Corso di formazione per giovani attivisti

giovedì 23 maggio 2013

LE DIVERGENZE TRA IL COMPAGNO BAGNAI E NOI di Moreno Pasquinelli

23 maggio. Ci giunge notizia che Alberto Bagnai (nella foto) si è finalmente deciso a scendere in campo, che sta per lanciare un manifesto, allo scopo di aggregare energie nuove per, evidentemente, dare vita ad un movimento politico per l’uscita dell’Italia dall’euro. E’ un’ottima notizia. Ma dire no all’euro non è sufficiente. Dall’euro si può uscire in tanti modi e addirittura con opposte finalità. Ci sono quindi aspetti teorici e politici che la questione dell’uscita tira in ballo. Di questo vogliamo parlare.
«La teoria economica dice questo: in un’area valutaria in cui non c’è mobilità, non ci sono trasferimenti e per di più avviene uno shock, si ha un collasso. L’aspetto criminale dei fondatori dell’Euro è che tutto questo lo sapevano, e non solo non han fatto nulla, ma anzi l’hanno fatto apposta: la crisi dell’Euro di oggi era inevitabile». [1]
Questa sentenza senza appello non l’ha pronunciata Alberto Bagnai, bensì quel liberista incallito di Luigi Zingales. Seppur tradendo una certa falsa modestia Bagnai ci dice infatti:
«Non per fare il “precisino”, ma vorrei chiarire subito che quelle che in Italia sono indicate come le “mie” tesi sull’euro in realtà di mio hanno ben poco. Ci tengo sia per onestà intellettuale (non sarebbe bello attribuirsi idee altrui), sia per far capire quanto sia indietro il dibattito in Italia (dove tesi comunemente accettate all’estero ancora sembrano rivoluzionarie)». [2]
Noi non ci occuperemo tuttavia dei difetti di Bagnai ma se c’è una teoria economica che soggiace alle sue posizioni e, se c’è, di quale essa sia.

I followers di Bagnai cadranno dalle nuvole: “Di quale teoria economica state parlando? Alberto snocciola dati e fatti così come si presentano, si limita ad interpretarli, di teorie sistemiche non c’è bisogno”.

I “dati”, i “fatti”. Non dovrebbe essere necessario scomodare Kant per capire che la nostra conoscenza non viene dal mero riflettere fatti empirici nella nostra mente, che essa è invece possibile perché la nostra ragione li afferra e li ordina necessariamente in base a criteri e forme a priori. Quindi può interpretarli. Siccome stiamo parlando di fenomeni sociali, e dato che la società è composta di classi e segnata da conflitti, ogni giudizio su di essi, per quanto pretenda di essere “oggettivo”, contiene implicita una concezione “soggettiva”. Nessuna interpretazione è innocente.

A. Smith

Immaginiamo l’obiezione dei seguaci: “ammesso che sia così, se Bagnai ha tirato conclusioni giuste sull’euro e il suo fatale destino, la sua teoria economica è evidentemente corretta”. Prima contro-obiezione: se anche Zingales, un ultra-liberista seguace di Milton Friedman e grande estimatore del thatcherismo, quindi apparentemente molto distante dalle concezioni di Bagnai, predica l’insostenibilità di una moneta unica per più paesi che non sia affiancata da comuni politiche fiscali, di bilancio e sociali, rivela appunto che si può trarre un medesimo giudizio di fatto, pur avendo differenti giudizi di valore. Seconda contro-obiezione: il fatto che per secoli i marinai abbiano solcato i mari e tracciato con estrema precisione le loro rotte pur basandosi sull’idea che la terra fosse il centro dell’universo non rende evidentemente giusta la teoria geocentrica.

Potete scavare in lungo e in largo nella copiosa produzione di Bagnai, a cominciare da “Il tramonto dell’euro”, per quanto possa sembrarvi paradossale non troverete mai il concetto di “crisi del sistema capitalistico”. Il fatto che ciò lo accomuni allo schieramento bipolare degli economisti mainstream divisi, così si dice, tra ortodossi ed eterodossi, non rende meno grave questa spaventosa deficienza. Una prova lampante che tutti costoro, liberisti e pseudo-keynesiani, pur accapigliandosi, si basano sul medesimo paradigma, la cui genetica caratteristica è quella di dare per scontato che quello capitalistico non è un sistema storicamente determinato, con contraddizioni sue proprie, bensì destinato ad essere eterno. Tutt’al più esso conoscerebbe solo “squilibri”, quindi essi si dividono solo sulle terapie: su come detti squilibri necessariamente momentanei debbano essere superati.

Conosciamo l’antifona: “ariecco i soliti marxisti tetragoni!”. Voilà il sintomo infallibile della momentanea vittoria del cosiddetto “pensiero unico”, la medaglia di cui neoliberismo e neo-keynesismo sono le due facce. Una tombale amnesia sembra essere calata sulla teoria economica, lo stigma della pervasività delle teorie dei seguaci contemporanei dei neoclassici o marginalisti che seppellirono brutalmente come “metafisiche” non solo le riflessioni di Marx, ma pure quelle di economisti come Smith, di Ricardo, di Sismondi, di Malthus, di J.S. Mill, di Schumpeter, di Marshall, di Galbraith, che pur essendo ognuno in qualche modo liberisti, almeno indagavano le contraddizioni e si chiedevano quale fosse il destino del sistema capitalistico.

Tutti questi grandi economisti sono stati “grandi” appunto perché non si sono limitati ad osservare i fenomeni, essi hanno cercato di svelare le loro intime connessioni, di scoprire le leggi a cui una data formazione economico-sociale ubbidisce (non fermandosi alla banalità che i prezzi soggiacciono al gioco della domanda e all'offerta), senza sfuggire alla questione di quale sarebbe potuto esserne l’approdo. Pur avendo svelato cause anche molto diverse fra loro, malgrado si siano divisi sul dopo, tutti sono giunti alla medesima conclusione: il capitalismo sarebbe perito sotto il peso delle sue contraddizioni intrinseche.

D. Ricardo

Tutto questo ricchissimo patrimonio teorico e scientifico sembra andato perduto, seppellito dalla folta schiera di economisti tutti indaffarati nel tentativo disperato di dare un senso al terrificante caos in cui si dimena il capitalismo-casinò. Sono così nate le più diaboliche discipline, le più disparate metodologie, i più funambolici modelli: finanza frattale, econometria, curve di differenza, moltiplicatori monetari, funzioni translogaritmiche. Chi più ne ha più ne metta.

Anche molti presunti keynesiani fanno appunto parte di questa schiera di insabbiatori. Come se, per meritarsi la qualifica di keynesiano fosse sufficiente ripetere come un mantra che occorre stimolare la domanda aggregata durante le recessioni incrementando la spesa pubblica, porre riparo agli squilibri delle partite correnti, ergo disporre di sovranità monetaria.

Si converrà che per spacciarsi tali occorre accettare, assieme a certe premesse dottrinali di keynes —la critica alla teoria smithiana della “mano invisibile” per cui il mercato si autoregola da solo; quindi il rifiuto della legge di Say, oro colato dei neo-classici; per cui l'offerta aggregata crea la propria domanda, la critica alla concezione marginalista del capitale— anche la sua visione generale per cui, dato che il capitalismo tende per sua natura allo squilibrio (o sovrapproduzione) la funzione della politica economica sarebbe quella di accompagnarlo verso la sua inesorabile fine a favore di un ordine sociale più razionale. [3]

Maledetta economia teorica! Il guaio è che senza una teoria generale non si va lontano, e senza questa non possiamo spiegarci la malattia congenita che affligge il sistema capitalistico, quindi non avremo alcuna terapia degna di questo nome. Per cui a noi va bene anche chiamarli tutti quanti “neo-keynesiani”, compresi i Krugman, gli Stiglitz e i Roubini, ma nel senso di “mezzi-keynesiani”. [4]

Non è per caso che costoro si guardano bene dallo spiegarci come mai il cosiddetto “periodo d’oro del capitalismo”, che va dalla fine della seconda guerra mondiale alla metà degli anni ’70, che si è svolto appunto all’insegna del keynesismo, sia crollato e abbia lasciato il posto a quello che chiamiamo (in attesa di una definizione più stringente e adeguata) capitalismo-casinò, convenzionalmente neoliberismo.

Sismondi

Bagnai per primo evita di porsi certe “scabrose” domande —salvo prendere sdegnato le distanze dalle tesi “complottiste” come quella dei seguaci della Modern Money Theory, che pur ricorrendo alla conspiracy delle sette dominanti, almeno una risposta cercano di darsela.

La tesi di Bagnai è alquanto semplice (ciò che non rende inutile leggersi il suo ponderoso Il tramonto dell’euro). Proviamo a ricapitolare la concezione generale di Bagnai: (1) la crisi non chiama in causa la struttura del sistema capitalistico, essa trae origine da alcuni “squilibri”; (2) dipende dal fatto che i debiti privati sono diventati pubblici; (3) se è anzitutto crisi dell’eurozona, ciò dipende dallo squilibrio delle partite correnti e delle bilance commerciali; (4) l’euro è causa essenziale poiché, che con le parità fisse, impedisce alle leggi di mercato di farsi valere anche nella sfera valutaria.

La cura per uscire dal marasma è quindi semplice: tornare alle valute nazionali, e, grazie al gioco compensativo delle svalutazioni e rivalutazioni, i mercati capitalistici, compresi quelli finanziari torneranno a scoppiare di salute.

Questa tesi sulle cause della crisi fa acqua da diverse parti, ed è come minimo semplicistica. E per quanto attiene alla terapia, vorremmo sottolineare che dall’euro si può uscire in diversi modi, anche “da destra”, fascisticamente, o magari proprio con un governo del sempiterno Berlusconi, ovvero usando svalutazione e inflazione per affamare ulteriormente i salariati, obbligandoli a sgobbare per quattro soldi.
Lo crediamo bene che così il capitale tricolore aumenterebbe la sua produttività e si risolleverebbe aggrappandosi alle esportazioni. Ciò che, malgrado tutte le improperie contro il “luogo comunismo”, finisce proprio per giustificare i sinistrati i quali ti dicono che, dati i rischi… tanto vale tenersi la moneta unica e sparire in un super-stato europeo.

Tutto ciò cela, eccome! una teoria economica. Una pietanza in cui frattaglie di keynesismo vengono condite alla rinfusa con un pizzico di mercantilismo protezionistico (quello che sta applicando la Germania), quindi forti dosi di libero-scambismo smithiano —privato però del suo discorso, pur impreciso, sulla caduta inevitabile del saggio di profitto e del suo aspetto anti-liberista [5]. Il tutto per servirci un insipido piatto neo-classico.

Già, i neo-classici, i marginalisti i quali, liquidando come metafisico ogni tentativo di dare basi oggettive alla teoria del valore, tagliarono la testa al toro affermando che questo, lungi dall’essere creato anzitutto a monte, nella sfera produttiva, si determinerebbe a valle, in quella del consumo, sarebbe quindi puramente soggettivo. Scompare del tutto l’analisi delle merce e del suo valore di scambio, che è considerata solo dal lato del suo valore d’uso, valendo quindi solo per il fatto di essere di qualche utilità al consumatore finale. Conterebbe cioè solo il prezzo, stabilito dalla “legge” della domanda e dell’offerta. Un letterale capovolgimento da cui deriva un’idea astrusa del capitale, considerato come mero sinonimo di mezzo di produzione (e non come rapporto sociale), come se un grande complesso industriale nel quale lavorano migliaia di salariati, equivalga all’arco e alle frecce del cacciatore preistorico o alla zappa del servo della gleba. Di qui l’idea che il capitale sia un sistema “naturale” in quanto tale destinato all’eternità. Si fa subito, seguendo questa pista, a considerare il profitto come legittima remunerazione del capitalista, giusta ricompensa del fatto che invece di consumare il suo reddito lo investe a rischio per creare ricchezza supplementare. Piccola domandina: da dove gli viene questo profitto? Non sarà mica che egli si appropria del plusvalore prodotto dai salariati?



K. Mar
Per i classici, e soprattutto per Marx, l’economia capitalistica consiste invece in produzione di valore, il quale ha come fine la propria valorizzazione. In altre parole: il capitale produce delle merci le quali hanno sì un valore d’uso che soddisfa bisogni, ma questo per il capitale è solo un mezzo, essendo il suo scopo la propria valorizzazione, il proprio illimitato accrescimento. E’ proprio la nativa insaziabile sete di profitto di innumerevoli capitali in cieca concorrenza fra loro che per Marx determina le crisi più catastrofiche, che implicano distruzione su larga scala di forze produttive (solo in Italia la produzione industriale, dal 2009, è crollata del 20%).

Ed è proprio a causa di queste crisi cicliche sempre più devastanti, alle prese con la necessità di investimenti sempre più massicci che offrono rendimenti sul lungo periodo e quel che è peggio decrescenti, che il tardo-capitalismo (capitalismo senescente) tende a preferire l’interesse al plusvalore, la rendita finanziaria insomma, il processo corto per cui il denaro deve produrre un guadagno saltando le fatiche del ciclo produttivo di merci (da cui solo nasce il plusvalore). 


Detto di passata: Bagnai non vede questa metamorfosi del tardo-capitalismola trasformazione del grosso della borghesia in classe parassitaria, come aveva colto Shumpeter, e, prima di lui, Lenin, con la sua analisi dell’imperialismo come “fase suprema” quindi terminale del capitalismo— ciò che gli impedisce di afferrare le cause del crollo del sistema finanziario americano del 2007-2008.

E’ in questa metamorfosi del sistema capitalistico, il peso preponderante della sfera finanziaria, che si spiega la fenomenologia delle crisi dal 1929 in poi, che consiste in terremoti valutari, in crack bancari, bolle borsistiche, o in default di debiti sovrani, fino all’ultimo patatrac, quello dei subprime negli Stati Uniti —che ha innescato la crisi globale nella quale il capitalismo, non solo euro-atlantico, è ancora avviluppato.

Abbiamo detto che alla domanda del perché la crisi scoppiata negli USA si sia riverberata più pesantemente in Europa Bagnai, spinge solo tre tasti del suo clavicembalo: debito privato! Bilance dei pagamenti! euro! Repetita juvant, sottolinea spesso il Nostro. 

Anche troppo, grazie. Lo fa squadernando una panoplia di grafici e tabelle. La sua specialità. Ovviamente ciò non spaventa nessuno, ma impressiona assai coloro che, mossi da una sincera passione civile e da un sano disprezzo per il partito unico degli euristi, si sono gettati con foga nella disputa “euro sì, euro no”. Per costoro, non certo colpevoli per essere dei principianti, le tabelle di Bagnai hanno un effetto stupefacente, nel senso letterale del termine. Creano un’illusione d’irrefutabilità.

J. Shumpeter
Concludiamo:

- Per quanto occorra sbarazzarsi al più presto di quel mostro che è la moneta unica, essa è una concausa, per quanto decisiva, della crisi sistemica, ma la radice più profonda è nella crisi del processo di accumulazione e valorizzazione del capitale su scala globale. 


- Finché l’economia globale funzionerà in base alle leggi capitalistiche, fino a che tutto è merce e le stesse valute sottostanno alle leggi di mercato, fino a quando si resta entro il perimetro imperialistico dei mercati finanziari, [6] non c’è sovranità monetaria che tenga e si è comunque esposti a crisi valutarie e attacchi speculativi della finanza predatoria, con l’euro o la lira. 

- Anche paesi con bilance dei pagamenti in surplus possono essere colpiti da crisi gravissime. Fu il caso della Gran Bretagna, lo fece notare proprio Keynes, che nel 1929 aveva una produzione industriale superiore a qualsiasi momento precedente e un attivo netto della bilancia dei pagamenti superiore perfino a quello degli Stati Uniti.



- Nel capitalismo-casinò tra debiti privati e debiti pubblici c’è una connessione stringente, una relazione osmotica, a monte e non solo a valle. Se uno Stato, per finanziarsi, getta il suo debito sui mercati finanziari globali (come avvenne per l'Italia dopo gli anni '80), a certe condizioni, esso può esporsi al rischio di default, malgrado i suoi debiti privati siano sostenibili.

- A certe condizioni importare capitali, e quindi un deficit di conto corrente, può essere addirittura salutare per un paese che voglia attivare un virtuoso ciclo di accumulazione (il caso più evidente: la Cina). Ciò che chiama quindi in causa le scelte delle sue autorità e della sua classe dominante. [6] 


- E' certo necessario contrastare gli euristi che terrorizzano i cittadini descrivendo scenari apocalittici con la fine dell’euro. E’ un gravissimo errore, tuttavia, sottovalutarne le conseguenze, e considerare la svalutazione della nuova lira come una panacea. Se con l’uscita non reintrodurremo l’indicizzazione dei salari, l’inevitabile inflazione sarà una macelleria sociale peggiore della deflazione montiana —non vorremmo sbagliarci ma in 413 pagine Bagnai mai ha sottolineato la necessità di reintrodurre la scala mobile.


- In Europa la finanza speculativa, i derivati, il flash trading, il mercato dei titoli OTC, le vendite allo scoperto, i sistemi di negoziazione dark pool, sono forse più diffusi che negli Usa. Anche per questo sono epicentro della crisi globale.

- La scienza statistica e l’econometria sono strumenti utili, ma non sono discipline da cui si possono tirar fuori leggi scientifiche, e che quindi ad una tabella gliene si può opporre un’altra di diverso segno. [7]
 

J.M. Keynes
- Per cui: (1) dobbiamo solo “uscire dalla crisi” o anche da un modello sociale condannato per sua stessa natura alla crisi permanente? (2) Il nostro nemico è solo l'euro e i politicanti- oligarchi che lo difendono, o lo sono anche le classi sociali per i cui interessi è stato costruito e viene tenuto in vita?

Troppo complesso, troppo radicale, non fa trendy. Meglio piccole pillole di saggezza econometrica. Per dirla alla Grillo: “l’economia non è né di destra né di sinistra, riguarda tutti i cittadini”.

Vogliamo augurarci che col suo manifesto Bagnai non voglia suonarci questa stucchevole melodia e ci dica, oltre che bisogna uscire dall’euro, come e con chi ricostruire questo paese, quale blocco sociale dobbiamo costruire per vincere quello oggi dominante, e quale potrà essere la forza motrice dell’alternativa.


Note 


[1] Luigi Zingales intervista di Umberto Mangiardi del 19 dicembre 2012


[2] Intervista a rischio calcolato del 20 febbraio 2013

[3] J:m: Keynes, Prospettive economiche per i nostri nipoti, 1930
[4] Non si interpreti quanto scriviamo come un’apologia del pensiero di Keynes, ne siamo ben lontani, anche dal suo concetto di Pil di evidente matrice neoclassica per cui esso sarebbe la somma di consumi e investimenti, di lavoro produttivo e improduttivo. Concetto di cui i liberisti si sono infatti ben guardati dallo sbarazzarsi.

[5] «Nella corsa alla ricchezza, agli onori e all'ascesa sociale, ognuno può correre con tutte le proprie forze, […] per superare tutti gli altri concorrenti. Ma se si facesse strada a gomitate o spingesse per terra uno dei suoi avversari, l'indulgenza degli spettatori avrebbe termine del tutto. […] la società non può sussistere tra coloro che sono sempre pronti a danneggiarsi e a farsi torto l'un l'altro». Adam Smith, Teoria dei sentimenti morali, 1759

[6] Bagnai ritiene impensabile la rottura o la fuoriuscita dai mercati finanziari, che sono com'è noto dominati, nel senso che detta legge la finanza predatoria globale. Non a caso il Nostro ritiene inconcepibile disdettare il debito pubblico italiano verso grandi banche e fondi speculativi: solo verso quelli esteri ammonta a qualcosa come 800 miliardi di euro. Da nessuna parte propone la nazionalizzazione delle banche italiane, che hanno la pancia piena di titoli con cui rattoppano i loro asset e coi cui guadagni ripagano le perdite accumulate coi giochi in derivati. Infine: da nessuna parte ha mai suggerito o anche solo alluso, tanto per dire, sulla scia di Keynes, ad un nuovo ordine finanziario e monetario internazionale

[7] Sbaglia dunque Bagnai a liquidare come fuffa la protesta popolare contro “la casta”. Il disprezzo trasversale verso le elite politiche italiane è sacrosanto poiché chiama in causa non solo la loro corruzione, ma il loro servilismo verso monopoli e finanza globale, il loro fallimento strategico, le loro corte vedute.

[8] Valga per tutti la recente figuraccia fatta dai due notissimi metro economisti Kenneth S. Rogoff e Carmen M. Reinhart. In un loro lavoro del 2010 i due harvardiani avevano “dimostrato” con una messe di statistiche e tabelle che sotto una certa soglia di spesa pubblica arriva la recessione. E’ bastato che uno sconosciuto studente di econometria di un altro ateneo, l'università Amherst del Massachussets, a far crollare il loro castello di carte. Incaricato di ripercorrere i calcoli dei due economisti, hariscontrato diversi errori nelle tabelle Excel dello studio dei due, e perfino l'omissione dei dati riguardanti diversi paesi, come Spagna e Nuova Zelanda.










il loro servilismo verso monopoli e finanza globale, il loro fallimento strategico, le loro corte vedute.

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mercoledì 22 maggio 2013

UE: spunta la bomba atomica dei crediti bancari deteriorati di Tyler Durden*



22 maggio. LA RELAZIONE TRA AUSTERITA', DISOCCUPAZIONE E CRISI BANCARIE. Succede spesso che per leggere analisi serie sulla crisi dell'eurozona occorre attingere alla stampa finanziaria inglese. E' questo il caso. Due tabelle davvero istruttive.


«Il problema dei crediti deteriorati o inesigibili in Europa tira in ballo come spacconata l’idea che la BCE possa effettivamente pigliarsi questa immondizia nel suo bilancio perché i politici si rendono conto che le sofferenze e i prestiti non esigibili non solo riducono la capacità delle banche di concedere prestiti, ma ostacolano il meccanismo di trasmissione della politica monetaria.



Le sofferenze consumano capitale e spingono le banche ad avversare il rischio, soprattutto per quanto riguarda i prestiti ai debitori ad alto rischio di rischio, anzitutto quelli delle piccole e medie imprese. L’Italia (con crediti deteriorati al 13,4% dei crediti complessivi concessi dalle banche) sta seguendo la stessa triste traiettoria lugubre dei crediti inesigibili della Spagna, il fenomeno è infatti in costante crescita (con un aumento medio annuo di circa il 2,5%).


AL LATO LA CURVA DEI CREDI BANCARI
DETERIORATI NEI PAESI PIIGS


La linea di fondo, in buona sostanza, viene ridotta ad un problema dei crediti inesigibili, al massimo al cattivo debito per cui tanto più grandi diventano i danni delle passività, inclusi i depositi.



Come abbiamo risposto tempo addietro la vera domanda in Europa è: a quanto ammonterà la riduzione di valore nelle varie nazioni europee prima che i depositi debbano subire un haircut? Con crediti inesigibili per un totale di 720 miliardi euro nella zona euro nel 2012, e 500 miliardi solo con le banche dei paesi periferici, sembra che l’haircut dei depositi attuato per Cipro da non-modello può davvero diventare il modello fondamentale.



In poche parole, più aumenta il tasso di disoccupazione più cresce  la pressione sulle banche affinché generino "profitti" con ogni mezzo possibile per coprire il deficit di capitalizzazione da sofferenze,fino al punto che l’haircut sulle passività è destinato a scattare.



Non è sorprendente che i paesi periferici dell’eurozona mostrino una curva che vede in aumento gli indici di crediti inesigibili. Ciò che preoccupa è la velocità di crescita, al 2,5% l'anno. Della periferia, la Grecia supera ogni record, con un indice di crediti in sofferenza del 25%, che non accenna a diminuire. L’Irlanda segue con un indice del 19%. In Italia l’indice (al 13,4%) è addirittura superiore a Spagna e Portogallo (che si attesta a circa il 10%).


PIU' SOTTO LA CURVA DELLA DISOCCUPAZIONE
NEGLI STESSI PAESI PIIGS. Notate una relazione?
 


Il divario tedesco sta rendendo arduo il compito della Bce, sia in termini di definizione della politica monetaria per l'intera regione, sia riguardoa a come trattare una trasmissione monetaria alterata al di fuori della Germania. Draghi ha chiarito nella sua ultima conferenza stampa, che non è compito della BCE ripulire i bilanci delle banche, il che significa che i improbabile che la BCE è improbabile che si impegni con un prestito di 500 miliardi per far fronte al problema delle sofferenze in periferia.



·     *Fonte: zerohedge del 17 maggio

·     **Traduzione a cura di sollevAzione

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martedì 21 maggio 2013

LA CIFRA DELLA CATASTROFE ITALIANA. Uscita? se ne riparla nel 2040 di Riccardo Terzi*

21 maggio. Uno studio aggiacciante di sulla crisi economica italiana. Essa viene confrontata alla Grande Depressione americana seguita al crack del 1929. Il risultato è che essa è ancor più catastrofica. Dal 2009 il Pil italiano è crollato del 20%, una cifra pari a circa 287 miliardi. Terzi non è certo un'economista "anticapitalista", al contrario. Ammesso e non concesso che l'economia ritrovi un tasso di crescita media annua del 2,5% il PIL tornerà ai suoi vecchi livelli solo nel 2040. Un'intera generazione di massa ridotta alla fame. Una generazione che sarà obbligata a sollevarsi se non vorrà essere ridotta alla schiavitù. Essa si ribellerà, ne siamo sicuri. Compito delle persone di buon senso è andare incontro alla rivolta. Gli "estremisti" sono loro!

«Il primo trimestre 2013 è il settimo trimestre consecutivo nel quale il Pil del Paese risulta in calo. Una contrazione della ricchezza nazionale così prolungata nel tempo non si era mai verificata prima. Non solo, ma l’attuale fase di contrazione è la seconda fase recessiva di una crisi iniziata sei anni fa.

La figura 1 mostra l’evoluzione del Pil italiano (linea rossa). 

Al grafico è stato aggiunto il trend
Figura 1: l'evoluzione del Pil italiano
lineare (linea verde) calcolato utilizzando il tasso medio di crescita del Pil nel periodo 1994-2008 (1.8 per cento). Il raffronto permette quindi di capire la dimensione della perdita di output aggregata dovuta alla mancata crescita. Tale stima risulta pari a 287 miliardi di Euro, poco più del 20 per cento del PIL attuale. In altri termini, mentre l’ISTAT comunica che il PIL italiano negli ultimi quattro trimestri e’ stato pari a 1381.9 miliardi di euro, assumendo dal 2008 ad oggi una crescita lineare, il prodotto interno lordo sarebbe oggi di 1668.9 miliardi di euro.

La dimensione della crisi è resa ancora più chiara dalla figura 2. Tale figura è un aggiornamento di uno scritto pubblicato circa un anno fa su lavoce.info. La figura mostra la perdita cumulata (in termini di Pil) dal picco pre-crisi raffrontando la Grande Depressione americana all’attuale crisi italiana. A sei anni dall’inizio della crisi la perdita di ricchezza italiana è stimata attorno all’8,5 per cento. Nello stesso periodo, gli Stati Uniti avevano accumulato una perdita di ricchezza di poco piu’ di 10 punti percentuali. Tuttavia, mentre gli Stati Uniti si trovavano in piena espansione (per 3 anni consecutivi – 1934, 1935 e 1936 – i tassi di crescita furono vicini od addirittura superiori al 10 percento annuo), l’Italia si trova in una nuova fase recessiva della quale non si riesce ad intravedere il termine.
Figura 2: perdita cumulata di ricchezza dal picco pre-crisi, valori annuali

Utizzando i dati del Fondo Monetario Internazionale (WEO, Aprile 2013) l’attuale crisi sembra risultare in una perdita cumulata di ricchezza superiorie alla Grande Depressione già a partire dal 2014. Inoltre, secondo le proiezioni del Fondo Monetario, l’Italia non tornerebbe ai livelli pre-crisi prima della fine del 2018.

Per verificare gli effetti di revisioni del tasso di crescita ipotizzato dal Fondo, la figura 3 riproduce la figura 1 inserendo le previsioni a lungo termine (linee tratteggiate). 
Per semplicità sono stati delineati solo due possibili scenari futuri. In un caso (linea rossa tratteggiata) il tasso annuo costante di crescita è pari al 3,5 percento, mentre nel secondo scenario (linea blu tratteggiata) è del 2,5 percento. Queste ipotesi sono piuttosto ottimiste, data l’esperienza recente dell’Italia. In ogni caso, nel primo scenario il PIL torna attorno al potenziale solo nel 2024; nel secondo scenario solo nel 2040.
Figura 3: proiezione del Pil italiano a lungo termine

Questi scenari non son il frutto di una sofisticata proiezione macroeconometrica. E’ solo un modo diretto per ragionare sulla crisi. Il problema della politica economica in Italia è principalmente quello di invertire il pericoloso clivio sul quale è incanalata l’economia italiana. Il costo dell’insuccesso è una perdita permanente di quel benessere che è stato faticosamente accumulato nel corso dei passati decenni».





 

* Fonte articolo: La Voce
**  Figura 1: Fonte: calcoli dell’autore su dati ISTAT. Valori trimestrali annualizzati. I dati sono destagionalizzati e corretti per i giorni lavorativi.
*** Figura 2: Fonte: calcoli dell’autore su dati FED, IMF ed ISTAT. Valori annuali. Le previsioni dal settimo all’unidicesimo anno sono basate sulle proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook, Aprile 2013). 

**** Figura 3: Fonte: calcoli dell’autore su dati ISTAT. Nota: la linea rossa tratteggiata assume un tasso di crescita costante pari al 3.5 percento annuo, la linea blu tratteggiata assume un tasso di crescita costante pari al 2.5 percento annuo.

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LOGISTICA: UN CASO ESEMPLARE DI LOTTA DI CLASSE

21 maggio. La battaglia dei lavoratori della logistica, iniziata dai dipendenti Ikea di Piacenza, è culminata il 15 maggio, nel secondo sciopero riuscitissimo dell'intero settore. Una lotta in decisa controtendenza rispetto allo stato comatoso del vecchio movimento operaio. Il testo, al di la delle facili conclusioni che tira, è  prezioso, poiché ci spiega il contesto da cui la lotta è neta, le caratteristiche dei suoi protagonisti, chi l'ha animata, e per questo lo pubblichiamo.

«Mercoledì 15 maggio 2013 si è tenuto il secondo sciopero nazionale dei lavoratori della logistica, indetto dai sindacati SI Cobas e ADL Cobas per il rinnovo del Contratto nazionale di lavoro. Lo sciopero è stato un successo ovunque è stato organizzato, nei poli logistici del milanese (Settala-Liscate, Peschiera Borromeo, Carpiano), a Piacenza (TNT, GLS, Ikea), Bologna, Padova e Verona, Roma e (per la prima volta) Ancona, con partecipazioni vicine al 100%.
In particolare a Bologna è stata bloccata gran parte dell’attività dell’enorme Interporto, che occupa diverse migliaia di lavoratori, e a Piacenza, dopo mesi in cui l’offensiva padronale aveva diviso il fronte dei lavoratori, la paura è stata sconfitta e lo sciopero è tornato unitario in tutte le tre cooperative presenti. È stata bloccata gran parte dell’attività dei maggiori gruppi della logistica: TNT, GLS, DHL, Bartolini, SDA.

Lo sciopero è stato un’occasione anche per informare i lavoratori incerti sulle motivazioni della giornata di lotta. Il vecchio contratto è stato infatti disdetto in anticipo dal fronte padronale che ha presentato una propria “piattaforma” che comporterebbe un arretramento di decenni per i lavoratori: più ore da lavorare (un’ora in più la settimana, eliminare 2 giorni di ferie e 32 ore di permessi all’anno, ecc.) per meno salario (via anche la 14a per i nuovi assunti, non pagamento della malattia al 100%), introduzione del lavoro a chiamata, inasprimento delle punizioni per infrazioni disciplinari, riduzione dei diritti sindacali. I sindacati confederali da mesi stanno trattando con le associazioni padronali senza informare i lavoratori.

SI Cobas e ADL Cobas hanno presentato una piattaforma che oltre a respingere i peggioramenti richiesti chiede il mantenimento delle condizioni contrattuali (inclusa l’anzianità) in caso di cambio di appalto, la possibilità per il lavoratore di scegliere se essere anche socio o solo dipendente (spesso i regolamenti interni delle cooperative peggiorano le condizioni contrattuali), il divieto di dividere i lavoratori tra più cooperative in uno stesso cantiere, il pagamento al 100% di malattia e infortunio, la riduzione dei livelli retributivi e 150 euro di aumento uguale per tutti. All’Ikea di Piacenza ad esempio i lavoratori incerti hanno aderito allo sciopero dopo averne apprezzato le motivazioni.

Dato che la stragrande maggioranza dei lavoratori ha scioperato, non vi è stato bisogno di bloccare i camion. Anche in Campania squadre di “propaganda” hanno utilizzato la giornata per informare i lavoratori non organizzati di alcuni magazzini a Marcianise. Dopo due scioperi nazionali riusciti il padronato del settore ha buoni motivi di riflettere se il rifiuto di trattare la piattaforma dei due sindacati di base non rischi di rivelarsi controproducente.

Lo sciopero di oggi, ancor più del precedente del 22 marzo, è una lotta in controtendenza nel panorama delle lotte operaie italiane ed europee. Non una lotta di difesa del posto di lavoro o contro misure di “austerità”, ma una lotta per il salario, le condizioni di lavoro, i diritti sindacali. Non l’arroccamento alla ricerca di una visibilità mediatica, ma il classico sciopero che arresta la produzione, per indurre i padroni a discutere le richieste operaie. E un generale sentimento di ritrovata dignità e rispetto tra i lavoratori che abbandonano il fatalismo rinunciatario e con lo sciopero diventano artefici del proprio destino. Questa specificità è da un lato dovuta a fattori oggettivi, come il fatto che questo settore risente meno della crisi, la giovane età di gran parte dei lavoratori, il loro essere per oltre il 90% immigrati e quindi senza riserve accumulate in anni di vacche grasse, le condizioni spesso semischiavistiche di sfruttamento da cui lottano per liberarsi, e la minore influenza del sistema politico-sindacale istituzionale, e per gli arabofoni l’eco di piazza Tahrir.

Ma questi fattori esplosivi hanno trovato un catalizzatore in una azione sindacale ‘militante’ che esalta la radicalità della lotta anche se è pronta a cogliere il risultato dei mutati rapporti di forza in accordi che migliorino visibilmente le condizioni di lavoro e salariali. Siamo consapevoli dei limiti “sindacali” di queste lotte: raggiunti specifici e limitati obiettivi esse tendono a rifluire e manca un clima sociale generale che proponga obiettivi più avanzati. Esse tuttavia colpiscono grossi interessi e provocano dure reazioni padronali – ora soprattutto nel regno bolognese delle “coop rosse”, dove Coop Adriatica e Granarolo hanno colpito i lavoratori in lotta rispettivamente con 9 licenziamenti e 60 sospensioni, nel tentativo – riuscito (per ora) all’Esselunga e fallito all’Ikea di estirpare il sindacalismo militante e garantire il monopolio al sindacalismo addomesticato dei confederali.

La risposta alla reazione-repressione padronale fa assumere a queste lotte connotati più politici e contribuisce a farle divenire punto di riferimento per l’area politica anticapitalista. Mentre il grillismo a caccia di voti moderati mostra il suo volto reazionario con le sparate nazionaliste anti-immigrati, le lotte nella logistica uniscono uomini e donne provenienti da decine di paesi di tutto il mondo oltre che italiani, accomunati dai comuni interessi di lavoratori salariati al di là del colore della pelle. Riteniamo importante sostenere queste lotte, per il loro schietto contenuto di classe e per il loro carattere anticapitalista e potenzialmente internazionalista. A partire da esse occorre costruire la ripresa del movimento di classe in Italia».

- Collettivo La Sciloria 

- Gruppo Comunista Rivoluzionario 
- Comunisti per l’Organizzazione di Classe

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lunedì 20 maggio 2013

IMMIGRAZIONE E DIRITTO DI CITTADINANZA di Sergio Bontempelli*

20 maggio. Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Una serranda imbrattata di vernice rossa. Un volantino con la scritta «No allo Ius Soli, ministro Kyenge dimettiti». Così si presentava la sezione Pd del quartiere Salario-Trieste, a Roma, dopo l’incursione notturna di Forza Nuova giovedì scorso. Uno spettacolo non troppo diverso da quello di altre città. A Palermo, davanti alla sede Pd del quartiere Noce, una scritta sul muro recitava «l’immigrazione uccide. No ius soli, Kyenge dimettiti». A Bari, i militanti democratici hanno trovato un piccone e vernice rosso-sangue sull’asfalto; a Pesaro, a Pescara e a Pontedera (in provincia di Pisa) una bandiera italiana insanguinata e varie scritte, contro lo “ius soli” e il ministro dell’Integrazione.

Raid notturni, simboli violenti, slogan minacciosi. Così il gruppo di estrema destra cerca di inserirsi nel dibattito politico, cavalcando i sentimenti anti-immigrati e contestando la proposta di introdurre lo “ius soli” nelle norme sulla cittadinanza. L’obiettivo polemico è il Partito Democratico, accusato di voler stravolgere i fondamenti dell’identità nazionale.
C’è una strana convergenza tra le azioni intimidatorie di Forza Nuova e le polemiche contro le dichiarazioni del ministro Kyenge, cui abbiamo assistito in questi giorni. Pur con linguaggi diversi, e soprattutto con mezzi differenti, sono ormai molte le voci che identificano nello “ius soli” una proposta del Partito Democratico: dismesse le attenzioni veltroniane al tema della “sicurezza”, si dice, il Pd sarebbe tornato ad una politica “di sinistra” in materia di immigrazione. Sarà bene, allora, fare un po’ di chiarezza.

Lo Ius Soli è “di sinistra”?

Politiche dell’immigrazione e norme sulla cittadinanza non sono la stessa cosa. E non vanno necessariamente di pari passo. Si può avere un approccio restrittivo al tema degli ingressi, dei rinnovi dei permessi di soggiorno, o del nesso tra lavoro e soggiorno: ma, al contempo, si può riconoscere il diritto alla cittadinanza per chi è nato nel nostro paese. Si tratta di tematiche diverse, se non altro perché è difficile chiamare “immigrato” chi è nato in Italia, è vissuto in Italia, ha studiato in Italia e lavora in Italia… E infatti, basta dare uno sguardo al dibattito sulla cittadinanza per accorgersi che le cose sono ben più complesse.
Gianfranco Fini, ad esempio, è il firmatario di una delle leggi più restrittive d’Europa in materia di immigrazione (la “Bossi-Fini”, appunto). Eppure, si è schierato a più riprese in favore della cittadinanza ai bambini nati in Italia. Lo ha fatto, si badi, ben prima dello storico “strappo” con Berlusconi, suggellato dal famoso “che fai, mi cacci?”: ben prima, quindi, di diventare l’idolo di una parte del “popolo di sinistra”. Già nel Settembre 2009, l’allora Presidente della Camera si era espresso per una revisione della legge sulla cittadinanza.
Sempre nel Settembre 2009, alla Camera fu presentato un disegno di legge, i cui primi firmatari venivano da schieramenti (all’epoca) opposti: Fabio Granata, “finiano” del Pdl, e Andrea Sarubbi, cattolico del Pd. Il testo introduceva lo “ius soli” per i nati in Italia, purché i genitori fossero legalmente residenti da almeno cinque anni. E in calce recava le adesioni di cinquanta deputati di tutti i gruppi, salvo la Lega.

Se poi ci si sposta dagli schieramenti politici alla società civile, la richiesta di modifica delle norme sulla cittadinanza si fa ancor più ampia, e trasversale. La campagna L’Italia sono anch’io, solo per dirne una, è stata promossa da una rete molto estesa, che va dalle Acli, alla Uil, dall’Arci, al Sindacato Emigranti Immigrati dell’Ugl, da Legambiente alla Caritas. Nel dicembre 2011 un’indagine dell’Università di Firenze aveva accertato un consenso quasi plebiscitario attorno all’introduzione dello ius soli. Alla domanda “i figli di immigrati, se nascono in Italia, dovrebbero ottenere automaticamente la cittadinanza italiana?”, il 71% degli intervistati aveva risposto in modo affermativo.
Si sarebbe tentati di dire che la battaglia per lo ius soli non è “né di destra, né di sinistra”. Ma poiché l’espressione è ambigua, e spesso citata a sproposito, preferiamo esprimerci in modo diverso. E allora diciamo che la società italiana è cambiata, e l’immigrazione non è più quella di dieci o venti anni fa. I migranti hanno messo radici nel nostro paese, hanno chiamato le loro famiglie e hanno fatto figli. Si tratta di adeguare la normativa a questa nuova realtà, fatta non più (non solo) di “stranieri” che arrivano, ma di persone che qui nascono, qui crescono, qui costruiscono la propria vita. È naturale che, sia pur con accenti diversi, questa esigenza di “adeguamento” incontri un consenso trasversale.

Uno ius soli “temperato”?

Quando si parla di immigrati, o di figli di immigrati, sembra che molti commentatori perdano la memoria, e spesso anche la lucidità. Succede ad esempio che si aprano polemiche contro posizioni inesistenti: così, a chi critica l’impianto repressivo delle norme sull’immigrazione, si risponde che “le frontiere non si possono aprire a tutti”. E uno si chiede chi abbia mai proposto l’apertura totale e incondizionata delle frontiere (posizione nobilissima, ma assente nel dibattito politico dei nostri giorni).

È a questo singolare genere letterario – la polemica contro posizioni inesistenti – che si può ascrivere l’articolo firmato da Gian Antonio Stella, uscito sul Corriere della Sera del 7 maggio scorso. L’autore de “La Casta”, grande giornalista e storico delle migrazioni, si lancia in un appello alla cautela: obiettivo dei suoi strali è il ministro Kyenge che, a suo dire, avrebbe «annunciato genericamente il passaggio dallo ius sanguinis allo ius soli, cioè dalla cittadinanza ereditata dai genitori a quella riconosciuta automaticamente a chi nasce qui, senza spiegare bene come e con quali regole». Questa posizione, dice Stella, rischia di essere una «forzatura solitaria»: meglio procedere per gradi, partendo da un sistema misto, che coniughi alcuni elementi di ius soli con altri, più tradizionali, di ius sanguinis.

È una polemica singolare, questa, che ha per obiettivo posizioni mai espresse né dal ministro Kyenge, né da altri. Nella storia della Repubblica, nessun deputato o senatore ha mai depositato un progetto di legge per l’abolizione dello ius sanguinis: tutte le proposte di riforma (anche quelle più “estremiste”) si limitano a emendare gli articoli della legge che riguardano lo ius soli. E nessuno ha mai proposto di conferire la cittadinanza “automaticamente” a chicchessia.

All’inizio della legislatura, l’allora deputata Kyenge, insieme ai colleghi del Pd Chaouki, Speranza e Bersani, aveva depositato un progetto di legge di “ius soli temperato”: la proposta era quella di conferire la cittadinanza a chi nasce in Italia da genitori stranieri regolarmente residenti da almeno cinque anni, o a chi, arrivato nel nostro paese in tenera età, abbia completato un ciclo di studi. La già citata “Sarubbi-Granata”, lo abbiamo visto, chiedeva di rendere cittadini i figli di stranieri residenti da cinque anni. La proposta più radicale – quella della campagna “L’Italia sono anch’io” – fissa a un solo anno il tempo minimo di residenza del padre o della madre, e garantisce la cittadinanza a chi abbia almeno un genitore nato in Italia. Di ius soli “automatico” non c’è traccia.

Percezioni distorte


Dunque, con chi se la prende Stella? L’impressione è che il giornalista voglia, per così dire, calmare gli animi, tranquillizzare chi teme la famosa «invasione delle puerpere», mostrare moderazione e pacatezza: lo fa prendendo le distanze da un “estremismo”, che però esiste solo nelle fantasie della Lega. O negli incubi dei cronisti berlusconiani. L’effetto, forse non voluto, è quello di restituire un’immagine distorta della stessa battaglia per lo ius soli: non una proposta ragionevole, adeguata ai tempi che cambiano, ma un’idea che, se non “temperata”, rischia di sfociare in “forzature estremiste”. Il diritto dei bambini nati in Italia rischia in questo modo di essere messo in un angolo, derubricato a una posizione del Pd o della “sinistra estrema”.

* Fonte: Corriere immigrazione

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TARANTO: MIRACOLO DA INCUBO di Maurizio Fratta

20 maggio. Chi scrive su questo blog continua a pensare che la crisi economica che viviamo sia una evidente manifestazione della crisi dei valori della civiltà occidentale.
Per avere idea del suo dissolvimento riproduciamo qui un video, proposto ieri nel corso dell'intervento che Maurizio Pallante ha tenuto al Convegno "Raccontare la Terra la Terra si racconta" indetto dalla Libera Università della Autobiografia,fondata da Saverio Tutino e da Duccio Demetrio.

In un documentario di cinquant'anni fa si dà conto della distruzione di uno dei territori più straordinariamente ricchi di bellezza e di civiltà del nostro paese: la campagna dove sorgerà il polo siderurgico e petrolchimico di Taranto.



Sono gli anni del cosiddetto "miracolo economico", effetto mirabolante di quello sviluppo —acriticamente accettato da tutto il ceto politico del tempo— che nel corso di mezzo secolo condurrà alla catastrofe dei nostri giorni.


Di sviluppo e miracolo economico ha scritto in proposito Massimo Bontempelli :
«Lo sviluppo economico è considerato il più imponente progresso umano anche e addirittura soprattutto, da socialisti e comunisti, i quali, proprio per questo, dapprima non ammettono, contro l'evidenza, che ci sia, dato che non possono assumersene il merito, essendo fuori dal governo del paese, e poi ne sottovalutano la portata, perché altrimenti avrebbero dovuto, in totale contraddizione con l'ideologia esplicitamente propugnata, valorizzare il capitalismo che di quello sviluppo è il motore».
Dalla americanizzazione della società italiana, travolta da un consumismo umanamente impoverente, sino alla spoliticizzazione delle masse e ad alla annessione al sistema dominante della stessa classe operaia il passo, dopo mezzo secolo, appare totalmente compiuto.

Alla annessione reale al sistema economico imperiale  corrisponderà la concessione di una sovranità nazionale puramente formale.

Se ne possono ora compiutamente  contemplare le rovine.

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domenica 19 maggio 2013

LA FINE DI UN TABÙ... LA MORTE DI UN ALIBI di Leonardo Mazzei

19 maggio. L'importanza dell'appello anti-euro che arriva dalla Spagna.
Sorpresa! Graditissima sorpresa! Buone notizie dalla penisola iberica, in attesa che qualcosa si smuova anche in quella italica.

L'appello per l'uscita dall'euro, promosso da importanti personaggi della sinistra spagnola - primo firmatario Julio Anguita ex coordinatore di Izquieda Unida (foto) - può segnare una vera svolta.

Due settimane fa era stato Oskar Lafontaine, ex presidente dell'Spd e fondatore della Linke, a cominciare ad incrinare il muro delle certezze euriste, così forte nella sinistra del continente. Un pronunciamento importante il suo, ma assai poco raccolto dai suoi compagni di partito. Ben diverso il peso che potrà avere, invece, l'appello che arriva dalla Spagna.

Quello spagnolo è infatti un vero manifesto anti-euro, basato su un'analisi seria della situazione e volto a proporre un altrettanto serio programma per la fuoriuscita dalla moneta unica. Un manifesto che affronta la questione del debito, della necessità di un suo abbattimento (default), ma che indica anche le altre misure da prendere:  nazionalizzazione del sistema bancario, controllo del movimento dei capitali, riforme sociali, ricostruzione dell'economia nazionale, processo costituente per una nuova democrazia. Sembra quasi la fotocopia del nostro programma!

Quel che colpisce, a confronto con la penosa sinistra italiana, è la lucidità del testo spagnolo su alcune questioni dirimenti.

Innanzitutto, è chiaro ai promotori il fallimento del progetto europeo, come pure la non riformabilità dello stesso. Basta dunque con la storiella dell'«altra Europa»: «Per desiderabile che sia un’altra Europa, per ora non è percorribile, richiede basi molto diverse su cui fondarsi e la sovranità perduta di ciascuno Stato».

Occorre dunque la riconquista della sovranità nazionale, senza infingimento alcuno. Così si pronunciano, infatti, gli estensori del manifesto: «Affermiamo pure che il nostro paese non può uscire dalla crisi nel quadro dell’euro. Senza moneta propria e senza autonomia monetaria è impossibile far fronte al dramma sociale ed economico, tanto più che pure la politica fiscale è stata annullata dal Patto di Stabilità, proditoriamente costituzionalizzato».

La sovranità nazionale (di cui la moneta nazionale è parte) viene così rivendicata da sinistra: ecco la rottura di un bel tabù per tanti sinistrati di casa nostra.

Anche l'inquadramento del problema euro ci sembra alquanto corretto: «Una crisi di questa portata ha cause complesse e multiple, dalla crisi generale del capitalismo finanziario agli sprechi e alla corruzione, passando per un sistema fiscale tanto regressivo quanto ingiustamente applicato, ma, anche a rischio di semplificare l’analisi per scoprire le soluzioni, bisogna attribuire all’entrata del nostro paese nella moneta unica la principale ragione di questa desolante situazione».

Correttamente, l'euro non è l'unica causa della crisi, anzi la sua emersione come decisivo fattore di aggravamento si manifesta all'interno della crisi globale del capitalismo finanziarizzato, ma nel concreto contesto europeo (e nello specifico dei paesi della periferia sud) l'euro è il principale fattore di crisi. Ed è da qui che si deve partire.

Di più: l'euro non è soltanto il principale fattore di crisi, esso è anche lo strumento decisivo per una sua gestione draconianamente classista da parte del blocco dominante. Un aspetto che non sfugge al manifesto spagnolo.

Dunque il sacro dogma dell'euro è stato infranto. Ed ora non ci sono più alibi per nessuno, a sinistra. Vedremo quali contraccolpi sortirà in Italia il segnale proveniente dalla Spagna. Certo nessuno potrà più dire, come amano fare molti sinistrati di vario orientamento, che la rivendicazione della sovranità nazionale è di per se una cosa di destra.

Il manifesto spagnolo è stato davvero una graditissima sorpresa, perché anche in Spagna il tema della sovranità nazionale sembrava un tabù. Vedremo ora chi si farà avanti in Italia, paese dove fino ad oggi i passi avanti non sono stati molti. E quelli compiuti sono stati sempre troppo timidi e impacciati, in nome di un internazionalismo formale quanto mai utile al globalismo del capitale ed agli interessi oligarchici che dettano le danze in Europa.

Ma la crisi ha una sua forza oggettiva e le cose possono dunque cambiare. Non necessariamente cambierà un certo infantilismo di sinistra, ma forse sarà più facile abbandonarlo a se stesso. Non sarebbe poco.

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sabato 18 maggio 2013

SPAGNA: LA SINISTRA CHE DICE NO ALL'EURO E RIVENDICA LA SOVRANITÀ MONETARIA


18 maggio. E' di grande importanza questo Manifesto appena lanciato in Spagna. Molti dei nostri lettori potrebbero dire che è la scoperta dell'acqua calda. L'importanza sta nel fatto che esso è sottoscritto da esponenti di spicco della sinistra radicale spagnola come Julio Anguita (ex coordinatore di Izquiera Unida - nella foto) e Manuel Monereo, nonchè da altri noti intellettuali del calibro di Miguel Riera. Ci auguriamo che il manifesto ottenga il massimo numero di adesioni in Spagna e che, in Italia, contribuisca ad aiutare tanti compagni a liberarsi dal tabù per cui difendere la sovranità nazionale sarebbe... di destra.

USCIRE DALL’EURO*

La drammatica situazione sociale ed economica in cui è sprofondata la nostra società esige una politica capace di creare le condizioni per uscire dalla crisi. È una necessità urgente. Il tempo è un dato primario per i rischi di aggravamento e degradazione che esistono, per l’enorme sofferenza sociale provocata dal persistere delle politiche di tagli, austerità e privatizzazione del pubblico.

La rete in cui siamo presi è fatta da un livello di disoccupazione catastrofico, da un indebitamento del paese con l’estero impossibile da affrontare e da un’evoluzione dei conti pubblici che porta al fallimento economico dello Stato. Oltre 6 milioni di disoccupati, oltre 2.300 miliardi di euro di passivo lordi con l’estero, e un debito pubblico crescente di quasi mille miliardi di euro e che si avvicina al 100% del PIL,. Sono dati che definiscono un disastro inimmaginabile, mettono in pericolo la convivenza e distruggono diritti sociali fondamentali.

Una crisi di questa portata ha cause complesse e multiple, dalla crisi generale del capitalismo finanziario agli sprechi e alla corruzione, passando per un sistema fiscale tanto regressivo quanto ingiustamente applicato, ma, anche a rischio di semplificare l’analisi per scoprire le soluzioni, bisogna attribuire all’entrata del nostro paese nella moneta unica la principale ragione di questa desolante situazione.

Come ora si riconosce, non c’erano le condizioni per stabilire una moneta unica tra paesi tanto disuguali economicamente senza accompagnarle con una fiscalità comune. La sua creazione implicava, d’altra parte, un quadro propizio all’instaurazione di politiche regressive e antisociali di tutti i tipi secondo i dettami della dottrina neoliberista, che ha avuto nella costruzione dell’Europa di Maastricht la sua massima espressione. Come si è valutato a suo tempo, lo Stato del welfare non è compatibile con l’Europa di Maastricht.

Con l’entrata nell’euro, il nostro paese ha perso uno strumento essenziale per competere e mantenere un ragionevole equilibrio negli scambi economici con l’estero, quale era il controllo e la gestione del tipo di cambio rispetto al resto delle monete. D’altra parte, c’è stata una cessione di sovranità a favore della BCE in quanto a liquidità e applicazione della politica monetaria, un’istituzione dominata fin dalle origini dagli interessi del capitalismo tedesco.

Come non poteva essere diversamente, l’arretratezza e la debolezza dell’economia spagnola rispetto ad altri paesi e la rigidità assoluta imposta dall’euro hanno condotto durante gli anni 2000 a un deficit della bilancia dei pagamenti a causa di una spesa corrente opprimente. Si sono registrati squilibri insostenibili, come pure è accaduto ad altri paesi come la Grecia e il Portogallo, catturati nella stessa trappola. Nei 14 anni trascorsi dalla creazione dell’euro nel 1999 fino alla fine del 2012, il deficit estero accumulato è stato di quasi 700 miliardi di euro, che si è dovuto finanziare indebitandosi con l’estero. Gli enti creditizi e le imprese spagnole hanno chiesto più di altri mille miliardi di euro di risorse per i propri piani d’investimento all’estero, specie in America Latina.

Fino all’anno 2008, in cui si è manifestata la crisi finanziaria internazionale, a causa delle agevolazioni straordinarie dei finanziamenti, il paese ha vissuto un sogno, come drogato, alimentando la bolla immobiliare e estraneo ai problemi che si erano generati. In quell’anno, tutto è cambiato radicalmente, i mercati finanziari di sono chiusi, dai canali non fluiva liquidità e la situazione di ciascun debitore è stata esaminata con rigore. Con il brusco cambiamento nella posizione debitoria della nostra economia nei confronti dell’estero, i passivi lordi sono passati da 540 miliardi a fine del 1998 a 2.200 miliardi nel 2008, il paese è entrato in fallimento ed è sopravvenuta una profonda recessione che a tutti gli effetti è ancora vigente.


Il settore pubblico ne ha risentito profondamente da allora, incorrendo in un deficit esorbitante a causa della drastica caduta delle entrate, rafforzata dall’esplosione della bolla immobiliare. Lo Stato, sul quale finiscono per scaricarsi tutte le tensioni delle amministrazioni pubbliche, ha avuto necessità di centinaia di milioni di euro, ottenuti con l’emissione di debito pubblico nei mercati interni ed esterni, di fronte all’impossibilità di finanziare direttamente per mezzo delle propria autorità monetaria. Alla fine del 2007, il debito circolante dello Stato era di 307 miliardi di euro, il 37% del PIL. Alla fine del 2012 era salito a 688 miliardi, il 65% del PIL, e continua ad aumentare in corrispondenza dell’evoluzione deficitaria dei conti pubblici.

Da quando è stata ammessa la crisi, la politica economica ha mantenuto alcuni tratti di base inamovibili. La perdita di competitività dell’economia spagnola è servita come scusa per applicare rigorosamente le ricette neoliberiste e si è cercato di compensare con il cosiddetto “aggiustamento interno”, un processo diretto a diminuire i salari e favorire i licenziamenti per diminuire il prezzo delle merci e dei servizi spagnoli, dal momento che la via naturale e storica della svalutazione della moneta è impedita dall’euro. Restrizioni, controriforme del lavoro e tagli continui marcano la politica degli ultimi anni. D’altro canto, la cosiddetta austerità si è imposta brutalmente nella politica fiscale, come esigenza dei poteri economici, facendo della lotta contro il deficit pubblico il talismano ingannevole della soluzione alla crisi.

Questa politica ha prodotto una retrocessione sociale molto dolorosa, ha dato un impulso incontenibile alla crescita della disoccupazione e, cosa fondamentale, è inutile. Il paese scivola senza freni e precipita in un baratro profondo. Gli agenti determinanti della crisi continuano intatti, quando non peggiorano. I passivi esteri non possono diminuire senza che si registri un eccedente nella bilancia di pagamento, cosa praticamente irraggiungibile per un’economia abbastanza demolita e scarsamente competitiva, e il pesante carico di debito pubblico non smetterà di crescere fino a quando non si diluisca il deficit pubblico, cosa che lo stesso governo non riesce a scorgere. La sfiducia è generale.

La società è ad un crocevia
Manuel Monereo


Come superare il disastro? L’alternativa alla crisi difesa dalla Troika e apertamente dal PP passa per l’inasprimento dei tagli, per l’austerità e la distruzione del pubblico. L’economia spagnola, come è già successo in Grecia e Portogallo, cade nel precipizio e sprofonderà nell’abisso, con conseguenze sociali drammatiche e rischi politici di ogni segno.

Il PSOE, compartecipe attivo nell’attuale disegno economico e sociale, finge ora un disaccordo con il PP e critica la sua politica suicida, ma continua ad essere legato al criterio che l’euro è irreversibile.

Le direttive dei sindacati maggioritari, una volta appurato l’errore di calcolo commesso con il consenso critico a Maastricht, denunciano ora l’attuale stato di cose, ma non sono in condizione di proporre misure anticrisi realmente efficaci dal momento che non mettono in discussione con coerenza l’Europa costruita.

Altre forze, organizzazioni e autori di sinistra criticano l’Europa attuale e propongono cambiamenti abbastanza utopistici e progetti senza fondamento, dato il carattere non riformabile dell’Europa sorta, soprattutto dopo l’ampliamento della zona euro all’Est. Alle carenze originali della moneta unica si aggiunge il peso che esige la Germania come paese egemone e la realtà di una scomposizione dell’Europa, imprigionando alcuni paesi con debiti impagabili. L’imprescindibile e urgente necessità di rompere i vincoli dei Trattati europei non può paralizzarsi né nascondersi dietro progetti di altra natura. Per desiderabile che sia un’altra Europa, per ora non è percorribile, richiede basi molto diverse su cui fondarsi e la sovranità perduta di ciascuno Stato.

Il fallimento del progetto di costruzione dell’Europa è inoccultabile, e non è possibile determinare quando e come rovinerà l’insostenibile situazione esistente.

A noi firmatari di questo manifesto sembra chiaro che l’Europa di Maastricht non potrà sopravvivere con la sua attuale configurazione, dopo i disastri e le sofferenze che ha causato, oltre ad aver svuotato di contenuto la democrazia ed aver sottratto la sovranità popolare.

Affermiamo pure che il nostro paese non può uscire dalla crisi nel quadro dell’euro. Senza moneta propria e senza autonomia monetaria è impossibile far fronte al dramma sociale ed economico, tanto più che pure la politica fiscale è stata annullata dal Patto di Stabilità, proditoriamente costituzionalizzato.

È necessaria una moneta propria per competere e una politica monetaria sovrana per somministrare liquidità al sistema e stimolare una domanda ragionevole. E questo come prima condizione ineludibile, però non sufficiente, per poter sviluppare una politica avanzata di controllo pubblico dei settori strategici dell’economia, di nazionalizzazione delle banche, di ricostruzione del tessuto industriale e agricolo, di difesa e potenziamento dei servizi pubblici fondamentali con un potente e progressivo sistema fiscale, di ammortizzamento delle disuguaglianze e distribuzione della ricchezza, di ripartizione del lavoro per combattere la disoccupazione, di deroga delle controriforme del lavoro e delle pensioni, di rispetto vero verso l’ambiente, ecc…, e di affrontare un processo costituente che permetta di recuperare e approfondire la democrazia. Per tutto ciò bisogna lasciare da parte transitoriamente il deficit pubblico, dimenticarsi di fare proposte impossibili alla BCE e smetterla di avere nostalgia della Riserva Federale o della Banca d’Inghilterra quando si può disporre della Banca di Spagna come istituzione equivalente.

L’ammontare del debito estero è insolvibile. La maggior parte è debito del settore privato, e tocca a chi l’ha contratto risolvere i problemi che si presentino, incluso il settore finanziario, molto compromesso. Perciò rifiutiamo qualsiasi operazione di “riscatto” del nostro paese e per la stessa ragione consideriamo come debito completamente illegittimo quello contratto dallo Stato per distribuire fondi di salvezza per gli enti creditizi che non siano stati nazionalizzati.

Rispetto al debito pubblico, lo Stato deve fare una profonda ristrutturazione dello stesso (abbandono, moratoria, conversione in moneta nazionale) che allevi la pressione schiacciante che subiscono i conti pubblici. Agendo diversamente, può considerarsi come irrimediabile il fallimento del Settore pubblico.

Non ci sfuggono i problemi e la complessità dei passi che proponiamo, tra gli altri limitare la libera circolazione di capitali. E la nostra analisi non ci impedisce nemmeno di collaborare con azioni, proposte e mobilitazioni con quella parte della cittadinanza e le sue organizzazioni che, sotto effetto del bombardamento mediatico cui siamo sottoposti o per altri motivi, ancora non condivide la nostra opzione di fronte al crocevia in cui ci troviamo e la necessità di rompere il nodo gordiano dell’euro. Senza dubbio, di fronte al disastro che ci coinvolge e di fronte alle cause profonde che lo promuovono ed acutizzano, non possiamo restare zitti né evasivi. A nostro modo d’intendere, oggi la società spagnola, che è entrata in una agonia prolungata e senza speranza, non dispone di altra scelta che uscire dall’euro per impedire lo sprofondamento definitivo del paese.

Recuperare la sovranità perduta, rendere effettiva la sovranità popolare, richiede di venire fuori dai capestri che ci paralizzano, affrontare la dura realtà e dotarsi dei mezzi per tracciare un progetto di sopravvivenza che, con tutte le difficoltà, può rappresentare anche una grande opportunità per creare una società sovrana, prospera, solidale, democratica, ecologicamente responsabile e libera.

Primi firmatari:

Julio Anguita/ Sebastián Martin Recio/ Diosdado Toledano/ Héctor Illueca/ Salvador López Arnal/ Joaquín Miras/ Juan Rivera/ Miguel Riera/ Andrés Piqueras/ Miguel Candel/ Alberto Herbera/ Isabel de la Cruz/ Rodrigo Vázquez de Prada/ Manuel Muela/ Rosario Segura/ Juan Montero/ Leonel Basso/ Joan Tafalla/ Manuel Monereo/ Antonio Gil/ Manuel Cañada/ Santiago Fernández Vecilla/ Carlos Martínez/ Pedro Montes

* Fonte: controlacrisi.org
(traduzione di Rosamaria Coppolino)

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venerdì 17 maggio 2013

CRISI E AUSTERITÀ: BRANCACCIO vs BINI SMAGHI

17 maggio. Martedì scorso, ad Ancona, presso la Facoltà di Economia Lorenzo Bini Smaghi (nella foto), ex-membro del direttorio della Bce, noto per il suo intransigente monetarismo, ha presentato il suo recentissimo libro: Morire d'austerità. Democrazie europee con le spalle al muro. A commentarlo c'era anche Emiliano Brancaccio. Qui sotto il suo intervento.

 

IL FALCO CHE  NON VOLA






Tutte le contraddizioni di Bini Smaghi 
di Stefano Lucarelli*


Non è cosa di tutti i giorni vedere un ex membro del comitato esecutivo della BCE arrampicarsi sugli specchi dinanzi ad una serie di critiche puntuali. Martedì scorso ad Ancona, Lorenzo Bini Smaghi (nella foto) ha presentato e discusso con alcuni degli economisti italiani più capaci di criticare le ricette mainstream per uscire dalla crisi, il suo ultimo libro Morire di austerità. L’incontro era organizzato dal Mofir, un gruppo di ricerca estremamente vivace, attento all’analisi empirica delle principali variabili di politica monetaria e fiscale senza essere incline alla baloccometria (pericolo denunciato da de Finetti ben prima dello scandalo Reinahrt-Rogoff) e capace anche di aprirsi ad un pubblico di non specialisti. 
 Bini Smaghi ha riportato un aneddoto significativo: qualche eminente economista statunitense gli ha chiesto: “Come mai è così complicato per voi in Europa risolvere questa crisi? Non potete fare come noi?” L’attuale presidente di Snam Rete Gas ha risposto segnalando che la tutela della democrazia in Europa, un insieme di grandi nazioni diverse, non consente di attuare le ricette messe in campo negli Stati Uniti. Ha poi continuato dando una chiave di lettura della crisi attuale che testimonia le difficoltà teoriche in cui si dibatte un economista con importanti compiti istituzionali, che deve – per dignità – riconoscere le nefandezze prodotte dalle politiche di austerity ma che non vuole mettere in dubbio né il principio secondo il quale la BCE non debba fungere da prestatore di ultima istanza sostenendo direttamente i governi in difficoltà, né la superiorità delle politiche strutturali messe in campo dai Paesi del Nord Europa. I PIIGS e i loro politici sarebbero allora colpevoli di ritardare le riforme strutturali. In tal modo, di fatto, Bini Smaghi legittima l’erronea convinzione che gli equilibri di finanza pubblica non dipendano per lo più dalle debolezze istituzionali dell’UME, dunque dal mancato controllo sui tassi di interesse, né denuncia le politiche mercantiliste tedesche, consolidando la sua fama di falco della politica fiscale.

Nella discussione Piero Alessandrini ha sottolineato che il libro parla di un delitto annunciato, ricordando tra l’altro che il primo Paese ad aver beneficiato delle deroghe rispetto ai parametri europei fu la stessa Germania, ha riportato al centro del discorso gli squilibri commerciali (punto che, nel libro, Bini Smaghi riconosce mostrando di cambiare idea rispetto a quanto in passato ha sostenuto nei suoi contributi scientifici), sottolineando come non è detto che questi squilibri debbano essere assorbiti necessariamente e criticando l’autore poiché trascura il tema della golden rule (cioè piani di investimento attraverso spesa pubblica in deficit). Il fantasma di Keynes ha iniziato ad aleggiare nell’aula ed è apparso in tutta la sua imponenza quando Alessandrini ha ricordato come il surplus tedesco non sia necessariamente un merito, ma il segnale di un’Europa che funziona male e che dovrebbe assumersi la responsabilità di politiche fiscali redistributive.

Emiliano Brancaccio si è concentrato sulle rilevanti contraddizioni analitiche di Bini Smaghi e sui dubbi che emergono da un libro che non offre una chiara soluzione politica per la crisi europea: l’autore riconosce che gli effetti dell’austerity possono prolungarsi nel tempo, ma ciò lo dovrebbero condurre, come invece non fa, a riconoscere la rilevanza della carenza di domanda effettiva nel lungo periodo anche nell’analisi dei problemi di solvibilità che affliggono i sistemi creditizi in Europa. L’austerity produce insolvenza nei PIIGS, ma allora la BCE che ruolo dovrebbe assumere dinanzi a prevedibili dinamiche di acquisizioni delle banche dei Paesi europei in difficoltà da Parte delle banche di Paesi forti? Le politiche strutturali che Bini Smaghi consiglia si riducono sostanzialmente alla flessibilità dei salari, ma i dati del caso irlandese, che Brancaccio richiama, mostrano come queste politiche aggravino la crisi.

Contraddizioni istituzionali a livello UME che, secondo il buon senso dell’uomo degli affari, ha rilevato anche l’ingegner Pieralisi, ricordando come le nazioni europee sono innanzitutto sistemi in concorrenza, che le industrie italiane non sono in grado di ridurre ulteriormente i costi della produzione, che il sistema bancario italiano non sostiene le imprese italiane, e che le riforme strutturali necessarie non riguardano la flessibilità del mercato del lavoro.

Le ipotesi su cui sono costruite le politiche di austerity, ma anche lo statuto della BCE, sono sbagliate, come Andrea Presbitero ha mostrato numeri alla mano chiamando in causa anche la responsabilità degli organi di informazione che, banalizzando, continuano a legittimare l’idea sbagliata che il debito pubblico sia causa della bassa crescita. La buona ed onesta analisi empirica mostra che le politiche di austerità hanno effetti recessivi, che occorre coordinare politiche monetarie e fiscali per ridurre l’incertezza sistemica, che il credit crunch in Italia è un problema causato dal lato dell’offerta, cioè dalle banche. C’è anche chi fa notare che l’austerity è associata a un aumento dei suicidi.

Dinanzi a questa mole di critiche Bini Smaghi ha replicato svelando che dietro all’accattivante titolo del suo libro c’è solo l’idea che il problema non sta nell’erroneità delle politiche di austerità, ma nel fatto che in Italia queste stesse politiche sono state fatte in ritardo e male. Un punto di vista contro il quale dovremo continuare a lottare.


Fonte: Keynes Blog

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