DRAGHI, VENIAMO A CONSEGNARTI IL FOGLIO DI VIA

lunedì 22 settembre 2014

TASI: I PASTICCIONI E I SUGGERITORI di Emmezeta

22 settembre.
Renzi, Letta e Berlusconi: le tre firme sotto la più spudorata delle beffe fiscali 

Se ne occupa l'altro ieri il Corsera, se ne dovranno occupare nei prossimi giorni milioni di famiglie. Parliamo ovviamente della TASI, la tassa più cialtronesca di un pur vasto campionario.

Quella del Corriere è la classica scoperta dell'acqua calda. Già a giugno milioni di italiani avevano capito la presa in giro. E tuttavia l'articolo del quotidiano milanese - tradizionalmente governativo a prescindere - dimostra l'assoluta insostenibilità di questo pastrocchio fiscale. Insostenibile, ma legge dello Stato, ed a quel che se ne sa non a rischio di «rottamazione».

Il pezzo di Mario Sensini, basato tra l'altro sui dati della Cgia di Mestre, ci conferma tre cose:
1. Che la Tasi costerà ai contribuenti assai di più dell'IMU sulla prima casa che è andata a sostituire, altro che riduzione della pressione fiscale!
2. Che ad essere maggiormente danneggiate sono le famiglie più povere, altro che equità!
3. Che si tratta di un'autentica giungla, dove ci sarà anche chi spenderà più per il commercialista che per la tassa, altro che semplificazione!
 

Potete leggere QUI l'articolo integrale, ma è utile riportare l'esempio fatto da Paolo Conti, direttore generale del Caf Acli:
«Con la vecchia Imu del 2012 (nel 2013 è stata sospesa, e solo in alcuni Comuni si è pagato una quota minima) su una prima casa con valore catastale di 60 mila euro, tassata all’aliquota massima del 4 per mille, si pagavano 40 euro: 240 d’imposta meno i 200 della detrazione fissa. Se ci fosse stato anche solo un figlio, addirittura niente. In un Comune dove non sono previste detrazioni, e sono i due terzi del totale, con la Tasi al 2 per mille (il tetto massimo è il 2,5), quest’anno si pagheranno 120 euro. Al contrario, una casa di abitazione più lussuosa, con un valore di 150 mila euro, se pagava 400 euro di Imu (600 di imposta meno 200 di detrazione), domani pagherà 300 euro di Tasi».
Serve altro per dimostrare che la TASI è un'autentica presa in giro? Parrebbe di no, almeno alle persone normali. Ed invece non sembra che sia così, visto che dal mondo della politica istituzionale non giunge alcun ripensamento. Allo Stato ed ai comuni i soldi fanno comodo e non si guarda tanto per il sottile. 

La beffa per altro porta almeno tre firme. Quella di Berlusconi, che nel 2013 volle incassare il risultato propagandistico dell'abolizione dell'IMU sulla prima casa (obiettivo raggiunto, ma con la sua sostituzione con una tassa più alta). Quella di Letta, che dovette piegarsi alle condizioni dell'allora alleato di governo, con il brillantissimo risultato di aver perso prima l'alleato e poi il governo. Quella di Renzi, che tutto vuol cambiare affinché niente cambi, ma che sulla TASI non ha mai speso una delle sue parole, neanche fosse un taciturno.

Ora, che a Berlusconi piacciano le burle è cosa internazionalmente nota, che Letta fosse un po' costretto in spazi di manovra assai disagevoli concediamolo pure, ma come si spiega il silenzio del «rottamatore»? Ai suoi ciarlieri sostenitori, molti dei quali imprecano in questi giorni contro la Tasi, ricordiamo che fu proprio lui, nel primo consiglio dei ministri del suo governo, a tradurre in decreto legge l'accordo che il suo predecessore aveva fatto con i Comuni. La TASI porta dunque la sua firma, anche se il personaggio è assai abile a nascondere le tracce.

Ma perché non si manifesta nessun ripensamento? Deve pur esserci un motivo in tanta ostinazione a tenere in piedi un meccanismo quanto mai impopolare come questo. Impopolare e assurdo. Già il significato dell'acronimo TASI dovrebbe far riflettere: Tassa sui Servizi Indivisibili. E che fino ad oggi questi servizi non esistevano? O forse erano "divisibili"? Ma non scherziamo: c'erano e venivano finanziati con la fiscalità generale, quella che almeno risponde ad un criterio di progressività.
Per adesioni: info@sinistracontroeuro.it

Concedeteci ora una breve digressione sull'incredibile balletto dei nomi delle tasse comunali, oggi composto da quattro acronimi, tre tasse (TASI, TARI ed IMU) che stanno dentro ad un contenitore (la cosiddetta IUC). Partiamo da quest'ultima, che significa Imposta Unica Comunale. Unica? Peccato che oltre a comprendere le tasse sui rifiuti e sui "servizi indivisibili", contenga anche l'IMU, che quando nacque - il 14 marzo 2011, non cent'anni fa - stava a significare Imposta Municipale Unica. Ora, siccome non è più «unica», ma solo una delle tre tasse che concorrono all'Imposta Unica Comunale la chiamano Imposta Municipale Propria, peccato abbiano lasciato qualche traccia rimanendo la U al posto della P. Ma lasciamo perdere...     

Torniamo adesso alla domanda: perché non si vede all'orizzonte nessun ripensamento? La risposta in realtà è abbastanza semplice e si articola in tre punti:

1) Perché questo aumento della pressione fiscale, peraltro in parte mascherato dalla confusione normativa, fa comodo eccome in vista della pesante manovra economica che si annuncia per ottobre. Altro che «fine dell'austerità»!

2) Perché si tratta di un modo per tenere buone le amministrazioni locali, fatte in tanta parte da sindaci/podestà ben felici di poter disporre del potere di imporre tasse.

3) Perché - soprattutto - così «vuole l'Europa», che chiede di spostare sempre più la tassazione dal reddito alle «cose». Un principio che detto così potrebbe anche suonar bene se ad essere colpita fosse la grande ricchezza. Ma così non è. Ricordiamoci le parole di Petrolini: «I soldi vanno presi ai poveri, ne hanno pochi ma sono tanti». Ora è chiaro che qui oltre ai poveri in senso stretto si vuol colpire buona parte del ceto medio. Con il risultato di non abbassare comunque le imposte sul reddito - ricordiamocelo: le uniche applicate con un principio di progressività - ma di aumentare in compenso le tasse sulle «cose». Tra le quali non ci sono solo quelle sugli immobili - che ci si appresta ad aumentare pesantemente con la revisione delle rendite catastali - ma anche l'IVA.

La Tasi, come riconosce il Corriere, è davvero una beffa. Ma ha una sua logica. Portata avanti da pasticcioni, ma suggerita da eurocrati che sanno bene quello che fanno.

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TEORIA MONETARIA MODERNA: LA CRITICA DI EMILIANO BRANCACCIO, LA DIFESA DI GIACOMO BRACCI

22 settembre
Ruggero Arenella (Vox Populi) ha intervistato Emiliano Brancaccio chiedendogli il suo giudizio sulla Teoria monetaria moderna (MMT). Un giudizio amichevolmente critico, soprattutto per quanto concerne la questione del cosiddetto"protezionismo". 
Per Brancaccio, un paese che si trovasse ad uscire dall'euro si vedrebbe obbligato ad adottare misure di salvaguardia della sua economia, quindi provvedimenti di contrasto alla libera circolazione di capitali e merci.
Risponde, a difesa delle tesi della Monetaria monetaria moderna, Giacomo Bracci.

PARLA EMILIANO BRANCACCIO



RISPONDE GIACOMO BRACCI

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domenica 21 settembre 2014

BASTA COI PIAGNISTEI!

21 settembre.
I nodi, a volte, vengono al pettine tutti assieme.
Dopo tanti annunci, per Renzi e il suo governo, come pure per chi lo vuole mandare a casa, arriva il momento della verità.
Il Jobs act che apre la strada allo strapotere del capitale e ad un regime neoschiavista sui luoghi di lavoro; la riforma istituzionale che de facto consegna tutti i poteri al governo facendo del parlamento un organismo passacarte; la riforma elettorale in stile fascista per cui una minoranza può pigliare tutto...
Tutto sta finendo nell'imbuto delle prossime settimane e dei prossimi mesi. E non è un caso che proprio il Jobs act peggiorato sia divenuto il primo punto dell'agenda renziana. Ciò dimostra che polverizzando le sue chiacchiere sul "cambiare verso all'Europa", ha scelto di diventare, pur di nutrire la sua smisurata sete di potere, l'alfiere degli interessi della grande finanza globalista ed eurista. Lo avevamo previsto. 

Renzi, con l'appoggio delle destre berlusconiane, ha lanciato la sfida, si gioca nei prossimi mesi il tutto per tutto. Batterlo è possibile!

Basta con i purismi, i settarismi e i divisionismi ingenui! E basta col restare rinchiusi nel mondo schizoide di internet! Occorre uscire fuori, tutti, se avete ancora un barlume di coscienza civile, sarete costretti a venire allo scoperto. Il tempo dei perditempo, dei chiacchieroni, dei piagnoni, è finito.
Per adesioni: info@sinistracontroeuro.it


Ai sovranisti con la puzza sotto il naso diciamo che se essi non sapranno gettarsi nella mischia, se non accetteranno di lottare anche a fianco di chi porta enormi responsabilità per il marasma in cui siamo, ed anche con chi è ancora prigioniero del dogma europesita; se essi non si getteranno nella mischia sono destinati all'irrilevanza. Non si tratta di cessare le critiche, si tratta, senza cedere di un millimetro sui principi, di fare fronte contro il comune nemico.

Non solo vale il discorso che il messaggio sovranista-democratico e anti-euro va portato dentro il movimento di opposizione popolare che si annuncia. Quel discorso potrà farsi largo solo a condizione che i sovranisti occupino la prima linea del fronte di resistenza sociale.
Ora è il momento della lotta.

Nel contesto di un autunno che speriamo caldo, martedì prossimo si svolge a Roma un presidio a cui invitiamo tutti a partecipare.
«Fermiamo la minaccia del Jobs Act! 
Martedi al Senato inizia la discussione sul Jobs Act che contiene l'attacco più sistematico e brutale dell'Unione Europea e del governo Renzi ai diritti dei lavoratori di oggi e dei lavoratori di domani. Vogliono imporre un futuro di precarietà e bassi salari per tutti e la fine di ogni contrattazione e tutela collettiva per i lavoratori.
Mentre si vanno delineando le mobilitazioni centrali nelle prossime settimane, cominciamo subito a far sapere che non possono procedere senza incontrare resistenza e conflitto.
Il Controsemestre popolare e di lotta invita tutti e tutte martedi 23 settembre sotto al Senato. Appuntamento alle ore 16.30 a piazza Navona»

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sabato 20 settembre 2014

QUAND'È TROPPO È TROPPO! MANDIAMO A CASA IL GOVERNO RENZI-BERLUSCONI! di Segreteria nazionale del MPL

20 settembre. 
I RENZI VANNO E VENGONO, I DRAGHI RESTANO

Non più tardi di 15 giorni fa Matteo Renzi polemizzava contro i falchi che gli chiedevano di abolire l'Art. 18, ovvero l'ultima formale tutela legale contro i licenziamenti arbitrari. 
Argomentava che l'Art.18 era poco più che un simulacro, facendo quindi intendere che il governo sarebbe sì andato avanti con la schifezza neliberista del Jobs act, ma senza rimuovere quel simulacro. Tanto la sostanza c'era: ulteriore mano libera al capitale per gestire a suo piacimento e dispoticamente la forza-lavoro.

Improvvisamente Matteo Renzi ha virato, si è fatto artefice, con pieno appoggio delle destre berlusconiane, della crociata per seppellire l'Art.18. 

Cos'è cambiato in una settimana? Com'è che Renzi si è deciso ad andare (provocatoriamente) allo scontro frontale con tutto ciò che sta alla sua sinistra, anche con gli apparati notabilari e oligarchici dello stesso Partito democratico e della Cgil?

Azzardiamo una risposta: gli sono giunte, per nome e per conto dell'aristocrazia finanziaria globale, le minacciose direttive della Bce e della Commissione europea.  E' possibile decifrare il messaggio da quel poco che trapela sui media: la recessione durerà a lungo, le entrate dello Stato caleranno, il debito aumenterà, e così la crisi italiana potrà mettere di nuovo, e questa volta in modo fatale, l'eurozona a rischio. Lo spettro dunque della troika per evitare, col default italiano, l'implosione dell'Unione europea: "Caro Renzi, o fai quel che diciamo oppure ti molliamo, dovrai farti da parte, per lasciare il posto ad un governo diretta espressione dei poteri euristi".

Renzi continua a mascherare la sua capitolazione (che avevamo previsto) ai poteri forti, ma fra poche settimane sarà chiaro a milioni di cittadini che se lui è solo un mandatario chiari sono i suoi mandanti esterni, gli euroligarchi, Mario Draghi in primis.

Questa repentina svolta è un azzardo. Renzi ha messo nel conto le resistenze che dovrà affrontare, e vuole vincerle. Sa che avrà contro la Cgil e pezzi da novanta del suo partito. Sa quindi che dovrà porre la fiducia al nuovo Jobs act, e che per sopravvivere avrà bisogno di un appoggio aperto da parte di Forza Italia.
Per adesioni alla manifestazione: info@sinistracontroeuro.it

La partita non è solo sociale è massimamente politica. Renzi si dimostra sì un "rottamatore", ma solo della vecchia guardia del suo partito, e la rottama in combutta col diavolo Berlusconi. Non solo la spaccatura nel Pd è conclamata, una scissione è a questo punto possibile. Vincerà Renzi la partita dell'Art.18? Riuscirà a piegare l'opposizione della Cgil e a restare in sella? Sì, può riuscirci ma, appunto, dovrà andare con le truppe a lui fedeli ad un'alleanza secca di governo con Berlusconi, oppure rovesciare il tavolo e giocare il tutto per tutto andando ad elezioni anticipate.

Sia chiaro, non abbiamo neanche l'ombra di fiducia verso gli ittiosauri del Pd e della Cgil. Sono gli stessi servi che hanno ubbidito alle oligarchie europee, che hanno sostenuto Monti, che hanno avallato le politiche di austerità neoliberiste, che hanno accettato la già totale precarizzazione del lavoro. Gli stessi che hanno calpestato la Costituzione sacrificando la sovranità e seppellito la repubblica parlamentare sotto il tallone del potere esecutivo.

Ora questi vecchi arnesi sono davanti al bivio: o sparire dalla scena o lottare per restarci. Per restarci Renzi li pone davanti ad un aut aut: "fattemi fuori se ne siete capaci". Questo scontro ci riguarda. Esso può, se non mettere in moto, agevolare un grande movimento d'opposizione sociale al governo Renzi-Berlusconi. Ben venga questo movimento! Vedremo se esso resterà nell'alveo che gli ittiosuari della sinistra che fu stanno già costruendo.
Chi ha sale in zucca non resterà alla finestra. Dovrà gettarsi nella mischi. 
I sovranisti dovranno essere parte integrante e d'avanguardia della protesta sociale che si annuncia, e li dentro dire le cose come stanno: ovvero che non bisogna solo cacciare Renzi ma uscire dalla gabbia dell'Euro(pa). 
I poteri forti usano Renzi e minacciano che se non lo lasciamo fare, l'arrivo della troika sarà inevitabile. 
Spieghiamo che è il contrario! Spieghiamo che proprio mandando a casa il governo Renzi-Berlusconi eviteremo il peggio, ovvero di sottoporci al giogo dei poteri oligarchici esterni. Per questo, se c'è bisogno di fare un pezzo di strada con quei pezzi di sinistra che si sono macchiati di tanti crimini sociali e politici, dovremo farla.

La Segreteria nazionale del MPL
20 settembre 2014

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venerdì 19 settembre 2014

LORO ESULTANO, NOI NO

19 settembre. 
Allo scopo di salvare il regno Unito, si è mobilitata un'armata davvero impressionante. Il mondo della grande finanza speculativa della City londinese, la grande industria, i grandi media, tutti i principali partiti sistemici british

A livello internazionale si è schierato tutto l'esercito dei potenti, a partire dalla casa Bianca, i vertici NATO, quindi l'oligarchia eurista, con appresso la sua corte dei miracoli di satrapi locali e Quisling.

Facile spiegare la loro chiamata alle armi: in gioco non c'era solo un simbolo (l'odioso Regno Unito, che incarna nello stesso momento il passato monarchico feudale, il capostipite del capitalismo, il colonialismo ed infine la metastasi della iperfinanziarizzazione), c'erano i loro interessi. L'indipendenza della Scozia avrebbe fattobarcollare l'Unione europea e la NATO con possibile effetto domino.

I potenti che erano stati presi dal panico, oggi esultano. Noi no. 

Hanno vinto questa battaglia, ma questa difficilmente invertirà il corso delle cose. Il loro sistema resta in affanno. Non solo sul piano economico e geopolitico. Subiscono una nuova ferita la narrazione che la storia sia finita, che la globalizzazione sia destinata a fagocitare le nazioni, i popoli così come ogni istanza comunitaria.

I potenti tirano un sospiro di sollievo. Han dimostrato che sono ancora più forti. Essi per primi sanno che non finisce qui.

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giovedì 18 settembre 2014

LA CANTONATA DI PAOLO BARNARD SU DRAGHI di Sollevazione

18 settembre.
IL CAVALLO NON HA SETE, QUINDI NON BEVE. PRIMO FLOP DELL'ULTIMA MOSSA DI DRAGHI.

Iniziativa benemerita, quella pensata dal Coordinamento della sinistra contro l'euro. Parliamo della manifestazione prevista il 25 ottobre prossimo a Città della Pieve, in Umbria, dove Mario Draghi ha la sua villa di campagna e ci passa quasi tutti i fine settimana.

Anche noi saremo lì a protestare. Saremo lì a dire che occorre farla finita con una super-banca privata che simboleggia l'assoluto predominio delle banche d'affari e della speculazione finanziaria. Saremo lì a chiedere il ritorno alla sovranità monetaria, aspetto cruciale della sovranità dei popoli. Saremo lì per smentire che la recente operazione della Bce (Tltro-Target Longer-Term Refinancing Operations), ammesso che riesca, sia un'inversione di tendenza rispetto alle politiche di massacro sociale, poiché questa mossa consiste in una nuova trasfusione di sangue ai danni del popolo lavoratore ad esclusivo vantaggio del predatorio sistema bancario e finanziario.

Saremmo ben lieti che a manifestare con noi ci fosse anche Paolo Barnard. Dubitiamo che lo faccia. Siamo rimasti basiti da un suo recente post: ABBIAMO VINTOOO! DRAGHI CROLLA E INVOCA KEYNES. YAHOOOOO!  Venuto a sapere che Draghi "si è strappato la camicia mostrando sul petto il tatuaggio di John Maynard Keynes", Barnard ha chiosato gaudente: "Mario, quanto ci hai messo! Ma come ci insegna il Figliol Prodigo… welcome fra noi".

Che colossale cantonata!  

E che adesso cambiamo opinione su di un "criminale" (la burbera definizione è di Barnard stesso) per un tatuaggio? Anche Mussolini, in gioventù, era un ardente socialista.

Le chiacchiere (e i tatuaggi) stanno a zero. Le politiche che Draghi e Bce continuano a perseguire sono orientate dalla esclusiva preoccupazione di difendere il SISTEMA finanziario predatorio, e quindi l'euro, la cui dipartita metterebbe a repentaglio il sistema stesso. Politiche neoliberiste quindi, che consistono in una colossale rapina ai danni delle classi lavoratrici.

Per di più queste politiche stanno fallendo su tutta la linea. Quello che noti economisti (e il 15 settembre la stessa agenzia Fitch), avevano affermato, ovvero che il nuovo maxiprestito (Tltro) alle banche non avrebbe sortito l'effetto sperato, si sta già avverando. Fitch ammoniva: "La liquidità illimitata alle banche difficilmente farà ripartire il credito nell'Europa del Sud". Per l'agenzia di rating, le adesioni delle banche saranno magari elevate, ma serviranno soprattutto per rifinanziare i vecchi maxiprestiti Ltro ( il primo Ltro era del 2011) in scadenza all'inizio del 2015. V'è poi un dato ancor più importante: affinché gli investimenti privati ripartano non sono necessari solo bassi tassi d'interesse sui prestiti, occorre una condizione ancor più importante: la certezza che profitti attesi siano "congrui". Condizione del tutto inesistente vista la depressione economica.

Siamo quindi nella situazione che Keynes descriveva come "Trappola della liquidità", che si verifica quando le autorità monetarie, allo scopo di fare uscire l'economia dalla recessione, offrono denaro ad un tasso d'interesse molto basso, ma la domanda privata di moneta mira anzitutto a fini speculativi, e non finisce in investimenti produttivi, che cioè creano nuova ricchezza sociale. la cosa evidentemente non sfugge ai lupi mannari della finanza. La stessa Fitch, nel suo report del 15 settembre, suggerisce che la crisi "è crisi di domanda" e che questa non si può risolvere potenziando ulteriormente l'offerta. 

Certo che anche Draghi lo sa! Ma questo non basta, caro Barnard, ad attestare una resipiscenza keynesiana di questi criminali, che restano neoliberisti, visto che escludono come la peste la principale idea di Keynes, ovvero che in fasi recessive dev'essere lo Stato a farsi carico di una massiccia politica di investimenti pubblici volti a combattere la disoccupazione di massa ed a contrastare la crescita delle diseguaglianze sociali.

In verità a Draghi sta andando molto peggio.

Ieri, 17 settembre, la Bce ha lanciato la prima asta (la seconda sarà l'11 dicembre) del suo maxiprestito alle banche (tasso dello 0.15%), assegnando la prima tranche Le banche accreditate erano 382, ma si sono presentate all'asta solo 255 (127 sono rimaste alla finestra). Rispetto ad una forchetta stimata tra i 100 e i 150 miliardi, ne sono stati richiesti solo 82,6. Il cavallo non beve, poiché non ha sete. [1]

NOTE
[1] La Repubblica di oggi scrive:
«Gli addetti ai lavori spiegano la falsa partenza con diverse motivazioni. Una è che gli istituti con sede nei paesi a minor rischio di credito - oltre alla granitica Germania, tutta la Scandinavia e i paesi nordici in generale - hanno facilità a finanziarsi sul mercato a tassi anche inferiori; e una loro fredda accoglienza si era già vista con le simili aste Ltro della Bce da 1.000 miliardi, tre anni fa.
L'altra ragione, contingente, riguarda l'incombenza dei risultati degli esami che i regolatori stanno chiudendo sui 128 principali istituti europei, e che saranno resi noti il 17 ottobre in vista della vigilanza unica (parte il 4 novembre). Malgrado le dichiarazioni ufficiali, è difficile non vedere un freno alla voglia di fare credito del settore bancario nei doppi test in corso, che saranno molto più severi di quelli del 2011 e hanno già causato circa 200 miliardi di rafforzamenti patrimoniali nelle banche europee solo nell'ultimo anno. L'altra spiegazione invece è strutturale: le imprese europee arrancano, perfino quelle che esportano maggiormente faticano a tenere il passo della concorrenza asiatica e americana, con l'euro inchiodato attorno al cambio di 1,29. Insomma, se non c'è domanda di credito - specie il credito buono, quello per nuovi investimenti e iniziative, non quello per sostituire vecchi debiti o fluidificare il capitale circolante - è piuttosto inutile offrire credito a famiglie e imprese. Anche perchè c'è il rischio, per gli istituti, di una selezione inversa: diventare clienti dei peggiori pagatori».

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mercoledì 17 settembre 2014

KAUTSKYANI O TROTSKYSTI? Sul fianco sinistro del blocco eurista di Moreno Pasquinelli

16 settembre.
CON LA SCUSA DELL'INTERNAZIONALISMO.
Terza puntata della rassegna sull'estrema sinistra e la questione dell'euro.

Questa volta ci occupiamo di Sinistra Anticapitalista. [1] Il 13 settembre è apparso sul sito di questa organizzazione un lungo articolo (firmato con lo pseudonimo Olmo Dalcò) dal titolo "Euro o non euro: quel che ha da venire poi". E' presentato come "contributo" in vista del seminario nazionale de gruppo in questione.
Puntate precedenti: (1) Lettera aperta ai compagni dei CARC. (2) Pcl: l'euro e l'attacco a Grillo.

Premessa

Abbiamo faticato non poco a seguire i ragionamenti del Nostro. La "sostanza" è stato arduo rintracciarla, poiché sepolta tra molta cianfrusaglia. Salta invece agli occhi il carattere profondamente mistificante del "contributo". Olmo Dalcò (o chi per lui), nella sua critica a coloro che propongono di uscire dall'euro, prende in considerazione solo gli argomenti più puerili, banali, ovvero quelli delle destre, deliberatamente tacendo sugli argomenti delle sinistre no-euro (marxiane e keynesiane).
Lo fa perché ignora l'argomento (la letteratura scientifica sull'uscita dall'euro è infatti oramai sterminata) oppure perché sa, ma, furbescamente, preferisce costruirsi un falso e facile bersaglio allo scopo di stampellare il suo ragionamento fazioso? Forse tutte e due le cose: egli ignora e quindi, per sorreggere la sue tesi, si costruisce un bersaglio alla sua portata.
Di certo non è degno di uno che si ritiene marxista svolgere una critica ad una posizione su una questione certo complessa, buttarla in caciara, ovvero misurarsi con le tesi anti-euro più pacchiane  e semplicistiche e non invece con quelle serie, scientifiche.


Finanza, banche, moneta: solo sovrastrutture?

Sentiamo il ragionamento di Olmo:
«Non c’è da stupirsi, nel senso che dovremmo ormai essere abituati a fronteggiare le narrazioni ideologiche che persistono a mettere le sovrastrutture monetarie e finanziarie innanzi a tutta la struttura dell’economia reale. (...) Hai voglia a spiegare che il debito e la finanza, pubblica o privata, non c’entravano nulla con la causa della crisi; che la crisi è economica e reale e non monetaria e finanziaria; che si tratta di una crisi di sovrapproduzione, ciclica e necessaria, e non di sottoconsumo, ossia contingente e possibile; che la crisi non è affatto etica ma il frutto della duplice contraddizione da un lato della distribuzione antagonista tra lavoro salariato e capitale, dovuto all’eccesso di lavoro non pagato, dall’altro dello scontro imperialista tra capitali, dovuto alla spietata concorrenza transnazionale».
Sorvoliamo sulla bizzarra definizione della crisi di sovrapproduzione e andiamo alla tesi, provando a spiegare perché è completamente sballata. 

Chiunque abbia sale in zucca sa che il sistema finanziario/bancario non è affatto una sovrastruttura, che è invece parte integrante della struttura sistemica dei paesi capitalistici, tanto più di quelli "avanzati". E' avvilente che occorra ripetere questa banalità ad uno che si dice comunista, e ciò a ben 108 anni dalla pubblicazione de L'imperialismo di Lenin.
Qual era la tesi di Lenin? Che la struttura stessa dei paesi capitalisti "avanzati" fosse mutata con l'avvenuta fusione tra capitalismo industriale e quello bancario, di qui, appunto,  la categoria di "imperialismo", ovvero il predominio dispiegato del capitale finanziario, giunto fino a sussumere gli apparati statuali.
Non solo la tesi di Lenin si è rivelata giusta, se consideriamo l'attuale formazione sociale dei paesi imperialistici, la tendenza alla finanziarizzazione è andata talmente avanti che essa si rivela oggi addirittura inadeguata. Dicevamo quattro anni fa:
«Le crisi degli anni 80, le bolle degli anni novanta e 2001, anticiparono il grande collasso del 2008. Cosa ha dimostrato questo collasso? Ha dimostrato fino a che punto il capitalismo occidentale fosse soggiogato dalla finanza puramente predatoria.
La fenomenologia del capitalismo odierno sembra dare ragione ad una tendenza accennata da Marx nei Grundrisse: quella, nativa di un sistema basato sul valore di scambio, del valore di scambio medesimo “a porsi nella forma pura del denaro”, nella vocazione a conservarsi, anzi ad accrescersi, evitando le fatiche della produzione di merci, l’esodo dalla creazione di plusvalore. Al rischio d’impresa è stato preferito il rischio nella sua forma più nuda, quella della scommessa.
Il capitale sembra essere tornato bambino, alle sue pulsione predatorie primordiali, quando la rendita e il capitale a interesse erano la base e l’economia non era ancora fondata sul plusvalore. Dal valore al capitale e ritorno. Il valore di scambio s’impone nella sua purezza simbolica, nel denaro in quanto rappresentante generale di ricchezza astratta. Come scrisse Marx nei Grundrisse: «Il valore di scambio è tempo di lavoro relativo materializzato nei prodotti, il denaro e uguale al valore di scambio delle merci svincolato dalla loro sostanza»
La modalità che si è venuta affermando come soverchiante è dunque quella del capitale a porsi nella sua forma estrema di ricchezza astratta, concretamente nella forma di capitale a interesse e a credito. Nuove e sofisticate forme di rendita che consentono, usando le leve finanzarie, di captare e drenare in forma indiretta plusvalore da ogni dove, da ogni poro del sistema. Un meta-capitalismo fondato sull’usura. (...)
Il sopravvento del capitale finanziario predatorio improduttivo significa appunto un mutamento della gerarchia interna e composizione del capitale, un diverso rango sistemico. Ne risentono sia la composizione e struttura sociale (con la crescita dei settori improduttivi del lavoro), che le sovrastrutture statuali, politiche e giuridiche».
[2]
Seguendo alla lettera il Dalcò, impigliato com'è nella trappola ideologica di un operaismo a buon mercato, si giunge alla conclusione che l'imperialismo... sarebbe una sovrastruttura del capitalismo

Oltre a Lenin il Nostro dovrebbe tornare a studiare, nel caso lo abbia fatto, lo stesso Marx. 
E' universalmente nota la prefazione del 1859 a Per la critica dell’economia politica dove Marx scolpisce la sua concezione materialistica della storia. Che ci dice Marx criticando Hegel? 
Che «tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato» non possono essere compresi né per sé stessi, né mediante «la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici nei rapporti materiali dell’esistenza», cioè nei rapporti di produzione. Ci dice che «l’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale».
E' evidente cosa intenda Marx per sovrastruttura. Di più, non è lecito dimenticare Gramsci che nei Quaderni del carcere invitava giustamente i marxisti a sbarazzarsi di un certo materialismo storico volgare e meccanicistico, e sottolineava l'importanza delle sovrastrutture ideologiche (vedi ad esempio, tra gli altri miti, quello della nazione), senza le quali non si mobilitano le masse e quindi non si cambia la società.

Fischi per fiaschi

Dalcò ad un certo punto scrive:
«... l’Eurozona non è uno stato ma rappresenta esclusivamente l’imperialismo dei paesi creditori e delle loro banche, a cominciare da quelle renane, nei confronti di quei paesi maiali indebitati e in perenne vacanza sul Mediterraneo. (...) Il buon senso conclude quindi che l’euro è la sovrastruttura del capitalismo dell’Unione Europea costruito su misura dell’imperialismo tedesco e dei paesi creditori nei confronti dei paesi debitori. Combattere l’euro e l’Unione Monetaria senza combattere tutto il Trattato di Maastricht e l’Unione Europea, l’economia di mercato fortemente competitiva come recita il Trattato, è come verniciare la biancheria sporca piuttosto che metterla in lavatrice. (...) Purtroppo, rispetto all’altra sponda dell’oceano, nel vecchio continente l’imperialismo renano impone l’uscita più dolorosa per salvaguardare i propri crediti dall’inflazione e dalla svalutazione dell’euro».
Come potete vedere, va quasi vicino alla verità, dal momento che afferma: (1) l'eurozona rappresenta l'imperialismo dei paesi creditori e delle loro banche e (2) l'euro è costruito su misura dell'imperialismo tedesco. Per ogni anticapitalista coerente questo sarebbe sufficiente per dire no all'euro. Non per il Nostro però. E perché mai? Perché la lotta deve condurre solo contro la struttura, e non contro la sovrastruttura. Chi mastichi anche solo un po' la storia e le vicende del movimento operaio, sa che questa corbelleria rassomiglia come una goccia d'acqua ad uno dei dogmi dell'estremismo di sinistra, quello del rifiuto di ogni obbiettivo intermedio o democratico, quello per cui la sola lotta che vale la pena condurre sarebbe quella della soppressione totale e subitanea del capitalismo.
E comunque,  logica conseguenza del discorso del Dalcò sarebbe che occorre battersi per uscire dall'Unione europea (la struttura). Invece no, occorre non solo tenersi le catene dell'euro, ma restare nel consorzio, che lui stesso definisce imperialistico, dell'Unione.
Sentiamo:
«Persino pretendere di combattere entrambe, Unione Monetaria e Unione Europea, attraverso lo slogan significativo dell’uscita dall’euro è un modo ideologico, fuorviante e pericoloso, di affrontare la realtà. Infatti, questa parola d’ordine non è assolutamente sufficiente. Si ricordi a proposito che la sovrastruttura può essere dominante, ma non potrà mai essere determinante. La moneta, ad esempio, è dominante nel sistema capitalistico ma non è determinante; essa fa apparire il capitalismo come una economia monetaria e presenta il profitto come una espressione nominale mentre esso è la forma feticistica dei rapporti sociali e dell’appropriazione gratuita di lavoro altrui. Così l’euro e le sue leggi, per quanto dominanti, non sono determinanti, ma rappresentano simbolicamente la forma transitoria dell’aggressione del capitale europeo multiforme. Le forme sono mutevoli, la sostanza no. Piuttosto la radice da combattere è il capitalismo e la proprietà privata capitalistica europea».
Mai visto un simile astruso pasticcio teorico. Alla rinfusa sono mischiate nozioni maldigerite di dialettica hegeliana sulla coppia sostanza e forma (indebitamente scambiate con l'altra coppia marxiana struttura-sovrastruttura), con strafalcioni pseudo-marxisti riguardo ai concetti di feticismo, capitale, denaro, salario, plusvalore e profitto. In questo guazzabuglio si perde lo stesso autore, quando si lascia infatti scappare che la parola d'ordine dell'uscita dall'euro non è "assolutamente sufficiente". E' sbagliata o "insufficiente"? Poiché "insufficiente" significa che la parola d'ordine potrebbe essere giusta se  inserita in un programma più ampio di trasformazione sociale.
Che è appunto quanto afferma la sinistra anti-euro, intendendo per sinistra non solo i marxisti ma pure gran parte dei keynesiani e post-keynesiani. Ma il Nostro, come dicevamo sopra, trucca le carte, compie opera di mistificazione, prende in considerazione solo gli argomenti dei settori no-euro liberisti borghesi, così  ha gioco facile a dire che la sovranità monetaria potrebbe ben conciliarsi con politiche d'austerità anti-popolari. Eh grazie"!

Dalcò scrive quindi:
«Il programma di rivendicazioni transitorie [per "misure transitorie" i trotskysti intendono provvedimenti non direttamente socialisti, ma che fanno da ponte verso la rivoluzione socialista, NdA] deve soffermarsi sulla sostanza e non sulla forma: rivendica la proprietà pubblica delle banche e la cancellazione del debito prima ancora che la fine dell’euro. Infatti, rendere pubbliche le banche rivoluziona automaticamente, in quanto sostanza determinante, la sovrastruttura delle leggi della valuta unica; al contrario l’uscita dall’euro non implica affatto, in quanto forma determinata, la proprietà pubblica delle banche, e nelle condizioni imposte dalle banche private non rappresenterà mai una conquista per la classe lavoratrice».
Notate la flagrante contraddizione. Il Nostro condanna la rivendicazione dell'uscita dall'euro (poiché secondo lui ciò non intaccherebbe la sostanza-struttura) mentre questa sarebbe "automaticamente rivoluzionata" dalla nazionalizzazione delle banche e dal ripudio del debito pubblico. Ma il Dalcò non ci aveva detto che "il debito e la finanza, pubblica o privata, non c’entrano nulla con la causa della crisi", che queste sono solo "forme" e falsi bersagli, poiché "la crisi è economica è reale e non monetaria e finanziaria"? E' infatti evidente, seguendo il suo schema, che l'attacco al sistema bancario ed al meccanismo del debito, non distruggendo subito il capitalismo, non andrebbe alla radice della "crisi di sovrapproduzione". Per quale stregoneria ora aggredirli sarebbe addirittura "automaticamente rivoluzionario"? Mistero hegeliano.

Se il Nostro, invece di prendersela con gli spaventapasseri, tenesse conto di quanto sostiene la sinistra no-euro, saprebbe che noi diciamo di più, diciamo che contestualmente all'uscita da Unione ed Eurozona, ovvero alla disdetta dei trattati fondanti dell’UE (da Maastricht al Fiscal Compact), un governo popolare d'emergenza dovrebbe oltre che nazionalizzare il sistema bancario e ripudiare il debito, avviare una politica per la piena occupazione, controllare i movimenti di capitali e di merci, adottare misure di salvaguardia dell'economia del paese, quindi riprendere la sovranità monetaria e porre sotto controllo pubblico la Banca d'Italia. Oltre ovviamente a misure istituzionali per un sistema di democrazia partecipativa e popolare.
Forse ci sbagliamo, ma questo programma, oltre ad essere coerente, è molto più vicino alla spirito e alla lettera del Programma di Transizione di quanto non lo siano le corbellerie ultra-internazionaliste dei trotskysti di ultima generazione.

Piddinia e gli stati-nazione

E quindi il Nostro cosa propone? Sentiamo:
«L’unione monetaria europea, con le lettere minuscole, non è sbagliata in sé, ma è sicuramente sbagliata nella forma capitalistica; l’unione europea, con le lettere minuscole, non è sbagliata in sé ma è sicuramente sbagliata nella forma capitalistica».
Il Re è nudo! Scopriamo così che la forma verbale estremistica celava la più becera delle sostanze:  si deve non solo restare nell'Unione, già bollata come imperialista e ad egemonia tedesca, ma anche tenerci l'euro, per quanto sia un marco camuffato , ovvero la moneta dell'imperialismo tedesco o renano.

Ed ecco come, scendendo dalle stelle della metafisica alle stalle della politica da piccolo cabotaggio, giustifica la sua posizione.
«In generale, di fronte al mercato mondiale, la crescita della produttività del lavoro sociale necessita di una scala di dimensione sovranazionale. La proposta politica comunista è sempre quanto più internazionalista possibile per una duplice ragione: da un lato ogni conquista sociale è sempre meno precaria e transitoria in una dimensione non nazionale; inoltre la produzione e la socializzazione su larga scala è sempre superiore rispetto a quelle su piccola scala e, alla stessa stregua, la leva finanziaria pubblica per gli investimenti pubblici, ecologisti e digitali, è potenzialmente incomparabilmente più efficace in una dimensione sovranazionale. Per tale ragione la vera politica di rifiuto dell’austerità è inevitabilmente centrata sullo sviluppo di una leva gigantesca di investimenti pubblici finanziata attraverso una banca europea pubblica degli investimenti; pretendere di realizzare una reale ed effettiva politica economica espansiva contraria all’austerità su scala nazionale è una vera e propria fatica di Sisifo. In questa direzione, la valuta unica europea è una condizione imprescindibile di crescita; le valute nazionali sono reazionarie e transitorie». [corsivo e sottolineatura nostra]
L'ultra-internazionalismo degli epigoni di Trotskysi rivela un mero rivestimento ideologico, una maschera dietro a cui si nasconde la sostanza: un banale e trito riformismo di vecchio stampo kautskyano —l'idea per cui saremmo oramai nell'epoca del "super-imperialismo", che la tendenza dominante sarebbe quella alla dissoluzione degli stati nazionali, quella verso un ordine mondiale segnato dalla fine dei conflitti tra stati imperialisti e capitalisti.

Proprio come Kautsky gli epigoni di Trotsky ritengono quindi questa tendenza progressiva, ergo sostenibile. Al pari del grande fronte che va da Toni Negri a Mario Draghi, apprezzano cioè lo spazio dell'Unione europea come il solo pensabile possibile, in quanto irreversibile. 

E' palese il sostrato teorico deterministico della tesi, per cui si scambiano le leggi naturali (ogni mutamento naturale è in effetti irrevocabile) con quelle storiche (non c'è niente di irreversibile nella storia, poiché sì c'è un prima e un dopo, ma ricadute si son sempre date, civiltà sono scomparse per lasciare posto a ciò che pensavano di avere seppellito).

Questo sostrato incapsula un errore politico e strategico gravissimo:  considerare incontrovertibile l'Unione europea conduce non solo a sottovalutare la portata, invece esplosiva, della crisi dell'Unione, implica non vedere le contraddizioni che produce, le potenti controspinte che crea. Pur di tenersi il sogno europeista, essi rimuovono l'incubo reale. 

Non dice niente a questi trotsko-euristi la crisi ucraina e la rinascita del nazionalismo in salsa nazista? Non dice niente il risorgere in tutta Europa di nazionalismi xenofobi che si dimostrano più vivi che mai? Non dice nulla il referendum in Scozia per l'indipendenza? Quello che si approssima in catalogna? Non dice nulla che dopo il crollo dell'URSS da ogni parte del mondo si sono riaccesi conflitti nazionali e financo settari? Non dice nulla a Lorsignori che l'imperialismo euro-atlantista, usando il braccio NATO, tenta disperatamente di tenere in piedi la propria supremazia monopolare attaccando o minacciando ogni popolo e nazione che tenti di alzare la testa? Non vedono che la tendenza alla guerra è appunto alimentata dal Moloch euro-atlantista? Che questo espansionismo non può che produrre legittime resistenze nazionali?

La gravissima crisi dell'Unione sta alimentando le spinte nazionali, spinte che, come la Francia dimostra, attecchiscono anzitutto tra le classi proletarie e popolari. E perché attecchiscono? Perché davanti allo sfondamento del neoliberismo, davanti alla macchina da guerra dell'Unione gli strati più deboli della popolazione chiedono protezione, e immaginano che questa possa essergli fornita, vista la capitolazione delle sinistre e dei sindacati, solo dallo Stato. Uno Stato concepito come strumento popolare e non oligarchico. Solo degli allucinati, vinti dall'ideologia del pensiero unico liberista-progressista, possono considerare questa richiesta come reazionaria. Occorre piuttosto fare i conti con la spinta che viene dal basso, per orientarla in senso socialista.

Per quanto triste dunque sia, occorre prendere atto che gran parte delle sinistre, comprese quelle più radicali, considerando nemico principale le spinte popolari alla riconquista delle sovranità nazionali (populismo!), sono diventate  satelliti del Pd, come Renzi si illudono di poter "cambiare verso" all'Unione europa, e quindi sono oggettivamente diventate truppe di complemento delle oligarchie eurocratiche. 

Dopo un decennio di catalessi, esse vanno incontro, come dei capodogli impazziti, all'eutanasia di massa. Cosa possiamo fare noi se noi se non mettere in guardia gli aspiranti suicidi? Questo infatti facciamo, sicuri che molti, speriamo per tempo, rifiuteranno di buttarsi di sotto. Ma lo facciamo sapendo che esiste il libero arbitrio.


NOTE

[1] Sinistra anticapitalista è emersa dalle recente scissione di Sinistra Critica, ultima propaggine di una delle correnti trotskyste di Rifondazione comunista. Alle ultime elezioni europee Sinistra anticapitalista ha sostenuto la Lista Tsipras.

[2] IL DECLINO DELL'OCCIDENTE E LA QUESTIONE DELL'IMPERIALISMO 
Prolusione svolta da Moreno Pasquinelli nell'ottobre 2010 al convegno «Dalla crisi del capitalismo alla fuoriuscita dal capitalismo». Prima parte e seconda parte

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martedì 16 settembre 2014

SPERANDO NELLA SCOZIA di Leonardo Mazzei

16 settembre. 
Cinque buone ragioni per augurarsi la vittoria indipendentista e la sconfitta del mito ideologico "british".

Giovedì gli scozzesi decideranno se separarsi oppure no dal Regno Unito. Il risultato è incerto, e già questa è un'enorme sorpresa rispetto a quel che ci si attendeva soltanto due settimane fa. Dalla previsione di un successo del no, che all'establishment londinese pareva scontato, siamo infatti passati ad una lotta all'ultimo voto. Ed a Londra è il panico.

La campagna per il no all'indipendenza, fin dall'inizio basata sulla paura, ha rincarato la dose sugli effetti catastrofici di una vittoria del sì: isolamento della Scozia, caos monetario, fuga di capitali, eccetera. In realtà, i politici inglesi - non solo le forze governative, ma pure i laburisti - non sono tanto preoccupati del futuro dei 5 milioni di scozzesi, quanto dall'indebolimento del Regno Unito e dalla crisi politica che inevitabilmente li investirebbe.

Gli scozzesi hanno tante buone ragioni per votare sì. E così pure la sinistra scozzese. Non a caso sono diverse le personalità e le organizzazioni di sinistra che si sono apertamente pronunciate per il sì. Inoltre, secondo gli ultimi sondaggi, gli elettori che voteranno sì nel campo laburista - partito che è alla testa del fronte del no, dato che i conservatori in Scozia sono considerati semplicemente impresentabili - sono passati in poche settimane dal 18 al 35%.

Negli strati popolari c'è la legittima attesa di una politica meno liberista. Lo Scottish National Party (SNP), che guida lo schieramento indipendentista, è una forza di ispirazione socialdemocratica che ha nel suo programma la difesa del welfare, una tassazione progressiva ed una maggiore redistribuzione della ricchezza. Forse è anche per questo che la maggioranza degli operai (secondo i sondaggi il 56%) è favorevole all'indipendenza.

Più controversa la questione della futura collocazione internazionale della Scozia. Lo SNP è favorevole alla permanenza nell'Unione Europea, mentre non è troppo chiara la posizione sulla NATO, anche se resta la ferma opposizione alle basi nucleari presenti sul territorio scozzese. Interessante, comunque, la posizione espressa anche di recente dal leader indipendentista Salmond, contraria alla politica guerrafondaia ed alle avventure militari di Londra, in particolare alla partecipazione della Gran Bretagna all'aggressione all'Iraq del 2003.

Cinque motivi per augurarsi la vittoria del sì



Il voto scozzese non riguarda solo gli scozzesi. E' vero, l'incertezza è grande non solo sull'esito del referendum, ma anche sugli sviluppi che seguirebbero ad una vittoria del sì. Ma ci sono almeno cinque motivi per auspicare che la scelta indipendentista prevalga.

Vediamoli:

1. La Gran Bretagna - L'indipendenza scozzese segnerebbe di fatto la crisi del Regno Unito. Essa sarebbe un colpo non soltanto a quel che resta della vecchia potenza colonialista ed imperialista, ma anche all'attuale ruolo di alleato numero uno della superpotenza americana.

2. Il capitalismo globalista - Dopo i decenni della destabilizzazione dell'est europeo, seguiti al biennio 1989/1991, anche l'occidente imperialista vedrebbe rimettersi in moto i propri confini, ponendo fine tra l'altro all'idea del progressivo superamento degli stati-nazione, cioè ad una delle idee-forza del capitalismo globalista. Da qui il crescente nervosismo della city londinese, segno inconfondibile della portata della posta in gioco.

3. L'Unione Europea - E' vero che la nuova Scozia indipendente chiederebbe di aderire all'Unione Europea, ma per l'UE l'indipendenza scozzese sarebbe un autentico choc. Intanto, nell'immediato, il perimetro dell'UE si restringerebbe per la prima volta. Poi, la successiva adesione non sarebbe certo automatica né tantomeno scontata, visto che diversi stati (in primo luogo la Spagna) certamente si opporrebbero. In ogni caso, la già scricchiolante costruzione europea non potrebbe che risentirne in profondità.

4. La moneta - Gli indipendentisti scozzesi chiedono di poter continuare ad usare la sterlina. Ma sentite come ha motivato il suo no Mark Carney, governatore della Banca d'Inghilterra: «un'unione monetaria tra una Scozia indipendente e il resto del Regno Unito sarebbe incompatibile con la sovranità». Insomma, un'unione monetaria anche tra due soli paesi, peraltro precedentemente uniti, non si può fare. E' una questione di sovranità. A nessuno, sul continente, fischiano gli orecchi? Non sappiamo come finirà la cosa, ma non possiamo certo escludere la strada della sovranità monetaria, che sarebbe non solo la migliore per gli scozzesi, ma anche quella che dimostrerebbe una volta di più la mostruosità dell'euro, nonché la possibilità oltre che la necessità di uscirne.

5. La democrazia - Ha scritto Massimo Nava (editoriale del Corriere della Sera del 14 settembre) che la vicenda scozzese va letta nel più generale contesto europeo, determinato da «un denominatore comune, che è la causa dello scenario generale: la diminuita legittimità degli Stati nazionali, lo scarso riconoscimento dell'Europa come soggetto politico sovranazionale». In una parola, la crisi della democrazia. Naturalmente, diciamo noi al di là del caso scozzese, la risposta a questa crisi, che è l'altra faccia del concreto dominio delle oligarchie sovranazionali, non dovrà essere sempre e necessariamente quella delle "mille patrie". Ma che intanto da qualche parte si cominci a rispondere chiedendo democrazia e sovranità è già un bel passo avanti.

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lunedì 15 settembre 2014

L'ESTREMA SINISTRA E IL TABÙ DELL'EURO(pa)

15 settembre. In etnologia il tabù consiste nella proibizione di carattere magico-religioso nei confronti di oggetti, persone, luoghi considerati di volta in volta sacri, oppure contaminanti, impuri e dunque potenzialmente pericolosi. In psicanalisi, il termine indica ogni atto proibito, oggetto intoccabile, pensiero non ammissibile alla coscienza, come nel caso emblematico dell’incesto. 

Per quanto riguarda come l'atteggiamento della sinistra innanzi all'euro e all'Unione europea vale, a noi pare, la nozione psicoanalitica di tabù. E' proibito non solo condannare l'Unione e la sua moneta unica, è illecito anche solo pensarlo.

Purtroppo ciò non vale solo per il Pd e le sue  frattaglie, vale per il grosso dell'estrema sinistra. Vale in particolare per il settore dei cosiddetti "movimenti".  Forme di lotta magari discutibili per obiettivi e diritti spesso sacrosanti. 

Per dovere di cronaca pubblichiamo il testo finale uscito dalla assemblea nazionale che ha proclamato per il prossimo 14 novembre una giornata di lotta con "scioperi generali metropolitani". Nessuna parola, nemmeno una, sul fatto che l'Unione europea è la macchina da guerra delle classi dominanti; nessuna parola contro l'euro, principale grimaldello delle politiche d'austerità neoliberiste. Anzi, si afferma: 
«È evidente a tutte e tutti che l'Europa è il terreno minimo dello scontro, la scala transnazionale decisiva per affermare conflitti capaci di incidere».
Si è mai visto qualcuno vincere il nemico che non riconosce come tale?


Strikemeeting, il documento finale dopo la plenaria di ieri ad Acrobax di Roma*

Ecco il comunicato finale dello #strikemeeting che si è svolto a Roma in questo fine settimana. Oltre 500 tra precari/e, lavoratrici/ori, attivist*, student* hanno discusso e lanciato alcune proposte per la costruzione di un’opposizione sociale, ampia e articolata, capace di resistere alla devastazione del «modello sociale europeo» e dei governi della BCE che stanno portando un attacco senza precedenti al salario, disoccupazione di massa, privatizzazioni del welfare (formazione, sanità, previdenza) e dei settori strategici, recinzione dei beni comuni.

«Partiamo da un dato: nei tre giorni dello Strike Meeting, oltre 500 tra lavoratrici e lavoratori, precari, studentesse/studenti, attiviste/i sindacali, dei centri sociali e dei comitati che difendono i beni comuni, provenienti da tutta Italia e non solo, si sono incontrati e hanno discusso per ore, mettendo a confronto forme organizzative, pretese programmatiche, pratiche di lotta. Un dato per nulla scontato, che non si limita a registrare la forza quantitativa dell'evento, ma segnala, semmai, la qualità di un processo politico dove alla competizione tra gruppi si sostituisce la composizione virtuosa delle differenze. Da qui dunque occorre prendere le mosse per passare in rassegna i punti salienti del dibattito.

Nei workshop come nelle plenarie, nei tavoli programmatici come nella tavola rotonda con gli attivisti provenienti da Germania, Francia, Grecia, Spagna e Portogallo, centro dell'attenzione sono state le politiche neoliberali, approfondite dalla crisi, che stanno ridisegnando lo scenario europeo: attacco ai salari, compressione dei diritti sindacali, dequalificazione e aziendalizzazione della formazione e della ricerca, privatizzazione delle public utilities, recinzione dei beni comuni, nuovo governo della mobilità della forza-lavoro e sfruttamento del lavoro migrante. Altrettanto, e al seguito di una definizione non superficiale di questi fenomeni, è emersa l'esigenza di fare un salto di qualità nell'articolazione delle lotte e delle istanze programmatiche.

È evidente a tutte e tutti ‒ e l'avvio della tre giorni con la tavola rotonda animata dagli attivisti europei non è stato casuale ‒ che l'Europa è il terreno minimo dello scontro, la scala transnazionale decisiva per affermare conflitti capaci di incidere. Ed è evidente che senza la costruzione di uno spazio di relazione permanente e innovativo tra le lotte e i movimenti è inimmaginabile rompere l'impasse e sovvertire il presente. Lo sciopero sociale, generale e generalizzato, precario e metropolitano vuole essere un primo approdo, indubbiamente parziale ma fondamentale, di questa sperimentazione. Un modo per cominciare a rovesciare la narrazione tossica che sostituisce il merito all'uguaglianza, la competizione selvaggia alla felicità comune.

La piattaforma dello sciopero non può che comporre le istanze che segnano il mondo del lavoro e della formazione, del non lavoro e della cooperazione sociale. Rifiutare e respingere il Jobs Act e la riforma renziana della scuola, oltre alla nuova stagione di privatizzazione e mercificazione dei beni comuni, in generale la trasformazione neoliberale del mercato del lavoro e la rinazionalizzazione della cittadinanza, significa infatti battersi per un nuovo welfare, per il diritto all'abitare, per il reddito europeo sganciato dalla prestazione lavorativa, per il salario minimo europeo, per l'accesso gratuito all'istruzione, e lottare contro i dispositivi di selezione e di controllo che, attraverso le retoriche meritocratiche, aprono le porte delle scuole e delle università ai privati e fanno del sapere strumento docile degli interessi d'impresa. Non c'è solo la disoccupazione a colpire giovani e meno giovani, non è solo la sottoccupazione a trafiggere milioni di donne e di uomini. Si tratta del nuovo mantra dell'occupabilità che spinge ad accettare il lavoro purché sia, quello senza diritti e, addirittura, gratuito (vedi il modello Expo). Rivendicare reddito garantito e salario minimo europeo deve quindi procedere di pari passo con la pretesa della libertà e della democrazia sindacale, del diritto di coalizione e di sciopero, dentro e fuori i posti di lavoro. Ancora: senza la difesa dei beni comuni e la riappropriazione democratica del welfare è impensabile un processo di conflitto espansivo che sappia mettere all'angolo la gestione neoliberale della crisi.

Una piattaforma comune per uno sciopero sociale che sappia combinare le diverse forme di lotta e di sciopero sperimentate e progettarne di nuove, potenzialmente capaci di estendersi su scala europea: lo sciopero generale del lavoro dipendente, lo sciopero precario e metropolitano, lo sciopero di chi non ha diritto di sciopero, il netstrike, lo sciopero nei luoghi della formazione, lo sciopero di genere. Un caleidoscopio di pratiche da costruire pazientemente attraverso dei veri e propri laboratori territoriali dello sciopero.

Verso lo sciopero sociale, per il quale proponiamo la data del 14 novembre ‒ per avere il tempo di far crescere un processo reale che vada oltre l'evocazione roboante, e perché proprio a novembre si concluderà l'iter parlamentare del Jobs Act, mentre si procederà speditamente verso l'approvazione della Legge di stabilità e il giorno successivo si concluderà la consultazione del Governo sul Piano Scuola ‒, sono diversi gli appuntamenti importanti che rilanciamo con forza: il 2 ottobre a Napoli, per contestare il board della BCE; il 10 ottobre, la grande mobilitazione e gli scioperi delle studentesse e degli studenti, dei docenti e del personale ATA; l'11 e 12 ottobre a Milano, avviando la lunga agenda di conflitto contro l'Expo che avrà come approdo il 1 maggio; dal 9 al 12 ottobre, la guerriglia tag contro l'Internet Festival di Pisa; il 16 ottobre dove con buona probabilità prenderà forma lo sciopero generale della logistica. Proponiamo inoltre a tutte le reti europee di avviare una discussione sull'estensione transnazionale della pratica dello sciopero: saremo a Bruxelles al meeting lanciato dal coordinamento di Blockupy il prossimo 26 e 27 settembre per discutere iniziative comuni. Proponiamo anche per il 7 novembre una giornata di azioni dislocate in tutte le città contro il programma Youth Guarantee e più in particolare contro gli enti pubblici e privati (centri per l'impiego, Regioni, agenzie interinali, università/fondazioni) che il programma gestiscono. Sabato 1 novembre, e se la data del 14 novembre sarà accolta come la migliore per lo sciopero sociale, proponiamo di rivederci a Roma, un'assemblea dei laboratori territoriali per entrare nel vivo della preparazione dello sciopero stesso.

Da tutte e tutti coloro che hanno partecipato allo Strike Meeting un caloroso abbraccio agli attivisti ancora privi della libertà, nella speranza di rivederli presto con noi nelle lotte».

#14N
#scioperogenerale
#scioperosociale
#stopjobsact
#renzistaisereno

* Fonte: contro la crisi

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