sabato 25 febbraio 2017

NUOVA EMIGRAZIONE ITALIANA: LA TRAPPOLA AUSTRALIANA di Luca Maria Esposito

[ 25 febbraio ]

Secondo gli ultimi dati diffusi dal rapporto Migrantes, al 1 gennaio 2016 gli iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) sono 4.811.163[1], in un trend in continuo aumento dai primi anni 2000. In particolare, nel 2014, 107.529 persone hanno lasciato l’Italia in un movimento che dal 2006 al 2016 è aumentato esponenzialmente del 54,9%, raggiungendo addirittura la cifra record di 147 mila unità nel 2015[2]. Tra questi sono sempre di più i laureati, almeno 25 mila nel 2015, +13% sull’anno precedente. Il flusso di questa nuova ondata migratoria si è diretto principalmente in Europa e Sud America, ma secondo le statistiche, dopo Spagna (+155,2%), Brasile (+151,2%), Argentina (+93,7%), Regno Unito (+76,4%) e Germania (+31,4%), il sesto Paese di approdo per gli italiani è stato l’Australia con un incremento delle registrazioni all’Aire del 31,1%, davanti a Stati Uniti, Svizzera, Belgio, Canada e Francia.
Molto è già stato scritto su questo fenomeno in crescita esponenziale, per il quale, diversamente dal passato, è difficile utilizzare la parola emigrazione nel suo pieno significato, soprattutto in un momento in cui una spaventosa crisi migratoria sta investendo in pieno l’Europa. Quello che abbiamo di fronte è tuttavia un vasto movimento, soprattutto di giovani (il 43% è nella fascia di età 25-39 anni)[3] in cerca di opportunità, che sta investendo il nostro Paese in proporzioni che non si vedevano da tempo.
Una parte di questo flusso ha raggiunto negli ultimi anni anche l’Australia e di questo insieme fanno parte principalmente giovani ragazzi al di sotto dei trent’ anni[4]. La spinta principale che ha portato molti ragazzi a muoversi così lontano da casa può essere individuata, a livello superficiale, nella ricerca di un migliore reddito personale[5], ma è anche il segno di una mancanza di corrispondenza nelle aspettative che questa fascia di giovani ripone nel sistema italiano ed evidenzia anche un forte bisogno di espressione personale[6].
Anche se è molto difficile generalizzare, il percorso che i ragazzi italiani si trovano ad affrontare una volta sbarcati in Australia è piuttosto simile. Un numero notevole di essi atterra negli aeroporti australiani con una cognizione vaghissima di ciò che si troverà davanti, spinto soprattutto dalla voglia di evasione nei confronti di una realtà come quella italiana definita deprimente, desolante, immobile, priva di prospettiva[7]. La temporaneità del visto fa sì che non si percepisca inizialmente quella australiana come una vera e propria migrazione, con tutto il carico emotivo che questo comporta, quanto piuttosto come un’esperienza di vita, simile a quelle che in molti hanno già avuto occasione di avere in Europa. L’Australia è attraente anche perché nell’immaginario collettivo (complici i maggiori media nazionali)[8] è terra dalle “facili” possibilità lavorative, dai guadagni elevati, se rapportati a quelli italiani, e dall’alta qualità della vita offerta. Anche se tali definizioni approssimative hanno sicuramente un fondo di verità, la realtà dei fatti è differente, ma per accorgersene è necessaria una profondità di visione che al momento dell’arrivo in pochi hanno la capacità di cogliere. Secondo i dati raccolti dalla nostra associazione, almeno la metà dei ragazzi non arriva in Australia motivato dalla ricerca del lavoro e solo una percentuale intorno al 9% argomenta la propria scelta con un radicale cambiamento di vita.
Esperienza comune iniziale a tutti è dunque quella della ‘ricerca’: di una sistemazione, di un lavoro, di persone da conoscere, di ambienti in cui inserirsi. Una ricerca che si svolge soprattutto attraverso il ‘passa parola’ oppure tramite il social network. Una volta trovata una sistemazione, che per la maggior parte delle volte è una stanza dal prezzo notevolmente elevato, l’esigenza principale è quella di trovare un lavoro e, riprendendo la definizione di Marta Fana nella sua lettera sull’Espresso[9], da ‘camerieri d’Europa’ i ragazzi italiani diventano, nell’altro emisfero, i camerieri d’Australia. L’ambito nel quale un ragazzo, laureato o meno, troverà sicuramente lavoro è infatti quello dell’hospitality[10] e al di là che tu sia ingegnere aerospaziale o perito agrario, il tuo percorso in Australia ti porterà volente o nolente nelle cucine di un ristorante e poi starà a te decidere se rimanerci o tentare, con molte difficoltà, di esplorare altri ambiti professionali. Ovviamente ci sono ristoranti e ristoranti, ma a quanto rilevato dalle più recenti inchieste sia del Senato Federale[11], che ha definito quella dello sfruttamento dei lavoratori temporanei una “disgrazia nazionale”, il problema del lavoro nero, sottopagato o senza le protezioni stabilite per legge è una realtà con cui molti dei ragazzi italiani hanno a che fare quotidianamente.

La ricerca di un lavoro in regola e retribuito adeguatamente, diventa dunque un’esperienza non facile, che può rendere molto spiacevole e difficoltosa la permanenza in Australia. In più, il visto con cui la maggior parte dei giovani italiani, almeno l’80% di coloro che entrano in contatto con l’associazione, arriva in Australia, è chiamato Working Holiday Visa, ha durata di un anno e permette di lavorare, ma non più di sei mesi con lo stesso datore di lavoro. Questa limitazione è discriminante e rende molto remota la possibilità che un’azienda investa su qualcuno impiegabile solo per un tempo limitato. Di conseguenza, le tipologie di lavoro facilmente accessibili per coloro che possiedono tale visto, sono limitate, eccetto che per alcuni rari casi, a professioni che non richiedono particolare esperienza o training. Un vantaggio di tale tipo di visto è quello di poter essere rinnovato per un successivo anno, previa un’esperienza di lavoro di 88 giorni nelle cosiddette aree rurali. Purtroppo, anche questa esperienza non è priva di insidie e come rilevato dal Fair Work Ombudsman[12], almeno il 29% dei lavoratori temporanei in questo settore non ha percepito uno stipendio, mentre di coloro che riescono a farsi retribuire per il lavoro svolto, il 28% è sottopagato, il 27% dei quali in nero. In più, ben il 6% ha dovuto pagare per avere indietro firmati i propri documenti validi ad applicare per un secondo working holiday visa.
Ma lo sfruttamento comincia ancor prima della giornata lavorativa. Il 14% ha dichiarato addirittura di aver dovuto pagare per avere un lavoro, di questi il 63% ha dovuto pagare un intermediario, il 21% costretto contro la propria volontà perché una parte dello stipendio gli veniva scalata prima di percepirlo. Tutta questa situazione, dice il Fair Work Ombudsman, è frutto di una concezione sbagliata che si è radicata all’interno dei datori di lavoro nelle aree rurali, per i quali, i workingholidaymakers costituiscono una manodopera a basso costo facilmente sfruttabile vista la particolare condizione che li vede privi di tutele e rappresentanze, carenti nella comprensione della lingua, poco informati sui propri diritti di lavoratori e diffidenti verso le autorità. Insomma, la situazione è tutt’altro che rosea e finire preda di personaggi senza scrupoli non è un’eventualità poi tanto remota. Ma non è tutto. Alla scadenza anche del secondo anno, in molti esprimono il desiderio di rimanere ancora in Australia, chi per ragioni personali, chi per motivi lavorativi, ma solo in pochi riescono a farlo grazie al sistema delle sponsorizzazioni.
La maggior parte finisce dunque per ricorrere ad visto da studente[13], una tipologia che si sta diffondendo a macchia d’olio soprattutto negli ultimi anni. Il permesso concede di vivere sul territorio autraliano per studiare, ma limita chi lo ottiene a lavorare solamente 40 ore bisettimanali. L’escalation dei visti studente è stata anche alimentata da tutta una serie di agenzie che, come attività, svolgono il compito di mettere in contatto coloro che vogliono studiare con le scuole. Questo servizio di intermediazione non viene pagato dai clienti che si recano alle agenzie, ma dalle scuole stesse, quindi più studenti le agenzie riusciranno a procurare alle scuole più profitto riusciranno a produrre. Tale sistema ha portato le agenzie ad utilizzare tutti gli strumenti possibili[14] per incentivare l’accesso dei ragazzi alle scuole, arrivando a tenere anche veri e propri viaggi promozionali direttamente in Italia. Un meccanismo che ha dato vita ad un circolo vizioso per cui l’interesse principale non è quello di studiare per accrescere le proprie conoscenze, ma di possedere lo status di studente, alimentando la nascita di corsi estremamente economici ma poco qualificati, che non offriranno facilmente a chi li frequenta la possibilità di accedere in futuro a visti di natura permanente. In più, dato l’alto costo della vita, le persone in possesso di visto studente oltre alle proprie 40 ore bisettimanali sono costrette a lavorare in nero, impattando sul mercato del lavoro in modo distorto e producendo una numerosa mano d’opera debole dal punto di vista contrattuale[15].
In molti casi quindi, coloro che hanno intrapreso questo percorso, anche a causa di coloro che alimentano per proprio tornaconto false aspettative, si ritrovano intrappolati in una situazione che li porta a passare da un visto studente all’altro senza accrescere realmente la propria professionalità, trovandosi pertanto in una specie di limbo di precarietà sia dal punto di vista lavorativo che da quello legale. Tali pratiche, che risultano sempre più diffuse, investono anche i ragazzi italiani, ai quali è necessario fornire informazioni accurate per fare in modo che siano più consapevoli delle loro reali opportunità. Proprio questo è stato uno degli obiettivi del NomIT sin dalla sua nascita.
* Fonte: Senso Comune
NOTE
[1]Migrantes, 2016, Rapporto Italiani nel mondo 2015, Roma
[2] Istituto Italiano di Statistica, Report sulle migrazioni internazionali ed interne della popolazione residente, anno 2015.
[3] Istituto Italiano di Statistica, Report sulle migrazioni internazionali ed interne della popolazione residente, anno 2014
[4] “Almost 50% of the new Italian entrants between 2004 and 2015 arrived under the Working Holiday Visa Program targeted for people between 18 and 30” (Armillei/Mascitelli, 2016, From 2004 to 2016 a new Italian exodus in Australia?,Melbourne).
[5]Becchi E., Barone C., 2016, Graduate Migration out of Italy, Parigi. Ha dimostrato che coloro che lasciano l’Italia dopo la laurea riescono ad ottenere uno stipendio medio superiore del 37%, rispetto ai loro coetanei che rimangono in Italia.
[6]Favell A., Feldblum M., Smith M., 2007, The human face of global mobility: A research agenda, Davis.
[7] Dall’estate del 2013 l’Associazione Nomit Inc. ha aperto uno sportello di assistenza gratuita presso il Consolato Generale d’Italia a Melbourne. Il progetto, denominato Welcome Desk, è sempre stato gestito dai volontari dell’associazione e ad oggi, ha assistito centinaia di ragazzi appena arrivati a Melbourne.  Fin dall’inizio, ai fruitori del servizio è stato richiesto di compilare un form con diverse tipologie di domande, dai dati anagrafici, al livello d’istruzione, dalle motivazioni per cui si è deciso di lasciare l’Italia, al lavoro ricercato o che si svolgeva in precedenza. Tutte queste informazioni sono state raccolte e catalogate per comprendere e conoscere gli utenti che usufruivano del servizio e da esse sono state tratte delle statistiche non ancora pubblicate. Ad oggi il campione raccolto supera le 600 unità.
[10] Secondo i dati registrati presso lo Sportello Welcome almeno il 33% dei ragazzi è impiegato nel settore dell’accoglienza e della ristorazione.
[13]Grigoletti M., Pianelli S., 2016, Un ‘viaggio’ da temporaneo a permanente, Migrantes, Sydney
[14] Con sempre maggiore frequenza le agenzie presentano se stesse come centri informativi gratuiti, attivando contact point aperti al pubblico che offrono diversi livelli di assistenza, come ad esempio aiuto nella ricerca dell’alloggio, del lavoro, ecc. Tale strumento è utile per attirare coloro che hanno necessità di informazioni o assistenza e che potrebbero diventare potenziali clienti. Ma mentre da un lato tale supporto svolge sicuramente un positivo ruolo di aiuto per chi, appena arrivato, ha tali necessità, dall’altro presenta come assistenza disinteressata un’attività che in realtà non lo è, creando confusione tra chi opera nel profit e chi nel no profit.

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venerdì 24 febbraio 2017

«NAZIONALIZZARE ALITALIA!»: GRANDE SUCCESSO DELLO SCIOPERO A FIUMICINO

[ 24 febbraio ]

Si è svolto ieri lo sciopero in ALITALIA. 

Dopo anni di cedimenti vergognosi, anche CGIL, CISL e UIL, sotto la pressione dei loro stessi iscritti, sono stati costretti a chiamare alla mobilitazione. 4 ore di sciopero dalle 14:00 in poi. Adesione totale.

Di questo, ma sottovoce, hanno parlato anche i media. Censura totale invece, per il fatto più importante, lo sciopero e la mobilitazione indetta dai sindacati di base, per la precisione C.U.B. e U.S.B.già dalla mattinata del 23 febbraio. 

Nonostante le minacce dell'azienda (pesantissime) e delle forze dell'ordine (vero e proprio terrorismo!) dell'aeroporto di Fiumicino, tanti lavoratori, anzitutto precari, hanno dato vita ad assemblee ed ad un corteo la cui partecipazione e combattività è senza precedenti. 
Un segnale tanto importante, visto che per anni ha vinto l'azienda coi suoi ricatti, con le sue intimidazioni. Un segnale di svolta, ma ci torneremo.
Ancor più importante la consapevolezza, grazie  C.U.B. e U.S.B. che la sola soluzione è la NAZIONALIZZAZIONE  di Alitalia.

Qui sotto il video del corteo svoltosi ieri nell'aeroporto di Fiumicino, con in testa Fabio Frati.






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DISASTRO PRIVATIZZAZIONI: IL CASO DELL'ENEL di Leonardo Mazzei

[ 24 febbraio ]
Mentre le nuove privatizzazioni affannano, ricominciamo a parlare di nazionalizzazioni. Per capire quanto sia necessario diamo uno sguardo alle privatizzazioni del passato, a partire dal caso da manuale del settore elettrico
Nel governo qualcuno si è svegliato?

Su La Stampa dell'altro ieri campeggiava un titolo all'apparenza bislacco: «Orfini avvisa il governo: “Fiducia sullo ius soli e basta privatizzazioni”». La novità, che segnala pure una divisione nel governo, è tutta in quel «basta privatizzazioni». Ora, Matteo Orfini è un personaggio assolutamente modesto, ma dopo quarant'anni di «viva le privatizzazioni!» a reti unificate anche quel «basta» del neo-reggente del Pd qualcosa ci dice.

Insomma, la crisi del modello e delle politiche neoliberiste è ormai evidente a tutti. Perfino a chi quelle politiche le ha sempre sostenute fino ad oggi. Si pensi alla fallimentare idea renziana sulla «soluzione di mercato» in materia bancaria.

Ma cosa dice esattamente Orfini? Leggiamo:
«Prima di tutto, dobbiamo fare una discussione seria sull’economia. Purtroppo siamo tutti più vecchi e gli anni ’90 sono finiti: riproporre oggi come soluzione a un debito pubblico di oltre 2000 miliardi le privatizzazioni è sbagliato. Abbiamo piuttosto bisogno di rilanciare la funzione delle grandi imprese pubbliche e di capire come usare meglio in questo senso anche Cassa depositi e prestiti. Su questo dobbiamo discutere prima di procedere». 
Fin troppo facile rilevare come questo primo segnale di ravvedimento sia del tutto tardivo. A poco serve chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Orfini forse non ne è informato, ma le «grandi imprese pubbliche» di cui parla non esistono più da un pezzo. E anche quando lo Stato mantiene ancora consistenti pacchetti azionari, come nel caso di Eni (30%) e di Enel (23,50%), parlare di «aziende pubbliche» è del tutto improprio. Queste sono ormai delle Spa da un quarto di secolo, operano prevalentemente all'estero e, non avendo più una mission pubblica, agiscono come qualunque altra multinazionale in base agli obiettivi del profitto e dei dividendi da distribuire agli azionisti.

Al netto della scelta tattica di smarcarsi un po' dalla linea Padoan, l'affermazione di Orfini va letta in rapporto alla discussione nel governo sulle privatizzazioni previste (e promesse all'Unione Europea) nel 2017: l'ultima tranche di Poste Italiane e quella delle "Frecce" di Ferrovie dello Stato. Inutile dire che per invertire la disastrosa rotta degli ultimi decenni serve ben altro: un deciso piano di nuove nazionalizzazioni nei settori del credito, dell'energia, delle telecomunicazioni, dei trasporti, nonché nei campi strategici di un'industria nazionale da rilanciare anche per questa via.  Ma questo è il nostro programma. Meglio, questo sarà necessariamente il programma di una nuova Italia che voglia risorgere sulle attuali macerie. La qual cosa va decisamente assai oltre l'orizzonte del luogotenente di Renzi.

Tuttavia, le sue parole critiche non sono le uniche sfuggite in queste settimane da quella congrega di liberisti ad oltranza che si ritrova alle riunioni di Palazzo Chigi. Segno che qualcosa scricchiola nei dogmi che hanno retto la politica degli ultimi decenni.

Il 9 febbraio, con un'intervista a la Repubblica, il sottosegretario Giacomelli iniziava a porre il problema della privatizzazione totale di Poste Italiane: 
«È il momento di una riflessione approfondita sulla privatizzazione della seconda tranche di Poste». E ancora: «Le mie obiezioni sono note, già ai tempi del primo pacchetto. Ma ora siamo di fronte a uno scenario impegnativo: privatizzare un altro 30% entro l'anno. È giusto richiamare l'attenzione su rischi e implicazioni». 
Dichiarazioni che contrastano con la linea ufficiale dell'esecutivo (leggi ad esempio QUI), ma che hanno trovato altre sponde nella compagine governativa.

Dieci giorni fa è stata infatti la volta del ministro Delrio a proposito di FS: 
«Io ho dei problemi a privatizzare le Frecce con dentro il trasporto pubblico regionale dei pendolari». 
Vedremo cosa seguirà a queste parole, ma è assai curioso che ci si ricordi solo ora di quel che significa per gli utenti di certi servizi il ritrovarseli privatizzati. Se, giustamente, più che giustamente, Delrio si preoccupa oggi delle decine di migliaia di pendolari che utilizzano le "Frecce", che dire degli oltre 30 milioni di utenti (oggi, si badi, "clienti"!) del servizio elettrico liberalizzato?
IDEOLOGIA NEOLIBERISTA
Come essi giustificavano le privatizzazioni: leggere per credere!

Apriamo dunque il capitolo delle conseguenze della privatizzazione dell'Enel e della liberalizzazione del sistema elettrico. Conseguenze che ritroviamo anche nel settore delle telecomunicazioni, dove si è verificata addirittura una cosa ancora più grave, dato che la privatizzazione del 1997 (governo Prodi) ha alla fine portato Telecom Italia (oggi Tim) sotto il controllo del gruppo francese Vivendi, con il brillante risultato di mettere un "monopolio naturale" nazionale come la rete telefonica nelle mani di un grande gruppo straniero. 

Ma torniamo al caso del settore elettrico, anche perché le cronache del terremoto e delle nevicate del gennaio scorso nel Centro Italia, molte cose ci hanno detto.

Speculazioni, bollette più care, peggioramento del servizio: il caso della liberalizzazione del settore elettrico e della privatizzazione dell'Enel

Per descrivere il disastro dell'accoppiata privatizzazioni-liberalizzazioni il caso dell'energia elettrica è probabilmente il più appropriato. Un vero esempio da manuale.

Per un trentennio, dal 1962 al 1992, dire energia elettrica era come dire Enel. Questa azienda - pubblica al 100% - aveva il compito di far fronte al fabbisogno energetico, assicurare il servizio, completare l'elettrificazione delle zone rurali. Nel luglio 1992, quaranta giorni dopo il celebre meeting clandestino sul panfilo reale Britannia* (gran cerimoniere l'ineffabile Mario Draghi), il governo Amato (insediatosi da pochi giorni) decideva la trasformazione in Spa di Enel così come di Eni ed Iri. Era questo il primo passo per arrivare alle successive privatizzazioni.

Ma per privatizzare bisognava operare in due direzioni: obbligare per legge l'Enel alla vendita di un consistente numero di centrali di produzione; liberalizzare il sistema elettrico, sia nel campo della produzione che in quello della distribuzione e vendita dell'energia. Diverso il caso della "trasmissione" (in pratica le linee e le stazioni ad alta tensione) la cui privatizzazione sembrò troppo anche ai folli liberalizzatori dell'epoca. Nacque perciò Terna, azienda rimasta sostanzialmente pubblica, grazie al controllo di Cassa depositi e prestiti, attraverso Cdp Reti. Tuttavia, siccome non bisogna farci mancar niente dell'attuale follia finanziaria, il 35% di Cdp reti (che possiede anche il 30% di Snam) appartiene adesso a State Grid Corporation of China, la più grande azienda di servizi elettrici del mondo, di proprietà dello stato cinese. Abbiamo così che, almeno dal punto di vista della proprietà, nel settore strategico delle infrastrutture per il trasporto dell'energia elettrica e del gas, il governo di Pechino conta quasi quanto quello di Roma...

Ma torniamo ad Enel. Nel 1999 il governo D'Alema concretizzava, con l'apposito decreto Bersani, il progetto di liberalizzazione. Esso includeva i criteri per la cessione delle centrali, imponendo la soglia massima del 50% per ciascun produttore, operazione necessaria affinché il monopolista pubblico non si trasformasse in monopolista privato. I soldi di quelle vendite non vennero perciò reinvestiti in Italia, bensì all'estero, con acquisizioni in ogni parte del mondo. Oggi Enel è attiva in oltre 30 paesi di 4 continenti, con una presenza particolarmente significativa in Spagna ed in America Latina. Realizza più del 50% del suo fatturato all'estero, mentre l'occupazione in Italia è scesa dai 118mila dipendenti dei primi anni '90 ai poco più di 30mila di oggi. 

Ci sarebbe molto da dire sulle modalità del percorso di liberalizzazione-privatizzazione, ma qui dobbiamo stare all'essenziale. E l'essenziale è presto detto. Tutte le promesse che furono alla base di quella scelta sono state puntualmente smentite dai fatti dei successivi 18 anni.

Si disse allora che avremmo avuto un servizio più efficiente, mentre tutti gli utenti (pardon, clienti!) sanno che si è verificato esattamente il contrario. Si disse che avremmo avuto bollette più leggere, mentre le cose sono andate in maniera del tutto opposta. Si volle far credere che "privato" avrebbe significato "trasparenza", mentre invece è ormai assodato come la Borsa elettrica sia il luogo privilegiato di speculazioni miliardarie a danno delle famiglie italiane.

Vediamo con ordine questi tre aspetti.

In primo luogo il peggioramento del servizio, un aspetto particolarmente sentito nelle zone rurali e di montagna, quelle che maggiormente risentono degli eventi calamitosi, dal maltempo ai terremoti. Il caso di quanto avvenuto a gennaio nelle Marche ed in Abruzzo è di per se illuminante. Certo che ci si è trovati di fronte ad una nevicata "storica", per giunta abbinata ad un significativo evento sismico. Questo è vero, ma è altrettanto innegabile che gli incredibili ritardi nel ripristino del servizio siano stati legati a due precisi fattori, entrambi riconducibili alle logiche della privatizzazione: la drastica riduzione del personale, i tagli draconiani alle spese di manutenzione delle linee. 

Chi nega questo rapporto di causa-effetto o è disonesto al 100% o è del tutto fuori dalla realtà. La manutenzione delle linee (qui parliamo di quelle in media e bassa tensione gestite da Enel Distribuzione) è quella cosa che serve appunto a prevenire i guasti nelle condizioni più avverse, inutile lamentarsene solo dopo quando ormai è tardi per rimediare. Sull'insufficienza del numero degli addetti, poi, è inutile insistere, visto che quelli di oggi sono solo un quarto di quelli dell'Enel pubblica.

In secondo luogo le bollette, illeggibili e care. Se le bollette elettriche italiane sono tra le più care d'Europa, c'è un aspetto che grida semplicemente vendetta: la loro illeggibilità. Un fatto, evidentemente voluto, che consente di prosperare ai tanti operatori del "libero mercato", con le loro offerte (telefoniche e non) più che truffaldine. Già, il libero mercato! Come milioni di italiani hanno già avuto modo di sperimentare, le bollette liberalizzate sono sistematicamente più alte (minimo del 20%, ma si arriva a percentuali anche doppie) di quelle non ancora liberalizzate del Servizio di maggior tutela riservato ancora alle utenze domestiche ed alle piccole imprese, i cui prezzi sono fissati dall'Autorithy dell'energia. 

Quando, nel 2015, la liberalizzazione delle bollette elettriche, così come di quelle del gas, avrebbe dovuto essere estesa a tutti, il governo fu costretto a rinviarla di tre anni al giugno 2018. Ufficialmente si ammise che un aumento secco del 20% (una stima semmai da rivedere verso l'alto) sarebbe stata troppo violenta, ed avrebbe posto evidenti problemi di consenso. Ma come, non avevano detto che il libero mercato avrebbe portato a ridurre i prezzi? 

E invece, dopo lunghi anni di liberalizzazione tariffaria, e dopo quasi un ventennio di liberalizzazione della produzione e della vendita all'ingrosso, la conseguenza del libero mercato è un forte aumento dei prezzi! Adesso si cerca di traghettare gli utenti (oltre il 60% è ancora nel Servizio di maggior tutela, dove molti sono rientrati dopo aver sperimentato le delizie del mercato libero) al passaggio del 2018, attraverso il "pacchetto sconto" di Tutela simile. Una trovata pubblicitaria che, dopo quaranta giorni dal via, ha ottenuto poco più di mille (1.000) adesioni su oltre venti milioni di utenze interessate, segno che ormai ai vantaggi del libero mercato proprio non crede più nessuno!

In terzo luogo le speculazioni effettuate dai principali produttori grazie alla Borsa elettrica. Di questo vero e proprio furto si sono occupati diversi organi di stampa. Tra questi Il Fatto Quotidiano e Business Insider. Si calcola che nel solo 2016 queste speculazioni abbiano fruttato almeno un miliardo di euro, poi riversato ovviamente sulle bollette degli ignari consumatori.

Come avviene questa autentica truffa? Poiché l'energia elettrica non può essere immagazzinata, occorre che produzione e consumi siano costantemente bilanciati sulla rete nazionale. Finché l'Enel agiva come monopolista pubblico questo non aveva influenza alcuna sui prezzi. A quel tempo il problema era solo tecnico - quali centrali dovevano funzionare e con quale potenza nelle diverse ore della giornata. Adesso no, dato che la pluralità di soggetti impone un vero e proprio mercato dell'energia all'ingrosso, la cosiddetta Borsa elettrica

In questa borsa, il bilanciamento - che non è più solo di potenza elettrica ma di prezzi in euro -  avviene in due fasi: il "mercato del giorno prima", che serve a disegnare all'ingrosso la curva della produzione del giorno dopo; ed il "servizio di dispacciamento" che serve ad equilibrare domanda ed offerta in tempo reale. E' qui, in questa seconda fase, che scatta il trucco dei produttori. 

Leggiamo dall' articolo già citato
«Proprio sul mercato del dispacciamento, tra aprile e giugno del 2016 si sono registrati picchi anomali di costi, con prezzi medi di 70 euro/MWh, contro i 40 euro/MWh del Mercato del giorno prima. Ma le punte massime di speculazione hanno toccato anche i 600 Euro/MWh! Solo ad aprile, per capirci, i maggiori costi del dispacciamento hanno superato i 300 milioni. Come ciò sia stato possibile è facilmente spiegabile: la gran parte dei produttori e dei trader hanno modificato le loro strategie nel Mercato del giorno prima, in modo da potenziare il loro potere di mercato (e la loro redditività) su quello secondario. Inoltre, hanno individuato i momenti nei quali, statisticamente, il Mercato di “riserva” registrava i suoi picchi. E ne hanno approfittato. Parliamo di decine di operatori, grandi e piccoli, che si sono seduti a un banchetto durato almeno tre mesi e hanno mangiato per oltre un miliardo! Tutti costi scaricati sulle bollette degli utenti finali. Cioè, noi consumatori». 
Se i consumatori hanno pagato, chi sono invece gli speculatori che ci hanno guadagnato? Probabilmente un po' tutti i maggiori produttori, dato che in un settore come quello elettrico era inevitabile che al monopolista pubblico succedesse un ristretto oligopolio privato, formato da soggetti che possono mettersi d'accordo tra loro nel creare le condizioni su cui speculare, accordandosi poi anche sul prezzo del megawattora all'ingrosso. In ogni caso, riguardo alle vicende del 2016, l'Autorità per la Concorrenza (più nota come antitrust) ha aperto un procedimento nei confronti di Enel e Sorgenia. Nessuno pensi però che queste aziende rischino qualcosa di sostanziale. Al massimo una piccola multa, più probabilmente un inutile richiamo. Lorsignori lo sanno, ed i fatti del 2016 non sono certo stati un'eccezione, visto che simili speculazioni sono iniziate immediatamente dopo l'avvio della liberalizzazione e la relativa istituzione della Borsa elettrica

Conclusioni

Siamo partiti dalle modeste convulsioni dei modesti personaggi che calcano la scena politica attuale, per allargare il discorso sugli effetti delle privatizzazioni più importanti realizzate negli anni '90. Questo per farne comprendere la portata antisociale, ma anche il loro carattere prettamente speculativo. Credo che il caso del settore elettrico, sul quale sono stato costretto ad un minimo di discorso tecnico che può forse essere risultato pesante, sia assolutamente illuminante.

Ma enormi sono stati i guasti provocati un po' in tutti i settori interessati ai processi di privatizzazione-liberalizzazione. Si è già accennato al settore del gas, ai disastri compiuti con Telecom, ma potremmo continuare con Poste Italiane, dove il servizio è già peggiorato e rischia di peggiorare ancora se l'ultima tranche verrà davvero venduta dallo Stato. Un atto che, anche se non immediatamente, rischierebbe di mettere i risparmi di milioni di famiglie italiane nelle mani dei grandi fondi d'investimento stranieri con esiti facilmente immaginabili. Del resto, già con la vicenda dei fondi immobiliari, anche in Poste Italiane si sono visti da tempo gli effetti del dominio della finanza speculativa.

Che dire poi dei trasporti? Tutti sanno quel che ha significato per i pendolari la trasformazione in Spa di FS. Ma, sempre in questo settore - e senza dimenticarsi i disastri del Trasporto pubblico locale e dei costi autostradali -, come non ricordare l'emblematico caso di Alitalia?

Proprio ieri i lavoratori del trasporto aereo erano in sciopero. A fronte di un aumento costante del traffico aereo, negli ultimi 10 anni sono stati 22mila i licenziamenti nel comparto aereo-aeroportuale. Di questi oltre 12mila solo in Alitalia. Ma nonostante questi tagli, ovviamente presentati come il prezzo da pagare ai "salvatori privati" per ottenere il risanamento della società, l'ex compagnia di bandiera è ad un passo dal terzo fallimento in nove anni. E le perdite registrate dalle varie gestioni private, che si sono succedute in questo periodo, sono superiori a quelle della vecchia compagnia di Stato.

Un disastro che dovrebbe insegnare qualcosa. «E’ ora che il Governo decida di rilanciare il comparto, rimettendo in discussione le privatizzazioni», ha scritto in maniera più che opportuna la Cub Trasporti.

Bene, è davvero ora che si cominci a parlare seriamente del nuovo piano di nazionalizzazioni necessario al Paese. Necessario non solo per difendere lavoratori e consumatori, ma per porre le basi di un rilancio economico effettivo. Ovvio che lo si potrà fare solo uscendo dall'euro e riacquisendo la sovranità monetaria. Altrettanto ovvio che sarà questo uno dei terreni decisivi di una ricostruzione economica che ha nell'uscita dalla moneta unica solo la prima indispensabile premessa.


NOTE

* Alla riunione sul Britannia parteciparono, insieme ad un bel po' di pescecani della finanza internazionale, diversi big del mondo bancario e di quello imprenditoriale del nostro Paese. Naturalmente non fu l'unico luogo dove si discussero i termini delle privatizzazioni italiane. Di certo però - la tempistica è lì a dimostrarlo - fu quello che dette il via a quell'enorme processo di svendita: negli anni novanta l'Italia ebbe infatti il poco invidiabile record mondiale delle privatizzazioni

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giovedì 23 febbraio 2017

ESSI SONO LA BARRICATA di Franz Altomare

[ 23 febbraio ]

«CHI NON STA DA UNA PARTE O DALL'ALTRA DELLA BARRICATA,
È LA BARRICATA».
Vladimir Lenin

Se la lotta di classe ai tempi dell'ideologia neoliberale vede da un lato la necessaria identificazione del blocco sociale e delle nuove categorie in esso incluse e dall'altro la contrapposizione tra OLIGARCHIE GLOBALISTE contro SOVRANITÀ POPOLARI nelle democrazie nazionali, la barricata è costituita ancora una volta dai riformisti, o falsi riformisti.


Coloro che pretendono di riformare l'Europa attraverso una impossibile modifica dei Trattati, mentono e non possono essere liquidati semplicemente come opportunisti o incompetenti dal vago sapore utopico.

Essi sono LA BARRICATA.

I riformisti sono il peggior nemico oggi dei ceti popolari europei, poiché di fatto mirano a congelare la dialettica indispensabile per distinguere i campi e prendere parte.

Noi siamo di parte!

Noi siamo i nuovi partigiani.

E per sfondare nel campo avversario dobbiamo abbattere la barricata.

Parole dure, capisco.

Parole coerenti con la gravità del conflitto in corso e con la sofferenza diffusa tra coloro che stanno pagando un prezzo altissimo in questa odiosa tirannia mascherata da democrazia.

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LE QUATTRO IDEUZZE DELLA SINISTRA “GLOBALISTA” di Carlo Formenti

[ 23 febbraio ]

Correva l’anno 1981 quando il manifesto recensì il mio primo libro (“Fine del valore d’uso”). Era una stroncatura che non ne impedì il successo e, alla lunga, risultò più imbarazzante per il quotidiano che per l’autore. Quel breve saggio, uscito nella collana Opuscoli marxisti di Feltrinelli, analizzava infatti gli effetti delle tecnologie informatiche sull’organizzazione capitalistica del lavoro e, fra le altre cose, prevedeva —cogliendo con notevole anticipo alcune tendenze di fondo— che la nuova rivoluzione industriale avrebbe drasticamente ridotto il peso delle tute blu nei Paesi occidentali, favorendo i processi di terziarizzazione del lavoro, e avrebbe consentito un massiccio decentramento della produzione industriale nei Paesi del Terzo mondo. Il recensore (di cui non ricordo il nome) liquidò queste tesi come una ridicola profezia sulla fine della classe operaia. Sappiamo com’è andata a finire…
Si trattò di un incidente di percorso irrilevante rispetto al ruolo che il Manifesto svolgeva a quei tempi, ospitando un confronto alto fra le migliori intelligenze della sinistra italiana (e non solo). Oggi la sua capacità di assolvere a questo compito si è decisamente appannata, eppure una caduta di livello come quella della “recensione” che Marco Bascetta ha dedicato al mio ultimo lavoro (“La variante populista”, DeriveApprodi) fa ugualmente un certo effetto. Ho messo fra virgolette la parola recensione, perché —più che di questo— si tratta di una tirata ideologica contro i populismi —etichettati come protofascisti—  che incarna il punto di vista d’una sinistra “globalista” schierata al fianco del liberismo “progressista” contro questo nemico comune.
Ma torniamo al libro: anche in questo caso l’intenzione è stroncatoria, ma la disarmante superficialità con cui ne vengono criticate le tesi stride con il notevole spazio dedicato all’impresa: una pagina intera per liquidare un saggio che viene definito confuso, contraddittorio e pretenziosamente ambizioso!? Non sarebbe bastato un colonnino o, meglio ancora, non era semplicemente il caso di ignorarlo? Evidentemente, c’è chi giudica le mie idee pericolose al punto da giustificare tanto impegno, peccato che il “killer” non si sia dimostrato all’altezza del compito, limitandosi a stiracchiare quattro ideuzze che avrebbero potuto stare comodamente in venti righe. Mi sono chiesto se valesse la pena di spendere energie per replicare visto che, da quando è uscito il libro, ho ricevuto tali e tanti attacchi —e insulti— che ormai mi rimbalzano. Alla fine ho deciso di farlo, perché ritengo che le quattro ideuzze di cui sopra incarnino una visione che merita di essere duramente contrastata.

Prima ideuzza: Formenti è cattivo, insiste nell’adottare quello stile corrosivo della polemica politica che è sempre stato —da Marx in avanti— tipico di una certa sinistra anticapitalista, ma questa modalità reattiva (tornerò fra poco sul senso di tale aggettivo) “col passare del tempo” (stiamo parlando di mode letterarie?) ha finito per “prendere di aceto”. Analoga accusa mi era stata rivolta tre anni fa da Bifo, a proposito di un precedente lavoro (Utopie letali): Formenti è “antipatico”, fa le pulci a tutti e così via. È una critica che esprime bene la visione di quei seguaci della “svolta linguistica” che rifiutano a priori la possibilità/necessità di difendere la “verità” di un punto di vista di parte (di classe, politico, culturale): per costoro il conflitto non è mai ontologico, oppone solo opinioni, punti di vista soggettivi, “narrazioni” che non competono per il potere ma per “informare” di sé il mondo (è la concezione “debole” dell’egemonia gramsciana, tipica dei cultural studies angloamericani).  
Seconda ideuzza: a questa modalità reattiva del discorso, corrisponde una pratica politica fondata sul rancore e sul risentimento che “sono il contrario esatto di ogni attitudine costituente”. Purtroppo Bascetta non ci illumina su quale dovrebbe essere questa “attitudine costituente”, in compenso ci fa capire: 1) che l’odio di classe e il rancore per i torti subiti sono incompatibili con qualsiasi progetto di trasformazione sociale; 2) che chi crede perfino di poter indicare i colpevoli dei torti in questione è destinato a finire nelle braccia dei demagoghi fascisti. Questo doppio passaggio è denso di significati impliciti: sul piano filosofico, implica l’abbandono della prospettiva marxista in favore di quella nietzschiana (da cui le pippe contro il risentimento e la natura reattiva dell’odio sociale), sul piano politico implica la negazione dell’esistenza stessa di un nemico di classe (effetto di un foucaultismo sui generis che neutralizza il conflitto fra soggettività antagoniste, sostituendolo con un percorso di autonomizzazione/autovalorizzazione).     
Terza ideuzzaperché la visione antagonista del conflitto sarebbe destinata a portare acqua al mulino dei fascisti? Perché chi ne è sedotto è portato ad affidare il proprio riscatto alla figura di un redentore, a un capo carismatico. Ergo, il populismo è un incubatore del fascismo. Nei giorni precedenti il Manifesto aveva pubblicato un interessante dossier su Podemos, seguito da un bell’articolo di Loris Caruso sul congresso di Vistalegre; invece nell’articolo di Bascetta non vengono fatte sostanziali distinzioni fra populismi di destra e di sinistra, al punto che, anche se ciò non viene esplicitamente detto, il lettore potrebbe dedurne che Trump e Sanders, Marine Le Pen e Podemos, Alba Dorata e M5S vanno considerati tutti sullo stesso piano, a prescindere dalle loro differenze (ivi compreso il ruolo diverso giocato dai rispettivi leader). Del resto, Bascetta si guarda bene dal discutere la mia analisi critica delle teorie sul populismo di Laclau e Mouffe, nonché il mio tentativo di reinterpretarle alla luce sia delle categorie gramsciane di egemonia, blocco sociale, guerra di posizione, ecc. sia delle esperienze pratiche della rivoluzione boliviana, di Podemos, e della campagna presidenziale di Sanders.
Insomma: i rancorosi e gli odiatori, quelli che oppongono alto e basso, popolo ed élite, che cercano a tutti costi il nemico (che se la prendono con le banche, con le multinazionali e con le caste politiche che ne gestiscono gli interessi), quelli che vogliono ricostruire comunità riunificando le disiecta membra di un corpo sociale fatto a pezzi dalla ristrutturazione e dalla finanziarizzazione capitalistiche, invece di godersi la libertà individuale e i diritti civili che la civiltà ordoliberista ci regala (o meglio, regala a un’esigua minoranza di “cognitari” e ai suoi intellettuali organici) non sono altro che una massa indifferenziata di bruti, un popolo bue (“demente” lo ha definito Bifo, riferendosi agli operai e alla classe media impoverita che ha votato Trump in America e Brexit in Inghilterra) pronto a militare sotto le insegne del “nazional operaismo” (altra definizione coniata da Bifo). 

A questo punto manca solo di prendere in esame la quarta e ultima ideuzza, quella relativa all’apologia del globalismo contro le mie tesi sul conflitto fra flussi e luoghi. Ma prima ritengo utile riprendere alcune recenti riflessioni di Nancy Fraser sulle responsabilità delle sinistre “sex and the city”.
Anche se differiscono per ideologia e obiettivi, scrive la Fraser riferendosi alle elezioni americane e alla Brexit, «questi ammutinamenti elettorali condividono un bersaglio comune: sono tutti dei rifiuti della globalizzazione delle multinazionali, del neoliberismo e delle istituzioni politiche che li hanno promossi». Ma la vittoria di Trump, aggiunge, «non è solo una rivolta contro la finanza globale. Ciò che i suoi elettori hanno respinto non era il neoliberismo tout court, ma il neoliberismo progressista».  Ed ecco la definizione che dà di questo termine: «Il neoliberismo progressista è un’alleanza tra correnti mainstream dei nuovi movimenti sociali (femminismo, anti-razzismo, multiculturalismo, e diritti LGBTQ), da un lato, e settori di business di fascia alta “simbolica” e basati sui servizi (Wall Street, Silicon Valley, e Hollywood), dall’altro». Attraverso questa alleanza, scrive ancora facendo eco alle tesi di Boltanski e Chiapello (“Il nuovo spirito del capitalismo”, Mimesis) , le prime prestano involontariamente il loro carisma ai secondi: «Ideali come la diversità e la responsabilizzazione, che potrebbero in linea di principio servire scopi diversi, ora danno lustro a politiche che hanno devastato la produzione e quelle che un tempo erano le vite della classe media».
In questo modo l’assalto alla sicurezza sociale è stato nobilitato da una patina di significato emancipatorio e, mentre le classi subordinate sprofondavano nella miseria, il mondo brulicava di discorsi su “diversità”, “empowerment,” e “non-discriminazione.” L’”emancipazione” è stata identificata con l’ascesa di una élite di donne, minoranze e omosessuali “di talento” (la “classe creativa” celebrata da Richard Florida e dagli altri cantori della rivoluzione digitale) nella gerarchia dei vincenti. «Queste interpretazioni liberal-individualiste del “progresso” gradualmente hanno sostituito le interpretazioni dell’emancipazione più espansive, anti-gerarchiche, egualitarie, sensibili alla classe, anti-capitaliste che erano fiorite negli anni ’60 e ’70».
Ma nemmeno dopo che il Partito Democratico ha scippato la candidatura a Sanders, spianando la strada alla vittoria di Trump, questa sinistra ha aperto gli occhi: continua a cullarsi nel mito secondo cui avrebbe perso a causa di un “branco di miserabili” (razzisti, misogini, islamofobi e omofobi) aiutati da Vladimir Putin (sulle differenti interpretazioni delle cause della vittoria di Trump, vedi il corposo dossiercurato da Infoaut. Nancy Fraser li invita invece a riconoscere la propria parte di colpa, che è consistita «nel sacrificare la causa della tutela sociale, del benessere materiale, e della dignità della classe lavoratrice a false interpretazioni dell’emancipazione in termini di meritocrazia, diversità, e empowerment».  
Invito inutile: Bascetta e soci sono ben lontani dal recitare un simile mea culpa. Se lo facessero, dovrebbero accettare l’invito di Nancy Fraser a riconoscersi nella campagna contro la globalizzazione capitalista lanciata dal populista/socialista Sanders. Vade retro! Per costoro i discorsi sulla necessità che popoli e territori lottino per riconquistare autonomia e sovranità praticando il “delinking” (ricordate Samir Amin: anche lui fascista?) dal mercato globale, sono eresie “rossobruniste”. Questo perché sono incapaci di distinguere fra mondializzazione dei mercati (che è una caratteristica immanente del capitalismo fin dalle sue origini) e globalizzazione, che è la narrazione legittimante (curioso errore per chi vede solo narrazioni…) su cui si fonda l’egemonia ordoliberista; per cui non riescono nemmeno a vedere la crisi della globalizzazione  —della quale il vicepresidente boliviano Alvaro G. Linera invita a prendere atto in un suo recente articolo mentre Toni Negri ne ha negato l’evidenza in una penosa intervista televisiva. Una cecità che arriva al punto di paragonare (vedi l’ultima parte del pezzo di Bascetta) l’apprezzamento di Sanders nei confronti del ripudio dei trattati internazionali TTIP e TTP da parte di Trump, e quello di Corbyn nei confronti della Brexit, al voto dei crediti di guerra da parte dei partiti socialisti della Prima Internazionale (sic!).   
Che altro aggiungere? Mi aspetto a momenti la loro adesione al manifesto con cui Zuckerberg si candida a leader dell’opposizione liberal a Trump e a punto di riferimento del globalismo dal volto umano (a presidente dell’umanità ha ironizzato qualcuno). Un Impero del Bene hi tech e ordoliberista che non mancherà di piacere alle élite cognitarie. Viste le premesse, potremmo perfino vederli inneggiare all’annunciato ritorno di Tony Blair, che minaccia di sfidare Corbyn per rianimare il New Labour e, perché no, aderire alla campagna promossa da media mainstream, caste politiche ed élite finanziarie contro le fake news veicolate dalla Rete infiltrata dai populisti. Così il politically correct assurgerà definitivamente a neolingua e quelli che, come il sottoscritto, spargono l’aceto della polemica, verranno finalmente messi a tacere.   


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