martedì 28 luglio 2015

SYRIZA: SCISSIONE A SETTEMBRE? di Checchino Antonini*

[ 28 luglio ]

Ieri, 27 luglio, si è svolta ad Atene una riunione di massa della Piattaforma di Sinistra, l'ala no-euro di SYRIZA (vedi foto). Erano presenti anche rappresentanti di ANTARSYA e M.AR.S, le organizzazioni con le quali abbiamo organizzato il Forum No-euro No-Ue di fine giugno ad Atene.
Qui sotto il resoconto della grande assemblea.
Più sotto ancora un articolo di Ettore Livini sulla situazione di pre-scissione in SYRIZA.


Centinaia di militanti e dirigenti all’assemblea della Piattaforma di sinistra, l’opposizione a Tsipras interna a Syriza. In ballo il destino del partito

Il caldo soffocante che avvolgeva anche Atene non ha impedito che ieri sera ci fossero duemila persone, almeno, in un campo di basket per l’assemblea aperta della Piattaforma di Sinistra, l’opposizione interna a Syriza, il partito di governo in Grecia. L’occasione è stata fornita dal quinto anniversario del sito dell’area, Iskra, ma in parallelo la segreteria politica di Syriza forzava le tappe verso il congresso del partito in nome del regolamento di conti con chi non ha voluto condividere le scelte di Tsipras. 

Se Tsipras, da premier e presidente del partito, giurava in quella sede di voler salvaguardare l’unità del partito, la neo-portavoce del governo greco Olga Gerovasili aveva già dichiarato quattro giorni prima che una spaccatura potrebbe invece verificarsi nelle prossime elezioni generali date le opinioni radicalmente differenti da quelle del premier espresse da decine di suoi deputati. Per questo la road map di Tsipras, per il «ritorno alla normalità» è piuttosto serrata: congresso entro l’estate, probabilmente a settembre dopo la conclusione dell’accordo, ed elezioni in autunno, senza dissidenti in lista. Se ci sarà prima un comitato centrale del partito, inoltre, non sarà sulle questioni politiche del giorno.

Il punto sembra essere proprio il futuro della coalizione di sinistra radicale che sembrava poter essere un modello da interpretare in altri pezzi del sud Europa e che oggi sembra proprio sull’orlo del collasso. La «polarizzazione» interna è fortissima e gli attacchi contro la sinistra si moltiplicano. «Sotto i colpi di una crisi proteiforme, una riconfigurazione della “sinistra radicale” si annuncia o è già iniziata. La manifestazione convocata da Adedy questo mercoledì sera rischia di non essere massiccia. E il «clima poliziesco» potrebbe fare da eco alla canicola», fa sapere John Milios, docente di economia ed ex responsabile economico di Syriza.

Infatti, ieri sera c’erano anche esponenti di Antarsya, l’altra coalizione della sinistra estrema, a chiedere con urgenza nuovi rapporti tra i settori della sinistra. Ma ieri sera i nomi di spicco erano quelli di Manolis Glizos, partigiano, figura leggendaria della lotta al nazismo e di Panayiotis Lafazanis, ex ministro dell’Energia e dell’ambiente, ora a capo di chi vuole continuare la campagna per l’OXI, la lotta al memorandum e la resistenza al terrorismo mediatico che continua nonostante le poderose concessioni alla Troika operate dal governo. Il Financial Times, ad esempio, ha “rivelato” il piano B di Lafazaniz discusso in un albergo, l’Oscar Hotel di Atene, lo scorso 14 luglio: sequestro delle riserve valutarie della zecca di Stato, circa 22 miliardi di euro, commissariamento della Banca Centrale con conseguente arresto del governatore se Yannis Stournaras si fosse opposto.

Lafazanis ha ribadito le critiche all’impostazione patriottica di Tsipras, la cancellazione della vittoria del no al referendum, il rifiuto dell’unità nazionale con quei partiti che hanno trascinato la Grecia nel vortice della crisi. Gli attacchi personali di Tsipras ai dissidenti non sembrano rivelare la cura dell’unità del partito che il premier, nella segreteria, stava giurando di voler perseguire. In realtà i rapporti di forza tra i favorevoli alla linea Tsipras sono esattamente ribaltati nei gruppi parlamentari, filo Tsipras, e nel comitato centrale di Syriza, decisamente per l’OXI. Così com’è opposta la lettura della fase che, per le correnti di sinistra, è segnata da un mandato popolare a rompere con le compatibilità dell’eurozona sancito dal No del 5 luglio. La prospettiva dovrebbe essere quella di un programma di transizione, con la fine della subordinazione nazionale al neoliberismo. Ecco alcuni punti del programma di alternativa su cui punta la Piattaforma nella battaglia interna ed esterna a Syriza: nazionalizzazione e socializzazione delle banche, il controllo pubblico delle imprese strategiche, delle risorse energetiche e delle infrastrutture, la trasparenza dei media da sottrarre all’oligarchia, il blocco delle privatizzazioni e dei progetti in questa direzione su porti, aeroporti regionali e linee ferroviarie su cui puntano interessi cinesi, russi e tedeschi. Il punto è quello di una redistribuzione della ricchezza verso il basso provando a colpire i capitali in nero, le ricchezze esportate in banche estere e uscendo dall’euro come trampolino per la produzione primaria e il turismo, con una strategia di sostituzione delle importazioni.

* Fonte: POPOFF

Le informazioni che riporta d'appresso Ettore Livini sullo scontro interno a SYRIZA ci risultano corrette e attendibili. Tsipras aspetta che sia formalmente siglata l'intesa con la troika, prima di sancire la scissione con la sinistra interna no-euro guidata da Panagiotis Lafazanis (nella foto). A quel punto metterebbe fine al suo governo-zombi per andare ad elezioni anticipate.

«L'ala radicale di Syriza scopre le carte e presenta il suo piano per uscire dall'euro. "Voglio aprire il dibattito sul ritorno a una nostra valuta nazionale, un tabù per il nostro partito", ha detto Panagiotis Lafazanis, leader della Piattaforma di sinistra, formazione che rappresenta circa il 30% del Comitato centrale presentando il suo progetto ai militanti. «Dobbiamo nazionalizzare le banche, varare una riforma fiscale per redistribuire più equamente la ricchezza, cancellare buona parte del nostro debito, restaurare la democrazia in Grecia e garantire la trasparenza dell'informazione. Poi si potrebbe dare l'addio alla moneta unica. Nella prima fase è ovvio che ci sarebbero delle difficoltà per il paese ma grazie alle politiche progressiste l'economia tornerebbe rapidamente a tirare».

La formalizzazione del progetto è un guanto di sfida diretto ad Alexis Tsipras, destinato con ogni probabilità a infiammare il dibattito interno a Syriza e a rendere più concreta l'ipotesi di una scissione. Una notizia che arriva mentre il Paese cerca di tornare alla normalità, con la Bce che avrebbe dato l'ok alla riapertura delle Borsa di Atene, chiusa da fine giugno, ma senza indicare ancora scadenze precise. 


Proprio ieri [27 luglio, Ndr] il premier, intervenendo a un comitato ristretto della sua formazione, aveva annunciato l'apertura di un ampio confronto per capire come procedere dopo le divisioni delle scorse settimane, culminate con il voto contrario al nuovo memorandum di quasi 40 dei 149 deputati di Syriza in Parlamento. Il presidente del Consiglio vorrebbe rinviare il redde rationem dopo la firma del compromesso con i creditori (da raggiungere entro il 20 agosto, quando ci saranno da rimborsare 3,5 miliardi alla Bce). Ma è improbabile, viste le tensioni di queste ore, che riesca a procastinare troppo. Anche perché appare sempre più realistico che Atene possa andare alle urne in autunno per le elezioni anticipate, visti gli scricchiolii del partito di maggioranza relativa e le difficoltà dell'inedita intesa trasversale di unità nazionale che ha approvato i primi due pacchetti di riforme chieste dai creditori.

I nodi del resto stanno già arrivando al pettine. I rappresentanti di Bce, Ue e Fmi hanno iniziato gli incontri sotto il Partenone per mettere a punto l'intesa che consentirà di sbloccare 83 miliardi di aiuti alla Grecia. Risolti i problemi logistici, ora si tratta di affrontare quelli sostanziali. Il primo è la possibilità che Bruxelles chieda al governo di approvare prima del 20 agosto un altro piano di interventi: sul tavolo c'è la definizione degli interventi sulle baby pensioni e il taglio agli incentivi fiscali agli agricoltori. Tsipras aveva cancellato questi provvedimenti dall'ultimo blocco approvato in aula proprio per evitare divisioni ulteriori. Un portavoce della Ue ha però ventilato l'ipotesi che si debba votarli entro metà agosto, come ulteriore gesto di buona volontà. Un pressing che rischia di far saltare i fragilissimi equilibri raggiunti in Parlamento, rendendo ancora più in salita il cammino del premier!.


* Fonte: R.it del 28 luglio

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OLTRE L'EURO: PER UN'ALLEANZA DI FRONTI NAZIONALI DI LIBERAZIONE di Stefano Fassina


[ 28 luglio ]

Varoufakis (non senza dissociarsene) ha ospitato l'altro ieri nel suo blog un importante contributo di Stefano Fassina nel quale si sostiene la necessità dello smantellamento concordato dell'eurozona. 

Fassina tra le altre cose afferma:

«Nella gabbia liberista dell’euro, la sinistra, intesa come forza impegnata per la dignità e la soggettività politica del lavoro e per la cittadinanza sociale come veicolo di democrazia effettiva, perde senso e funzione storica. È morta. La marginalità o la connivenza dei partiti della famiglia socialista europea sono manifeste. Continuare a invocare gli “Stati Uniti d’Europa” o la “riscrittura pro-labour” dei Trattati è un esercizio astratto, vettore di autoreferenzialità e di allontanamento dal popolo».

«Sulla bruciante vicenda greca, partiamo dai contenuti dello “Statement” dell’Eurosummit del 12 Luglio scorso, prima di fare valutazioni politiche. È impossibile nasconderne l’insostenibilità economica e di finanza pubblica. Le misure imposte sono brutalmente recessive, oltre che regressive sul piano sociale, nonostante gli aggiustamenti conquistati dalla delegazione greca a Bruxelles. Gli interventi di compensazione macroeconomica sostanzialmente inesistenti. I finanziamenti previsti per il terzo salvataggio sono dedicati alla ricapitalizzazione delle banche e al pagamento dei debiti verso la Bce, FMI e i creditori privati. Nulla va alla spesa in conto capitale. Mentre la credibilità della Commissione europea a aiutare il governo greco a mobilitare in 3-5 anni fino a 35 miliardi di euro per investimenti va pesata in relazione all’incapacità di reperire le risorse minime per il “Piano Juncker”. Infine, la promessa di valutare la sostenibilità del debito pubblico apre una prospettiva comunque priva di ricadute reali fino al 2023, termine del “grace period” concesso dagli Stati europei sui rispettivi crediti.
Quali lezioni trarre dalla parabola greca? Alexis Tsipras, Syriza e il popolo greco hanno il merito storico, innegabile, di aver strappato il velo della retorica europeista e della oggettività tecnica steso a coprire le dinamiche nell’eurozona. Ora si vede la politica di potenza e il conflitto sociale tra aristocrazia finanziaria e classi medie: la Germania, incapace di egemonia, domina l’eurozona e porta avanti un ordine economico funzionale al suo interesse nazionale e agli interessi della grande finanza.
In tale contesto, i punti da affrontare sono due. Il primo: il mercantilismo liberista dettato e imperniato su Berlino è insostenibile. La svalutazione del lavoro, in alternativa alla svalutazione della moneta nazionale, come unica strada per aggiustamenti “reali” determina cronica insufficienza di domanda aggregata, elevata e persistente disoccupazione, deflazione e rigonfiamento dei debiti pubblici. In tale quadro, l’euro esige, oltre i confini dello Stato-nazione dominante, lo svuotamento della democrazia e la politica come amministrazione per conto terzi e intrattenimento.
Tale quadro è reversibile? Ecco il secondo punto. È difficile rispondere “sì”. Purtroppo, le necessarie correzioni di rotta per rendere sostenibile l’euro appaiono impraticabili per ragioni culturali, storiche e politiche. Le opinioni pubbliche nazionali hanno posizioni contrapposte, allontanate ancor di più dall’agenda imposta dopo il 2008. Le posizioni prevalenti nel popolo tedesco sono un fatto. In Germania, come ovunque, i principi democratici rilevano nell’unica dimensione politica rilevante: lo Stato nazione.
Dai primi due punti di analisi deriva una agra verità: nella gabbia liberista dell’euro, la sinistra, intesa come forza impegnata per la dignità e la soggettività politica del lavoro e per la cittadinanza sociale come veicolo di democrazia effettiva, perde senso e funzione storica. È morta. La marginalità o la connivenza dei partiti della famiglia socialista europea sono manifeste. Continuare a invocare gli “Stati Uniti d’Europa” o la “riscrittura pro-labour” dei Trattati è un esercizio astratto, vettore di autoreferenzialità e di allontanamento dal popolo.
Che fare? Siamo a un bivio storico. Da una parte, la strada della continuità vincolata all’euro, ossia della rassegnazione alla fine delle democrazia delle classi medie oppure dell’illusione di “svoltebuone”: un equilibrio precario di sottooccupazione e di rabbia sociale, minacciato da rischi elevatissimi di rottura. Dall’altra, il superamento concordato, senza atti unilaterali, della moneta unica e del connesso assetto istituzionale, innanzitutto per il recupero dell’accountability democratica della politica monetaria: un percorso impervio, incerto, dalle conseguenze dolorose almeno nel periodo iniziale.
La scelta è drammatica. La strada della continuità è opzione esplicita dei Partiti della Nazione o delle “grandi” coalizioni a guida conservatrice. La strada della discontinuità può essere l’unica per tentare di costruire una forza politica in grado di rianimare la Costituzione della “Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. La sconfitta subita dal Governo Tsipras e da noi a suo sostegno dovrebbe cancellare l’illusione dell’inversione di rotta lungo la strada della continuità. Va preso atto che l’euro è stato un errore di prospettiva politica. La Germania l’ha capito e, ancora consapevole della sua storia, indica una via d’uscita: l’unica strada realistica per evitare una rottura caotica dell’eurozona e derive nazionalistiche incontrollabili (già preoccupanti verso e dai tedeschi) è il superamento concordato della moneta unica, esemplificato nella proposta di “Grexit assistita” scritta dal Ministro Schäuble e avallata dalla Cancelliera Merkel: non l’abbandono della Grecia a se stessa, ma “un’uscita accompagnata da ristrutturazione del debito (impossibile a Trattati vigenti), assistenza tecnica, finanziaria e umanitaria”.
Per salvare l’Europa, rivitalizzare le democrazie delle classi medie e invertire il trend di svalutazione del lavoro dobbiamo costruire un fronte ampio a partire dalle forze progressiste della “periferia” mediterranea dell’eurozona per il superamento concordato della moneta unica. Il tempo a disposizione è sempre più breve».
* Fonte: Stefano Fassina

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lunedì 27 luglio 2015

USCIRE DALL'EURO COME? (2) Note sul seminario teorico di Castiglione del Lago: le obiezioni di Screpanti e Cesaratto alle tesi della me-mmt

[27 luglio ]

Premessa

Nella prima parte di questo resoconto sul Seminario svoltosi a Castiglione del Lago (Pg) il 18 luglio scorso abbiamo sottolineato che uno degli argomenti avanzati dagli amici del Me-Mmt è che una volta riconquistata la sovranità monetaria i depositi bancari (non solo quindi i modesti risparmi dei cittadini) non dovrebbero essere convertiti in nuove lire, ma lasciati in euro. 


In questa seconda parte riassumeremo le obiezioni di Ernesto Screpanti e Sergio Cesaratto, anzituto alla tesi degli amici della me-Mmt secondo cui sarebbe meglio lasciare depositi e risparmi in euro. E molto sinteticamente affronteremo la questione della bilancia dei pagamenti e dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza ( employer of last resort).

Per dare un’idea di cosa stiamo parlando si consideri che i depositi (i risparmi e le somme di denaro che i cittadini affidano a banche ed agli istituti di credito tra cui le Poste) degli italiani ammontano (dati dicembre 2014) a ben 1.708,6 miliardi di euro, con un aumento del +12,95% in sette anni. [Dati Abi: Il Sole 24 Ore del 16/12/2014]. Una cifra che supera il Pil del Paese ed è uno degli aspetti di quella che Marx chiamava tendenza alla tesaurizzazione e che Keynes definiva preferenza per la liquidità.
Si tenga poi conto che i depositi sono solo una delle voci della ricchezza finanziaria posseduta dai cittadini. Sommando le diverse forme di questa ricchezza finanziaria abbiamo infatti che gli italiani detengono più del doppio del Pil, ovvero ben 3.848 miliardi di ricchezza finanziaria [dati Bankitalia, in: Il Sole 24 Ore del 25/3/2015] che diventano 9.614 miliardi di euro includendo gli immobili.




Si capisce, anche solo date le sue dimensioni, che la questione di come trattare la ricchezza finanziaria dei cittadini (in particolare quella in forma di depositi e risparmi), se è una questione cruciale in sé, lo diventa a maggior ragione per un governo popolare che si trovi a decidere di uscire dall’eurozona e voglia rilanciare l’economia del Paese puntando a risolvere il problema dei problemi: la disoccupazione di massa —ciò che implica, secondo chi scrive, non solo spesa in deficit da parte dello Stato ma anche una politica proattiva per mobilitare la ricchezza tesaurizzata in vista di un grande piano del lavoro e quindi di investimenti —ciò che chiama ovviamente in causa anche la gestione del sistema bancario, ma di questo si parlerà nella terza parte di questo resoconto.


Abbiamo infine, con massima sintesi, riportato le diverse opinioni per quanto concerne la relazione tra politica monetaria espansiva e bilancia dei pagamenti, e l'idea dello Stato come datore di lavoro di ultima istanza.

(Moreno Pasquinelli)



SCREPANTI: «USCITA DALL'EURO: GRADUALE E' PEGGIO»

Ernesto Screpanti ha fatto notare che le preoccupazioni degli amici della Me-Mmt – innescare un processo di uscita dall’Eurozona che sia più graduale possibile e con una svalutazione controllata – sono eccessive.

Al contrario, per minimizzare gli effetti di inasprimento della crisi, la fuoriuscita dovrebbe essere improvvisa e più breve possibile. Inoltre il tasso di cambio è bene che si deprezzi molto e rapidamente. Peraltro, il tasso di cambio è determinato dai mercati internazionali più che dalle decisioni dei cittadini di convertire i depositi in Euro in conti denominati nella nuova moneta.

Infine, per la legge di Gresham – moneta cattiva scaccia moneta buona – il regime a doppia moneta sarà molto instabile e porterà a una rapida scomparsa degli Euro dalla circolazione. Tanto vale quindi passare subito a un regime con una sola nuova moneta.

L'OBIEZIONE DI CESARATTO 

Sergio Cesaratto, da parte sua, ha svolto all’idea di non ridenominare i depositi in nuova lira, un'obiezione, ancor più radicale.

Una banca può creare e detenere depositi in euro solo se la sua banca centrale è nell’euro-sistema, solo se cioè può ricorrere alle operazioni di rifinanziamento della banca centrale, fa parte del relativo sistema dei pagamenti (Target 2) ecc.

En passanti, Cesaratto ha precisato che “naturalmente, se consentito dalle autorità, una banca polacca può aprire un deposito in euro a un polacco che depositi euro guadagnati in Germania. Quello che la banca polacca non può fare è concedere un credito in euro attraverso la creazione di un deposito in euro”.

Per Cesaratto quella degli amici MMT è dunque una strana visione dell’uscita dall’euro poiché la banca centrale emetterebbe una nuova moneta, ma allo stesso tempo resterebbe ancora nell’eurosistema. Delle due l’una —a meno che ricadano nella doppia moneta di Grazzini e company, sia esso del tipo del CCF (Certificati di Credito Fiscale) o IOU (I owe you") . Ma lì, ha aggiunto Cesaratto. sarebbe un’altra storia e relative critiche.


LA QUESTIONE DELLA BILANCIA DEI PAGAMENTI

Per la Me-Mmt, come ha spiegato Filippo Abbate, il deficit delle partite correnti —che può insorgere a causa della svalutazione della moneta di un Paese la cui economia dipende molto dalle importazioni— non costituisce un serio ostacolo allo sviluppo di una politica monetaria espansiva orientata alla piena occupazione. Mario Volpi ha poi segnalato che per la Me-Mmt il deficit delle partite correnti «... non è una forma di indebitamento estero; quando cittadini ed imprese importano non stanno prendendo i soldi in prestito dal resto del mondo ma più probabilmente dal settore bancario interno».

Al contrario Cesaratto, accennando ai suoi dibattiti con Randall Wray, ha sottolineato che solo i paesi che emettono moneta di riserva (gli Usa in primis) possono entro limiti più o meno ampi trascurare il vincolo della bilancia dei pagamenti. 
All’obiezione fatta dagli amici della Me-Mmt e che Regno Unito, Australia e Nuova Zelanda ( e non solo questi) hanno bilance dei pagamenti in disavanzo e che ciò non rappresenta un dramma, Cesaratto ha segnalato che si tratta di paesi con una affidabilità creditizia molto forte, Australia e Nuova Zelanda hanno patrimoni di risorse naturali. Nel caso del UK, Cesaratto ha ricordato poi che per Keynes e Nicholas Kaldor il vincolo della bilancia dei pagamenti inglese era un tormento. 

LO STATO COME DATORE DI LAVORO DI ULTIMA ISTANZA

Com'è noto per la Me-Mmt, uno Stato a moneta sovrana dovrebbe dare la massima priorità ala debellamento della disoccupazione, ciò con i cosiddetti "programmi di lavoro garantito", lavori di pubblica utilità da remunerare con salari dignitosi, il tutto anche allo scopo di sostenere la domanda interna, e quindi rilanciare il ciclo economico.

Ernesto Screpanti ha osservato che:

«Il modello di politica economica che mira alla piena occupazione attivando lavori socialmente utili con salario minimo determinato politicamente può funzionare, in un paese che non emette moneta di riserva internazionale, solo se si assume un cambio flessibile. Ciò implica però che il salario reale diventa una variabile dipendente, determinata dai mercati internazionali. Può benissimo accadere che il salario compatibile con l’equilibrio dei conti esteri sia più basso di quello determinato dal governo nazionale».
Screpanti ha infine sottolineato, riprendendo la metafora di Cesaratto, che una seria politica keynesiana di piena occupazione basata sulla domanda interna, non è in effetti possibile in paesi ad economia aperta, ciò tranne paesi di enormi dimensioni, quali gli usa o la Cina.

Circa lo Stato come employer of last resort Cesaratto ha affermato: 
«Siamo d’accordo che attraverso politiche fiscali accompagnate da una politica monetaria accomodante e nei limiti consentiti dal vincolo estero, lo Stato può creare occupazione, direttamente o indirettamente.
Gli MMT ritengono tuttavia che per non disturbare gli interessi dei capitalisti che desiderano un elevato tasso di disoccupazione per disciplinare i lavoratori, lo Stato dovrebbe occupare i disoccupati direttamente a un salario che non scoraggi i lavoratori ad accettarne uno nel settore privato laddove se ne presenti l’occasione. Lo Stato dovrebbe dunque impiegare i disoccupati a una salario inferiore a quello minimo.
In pratica per tanti motivi (incluso che se i disoccupati sono molti e il vincolo estero è stringente questo vincola la politica espansiva) questo lo si può perfino accettare. L’unica cosa è che non si racconti che si è trovata la pietra filosofale di far convivere capitalismo e piena occupazione.
Per il resto apprezzo e simpatizzo col lavoro degli MMT».
(continua)



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EUROPA: UNA NUOVA WESTFALIA NON UNA NUOVA VENTOTENE di Sergio Cesaratto

[ 27 luglio ]

Cesaratto, dopo aver nominato le due sinistre, quella del "meno Europa" e quella del "più Europa", conclude in maniera inattesa che, malgrado le due opposte visioni, "può realizzarsi un'unità fra queste due sinistre", un'unità addirittura nella forma di un "nuovo soggetto politico". L'idea ci pare del tutto velleitaria e la ragione è contenuta nella stessa premessa di Cesaratto: la direzione degli Stati uniti d'Europa è opposta a quella di una nuova "Pace di Westaflia". Se con la pace del 1648 si mise fine al Sacro Romano Impero (Heiliges Römisches Reich) o "Primo Reich", una nuova Westaflia non potrà che decretare quella di un'Unione europea che assomiglia tanto ad un "Quarto Reich" tedesco.
Forze che tirano in un'opposta direzione strategica non possono evidentemente stare nello stesso partito, paralizzandosi a vicenda in nome... di un nome, quello della sinistra che fu.
UNA PROVA? Ascoltate quel che dice Cofferati (in fondo all'articolo).


«Gli infelici esiti della vicenda greca hanno reso più evidente l’esistenza di due punti di vista nella sinistra italiana (“sinistra” senza aggettivi poiché il PD non è più un partito di sinistra) che per comodità potete identificare col meno e col più Europa, rispettivamente. 

Il primo fronte ritiene che una prospettiva politica dentro un quadro europeo considerato irriformabile non possa che risolversi, contro ogni buona volontà, in una forma di renzismo se non peggio. 
Dall’altro fronte si ribatte tacitando di infantilismo e avventurismo ogni prospettiva di rottura con quel quadro. Sgombrando il campo dalle goffe coperture di una tragica débâcle, per cui l’aggravamento dei destini greci diventa un frivolo “pericolo recessivo” mentre la Troika si sarebbe addirittura “spaccata”, come sostenuto da un esponente del “più Europa” su il manifesto, domandiamoci se v’è spazio per una ragionevole comprensione fra le parti?

Intanto gli esponenti del primo fronte hanno per primi messo in evidenza le difficoltà geopolitiche di una Grexit tanto più che, almeno a sentire Tsipras, il governo greco non avrebbe trovato sponde finanziarie e incoraggiamento politico né da Russia né dalla Cina. Quindi nessun facile processo a Tsipras. Semmai colpisce una certa credulità della maggioranza di Syriza nell’andare alle trattative con l’Europa pensando che davvero quest’ultima potesse cambiare. Questo è il vero tema del contendere. 

La storia ha certamente i suoi tempi, e così la consapevolezza politica. E’ molto probabile che non solo nei drammatici giorni a cavallo fra fine giugno e inizio luglio, ma sin dall’inizio Syriza non avesse alternative alla carta della trattativa. Se il sacrificio non è servito al popolo greco, destinato a una manovra atroce su un corpo mutilato (altro che “pericolo recessivo”!), esso è almeno servito a disvelare il vero volto dell’Europa di entità sovra-nazionale e ordo-liberista, dominata dagli interessi mercantilisti del paese più potente. Il primo fronte ne conclude che quel quadro vada rotto. 

Il secondo replica che non v’è alternativa a battersi con perseveranza per modificarlo, ma senza romperlo. Il primo fronte ribatte che in quel quadro l’unica politica possibile è quella che decidono gli altri. E la direzione scelta dalla Germania è quella di un’Europa ancora più invasiva e autoritaria.

Una convergenza fra i due fronti v’è naturalmente nel tratteggiare quale potrebbe essere un’Europa diversa pur nel quadro dato. Senza cadere in voli pindarici che anche c’è toccato leggere sempre su il manifesto –—“Europe dei popoli”, le “economia solidali” e “nuove Ventotene” — gli scorsi anni hanno visto una sequela di proposte per una Europa più keynesiana, inclusi innumerevoli Piani Marshall

Il primo fronte mantiene tuttavia uno scetticismo circa l’efficacia di tali piani a ripianare i disastri dell’euro, in particolare la mezzogiornificazione della periferia. Ma, soprattutto, ritiene che gli interessi mercantilisti della Germania siano incompatibili con il ruolo di traino che il mercato intero di quel paese dovrebbe svolgere. Al contempo denuncia come difficilmente i paesi più ricchi vorrebbero contribuire al cospicuo bilancio federale, necessario a ripianare gli squilibri. In definitiva ritiene che un completamento dell’Europa monetaria con una più piena Europa politica e redistributiva pecchi di velleitarismo. L’unica Europa possibile sarebbe la presente, costruita scientemente allo scopo di privare le classi lavoratrici nazionali dell’interlocuzione col proprio Stato sovrano, dopo che anche il capitale si fa evanescente con le delocalizzazioni. Dunque fondamentalmente autoritaria.

Ma se il primo fronte considera velleitaria “l’altra Europa”, il secondo fronte restituisce pan per focaccia circa il famoso Piano B. A ben vedere, tuttavia, le questioni poste dal primo fronte sono più profonde di un più o meno meticoloso Piano B. Se e quando l’euro entrerà in crisi non sarà per l’agitazione di un dettagliato Piano B, bensì quando verranno a mancare le condizioni politiche per la sua sopravvivenza. Quando ciò accadrà, certamente ci sarà vita anche dopo, e sarà interesse internazionale di trovare nuovi equilibri –·una nuova Vestfalia che restituisca la sovranità democratica agli Stati in un quadro di cooperazione, più che una nuova Ventotene.

E’ naturalmente compito importante delineare degli scenari alternativi per l’Europa, che tengano anche conto degli effetti geopolitici, dato che gli USA hanno precise preferenze geostrategiche mentre il nodo tedesco, il vero cancro europeo, sarà ancora lì. Ma accanto al necessario lavoro di approfondimento degli scenari, mi sembra ora urgente trarre beneficio dalle incrinature che la vicenda greca ha apportato alla costruzione europea, per accelerarne la crisi politica e impedirne la possibile degenerazione in forme ancor più autoritarie. 

Su questo presupposto può nascere un nuovo soggetto politico capace di suggerire alle nuove generazioni un terreno di lotta in cui tradurre in politica il dramma esistenziale del proprio futuro.

Un’unità fra le due sinistre può dunque realizzarsi nell’obiettivo di una crisi di quest’Europa e delle sue derive autoritarie attraverso una vasta opposizione sociale. Poi ciascuno avrà in tasca un esito possibile, tenendo a mente con onestà intellettuale che la storia potrà dimostrare che è l’altra opzione quella con più filo da tessere, e che comunque può per certi versi essere utile agitarle entrambe (o si cambia o si rompe)».


PROVATE VOI A FARE UN PARTITO CON CERTI EUROPEISTI...



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domenica 26 luglio 2015

Perché Sel e Prc difendono tanto Tsipras? di Aldo Giannuli

[ 26 luglio ]

Scrive Giannuli: «Un ceto politico di cialtroncelli, che non sanno nulla e non pensano nulla, ma hanno solo il problema di vivere della rendita di qualche incarico istituzionale».
Sel, Rifondazione e l’area dei loro militanti più fedeli hanno ingaggiato una battaglia furibonda per difendere Tsipras, anche più di quanto non facciamo i recenti fuoriusciti del Pd, che osservano una linea più sobria. Gli argomenti sono più o meno questi, variamente declinati e mescolati…

-non c’era altro da fare (ma allora perché sbrodolarsela per 5 mesi e non chiudere subito, prima di svuotare le banche?)

-l’accordo finale è migliore del precedente (Ah si?! E in cosa?)

-così la Grecia ha ottenuto la riduzione del debito (veramente non l’ha ancora ottenuta, non sappiamo se lo sarà, in che misura ed a che costo)

-chi ha perso la faccia è la Merkel (si ma solo perché ad uscirne bene è Schauble)

-Tsipras ci ha insegnato cosa significa lottare (veramente ci ha insegnato come prenderle di santa ragione, dopo una manfrina di cinque mesi)

-A criticare Tsipras sono solo i trotskijsti, anarchici, ml e falsi comunisti (quindi anche 40 deputati, 
la maggioranza del Comitato centrale di Siryza e Vanoufakis sono trotzkijsti, anarchici ecc?). Potremmo proseguire ma mi pare che basti.

Ma perché la Brigata Kalimera si imbarca in una impresa così disperata e perdente? Anche perché un elettore potrebbe chiedersi: “Ma se anche tu, in circostanze analoghe, faresti la stessa politica di austerity, anche solo perché costretto, perché mai dovrei votarti? Mi tengo il Pd”.

Io distinguerei fra i gruppi dirigenti ed i militanti. Per quanto riguarda i secondi il discorso è presto fatto: l’eredità del comunismo da caserma, per cui il gruppo dirigente va sempre difeso, con fede e senza riguardo per la ragione. La critica per loro è un’oziosa perdita di tempo, loro “credono”, non ragionano e sfidano impavidi il ridicolo. E poi ci sono le ragioni sentimentali: a questi militanti della sinistra, romanticamente, piace perdere, li fa sentire migliori, sfortunati ma migliori. Loro vogliono perdere ed è giusto accontentarli. E’ bene che questa sinistra perda sempre e chiudiamola qui.

Più complesso è il caso dei gruppi dirigenti, che sono di assoluto cinismo ed ai quali di Tsipras e del popolo greco non potrebbe interessare di meno. Però, loro hanno fatto un investimento di immagine: solo 14 mesi fa erano presenti alle elezioni come “lista Tsipras”  e con quel “brand” sono riusciti a superare per il rotto della cuffia lo sbarramento del 4%. Poi la cosa, come era prevedibile e previsto, si è sfasciata due giorni dopo, fra accordi non rispettati, seggi contesi e slealtà varie, però questo non toglie che, per ragioni di marketing, non si può criticare quello che è stato il marchio di impresa. Anche perché, solo qualche giorno prima in occasione del referendum, l’icona di santo Alexis era stata innalzata più luminosa che mai, senza far caso alle ambiguità e giravolte dei giorni precedenti, che facevano presagire che uso si sarebbe fatto della vittoria del no.

In secondo luogo, il soggetto “nuovo” che sta per nascere sotto l’egida di Sel, al di là dei roboanti proclami anti renziani, già pensa di entrare nella lista del Pd, come imposto dall’Italicum (o di coalizzarsi con il Pd se dovesse tornare il premio di coalizione) e non possono presentarsi con trascorsi da estremisti che non danno affidamento.

Perché, questo è il cuore della questione, loro farebbero ancora una volta come hanno fatto con il Governo Prodi, piegandosi a votare le cose più indecenti come le missioni militari all’estero sotto comando militare americano, espellendo chi non era d’accordo. Fu così che raggiunsero l’obiettivo di perdere 3 elettori su 4 e restare fuori del Parlamento. Una sconfitta presto rimossa ed a cui non ha fatto seguito alcuna riflessione critica. Per cui è evidente che oggi farebbero la stessa cosa di Tsipras, perché non hanno gli strumenti culturali per immaginare nulla di diverso.

Questo ci porta ad un altro aspetto drammatico della questione: i gruppi dirigenti della Brigata Kalimera non capiscono assolutamente nulla di economia monetaria e, più in generale, di economia. Secondo un suo autorevole esponente il cambio 1 a 1 fra marco orientale e marco occidentale, fu un atto di generosità di Khol. Peccato che, con l’arrivo dell’Euro, poi quell’atto di generosità si sia spalmato su tutti gli altri paesi, per cui la Germania si è pagata la riunificazione – evitando l’equivalente di una “questione meridionale” -  con il contributo del resto d’Europa. Khol è stato generoso, ma con i soldi degli altri.

Secondo un altro illustre esponente della summentovata Brigata, “bisogna emettere liquidità evitando l’inflazione”. Si può provare con una novena alla Madonna di Lourdes. Per un dirigente ancora più autorevole, la Bce dovrebbe essere “prestatore di ultima istanza”, esattamente come lo era lo Stato nei confronti delle banche e dei soggetti di diritto privato in difficoltà. Peccato che questa volta siano gli stati ad aver bisogno di quel prestatore che è un soggetto di diritto privato. L’autorevole personaggio, che mette nelle mani di Francoforte le speranze di una Europa federale, evidentemente ignora come è fatto il board della Bce e come sono fatti  i board delle banche nazionali che lo compongono.

Non chiedetemi i nomi: sono quasi tutti miei amici personali ed, allora, diciamo il peccato e non il peccatore. E il peccato grosso è che questi signori non leggono un accidenti, non sanno niente e non gli importa nulla di sapere qualcosa. Il loro “pensiero” politico si forma fra un articolo di Repubblica, una chiacchierata nella terrazza romana della signora Fulvia, un incontro alla bouvette di Montecitorio con un giornalista “bene informato” e, quando va bene, qualche veloce consultazione di Wikipedia. Mai la lettura di un libro, un seminario di studio, un convegno. Da tempo immemorabile non compare una rivista teorica, non si fa una iniziativa di formazione, non si discute un documento politico di respiro, non si verifica un dibattito di qualche dignità. Il risultato è un ceto politico di cialtroncelli, che non sanno nulla e non pensano nulla, ma hanno solo il problema di vivere della rendita di qualche incarico istituzionale. E non sarebbe meglio che una cosa del genere sparisse definitivamente?

Prevengo una obiezione che già immagino mi verrà fatta: “Ma allora i 5stelle sono più bravi? Perché non dici niente di loro?” E, infatti, sono convinto che il M5s stia procedendo troppo lentamente nel processo di maturazione e stia facendo sciocchezze come la proposta del reddito di cittadinanza (solenne fesseria, peraltro condivisa da Sel, da Landini e, suppongo, anche da Rifondazione). Anche questo è il frutto di questo modo impressionistico e facilone di far politica e sono convinto che se il M5s non si dà una mossa, iniziando a fare più sul serio, non ha un grande futuro davanti a se. Non si può vivere sempre di rendita delle brutture che fanno i governi in carica.

Come vedete, niente sconti a nessuno.


* Fonte: aldogiannuli.it

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DOPO LA RESA DI SYRIZA: DICHIARAZIONE INTERNAZIONALE

[ 26 luglio ]

Il Coordinamento europeo delle delle forze popolari, democratiche e di sinistra per l'uscita dall'euro e dall'Unione europea mosse i suoi primi passi al Forum di Assisi dell'agosto 2014. Un importante momento di passaggio è stata la riunione di Roma del gennaio 2015. Il Coordinamento ha trovato un momento di rafforzamento e di espansione in occasione del Forum di Atene svoltosi dal 26 al 28 giugno. [nella foto]
Qui sotto la Dichiarazione approvata dal Coordinamento il 24 luglio scorso.


«Dichiarazione del Forum Internazionale antiEU delle forze popolari, democratiche e di sinistra

- L'Unione europea ha mostrato il suo vero volto
- Occorre il risveglio e l'unità del tutte le forze popolari, democratiche e di sinistra contro l'Unione Europea

La tragica capitolazione e il declino del governo greco, che è direttamente collegata alla cosiddetta “sinistra radicale”, deve suscitare un allarme in tutte le forze popolari, democratiche e di sinistra d’Europa.

Un governo che è stato eletto per ribaltare l'austerità ha approvato, dopo 5 mesi di "trattative", le stesse, anzi peggiori misure di austerità-

Un governo che ha promesso di riconsegnare ai greci la loro dignità e la perduta sovranità popolare, ha accettato l'umiliazione finale, come ad esempio il licenziamento del ministro delle Finanze in vista dell'Eurogruppo sul 27/06/2015, e l'umiliazione internazionale del premier al vertice dei paesi della zona euro del 13/07/2015). La parte più umiliante per il popolo greco è stato il ritorno di una versione molto più severa e punitiva delle proposte Juncker, che era stata respinta con il NO nel referendum del 5 luglio, una settimana prima!

Non dobbiamo dimenticare che il governo di SYRIZA-ANEL è stato considerato, degli europei in lotta, come una speranza. Con la capitolazione di Tsipras prevalgono ora sentimenti di pessimismo e frustrazione.

Come è stato affermato nel forum AntiEU ad Atene svoltosi dal 26 al 28 giugno, il governo greco ha mentito ed illuso sulla sua capacità di riguadagnare la sovranità popolare e abolire l'austerità ed i memorandum all'interno dell'UE e in particolare della zona euro.

Questo governo sta ora attuando un memorandum in piena collaborazione con le forze della destra e del neoliberismo (ND, PASOK, Potami) e in conflitto aperto con la sinistra radicale e militante greca. Per non parlare del fatto che così si apre la strada ai fascisti di Alba Dorata che si presentano come la forza principale contro i creditori.

Le forze popolari, democratiche e di sinistra europee non possono più agire come prima. Dobbiamo farla finita con le illusioni e la logica distruttiva di una sinistra che non capisce che la lotta contro l'Unione europea è la lotta più importante per l'emancipazione e il progresso dei popoli d'Europa.

E’ fondamentale in ogni paese rafforzare la lotta contro l'UE. Costruire un fronte delle forze popolari, democratico e di sinistra e un movimento per uscire dalla zona euro come passo decisivo nella lotta per separarsi dall'Unione europea.

Abbiamo bisogno di aumentare le iniziative internazionaliste coordinate, campagne pan-europee contro l'Unione europea e la sua arma antidemocratica e neoliberista per eccellenza, l'euro.

Su queste basi il Forum antiEU Internazionale delle forze popolari, democratiche e di sinistra porterà, nel futuro, le opportune iniziative».

Questa dichiarazione è stata sottoscritta da partiti, organizzazioni e associazioni di: Grecia, Italia, Francia, Spagna, Germania, Austria. Con la solidarietà di compagni di Russia e Ucraina.

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LETTERA A VAROUFAKIS E.... di Giulio Tremonti e Paolo Savona

[ 26 luglio ]

Il 20 luglio scorso fece scalpore la lettera di pieno sostegno a Varoufakis  del puttaniere ed ex-presidente del Fondo monetario Dominique Strauss-Khan. 
Una "strana coppia" è stato subito scritto.
Un'altra "strana coppia" haquindi visto la luce, questa volta tutta italiana. 
Si tratta di Giulio Tremonti e Paolo Savona [nella foto]. I due hanno inviato il 24 luglio, (agli altri due appunto), una "Lettera aperta" che è stata subito pubblicata sul blog di Yanis Varoufakis.* 
Il 4 luglio, alle porte del referendum greco, scrivevamo che «Vinca il NO o vinca il SÌ nulla in Europa resterà come prima». E questo sta accadendo. Anche all'interno degli stessi circoli dominanti va prendendo piede una fronda sempre più critica dell'Unione a trazione tedesca.
In Italia una delle menti più lucide è proprio Paolo Savona. Quale sia la sue idea centrale l'ha ben espressa in un articolo pubblicato il 23 luglio su Il Sole 24 Ore—La lezione americana per evitare l'effetto domino— superare l'attuale assetto frammentato ed intergovernativo dell'Unione europea per passare agli Stati uniti d'Europa. Che è appunto lo stesso concetto espresso in questa lettera e che Varoufakis evidentemente condivide. 

Lettera aperta a Yanis Varoufakis e Dominique Strauss-Khan, di Giulio Tremonti e Paolo Savona - Roma, 24 luglio 2015

Per Yanis Varoufakis e Dominique Strauss-Khan

Caro Yanis, caro Dominique,

C'è un posto sulla terra che rappresenta le vere radice dell'Europa questo è la Grecia. Cominciamo da lì.

Atene, 28 aprile 1955. La conferenza di Albert Camus sul tema "Il futuro dell'Europa". [1]

In questa occasione, i partecipanti convennero che le caratteristiche strutturali della civiltà europea sono essenzialmente due: la dignità della persona; lo spirito critico.

A quel tempo (1955), la dignità umana era il centro di molti dibattiti in Europa.

Nessuno metteva in dubbio, tuttavia, lo "spirito critico" europeo. Non vi erano dubbi che fu la visione cartesiana, razionalista e illuminata, un agente ed un motore del continuo progresso del continente, tanto in termini di dominio tecnico-scientifico che politico, sociale ed economico.

Oggi, più di mezzo secolo dopo, le cose sembrano invertite: la dignità umana è largamente apprezzata in tutta Europa, malgrado sia contestata dai drammatici problemi derivanti dall'immigrazione; è la forza della ragione che in Europa che non costituisce più la base di un crescente progresso.

Perché è così? Cos’è successo?

Non è stata una oscura maledizione scesa sul continente. Non è stato il male che ha seminato i nostri campi con il sale. Allora, cosa è accaduto?

Proprio come i dinosauri morirono perché un asteroide colpì il pianeta, così è accaduto al dinosauro Europa colpito da 4 fenomeni diversi. Ognuno di essi, preso isolatamente, era rivoluzionario, ma presi tutti insieme, uno dopo l'altro, sono stati sufficienti a provocare un'esplosione, una implosione, la paralisi: l'espansione, la globalizzazione, l'euro, la crisi.

E non è tutto. Durante il processo di unione politica, ad un certo punto, abbiamo preso una strada sbagliata. Non siamo riusciti a unire ciò che avrebbe dovuto e poteva essere unito (come la difesa). Siamo stati uniti invece dove non ce n’era affatto bisogno (per esempio, la dimensione delle verdure).

Ecco perché, oggi in Europa, non è di “più unione” che abbiamo bisogno. Quello che ci serve è proporre, discutere e progettare nuovi "trattati confederativi".

Caro Yanis, caro Dominique, siamo d'accordo sul fatto che la vita e la civiltà non possono essere ridotti a meri calcoli sui tassi di interesse; siamo d'accordo che oggi, in Europa, non sono le tecnicalità che hanno bisogno di cambiamento, ma la visione politica. La storia ci insegna che per raggiungere il nostro obiettivo dobbiamo cambiare ciò che sta nella testa delle persone o - per lo meno - ammettere che sono stati commessi errori. Siamo d'accordo che le proteste di piazza sono da evitare, ma noi dobbiamo trovare una nuova strada, lungo la quale tutti noi possiamo camminare, a prescindere dal nostro paese o partito politico di origine.

Paolo Savona, professore emerito di Economia politica

Giulio Tremonti, Senatore della Repubblica Italiana

[1] "L'avenir de la civilisation européenne - Entretien avec Albert Camus", Unione Culturelle greco-Français, Athènes 1956.

* Traduzione a cura della Redazione

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sabato 25 luglio 2015

USCIRE DALL'EURO COME? (1) Note sul seminario teorico di Castiglione del Lago: le tesi della me-mmt

[ 25 luglio]

Introducendo il Seminario “Uscendo dall’euro” svoltosi a Castiglione del Lago il 18 luglio scorso, ho esordito che il dibattito sull’uscita dalla gabbia euro(pea), malgrado l’ostracismo degli economisti del mainstream, è in Italia più “avanzato” che negli altri paesi.

Ciò non vuol dire affatto che tra gli economisti, ed in genere tra coloro che ritengono necessario il ritorno alla sovranità monetaria, ci sia accordo sulla via da seguire, sulle misure economiche immediate 
da adottare nel momento della rottura —valutarie, bancarie, fiscali, di bilancio e commerciali. Né c’è sintonia, quindi, su due questioni di fondo e che a noi paiono invece ineludibili: (1) quale debba essere, passata la tempesta iniziale, l’architettura sistemica nuova che dovrà necessariamente rimpiazzare quella liberista e bancocratica oggi vigente e, (2) quale dovrà essere —una volta disconnessosi dall’euro, e dall’Unione aggiungiamo noi— l'eventuale collocazione economica e geopolitica che il Paese nel “sistema mondo”.

E’ un fatto che questa pluralità di voci e di proposte produce tra gli attivisti del campo sovranista (per molti dei quali l’economia con le sue tecnicalità resta una disciplina di difficile accesso), un doppio effetto, di spiazzamento e quindi si scoraggiamento: “come potremo vincere la battaglia se tra noi abbiamo idee tanto diverse”?

Questo sentimento è comprensibile, le diversità andrebbero superate. Occorre però capire che mentre certe differenze sono superabili (appunto confrontandosi con spirito aperto alle critiche) altre invece non lo sono, e non lo sono perché —al netto della situazione inedita in cui ci troviamo con la moneta unica e date le peculiarità del sistema di capitalismo-casinò— dietro ad esse vi sono diverse e consolidate teorie economiche (non solo monetarie), in certi casi diverse idee di società.

La dico come la penso: il nostro Paese si troverà ad uscire dall’euro prima che gli economisti abbiano siglato un accordo in punto di dottrina. Aprire la via della rottura è infatti una questione squisitamente politica, sarà il gruppo dirigente che si troverà a guidare il processo di liberazione a sciogliere gordianamente i nodi di politica economica e geopolitici su cui oggi ci si accapiglia senza apparentemente venirne a capo.

Ciò non significa che chi guiderà il Paese nel momento del passaggio si muoverà tentoni, o solo empiricamente; significa piuttosto che chi governerà la transizione adotterà certi provvedimenti piuttosto che altri in base: (1) alle urgenza dettate dalla situazione oggettiva, (2) alla difesa degli interessi sociali che riterrà siano da tutelare in prima battuta e (3) all'idea di società di cui vuole gettare le fondamenta.

Ma torniamo al Seminario.

Assieme agli amici della Me-Mmt umbro-toscani l’abbiamo concepito come un contraddittorio. Abbiamo così impostato il seminario: voi della Me-Mmt presentate e spiegate le vostre tesi sull’uscita dall’eurozona, mentre Cesaratto, Screpanti e Mazzei svolgeranno le loro contro-argomentazioni.

Dico subito che secondo me il seminario è stato di grande interesse poiché ha consentito di capire le differenze tra la visione Me-Mmt e gli altri oratori presenti e, grazie a ciò, di sviscerare alcuni decisivi aspetti di politica monetaria, bancarie, commerciale e di bilancio che il ritorno alla sovranità chiama in causa —così come aspetti geopolitici della questione. Nonostante l’insopportabile calure estiva e la complessità dei temi, non solo i presenti hanno seguito con attenzione il confronto, hanno anche rivolto numerose e spesso congrue domande che hanno consentito ai relatori di esporre con maggiore chiarezza i loro punti di vista.

Come sappiamo la chiave di volta della Modern Money Theory è che con la moneta Fiat, per uno Stato sovrano che controlli della banca centrale, non ci sono limiti invalicabili nell’emissione monetaria; in quanto decisivo fattore di stimolo al ciclo economico essa dovrà essere immessa nel mercato fino all’ottenimento della piena occupazione —piena occupazione che, assieme ad un reddito dignitoso per tutti i cittadini, costituiscono appunto, per la MMT, gli scopi supremi della politica economica — ciò che, lato sensu, qualifica la MMT come una versione radicale del keynesismo.

Mario Volpi e Filippo Abbate della MMT hanno scelto tuttavia di non sviluppare questo aspetto basilare della loro teoria monetaria, e bene han fatto, poiché sia per Mazzei, che per Screpanti e Cesaratto —al netto di criticità di teoria monetaria che restano— è vero che uno Stato a moneta sovrana può e deve subordinare le sue politiche economiche e di bilancio all’obbiettivo della piena occupazione, quindi con politiche espansive di spesa in deficit.

Gli amici della MMT hanno preferito concentrarsi su alcuni aspetti, per loro dirimenti, riguardanti la gestione del PROCESSO DI TRANSIZIONE dall’euro alla nuova lira. Tra questi aspetti quello, oltre ai “piani di lavoro garantito” che lo Stato deve attivare con politiche di spesa pubblica in deficit, quello che Volpi e Abbate considerano molto importante è che i depositi bancari (non solo quindi i modesti risparmi dei cittadini) non debbano essere convertiti in nuove lire, ma lasciati in euro.

Questa tesi è stata contestata sia da Cesaratto, che da Screpanti che dal Mazzei. Non si tratta di una questione secondaria, poiché essa tira in ballo appunto le modalità dell’uscita dall’euro. Vedremo quali saranno le obiezioni fondamentali alla tesi degli amici della MMT. Proprio per facilitare la comprensione della disputa anche ad un pubblico non avvezzo a certe tecnicalità, abbiamo chiesto agli amici della MMT di ricapitolare con la massima precisione questa loro proposta.

D’appresso l’esposizione scritta che gli amici Volpi e Abbate, su nostra richiesta, ci hanno gentilmente inviato. Seguirà la seconda parte con le obiezioni di Cesarato, Screpanti e quelle nostre, non solo alla proposta della MMT ma pure ai due amici economisti.

(Moreno Pasquinelli)

Proposta di gestione 
del processo di transizione da euro a nuova lira

«Ipotizziamo che nel giorno X il governo italiano darà vita al processo di uscita dall'euro ed
ipotizziamo che l’euro continuerà ad esistere come valuta di altri Stati europei (tale ipotesi è necessaria poiché, secondo molti analisti, se l’Italia uscisse dall’euro ci sarebbe la deflagrazione dell’intera Eurozona e quindi della moneta unica: se ciò si verificasse verrebbero meno tutte le riflessioni che seguiranno).

L’unico momento in cui il tasso di cambio della Nuova Lira (in seguito NL) sarà fisso è all’inizio del processo; tale cambio sarà di 1 ad 1, quindi 1 euro varrà come 1 NL. Da quel momento in poi il tasso di cambio sarà flessibile e quindi libero di fluttuare. Ciò significa che la BCI potrà comunque intervenire con operazioni di politica monetaria per difendere il valore della NL da eventuali apprezzamenti o deprezzamenti nell’interesse pubblico ma non vincolerà il suo valore a quello di altre valute internazionali attraverso accordi di cambio fisso o semifisso.

Arriva il giorno X:

Lo Stato pagherà stipendi pubblici, commesse pubbliche, pensioni e trasferimenti in NL. Gli stipendi verranno convertiti alla pari e quindi uno stipendio pubblico annuo di 30.000 euro diverrebbe di 30.000 NL.

Lo Stato allo stesso tempo accetterà come valuta per l’estinzione degli obblighi fiscali soltanto le NL (soltanto le NL verranno accettate come mezzo di pagamento per le tasse). Ciò determinerà una crescente domanda di NL anche nel settore privato - dipendenti privati ed imprese chiederanno di essere pagati in NL perché soltanto con queste potranno pagare le tasse. La crescente domanda di NL in una fase in cui questa sarà ancora scarsa nel sistema difenderà il valore della valuta.

Se ricordate, quando abbiamo cambiato valuta ed abbiamo adottato l’euro, cosa è successo al settore privato? non eravamo obbligati a pagare stipendi in euro, avremmo potuto pagarli in altra valuta (dollari, yen); ma avendo ridenominato tutte le tasse in euro, siamo stati di fatto costretti a spendere e riscuotere in euro. Tutta la monetizzazione del paese in NL potrebbe avvenire nella stessa maniera.

Veniamo ai depositi ed ai prestiti. La nostra proposta prevede di:

- Lasciare i depositi bancari esistenti in euro che saranno convertiti soltanto su richiesta del cittadino. Quindi se avete soldi in banca nessuno li denominerà in NL; se avete dei soldi in banca non sarete costretti a convertirli in NL; ma se volete potrete andare presso la banca o altri operatori e farvi cambiare gli euro in NL a prezzi di mercato

- Lasciare i prestiti bancari esistenti in euro che saranno denominati in NL soltanto su richiesta del cittadino – vale lo stesso discorso che abbiamo fatto per i depositi. Ovviamente da oggi i nuovi prestiti erogati dal settore bancario saranno in NL

Nel caso in cui i cittadini richiedano la conversione in NL dei depositi e dei prestiti bancari, il governo obbligherà le banche a soddisfare le richieste dei clienti in tempi brevi, al tasso di cambio vigente, attraverso leggi, regolamenti e controlli.

Quanto maggiori saranno le conversioni spontanee da euro a NL tanto più l'operazione avrà successo ed è importante tener presente quali siano gli incentivi a convertire i depositi esistenti:

- Il fatto che tasse, multe, imposte si possono pagare soltanto in NL renderà necessaria la conversione di almeno parte dei risparmi

- Il fatto che lo Stato spenderà in NL determinerà l’apertura di depositi in NL e ciò incentiverà anche la conversione di parte dei depositi in euro

- il fatto che soltanto i depositi in NL saranno garantiti illimitatamente dalla BCI mentre quelli in euro saranno garantiti nei limiti delle norme di legge vigenti

- il fatto che i depositi in NL saranno più economici di quelli in euro (poichè questi ultimi saranno equiparati a depositi in valuta estera e quindi saranno più costosi) sarà un ulteriore incentivo alla conversione

A nostro parere denominare immediatamente depositi e prestiti in NL non è prudente per almeno 8 motivi che elenchiamo di seguito:

1) La ridenominazione immediata dei depositi in NL incentiverebbe la corsa agli sportelli e le fughe di capitali; i cittadini consapevoli che il governo denominerà i depositi bancari in NL, nel timore che la NL si svaluterà rispetto all’euro, potrebbero ritirare contanti o potrebbero spostare presso banche estere i loro risparmi in euro. Questo comportamento, se effettuato in massa, genererebbe problemi al settore bancario (vedere caso greco). Lasciando la scelta di convertire i propri risparmi al cittadino, si ridurrebbero quantomeno tali comportamenti.

2) La ridenominazione immediata dei depositi in NL incentiverebbe il deprezzamento della NL. Cerchiamo di comprendere un meccanismo importante: se noi in massa vendiamo NL per comprare euro, la NL di deprezzerà e l'euro si apprezzerà. Viceversa, se vendiamo euro per comprare NL quest'ultima si apprezzerà e l'euro si deprezzerà. Supponiamo che il 30% degli italiani preferiscano detenere i propri risparmi in NL e l’altro 70% invece in euro (è solo un' ipotesi ma il ragionamento vale anche cambiando le percentuali). In seguito alla ridenominazione immediata, il 70% che preferisce detenere risparmi in euro potrebbe riconvertire i propri risparmi di nuovo in euro – vendendo NL - generando così il deprezzamento della NL. Se i depositi invece fossero lasciati in euro potrebbe accadere che il 70% (che preferisce detenere i depositi in euro) non porrà in essere alcuna azione mentre il 30% di italiani che vogliono NL - perché devono pagarci le tasse o perché preferiscono detenere depositi nella nuova valuta perché garantita dallo Stato - potrebbero convertire euro in NL sostenendo così il valore della nuova valuta. Tenete inoltre presente che se la NL si apprezza la BCI sarà sempre in grado di contenerne l’ apprezzamento; mentre se la NL si deprezza repentinamente, la BCI potrebbe non essere in grado di contenerne il deprezzamento. Lasciare i depositi in euro sarebbe quindi utile per sostenere il valore della nuova valuta evitando una svalutazione repentina all’inizio del processo e favorendo un deprezzamento graduale e gestibile.

3) Con la ridenominazione immediata dei depositi la NL sarà subito abbondante nel sistema e ciò potrebbe provocare ulteriori pressioni svalutative. Nel caso contrario invece la nuova valuta sarà scarsa e la BCI sarebbe l’unico soggetto ad avere NL da vendere (quantomeno nella fase iniziale); ciò darà alla BCI un certo grado di potere nell’influenzare il tasso di cambio. Sarà soltanto la BCI a disporre di NL e sarà presumibilmente lei a decidere quanti euro ci vogliono per ottenere una unità della nuova valuta, quanto meno inizialmente. Tenete inoltre presente che, oltre alla domanda interna di NL, ci sarà un’ immediata e crescente domanda anche da parte degli operatori finanziari (dealers) che necessitano della nuova valuta per soddisfare le richieste internazionali della stessa (cittadini esteri che vorranno venire in vacanza in Italia, cittadini ed imprese estere che vorranno acquistare merci italiane o che vorranno investire nel nostro paese). La domanda estera si aggiungerà a quella interna e ne sosterrà il valore. In seguito, man mano che l'afflusso derivante dalla domanda di NL diminuisce e le NL aumentano nel sistema in seguito alle conversioni spontanee dei soggetti economici, si potrà verificare un morbido e graduale deprezzamento della NL.

4) Lasciare i depositi in euro permetterebbe alla BCI di accumulare euro man mano che soggetti economici, interni ed esteri, venderanno euro per ottenere NL. La BCI infatti, sarebbe l'unico soggetto economico a poter soddisfare la domanda iniziale di NL potendo così accumulare euro. Gli euro così accumulati potrebbero essere utilizzati dallo Stato per far fronte alle sue passività denominate in euro. Proprio in conseguenza a ciò proponiamo di non ridenominare, quantomeno inizialmente, i TDS esistenti ed attualmente in circolazione. Come detto in precedenza, la forte domanda di NL da parte di soggetti interni ed esteri, non solo ci difenderebbe da una violenta svalutazione iniziale, ma consentirebbe allo Stato di accumulare gli euro necessari a quantomeno ridurre il debito pubblico in euro. Le prime scadenze dei titoli potrebbero essere onorate in tal modo ed in un secondo momento, quando l'afflusso di euro calerà d'intensità, si prenderanno le giuste decisioni nell’interesse pubblico. La denominazione dei depositi in NL al momento dell'uscita dall'euro, non consentirebbe alla BCI di accumulare euro e si perderebbe tale opportunità.

5) Lasciare i depositi in euro permetterebbe una transizione graduale che fornirebbe il tempo necessario per le modifiche degli sportelli automatici e darebbe modo alle NL di entrare nel circuito economico evitando il rischio di penuria di liquidità che invece si potrebbe verificare nel caso in cui, dalla notte al giorno successivo, tutto venisse immediatamente denominato in NL.

6) Con la ridenominazione iniziale dei depositi si presterebbe il fianco ai media che bombarderanno con l'assioma " se usciamo dall’euro la Nuova Lira si svaluterà enormemente"; in effetti le conseguenze di tale scelta daranno ragione ai media nel senso che la denominazione immediata in NL ne provocherà una svalutazione repentina per i motivi argomentati precedentemente.

7) I cittadini, già vessati dalla crisi e dalle politiche di austerità dei precedenti governi, vedrebbero la ridenominazione iniziale dei depositi in NL come l’ennesima coercizione del governo a loro spese; ciò farebbe perdere consenso politico al governo che si appresterà a compiere questo importante processo. Preferiamo non entrare in riflessioni di natura politica ma crediamo che questo aspetto sia di enorme importanza e non debba essere assolutamente sottovalutato.

8) La ridenominazione immediata dei depositi è una scelta NON REVERSIBILE. Una volta fatta non si torna più indietro. Lasciare i depositi in euro, non solo presenta i vantaggi precedentemente esposti, ma mantiene la possibilità per il governo di poterli convertire in un secondo momento.

Secondo la maggior parte degli economisti, lasciare i depositi in euro sarebbe sconveniente o addirittura impossibile. Ci teniamo a precisare che entrambe le opzioni consentirebbero allo Stato di perseguire politiche anticicliche e quindi di espandere i deficit pubblici nell’interesse dei cittadini. Riconosciamo inoltre che la ridenominazione immediata è per alcuni aspetti più semplice mentre lasciare i depositi in euro richiede un costante monitoraggio delle situazioni che si verranno a creare per poter elaborare di volta in volta la scelta migliore. Infine siamo profondamente consapevoli delle criticità che si potrebbero generare perseguendo la soluzione da noi proposta. Tuttavia siamo altrettanto convinti che lasciare depositi in euro sia più pratico, più vantaggioso e meno traumatico per il sistema economico che comunque si troverebbe a vivere un processo decisamente delicato come quello della sostituzione della valuta di Stato ed, in ogni caso, rimarrebbe sempre l’opportunità di ridenominarli in NL se ciò diventasse vantaggioso o necessario.

NB

· Prima dell’inizio del processo di transizione sopra descritto, cioè nel momento in cui il governo neoeletto che è intenzionato ad uscire dall'euro salirà al potere, potrebbe essere necessario introdurre dei limiti ai quantitativi di prelievi mensili in euro onde evitare la situazione che si è venuta a creare in Grecia. Il limite può essere individuato intorno ai 2.000,00 euro al mese per singolo c/c. Sempre nel periodo precedente al processo di transizione, potrebbe essere vantaggioso accompagnare questa limitazione con l'impossibilità da parte dei correntisti di spostare i propri risparmi su c/c esteri.

· Durante la fase di transizione potrebbe essere vantaggioso impedire il prelievo in contanti di euro: il cittadino potrebbe in ogni caso effettuare pagamenti elettronici in euro ma se necessita di contante potrà prelevare soltanto il controvalore (tasso di cambio vigente) in NL.

· Man mano che l'afflusso di euro alla BCI (in seguito alla domanda di NL parte dei soggetti economici interni ed esteri) diminuisce determinando un aumento di NL nel sistema, la nuova valuta inizierebbe a deprezzarsi. Tale deprezzamento consentirebbe ai cittadini di ottenere più NL per lo stesso controvalore in euro. Ciò costituirebbe un ulteriore incentivo per la conversione dei depositi ancora rimasti in euro».

(continua)

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DEMOS E DICTATOR: in risposta a Mimmo Porcaro di Fiorenzo Fraioli

Scrive Mimmo Porcaro: «Il CLN del passato fu convergenza di forze politiche preesistenti; quello del futuro sarà analogo, oppure l’assenza di precedenti (e forti) soggetti politici farà sì che esso si costituisca da subito come partito unitario, pur se inevitabilmente attraversato da correnti? Il problema non è di poco conto, e bisogna pensarci da subito…ma se potessimo già discutere concretamente di questo saremmo già ad un punto molto avanzato. E purtroppo non ci siamo ancora». [DISCUTENDO, DOPO ATENE, DI CLN E COSTITUZIONE…]

Lo dicono le parole: Comitato di Liberazione Nazionale - CLN. Dunque un Comitato (cioè un accordo tra parti) per la Liberazione (dal nazifascismo) Nazionale (cioè di... chi?). Di queste tre parole l'ultima, "Nazionale", non so perché resta un tabù.

La domanda che vorrei fare a Mimmo Porcaro è netta: sarebbe mai stato possibile un Comitato di Liberazione Nazionale senza il soggetto che doveva essere "liberato"? E cosa mai può essere questo soggetto che deve essere liberato se non il DEMOS, cioè il Popolo, evocato dal termine "Nazionale"?

Orbene può un Popolo, che vuole liberarsi, costituire un partito unitario al fine di esercitare l'azione necessaria a tal fine? Cioè un'organizzazione che, nel cuore della lotta,abbia già risolto le contraddizioni di classe che necessariamente esistono in seno al Demos e, anzi, ne definiscono l'essenza? Forse che "Demos" è un concetto che rimanda a un'unità che comporta una pacificazione sociale già conseguita, in cui tutti i conflitti sono stati risolti, e non invece una realtà dinamica da questi definita, che vengono messi momentaneamente da parte per affrontare, e vincere, una battaglia che è nell'interesse di tutti?

Da wikipedia: Durante la Repubblica romana il dictator era un magistrato straordinario che, in tempi di eccezionale pericolo per la patria, era investito di pieni poteri politici e militari per un periodo non superiore a sei mesi, con garanzie particolari atte a impedire una perpetuazione dell'incarico.

Ebbene, il CLN altro non può essere che un dictator. Cioè una magistratura che, in tempi di eccezionale pericolo per la Patria, sia investita di pieni poteri politici e militari.

Se così non fosse, un tale soggetto finirebbe rapidamente con l'essere una delle parti in competizione per il potere nell'ambito degli equilibri esistenti, cioè un partito. La conseguenza logica di un tale approccio sarebbe quella di ridurre la lotta di liberazione a quella per il potere in una Nazione sottomessa. Un tale "partito" potrebbe, al limite, vincere, senza che la sovranità sia effettivamente restituita al Demos.

Dunque un CLN deve essere costituito da partiti, ovvero da organizzazioni di parte che rappresentano i diversi corpi sociali della Nazione. Il problema nasce, come sembra suggerire Mimmo Porcaro, dalla constatazione che non esistono oggi forze politiche, in rappresentanza dei diversi corpi sociali, su cui contare per costituirlo. Osservazione veritiera, che tuttavia non ci consente di aggirare il problema.

Non v'è che una strada, che non ammette scorciatoie, ovvero ricostruire il sentimento del Demos. Se preferite il concetto di interesse nazionale.

La lotta per restituire al popolo italiano la libertà e il diritto di esistere come soggetto nella storia del mondo sarà lunga, non saranno ammesse scorciatoie e comporterà grandi sacrifici. Questo, signori, è il Sovranismo.

* Fonte: Ego della Rete

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