venerdì 9 dicembre 2016

DOPO L'EURO, OLTRE KEYNES di Sergio Cesaratto

[ 9 dicembre ]

D. Nel 2012 hai scritto un libro con Massimo Pivetti dal titolo Oltre l'austerità. Ce ne vuoi parlare soffermandoti sui risultati di queste politiche in Italia e in Europa?
R. Nel 2012 il libro pubblicato on line da Micromega fu una prima testimonianza contro le politiche europee. Naturalmente tutto quello che scrivemmo lì si è avverato soprattutto nei riguardo degli anelli più deboli dell’eurozona, Grecia, Portogallo, Italia. Le cose vanno apparentemente meglio in Spagna al costo di una riforma del mercato del lavoro ancora più feroce di quella italiana in cambio della quale Madrid ha però ottenuto una certa tolleranza per i suoi disavanzi pubblici. Così da anni è concesso a quel Paese di sforare i parametri europei e ciò spiega la sua maggiore crescita. Sospettiamo anche che la finanza internazionale, la Deutsche Bank in primis, abbiano l’ordine di servizio di continuare a finanziare quel Paese così virtuoso. Ciò non è concesso all’Italia, che il capitale tedesco vuole schiacciare distruggendo la nostra industria. La devastazione che l’austerità europea sta imponendo al Paese è enorme. Il pericolo maggiore è l’assuefazione al degrado.
D. Sei lezioni di economia nascono da un colloquio immaginario con i tuoi studenti, quesiti che scaturiscono dai tuoi corsi universitari come nasce l'idea del libro e come si è sviluppata?
R. La lettrice (o lettore) immaginario non è necessariamente uno studente. I compagni si rivolgono a me in genere chiamandomi “professore”, e io credo questo sia molto importante. Non per una mera lusinga, ma perché è importante che gli accademici più sensibili siano in mezzo alla gente di buona volontà, e venga da tutti percepito che la conoscenza deve e può essere condivisa. In questo senso il libro ha voluto dimostrare che l’economia può essere compresa da tutti coloro che, al di là di titolo di studio e professione, leggano libri e si informino. Nulla è senza sforzo naturalmente! Il libro cerca di aiutare mostrando che esistono diverse teorie. La percezione delle differenze aiuta la comprensione. Sempre più mi sto ora convincendo, presentando il libro in giro, che il volume proprio perché parte dalle teorie - in relazione ai problemi politici che ci assillano - costituisce un’operazione quanto mai tempestiva nel cercare di ripiantare dei paletti di riferimento per una sinistra smarrita e politicamente ai limiti della scomparsa.
D. Può elaborare di più questo punto?
R. Sì. Con la scomparsa del socialismo reale e il transito verso il neoliberismo di gran parte del movimento socialdemocratico (incluso i DS-PD) la sinistra ha smesso di cercare una alternativa di lungo periodo al capitalismo, o anche di medio-termine attraverso un compromesso social-democratico. Ha nei fatti accettato che il mercato sia l’unico game in town. Il punto è che anche la quasi totalità di ciò che rimane della sinistra più radicale ha introiettato il liberismo. Le sue parole d’ordine sono il cosmopolitismo, l’irreversibilità della globalizzazione, la libertà di circolazione del lavoro, la scomparsa dello Stato nazionale come asse politico arrivando all’odio politico per lo Stato tout court in nome della libertà individuale. Questo è liberismo puro! Le radici di questo sono lontane. Storicamente sono due le correnti di pensiero cosmopolitiche: quella liberale e quella marxista. In pratica, tuttavia, il movimento operaio, specie nelle sue frange più sensibili agli avanzamenti concreti nelle condizioni di vita dei lavoratori, ha individuato la sua sfera d’azione nei confini della comunità nazionale, guidando anzi le lotte di liberazione nazionale. Senza naturalmente rinunciare a ideali universalistici, ma mai sacrificando il bene dei propri ceti popolari a ideali astratti. Ubriacata dal liberismo, la sinistra antagonista persegue oggi questi principi astratti. Che poi astratti non sono poiché la connivenza alla /(de facto) libera circolazione del lavoro ha devastato il nostro mercato del lavoro, e mina anche le relazioni sociali (il che vuol dire minare le relazioni di solidarietà alla base, ad esempio, dello Stato Sociale). Dobbiamo rimettere dei paletti.
D. Parti da un approccio classico-keynesiano in antitesi a quello marginalista o neoclassico che domina libri di testo e i discorsi ufficiali. Oggi ha senso essere keynesiani e qual è l'attualità di Keynes.
R. In effetti un’altra tragedia della sinistra italiana, a cominciare dal PCI è l’assenza di una conoscenza minimamente profonda dell’economia politica, e in particolare del pensiero critico. Questo dovrebbe essere il suo abc, ma non lo è mai stato, se non in una breve stagione che vide, ad esempio, la fondazione della Facoltà di Economia di Modena da parte di un gruppo di (allora) giovani economisti (che avevano Sraffa e Garegnani come riferimento) in collegamento col movimento sindacale e in particolare i metalmeccanici. Il PCI ha sempre ignorato Keynes e Sraffa. Certo, verso Sraffa v’è sempre stata la deferenza dovuta all’amico di Gramsci, ma quanto a introiettare la sua critica all’economia dominante molto poco o nulla. Sraffa e la ripresa degli economisti classici e di Marx è uno dei paletti che dobbiamo ripiantare. Il libro credo qui svolga una funzione utile. Nelle sue pagine si sottolinea, seguendo la lezione di Leonardo Paggi, come la tradizione comunista fosse un misto di liberismo e stalinismo. Si legga al riguardo il recente volume di Pivetti e Barba (La scomparsa della sinistra, Imprimatur), un altro must se ci si vuole ancora definire di sinistra. Serve Keynes? Certo, la questione è che il capitalismo, con il venir meno della sfida del socialismo reale, e consapevole che la piena occupazione porta indisciplina sociale, non è interessato alle ricette keynesiane. C’è al riguardo un articolo di Michal Kalecki (il Keynes marxista) del 1943 che ogni persona di sinistra dovrebbe aver letto. Ma noi dobbiamo essere interessati a Keynes nella battaglia politica contro il neo-liberismo, pur consapevoli che il capitale non ne vuol sentir parlare. Le politiche keynesiane, pur munizioni essenziali di un governo progressista, non sono inoltre sufficienti in un contesto internazionale anti-keynesiano. Il keynesismo in un Paese solo implica altre misure radicali, che per certi versi vanno verso misure socialiste. Ne dobbiamo aver paura? Solo una sinistra che ha perso i paletti e considera il mercato come l’unico gioco possibile ha queste paure.
D. La dittatura dell'euro ha radici profonde nei testi classici del pensiero economico. Vuoi parlarcene?
R. L’euro si basa su una “produzione scientifica” che negli anni ottanta riprese idee vecchie di un secolo (il pesce rosso del libro) sostenendo che la politica monetaria ha effetti solo sui prezzi e non sulla produzione e occupazione (il monetarismo insomma). Si dice che, per questo, la politica monetaria deve essere affidata a banche centrali indipendenti, meglio se straniere, che abbiano come obiettivo il solo controllo dei prezzi. Non è vero, invece, che la politica monetaria non abbia effetti per l’occupazione, come dimostra il quantitative easing di Draghi che cerca di risollevare domanda e occupazione senza la quale perdura la deflazione. Il punto è che senza una politica fiscale espansiva, anzi con la persistenza dell’austerità, la politica monetaria non può far molto. Nel libro cerco di spiegare queste cose in termini accessibili, una lettura utile agli studenti per smentire le assurde chiacchere dei libri di testo, e all’attivista di sinistra per capire i processi di cui vuole essere protagonista.
D. La sinistra è stata troppo tenera con l'europa di Maastricht e dell'euro, anzi subalterna all'Europa del capitale. Qual è il tuo giudizio?
R. Che forse dovremmo smetterla di chiamarla sinistra. Sono neoliberisti mascherati da internazionalismo. Dalla gabbia europea è difficile uscire, questo è verissimo. Solo un evento politico ci porterà fuori. Forse dovremmo contribuire a che si verifichi. Ciò detto, la sinistra non la si ricostruisce solo sul no-euro. Per questo basta Salvini. E’ necessario un ripensamento più profondo e ampio. Ma vanno ricostruiti i paletti. Va compreso dove il socialismo reale ha fallito. Va compreso se e come si può riproporre oggi un compromesso socialdemocratico. Va ricostruita la centralità della sovranità costituzionale, vale a dire la libertà per ogni popolo di perseguire gli obiettivi che ritiene giusti senza dittature sovranazionali. Va ricostruita la centralità dello Stato, di uno Stato democratico. Se non si crede a queste cose, non capisco perché si voti NO il 4 dicembre. Dispiace che l’unico quotidiano “di sinistra” mortifichi il dibattito, ospitando un confuso pensiero unico, cosmopolitico e neo-liberista de facto.
D.Da dove possiamo ripartire per una analisi della realtà non omologata al pensiero unico neoliberista e all'insegna del conflitto?
R. Abbiamo una montagna di pensiero solido a cui riferirci, nel libro ne offro una selezione. Abbiamo bisogno di studiare, di lottare e di studiare. Dobbiamo riprendere il coraggio intellettuale e politico per non arrenderci all’arretramento di civiltà a cui assistiamo e a cui ci pieghiamo assimilandone l’ideologia – come ho cercato sopra di argomentare. Il capitalismo vince perché abbiamo introiettato l’idea che non vi siano alternative. Serve studiare. Come diceva Marx: “La politica è studio: guai a chi si perde nei vuoti giri di parole… odiare a morte i politicanti da strapazzo e la loro ciarlataneria. Pensare con rigore logico ed esprimere chiaramente i pensieri: ciò impone di studiare. Studiare, studiare!” E serve più unità. E’ sconvolgente quanto forze vive della sinistra siano frammentate (penso al sindacalismo di base). C’è troppo settarismo e dogmatismo. Serve una sinistra che pensi, ma anche politicamente pragmatica e che abbia al cuore l’avanzamento sociale e non principi ideologici. Io le battaglie le voglio vincere. La sinistra a cui piace la lotta per la lotta, ché anzi nelle sconfitte si tempra la militanza, non è la mia.

* Fonte: contro la crisi

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giovedì 8 dicembre 2016

LO SPAURACCHIO DEL ROSSOBRUNISMO di Moreno Pasquinelli

[ 9 dicembre ]

Il quotidiano LA STAMPA, tra i diversi organi di regime, è quello che picchia più duro contro il Movimento 5 Stelle — le spocchiose élite torinesi non hanno ancora digerito l'espugnazione della loro roccaforte.

Un siluro è sparato anche nell'edizione del 6 dicembre, sia cartacea che elettronica. Il titolo è roboante: "Così Grillo spinge i 5 Stelle a destra". Citando presunte gole profonde si insinua che Beppe Grillo starebbe pensando ad un governo M5S-Lega-Forza Italia (embé?). In verità tutto dipana una deduzione: Grillo avrebbe scoperto che i nuovi poveri prodotti dalla crisi votano per le destre, vedi Brexit e Trump; dunque giusto allearsi con le destre. Al netto della fuffa scandalistica, siamo alle prese con la solita litania anti-populista. Tuttavia LA STAMPA è andata giù più pesante.

Prendendo spunto dal comizio conclusivo della campagna referendaria svolto da Beppe Grillo a Torino la sera del 2 dicembre, su LA STAMPA del 4 dicembre [Beppe Grillo e la mistica della sconfitta], tal Massimiliano Panarari, snocciola erudite quanto capziose considerazioni teoriche per poi sferrare il fendente: grillismo come rossobrunismo.

Il pretesto dal quale Panarari prende le mosse è che Beppe Grillo a Torino, dando per scontata la vittoria del Sì al referendum, ha tra le altre cose affermato: "dobbiamo abituarci a essere perdenti contro il mondo". Da questa frasetta —che, detto en passant dimostra quanto anche Grillo fosse andato anch'egli nel panico, cadendo vittima degli incantesimi renziani, quindi quanto fosse lontano dal comune sentire popolare—Panarari deduce che nel Movimento 5 Stelle c'è:
«... l'epica evocazione della sconfitta. La mistica della battaglia perduta affonda le proprie radici in una vasta tradizione politica antidemocratica, ed è una tipica issue simbolica di confine tra il radicalismo di destra e un certo radicalismo di sinistra, che da qualche tempo si vedono miscelati nel fenomeno del "rossobrunismo". Si pensi alla ricerca della "bella morte" dei repubblichini di Salò, all'esaltazione del suicidio rituale di una certa cultura di destra giapponese (che aveva tra i suoi portabandiera lo scrittore Yukio Mishima), ma anche alla mitologia nazionalista di Slobodan Milosevic».
Il Panarari —prima di concludere con un patetico inno alla "base illuministica, empirica e incrementale (sic!) del liberalismo"— è addirittura più preciso, sostiene con sicumera che nel Movimento confluiscono di certo diversi filoni ma quello principale sarebbe
«... l'irrazionalismo delle destre radicali novecentesche... lo sconfittismo eroico, l'idea della lotta solitaria e intrepida (intrisa di superomismo) contro nemici potentissimi e soverchianti (tra cui i famigerati, e non ben precisati "poteri forti" e la finanza); il sovranismo; e l'avversione per la tecnica... un apocalittismo proprio della destra reazionaria».
Troppa grazia Sant'Antonio, verrebbe da dire.
Non sappiamo se Grillo abbia letto questo giudizio ontologico, se lo ha fatto di sicuro avrà risposto con una fragorosa pernacchia, più precisamente con il consueto belin, vaffanculo!
infami vignette sinistrate...

Ma ammettiamo pure che le cose stiano come sostiene Panarari: dove starebbe, entro il contesto concettuale da lui artatamente tracciato, la parte di codice genetico ascrivibile ad una sinistra radicale? Prendendo per buoni il suo metodo analitico, i segni distintivi che ascrive al M5S, si dovrebbe concludere che quest'ultimo sarebbe la reincarnazione postmoderna pura e semplice di certo fascismo mistico ed esoterico. Il rosso infatti è semplicemente assente, oltre l'aria fritta resta solo un nero profondo. Panarari parrebbe in perfetta sintonia con le farneticazioni di certe sette comuniste per cui il grillismo è solo una riedizione del fascismo —vedi: PCL: Movimento 5 Stelle e fascismo.

Il fatto che vorrei segnalare non è tanto che questa descrizione del complesso fenomeno del "grillismo" è fasulla, miserabile. Ciò che vorrei rimarcare è che con il ricorso al topos del rossobrunismo siamo in presenza di un vero e proprio salto di qualità nella maniera con cui le élite sistemiche rappresentano i loro avversari.

Fino ad oggi queste élite "politicamente corrette" hanno lanciato, contro tutti i nuovi movimenti antioligarchici, l'anatema del "populismo." Dimostratisi inefficaci la scomunica ed i relativi esorcismi, i pennivendoli borghesi rincarano la dose, radicalizzano l'accusa: dal "populismo" siamo già passati al "rossobrunismo". Potremmo dirla in questo modo: dalla satanizzazione del nemico alla sua hitlerizzazione.

Il salto è evidente, non fosse per il bersaglio grosso (Beppe Grillo ed il suo movimento) contro cui l'accusa di rossobrunismo è lanciata. Fino a ieri, infatti, essa è stata utilizzata come un marchio d'infamia con cui le élite bollavano alcuni gruppi, sia della sinistra antimperialista che della destra nazionalista che in comune nulla avevano se non considerare l'Impero americano come nemico principale. Eri contro l'ideologia americanista? Difendevi la resistenza dei popoli e delle diverse civiltà contro l'occidentalizzazione? Tanto bastava per beccarti l'accusa di essere rossobruno.

Qui non si tratta soltanto che un cattedratico, al netto dell'ostentata erudizione, si palesa come un falsario, un professionista dell'intossicazione politica. Qui siamo davanti all'avvisaglia di quello che sarà lo spartito che suonerà l'orchestra di regime d'ora in avanti. Segno del panico che serpeggia tra le élite, del timore di essere spazzate via. Più questo momento si avvicina più essi daranno fondo a tutto il repertorio di scomuniche, di ingiurie e calunnie —senza escludere che le armi della critica possano precedere la critica delle armi.

Ma cos'è, al di là delle piroette speculative di Panarari, il rossobrunismo? Il Nostro non lo spiega, stabilendo una sbrigativa equipollenza col fascismo. Non è così.

Tagliando con l'accetta si potrebbe dire che esso è il segno distintivo di quelle correnti ideologiche che teorizzano l'alleanza, il fronte comune, tra i comunisti e una peculiare destra nazionalista contro il comune nemico del capitalismo globale finanziarizzato che vede negli USA il gendarme supremo. Su quali principi, secondo i rossobruni, questa alleanza dovrebbe costituirsi? Sul trinomio: anticapitalismo, nazionalismo e socialismo. Alleanza dove la corrente rossobruna si porrebbe come la cerniera politica tra i due poli del fronte immaginario—nulla a che vedere, quindi, con il fascismo mistico ed esoterico di cui parla a vanvera il Panarari.

Il discorso sulla genesi storica del "rossobrunismo" si farebbe lungo, e questa non è la sede per ricostruirla nei dettagli. Ma qualche riga va spesa e la metto in nota. [1]
nazional-bolscevichi russi

Qui basti dire, per stare alla cronaca recente, che i rossobrunismo,  oltre ad essere una insidiosa volgarizzazione politica, si è rivelato uno spauracchio costruito ad arte da ben identificati settori dell'intellighentia italiana (in combutta con l'intelligence nostrana), ripresi quindi dalla stampa di regime, anzitutto per isolare quei movimenti rivoluzionari di sinistra che essi ritenevano pericolosi. 

Non c'è stata traccia in nessun paese d'Europa, tantomeno in Italia, di un'alleanza tra formazioni comuniste e neofasciste. Per la precisione: non c'è mai stata nemmeno alcuna convergenza, per quanto tattica,  tra gruppi della sinistra comunista e antimperialista ed i rossobruni (nazional-comunisti, eurasisti, ecc). Il fatto è che lo spaventapasseri del rossobrunismo, prima è stato agitato dalle grandi testate giornalistiche neoliberiste, poi è stato raccolto dalla gran parte dei passeri di sinistra, quelli "antagonisti" compresi, per colpire e isolare, non senza bassezza morale, la sinistra antimperialista.

Questo sodalizio tra élite neoliberiste e sinistra "antagonista" è carsico, scompare e riappare, a seconda del contesto politico. Oggi, ad esempio, l'etichetta rossobruna viene appiccicata indistintamente a tutti coloro che hanno condannato le cosiddette "rivoluzioni colorate", a quelli che sostengono la legittima rivolta nel Donbass contro il regime Kiev —il caso della scomunica di certa sinistra "antagonista" verso la Banda Bassotti ha addirittura dello scandaloso.

Rossobruni sono quindi bollati tutti coloro che oltre ad essere contro la NATO sostengono le ragioni della Russia e Putin. E' vero che la maggior parte dei gruppi neofascisti europei, come pure di certe destre nazionaliste, si dichiara filorussa e anti-islamica (vedi l'inchiesta che abbiamo pubblicato). Ed è vero che sono molti i gruppi di sinistra schierati sullo stesso fronte. Ma non solo non c'è alcuna alleanza trasversale tra essi; i gruppuscoli rossobruni sono  del tutto insignificanti. Sarà utile segnalare che il solo paese dove i rossobruni o nazional-bolscevichi hanno una effettiva consistenza è la Russia ma, guarda caso, essendo ferocemente antiputiniani, sono stati messi fuorilegge. Parliamo tra l'altro della corrente di Eduard Limonov, che prima di riavvicinarsi al governo di Mosca ha passato molti anni nelle carceri di Putin. 

Ciò che dimostra non solo quanto aleatoria sia la categoria del rossobrunismo; dimostra come essa sia solo un'arma ideologica delle élite dominanti per hitlerizzare certi suoi nemici.
Eduard Limonov

Alle vittime della paranoia rossobruna vale la pena ricordare quando lo spauracchio del rossobrunismo venne per la prima volta utilizzato. Si era alla metà degli anni '90, mentre infuriava la guerra civile in Iugoslavia, quella carneficina che si concluderà nel marzo del 1999 con l'aggressione della NATO — e col pieno coinvolgimento del governo D'Alema. Il campo del neofascismo era diviso: alcuni sostenevano, assieme alla NATO e al Vaticano, il secessionismo croato e bosniaco, altri la Serbia di Milosevic. La stessa divisione attraversava la sinistra.  La stampa ed i media di regime (ovvero filo-NATO), non si limitarono ad una vergognosa campagna di sputtanamento della causa Iugoslava, quindi di Milosevic. Si doveva calunniare chiunque in Italia avesse simpatie per quella causa, chiunque denunciava lo squartamento della Iugoslavia e rifiutava come ipocrita la martellante campagna sui "diritti umani" con cui l'Occidente camuffava le sue spinte guerrafondaie ed espansionistiche. Ecco quindi che fece capolino il teorema rossobruno: chi stava dalla parte dei serbi e col socialista Milosevic, era bollato come sostenitore della "pulizia etnica" dei cetnici di Arkan, Sesely e Karadzic, qualificati come "il male assoluto".
Ma la quesione è: ci fu allora un'alleanza tra neofascisti filo-serbi e comunisti-filo-iugoslavi. No, non ci fu.

Né ci fu quando in Italia la campagna contro il presunto rossobrunismo toccò il suo apice, negli anni 2003-2005, dopo l'invasione anglo-americana dell'Iraq e la eroica resistenza irachena. La campagna di hitlerizzazione non colpì solo i partigiani iracheni, fossero nazionalisti saddamiti o islamisti takfiri—descritti come "tagliagole", "mostri", "belve feroci", quindi equiparati ai nazisti—; prese di mira chiunque in Italia sostenesse come sacrosante le ragioni della RESISTENZA IRACHENA. Il bersaglio fu quindi il Campo Antimperialista, che senza dubbio fu il movimento che con più efficacia, proprio nel cuore dell'Occidente, difese quella Resistenza.


Si potrebbe scrivere un intero libro sulla campagna di calunnie contro il Campo Antimperialista —voluminosa quante altre mai solo la rassegna stampa di quella valanga di calunnie che che preparò gli arresti di mezzo gruppo dirigente nell'aprile 2004. 

Basti dire che dal settembre 2003 (contestualmente al campo estivo di Assisi che oltre a lanciare la campagna "Dieci euro per la Resistenza irachena" promosse la manifestazione nazionale del 13 dicembre successivo), e per due anni consecutivi, il Campo Antimperialista fu la principale vittima di una martellante campagna di hitlerizzazione, ed il topos fu appunto quello del rossobrunismo. L'insinuazione, la scandalosa imputazione, fu che il Campo era il crocevia, il luogo del connubio politico di comunisti rivoluzionari e fascisti. Anzi, per la precisione, il rossobrunismo venne declinato come "alleanza nazi-islamo-comunista". 
Assisi, settembre 2003: uno dei forum al Campo Antimperialista

Era vero? No, era completamente falso!
Fu il sicofante Magdi Allam, con un editoriale del settembre 2003, a coniare questo brand, questo marchio d'infamia. Venne poi raccolto da tutti i media, carta stampata, Tv, radio e ovviamente web —proprio tutti, compresi quelli di sinistra. La campagna di intossicazione, tesa a liquidare il movimento di appoggio alla resistenza irachena, fu sistematica, scientifica, devastante. Che ci fosse dietro la centrale di disinformazione strategica dell'intelligence italiana (ufficio ubicato in via Nazionale in Roma) di Pollari e Pio Pompa lo dimostreranno i fatti, tra cui clamorosi processi e inchieste. Il giornalista al loro servizio e che allora guidava la crociata mediatica contro gli antimperialisti qualificandoli come rossobruni era Renato Farina, poi smascherato come agente dei servizi segreti "Betulla".

In conclusione provo a ricapitolare:

(1) Il nazional-bolscevismo o nazional-comunismo (volgarmente rossobrunismo) è sempre stata una corrente politica marginale e irrilevante, anche in Germania, dove nacque. Oggi sopravvive solo in Russia, con addentellati in Donbass e nelle aree russofone di paesi come Ucraina, Lituania, Estonia, Lettonia, Bielorussia, ecc. 
(2) Ma proprio il peculiare caso russo, mostra che la costellazione nazional-comunista è divisa, anzi spaccata: tra chi sta con Putin e chi contro. La comune rivendicazione della tradizione nazionalista cristiano-ortodossa (il mito della "terza Roma") e grande-russa, sia zarista che staliniana, non è sufficiente a tenere uniti i nazional-comunisti. 
(3) Se riemergerà in Occidente il nazional-comunismo potrebbe essere nella forma del mito eurasista o eurasiatico, che postula un impero dall'Atlantico a Vladivostok sotto egemonia russa.
(4) Non ha mai visto luce, in nessun paese occidentale, quanto auspicato dalle sette nazional-comuniste, cioè una alleanza tra forze della sinistra comunista e gruppi fascisti. Non accadde nemmeno nella Germania di Weimar, a dispetto di certi pennivendoli e storici liberali da strapazzo: è vero che il KPD considerava (grave errore) la socialdemocrazia socialfascista, quindi nemico principale, ma non ci fu mai alcun fronte coi nazisti. Centinaia furono anzi i militanti comunisti morti per avere contrastato l'ascesa del nazismo.
(5) Per quanto sia evidente che coloro che utilizzano la pecetta del rossobrunismo siano dei somari che non sanno di cosa parlano, va sempre ricordato che essa è stata usata come un marchio d'infamia per isolare e poi punire la sinistra antimperialista che ha difeso con coerenza le resistenze nazionali contro le aggressioni NATO e americane. Marchio del tutto simile a quello di "antisemitismo" usato dal potere contro chiunque condanni il sionismo.
(6) L'articolo del signor Panarari conferma che i poteri globalisti dispongono di una simbolica quanto tossica tassonomia per bollare con marchio d'infamia i loro nemici. 
Ecco la loro classificazione demonologica:  
- sostieni le resistenze antimperialiste? Sei un potenziale terrorista
- denunci il carattere sionista e razzista dello stato israeliano? Sei antisemita
- sei contro le élite dominanti: sei populista
- sei contro l'Unione europea per la sovranità popolare e nazionale: sei un rossobruno!

(7) Più si avvicina il momento della fine dell'Unione europea più le élite dominanti intensificheranno la loro campagna di avvelenamento ideologico. Per rendere più efficace la mostrizzazione dei nemici Lorsignori metteranno l'elmetto a tutta la mandria di trombettieri (già attivi o in sonno) preferibilmente con immacolato pedigree di sinistra.  E sempre a sinistra Lorsignori attingeranno per arruolare come fanteria ascara i tanti cretini che vi albergano.



NOTE

[1] Questa minoritaria corrente di pensiero, volgarmente bollata come "rossobruna", nacque nella Germania di Weimar, non divenne mai un movimento di massa e si divise in diversi gruppi. Venne alla storia, nei primi anni venti sotto il nome di "nazional-bolscevismo" o "nazional-comunismo". Distingueva quel manipolo dei nazional-bolscevichi la tesi che la Germania, per liberarsi dalla catene di Versailles, si sarebbe dovuta alleare con la Russia bolscevica. Di qui la proposta di un'alleanza tra i comunisti tedeschi e le frange anticapitaliste del nazionalismo germanico —da segnalare che ai primi anni venti il nazismo era solo in gestazione. Vale la pena segnalare chi furono i fondatori di quella corrente.  Paul Eltzbacher era il solo che venisse dalla destra nazionalista. Gli altri esponenti di spicco, Heinrich Laufenberg e Friedrich  Wolffheim erano militanti del Partito Operaio Comunista tedesco (KAPD). Obbligatorio infine ricordare che la maggior parte di questi nazional-bolscevichi, all'avvento del nazismo, passarono tutti alla resistenza e quelli che sopravviveranno alle persecuzioni hitleriane diventeranno tutti cittadini della DDR (Germania orientale).

La personalità più conosciuta del nazional-bolscevismo tedesco è Ernst Niekisch (1889-1967). Insegnante social-democratico (1919-1922), espulso dall'SPD nel 1926 a causa del suo nazionalismo. Prima entrerà in rapporto con un piccolo partito socialista della Sassonia che si convertirà alle sue idee, successivamente animerà la rivista Widerstand (Resistenza) che avrà una certa influenza sulla gioventù di prima del 1933. Il movimento di Niekisch raggruppava persone provenienti tanto dalla sinistra che dalla destra nazionalista. Dopo il 1933, egli si oppose al nazismo e sarà deportato in un campo di concentramento (1937-1945). Dopo il 1945, andò ad insegnare nella DDR. Nel 1953, passerà all'Ovest. Solo uno di questi gruppi nazional-bolscevichi sostenne il nazismo, il Fichte Bund di Kessemaier, con cui non a caso collaborava il belga Jean Thiriart —lo stesso Thiriart che darà vita dopo la seconda guerra al movimento nazional-comunista col nome di Giovane Europa (rete di cui faceva parte in Italia, negli anni '60, il famigerato gruppo bollato come "nazi-maoista" Lotta di Popolo).
I tentativi di Thiriart di dare vita ad un movimento strutturato, antiamericano e filo russo —una variante radicale del cosiddetto eurasismo o euroasiatismo— falliranno tutti miseramente.







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«BERSANI, EUROINOMANE, FASCISTA SARAI TU!» di Maurizio Leonardi

[ 8 dicembre ]  

Riceviamo da un amico e volentieri pubblichiamo

«Non so quanti di voi abbiano visto ed ascoltato l'intervista che Giovanni Floris ha fatto, nel suo programma televisivo Di MARTEDI, a Bersani. 

Io l'ho ascoltata, e con molta attenzione. 
Non mi soffermo sullo squallore delle manifeste, a parole, diversità di pensiero tra Bersani e Renzi, non mi soffermo su questa falsa contrapposizione, in quanto esemplari della stessa razza partitica, voglio invece evidenziare un particolare che, per quello che mi riguarda, è di non poco conto. 

Il sig. Bersani, durante la sua intervista, ha sempre accostato il termine SOVRANISTA a partiti o figure politiche di DX, ai nazionalisti più beceri, a coloro che vogliono erigere nuove frontiere e chiudere l'ingresso ad ogni sorta di immigrazione, ai protezionisti del nulla. 
Lo ha fatto in più di una circostanza e lo ha fatto, a mio parere, con lucida finalità, SOVRANISTA = FASCISTA
La scelta dell'uso del linguaggio nell'accostare i termini SOVRANISTA e DX è stata ed è premeditata, ben architettata, consapevole mistificazione della realtà delle cose. 

Io, prima di fare un appello a tutti i sovranisti italiani, rispondo a Bersani dicendogli che il 4 dicembre il popolo, che non è il suo, ha dimostrato di aver imparato ad osservare, ha aguzzato la vista ed ha scoperto che sotto l'abito "rosso" indossato dal suo partito, il PD, si nasconde l'anima più nera di una notte d'inverno, quella si FASCISTA. 

Quindi chiedo al mondo sovranista di prendere coscienza dei sottili attacchi degli euroinomani come Bersani, di ascoltare, nel corso di ogni dibattito politico, l'uso improprio di determinati accostamenti terminologici quale meschina e subdola forma di attacco a chi ritiene che questa Europa e la sua moneta sono strumento di soppressione del diritto, della libertà, di ogni forma di speranza e denunciarli quanto più possibile e nelle forme che si ritengono più idonee».

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mercoledì 7 dicembre 2016

REFERENDUM: UN TERREMOTO DI CLASSE (e chi invece a sinistra continua come prima) di Michele Berti

[ 8 dicembre ]

Fiumi di inchiostro e bit stanno fluendo in questi giorni per giustificare, commentare, interpretare i dati dell'affluenza e del netto voto di bocciatura della riforma renziana. Le TV parlano del 40% di Renzi come se il giochetto delle elezioni europee non avesse insegnato nulla, il 60 % di No invece viene dato alle forze politiche populiste brutte e cattive.

E' veramente così? Io credo di no, credo che il voto abbia evidenziato, a seguito della personalizzazione che il premier ha impresso alla consultazione, la presenza di un blocco sociale che ormai non crede più nella narrazione dominante perchè la realtà quotidiana è diventata incompatibile con i numeri a zero virgola con cui vogliono convincerci che va tutto bene.

Il voto referendario ha fatto quello che i partiti da decenni non fanno, una seria analisi di classe della società. Guardando i dati di chi ha votato questo è chiaro, la maggioranza dei pensionati (che ricordo in Italia su 50 milioni di elettori contano circa il 21%) ha detto si ad un cambiamento della Costituzione. All'interno di tutte le altre categorie la vittoria del no è stata a volte schiacciante. Studenti, casalinge, dipendenti, lavoratori autonomi. Cosa significa? Significa che consapevolmente o inconsapevolmente Renzi ha risvegliato gli anticorpi di questa Repubblica, che si sono messi a valutare le politiche governative e a confrontarle con i dettami costituzionali, che hanno riscoperto il piacere del dibattito e il senso della nostra Costituzione, che non hanno paura di affermare e difendere il proprio spazio democratico.

Questo è il vero valore di questo voto.

Passo successivo, davanti a questa nitida fotografia del paese, con i suoi problemi e le sue pieghe fatte di disagio, disuguaglianza e povertà, le forze di sinistra guidate da vecchi astri e da giovani vecchi cestinano tutto e si spaccano in due o tre tronconi alla ricerca di un nuovo e anacronistico centrosinistra. Più o meno centro. Più o meno sinistra.

Non hanno capito che questa vittoria ha tracciato si, uno spaccato del popolo italiano, ma che è in tutto e per tutto legata alla Costituzione?

Partono quindi gli appelli che invitano all'unione della sinistra e all'ennesima ripartenza di un cavallo ormai stremato, a cui Tex Willer riserverebbe un salvifico colpo di pistola.

Ciò che non hanno capito è che un idealizzato popolo aspetta qualcuno che prenda in mano la Carta Costituzionale e ne faccia programma di governo a prescindere dal fatto che a farlo siano forze di sinistra o destra o centro, grilline, cattoliche o marxiste. Un progetto che vada bene per tutti coloro che credono nella nostra Costituzione del 1948 e nella visone di paese che essa sottende.

Quelli usciti sono appelli che hanno già un destinatario, quel ceto medio semicolto che desidera la sinistra rosa, arancione, insomma sbiadita senza un vero progetto ideologico ma che mira ad alleanze anche senza una strada da percorrere e solo per poter "contare qualcosa".

Pisapia lancia il Campo Progressista, Fratoianni chiama a raccolta i suoi, la Castellina mette la lancia in resta. Mi dispiace ma non avete capito la forza dirompente che il referendum ha evocato. E' il desiderio di milioni di italiani, di sinistra ma soprattutto direi democratici, che vogliono e pretendono il riconoscimento di un patto sociale che ancora credono importante e fondamentale.

Volete fare le unioni della sinistra?

State tradendo questo slancio e sprecando questa forza a favore di personalismi ed autoreferenzialità che non portano da nessuna parte.

Il voto referendario ci ha messo in mano un'analisi di classe molto dettagliata, uno strumento che unisce e non divide, ovvero la Carta Costituzionale, che pare funzionare bene.

Perchè non rilanciare senza mettere steccati e limiti alla provvidenza?

Qui c'è da ragionare con altri paradigmi politici, se cerchiamo la solita unione della sinistra sarà la solita fusione a freddo e la conseguente deflagrazione in atomi sempre piccoli.

Ragioniamo sui comitati del No invece e mettiamoci al servizio di qualcosa di più grande di un partitino che al massimo può arrivare a qualche punto percentuale.

Lavoriamo sul blocco sociale referendario formato da tanti no che sono tornati ad esprimere un voto dopo anni di astensionismo.

Ma parliamone perchè è urgente, all'orizzonte coloro che volevano la riforma stanno studiando il modo di punire questo gesto d'orgoglio e stanno ammassando nubi nere e minacciose saette che presto si abbatteranno sul nostro paese sottoforma di manovre aggiuntive e nuova austerità.

Abbiamo bisogno di tutto il popolo che ha votato per ribadire il nostro NO anche ai saldi di democrazia che a Bruxelles stanno avvenendo sotto gli occhi di tutti in merito alla formazione del nuovo governo.

Abbiamo bisogno di ribadire il nostro NO pronti a rivendicare un progetto di paese aderente alla Costituzione a tutti i costi. Nelle istituzioni, nelle piazze, ma anche se necessario con "i bastoni e con le pietre" citando un vecchio aforisma di Sandro Pertini.



La storia si è rimessa a correre. La nostra Costituzione può essere verso, direzione e lievito di un grande processo di emancipazione ma dobbiamo agguantarne al più presto la consapevolezza.

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LEGGE ELETTORALE: PROVIAMO A FARE CHIAREZZA di Leonardo Mazzei

[ 7 dicembre]
Molti ci chiedono cosa accadrà adesso con la legge elettorale. Sul tema la confusione è pari soltanto alla chiacchiera in politichese che gli ruota attorno. Conviene perciò provare a fare chiarezza, anche al fine di sostenere l'unica linea efficace contro l'attuale tentativo di surplace delle èlite: andare subito alle elezioni.
Prima di spostarsi sul "tecnico" è necessaria una breve premessa per afferrare bene la portata della questione. Dietro ad ogni legge elettorale c'è una precisa visione della democrazia, potremmo dire un diverso tasso di democrazia, generalmente in stretta relazione con i rapporti di forza nella società.

Venendo all'attualità, non abbiamo mai avuto dubbi che nel disegno autoritario di Renzi l'Italicum fosse in un certo senso ancora più importante della stessa modifica della Costituzione. Con quella legge si cambiava infatti la costituzione materiale a tutto vantaggio delle oligarchie dominanti, nonché (ma questo è fin troppo ovvio) a favore del ristretto gruppo di potere renziano.

Con la straordinaria vittoria del NO - di cui noi non abbiamo mai dubitato - i nodi stanno venendo al pettine. Così come la morte della Prima Repubblica fu decretata dal referendum del 18 aprile 1993 che spianò la strada al sistema maggioritario, la fine della Seconda è ben rappresentata dalla sonora sconfitta del blocco dominante di domenica scorsa.

Di certo c'è che l'Italicum è morto anche se non è ancora sepolto. E' morto politicamente, in quanto non applicabile ad un sistema bicamerale - e noi l'abbiamo sempre detto che sarebbe stato il referendum  costituzionale ad abbatterlo - ma non è ancora sepolto formalmente, dato che se si votasse domani mattina sarebbe quella la legge con la quale si voterebbe per la Camera. Ma siccome domani mattina non si voterà comunque, l'Italicum nella sua struttura attuale è solo una legge in attesa di (rapido) decesso. 

Il vero problema è un altro: quale legge ne prenderà il posto? E chi la farà, il parlamento o la Corte Costituzionale?

Entriamo dunque nel merito, cercando di chiarire cinque cose: 1. il funzionamento delle due leggi attualmente in vigore (Italicum per la Camera e Consultellum per il Senato); 2. chi cambierà a breve l'Italicum; 3. come lo potrà modificare la Consulta; 4. come lo potrebbe cambiare invece l'attuale parlamento; 5. perché l'unica parola d'ordine giusta è quella delle elezioni subito.

Nell'affrontare il tema, seguendo questo elementare ordine logico, dirò cose che appariranno scontate a buona parte dei nostri lettori. Me ne scuso in anticipo, ma so per esperienza quanto sia ostico per molti il tema delle leggi elettorali.


1. Le due leggi attualmente in vigore

Dal primo luglio di quest'anno è in vigore l'Italicum, una legge valida per la sola Camera dei deputati. Il Bomba fiorentino aveva infatti dato per certa l'abolizione del Senato elettivo, ma domenica gli è andata piuttosto male. Il Senato rimane elettivo, e per eleggerlo una legge già c'è. Si tratta di quella uscita dalla sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale con la quale la legge precedente (il cosiddetto Porcellum) era stata dichiarata incostituzionale. Questa legge di risulta è stata definita Consultellum, proprio perché scaturita dalla Consulta.

Come funzionano queste due leggi?

L'Italicum è un sistema a base proporzionale, con sbarramento al 3% a livello nazionale, che prevede un premio di maggioranza del 54% dei seggi alla lista che raggiunga eventualmente il 40% dei voti. Se nessuna lista raggiunge tale soglia si va al ballottaggio. Chi lo vince ottiene anche in questo caso il 54% dei seggi.

Il Consultellum è sempre un sistema a base proporzionale, ma senza premi di maggioranza e senza ballottaggio. Le soglie di sbarramento (qui da calcolarsi a livello regionale) sono due: del 3% per le liste inserite in coalizioni che superano il 20%, dell'8% per le liste non coalizzate o inserite in coalizioni che non raggiungono il 20%.

Non si dica dunque che non si può andare a votare perché non c'è la legge. La legge, anzi le leggi, ci sono eccome. Si dice però che si tratta di due leggi diverse. Vero, ma non è questo il punto. I sistemi elettorali di Camera e Senato sono sempre stati diversi. Lo erano nella Prima Repubblica, quando lo stesso sistema proporzionale era applicato in maniera diversa alle due camere (su base nazionale alla Camera, su base regionale e con collegi uninominali al Senato). Lo erano con il Mattarellum, che prevedeva una quota proporzionale del 25% alla Camera ma non al Senato. Lo erano con il Porcellum, che assegnava un premio di maggioranza su base nazionale alla Camera ed uno regione per regione al Senato.

Il problema dell'incompatibilità delle due attuali leggi elettorali non è dunque in una generica "diversità", che a Costituzione vigente non potrà non esservi anche in futuro, visto quanto scritto nell'articolo 57 che così recita: «Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero». E' chiaro che questa «base regionale» implica giocoforza un sistema elettorale diverso da quello della Camera, a meno che non si voglia adottare l'aberrante ed antidemocratico maggioritario dei collegi uninominali secchi all'inglese.

L'incompatibilità - sostanziale, non formale - risiede invece nella norma che il piccolo Bonaparte fiorentino aveva ben pensato di disegnare per sé e per i suoi fidi: il ballottaggio. Che senso avrebbe infatti il ballottaggio per una sola camera? E, d'altronde, si potrebbe mai fare un doppio ballottaggio per la Camera e per il Senato? Ovvio che no, ed è questa la ragione per la quale abbiamo sempre detto che il NO al referendum avrebbe rappresentato la fine dell'Italicum.


2. Chi cambierà a breve l'Italicum (la prossima sentenza della Corte Costituzionale)

Da quanto detto sin qui ben si comprenderà come se c'è un punto dell'Italicum che verrà sicuramente cancellato questo è il ballottaggio, che di quella legge era l'aspetto peculiare e decisivo. L'arma di ultima istanza che Renzi si era riservato per costruirsi un potere personale senza pari in Europa. E' vero che negli ultimi tempi, ed in maniera assai netta dopo la sconfitta del Pd nelle amministrative del giugno scorso, questa sicumera piddina stava già venendo meno. In ogni caso il referendum ha chiarito la questione: il ballottaggio non ci sarà.

Da ieri sappiamo anche la data di questa cancellazione. Il prossimo 24 gennaio la Corte Costituzionale si riunirà per esprimersi sui ricorsi di incostituzionalità dell'Italicum ed a questo punto - al di là degli aspetti squisitamente giuridici - è chiaro che il ballottaggio verrà cassato.

Spero si capisca dunque il perché gli allarmi su "un voto con l'Italicum", che girano in diversi ambienti, siano o demenziali o fin troppo interessati. I tempi della crisi di governo, e quelli previsti per la convocazione delle elezioni anticipate, non consentono di certo di arrivare al voto prima del 24 gennaio. Dunque non si voterà in nessun caso con l'Italicum nella sua struttura originaria.

Se il ballottaggio verrà dunque sepolto, il vero nodo resta quello del premio di maggioranza al 40%. Verrà cancellato anche quello, oppure no?


3. Cosa farà la Corte Costituzionale?

Entriamo così nel merito del punto più delicato della decisione della Corte Costituzionale. Con la già citata sentenza 1/2014 la Corte aveva bocciato il premio di maggioranza previsto dal Porcellum. Logica vorrebbe dunque un'identica bocciatura anche dell'attuale premio. Sul punto non c'è tuttavia certezza. In primo luogo perché la composizione della Corte è nel frattempo cambiata. In secondo luogo perché l'appiglio giuridico per una sentenza diversa sta nella fissazione di una soglia minima (il 40%) per l'assegnazione del premio, soglia invece non esistente nel Porcellum.

Se le ragioni del diritto non dovrebbero lasciare spazi al mantenimento di quella norma, dato che con il premio di maggioranza lo stravolgimento dei principi di rappresentanza e di uguaglianza del voto (richiamati tre anni fa dalla Consulta) rimarrebbe comunque, la ragion politica potrebbe suggerire invece soluzioni diverse.

E chi scrive ha pochi dubbi sul fatto che a prevalere sarà proprio la ragion politica. E, tuttavia, anche questa convinzione non ci dà ancora la soluzione del problema. Sempre per ragioni politiche, la Corte potrebbe cancellare il premio di maggioranza per aprire la strada alle elezioni anticipate; così come con il suo mantenimento fornirebbe invece al parlamento (e dunque al nuovo governo) un formidabile assist per continuare a vivacchiare rimaneggiando la legge in modo da danneggiare il più possibile il Movimento Cinque Stelle.

Nel primo caso la Corte avocherebbe di fatto a se la riscrittura della legge, nel secondo (eccezion fatta per il ballottaggio) la demanderebbe invece al parlamento. 

Perché affermiamo questo con tanta nettezza? E' presto detto, perché la cancellazione del premio di maggioranza stroncherebbe sul nascere ogni possibilità di nuovi trucchetti (vedi il Provincellum proposto dal renziano Parrini), come ogni riproposizione di un premio assegnato alle coalizioni anziché alle singole liste. Viceversa, la non cancellazione aprirebbe la strada a nuove porcate di un parlamento da sempre illegittimo, ma reso ancor più abusivo dalla sonora bocciatura della sua riforma costituzionale.


4. Cosa potrebbe invece tentare l'attuale parlamento

Con questo credo di avere spiegato il perché la parola a questo parlamento di fuorilegge - se ci pensate bene è questa la definizione più giusta - la potrebbe ridare solo una sentenza complice della Consulta.

Naturalmente noi non possiamo sapere cosa accadrà il 24 gennaio. Ma sappiamo invece, se questa complicità si concretizzasse, cosa si metterebbero a fare i fuorilegge di cui sopra il giorno dopo: una legge ancora una volta maggioritaria e dunque truffaldina. Di più, e qui la truffa raddoppierebbe: una legge pensata anche, se non soprattutto, in funzione anti-M5S. 

Abbiamo già accennato alla proposta Parrini (quella che prevede collegi uninominali pensati per far pesare al massimo i boss della politica locale), come possibile sbocco del disperato tentativo di una casta politica sconfitta nelle urne del 4 dicembre per restare in sella. Ma c'è di più: sarebbe questo l'estremo tentativo delle oligarchie per mantenere il controllo del sistema politico, bloccando le istanze di cambiamento che sono state il vero motore della vittoria del NO.


5. Perché diciamo: "elezioni subito"

Spero che a questo punto si sia capito perché diciamo "elezioni subito".
Subito non significa domani mattina. Dunque dire subito non vuol dire votare con l'Italicum così come Renzi ce l'ha consegnato. Questo, vista l'imminenza del pronunciamento della Consulta, non potrà avvenire in nessun caso.

Ma dopo quella sentenza, qualunque essa sia, si dovrà andare al voto subito.

Nel caso della cancellazione del premio di maggioranza avremmo infatti una legge sostanzialmente proporzionale. Dunque, perché non andare immediatamente alle urne?

Nel caso invece il premio di maggioranza restasse, questo sarebbe il segnale che sul punto le oligarchie non mollano, il via libera al parlamento per confezionare l'ennesima porcata. Perché allora glielo dovremmo consentire?

Per primi abbiamo detto "elezioni subito". Oggi lo dice M5S, ed a destra lo dicono la Lega e Fratelli d'Italia. Ma ancor di più dovrebbe dirlo l'intero popolo del NO.

Agli sfasciatori della Costituzione, ai congiurati contro la democrazia, agli svenditori della sovranità nazionale e popolare non deve essere concesso altro tempo.

Magari non si voterà con la miglior legge elettorale - noi vorremmo il proporzionale puro senza sbarramenti - ma di certo si voterà con una legge più democratica di quella che verrebbe confezionata da un nuovo inciucio parlamentare.

C'è qualcuno che può far finta di non vederlo? Noi crediamo proprio di no.


PS - Vedo che la data del 24 gennaio fissata dalla Consulta pare a molti un inaccettabile prender tempo. In effetti, vista la situazione d'emergenza prodotta dagli azzardi del fiorentino, i giudici della Corte Costituzionale se la prendono un po' troppo comoda. Il che, visto da chi sgobba tutti i giorni per mandare avanti la baracca, è del tutto insopportabile. 

Ma davvero il gioco vincente sarà quello di mettere in campo una lunga sequenza di passaggi al rallentatore pur di spostare le elezioni il più avanti possibile? Difficile dirlo in questo momento. Nel blocco dominante è in atto uno scontro tra il gruppo renziano, che molti vorrebbero ormai mollare, ed i fautori più convinti di un piano B che prevede un governicchio purchessia per arrivare al 2018.

Forse l'odierna direzione del Pd ci dirà qualcosa di più sull'effettivo controllo del partito da parte di Renzi dopo la scoppola del referendum. In ogni caso non bisogna lasciare tempo alle trame di lorsignori: elezioni subito! 

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ECCO LA RISPOSTA DELL'EUROCRAZIA di Luciano Barra Caracciolo

[ 7 dicembre ]

Juncker ha affermato che il voto degli italiano è stato "irresponsabile". Un segnale dello sconforto nei piani alti dell'Unione europea. Luciano Barra Caracciolo prevede il peggio...

1. L'enorme "pateracchio" istituzionale scaturito dall'esito del referendum fa venire al pettine tutti i nodi dell'anomalia di un sistema politico-parlamentare ormai subordinato non tanto alle transeunti esigenze dell'Esecutivo, quanto alla natura servente di quest'ultimo rispetto ai "obblighi comunitari e internazionali" assunti nella sede europea e al connesso "vincolo dell'equilibrio di bilancio (per usare una formula ormai "cara" alla nostra Corte costituzionale).

In realtà, data la non coincidenza tra dimissioni del governo, da un lato, e decreto di scioglimento della camere in vista di nuove elezioni, ovvero incarico ad un nuovo premier per la formazione di un nuovo governo, dall'altro, dall'accettazione immediata delle dimissioni non scaturiva un impedimento costituzionalmente normativo all'approvazione della legge di stabilità entro la fine di dicembre

2. Ma, si dice, occorre evitare l'esercizio provvisorio di bilancio: ma siamo sicuri? L'esercizio provvisorio, comunque, nonostante quanto con leggerezza diffuso dagli espertoni televisivi, non influisce sull'impegnabilità, liquidazione e pagamento, delle spese ordinarie derivanti da leggi di spesa permanenti o pluriennali già in vigore e, anzi, per le spese e le entrate derivanti dal progetto non ancora approvato, ne autorizza erogazione e riscossione sia pure per "dodicesimi" pro-mese.
Nulla a che vedere col "sequester" che può inscenare il sistema parlamentare, bicamerale, anche in tema di spesa pubblica, negli USA.

Va peraltro segnalato che un governo che sia dimissionario, o dimissionario condizionato, svolge praticamente un identico ruolo "depotenziato" di fronte alle Camere ai fini dell'approvazione di bilancio e relativa "manovra": e questo tanto più che proprio da oggi stesso, l'esame in Commissione bilancio del Senato della relativa legge è già calendarizzato e si sta probabilmente svolgendo in questo momento, in vista di un rapida calendarizzazione in aula.
Dunque, l'impuntatura del Capo dello Stato pare più legata a voler far risaltare la formale assunzione di responsabilità dell'attuale governo rispetto a "questa" manovra di stabilità, al fine di rassicurare l'UE e i "mercati". 

3. Nella sostanza, come abbiamo visto, cambia molto poco. 
Il governo dimissionario, infatti, rimane in carica per gli affari correnti e per quelli urgenti; equand'anche, su un atto "dovuto" (per obbligo di trattato €uropeo...), le Camere fossero state sciolte (il che non è), rimane sempre il loro obbligo di esercitare i loro poteri "correnti"fino alla riunione delle nuove Camere (art.61 Cost, cpv, quello "famoso" dellaprorogatio...ad infinitum); poteri tra i quali rientra senz'altro l'approvazione di una legge di bilancio già approvata alla Camera dei deputati, e con iter già incardinato al Senato stesso. 
Tra l'altro, anche a tal fine, risulta inoltre legittimamente esercitabile il potere di convocazione del Senato (e in genere delle Camere) spettante al PdR in base all'art.62 Cost. (dimissionario o meno che sia il governo).

4. Ma la "rassicurazione" (che dovrebbe derivare dall'approvazione della legge di stabilità e del bilancio) pare più essere in senso contrario, cioè dell'UE rispetto all'Italia: e proprio in seguito alle dimissioni del governo. Cioè, con l'accettazione momentanea, da parte dell'UE-M, di una manovra che sarebbe stata altrimenti "bocciata"!!! 
Rassicurazione, appunto, solo momentanea e in vista di una manovra aggiuntiva (di circa 15 miliardi) attesa da parte del nuovo governo (anticipando un pochino...troppo l'esito della crisi in corso): 
"Infatti, come ha precisato il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, “vista la situazione politica, è impossibile chiedere al governo italiano di impegnarsioggi per queste misure aggiuntive”.
Insomma, "l’Eurogruppo “prende nota del non rispetto ‘prima facie’ della regola del debito” e ricorda che la Commissione stenderà un nuovo rapporto ad hoc. L’Eurogruppo “monitorerà l’attuazione delle misure aggiuntive (chieste ad otto Paesi tra cui l’Italia) a marzo 2017“.
Entro marzo, quindi, una quindicina di ulteriori miliardi di entrate o di tagli di spesa, per l'€uropa, occorrerà trovarli. Sperando che bastino, perché nel frattempo viene a "maturazione" la questione della ricapitalizzazione bancaria (non solo di MPS...).

5. D'altra parte, l'€urogruppo è chiaro: la copertura, per il deficit strutturale e magari ancheper l'intervento statale di ricapitalizzazione bancaria (ove mai autorizzato), va trovata con "entrate straordinarie" (windfall revenues), cioè essenzialmente quella "forte" tassazione patrimoniale (su conti correnti e immobili) che da tanto tempo l'€uropa indica come soluzione TINA. Altamente recessiva, nelle circostanze della provata economia italiana.
6. Ecco dunque, come si giustifica questa analisi Marco Zanni:

7. Ma il futuro che ci attende sarebbe quello di un governo "tecnico", con il ministro Padoan "favorito" (proprio in chiave rassicurazione €uropeista) o, al più istituzionale: ebbene, nulla è più politico, cioè operante mediante scelte niente affatto neutre e prive alternative tecnico-economiche, di un governo "tecnico" che attui le politiche fiscali ed economiche imposte dall'€uropaassumendo cioè come prioritaria, su ogni altro obbligo e valore costituzionale, questa costante imposizione.
Solo che, come abbiamo visto, si tratta di una "diversa" politica: non quella rispondente a un (non pervenuto) indirizzo elettorale del popolo sovrano, - che pure qualche indicazione col referendum potrebbe averla data-, ma quella pedissequamente attuativa dell'indirizzo politico formatosi all'esterno di ogni espressione del voto, e fortemente caratterizzato da presupposti, obiettivi e strumenti estranei a quelli previsti da norme inderogabili della nostra (appena "confermata") Costituzione.

8. Stando così le cose, le istituzioni politiche italiane, nel loro complesso, si stanno indirizzando verso un ritorno ad una forte recessione, per via di correzione della manovra per il 2017 e per via della (ben) possibile copertura in pareggio di bilancio del salvataggio pubblico delle banche (da rivendere poi a "investitori esteri"!),  e con in più un paradosso particolarmente beffardo.
Se il pareggio di bilancio e la stessa Unione bancaria sono fortemente, se non decisamente, contrari ai principi non revisionabili della nostra Costituzione, il voto referendario, sebbene così imponente nel manifestare la volontà popolare di difendere la vigente Costituzione, minaccia di servire da presupposto per l'ennesimo "stato di eccezione" che celebri le "esequie frettolose di una Costituzione ancora viva".
Insomma, il referendum stante il quadro della legittimità costituzionale che esso intendeva ribadire, era proprio sull'€uropa: e a Bruxelles se ne sono accorti benissimo. 
Solo che, in tempi di totalitarismo ("irenico") ordoliberista, il "banco vince sempre".

ADDENDUM: poi se qualche "sognator€" più realista dell'imperatore germanico avesse qualche "ingenuo" dubbio:

A BERLINO SI PARLA DI TROIKA PER L'ITALIA


* Fonte: Orizzonte 48

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