sabato 20 dicembre 2014

PRIMO: SALVARE LE BANCHE! Il Quantitative easing di Mario Draghi di Leonardo Mazzei

20 dicembre
Il processo inarrestabile della disunione europea va avanti

Quantitative easing (QE): ecco il nuovo pomo della discordia di un'Europa sempre più divisa. La questione è da tempo sul tavolo della Bce, ma adesso il tempo stringe. Il problema è quello se utilizzare, oppure no, il QE per acquistare titoli di Stato. E, se sì, in quale misura. Su tutto ciò i paesi dell'eurozona sono divisi, e così pure il comitato esecutivo della Bce.

Il QE è un classico strumento di politica monetaria. L'acquisto di titoli - in generale non importa se pubblici o privati - è il mezzo per ottenere un significativo aumento della massa monetaria. Uno "stampare moneta" che, aumentando la liquidità, è normalmente orientato a far ripartire il credito e gli investimenti. Uno strumento, dunque, di una politica anticiclica utilizzato per contribuire all'uscita dalle recessioni più profonde. Che è quello che hanno fatto, con risultati significativi anche se non sempre univoci, le banche centrali degli Stati Uniti (Fed), del Giappone e della Gran Bretagna.


Il caso dell'eurozona è però palesemente diverso. E la diversità risiede nell'assurdità di una moneta unica per 18 stati con 18 diversi debiti, con 18 diversi tassi di interesse e 18 diversirating. Il tutto a rappresentare 18 economie piuttosto disomogenee tra loro. Ovvio che in questa situazione la Bce sia intervenuta di fatto, negli anni scorsi, solo a tamponare provvisoriamente la situazione nei momenti più drammatici della crisi del debito.

Ed è chiaro che, nella sostanza, quegli acquisti hanno rappresentato una violazione dei trattati europei che vietano la messa in comune del debito dei singoli stati. Una violazione sulla quale tutti hanno chiuso un occhio per evitare il default dei paesi dell'area mediterranea. Ma oggi questo divieto viene richiamato con decisione dal presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che non più tardi di ieri l'altro lo ha ribadito con forza in una lunga intervista concessa a la Repubblica.

Lo scontro è dunque nelle cose, dato che gli interessi tendono sempre più a divergere. Ed è uno scontro ormai interno alla più "sacra" delle istituzioni europee, laddove la "sacralità" fa coppia fissa, come sempre in Europa, con la negazione di ogni principio democratico. Stiamo ovviamente parlando della Bce.

Nei giorni scorsi due importanti organi di stampa tedeschi, il settimanale Die Zeit ed il quotidiano Die Welt, hanno riferito, senza essere successivamente smentiti, di una clamorosa spaccatura all'interno del comitato esecutivo della Bce. Ben tre membri su sei - la tedesca Lautenschläger, il lussemburghese Mersch ed il francese Coeuré - si sarebbero rifiutati di sottoscrivere le dichiarazioni di Draghi che sembrerebbero preludere ad una sorta di "QE" all'europea", sia pure rimandandolo a gennaio.

La posizione anti-QE viene ampiamente ripresa e motivata nella già citata intervista di Weidmann, il quale conferma il no tedesco, rinforzandolo con un altro esplicito no alle richieste di flessibilità sui bilanci di Francia ed Italia. In sostanza Weidmann dice che le regole vanno semplicemente rispettate, che ogni deroga concessa servirebbe solo a renderle meno credibili. La classica impuntatura tedesca, si dirà, ma è un fatto che le regole alle quali egli si richiama sono state effettivamente sottoscritte da tutti i paesi dell'eurozona. Con l'Italia di Monti e Napolitano che, per eccesso di zelo, ne ha inserito il punto cardine perfino in Costituzione!

Tuttavia, nonostante l'opposizione tedesca, è assai probabile che il QE si faccia. Ma con quali scopi e in quali forme?

Chiariamo subito un punto. Con l'eccezione del patetico Scalfari, che continua a credere che il QE venga fatto per uscire dal credit crunch (stretta del credito), aprendo così la strada all'ormai mitica "ripresa", tutti sanno che il quantitative easing all'europea ha fondamentalmente un altro scopo: quello di salvare le banche italiane dalla bancarotta.

In queste settimane, ma in maniera più massiccia nei primi mesi del 2015, le banche dovranno restituire i prestiti del cosiddetto LTRO (Long term refinancing operation), concessi dalla Bce tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012. Pur essendo stati definiti di "lungo termine", questi finanziamenti sono ormai a scadenza. Il problema è che le banche del sud Europa furono chiamate ad utilizzare quei soldi per acquistare i titoli del debito dei rispettivi stati. In quell'operazione le banche guadagnarono, e non poco, visti i bassi tassi di interesse praticati da Francoforte, riempiendo però oltre misura i propri portafogli di titoli destinati a deprezzarsi nel prossimo futuro.

Assolutamente emblematico il caso italiano, ma lo stesso fenomeno si è verificato anche negli altri stati investiti dalla crisi del debito. Rispetto a tre anni fa la montagna di Btp posseduta dalle banche del nostro Paese è infatti passata da circa 200 miliardi ad oltre 400. Un raddoppio che mette a rischio la stabilità dei bilanci bancari, data l'insostenibilità delle attuali quotazioni.

Da cosa deriva questa insostenibilità? Per capirlo basta aprire gli occhi e mettere a confronto due dati: il primo è il livello straordinariamente basso dei tassi di interesse; il secondo è il deterioramento del livello del debito, al quale corrisponde anche un progressivo declassamento del rating, come quello annunciato nei giorni scorsi da Standard & Poor's. Semplicemente due cose che non possono stare insieme. Di sicuro non a lungo.

Certo, la riduzione dei tassi nominali è dovuta anche alla situazione di sostanziale deflazione in cui ci troviamo. Un fenomeno che, ad oggi, garantisce ancora un discreto interesse reale ai possessori dei Btp. C'è però un problema, e si chiama futuro. I Btp decennali rendono attualmente circa il 2% lordo. Ora, chi scommetterebbe mai su un tasso di inflazione inferiore al 2% tra 3 anni, 5 anni, 10 anni? Ovviamente nessuno. Ma chi ha in portafoglio questi titoli, specie quelli acquistati nell'ultimo periodo, e dunque con tassi più bassi, ha esattamente questo problema.

Un problema che può essere risolto solo disfacendosi di questa massa di Btp. Mediobanca, ad esempio, prevede che le banche italiane vorranno e dovranno scendere da 400 a 100 miliardi in un anno. Ma a chi vendere i restanti 300? O meglio, come farlo senza produrre un crollo del loro prezzo, e di conseguenza un'impennata dei tassi di interessi reali? Siccome non pare proprio che ci sia la ressa per comprarli, c'è solo una soluzione: l'acquisto da parte della Bce. E' l'attesa di questo evento che ha consentito di mantenere i tassi ad un livello così basso ed oggettivamente innaturale.

Da questo punto di vista l'intervento della Banca centrale europea è dunque una necessità assoluta. In caso contrario, al primo stormir di foglie, cioè alle prime avvisaglie di nuove tensioni sui mercati finanziari, molte banche rischierebbero il crac. Ovvio che Francoforte lo voglia impedire, anche perché la bancarotta del sistema bancario italiano equivarrebbe alla fine della moneta unica. 

L'intervento di Draghi appare dunque obbligato, ma davvero la Bce vorrà funzionare come "acquirente di ultima istanza"? Non pensiamo proprio. Molto probabilmente il "QE all'europea" sarà la solita mezza misura: utile a "comprare tempo" (quanto è difficile dirlo), del tutto inutile per affrontare i nodi strutturali generati dal sistema dell'euro.

Se così stanno le cose, lo scontro che investe la Bce, che riflette quello tra il blocco tedesco e i paesi dell'area mediterranea, si risolverà in un compromesso che farà del QE di Francoforte la classica coperta corta. Non del tutto inefficace, ma del tutto insufficiente.

Perché "coperta corta" è presto detto. L'ipotesi è quella di aumentare il bilancio della Bce di 1.000 miliardi. In realtà niente di trascendentale, visto che in questo modo si tornerebbe ai valori di tre anni fa, nel frattempo erosi dalla restituzione dei crediti del LTRO. In pratica una partita di giro: con una mano Francoforte rientrerebbe in possesso dei soldi serviti alle banche per acquistare titoli, con l'altra acquisterebbe essa stessa, questa volta direttamente, nuovi titoli.

Ma quanti di questi 1.000 miliardi verrebbero spesi per acquistare bond dei vari debiti pubblici degli stati dell'eurozona? Secondo le stime più accreditate (vedi, ad esempio, il Sole 24 Ore del 5 dicembre scorso) la cifra più realistica si aggirerebbe sui 500 miliardi. Ma quali stati ne beneficerebbero?

Gli europeisti più ingenui, una specie zoologica ancora esistente anche se in tendenziale via d'estinzione, penseranno forse ad acquisti indirizzati esclusivamente, o almeno principalmente, verso i paesi in difficoltà del sud Europa. Eh no, signori cari! L'Europa non funziona così. Non funziona in base ad un criterio solidaristico, che poi sarebbe l'unico in grado di tenere in piedi la baracca. Funziona invece in base al Pil. Il che significa che l'Italia con il suo 17,6% sul totale dell'eurozona avrebbe acquisti per 88 miliardi e la Grecia per meno di 10, mentre la Germania - che di tali acquisti non ha ovviamente alcun bisogno - ne beneficerebbe per 135 miliardi. Viva l'Europa!

Ora sarà chiaro perché il QE, sempre che si faccia, avrà in realtà un'efficacia assai limitata. 88 miliardi, che peraltro verrebbero acquistati in un periodo di tempo presumibilmente assai lungo, sono ben poca cosa rispetto all'urgenza a vendere delle banche. Urgenza che diventerebbe ben più stringente qualora i tassi riprendessero a crescere. Una prospettiva assai naturale, indipendentemente dalla probabile esplosione di nuove crisi finanziarie, dato che l'operazione della Bce punta ad alzare il livello dell'inflazione fino alla soglia del 2%.

Ma, al di là delle cifre, quel che va rilevata è l'assoluta indisponibilità politica delle istituzioni europee, in questo tutte unite, a prendere in considerazione qualsiasi ipotesi di una pur parzialissima mutualizzazione del debito. Detto per inciso: auguri Tsipras!

E' in questa cornice, in questa gabbia d'acciaio, che si svolge lo scontro interno alla Bce. Uno scontro, tutto politico, nel quale Draghi prova ancora a sostenere una posizione federalista (quella che punta ai mitici e sempre più irraggiungibili Stati Uniti d'Europa). E' quel che ha fatto qualche giorno tempo fa, durante la sua visita in Finlandia, dove ha detto che: «Il successo dell'unione monetaria dipende dalla consapevolezza che una moneta unica significa unione politica».

Questa posizione che, sia chiaro, porterebbe ad un mostro antidemocratico ancor peggiore di quello attuale, ha ovviamente una sua logica, dato che alla lunga non potrà mai reggere una moneta senza stato. Ma è una logica che confligge con la realtà delle cose. Quello in atto non è un percorso verso l'unione politica, bensì un processo di progressiva disunione dell'UE.

Non conosciamo il futuro di Draghi, sul quale si vocifera molto, al punto che qualcuno lo immagina al Quirinale. Quel che conosciamo è l'opinione tedesca. Di Weidmann abbiamo detto, mentre dei continui richiami rigoristi della Merkel hanno scritto anche recentemente i giornali. Ora sappiamo anche la posizione della già citata signora Lautenschläger, membro tedesco del comitato esecutivo della Bce, che ha preso platealmente le distanze da Draghi, attaccando l'ipotesi del QE e soprattutto l'acquisto di titoli di stato, dato che tale operazione equivarrebbe ad un «trasferimento fiscale».

Vedremo cosa accadrà a gennaio, ma anche se il QE prenderà davvero il via, i paletti di questa operazione sembrano già ben fissati. E se Draghi potrà forse avere una vittoria d'immagine, è assai più probabile che nella sostanza sia Weidmann ad avere successo.

Quel che è certo è che lo scontro è in atto. E che il blocco rigorista non intende mollare di un centimetro. Non si tratta della sola Germania. Basti pensare alle minacce di Juncker a Francia ed Italia, ed alla clamorosa interferenza nelle vicende politiche della Grecia.

Un ricordo, quello di queste ultime vicende, che dedichiamo a quelli che negano l'esigenza di riappropriarsi della sovranità nazionale. Che sono poi quelli che... «l'Europa è riformabile». A costoro possiamo solo consigliare un'antica ricetta, quella dell'analisi concreta della situazione concreta. Una ricetta per la quale i fatti ci regalano ogni giorno qualche ingrediente in più.

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venerdì 19 dicembre 2014

M5S, REFERENDUM, EURO: CHE FARE?

19 dicembre

Il Coordinamento della sinistra contro l’euro sostiene l’iniziativa di raccolta firme del M5S- Comunicato del 15 dicembre 2014.
«Il 13 dicembre il Movimento 5 Stelle ha inaugurato la campagna di raccolta delle firme per una legge di iniziativa popolare per un referendum di indirizzo sull’uscita dell’Italia dall’euro. Per la prima volta il M5S esprime una posizione netta nei confronti dell’Unione Europea e dell’euro, facendone seguire una chiara azione politica con la promozione di una campagna referendaria atta ad interrogare i cittadini sulla fuoriuscita del Paese dalla moneta unica.

Il Coordinamento della Sinistra contro l’euro, pur ritenendo che l’utilizzo del referendum d’indirizzo sia un terreno accidentato, di difficile realizzazione sul piano dei rapporti di forza nonché rischioso – a causa della forza che i media euristi avranno nel seminare terrorismo ed inquinare il dibattito pubblico – saluta con piacere l’apertura della battaglia politica sulla questione dell’euro e della sovranità democratica.

Nonostante i limiti espressi e la convinzione che l’Italia non uscirà dall’euro tramite referendum, il Coordinamento della Sinistra contro l’euro ritiene comunque che questo sia uno strumento utile ad aprire in modo più ampio possibile il dibattito pubblico, una grande occasione per permettere a ogni cittadino di avere un’informazione completa e non distorta su quale sia la responsabilità della moneta unica nel disastro economico in cui il nostro paese è sprofondato e sulle soluzioni possibili.

L’insostenibilità di un’area valutaria come quella europea è un fatto evidente, noto a tutti gli economisti, tant’è che ormai da tempo è in atto un riposizionamento diffuso delle forze politiche nei riguardi dell’euro e che, partendo dalla destra sciovinista della Lega, tocca la destra liberista berlusconiana ed ora perfino spezzoni del PD. Purtroppo, però, l’uscita dalla moneta unica – che avverrà solo sotto la spinta di forti volontà politiche – potrebbe non significare un reale cambiamento di rotta nelle politiche economiche applicate nell’intero continente e nel nostro paese. Se la classe politica che traghetterà l’Italia fuori dall’euro sarà del medesimo tipo di quella che ci ha portati all’interno dell’eurozona, essa difenderà gli interessi dei grandi poteri economici, sicché avremmo un finto cambiamento che ci porterebbe semplicemente alla prosecuzione delle stesse politiche liberiste di redistribuzione di ricchezza dai più poveri ai più ricchi, di privatizzazione indiscriminata di beni pubblici, comuni e servizi.

L’uscita dall’euro rappresenta, infatti, una condizione necessaria ma non sufficiente per garantire un futuro al nostro Paese, e che siano irrinunciabili punti fondamentali quali:

1)  Disdetta dei trattati fondanti dell’UE (da Maastricht al Fiscal Compact)
2)  Nazionalizzazione della Banca d’Italia e del sistema bancario
3)  Politica economica volta al raggiungimento della piena occupazione
4)  Emissione della nuova valuta sovrana
5)  Controllo sui movimenti di capitale
6)  Piani di “Lavoro Garantito” per il raggiungimento della piena occupazione
7)  Moratoria sul debito pubblico
8)  Applicazione dei principi costituzionali, per la democrazia economica, anche con l’adozione di strumenti di democrazia reale

Tutte questioni attinenti la piena e corretta applicazione della nostra carta costituzionale, obiettivi di vitale importanza per permettere un ritorno ai fondamentali valori democratici e quindi il recupero della piena sovranità popolare.

Il Coordinamento della sinistra contro l’euro, quindi, sostiene l’iniziativa di raccolta firme del M5S, con la volontà di avviare un chiaro e sincero confronto sul terreno della concreta collaborazione tra tutti i cittadini e i militanti che operano nei territori, affinché il Paese, oggi sprofondato in una crisi socio-economica senza precedenti, possa tornare libero democratico e sovrano, rimettendo al centro la politica come mezzo per difendere gli interessi del popolo tra i quali, come si legge nell’articolo 1 della Costituzione, la centralità del lavoro».


Fonte: Sinistra contro l'euro

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giovedì 18 dicembre 2014

LA SCUOLA NEL PERIODO DEL NEOLIBERISMO di Rosanna Spadini e Tonguessy

18 dicembre.
Seconda parte di "ISTRUZIONE E CAPITALE".
La prima parte qui.



“L'eguaglianza non è più una virtù” potrebbe essere assunto come il motto che ha contraddistinto la massiccia e articolata reazione anti-keynesiana di fine secolo: dopo un cinquantennio nel quale l'eguaglianza era stata, in qualche misura, il valore sociale prevalente- l'”idea regolativa” sulla quale si erano orientate le politiche pubbliche dell'Occidente democratico e le stesse Carte costituzionali dei paesi civili-, si registrava, esplicitamente, una rottura.[1]
Tale rottura era imputabile alla diversa valutazione sull'eguaglianza, diventata improvvisamente ostacolo al “progresso economico”. Il neoliberismo si stava facendo largo, ed imponeva i propri standard. 

La prima vittima di tale rottura è la credibilità, ovvero il rapporto diretto tra cittadini e Stato. Cittadini “diseguali” non hanno alcun motivo di rispettare chi causa tale diseguaglianza attraverso la mirata creazione di leggi e sistemi di valori. E' il passaggio epocale dalla modernità alla postmodernità che trascina nel fango decenni di fattiva (seppur problematica) collaborazione tra le forze in campo. Tutto l'afflato modernista viene potentemente ridimensionato: i suoi valori fondanti (ciò che ha permesso la creazione dell'Italia come potenza industriale internazionale) vengono azzerati e si assiste ad un inarrestabile deterioramento del tessuto sociale.  L'avvenuto mutamento dei precedenti rapporti di potere (che causa enormi sofferenze negli strati più bassi a causa della loro progressiva esclusione dai processi sociali), porta ad un aumento della conflittualità. Conseguentemente il nuovo standard relazionale, nato dalla cesura insanabile tra cittadini e Stato, diventa la protervia: indifferenti alle affollate manifestazioni di dissenso oggi i vertici proseguono con la realizzazione dei progetti politici in agenda. 
Se l'eguaglianza prevedeva la considerazione del dissenso in quanto “uguale” al consenso, le nuove regole impongono una rivisitazione morale. Mentre le manifestazioni oceaniche nel periodo “modernista” facevano cadere i governi oggi, in piena era postmoderna, li fanno rimanere ben saldi al potere. La nuova morale insegna che il “fittest to survive” non è l'animale sociale che sa rispettare i propri limiti e solidarizzare con i propri simili, ma il bipede che si fa largo a sgomitate e sgambetti e scavalca chiunque pur di raggiungere i risultati prefissati. Qualcuno ci rimetterà ma, a quel punto, sarà colpa sua.
Se l'istruzione in Italia, come suggeriva Calamandrei, era centrale nella realizzazione del sogno modernista (quindi egualitario) in quanto asse portante della creazione della classe media, volano del sistema industriale, risulta abbastanza agevole pensare che, una volta entrati nella postmodernità, ci dovesse essere un ripensamento totale sulle sue politiche gestionali. Se l'eguaglianza non è più una virtù, il sistema che la supporta va adeguatamente modificato. E, a tutti gli effetti, l'istruzione è stata cambiata per dare ampi spazi al nuovo Nomos. 

Non essendo più interessato a mantenere in vita la middle class, il capitalismo postmoderno si incarica di liquidare il sistema scolastico che, negli anni passati, ne ha permesso la creazione. Vengono così sferrati poderosi attacchi concentrici all'hard core dell'istruzione: il corpo statale che lo sostiene da una parte viene cinto d'assedio dall'informazione che lo vuole fancazzista e mangiapane a sbafo, mentre dall'altra è sottopagato e costretto a continui e spesso inutili corsi di aggiornamento per mantenere viva la speranza di quella promozione che una volta era rappresentata dallo scatto di anzianità.


Al grido di “meno Stato e più Mercato” si è da tempo scatenata una campagna denigratoria nei confronti dei dipendenti pubblici, ed in particolare contro quelli che permisero la creazione dei quadri tramite un'adeguata istruzione . L'ordine parte da lontano ed ha le parole del diktat di Draghi e Trichet che, nella famosa lettera “segreta”, così tuonano: “il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.... Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l'uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione).”[2]
Ovviamente per performance si intende discriminazione salariale, primo passo verso il dumping.
Dal blog di Beppe Grillo una delle firme più note del giornalismo italiano, Massimo Fini, interpretando al meglio il pensiero della BCE, così sintetizza la situazione politica ed economica italiana: c'è il blocco A dei disperati e c'è “ il blocco B, è costituito da chi vuole mantenere lo status quo, da tutti coloro che hanno attraversato la crisi iniziata dal 2008 più o meno indenni, mantenendo lo stesso potere d'acquisto, da una gran parte di dipendenti statali ... Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile.” [3]
Questa doppia azione politica e propagandistica ha come risultato la demotivazione all'insegnamento da una parte e l'identificazione in quel corpo statale, nella vulgata popolare artatamente manipolata, del responsabile della mancata realizzazione del sogno di eguaglianza modernista.
Ma non solo: mentre quel corpo assumeva il ruolo chiave nell'insegnamento modernista (nella tradizione del Maestro A. Manzi l'istruzione aiutava i cittadini ad essere integrati nel nuovo sistema urbanizzato), in quello postmoderno attuale tale ruolo viene negato, dato che una certa dose di analfabetismo di ritorno è indispensabile per potere cacciare la vecchia middle class nel girone dantesco del lumpenproletariat. 
Una recente ricerca internazionale mette l’Italia al primo posto in Europa per il cosiddetto «analfabetismo di ritorno». Spiega il prof T. De Mauro che “solo il 30 per cento degli adulti ha un rapporto sufficiente con lettura, scrittura e calcolo. Gli altri si muovono solo in un orizzonte ristretto, subendo quel che succede senza saper capire e reagire.”[2]
Il che è esattamente il contrario di ciò che intendeva promuovere la nostra Costituzione (e, per inciso, anche il modello modernista ed egalitario legato allo sviluppo industriale), mentre soddisfa completamente le necessità del capitale postmoderno: lo status dell'acefalo consumatore compulsivo non si misura certamente dal grado di cultura ma dalla capacità di sopravvivere alla crisi possedendo narcisisticamente gadget tecnologici che lo fanno apparire dimentico della propria ignorante solitudine, “subendo quel che succede senza saper capire e reagire.”
La scuola, dipinta da Calamandrei come “l'organo centrale della democrazia” viene così ridimensionata dato che la democrazia stessa, basata sull'uguaglianza, non è più una virtù. Le voci degli insegnanti oggi forniscono informazioni che si confondono con la ridondante massa di concetti e significati dell'attuale era postdemocratica antiegalitaria, e la loro eco si perde nel rimbombo assordante del postmoderno che confonde processi veri e virtuali, realtà e reality.
Rosanna 
L’avvento della dimensione postmoderna ha certamente intasato la sacralità del sogno modernista, ciò che era ritenuto “sacro” in quel mondo ora è ritenuto “superfluo, inutile e noioso”. Scoppiava una guerra (Vietnam) e i giovani si tuffavano in quel mondo reale fetido di sangue e napalm, fino a provarne il gusto amaro della morte, manifestando per le piazze con la determinazione di chi voleva contribuire attivamente alla conclusione veloce di quelle sofferenze. 
Martin Luther King, il pastore battista dell’ "I have a dream", gridava al mondo la sua rabbia, dando vita al più straordinario movimento per i diritti civili dei neri e i giovani partecipavano al suo sogno, alle sue marce oceaniche, presi dall’emozione manifestavano per una società in cui bianchi e neri potessero vivere a fianco pacificamente.
Il movimento studentesco diventava attore sociale cosciente in grado di assumersi la responsabilità di una contestazione globale del sistema, lamentando la manipolazione culturale di massa in cui, attraverso il falso mito della “neutralità della scienza” veniva consentita la trasmissione dell’ideologia della classe dominante, cioè quella della competizione sociale e del mito selettivo della carriera.
Ma quei giovani comunque lottavano, manifestavano, si mettevano in gioco, coscienti di quello che avveniva intorno a loro, immersi corpo e anima nella densità della storia, interessati alle molteplici attività sociali. Ora invece i giovani sono abbagliati da un iperrealismo scenografico, dove scompaiono le opposizioni tra verità e inganno, tra vita quotidiana e spettacolo, dove il reale e la propria immagine si assomigliano perfettamente, sono una cosa sola, dove la realtà appare ridotta ormai ad un rimando di segni e simulacri.
Nella “società della conoscenza” dunque, dove la ridondanza delle informazioni investe ogni giorno i nostri tablet, monitor, cellulari, determinando la scomparsa di senso del reale, la scuola vecchia maniera, dotata di docenti “colti” ma pur sempre inadempienti nei confronti di “wikipedia”, con la sua la didattica “moderna” appare superata anni luce dalla cultura del progetto flessibile e modulare, indicata dalla Riforma dell’Autonomia Scolastica del 1999, diretta espressione senza ambiguità delle esigenze neoliberiste nell’ambito dell’istruzione, dove lo studente, dotato di un proprio portfolio valutativo si trova solo a dover percorrere un cammino culturale privatistico, che lo abituerà alla solitudine del cittadino, privo di diritti e di lavoro fisso. Dove in un rapporto culturale di diritto privato, vivrà relazioni “economiche” di domanda e offerta formative, debiti e crediti, somministrazione di verifiche strutturate e preconfezionate (Invalsi), valutazioni interne ed esterne.
Da ultimo arriva il progetto di Riforma scolastica del governo Renzi “La buona scuola”, simulacro operativo del massacro definitivo della cultura, governata dal principio d’incoscienza, che ha precisi scopi basilari, piuttosto significativi: - presidi che assumeranno direttamente dopo una fantomatica “consultazione collegiale” e che interverranno sulla carriera e sugli stipendi; - il Sistema Nazionale di Valutazione che imporrà i criteri invalsiani della scuola-quiz, con l’introduzione del Registro Nazionale del personale per conteggiare le sedicenti “abilità” di ognuno, fissandole in un Portfolio con i presunti “crediti” sulla cui base i presidi premierebbero i più fedeli; - la cancellazione degli scatti di anzianità sostituiti da scatti per “merito” che riceverebbe solo il 66% dei “migliori” di ogni scuola o rete di scuole (perché proprio il 66%?) sui quali la parola decisiva l’avrà il preside, come un Amministratore delegato alla Marchionne; 

- poi un accorato appello agli investimenti privati, “potenziando i rapporti con le imprese”, ma anche chiedendo il “microcredito” dei cittadini, cioè un ulteriore aumento dei contributi imposti ai genitori per le spese essenziali delle scuola, visto che lo Stato, come scrive Renzi, “non ce la fa” da solo; - sedicenti “innovatori naturali”, che invece di insegnare si occupano dell’aggiornamento obbligatorio altrui, nonché il “docente mentore”, supervisore della valutazione della scuola e del singolo.

Nell’ultima legge di Stabilità poi, il governo Renzi e la maggioranza approvano gli ennesimi tagli all'istruzione pubblica (1,4 miliardi a scuola, università e ricerca), con un colpo di coda regalano ulteriori 200 milioni alle scuole private, in barba a quanto previsto dall'articolo 33 della nostra Costituzione, in base alla quale: "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato". Da anni questo dettato costituzionale viene disatteso e aggirato. Il risultato è che, mentre abbiamo la classe di insegnanti meno pagati d'Europa, alla scuola pubblica viene chiesto di arrangiarsi, di far fronte ai tagli e il privato invece viene come sempre privilegiato.

Però nonostante i modelli e i contenuti del postmoderno ci portino altrove, il mestiere dell’insegnante dovrà operare una resistenza difficile, se non impossibile, perché il suo compito resterà sempre quello di accendere le coscienze, destare emozioni, liberare le passioni, scardinare i luoghi comuni, smontare le “false flag” del mondo contemporaneo, abilitare la capacità critica, smontare l’indifferenza degli adolescenti per la realtà, facilitare l’integrazione tra le varie classi sociali ed anche tra le varie culture, e infine formare il cittadino di una democrazia che non c’è più. 

E mentre la cultura umanistica diventa ogni giorno sempre più espressione di nicchia della società contemporanea, trascurata dai media distrattori delle coscienze di massa, l’insegnante dovrà anche individuare il vero nemico sociale da abbattere, quell’avvilente mondo della tv composto dai De Filippi, tronisti, veline e vite in diretta, per evidenziarne la povertà culturale e metterlo a confronto magari con la complessità emotiva della poesia di Montale o della filosofia di Nietzsche. La società dello spettacolo glielo permetterà?

NOTE

[1]M. Revelli “La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi” pag.4

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mercoledì 17 dicembre 2014

PERCHÉ CREDETE A MATTEO SALVINI E NON A PINOCCHIO? di Stefano Alì

17 dicembre

Perché credete a Matteo Salvini e non a Pinocchio? È come credere a Ignazio La Russa se un mattino, imbracciati falce e martello, cominciasse a cantare a squarciagola “Fischia il vento” sventolando la bandiera rossa.

Matteo Salvini Strepita: “I Marò devono tornare a casa!”. 

Certo, sulla Enrica Lexie li ha mandati pure la Lega che ha votato quell’aborto partorito dalla mente di La Russa1, ma … si cambia. Si cambia idea come si cambia una felpa (però, permane la domanda “perché credete a Matteo Salvini” che cambia felpa così spesso).

È in prima linea contro il malaffare di Mafia Capitale. Lui lo dice sempre che occorre chiudere le frontiere a extracomunitari e ROM.

Certo, ci sarebbe quella storiella secondo cui “La Stampa” scrive2:
«Alemanno chiedeva, e il ministro sosteneva. Prima dell’avvento di Matteo Salvini, prima delle copertine a torso nudo e soprattutto prima che le tensioni sociali e gli scandali colpissero il Comune di Roma, c’era una Lega che finanziava con convinzione la costruzione di nuovi campi nomadi. E non era tanto tempo fa. Maggio 2008. Appena preso il Comune di Roma, Gianni Alemanno annuncia una «rivoluzione copernicana» nel piano per i nomadi».
Ah, poi, sull’argomento, c’è l’invito lanciato da Berlusconi (con cui la Lega è da sempre legata a filo doppio) ai Tunisini affinché venissero in Italia perché c’erano casa, lavoro, scuole, assistenza sanitaria e benessere per tutti.

Sicuramente un video-montaggio, anche se il dubbio “perché credete a Matteo Salvini” resta tutto li.

Poi parrebbe (ma figurarsi se è vero) che gli stessi che lucravano sugli extra comunitari e sui campi ROM fossero quelli che fomentavano le manifestazioni contro extra comunitari e campi ROM. Matteo Salvini lo ha sempre fatto, ma vuoi che fosse per consolidare la posizione delle cooperative rosse e della mafia?

Vero è che in Parlamento, quando è necessario i voti della Lega non vengono negati mai. Prima a Berlusconi, ma anche adesso a Matteo Renzi.

Sicuramente a causa di una “solidarietà dovuta al nome”, di certo. Lo sanno tutti che la Lega è all’opposizione. Non avvantaggerebbe mai Matteo Renzi, figuriamoci le coop rosse mafiose.

Però, la domanda “perché credete a Matteo Salvini” continua ad insinuarsi nella mia mente bacata.

Ma ecco il riscatto. La “madre di tutte le battaglie” di Matteo Salvini: “Basta Euro!”
Ovviamente, con tanto di felpe di diversi colori a sottolineare l’impegno.

Si, ma …

La Lega vota compatta il pareggio di bilancio in Costituzione? Una svista!

Matteo Salvini e la Lega erano parte del gruppo EFD di Nigel Farage, nella scorsa legislatura europea.

Sul MES l’EFD votò contro, ma Salvini non c’era. Era in TV?

Sull‘ERF l’EFD votò contro tutte le mozioni, ma Matteo Salvini, sulla “mozione Gauzés” (quella che stringe il cappio) si è astenuto.

Sul trucco dei conti pubblici per aumentare il PIL inserendo prostituzione e malaffare? Matteo Salvini ha convintamente votato a favore, con tanto di dichiarazione di voto scritta.
clicca per ingrandire
In buona sostanza, l'euro è bello per chi è virtuoso come le regioni del Nord (all'uopo Macroregione). Il Sud invece... 
Che vadano a fanculo i giovani del Sud.
Non si tratta del secolo scorso ma di luglio del 2013.
Giusto quattro anni dopo il famoso coro sui napoletani del 2009:


Qualcuno mi ha fatto notare che dopo l'estate del 2013 Salvini ha letto il libro di Alberto Bagnai, lo ha chiamato ed ha modificato la sua politica monetaria.



Giuro, viene da ridere. Ma perché credete a Matteo Salvini?

A parte che ha già l’effetto di una barzelletta pensare che, dopo i cori, dopo il “fanculo i giovani del sud”, Salvini avrebbe maturato una profonda sintonia con il sud.

Un malpensante come me supporrebbe che sia per ottenerne i voti.

Sicuramente subirò la Giustizia Divina pagando questo cattivo pensiero con il fuoco dell’inferno, ma vogliamo porci qualche domanda, per favore?

La strategia, l’ideale (se non vogliamo parlare di ideologia) di un partito rispetto ad un altro trova il suo discrimine nella politica economica. È li che un partito liberista si differisce da uno ordoliberista, da uno socialista o da uno popolare.

La base, l’elemento essenziale, lo strumento principe per l’attuazione di una politica economica piuttosto che altra è dato dalla politica monetaria.

Matteo Salvini, quindi, leggendo il libro di Alberto Bagnai avrebbe imposto una inversione a U della politica, delle idee, degli ideali leghisti?

Leggendo Bagnai, non un qualsiasi Stiglitz o Keynes o un altro degli insulsi secondari economisti Nobel o che comunque hanno fatto la storia delle forme economico-monetarie. Bagnai, nientedimeno!

Qualcuno si chiederà, ma è lo stesso Alberto Bagnai che, alla corte di Prodi, cantava le mirabilia dell’Euro?

Si. Lui. Ma poi ha studiato.

Ma è lo stesso che ha difeso le speculazioni di Soros sostenendo che in fondo fa il suo mestiere?

Si. Lui, ma non è che proprio lo difendesse…

Lo stesso che alle europee ha sostenuto la necessità di votare PD per punirlo?

Certo. Non è noto a tutti che per punire un partito occorre votarlo?

D’altro canto, se Bagnai non fosse dalla parte della ragione, avrebbe grandi seguaci come il costituzionalista Barra Caracciolo o l’economista Borghi3?

Ma Luciano Barra Caracciolo chi, quello che era consulente di Berlusconi quando quest’ultimo firmava qualsiasi porcata che cedeva la sovranità (e non solo monetaria) italiana all’Europa? Quello che dal 94 al 97 fu consigliere giuridico dei ministri Frattini e Urbani, nonché capo di gabinetto di Berlusconi e dal 2001 al 2005 vice Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel secondo Governo Berlusconi?

Si, ma poi anche lui ha studiato.

Ma non era già Consigliere di Stato?

Oggesù, quante domande!

E Borghi… è il Claudio Borghi Aquilini già Director e head of Italian Equity Trading per Merrill Lynch, già Managing Director e head of Italian Equity Product per Deutsche Bank Ag?

Certo, ma si è redento.

Ma fino al al 2010 sosteneva che per la Grecia tornare alla Dracma sarebbe stato un dramma, nel giugno 2010 si lanciò in una spericolata difesa di Berlusconi sul reato di evasione fiscale (per il quale Berlusconi fu poi definitivamente condannato), nel 2012 (sempre a favore di Berlusconi) ritenne doveroso precisare (ma non era un economista?) che prescrizione non significa colpevolezza.

Motivi umanitari!

E nel dicembre 2013, pranzò con Berlusconi!

Basta con questi complottismi. Doveva spiegargli come si fa a uscire dall’Euro.

Per ciascuna di queste “stranezze” c’è una spiegazione. All’incirca le medesime spiegazioni che adducono gli accaniti sostenitori di Big Foot per provarne l’esistenza.

Si sarebbe avverata una conversione di massa tale da far impallidire quella operata da Gesù Cristo duemila anni fa. E lui si è dovuto immolare sulla croce, per giunta.

Non è più semplice, chiara, lineare e logica la spiegazione che da Emiliano Brancaccio?
«Tuttavia anche i sostenitori dell’uscita commettono spesso errori e omissioni. Alcuni, per esempio, glissano su un altro aspetto cruciale sottolineato dal «monito degli economisti»: esistono modalità alternative di gestione di una eventuale uscita dall’euro, ognuna delle quali avrebbe ricadute molto diverse sui diversi gruppi sociali coinvolti. Una prova di ciò sta nel fatto che sta guadagnando consensi quella che ho definito una modalità gattopardesca di gestione della crisi, in base alla quale si sarebbe disposti a cambiare tutto, persino la moneta unica, pur di non mettere in discussione le politiche liberiste e di austerity degli ultimi anni, nonostante le sperequazioni e i tracolli occupazionali che hanno provocato.
Il fatto che l’oltranzismo pro-euro sia diffuso soprattutto tra gli eredi del movimento operaio novecentesco implica automaticamente che una uscita gattopardesca dalla moneta unica sia oggi l’eventualità più probabile. Si tratta di un cortocircuito funesto, ed è difficile dire ci si sia ancora tempo e modo per cercare di spezzarlo».
Perché credete a Matteo Salvini?

NOTE

1 Fonti e approfondimento in il Cappello Pensatore 
2 Qui l’intero PDF del quotidiano “La Stampa” del 06 Dicembre 2014. A pagina 7 (tutta pagina) l’articolo in questione, ma … è sicuramente una svista del giornalista.
3 Fonti e approfondimento in questo stesso blog

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martedì 16 dicembre 2014

LA SINISTRA E L'EURO. LA NOVITÀ DI FASSINA di Sergio Cesaratto

16 dicembre. 
Volentieri pubblichiamo questo bell'intervento dell'amico e compagno Sergio Cesaratto (nella foto)

«Le posizioni che Stefano Fassina ha espresso nelle passate settimane su (a) l’insostenibilità dell’euro a fronte del venir meno delle speranze di un cambiamento delle politiche europee, e (b) il fallimento di una dimensione democratica europea sovranazionale e la necessità di ripristinare una sovranità democratica nazionale, segnano una novità assoluta nel panorama della sinistra italiana. Sinora per ritrovare posizioni simili, la cui elaborazione in questi anni è ascrivibile a una manciata di economisti di sinistra, si doveva andare a cercare nei meandri delle sinistre più estreme, oppure a destra. Esaminiamo i due punti.

L’Europa non cambia
Le radici dell’assenza di speranze di un cambiamento significativo delle politiche europee vanno rintracciate nella costituzione economica tedesca fondata dall’immediato dopoguerra sul neo-mercantilismo. L’asse di questa politica è consistito di politiche distributive e fiscali interne moderate, sì da tenere il tasso di inflazione inferiore quello dei partner/concorrenti, ai quali veniva lasciato il compito di espandere la propria domanda interna seguendo ricette keynesiane. Tutto questo nel quadro di sistemi di cambio fissi che hanno dominato, salvo la parentesi 1971-1978, il secondo dopoguerra, da Bretton Woods, attraverso lo SME, sino all’UME. Questo modello è stato scientemente messo a punto dal ministro delle finanze e poi cancelliere Erhard e dalla Bundesbank (allora Bank deutscher Länder) sin dal 1951. Tale modello ha perfettamente senso dal punto di vista della teoria economica eterodossa secondo cui le esportazioni nette sono un veicolo per realizzare i profitti. In termini semplici, se, da un lato, la moderazione dei salari diretti e indiretti consente il conseguimento di profitti relativamente elevati, dall’altro l’assorbimento domestico del sovrappiù controllato dai capitalisti è insufficiente per la realizzazione dei profitti. La strategia neo-mercantilista prevede di realizzare questi profitti attraverso adeguate esportazioni nette. Questo sono rese possibili dalla strategia sopra illustrata, a cui, naturalmente, si sono aggiunte le tradizionali capacità germaniche di formazione tecnica e innovazione. La società tedesca e i sindacati sono stati tradizionalmente coinvolti in questa strategia che comunque ha pagato in termini di benessere, sicurezza e ordine - i salari reali tedeschi pur costantemente all’inseguimento della crescita della produttività rimangono più alti relativamente al resto dell’Europa, in particolare per il nucleo forte della classe operaia tedesca concentrata nel settore esportatore. La Bundesbank ha svolto il ruolo di “cane da guardia” del modello.

La Germania non desidera dunque mutare tale modello nonostante esso sia tacciabile di manipolazione del cambio reale o di politica del beggar-thy-neighbour e sia fattore destabilizzante per le restanti economie. Le critiche alla Germania, in questi giorni da parte del segretario del Tesoro americano, non sono cosa nuova visto che cominciarono nei primi anni 1950 proseguendo sino alla famosa “teoria delle locomotive” di fine anni 1970.
Sovranità nazionale e conflitto democratico

Quello della sovranità è un punto assai delicato per la sinistra. Essa è infatti stata storicamente combattuta fra l’afflato internazionalista (“il proletariato non ha nazione”) basato sull’idea di una comunanza di fondo degli interessi delle masse popolari persino quando appartengano a paesi con diversi gradi di sviluppo, e l’esperienza storica per cui le masse popolari si sono nei fatti sempre battute per la realizzazione e difesa degli spazi di indipendenza nazionali, sicché esempi storici di “internazionalismo proletario” sembrano nei fatti assenti (se non forse in talune scelte dei paesi del socialismo reale, ma lì il giudizio è complesso). L’assenza totale di una solidarietà socialista e sindacale europea (al di là di proclami retorici, ininfluenti meeting e fantomatici Piani Marshall) ne è l’ulteriore conferma. Alla luce della storia, dunque, lo stato nazionale appare come l’imprescindibile playing field della dialettica democratica, e dunque del conflitto di classe. Questo non ha nulla a che vedere col nazionalismo di destra ed è compatibile con la pacifica e proficua cooperazione politica ed economica internazionale. Né questo ostacola un utile coordinamento internazionale dei movimenti contro questa Europa. Fassina in una lettera al Corriere parla di un “arretramento storico di un sogno”, forse si dovrebbe parlare di superamento di un abbaglio storico e della constatazione, amara forse, che di utopie si vive ma anche si muore.

Il superamento dell’euro non avverrà a freddo

Stefano Fassina
Il superamento dell’euro non avverrà per l’uscita unilaterale e “a freddo” di uno o più paesi. Un superamento dell’euro, se avverrà, sarà il combinato disposto di una serie di eventi che culmineranno nel venir meno dei presupposti politici della moneta unica. Tale combinato disposto contiene una crescente insostenibilità sociale delle politiche di austerità; la palese assenza di prospettive di crescita in particolare in Italia; una risultante crisi di governabilità politica anche con l’emergere di forze anti-euro; una conseguente grave crisi di fiducia dei mercati finanziari. Se e quando questo combinato disposto entrerà in corto circuito, in quel momento la problematica del superamento dell’euro si porrà drammaticamente all’attenzione. In un certo senso più grave la crisi, maggiore sarà la probabilità di una soluzione rapida e consensuale, nel senso che l’ineluttabilità dell’esito toglierà spazio politico a ritorsioni politiche ed economiche internazionali da parte della Germania e suoi alleati.

L’azione politica di una rinnovata sinistra nel nostro paese dovrà accelerare tali processi denunciando l’insostenibilità per il nostro paese di un proseguimento delle attuali politiche europee. Essa dovrà naturalmente anche assumere il compito di prefigurare il durante e il dopo dei possibili drammatici passaggi relativi alla rottura dell’euro. Per questo c’è bisogno di un pensiero forte, l’opposto del mélange di pensiero politico ed economico debole, utopismo europeista e movimentismo che ha contraddistinto le poco convincenti recenti esperienze elettorali a sinistra. Il pericolo maggiore è rimanere stretti fra il localismo movimentista e l’utopismo, lasciando il terreno della sovranità nazionale alla destra. Questo è a mio avviso l’errore maggiore di ciò che si muove alla sinistra del PD. Di qui la novità positiva delle posizioni di Fassina».

(15 dicembre 2014)


* Fonte: MicroMega

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lunedì 15 dicembre 2014

LIBERTÀ, DEMOCRAZIA E SOVRANITÀ di Costanzo Preve

15 dicembre

Nel novembre di un anno fa ci lasciava il filosofo e militante anticapitalista Costanzo Preve. Innumerevoli i suoi interventi teorici. Nel decennio 1999-2009 molti di questi vennero pubblicati in riviste come PRAXIS, ROSSO XXI ed ERETICA. Essi sono oggi irreperibili, quantomeno non disponibili in versione digitale. Con questo saggio vorremmo iniziare a ripubblicarli. Un tributo a Costanzo e un contributo alla formazione di una nuova generazione di militanti rivoluzionari.

«Le due sole categorie di persone con cui non desidero più confrontarmi sono queste: coloro che dicono che tutto è relativo, e non esiste un bene politico, e coloro che affermano che la libertà è un lusso per borghesi e piccolo-borghesi». Costanzo Preve 

Nel numero precedente della rivista (cfr. “Eretica”, n. 1/2005) ho svolto una lunga ed analitica rassegna sul tema della democrazia. Non è proprio il caso di ripeterla. Chi non se la ricorda può andare a rileggersela, superando le vergognose devastazioni tipografiche che ne rendono spesso difficile la comprensione. Qui mi limiterò a “stringere” i temi, in modo da rendere possibile una eventuale discussione. In proposito non ho molte speranze. Per poter iniziare una discussione produttiva bisogna prima che i dialoganti “sospendano”, sia pure provvisoriamente, i loro convincimenti profondi precedenti. So per esperienza che questo non avviene mai. Comunque, fingerò qui che discutere sia possibile, e scriverò un “pezzo” che scommette sul fatto che una discussione possa avvenire.

1. La democrazia oggi. Non c’è nessuna democrazia. Il trucco c’è, si vede, e non gliene frega niente a nessuno

In una vignetta di Altan il suo solito personaggio surreale con il baschetto afferma solennemente: “Il trucco c’è, si vede, e non gliene frega niente a nessuno”. Partirò da questo motto memorabile per analizzare il problema della democrazia in quattro punti.

1) Oggi non c’è nessuna democrazia

Democrazia significa, in senso statico, potere del popolo, ed in senso dinamico, accesso del popolo al potere. I due significati non sono sovrapponibili. Chi si accontenta del significato statico, dirà che viviamo in democrazia (sia pure ovviamente limitata, imperfetta, minacciata, ed altri aggettivi compromissori che hanno come compito quello di impedire un’analisi radicale della questione), perché il popolo è coincidente con il corpo elettorale, il corpo elettorale può votare a scadenze regolari, se qualcuno si astiene la colpa è solo sua perché rinuncia unilateralmente ad un diritto che gli è garantito, ci sono inoltre anche garanzie per il dissenso radicale (si possono presentare, se vogliono, anche Luca Casarini e Alessandra Mussolini), ed insomma viviamo nel migliore dei mondi possibili. Vi-va Bob-io, vi-va Sarto-ri, vi-va il grande U-li-vo!

Chi passa invece al significato dinamico, si renderà conto che l’accesso del demos al suffragio universale ed alle garanzie liberali per il dissenso (più esattamente, per il raggio del dissenso ferreamente perimetrato dalla dittatura del partito unico del politicamente corretto), non ha assolutamente significato l’accesso del demos alla sovranità politica. Sovranità politica significa sovranità decisionale sui temi fondamentali della propria esistenza sociale, e non solo sulla scelta simbolica se consentire veri e propri matrimoni omosessuali oppure solamente dei cosiddetti PACS. Questa sovranità decisionale non esiste. Per questa ragione l’affermazione per cui non c’è nessuna democrazia non è affatto una sparata estremistica di gruppettari alienati, ma una sobria e scientifica conclusione che possiamo tirare dalla congiuntura storica presente.

2) Il trucco c’è

Abbiamo detto che il termine democrazia è inscindibile dalla decisione politica sovrana. In questo modo (ed è ovviamente una scelta) respingo la tesi per cui la democrazia è semplicemente un metodo “neutrale” rispetto ai valori etico-politici per prendere decisioni a maggioranza. Se accettiamo questa definizione, diventa “democratica” la decisione di consentire a maggioranza alla propria messa in schiavitù, alla rinuncia della propria sovranità nazionale, via via fino al taglio delle teste, al rogo delle vedove ed al genocidio degli stranieri. A mio avviso, tutti i tentativi di definire la democrazia in termini di metodo neutro che prescinde dai contenuti vanno incontro a contraddizioni insanabili. La democrazia deve essere per forza “protetta” da una cintura di sicurezza etico-politica che storicamente ha sempre assunto due forme variamente interconnesse: una cintura di sicurezza religiosa e una cintura di sicurezza filosofica (ispirata in generale ad una interpretazione “veritativa”, e quindi non relativistica, del diritto naturale). Il cosiddetto “diritto costituzionale”, visto da un punto di vista filosofico, è per l’appunto questa cintura di sicurezza consapevolmente sottratta al puro gioco delle contingenti maggioranze e minoranze. Chi identifica la democrazia con il cosiddetto relativismo filosofico dei valori (Hans Kelsen, Richard Rorty, eccetera) non sa letteralmente che cosa dice, perché quanto dice è storicamente controfattuale.

La democrazia implica dunque effettività reale della decisione politica democratica sovrana. Se non c’è sovranità, dunque, non c’è democrazia, ma solo un gioco di simulazione e di legittimazione, e nient’altro.
Oggi la sovranità della decisione democratica non c’è. E non c’è per due ragioni. Elenchiamole separatamente, anche se in realtà fanno tutt’uno.

La prima ragione è il dominio dei mercati e del capitale finanziario transnazionale (o multinazionale) Qualunque decisione prendano i popoli o i partiti che si presentano alle elezioni (non importa se di centro, sinistra e destra, la cui differenza c’è, ma solo nei due parametri minori della simbologia sportiva e della torchiatura differenziata fra ceti sociali interni) viene svuotata automaticamente da entità metafisiche (direbbe Marx, “sensibilmente soprasensibili”) come i mercati finanziari, le agenzie di rating, eccetera. Questo dà luogo ad una situazione di vera e propria “post-democrazia” (cfr. C. Crouch, Post-democrazia, Laterza, Bari-Roma 2004).

In seconda ragione è il dominio imperiale americano, la cui rete di basi militari sparse per il mondo comporta un ricatto atomico permanente, che svuota di fatto ogni sovranità nazionale. Senza sovranità militare non c’è infatti sovranità nazionale. Il pacifismo generico e salmodiante ha come ragion d’essere storica proprio il non far capire questa elementare verità (cfr. C.Preve, L’ideocrazia imperiale americana, Editrice Settimo Sigillo, Roma 2004).

3) Il trucco c’è e si vede

La cosa curiosa di questo doppio trucco (svuotamento economico-finanziario, svuotamento imperiale-militare) è che questo trucco è sotto gli occhi di tutti. E’ sotto gli occhi di tutti che la gente è invitata a tifare a intervalli regolari per Schröeder contro la Merkel, Prodi contro Berlusconi, eccetera, ma che poi a urne chiuse le regole vengono dettate dai mercati finanziari, il cui comandamento unificato è: proseguire nella finanziarizzazione del capitale, smantellare lo stato sociale, incrementare la flessibilità e la precarietà del lavoro, eccetera. Nello stesso tempo, si viene talvolta vagamente a sapere che le truppe americane stoccano armi chimiche a Sigonella o ad Aviano (a sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale!), ma questo non fa neppure parte oggi del dibattito politico che il circo mediatico manipolato devia verso il tema epocale se Previti abbia o no rubato (la mia risposta: è chiaro come il cristallo che ha rubato, ma non potrebbe importarmi di meno). Bisogna allora passare al quarto punto.
4) Non gliene frega niente a nessuno. E’ questo il solo punto teorico veramente problematico ed interessante. Che non ci sia democrazia intesa come esercizio di una decisione politica sovrana, che il trucco ci sia, e che si veda come alla luce del giorno, è infatti talmente evidente da non essere neppure molto interessante. Il solo vero problema teorico è quello di sapere perché non gliene frega niente a (quasi) nessuno.

2. Il problema delle radici storiche e sociologiche dello svuotamento consensuale passivo della democrazia

Spero che a questo punto sia chiaro al lettore quale sia il centro della questione. Il centro della questione non sta nello “smascheramento”, nello spiegare cioè perché la democrazia è stata svuotata da due elementi ad essa esterni, la dittatura del mercato (sostenuta dalla complementare dittatura del clero mediatico, l’unico vero e proprio clero rimasto) e la dittatura imperiale americana. Ci sono a disposizione nelle biblioteche centinaia di ottimi libri “smascheratori”, per cui resta davvero poco da aggiungere. Il solo problema teorico interessante sta allora nello spiegare le radici materiali dell’indifferenza generalizzata verso questo duplice svuotamento. Se non si chiariscono  spregiudicatamente queste radici materiali è del tutto impossibile ripartire veramente. In questo paragrafo cercherò di elencare due probabili ragioni di questa indifferenza generalizzata di massa, che utilizzando il linguaggio di Altan definirò come “non gliene frega niente a nessuno”.

In primo luogo, ha probabilmente ragione Gianfranco La Grassa, che nei suoi due ultimi ottimi libri ha chiarito come la forma storica normale in cui avvengono le lotte decisive fra le classi non è mai lo scontro diretto fra le classi fondamentali dei dominanti e dei dominati (padroni di schiavi e schiavi, feudatari e servi della gleba, borghesia e proletariato, capitalisti e operai, eccetera), ma è quasi sempre lo scontro fra settori delle classi dominanti con interessi strategici divergenti. Solo quando quest’ultimo tipo di scontro si apre, si apre anche un “varco provvisorio”, una brevissima “finestra di opportunità storica” anche per le classi dominate. A mio avviso, La Grassa ha perfettamente ragione, ed appunto per questo quanto dice è completamente ignorato (o frainteso, il che di fatto è lo stesso) da un popolo ideologizzato di sinistra che cent’anni di marxismo (marxismo = positivismo per poveracci) ha abituato a credere che sia sempre in presenza di un vero scontro storico diretto fra dominanti (borghesi) e dominati (proletari). Questo popolo ideologizzato non vuole che gli si dica la verità, ma vuole continuare ad essere tossicodipendente dalla droga dell’illusione edificante. Se si riflette anche solo un poco, si capirà il perché dello svuotamento della democrazia e del perché questo avviene oggi in piena e generalizzata indifferenza.

I dominanti, infatti, per il momento sono ancora uniti nell’essenziale, e per questa ragione non si sono ancora aperti varchi per un eventuale intervento strategico dei dominati. Certo, so bene che vi sono molti conflitti economici fra USA, Europa e Giappone, e non li illustro in dettaglio dandone scontata la conoscenza. Ma questi conflitti economici non sono ancora purtroppo diventati veri conflitti geopolitici (cfr. C. Preve, Filosofia e geopolitica, Edizioni All’insegna del veltro, Parma 2005). Non essendo ancora diventati conflitti geopolitici l’unità della classe mondiale dei dominanti si fa ancora politicamente e geopoliticamente sulla base del comune consenso alla subordinazione all’impero militare e culturale americano. Non si vede ancora purtroppo un vero e proprio potere di coalizione Parigi-Berlino-Mosca-Pechino (o altre diverse coalizioni). Dicendo  purtroppo segnalo che le due grandi rivoluzioni socialiste novecentesche (Russia 1917 e Cina 1949) sono entrambe avvenute grazie a fenomeni primari di conflitti destabilizzatori fra dominanti, in cui si sono inserite volontà politiche organizzate di dominati e non certo solo fenomeni movimentistici destinati regolarmente sempre a rifluire dopo una promettente primavera. In breve, fino a che non si apriranno veri conflitti fra dominanti (e ce ne accorgeremo non solo in base ad irrilevanti processioni di salmodiatori ma in base a fatti reali, come l’espulsione delle basi militari americane dall’Europa o la messa in atto di veri patti militari strategici tipo Russia-Cina, Cina-India, Russia-Iran, eccetera) bisogna solo aspettare, come direbbe Edoardo De Filippo, che passi la nottata e venga il mattino. So che tutto questo è odioso all’attivismo da formichine del militante ideologizzato tipo, ma non so che cosa farci. Se volete che conti balle, lo farò. Se invece volete che dica quello che penso, ebbene, questo è quello che penso.

In secondo luogo, e qui ritorno al già citato in precedenza Colin Crouch, la democrazia novecentesca (cfr. Eric Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano 1995) è stata sempre una democrazia organizzata di sindacati e partiti che esercitavano una sovranità reale, sia pure parziale, sul rapporto fra economia e politica. Ma questa sovranità si esercitava sulla base della sovranità nazionale. La decadenza di questa sovranità nazionale dovuta al sempre maggiore dominio di istituzioni sovranazionali ha portato allo svuotamento non tanto della democrazia in generale, ma di quel particolare tipo di democrazia novecentesca nata sotto la costellazione del compromesso sociale caratterizzato dal nesso fra produzione di massa fordista, integrazione consumistica di massa resa possibile proprio da questo tipo di produzione di massa, ed infine messa in atto di sistemi sociali di stato del benessere con i suoi due parametri fondamentali (sanità e pensioni). La fine di questo periodo storico (la cosiddetta rivoluzione neoliberista, il cui carattere rivoluzionario non muta anche se la si chiama più correttamente “controrivoluzione”) ha comportato uno sbriciolamento individualistico della società  che trasforma i cittadini associati in consumatori individualizzati. In questo nuovo scenario atomizzato è assolutamente normale che anche se il trucco c’è, e si vede, non gliene freghi più niente a nessuno. E non gliene frega più niente a nessuno perché nessuno pensa veramente più di poter cambiare le cose con un voto a liste elettorali formalmente rivali ma unificate da una comune sottomissione allo  Standard and Poor’s o alle classifiche del Financial Times. Restano ovviamente “nicchie” di militanti testimoniali o di friggitori di salsicciotti in feste di partito, ma si tratta di nicchie simili a quelle formate da amatori di auto d’epoca, pedofili informatici, studiosi di sanscrito, parlatori di esperanto, praticanti sport estremi ed osservatori degli UFO.
Mi limito per ora a segnalare questi due tipi di spiegazioni. Varrà invece la pena dedicare un paragrafo apposito ad una modalità ancora più importante di crisi della democrazia, la crisi della democrazia come prevalenza del demos.

3. La crisi della democrazia come prevalenza del demos

Quando la situazione ci sembra bloccata e senza uscita, la migliore cosa da fare è cambiare radicalmente ottica ed approccio. Questo non vale solo per le cose cosiddette “concrete”, ma anche per i più ardui problemi storici, filosofici e politologici. Se infatti non c’è più democrazia, e sostanzialmente non gliene frega niente a nessuno, se non a piccole minoranze testimoniali di nicchia, allora è inutile lamentarsi, smascherare, denunciare, richiamare i riottosi individualisti al senso civico, deprecare la plebe irredimibile che si occupa solo dei propri interessi materiali immediati, eccetera. Tutto questo non serve proprio a niente. E’ bene introdurre una nuova ipotesi, ed è esattamente quello che farò in questo paragrafo.
Il modo formalistico–istituzionale alla Giovanni Sartori ed alla Norberto Bobbio di concepire la democrazia deve essere abbandonato. Questo modo separa preventivamente economia e politica, funzionamento oligarchico dei mercati e tecniche elettorali, ed in questo modo, lo si noti bene, non c’è possibilità di evitare la conclusione che negli USA di George Bush c’è la democrazia mentre nella Cuba di Fidel Castro invece non c’è. E’ buffo che si pensi di poter opporsi ad un nemico accettando la sua visione del mondo filtrata nel modo apparentemente neutrale ed asettico di organizzare le categorie teoriche. In questo approccio, Blair è democratico mentre il venezuelano Chavez non lo è, perché è vero che Chavez rispetta il multipartitismo, ma è anche vero che il suo potere è parzialmente carismatico, ed il carisma diretto del leader è considerato populistico e sospetto al pensiero occidentale politicamente corretto, non importa se di destra o di sinistra (ed infatti il pensiero politico politicamente corretto di sinistra in Venezuela è contro Chavez, e fra l’alta finanza oligarchica ed il populismo carismatico preferisce la prima).

Ora, io non nascondo al lettore di preferire mille volte Fidel Castro a Bush e Chavez ai suoi oppositori oligarchici. Sono sicuro che sia così anche per la stragrande maggioranza dei lettori di questa rivista, che so però essere lettori di “nicchia”. Tutto questo però vale meno di zero se non si mettono in luce le ragioni di questa preferenza. Per quanto mi riguarda, queste ragioni non stanno certamente nella stucchevole dicotomia archeologica fra democrazia borghese e proletaria, dicotomia che (su questo punto il buon Norberto Bobbio non aveva tutti i torti) manifesta solo l’incurabile incapacità del pensiero marxista di maturare una sua propria teoria politica “performativa” (capace cioè di successo al di là del momento iniziale di mobilitazione messianica, la cui durata di vita è come quella dei cani e dei gatti, e non come quella delle tartarughe). Per questo, è bene recuperare il significato originale greco di democrazia.

Questo significato è stato precisato in modo insuperabile da Aristotele, per cui democrazia significa prevalenza del demos (prevalenza, non semplicemente potere istituzionale), ed il demos era formato dalla maggioranza dei cittadini, e questa maggioranza era anche la maggioranza dei più poveri, o quanto meno dei più svantaggiati rispetto al potere del denaro. Vista sotto questa ottica, la politica democratica era un correttivo rispetto al potere del denaro. Dove domina il denaro domina un sistema politico che correttamente i greci (infinitamente più intelligenti e meno ipocriti dei marpioni universitari e mediatici di oggi) chiamavano oligarchia, non democrazia. La democrazia non è dunque una particolare forma di governo e di stato, ma è semplicemente lo stato di prevalenza del demos, in cui il demos tramite la correzione politica democratica corregge appunto la sproporzione di potere data dal possesso di denaro.
Questa definizione di democrazia come prevalenza del demos è ignorata da tutte le bande accademiche politicamente corrette di oggi, e pour cause. E’ bene però segnalare, per chi volesse approfondire la questione, che essa è stata ripresa recentemente da Arthur Rosemberg (cfr. A. Rosemberg, Democrazia e socialismo, De Donato, Bari 1971) ed anche da Luciano Canfora (cfr. L. Canfora, La democrazia. Storia e ideologia, Laterza, Bari-Roma 2004). Se proprio il lettore volesse un trittico, a fianco di Rosemberg e di Canfora segnalerei anche Domenico Losurdo, Controstoria del liberalismo, Laterza, Bari-Roma 2005 in cui si “smontano” molti miti che sono ancora oggi moneta corrente presso la tribù del politicamente corretto dei semicolti occidentali in fregola di esportazione armata dei diritti umani nel mondo tenebroso degli stati-canaglia e dell’asse del male.

Il fatto è che il demos, per essere demos, deve essere politicamente organizzabile. La riduzione del demos ad atomi individuali portatori di vaghe opinioni politiche significa appunto la sua neutralizzazione politica. Certo, i greci hanno previsto molto, ma non potevano prevedere che un popolo organizzato politicamente potesse un giorno votare in massa per il monopolio del potere da assegnare ad oligarchie del denaro. La conclusione di tutto questo discorso è la seguente: la democrazia può vivere oggi solo come decisione politica sovrana (ed essa non lo è in presenza di mercati finanziari e di basi militari imperiali nel suo territorio - nessun ateniese avrebbe mai pensato di poter esercitare la democrazia con basi militari spartane o persiane sull’Acropoli), esercitata da un demos politicamente organizzato.

Lasciamo dunque le esercitazioni politologiche alla tribù dei formalisti. La politologia è la scienza dei nullatenenti. Oggi bisogna avere il coraggio di nuotare contro corrente, e di dire apertamente che la democrazia è la prevalenza del demos: i punti alti della democrazia nel mondo sono oggi, a mio avviso, la Cuba di Fidel Castro, il Venezuela di Chavez, e l’Iran di Ahmadinejad, non certo la banda di collaborazionisti americani tipo Blair e D’Alema. Detto questo, però, sarebbe stupido, o meglio idiota, o ancor meglio criminale, non far tesoro delle implacabili lezioni del novecento. E queste lezioni si compendiano tutte in un punto, che sintetizzerò così: la democrazia intesa come prevalenza del demos non è stabile, e dimostra di non poter mai diventare tale, se non riesce a garantire stabilmente (e quindi anche giuridicamente) la libertà di opinione e di espressione pubblica, individuale e collettiva, a tutti i cittadini nessuno escluso.
E come ha detto a suo tempo Rosa Luxemburg in modo geniale e definitivo, la libertà è sempre libertà di chi la pensa diversamente. Affrontiamo allora il problema spregiudicatamente.

4. Democrazia come prevalenza del demos e libertà di espressione per tutti coloro che la pensano diversamente

Nella tragicomica ondata di pentitismo scatenata dalla miserabile generazione intellettuale sessantottina (1968) domina da quasi un trentennio una generalizzata demonizzazione ed una ripetuta esecrazione della rivoluzione in quanto tale. I miserabili devono esorcizzare i loro fantasmi di quando uccidevano i poliziotti ed elaborare il lutto della loro superficiale gioventù. Per questa ragione sentono il bisogno di spingere il loro odio verso la rivoluzione fino al 1789 francese ed al 1917 russo. Il mio punto di vista è esattamente opposto: le rivoluzioni ogni tanto sono necessarie, in nome del profondissimo principio filosofico per cui quando ci vogliono ci vogliono. Nel 1789 ci voleva la rivoluzione francese, nel 1917 ci voleva la rivoluzione russa, nel 1959 ci voleva la rivoluzione cubana. Il lettore sa perfettamente che potrei portare a questo punto mille pagine di dotte motivazioni storiografiche, ma non lo faccio per due ragioni: non ne ho nessuna voglia ed inoltre lo spazio di questa rivista non me lo consentirebbe.

Tutto questo per dire che sono un amico (non incondizionato) delle rivoluzioni, e con chi mi dice seriosamente che ogni progetto utopico di cambiare il mondo degenera infallibilmente in totalitarismo politico cambio immediatamente discorso passando a Simenon, Agatha Christie e soprattutto Del Piero. In quanto amico delle rivoluzioni trovo anche normale (forse deprecabile, ma normale) che per qualche anno dopo la riconquista della democrazia gli ateniesi non lascino libertà di espressione pubblica ai fautori degli spartani, che per qualche anno dopo il 1789 i francesi non lascino libertà di espressione pubblica ai realisti borbonici, e che infine per qualche anno dopo il 1917 i russi non lascino libertà di espressione pubblica ai seguaci degli zar. L’ho appena detto: forse deprecabile, ma normale. Una normale “sospensione”, dovuta ad uno stato di conclamata ed evidente emergenza.

Se però l’emergenza diventa normalità allora c’è una patologia in atto, che in termini gramsciani potremo definire un deficit di egemonia. Questo deficit di egemonia ha caratterizzato l’intera storia del comunismo storico novecentesco recentemente defunto (1917-1991). E’ evidente che un sistema egemone avrebbe consentito la formazione pubblica del Partito del Feudalesimo Russo Eterno, del Partito Polacco per il Capitalismo Occidentale Totale, del Partito Cinese per la Restaurazione Manciù, per il Codino Obbligatorio e per i Piedi Piccoli Erotici per le Donne confucianamente Obbedienti. Un simile sistema egemone avrebbe consentito ogni tipo di riviste e di gazzette letterarie, la Rivista della Libertà, il Giornale del Proletario Privato, il Quotidiano Individualista, così come i capitalisti sono riusciti di norma a permettere legalmente la Voce Operaia, Lotta Continua, Potere Operaio, Servire il Popolo ed i bollettini CARC. Questa strutturale  incapacità di mettere in atto una democrazia degna di questo nome (democrazia = prevalenza degli interessi del demos + principio di maggioranza + garanzia giuridica della libertà di opinione e di dissenso) può essere spiegata in molti modi, di cui qui per brevità mi limiterò a tre.

Prima spiegazione: l’accerchiamento capitalistico ed imperialistico, l’azione della Gestapo prima e della CIA poi, l’emergenza geopolitica permanente. Si tratta di pretesti penosi. Se infatti il capitalismo può permettersi di tollerare giuridicamente il dissenso verso di esso (ad esempio, questa rivistina su cui scrivo, di nicchia quanto si vuole) mentre il socialismo non può farlo, cade il principio marxista per cui esso sarebbe un sistema sociale di tipo storicamente “superiore”.

Seconda spiegazione: il malvagio monopolio del potere sequestrato dalla burocrazia, questa escrescenza parassitaria dovuta al debole sviluppo delle forze produttive ed alla scarsità di beni e servizi che ne consegue, cosicché non si ha un vero socialismo, ma uno stato operaio burocraticamente degenerato (con varianti). Si tratta, come è noto, del paradigma trotzkista. Il lettore che mi segue sa che l’ho sempre trovato penoso. Questo paradigma si basa su di un presupposto metafisico non dimostrato, e cioè il demos, organizzato in consigli di democrazia diretta, potrebbe esercitare direttamente l’autogoverno politico e l’autogestione economica. Dal momento che questa capacità astrattamente attribuitagli in nome di una metafisica operaistica ottocentesca si è dimostrata una pittoresca ed inesorabile incapacità storica, a questa incapacità si è dato il nome di “burocrazia”. Nello stesso modo, si è dato il nome di “diavolo” all’incapacità di far prevalere stabilmente nell’uomo i buoni istinti sui cattivi.

Terza spiegazione: se l’avarizia (intesa come attaccamento al denaro, non come la spilorceria) è il principale difetto dei ricchi, l’invidia è il principale difetto dei poveri. Se allora la prevalenza del demos non riesce a lasciarsi alle spalle il doppio nesso fra avarizia ed invidia, ne conseguirà che in qualsiasi momento (Cina 1978, URSS 1991) la restaurazione oligarchica capitalistica sarà sempre in agguato. Mi si dirà che questa spiegazione è troppo psicologica, e quindi non “strutturale”. Errore. Si tratta di una spiegazione strutturale. La privazione della libertà di opinione, che il marxista sciocco ed economicista riterrà probabilmente sovrastrutturale, è invece pienamente strutturale. Se infatti la cosiddetta “struttura” consiste nella dinamica dialettica fra la crescita delle forze produttive sociali e la natura classista o meno dei rapporti sociali di produzione, allora il fatto che questa dinamica dialettica avvenga in regime di libertà d’espressione o viceversa in regime di repressione statale di quest’ultima fa parte della struttura, non della sovrastruttura.
Ripetiamolo ancora, perché mi rendo conto che questo è scandaloso per le orecchie a sventola del marxista medio: la libertà di opinione e di espressione politica, filosofica, religiosa, letteraria ed artistica fa parte della struttura di una società, non della sovrastruttura. Spieghiamoci meglio nel prossimo paragrafo.

5. Una rivoluzione copernicana nella teoria marxista

Il più importante problema teorico che possa seriamente discutere la comunità degli studiosi marxisti oggi sta nel decidere se il marxismo stesso possa mutare di paradigma scientifico (Kuhn), il che comporta ovviamente una rivoluzione scientifica di paradigma, sulla propria stessa base assestata nell’ultimo secolo (oppure attraverso un ritorno radicale a Karl Marx “saltando” tutto quanto è venuto dopo), oppure al contrario se questo sia ormai impossibile, e ci voglia qualcosa di molto più radicale, e cioè una teoria dell’analisi e dell’emancipazione sociale completamente nuova, di cui la tradizione marxista non sarà che una componente.

Lascio aperto questo dilemma, che non è l’oggetto di questo mio intervento, e voglio insistere solo su di un punto cruciale. A mio avviso, se si vuole in qualche modo mantenere il dualismo fra struttura e sovrastrutture di un modo di produzione capitalistico in particolare, allora propongo che la libertà e la democrazia (più esattamente la libertà di creazione artistica, letteraria e filosofica, ed in più la libertà di opinione e di organizzazione politica giuridicamente garantita, e la democrazia intesa come somma di tre elementi, principio di maggioranza, garanzia per le minoranze e perseguimento sostanziale del bene politico) vengano in qualche modo inserite nella struttura.

Il mettere alla base della struttura lo sviluppo delle forze produttive porta, come è noto, all’economicismo e al tecnologismo (che sono fratelli gemelli, al punto che si potrebbe parlare esattamente di Tecno-economia o di Econo-tecnica). Non mi soffermo su questo punto, perché un serio bilancio dell’ultimo secolo parla da solo.

Ma anche il mettere alla base della struttura il solo rapporto sociale di produzione classistico non è corretto (fu questa la via dell’althusserismo ed in generale del maoismo occidentale ed europeo). Esso porta ad una sorta di iper-rivoluzionarismo attivistico, di sociologismo mistico (la classe operaia deve dirigere tutto e da essa possiamo aspettarci tutto il meglio possibile, eccetera), e quindi di nichilismo. Più in generale il nichilismo in ambiente marxista può assumere due aspetti assolutamente complementari ed in solidarietà antitetico-polare: il nichilismo di destra (economicismo produttivistico) ed il nichilismo di sinistra (sociologismo classistico).

La società deve essere invece considerata in modo olistico come un “intero” (ed è del resto ciò che sostiene correttamente il miglior pensiero ecologista ed ambientalista). In quanto “intero”, non è per nulla sovrastrutturale il fatto che la riproduzione conflittuale dei rapporti sociali avvenga garantendo stabilmente ai membri della società stessa sia il metodo (democratico) sia i presupposti antropologici di questo metodo stesso (la libertà di creazione e di espressione).

Nessuno sceglie il periodo storico in cui vivere, ma in esso siamo “gettati” (come dice correttamente Heidegger) dall’incontro casuale dei nostri genitori. A me è successo di frequentare per decenni veri e propri idioti che mi hanno riempito la testa con l’idea che la libertà di creazione e di espressione è qualcosa che non interessa ai lavoratori ed ai proletari (a cui interessano evidentemente solo gli indici di produzione del carbone, del petrolio e dell’acciaio), ma riguarda soltanto i piccolo-borghesi anarcoidi ed incapaci di disciplina. Quando il quotidiano “Lotta Continua” aprì un dibattito sui dissidenti sovietici di metà degli anni settanta ricordo che la stragrande maggioranza delle animalesche risposte sosteneva la seguente tesi: i burocratici sovietici hanno espulso Solzenitsin, ma i proletari lo avrebbero fucilato. Se qualcuno volesse toccare con mano che cosa significa incapacità di egemonia, vada nelle emeroteche e si fotocopi questo dibattito. Non stupisce allora che per nascondere il fatto di aver avallato queste indegne porcherie i responsabili di questo avallo si siano riciclati in ammiratori di Bush ed in “bombardatori umanitari”.

6. Conclusioni

In conclusione credo di poter riassumere le mie tesi di fondo in due soli punti, il primo critico-negativo ed il secondo “positivo”.

1) Primo punto. Chi oggi parla di democrazia in atto, di democrazia sia pur fragile, minacciata o imperfetta, eccetera, o è un ingenuo in buonafede o è un mentitore in mala fede. A volte i confini fra i due gruppi sono labili e le posizioni si mescolano. L’ingenuo in buona fede diventa talvolta un mentitore in malafede, pur non avendo all’inizio questa intenzione, perché rifiutando di prendere in considerazione la realtà, e decidendo appunto di “non sapere”, scivola inavvertitamente dalla prima alla seconda posizione. Una volta che lo scivolamento è avvenuto, esso diventa purtroppo un avversario, mentre prima era un legittimo interlocutore.

Ho riassunto prima le due ragioni di fondo per cui la decisione democratica è oggi resa impossibile. Essa è espropriata e svuotata da una doppia mancanza di sovranità, la sovranità economica (il dominio anonimo dei mercati transnazionali) e la sovranità militare (le basi americane potentemente armate a sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale).
In queste condizioni la pretesa di “esportare” la democrazia (eretta a primo dei cosiddetti “diritti umani”) diventa veramente paradossale. Si esporterebbe infatti non la democrazia, ma appunto la non-democrazia (che nella dizione di Crouch, che ritengo insufficiente, diventerebbe più pudicamente una post-democrazia). Ora, l’esportazione virtuale ed ideologica della non-democrazia fatta passare per democrazia, il che appunto non è, segnala l’enigma ideologico principale del nostro tempo, la crescente sostituzione della realtà virtuale alla realtà reale. Senza l’attività quotidiana della saturazione mediatica tutto questo non sarebbe tecnicamente possibile. Non è comunque un caso che la filosofia accademica segua il suo committente come un cagnolino segue il suo padrone, sostenendo con pomposi ragionamenti che la verità non esiste, il bene politico è una chimera utopica indimostrabile, e tutto è relativo. Questa sofistica ultracapitalistica (in cui Wittgenstein riscrive in inglese le tesi a suo tempo scritte in greco antico da Gorgia) si basa su di un segreto di Pulcinella: in un mondo in cui tutto è in relazione con un unico “assoluto”, il valore d’uso della merce ed il suo potere d’acquisto differenziato, gli intellettuali di regime diranno che tutto è relativo. Il solo “assoluto” che essi ammettono è allora l’insieme di “diritti umani” che consentono l’esportazione armata e coattiva del loro doppio relativismo (doppio in quanto ad un tempo merceologico e filosofico).
Abbasso la loro democrazia! Nessuna concessione alla loro retorica democratica! Solidarietà piena a che resiste ad essa!

2) Secondo punto. Partendo dallo “smascheramento della menzogna dell’esportazione della democrazia attraverso embarghi e bombardamenti molti superficiali sono arrivati alla frettolosa ed errata conclusione per cui la “libertà” e la “democrazia”, essendo orpelli ideologici di copertura dei dominanti, per ciò stesso non siano valori che possano ambire legittimamente all’universalità. Nella mia concezione, l’universalità non è un dato a priori (se lo pensassi, sarei un pensatore religioso, il che è comunque meglio di essere un cosiddetto laico relativista), ma è un processo storico di universalizzazione mondiale che può avvenire solo attraverso un dialogo sistematico fra culture, senza alcun presupposto di superiorità esplicito o implicito (ed è infatti quasi sempre ipocritamente implicito).
Sostenendo che la libertà di creazione e di espressione, insieme con il metodo democratico, fanno parte della struttura e non della sovrastruttura, dico esattamente la stessa cosa di quelli che dicono che esse sono dei valori universali. Certo, so benissimo che a volte nella storia esse possono essere “sospese”, e che di per sé non garantiscono il bene politico. Socrate fu condannato a morte per tradimento e Gesù di Nazareth fu condannato a morte per terrorismo, laddove in realtà, studiando e ristudiando i loro processi (ma questo non può essere l’oggetto di questo mio intervento) si arriva facilmente alla conclusione che entrambi erano innocenti, che Socrate era un patriota ateniese che voleva essere il moscone fastidioso del nobile cavallo della polis degli ateniesi, e che Gesù era un pacifista messianico che intendeva proclamare un “anno di misericordia del signore” (traduzione: remissione dei debiti e quindi liberazione di tutti gli schiavi per debiti).

Nessuna persona filosoficamente educata può sostenere che di per sé il principio di maggioranza porta alla verità filosofica o al bene politico. E’ chiaro che così non è. Ma da questo fatto evidente non bisogna affrettarsi a tirare delle conseguenze anti-democratiche, come ad esempio il Platone della Repubblica. La democrazia è infatti un processo di educazione progressiva attraverso la pratica dialogica di un homo democraticus, sulla base del presupposto che una pratica dialogica ben condotta può giungere a convincere tutti (o quasi tutti) della soluzione migliore. Soluzione migliore che a sua volta presuppone la generalizzazione di un punto di vista solidale-comunitario e non egoistico-individualistico fra gli uomini.

La democrazia si basa quindi su di una scommessa, in un senso molto più vicino al possibilismo di Pascal che al determinismo meccanicistico del marxismo ortodosso. L’idea di poter costruire non democraticamente una nuova umanità comunista è stata praticata nel novecento da Stalin, ed è fallita. A proposito di Stalin, io condivido nell’essenziale l’idea di Canfora per cui Stalin ha impersonato una forma di prevalenza del demos, e quindi non condivido l’interpretazione trotzkista del dominio di una oligarchia burocratica che corrispondeva ad Est al dominio dell’oligarchia capitalistica normale ad Ovest. Ma questo non cambia di un grammo le cose. Prevalenza del demos o meno, la mancanza di libertà e di democrazia soffoca strutturalmente lo sviluppo sociale.


Posso allora terminare qui. La libertà è libertà di creazione (filosofica, artistica e letteraria) e libertà di espressione (politica e religiosa). Ma la libertà non è nulla senza un sistema giuridico che la garantisca ed impedisca gli abusi giudiziari. La democrazia è allora un insieme di tre elementi inscindibili, il principio di maggioranza, la garanzia per le minoranze ed il perseguimento del bene politico. Le due sole categorie di persone con cui non desidero più confrontarmi sono queste: coloro che dicono che tutto è relativo, e non esiste un bene politico, e coloro che affermano che la libertà è un lusso per borghesi e piccolo-borghesi.

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