martedì 3 marzo 2015

INDIVIDUO, SOVRANITÀ, STATO E DEMOCRAZIA (il caso dell'Unione europea) di Bruno Amoroso

[ 3 marzo ] 
Bruno Amoroso [nella foto] pur essendo uno dei critici più implacabili delle élite neoliberiste che comandano in Europa, non dispera che esse possano essere rovesciate per salvare quanto di buono c'è nell'Unione europea. 

Amoroso ritiene che: 
«Un fronte di paesi che avrebbe la forza di imporre una rinegoziazione dei trattati europei, togliere le misure inique del fiscal compact e del Patto di stabilità, tirare fuori l’UE dalla spirale di guerre innescata dagli Stati Uniti. Una proposta che salverebbe l’Europa dal collasso inevitabile verso il quale si è avviata. Per far questo è importante che la sinistra e le altre forze che hanno espresso la loro opposizione ai piani della Troika si uniscano superando le divisioni partitiche e le etichette di destra e di sinistra che oggi servono solo a dividere i popoli europei».

«La concezione della democrazia, da sempre, esprime il volere e il potere del popolo, che le istituzioni dovrebbero prendersi cura di realizzare. La Costituzione italiana del 1948 recepisce questo concetto. Le istituzioni sono pertanto espressione del popolo e della sua volontà, e la loro legittimità nasce dalla capacità di esercitare queste funzioni mediante il potere di revocabilità degli eletti, che le elezioni e altre forme di espressione del consenso consentono. Un sistema politico, questo, che impedisce il consolidarsi di gruppi di potere e posizioni privilegiate di governo in contrasto con la volontà popolare e il bene comune.

Da qui il “disagio” dei gruppi e delle persone che percepiscono il potere politico come la continuazione del proprio potere economico e personale, e il governo della società un esercizio troppo complicato e importante per lasciarlo nelle mani del “popolo”. In questa relazione funzionale tra popolo e istituzioni si è inserito il gioco del diritto, nel tentativo, spesso riuscito, di creare un dualismo nell’unità del popolo. Questo inizia con l’introduzione dell’autonomia delle istituzioni dalla politica, cioè dall’espressione della volontà popolare, la loro successiva indipendenza, che dalle alte cariche dello Stato si estende poi alle istituzioni (Parlamento), ai singoli rappresentanti, ecc. in una corsa generalizzata verso l’esproprio della sovranità popolare.

La base teorica di questa operazione di esproprio della sovranità popolare nello Stato moderno è la scoperta dell’individuo, la sua indipendenza dall’unità dell’insieme di cui fa parte, il suo diritto a stracciare quel contratto sociale che lo lega alla comunità, la sua indifferenza al volere dei cittadini che lo hanno eletto o nominato a svolgere determinate funzioni. Siamo quindi in presenza di quella che Pietro Barcellona definisce l’affermarsi della “soggettività astratta”, “la società degli individui”, cioè di un individuo libero dai vincoli della stratificazione sociale ma che “consegna tuttavia la sua libertà all’autonomia del sistema economico e alla trasformazione dei rapporti umani in rapporti di scambio tra cose equivalenti, cioè agli automatismi delle cosiddette leggi economiche e all’oggettivazione di ogni valore nella forma del valore di scambio”. (Barcellona P., Il declino dello Stato, Dedalo Bari 1998, pp. 21-22).

Si viene così a costituire un ordine “moderno” che ruota intorno a due poli “logicamente” incompatibili: “il principio della libertà individuale che assume l’esercizio del diritto soggettivo come fonte dell’ordinamento e il principio dell’autogoverno sociale, che istituisce la sovranità popolare e la democrazia come esclusiva depositaria del potere normativo”. (Barcellona, Diritto senza società, Dedalo, p. 88.). Nei decenni dell’affermarsi e dell’imporsi della globalizzazione (1970-2000) il domino del primo principio è apparso irreversibile, il che ha dato vita a numerose teorie (alienazione, omologazione, società liquida, ecc.). Diluito così il popolo nei flussi della “storia”, quella decisa e descritta da altri, si è tentato di sostituirlo con la teoria delle élite, una volta intellettuali oggi esperti e politici, alle quali spetta il compito di elaborare e governare i destini della società.

Al disagio della democrazia si è pertanto reagito intervenendo sui due soggetti capaci di dare espressione alla volontà popolare: il popolo e le élite. L’Europa, dagli anni Settanta in poi, è diventata un importante laboratorio della sperimentazione di questo nuovo meccanismo del controllo sociale e della fine della democrazia, introdotto dalla globalizzazione e governato dall’Unione Europea. Ci si è mossi scientificamente su più linee di azione. Anzitutto manipolando i processi di formazione del consenso popolare mediante la volgarizzazione della sua cultura di base realizzate con forme moderne di retorica e populismo messe in atto con i mass-media e la televisione in particolare. Si è così prodotta la manipolazione dei bisogni, dando a vita a società che, come diceva Federico Caffè, hanno abbondanza del superfluo ma sono prive delle cose essenziali alla vita delle famiglie e delle persone. In secondo luogo ci si è concentrati sulla formazione e selezione delle élite.

Sono state rianimate le forme di ingabbiamento dei gruppi sociali e professionaliche costituiscono la base di reclutamento dei ceti burocratico-amministrativi della società, mediante il rilancio delle associazioni massoniche e convogliando i ceti intellettuali nelle fondazioni. Parallelamente si è mirato ai processi di alta formazione mediante le istituzioni della “società della conoscenza” rivolte al controllo della formazione universitaria, della ricerca, ecc.. le cui fasi comprendono la destabilizzazione dell’insegnamento universitario e della ricerca a livello nazionale e la sua sostituzione con Centri di eccellenza. (Amoroso. B., Figli di Troika, Castelvecchi, Roma, 2013). Al convergere degli effetti di queste linee di intervento dobbiamo l’affermarsi del pensiero unico.

Ma la repressione del legame sociale non ha mai prodotto la sua estinzione, anche se lo ha costretto nelle catacombe della famiglia, del locale, delle associazioni di solidarietà e religiose, ecc. Infatti questo è riesploso alla luce del sole anche attraverso le maglie ben controllate e protette dei sistemi politici e di controllo economico predisposti quando le forme di rapina hanno travalicato i confini della sopravvivenza e della sopportabilità sociale. Le elezioni europee del 2014, le ottave dal 1979, si sono tenute a maggio nei 28 Stati membri dell’UE hanno dato chiara visibilità al formarsi e crescere di una rivolta sociale. In particolare la crisi dell’eurozona, che ha colpito tutti i paesi europei e in particolare i paesi dell’Europa del sud e l’Irlanda, ha prodotto una diminuzione significativa del consenso popolare per le politiche di austerità imposte dalla Troika, e portato la sfiducia dei cittadini in tutti i paesi membri verso i trattati e le istituzioni europee a un massimo storico. Indagini campionarie svolte prima delle elezioni avevano segnalato chel’approvazione dei greci per le misure di Bruxelles era diminuita dal 32 per centodel 2010 al 19 per cento nel 2013, e in Spagna dal 59 per cento del 2008 al 27 per cento del 2023 (Gallup 8.1.2014). Giudizi positivi sulle élite di Bruxelles sono espressi da 4 paesi membri su 28 (Huffington Post, 20.1. 2014).

La ‘vocazione democratica’ dell’élite di Bruxelles è ben messa in luce dalle reazioni che questi dati hanno provocato. ‘Reazioni infondate e dovute all’estremismo di destra e di sinistra’, secondo il presidente della CE José Manuel Barroso che è solito volare alto con il suo pensiero; e quelle più terrene del ministro degli esteri tedesco Frank- Walter Steinmeler secondo cui le forze centrifughe messe in moto dalla crisi sono “pericolose” e gli euroscettici “senza cervello”. Con l’avvicinarsi delle previsioni alla data delle elezioni si è andato prefigurando un quadro che ha visto aumentare le posizioni degli oppositori alle politiche di Bruxelles dal 12 per cento al 16 – 25 per cento con il diffondersi della preoccupazione delle classi dirigenti per il rafforzarsi dei partiti euroscettici, anche se la stampa di regime era tutta impegnata a dimostrane l’inconsistenza numerica e ideologica.

Il messaggio alla vigilia delle elezioni è stato quello di votare sui temi europei e per il Parlamento europeo, senza lasciarsi coinvolgere dai malumori verso le politiche dei governi nazionali. Si è cioè tentato in modo maldestro e poco lusinghiero per i partiti nazionali di scaricare su di loro le colpe della crisi e delle politiche adottate denunciandone implicitamente il ruolo di portaborse. Messaggio in gran parte pervenuto poiché i partiti euroscettici e di opposizione si sono concentrati sui temi europei uscendo dall’ambito specifico nazionale, e affrontando i temi nodali del potere della finanza, del centralismo burocratico di Bruxelles, degli errori nel processo d’integrazione che anziché favorire la cooperazione in Europa ne ha distrutto le basi stesse del progetto.

I risultati di questo confronto politico sono noti. Quasi la metà dei cittadini europei non ha partecipato alle elezioni per dimostrare il proprio dissenso da Bruxelles.Astensione particolarmente accentuata nei paesi dell’est dei quali si erano decantati gli entusiasmi europeisti a dimostrazione della giustezza delle politiche adottate dalla CE. I votanti in Slovacchia sono stati il 13 per cento, intorno al 20 per cento nella Repubblica Ceca e in Polonia, e al 30 per cento in Romania, Bulgaria e Ungheria. Negli altri paesi la percentuale ha oscillato nella media intorno al 50 per cento ma il dato più importante è che per la prima volta i partiti critici verso l’élite di Bruxelles hanno raggiunto posizione di guida politica nei rispettivi paesi: Danimarca, Gran Bretagna, Francia, ecc. A questo punto si registra il paradosso.

La reazione di Bruxelles, e delle “teste scambiate” della sinistra, non fa riferimento alla volontà popolare di critica della Troika e delle politiche di austerità, ma alla posizione che questi partiti occupano nella politica nazionale già prima delle elezioni. Sono le posizione espresse da alcuni di questi partiti nel contesto nazionale, di critica delle politiche sociali e d’immigrazione dei propri governi, che sono assunte a valutazione del loro orientamento. L’euroscetticismo cioè si trasforma secondo i soloni e portaborse della CE in xenofobia, nazionalismo, fascismo. Con l’eccezione, ovviamente, dei partiti di sinistra, conservatori e liberali, nonostante la loro responsabilità nel produrre le cause delle guerre e delle immigrazioni in Europa, e la gestione diretta di forme incivili di governo di questi “flussi”.

Il quadro europeo uscito dalle elezioni è chiaro. Solo due paesi esprimono, anche se con forti astensioni, la loro piena soddisfazione per i piani integralistici pantedeschi europei: la Germania e l’Italia. In Germania vincono i conservatori della Merkel e in Italia quella lobby di interessi massonici e corporativi coalizzata nel Pd. Se il Pd avesse portato i suoi voti nell’ambito delle opposizioni al progetto pantedesco dell’Europa si sarebbe creata l’occasione storica di rimettere in discussione su basi solide il progetto europeo di pace e cooperazione contro quello della competizione e della guerra sostenuto dai conservatori e liberali. Se le “teste scambiate” dei vari partiti di sinistra arrivati al parlamento europeo avessero saputo riconoscere le scelte della volontà popolare espressasi nei vari paesi, ovviamente canalizzatasi verso quei partiti che sulle politiche europee avevano espresso il proprio dissenso, si poteva costruire un fronte di opposizione alla Troika che avrebbe impedito lo sconcio dell’elezione del nuovo presidente dell’UE e del consolidarsi del potere della BCE. Ma così non è stato. Il Pd ha scelto la strada della “grande coalizione” con liberali e conservatori, insieme al resto della socialdemocrazia europea. Si realizza così il patto Berlino-Roma nel quale, come negli anni Venti, confluiscono gli interessi della Germania, certamente dominante, con la stampella italiana di mussoliniana memoria oggi impersonata da Renzi nella speranza di ricavare qualche briciolo di dividendo da questo tradimento degli interessi dell’Europa.

Le élite europee, su comando dei padroni della finanza internazionale gestiti sapientemente da Mario Draghi, stanno così riscaldando i motori che porteranno al disastro del progetto europeo e dei paesi dell’Europa del sud, compresa l’Italia. Nulla è cambiato nel funzionamento della Commissione Europea. La BCE sta portando avanti coerentemente i suoi piani di esproprio dei risparmi degli europei completando l’operazione iniziata nel 2008, e introducendo misure – l’Unione Bancaria – che mettono nelle mani della peggiore finanza speculativa il sistema bancario europeo.

Di questo fa parte lo smantellamento di tutte le forme anomale – perché cooperative e di sostegno dei sistemi produttivi locali – come le Banche Popolariecc (leggi anche Governo, capitali e banche impopolari). Le recenti misure di allargamento del credito predisposte dalla BCE non solo non rispondono a nessuno dei problemi urgenti posti dalle economie dell’Europa del sud, ma sfacciatamente mettono a disposizione del sistema finanziario una quota prestabilita (del 20 per cento) per il riciclaggio dei titoli speculativi e il finanziamento delle operazioni dell’alta finanza utili anche a salvare le proprie banche dal collasso, lasciando il restante 80 per cento a carico degli stati nazionali. Ma non per tutti ovviamente, e quindi la Grecia va tenuta fuori.

Come nelle precedenti crisi mondiali la reazione e la proposta di uscita dalla crisinon avviene nei paesi forti dove questa era attesa (Francia e Italia) ma nei punti deboli del sistema (la Grecia e la Spagna). Le élite politiche e imprenditoriali di Francia e Italia sono pronte a prostituirsi per avere i resti del dividendo delle guerre e delle rapine finanziarie; il che non salva i ceti colpiti dalla crisi dallo scivolamento graduale verso la povertà e la miseria, ma forse riesce a tenere il consenso di qualche settore del pubblico e del sindacato della grande industria.Potrà la Grecia, lasciata sola, affrontare l’arroganza e lo strapotere della finanza internazionale e della Germania?

La proposta del nuovo governo greco riproduce il testo di una proposta bene elaborata (A modest proposal) rivolta ad alleggerire con la solidarietà europea il peso della crisi verso il proprio paese. Una proposta di certo fattibile e realistica che indica anche gli strumenti a disposizione dell’UE, per risolvere la crisi. Tuttavia, come feci osservare al momento della sua presentazione al seminario nell’Università di Austin negli Stati Uniti organizzato da James Galbraith, è pensabile che la UE e la BCE rivedano i propri piani di rapina in base a considerazioni di buon senso? Una spinta più forte forse potrebbe. Come abbiamo scritto nel testo Un Europa possibile: dalla crisi alla cooperazione (Amoroso e Jespersen, Castelvecchi 2012) un fronte unito di paesi dell’Europa del sud (Grecia, Spagna, Portogallo e Italia) avrebbe di certo maggiori capacità di pressione e negoziazione per arrivare a una “modesta proposta” capace tuttavia di alleviare la gravità della crisi sui ceti più colpiti e il peggio che si annuncia.

Un fronte di paesi che avrebbe la forza di imporre una rinegoziazione dei trattati europei, togliere le misure inique del fiscal compact e del Patto di stabilità, tirare fuori l’UE dalla spirale di guerre innescata dagli Stati Uniti. Una proposta che salverebbe l’Europa dal collasso inevitabile verso il quale si è avviata. Per far questo è importante che la sinistra e le altre forze che hanno espresso la loro opposizione ai piani della Troika si uniscano superando le divisioni partitiche e le etichette di destra e di sinistra che oggi servono solo a dividere i popoli europei.

La democrazia si riconquista dando voce al popolo, con buona pace di chi ama tuttora discettare sul “disagio” della democrazia».

* Fonte: Comune

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BORIS NEMTSOV... da quale pulpito!

[ 3 marzo ]

Le condoglianze sentite ed ai più alti livelli di ufficialità, che i governi NATO e UE, hanno espresso per la scomparsa di Boris Nemtsov, la dicono lunga su chi fosse questo personaggio. Per quanto deplorevole l'assassinio non ne fa un santo. Entrato in politica ai tempi della perestrojka,  Nemtsov si fece strada all'ombra di Boris Eltsin. Non era solo un liberale, ma un convinto liberista, ed ebbe la sua responsabilità nella distruzione dell'economia e del tessuto sociali dell'ex-URSS, segnata dalla svendita dei beni pubblici alla cricca di oligarchi eltsiniani.
Con l'arrivo di Putin nell'agosto 1999 Nemtsov cadde in disgrazia e passò all'opposizione del governo di Russia Unita.

Non c'è dunque bisogno di ricorrere a diaboliche dietrologie per capire chi fossero i suoi sponsor e i suoi pupari... di ultima istanza. Ed infatti Nemtsov era uno dei portavoce del movimento russo "anti-guerra", sostenitore dichiarato delle ragioni del governo nazi-liberista di Kiev.
Così, come un sol uomo, le grandi testate giornalistiche occidentali, stanno usando questa disgrazia per denigrare Putin, i regime russo come illiberale, antidemocratico, anzi dispotico; lasciando infine intendere che egli sia il mandante dell'assassinio.
Peso politico del movimento di Nemtsov prossimo allo zero.
Quantomeno singolare come la stampa occidentale spieghi l'inconsistenza politica dell'esterofilo nemtsovismo .
Leggiamo ad esempio su la repubblica di ieri:
«La Russia è un paese in guerra —da un anno combatte come l'Ucraina— e come tale ha concentrato gran parte della sua retorica sull'opposizione interna. Il termine "opposizione" in sé è fuorviante: implica un accesso ai media e ai meccanismi elettorali e sociali che in Russia hanno cessato di esistere. O meglio, in Russia alcuni individui sono in grado di radunare piccoli gruppi di sostenitori, di esercitare un'azione limitata sull'elettorato locale trasmettendo messaggi attraverso il poco che resta dei media indipendenti e organizzando di tanto in tanto manifestazioni di protesta».
Non vi pare che se togliete il soggetto, la Russia, questa sopra sia una descrizione la più plastica e fedele di quanto avviene nelle "democratiche e pluralistiche" società occidentali? 
Ed infatti lo è.

Che i partiti siano da tempo comitati d'affari delle potenti lobbi finanziarie neoliberiste; che i media siano asserviti al potere; che i parlamenti siano solo dei parlatoi (e fino ad un certo punto) dato che le decisioni più importanti vengono prese dai governi; che le opposizioni, quelle vere (non quelle di comodo alla Salvini) siano silenziate; che i sistemi democratici siano oramai sistemi plutocratici e oligarchici... beh, tutto ciò vale ad Est come ad Ovest.

E la servile stampa italiana, quella del Paese con "un uomo solo al comando", è l'ultima che abbia titolo a lanciare i suoi strali contro Putin.



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lunedì 2 marzo 2015

IL SALVINISMO E LA FASCISTIZZAZIONE DELLA LEGA di Moreno Pasquinelli

[ 2 marzo ]

Dopo esserci occupati della Grecia, oggi torniamo a bomba sulle vicende italiane. Il fatto saliente è la manifestazione della Lega salviniana svoltasi sabato a Piazza del Popolo. 

[Nella foto lo Stato maggiore leghista sul palco di P.zza del Popolo: Salvini, Bossi, Calderoli, Maroni e Zaia]

Doveva essere una prova di forza, la dimostrazione dell'avvenuto sfondamento a Sud della Lega Nord lepenizzata. La "prova di forza", data la piazza semivuota, si è risolta in un sostanziale flop. Né abbiamo assistito, data la massiccia presenza del neofascismo romano, ad una conferma della cosiddetta "lepenizzazione" — la Marine le Pen si è tolta dai piedi da tempo i gruppuscoli nostalgici nazi-fascisti. 

Cosa dunque si è manifestato in Piazza del Popolo?
IL PROCESSO, PER ORA SOLO INCIPIENTE, DI FASCISTIZZAZIONE DELLA LEGA NORD.

In quanto incipiente, non è scritto che esso giunga alla sua finalistica conclusione o, mutatis mutandis, a sfociare in un vero e proprio movimento fascista. Nessun fenomeno storico è infatti né automaticamente replicabile, né irreversibile. Non accade nella storia quel che avviene nel mondo naturale, per cui un uovo di struzzo, se maturano tutte le condizioni esterne ed interne, non può che dare vita ad uno struzzo. 
Non più di diecimila persone a Piazza del Popolo

Parafrasando la celebre dottrina delle quattro cause di Aristotele, anche ammesso che di un fenomeno politico-sociale siano date la causa materiale (la materia sociale di cui la cosa è fatta) e quella efficiente (la forza motrice che mette in moto la cosa), non è detto che sia già predeterminata la forma che assumerà, né tantomeno prestabilito il suo scopo finalefine che per lo stagirita costituiva l'essenza stessa della cosa.

Parlando del fascismo mussoliniano, non era affatto scontato che, date le premesse, esso sarebbe finito per diventare il regime reazionario di dittatura capitalistica che poi diventò. Lo diventò per una serie di circostanze storiche straordinarie. Lo divenne, infine, per l'insipienza suicida della sinistra proletaria di allora. Come scrisse Ernst Nolte: il fascismo italiano fu il risultato della sconfitta del movimento rivoluzionario, e non, viceversa, la sconfitta causata dalla vittoria del fascismo.

Oggi non c'è alcuna minaccia rivoluzionaria al sistema capitalistico. Non fosse che per questo il fascismo non potrebbe ripresentarsi nelle forme aggressive e squadristiche di allora. Né il paese esce da una guerra totale che militarizzò la vita sociale e che forgiò nelle trincee una generazione di giovani disposti a tutto.

Tuttavia  la crisi sistemica in cui si dimena oggi il capitalismo odierno non sgretola solo la pace sociale tra le classi, mina le fondamenta stesse della democrazia liberale. Da questa crisi storica e generale, o il sistema saprà uscirne ristrutturandosi profondamente o cadrà.
La "prova di forza" dei neofascisti di Casa Pound: non più di duemila...

Tra le le possibili forme di auto-ristrutturazione sistemica due ci sembrano quelle più probabili. La prima è quella che si dispieghi pienamente la tendenza oggi dominante, quella globalista e neoliberista. Da noi questo significa, nel quadro della definitiva germanizzazione dell'Europa, il declino del Paese come provincia tedesca, uno Stato minimo ridotto ad un simulacro, ad un mero  "guardiano notturno, quindi un regime politico censuale contraddistinto dall'esclusione delle grandi masse dal gioco politico.

La seconda è appunto quella della fascistizzazione sociale. Lo sgretolamento dell'Unione europea e della sua moneta unica, il rifiuto della germanizzazione, corrisponderebbero al crollo della democrazia liberale, al ruolo guida dello Stato nella vita sociale, al sopravvento di un regime dispotico e dittatoriale. 

Salvini nega che questo sia il suo fine ultimo. E possiamo anche credergli. Ma che tenga fede a questa sua intenzione non dipende solo da lui. Dipende appunto dalla circostanze storiche, e quelle future saranno forse tremende, che plasmeranno la nuova Lega decidendo così la sua futura evoluzione politica.

Come interpretare l'apertura ai rottami neofascisti, anzi, il vero e proprio patto con Casa Pound
Si tratta solo di un matrimonio incidentale, manifestazione di un opportunistico riposizionamento politico a destra della Lega Nord? Oppure siamo in presenza di un neofascismo allo stato larvale, ad una metamorfosi destinata a dischiudere un adulto organismo fascista?
Nell'accozzaglia salviniana anche il liberista Partito Italia Nuova

I prossimi anni ci daranno una risposta.

Se la crisi sistemica, con il suo precipitato di miseria sociale crescente si approfondisse; se le élite euriste dominanti proseguiranno sulla strada della germanizzazione neoliberista; se sulle ceneri delle attuali sinistre (quella sistemica e quella "radicale") non si farà largo un potente movimento popolare, democratico, sovranitario e rivoluzionario; lo spazio, adesso solo potenziale, per un un movimento reazionario di massa diventerà enorme. Diventerebbe molto probabile, a quel punto, la saldatura; che l'attuale ectoplasma salviniano funga da testa e da contenitore del movimento reazionario di massa.

Depone a questo favore, il brodo ideologico primordiale in cui va maturando l'incesto tra la morchia leghista e i rottami fascisti: il mix trinitario di sciovinismo nazionalista, xenofobia e tradizionalismo reazionario. 

Ci chiederete: ma non avete detto che la Lega ha un'anima liberista? Che la sua proposta di uscita dall'euro non scardina il sistema liberista (flat tax, taglio della spesa pubblica, ecc)? 

Lo abbiamo detto e lo ribadiamo. 
Sbaglia infatti chi ritiene che la fascistizzazione sia incompatibile con il neoliberismo. La forma storicamente più recente di questo possibile sodalizio fu il pinochettismo cileno. Un regime militare di dittatura fascistoide che si prestò ad essere il primo laborarorio latino-americano di neoliberismo dispiegato.
Simone Di Stefano (Casa Pound) sul palco di P.zza del Popolo

Resta che questo processo, oggi allo stato larvale, per giungere a compimento, non solo dipende da una serie di fattori sociali esterni, ma pure da fattori interni alla Lega, dalla sua epurazione degli elementi che han fatto di questo movimento politico una delle gambe del regime eurista di seconda Repubblica. Uno di questi elementi è il veronese Flavio Tosi, che si sta mettendo apertamente di traverso alla svolta salviniana. L'eventuale rottura sarebbe l'indice che la fascistizzazione della Lega è la tendenza principale. 

Ma rotture dovranno accadere anche al lato opposto, da parte degli stolti che, pur avendo un'anima democratica e antiliberista, hanno aiutato Salvini a farsi strada. Sapranno ricredersi prima che sia troppo tardi?

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domenica 1 marzo 2015

PALESTINA: L'IMBROGLIO DI MONTECITORIO di Leonardo Mazzei

[ 1 marzo ]

Il "riconoscimento" della Palestina (che non c'è) e gli applausi di Israele (che ci sono, e scroscianti)

Che un governo di imbroglioni produca un imbroglio è cosa abbastanza normale. Che imbrogliare sia l'attività prediletta della grande maggioranza dei parlamentari, idem. Ma generalmente costoro sono soliti eccellere in imbrogli più caserecci, tipo le leggine ad personam sulle quali in fondo si regge anche l'attuale maggioranza. Questa volta no, questa volta si sono spostati sulla politica internazionale. Un compito ardito per dei parlamentari che in genere hanno difficoltà a collocare sulla carta, non diciamo il lontano Afghanistan, ma pure il dirimpettaio Montenegro.

Eppure questa volta ci sono riusciti. Non a collocare la Palestina sulla carta, beninteso, ma a confezionare l'ennesimo imbroglio. Che, sia chiaro, non avrà alcun effetto sulla lotta di liberazione del popolo palestinese, ma che ci dice una volta di più quanto sia infame questo governo.

In teoria, stando agli annunci della vigilia, quella di ieri avrebbe dovuto essere la giornata del riconoscimento dello "stato" palestinese. Un atto simbolico, come tutti sanno, dato che questo "stato" non c'è, visto che il territorio palestinese è sotto occupazione fin dal 1948, e che i suoi brandelli in qualche modo riconosciuti dalla cosiddetta "comunità internazionale" sono o colonizzati e spezzettati da Israele (Cisgiordania e Gerusalemme), o ridotti ad un lager a cielo aperto, per giunta sottoposto ai periodici bombardamenti sionisti (Gaza). 

In queste condizioni i "riconoscimenti" sono solo un atto politico, generalmente fondato sulla fallimentare teoria dei "due popoli, due stati". E tuttavia il parlamento italiano ha voluto fare di peggio: se i paesi europei che hanno recentemente riconosciuto lo "stato" palestinese - Svezia, Gran Bretagna, Irlanda, Spagna, Francia, Irlanda, Lussemburgo e Portogallo - lo hanno fatto sempre in riferimento ad un fantomatico "processo di pace", il "riconoscimento" italiano è in realtà un non riconoscimento. Un imbroglio bello e buono, appunto.

Non lo diciamo noi, lo dice con esemplare chiarezza l'ambasciata israeliana a Roma. Leggiamo: «Accogliamo positivamente la scelta del parlamento italiano di non riconoscere (sottolineatura nostra) lo Stato palestinese e di aver preferito sostenere il negoziato diretto tra Israele e i palestinesi sulla base del principio dei due Stati, come giusta via per conseguire la pace». Naturalmente, la rappresentanza romana degli occupanti della Palestina è tanto sincera nel rilevare il mancato riconoscimento, quanto ipocrita nella parte finale della sua dichiarazione. Ma d'altronde lo sappiamo, se per costoro la litania sui "negoziati di pace" è solo una formula vuota concessa proprio perché non c'è in realtà nessun negoziato, la formula dei "due Stati" è un'autentica presa in giro. Per i sionisti lo Stato palestinese ha da essere (se mai esisterà) non un vero stato, ma al massimo un insieme di bantustan soggetti al loro dominio, privi di qualsiasi autonomia, per non parlare di un minimo di indipendenza.

Ma è evidentemente questo il tipo di "stato" al quale pensano i parlamentari della maggioranza renziana. I quali hanno votato non una, ma due mozioni. Oltre a quella già sbiadita presentata dal Pd (alla quale si è accodata Sel), è stata votata anche la mozione dei cosiddetti "centristi" (Ncd, Udc, Scelta Civica). Una mozione quest'ultima che è un non riconoscimento in piena regola. Leggiamo il suo passaggio decisivo, quello che impegna il governo a: «promuovere il raggiungimento di un'intesa politica tra al-Fatah e Hamas che, attraverso il riconoscimento dello Stato di Israele e l'abbandono della violenza, determini le condizioni per il riconoscimento di uno Stato palestinese».

In buona sostanza, quello che si chiede è la resa e il disarmo della resistenza, il riconoscimento dell'occupante e dell'occupazione da parte dell'occupato, avendo poi la faccia tosta di chiedere ai palestinesi la "rinuncia alla violenza", quando non si dice neppure una parola sui criminali bombardamenti di Gaza della scorsa estate. Certo non è difficile capire l'entusiasmo dei sionisti e le reazioni negative di tutte le componenti palestinesi, anche quelle più lontane dalle forze della resistenza.

Questo il capolavoro del governo Renzi e della sua maggioranza parlamentare. Sarebbe tuttavia un errore attribuire questo risultato ai soli "centristi", dato che per il grosso delle truppe piddine non è stato evidentemente difficile abbinare al voto della propria mozione quello al documento proposto da Ncd-Udc-Sc. 

Per quel che ci riguarda non possiamo che essere d'accordo su questo giudizio espresso dal gruppo alla Camera del M5S: 
«Riteniamo deliranti e infondate le soddisfazioni espresse da parte del Pd, Sel e dalla maggioranza di governo. Non c'è stato infatti alcun riconoscimento dello Stato di Palestinae a confermarlo è la stessa nota diffusa dall'ambasciata di Israele, che ha affermato - appunto - di aver accolto positivamente la scelta del Parlamento italiano di non riconoscere lo Stato palestinese. Il M5S aveva presentato una mozione molto chiara, a prima firma Gianluca Rizzo, che stabiliva inequivocabilmente il riconoscimento del diritto di esistere dei palestinesi. Il Parlamento l'ha bocciata ed ora cerca di nascondersi dietro il mantello dell'ipocrisia». 

E qui potremmo chiudere. Ma prima dobbiamo rilevare come nel pasticciaccio generale vi sia stato anche il solito pasticcio di Sel, che almeno in un primo momento ha cercato di vendere quello di ieri come un "successo" per i palestinesi. Poi ci hanno pensato i palestinesi stessi da un lato, e gli israeliani dall'altro, a chiarire la vera natura dell'aborto prodotto dalla Camera. 

Ma il discorso non sarebbe completo senza un piccolo sforzo per cercare di capire il perché di questo comportamento. Un perché facilmente rintracciabile nel peso di una certa "sinistra", che non può per decenza approvare ogni nefandezza di Israele, ma che in fondo ama lo stato ebraico più della lotta dei popoli per la loro libertà.

Ne volete un esempio? Eccolo, ed è strettamente attinente alla vicende di cui qui ci occupiamo. Nei giorni scorsi ci è infatti capitato di leggere un appello ai parlamentari, a firma di un gruppo di intellettuali di sinistra. Tra di essi Dacia Maraini, Moni Ovadia, Luigi Ferrajoli, Vladimiro Zagrebelsky. Chi vuole può leggere il testo qui. A noi basta citare il titolo: «Riconosciamo la Palestina, liberiamo Israele».

Siamo senza parole. E noi che pensavamo, e continuiamo a pensare, che ad essere liberata debba essere invece la Palestina! Ma che trogloditi che siamo, davanti a siffatti raffinatissimi intellettuali! Loro sì che sanno le cose, e capiscono che il problema principale è quello di liberare il carnefice dei suoi eventuali (ed in realtà improbabilissimi) sensi di colpa. In quanto alle vittime, che aiutino il carnefice in questo scopo. Per i loro diritti, per le loro vite, per la propria dignità c'è invece ben poco spazio. Anche nei salotti di questa "sinistra". 

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sabato 28 febbraio 2015

GRECIA: BRANCACCIO RISPONDE A MARIO MONTI

[ 28 febbraio ]

Emiliano Brancaccio rovescia analisi e giudizi di Mario Monti sulla vicenda greca:

"Non le promesse di Tsipras ma le ricette della troika si sono dimostrare, oltre che irrealistiche, catastrofiche. 
Parlano i dati ufficiali di Eurostat: crollo della produzione e dell'occupazione, saldi di bilancio a picco, aumento del debito pubblico".


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venerdì 27 febbraio 2015

DAVVERO T.I.N.A. HA SEDOTTO ALEXIS? di Norberto Fragiacomo

[ 27 febbraio ]

Udendo le breaking news sulla Grecia, ho resistito a stento alla tentazione – martedì e ancor più il giorno innanzi – di sbattere in faccia a Tsipras la mia indignata e impotente desolazione.

Dei giornali di regime non mi fido, ma la loro gioia (maligna) suonava genuina, mentre annunciavano trionfanti “la resa” di Syriza all’Europa dei denari: non solo propaganda, stavolta. Sotto la crosta dei giudizi s’intravvedeva la polpa dei fatti: il programma di rinascita accantonato, le privatizzazioni che si rimettono in moto, le “proposte di riforma” greche scritte sotto dettatura tedesca. Offendeva, in particolare, l’atteggiamento ipocrita (direi di peggio: renziano) di un Alexis Tsipras che stonava vittoria per la sostituzione meramente lessicale di “troika” con “istituzioni” ed il pensionamento della parola (ma solo della parola!) “memorandum”: bene ha fatto l’eroe Manolis Glezos a ricordare al premier che “chiamare la carne pesce non cambia le cose”. Proprio la dura presa di posizione del vecchio partigiano e, a poche ore di distanza, quella del quasi coetaneo Theodorakis hanno fornito la conferma che eurocrazia e media non giubilavano a casaccio, che qualcosa nella macchina della speranza s’era rotto: che il compromesso non era eticamente né politicamente accettabile.

Tsipras traditore, Tsipras infilzato al primo assalto? Avrei detto, due o tre giorni orsono, che il giovane premier ha dimostrato la propria inadeguatezza a gestire una situazione delicatissima, e che la sua principale colpa (al dolo seguito a non credere) consiste nel non aver ideato un piano B. In un articolo pubblicato un mese fa, alla vigilia delle elezioni, mi domandavo se “il programma di Syriza fosse crittato”, contenesse cioè delle clausole per così dire segrete: evidentemente non era così, il greco ha sfidato il Gran Re senza munirsi di lancia, elmo e scudo. Ha cercato, come immaginavo, di protrarre le trattative il più a lungo possibile, ma all’altro capo del tavolo era seduto un muro di cemento, contro il quale le frecce linguistiche sue e di Varoufakis si spuntavano l’una dopo l’altra. Uno/due contro tutti, anche perché (ma Tsipras doveva saperlo) gli altri “porci” – Spagna, Portogallo, Italia e Irlanda – spingevano per la linea dura contro i cugini ellenici. Tsiprasdoveva saperlo, ripeto, perché l’umiliazione di Syriza rafforza le destre liberal-unioniste al governo nei Paesi mediterranei: una resa ignominiosa della sinistra d’alternativa greca toglierebbe qualsiasi appeal elettorale a movimenti come Podemos, declassati a “voio ma non posso/no puedo”, a inattendibili narratori di fiabe. Il fallimento di Syriza implicava/implica/implicherebbe il definitivo abbandono di qualsiasi velleità di ricostruire l’Europa pacificamente, cioè per via elettorale.

Questo avrei più o meno scritto, aggiungendo che il nuovo – ma in fondo vecchio – governo avrebbe presto incontrato la sua nemesi: la quasi certa spaccatura di Syriza avrebbe costretto il leader ad assoldare una ciurma di rimpiazzi europeisti (Pasok, To Potami, neodemocratici “responsabili”) o, in alternativa, ad affrontare nuove elezioni. In ambedue i casi l’astro di Alexis si sarebbe definitivamente eclissato; nel secondo, in particolare, consultazioni con un tasso di astensione al 90% avrebbero procurato ad Alba Dorata e (forse) al KKE un effimero momento di gloria. Buggerare un Popolo disperato – quello stesso Popolo che acclamava il premier nelle prime giornate di trattativa – equivale politicamente a un’autoevirazione.

Riassumendo: l’intenzione, pur astrattamente lodevole, di ridurre a più miti consigli i vertici comunitari facendo leva sul rispetto dei diritti umani messi in bella copia sulla Carta di Nizza era destinata a scontrarsi con la natura virtuale (appunto: cartacea) di quei principi, foglia di fico di ben più concreti interessi politico-affaristici; pertanto il contraente debole avrebbe dovuto procurarsi strumenti di pressione ulteriori, individuando per tempo un’alternativa realistica anziché puntare le pochissime fiches residue sulla simpatia dell’opinione pubblica europea e sulla torpidezza (nient’affatto dimostrata) delle burocrazie continentali.

Questo pensavo, ma nelle mie indignate certezze s’è ieri insinuato un dubbio – un dubbio che disperatamente inseguivo. Non c’entra nulla con il gioco sporco della UE (la sottrazione del “fondo salva banche” denunciata da Il Fatto), col torvo cipiglio del “diversamente umano” Herr Schäeuble né con il voltafaccia dell’inaffidabile amico americano: tutte queste cose andavano messe in conto. Di per sé anche la conservazione di brandelli di programma elettorale è irrilevante: potrebbero tornare utili per far guadagnare tempo al governo, beninteso sul fronte interno. No, il dubbio si è fatto strada in seguito alla lettura di un bell’articolo di Ettore Livini, apparso sulle pagine del Gerione dei nostri media: Repubblica.

L’inviato rivela innanzitutto che il “programma” presentato dal duo di Syriza è in realtà una generica bozza: «Ad aprile il governo Tsipras squadernerà il vero piano di sviluppo per il paese. Il prevedibile via libera di Bruxelles dà quattro mesi di tempo ad Atene per mettere a punto nei dettagli le proposte di riforma presentate oggi a grandi linee.» Inoltre Varoufakis, che ha significativamente parlato di “ambiguità costruttiva”, «è riuscito in zona Cesarini a infilare un bel po' degli impegni presi con gli elettori nel "libro dei sogni" inviato a Bruxelles. Ci sono la promessa della luce gratis e dell'assistenza sanitaria per tutti, il no alla confisca della prima casa delle famiglie povere, i buoni pasto.» A ciò si aggiungono la conferma dell’impegno a reintrodurre un salario minimo dignitoso - non subito, però – e frasi sibilline sulle privatizzazioni che tanto ingolosiscono i mercati: pare che quella delle imprese elettriche sia già stata bloccata, in conformità – si premura di precisare il governo ellenico - alle previsioni di legge (notizia di oggi). «Promesse – soggiunge Livini - del tutto indolori per l'ex Troika visto che potranno essere mantenute solo se e quando ci sarà il via libera di chi ha il portafoglio dalla parte del manico», ma che hanno fruttato al premier l’approvazione a maggioranza del piano da parte dei deputati di Syriza. Furbizia levantina o patetico escamotage ad uso interno? Il dato è che Tsipras guadagna quattro mesi, e che FMI (Lagarde), BCE (Draghi) e Schäuble esprimono nervosismo e sfiducia.

Insomma, il documento greco non è né carne né pesce: lascia aperte possibilità addirittura antitetiche. La situazione non è così chiaramente delineata come pretendevano i gazzettieri festanti: è ambigua, per dirla con Varoufakis. Molto, ora, dipende dalla stoffa del leader, dalla sua capacità (od incapacità) di predisporre quel piano B che, forse per scaramanzia, non ha voluto formulare prima delle elezioni. Quattro mesi sono un lasso di tempo limitato, ma Tsipras adesso ha esperienza diretta di cosa sia la UE, di come vadano le cose a Berlino e Bruxelles. Ha capito, se non è uno sprovveduto, che nessuno gli farà sconti; che persino un (improbabile) esito felice della battaglia contro corruzione ed evasione fiscale non garantirebbe il placet europeo ai suoi piani di contrasto all’onnipresente miseria. Potremmo dire, in giuridichese, che gli viene riconosciuto non un diritto soggettivo ad attuare le politiche promesse, ma un mero interesse legittimo, condizionato all’approvazione altrui. Penso abbia inteso che i mercati ed i loro rappresentanti istituzionali sono e saranno inflessibili nel pretendere privatizzazioni, azzeramento dei diritti e regole all’americana – e che per cambiare l’Europa non basta la buona volontà, così come non basta aver ragione nel merito. Una casa d’appuntamenti non si trasforma in basilica solo perché due clienti hanno abbracciato la fede: per farla (se non altro) chiudere è indispensabile persuadere gli altri avventori a cambiare le loro abitudini. Come? Dando il buon esempio, mostrando di essere capaci di osare.

Il Grand Tour europeo di Tsipras e Varoufakis ha regalato a entrambi (e alla loro causa) un pizzico di notorietà e, come ho già detto, sincera simpatia: ora è tempo di tornare nell’ombra. I quattro mesi di respiro vanno adeguatamente sfruttati. Come? Cercando sponde in giro per il mondo, in primis nell’area mediterranea. Il nemico tradizionale dei greci, la Turchia, mostra insofferenza alla prepotenza occidentale ed è in rotta di collisione con la UE, che non l’ha voluta: sarebbe opportuno allentare vecchie tensioni, normalizzare i rapporti. Poi c’è la Russia di Putin, che anela ad uno sbocco mediterraneo: è con Mosca che potrebbe giocarsi la partita più importante – una partita necessariamente amichevole. Un accordo con i russi (in nome della fratellanza ortodossa o della Realpolitik: fate un po’ voi) spariglierebbe le carte, ma è chiaro che la sua conclusione deve convenire ad entrambi. 

Un Putin alle strette e voglioso di riscatto avrebbe senz’altro interesse ad un partenariato con una Grecia fuori dalla NATO e dall’Eurozona, disponibile – per esigenze di sopravvivenza – a prestare le proprie basi navali; il Cremlino potrebbe accollarsi senza particolari difficoltà i costi (in fin dei conti modesti) delle misure necessarie a restituire ai greci dignità e benessere scippati da FMI, BCE e UE. L’appoggio russo potrebbe essere anche speso nelle future trattative con Bruxelles, in cambio di un fattivo contributo ellenico alla cancellazione di sanzioni invise ai gruppi industriali del continente. Ad essere onesto, sono scettico sull’ipotesi che l’Unione delle lobby si lasci impressionare – tuttavia la copertura offerta da Mosca (e da Istanbul) amplierebbe i margini di manovra del governo di Atene. Di fronte all’arroganza dei Draghi e degli Schäuble, Alexis Tsipras potrebbe rivolgersi al suo popolo e agli europei, denunciando gli intollerabili ricatti ai danni di tutti noi e presentando la decisione di uscire dalla UE come una scelta di civiltà, un’attestazione di fiducia nel futuro del continente. In fondo, per questi affamatori ed i loro mandanti un’accusa di crimini contro l’umanità è il minimo che si possa pretendere: un futuribile processo potrebbe trasformarsi in una Norimberga del neoliberismo.

Sogni, evidentemente. La realtà comunque incalza: toccherà a Tsipras (e alla sua maggioranza) valutare i pro e i contro di eventuali mosse. Non resti però sordo agli ammonimenti di chi, come Manolis Glezos, per ideali di giustizia e libertà mise a repentaglio la vita: la mancanza di coraggio, più ancora dell’avventatezza, può decretare la fine ingloriosa del suo esperimento e di movimenti come Podemos e la slovena ZL – per non parlare del prezzo insostenibile che noi e le future generazioni saremmo chiamati a pagare.


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LA GRECIA PUÒ ANCORA SALVARSI SE.... di Coordinamento sinistra contro l'euro

[ 27 febbraio ]

L'Unione Europea non è riformabile
Uscire dall'euro e dall'UE: così la Grecia può ancora salvarsi



Vista la centralità assunta dalle vicende greche, specie dopo l'esito del voto dello scorso 25 gennaio, il Coordinamento della sinistra contro l'euro ha seguito con grande attenzione i recenti incontri del cosiddetto "Eurogruppo" a Bruxelles. Quelle che seguono sono le nostre riflessioni sull'accordo che ne è scaturito.

La Grecia è stata costretta alla prosecuzione dell'austerità. Quella che si è svolta nelle riunioni dell'Eurogruppo non è stata una vera trattativa. Il governo Tsipras si è infatti trovato con una pistola puntata alla tempia. Ad impugnarla il governo tedesco, con il plauso più o meno convinto di tutti gli altri membri dell'area euro. Questa è l'Europa, questo è il sistema imperniato sulla moneta unica.

«Colpirne uno, per educarne diciotto», la Germania ha voluto impartire la sua lezione: non si scherza con le regole dell'oligarchia eurista, con il contenuto ultra-liberista dei suoi trattati; tantomeno si può scherzare se si punta a riconquistare almeno un briciolo di sovranità nazionale.

Questo, prima di ogni altra cosa, ci insegnano i negoziati di Bruxelles, una vera pietra tombale sull'idea della riformabilità dell'Unione Europea. Questa linea, che è anche quella di Syriza, è stata non solo battuta, essa è stata annichilita. Molti, anche in Italia, avranno ora da riflettere sul significato di quanto avvenuto.

La verità è che non si può pretendere di iniziare una nuova via, di cambiare una politica economica improntata ai dogmi del neoliberismo, se non si dispone della propria moneta. La piena sovranità monetaria è uno strumento imprescindibile se si vuole invertire la rotta. Uno strumento certo non sufficiente, ma assolutamente necessario. Senza di esso non c'è vera politica economica che possa tentare di rispondere al dramma della disoccupazione di massa ed a quello del crescente impoverimento della società greca.

L'assenza di questo strumento è stata la vera arma impugnata dalla Merkel: «finché siete nell'euro, gli euri ve li diamo noi, ovviamente alle nostre condizioni».

La tracotanza della Germania, confermata pure da quel che è trapelato sullo svolgimento degli incontri, ha potuto dispiegarsi pienamente anche in virtù di un altro fatto assolutamente decisivo: la morte del progetto federale europeo, di quell'unione politica di cui ancora molti straparlano in Italia. Ormai ogni stato persegue esclusivamente i propri interessi. E - particolare non trascurabile - tutti gli altri stati dell'eurozona sono creditori della Grecia.
Piazza Syntagma: i greci chiedono a Varoufakys di tenere duro


Non solo. Mentre il grosso dei paesi nordici sta da sempre dalla parte del rigorismo tedesco, anche quelli mediterranei - sui quali puntava evidentemente l'azione diplomatica del governo di Atene - si sono schierati da subito con Berlino. Perché lo hanno fatto? In proposito possiamo solo avanzare alcune ipotesi: la Spagna ed il Portogallo per non vedere smentite le politiche austeritarie messe in atto nei rispettivi paesi, l'Italia di Renzi per ottenere il lasciapassare su qualche decimale del proprio deficit, la Francia forse per illudersi di avere ancora un posto a tavola (vedi negoziati di Minsk) tra le potenze che contano. Comunque, siano giuste o sbagliate queste ipotesi, resto il dato di fatto di un'Europa dove ognuno pensa innanzitutto ai propri interessi, ma in cui tutti seguono - riconoscendone così l'indiscussa leadership - la linea tracciata dal governo di Berlino.

Da un quadro di questo tipo non poteva che uscire quel che è poi uscito. L'accordo di Bruxelles è una sconfitta pesante per Tsipras. In buona sostanza, la Germania ha confiscato il programma elettorale di Syriza. Esso infatti, almeno per i prossimi quattro mesi, sarà sotto lo stretto monitoraggio dei creditori, cioè dell'UE, della BCE, del FMI; in definitiva la cosiddetta troika che da anni imperversa nel paese ellenico.

La domanda allora è questa: poteva andare diversamente questo round? La risposta è no. Un esito diverso avrebbe potuto esserci solo se Italia e Francia avessero deciso di smarcarsi dal rigorismo tedesco e se il governo greco fosse andato allo scontro. Uno scontro che il governo Tsipras non ha voluto, non avendo pronto il necessario «piano B».

Non lo aveva pronto, pensiamo, per tre motivi: il primo risiede nell'ideologia europeista del gruppo dirigente di Syriza (che è poi la zavorra più pesante del suo governo), il secondo nell'impreparazione del popolo greco (la cui netta maggioranza è ancora a favore dell'euro), il terzo nell'impossibilità materiale di un suo effettivo approntamento nel breve tempo avuto a disposizione.

A causa della sua illusione europeista, il governo di Syriza non poteva vincere questo round. E noi pensiamo che Tsipras farebbe bene ad ammetterlo, piuttosto che fingere di aver vinto, un atteggiamento che mira ad allontanare piuttosto che ad avvicinare il momento della consapevolezza sulla necessità della rottura e dello sganciamento dall'euro e dall'UE.

Si aprono ora 4 mesi decisivi. Mesi nei quali Berlino e Bruxelles cercheranno di logorare l'ampio consenso di cui il governo greco gode. Mesi nei quali Tsipras tenterà comunque di realizzare i punti del primo paragrafo del Programma di Salonicco, quelli a favore degli strati sociali maggiormente colpiti dalla crisi, nel tentativo di affrontare concretamente quella che viene giustamente definita come «crisi umanitaria».
Atene: manifestazione durante i negoziati di Bruxelles


E' probabile che il perseguimento di questi obiettivi inneschi nuove tensioni con i guardiani dell'ortodossia austeritaria. Così come è altamente probabile che una parte degli impegni presi dal governo greco si rivelino assolutamente aleatori. Il punto fondamentale è però un altro: questo periodo di tempo verrà utilizzato, oppure no, per prepararsi all'uscita dal regime dell'euro?

Dopo aver perso un primo round oggettivamente insostenibile, ora il governo di Atene ha davanti a se il secondo round, quello decisivo. Un round in ogni caso difficile, ma che dipenderà in larga parte dalle scelte politiche di Syriza e dal ruolo che assumerà la sinistra interna anti-euro di quel partito. Se nel primo round non si poteva prescindere dalla pistola puntata alla tempia, ora il primo obiettivo dovrà essere quello di rendere scarica quell'arma.

Detto in altri termini: preso atto della irriformabilità dell'Ue, Syriza rifiuterà di venire «riformata» dall'oligarchia eurista o accetterà le politiche dei sacrifici imposte al popolo greco? Nel primo caso esiste solo una strada, quella dell'uscita e dello sganciamento dal regime dell'euro. E' questa l'unica alternativa ad una sconfitta politica che altrimenti diventerebbe devastante. Naturalmente, questa alternativa richiede una svolta radicale negli orientamenti di Syriza. Una svolta imposta quantomeno dal realismo politico, dall'analisi concreta della situazione concreta.

Detto questo, non tocca a noi insegnare ai greci come intraprendere questo percorso. Alcune cose ci sentiamo però di dirle. In particolare tre elementi ci sembrano decisivi: il primo è la determinazione, ed essa non può che nascere dalla razionale consapevolezza della situazione data; il secondo è il consenso, che può essere mantenuto ed esteso non solo attraverso le misure sociali, ma anche mostrando ad ogni passo l'incompatibilità concreta tra di esse e la permanenza nel quadro europeo; il terzo riguarda la geopolitica, in concreto lo sviluppo dei rapporti verso i Brics, ed in particolare la Russia. L'obiettivo dovrà essere quello di trovarsi, nel momento decisivo, con un'azione di governo decisa, un ampio consenso popolare ed un quadro internazionale in cui l'isolamento (sul quale punteranno le oligarchie finanziarie transatlantiche, non solo quelle europee) non sia totale.

Sarà possibile vincere questo secondo round? Noi pensiamo di sì. Per quel che possiamo daremo tutto il nostro sostegno alla resistenza del popolo greco, in particolare ai compagni del blocco ANTARSYA-MARS che si stanno battendo per dare vita ad un fronte popolare che prepari e guidi la necessaria rottura con l'Unione europea e il regime della moneta unica, quindi per riconsegnare al popolo greco la sovranità nazionale senza la quale non ci sarà salvezza.

Coordinamento nazionale sinistra contro l'euro
26 febbraio 2015

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giovedì 26 febbraio 2015

SINISTRA, NAZIONE, INTERNAZIONALISMO (l'errore di Marx) di Sergio Cesaratto

[ 26 febbraio ]

Riteniamo necessario ripubblicare questo breve saggio del compagno Sergio Cesaratto. 

Si tratta di una fine critica teorica alle due sinistre sulla questione dello Stato-nazione. La prima, quella che in nome di un malinteso "internazionalismo" ritiene reazionaria ogni forma di nazionalismo; la seconda, quella sistemica, la quale, in nome dell'europeismo e del "vincolo esterno", perora come salvifica l'abbandono di ogni sovranità nazionale. Entrambe unite da quella che si può chiamare "visione multiculturalista".

Cesaratto rivela come alla radice di entrambi vi sia un grave errore di Marx, quello di essere caduto nella "trappola di Adam Smith". Lo fa rileggendo la critica di Marx all'economista tedesco Frierich List. Questo testo fu la traccia del contributo di Cesaratto al grande Convegno 
«OLTRE L'EURO. La sinistra. La crisi. L'alternativa», svoltosi a Chianciano Terme nel gennaio 2014.
«Proletari di tutti i paesi, unitevi!» (K.Marx, F.Engels)

«Fra l’individuo e l’umanità si colloca la nazione» (F.List)


Abstract. In questo breve saggio esaminiamo l’importanza attribuita da Friedrich List allo Stato nazionale nell’emancipazione economica di un paese a fronte della visione cosmopolita del capitalismo e degli interessi dei lavoratori che Marx gli contrappone. Rifacendoci a uno spunto di Massimo Pivetti sosteniamo che lo Stato nazionale sia lo spazio più prossimo in cui una classe lavoratrice nazionale può legittimamente sperare di modificare a proprio vantaggio i rapporti di forza. Nell'aver sostenuto lo svuotamento della sovranità nazionale in nome di un europeismo tanto ingenuo quanto superficiale, la sinistra ha contribuito a far mancare a sé stessa e ai propri ceti di riferimento il terreno su cui espletare efficacemente l’azione politica contribuendo in tal modo allo sbandamento democratico del paese.

Introduzione


Se il tema che ci siamo assegnati è da un lato un classico della riflessione politica della sinistra, dall’altro esso continua a essere un argomento imbarazzante. La teoria marxista e gli ideali del socialismo ci portano, infatti, verso un giudizio piuttosto liquidatorio, sia storico che politico, dell’idea di nazione. 

La problematica nazionale pur tuttavia testardamente continua a riemergere. 

Vengono qui presentate alcune riflessioni del tutto inadeguate rispetto a una letteratura immensa (marxista, sociologica, politica ecc.) e solamente volte a porre alcuni termini di un dibattito che è molto attuale in una fase in cui la sinistra italiana guarda con sospetto alle critiche di “eccesso di europeismo” e di mancata valorizzazione degli interessi nazionali nelle scelte politiche prevalenti. Ça va sans dire che tali interessi nazionali non vanno assolutamente confusi con ideali di sopraffazione di altri paesi: siamo qui interessati al nazionalismo economico come spazio di democrazia sociale, non ad altri significati. Anche un approfondimento delle origini dell’“eccesso di europeismo” e della marginalizzazione dell’idea di interesse nazionale, in particolare nella sinistra italiana, esce dalle nostre capacità analitiche. La sinistra è in questo probabilmente parte di una storia culturale del nostro paese in cui l’identità nazionale è debole e frazionata per cui l’avvento di un papa straniero è visto come salvifico e portatore di una capacità di governo che il paese appare incapace di darsi. 
Concluderemo che lo svuotamento della sovranità nazionale in nome di “ideali” sovranazionali e di un papa straniero (l’Europa) disinteressato ai nostri destini sta comportando, novello 8 settembre, lo sfaldamento del già fragile tessuto socio-politico del paese.

Va infine qui ricordato che i termini nazione e Stato, com’è noto, non coincidono. Nazione è inoltre un termine per certi versi sfuggente, ma sufficientemente definito per i nostri scopi per esempio come “complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica”.[1] Gli Stati possono essere sovranazionali, ma ciò è spesso fucina di guerre civili dovute proprio al conflitto fra le differenti etnie per il controllo dell’apparato pubblico, o per costituire entità statuali indipendenti, se ciò è possibile. Si parla di Stati nazionali quando essi o sono sufficientemente omogenei etnicamente, o presentano una consolidata convivenza fra le etnie.

1. Marx e List

L'economista tedesco Friedrich List

Il locus classicus dove le concezioni cosmopolite del marxismo e quelle del nazionalismo (economico) si confrontano è nella controversia – purtroppo non “live” - fra List (1789-1846) e Marx (1818-83).[2] L’opera più importante di List è del 1841. Marx ne scrive un commento nel 1845 risultato inedito sino al 1971.


Com’è noto List contrappone l’economia politica o nazionale all’economia cosmopolitica o universale. La prima muove “dal concetto e dalla natura della nazionalità, [e] insegna come una determinata nazione, nelle attuali condizioni mondiali e nelle sue speciali condizioni nazionali, può mantenere e migliorare le sue condizioni economiche”; mentre la seconda (definita la “scuola”) “parte dal presupposto che tutte le nazioni del mondo formino un’unica società, vivente in un regime di pace perpetua” (List 1841 [1972]: 151-2). 

Per List la seconda condizione è idealmente desiderabile, ma la scuola confonde “come effettivamente esistente uno stato di cose che ancora deve realizzarsi” (ibid: 154). Infatti «nelle attuali condizioni mondiali, la libertà commerciale universale non porterebbe ad una repubblica universale, ma all’universale soggezione delle nazioni meno progredite alla supremazia della potenza preponderante nell’industria, nel commercio e nella navigazione» (ibid: 155). List considera dunque la teoria di Smith dei vantaggi del libero commercio internazionale un «regresso …per gettare polvere negli occhi alle altre nazioni in vantaggio dell’Inghilterra» (ibid: 28), un «cavallo di Troia …per indurci ad abbattere con le nostre stesse mani le mura che ci proteggono» (ibid: 35).[3]

Le prescrizioni dell’economia politica nazionale non si limitano per List al protezionismo (ibid: 159; 169-72 epassim), ma riguardano la visione dello sviluppo economico nazionale come un interesse pubblico al quale l’interesse privato è soggiogato: «soltanto là dove l’interesse privato è stato subordinato all’interesse pubblico e dove molte generazioni hanno avuto di mira un unico e medesimo scopo, le nazioni hanno raggiunto uno sviluppo armonico delle loro forze produttive» (ibid: 184). La concezione di Adam Smith – il campione della scuola a cui List si contrappone – secondo cui la società è la somma degli interessi individuali, regolati dalla mano invisibile della concorrenza, è per List assolutamente limitativa: «E’ forse nella natura dell’individuo – egli si domanda – preoccuparsi dei bisogni delle generazioni future, come fanno invece per natura la nazione e lo stato?» (ibid: 185-86). Caratteristica del mio sistema, scrive List, «è di essere un edificio basato sull’idea di nazione come intermediaria fra individuo e umanità» (ibid: 29). 


Va osservato come, tuttavia, il nazionalismo di List sia assolutamente democratico e come egli non rinunci all’obiettivo cosmopolita fra nazioni giunte a un medesimo grado di sviluppo. In questo, come alla priorità attribuita allo sviluppo industriale, egli si differenzia dagli ideali nazionalistici dei romantici tedeschi (Szporluk 1988: 101-9, 117-18).

Le concezioni di List apparirono a Marx come mere mistificazioni ideologiche, falsa coscienza, al pari della religione, o al massimo ideologie volte a mascherare gli interessi della borghesia tedesca. Nel suo commento a List, Marx (1845) rifiuta le sue concezioni in una maniera efficacemente riassunta da Szporluk (1988: 4-5):

Karl Marx

«Marx claimed that his theory, while the result of his own intellectual endeavour, was also the reflection of objectively working historical forces and would therefore be carried out as a predestined outcome of historical development. Marx further thought that the proletariat was that ‘material force’ whose historical task was to realise his philosophy. When one bears all of this in mind, it is easy to see why Marx found the theories of List, particularly his view of history and his program for the future, not only objectionable but aberrant … It was axiomatic to Marx that industrial progress intensified and sharpened the antagonism between the bourgeoisie and the proletariat, an antagonism that would in the immediate future explode in a violent revolution. List, in the meantime, preached class cooperation and solidarity in the building of a nation's power. Marx thought that the Industrial Revolution, and the concomitant rule of the bourgeoisie, promoted the unification of the world and obliterated national differences. (Communism, he thought, would abolish nations themselves.) List claimed that the same phenomenon, the Industrial Revolution, intensified national differences and exacerbated conflicts among nations. While Marx saw the necessity of workers uniting across nations against the bourgeoisie, List called for the unification of all segments of a nation against other nations».[4]
Marx vede in List un arretramento rispetto all’economia politica classica (Szporluk 1988: 37) e lo accusa (con la borghesia tedesca) di appellarsi ad argomenti “spiritualisti” (la nazione) a fronte di quelli “profane” dell’economia classica: 
«[List] creates for himself an “idealising” political economy, which has nothing in common with profane French and English political economy, in order to justify to himself and the world that he, too, wants to become wealthy». (Marx 1845: 3). 
Marx (1845: 4)[5] si fa così beffe della de-costruzione che List fa della teoria di Smith dei vantaggi del libero commercio quale sostegno alle convenienze commerciali dell’Inghilterra: 
«Since his own work (theory) conceals a secret aim, he suspects secret aims everywhere. Being a true German philistine, Herr List, instead of studying real history, looks for the secret, bad aims of individuals, and, owing to his cunning, he is very well able to discover them (puzzle them out). He makes great discoveries, such as that Adam Smith wanted to deceive the world by his theory….!
La posizione di Marx appare tuttavia curiosa proprio dal punto di vista della critica marxista alle ideologie, ma chiaramente Marx ritiene che Smith stia mettendo in luce l’aspetto cosmopolita e liberatorio del capitalismo globale che attraverso il libero commercio si diffonde e impone le sue leggi, ed attraverso questo getta i semi – il conflitto di classe – della sua dissoluzione. Sebbene vantaggioso per l’Inghilterra, questo paese è il tramite attraverso cui la forza devastante ma rinnovatrice del capitalismo si fa strada. Il nazionalismo col suo tentativo di cooptare le classi lavoratrici attorno a obiettivi particolari costituirebbe dunque un rallentamento del processo di liberazione dell’umanità. Marx vede dunque nell’individualismo smithiano una lettura materialista del capitalismo di cui, evidentemente, la ricerca del massimo profitto individuale è l’essenza. Ma invece di contestare questo, List contesterebbe la sua espressione teorica in Smith: 
«It can never occur to Herr List that the real organisation of society is a soulless materialism, an individual spiritualism, individualism. It can never occur to him that the political economists have only given this social state of affairs a corresponding theoretical expression. Otherwise, he would have to direct his criticism against the present organisation of society instead of against the political economists.» (Marx 1845: 18).
E’ chiaro che da un punto di vista metodologico sia List che Marx sono critici dell’individualismo smithiano come elemento costitutivo dell’analisi politico-sociale, l’idea che si possa capire la società muovendo dalla considerazione dell’individuo isolato. Ma mentre per List l’elemento sociale a cui l’individuo fa naturalmente riferimento è la nazione, per Marx è la classe. Per Marx, tuttavia, che gli economisti classici abbiano enfatizzato l’elemento individualistico (le “robinsonate”) non solo dei capitalisti, in perenne lotta fra loro, ma anche dei singoli lavoratori che si presentano in un certo senso nudi e isolati nel mercato del lavoro, non è un peccato, neppure veniale, in quanto mette in luce la cruda spoliazione che il capitalismo fa dei precedenti legami religiosi o feudali.[6] Marx imputa a List di non aver compreso questa natura del capitalismo - che a loro modo Smith e Ricardo avevano invece inteso sebbene si debba andare oltre la loro analisi nello smascherare il carattere puramente formale dell’uguaglianza degli individui nel mercato - in nome di un’appartenenza nazionale che il capitalismo e la crudeltà del libero commercio si erano appunto incaricati di spazzar via come falsa coscienza.

In questo senso Marx ritiene non-ideologica la difesa di Smith del laissez faire, mentre vede 

Adam Smith
come mistificatoria e ipocrita l’idealizzazione dell’elemento nazionale in List volta a mascherare gli interessi della borghesia tedesca:
«The bourgeois [Bürger] wants to become rich, to make money; but at the same time he must come to terms with the present idealism of the German public and with his own conscience. Therefore he tries to prove that he does not strive for unrighteous material goods, but for a spiritual essence, for an infinite productive force, instead of bad, finite exchange values.(1845: 16, corsivo nell’originale).
We German bourgeois do not want to be exploited by the English bourgeois in the way that you German proletarians are exploited by us and that we exploit one another. We do not want to subject ourselves to the same laws of exchange value as those to which we subject you. We do not want any longer to recognise outside the country the economic laws which we recognise inside the country (ibid: 22).
However much the individual bourgeois fights against the others, as a class the bourgeois have a common interest, and this community of interest, which is directed against the proletariat inside the country, is directed against the bourgeois of other nations outside the country. This the bourgeois calls his nationality». (ibid: 23).
Per Marx, dunque, il luogo in cui si fa la storia è quello del conflitto fra le classi sociali, e tale conflitto è sovranazionale in quanto né gli interessi del capitale né quelli del lavoro hanno una dimensione nazionale:
«The nationality of the worker is neither French, nor English, nor German, it is labourfree slavery, self-huckstering. His government is neither French, nor English, nor German, it is capital. His native air is neither French, nor German, nor English, it is factory air». (1845: 22, corsivi nell’originale).
In questo senso l’idea di nazione è una “aberrazione”,  falsa coscienza al pari della religione
Di qui i famosi passi in cui Marx, tre anni più tardi, si esprime a difesa del commercio internazionale. Dopo aver spezzato una lancia a giustificazione del protezionismo – forse più di quanto avesse fatto nel saggio del 1845, Marx (1948) si lancia nei passi finali del discorso a favore del libero commercio individuando nel protezionismo un rallentamento al pieno disvelarsi della crudeltà del capitalismo:

«The protectionist system is nothing but a means of establishing large-scale industry in any given country, that is to say, of making it dependent upon the world market, and from the moment that dependence upon the world market is established, there is already more or less dependence upon free trade. Besides this, the protective system helps to develop free trade competition within a country. Hence we see that in countries where the bourgeoisie is beginning to make itself felt as a class, in Germany for example, it makes great efforts to obtain protective duties. They serve the bourgeoisie as weapons against feudalism and absolute government, as a means for the concentration of its own powers and for the realization of free trade within the same country.
But, in general, the protective system of our day is conservative, while the free trade system is destructive. It breaks up old nationalities and pushes the antagonism of the proletariat and the bourgeoisie to the extreme point. In a word, the free trade system hastens the social revolution. It is in this revolutionary sense alone, gentlemen, that I vote in favor of free trade».
Marx sembra fondamentalmente ritenere che non sia necessario per ciascun paese raggiungere determinate fasi di sviluppo: 
«To hold that every nation goes through this development internally would be as absurd as the idea that every nation is bound to go through the political development of France or the philosophical development of Germany. What the nations have done as nations, they have done for human society; their whole value consists only in the fact that each single nation has accomplished for the benefit of other nations one of the main historical aspects (one of the main determinations) in the framework of which mankind has accomplished its development, and therefore after industry in England, politics in France and philosophy in Germany have been developed, they have been developed for the world, and their world-historic significance, as also that of these nations, has thereby come to an end». (1845: 23).
Questo appare un passaggio chiave per spiegare perché Marx vede non necessario lo sviluppo dei capitalismi nazionali (Szporluk (1988:32).

2. Lo stato come playing field
Sergio Cesaratto


Cimentiamoci a questo punto a enumerare i termini della questione fra Marx e List.


▶ Marx si affida all’idea che la forza liberatrice del capitalismo si sarebbe diffusa dall’Inghilterra ai paesi in ritardo economico senza la necessità per questi ultimi di ripercorrere tutte le tappe dello sviluppo capitalistico. Per Marx non è necessario che tutti i paesi raggiungano un medesimo grado di sviluppo perché il conflitto fra lavoro e capitali si dispieghi; evidentemente ritiene che esista una solidarietà potenziale – se non deviata, appunto, da sordità nazionalistiche – della classe operaia dei centri nevralgici del capitalismo verso i lavoratori della “periferia”.
In via ideale Marx non ha torto. La critica che gli si può forse muovere è di sopravvalutare la spinta emancipatrice globale che poteva provenire da una singola classe operaia vittoriosa – tanto più se nel suo cammino tale classe lavoratrice finisce per cedere alle lusinghe del proprio capitalismo nel condividere almeno parte dei frutti della posizione di leadership economica. Una prospettiva più concreta appare invece quella di guardare con favore allo sviluppo capitalistico nazionale, e dunque delle classi operaie nazionali, nel maggior numero possibile di paesi, e su questa base porre in termini più solidi la questione dell’internazionalismo della classe lavoratrice. Per parafrasare List, fra le classi sociali e l’umanità vi sarebbe lo Stato-nazione. List dà l’idea di maggiore concretezza anche dal punto di vista dei movimenti operai nazionali in luogo dell’astrattezza un po’ utopica di Marx (ovvio, in List non vi sono le classi sociali e questo è un limite tradizionale in un economista borghese).


▶ Marx sottovaluta il ruolo dello Stato nello sviluppo economico che è invece il tema decisivo per List. Per quest’ultimo lo Stato è l’unico organismo in grado di mobilitare le risorse necessarie allo sviluppo economico nei paesi in ritardo. Per List l’individualismo e il libero commercio smithiani sono argomenti pretestuosi a vantaggio dell’Inghilterra. Per Marx sono invece indicativi della forza selvaggia, ma liberatrice, del capitalismo. E’ come se Marx fosse caduto nella trappola tesagli da Adam Smith. Alla luce della storia economica, anche della recente affermazione del capitalismo globale in particolare in Asia, si vede infatti come il nazionalismo economico sia stato necessario proprio per l’affermazione di quel capitalismo globale che Marx vede come forza potenzialmente liberatrice.

▶ Marx sembra vedere poco il ruolo che lo Stato-nazionale svolge come il playing field più prossimo con riguardo al controllo e distribuzione di potere e risorse sia fra le classi sociali, all’interno, che nei confronti di altre etnie o Stati nazionali.[7] Il cammino di emancipazione della classe lavoratrice non può dunque che cominciare nel farsi Stato della loro unità di aggregazione più prossima costituita dalla comunità etnica di appartenenza intesa come un’aggregazione di individui che insiste su un ammontare di risorse.[8]L’appartenenza alla nazione non esclude l’esistenza di un conflitto distributivo al suo interno, anzi in un certo senso lo presuppone, come diremo.

In questa chiave si può dunque concludere che sebbene gli interessi della classe lavoratrice per la giustizia sociale non coincidano necessariamente con gli “interessi della nazione” – tanto meno in contrapposizione a quelli di un’altra nazione -, lo Stato nazionale costituisce il playing field in cui si articola la battaglia per la giustizia ed in questo senso l’autonomia nazionale è un obiettivo per la classe lavoratrice.[9]
Ma può esistere anche un interesse sovranazionale, un playing field globale? Vi possono certamente essere notevoli convergenze fra governi progressisti, basti pensare al Keynesismo internazionale (che è una necessità per la crescita comune), ma la sinistra dovrebbe essere gelosa della garanzia ai singoli popoli che solo può provenire dalla perdurante esistenza di Stati nazionali sovrani. Un principio di sussidiarietà nella cooperazione internazionale, o meglio un principio alla Gugliemo Tell di gelosia della propria autonomia nazionale dovrebbe essere fatto proprio dalla sinistra.

3. L’europeismo come errore storico della sinistra

Massimo Pivetti lucidamente individua nello svuotamento delle sovranità nazionali lo strumento con cui si è esplicitato in Europa l’attacco ai diritti sociali:

«mentre in Inghilterra e negli Stati Uniti l’attacco alle conquiste del lavoro dipendente e alle sue condizioni materiali di vita è avvenuto apertamente e frontalmente tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, nell’Europa continentale esso si è sviluppato in modo più graduale e indiretto, passando per il progressivo svuotamento delle sovranità nazionali» (Pivetti 2011: 45)
In questo modo alle classi lavoratrici nazionali è stato sottratto il playing field:
«Riformismo e sociademocrazia… sono inconcepibili se alla forza del denaro non può essere contrapposta quella dello Stato – dunque se viene meno la sovranità dello Stato-nazione in campo economico ed essa non è sostituita da nuove forme di potere politico sovranazionale, capaci di regolare i processi produttivi e distributivi. Questo è proprio quello che è avvenuto con la costituzione dell’Unione Europea e dell’Eurosistema al suo interno» (ibid: 46)
Le classi lavoratrici sono state dunque private della possibilità di condizionare le leve produttive e distributive nazionali e in particolare la politica monetaria che è tratto decisivo della sovranità nazionale in quanto da essa dipende il potere ultimo di spesa dello Stato e la possibilità di regolare i rapporti di cambio con le altre monete. In tal modo non solo la democrazia economica interna ne esce mortificata, ma si trova anche ad essere alla mercé di interessi nazionali stranieri. Questo è naturalmente dovuto al fatto che
«[n]essun processo di unificazione politica e di connessa centralizzazione dell’intera politica economica – finalizzata al sostegno della crescita dell’Unione nel suo complesso e al contenimento delle diseguaglianze al suo interno – ha accompagnato, compensandola, la perdita di sovranità subita da ciascuno Stato membro». (ibid: 46).
Non sorprende dunque la crisi della democrazia che alcuni paesi europei vivono, intesa come senso di impotenza che la politica trasmette ai propri cittadini. Questo senso di impotenza nulla ha a che vedere (se non in superficie) con scandali e ruberie, ma con l’impossibilità dei politici democraticamente eletti di poter seriamente affrontare i grandi problemi, anche se lo volessero, una volta privi degli strumenti sovrani per farlo. Ecco l’origine dell’anti-politica. Conclude Pivetti:
«Supponiamo allora che in un contesto così poco promettente vi sia un paese intenzionato, o costretto, a fare i conti con gravi problemi di coesione sociale e/o territoriale. Non mi sembra che tale paese avrebbe oggi un’alternativa credibile rispetto a quella di cercare di recuperare la propria sovranità in campo economico e, con essa, la capacità di contenere le divisioni sociali e territoriali esistenti al suo interno» (ibid: 57).
Ecco dunque il tragico errore che la sinistra italiana ha compiuto negli ultimi trent’anni: quello della resa all’Europa della sovranità nazionale. Ancora Pivetti:
«Il problema è che da parte della sinistra e dei sindacati dei lavoratori non vi è stata in Italia nel corso degli ultimi trent’anni alcuna riflessione sul processo di ridimensionamento dei poteri dello Stato-nazione nel controllo dell’attività economica come possibile base di un processo di crisi della nostra unità nazionale. Nella sinistra continua a prevalere l’idea che non vi sia alcuna alternativa al continuare ad assumere fino in fondo l’orizzonte politico dell’Europa, coûte que coûte. Si ragiona come se l’influenza esercitata nell’ultimo trentennio da monetarismo e neoliberismo sul progetto d’integrazione europeo potrebbe dopo tutto finire per dissolversi; dall’Europa dei vincoli si potrebbe finire per passare all’Europa della crescita e l’integrazione monetaria potrebbe dopo tutto finire per tradursi effettivamente in vera e propria integrazione politica. Eppure, i continui allargamenti dei ‘confini europei’ dovrebbero aver reso a tutti evidente come quello dell’unificazione politica sia sempre stato solo uno specchietto per le allodole, avente lo scopo di facilitare l’accettazione da parte dei popoli europei degli svantaggi derivanti dalla rinuncia alla sovranità monetaria e a buona parte di quella fiscale da parte dei rispettivi governi. E poi …la reazione dei governi alla crisi economico-finanziaria ha reso evidente che perfino un semplice coordinamento delle politiche fiscali e di bilancio, finalizzato alla difesa dei redditi e dell’occupazione, è di fatto fuori gioco in Europa». (ibid: 58).
Eppure versioni “di sinistra” dell’europeismo sopravvivono in (rari) economisti radicali secondo i quali:
«Più facile, senz’altro, sognare il mondo di ieri: il discorso della svalutazione dentro un ritorno all’economia nazionale … Quello di cui vi sarebbe bisogno sono piuttosto lotte coordinate e proposte politiche uniche della sinistra su scala europea, a partire dai conflitti del lavoro e dei soggetti sociali, una spinta dal basso che c’è ma non è adeguatamente organizzata e neanche pensata, nell’orizzonte o di un drastico cambio del disegno della moneta unica ... (Bellofiore e Garibaldo 2013)

“Lotte transazionali” dunque. A me sembra che tale volonteroso internazionalismo pan-europeo faccia da contraltare all’europeismo volenteroso di alcuni economisti vicini al PD (Cesaratto 2013B): entrambi utopistici e forse pericolosi proprio in quanto disconoscono il ruolo di tutela degli spazi democratici costituito dalla piena sovranità nazionale. Tuttavia la riconquista dello spazio di democrazia economica nazionale – che faccia da base naturalmente a una libera cooperazione internazionale in particolare in Europa – è assai difficile allo stato di cose presenti, e non si è lontani dal vero se si ammette che le prospettive di crescita e giustizia sociale nel nostro paese sono in una trappola esiziale, quella della moneta unica (Cesaratto e Pivetti 2012). 

Ma che salto intellettuale e politico se la sinistra lo cominciasse a capire![10]

Appendice – Alcune posizioni nella letteratura “mainstream”


Una veloce incursione nella letteratura “mainstream” sull’origine dell’appartenenza etnica porta a individuare alcune posizioni più influenti (in particolare Caselli & Coleman e Alesina & Spolaore). Caselli e Coleman (2006) mettono in luce come i tratti distintivi delle etnie (lingua, colore) permettono di escludere altri gruppi dall’accesso alle risorse controllate da un gruppo etnico: 

«if the population is ethnically heterogeneous, coalitions can be formed along ethnic lines, and ethnic identity can therefore be used as a marker to recognize potential infiltrators. By lowering the cost of enforcing membership in the winning coalition, ethnic diversity makes it less susceptible to ex-post infiltration by members of the losing one. Hence, from the perspective of a “strong” ethnic group, i.e. a group that is likely to prevail in a conflict, a bid for a country’s resources is an ex-ante more profitable proposition than it would be for an equally strong group of agents in an ethnically homogeneous country. Without the distinguishing marks of ethnicity, this group would be porous and more subject to infiltration. Ceteris paribus, then, we should observe more conflict over resources in ethnically heterogeneous societies, which is the fact we set out to explain. …An important implication of this idea is that not all ethnic distinctions are equally effective ways of enforcing coalition membership. … one key piece of information is the distance among the potential contenders. Virtually all of the empirical work on conflict stresses the relative size of the groups present in a country’s territory. As we discuss below, size does play an important role in our theory. One of our contributions, however, is to stress that a second dimension, distance, or the cost of distinguishing members from non-members of the dominant group, is also critical. … our theory of conflict among geographically separated groups is isomorphic to our theory of ethnically distant groups, and one may therefore be able to use our model, together with the relevant state variables as explained in the next paragraph, to explain changes over time in the intensity of inter-regional (and perhaps even international) conflict». (2006: 1-2).

Michalopoulos enfatizza invece il ruolo di fattori oggettivi nel determinare le distinzioni etniche, in particolare l’omogeneità geografica del territorio; su questa causa possono successivamente intervenire altri fattori storici quali l’invasione di popolazioni straniere, per esempio il colonialismo: 

«the analysis shows that contemporary ethnic diversity displays a natural component and a man-made one. The natural component is driven by the diversity in land quality and elevation across regions, whereas the man-made one captures the idiosyncratic state histories of existing countries, reflecting primarily their colonial experience. The evidence supports the proposed theory according to which, heterogeneous land endowments generated region specific human capital, limiting population mobility and leading to the formation of localized ethnicities and languages». (2008: 1).
L’analisi di Alesina e Spolaore (1995) è volta a stabilire il numero e dimensione ottimi delle nazioni attraverso un’analisi dei benefici apportati da una più grande dimensione del paese e i costi attribuiti a una maggiore eterogeneità in grandi popolazioni. I benefici sono attribuiti alle economie di scala nella produzione dei beni pubblici – benefici moderati dal manifestarsi di fenomeni di congestione e difficoltà di coordinamento quando la dimensione si faccia troppo ampia. Per contro il costo di aggregati troppo ampi è nella più grande “distanza media culturale o delle preferenze fra gli individui … In piccoli, relativamente più omogenei paesi, le scelte pubbliche sono più vicine alle preferenze dei singoli individui che in paesi più grandi e più eterogenei” (1: 4-5). 

In altri lavori Alesina sostiene che l’omogeneità etnica favorisce la condivisione di beni pubblici e forme di redistribuzione del reddito (per cui l’eterogeneità etnica indebolisce il consenso allo stato sociale) (Alesina et al. 2001). La tesi è provocatoria, ma è una sfida al facile multiculturalismo della sinistra.

* Sergio Cesaratto: professore ordinario di Economia della crescita e dello sviluppo e di Politica monetaria e fiscale nell'Unione Monetaria Europea. Dipartimento di Economia Politica e Statistica (DEPS), Università di Siena. e-mail: Sergio.Cesaratto@unisi.it; web page: http://www.econ-pol.unisi.it/cesaratto/; blog: http://politicaeconomiablog.blogspot.com/. 

Sergio segnala: "Questo contributo ha lo scopo di aprire una riflessione su argomenti assai delicati, per cui i commenti sono benvenuti. Ringrazio Giancarlo Bergamini per avermi aiutato a migliorare l’esposizione. Questa versione 8 gennaio 2014".


NOTE

[1] http://www.treccani.it/enciclopedia/nazione/


[2] Curiosamente nel 1841 a List fu offerta la direzione della Rheinische Zeitung che dovette rifiutare per motivi di salute. Marx ne prese il posto.


[3] V. anche Joan Robinson (1966). Una discussione delle teorie di List nel dibattito sulle teorie del commercio internazionale alla luce della critica Sraffiana e del Realismo Politico è in Cesaratto (2013)


[4] Come rassegne del dibattito marxista sul nazionalismo si vedano l’ottimo volume di Szporluk (1988), la cui prima parte è dedicata al confronto Marx-List e che è utile anche per verificare l’evoluzione del pensiero di Marx di cui non si rende certo giustizia in questo contributo; e il libro di Gallissot (1979) dedicato al dibattito nel movimento socialista. Questo si è costantemente trovato di fronte all’intreccio di questioni nazionali e lotta per il socialismo, dalla questione irlandese all’intreccio di etnie nell’Europa dell’est e in Russia, dalle le scelte drammatiche a fronte del primo conflitto mondiale all’intreccio della lotta anti-colonialista con quella per il socialismo. Il dibattito ha sempre visto da un lato posizioni in un certo senso più vicine a quelle di Marx volte a ritenere fuorviante il nazionalismo, da tollerare al massimo come elemento tattico, e quelle di chi al nazionalismo assegnava un significato liberatorio più pregnante.


[5] Citazioni e riferimenti di pagina dall’edizione on line delle opere di Marx-Engels.


[6] I passi di Marx dell’Introduzione all’economia politica del 1857 sono ben noti: 

“In this [civil] society of free competition, the individual appears detached from the natural bonds etc. which in earlier historical periods make him the accessory of a definite and limited human conglomerate. Smith and Ricardo still stand with both feet on the shoulders of the eighteenth-century prophets, in whose imaginations this eighteenth-century individual – the product on one side of the dissolution of the feudal forms of society, on the other side of the new forces of production developed since the sixteenth century – appears as an ideal, whose existence they project into the past.” 
L'individuo isolato e astoricizzato da cui muovono Smith e Ricardo non è mai esistito, naturalmente (“Production by an isolated individual outside society … is as much of an absurdity as is the development of language without individuals living together and talking to each other”), ma è il prototipo dell’individuo della società borghese che si vuole spiegare e nella quale, appunto, i contratti si svolgono (apparentemente) tra individui liberi.

[7] In Cesaratto (2007 A/B) ho analizzato il ruolo dello Stato nella distribuzione del reddito alla luce del dibattito marxista e dei contributi di alcuni studiosi socialdemocratici scandinavi.


[8] Questo non esclude che più etnie possano allearsi nel costituire uno Stato nazionale con eguali diritti.


[9] La necessità del consenso della classe lavoratrice alla costruzione dello Stato nazionale ha storicamente portato le borghesie nazionali a prendere l’iniziativa nella creazione delle istituzioni dello stato sociale. Il caso di scuola è quello della Germania di Bismarck.


[10] Si veda al riguardo anche quanto Marcello De Cecco (2013) ha recentemente scritto: “Di fronte al perdurare della crisi più grave degli ultimi centoventi anni, in mancanza di soluzioni innovative suggerite dai teorici agli attori politici, la tendenza più forte sembra purtroppo essere quella a ricorrere a vecchie soluzioni che, a lungo tempo screditate, tornano a un tratto di moda e suggeriscono misure affrettate e pesanti perché prese in ritardo e senza accordo anche tra paesi appartenenti a unioni di Stati, come i paesi europei. Nazionalismo, protezionismo, regolamentazione dei mercati sono i nomi di queste soluzioni. Averle screditate e messe da parte per più di un cinquantennio come se si trattasse di pulsioni peccaminose e indegne di una nuova e superiore organizzazione internazionale è stato colpevole e persino stupido, perché in forma blanda esse dovevano rimanere in voga, persino il nazionalismo, mentre ora ci si trova a prenderle velocemente e in dosi assai maggiori, senza usufruire dei vantaggi che sarebbero derivati da dosi moderate, e correndo in pieno il pericolo di precipitare il mondo intero in un nuovo disordine internazionale con conseguenze economiche e politiche simili a quelle che indussero le due guerre mondiali e il marasma degli anni venti e trenta del Novecento.”


Riferimenti

Alesina, A., Glaeser, E., e Sacerdote, B. (2001) Why Doesn't the United States Have a European-Style Welfare State?. Brookings Paper on Economics Activity Fall: 187-278
Alesina, A. e Spolaore, E. (1995) On the Number and Size of Nations, NBER WP n. 5050, http://www.nber.org/papers/w5050 (pubblicato in Quarterly Journal of Economics, 1997;112:1027-56).
Bellofiore, R. e Garibaldo, F. (2013) Euro al capolinea? http://www.sinistrainrete.info/europa/3076-riccardo-bellofiore-francesco-garibaldo-euro-al-capolinea.html
Caselli, F. e Coleman, W.J. II (2006), On the Theory of Ethnic Conflict,
http://www.nber.org/papers/w12125
Cesaratto, S. (2007A), The Classical ‘Surplus’ Approach and the Theory of the Welfare State and Public Pensions, in: G.Chiodi e L.Ditta (a cura di), Sraffa or An Alternative Economics, Palgrave Macmillan.
Cesaratto, S. (2007B), Stato sociale e teoria ‘classica’ della distribuzione: note a margine del libro di Cavallaro, Critica Marxista, n. 1. http://www.econ-pol.unisi.it/cesaratto/Critica%20Marxista%20Cesaratto%202.doc)
Cesaratto, S. (2013A). Harmonic and Conflict Views in International Economic Relations: a Sraffian view. Forthcoming in Levrero E.S., Palumbo A. and Stirati A., Sraffa and the Reconstruction of Economic Theory, vol. II, Aggregate Demand, Policy Analysis and Growth, Palgrave Macmillan, 2013. Versione working paper: http://www.econ-pol.unisi.it/dipartimento/it/node/1693
Cesaratto ,S. (2013B), L’Europa è sfinita - recensione a D'Antoni e Mazzocchi, http://politicaeconomiablog.blogspot.it/2013/09/leuropa-e-sfinita-recensione-dantoni-e_7408.html
Cesaratto, S. e Pivetti, M. (a cura di) (2012), Oltre l'austerità, download gratuito da: http://temi.repubblica.it/micromega-online/oltre-lausterita-un-ebook-gratuito-per-capire-la-crisi/
De Cecco M. (2013), Ma che cos'è questa crisi, Donzelli (introduzione: http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/3240-marcello-de-cecco-ma-che-cose-questa-crisi.html).
Gallissot, R. (1979), Nazione e nazionalità nei dibattiti del movimento operaio, in Storia del marxismo, vol. 2, Einaudi, Torino.
List, F. (1841), Il sistema nazionale di economia politica, a cura di G.Mori, Isedi, Milano 1972 (free download in inglese http://socserv2.socsci.mcmaster.ca/~econ/ugcm/3ll3/list/national.html)
Marx ,K. (1845) Draft of an Article on Friedrich List’s book: Das Nationale System der Politischen Oekonomie, Source: MECW Volume 4, p. 265, First published: in Russian in Voprosy Istorii K.P.S.S. No. 12, 1971, http://www.marxists.org/archive/marx/works/1845/03/list.htm
Marx, K. (1848), On the Question of Free Trade - Speech to the Democratic Association of Brussels at its public meeting of January 9, 1848, Source, MECW Volume 6, p. 450; Written: 9 January 1848; first published: as a pamphlet in Brussels, February 1848.
http://www.marxists.org/archive/marx/works/1848/01/09ft.htm
Marx, K. (1957) Outline of the Critique of Political Economy, http://www.marxists.org/archive/marx/works/1857/grundrisse/ch01.htm
Michalopoulos, S. (2008) The Origins of Ethnolinguistic Diversity: Theory and Evidence
Tufts University, MPRA Paper No. 11531, http://mpra.ub.uni-muenchen.de/11531/
Pivetti, M. (2011), Le strategie dell’integrazione europea e il loro impatto sull'Italia, in Un’altra Italia in un’altra Europa – Mercato e interesse nazionale, a cura di L.Paggi, Carocci, Firenze.
Robinson, J. (1966) The New Mercantilism, Cambridge: Cambridge University Press.
Szporluk, R. (1988) Communism and Nationalism: Karl Marx Versus Friedrich List, Oxford: Oxford University Press.

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