicamente al ribasso? - possiamo tranquillamente aspettarci (la TASI insegna) un ulteriore incremento della pressione fiscale, magari dispersa nelle mille forme delle tassazioni comunali e regionali.

Ma facciamo finta che così non sia. Facciamo finta che ai 15 md di tagli previsti corrispondano tagli più o meno equivalenti delle tasse. Bene, cioè malissimo, se cosi fosse avremmo un effetto negativo sul Pil di quasi un punto percentuale.

Di cosa si tratta molti ormai lo sanno. Il moltiplicatore della spesa (fonte Fmi) viene ormai calcolato, per un paese come l'Italia, in una fase recessiva come l'attuale, a quota 1,3 (altri si spingono a 1,5 ma vogliamo essere generosi). Viceversa, il moltiplicatore delle tasse viene stimato a 0,3. Dunque per ogni miliardo di taglio alle spese si ha una contrazione del Pil di 1,3 md. La parallela riduzione fiscale di un miliardo dà invece solo una crescita di 0,3 md. Ne consegue, ovviamente all'ingrosso, che per ogni miliardo di tagli si abbia una riduzione equivalente (sempre di 1 md) del Pil.

Dunque, anche nel 2015 avremo un Pil col segno meno. Peccato che la Snai non accetti scommesse. Del resto il governo lo sa benissimo, altrimenti non avrebbe messo nella nota di aggiornamento del DEF, del 1° ottobre scorso, un miserrimo + 0,6% come previsione per il prossimo anno. Ora, tutti sanno come queste previsioni siano sistematicamente abbellite, ed altrettanto sistematicamente smentite a consuntivo. Del resto, si sa, in fondo al tunnel c'è sempre una luce. E in fondo, in fondo, in parte per ragioni ideologiche in parte per la rilevanza assegnata al fattore fortuna, probabilmente i Renzi e i Padoan un po' finiscono per crederci davvero.

Sta di fatto che il Pil 2014 era stimato ancora a +0,8 ad aprile, per scendere al -0,3% di inizio ottobre. In meno di sei mesi sono scomparsi come noccioline circa 18 miliardi. E per il 2015? Ad aprile si prevedeva un +1,3; ad ottobre, come detto, siamo a meno della metà con il +0,6%. A questo punto la probabilità di un quarto anno consecutivo di recessione, una cosa che sembrava quasi impossibile, ha buone possibilità di realizzarsi.

E, del resto, se la spesa pubblica cala, se quella delle famiglie non potrà certo riprendersi, se gli investimenti pubblici e privati rimangono in calo, pensiamo forse che la luce potrà accendersi solo grazie alle esportazioni? Certo, nell'idea mercantilista - il modello è effettivamente quello tedesco - le cose potrebbero in teoria funzionare. Ma in pratica non è così, sia perché i venti di crisi spirano anche fuori dall'Europa, sia per il deficit di competitività imposto dall'euro proprio nel confronto con il principale competitor: la Germania. Detto in altre parole, nell'euro non c'è posto per due germanie. C'è posto, semmai, soltanto per alcune appendici purché subordinate all'economia tedesca.

Ma allora, su cosa spera l'ipercinetico Renzi? Su buoni appoggi (quelli di una parte della finanza, specie d'oltreoceano) e - l'abbiamo già detto - sulla buona sorte. Il tutto condito dalla granitica quanto infantile certezza della bontà del sistema capitalistico, un sistema che nella sua visione da scout non potrà che riprendersi prima o poi. E, nell'attesa, bisogna pur tirare a campare.

Questo era una dei motti preferiti da Giulio Andreotti: «è sempre meglio tirare a campare che tirare le cuoia». Oggi però la situazione è diversa dai tempi di Andreotti, e tirare a campare è più difficile, richiedendo una continua navigazione tra gli imperativi sistemici, le regole della gabbia europea e le esigenze del consenso. In questo complesso slalom Renzi ha dimostrato fino ad oggi di non avere rivali. Dunque, guai a sottovalutarlo come avversario.

All'Europa non basterà

Proprio per queste esigenze Renzi ha interrotto la catastrofica serie Monti-Letta. Ve l'immaginate i risultati elettorali del pisano - di quelli del bocconiano già sappiamo tutto - alle europee di maggio? La sostituzione del nipote dello zio con l'amico di Verdini, al di là dei continui giochi di potere a cui rimanda, è stata una vera e propria esigenza sistemica. Da qui la forza, la spudoratezza, l'arroganza di Matteo Renzi. Il quale - ma di questo riparleremo presto - aggiunge a tutto ciò i potenti legami con l'establishment americano.

A differenza dei suoi predecessori Renzi non appare affatto succube della Merkel. Ed in effetti non lo è. Il renzismo non nasce come mera continuità della politica austeritaria di chi l'ha preceduto. Se non ci capisce questo non si può comprendere il suo diverso appeal verso larghi settori di massa. Certo, nel consenso di cui gode c'è un po' di tutto: la forza di quel che appare «nuovo», la potenza mediatica che lo sostiene, il fatto di essere vissuto come ultima spiaggia, l'idea che la «rottamazione» sia l'unica fonte di salvezza, ed infine la debolezza senza precedenti delle opposizioni istituzionali. Ma saremmo davvero pigri se non vedessimo che tutto ciò è sostenuto da un reale senso di cambiamento dopo troppi anni di stagnazione.

Il problema è vedere qual è il segno, o come direbbe lui il «verso» di questo cambiamento. E non c'è dubbio che il segno sia quello di questa finanziaria: un liberismo sfrenato e sfrontato quanto il personaggio che lo interpreta. E tuttavia, questo è il punto, un liberismo che non è targato Merkel.

E' normale dunque che Renzi non venga percepito come un servo dell'eurocrazia di Bruxelles, ed in questo modo egli capitalizza astutamente la diffusa consapevolezza di massa anti-eurocratica che si è sviluppata in questi anni. In un certo senso, così come egli sfrutta la polemica anti-casta del M5S, allo stesso modo utilizza quella anti-UE, alla quale noi stessi contribuiamo da sempre. Ovviamente, lo fa a modo suo e per i suoi obiettivi.

Tutto ciò non deve sorprendere. La politica è fatta (anche) in questo modo. E, come ha già scritto Piemme, queste vicende ci ricordano che con l'euro e con l'UE si può rompere in vari modi. Per semplificare, da destra o da sinistra. Più esattamente: nell'interesse delle classi popolari, come in quello di certi pescecani della finanza; in nome dell'uguaglianza e dei diritti sociali, come in quello delle virtù del mercato.

Evidentemente, il modo con il quale Renzi si contrappone, o quantomeno si distingue dall'eurocrazia austeritaria è diverso ed opposto al nostro. Esso è tuttavia un fatto dal quale è impossibile prescindere. Un fatto che se non altro ci parla della crisi dell'Unione europea.

Abbiamo visto come la manovra varata da Renzi non è espansiva come si vorrebbe far credere, ma di certo non è neppure quella che avrebbe voluto la Commissione europea. Entrano qui in ballo gli 11 miliardi di cui abbiamo già parlato. Un incremento della spesa in deficit, piuttosto sostanzioso rispetto ai precedenti impegni presi dall'Italia. Un netto smarcamento rispetto al tradizionale rigorismo europeo in materia di conti pubblici. E su questo punto decisivo l'Italia non è sola, vista la posizione del governo francese. Su tutto ciò ho già scritto in abbondanza QUI.

La verità è che lo scontro è iniziato. Gli interessi tra i principali paesi europei sono troppo confliggenti per trovare una vera composizione. Al tempo stesso, manca ai protagonisti la caratura necessaria per affrontare a viso aperto l'indispensabile processo di uscita dalla moneta unica. Sul versante italiano, questa palese contraddizione ha prodotto una finanziaria che, considerata da questo punto di vista, non è né carne né pesce. E' così che si spiega il parto di un mostriciattolo ancora recessivo, ma non sufficiente a placare il rigorismo del triangolo della morte Berlino-Francoforte-Bruxelles.

Il problema per la triade Merkel-Draghi-Juncker è che le finanziarie italiana e francese mettono in discussione alla radice (e non solo per il 2015) il Fiscal compact, vero architrave di quella convergenza dei debiti senza la quale non potrà esservi nessuna unione fiscale e di bilancio, decretando in questo modo la manifesta insostenibilità dell'euro.

Su questo non solo i tedeschi, ma la suddetta triade al completo, non possono proprio mollare. E' per questo, non per Renzi od Hollande, che crediamo che lo scontro sia nei fatti.

Naturalmente, tanto più in considerazione della posta in gioco, uno scontro non esclude momenti di tregua e di pace armata. In altre parole non escludiamo affatto che nelle prossime settimane l'ennesima quadratura del cerchio venga trovata, magari con qualche rettifica delle finanziarie di Roma e Parigi. Ma la tregua, se davvero avrà luogo, sarà solo il preludio ad uno scontro ben più aspro, quello che porterà alla definitiva resa dei conti.

Il problema è sempre il solito: chi giocherà quello scontro? Sarà solo interno al blocco dominante, o vedrà finalmente il protagonismo delle classi popolari e quello di una soggettività politica in grado di guardare più avanti, ad una prospettiva di sganciamento dal capitalismo-casinò? Questa è la posta in gioco. Hic Rhodus, hic salta!

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venerdì 17 ottobre 2014

TERNI: UNA GIORNATA MEMORABILE! di Marcia della Dignità*

17 ottobre. Oggi si è svolto a Terni, ad un mese e mezzo dall’inizio della lotta degli operai, lo sciopero generale contro i licenziamenti di massa decisi dalla ThyssenKrupp. Si attendeva con ansia quanto grande sarebbe stata la risposta della città. 

Essa è giunta, ed è stata grandiosa, impressionante, a tratti emozionante, come quando, tra l’immensa folla che abbracciava il corteo, potevi vedere donne e uomini in lacrime.

Tutta Terni è scesa in strada, stretta, come un sol uomo, attorno alle maestranze Ast, noi della Marcia della Dignità eravamo con loro, in testa al corteo.
Tutti gli esercizi commerciali sono rimasti chiusi, affiggendo cartelli e striscioni in solidarietà con i lavoratori.Ma non solo Terni.
Sono venuti da tutta l'Umbria, la regione si è mobilitati in solidarietà ai lavoratori Ast.
Tantissimi i giovani e gli studenti, un rappresentante dei quali, dal palco, ha svergognato il governo Renzi, suddito della Germania, chiedendo l'estensione dell'articolo 18 a tutti i lavoratori, nessuno escluso e la nazionalizzazione dell'Ast. L'intervento più applaudito!

Una rabbia vera, sana, si respirava lungo tutto il percorso, esplosa nelle contestazioni, che abbiamo subito condiviso, ai sindacati, complici dell'azienda.
Si urlava "Complici! Buffoni! Vergognatevi! Andatevene!", tra fischi e pernacchie.

Ora nessuno ha più alcun alibi.


Non ce l’ha il governo, non ce l’hanno i partiti e le istituzioni locali, non ce l’hanno i sindacati e la loro Rsu, non ce l’hanno nemmeno gli operai dell’acciaieria. E’ proprio a questi ultimi, anzitutto a quelli che in queste settimane hanno dato vita alle forme di lotta più dure ed improvvise, che ci rivolgiamo.
Quello che dovevamo infatti dire a governo, istituzioni e sindacati l’abbiamo detto oggi in piazza, unendoci alla generale contestazione.
E qui sta il punto.

Brontolare, contestare e fischiare, non basta più.
Tutti sanno tutto. 

Tutti sanno che la ThyssenKrupp alla fine chiuderà l’impianto condannando a morte Ternii; tutti sanno che il governo Renzi se ne laverà le mani per non avere problemi con la Merkel; tutti sanno che politici e istituzioni locali sono dei venduti; tutti sanno che alla fine i sindacati chineranno il capo.

Brontolare, contestare e fischiare non basta più.


Cos’è che occorre fare allora? Se davvero gli operai dell’Ast vogliono salvare posti di lavoro e impianti, devono smetterla di sperare nella Divina provvidenza, di credere alle promesse di governo e politicanti, di fidarsi di sindacati complici della multinazionale.

L'obiettivo è nazionalizzare l'Ast, e per farlo occorre che gli operai si organizzino in un comitato di lotta indipendente.


* Fonte: Marcia della Dignità

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