venerdì 30 gennaio 2015

"VIVA TSIPRAS" (fino a prova contraria)

30 gennaio

Di cazzate sulla svolta politica in Grecia se ne stanno sparando tante. La prima fila degli azzeccagarbugli è occupata questa volta dagli economisti — i complottisti non sanno che pesci pigliare. Alberto Bagnai, dando ragione a J.K. Galbraith («La sola funzione delle previsioni in campo economico è quella di rendere persino l'astrologia un po' più rispettabile»), si è distinto per averla sparata più grossa.  

La maggior parte degli economisti, confermando che la politica non è pane per i loro denti, convergono infatti sullo stesso punto di fuga: "tranquilli, con la vittoria si SYRIZA non cambierà un fico secco".

Dice l'adagio che il buon giorno si vede dal mattino. Vediamole dunque le prime mosse del governo Tsipras. La prima in apparenza sembra poco avere a che fare con l'economia. 

Il giorno dopo la vittoria elettorale Tsipras ha fatto visita all'ambasciatore russo per annunciargli che il suo governo avrebbe minacciato di porre il veto a una nuova ondata di sanzioni economiche a Mosca sulla crisi ucraina (azione che richiede l'unanimità dei 28 Paesi 
Il Ministro degli esteri greco Kotzias
membri). Successivamente il ministro degli esteri greco, Kotzias, ha annunciato pubblicamente che Atene non avrebbe sostenuto la decisione di porre altre sanzioni contro Mosca. 

Ci segnala Vittorio Da Rold che la mossa del governo greco “ha fatto sobbalzare sulla sedia i responsabili delle politiche estere delle cancellerie in Europa e in America“.  
Che dire? Bella mossa Tsipras!

Lo stesso Da Rold scrive:
«Il partito filo-nazista Alba dorata ieri ha subito plaudito all'iniziativa del governo rosso-nero (formato da una strana alleanza tra sinistra radicale e destra nazionalista dei Greci Indipendenti) affermando che gli interessi geopolitici greci sono contrari alle sanzioni alla Russia e alle politiche di austerità imposte dalla troika». [Il Sole 24 Ore del 30 gennaio] 

Comincia a delinearsi, se ci fate caso, il leitmotiv dell'eventuale prossima aggressione alla Grecia. Kammenos, leader dei Greci Indipendenti alleati di SYRIZA, è stato già bollato come "populista, nazionalista, xenofobo e antisemita". Ora si insinua il sospetto che Tsipras sia non solo filo-putiniano ma pure appoggiato dai neonazisti. Vuoi vedere che se Tsipras tiene duro bolleranno il suo governo come "rosso-bruno"?

I primissimi provvedimenti economici e sociali adottati dal governo Tsipras, in ottemperanza al "Programma di Salonicco" non hanno impensierito meno le confraternite dell'imperialismo globale. Vediamoli.
(1) Blocco della privatizzazione del 30% della compagnia elettrica DEH, la più grande utility del Paese;
(2) blocco della prevista cessione del 35% della Hellenic Petroleum, la principale raffineria del greca; (3) congelamento della cessione del 67% dell'autorità di gestione del Porto del Pireo (su cui i cinesi della COSCO avevano allungati le mani;
(4) reintegro dei dipendenti pubblici il cui licenziamento è stato considerato incostituzionale;
(5) aumento del salario minimo interprofessionale dagli attuali 586 a 751 euro (+165€);
(6) ripristino della tredicesima per le pensioni più basse.
A questo si aggiunga che il Ministro delle finanze Yanis Varoufakis, dopo aver confermato che verrà applicata l'annunciata moratoria sul debito pubblico, ha affermato testualmente: "non accetteremo pià i trattati dell'Unione europea". Si spiega così perché la borsa di Atene abbia perso dopo il voto il 15%; e perché il titolo triennale greco è balzato al 17%, rendendo molto di più del decennale —segno che i "mercati" temono il default.

Vi sembra poco? Di sicuro si tratta di sacrosanti atti di disobbedienza aperta ai piani imposti dalla troika, e di una dichiarazione di guerra agli oligarchi greci. 

Vedremo nelle prossime settimane se ciò condurrà, come noi ci auspichiamo, ad una rottura con l'unione europea, oppure se la spinta popolare al cambiamento verrà tradita. Nel qual caso valgono le riflessioni che l'altro giorno svolgeva su questo blog Piemme.



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giovedì 29 gennaio 2015

10.128 (SIAMO SERI, ALMENO PER UNA VOLTA) di Emmezeta

29 gennaio

Andiamo in stampa mentre M5S comunica i risultati della consultazione in rete sui nove candidati al Quirinale avanzati dai parlamentari pentastellati. Ecco i risultati comunicati dal blog di Beppe Grillo: 

«Hanno partecipato alla votazione 51.677 iscritti certificati. Il primo è risultato Ferdinando Imposimato con il 32%, secondo Romano Prodi con il 20%, terzo Nino Di Matteo con il 13%.
Il dettaglio dei risultati: Ferdinando Imposimato, 16.653 voti, Romano Prodi, 10.288, Nino Di Matteo, 6.693, Pierluigi Bersani, 5.787, Gustavo Zagrebelsky, 5.547, Raffaele Cantone, 3.341, Elio Lannutti, 1.528, Salvatore Settis, 1.517, Paolo Maddalena, 323.»
I Cinque Stelle e il Quirinale: note su un movimento allo sbando
Per favore, qualcuno gli spieghi almeno chi è Romano Prodi...

Non ci siamo occupati finora della cosiddetta "corsa al Quirinale". Non perché l'esito non sia importante, ma solo perché il toto-Quirinale è un hobby che lasciamo volentieri ad altri. I quali, benché apparentemente più informati, di solito non azzeccano mai una previsione.

Vedremo se alla fine la spunterà un uomo del "Nazareno", od un personaggio appena un po' più indipendente. Nel primo caso sarebbe una vittoria di Renzi e Berlusconi. Nel secondo canterebbe vittoria anche al minoranza del Pd, con l'ex cavaliere che dovrebbe decidere se salire anch'egli sul carro oppure no.

Di certo, sia nella prima che nella seconda ipotesi, Renzi vorrà un presidenticchio che non gli faccia ombra. Un po' come i ministricchi e le ministricche che compongono il suo governo.

Qui però vogliamo occuparci di un'altra questione. Perché mentre il nuovo presidente della repubblica uscirà fuori dalle alchimie segrete dei conciliaboli di palazzo - protagonisti massimi il pregiudicato di Arcore e lo spregiudicato di Pontassieve - il principale partito di opposizione non riesce a smettere di giocare con la tastiera.

Per scegliere il suo candidato, il M5S si affida di nuovo alla votazione online, un metodo che se poteva essere forse comprensibile 2 anni fa, oggi fa semplicemente pena. Un procedimento che ha già fatto troppi danni, ad esempio selezionando candidati totalmente sconosciuti agli stessi attivisti del movimento. Un'assurdità che verrà pagata di certo in termini elettorali alle prossime regionali di maggio. 

Errare è umano, perseverare è diabolico: ma per ora non c'è segno di ravvedimento alcuno. Tuttavia non di solo metodo si tratta. Perché qui c'è qualcosa di più. E quel di più si chiama Romano Prodi.

Leggiamo dal blog di Grillo:
«Oggi si vota online per il candidato alla Presidenza della Repubblica del Movimento 5 Stelle dalle 9.00 alle 14.00 (per finire prima dell'inizio della votazione in Parlamento). Dall’assemblea del gruppo parlamentare è uscita una rosa di nomi che è in votazione oggi. A questa rosa è stato aggiunto Romano Prodi perché riteniamo di dover onorare l'impegno preso con i parlamentari del PD attraverso l'email inviatagli. Dopo che Lorenza Carlassare ha declinato la candidatura la rosa completa di nove nomi è la seguente: Pierluigi Bersani, Raffaele Cantone, Nino Di Matteo, Ferdinando Imposimato, Elio Lannutti, Paolo Maddalena, Romano Prodi, Salvatore Settis, Giustavo Zagrebelsky».
Sorvoliamo sugli altri nomi, ma Pierluigi Bersani che c'azzecca? Per noi è stato l'uomo della liberalizzazioni e tanto basta, ma per i pentastellati non è più la stessa persona della penosa scena di autismo politico mandato in onda via streaming due anni orsono?

Ma lasciamo perdere e concentriamoci su un altro nome, questo assolutamente scandaloso, anche perché inserito nella rosa su espressa decisione del gruppo parlamentare. Stiamo ovviamente parlando di Romano Prodi da Scandiano. Il cui nome accenderebbe gli entusiasmi pure di Sel e della minoranza Pd... Siamo messi davvero bene!

C'è ancora bisogno di dire chi è veramente Romano Prodi? Evidentemente sì, almeno per quanto riguarda gli amici di M5S.

Romano Prodi è stato il re dei privatizzatori, negli anni d'oro (per lorsignori, si intende) della svendita del patrimonio pubblico italiano. Per tutti gli anni '90 ha operato in questo senso, prima come presidente dell'IRI, poi come presidente del consiglio. Ed in quel periodo l'Italia ha stabilito il record mondiale delle privatizzazioni! Bene, adesso premiamolo mandandolo al Quirinale, che qualcosa da privatizzare ancora resta!

Ma Prodi è stato anche il protagonista della svolta più decisa verso la precarizzazione del lavoro. Il "pacchetto Treu" del 1997 è ancora lì che grida vendetta. E ancora lì, pronti a dargli il voto, sono certi suoi sostenitori di sinistra (brr...) che anche allora, guidati dal Pavone Bertinotti, gli consentirono la porcheria chiamata "lavoro interinale".

Ancora: Prodi è stato uno dei padri dell'euro (a proposito, ma il M5S non è anti-euro?), nonché presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004. Quella che ha contribuito non poco a determinare le politiche europee di cui il popolo italiano è vittima.

Dobbiamo continuare?
Ad ognuno le sue responsabilità. Chi guida una forza di opposizione, che ha mietuto consensi anche in virtù di una forte spinta al cambiamento sociale, dovrebbe vergognarsi solo per aver inserito il nome di Prodi nella lista dei papabili.

Vabbè, dirà qualcuno, è solo una buffonata. Può essere, ma sarebbe appunto il momento di essere seri. Almeno per una volta. 

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SENTITE E GUARDATE CHE DICEVA IL "MORTADELLA"....


29 gennaio

Vedremo come andrà a finire questa stucchevole pantomima dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica. 
UNA PRIMA COSA ci rincuora: chiunque egli sarà, difficilmente potrà fare peggio di Napolitano.

UNA SECONDA COSA appare chiara: quale che sia il coniglio che Renzi tirerà fuori dal suo cappello, sarà appunto un "coniglio", un Presidente "debole", che non dovrà disturbare l'autista. Nell'assetto post-democratico che viene fuori dalle modifiche istituzionali e dalla nuova legge elettorale Italicum, emerge infatti un sistema in cui l'esecutivo, quindi il Presidente del Consiglio, concentrerà nelle sue mani le leve decisive del potere. Una forma sostanziale e anti-costituzionale di presidenzialismo in cui il dominus è il Premier. Per cui: niente dualismo di poteri.

Anche per questo Prodi non sarà il nuovo Presidente, e non solo perché è la bestia nera di Berlusconi.

Tuttavia proprio Romano Prodi —il boiardo che curò dal 1982 al 1994 lo smembramento dell'IRI e le privatizzazioni di Alfa Romeo, della siderurgia pubblica, infine la scandalosa vendita a prezzi stracciati della SME a De Benedetti; uno degli artefici dell'euro come Presidente del Consiglio (dal 1996 al 1998), poi Presidente della Commissione europea dal 1999 al 2004— è stato scelto come uno dei papabili dal Movimento 5 Stelle.

Una scelta a dir poco scandalosa, quali che saranno i voti che gli attivisti di M5S gli attribuiranno nell'altra pantomima che è il voto in rete.

Una cosa è certa: i Cinque Stelle non potevano giocare in modo più maldestro la partita del Quirinale. Prima han detto: "Renzi faccia i nomi e poi noi li facciamo votare dalla rete". Hanno cioè giocato di rimessa, offrendo a Renzi un ruolo che la Costituzione non gli assegna affatto, quando avrebbero dovuto proporre in maniera decisa un candidato che rappresentasse la diffusa esigenza di una rottura col passato, con la casta e con le politiche austeritarie euriste.
Poi si sono decisi ad entrare in partita, ma peggiorando le cose, ovvero fornendo nove nomi tra cui appunto quello di Prodi. Un'abile tattica? Per niente: una gran cazzata, segno ulteriore di insipienza e dabbenaggine politica.

Ora godetevi lo spettacolo per rendervene conto...



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mercoledì 28 gennaio 2015

SE TSIPRAS NON CE LA FARÀ? di Piemme

28 gennaio

Che succederà alla Grecia se Tsipras non ce la farà a tirar fuori il suo Paese dall'abisso in cui il capitalismo predatorio l'ha precipitato? 
Sarò brutale: avremo tumulti sociali reazionari capeggiati da Alba Dorata, e quindi un colpo di stato militare con l'uscita (da destra) della Grecia dall'eurozona.

E' sintomatico che Syriza abbia affidato il Ministero della Difesa a Panos Kammenos, portavoce di ANEL (Anexartitoi Ellines/Greci Indipendenti), partito della destra nazionalista. Tsipras ha stipulato una preziosa polizza assicurativa sulla vita del suo governo, garantendosi così l'appoggio delle Forze armate greche. E bene ha fatto, in barba ai media europei (tedeschi anzitutto) che non appena formato il governo ad Atene hanno iniziato una pelosa campagnetta di satanizzazione di Kammenos, bollandolo come "populista, xenofobo" e, dulcis in fundo —vi pare che poteva mancare?—, "antisemita". Un sintomo inquietante quanto infallibile di come l'armata della manipolazione mediatica eurista pensa di sferrare l'offensiva per far cadere il governo Tsipras nel caso non si piegasse ai futuri diktat della troika.
Panos "Panagiotis" Kammenos


Non si sottovaluti il peso dell'Esercito nella vita politica greca. Esso è potente. L'ultimo colpo di Stato della serie avvenne nel 1967, quello che diede vita al "regime dei colonnelli" —che cadde nel 1974 grazie ad una potente rivolta popolare. Il conflitto mai risolto con la Turchia, che ha nella vicenda di Cipro il suo fulcro, non alimenta solo il nazionalismo, è il basamento su cui poggia la legittimazione dell'Esercito greco. La recente disputa greco-turca sui grandi giacimenti di gas e petrolio scoperti nel Mar Egeo e chi abbia titolo all'estrazione, rinfocola quel conflitto.
E' indicativo che il nuovo Primo ministro Alexis Tsipras abbia annunciato che il suo primo viaggio all'estero avverrà proprio a Cipro —segnale il cui significato non sarà sfuggito ad Ankara.

Né si deve dimenticare che il nocciolo duro dell'Esercito greco è fortemente anticomunista, esso si forgiò nella sanguinosa guerra civile del 1946-49 quando l'imperialismo inglese fece della lotta per sterminare la Resistenza partigiana antifascista greca il banco di prova della guerra fredda. E per farlo riorganizzò in fretta e furia l'esercito greco, proprio a  partire da quello messo sù dagli occupanti nazisti.

Ma torniamo a noi. Tsipras può fallire la sua missione? Sì, può fallire. La linea politica del governo di SYRIZA è ben espressa dalle posizione del nuovo Ministro delle finanze, l'economista Yanis Varoufakis. Sentiamolo:
«L'euro è stato concepito male, e per la Grecia, come per l'Italia, era meglio non aderirvi. Non ha retto all'impatto della crisi finanziaria del 2008, ma ormai non si può tornare indietro. È come un vascello lanciato verso l'America che a metà dell'oceano comincia ad imbarcare acqua. E' inutile stare a disquisire sugli errori degli ingegneri che l'hanno costruito, bisogna stringere i denti e arrivare in porto.
Vogliamo trasformare il debito verso la Troika, salito da 240 a 280 miliardi per il comporsi degli interessi (che più volte rinegoziati sono scesi al 2% di media ma prima arrivavano a più del 5), in un maxi-bond a scadenza illimitata: cominceremo la restituzione quando le condizioni lo permetteranno e si sarà innescata in Grecia una crescita almeno del 3-3,5%». [Intervista rilasciata da Varoufakis a La Repubblica il 5 gennaio scorso]
In poche parole il successo o l'insuccesso del governo di coalizione SYRIZA-ANEL, ammesso e non concesso che ciò sia sufficiente, dipende dalle concessioni che la troika e l'euro-Germania saranno disposti a fare.

Noi dubitiamo che l'euro-Germania sia disposta a concedere una tale sostanziale deroga al rimborso del debito sovrano. Accetteranno presumibilmente molto meno, talmente meno che Tsipras e Varaoufakis saranno posti davanti alla scelta: o capitolare o uscire dall''eurozona.
Yanis Varoufakis

Il rischio dell'inferno è altamente probabile perché, secondo noi, noi l'eventuale abbuono sul debito sovrano, non sarà sufficiente a far uscire la Grecia dal marasma. Stiamo alle stime di Varaoufakis: la Grecia potrà conoscere una crescita media del 3-3,5% di Pil per un periodo lungo restando in questa Unione europea? la risposta è no, non in un'Unione in cui continui a prevalere la politica mercantilistica e neoliberista di marca tedesca. 

Ben altre risorse servirebbero che il risparmio sul rimborso del debito per rilanciare investimenti, produzione e consumi. Queste possono venire solo lo Stato greco metterà in atto un gigantesco piano di investimenti pubblici, ciò che non è evidentemente possibile restando nell'Unione e prendendo a prestito la moneta dalla Bce.  Un tale piano potrà essere finanziato solo in tre maniere: con l'aumento della spesa in deficit, attuando una rapina sociale contraria a quella avvenuta in questi anni, ovvero a danno del capitale speculativo, nazionalizzando il sistema bancario, e quindi ricorrendo a consistenti prestiti esteri.

La domanda da un milione di dollari è quindi la seguente: posto di fronte al bivio cosa farà il nuovo governo greco? Noi vogliamo sperare che Tsipras e Varaoufakis avranno in tasca pronto un "Piano B" per l'uscita da sinistra. Altrimenti la Grecia precipiterà nell'infermo ed a quel punto sarà l'Esercito a salire al potere, liquidando, assieme alla moneta unica, ciò che resta della democrazia.

Ps

Le cifre della rapina che ha gettato i greci nell'abisso.
Consiglio ai lettori, per capire le diaboliche dinamiche del capitalismo-casinò nonché la trappola fatta scattare dalla troika, di leggere l'articolo di Morya Longo:

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DALLA VAL SUSA ALL'UMBRIA: PERUGIA AL CENTRO DELLA LOTTA CONTRO IL MOSTRO ORTE-MESTRE

28 gennaio

Ieri a Torino la "giustizia" ha condannato 47 attivisti No-TAV per le manifestazioni del 2011. Un avvertimento, il tentativo di dare una dura lezione ai movimenti che nel nostro Paese si mobilitano contro le grandi opere ed il modello economico-sociale che ci sta dietro. Il giorno prima gli umbri hanno dato a loro volta un avviso al regime. A Perugia si è svolto un partecipato Consiglio comunale aperto che ha indicato che gli umbri della più grande "grande opera" della storia italiana non ne vogliono sapere.

Marcello Teti, portavoce Coordinamento No E45 Autostrada
Non avevamo dubbi: chiamata ad esprimersi sulla trasformazione della E45 in autostrada, PERUGIA HA DETTO "NO"!  

A Palazzo dei Priori, nella grande e prestigiosa Sala dei Notari piena in ogni ordine di posto, ieri 26 gennaio, per il Consiglio Comunale Grande (voluto e ottenuto dal Movimento 5 Stelle dietro nostra richiesta), tutti i 22 interventi succedutisi, con il consenso dei presenti, hanno espresso un parere contrario al progetto di trasformazione della E45 in autostrada, con dati alla mano, tesi, cifre, argomentazioni logiche puntuali. 
La platea e il palco sono stati conquistati da semplici cittadini, uomini e donne, associazioni e comitati civici.
Tutte le componenti del Coordinamento Umbro - No E45 Autostrada hanno preso la parola.

Il sindaco di Pg, Andrea Romizi (terzo da sinistra)
 e la sua squadra

A partire dal portavoce, Marcello Teti, del Movimento Popolare di Liberazione, che ha spiegato come «quest’opera faraonica, inutile e distruttiva, tutto è meno che esente da intervento pubblico perché, se la società appaltatrice non dovesse raggiungere gli introiti previsti, interverrà sicuramente lo Stato».

Emanuela Arcalenidell'associazione Umbria Migliore, ha aggiunto come «questo progetto sia figlio di una logica datata e perdente, che costerà 11 miliardi. Un progetto che senza essere ancora partito, succhia già risorse». Arcaleni inoltre, sottolineando il silenzio assordante da parte dei media nazionali e locali, ha precisato che se tutti i comuni coinvolti nel tracciato dell’autostrada deliberassero in maniera contraria ai lavori, nessuno lo porterebbe ancora avanti.

Si è espresso anche Maurizio Zara di Legambiente puntando il dito sul progetto inutile, mentre sono ben altre le cose da fare nel territorio. Ha poi auspicato che «il consiglio comunale di Perugia mostri al momento opportuno una netta contrarietà al progetto».

Hanno preso la parola anche Luca Trepiedi, del Forum Nuova Mobilità Umbra,Salvatore Vitale di Salviamo il Paesaggio, (tutti aderenti al Coordinamento Umbro) e tantissimi altri cittadini.

In sintesi, tutti gli interventi hanno chiesto al consiglio comunale di deliberare con un atto ufficiale il NO al progetto-mostro che penalizzerà le imprese e i lavoratori, che distruggerà il delicatissimo paesaggio umbro, farà sprecare tante risorse pubbliche che invece servono per gli enti locali, per sostenere welfare e arginare il rischio idrogeologico in Umbria.

Come diceva Teti, non è un caso che noi del Coordinamento No E45 Autostradaabbiamo raccolto, tramite petizione popolare, quasi 8mila firme che presto consegneremo alla regione.

Soddisfatti per questo successo, continuiamo la battaglia con più ardore, a difesa del nostro territorio e di tutti i cittadini.

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martedì 27 gennaio 2015

IL PIÙ GRANDE SUCCESSO (dei no-euro)

27 gennaio

Non lo saprete dai media, che hanno alzato anche questa volta il loro muro del silenzio. Ma l'incontro europeo di Roma è stato, per unanime giudizio dei presenti, un grande successo. 

[Nella foto: Enrico Grazzini, Leonardo Mazzei, Carlo Cattaneo, Nino Galloni, Antonio Maria Rinaldi, Moreno Pasquinelli]

Due sono le cose accadute nella due giorni romana

Da una parte si è consolidato il rapporto unitario tra le diverse forze europee no-euro; dall'altra ha superato brillantemente la prova la cooperazione tra il Coordinamento della sinistra contro l'euro e gli amici sovranisti provenienti dal Movimento 5 Stelle. Li abbracciamo tutti, tra essi anzitutto la senatrice Monica Casaletto, Daniele Magni e Vittorio Attili

Vogliamo quindi ringraziare, oltre al giurista Giuseppe Guarino, gli amici Nino Galloni, Antonio Maria Rinaldi, Marco Cattaneo ed Enrico Grazzini che hanno animato la bella tavola rotonda finale di domenica
Un momento della tavola rotonda finale
pomeriggio; i compagni Sandro Targetti della della Direzione del Prc, Mauro Casadio di ROSS@ e Norberto Fragiacomo di Bandiera Rossa in movimento; i senatori ed i deputati del mondo 5 Stelle che hanno portato i loro saluti ed i loro contributi o presenti all'incontro, tra questi Francesco Cariello, Mimmo Pisano, Enza Blundo, Fabrizio Bocchino e Sebastiano Barbanti.


Un ringraziamento particolare lo dobbiamo agli amici ed ai compagni provenienti dai diversi paesi europei spagnoli, francesi, tedeschi, belgi, austriaci e finlandesi  protagonisti delle due dense sessioni di lavoro di sabato pomeriggio e domenica mattina —saluti sono stati inviati dalla Russia, dalla Svezia, dalla Danimarca e dalla Grecia.

Un grazie infine agli amici delle Brigate sovraniste per la Costituzione che hanno curato le riprese filmate dei lavori, che quanto prima saranno visibili in rete.

Speriamo di avere gettato le fondamenta per un lavoro comune che possa presto dare i suoi frutti e, tra questi, quello più ambizioso, dare una rappresentanza politica ai tanti cittadini che vogliono riconsegnare al nostro paese piena sovranità mandando finalmente a casa la casta dei politicanti asserviti ai poteri oligarchici euristi e mondialisti. 
Ogni grande marcia comincia dal primo passo.
Sabato 24 gennaio: Il deputato M5S Cariello e il giurista Giuseppe Guarino


Qui sotto la Dichiarazione conclusiva, approvata per acclamazione da tutti i presenti all'incontro.

INCONTRO DI ROMA
Dichiarazione conclusiva


«L'Europa è a un bivio.
Le politiche neoliberiste, in stretta connessione con i sacrifici imposti dall'UE, hanno prodotto un autentico disastro sociale. Aumento della povertà, crescita della disuguaglianze, disoccupazione di massa, cancellazione di ogni diritto sociale, sono gli elementi che caratterizzano il panorama attuale, specie nei paesi dell'area mediterranea.

Queste politiche non sono più sostenibili.
Esse, calpestando di fatto i più importanti principi delle stesse costituzioni nazionali, stanno progressivamente distruggendo le conquiste democratiche e sociali che hanno caratterizzato il trentennio seguente alla seconda guerra mondiale.

L'Unione Europea è sempre più una struttura oligarchica a difesa degli interessi dei centri del potere finanziario, mentre il progetto di unificazione politica è ormai palesemente fallito.
Da sinistra: Sebastiano Barbanti, Vittorio Attili e Daniele Magni
La crisi economica va avanti senza vere possibilità di uscita. Le recenti decisioni della Bce (il cosiddetto "quantitative easing") sono solo destinate ad alimentare i circuiti finanziari, senza alcuna ricaduta positiva per la vita delle persone.

La drammaticità della situazione sociale sta però producendo le prime risposte politiche.
Proprio in queste ore sono in corso le elezioni in Grecia, dalle quali è possibile che arrivi - e noi ce lo auguriamo vivamente - un forte segnale di rifiuto delle politiche imposte dall'UE e dalla troika.

Sono maturi i tempi per proporre un'alternativa allo stato di cose presenti.
Al neoliberismo, alla sua applicazione imposta dall'UE, noi opponiamo un progetto - da costruire con la massima inclusività e dialogo - che metta al centro i bisogni umani.

Il neoliberismo consiste nella sopraffazione del più debole da parte del più forte, nella violenza nei confronti della stessa natura umana in nome dei dogmi del mercato. L'attuale sistema finanziario e monetario è alla base della crescente disuguaglianza sociale.

Contro tutto ciò, noi vogliamo mettere al centro di un programma di alternativa il diritto al lavoro, ad un reddito che garantisca a tutti una vita dignitosa, uno sviluppo economico pensato per difendere e migliorare l'ambiente in cui viviamo.

Per creare le basi di questo cambiamento occorre intanto uscire dalla gabbia europea, ed in particolare dal sistema di dominio dell'euro, riconquistando così una piena sovranità nazionale, di cui quella monetaria è parte essenziale.
La presidenza della prima sessione: Pasquinelli,Nickonoff e Monereo

L'uscita dalla moneta unica non è per noi fine a se stessa. Essa è invece la base del necessario sganciamento dal sistema della iper-finanziarizzazione neoliberista, la base della ricostruzione della democrazia, la base di una vita che meriti davvero di essere vissuta da tutti gli uomini e da tutte le donne.

La messa in crisi dell'UE, attraverso la riconquista delle sovranità nazionali, è per noi anche una scelta di fratellanza e di pace. Quella pace che è invece la stessa UE a mettere in discussione con la sua politica aggressiva in Ucraina.

Noi partecipanti all'incontro di Roma ci impegniamo a sviluppare, su queste basi e senza preclusioni ideologiche - fatta salva quella verso le forze antidemocratiche -, il lavoro nei rispettivi paesi e quello di coordinamento su scala europea».

Approvata per acclamazione

Roma, 25 gennaio 2015  



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lunedì 26 gennaio 2015

LA GRECIA DICE NO ALLA TROIKA. E ORA?

26 gennaio

Syriza alla prova (del fuoco) del governo

Non possiamo che essere contenti. Dalla Grecia è arrivato un chiaro segnale di cambiamento. Contro la politica austeritaria e contro i vincoli dell'Europa. Ora Syriza è attesa alla prova dei fatti. Non sarà facile, ma Tsipras non potrà sottrarsi alla sfida, pena una sconfitta catastrofica che aprirebbe la strada a tremendi scenari.
Due le questioni davvero dirimenti. La prima, e più immediata, è rappresentata dalle misure sociali promesse da Syriza. La seconda dall'obiettivo della ricontrattazione del debito.

Occupandoci del programma di Tsipras all'inizio della campagna elettorale (leggi QUI) abbiamo scritto che: 
«Il programma di Syriza non è il socialismo, ma quel che possiamo certamente dire è che si tratta del programma più avanzato di una forza che si candida, con reali possibilità di successo, al governo di un paese europeo. Questo è un dato di fatto difficilmente discutibile. Il problema è che Tsipras vorrebbe realizzarlo con l'assenso delle oligarchie europee, e questo ci sembra davvero un po' troppo...».
Da oggi Syriza è al governo e dunque quella contraddizione, il modo di affrontarla e di risolverla, è pienamente all'ordine del giorno, in termini concreti e non più ipotetici.

Non avendo ottenuto per un soffio la maggioranza assoluta (149 seggi su 300) Tsipras ha scelto l'alleanza con Anel (Greci Indipendenti), un partito conservatore, comunemente considerato di centrodestra, costruendo così una maggioranza di 162 seggi.

A nostro avviso il neo-premier ha fatto bene a far così. Intanto questo gli consente di formare subito un governo. In secondo luogo, vista l'assoluta indisponibilità del Partito Comunista (KKE), tutte le altre alternative sarebbero state peggiori. I Greci Indipendenti sono una piccola formazione nata da una scissione di Nea Demokratia. Una rottura, avvenuta nel 2012, proprio contro l'austerità imposta dall'UE, in opposizione alla politica asservita alla troika del governo Samaras.

Naturalmente la cosa sta già dando luogo agli attacchi della stampa eurista. Titola l'Huffington Post: «Il rivoluzionario Tsipras si allea con la destra». E Repubblica: «Accordo di governo con Anel (destra anti-euro)». Tutti costoro fingono di ignorare un fatto assai evidente: il rimescolamento politico prodotto dalla crisi. Oggi in Grecia la cosa fondamentale è liberarsi dalla troika, cosa che sarebbe stata più difficile se si fossero determinate altre alleanze.

Per noi la questione davvero decisiva è quella del confronto con l'Unione Europea. Dalla Germania sono già arrivati evidenti segnali di nervosismo. E questa mattina, in occasione della riunione dell'Eurogruppo, il suo presidente Jeroen Dijsselbloem ha così tuonato nei confronti della Grecia: «Abbiamo già concesso tanto, no alla cancellazione del debito». Queste le basi di un negoziato che non si annuncia certo in discesa.

Non che in assoluto non siano possibili compromessi. Quel che è invece impossibile è una vera riforma dell'Unione, checché ne dicano tanti esponenti della sinistra italiana. Molti di questi cercano ora di tornare a galla salendo sul carro di Tsipras, dimenticando che Syriza - a differenza di costoro - non ha mai collaborato con le forze della sinistra liberista.

In conclusione, da ieri la crisi europea ha un tassello in più. La partita greca si annuncia difficile e complessa. Tale da incoraggiare tutte le forze anti-euriste. Siamo critici con Syriza per la sua posizione sull'Europa e sull'euro, ma sappiamo anche che i fatti hanno la testa dura, e che in futuro scelte drastiche si imporranno. Intanto il partito eurista non governa più ad Atene. La situazione si apre dunque a nuovi scenari in tutta l'area mediterranea.

E' una partita che deve essere giocata da tutti coloro che considerano il mostro eurista come il nemico principale. Giochiamola, esprimendo intanto il nostro pieno sostegno al popolo greco, in particolare alla sua parte più cosciente: quella che vuol porre fine all'occupazione della troika, che rivuole la piena sovranità nazionale, politica e democratica.

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domenica 25 gennaio 2015

QUANTITATIVE EASING: SEMPRE DI NEOLIBERISMO STIAMO PARLANDO di Luciano Barra Caracciolo

25 gennaio

Sì lo so che molti magari vorrebbero che parlassi del QE di Draghi;
- di come non "può" funzionare, specie se le politiche di bilancio pubblico in UEM restano quelle attuali in radicale contraddizione con la maggior "offerta" di moneta al (solo) sistema finanziario;
- di come la responsabilità-garanzia per le eventuali perdite all'80% posta a carico delle BC nazionali, - che rammentiamo non hanno potere di emettere moneta e quindi sono ridotte a meri "fidejussori" della BCE, come un qualsiasi istituto finanziario di diritto comune!- non appaia molto conforme ai trattati per tanti motivi (non ultimo quello che, a quanto pare, gli acquisti, per tipologia e quantità sarebbero decisi da BCE, e la garanzia sarebbe passivamente subita dalle BC senza alcun potere di decisione autonoma sulle strategie di acquisto e rischiando perdite di livello tale da rifluire in ricapitalizzazioni potenziali a carico dei cittadini, con ciò nullificando la stessa funzione di emittente della BCE e alterando il senso delle "operazioni open market" rispetto a quanto fa una normale BC).

Ma non lo farò (accontentatevi dei links e dell'accenno a questi problemi auto-evidenti).
Vi propongo invece un'intervista a von Hayek resa in Cile nel 1981, recuperata da Sil-viar e accompagnata da una sua documentata "prefazione".
Perchè al di là dei tecnicismi su questo o quel "provvedimento" o "progetto" €uropeo,non dobbiamo dimenticare che:

a) siamo completamente impotenti di fronte a qualunque tipo di decisione assunta in queste sedi tecnocratiche. Se le nostre osservazioni critiche avessero un qualche tipo di peso, non sarebbero semplicemente più consentite. Ce lo dice Barroso con ostentata sicurezza di poterlo dire;

b) l'insieme inarrestabile di queste politiche sovranazionali, non si cura neppure più del consenso degli Stati nazionali-apparati (soggetti di diritto internazionale), dato che la tecnocrazia funziona ormai "col pilota automatico", come dice lo stesso Draghi.

Lo scopo finale è quello che si preannunziava nel Cile di Pinochet: certo, dobbiamorapportarlo alle diverse situazioni di partenza della struttura economica dei paesi coinvolti.
Ma quanto a incremento delle fasce di popolazione sotto la soglia della povertà, ed a distruzione del "fastidio" di sindacati e elezioni, alla fine, ilrisultato è sostanzialmente omogeneo.
Su tutto domina il bis-linguaggio dei media asserviti, ora come nel Cile di quel tempo..

AVVERTENZA: se l'intervista che segue non suscita in voi "impressione" e vi appare come l'innocente disquisizione di un amabile filosofo della libertà, andatevi a leggere questo post. E leggetevi il link con quanto aveva denunziato Orlando Letelier.
E' impressionante la banalità del male se le "belle parole" e gli "alti principi" vengono scissi dai fatti della Storia, dalle realtà di masse di persone ritenute sacrificabili e i cui destini riposano in queste argute teorizzazioni che nascondono la ferrea volontà di negare la pari dignità degli esseri umani.
L'uguaglianza (meramente formale) di fronte alla legge, nasconde infatti la realtàper cui, inevitabilmente, la legge vieta o prescrive comportamenti: quali siano in concreto questi comportamenti, dipende dalla condizione sociale di ciascun individuo.
La stessa norma può esigere uno sforzo inumano da taluno e avvantaggiare sfacciatamente qualcun altro, cui non viene chiesto altro comportamento che reclamare la protezione (autoritaria) dello status quo.
Il concetto di von Hayek presume, in nome di una presunta evoluzione arbitrariamente contrabbandata come immutabile "tradizione", che la società umana debba fondarsi su una totale e gelida mancanza di solidarietà. Questa assenza autorizza che il privilegiato possa reclamare la forza dello Stato per impedire qualsiasi forma di avanzamento sociale di chi sia assoggettato al potere deiricchi che, per definizione, devono anche essere "potenti": cioè devono essere posti sempre in grado di legittimare le regole di autoconservazione della propria posizione. Questo e null'altro è Hayek, ridotto alla sua essenza fenomenologica.

Esuli argentini mi fecero leggere alcune interviste rilasciate da Hayek in Cile ed Argentina.
Era ben chiaro a cosa servissero i golpes; e Hayek e Friedman erano riconosciuti come gli ideologi che avevano a disposizione Cile e Argentina per portare a termine i loro “esperimenti” economici che, da un lato, servivano alle multinazionali e ai grandi proprietari industriali ed agrari per accumulare ricchezza, e depredare i Paesi e i cittadini,senza la “noia” di sindacati ed elezioni, e dall'altro a “provare” dal vivo la bontà del loro “modello”: la restaurazione reazionaria dell'ideologia liberista delle privatizzazioni, liberalizzazioni, repressione salariale. Apriranno la strada alla Thatcher e a Reagan, e a tutto il resto.

Ho tradotto le due interviste che sono riuscita a trovare tra le molterilasciate da Hayek in Cile nel 1981 in occasione di un seminario al "Centro de Estudio Publicos", di cui era presidente onorario, intervisteche risultano già citate su Orizzonte48.

Questa prima intervista è al giornale El Mercurio e l'ho trovatotrascritta in un forum.

Voglio ricordare Orlando Letelier, che descrive nel 1976 i risultati economici dei Chicago Boys, prima di essere ammazzato a Washington dalla DINA, la polizia segreta di Pinochet, per avere il contesto delle interviste: nel 1977 Hayek va in Cile la prima volta, incontra Pinochet, e loda i progressi nell'economia.

Nel Cile di Pinochet - migliaia di morti e di scomparsi, decine di migliaia di torturati e di prigionieri politici, circa 1 milione di espatriati-, Hayek parla del “calcolo delle vite”, e della fame come controllo demografico, quando era già ben noto che questo passa attraverso il benessere e il welfare: istruzione e sanità prima di tutto. Ne parla in un paese che ha il 20% di bambini denutriti!
Nel 1982, con la moneta agganciata al dollaro, con la crescita basata solo sulle esportazioni e con il prezzo del rame in picchiata, lapopolazione denutrita raggiunge 1/3 del totale, quella sotto la soglia di povertà oltre il 50%, e la disoccupazione il 25%.
L'ideologo della "globalizzazione" liberista mette “l'individuo” al centro di tutto, parlando di “libertà”, attraverso la mimesi e l'utilizzo del bis-linguaggio, insomma il Test di Orwell deve essere a portata di mano, ma è perfino troppo “onore”... in fondo è la libertà del “proprietario”: più è ricco, più è “libero”.
Ci sono diversi passaggi ridicoli, nonostante il "gentile" eloquio.

Hayek parla della “transizione” necessaria dalla “dittatura liberale” per arrivare alla “democrazia limitata” (l'intervistatrice parla di democrazia totalitaria! Nel Cile di Pinochet!).
E infatti i suoi epigoni, quelli della durezza del vivere (per noi, mica per loro!) ci hanno trascinato dalla democrazia “totalitaria” dello Stato Sociale e del benessere alla democrazia limitata di €/UE per raggiungere gli stessi traguardi economici di Pinochet (per mantenerli a lungo sarà necessario lo stesso tipo di repressione?).
In Cile nessuno è stato punito per i crimini commessi, Pinochet, già amico della Thatcher, non fu estradato in Spagna nel 2000, dal governo laburista inglese, per motivi di salute (o in nome della "riconciliazione"? che non c'è stata), o forse perché la dittatura "liberale" è stata un successo. Un successo mondiale.

Friedrich von Hayek: Dalla schiavitù alla libertà
di Lucia Santa Cruz.

A 82 anni non vi è alcun segno di vecchiaia. Sottile e agile nell'andatura, ma il passare del tempo lo ha costretto ad abbandonare gran parte dell'attività fisica. Alpinista, infaticabile e grande camminatore, oggi deve limitare le sue energie al lavoro intellettuale. Persino durante la sua permanenza in Cile, nonostante i suoi numerosi impegni, Friedrich von Hayek approfitta del tempo disponibile finendo gli ultimi capitoli del terzo volume di “Legge, legislazione e libertà”.

Ci mostra un indice degli argomenti trattati: "L'etica della libertà e la proprietà"; "L'evoluzione del mercato: Commercio e civiltà"; “La lingua avvelenata ", "Lo sfruttamento dei lavoratori da parte dei lavoratori", "L'illusione della statistica come guida", "Il carattere reazionario del concetto socialista", "Il delirio di onnipotenza degli intellettuali" tra gli altri.
Leggere Hayek – si sia d'accordo o no con i suoi principi - è un piacere intellettuale per il rigore del suo ragionamento. Non ci sono nei suoi scritti eufemismi né mitologie. Tutto è messo in discussione e non ci sono problemi dell'umanità che non siano sollevati e sminuzzati nella ricerca di nuove soluzioni. Vincitore del Premio Nobel per l'economia nel 1974, è molto più di un semplice economista: un filosofo nel senso più ampio della parola. Il suo libro, "La via della schiavitù", pubblicato durante la seconda guerra mondiale, può diventare una pietra miliare nella storia del pensiero politico e l'attacco più forte sugli effetti che i progressi socialisti hanno sulla libertà dell'uomo. Espone il pericolo del totalitarismo subdolo che si infiltra nelle istituzioni democratiche dell'Occidente.

Il pensiero del padre del liberalismo moderno, nonostante rifugga la classificazione di neo-liberista, si diffonde, con la lentezza delle idee, anni dopo la sua prima formulazione.
Un profeta isolato negli anni Trenta e Quaranta, quando Keynes presidiava i circoli intellettuali e politici in Inghilterra e negli Stati Uniti, oggi è una figura "rispettabile", con un seguito tra i giovani universitari, tra i governi europei e nordamericani, e con governi come quelli di Reagan e della signora Thatcher, che lo riconoscono come una fonte importante di ispirazione.

In Cile, in qualità di Presidente Onorario del Centro per gli Studi Pubblici, si lascia intervistare con la modestia che solo le grandi figure sembrano possedere.
Il suo discorso è rilassato. L'inglese perfetto dopo anni in Gran Bretagna, dove ha ottenuto la nazionalità, ma con un accento austriaco forte e melodico. Impeccabilmente vestito, indossa una cravatta con l'immagine di Adam Smith riservata ai membri dalla Mont Pelerin Society, che ha fondato.

Inizia la conversazione con "El Mercurio", dicendo scherzosamente:
"Per favore sieda alla mia destra sono sordo dall'orecchio sinistro, il che, come si capisce, si presta a molti scherzi politici”.
Ha accettato la presidenza del Centro per gli Studi Pubblici, perché il caso cileno lo interessa.
- Credo che parlare del miracolo economico cileno non è un'esagerazione per quel poco che ho visto, il progresso in questi anni è enorme.-
Avverte della necessità, però, di continuare sulla stessa strada:
“E' necessario fermare l'inflazione completamente, evitandocontrolli dei prezzi o privilegi sindacali. Io non sono contro i sindacati, ma all'idea che potrebbero godere di privilegi che il resto dei cittadini non ha, perché possono distruggere l'economia”.
-La Libertà è diventata la bandiera di quasi tutti i movimenti politici. Ciò è in parte dovuto al fatto che essa nasconde significati differenti, non solo nelle sfumature, ma nella sostanza, che sono persino opposti. .


-Che cosa significa per lei libertà?
-Si tratta della libertà dell'individuo. E' un abuso del termine credere si riferisca alla libertà di una maggioranza in un'assemblea rappresentativa, perché se l'assemblea ha poteri illimitati, inevitabilmente arriverà a limitare la libertà degli individui. Per l'individuo, libertà significa conoscere in anticipo le regole che deve obbedire per non essere costretto dal governo. La libertà è dunque l'assenza di coercizione. Si richiede un quadro di norme conosciute, uguali per tutti, in modo che ognuno possa sviluppare piani razionali e perseguire i propri fini. Questo non significa che il governo non dovrebbe avere altri poteri. Semplicemente non dovrebbe avere altri mezzi coercitivi. Penso che il governo può fare molto bene, provvedendo le infrastrutture necessarie, anche se nemmeno in questo dovrebbe avere il monopolio. Direi che lo dovrebbe avere solo chi realizza effettivamente meglio degli altri.
-Si tratta di un concetto negativo della libertà?
-Infatti. Il concetto di libertà è negativo. Quello che si chiama libertà positiva, che permette ad alcuni di godere di certi diritti per fare cose particolari, è inconciliabile con l'idea di uguaglianza davanti alla legge, con l'obbligo che dovrebbero avere i governi di trattare tutti allo stesso modo.
-C'è chi sostiene che non sarebbe giusto legiferare in forma uguale per esseri che sono uguali solo in apparenza. Cosa ne pensa?
-E' possibile che alcuni governi, in alcuni paesi, debbano assicurare un livello minimo sotto il quale nessuno possa cadere. Tuttavia, se si concepisce la giustizia come la parità di fatto, essa non è raggiungibile. Le persone sono diverse e nulla potrebbe essere più ingiusto che cercare di rendere uguali esseri che non lo sono.L'unica cosa che può essere uguale, lo ripeto, è il trattamento che ognuno riceve dal governo.
-Stranamente, però, sullo sfondo della libertà come forza trainante della civiltà, appare necessario considerare: perché è necessaria la libertà? Normalmente si ascoltano difese retoriche, ma sembra che lei abbia argomenti empirici.
- Molto, molto empirici. Solo l'ordine del libero mercato ci permette di nutrire la popolazione che esiste nel mondo. Se ci fosse stato comandato di non utilizzare mai il mercato, avremmo continuato un'esistenza felice e selvaggia di raccoglitori. Ma abbiamo usato il mercato e conseguito di aumentare la produttività pro capite per mantenere vivo un numero di persone che, senza il mercato, senza la divisione del lavoro che questo permette, non sarebbe potuto sopravvivere. La verità è che, a meno che non si desideri eliminare, uccidere, l'eccesso di popolazione, dobbiamo continuare. Abbiamo creato non solo una civiltà, ma una popolazione la cui esistenza dipende dal mantenimento dell'ordine di mercato.
-Questi scopi non possono essere ottenuti con una pianificazione?
Direi che oggi, e nel mentre le complessità della moderna società aumentano, è ancora più impossibile di prima. Sarebbe più facile se una persona o un'azienda potesse effettivamente avere tutte le informazioni necessarie per prendere decisioni. Ma non è che il mercato si adatta a tutti i fatti noti. Funziona nonostante dati che nessuno conosce nella sua interezza. Dipendiamo dall'uso delle informazioni che consentono alle persone di contribuire al mercato, che agisce come un grande computer e sono i risultati del mercato, i suoi segnali automatici, che indicano cosa fare in ogni caso. Agisce come una guida essenziale che segnala agli individui come poter contribuire in modo ottimale al tutto. In altri sistemi si deve dire alle persone cosa fare e, peggio ancora, senza sapere realmente che cosa dovrebbero fare.
-Allora, la libertà economica è originaria?
- Non si può separare la libertà economica dalle altre libertà. La libertà consiste nello sperimentare e si può sperimentare solo se è possibile utilizzare tutti i mezzi a cui si tiene accesso. - La distinzione tra libertà economica e la libertà intellettuale o culturale è artificiale. Non esiste il sistema che, privando della libertà economica, abbia potuto garantire la libertà intellettuale.
-Pensa che una volta stabilite le fondamenta di un'economia libera, la libertà politica emerge automaticamente o potrebbe esserci il caso della perpetuazione di un governo autoritario, che priva molte libertà, ma mantiene un alto grado di libertà economica?
- Potrebbe essere. Dipende da cosa si intende per libertà politica. Se lei si riferisce alla libertà della maggioranza sì, ma se si vuole definire la libertà politica come assenza di poteri arbitrari, allora dovrebbe applicarsi a tutti i campi. Non è necessario per questo elencare specifici diritti. Basti dire che il governo non ha il potere di obbligare gli individui, se non applicando le stesse regole uniformi applicabili a tutti.
-Non pensa che queste leggi dovrebbero essere non solo uniformi, ma avere un carattere non coercitivo?
- Le Leggi uguali per tutti non sono, perché devono essere applicate anche a chi le formula. Capisco che le restrizioni possono essere necessarie in un periodo di transizione, ma come stato permanente non sarebbe auspicabile.
-Una delle più comuni confusioni nella teoria politica moderna sembra essere quella tra il concetto di democrazia e di libertà. Lei qualcosa ha anticipato, ma potrebbe specificare meglio in che senso queste idee sono diverse o addirittura ostili tra di loro?
-La libertà richiede un certo grado di democrazia, ma non è compatibile con la democrazia illimitata, vale a dire, con l'esistenza di una legislatura rappresentativa con poteri onnicomprensivi. Tuttavia, per la libertà è essenziale che gli individui possano porre fine ad un governo che la maggioranza respinge. Questo è di grande valore. La democrazia ha un compito che io chiamo di 'igiene", assicura che i processi politici si conducano in forma sanitaria. Non è un fine. Si tratta di una regola di procedura finalizzata a servire la libertà. Ma in nessun modo ha lo stesso status di libertà. Quest'ultima richiede la democrazia, ma preferirei sacrificare temporaneamente, ripeto temporaneamente, la democrazia, piuttosto che dover fare a meno della libertà, anche se fosse temporaneamente.
-Esiste allora qualche relazione tra libertà individuale e democrazia?
-La sola cosa che la libertà richiede è che l'individuo possa fare qualcosa per limitare gli atti del governo. Non penso che l'impartire istruzioni positive al governo su cosa deve fare sia parte della libertà. Ma la verità è che non ci può essere libertà se non siamo in grado di esercitare il diritto di impedire al governo di fare certe cose.
-Tuttavia, sembra un fatto evidente che la democrazia in Occidente sta attraversando una crisi di credibilità. A cosa si deve, a suo parere?
- Si suppone che la democrazia avrebbe la competenza di legiferare. Questo è stato in un momento in cui legiferare significava stabilire norme generali per il comportamento individuale. Ma ora chiamiamo legge tutto ciò che emana dall'autorità, abbia o meno il carattere di legge. Così il vecchio precetto di Montesquieu, la separazione dei poteri, è stata interrotta. Parlando di legislazione, egli si riferiva a qualcosa di molto diverso. Ora l'autorità legislativa è diventata onnipotente. Non abbiamo la separazione dei poteri, non solo perché il Parlamento ha poteri legislativi, ma può anche amministrare e nella procedura può utilizzare tutta la discrezionalità possibile.
-Allora, i problemi non sarebbero intrinseci alla democrazia stessa, consoni alla forma specifica con cui ha funzionato?
- Credo di si. Nel mio prossimo libro, il terzo volume di "Legge, Legislazione e Libertà", propongo una nuova organizzazione per il governo democratico. Consiste di due camere con due scopi diversi. In primo luogo, un vero e proprio organo legislativo con poteri limitati per stabilire regole generali, e una seconda camera che diriga il governo. Il governo sarebbe, naturalmente, limitato dalle leggi generali che ha stabilito la prima assemblea.
-Come sarebbe generato il potere in queste Camere?
- Attraverso un sistema di elezioni, diverso nei due casi. In quella incaricata delle attività di governo, la rappresentanza potrebbe essere in accordo ai diversi interessi settoriali. In quella legislativa, invece, si richiedono i più esperti, uomini saggi ed esperti, che conoscano la materia. Sarebbero eletti, ma non sulla base di partiti, come potrebbe essere nel caso nel corpo legislativo, e inoltre per un periodo più lungo. Non potrebbero essere rieletti, per evitare che siano sottoposti a pressioni dei partiti. Inutile dire che l'assemblea esecutiva sarebbe soggetta alle leggi generali del paese.
-Lei crede nel diritto naturale e che la libertà e la proprietà, per esempio, sono anteriori allo Stato?
No, nel senso tradizionale, però sì in un certo senso. Penso che le migliori norme e leggi siano state selezionate attraverso un processo evolutivo. Non sono state elaborate intellettualmente. Come altri prodotti dell'evoluzione, si può legittimamente dire che c'è più saggezza nella tradizione che nelle costruzioni deliberate. Questo non significa che tutte le tradizioni sono buone. La tradizione deve dimostrare i suoi benefici.
Questi si possono misurare dal successo delle istituzioni che ha prodotto e, in generale, si può affermare che la tradizione del diritto, della libertà, si è dimostrata più efficace di altre tradizioni.
- Che rapporto c'è con il diritto di proprietà? È anteriore allo Stato o lo richiede per non essere un semplice possesso, come dice Kant?
- Lo Stato è necessario per far rispettare la legge, la quale non è una creatura dello Stato. E' il prodotto di una evoluzione che consideriamo buona, non perché lo Stato lo ha decretato, ma perché ha creato una sorta di grande ordine che non potrebbe mai essere stato creato da azioni deliberate.
-Lei si è riferito in altre occasioni all'apparente paradosso per cui un governo dittatoriale può essere più liberale di una democrazia totalitaria. Tuttavia, è anche vero che le dittature hanno altre caratteristiche che sono in contrasto con la libertà, pur concepita nella forma negativa come fa lei.
Evidentemente ci sono grandi pericoli nelle dittature. Ma una dittatura si può auto-limitare e una dittatura che deliberatamente si limita può essere più liberale nelle sue politiche di un'assemblea democratica che non ha limiti. Devo ammettere che non è molto probabile che questo accada, ma ancora, potrebbe essere in un certo momento l'unica speranza. Non una speranza certa, perché sempre dipenderà dalla buona volontà di un individuo e si può contare su ben pochi individui, ma se è l'unica opportunità che esiste in quel momento, tuttavia, può essere la soluzione migliore. Sempre finché la dittatura si dirige visibilmente verso la democrazia limitata.
-Ha scritto che la libertà è la fonte e la condizione necessaria per la maggior parte dei valori morali.
Solo godendo di libertà --e mi riferisco, insisto, alla libertà individuale-- una persona può comportarsi moralmente. Solo se si dispone di una sfera conosciuta, all'interno della quale si può scegliere, si può agire moralmente, solo se è il soggetto che decide come agire.
-Qual è il ruolo della morale nella teoria politica?
- Come le ho detto, credo che le nostre credenze morali non siano la costruzione del nostro intelletto. Al contrario, come gli altri organismi naturali sono state selezionate da un processo evolutivo che noi non dirigiamo. Per capire perché alcune regole morali hanno avuto, per così dire, più successo, dobbiamo definire cosa intendiamo per più successo morale. Sono giunto alla conclusione che, nel processo di evoluzione è stato possibile selezionare quelle regole morali che ci permettono di mantenere vive la maggior quantità di persone.
La morale, e includo in essa la proprietà e il contratto, deve essere giudicata in base al "calcolo delle vite". Storicamente è dimostrato che un sistema di leggi tende in modo più efficace al sostentamento di un maggior numero di vite. Anche se può essere scioccante per alcuni, questo è dimostrato dalla creazione del proletariato da parte del capitalismo, perché ha dato vita ad un numero di persone che in altri modi non sarebbe sopravvissuto. Gli individui che compongono il proletariato semplicemente non esisterebbero se non fosse per il capitalismo.
- Lei crede che il liberismo è moralmente neutro o che gli obiettivi che persegue comportano una gerarchia di valori?
-Una società libera richiede determinate morali che in ultima istanza si riducono al mantenimento delle vite; non la manutenzione di tutte le vite perché potrebbero essere necessario sacrificare vite individuali per conservare un numero maggiore di altre vite. Pertanto, le uniche regole morali sono quelle che portano al "calcolo di vite": la proprietà e il contratto. Sto deliberatamente lasciando la famiglia e la morale sessuale, perché non sono un esperto. Questo campo è più difficile perché le innovazioni, come il controllo delle nascite, hanno cambiato radicalmente i fondamenti della vita familiare. Ciò che è essenziale è il riconoscimento di certe regole morali. Sono convinto che non scegliamo la nostra moralità, ma che la tradizione per quanto riguarda la proprietà e il contratto che abbiamo ereditato è una condizione necessaria per l'esistenza della popolazione attuale. Possiamo cercare di migliorare parzialmente e sperimentalmente.
Dire che il diritto di proprietà dipende da un giudizio di valore equivale a dire che la conservazione della vita è una questione di giudizio di valore. Dal momento in cui accettiamo la necessità di mantenere in vita tutti quanti non abbiamo scelta. L'unico giudizio di valore si riferisce alla stima che si faccia della conservazione della vita.
-Lei direbbe che la Chiesa Cattolica si è tradizionalmente opposta al liberismo?
- Non necessariamente. Si è opposta soltanto al liberalismo razionalista europeo, non alla corrente inglese, perché sotto l'influenza della Rivoluzione Francese divenne anti-chiesa prima che la Chiesa fosse anti-liberale.
-Tuttavia i rapporti non sempre sono stati armoniosi.
- Nel XIX secolo la Chiesa ha adottato un atteggiamento molto anti-liberale verso la scienza. Attualmente ci sono grandi speranze per una riconciliazione tra la scienza e la Chiesa. Sono stato coinvolto in questi sforzi. Quattro mesi fa ero in un riunione in Vaticano con una dozzina di premi Nobel per discutere i problemi della riconciliazione tra la scienza e la Chiesa. Non so fino a che punto il Papa è disposto ad andare. Devo dire che non sono d'accordo con la posizione estremamente dottrinaria sul controllo delle nascite. Ma in questa occasione ci hanno detto che, a parte l'aborto -che per la Chiesa è fuori discussione-, si poteva parlare liberamente di tutto il resto.
-Sebbene la Chiesa possa non essere anti-liberale, ci sono stati pronunciamenti ecclesiastici contro il capitalismo.
- Guardi, la parola capitalismo nemmeno a me piace e vorrei cambiarla.Ma non credo che la Chiesa si sia pronunciata contro l'economia di mercato e le vecchie dottrine sull'interesse sono cose del passato. In realtà, importanti rappresentanti della Chiesa, cardinali, tra cui il Primate della Germania, appoggiano l'economia sociale di mercato. Non vi è alcuna opposizione ufficiale della Chiesa, hanno perso solo alcune restrizioni. Devo anche dire che la partecipazione dei sacerdoti ai movimenti socialisti è quasi un'esclusiva dei paesi di lingua spagnola.
-Lei non crede che il liberalismo genera materialismo?
- No. Affatto. Ci fornisce i mezzi materiali per soddisfare tutti i nostri scopi.
-Tocqueville fu forse il primo a sollevare la tensione permanente tra libertà e uguaglianza. Lei a cosa crede risponda il conflitto che di norma si crea tra loro.
- L'unica uguaglianza fattibile è l'uguaglianza di fronte alla legge. Se chiedete più di questo, immediatamente entra in conflitto con la libertà. Se si ha intenzione di creare uguaglianza materiale si può fare soltanto limitando la libertà.
-Ma, lei direbbe che l'idea di eguaglianza ha contribuito a trasformare la libertà da un privilegio ad un valore universale?
- Solo per quanto riguarda l'uguaglianza di fronte alla legge.
-Non pensa che è necessario garantire l'uguaglianza di opportunità?
- Anche questo è molto difficile da raggiungere. Le opportunità, che sono creazione dei governi, dovrebbero essere uguali, ma non si può assicurare l'uguaglianza obbiettiva. Le persone sono molto diverse, hanno padri diversi, hanno gradi differenti di salute, costituzioni biologici disuguali.
- Ma in materia di istruzione, per esempio, non crede che è importante non ci siano marcate differenze in quanto aopportunità?
- Alcune misure al riguardo sono convenienti. E' auspicabile che gli individui di talento che non possono finanziare i loro studi siano assistiti, ma non sono sicuro che non abbiamo causato pregiudizio alle famiglie operaie privandoli dei loro elementi più dotati.
-E aspetti quali la cultura, dove la legge della domanda e dell'offerta storicamente non ha garantito né diversità, né qualità?
- Prima pensavo che i governi avrebbero dovuto fare qualcosa, ma l'esperienza giapponese, dove tutte queste attività ricreative sono nelle mani di imprese private, mi ha convinto che non sono i governi i più appropriati. Non lo sono mai stati. Né in Grecia né nel Rinascimento, non nel periodo d'oro della musica nel XVIII secolo. Sono sempre stati i mecenati i grandi promotori della cultura. Spetta alle classi ricche prendersi cura della cultura.
-Il liberalismo è stata tradizionalmente una mentalità più che una dottrina rigidamente strutturata, un approccio pragmatico ed empirico, l'applicazione del principio di "trial and error". Alcune persone credono che il neoliberismo è sostanzialmente diverso in questo senso, perché offre una struttura molto solida che potrebbe essere classificato come ideologia molto coerente e globale. Come si può conciliare questo con l'idea del grande liberale Karl Popper che la politica, come ipotesi scientifica, è solo una proposizione congetturale senza valore di verità ultima?
- Popper e io siamo d'accordo su quasi tutti gli aspetti. Il problema è che non siamo neoliberisti. Chi si definisce così non sono liberali, sono socialisti. Siamo liberali che cercano di rinnovare, ci atteniamo alla tradizione che può essere migliorata, ma non può essere modificata nelle fondamenta. Il contrario è cadere nel costruttivismo razionalista, nell'idea che si può costruire una struttura sociale concepita intellettualmente dagli uomini e imposta secondo un piano senza tenere in considerazione i processi evolutivi culturali.
-Non crede che, nel caso del Cile, per esempio, dove si sta cercando di applicare un modello molto coerente in tutti i settori della vita nazionale, ci siano alcune caratteristiche di quello che lei chiama costruttivismo?
- Non ne so abbastanza per commentare. So che gli economisti sono solidi.
-Ma il modello comprende più che la mera economia.
- E' possibile che questo si debba all'enorme influenza che il positivismo e l'utilitarismo hanno avuto in America Latina. Bentham e Comte sono stati grandi figure intellettuali del continente e il liberalismo in questo continente è sempre stato costruttivista. Milton Friedman, per esempio, è un grande economista con il quale concordo su quasi tutti i punti, ma su altri non sono d'accordo, non solo sull'uso meccanico di capitale circolante. Anche io sono economista, ma mi piace pensare che sono qualcosa di più. Io dico sempre che un economista che è solo un economista, non può nemmeno essere un buon economista. Be', Friedman è cresciuto nella tradizione del Bureau of Economic Research sotto l'influenza di Mitchel. Egli sostiene che dal momento che noi abbiamo creato le istituzioni possiamo cambiarle come vogliamo. Questo è un errore intellettuale. Si tratta di un errore. E' falso. In questo senso Milton è più costruttivista di me.
-Un modello che copre tutte le istituzioni e si impone senza che forze spontanee lo generino, per quanto persegua la libertà, potrebbe arrivare ad essere in conflitto con la libertà?
-Sì.
- Talmon dice che l'uomo è diviso tra due grandi ambizioni: il desiderio di salvezza attraverso un credo onnicomprensivo che risolve tutto e la libertà. Aggiunge sarebbe il perseguimento di entrambe le mete che porta inevitabilmente alla tirannia. Pensa che se la ricerca della libertà si trasforma un credo onnicomprensivo che risolve tutto può portare a certe forme di tirannia?
-Sì, naturalmente. In fondo, e in definitiva, si tratta di un problema di umiltà. Di riconoscere quanto poco sappiamo.
-Mi piacerebbe sentire i suoi commenti riguardo il seguente giudizio: Hegel, Marx e Freud sono responsabili di tutte le disonestà morali e intellettuali del XX secolo.
- Forse è posto in un modo un po' esagerato. Sono i più cospicui rappresentanti del percorso sbagliato.

"Bene, direi che come istituzione a lungo termine, io sono totalmente contro le dittature. Ma può essere un sistema necessario in un periodo di transizione. A volte è necessario che in un paese si abbia, per un po' di tempo, una qualche forma di potere dittatoriale. Come capirete, è possibile che una dittatore governi in modo liberale. Ed è anche possibile che una democrazia governi con una totale mancanza di liberalismo. Ed io, personalmente, preferisco un dittatore liberale, che non un governo democratico carente di liberalismo. La mia impressione è - e questo è vero per il Sud America – che in Cile, ad esempio, ci sarà una transizione tra un governo dittatoriale e un governo liberale. E, in questa transizione, può essere necessario per mantenere alcuni poteri dittatoriali, non come permanenti, ma come una disposizione transitoria.”

Hayek, Friedrich August von 1981: "Al presente il nostro compito principale è quello di limitare il potere del governo" [Intervista], in: El Mercurio, aprile 1981, pag. D8-D9.

* Fonte: Orizzonte 48

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