mercoledì 21 febbraio 2018

ALLARMI SON FASCISTI di Piemme

[ 21 febbraio 2018 ]

C'era da aspettarselo che il miserabile misfatto di Macerata innescasse una spirale di scontri tra neofascisti e antifascisti. Ecco dunque i pestaggi incrociati di Palermo e Perugia. Se essi occupano le prime pagine dei mass media non è un caso. 

Non c'è di mezzo solo la  compulsione ossessiva dei media per la cronaca nera (che com'è noto è uno stratagemma per aumentare vendite e ascolti). 

E' che il regime neoliberista, di cui i media mainstream rappresentano le falangi della sua egemonia ideologica, ha bisogno, tanto più alle porte delle elezioni, di inculcare nella testa dei cittadini la sensazione che fuori dal perimetro sistemico c'è il salto nel buio, nella fattispecie il timore degli estremismi, tanto più se opposti.

Lo si vide negli anni '70 quanto il mantra degli "opposti estremismi" fosse stato funzionale alla strategia della tensione e quindi di conservazione delle classi dominanti. Ma se allora si trattò di una tragedia, ora essa si ripete come farsa. Una farsa orchestrata dentro la quale, ahinoi, certa sinistra radicale ha deciso di far parte come protagonista, contribuendo così al depistaggio ideologico di massa.

E' vero che il liberismo agonizzante abbia in pancia, mutatis mutandis, il pericolo di una rinascita dei fascismi. Ed è quindi necessario che le forze democratiche e rivoluzionarie debbano stare in guardia. Ma fare qui e ora dell'antifascismo non solo un discorso ma una pratica prioritaria, come abbiamo provato a spiegare, è un enorme errore politico.

Sono forse le formazione neofasciste, oggi giorno, il nemico principale? No, non lo sono. Sono nemici secondari che dobbiamo contrastare sfidandoli sul terreno dell'egemonia politica, sociale e culturale; diventando noi i campioni della lotta contro il nemico principale, il sistema neoliberista, i suoi meccanismi ed i suo fantocci politici.

Invece, partecipando alla commedia dell'antifascismo, oggi come oggi, in assenza di una vera minaccia fascista, si rischia diventare funzionali al sistema neoliberista e globalista, di apparire come un'ala radicale delle élite liberali.

Il diritto all'autodifesa, in caso di aggressioni fasciste o di regime, è sacrosanto in ogni circostanza, ma non in ogni circostanza è legittimo —come invece postula un certo "antifascismo militante"— usare l'aggressione e l'attacco preventivo come pratica politica.

Non si deve abbracciare il pacifismo per capire che la violenza politica occorre maneggiarla con cura, che se usata nei modi sbagliati e nelle situazioni sbagliate è un fatale boomerang. La ragione mi pare  semplice: il passaggio dallo scontro verbale a quello fisico, in una situazione di pace sociale e di letargia delle masse, è un salto enorme, oserei dire qualitativo. Quindi una pratica politicamente suicida.

Mao Zedong, cito a memoria, mi pare disse: «La politica è guerra senza spargimento di sangue mentre la guerra è politica con spargimento di sangue». 

Chi oggi ritiene sia giusto, passare alla "politica con spargimento di sangue" è un imbecille o, peggio, un provocatore.



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MASANIELLO D'EUROPA...

[ 21 febbraio 2018 ]

Sulla controversa figura di De Magistris giorni addietro abbiamo pubblicato l'opinione di Paolo Gerbaudo, che alcuni han considerato un po' troppo indulgente. A dicembre, recensendo il libro “Demacrazia”, era a sua volta intervenuto Carlo Formenti

Cosa ha davvero in testa De Magistris?
Lo spiega a chiare lettere in un'intervista a Micromega.

Egli scopre le carte e annuncia che la sua creatura politica DemA darà vita, in vista delle elezioni europee dell'anno prossimo, ad una lista insieme a Diem25 di Yannis Varoufakis. Sì, proprio il paladino degli Stati Uniti d'Europa, a tal punto nemico degli stati nazionali da "bisticciare" con  Stefano Fassina. 

Della partita elettorale europea, sostiene il sindaco, faranno certamente parte altri pezzi della sinistra "e dei movimenti". A chi si riferisce? Anzitutto ai rimasugli dell'Altra Europa con Tsipras, quindi a tutta la sinistra antinazionale ed europeista. E per quanto concerne le elezioni del 5 marzo? Il Nostro voterà per Potere al Popolo —malelingue napoletane giurano che dietro al PaP c'è proprio lui, che  i "suoi" ragazzi avrebbe spinto ad andare in avanscoperta.

Che dire? va bene recuperare il populismo, ma Masaniello non per favore!





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martedì 20 febbraio 2018

IL FASCISMO NON ESISTE? di Roberto Ferretti

[ 20 febbraio 2018 ]

Giorni addietro, sul blog Orizzonte48 è comparso il pezzo L’antifascismo xenofilo: dialettica liberale antipopulista
Non esisterebbe — questa l’essenza teorica della tesi di Orizzonte48— il fascismo, in quanto esso non avrebbe alcuna sostanza morale, alcuna natura sua propria. Il fascismo sarebbe una delle tante maschere del liberismo e del capitalismo  —di qui la tesi per cui l’antifascismo non avrebbe motivo di esistere, esso sarebbe anzi, in ogni sua forma, un inganno funzionale al regime ordoliberista. Si sostiene infine, nell'articolo del Nostro, che oggi un nazionalismo neo-statalista, anche di estrema destra, sarebbe la migliore risposta all’autentico fascismo di questi giorni,  rappresentato dal globalismo e dall’europeismo. 
Volentieri pubblichiamo, pur non condividendone ogni passaggio, queste considerazioni critiche di Roberto Ferretti, il quale procede affrontando i cinque punti fondamentali che derivano da questa impostazione concettuale.

Il fascismo non esiste?

Affermare che il fascismo non esiste, proclamare l’inessenzialità di una sostanza morale e politica del fascismo significa ignorare la metamorfosi integrale compiuta dal sindacalismo rivoluzionario soprattutto francese, dopo il 1909 (anno dell’ingresso di Sorel nell’Action francaise) ma anche italiano, dopo il 1911, e non considerare che in realtà, il ‘900 è stato, come ben sottolinea lo storico israeliano Sternhell, il secolo del fascismo ben più che del comunismo e del liberalismo. La vicenda del sindacalismo rivoluzionario francese e italiano permette di individuare il cammino di un gruppo politico, di un ambiente sociale e culturale che sa riconvertire ad una nuova dimensione politica i valori dottrinari del sorelismo, dopo la Prima Guerra Mondiale. Sarà proprio l’esigenza di una nuova mediazione politica (come specifica Carl Schmitt), resa necessaria dallo straordinario “salto produttivo” attuato dal capitalismo della seconda rivoluzione industriale, che spinge Mussolini a quella crisi intellettuale dell’ottobre del 1914 [1], da cui prende corpo, in prossimità dell’ingresso italiano nella Grande Guerra, la revisione antirazionalista, antihegeliana e antimaterialista del marxismo; ma tale revisione vorrà perciò legittimare imponendo, sullo stesso soggetto sociale, il principio dell’ “autonomia del politico”, la centralità strategica dell’elite politica. L’altro elemento fondamentale, di assoluta novità teorico-politica, del fascismo rispetto al liberalismo ed al socialismo fu la proposizione dello stato nazionale come comunità organica; fu attraverso l’uso dello stato nazionale, in contrapposizione netta all’atomismo individualista liberale e al collettivismo comunista, che il neo-proudhonismo ed il neo-sorelismo fascista (non statalista ma nemmeno ortodossamente liberista) tentò di conciliare e risolvere “corporativisticamente” le irriducibili – e forse irresolubili – antinomie della modernità. Dunque il fascismo è esistito in Italia grazie alla sintesi politica neo-soreliana che Mussolini ha saputo concretizzare. Il fascismo è la proiezione politica che il corpus dottrinario “reazionario” e contro-rivoluzionario, rispetto alla avanzante offensiva giacobino-bolscevica, del secondo proudhonismo e dell’ultimo sorelismo ha finito per prendere. Ne “La dottrina del fascismo” il richiamo del Mussolini al teorico Sorel come padre culturale (alla fine, ben si noti, il Sorel declinò la sua dottrina su posizioni monarchiche, reazionarie, ferocemente antimassoniche e duramente antisemite) è esplicito; come fu esplicito in ogni altra occasione, una volta conquistato il potere, arrivando a dire che se non avesse letto Sorel, non avrebbe potuto raggiungere la conquista dello stato.

Il fascismo mera maschera del capitalismo?
Il regime fascista fu solo una maschera del capitalismo? Il corporativismo fu una mera buffonata propagandistica? Vediamo cosa ci dice Sabino Cassese, il maggior esperto italiano di problemi dello Stato e dell’amministrazione, professore alla Normale e giudice della Corte Costituzionale. Scrive il Nostro alla fine di quello che è probabilmente il più sintetico, chiaro e onesto studio sul regime fascista mai comparso:
«La ricostruzione tradizionale, quella che vede nell’azione fascista nei confronti dei lavoratori e delle loro organizzazioni solo un intento di ordine e polizia, non considera che, grazie all’accesso assicurato ai vertici sindacali, il sindacato veniva ad acquisire un ruolo importante nella struttura statale (ruolo che conserverà nel postfascismo)….Relativamente alla disciplina dell’economia, la costruzione dell’edificio corporativo non ebbe un effetto neutro….Rappresentò, invece, il risultato di una sorta di divisione del lavoro, nella quale l’intervento a-corporativo (ad esempio ad opera di Beneduce) copriva la parte alta, le azioni dirette a grandi imprese e grandi banche, l’intervento corporativo e delle istituzioni satelliti delle corporazioni serviva a mettere ordine nel tessuto delle piccole e medie imprese, a proteggerle dalla concorrenza straniera, a costruire la rete idonea ad assicurare la loro azione concertata. Mussolini svolgeva un ruolo chiave, di regolatore del traffico tra le due aree. A lui faceva capo Beneduce. A lui facevano capo, in ultima istanza, le corporazioni e il relativo ministro» [2].
Il regime fascista fu così in netta contro-tendenza sia rispetto al golittismo sia rispetto alla DC post-fascista. Se nella logiche economiche “progressiste” e del giolittismo, strategicamente legato alla Banca Commerciale Italiana [3] e della DC di Fanfani, la cui dottrina economica viene ben esposta al congresso di Trento del 1956 [4], lo Stato capitalista-imprenditore è il centro strategico di protezione, la fortezza giuridica a protezione della grande industria; nel regime fascista si punta, di contro, strategicamente alla valorizzazione ed alla centralità della piccola e media industria, quale nucleo “nazionalista” e gioiello della creatività italiana. Banche e stato avrebbero dovuto operare come elementi reticolari di rafforzamento della piccola e media impresa, della piccola e media proprietà privata, luogo da dogmaticamente custodire per il regime mussoliniano! Altro elemento cruciale, questo economico, del carattere reazionario e sostanzialmente piccolo-borghese del fascismo. Dunque, la questione è ben più complessa della mera variante mascherata del capitalismo.

Il regime fascista nella tradizione ideologica italiana
Secondo il Nostro, peraltro, il regime fascista non sarebbe stata una rottura, una sovversione reazionaria, rispetto alla tradizione democratica e costituzionale italiana. Secondo Aldo Mola invece, il più acuto e preparato storico della massoneria, la lotta su cui si sarebbe più seriamente impegnato, addirittura a livello personale, Mussolini sarebbe stata quella contro la massoneria; per quanto condotta ad intermittenza, con una moderazione e una capacità di mediazione tipiche dello statista fascista, la lotta antimassonica fu il Leitmotiv dell’intero regime fascista. Ora, come ci spiega Gramsci, chi dice massoneria, nella tradizione ideologica del Belpaese, intende anche, e in larga parte, una certa tradizione democratica e social-liberale di radice massonica e Risorgimentale; il fatto che Mussolini, nonostante nel fascismo-movimento vi fossero diversi massoni cultori del Mazzini democraticista, nonostante nella corrente democratica-rivoluzionaria del fiumanesimo dannunziano abbondassero i massoni, abbia così preso di petto la massoneria, arrivando ad ordinare la talebana distruzione delle statue di Cavour, Mazzini e Garibaldi presenti nelle logge, attesta ancora la quintessenza reazionaria, anti-modernistica, anti-illuministica, neo-tradizionalista e per taluni versi decisamente contro-rivoluzionaria (per quanto il fascismo possa essere considerato una Contro-rivoluzione incompiuta ed imperfetta) del regime mussoliniano. Inoltre, Mussolini, alla ricerca storico-ideologica della congiura massonica, al culto marziale e politico della Roma imperiale e imperialista, nella quale peraltro, con il Concordato del 1929, sopprime ogni lascito patriottico risorgimentale, aggiunge anche l’antisemitismo di stato (già teorizzato anche questo dal Sorel e dai suoi allievi del Cercle Proudhon); indirizza il ricercatore odierno a vedere nel fascismo una assoluta anomalia rispetto alla tradizione risorgimentale e costituzionale italiana ed un regime reazionario di ispirazione pre-risorgimentale.

Europeismo e fascismo
L’Unione Europea è fascista? Il più grande ed esplicito teorico dell’odierno europeismo è il notevole intellettuale e politologo francese, Attali, fiero massone di origine ebraica e legato ai Rotschild. La sostanza neo-illuministica e massonica del progetto europeistico di Attali emerge dal suo vademecum storico-politico: “Breve storia del futuro”. Il culto dell’Ordine mercantile (a cui l’Attali si riferisce con la O rigorosamente maiuscola), la teorizzazione della trans-umanità, una certa mitologia cultica del sesso virtuale, l’iperdemocrazia e così di seguito. Tale orizzonte visionale e ideologico, in un certo senso effettivamente perseguito dall’odierno europeismo massonico e tecnocratico, è quanto di più lontano possa esservi dal sindacalismo rivoluzionario, dal fascismo storico e da quanto di questi riuscì il regime a attuare. Paolo Buchignani, studioso delle varie correnti dottrinarie del fascismo, considera sul piano ideologico le più valide quella “universalistica” di Berto Ricci e quella antiriformistica e anti-europeistica di Suckert Malaparte espressa ne “L’Italia barbara” e ne “L’Europa vivente”. Suckert, considerato dal Gobetti “il più forte teorico del fascismo”[5], rivendica nella sua operazione ideologica incentrata sul culto del “fascismo storico” e meta politico la sintesi neo-tradizionalista fascista, in totale contrapposizione al Protestantesimo riformato europeistico o anglicano. Per quanto nella lotta di frazioni fasciste, Suckert, in quanto sindacalista, sia annoverato nella “estrema sinistra” del movimento mussoliniano, la quintessenza reazionaria della sua visione del “fascismo storico”, che non lesina elogi alla stessa tradizione inquisitoriale teocratica cattolico-latina, balza evidente agli occhi. L’antitesi più netta dell’iper-progressimo e dell’iper-democraticismo radicale celebrato da Attali.

Il fascismo oggi

Infine, il Nostro indica nel polonismo, nell’orbanismo, nel putinismo gli unici fenomeni di resistenza – da sostenere dunque – al mondialismo e all’europeismo, che sarebbe appunto il “fascismo metafisico”, stavolta in una nuova maschera, quella europeista. Prescindendo ora da un giudizio di valore specifico su questi fenomeni storico-politici, su cui eventualmente si tornerà in altra occasione, per quanto susciti quantomeno perplessità affidare la patente di antifascista doc allo statista russo, che non nasconde il debito filosofico-politico verso l’ideologo fascista russo Ivan Ilyn e che in più casi ha definito gli alba dorati ellenici “camerati e veri cristiani”…., sarebbe interessante analizzare brevemente se oggi esista veramente un pericolo fascista. Su questo siamo sostanzialmente d’accordo con il Nostro. E’ la stampa della Sinistra liberal, che veicola e propaganda l’ideologia mondialista, ad alzare continue cortine fumogene in tal senso. In Italia ed in Francia, l’Urheimat del fascismo, non vi è affatto un pericolo fascista avanzante. In Russia ed in Polonia, ad esempio, pur in contesto sostanzialmente a-fascista, ma niente affatto antifascista (a differenza da quanto sostiene il Nostro…), vi sono fazioni di potere dichiaratamente fasciste. Se volessimo comunque individuare un movimento di massa oggi decisamente fascista, non potremmo che riferirci all’Alba Dorata ellenica, guarda caso sostenuta direttamente da Vladimir Putin e dai tradizionalisti ortodossi russi. E’ un fascismo greco, metaxista e cristiano-ortodosso, certamente differente, al primo sguardo, rispetto al sorelismo mussoliniano. Ma a uno sguardo più attento, la quintessenza tradizionalista, reazionaria, militarista e filo-clericale, in un contesto pratico dove però la mobilitazione di masse diseredate assume carattere attivo e non passivo, rimanda decisamente all’ideologia da fascismo-regime. La stampa, anche italiana, definisce o definiva filonazista il movimento greco; ma questa è una chiara e scorretta forzatura. Solo la fazione Kasidiaris può essere considerata in tal senso, il movimento nazionalista greco riferendosi generalmente al Metaxas, alla lotta di liberazione greca ed alla tradizione cristiano-bizantina. Anche in tal caso, come del resto mostrarono gli arresti e la repressione cui Alba Dorata è andata incontro, nonostante il suo carattere reazionario e fascistoide, il movimento greco è certamente antieuropeista ed antieurista. La contraddizione ideologica e dottrinaria di Orizzonte48, per il quale l’europeismo è il nuovo fascismo, è perciò evidente e palese.



NOTE


(1) Z. Sternhell, Nascita dell’ideologia fascista, Baldini Castoldi 2002, p. 296.
(2) S. Cassese, Lo Stato fascista, Il Mulino 2010, p. 140.
(3) R. A. Webster, L’imperialismo industriale italiano, Einaudi 1974.
(4) A. Fanfani, La Democrazia Cristiana per lo sviluppo democratico in Italia, Relazione al VI Congresso della DC, Cinque Lune, Roma 1976, pp. 77-81.
(5) P. Buchignani, La rivoluzione in camicia nera, Mondadori 2006, p. 135.
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EMBRACO: NON C'È PIÙ RELIGIONE ...

[ 20 febbraio 2018 ]

Quindi la multinazionale a stelle e strisce WHIRPOOL ha sbattuto la porta in faccia, non solo alle maestranze ma pure al governo. Chiusura dello stabilimento piemontese confermata,  497 licenziamenti in tronco, a causa della delocalizzazione in Slovacchia. 
Vicenda istruttiva assai, e sotto diversi profili.

E' anzitutto un classico esempio che più chiaro non si può di come funziona una grande azienda mulitinazionale: profitto prima di tutto, disprezzo per i lavoratori, totale indifferenza degli interessi nazionali, del bene comune, delle leggi del Paese. Per quanto riguarda l'Italia  è d'obbligo ricordare quanto recita la sua legge suprema. Recita l'Art.41 della Costituzione:
«L'iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». 
Cosa accade, per meglio dire, cosa dovrebbe accadere, a chi viola le leggi di uno Stato? Che lo Stato lo sanziona. Multinazionali comprese, anzi, esse anzitutto.
E invece che abbiamo? Che lo Stato, essendo nella disponibilità, non del popolo lavoratore, ma di una casta di politici ruffiani e servi del grande capitalismo globalizzato, non alza un dito. Peggio asseconda le multinazionali. 

Guardate questa faccia di bronzo del ministro Calenda. E' indignato perché gli americani l'han preso a pesci in faccia. E che ti fa? Ti dice che egli non contesta minimamente il diritto della multinazionale a spostare in Slovacchia lo stabilimento e la produzione e poi corre, pensate un po', dai suoi padroni di Bruxelles a chiedere il permesso per metterci una pezza, garantendo che non si tratterebbe di "aiuti di stato".

Tutto come nel copione. 

Ma gli operai che ti fanno? Sperano in Calenda, fanno affidamento su una casta di servi politici che in nome del libero mercato e della globalizzazione ha consentito il più grande saccheggio privatistico del Paese. Chiedono l'elemosina andando ancora dietro a sindacati che a loro volta, nei decenni e non da ora, hanno avallato ogni sorta di rapina ai danni della classe operaia e della nazione. 

Non vi viene in mente, cari operai, di prendere in mano la fabbrica? Non vi passa per la testa di occuparla, ma non in segno protesta, no, bensì per autogestirla e farla funzionare assieme a tecnici, manager e impiegati che o verranno lasciati a spasso o dovranno emigrare... in Slovacchia, sguatteri anch'essi della multinazionale? Dovrebbero quindi, le maestranze, esigere la nazionalizzazione (si proprio l'esproprio) della fabbrica di Riva di Chieri, assicurandosi che lo Stato aiuti l'azienda autogestita e nazionalizzata in quanto a sbocchi di mercato e  sinergie con altri settori industriali.

Autogestione + nazionalizzazione, questa è l'unica soluzione, non solo per difendere il diritto al lavoro, ma perché quel che essa produce serve alla collettività, è quindi fabbrica di interesse nazionale, e ciò che è di interesse nazionale lo Stato ha l'obbligo di tutelare.

Siccome non c'è più una coscienza di classe tra i lavoratori, meno che meno c'è contezza dell'interesse generale e amor patrio in seno alla classe dominante ed ai suoi fantocci politici, il Paese va in malora, procede verso il baratro.

Cosa mai dovrà accadere per invertire questa rotta?


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lunedì 19 febbraio 2018

PATRIOTTISMO O NAZIONALISMO?

[ 19 febbraio 2018 ]

Ritorniamo nuovamente, viste le critiche, sulla questione del patriottismo. Lo facciamo ripubblicando l'intervento che Moreno Pasquinelli fece in un incontro che si svolse a Bologna, il 17 dicembre del 2016.

Cari compagni,


non mi dilungherò sulla portata e sui significati che la massiccia vittoria del NO al referendum ha portato alla luce. Essi sono infatti, per chi voglia davvero vederli, espliciti, primo fra tutti che si va velocemente sfaldando la lunga supremazia delle élite dominanti, che nel Paese la larga maggioranza chiede una svolta profonda, sociale e politica. Il Paese non soffre solo una crisi economica e sociale la più drammatica, la maggioranza del popolo avverte che esso vive una vera e propria crisi esistenziale. Mettiamola così intanto: il Paese è diviso in due blocchi sociali eterogenei e contrapposti: quello della conservazione neoliberista, oligarchico e globalista, e quello antioligarchico e nazionale-popolare. Se nel primo è il Pd l’elemento portante, nel secondo è il M5S. La situazione è tuttavia fluida, nuovi spostamenti dentro questi du blocchi avverranno, e tutti e due, sotto la pressione degli eventi e del conflitto, sono destinati, prima o poi, a lasciare il posto a nuovi protagonisti. Sicché possiamo affermare che in entrambi questi campi è aperta la lotta per l’egemonia


Vorrei agganciare il mio ragionamento politico sull’IMPLICITO, sul segno anti-europeo e anti-globalista che il NO contiene e su ciò che ne consegue per tutti noi.
Dopo decenni di sbornia europeista l’ostilità all’ordine eurocratico è diventato senso comune, si esprime non solo in uno “stato d’animo” fuggente, bensì nella consapevolezza che la globalizzazione è insostenibile, quindi del carattere oligarchico, antipopolare, antidemocratico di quest’Unione matrigna. Il timore di ciò che potrebbe accadere dopo l’inevitabile implosione è il fattore che trattiene l’euroscetticismo diffuso del divenire ripudio deciso.


Questo spiega perché sia il Movimento 5 Stelle ad avere il vento in poppa. La ragione del suo successo è che si tratta di una forza che con grande abilità insegue l’umore delle masse colpite dalla crisi sistemica, che si limita a dare voce al senso comune, alimentando l’illusione di quella che potremmo chiamare “rivoluzione gentile”. Sappiamo che gli avvenimenti innanzi a noi faranno a pezzi certe illusioni, ma stiamo attenti a sottovalutare la questione Cinque Stelle. Proprio per questa loro capacità di mettersi in sintonia con le masse degli esclusi potrebbero essere costretti, e nel caso lo vedremo presto, ad alzare il tiro, passando da un frenetico attivismo istituzionale ad una funzione di stimolo della mobilitazione extra-parlamentare. Dio ce ne scampi quindi da ogni settarismo, più che mai dal lanciare l’anatema che M5S sia un movimento gatekeeper. Dobbiamo invece avere un approccio critico ma unitario perché se vogliamo costruire quello che noi di Programma 101 chiamiamo blocco anti-oligarchico o costituzionale pronto alla sfida del governo, è evidente che i Cinque Stelle sono, fino a prova contraria, nostri alleati. Che poi, nella temperie del conflitto i nemici di oggi possano diventare alleati domani, e viceversa, è una lezione che ci viene dalla storia.

Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro ci segnalano la necessità di un’accelerazione, quella di costruire qui e ora un nuovo soggetto politico non minoritario. Ne descrivono i lineamenti essenziali: “un movimento popolare, costituzionale, per la sovranità e la riconquista dell’indipendenza nazionale”.

Siamo d’accordo, siamo d’accordo se intendiamo questo soggetto come un fronte, un polo, una casa in cui possano abitare, confederati sulla base di regole stringenti, le diverse e indipendenti corrrenti politiche sovraniste e democratiche. Immaginare una rapida reductio ad unum sarebbe velleitario, destinato al fallimento. In questa casa, posto l’accordo su un programma di misure imprescindibili per mettere in sicurezza il Paese, dev’esserci posto sia per coloro che considerano la Costituzione il non plus ultra, che per chi, come noi, tiene ferma la stella polare del socialismo. Sia per coloro, come noi, che ritengono necessaria l’uscita unilaterale da eurozona e Unione, sia per chi immagina una separazione consensuale e chiede sovranità monetaria ma permanendo in un’Unione riformata.
Dato che i ritmi della crisi diventeranno più incalzanti, giusto tentare di costruire questo polo-fronte politico in tempi stretti. E d’accordo anche nel tentare dare vita ad un pensatoio che potrebbe affiancare sperabilmente questo fronte.

Ugo e Mimmo pongono quindi il dito sulla piaga più dolorosa, sollevando il problema della identità e dei linguaggi che dovremmo utilizzare per farci largo tra le masse. Abbiamo idee quanto mai chiare su come uscire dal marasma e mettere in sicurezza il Paese; abbiamo detto anche troppo sulla dimensione economica della rottura con l’euro. Ma non possediamo ancora un linguaggio che ci aiuti ad essere compresi e apprezzati dalle larghe masse. Utilizziamo un politichese intellettualistico, tecnicistico, spocchioso, che i semplici non capiscono. Dobbiamo smettere di cantare la messa in latino, e parlare la lingua volgare del popolo. E qui si spiega la riflessione che tutti ci riguarda sul populismo.

Tuttavia, come ci insegna Carlo Formenti, populismo non è solo linguaggio: Dio ce ne scampi da un populismo che sia solo tecnica politica, retorica narrativa o addirittura demagogica. Esso è invece un discorso simbolico che punta, prima ancora che alla sfera razionale, al cuore del popolo ferito e vilipeso; è un appello che commuove chi lo riceve e che suscita sentimenti di riscatto sociale; un racconto che porta a galla dimensioni spirituali nascoste nelle profondità della storia di ogni nazione. Quando la situazione è drammatica nessuna narrazione politica può sperare di diventare egemonica se non hapathos. Populismo, per quanto ci riguarda populismo socialista, è quindi l’incontro tra una visione radicale ed una pratica politica di massa. E’ anzitutto l’identificazione di un nemico, su cui concentrare l’odio sociale e contro il quale si chiama alla lotta per annientarlo.

La discussione sulla identità, se non è disquisizione politicista, deve spingerci a trovare questo discorso, una narrazione grande, unificante, che muova le larghe masse.
Lasciatemi quindi dire che né l’appello democratico alla applicazione della Costituzione, né l’abusata e sindacalistica rivendicazione dei diritti sociali, e nemmeno l’uscita dall’euro, riescono a comporre una narrazione che possa liberare le energie popolari, che cioè tocchi corde profonde.
Il discorso che ci serve NON dobbiamo inventarlo, lo abbiamo già, ma sta nascosto, tra le pieghe di questi livelli di realtà, sepolto sotto vecchi paradigmi. Dobbiamo portalo allo scoperto.

E’ il discorso del patriottismo. Il popolo può diventare protagonista solo se sente di essere una comunità solidale, se e solo non si sente un intruso ma padrone della nazione in cui vive.

Non è qui la sede per ripercorre la genesi storica del patriottismo. Esso, prima di venire trasfigurato dai dominanti nella seconda metà dell’Ottocento in un nazionalismo reazionario, fu rivoluzionario, libertario e democratico. La controffensiva ideologica delle sinistre di allora, marxisti in testa, tutta basata sull’abbandono del patriottismo a favore di un’internazionalismo di evidente matrice cosmpolitica proto-borghese, fece fiasco, e ne paghiamo ancora le conseguenze. Di quell’internazionalismo, nato proletario, non resta infatti oggi che il suo sostrato cosmopolitico liberale. Un’arma micidiale: essa è stata la grande e cosmetica narrazione con cui la plutocrazia capitalista ha nascosto la globalizzazione e la sua controffensiva storica.

Come ho avuto modo di dire:
«Questa tradizione di pensiero è penetrata a sinistra attraverso diverse vie, prima fra tutte la scuola del “diritto cosmpolitico (“weltbürgerrecht”) che va da Hans Kelsen a Jürgen Habermas a Norberto Bobbio. Questo cattivo universalismo, sotto le mentite spoglie del pacifismo e della sacralità dei diritti umani, di una irenica lex mondialis valida erga omnes, si è rivelato il rivestimento cosmetico dell’occidentalizzazione, anzi della americanizzazione armata del mondo».
Mentre l’internazionalismo cosmpolitico è oggi l’anestetico più potente per imbrigliare e soggiogare i popoli, le terribili ferite inferte al popolo lavoratore e lo spaesamento causati dalla globalizzazione neoliberista stanno facendo risorgere, seppure ancora in forme latenti, il sentimento di amore per la Patria, il bisogno di sentirsi una Nazione, la spinta alla sovranità, il bisogno di affratellamento comunitario contro il nemico esterno e i suoi lacchè interni. I grandi capitalisti non solo non si sentono italiani, essi si sentono parte di una famiglia capitalista predatoria globale, ed agiscono come elemento dissolutore e distruttore della nazione.

Si può e si deve declinare e raccontare questo patriottismo come opposto e antagonista al nazionalismo di certe destre xenofobe e imperialiste. E per questo è importante il linguaggio, il codice simbolico con cui lo utilizziamo. Il nostro patriottismo è democratico, repubblicano, antifascista, quindi costituzionale. Fa suo il senso popolare di appartenenza alla nazione, che ha radici in vincoli di storia, di memoria, di lingua e di cultura. Questo patriottismo socialista non nasconde di essere italiano, se condanna i crimini storici commessi in nome della Patria, deve andare orgoglioso delle sue radici moderne, democratiche e socialiste, quelle che hanno innervato il Risorgimento, la prima resistenza antifascista capeggiata dagli Arditi del Popolo, fino alla Resistenza partigiana, che è stata anzitutto una guerra patriottica di liberazione nazionale.

Il nostro patriottismo è nemico del nazionalismo, non disprezza chi è diverso, non è intollerante verso gli altri popoli, a cui propone anzi fratellanza. E’ un antidoto contro ogni nazionalismo patologico fondato sul falso mito, potenzialmente razzista, dell’etnicità, che per ciò stesso tende ad a giustificare ogni porcheria, ogni ingiustizia, ogni sopruso commesso dai dominanti in nome della loro patria. Non sembri un’ossimoro: il nostro è patriottismo internazionalista, consapevole di essere erede di una vocazione universalistica italiana che ha radici antiche e che è stato il lievito della successiva civilizzazione europea. E’ perché siamo patrioti che abbiamo condannato lo sterminio sabaudo della rivolta del Mezzogiorno, bollata come brigantaggio. E’ perché siamo patrioti che abbiamo rifiutato di issare il tricolore in Libia. E’ perché siamo patrioti che non abbiamo partecipato alla carneficina imperialista della grande guerra. E’ perché siamo patrioti che abbiamo combattuto la monarchia ed il fascismo. E’ perché siamo patrioti che abbiamo lottato contro il regime democristiano. E’ perché siamo patrioti che abbiamo rifiutato la sudditanza italiana all’imperialismo americano e oggi chiediamo l’uscita dall’Unione europea. E’ perché siamo patrioti che abbiamo difeso la Costituzione e votato NO al referendum.

Il referendum, come ho detto, fotografa un Paese spaccato in due campi sociali contrapposti. Non c’è dubbio su quale sia il nostro campo, è appunto quello antiglobalista e nazionale. Quello che le élite bollano come populista. E’ in questo campo che il fronte patriottico di cui parliamo deve lanciare la sfida dell’egemonia: in opposizione non solo al nazionalismo reazionario ma pure ad ogni cretinismo legalitario. Questo campo è oggi presidiato da due forze principali: il M5S da una parte e dall’altra dalla Lega Nord salviniana. Il luogo che noi dovremmo andare ad occupare prima possibile, il solo che non sia ancora presidiato è, gioco forza, quello che sta sul fianco sinistro dei cinque stelle. E’ uno spazio politico ampio, destinato ad allargarsi ove M5S si dimostrasse del tutto incapace di tirar fuori il Paese dal marasma e ostile alla incipiente sollevazione popolare. Ma il fronte di cui parliamo non deve chiudersi in un recinto. L’appello alla ricostruzione politica e morale della patria dovrà sparigliare le carte nello stesso campo populista, puntare ad erodere il consenso di cui oggi godono le destre nazionaliste, sfondare anche in questo settore.

La crisi si aggraverà, il Paese entrerà in quello che più volte abbiamo definito “Stato d’eccezione”. Quello sarà il momento in cui chi ha sempre comandato sarà scalzato dal governo, in cui la maggioranza che si è espressa per il NO chiederà alle forze populiste di andare al potere. Sarà il momento in cui si deciderà chi vince la partita. Solo se avremo già costruito, sul fianco sinistro del M5S, il fronte di cui parliamo, potremo essere protagonisti della rischiosa partita. Rischiosa perché un fallimento del governo popolare d’emergenza potrebbe concludersi, o in una rivincita delle potenti forze eurocratiche e globaliste, e l’Italia diventerebbe un paese straccione, oppure con una svolta reazionaria capeggiata dagli eredi del fascismo.

Facciamo presto dunque, consapevoli che il nostro Paese, il nostro Popolo, sarà chiamato dalla storia, ancora una volta, nel bene o nel male, ad indicare il sentiero sul quale non solo l’Europa dovrà incamminarsi in futuro.

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LA SINISTRA DEL NIENTE

[ 19 febbraio 2018 ]

«Questa Europa fa un po' schifo, è strutturalmente liberista e antipopolare, dominata dalla Germania. Ma nell’era della globalizzazione e del potere delle multinazionali non c’è scampo per singoli paesi come l'Italia. Quindi? Quindi bisogna cambiare la Ue, puntare a un’Europa federale e democratica».

Questo il succo di un convegno svoltosi giorni addietro. Promosso da chi? dal Pd? dalla Bonino? Macché da Sinistra Italiana.


Notare chi c'era: Luciana Castellina (SI), Giulia Del Vecchio (SI, Gioventù federalista europea), Elly Schlein (Possibile), Anna Falcone (LeU), Roberta Agostini (Mdp), Tommaso Visone (Diem25), Salvatore Marra (CGIL) e Piero Soldini (Si).

Tutti d’accordo, insomma, che in Europa bisogna stare, per riformarla e farne un unico stato federale... dei popoli.

E D'Attorre? Sparito dai monitor...

E Stefano Fassina? Si è adeguato, non senza tentare di offrire una propria e francamente aleatoria versione nobile dell'europeismo.

Fateci caso, al netto delle sfumature, è la stessa musica che si suona dalle parti di Potere al Popolo, salvo la licenza poetica concessa a Giorgio Cremaschi di contraffare il prodotto, sostenendo che “Potere al Popolo è l’unica forza politica che ha in programma la rottura con l’Unione Europea"

Che a sinistra andasse per la maggiore la distopia degli Stati Uniti d'Europa lo si sapeva da un pezzo. Colpisce la testardaggine. Non si avvedono, i "compagni che sbagliano" che coloro che in Europa comandano davvero procedono, in parallelo, verso una più forte centralizzazione autoritaria e liberista? 


Che si dice a sinistra dell'inquietante NON PAPER, l'ultimo "regalino" di Schäuble? Niente
Che si dice a sinistra del documento dei 14 ECONOMISTI FRANCO-TEDESCHI? Niente.
Che si dice a sinistra dell'accelerazione franco-tedesca verso un vero e proprio esercito europeo — ovvero del Permanent Structured Cooperation (Pesco)? 

Non si dice niente.

Appunto, la sinistra del niente...




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