giovedì 18 ottobre 2018

TSIPRAS: DOPO LA CAPITOLAZIONE LA REPRESSIONE di Stathis Kouvélakis e Costas Lapavitsas

[ 19 ottobre 2018 ]

Grecia. Il 2 ottobre scorso davamo notizia della gravi accuse mosse dal governo Tsipras contro il compagno Lafazanis (segretario di Unità Popolare, il movimento sorto dalla separazione da SYRIZA dopo la capitolazione alla troika del luglio 2015) Lafazanis rischia di andare in galera per aver partecipato al blocco dei pignoramenti delle case. Con Lafazanis rischiano di finire in prigione molti cittadini che si oppongono alla vendita all'asta delle loro abitazione e decine di altri militanti della sinistra popolare.
Stathis Kouvélakis e Costas Lapavitsas denunciano la repressione e spiegano quanto drammatica sia la situazione in Grecia

*  *  *

Alcuni nella sinistra europea continuano a ritenere che la situazione greca sia in via di miglioramento e che il governo Syriza resti una forza di governo che protegge i diritti dei lavoratori e degli strati più deboli, in condizioni molto difficili. Tra loro, Inigo Errejon, uno dei principali dirigenti di Podemos, che ha dichiarato in una recente intervista che “tenuto conto dei vincoli, il bilancio [di Tsipras] è piuttosto soddisfacente”. Per coloro che condividono questo punto di vista, lo sbocco che prenderanno gli eventi, sarà una brutta sorpresa.

La realtà è che, dopo la loro capitolazione alla troika, a luglio del 2015, dei creditori della Grecia (UE, BCE, FMI), Tsipras ed il suo governo, hanno applicato in modo inflessibile le stesse politiche neoliberali di tutti i governi greci che si sono susseguiti dal 2010, data del primo memorandum firmato dalla Grecia. Il governo Tsipras ha anche provveduto a tagliare drasticamente la spesa pubblica, ha portato avanti la deregolamentazione ed ha provveduto a incrementare, come mai in precedenza, l’ondata di privatizzazioni. I salari stagnano al livello raggiunto dopo anni di caduta brutale (-30% in media), le pensioni e gli aiuti sociali sono stati ulteriormente tagliati. Gli investimenti pubblici e privati sono crollati, mentre le imposte dirette ed indirette hanno raggiunto livelli senza precedenti che colpiscono soprattutto i redditi medio-bassi.

La sola differenza con i predecessori è che Tsipras ed il suo partito sono stati eletti a gennaio del 2015 precisamente allo scopo di fermare queste politiche. La loro virata, nell’estate del 2015, solo poco tempo dopo che il 61% degli elettori avevano rigettato il piano di austerità, è stata uno shock per la Grecia. Nel corso dei successivi tre anni, il cinismo di Syriza ha condotto ad una profonda demoralizzazione che ha impregnato tutti i campi della vita pubblica. La passività e lo sconforto sono i due fattori principali che hanno permesso l’applicazione di nuove misure d’austerità senza incontrare forti resistenze.
Stathis Kouvélakis


Tsipras ha così reso un buon servizio alla Troika che gli è valso i complimenti di Moscovici, Junker e compagnia. Ma l’attuazione di tali politiche, che schiacciano la maggioranza della popolazione, è impossibile senza far ricorso alla repressione. I tagli ai servizi pubblici, l’abbassamento delle pensioni e della spesa sociale, l’aumento delle tasse non possono essere portate avanti senza minacciare le opposizioni e chiunque rifiuti di sottomettersi allo stato di cose. L’esperienza dell’Europa occidentale, degli Stati Uniti e di altri paesi, nel corso degli ultimi quattro decenni, lo conferma ampliamente.

Dal 2010 al 2015, quando i governi del PASOK e della destra hanno messo in atto i piani d’austerità, la Grecia ha conosciuto una serie di misure repressive. Lentamente e, certamente, in modo inesorabile, il governo Tsipras si è incamminato sulla stessa strada. Ciò che ha accelerato questa evoluzione rimanda alle difficoltà che hanno incontrato le banche greche.

Mentre qualche tempo fa lo slogan scandito da Syriza era “nessuna casa alle banche”, ora è proprio Syriza che reprime chi cerca di impedire che la propria casa sia messa all’asta.

STRINGENDO I BULLONI

Per comprendere l’importanza della crescente lotta politica contro questo fenomeno, bisogna considerare la situazione critica delle banche e le ripercussioni sul governo e sulla società greca. Perché è proprio per evitare un nuovo ciclo di destabilizzazione delle banche che il governo ha fatto ricorso a metodi sempre più repressivi.

In seguito alla crisi del 2010, il settore bancario è passato nelle mani di quattro banche che controllano più del 90% dei depositi e dei patrimoni. Per evitare il fallimento e premunirsi contro un’eventuale nazionalizzazione, sono diventate le più strenue sostenitrici delle politiche d’austerità. Hanno utilizzato il proprio enorme potere economico e sociale per far leva sui governi, compreso quello di Syriza, per conformarsi alle esigenze della Troika.

Dopo il 2010, sono state avviate importati ricapitalizzazioni, l’ultima delle quali sotto il governo Syriza. Il costo totale ha superato i 45 miliardi di euro. E’ stato interamente finanziato da prestiti pubblici rimborsati dai contribuenti greci.

Malgrado questo mostruoso fardello imposto alla popolazione, le banche greche detengono il record di crediti inesigibili ed hanno, di fatto, smesso di sostenere la crescita economica. Questi così detti debiti comprendono i prestiti non performanti (Non Performing Loan - NPL) che registrano un ritardo di rimborso di più di 90 giorni ma anche dei fondi non performanti (NPE) una categoria più ampia che include quei prestiti che si stimano non interamente rimborsabili, anche quando non sia stato registrato alcun ritardo formale. La riduzione dell’esposizione delle banche greche agli NPE ed agli NPL è, da anni, la priorità assoluta per la BCE.

Dal 2016, il governo Tsipras ha obbedito docilmente a queste ingiunzioni tramite un’ondata di pignoramenti di proprietà, comprese le prime case, ed ad una vendita a dei fondi avvoltoio di pacchetti di debiti inesigibili a prezzi stracciati. La vendita all’asta degli immobili è a questo riguardo strategica. L’incapacità delle banche di risolvere questo problema, non ha nulla di sorprendente, viene direttamente dal dispositivo messo in atto da Tsipras. Riassumendo, le banche greche devono progressivamente risanare i loro bilanci dal peso dei crediti inesigibili tramite le vendite all’asta e di pratiche più rigorose di recupero crediti. Questo processo durerà molti anni. Allo stesso tempo, le banche dovrebbero sostenere l’economia ed erogare nuovi prestiti. Questa limitazione drastica del credito ha, di fatto, compromesso la ripresa. Si tratta di un esempio perfetto del piano di salvataggio attuato da Syriza.
Costas Lapavitsas


L’incapacità delle banche greche di ridurre il peso dei debiti inesigibili ha portato al crollo delle loro azioni alla borsa di Atene agli inizi dell’estate del 2018 e che si è accelerato negli ultimi mesi. In realtà, la totalità del settore bancario è stato totalmente svalutato dopo la firma del piano di salvataggio di Tsipras. Circolano voci su un’altra ricapitalizzazione o di forme di copertura dei crediti da parte dello stato. Se una tale prospettiva si concretizzasse, sarebbe un disastro completo per il governo che dovrà affrontare diverse scadenze elettorali nel 2019. L’accelerazione del programma di liquidazione dei debiti inesigibili è così diventata una delle priorità della Troika e dei suoi fedeli servitori all’interno di questo governo. Poiché il problema sembra essere più acuto per i crediti immobiliari ed il credito al consumo, sono stati fissati degli obiettivi molto ambiziosi e certamente irrealizzabili, in materia di pignoramenti e vendite all’asta: dagli 8mila ai 10mila alloggi nel 2018 che diventeranno 50mila nel 2019.

INDIRIZZANDO LE AZIONI DI PROTESTA 
Dalla capitolazione dell'estate 2015, la questione dei sequestri e delle aste è diventata una delle questioni più difficili per Tsipras e il suo partito. L'accelerazione del processo sotto la pressione delle banche e della Troika ha portato a un grande scontro tra il governo e un dinamico movimento che si oppone ai pignoramenti e alle vendite all'asta. Questo movimento ha guadagnato slancio dopo il rilancio delle aste nell'autunno del 2016. La continua mobilitazione di determinati gruppi militanti nelle aule giudiziarie è riuscita ad annullare centinaia di vendite e che in modo significativo ha rallentato tutte le procedure. Questo è probabilmente uno dei motivi per cui le banche non hanno raggiunto i loro obiettivi.

La reazione del governo, obbedendo alle istruzioni della Troika, è stata quella di trasferire dall'estate del 2017 la procedura d'asta su una piattaforma elettronica, attivata dai notai all'interno dei propri uffici, piuttosto che svolgere le vendite nei tribunali. Ciò ha certamente reso le azioni di protesta più difficili da organizzare. Inoltre, la nuova legislazione, approvata a dicembre 2017, ha creato un reato specifico che prevede la reclusione da tre a sei mesi per coloro che tentano di ostacolare il processo di asta. Tuttavia, le azioni continuarono, sebbene la loro dimensione sia stata frenata, impedendo molte aste e rendendo i notai meno inclini a svolgere il loro servizio.

Durante questo periodo si sono moltiplicati gli scontri con la polizia di fronte agli uffici dei notai. Gli attivisti filmati e identificati durante le azioni sono stati sistematicamente incriminati. Dall'inizio dell'anno, decine di attivisti in tutto il paese affrontano azioni legali. Tra questi ci sono Elias Milios, consigliere di Ambelokipi-Menemeni, nella regione di Salonicco, e attivista di Antarsya, coalizione di organizzazioni di estrema sinistra. Nella piccola città di Volos, non meno di 20 militanti sono sotto aaccusa, come lo sono altri 15 a Argos e Nafplion. Un processo a tre attivisti anti-sequestro è iniziato ad Atene il 21 settembre.

Il persecuzione degli attivisti anti-sequestro è solo l'esempio più evidente delle pratiche autoritarie del governo di Tsipras. La repressione ha colpito anche gli attivisti mobilitati contro il progetto di miniera a cielo aperto del gigante canadese Eldorado Gold a Skouries, nel nord della Grecia. Più in generale, il governo ha usato la forza per reprimere le dimostrazioni contro le sue politiche, specialmente quando sembra probabile che si espandano. L'uso della polizia antisommossa contro i pensionati è solo l'esempio più eclatante. Una tendenza fondamentale ha iniziato ad emergere: per far fronte alle reazioni alle sue politiche, il governo fa affidamento sui meccanismi repressivi dello "stato profondo".

IL PROCESSO CONTRO LAFAZANIS
Panagiotis lafazanis

Un limite simbolico in questa escalation repressiva è stato raggiunto il 26 settembre, quando Panagiotis Lafazanis, una figura rispettata della sinistra radicale, ha ricevuto un mandato di comparizione per affrontare le spese per la sua partecipazione alle proteste settimanali contro i pignoramenti e le vendite asta. Lafazanis era il ministro dell'energia nel primo governo di Syriza (da gennaio a luglio 2015) e il prestanome della "Piattaforma di sinistra", che all'epoca includeva la maggior parte dell'ala sinistra di Syriza. Ora è Segretario Nazionale di Unità Popolare, un fronte politico creato nell'estate 2015, principalmente dalle forze della Piattaforma Sinistra, che hanno lasciato Syriza e sono state raggiunte da altre organizzazioni della sinistra radicale.

Questa è la prima volta dalla caduta della dittatura (1974) — durante la quale Lafazanis è stato perseguitato per le sue attività clandestine all'interno del movimento studentesco e dell'organizzazione giovanile del Partito comunista — che un leader di un partito di sinistra è punito per la sua attività politica. Le accuse a suo carico riguardano presunte infrazioni a non meno 15 articoli del codice penale, punibili con pene detentive fino a due anni. Se condannato per tutte le accuse, la condanna potrebbe essere fino a nove anni.

Ciò che è anche notevole è che la procedura non proviene dal pubblico ministero, ma dal "Dipartimento per la protezione dello stato e del regime democratico", una branca speciale dei servizi di sicurezza che dovrebbe indagare sulle attività connesse al terrorismo e minacciare la democrazia. Questo dipartimento è stato creato nel 2000 dai governi "modernisti" del PASOK, mentre la Grecia si stava preparando ad aderire all'Unione Monetaria. È stato riorganizzato nel 2011, in seguito all'attuazione dei piani di austerità, e trasformato in un servizio di monitoraggio delle azioni di protesta. La legislazione approvata a febbraio sotto la guida del governo Syriza ha ulteriormente ampliato la sua gamma di attività. Va notato che dalla sua creazione, il dipartimento non ha sviluppato alcuna attività contro i neo-nazisti di Golden Dawn, né alcuna altra organizzazione di estrema destra o terrorista.

Lafazanis non è l'unico attivista ad essere preso di mira dai servizi di sicurezza. Altri quattro attivisti, tra cui un membro di Unità Popolare e due personaggi noti nella rete "I do not pay", Leonidas ed Elias Papadopoulos, sono stati convocati per rispondere a una lunga lista di accuse. La natura dei documenti inclusi nel suo dossier ha permesso di evidenziare il fatto che Lafazanis era stato tenuto sotto sorveglianza per mesi da una squadra di poliziotti travestiti da giornalisti che riprendevano le azioni davanti agli uffici dei notai. Questo materiale è stato integrato da foto e video che i servizi di sicurezza hanno chiesto ai canali televisivi. I post di Facebook sono stati quindi utilizzati anche per identificare questi attivisti durante varie azioni di protesta.

QUALI CONSEGUENZE?

L'ondata di cause legali, in particolare quella contro Lafazanis, ha costretto i media greci a parlare di repressione. Ha anche provocato alcune reazioni nei circoli politici, compresa una domanda in parlamento indirizzata al Ministro della giustizia da 43 deputati di Syriza. Tuttavia, la posizione ufficiale del governo è che questo problema è interamente di competenza della magistratura e della polizia e non di sua competenza.

Tuttavia, l'iniziativa per l'azione penale non è stata presa dai tribunali, ma da un servizio appartenente allo "Stato profondo", vale a dire il "Dipartimento per la protezione e il regime dello Stato democratico". Questo dipartimento è sotto l'autorità del Ministro dell'ordine pubblico. C'è quindi coinvolgimento e complicità da parte del governo, che fa riferimento alle misure previste nel Terzo Memorandum firmato a luglio 2015 e all'attuale crisi delle banche greche.

L'attuazione di piani di austerità e delle politiche neoliberali richiede repressione e il governo di Syriza non fa eccezione a questa regola. La democrazia in Grecia è già a pezzi e la situazione probabilmente peggiorerà nei prossimi mesi. Nella corsa alle elezioni, i problemi delle banche occuperanno senza dubbio un posto centrale. Il disastro economico e sociale causato dalla capitolazione di Tsipras è diventato evidente in ampi segmenti dell'elettorato e il disgusto si sta diffondendo tra la popolazione. Un governo che ha già venduto la sua anima per essere l'esecutore della Troika non esiterà ad inasprire la repressione contro tutti coloro che si oppongono alla sua politica. La solidarietà internazionale è essenziale per porre fine a questo preoccupante sviluppo della situazione in Grecia. È una questione di difesa della democrazia.

* Traduzione a cura della redazione
** Fonte: Jacobin



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DIECI RAGIONI CONTRO IL COSMOPOLITISMO di Moreno Pasquinelli

[ 4 agosto 2018 ]




Dobbiamo occuparci di Carlo Rovelli, fisico teorico e blasonato divulgatore scientifico — in gioventù, come molti, militante d'estrema sinistra. [1] Ma non è di filosofia della scienza che vogliamo parlare bensì di filosofia della storia, quindi politica. Parliamo di un articolo pubblicato per l'inglese The guardian, e che il CORRIERE DELLA SERA ha pubblicato il 31 luglio scorso dandogli un grande risalto. Il titolo è programmatico e apodittico: L'UNICA NAZIONE È L'UMANITÀ. Un trattatello in
 quattro teoremi nel quale egli ricapitola in modo esemplare la visione cosmopolitica dell'ultima borghesia. 




Primo teorema 
«Politiche nazionaliste o sovraniste stanno dilagando nel mondo, aumentando tensioni, seminando conflitti, minacciando tutti e ciascuno di noi. Il mio Paese è appena ricaduto preda di questa insensatezza». 
In poche righe tre proposizioni. 

(1) La prima proposizione è che l'Europa avrebbe conosciuto un cinquantennio di pace grazie al processo che è sfociato nella nascita dell'Unione europea. In verità l'assenza di conflitti — il nostro non prende nemmeno in considerazione quelli sociali e di classe — è stata dovuta all'equilibrio del terrore tra le due superpotenze (USA e URSS), e quindi al fatto che l'Europa occidentale è stata incapsulata nella NATO (che è la piattaforma su cui è nata la Comunità europea prima e la Ue poi). Ed infatti, non appena crollata l'URSS e dissoltosi il Patto di Varsavia, la pace è andata a farsi benedire. Ricordiamo la guerra che ha squartato la federazione di Iugoslavia coi suoi 250 mila morti, mezzo milione di feriti e centinaia di migliaia di sfollati — con l'Occidente che dopo aver fomentato i nazionalismi balcanici giunse nel 1999 a scatenare un attacco su grande scala.ì contro Belgrado.


(2) La seconda proposizione suppone che prima della rinascita dei sovranismi il mondo vivesse in pace e armonia. Bugia grandissima! Il quarantennio della globalizzazione neoliberista, con i suoi meccanismi predatori (per non parlare di svariate sciagure sociali) ha scatenato guerre in ogni dove, portandosi appresso una sterminata scia di sangue che ha riguardato tutti i continenti. Si chieda agli iracheni cosa pensino dell'esportazione della democrazia a stelle e strisce: 650mila morti, il doppio tra feriti e mutilati, milioni si sfollati. E l'elenco sarebbe lungo, fino all'inenarrabile macello in corso in Siria, anche questo alimentato da quel "faro di civiltà" che è l'Occidente. Solo "Effetti collaterali" della luminosa globalizzazione? E' vero invece quanto affermato dal Papa con efficace rappresentazione: il periodo che ci lasciamo alle spalle è stata null'altro che “Una terza guerra combattuta a pezzi”. 

(3) E veniamo dunque alla terza proposizione. Si tratta di un vero e proprio marchio di fabbrica della narrazione dell'élite globalista (e delle sue appendici sinistroidi) quella per gli stati-nazione per loro natura portano a conflitti armati tra i popoli, con l'addendum che le due guerre mondiali sarebbero il risultato della divisione in stati nazionali. Tesi ridicola quanto ingannevole l'addendum. Che forse prima che gli stati-nazione si affacciassero al proscenio della storia l'umanità non conosceva guerre? ce ne sono invece sempre state, solo che eran guerre tra imperi, tra città-stato, giù giù fino a quelle tribali e claniche. Rovelli, siccome faceva il rivoluzionario, dovrebbe poi avere contezza della categoria di IMPERIALISMO il quale, essendo per sua natura sistema predatorio e guerrafondaio, è prima e vera causa dei conflitti. Le due grandi guerre sono state conflitti tra imperialismi smaniosi di spartirsi il bottino mondiale, ed i nazionalismi erano solo maschere. Se volessimo infine andare alla radice sarebbe facile giungere alla conclusione che in regime capitalistico la pace, il mondo, non la conoscerà mai. 

Secondo teorema
«L'identità nazionale è falsa, è solo uno strato sottile, uno tra tanti altri, assai più importanti. L’identità nazionale è un veleno, mentre noi siamo una combinazione di strati, incroci, in una rete di scambi che tesse l’umanità intera nella sua multiforme e mutevole cultura. Ognuno di noi è un crocevia di identità molteplici e stratificate. Mettere la nazione in primo luogo significa tradire tutte le altre. Non è il potere che si costruisce attorno a identità nazionali; è viceversa: le identità nazionali sono create dalle strutture di potere. Sono narrazioni create consapevolmente per generare un senso di appartenenza a famiglie fittizie, chiamate nazioni. Le identità nazionali non sono altro che teatro politico».
Anche qui abbiamo tre proposizioni.

(4) La prima proposizione consiste in un vero e proprio imbroglio ideologico, per cui tutti i nazionalismi sarebbero maligni, mettendo nello stesso sacco il nazionalismo di un popolo oppresso e quello di un popolo oppressore, i patriottismi di matrice democratica e universalistica coi nazionalismi sciovinisti. Che ogni popolo sia "una combinazione di strati, incroci" ecc, è un'ovvietà. Ma questo che c'entra? Smentisce solo l'idea razzista della nazione e/o la sua versione tedesca di völkisch, della nazione fondata sull'idea della "purezza etnica". Accanto e contro questa concezione, c'è quella democratica della nazione, fondata sul demos includente e non sull'etnos escludente. La concezione propria dei padri nobili e dei martiri del Risorgimento italiano, che con le armi in pugno combatterono per unificare il Paese liberandolo del giogo straniero. Se andasse fino in fondo signor Rovelli dovrebbe condannare, col Risorgimento, tutte le guerre di liberazione dei popoli oppressi per diventare nazioni in quanto fenomeni separatisti "dell'unica famiglia umana", in quanto conflittivi e "velenosamente" identitari. Qualcuno potrà pensare che qui riecheggia il pacifismo irenico di Immanuel Kant, in verità è il suo sporco delle unghie, dato che Kant non si sarebbe sognato di sostenere che "l'identità nazionale è falsa", che sarebbe "solo uno strato sottile, uno tra tanti altri, assai più importanti" — che se poi quella nazionale è uno "strato sottile", figuriamoci quanto è fino quello cosmopolitico.

(5) Ma veniamo alla seconda proposizione, quella per cui "le identità nazionali sarebbero false, fittizie, velenose, teatro politico". Qui dal cielo di Kant si scende alla palude dei filosofi postmoderni per i quali tutto si ridurrebbe a "discorso", a "narrazione", ad ingannevole artifizio ideologico. Vivendo in Francia Rovelli potrebbe dire ad un francese che la Francia è solo una "invenzione", una "famiglia fittizia", che dovrebbe quindi dileguarsi... nell'umanità. Nel migliore dei casi riceverebbe una sonora pernacchia. Le identità nazionali, non solo in Europa, hanno invece profonde radici storiche e, come la storia recente dimostra, compresa la crisi ineluttabile dell'Unione europea, sono dure a morire. E' un fatto oggettivo ed i fatti non solo hanno la testa dura, vanno finalmente spazzando via le teorie per cui i fatti non esisterebbero ma solo "discorsi" e "narrazioni", che tutto quindi sarebbe mera sovrastruttura.

(6) E siamo alla terza proposizione. "Non è il potere che si costruisce attorno a identità nazionali; è viceversa: le identità nazionali sono create dalle strutture di potere". Una tesi, quella per cui le identità nazionali sarebbero tutte mere invenzioni dei dominanti, anche questa falsa, frutto avvelenato di certo filosofare postmodernista e poststrutturalista —da Lyotard a Foucault. Le nazioni possono essere effettivamente creazioni artificiali, è il caso ad esempio di molti stati sorti con la cosiddetta "decolonizzazione". Ciò riguarda senza dubbio il mondo arabo-islamico e l'Africa, dove l'imperialismo occidentale ha tracciato spesso confini e barriere del tutto arbitrarie. Si può dire la stessa cosa della Cina, del Giappone o della Persia? Si può dire, per venire a noi, degli stati nazionali europei? No, non si può dire. In questi casi le identità nazionali dei popoli non sono affatto un prodotto artificiale delle classi dominanti, risultano invece dalla combinazione di numerosi e profondi fattori storico-sociali: economici, linguistici, culturali, religiosi. E ammesso e non concesso che le nazioni siano forme create dai dominanti che vuol dire? Tanti sono i frutti che le classi dominanti ci hanno lasciato in eredità, le arti e le scienze ad esempio; la stessa democrazia moderna e il diritto; dovremmo forse gettarli nel cesso perché non prodotti dalle classi subalterne? Il cosmpolitismo che Rovelli abbraccia con tanta sicumera non è forse un prodotto ideologico della borghesia?

Terzo teorema

«Le intenzioni dei padri fondatori del mio Paese erano buone nel promuovere un’identità nazionale italiana, ma solo pochi decenni dopo questa è sfociata nel fascismo, estrema glorificazione di identità nazionale. Il fascismo ha ispirato il nazismo di Hitler. La passionale identificazione emotiva dei tedeschi in un singolo Volk ha finito per devastare la Germania e il mondo».
(7) Qui abbiamo una proposizione che stabilisce un filo rosso di conseguenzialità tra il patriottismo democratico risorgimentale ed il nazionalismo imperialista del fascismo, quindi col nazismo. Affermazione gravissima, non solo perché mostra una seria ignoranza della storia italiana (il nazionalismo italiano, a partire da Crispi, sorse sulle ceneri del patriottismo democratico sconfitto, che venne parassitato per giustificare l'avventurismo colonialistico), anche perché accoglie e legittima la rappresentazione che il fascismo ha dato della storia d'Italia.

Quarto teorema

«Ma localismo e nazionalismo non sono solo errori di calcolo; traggono forza dal loro appello emotivo: l’offerta di una identità. La politica gioca con il nostro istintivo insaziabile desiderio di appartenenza. Offrire una casa fittizia, la nazione, è risposta fasulla, ma costa poco e paga politicamente. Per questo la risposta alla perniciosa ideologia nazionale non può essere solo un appello alla ragionevolezza, ma deve trovare l’anelito morale e ideologico che merita: glorificare identità locali o nazionali e usarle per ridurre la cooperazione su scala più ampia non è solo un calcolo sbagliato, è anche miserabile, degradante, e moralmente riprovevole. Abbiamo un posto meraviglioso da chiamare «casa»: la Terra, e una meravigliosa, variegata tribù di fratelli e sorelle con i quali sentirci a casa e con i quali identificarci: l’umanità»
Qui, a parte le solite patetiche contumelie contro la nazione, abbiamo tre proposizioni.

(8) La prima proposizione riconosce che i nazionalismi fanno leva sul "nostro istintivo insaziabile desiderio di appartenenza". Quindi Rovelli, pur odiando la forma stato-nazionale ammette che tra le diverse cause storiche che l'han determinata ce n'è una di natura addirittura antropologica. Come diceva Aristotele l'uomo un un animale politico, più precisamente, per dirla con Marx, un essere sociale, per sua stessa natura comunitario.

(9) Con la seconda proposizione Rovelli afferma che non la nazione bensì l'umanità, anzi la Terra, sarebbe la sola "meravigliosa" casa che abitiamo.. E' il noto discorso che noi saremmo anzitutto "cittadini del mondo". Mai moralismo fu più astratto. Non c'è alcun "mondo" di cui si possa essere cittadini. Si è cittadini ove ci sia un demos, un luogo politico determinato ove cioè si esercitano diritti e si assolvono doveri civici. Ciò è possibile solo in seno a determinate comunità storico-politiche, nel caso quelle nazionali, non nel "mondo" il quale, fino a prova contraria ed in barba alla mito cosmopolitico, non è un entità politica, ma un affastellamento di demos nazionali che lungi dall'estinguersi proprio l'ultima globalizzazione spinge al rafforzamento. Una lampante riprova dell'astratto moralismo è che il nostro non tenta neppure di dirci come, rebus sic stantibus, le pie intenzioni cosmopolitiche dovrebbero materializzarsi: come l'umanità dovrebbe politicamente strutturarsi? Su quali basi sociali ed economiche? E quali forze o classi o potenze tirerebbero nella direzione cosmopolitica? Alle spalle del panegirico moralista resta solo l'apologia del presente, la difesa d'ufficio della globalizzazione che, denudata, è la distopia di un unico e totalitario impero mondiale, "meravigliosa e variegata" udite! udite!, "tribù di fratelli e sorelle". Dalla comunità di nazioni ad un consorzio di tribù. Non c'è male! [2]

(10) E quale sia la tribù alla quale il Rovelli sente di appartenere, lo dichiara senza alcun pudore:
«Sono cresciuto all’interno di una determinata classe sociale, e condivido abitudini e preoccupazioni con le persone di questa classe in tutto il pianeta più che con i miei connazionali».
Una confessione abbagliante, che chiude il cerchio. Il Rovelli ammette che si sente anzitutto membro di una tribù, anzi di una classe, quella appunto dell'ultima borghesia globalizzata. Dichiara quindi che con i suoi compari "di tutto il pianeta" condivide "abitudini e preoccupazioni" (leggi interessi e visioni politiche), affinità che invece non sente verso gli sventurati connazionali. Non c'è solo ripugnanza per la sua Patria, qui c'è uno altezzoso disprezzo delle classi subalterne, popolino che abbraccia un sovranismo "miserabile, degradante, e moralmente riprovevole". Il nostro ammette che in questo sovranismo c'è il profondo rancore sociale contro chi sta in alto da parte di chi sta in basso. E non si sbaglia. Gettata la maschera appare quindi in tutta la sua ipocrisia e inconsistenza la pretesa dell'ultima borghesia di essere essa portatrice di un "anelito morale e ideologico" superiore a quello patriottico delle classi subalterne.

Non contrastare il rancore di chi sta in basso, ma alimentarlo e trasformarlo in coscienza politica, in carburante del mutamento, questo è il compito di chi voglia davvero cambiare l'ordine di cose esistenti.

NOTE

[1] Numerosi i suoi libri in cui Rovelli, cimentadosi con epistemologia e filosofia della scienza, tenta di spiegare al lettore i misteri, le diavolerie, ed i veri e propri sortilegi della fisica quantistica e postquantistica. Noi abbiamo letto le sue Sette lezioni di fisica L'ordine del tempo, e tanto ci è bastato: un ritorno, per quanto camuffato, all'immaterialismo teologico del vescovo anglicano George Berkeley, nominalista radicale per il quale la materia non esiste, è solo un'illusione, al pari dei concetti di universale e di sostanza.

[2] Qui, vale la pena ricordarlo a chi fa confusione, vien fuori la distanza siderale tra l'utopismo cosmopolitico e l'internazionalismo di matrice marxista. Certo, anche Marx propugnava una futura repubblica socialista mondiale ma, primo, riteneva che essa sarebbe potuta sorgere solo sulle ceneri del capitalismo e, secondo, non si è mai sognato di sottovalutare la centralità dei fattori nazionali nella lotta rivoluzionaria. "Proletari di tutto il mondo unitevi" non è la medesima cosa che "cittadini di tutto il mondo amatevi".
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mercoledì 17 ottobre 2018

LO SCIOPERO FANTASMA DEL 26 OTTOBRE di Leonardo Mazzei

[ 17 ottobre 2018 ]

Oltre agli organizzatori, pochi lo sanno: il 26 ottobre ci sarà in Italia uno sciopero generale indetto da alcune sigle (non tutte) del sindacalismo di base. Non sarà certo uno sciopero di massa. Anzi, sarà proprio uno "sciopero fantasma". Un rito autunnale logoro da tempo, ma quest'anno del tutto avulso dalla realtà.
Notoriamente gli scioperi generali hanno un carattere essenzialmente politico. Dunque li si proclama in genere contro il governo. E la scadenza autunnale casuale non è, dato che è proprio ad ottobre che arriva la "finanziaria" (ora Legge di bilancio), portando insieme alle piogge i consueti sacrifici di stagione per il popolo lavoratore. Ma quest'anno? Quest'anno, causa la novità del governo gialloverde, la confusione nel piccolo ma multiforme mondo del sindacalismo di base è più grande che mai.

La cosa non ci rallegra affatto. Anzi è decisamente grave. E' davvero un dramma che i lavoratori schifati dal ruolo sistemico, di ausiliari dell'impresa, assunto ormai da decenni da Cgil-Cisl-Uil, abbiano come alternativa un sindacalismo massimalista e parolaio, peraltro incapace di unire le proprie poche forze. Il tema ci porterebbe lontano, ma qui ci limiteremo soltanto ad alcune considerazioni sullo sciopero del 26 ottobre. 

Questo sciopero è stato indetto originariamente da Cub, Sgb, Si Cobas, Usi-Ait e Slai Cobas, ma quest'ultima organizzazione - come vedremo più avanti - si è poi dissociata in modo assai significativo. Nel variopinto mondo di queste sigle sindacali sono stati prodotti testi e volantini assai diversi tra loro, alcuni più marcatamente schierati contro il governo e su una posizione "no border" in tema di immigrazione. Alla fine però, fiutando l'aria che tira, si è arrivati ad un testo (leggi qui) più "sindacale" che politico.

Evidentemente gli stessi promotori si sono resi conto che qualcosa nel Paese è cambiato e sta cambiando, che i lavoratori non sono certo per la cacciata del governo, anche perché capiscono che se ciò avvenisse, dopo ci sarebbe solo l'arrivo della troika con nuovi e più pesanti sacrifici, altro che riforma della Fornero!

Ma allora perché uno sciopero generale? Questa domanda non ce la siamo fatta solo noi. Qualcuno se l'è posta anche nel mondo del sindacalismo extraconfederale. E difatti, mentre l'Usb e la Confederazione Cobas non sono mai figurati tra i promotori, lo Slai Cobas - con un documento ufficiale firmato da Vittorio Granillo - si è alla fine dissociato dallo sciopero.

Diamo allora uno sguardo a quel che dicono queste organizzazioni. 

La Confederazione Cobas è stata probabilmente la prima, certamente la più sguaiata, nell'emettere una vera e propria dichiarazione di guerra al governo, a firma del portavoce Piero Bernocchi, già lo scorso 18 giugno. A tanta rapidità non ha però corrisposto un granché. La Confederazione Cobas intanto non sciopera, evocando invece una «grande manifestazione nazionale sostenuta dalla più ampia alleanza anti-liberista, anti-razzista, anti-autoritaria». Per ora un auspicio e nulla più.

Più intelligente, lo riconosciamo senz'altro al di là delle note divergenze, la posizione dell'Usb (Unione sindacale di base) che - aderendo alla manifestazione promossa da Potere al Popolo il 20 ottobre - sceglie in questa fase un approccio in "positivo" (le nazionalizzazioni), piuttosto che uno in negativo (la netta opposizione al governo di Bernocchi), o del tutto disconnesso dalla realtà come quello dei promotori dello sciopero del 26 ottobre. Sia chiaro, si tratta solo di una posizione furbesca che, evitando accuratamente di fare i conti con i dati reali dell'attuale situazione politica (se oggi si può parlare concretamente di nazionalizzazioni è solo grazie alla maggioranza uscita dalle urne del 4 marzo), cerca di tenere insieme l'alto volume delle grida politiche contro il governo, con il realismo di chi - facendo sindacato - conosce assai bene gli umori del popolo lavoratore. Una posizione certo opportunista, ma che ci dice molte cose sulle contraddizioni dell'oggi.


Ma a proposito di disconnessione dalla realtà torniamo ora alle interessanti considerazioni di Granillo, che così scrive agli organizzatori del 26: 
«Indipendentemente dai “desiderata” di CUB, SGB, SI COBAS ed USI- AIT che invece hanno legittimamente indetto lo sciopero, siamo tutti consapevoli che la richiamata iniziativa sortirà una “non entusiasmante” adesione finanche nella prevalenza degli addetti  del Pubblico Impiego e dei servizi essenziali (e ciò indipendentemente dall’uso meramente propagandistico che, in quanto tale, spesso sortisce effetti contrapposti a quelli sperati) ed adesioni zero nelle fabbriche e nell’intero comparto industriale...».

Vivaddio! Con Granillo non sempre si può essere d'accordo, e sul governo la pensiamo in maniera diversa, ma il suo sano realismo è cento volte meglio dei pittoreschi proclami dei suoi interlocutori. Ed altrettanto importante è quel che dice subito dopo:
«Questo “sciopero tecnico” (ma purtroppo “venduto” come Sciopero Generale) rappresenta di fatto una “impolitica ed impossibile scorciatoia” con la sua assurda e maldestra pretesa di “risolvere” la difficoltosa riorganizzazione operaia e dell’insieme dei lavoratori… con l’ausilio dei media sostanzialmente gestiti dalle diverse cordate politiche ed economiche e con la mobilitazione delle “faccine sui social” quasi a sostituire “l’incapacità di essere” (sindacati) con la “virtualità dell’apparire”: e questo, cari compagne e compagni, non è altro che… abdicare al proprio ruolo ammettendo la sconfitta!».
Qui il dirigente dello Slai Cobas introduce un altro tema: non solo lo sciopero sarà un fallimento (altro che sciopero generale!), ma i media potrebbero "impossessarsene" per i loro fini, cioè (Granillo non lo dice apertamente, ma il discorso è chiaro) contro il governo attuale. Chi scrive non pensa che lo sciopero fantasma che si annuncia per il 26 potrà servire più di tanto allo scopo di lorsignori, ma se appena avesse un po' di forza in più è sicuro che i media lo utilizzerebbero in quel senso.

Concludiamo allora con due osservazioni di fondo rivolte ai promotori della giornata del 26. La prima riguarda il governo, la seconda lo scontro in corso con l'Unione Europea.

Noi non pensiamo affatto che il sindacalismo di base debba essere "governativo", pensiamo solo che esso dovrebbe chiedersi cosa accadrebbe se il governo attuale dovesse cadere. Una sua eventuale caduta - frutto della potente azione delle oligarchie euriste, strettamente connesse alle cupole del capitalismo nostrano, non certo della insignificante astensione dal lavoro del 26 - porterebbe in Italia la Troika. Essa, insieme a nuovi e più pesanti sacrifici, sancirebbe la definitiva vittoria della signora TINA (There is no alternative). Riformare la Fornero? Magari, ma in peggio. Nazionalizzare Alitalia? Giammai, meglio svenderla ai soliti noti della finanza globale. Il Reddito di cittadinanza? Al più qualche elemosina giusto per salvarsi la coscienza.

E' questo che vogliamo? E' così che si pensa di rappresentare gli interessi dei lavoratori? Se solo si provasse a rispondere sinceramente a queste domande certo si troverebbe la risposta del perché i lavoratori non sciopereranno.

Infine l'Europa. Al di là dell'inconcludente massimalismo di certe piattaforme, noi condividiamo in toto ogni battaglia nell'interesse del popolo lavoratore. Salari, diritti, orario, pensioni, welfare: ogni lotta che punta al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei salariati è la nostra lotta. Ma possono dei sindacati limitarsi all'elenco delle cose giuste che vorremmo, senza indicare il percorso da compiere per avanzare su quella strada?  

No, non possono. Questo in generale, ma tanto più oggi quando è evidente a tutti - ai lavoratori ancor prima che agli altri - che nessun risultato concreto potrà essere ottenuto senza scontrarsi con l'Unione Europea, le sue regole, i suoi diktat. Del resto basterebbe osservare le cose. Il governo modifica la legge sulle pensioni, consentendo così nel 2019 di lasciare il lavoro ad alcune centinaia di migliaia di lavoratori viceversa bloccati dalle norme della Fornero? Unione Europea e Bce dicono subito che non si può. Il governo vuol nazionalizzare Alitalia? Da Bruxelles parte immediatamente il richiamo a norme che lo impedirebbero. Com'è possibile non vedere tutto ciò? Com'è possibile non capire che ogni lista di rivendicazioni sindacali, o parte dalla necessità di liberarsi dai vincoli europei, o è semplicemente carta straccia?

Purtroppo nella piattaforma del 26 non solo la priorità della lotta a questi vincoli non c'è, ma l'Europa (l'Unione Europea, l'euro, le sue regole di funzionamento) neppure è citata. E questo la dice lunga sullo stato attuale del sindacalismo di base.

Noi sappiamo bene di che pasta siano fatti, almeno nella loro stragrande maggioranza, i dirigenti e i militanti di queste organizzazioni. Sappiamo che sono dei compagni. Gente che come noi lotta contro l'ingiustizia e lo sfruttamento. Con la quale possiamo condividere un'idea di società. Di una nuova società. Ma proprio per questa condivisone, che sentiamo profonda, ci sentiamo in dovere di dirgli che sbagliano. 

Questa almeno è la nostra opinione. Non pretendiamo che sia condivisa in toto, ma il tempo di una riflessione non formale è ormai giunto per tutti. Anche per i sindacati di base.

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GLI ITALIANI E L'EURO: SE VI SEMBRA POCO...

[ 17 ottobre 2018 ]

IL SONDAGGIO

Italiani anti-Ue, ma pro-euro: solo il 44% vuole restare nell’Unione

Secondo i dati dell’Eurobarometro l’Italia è il paese con più euroscettici, il 65% è però favorevole alla moneta unica

In caso di referendum sull’uscita dall’Ue, solo il 44% degli italiani voterebbe per restare, contro il 66% degli intervistati europei: lo rivela l’ultimo sondaggio Eurobarometro, condotto tra l’8 e il 26 settembre 2018 da Kantar Public in tutti e 28 gli Stati membri. L’Italia è il Paese dove si registra anche il numero più alto di indecisi (32%), mentre il 24% voterebbe per seguire l’esempio britannico e andarsene. Si tratta del dato peggiore dei 28, anche a fronte dei britannici dove oggi il 53% è per il `remain´. Il 65% degli italiani si dichiara però favorevole all’euro. La percentuale rispecchia in questo caso la media europea: il 68% degli europei ritiene infatti che il proprio Paese abbia tratto beneficio dall’appartenenza all’Ue e il 61% degli intervistati considera positivamente la moneta unica: sono le percentuali più alte registrate negli ultimi 25 anni.

* Fonte: Corriere della sera del 17 ottobre

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DIECI ANNI DOPO... di Matteo Bortolon

[ 17 ottobre 2018 ]

Gli anniversari e le ricorrenze se di carattere privato inducono al ricordo e alla celebrazione; se pubblici promuovono l’analisi e un bilancio temporale. Se si prende come riferimento il crollo dei mutui subprime di agosto 2007 l’anno scorso cadevano i dieci anni di Crisi Economica globale; se si prende invece la bancarotta di Lehman Brothers il decennale cadeva settembre scorso. Il bilancio non pare precisamente positivo, tuttavia c’è la necessità di capire cosa è oggettivamente mutato e in che direzione per capire come incidere.

Può essere d’aiuto una nota del celebre istituto finanziario McKinsey, uno dei più importanti consulenti strategici d’impresa, che forte di un completissimo rapporto sulle evoluzioni della globalizzazione finanziaria dell’estate 2017, elenca per sommi capi in un articolo assai più breve i punti più rilevanti: il debito globale (pubblico+aziendale non finanziario+delle famiglie) è in crescita, passando da 97 trilioni (1tr=1000 miliardi di dollari) nel 2007 a 169 trilioni di oggi, passando da 207% a 236% sul PIL mondiale (se in termini assoluti è cresciuto molto, in rapporto al PIL l’aumento è meno impressionante perché quest’ultimo è cresciuto anch’esso). Il debito pubblico era già in crescita nei paesi più avanzati, ma dal 2008 galoppa, e raddoppia (da 29 a 60 trilioni), raggiungendo una media del 105% sul PIL, mentre i paesi meno avanzati raggiungono “solo una media del 46% sul PIL. Fa eccezione in caso della Cina: il suo debito globale aumenta di cinque volte, ed il debito delle aziende raggiunge livelli da primo mondo, raddoppiando per il 163% sul PIL cinese. Il debito delle aziende non-finanziarie vola da 37 a 66 trilioni a livello globale, ma 2/3 di tale aumento è dovuto ai settori privati dei paesi meno avanzati. I flussi finanziari sono più che dimezzati; calano di meno gli investimenti diretti esteri (destinati all’acquisizione del controllo di imprese straniere), che sono considerati meno volatili. I creditori non bancari hanno cresciuto le loro attività di 2,7 volte, da 4,3 a 11,7 trilioni; fondi speculativi come equity e hedge funds sono diventati creditori importanti.

Le cifre sono impressionanti: si conferma che gli Stati sono tanto più indebitati quanto hanno subito la crisi con minori tasse, stimoli fiscale e naturalmente il salvataggio delle banche. La globalizzazione finanziaria c’è ancora, ma di carattere più localistico e regionalistico: il calo dei flussi riflette delle strategie di investire più all’interno del proprio stato o in paesi limitrofi. Le banche sono divenuto più robustamente capitalizzate ma meno profittevoli – soprattutto quelle europee. Se alcuni fattori di rischio sembrano diminuiti, se ne segnalano di nuovi: il debito delle aziende dei paesi meno sviluppati, soprattutto se in valuta estera; possibili bolle del mattone sebbene più localizzate; e la mina vagante della Cina, che oltre ad una crescita significativa del debito posiede un sistena bancario ombra di dimensioni difficilmente valutabili. E si citano una serie di innovazioni finanziarie di investimenti in base ad algoritmi che presentano rischi ancora sconosciuti.

Chiaramente McKinsey è un pilastro dell’ortodossia, per un bilancio più compiutamente anticapitalista si può risentire i dibattiti della Scuola Estiva di ATTAC. Ma anche le corazzate del capitalismo talvolta vanno ascoltate, se non altro perché come ci diceva Emiliano Brancaccio al ATTAC “i grandi capitalisti leggono Marx e ne traggono profitto”. Chissà per quanti dell’altra parte si può dire lo stesso.

* Fonte: il manifesto del  6 ottobre

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martedì 16 ottobre 2018

STRESS DA LAVORO COME QUESTIONE SOCIALE di Armando Mattioli*

[ 16 ottobre 2018 ]

RICEVIAMO E VOLENTIERI PUBBLICHIAMO


Lo stress sul lavoro in Italia è un problema per la salute dei lavoratori?


Una cospicua letteratura scientifica prodotta dall’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU OSHA), dall’ISPSEL ed ora dall’INAIL, configura lo stress lavoro-correlato (SLC) come il secondo fattore di danno alla salute dei lavoratori, con effetti sulla sfera psichica (Disturbo dell’adattamento cronico con ansia e depressione) con conseguenze gravi per il mondo del lavoro, sia per le malattie professionali, sia per i danni economici, stimati nell’ordine di decine di miliardi di euro l’anno nell’UE.

Nel 2013 il Ccm (Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie) del Ministero della Salute, in collaborazione con le regioni e l’INAIL, promosse il progetto “Piano di monitoraggio e d’intervento per l’ottimizzazione della valutazione e gestione dello stress lavoro-correlato” finanziato con 480.000€, che ha coinvolto 16 regioni e due università, a riprova della rilevanza del problema ed ha interessato oltre 1.000 aziende pubbliche e private. Il progetto, in apertura testualmente recita: 
«I mutamenti socio-economici e i cambiamenti nelle caratteristiche della forza lavoro delle ultime decadi hanno avuto un impatto sul mondo del lavoro, modificandone la natura stessa anche in risposta ad esigenze di competitività e aumento della produttività, e hanno portato alla luce nuovi rischi su cui porre attenzione nell’ambito della salute e sicurezza sul lavoro. Tali cambiamenti hanno aumentato l’impatto del fenomeno dello stress lavoro-correlato (SLC), che si è collocato al secondo posto in Europa tra i problemi di salute dovuti al lavoro, dopo i disturbi muscolo-scheletrici, con evidenti ripercussioni al livello di produttività delle aziende e al livello economico».

Uno studio della Bocconi del 2015 ha dimostrato che il dumping commerciale della Cina ha causato la chiusura di molte azienda manifatturiere e la conseguente perdita di posti di lavoro; lo stress
che ne è seguito è stato causa di morti per suicidi, abuso di alcool e fumo di sigarette fra lavoratori, impiegati e dirigenti (fig.1 a lato). 

La questione ha avuto risalto anche sul Sole24ore che nell’articolo Globalizzazione mina sulla salute dei lavoratori dell’Occidente” ha sintetizzato così la questione: 
«Nel mondo occidentale aumenta l’incidenza delle morti delle malattie psicosomatiche e dei traumi psichici che colpiscono i lavoratori dei settori industriali sottoposti alla concorrenza dei Paesi emergenti».


Attualmente è attivo un gruppo di lavoro nazionale Regioni–INAIL, a cui questo ente partecipa con 12-15 componenti, che ha il compito di proporre interventi per contrastare il fenomeno SLC su tutto il territorio italiano (linee guida operative, soluzioni organizzative, iniziative rivolte alle imprese).

A fronte di tutto ciò, però, emerge un’incongruenza: rispetto a 12.578 malattie osteoarticolari, 2.937 malattie neurologiche, 1.824 malattie dell’orecchio indennizzate dall’INAIL nel 2016, in 8° posizione troviamo solo 21 (ventuno!) disturbi psichici e comportamentali (definizione in cui si inquadra il “Disturbo dell’adattamento cronico”). La seconda causa di malattie professionali, al momento dell’indennizzo precipita a numeri risibili! Se, nei fatti, lo SLC è così irrilevante, che senso ha avervi investito tante risorse, anche da parte dell’INAIL?

Un ulteriore elemento di riflessione che si impone è legato all’andamento temporale delle denunce e dei riconoscimenti del Disturbo dell’adattamente cronico da SLC.  Nel decennio 2001 - 2011 furono denunciati  4000 casi con 500 (12,5%) riconoscimenti da parte INAIL (dati ufficiali presentati in audizione al senato), nel 2012-2016 i casi denunciati furono 2864, quelli riconosciuti 200, cioè il 6,9% (dati dal sito INAIL), con un crollo al 3,9% nel 2016 (tab. 1).

La figura 2 [a destra] mostra chiaramente come a partire dal 2012 c’è stato un elemento “esogeno” che ha agito non sul numero della malattie denunciate, già peraltro molto basso rispetto alla gravità del fenomeno ma sostanzialmente stabile, ma su quelle indennizzate dall’INAIL.


* Medico del lavoro


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