lunedì 27 marzo 2017

BENEDETTA FIGLIUOLA....... di Sandokan

Virginia Raggi e la Merkel: Risus abundat in ore stultorum 
[ 27 marzo ]

Giorni addietro Mattarella, in occasione delle celebrazioni del 60. Anniversario dei Trattati di Roma ha fatto dell'attacco all'idea della sovranità nazionale il centro geometrico della sua litania mondialista. Un politico che ti dice in faccia quali siano i suoi desiderata.

Matteo Renzi, da parte sua, mentre un giorno sì e l'altro pure frigna contro "l'Europa tecnocratica" ha ribadito, testuale, che "ritornare agli stati nazionali non è la soluzione". Un politico che prende per il culo chi lo ascolta.

Mi frullano per la testa due domandine. Ci sono dei criteri per giudicare se un esponente politico sta dalla parte del popolo e non invece da quella degli oligarchi invisi al popolo? E se sì, qual è il parametro per misurare quelli che fanno sul serio da quelli che fanno per finta?

Io immagino che tra questi criteri ci sia questo, che un esponente del popolo, tanto più se ricopre incarichi istituzionali, usa questi ultimi per segnalare, ancor più in occasioni "solenni", la sua alterità rispetto ai camerieri politici dei potenti. Penso altresì che sia possibile riconoscere quelli che fanno sul serio, dalla coerenza con cui fanno seguire i fatti alle parole, dal coraggio con cui tengono testa al potere (quello vero).

Ora, che la Virginia Raggi non sia Giovanna D'Arco lo si era capito, ma un tale penoso livello di piaggeria davanti ai 27 euro-ladroni no, confesso che non me lo aspettavo....



IL DISCORSO DELLA RAGGI 
DAVANTI AI MOSTRI
Campidoglio, 25 marzo 2017


Signore e Signori, Capi delegazione dei 27 Paesi dell’Unione Europea e delle Istituzioni europee, sono onorata di darvi il benvenuto a nome della città di Roma.

Sessanta anni fa qui a Roma prese il via una avventura straordinaria. I padri fondatori della Comunità Europea - animati da uno spirito rivoluzionario non scontato – misero da parte le distanze tra Stati che avevano portato alla guerra. E diedero vita ad un progetto visionario con l’obiettivo di garantire pace e benessere agli Europei.

Per la prima volta nella Storia ci si trovò di fronte ad una scelta condivisa e non imposta da un vincitore, nata da un intento comune e dalla capacità di ascoltare i cittadini. Anche ora c'è necessità di pace: un pensiero va a Londra e alle vittime dell'attentato terroristico di mercoledì. Hanno attaccato tutti gli europei, Roma è con voi.
“Solidarietà”, “interesse dei popoli” sono parole comuni a Adenauer, De Gasperi, Monnet, Spinelli. Questa è l'Europa, quella solidale dei popoli, che nel lontano 1957 si immaginava e che in parte abbiamo avuto in eredità tutti noi. Una eredità gioiosa e impegnativa da proseguire.

Questa Europa non poteva realizzarsi in un giorno. Dobbiamo realizzarla noi, dobbiamo realizzare una comunità solidale. Stare insieme richiede impegno, soprattutto dopo anni segnati da una violenta crisi finanziaria che ha messo a nudo errori. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscerli e rilanciare la sfida: la finanza non è tutto. E nessuno deve rimanere indietro.

La nostra generazione è chiamata a portare avanti quel sogno di Europa, ritornando allo spirito di quegli anni che oggi non c'è più e va recuperato. E’ stato Schuman ad ammonire che “l’Europa” sarebbe sorta “da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Tra i cittadini europei la solidarietà è già presente; le Istituzioni invece dovrebbero iniziare ad ascoltarli di più.

Le città avvicinano cittadini e Istituzioni che qui si incontrano: ascoltiamo i loro interessi, problemi, speranze. Noi sindaci siamo definiti “primi cittadini”: per questo, anche nei luoghi delle decisioni, dobbiamo far sentire forte la voce di chi chiede più lavoro, più inclusione sociale, più sicurezza.

I cittadini devono essere messi al centro del potere decisionale. Le politiche non devono essere imposte dall’alto ma rappresentare la volontà popolare, introducendo strumenti di democrazia diretta e partecipata. Vanno tenute “in conto le attese dei cittadini”. L’Europa o è dei cittadini o non è Europa. Alcuni trattati, come il Regolamento di Dublino, vanno rivisti. Un'Unione soltanto economica non può durare.

Lavoriamoci tutti insieme, aprendo porte e cuore ai cittadini. Solo con la partecipazione di tutti l’Europa sarà legittimata. L’unione può essere maggiore della somma delle sue parti. Questo concetto è alla base della cultura europea, all'interno della quale le diversità trovano valorizzazione nel rispetto delle identità nazionali.
Al Parlamento di Strasburgo, nel 2014, Papa Francesco ha chiesto: “Che cosa ti è successo Europa?”. Tante sono le risposte. Ma il Pontefice ha sottolineato che “le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità”. E' questa l'opportunità della nostra generazione.

Sono presenti forze di coesione e di disgregazione. E’ fisiologico che sia così. Importante, però, è dare risposte concrete a chi denuncia insofferenza. Così è nata l'Europa: dalle richieste dei cittadini che i nostri padri fondatori hanno avuto il merito di saper ascoltare.
Buon
lavoro

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AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI E SOVRANITÀ NAZIONALE di Franz Altomare

[ 27 marzo ]

«Viene da chiedersi come è stato possibile che la sinistra storica nella sua trasmutazione genetica, specie quella sinistra che si compiace ancora di definirsi radicale o antagonista, sia potuta giungere al paradosso di voler combattere il globalismo del capitale sostenendo le tesi del nemico: abolizione di ogni sovranità, statale, nazionale o popolare che sia e libera e felice circolazione di capitali, merci e carne umana».

L’autodeterminazione dei popoli è il "principio in base al quale i popoli hanno diritto di scegliere liberamente il proprio sistema di governo (autodeterminazione interna) e di essere liberi da ogni dominazione esterna."

Per quanto questa locuzione nasca in un preciso periodo storico, i primi anni ’60 del secolo scorso, con riferimento alla piena indipendenza dei nuovi stati formatisi in seguito alla decolonizzazione, il concetto di fondo è sovrapponibile a quello di sovranità nazionale, con il pregio di non contenere le tanto controverse parole, sovranità e nazione, che disturbano oggi (ma non allora) gran parte della sinistra occidentale.

Parlare di sovranità nazionale fa storcere il naso a molte anime belle perché non in grado di distinguere in termini storici e di contenuto, in quanto offuscate da un malinteso internazionalismo proletario, declinato con successo nel globalismo delle libera circolazione dei capitali, delle merci e della carne umana.

La propaganda del capitalismo internazionale, globalista, oligarchico e apolide, ha fatto presa in quella che una volta fu la sinistra che aveva il compito di realizzare il sogno socialista.

Parlo di quella sinistra che ha barattato i diritti sociali con i diritti individuali.

Parlo della sinistra radicale e antagonista che si crogiola nelle suggestioni strampalate dei Toni Negri e dei Michael Hardt secondo teorie in cui le masse sfruttate diventano moltitudini con il dono di superare il capitalismo solo per il fatto d'esistere, come se il capitalismo fosse destinato ad estinguersi naturalmente per autoconsunzione di fronte alla potenza di individui desideranti e tecnologici, nella errata convinzione che dello Stato, e quindi della conquista del potere, se ne possa fare tranquillamente a meno.

L'ultima barriera che si ergeva a contenere il dilagare del capitalismo selvaggio erano gli stati nazionali.

Questa barriera sta per essere definitivamente infranta, consentendo di realizzare il dominio incontrastato dell'oligarchia mondialista; un dominio che si preannuncia millenario, esattamente come la folle profezia del dominio millenario vagheggiato nel Terzo Reich di Adolf Hitler, con la differenza che il mito della razza viene sostituito da quello del mercato.

Si dice: " Non riuscire a distinguere la destra dalla sinistra." Mai un modo di dire è stato così rappresentativo dell'incapacità colpevole di comprendere un'epoca storica.

Il concetto di nazione, storicamente successivo a quello di stato, fu sviluppato e messo a punto durante la Rivoluzione Francese, quando le idee innovative diffuse dall’Illuminismo affermarono il potere della nazione superiore a qualsiasi altro potere, compreso quello del re.

Anche all'epoca un'oligarchia parassitaria e improduttiva, tracotante e odiosa, detentrice di tutti i privilegi, rappresentata dal clero e dalla nobiltà, opprimeva un popolo ridotto alla fame.

La nobiltà d’allora somigliava molto all’oligarchia di oggi.
Globalista ante litteram poiché girava l’Europa a governare popoli a cui era completamente estranea, parlava diverse lingue, si sposavano tra loro per consolidare i rapporti tra diverse dinastie sparse in tutta Europa, utilizzavano eserciti stranieri e mercenari per fare guerre di dominio e di predazione, organizzavano la propaganda e il consenso con il potere mediatico di allora, ovvero la Chiesa che manipolava le coscienze garantendo l’ordine morale e politico tra i ceti popolari e legittimando l’autorità del re per diritto divino.

La scintilla che diede inizio alla Rivoluzione Francese con l’attacco alla Bastiglia il 14 luglio 1789 fu la decisione di Luigi XVI di ammassare soldati, tra cui milizie straniere, alle porte di Parigi e di Versailles con lo scopo di contenere la forte pressione per le riforme rivendicate dai delegati dell’Assemblea Nazionale e sostenute da tutto il popolo. Fu in quel momento che i francesi si riconobbero nella nazione e furono istituiti i comitati cittadini e la Guardia Nazionale.

La nazione è lo spazio geografico, storico e giuridico dove un popolo può esercitare la propria sovranità.

La nazione è un concetto così forte da portare in sé elementi rivoluzionari poiché la sovranità popolare non può esprimersi altrimenti se non all’interno della sovranità nazionale e attraverso la sovranità statale.

Ma come tutte le idee forti la nazione non è riuscita a sottrarsi al rischio di strumentalizzazione in chiave mitica da parte del potere dominante.
Il capitalismo, che nasce e si sviluppa nelle dimensioni nazionali, ha utilizzato il mito della nazione per affermare la sua egemonia di classe dominante e consolidare l’economia del profitto nell’interesse della nazione e quindi del popolo ad essa corrispondente. Attraverso un’opera di mistificazione ideologica il capitalismo radica il suo potere nella sfera politica laddove l’interesse della nazione, e quindi del popolo, vengono narrati e fatti coincidere con gli interessi della classe al potere.
Andando oltre e forzando fino a trasfigurare il concetto di nazione nato dalla Rivoluzione Francese, il capitalismo, nelle sue fasi colonialiste e imperialiste, legittima i propri interessi di mero profitto e dominio vantando il primato di una nazione sopra un’altra, di un popolo contro un altro popolo e della guerra come strumento con cui alimentare la prosperità della propria nazione.

Occorre distinguere quindi tra nazionalismo di destra e patriottismo repubblicano.

Il primo utilizza la sfera della nazione in maniera strumentale per affermare il proprio interesse di classe facendo leva sull’elemento identitario in chiave conflittuale per legittimare se stesso e creare consenso.

Il secondo è il presupposto per sviluppare la sovranità popolare in una prospettiva democratica necessaria per la costruzione di una società solidale, egualitaria, cooperativa con gli altri popoli e che possa contemplare l’orizzonte di progresso di comunità pacifiche libere di governarsi e ispirate ai principi universali e umanistici della ragionevole utopia socialista.

Il fraintendimento e il non discernimento del concetto rivoluzionario di nazione è purtroppo coerente con le teorie che sostituiscono la categoria concreta di popolo con quella vaga di moltitudine, lo stato con l’autorganizzazione separata dalla dimensione istituzionale ma ad essa subalterna, la conquista del potere con l’effimero ritaglio di spazi sociali fragili e vulnerabili all’ombra dello stesso potere.

Con la caduta del muro di Berlino nel 1989, esattamente due secoli dopo l’assalto alla Bastiglia, e il conseguente disfacimento dell’URSS negli anni successivi, il capitalismo può finalmente iniziare l’opera di smantellamento delle sovranità nazionali, dove si annida il peggior nemico del potere dominante, la sovranità popolare, e realizzare finalmente il sogno inconfessabile, ovvero un governo unico mondiale dove le leggi le fanno il profitto, il mercato e i detentori di ricchezze.

Eppure dovrebbe essere così intuitivo che l’attuale sistema di potere rappresentato dalle oligarchie finanziarie e mondialiste promuove secondo un progetto di dominio totale il superamento delle nazioni e lo svuotamento dello stato, ridotto a filiale amministrativa periferica di interessi privati internazionali.

Viene da chiedersi come è stato possibile che la sinistra storica nella sua trasmutazione genetica, specie quella sinistra che si compiace ancora di definirsi radicale o antagonista, sia potuta giungere al paradosso di voler combattere il globalismo del capitale sostenendo le tesi del nemico: abolizione di ogni sovranità, statale, nazionale o popolare che sia e libera e felice circolazione di capitali, merci e carne umana.

La rivoluzione democratica non s’è mai compiuta, e la prospettiva socialista, che da quella rivoluzione politica e culturale deriva, appare sempre più lontana. Siamo in un’epoca crepuscolare e alle soglie di grandi e inevitabili cambiamenti, e questi potrebbero avvenire nel segno della continuità che ha caratterizzato finora la storia del genere umano: pochi privilegiati che opprimono grandi masse dove la libertà teorica resta quella di poter acquistare una merce inutile facendosi mancare il necessario oppure di scegliere in quale parte del globo farsi sfruttare.
Sarebbe il trionfo dell’Ancien Régime di sempre.

Bisogna continuare a lottare senza lasciarsi andare al pessimismo e soprattutto non bisogna perdere la testa, e se mai questo rischio dovesse realizzarsi, e allora che avvenga mentre succede qualcosa d’importante, come fu per Danton o per Robespierre.



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domenica 26 marzo 2017

Roma, 25 marzo: una combattiva manifestazione contro l'euro, l'UE e la NATO

25 marzo 2017
[ 26 marzo ]


Il corteo di ieri, promosso da Eurostop insieme ad altri movimenti antagonisti, è stata la prima consistente manifestazione di piazza contro l'euro e l'Unione Europea. Il fatto che si sia svolta in contrapposizione al vertice dei 27 leader dell'UE rende ancora più forte il suo significato politico.

Finalmente la sinistra no-euro si è ritrovata in piazza con parole d'ordine chiare, mettendo insieme la parte migliore del sindacalismo di base con le forze della sinistra popolare e dell'antagonismo sociale.

I diecimila manifestanti di ieri sarebbero stati almeno il doppio se non vi fosse stata un'autentica campagna di terrore messa in campo dai media, con l'evidente regia del ministero dell'interno. Alla fine si è visto quanto quella campagna fosse falsa e pilotata allo scopo di scoraggiare la partecipazione al corteo di Eurostop in tutti i modi.

E' anche per questo motivo, che evidenzia fra l'altro la preoccupazione che regna tra i governanti, che possiamo essere soddisfatti della riuscita della manifestazione. Possiamo dire che quello sceso in piazza ieri è solo lo zoccolo duro della sinistra no-euro, uno zoccolo che potrebbe allargarsi notevolmente nel prossimo futuro.

Ma c'è un'altra operazione mediatica che dobbiamo denunciare. I giornali di oggi cercano di trattare il corteo no-euro come qualcosa di folcloristico, cercando di accreditare invece la riuscita della manifestazione (in realtà sostanzialmente fallita) della sinistra filo-europeista («La nostra Europa») tenutasi nella mattinata di ieri.

Confederazione per la Liberazione Nazionale, 25 marzo 2017
E' evidente il tentativo del sistema di isolare la sinistra no-euro. Un tentativo destinato però al fallimento se Eurostop saprà fare il salto ora necessario. Qual è questo salto? Quello di allargare i propri orizzonti, di presentarsi come movimento meno ideologico e più popolare. La sfida è insomma quella di essere il lievito di un vero movimento di massa.

Questo è quel che è possibile e necessario oggi. Questa è la nostra convinzione, che ieri abbiamo portato nel corteo come Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN).


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sabato 25 marzo 2017

IL MANIFESTO DELLA CONFEDERAZIONE per la LIBERAZIONE NAZIONALE

[  25 marzo ]

Pisacane, Mazzini, Gobetti, Gramsci
Documento costitutivo della Confederazione per la Liberazione Nazionale

Per riconquistare la sovranità liberandosi dalla gabbia europea
Per uscire dal dominio della finanza e dalla crisi di civiltà che ha prodotto
Per porre fine al declino dando a tutti lavoro e dignità
Per una società basata sui principi di libertà, uguaglianza e fraternità
Per attuare finalmente la Costituzione repubblicana

E' per raggiungere questi obiettivi che i promotori di questo manifesto hanno deciso di unirsi in forma confederativa. Vogliamo così costruire, in un momento in cui tutto tende a frantumarsi, una prima aggregazione delle forze che vogliono intraprendere la strada della rinascita del nostro Paese. Rinascita e liberazione dallo strapotere della finanza sulla società, sulle persone e sulla loro vita. Liberazione dalla dominazione straniera e da quella sua forma particolarmente odiosa chiamata "Unione europea". Liberazione da una casta politica totalmente asservita agli interessi delle oligarchie finanziarie.

La nostra proposta di lavoro e di organizzazione è dunque aperta a tutti coloro che vi si riconoscono. Ora si tratta di muovere i primi passi. Per farlo vogliamo fissare in maniera sintetica il nostro punto di vista, le nostre idee, il nostro programma.

a. Le sciagure prodotte dal sistema neoliberista sono davanti ai nostri occhi. L'idea che il mercato possa fungere da unico regolatore della società e da vero "sovrano" anche nelle scelte politiche è clamorosamente fallita. Avevano promesso benessere per tutti ed abbiamo disoccupazione, precarietà e povertà diffusa.

b. La crisi di questo modello è evidente. E' oggi largamente riconosciuto come la parabola della globalizzazione abbia ormai raggiunto il suo culmine. Lo dimostrano i clamorosi risultati della Brexit e delle elezioni americane, lo confermano i dati del commercio internazionale. Tutto va nella direzione della ri-nazionalizzazione della politica, ed è su questo terreno che ci si dovrà misurare.

c. E' in questo quadro che si accelera il processo disgregativo dell'Unione Europea. L'UE, nata proprio per realizzare il sogno dell'élite di un'area economica sovra-nazionale con il ruolo degli stati ridotto al minimo e funzionale al dominio dei cosiddetti "mercati", vive ormai una vera e propria crisi esistenziale. Non solo è defunto il progetto federale (gli "Stati uniti d'Europa"), ma la Gran Bretagna è in fase d'uscita, mentre l'insostenibilità dell'euro è ormai un fatto innegabile. Se a tutto ciò si aggiunge l'incapacità di assumere politiche unitarie sull'immigrazione, l'indisponibilità tedesca a qualsiasi forma di cooperazione economica, le convulsioni politiche che attraversano non solo la "periferia" ma pure i "paesi centrali" dell'Unione, abbiamo l'esatta fotografia del processo di disfacimento in corso. Sicuramente la Germania proverà a resistere, cercando di mantenere in piedi l’Euro, accelerando ulteriori cessioni di sovranità con il rafforzamento dei trattati per tenersi vantaggi e potere, obbligando i paesi della "periferia" a nuove forme di subalternità. E' questa una prospettiva da respingere in toto. 



d. E' dentro la crisi europea che va letto il disastro italiano. In nove anni di crisi il nostro Paese ha perso 8 punti di Pil, il 25% della produzione industriale, la disoccupazione ufficiale è attestata al 12% (purtroppo questo dato raddoppia se consideriamo i cosiddetti "scoraggiati"), mentre quella giovanile è addirittura sopra il 40%. Tutto ciò mentre la ricchezza nazionale si è ridotta, il ceto medio si è impoverito e gli stessi risparmi sono sotto attacco a causa delle norme bancarie europee. Sono questi i frutti avvelenati dell'euro, con il suo inevitabile corollario: politiche di austerità, pareggio di bilancio, fiscal compact. Ma non si tratta solo di un disastro economico. Si tratta di un disastro ben più ampio, di una società disgregata e spinta in un vicolo cieco, privata di ogni speranza nel futuro. E' stato questo l'effetto più profondo del "vincolo esterno", quello che attraverso il TINA (There Is No Alternative) ha cercato di uccidere ogni possibilità di cambiamento.

e. C'è però un limite a tutto. Siamo così arrivati alla rivolta contro le élite e allo straordinario risultato del referendum del 4 dicembre 2016. La vittoria del NO al referendum greco, anche se poi tradita da Tsipras, l'affermazione della Brexit a dispetto della gigantesca campagna mediatica, la sconfitta delle élite globaliste negli Usa ci indicano - pur con le loro differenze - che i popoli non ci stanno più, che il TINA ha smesso di funzionare, che le attuali classi dirigenti sono ormai prive di consenso. E' in questa traiettoria che si inserisce il 60% di NO a difesa della Costituzione, sentita come un bene inalienabile e base condivisa per uscire dall'attuale marasma, che è un NO altrettanto deciso alle politiche bipartisan degli ultimi decenni.

Fin qui la descrizione sommaria del quadro attuale. Come farvi fronte? Come porsi all'altezza delle sfide dell'oggi? Qual è il nemico principale e quali i possibili alleati? Qual è la base su cui costruire un programma di governo? Quali sono le misure più urgenti per iniziare il percorso della riscossa popolare?
A queste domande noi rispondiamo così:

1. La Costituzione del '48, che gli italiani hanno difeso col referendum, rappresenta per noi una stella polare, poiché contempla un modello di società in cui la democrazia politica è affiancata da quella economica e sociale. La Costituzione va dunque attuata, cancellando le modifiche neoliberiste apportate dai partiti di regime (come l’Art. 81 sul pareggio di bilancio), rafforzando anzi il suo spirito repubblicano, egualitario e sovrano. La Carta del '48 può e deve essere la base valoriale per un ampio blocco politico e sociale antiliberista, un autentico Fronte Patriottico Costituzionale che si candidi al governo del Paese.

2. Per attuare la Costituzione bisogna però riconquistare la sovranità popolare e nazionale, che il nostro paese ha perduto, cedendola di fatto all’Unione europea. Siccome non può esserci né sovranità né democrazia entro la gabbia eurocratica, siamo per l'uscita dall'euro e dalla UE, riconsegnando allo Stato nazionale tutti i suoi strumenti di politica economica, sociale, monetaria e fiscale. La Nazione è il solo luogo ove il popolo possa esercitare la sua sovranità, il solo spazio ove possa svolgersi una vera dialettica democratica. Battersi per la piena indipendenza nazionale non significa affatto abbracciare una concezione autarchica, razzista o sciovinista della Nazione. Il nostro patriottismo è democratico, costituzionale e antifascista. Siamo per sviluppare politiche di cooperazione e fratellanza con gli altri popoli, specie quelli che decideranno di intraprendere lo stesso percorso di liberazione.

3. Quali sono i nemici principali? Sono i poteri che reggono l'attuale sistema oligarchico: l'Unione Europea a trazione tedesca, le istituzioni sovra-nazionali del dominio neoliberista, i grandi centri del potere economico-finanziario mondiale, le élite che hanno il monopolio dei mezzi d’informazione. Ma questi nemici non stanno solo all’estero, essi hanno i loro distaccamenti in Italia. Alle élite economiche, complici nel depredare il Paese e decise a svuotare la democrazia, si affianca un ceto politico servile quanto corrotto. Al vertice di questo ceto, e dunque al centro del sistema politico, resta oggi il PD, che è il vero garante del potere oligarchico che ci opprime.

4. Questi nemici potranno essere battuti con una larga alleanza tra tutte le forze costituzionali disponibili, e solo con il risveglio e la partecipazione attiva del popolo italiano, con una sollevazione consapevole che utilizzerà tutti i canali e gli strumenti democratici affinché il governo passi nelle mani del fronte delle forze popolari e anti-oligarchiche per trasformare da cima a fondo la società italiana.

5. Le potenti forze sistemiche, allo scopo di conservare il potere,hanno scatenato una vera e propria campagna di diffamazione verso tutte le forze che pur da sponde opposte lottano contro l’oligarchia. L’anatema è quello del “populismo”. E per “populismo” esse intendono la capacità di essere in sintonia coi bisogni di chi sta in basso, il saper parlare la loro lingua, lo stabilire un legame affettivo col popolo, il coraggio di chiamare alla ribellione. Nel campo “populista” i dominanti mettono tutte le forze a vario titolo sovraniste: tra di esse M5S e Lega Nord.

6. Pur considerandoci parte del campo populista noi siamo alternativi sia alla Lega Nord che al Movimento 5 Stelle. Queste forze non hanno un progetto di paese davvero alternativo a quello dei dominanti. I programmi sociali e politici del M5S e della Lega Nord sono intrisi di spirito, idee e proposte di tipo liberista che li porta a strizzare l'occhio a questa o a quella frazione dominante. Per noi la sovranità nazionale è una condizione necessaria ma non sufficiente per ricostruire l’Italia. Siamo alternativi a M5S e Lega Nord anche perché queste forze cercano innanzitutto un consenso passivo, una delega paternalistica ai loro ceti politici e ai loro leader.

7. Ma siamo a maggior ragione alternativi alla cosiddetta “sinistra radicale”.
Questa sinistra, anziché rielaborare un programma sociale intrecciato al tema della nazione, ha abbracciato la visione mondialista dei dominanti. Siamo tuttavia certi che, prima o poi, anche da questo campo arriveranno forze alla causa per cui ci battiamo, ma proprio per separare il grano dal loglio abbiamo il dovere di denunciare le gravi responsabilità dei piccoli gruppi dirigenti che lì si agitano senza costrutto alcuno. O meglio, con l'unico intento di ritagliarsi qualche spazio istituzionale con nuove confuse "operazioni politiciste", o cercando di racimolare i pezzi sempre più dispersi di una "sinistra dei diritti cosmetici", incapace di porsi all'altezza della situazione. Queste forze, pur divise tra loro, hanno in comune la stessa adesione a quel cosmopolitismo delle oligarchie che è la negazione stessa dell'internazionalismo correttamente inteso.

8. Occorre riprendersi la politica. E' questo il messaggio che ci viene dal populismo, è questo l'obiettivo che il populismo rende possibile a condizione che si agisca nel modo corretto. E' infatti in questo campo che si esprimono settori sociali e soggettività diverse, non coalizzabili tra loro se non in virtù di un forte messaggio politico e simbolico. Questo messaggio, che già vive nelle lotte sociali contro la globalizzazione, è quello della riscossa, della costruzione di un'alternativa concreta e possibile. E' su questa base che milioni di persone potranno mobilitarsi, dando vita ad un ampio blocco sociale, lottando per conquistare il governo ed attuare concrete politiche democratiche in sintonia con i bisogni del popolo.

9. Uscire dall'euro è necessario, seppure non sufficiente. Quanto detto finora ci porta ad indicare un programma di misure urgenti, di carattere economico e sociale, per venir fuori dalla crisi e per far sì che l'uscita dall'euro-dittatura rappresenti l'inizio di uno sganciamento dal sistema neoliberista e dal dominio della finanza predatoria, non la riproposizione su scala nazionale di queste  forme di oppressione. Queste le misure più importanti da prendere dopo essere usciti dall'eurozona, aver ripristinato la sovranità monetaria e ristabilito il controllo pubblico sulla Banca d'Italia: a) piano per il lavoro per raggiungere la piena occupazione; b) piano di reindustrializzazione del Paese anche attraverso la nazionalizzazione dei settori strategici (energia, telecomunicazioni, acqua, trasporti); c) eliminazione del precariato e difesa dei redditi da lavoro dipendente ed autonomo; d) garanzia del diritto allo studio, alla salute e ad una vecchiaia serena attraverso il carattere pubblico della scuola, della sanità e della previdenza; e) affermazione del controllo pubblico sul sistema bancario, istituzione di banche di interesse nazionale e nazionalizzazione delle banche salvate dallo Stato; f) introduzione di limiti alla circolazione dei capitali e tutela delle produzioni italiane, g) ristrutturazione del debito pubblico a partire dalla sua componente speculativa ed estera, h) riforma fiscale che applichi i principi di equità, giustizia sociale e progressività sanciti dall'art. 53 della Costituzione.

10. Con la nascita della Confederazione per la Liberazione Nazionalevogliamo quindi dar vita ad una prima aggregazione che possa poi sfociare nella costruzione di una forza popolare e patriottica all'altezza di questi compiti. Siamo ambiziosi ma realisti, sappiamo perciò che questo richiederà ben altre forze. Ma intanto vogliamo muovere il primo passo, ben sapendo che non ci sarà possibilità di vittoria se il popolo non saprà diventare il protagonista della rivoluzione democratica che abbiamo cercato di descrivere.


Confederazione per la Liberazione Nazionale (CLN)
(Indipendenza e Costituzione, Noi Mediterranei, Programma 101, Risorgimento Socialista)

Firenze, marzo 2017


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venerdì 24 marzo 2017

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA (DELLE BANANE) di Moreno Pasquinelli

[ 24 marzo ]

«Vieni, ti farò vedere il giudizio che spetta alla grande prostituta che siede su molte acque. I re della terra hanno fornicato con lei e gli abitanti della terra si sono ubriacati con il vino della sua prostituzione». (...) Poi mi disse: «Le acque che hai viste e sulle quali siede la prostituta, sono popoli, moltitudini, nazioni e lingue.
Giovanni; Apocalisse

Una bestia ferita, com'è noto, può essere ancor più pericolosa e aggressiva. I profondi traumi che essa ha subito con la Brexit, l'elezione di Trump ed il referendun italiano spiegano la ferina reazione della setta degli euro-liberisti. Davanti alla decomposizione dell'Unione europea essi tentano di ridare slancio al disegno unionista, anche a costo —"Europa a due velocità"—di fare un radicale repulisti, cacciando quei paesi che non vogliono privarsi degli ultimi brandelli di sovranità nazionale. Riusciranno nell'impresa? E' altamente improbabile. 

Un'euro-unione statuale avente come architrave l'asse franco-tedesco, con attorno un ristretto novero di paesi sotto regime di protettorato (e date le condizioni l'Italia sarebbe tra questi) non sarebbe solo un "cambio di passo"; sarebbe un nuovo disegno strategico. Un salto nel buio che mentre conferma la fine della Ue così come l'abbiamo conosciuta, accentuerà infatti contraddizioni, contese, discordia, conflitti.

Voglio dirla tutta: l'eventuale mossa verso un'Unione eurista a ranghi ridotti, compatta dietro comando tedesco, porta dritti verso una nuova guerra europea su larga scala —questa è sempre stata la conseguenza, e sempre lo sarà, della imperialistica volontà di potenza germanica. Lorsignori lo sanno, per questo, quando parlano di accelerazione, si focalizzano anzitutto sulla politica di difesa, che altro non significa che una corsa al riarmo, accompagnata da una stretta interna autoritaria, invocata in nome delle minacce esterne.

Com'è ovvio la bestia deve camuffare la sua volontà di potenza, deve mascherarla, essa si deve anzi manifestare sotto le mentite spoglie delle più pie intenzioni. Ispirandosi al Grande Fratello di George Orwell —«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L'ignoranza è forza». La bestia "dalle sette teste e dalla dieci corna" sostiene infatti di volere la pace, la democrazia, il progresso, il bene dei popoli.
L'altro ieri Parlamento ovazione bypartisan

In vista delle celebrazioni del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma essa ha scatenato una vera e propria offensiva ideologica. 

In Italia suo massimo portavoce è stato il Presidente Mattarella, il quale come palcoscenico e per dare la massima solennità al suo predicozzo, ha scelto il Parlamento con le due camere riunite. 

Bersaglio di Mattarella "... i sovranisti che provano nostalgia per i vecchi Stati nazione". LA STAMPA ci informa che prima della standing ovation finale "Il discorso è stato spesso applaudito dalla sinistra dell'emiciclo, com'era logico aspettarsi, ma pure dalla trentina di grillini presenti e da Forza Italia" —va ad onore della pattuglia salviniana non aver partecipato alla commedia. Ma sentiamo qual è stato il cavallo di battaglia di Mattarella:
«Nessun Paese può garantire, da solo, la effettiva indipendenza delle proprie scelte. Nessun ritorno alle sovranità nazionali potrà assicurare ai cittadini europei pace, sicurezza e prosperità perché nessun Paese, da solo, potrà mai affacciarsi sulla scena internazionale con la pretesa di influire sugli eventi, considerate le proprie dimensioni e la scala dei problemi. (...) L'alternativa è l'irrilevanza di ciascuno e, invece un processo di unificazione basato non sull'egemonia del più potente ma su uno sviluppo pacifico per mezzo di istituzioni federali e democratica».
Della fuffa ideologica (prosperità, pace, sviluppo, democrazia, bla, bla, bla) si è detto. Che dire del postulato su cui Mattarella appoggia la storytelling eurista per cui uno Stato sovrano sarebbe condannato all'irrilevanza "considerata la scala dei problemi"? Si tratta di una solenne sciocchezza, e non ci torno su, rimandando a quel che ho avuto modo di scrivere recentemente su questo blog — UNA CRITICA AI PARTIGIANI DELL'EURO E DEL GIGANTISMO ECONOMICO

Qui vale la pena insistere sul fatto che proprio la più alta carica dello Stato sia diventata, da alto presidio della Costituzione repubblicana, l'avamposto dei suoi scassinatori —chi dimentica che Mattarella è stato intronizzato grazie ai desiderata di chi lo ha preceduto? Abbiamo come Presidente uno che senza peli sulla lingua afferma che la sovranità nazionale va definitivamente ceduta, che ciò non solo è necessario ma indifferibile. Abbiamo per la terza volta (dopo Ciampi e Napolitano) un agente diretto e consapevole di un'élite eurista che ha come scopo smantellare la Repubblica a favore di un'Unione imperiale e imperialistica. 

E non è un caso che per far ben comprendere quale sia l'idea di "nuova Unione", Mattarella ha a più riprese citato non Altiero Spinelli, ma proprio il liberista Luigi Einaudi, il quale, sulla satanica scia di Von Hayek, già nel 1947 perorava, di contro alla maggioranza dei costituenti democratici, l'abolizione delle barriere fra stato e Stato e il liberoscambismo più sfrenato. 

Già altri hanno invocato l'Art. 90 della Carta, quello per cui il Presidente dev'essere messo in stato d'accusa nei casi di  "alto tradimento o attentato alla Costituzione". Lo facciamo anche noi, essendo quello di Mattarella un comportamento doloso, diretto a sovvertire le istituzioni repubblicane ed a violare la Costituzione, che dice parole inequivocabili su chi sia il soggetto a cui spetti la sovranità.

Sì, abbiamo un Quisling al Quirinale, espressione di una classe dominante italiota bastarda e antinazionale che, malgrado la sberla del 4 dicembre, continua a congiurare per convolare a nozze con la più potente (certo non bastarda) borghesia carolingia, ovvero franco-tedesca. Quest'élite stracciona va alle celebrazioni dei Trattati di Roma ostentando un vergognoso zelo verso i potenti d'Oltralpe. Sta col cappello in mano sperando in "un processo di unificazione basato non sull'egemonia del più potente ma su uno sviluppo pacifico per mezzo di istituzioni federali e democratica". Uno zelo che ha del patetico, visto che questa élite anti-nazionale, dopo aver svenato il popolo per restare nell'eurozona, pensa di ottenere un posto a tavola spendendo le residue dosi del suo servilismo europeista. Sarà trattata come una classe mendicante—Dijsselbloem, ipse dixit.

Ps.
Questi abusivi, campioni dell'illegalità anticostituzionale, stanno minacciando sfracelli nel caso la manifestazione di Eurostop di domani non rispetti le ferree limitazioni del Ministro degli Interni. Verrebbe da rispedire al mittente, visto il pulpito, certe ingiunzioni. Verrebbe da rispondere che preferiremmo prendere d'assalto il luogo ove i vampiri europei, protetti da migliaia di poliziotti, stanno rintanati. Non accadrà, per la semplice ragione che non ne abbiamo la forza ovvero, la forza della manifestazione di domani, essendo la prima del genere, sarà nella sua proposta di uscita dalla Ue e dall'eurozona, quindi nella partecipazione massiccia—malgrado la campagna d'intimidazione. C'è ancora tempo per passare dalle armi della critica alla critica delle armi.

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LEX MONETAE E DIRITTO EUROPEO di Jacques Sapir

[ 24 marzo ]

Un Jacques Sapir insolitamente sintetico e tagliente accusa i sedicenti difensori dell’Europa, i quali negando che l’uscita dall’euro sarebbe regolata dalla Lex Monetae mostrano di non conoscere le leggi della stessa Unione europea e di basarsi piuttosto sulle affermazioni della discutibile agenzia di rating Standard & Poor’s. La Lex Monetae è chiaramente inscritta nei trattati europei: è stata invocata al momento dell’entrata nell’eurozona, e sarà ovviamente invocata di nuovo al momento dell’uscita…
 Tutti conosciamo l’argomento che coloro che si oppongono alla dissoluzione dell’euro o all’uscita dall’euro contestano a chi è invece convinto che tale uscita sia oggi l’unica soluzione possibile per l’economia francese: l’argomento del debito. Secondo questi critici i debiti della Francia si moltiplicherebbero semplicemente per il deprezzamento del nuovo franco francese. Essi mostrano di non credere a quel principio della legge internazionale definito Lex Monetae, o legge monetaria, che indica precisamente che tutto il debito emesso secondo la legge di un paese può essere ridenominato in una nuova valuta, se quel paese decide di cambiare valuta. Un ex Presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy tanto per fare il nome, ha pronunciato un discorso apocalittico su questa questione. Anche l’Institut Montaigne ha ripreso questo tema e ha dimostrato di non credere all’esistenza della Lex Monetae.
Lex Monetae e diritto europeo
Eppure questa “legge”, alla quale si faceva riferimento in  diritto internazionale negli anni ’20-’30 del Novecento per regolare il problema dei debiti degli stati che si sarebbero formati sui resti del decaduto Impero Austro-Ungarico, è esplicitamente menzionata dal diritto dell’Unione europea. Del resto è proprio in virtù di questo principio del diritto internazionale che il debito pubblico francese emesso in franchi fu convertito in euro nel 1999.
Il riferimento si trova nel regolamento (CE) n° 1103/97 del Consiglio del 17 giugno 1997, relativo ad alcune disposizioni per l’introduzione dell’euro. Questo regolamento è pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale [1] e può essere consultato in internet [2]. Il riferimento in particolare appare al paragrafo 8 ed è riportato qui di seguito:
“(8) considerando che l’introduzione dell’euro costituisce una modifica della legge monetaria di ciascuno Stato membro partecipante; che il riconoscimento della legge monetaria di uno Stato è un principio universalmente accettato; che la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell’ordinamento giuridico dei paesi terzi;”
Be’, diciamo che è abbastanza stupido pretendere di difendere un’istituzione senza conoscerne le leggi. Perché, e questo è un punto importante, è detto proprio che “la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell’ordinamento giuridico dei paesi terzi“. In altre parole, se il governo francese decide di ritornare al franco ad un tasso di conversione di 1 a 1 con l’euro, ha il diritto di farlo per quanto riguarda tutti gli strumenti giuridici e i contratti emessi all’interno dell’ordinamento giuridico francese. Ma è quantomeno strano che gli “esperti” europei ignorino le loro stesse leggi. È un po’ come se il Presidente della Repubblica [francese] dicesse che, secondo la Costituzione, il Presidente è eletto dal Parlamento…
Lex Monetae e agenzie di rating
Si può verificare inoltre come la citazione di una certa agenzia di rating, che fa da fondamento alle affermazioni catastrofiste dell’Institut Montaigne [3], venga direttamente invalidata dal sopra menzionato regolamento europeo: “Non c’è alcuna ambiguità (…) Se un emittente non adempie ai termini del contratto con i suoi creditori, ivi compresa la valuta in cui sono effettuati i pagamenti, dichiareremmo la situazione di default“, così ha detto recentemente Moritz Kraemer, direttore dei rating sovrani di Standard & Poor’s. Potremmo anche ignorare le agenzie di rating, ma resta il fatto che le loro opinioni sul rischio di credito (cioè di default) sono indispensabili per una buona gestione del rischio da parte degli investitori istituzionali (compagnie di assicurazione, fondi pensione e banche).
Se l’agenzia Standard & Poor’s decidesse di dichiarare il “default” della Francia, non sarebbe ovviamente seguita dalle altre agenzie e, soprattutto, non riuscirebbe a trovare nessun tribunale di livello internazionale disposto a convalidare la sua decisione. Perché i giuristi sanno bene che quanto accaduto nel 1999 si ripeterebbe, in virtù del principio giuridico del precedente. Il governo francese potrebbe anche citare in giudizio Standard & Poor’s per manipolazione del mercato del debito.
Combattere il “Progetto Paura”
La bellezza della Lex Monetae sta nel fatto che il debito pubblico emesso sotto diritto francese (che corrisponde al 97 percento del totale di questo debito) deve essere rimborsato nella moneta avente corso legale in Francia. Se la Francia decide che questa moneta è l’euro, il debito viene rimborsato in euro al tasso di conversione deciso dalla Francia. Se la Francia decide invece che la moneta avente corso legale sul suo territorio è (nuovamente) il franco, vale la stessa cosa. Detto altrimenti, i circa 1649 miliardi di euro di debito francese negoziabile [4] si trasformerebbero in 1649 miliardi di franchi.
Per quanto riguarda il debito privato delle famiglie e delle imprese francesi, se questo è stato emesso secondo il diritto francese, non cambia nulla. Il lavoro di Cédric Durand e Sébastien Villemont, pubblicato dall’OFCE (Osservatorio Francese per le Congiunture Economiche) e che uscirà tra qualche mese su una rivista internazionale, stabilisce con precisione le conseguenze dell’uscita dall’euro [5] e mostra che le imprese e le famiglie uscirebbero vincenti da questa situazione.
È quindi necessario capire che molti di coloro che parlano su questo tema, lo fanno esclusivamente per alimentare i timori e le paure dei francesi. Come nei mesi precedenti al referendum sulla Brexit, ci troviamo di fronte a un “Progetto Paura”. Progetto sconfitto col voto del giugno 2016. Bisogna sperare che anche gli elettori francesi sappiano opporvisi, con la ferma sicurezza di chi conosce i propri diritti.
NOTE
[1] Journal Officiel n° L 162, 19/06/1997 p. 0001 – 0003
[3] Chaney E., «A propos du monde imaginaire de ceux qui prônent une sortie de l’euro», Institut Montaigne, 02 marzo 2017

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