Che fare dopo l'Unione europea?

Che fare dopo l'Unione europea?
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lunedì 25 luglio 2016

INCONTRANDO LUKA MESEC

[ 25 luglio ]

Luka Mesec, al centro nella foto, sarà uno dei protagonisti del III. Forum internazionale no euro che si svolgerà a Chianciano Terme dal 16 al 18 settembre prossimi.

Sabato scorso una delegazione di Programma 101 era a Lubiana, dove ha incontrato e discusso con Luka Mesec, il dirigente più noto del giovane partito Iniciativa za Demokratični Socializem (Iniziativa per il Socialismo Democratico) che celebrò il suo congresso fondativo il 8 marzo 2014.

Luka Mesec è anche portavoce di Združena levica (Sinistra Unita), una coalizione che raggruppa altri due movimenti della sinistra slovena: il Partito Democratico del Lavoro ed il Partito per lo Sviluppo Sostenibile di Matjaž Hanžek. Una coalizione nata nel marzo del 2014 sulla spinta dei movimenti popolari di protesta che scossero la Slovenia nel 2012 e nel 2013, e che nelle elezioni politiche del luglio 2014 entrò in Parlamento ottenendo un sorprendente 5,97% dei voti, ottenendo 6 seggi. Da allora Luka Mesec è anche capogruppo della delegazione parlamentare di Sinistra Unita.
1 marzo 2014: la conferenza stampa che annunciò
la nascita di Sinistra Unita.

Malgrado abbia ottenuto il 5,47% dei voti alle elezioni europee del maggio 2014, Sinistra Unita non ottenne nessuno degli 8 seggi spettanti alla Slovenia.

All'atto di nascita Sinistra Unita dichiarò la sua adesione alla "Sinistra europea", in particolare solidarizzò con Syriza dopo che questa vinse le elezioni del gennaio 2015.

Dopo la capitolazione di Tsipras e la firma del "terzo memorandum" —malgrado la schiacciante vittoria del NO al referendum del luglio 2015— dentro Iniziativa per il Socialismo Democratico (tra le tre forze di Sinistra Unita quella certamente più radicale) si aprì una discussione che condusse questo movimento a riconoscere la necessità per la Slovenia di uscire dall'eurozona. Fu proprio Luka Mesec a sancire questa svolta, con un intervento che pubblicammo su SOLLEVAZIONE.

Svariati i temi discussi con Luka Mesec, tra cui la questione della insostenibilità di un'Unione europea votata alla dissoluzione, prospettiva che deve vedere preparate le forze di sinistra, le quali debbono contendere alle destre radicali la guida dei movimenti per la rottura.

Il confronto, che ha registrato anche qui una sostanziale consonanza di vedute, si è focalizzato sulle dirimenti questioni che concernono il futuro delle forze socialiste e anticapitaliste. La crisi generale rende nuovamente attuale l'idea del socialismo, ma questo dev'essere ripensato, anche alla luce del fallimento dei diversi tentativi compiuti nel secolo scorso. E siccome si era in Slovenia si è discusso del contributo che fornì il comunista antistaliniano sloveno Edvard Kardelj, ovvero la sua tesi di un socialismo democratico che conservasse forme di mercato ma fondato sull'autogestione operaia come principale forma di proprietà pubblica.
8 Marzo 21014: Luka Mesec al congresso fondativo
di Iniziativa per il Socialismo Democratico

Tra i tanti temi a cui si è accennato, non poteva mancare quello del "populismo" in quanto fenomeno politico centrale della fase che viviamo. Con uno sguardo alla crescita dei movimenti populisti nei diversi paesi europei, ed alla sua tendenziale divaricazione tra populismi di destra e populismi di sinistra. In questo contesto Luka era concorde con noi sul giudizio del Movimento 5 Stelle in quanto forza che rappresenta anzitutto la spinta al cambiamento, con cui è necessario stabilire una relazione di critica e di unità, di qui il dissenso verso quei pezzi della sinistra (sia quella élitaria che quella estremistica) che lo liquidano come una forza reazionaria. 

Luka ha quindi spiegato le origini del suo movimento, Iniziativa per il Socialismo Democratico, nato solo pochi anni fa come decisione di un gruppo di giovanissimi studenti marxisti di Lubiana —oggi il più anziano dei dirigenti ha 34 anni. 

Luka non ha nascosto che proprio in questi mesi nel suo movimento c'è un'aspra lotta interna che potrebbe concludersi con una scissione. Abbiamo quindi chiesto a Luka con che tipo di minoranza egli deve confrontarsi. Luka ha spiegato che, al netto di decisivi elementi di personalismo, che mostrano l'immaturità politica del movimento, la minoranza esprime lo stesso radicalismo parolaio di tanta "sinistra radicale" europea, un mix di simbolismo vetero-marxismo e di ideologia dei diritti civili (ad esempio una posizione "no border" per cui sì all'immigrazione di massa), con la stessa ossessione della minaccia di un fascismo montante.

Ci siamo quindi cordialmente salutati, con un arrivederci a settembre al III. Forum internazionale no-euro.


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sabato 23 luglio 2016

POPULISMO, RIVOLUZIONE DEMOCRATICA, CLN: LE RIPRESE FILMATE DELL'ASSEMBLEA SEMINARIALE DI P101

[ 23 luglio]

Abbiamo tratto un bilancio positivo dell'assemblea svoltasi il 2 e il 3 luglio.
Segnaliamo ora ai lettori le riprese videofilmate dell'assemblea medesima.
Ringraziamo i compagni che hanno eseguito queste riprese e che successivamente le hanno pubblicate sul nostro canale.
Di seguito le prolusioni di Marco Mori, Leonardo Mazzei, Norberto Fragiacomo, Moreno Pasquinelli, Diego Melegari e Manolo Monereo e gli interventi nel dibattito.


Prima sessione



«CLN: quali alleanze e quali idee per la liberazione dalla gabbia europea»



L'apertura dei lavori e la introduzione di Marco Mori




La relazione di Leonardo Mazzei



Seconda sessione

«Crisi sistemica, sollevazione popolare, rivoluzione democratica»

Relatori: Norberto Fragiacomo e Moreno Pasquinelli
segue dibattito



Terza sessione
«Il nuovo soggetto politico e la questione del populismo»

Relatori: Manolo Monereo e Diego Melegari
segue dibattito

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venerdì 22 luglio 2016

SINISTRA ITALIANA: DALLE "RELAZIONI PERICOLOSE" ALLE RIMOZIONI FATALI di Moreno Pasquinelli

[ 23 luglio ]

Sabato scorso, 16 luglio, Sinistra Italiana (SI), il nuovo partito che dovrebbe nascere sulle ceneri di Sel con l'innesto dei fuoriusciti dal Pd come Fassina e D'Attorre, ha celebrato la sua assemblea nazionale. Un appuntamento importante dopo i deludenti risultati elettorali alle recenti amministrative, segnate anzitutto dall'avanzata del Movimento 5 Stelle (M5S) dallo smacco subito da SI anzitutto a Roma.
Per la cronaca: un primo giudizio su SI noi l'avevamo dato subito dopo il battesimo del febbraio scorso, ovvero Cosmopolitica —un nome un programma.

La batosta elettorale ha lasciato le sue ferite. 300 militanti e dirigenti vendoliani di Sel, capeggiati dal sindaco di Cagliari Massimo Zedda [nella foto in basso] hanno disertato l'assemblea ed hanno anzi chiesto le dimissioni di tutto il gruppo dirigente di Sel, l'azzeramento dell'esperimento di SI, riproponendo la vecchia strada, quella dell'alleanza col Pd. I 300 lo han fatto con un documento al vetriolo che attesta quanto deteriorato sia il clima dentro Sel e quindi SI, coi vendoliani che non solo non accettano lo scioglimento ma sono decisi a riproporre un posizionamento politico di satellite del Pd, "oggi renziano, domani chissà", dicono.

L'assemblea del 16 luglio pare aver sancito una vittoria con largo margine di quella che potremmo definire "ala sinistra" che fa capo alla troika Fratoianni-Fassina-D'Attorre. E' proprio quest'ultimo che ha aperto i lavori dell'assemblea, ammettendo la sconfitta ma ribadendo il discorso, che più o meno suona così: "Il Pd con Renzi ha subito un mutamento genetico, il centro-sinistra è defunto e per farlo eventualmente rinascere occorre dare vita ad un nuovo polo politico (SI appunto), quindi niente alleanza col Pd ma puntare a rappresentare i settori sociali che la crisi ha falcidiato".

Anche sorvolando per amor di patria sulla pornografica nostalgia per il centro-sinistra che fu, salta agli occhi l'insipienza, la debolezza di una simile visione politica.

Ci ha pensato l'ottuagenaria Luciana Castellina, in un suo intervento su il manifesto del 19 luglio, ad aiutarci nel decodificare la visione politica della nascente SI, a fornircene un estratto chimico. 
Dopo aver compiuto una difesa d'ufficio della linea difesa da Fratoianni e D'Attorre, la Castellina, scrive:
«La parvenza di realismo della posizione dei nostalgici del centrosinistra sta nel dire: un altro schieramento governativo oggi non c’è. Il che è assolutamente vero. (...)
Prendere d’atto che per ora non esiste una formula sostitutiva del defunto centrosinistra a livello nazionale —altra cosa sono le istituzioni locali, perché il territorio sta già dando prova di essere ricco di energie e formule inedite di rappresentanza— non rende tuttavia affatto meno credibile il nostro discorso. (...)
Non vuol dire ignorare la necessità di conquistare un ruolo istituzionale e rifugiarsi nella cuccia dell’extraparlamento. Anche questa battaglia può portare frutti corposi: basta con questa ossessione “governista” che delega i risultati solo e sempre a quanto potrebbe fare un governo.
Il vecchio Pci al governo non c’è stato mai, ma sappiamo che quasi tutto quanto di buono abbiamo conquistato è stato merito della sua azione. Anche allora non c’era una prospettiva immediata di governo, ma quel partito è stato efficace perché ha saputo conservare un’ottica di governo ( che è altra cosa), senza chiudersi in sterili minoritarismi. Attrezziamoci a creare le condizioni per ottenere altrettanto, nelle forme adeguate ai tempi presenti».
Col pretesto di criticare la "ossessione governista" dei vendoliani di Zedda, la Castellina ne condivide l'assunto da cui tutto il resto viene: non ci sarebbe oggi in Italia uno schieramento governativo alternativo a quello eurofilo ed oligarchico che fa perno sul Pd. Se i vendoliani da questo assunto ne ricavano che occorre aggrapparsi alla sottana del Pd, i diversamente vendoliani ne deducono che (vedi l'analogia col vecchio PCI) occorre attrezzarsi ad una prolungata e minoritaria traversata nel deserto.

TRE IMPERDONABILI RIMOZIONI

Non perdo tempo a spiegare che l'analogia col PCI non sta né in cielo né in terra. Ma noi siamo di manica larga, vogliamo concedere alla Castellina una clemente licenza poetica. Andiamo al sodo.
Occorre proprio avere la testa fra le nuvole per immaginare che alle prese con quella che è la più grave crisi sistemica della storia di questo paese —in quella che Gramsci avrebbe definito "crisi organica": ovvero economica, sociale, istituzionale, politica e morale— ci siano lo spazio ed il tempo per una lunga e prolungata lotta di trincea o guerra di posizione che consenta ad un piccola minoranza, attraverso una lenta e tenace progressione molecolare, di diventare maggioranza.
Sul lungo periodo, come ebbe ad affermare J. M. Keynes, "saremo tutti morti".
Il tessuto connettivo, economico e sociale del nostro Paese, non può resistere a lungo in queste condizioni. L'Italia, altro che le scemenze berlusconiane di Renzi, va verso uno sfascio di proporzioni incalcolabili. E' senso comune che dal marasma se ne esce con una svolta radicale, e che questa svolta è alle porte. 

Avremo una svolta reazionaria o democratico-rivoluzionaria? Questa è la questione, che invece SI rimuove. E' facile predire che con questa prima rimozione SI non va molto lontano.

Occorre poi essere ciechi per non vedere come, almeno a partire dal 2013 per una parte crescente del popolo lavoratore italiano, quella che noi riteniamo la parte più indignata, sveglia e vitale, un'alternativa di governo esiste, e questa si chiama M5S. 
Come possono, politici di lungo corso come quelli che dirigono SI, non vedere questo fenomeno eclatante? Come possono (controprova fattuale) non vedere le grandi manovre di questi giorni capofila Napolitano che per nome e per conto delle oligarchie euriste si dimenano per sventare un eventuale governo M5S? 

Un gruppo dirigente di una sinistra che si rispetti dovrebbe, se non avesse perso per strada il contatto con la realtà pulsante, vista la situazione del Paese alle soglie dello "Stato d'eccezione", chiamare ad un governo popolare di emergenza, di cui, non c'è dubbio, M5S sarebbe l'arco di volta. Dovrebbe dunque incalzare M5S affinché abbandoni ogni ambiguità politica ("diteci che farete una volta al governo per mettere in sicurezza questo Paese") ed offrire la propria disponibilità ad un'alleanza democratica per sostituire il governo oligarchico imperniato sul Pd e sostenuto dall'euro-oligarchia.

I dirigenti di SI certe cose le sanno bene, anzi le sanno a memoria. Se non avanzano con questa linea politica (fatte salve certe eccezioni dette a mezza bocca da Fassina e D'Attorre) è perché sono prigionieri di una seconda rimozione. Si evita bellamente di fare i conti col fenomeno M5S. 
No, con le rimozioni non si va lontano.

Se poi a queste aggiungiamo il taboo dell'uscita dall'euro e della sovranità nazionale, ovvero la terza rimozione, quella della presa d'atto del fallimento conclamato dell'Unione europea —e qui occorre di nuovo segnalare l'eccezione di Fassina e D'Attorre, che invece, proprio di recente, hanno firmato il manifesto LEXIT per l'uscita dall'euro— abbiamo fatto il pieno, ovvero "il buco col niente intorno", l'abisso della vacuità avrebbe detto Hegel.

Ps

Ernesto Laclau ed il populismo di sinistra

La Castellina ci riferisce che dentro SI si aggira un fantasma:
«All’assemblea di via dei Frentani si è sentita molto spesso l’eco, soprattutto negli interventi dei più giovani, del dibattito che è riemerso sul populismo di sinistra, reintrodotto da Laclau tramite Pablo Iglesias. Anche questo mi pare un tema da affrontare. Capisco la preoccupazione di chi teme un distacco dalle masse popolari, l’intellettualismo di certo sinistrese, il timore che suscita vedere la sinistra vincere solo fra i ceti medi colti e non più nelle periferie. Ma non semplifichiamo troppo questo discorso».
Confessiamo di aver rizzato le orecchie. 
Che qualcosa, nel camposanto della sinistra, si stia effettivamente muovendo? 
Come i lettori sanno noi sosteniamo che quel che ci serve è appunto un "partito populista di sinistra", che recuperi il discorso gramsciano del nazionale-popolare. 
Proprio il 2 e 3 luglio P101 ha affrontato il discorso, in particolare nella sessione "Il nuovo soggetto politico e la questione del populismo", relatori Diego Melegari e l'ospite d'eccezione Manolo Monereo. E sulla stessa lunghezza d'onda come non segnalare il convegno svoltosi a Parma il 25 giugno ed quindi la prolusione di Mimmo Porcaro?

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Qualche volta i popoli sbagliano, i ducetti sempre! Che fare in vista del referendum costituzionale?

[ 22 luglio ]

Deliberazione di indirizzo del Consiglio nazionale di P101

- Dare vita a Comitati Popolari per il NO

- PER UN' ASSEMBLEA NAZIONALE AUTOCONVOCATA

Ci sono momenti, nella vita dei popoli, di importanza storica. Quello che il popolo italiano ha davanti è uno di questi. Un Parlamento di servi illegalmente eletto, pressato da un governo colluso coi poteri forti, ha approvato modifiche brutali della Costituzione per fondare un regime di dittatura oligarchica in cui un partito votato da una minoranza dei cittadini, per nome e per conto delle grandi cricche capitaliste sovranazionali, avrà tutte le leve del potere. Questo furto di sovranità non avviene per caso o solo in Italia: la tendenza al dispotismo delle classi dominanti è globale poiché il neoliberismo è incompatibile con la democrazia.
Ma non è detta l’ultima parola.

In autunno si svolgerà un referendum con il quale gli italiani potranno respingere il colpo di Stato, dimostrando che sono cittadini e non vogliono diventare sudditi.
Il NO può e deve vincere. Renzi sa infatti di non disporre della maggioranza. Per questo i poteri forti che lo sostengono ricorreranno ad ogni mezzo per evitare la loro disfatta. Dispongono di tutti i media che contano e condurranno una campagna per il SÌ senza esclusione di colpi, tra i quali la paura. 

La Confindustria ha già iniziato il cannoneggiamento, spaventando gli italiani che se vincesse il NO sarebbe la “catastrofe” —come se milioni di italiani non avessero già sperimentato sulla propria pelle il cataclisma della crisi economica, accentuato dalle politiche austeritarie e neoliberiste dei governi. 

Come accadde nel 2011 quando si trattò di portare al potere il Quisling Mario Monti, per evitare la sconfitta dei gangster al governo, con qualche atto di sabotaggio deliberato, interverranno gli eurocrati e gli sciacalli della grande finanza bancaria e speculativa.
Il NO potrà vincere se e solo se le minoranze già consapevoli della grande posta in palio, si organizzeranno in Comitati Popolari per il NO. Comitati che dovranno sorgere in ogni città, in ogni paese, in ogni zona metropolitana. Comitati di base che dovranno essere inclusivi, plurali, luoghi di partecipazione e di attivazione civica. Unica discriminante: la difesa della Costituzione democratica e antifascista.

La battaglia non va delegata a partiti che, o sono stati collusi con Renzi, o che si aggrappano alla sua sottana per mendicare qualche rattoppo che li tenga in gioco.
Dovremo, in vista del Referendum, presidiare piazze e strade, informare capillarmente i cittadini, chiamarli all’impegno. Dovremo farci capire e parlare chiaro. Dovremo dire che se vincerà il NO Renzi ed il suo governo debbono andare a casa, andando quindi al voto con un sistema proporzionale non truccato. Dovremo infine dire chiaro e tondo che la Costituzione è inconciliabile con i Trattati europei, che la “riforma” di Renzi è funzionale a tenere il Paese sotto il tallone dell’eurocrazia, in una situazione di sovranità limitata.

Per questo chiamiamo chiunque abbia compreso la gravità del momento ad attivarsi, militando nei Comitati per il NO già esistenti, o fondandoli dove non esistono.
Per questo proponiamo, a tutti coloro che condividono queste idee, a fare rete, ed a ritrovarsi in un’ASSEMBLEA NAZIONALE AUTOCONVOCATA da svolgersi sabato 8 ottobre a Firenze.

Consiglio nazionale di P101
18 luglio 20016

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giovedì 21 luglio 2016

PORCHERIE BERSANIANE di Leonardo Mazzei

[ 21 luglio ]

Ecco in pista la legge anti-M5S. Porta la firma di Bersani... sempre fedele alla "Ditta"

Si può fare una legge elettorale più antidemocratica dell'Italicum? Ovviamente sì. Al peggio, si sa, non c'è limite. E la minoranza Pd (per favore non chiamiamola "sinistra") è lì per ricordarcelo.

Ieri l'altro alla Camera il mitico Roberto Speranza, il campione mondiale delle ritirate parlamentari, ha presentato l'ennesima legge elettorale truffa. Se ne sentiva la mancanza... Ma dire truffa è dire poco, perché il cosiddetto "Bersanellum" - dal nome del capo un po' suonato di una corrente sempre più stordita - è il peggio che sia mai stato presentato sull'italica piazza. E sì che nella fiera di questi anni se ne son viste e sentite di tutti i colori.

Diciamo che in un'ipotetica graduatoria, da zero a dieci, sulla democraticità delle varie leggi elettorali, se il voto all'Italicum è due, quello al Bersanellum non può che essere zero.

Ma perché ce ne occupiamo, visto che i bersaniani contano (e meritatamente) come il due di picche quando briscola è denari? La ragione è presto detta: perché costoro hanno alle spalle ben altre forze. Ad oggi la loro proposta è destinata a restare in frigorifero, ma dopo il referendum verrà di certo scongelata.

Quali sono le forze che si muovono dietro l'improbabile Speranza? Ieri mattina, in un'intervista al Foglio, ecco dove va a parare Giorgio Napolitano: 
«Con il tripolarismo una revisione dell'Italicum credo sia da considerare, nel senso di non puntare a tutti i costi sul ballottaggio, che rischia, nel contesto attuale, di lasciare la direzione del paese a una forza politica di troppo ristretta legittimazione nel voto del primo turno».
Chiaro qual è il problema? Le forze sistemiche avranno pure blandito Di Maio e qualche altro pentastellato, ma proprio non vogliono M5S al governo. E siccome le amministrative di giugno hanno chiarito che con il ballottaggio questa possibilità esiste, ecco che chi lo aveva applaudito poco tempo fa, pensando che garantisse la vittoria al Pd di Renzi, adesso è già pronto a gettarlo alle ortiche pur di impedire la vittoria del Movimento Cinque Stelle.

Quando si dice la coerenza! E l'onestà intellettuale! Ci vuole proprio una bella faccia tosta per pronunciare una frase come quella dell'ex presidente della repubblica. Si accorge del tripolarismo solo adesso? C'è bisogno di ricordargli che il sistema politico italiano è tripolare almeno dalle elezioni politiche del febbraio 2013?

Il fatto è che fino a poco tempo fa quelli come lui pensavano che al ballottaggio le forze sistemiche si sarebbero alleate contro M5S, determinandone con sicurezza la sconfitta. Oggi che le cose si sono complicate - i voti del Pd sono in picchiata, la destra è divisa e confusa, l'elettorato tende comunque a comportarsi in maniera assai indipendente dalle indicazioni ufficiali dei partiti - ecco il voltafaccia.

Ora qualcuno mi dirà, ma non è bene che il ballottaggio venga messo in discussione? Non ne avete sempre denunciato il carattere antidemocratico? Certo che sì, ma il problema è che quella che viene adesso annunciata è una proposta di legge ancor più maggioritaria ed antidemocratica. E qui torniamo allo schema presentato ieri dal pittoresco Speranza.

So per esperienza che sulle leggi elettorali il 99% delle persone non ci capisce un'acca. E tra il restante 1% non è che manchi la confusione. E' utile perciò mettere a fuoco le caratteristiche del cosiddetto Bersanellum.

1. La proposta della minoranza Pd 
Lo schema dei bersaniani per l'elezione della Camera prevede innanzitutto il ritorno ai 475 collegi uninominali del Mattarellum. In ognuno di questi collegi verrebbe eletto solo il primo arrivato (anche soltanto con il 20% dei consensi, o magari meno), mentre i voti dati agli altri candidati andrebbero totalmente persi. I restanti 155 seggi verrebbero così suddivisi: 90 come premio di maggioranza al partito o coalizione vincente su scala nazionale, 30 come premio al partito o coalizione arrivata seconda, mentre 23 verrebbero ripartiti tra chi non avendo ottenuto almeno 20 seggi abbia però superato il 2% dei voti. Gli ultimi 12 seggi spetterebbero alle circoscrizioni estere con metodo proporzionale.

2. Un Mattarellum molto, ma molto peggiorato
Del Mattarellum abbiamo sempre pensato il peggio possibile, ma qui siamo andati ben oltre. Il Mattarellum del 1993 si basava infatti sui collegi uninominali, modello inglese, con il loro inevitabile effetto maggioritario, ma prevedeva almeno una parziale correzione proporzionale. I 155 seggi non eletti direttamente nei collegi venivano infatti assegnati in una quota proporzionale del 25%, mentre i voti dei candidanti vincenti nei singoli collegi venivano parzialmente scorporati dal calcolo delle rispettive liste in questa quota. La distorsione maggioritaria restava comunque, ma in una misura neppure paragonabile a quella che vorrebbero oggi i bersaniani. Al posto della quota proporzionale costoro propongono un ulteriore premio di maggioranza (pari al 14,3%), con un contentino anche per il secondo arrivato. Un premio di consolazione comunque ben maggiore dei deputati spettanti alla riserva indiana prevista per le liste minori: 23 seggi, pari al 3,6% del totale, da spartirsi tra liste che complessivamente potrebbero tranquillamente raggiungere in certi casi anche il 20% dei voti.

3. Peggio perfino del modello inglese
Abbiamo già detto che il modello dell'uninominale di collegio secco ha la sua applicazione più nota in Gran Bretagna. Per capire gli effetti distorsivi di un simile sistema, basti dire che nel 2015 i conservatori di Cameron con il 36,9% dei voti hanno ottenuto la maggioranza assoluta (331 seggi) pari al 50,9% dei membri del parlamento, mentre viceversa l'Ukip (Partito per l'indipendenza del Regno Unito) ha ottenuto un solo seggio (0,1% del totale) pur avendo avuto il voto del 12,6% degli elettori. Altro effetto fortemente distorsivo, quello che premia le liste locali. Ed infatti il Partito nazionale scozzese, con il 4,7% dei voti ha conquistato 56 seggi, pari all'8,6%. Questi gli effetti dell'uninominale secco, ma perlomeno in Gran Bretagna non c'è il premio di maggioranza. Nella Piddinia di Roberto Speranza e soci abbiamo invece la mostruosità di un premio di maggioranza impiantato su una base che è già maggioritaria. Un record mondiale che non ha bisogno di commenti.

4. Peggio del Porcellum e dell'Italicum
Se si capisce la gravità di questo impianto, non sarà difficile comprendere per quale motivo il Bersanellum è pure peggio della legge Calderoli e di quella di Renzi. Queste due leggi hanno infatti in comune una base proporzionale, sia pure con sbarramenti, corretta in maniera inaccettabile - in entrambi i casi - da un fortissimo premio di maggioranza. Rispetto al Porcellum, l'Italicum è ulteriormente peggiorativo a causa del ballottaggio. Adesso si superebbe sì il ballottaggio - peraltro solo per paura di M5S, non certo per un ripensamento sui principi costituzionali - ma per andare verso un sistema a base maggioritaria rafforzato da un ulteriore premio di maggioranza.

5. Il Bersanellum e i principi costituzionali
Il bello è che i promotori del Bersanellum vorrebbero rifarsi, almeno a parole, ai principi enunciati dalla Corte Costituzionale. Nei fatti, cioè nella loro proposta, questi principi vengono invece calpestati ancor di più. Le ragioni per cui la Consulta cancellò il premio di maggioranza del Porcellum (sentenza 1/2014), partivano dal fatto che tale premio distorceva in maniera giudicata eccessiva sia il principio della rappresentanza, che quello dell'eguaglianza del voto. Di tutto ciò Renzi se n'è sfacciatamente fregato, riproponendo (peggiorandolo pure) il premio di maggioranza. Ma lo schema Speranza fa di peggio. Il nuovo premio di maggioranza previsto dal Bersanellum porterebbe il partito beneficiario ad un numero di deputati perfino superiore a quello dell'Italicum (350 seggi, pari al 55,5%), mentre nessuna soglia minima è prevista per il suo ottenimento. Non solo, anche consistenti liste "minori" che dovessero aggirarsi attorno al 15% rischierebbero di ritrovarsi con una manciata di parlamentari. Tutto ciò - unito al fatto che nell'uninominale secco anche la sconfitta per un solo voto azzera totalmente i consensi dei perdenti, alla faccia del principio dell'uguaglianza degli elettori! - fa della proposta dei bersaniani la peggiore tra quelle in circolazione. Sicuramente la più incostituzionale di tutte.

6. I collegi uninominali come mezzo per drenare localmente il consenso che non si ha più nazionalmente
Prima di concludere è necessario richiamare un altro aspetto del Bersanellum. Tra le caratteristiche peculiari dei collegi uninominali ce n'è una che - sia dal punto di vista del Pd, che da quello dell'intero sistema oligarchico - potrebbe risultare addirittura decisiva. Di cosa si tratta? Nei collegi uninominali la campagna elettorale tende inevitabilmente a personalizzarsi, mentre il confronto tra i candidati va spesso a privilegiare i temi locali (l'eletto sarà il rappresentante del collegio) rispetto a quelli nazionali. E' evidente come questi due fattori, tra loro ovviamente intrecciati, giochino a favore del partito maggiormente presente sul territorio, quello che amministra più comuni, regioni e province (che esistono ancora!), quello che dispone delle più diffuse e radicate reti clientelari. E qual è questo partito se non il Pd? E quali sono invece i candidati che verrebbero maggiormente penalizzati, se non quelli di M5S?

Conclusioni...

Da quanto scritto finora si saranno capite due cose: a) l'autentica porcheria concepita dai bersaniani, b) la ragione per cui l'hanno messa in campo. Come e più di Renzi costoro hanno formulato un'ipotesi che guarda anzitutto agli interessi del Pd, nel linguaggio dell'ex segretario chiamato non casualmente "la ditta".

Ma, a parte le resistenze di Renzi a veder perire la sua creatura senza averla potuta neppure sperimentare (l'Italicum è in vigore da tre settimane!), da solo il Pd non avrebbe comunque la forza di far passare questa nuova legge. Chiaro allora come i bersaniani stiano facendo da apripista ad una manovra sistemica di più ampio respiro, come ben si capisce dalla citata intervista di Napolitano.

Così com'è lo schema proposto difficilmente potrebbe avere la maggioranza del parlamento, ma il suo scopo è chiaramente quello di servire come punto d'attacco per arrivare comunque ad una legge che sbarri la strada al Movimento Cinque Stelle. Possiamo dire che si tratta di un'autentica vergogna? L'Italicum ci fa sicuramente schifo, ma il modo di superarlo è quello di tornare ai principi costituzionali e dunque alla proporzionale. Qui si è aperto invece il cantiere degli imbroglioni. Gente capace di modificare a ripetizione la legge elettorale in base ai propri contingenti interessi, facendo a pezzi ogni volta di più ogni principio democratico. E' uno schifo.

Dove potrebbe andare a parare questa manovra, esattamente non si sa. Un'ipotesi è quella formulata dal presidente del Pd, Matteo Orfini: in un "Italicum alla greca", un sistema sì su base proporzionale, ma con premio di maggioranza secco del 16,6% (in Grecia 50 parlamentari su 300, in Italia ne servirebbero 105 su 630) assegnato al partito che arriva primo.

Ora, che nel solo Pd vi siano almeno tre posizioni —quella del segretario, quella del presidente e quella dell'ex segretario— già la dice lunga sullo stato confusionale delle classi dirigenti nel loro complesso. Tuttavia, anche se ogni spezzone ha la sua linea ed i suoi interessi, è assai probabile che alla fine le varie componenti del blocco dominante facciano fronte contro il nemico comune. Che non è solo M5S, è la maggioranza del popolo italiano che non ne vuol più sapere dello stato di cose presente.

Per battere il disegno di questa congrega di farabutti occorre intanto vincere il referendum. Ed occorre farlo in nome della democrazia. Imbrogli come quello del Bersanellum vanno denunciati da subito, e nel corso di tutta la campagna referendaria.

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mercoledì 20 luglio 2016

CAPIRE PER CAMBIARE di Consiglio nazionale di Programma 101

[ 20 luglio ] 

Com’è andata l’assemblea seminariale di P101

[Nella foto da sinistra: Fabio Frati, Marco Mori, Leonardo Mazzei]

Si è svolta nei giorni 2 e 3 luglio l’Assemblea seminariale di Programma 101.
Perché avevamo indetto questo incontro? Qual’erano gli scopi che ci eravamo prefissi? Li abbiamo raggiunti?

Meglio iniziare, per chi si fosse perso qualche pezzo, precisando che Programma 101 è un movimento in fase di costruzione, in fase costituente. Da dove viene P101? E’ nato da una decisione adottata in seno al Coordinamento sinistra contro l’euro.
Questa fase costituente si è aperta con il convegno svoltosi a Morlupo (Roma) nel dicembre 2015. 
In quella sede vennero licenziati, e quindi posti sul tavolo del processo costituente, cinque documenti. Il programma politico del movimentonove tesi sulla questione delle alleanzel’Italia che immaginiamo o il socialismo possibilelo statuto del movimentometodi di comunicazione e linguaggi.

Tutti documenti che sono sub judice del Congresso fondativo, in vista del quale proprio il convegno di Morlupo aveva lanciato un Appello, sottoscritto da più di 150 tra militanti e attivisti.

Proprio per approfondire e sviscerare le questioni politiche più importanti, e per certi versi spinose, che la fondazione di P101 tira in ballo, si era pensato a svolgere un momento di riflessione collettiva, quindi un’assemblea in forma seminariale. Quella che si è appunto svolta il 2 e 3 luglio a Chianciano Terme.
Manolo Monereo

Nell’invito a partecipare all’assemblea spiegammo le ragioni della scelta di tre temi. Li ricordiamo: (1) CLN: quali alleanze e quali idee per la liberazione dalla gabbia europea.ì; (2) Crisi sistemica, sollevazione popolare, rivoluzione democratica; (3) Il nuovo soggetto politico e la questione del populismo.

Chi non ha partecipato all’assemblea può seguire le registrazioni filmate sul canale YouTube di P101.

Per la precisione:

LA SECONDA SESSIONE, relatori Norberto Fragiacomo e Moreno Pasquinelli,

LA TERZA SESSIONE con manolo Monereo e Diego Melegari

La Prima sessione, sul CLN, sarà disponibile quanto prima.

Temi certamente impegnativi, sui quali P101 si distingue, sia per la nettezza dei ragionamenti, ed anche per il coraggio stesso di affrontarli.

Era opinione comune, tra la cinquantina di partecipanti, tra militanti e simpatizzanti, che l’assemblea ha segnato un passo avanti nella definizione di una linea politica adeguata ai tempi. Le prolusioni introduttive sono state tutte dense e per niente reticenti. Esse hanno infatti suscitato un dibattito articolato che ha registrato spunti di grande qualità, il checi dice che per quanto ardua la strada di P101 possa essere, per essa, in quanto rappresenta uno dei punti più alti nel panorama delle forze che in Italia si battono per un nuovo e alternativo progetti di Paese, vale la pena impegnarsi.

Verrà il momento, dopo la faticosa semina, di raccogliere i frutti.

Cogliamo l’occasione per ringraziare anzitutto i relatori, quindi tutti i partecipanti.

L’augurio è che l’assemblea, oltre ad avere fornito le ragioni per un impegno fattivo con P101, abbia dato il coraggio che è indispensabile ad ogni impresa rivoluzionaria.

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