Ci siamo liberati ieri ci liberemo oggi

Ci siamo liberati ieri ci liberemo oggi
25 Aprile 2014: appuntamento in Valnerina. Clicca sull'immagine

sabato 19 aprile 2014

TTIP: COS'È IL TRATTATO TRANSATLANTICO? di Sbilanciamoci*

19 aprile. Cos'è il Ttip? una vera e propria cartina di tornasole. E' il liberismo dispiegato sul piano economico. Sul piano geopolitico è la catena che inchioda definitivamente l'Unione europea nel blocco imperialistico a guida USA. Illuminante l'articolo che pubblichiamo, malgrado si concluda con l'illusione che la via d'uscita possa essere una... “riforma radicale delle istituzioni e delle prospettive della Ue". NON SI PUÒ RIFORMARE CIÒ CHE È IRRIFORMABILE.

«Diritto del lavoro, ogm, sanità, ambiente, proprietà intellettuale e energia: tutte le conseguenze del trattato di libero scambio che Usa e Ue vogliono approvare.


L’obiettivo dichiarato del Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) è quello di costruire la più grande area di libero scambio al mondo attraverso l’eliminazione delle barriere, tariffarie e non, che ancora limitano i flussi commerciali tra Europa e Usa. Le previsioni ufficiali in merito ai presunti benefici associati al Ttip non sembrano però esaltare, a fronte della brusca deregolamentazione di cui il Trattato è foriero. È già riscontrabile una divaricazione tra quanto affermano i report ufficiali e gli studi commissionati dalle lobby interessate —la Commissione ha recentemente ridimensionato i dati già forniti ad uno 0.1% di crescita del Pil per entrambe le parti coinvolte nell’accordo, che equivarrebbe ad una crescita risibile dello 0.01% annuo su di un orizzonte di dieci anni. Dettagli su:www.opendemocracy.net/ourkingdom/clive-george/whats-really-driving-eu-us-trade-deal).

Ciò che preoccupa maggiormente però è l’assenza, a parte alcune meritorie eccezioni come Attac!, S2B Network e la rete Sbilanciamoci, di una intensa campagna che informi in merito alle conseguenze sociali ed ambientali che un trattato come questo potrebbe produrre. L’obiettivo dei negoziatori è quello di armonizzare le rispettive regolamentazioni in materia di commercio internazionale. Il riferimento nient’affatto implicito è alle differenze che tuttora intercorrono tra Ue ed Usa nelle regole in materia di protezione sanitaria, alimentare, di diritto d’autore e del lavoro. Parlare semplicisticamente di “armonizzazione”, tuttavia, può apparire perlomeno riduttivo se si adotta una prospettiva che identifica in quei “..costi e ritardi non necessari e dannosi per le imprese..” delle conquiste di civiltà irrinunciabili per chi ambisce ad un mondo più giusto e sostenibile dal punto di vista ambientale. È noto infatti come in molti ambiti gli standard Ue, basati sul principio di precauzione, siano più stringenti di quelli Usa ed uno scivolamento verso i livelli di deregolamentazione americani diverrebbe la conseguenza più naturale del Ttip. Si starebbero in questo modo realizzando le ambizioni che le organizzazioni di impresa hanno ripetutamente manifestato negli anni recenti (http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2012/july/tradoc_149720.pdf)

Il primo blocco di diritti ad essere minacciato sono quelli a protezione del lavoro. Potrebbe non essere remota la possibilità che una normativa analoga al “Rights to Works” americano, ribattezzata dai sindacati statunitensi l’Anti-Unions-Act (Greenhouse, S. “States seek laws to curb power of unions”. NYT 3 January, 2011), si affacci con sembianze analoghe anche in Europa. La sostanza liberista di una normativa di questo tipo verrebbe ad alimentare una rinnovata concorrenza al ribasso fra i lavoratori sui loro diritti e le loro retribuzioni. Si tratta esattamente della logica in virtù della quale i recenti governi di emergenza italiani hanno messo mano, flessibilizzandola, alla legislazione in materia di lavoro augurandosi di avere in cambio un salvifico ed ingente afflusso di capitali internazionali.

La conseguenza immediata di un superamento de facto del principio di precauzione sarebbe l’ineffettività di gran parte delle normative europee sulla sostenibilità ambientale. Una delle maggiori fonti di rischio in questo senso è il cosiddetto shale-gas, o “fracking-gas” dalla particolare tecnica estrattiva che contraddistingue questi idrocarburi. Questa tecnica richiede l’uso di una procedura ritenuta letale per le falde acquifere ed il suolo sottostante i giacimenti e le zone ad essi limitrofe. L’approvazione del Ttip potrebbe, anche in questo caso, spalancare le porte dell’Europa (Polonia, Francia e Danimarca sembrano essere le regioni con le più ricche di shale-gas) alle imprese americane del settore le quali potrebbero efficacemente sfruttare i vantaggi competitivi dati da una tecnologia che perfezionano in patria da più di dieci anni.

Non meno importanti sono le limitazioni che la Ue impone all’uso ed all’importazione degli Ogm e delle carni trattate con ormoni o sterilizzate tramite l’uso di cloro. Le barriere che secondo Max Baucus, attuale presidente della Commissione Finanze del Senato Americano, “..non sono in linea con le attuali posizioni della comunità scientifica internazionale..” sono quelle che sino ad oggi hanno parzialmente impedito che prodotti di questo tipo fossero diffusi sui campi o nei supermercati europei. Inoltre, una brusca eliminazione delle tradizionali barriere commerciali esporrebbe le imprese agricole europee alla concorrenza dell’agri-businness statunitense forte di una concentrazione di mercato imparagonabile a quella europea (2 milioni di imprese agricole negli Usa contro 13 milioni nella Ue).

Il Ttip potrebbe concretamente rappresentare il tentativo di reintrodurre ciò che è stato respinto dal Parlamento europeo nel 2012. Si tratta del Anti Counterfeiting Trade Agreement (Acta), un accordo in materia di proprietà intellettuale tentato senza successo tra Ue ed Usa. A spingere i parlamentari europei ad esprimersi contro l’Acta è stata la duplice implicazione che lo stesso avrebbe avuto, ovvero quella di limitare in modo rilevante il libero accesso alla conoscenza sul web e di dare un potere enorme nella gestione dei dati personali alle imprese del settore.

Una particolare attenzione andrebbe poi riposta sui rischi che gravano sul settore sanitario europeo che rischia di trasformarsi in terreno di conquista per le grandi imprese americane. Così come le norme ambientali europee ci hanno sin qui tutelato dagli Ogm e dalle carni trattate, il Reach (Regulation on Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals, entrato in vigore il 1° giugno 2007 con lo scopo di regolamentare il mercato dei prodotti chimici nella Ue) ha consentito ai cittadini di tutelarsi dall’invasione di prodotti farmaceutici che per le autorità europee sono potenzialmente nocivi per la salute umana e animale. Grazie al Ttip, nondimeno, nascerebbe la possibilità per le imprese, qualora volessero contestare una regolamentazione statale o comunitaria troppo stringente, di rivolgersi ad un organismo arbitrale terzo dotandosi così di un potente mezzo per il contrasto di politiche e leggi democraticamente adottate ma divergenti dalle loro strategie aziendali.

I rappresentanti della grande finanza stanno chiedendo agli estensori del Ttip di prevedere esplicitamente una “disciplina” per la regolamentazione della finanza da parte degli Stati (vedi qui). Ciò significherebbe in termini concreti una limitazione alla dimensione ed alla pervasività della regolamentazione finanziaria nei due blocchi. L’ambiguità di questo metodo di redazione del Trattato potrebbe essere foriera di una nuova diffusione di massa degli eredi di quegli strumenti finanziari protagonisti del crack della Lehman Brothers.

La breve sintesi fornita rispetto a quanto hanno in mente gli estensori del Ttip allarmerebbe chiunque non fosse un lobbista o un percettore di dividendi da parte di un impresa multinazionale. Per i cittadini europei la sfida è però duplice. Le urne francesi hanno segnalato il raggiungimento di un livello critico di sopportazione da parte dei cittadini per i metodi antidemocratici che guidano le decisioni delle istituzioni europee. 

Appare chiaro come un futuro diverso da quello che ha caratterizzato gli ultimi anni non possa che passare per una riforma radicale delle istituzioni e delle prospettive della Ue. Da questo punto di vista il Ttip appare un emblema ed una sintesi di quei “valori” che hanno condotto l’occidente, e l’Europa in particolare, nella situazione di crisi in cui ancora versa. Una discussione profonda, pubblica e democratica rispetto ai contenuti del Ttip non potrà non essere un punto fermo della campagna per le imminenti elezioni europee che si profilano come un crocevia fondamentale per il nostro futuro».

* Fonte: Sbilanciamoci

Continua »

Print Friendly and PDF

venerdì 18 aprile 2014

STANNO PROPRIO MESSI MALE

18 aprile. Alcuni giorni fa, esattamente il 12, si è svolto a Roma il convegno dal titolo UN’EUROPA SENZA EURO, promosso dall'associazione A/simmetrie di Alberto Bagnai. Beninteso, vista la campagna terroristico-mediatica del blocco eurista, ogni iniziativa che aiuti i cittadini a capire che è necessario uscire dalla trappola dell'euro è benemerita. Tutto sommato anche quando si contribuisce a fare casino sostenendo una "uscita al centro, né di sinistra né di destra". 
I seguaci di cui Bagnai si è circondato, sedotti dall'idea che possano esserci terapie economiche che non abbiano contenuto politico e di classe, sono invece usciti estasiati dal convegno in questione. Fiorenzo Fraioli, a dimostrazione dell'adorazione che i seguaci nutrono per il loro vate, si è peritato di raccogliere alcuni dei loro commenti**. I nostri lettori li troveranno certamente illuminanti, anzitutto coloro i quali hanno dimestichezza con discipline come l'etnologia, la psicanalisi e l'antropologia. 
Buona lettura.


(1) La prima risposta a questo post penso che dovrebbe essere un semplice quanto doveroso: GRAZ I E

(2) Lei prof passerà alla storia , forse non le interessa nemmeno , il lavoro che sta facendo per tutti è immenso . Che dire GRAZIE ANCORA

(3) Standing ovation!

(4) Buon convegno prof e falli neri

(5) Prof, lei fa sempre centro!

(6) Prof. Non c'entra nulla ma... sarebbe simpatico sapere cosa ne pensa il suo dottorando di lei. Gli faccia scrivere un post. Mi piacerebbe sapere com'e' lei come tutor visto dall'ottica dello schiavo! :)

(7) Geniale!!!! Stima.

(8) Egr. Prof. Bagnai, Le rinnovo i miei più sentiti ringraziamenti per la sua meritoria opera di divulgazione del problema euro.

(9) Un forse inutile GRAZIE per sabato e per tutto il resto.

(10) Complimenti per il grandissimo evento. Di livello assoluto.

(11) Io cito il "prof" alla grande e non me ne vergogno :)

(12) Ma soprattutto complimenti per la musica scelta nell'ora di intervallo, non avrebbero dovuto interrompere lo streaming.

(13) Prof, ho fatto bene a non venire...al discorso di Panagiotis più il documentario dei 101dalmata sono scoppiato a piangere come un vitello...

(14) Ha la mia immensa stima e ammirazione, prof.

(15) Grazie prof, per quello che fai

(15) Giornata epica all'Antonianum!

(16) Prof. è stata una giornata piena e e per me emozionante.

(17) Caro Professore un immenso grazie a te, ai relatori ai volontari che hanno reso possibile questa giornata di cultura europea.

(18) Ma come si fa... ogni volta mi sento in obbligo di testimoniare solo per ringraziarla di tutto quello che sta facendo.

(19) Ho pianto, ieri. Tante, troppe le emozioni vissute. Ancora tmolta strada da percorrere, ancora insieme! Grazie, prof, per il suo lavoro. Un abbraccio.



(20) Grazie. Che turbinio di riflessioni e di emozioni. Ne usciremo e sarà Liberazione.

(21) Qualcuno, un giorno, dovrà comporre l'elogio adeguato di Alberto Bagnai, da Firenze, ma per avventura pure romano e pescarese (ma come fa un fiorentino per natura etnocentrico a cumulare in sé tante diversità?). Per la verità io il poeta giusto l'avrei: Pindaro. Nessuno meglio di lui potrebbe comporre un epinicio adeguato, per celebrare le tante vittorie di Alberto, tra le quali quella di ieri è forse una delle più significative per impegno, importanza, serietà e risultati.

(22) Ho avuto il privilegio di esserci.

(23) Prof questa conferenza e' stata forse quella di livello più elevato... finora (mai porre limiti al prof). Nessun grazie potrà mai essere sufficiente.

(24) Ma la cosa più interessante che è emersa, dal punto di vista antropologico, è stato il riconoscimento, anche da parte dei politici presenti, della "potenza del pensiero".

(25) Grazie di tutto, all'Autore, relatori e a tutto il magnifico staff di A/S.

(26) Quelli di sabato sono stati tra i 30 euro meglio spesi della mia vita.

(27) Se una sola persona, colta e brillante, con un esiguo gruppo di sostenitori, è riuscita ad organizzare "questo" e ad imporsi al sistema dei media main stream, la convinzione che il male domina il mondo è una sonora cazzata.

(28) a Napoli??? corrooooooooooooooooooooooooooooo!


** I commenti in questioni sono tratti dai seguenti post su Goofynomics: «(2) L'inizio del declino»; «Napoli»; «De benza italica»; «Post communio»; «Un'Europa senz'euro»

Continua »

Print Friendly and PDF

giovedì 17 aprile 2014

FISCAL COMPACT: COME STANNO VERAMENTE LE COSE? di Leonardo Mazzei

17 aprile. Nell'imminenza  dell'applicazione del Fiscal compact circolano sulla carta stampata, in Tv e in rete, svariati articoli che smentiscono che l'Italia, oltre a tutto il resto, sarà obbligata a sborsare 50 miliardi l'anno per vent'anni. Mazzei sbugiarda questi azzeccagarbugli e spiega come stanno davvero le cose. Occorre respingere il Fiscal compact e per farlo occorre unire tutte le forze disponibili in campo.

Ci vediamo costretti a tornare sul tema del Fiscal compact. Del resto, repetita iuvant. Il fatto è che c'è chi sta lavorando a far credere che il Fiscal compact non sia un problema, come se gli eurocrati di Bruxelles l'avessero messo lì per scherzo, un modo per intimidire ma senza fare sul serio. Purtroppo non è così, checché ne dicano governanti disonesti e giornalisti superficiali.

La cosa è troppo importante per lasciare spazio alle rassicuranti leggende del mainstream, spesso rilanciate a casaccio nel mare magnum del web, magari anche solo per assoluta ignoranza della materia. E' troppo importante perché qui sono in gioco il futuro dell'economia nazionale, le prospettive occupazionali, l'accentuazione del massacro sociale in corso.

Per fortuna non siamo i soli ad aver notato la diffusione in rete di alcune interpretazioni rassicuranti sull'applicazione del Fiscal compact. Ecco, ad esempio, come ha reagito su Facebook Marco Passarella, anch'egli evidentemente irritato da certi faciloni: 
«Comunque a me i conti sul fiscal compact continuano a non tornare. Se si dice che il debito deve essere ridotto in misura pari ad un ventesimo dell'eccedenza sulla soglia del 60%, allora, nel caso italiano, si tratta (all'ingrosso) di 1/20 di (130 – 60)% e cioè 0.05*0,70 = 0,035, ossia il 3,5% del PIL italiano. E visto che il PIL italiano è di 1.500 miliardi circa, come rata iniziale, ceteris paribus, stiamo sempre sui 50 miliardi (quelli famosi del calcolo sbagliato). E che la prossima rata sia meno salata implica ciò che andrebbe dimostrato, e cioè che il pagamento della prima rata non abbia un effetto recessivo sul PIL italiano che più che compensi la riduzione dello stock di debito. Qualcuno mi dice dove si annida l'errore?».
Passarella ha perfettamente ragione: non c'è nessun errore. Certo, il conto di 50 miliardi all'anno per vent'anni è frutto di un calcolo all'ingrosso. E difatti, alla fine, potrebbero essere anche di più! Ma su cosa giocano, allora, i sostenitori del «no problem»? La risposta è semplice: giocano su due fattori. Il primo sta nel meccanismo previsto per la riduzione annua del debito; il secondo è rappresentato dall'incredibile farraginosità delle norme del trattato. 

E' grazie a ciò se certi faciloni - interessati o meno, poco importa - arrivano alle più strampalate conclusioni. Prendiamo il caso di Stefano Feltri, che con un articolo surreale sul Fatto Quotidiano pretende di dire tutto già nel titolo: «Fiscal compact: la paura (infondata) dei 50 miliardi». Perché poi questa paura sia infondata Feltri non lo spiega, rimandando ogni "chiarimento" ad un pezzo di un ricercatore dell'Istat, Franco Mostacci. Il quale si diffonde (come è giusto che sia per un ricercatore dell'Istat) su una serie di formule matematiche, senza però riuscire a spiegare il punto fondamentale: se il debito deve più che dimezzarsi in vent'anni, come verrà pagato il conto?

Ora, di fronte ad una domanda così semplice ed elementare, salteranno certamente fuori i sapientoni che ci spiegheranno: a) che quel che deve ridursi è un rapporto e non una cifra netta, b) che le regole del trattato non sono poi così rigide come sembra. Grazie, ma eravamo già informati. Piuttosto, ci spiegassero loro come mai - se tutto è così semplice - la riduzione del debito è sempre stata storicamente piuttosto difficile, lenta e frutto di pesanti manovre economiche. Questo è il caso del periodo 1994-2004, durante il quale, nonostante le durissime misure prese (riforma Dini delle pensioni, la pesantissima finanziaria di Prodi, il record mondiale delle privatizzazioni), e nonostante un tasso medio di crescita oggi impensabile intorno al +2%, il debito venne ridotto solo di 18 punti di Pil in 10 anni. Mentre ora si pretenderebbe una riduzione di 74 punti, sia pure in vent'anni, senza troppi sacrifici, con molte meno cose da privatizzare, con tassi di crescita asfittici (mediamente ben poco al di sopra dell'1% anche secondo le ottimistiche previsioni del governo).

E' evidente che i conti dei faciloni non tornano proprio. Ma siccome costoro non demorderanno facilmente, può essere utile provare ad approfondire la questione. Qualche giorno fa ho già scritto qualcosa (vedi il punto 3 di questo articolo) su come, nel DEF, il governo Renzi si è di fatto impegnato al pieno rispetto del Fiscal compact. Ovviamente lo ha fatto a modo suo, mettendo furbescamente degli "innocenti" numeri al posto di più compromettenti parole. Ma lo ha fatto, tant'è che a Bruxelles hanno apprezzato, naturalmente salvo verifica. Ed in quei numeri ci sono, sia pure espressi in percentuale, i famosi 50 miliardi. Una cifra un po' ballerina, perché legata a diverse variabili. Secondo le proiezioni del governo, qualora tutto, ma proprio tutto (crescita del Pil, livello dei tassi, eccetera), andasse per il meglio, i miliardi potrebbero scendere a 45. Siccome è evidente che così non sarà, la stima di 50 miliardi è perfino da considerarsi troppo bassa.

Giunti a questo punto è doveroso entrare nel merito delle tesi dei faciloni. Essi appartengono a diverse categorie: a) quella dei mentitori istituzionali (Renzi, Padoan, eccetera), persone che sanno ma che debbono necessariamente mentire; b) quella dei giornalisti di servizio, persone che a volte sanno a volte no, ma che non vanno mai contro il potere; c) quella degli smanettoni internettari, persone che in genere non sanno, ma che amano lo scoop sia che si tratti di preannunciare cataclismi del tutto improbabili, come di negare catastrofi scritte perfino in un trattato internazionale.

Tre sono le questioni che vogliamo qui mettere a fuoco: 1) il meccanismo previsto per la riduzione del debito, 2) i criteri per la verifica di tale percorso da parte dell'UE, 3) l'adesione del governo Renzi (qui davvero repetita iuvant) ai vincoli del trattato.

La riduzione del debito

Su questo punto le cose sono (o dovrebbero essere) arcinote. Il trattato prevede che il rapporto debito/Pil raggiunga il 60% entro vent'anni, dunque attraverso una riduzione annua pari ad un ventesimo della quota eccedente il 60%. Nel caso italiano, in base alla fotografia della situazione al 31/12/2013, tale quota eccedente è pari al 72,6% del Pil, che tradotto in euro significa 1.132 miliardi. Dividendo questa cifra per 20 si ottiene la rata annuale di 56,62 miliardi. Dunque, piaccia o non piaccia, siamo addirittura sopra i famosi 50 miliardi. Ma siccome il rientro non dovrà avvenire in cifra fissa ma in percentuale al Pil, le cose sono un po' - ma non troppo - più complesse.

E' evidente infatti che - ammettendo una, peraltro impossibile, tabella di marcia lineare - il valore del taglio annuo previsto non è legato solo al numeratore (lo stock del debito accumulato), ma anche al denominatore (il Pil espresso in valore nominale).

Ora, siccome il Pil nominale è uguale al Pil reale più l'inflazione, se ne deduce che un aumento dell'inflazione renderebbe il percorso di rientro del debito più facile. Perfino l'ineffabile Padoan ha recentemente annunciato (vedi di nuovo l'articolo di cui sopra) questa irresistibile scoperta dell'acqua calda. Una "scoperta" che per certuni dev'essere stata davvero folgorante, visto che vi si aggrappano in tutti i modi per sostenere che in fondo il Fiscal compact non ci farà così male.

Che l'inflazione convenga ai debitori e la deflazione ai creditori è cosa ben nota a chi abbia un mutuo a tasso fisso. Se io debbo pagare le mie rate ad un tasso annuo del 5% ho tutto l'interesse che l'inflazione salga il più possibile oltre tale cifra. Viceversa, avrò tutto da rimettere se l'inflazione (come avviene attualmente) tende maledettamente verso lo zero. In questo caso, in termini reali, finirò per pagare il mio mutuo anche il doppio di quanto l'avrei pagato con un tasso di inflazione pari a quello di restituzione del mutuo.

Non c'è bisogno di dire che quel che danneggia il debitore, favorisce il creditore. Non sarà proprio per questo che la Bce pratica da sempre una politica tendente a ridurre al minimo l'inflazione? Domanda retorica di cui c'è quasi da vergognarsi, tanto sono evidenti gli interessi in questione.

Passando dai debiti privati a quelli pubblici il discorso non cambia, dato che l'interesse delle banche, delle assicurazioni, dei fondi di investimento è appunto quello dei creditori. Dunque: inflazione bassa ed interessi reali alti, al di là della loro diminuzione nominale. C'è perciò da dubitare che la Bce voglia davvero invertire sostanzialmente la rotta, almeno fino a quando il precipizio della deflazione non porterà la recessione a livelli del tutto insopportabili anche per la Germania.

C'è però una differenza fondamentale tra il debito delle famiglie, generalmente a tasso fisso, e quello dello Stato, che - dal momento che si affida al mercato finanziario - varia costantemente ad ogni emissione di nuovi titoli. Certo, un aumento dell'inflazione farebbe lievitare il Pil nominale, ma si trascinerebbe dietro i tassi di interesse, che (al netto dei fattori speculativi), tenderebbero a seguire la crescita dell'inflazione. I cui "vantaggi" verrebbero così annullati, sia pure tendenzialmente e non immediatamente.

C'è solo una circostanza in cui la riduzione del debito potrebbe avvenire quasi esclusivamente per via inflazionistica. Il caso è quello di una violentissima, e soprattutto rapidissima, fiammata inflazionistica. In quel caso - che ovviamente sarebbe però devastante per altri aspetti - i tassi di interesse non ce la farebbero a seguire la crescita dell'inflazione, ed inoltre il vantaggio così ottenuto sul differenziale interessi/inflazione dei titoli già emessi farebbe il resto. E' plausibile un simile scenario? Di certo non è impossibile, ma l'esperienza storica dimostra che simili fiammate inflazionistiche si determinano o in presenza di conflitti armati (esempio, l'Italia tra il 1943 ed il 1945) od a seguito degli stessi (esempio, la Repubblica di Weimar negli anni '20).

Al di fuori di simili tremendi scenari l'arma inflazionistica appare piuttosto debole, anche se non del tutto inefficace. Un'arma magari utile, meglio se manovrata a favore delle classi popolari attraverso una riconquistata sovranità monetaria, ma di certo un'arma non risolutiva.

Ad ogni modo non crediamo che Padoan prefiguri scenari bellici o comunque iper-inflattivi. Il suo piccolo inno all'inflazione - per altro assai curioso in chi è parte da sempre di un establishment che vede l'inflazione come il peccato - è da considerarsi più che altro come un segno di impotenza, la speranza di chi conoscendo il baratro che ci attende si appiglia a tutto quel che può servirgli per adempiere ai doveri imposti dai dogmi di Bruxelles, senza intralciare troppo la populistica caccia al voto del berluschino fiorentino, che al momento è pur sempre il suo principale.

Non ci sono dunque facili scorciatoie per quanto riguarda la restituzione del debito. I 50 miliardi annui da recuperare, o con nuovi tagli o con nuove tasse o con un mix di entrambi, potrebbero ridursi un po' con un minimo di crescita ed un certo incremento dell'inflazione, come, viceversa, potrebbero aumentare un po' con il persistere della recessione e con lo stabilizzarsi della deflazione, con l'affermarsi cioè di una versione italiana di uno scenario di tipo giapponese. 

Nell'incertezza su quel che accadrà nei prossimi anni, attenersi alla stima di 50 miliardi è dunque la cosa più seria e realistica che si possa fare.

I criteri di avvio del percorso del Fiscal compact

Entriamo qui in una materia relativamente più complessa. Materia tuttavia comprensibilissima, purché si badi alla sostanza, senza farsi spaventare dalle astruse regole europee e dalle formule matematiche in cui sono esperti a Bruxelles. 

A proposito, ma che credibilità potrà mai avere una costruzione politica che anziché basarsi su una costituzione leggibile da tutti, si fonda invece su trattati illeggibili, comprensibili solo ad una ristretta cerchia di eurocrati? La risposta è semplice: nessuna. E difatti essi lo sanno talmente bene che alle loro astrusità limite non pongono, lasciando credere ai futuri fasti dell'unione politica solo i gonzi del "più Europa", in Italia ormai ridottisi alle attuali forze di governo (Pd e centristi), alle quali, per completezza, rimane solo da aggiungere la corrente esterna del partito di Renzi denominata Sel.

Ma torniamo a bomba. Prima abbiamo visto in quale misura il Fiscal compact prevede la riduzione ventennale del debito. Ora vediamo come e quando questo percorso dovrebbe avviarsi.

In primo luogo va detto che non c'è un'ora x uguale per tutti. Le regole applicative prevedono infatti una tempistica diversa per gli stati che sono incorsi nella «procedura di deficit eccessivo», quelli cioè che hanno sforato il famoso vincolo del 3% nel rapporto deficit/Pil. Per questi stati il percorso di rientro del debito inizia con l'uscita da questa procedura, momento dal quale scatta un periodo di transizione di 3 anni. Per l'Italia - uscita dalla procedura lo scorso anno - questo significa una prima verifica a fine 2015, mentre ad esempio Francia e Spagna, che sono ancora abbondantemente sopra il 3%, inizieranno il percorso solo nei prossimi anni.

Per il periodo di transizione (per l'Italia il triennio 2013-2015) non è richiesto un rispetto tassativo della regola della riduzione di 1/20 dello stock del debito. In questo periodo l'UE si "accontenta" di un progressivo avvicinamento a quell'obiettivo. Un processo di transizione, appunto, volto a determinare le condizioni strutturali per poter successivamente onorare la tabella di marcia della decurtazione ventennale. Alla quale l'UE - lo ripetiamo per i faciloni euro-ottimisti - proprio non intende rinunciare.

Ma, terminati i tre anni, cosa andranno a verificare esattamente gli eurocrati chiamati a tale compito? Attenzione! Perché questo è il punto veramente decisivo.

Per spiegare come funzionerà il meccanismo della verifica citiamo un articolo di Giuseppe Maria Pignataro (il Sole 24 Ore del 15 aprile): 
«La verifica del rispetto della regola tuttavia avverrà considerando tre diverse configurazioni: a) il backward looking - riduzione rispetto alla media dei tre anni precedenti al 2015; b) il backward looking corretto per il ciclo, e cioè considerando la deviazione dal pil potenziale; c) il forward looking - riduzione nei due anni successivi al 2015 ad un tasso medio di 1/20 calcolato sui tre anni precedenti al 2017. Solo se tutte e tre queste valutazioni risultano non rispettate è prevista l'apertura di una procedura d'infrazione».
In pratica, il 31 dicembre 2015, l'Italia potrà presentarsi agli esaminatori europei o dimostrando che si è già messa in riga (in una delle due versioni ammesse dal backward looking), o provando che lo farà nei due anni successivi (forward looking).

Inutile dire che verrà scelta, giocoforza, la terza opzione. Sulla assoluta impraticabilità delle altre due nessuno osa infatti avanzare dubbi. Ma qui si pongono due domande: 1) quanto è realistico un simile percorso di rientro? 2) E se lo è, al prezzo di quali sacrifici?

Chi scrive pensa che non sia affatto realistico, come vedremo dopo tornando sul DEF elaborato dal governo Renzi. Ma se lo fosse, questo significherebbe comunque il recupero di 3,3 punti percentuali di Pil sull'avanzo primario (come nelle proiezioni del DEF è scritto), che tradotto in cifre significa 54 miliardi. 

Ecco che tornano fuori, immancabilmente, i (circa) 50 miliardi. Quei 50 miliardi annui di sacrifici che Renzi vuole occultare, e che qualche buontempone vuol far credere che verrebbero fuori dal nulla. Che poi vi siano anche giornalisti che si prestano ad un simile gioco, magari per dire semplicemente che Grillo è un terrorista quando suona l'allarme sul Fiscal compact, questo non può certo stupire.

Il governo del Fiscal compact

L'abbiamo già scritto: gli uomini del berluschino fiorentino hanno cucinato «un DEF per l'Europa, ma soprattutto per le europee», un voto nel quale Renzi si gioca davvero molto. E tuttavia, se quel documento è stato presentato quasi come un «nuovo corso» della politica economica italiana, esso si muove, al contrario, in perfetta continuità con la linea dei governi precedenti, e con un perfetto allineamento ai diktat europei. Un allineamento che si ricava perfettamente dai numeri indicati nel Documento di economia e finanza

Non è un caso che il percorso di rientro del debito venga fatto iniziare dal 2015, essendo questo il primo anno del triennio 2015-17 previsto dall'opzione forward looking. In questo triennio si ipotizza una riduzione di 9,8 punti di Pil (pari, grosso modo, a 156 miliardi - ecco di nuovo un taglio annuo di 52 miliardi). Questa riduzione è solo un po' inferiore a quella attesa dalla tabella di marcia, che prevederebbe un -11,1 punti di Pil, ma tutto andrebbe perfettamente in passo già a partire dal 2018.

Il governo Renzi è dunque il governo del Fiscal compact. Ed i famosi 50 miliardi sono scritti nei suoi numeri. E saranno 50 miliardi e più di sacrifici, a meno che si voglia pensare che verranno recuperati vendendo qualche auto blu o sforbiciando un po' i vergognosi guadagni dei manager di stato. Si toccheranno invece, ed in profondità - sta qui il vero cuore dellaspending review - la sanità, il welfare, le retribuzioni ed i livelli occupazionali dei dipendenti pubblici.

Ma c'è di peggio. Ed è che anche questi immani sacrifici potrebbero non servire proprio a niente. Anzi, è piuttosto probabile che finiscano per peggiorare la situazione anche dal punto di vista del debito, che è poi quel che è accaduto con la politica di austerità dei governi Berlusconi, Monti e Letta.

A questo proposito diamo la parola ad un "insospettabile", Stefano Fassina, che è pur sempre un esponente del maggior partito di governo. Ecco cosa scrive sul suo blog sull'Huffington post
«La linea seguita nell'euro-zona determina maggior debito pubblico, salito in media nell'euro-zona dal 65% del 2007 al 95% nel 2013. In Italia, nello stesso periodo, dal 104 al 129% (al netto delle risorse impegnate nei Fondi "Salva Stati"). È inevitabile perché la rotta della svalutazione del lavoro deprime la domanda interna fino alla recessione-stagnazione e deflazione (ora incubo della Bce convertitasi al quantitative easing, fino a poche settimane fa considerato uno strumento del demonio dalla Bundesbank)».
La linea dell'austerità è dunque fallimentare, e quella del governo Renzi disegna uno scenario insostenibile ed irrealistico. Leggiamo:
«Lo scenario di finanza pubblica definito nel Def è, al tempo stesso, insostenibile sul piano sociale e irrealistico, in quanto recessivo, sul piano economico. Insostenibile perché gli ulteriori profondi tagli prospettati alla spesa pubblica stravolgerebbero il nostro quadro sociale. Irrealistico perché si continua a ignorare la reale dimensione del moltiplicatore della spesa e delle tasse e si continuano a gonfiare, con sfacciata ideologia, gli effetti delle mitiche riforme strutturali, in particolare la precarizzazione del lavoro e l'ulteriore indebolimento della contrattazione collettiva (il Presidente del Consiglio continua a ricondurre alle regole del mercato del lavoro il minor il livello di disoccupazione del Regno Unito rispetto al nostro. Qualcuno gli spieghi che Londra dall'inizio della crisi ha stampato enormi quantità di moneta, ha svalutato la Sterlina del 40%, ha avuto un deficit di bilancio dell'8% in media degli ultimi quattro anni)».
Qui Fassina tocca il tema del moltiplicatore della spesa e delle tasse, che così riprende successivamente:
«La colpa grave (del governo, ndr) è l'indisponibilità a riconoscere la dimensione reale del moltiplicatore della spesa, che in una fase di prolungata recessione-stagnazione e credit crunch è 3 o 4 volte maggiore del moltiplicatore delle tasse: in altri termini, coprire la riduzione dell'Irpef con tagli di spesa ha effetti recessivi».

La questione del moltiplicatore è davvero fondamentale, tanto più perché siamo dentro ad una recessione di cui non si vede la fine. Secondo il Fondo Monetario Internazionale il moltiplicatore della spesa nei periodi di crisi è pari a 1,3. Cioè un miliardo di aumento di spesa produce 1,3 miliardi di aumento del Pil. Viceversa, un miliardo di riduzione della spesa determina 1,3 miliardi di riduzione del Pil. Bene, come ha fatto invece i suoi calcoli il governo? Per il 2016, quando è attesa una riduzione di spesa di 32 miliardi (pari al 2% del Pil), ha calcolato un effetto recessivo dello 0,3% anziché del 2,6% come suggeriscono gli studi più recenti (2013) del Fmi.

Quella di Renzi è dunque una linea insostenibile ed irrealistica, oltre che antipopolare. Fassina ha ragione, peccato che continui ad assicurare il suo voto al governo. Peccato, soprattutto, che non metta in discussione l'euro e l'Unione, perché è da qui che vengono le politiche che pure denuncia. Ora, sappiamo che la coerenza non è certo la massima virtù dei politici attuali, ma così facendo è inevitabile che ad una analisi economica giusta non faccia seguito alcuna proposta politica degna di questo nome. 

Ma questo è un altro problema. Qui ci interessava mettere in luce come anche in ambienti governativi - Fassina peraltro è stato vice-ministro dell'economia nel governo Letta - sia ben chiara l'insostenibilità dell'attuale quadro europeo.

E, tornando all'oggetto di questo articolo, le considerazioni di Fassina ci dicono appunto due cose: che i 50 miliardi di sacrifici ci sono e che probabilmente non serviranno neppure ad abbattere il debito.

Conclusioni  

Naturalmente i faciloni non si daranno per vinti, ma ben presto le sparate di Renzi (alias il bomba) si riveleranno per quel che sono.

Ora, siccome i fatti hanno la testa maledettamente dura, concludiamo tornando sull'articolo di Giuseppe Maria Pignataro (il Sole 24 Ore di ieri), che abbiamo già citato. In questo scritto l'autore si dimena per far quadrare il cerchio. Riconoscendosi nel dogma eurista egli sostiene che  il debito va ridotto, che ci vuole una tabella di marcia ben precisa, che questo è per «il nostro bene». Dunque viva il Fiscal compact? No, non esattamente. Egli vorrebbe un Fiscal compact diverso, ma non dice come dovrebbe essere.

E come potrebbe dirlo? Il suo problema è che si vede costretto a svolgere considerazioni simili a quelle di Fassina, ma - proprio come l'esponente della minoranza Pd - senza poterne trarre alcuna conseguenza concreta. Leggiamo:
«E' peraltro un dato di fatto che in una fase di acuta debolezza economica riconducibile sia a fattori interni che esterni, le correzioni fiscali molto concentrate nel tempo finalizzate a ricercare il pareggio accentuano massicciamente o determinano esse stesse la caduta del Pil e peggiorano in tal modo in misura drammatica il rapporto debito/Pil».
E allora? Allora ecco la conclusione inconcludente, e tuttavia significativa, dell'analista del quotidiano di Confindustria:
«In definitiva chiedere l'abolizione del Fiscal compact non è una scelta vincente (il perché non si sa - ndr), ma continuare a volerlo perseguire nella sua attuale configurazione è una strada improduttiva o molto più probabilmente autolesionistica».

Pignataro è palesemente auto-contraddittorio, ma non è questo il punto. Il punto è che anch'egli deve riconoscere alla fine la natura «autolesionistica» per l'economia italiana del trattato. 
Altro che «Fiscal compact? No problem»!

Continua »

Print Friendly and PDF

«LA RIVOLTA DEL 12 APRILE» un compagno anarchico

17 aprile. Le nostre RIFLESSIONI SCOMODE riguardo alla manifestazione del 12 aprile a Roma hanno suscitato polemica. Un lettore anarchico ci ha chiesto di pubblicare le sue considerazioni. L'autore sostiene che siamo in una situazione di tale e tanta ingiustizia sociale che "la rivolta è necessaria". Giusto, a patto tuttavia di comprendere che nel mondo storico sociale le cose non vanno come in quello naturale, per cui tutto ciò che è necessario accade perché deve accadere. In natura non c'è un soggetto che pensa, mentre nei processi sociali un ruolo determinante lo hanno forze sociali che perseguono dei fini, in un gioco di azioni e reazioni per cui la risultante non è mai necessitata, predeterminata.
Il compagno anarchico scambia infine gli incidenti per "rivolta", e ci accusa di non aver capito che sabato a Roma “la rivolta per centinaia di partecipanti era diventata una necessità addirittura esistenziale“.
Una rivolta di centinaia?? In centinaia si fa al massimo a scazzottate con i poliziotti. Noi non condanniamo affatto le rivolte, solo stabiliamo una differenza qualitativa tra quelle che hanno un carattere di massa e i gesti muscolari di piccoli gruppi organizzati le cui forzature velleitari, invece di dare coraggio e speranza agli oppressi, accrescono il loro senso di impotenza. E quindi si traducono in un vantaggio per il nemico, allontanando la sollevazione popolare invece di avvicinarla.


«Una rivoluzione non è mai un fatto militare.

E' un fatto inerente la materialità, lo scontro di classe. Persino l'idealità. I sentimenti. Lo Spirito dei tempi.

Ma mai un fatto militare.

Ovviamente la violenza c'è. Ma le leggi che la governano sono diverse dalle leggi di guerra. Sono subordinate a leggi politiche.

Una sconfitta militare può diventare un successo politico. E viceversa.

Ma quello che mi fa più incazzare - mi si perdoni il termine - è quel paradossale, assurdo fenomeno, che mi viane da definire solo con un ossimoro: "militarismo pacifista".

Molto spesso, almeno da Genova 2001, gli avversari dello scontro di piazza usano motivazioni militaristiche per condannare i tafferugli: ad esempio la tesi che questi non convengano, che il nemico è sempre più forte e armato, che in quel punto lo scontro è impari, ecc.

Se questa tesi fosse vera nella storia non avremmo mai avuto una sola rivoluzione. Quando mai gli oppressi sono più forti dei loro oppressori?

In merito agli episodi di sabato 12 aprile a Roma, coloro che condannano la rivolta si appellano al fatto che la città era blindata, che via Veneto è in salita, che il corteo non era adeguatamente autodifeso. Tutti temi interessanti, ma nessuno è decisivo. Nessuno è decisivo perché sono tutti argomenti militaristici. Va bene, bisognerà fare di meglio la prossima volta.

Ma le domande decisive sono altre.

Il piano casa di Lupi è una svolta repressiva senza precedenti che ci fa rimpiangere all'art. 5 il paternalismo cattolico della DC? Il Jobs Act di Renzi che di fatto renderà la mia generazione precaria a vita merita una contestazione dura e immediata? Il nuovo governo Renzi in generale, il semestre italiano di presidenza non so di quale organo burocratico europeo merita o meno di essere reso ingovernabile? E ancora più in generale, dopo 6 anni di crisi economica, 6 anni di macelleria sociale (dagli esodati alla riforma Fornero, dal blocco ai salari alle delocalizzazioni di massa, dalla disoccupazione giovanile al 50% ai tagli alla scuola, ..) sarà giunta l'ora di una sollevazione sociale?

Tutte queste domande hanno una sola risposta: Sì.

Francamente tutto il resto è secondario.

La questione non sta mica nel fatto che la strada per il ministero del lavoro è in salita; la questione sta nel fatto che in un paese in cui ci sono questi numeri di disoccupazione e precarietà fare gli scontri sotto il ministero del lavoro è una necessità politica. Punto.

Se si subordina tutto il ragionamento a questa concusione politica - che la rivolta sociale è una necessità politica oggi - anche le obbiezioni del "militarismo pacifista" possono trovare risposta.

La strada era in salita e la piazza non era difesa. Verissimo. Perché questo è accaduto? Questo è accaduto perché non si è capito come la rivolta per centinaia di partecipanti era diventata una necessità addirittura esistenziale. Si pensava di fare una contestazione di un certo tipo che invece è degenerata. Non si è fatto abbastanza i conti con la rabbia della gente. Se si va a tirare la frutta ad un ministero del "lavoro" —in una situazione dove un giovane su due non lavora e dove chi lavora lo fa per 10 ore al giorno, quando magari il padrone te ne paga 8, con stipendi da 3 euro l'ora, con contratti settimanali che appena ti ammali, rimani in cinta, rifiuti un pacca sul culo del padrone, fai sciopero ti licenziano— te lo devi aspettare che in mezzo alla frutta sarebbero finiti dei sassi e delle bottiglie.

E comunque, nonostante tutto, nonostante lo svantaggio militare e tutto quello che si vuole, chi stava in via Veneto ha resistito e respinto ben tre cariche. La "avanguardia" di via Veneto è scappata quando i carabinieri hanno attaccato a tradimento piazza Barberini, colpendo manifestanti pacifici che avevano la sola colpa di esistere, cioè "coprire" con la loro presenza coloro che erano saliti verso il ministero del lavoro. E hanno fatto bene a scappare, altrimenti gli arrestati invece che 6 sarebbero stati 600.

E perché piazza Barberini non ha retto ed è scappata? Qui torniamo in testa alla nostra dimostrazione: perché nessuno si aspettava che in via Veneto le contestazioni previste avrebbero preso quella piega. Quindi ancora una volta si è sottovalutata la potenzialità esplosiva.

Infine una nota va messa contro tutti coloro che lamentano il basso numero dei partecipanti al corteo. Vorrei che i detrattori della manifestazione del 12 aprile mi raccontantessero quale manifestazione c'è stata alla vigilia delle elezioni dello scorso anno, o alla vigilia delle elezioni europee di 5 anni fa, o alla vigilia delle elezioni del 2008, o del 2006, o del 2001, ecc.

Io penso che agli organizzatori vada riconosciuto almeno questo merito. Pur non appoggiando nessun partito presente alla corsa, hanno messo in piedi una manifestazione relativamente numerosa che è andata ad infrangere la vetrina di Renzi. Con Grillo che ti organizza una contromanifestazione a Torino per allontare i propri simpatizzanti dagli scontri, dimostrandosi per l'ennesima volta un pompiere sociale.

I detrattori del 12 aprile abbiano la forza di farla loro una chiamata nazionale alla vigilia delle prossime elezioni. E vedremo chi ha portato in piazza più gente».

Continua »

Print Friendly and PDF

mercoledì 16 aprile 2014

IL NOSTRO 25 APRILE della Sezione di Salerno del MPL

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.
(Piero Calamandrei, componente dell’Assemblea Costituente, da un discorso tenuto a Milano nel 1955)



25 Aprile: ieri contro il nazifascismo, oggi contro l'Unione europea
1 maggio: in memoria della vittime della crisi, i difesa dei diritti e del lavoro

Sono trascorsi 69 anni dalla liberazione dell’Italia dalla feroce occupazione nazista e dal giogo del regime fascista. Contro ogni celebrazione ritualistica bisogna dire con forza che il Fascismo non è stata un’eccezione diabolica della Storia, ma un episodio della logica del dominio e che la logica del dominio viene prima e dopo di esso e che può pertanto perpetuarsi sotto altre forme e sotto altro nome. Ieri la barbarie che oscurò il volto del mondo fu riconosciuta come tale e fu sconfitta dalla coalizione antifascista e dalla Resistenza.

Proprio perchè facciamo nostro lo spirito di tanti Italiani che combatterono contro gli oppressori di allora, denunciamo l’oppressione di oggi. 
Clicca per ingrandire
Qual è questa oppressione? È l’Unione Europea nella quale siamo stati costretti ad entrare rinunciando alla sovra- nità economica, monetaria, politica e culturale. Per anni un martellamento ossessivo ha rappresentato l’ingresso in Europa come l’unico metro per misurare la nostra civiltà, e l’esclusione dall’Unione come pericolo di declassamento, di degrado e regressione. Dopo vent’anni dal Trattato di Maastricht chiunque può trarre le inevitabili conclusioni. Questi sono stati gli anni peggiori della nostra vita dal dopoguerra ad oggi. I popoli europei ed in particolare quello italiano stanno sperimentando sulla propria pelle dall’inizio della crisi del 2008 che l’Unione Europea, a dispetto di ogni ostinata illusione, è un’istituzione verticistica, tecnocratica, normativamente antidemocratica, tesa a promuovere l’integrale dominio dell’oligarchie finanziarie sulla società. A tali oligarchie interessa infatti essenzialmente trasformare lo spazio del continente in un “binario di scorrimento automatico della vita economica, al di là di ogni esigenza sociale e progettualità politica” (M. Bontempelli).

Strumento di tale spoliticizzazione sono lo smantellamento della statualità quale garanzia dello stato sociale e l’imposizione dell’euro: un marco tedesco travestito, che ha finito per trasformare gran parte dell’Europa in “colonia” al servizio degli interessi germanici. Le politiche di austerità imposte per ripianare il tanto decantato debito pubblico hanno determinato il collasso dell’economia nazionale e lo svuotamento della Costituzione repubblicana.


Sulla scorta di tali premesse l’UE non appare minimamente riformabile. La lotta per la sovranità nazionale è la condizione imprescindibile per evitare di far precipitare il Paese nel baratro di una crisi logorante e irreversibile. Per questo invitiamo coloro che sul nostro territorio soffrono in silenzio per questa crisi devastante, i disoccupati e i lavoratori tutti, le forze sociali democratiche, le organizzazioni sindacali di base, le associazioni e tutti coloro che si riconoscono nell’analisi e nei principi enunciati a mobilitarsi ed a raccogliersi per commemorare, assieme alle vittime del nazifasci- smo, quelle di oggi, le vittime della crisi, dando voce e contenuto all’indignazione sociale crescente. In questa prospettiva proponiamo che per l’autunno prossimo si svolga una giornata di mobilitazione, zona per zona, città per città, di una marcia popolare per la dignità.

Pertanto riteniamo fondamentali: 

1. Uscita unilaterale dall’eurozona. 
2. Disdetta dei trattati fondanti dell’UE (Maastricht, Mes, Fiscal Compact) 
3. Sganciamento della Banca d’Italia dalla BCE ed emissione di una nuova
moneta nazionale. 
4. Controllo statale sul sistema bancario e sui grandi movimenti di capitale. 
5. Ripudio del Debito Pubblico. 
6. Nuova politica economica attraverso un piano organico per il lavoro volto al
riassorbimento integrale della disoccupazione, per la tutela del territorio, dei beni artistici ed ambientali, della salute, della scuola e della ricerca.

Continua »

Print Friendly and PDF

martedì 15 aprile 2014

LA CRISI, IL SOVRANISMO DI DESTRA, LA PICCOLA BORGHESIA E NOI di Marco Mainardi

15 aprile. «Quello che mi chiedo: riuscirà il “sovranismo di sinistra”, in tempi accettabili, a imporsi alla pubblica opinione – sapendo di avere un nutrito numero di nemici, soprattutto a sinistra – e competere con il sovranismo di destra?»
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo contributo, che prende le mosse
dall'articolo pubblicato il 20 marzo scorso LA TERZA FASE.

Nulla da dire sul passaggio, indotto dalla crisi sistemica, dalla cetomedizzazione di massa alla pauperizzazione che travolge larghi strati di piccola borghesia. Aggiungo che all’interno di questo melting pot (ciò che tu chiami serbatoio), la parte che più ha beneficiato delle prebende neo liberiste è quella che reagirà per i propri interessi e non per l’intera comunità nazionale. E questo è da mettere in conto fin da subito. Essa sarà quella parte pronta a vendersi al migliore offerente, contro altri italiani. E non ho difficoltà nel condividere che tra lotta istituzionale e lotta extra istituzionale non v’è nessuna dicotomia. Ma, ma…

Parlate di guerra sociale e fate bene perché i nemici che ci hanno circondato, ormai da molto tempo, la conducono in maniera unilaterale (e al momento ci battono come un tamburo), sono al sicuro perché loro picchiano “da una batteria di obici che spara da lontano, su un nemico ridotto all’impotenza, senza subire il fuoco di controbatteria.” Il loro programma sta marciando rapidamente senza trovare alcun ostacolo. L’imperativo è: instaurare un nuovo ordine basato sul convincimento della necessità, da parte delle classi subalterne, di un duro rapporto sadomasochistico tra sfruttatori e sfruttati.

La società è ormai formata da generazioni (e non mi riferisco solo a quelle più giovani) caratterizzate da mediocrità, banalità e insulsaggini, abituate a chinare il capo e a umiliarsi, senza più alcuna memoria storica perché neppure i luoghi del sapere la insegnano più. Anzi, con l’andare del tempo il potere – che ha a disposizione mezzi di persuasione immensi – ha confezionato revisionismi storici inconsistenti ma di massa, che hanno prodotto un’immane devastazione nei meccanismi del pensiero delle persone, distruggendone il senso critico. Il modello che viene loro offerto, in ogni dove, è quello di una società dove il capitalismo, con la sola legge della sopravvivenza, è il destino immutabile dell’umanità e dove il conflitto deve essere bandito. Istruttivo, a questo proposito, il decalogo di N. Chomsky per capire tutte le menzogne che ci raccontano.

D’accordo con le quattro fasi ma quasi certamente una parte del serbatoio andrà ad alimentare un movimento di massa reazionario – sempre latente che aspetta solo di essere organizzato – e che porterà parte dei consensi al “sovranismo di destra”, già accreditato come forza anti euro proprio dai media del potere. La sua eventuale terza via, dopo la fase iniziale “rivoluzionaria”, servirà a “normalizzare” la sollevazione e a rassicurare il potere neo liberista, ma nel frattempo avrà catalizzato intorno a sé parte dei consensi delle classi popolari. Quelli che voi indicate come gli schiavi della globalizzazione e/o popolo lavoratore. D’altra parte come dite: “Un popolo incazzato sceglie il meno peggio quando è spinto sull’orlo del baratro.”  

Quello che mi chiedo: riuscirà il “sovranismo di sinistra”, in tempi accettabili, a imporsi alla pubblica opinione – sapendo di avere un nutrito numero di nemici, soprattutto a sinistra – e competere con il sovranismo di destra? Non scordiamoci che al momento non disponiamo di una forza consistente di sinistra, che sappia offrire una risposta concreta alla crisi. 
  
 Il M5S – ago della bilancia tra centro destra e centro sinistra – manterrà i suoi consensi pur rimanendo “ a-sovranista” e fermo al referendum sulla permanenza o meno nell’euro. Oggettivamente dice alcune cose condivisibili ma non si dichiara e non è un movimento di sinistra. Rappresenta la stanchezza della gente e non prospetta una società socialista. (Interessante l’analisi che ne fa Giandiego Marigo su Bandiera Rossa.)
Per indicare il che fare? evocate parole mito per la sinistra di lotta che un tempo fu, ma citi soggetti, pratiche ed etiche militanti ormai dimenticati. Purtroppo il pacifismo imbelle, vero e proprio cavallo di Troia dell’internazionalismo imperialista, ha prodotto i suoi frutti avvelenati. Se per la proposta politica non mancano le idee, per quanto riguarda il resto credo che occorrerà una lunga e paziente opera di ricostruzione. Ora possiamo solo contare su persone di buona volontà, a volte un po’ ingenue e/o incazzate per i motivi più disparati ma spesso politicamente e ideologicamente sterili. (Per l’appunto “... dopo trentanni di devastazione neo liberista, di sfascio sociale…”.) Per formare soldati politici rivoluzionari si dovrà lavorare parecchio.

Bene il Coordinamento e bene l’idea di un nuovo CLN come blocco sociale. Qui si giocherà la partita con i cascami della borghesia impoverita, la media e piccola borghesia; in quel frangente essa dovrà scegliere da che parte stare: o con noi o contro di noi. O con gli sfruttati per l’emancipazione e l’affrancamento o con gli sfruttatori.

Indubbiamente questo nuovo CLN avrà un arduo compito: condurre una rivoluzione democratica (giusto richiamo alla Rivoluzione Francese ma spero anche all’idea che ne ebbero gli azionisti e i comunisti nel periodo resistenziale), attraverso una lotta di liberazione sociale e nazionale che necessariamente dovrà affrontare due momenti, ritengo, non nettamente distinti nel loro svolgersi, anzi, inevitabilmente paralleli per la posta in gioco:
·       Una fase interna contro i Quisling nostrani per un governo popolare d’emergenza e la riconquista della sovranità. 
·       Una fase esterna contro chi vorrà impedire la rinascita dell’Italia. Questo chi sarà lo schieramento imperialistico euro atlantico che avrà come alleata la grande borghesia nazionale.
   
Una nozione, quella della rivoluzione democratica, che rimanda – pur tra molte contraddizioni – a ciò che fu la Resistenza italiana: lotta insieme patriottica, civile e di classe. L’Italia rimane un paese comunque occupato anche militarmente; le basi Nato e l’Eurogendfor non rimarrebbero con le mani in mano, esse agirebbero per conto del potere economico finanziario euro atlantico, contro un eventuale governo popolare democratico. Per questo motivo sarebbe bene ricercare, fin da subito, anche alleanze con sovranismi europei di sinistra.          

Ciò nonostante, al di là del tempo occorrente, quel che è indubbio è che il cambio, al momento opportuno, dovrà essere decisivo e inibire per un lungo periodo un eventuale tentativo di rovesciamento da parte della reazione.    

Seppure affascinato da un ardimentoso agire politico, non rinuncio ad analizzare la realtà così come la percepisco. E la realtà mi dice che il fattore repressione deve essere valutato attentamente. A Dio non servono né i martiri né gli stolti. Per questo dobbiamo attenerci al seguente suggerimento: 
«Quando, [ …], avevo disegnato una qualche impresa, […], divenivo cautissimo e prudentissimo. Guardavo dove mettevo i piedi. Osservavo la massima sobrietà.[…]. Evitavo ogni rischio inutile. Ero intento e attento a preservar me stesso per l’attuazione del mio disegno temerario. Non volevo inciampare o battere il muso nelle vie comuni, prima d’intraprendere la via difficile, prima d’avviarmi alla mèta che m’ero scelta. E’ questa la regola del buon combattente».  
Va da sé che chiunque intenda sbarrare il passo a un sistema, qualsiasi esso sia, ne deve considerare la reazione. Oggi si ha a che fare con una legalità – a difesa del potere – imposta dentro un modello di sviluppo in crisi e pertanto “incattivita”: carcere, monito, azione preventiva. Lettura di determinati fenomeni, in chiave anti terroristica e anti eversiva. La lotta è interpretata come fattore criminale e non dal punto sociale. Il messaggio che viene mandato è molto chiaro: intransigenza contro chi vuole resistere alla crisi. Malcom X diceva: “…se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone oppresse e amare quelle che opprimono.”  Per essere più esplicito: siamo in una società dove chi sta bene denuncia chi sta  male!   
   
Il sistema non sarà tenero con chi vuole democraticamente la sua destituzione.

Non sicuro di nulla, nonostante tutto, vale la pena provarci.

Continua »

Print Friendly and PDF

domenica 13 aprile 2014

12 APRILE: RIFLESSIONI "SCOMODE"

13 aprile. Stendiamo un pietoso velo sul comportamento dei gruppi che ieri, vestiti di nero o di blu, han cercato lo scontro ad ogni costo in una Roma in Stato d'assedio. La distanza tra l'obbiettivo conclamato (attacco al Ministero del lavoro) e la capacità di metterlo in atto è stata siderale. Quando le forze di polizia hanno sferrato la prevedibile carica chi lo scontro cercava, e aveva il dovere di almeno difendere il resto del corteo, se l'è data a gambe levate.
Un'altro è l'elemento su cui chi ha puntato e scommesso sul successo di questa manifestazione deve riflettere. Lo scarso numero dei partecipanti (un quarto, forse meno, di quelli che parteciparono alla manifestazione omologa del 19 ottobre scorso) ha significato un sonoro fallimento.

Abbiamo la sensazione che la manifestazione di ieri, con la sconfitta subita, segni uno spartiacque. Ci sono segnali che nel frastornato poliverso dell'estrema sinistra possa finalmente aprirsi un dibattito affinché ci si lasci alle spalle concezioni e pratiche sterili che non portano da nessuna parte. Il ritardo, a cinque anni dalla più grave crisi economica che si ricordi, è riprorevole, ma meglio tardi che mai.

Prendiamo spunto dalle riflessioni a caldo di Contropiano, organo della Rete dei Comunisti. La redazione si pone tre domande calzanti: 

(1) perché la partecipazione è crollata rispetto a solo sei mesi fa?; (2) gli obiettivi specifici da soli, hanno la forza per diventare mobilitazione generale? (3) è possibile o necessaria una alleanza politica e sociale che veda dentro tutti i settori sociali aggrediti dalla crisi e dalle misure antipopolari per ingaggiare la sfida con un avversario di classe strutturato e integrato a livello di Unione Europea oppure si procede ognuno per conto suo?
Alla prima domanda questa è la risposta:

«Nei fatti si è rivelata una manifestazione per la casa – un obiettivo legittimo e popolare – ma la declinazione del problema specifico e la sua declinazione generale si sono persi in una evocazione generica che non ha dato né priorità né indicazioni da socializzare agli altri settori sociali (dai lavoratori alle famiglie proletarie ai disoccupati) che pure dovrebbero essere parte del conflitto di classe più generale. L'aver occultato il fattore antagonista oggi principale, l'Unione Europea e i suoi diktat, rende sempre più evanescente il nemico e la prospettiva generale di cambiamento che dà forza e respiro alle singole lotte».
In effetti il movimento che si è espresso ieri a Roma non si rivolge a tutti gli strati sociali falcidiati dalla crisi, ma solo a settori di gran lunga minoritari, anzitutto immigrati e senza tetto. Invece di agire per allargare il fronte di lotta a milioni e milioni di cittadini gettati sul lastrico, chiude in un recinto la sua base sociale di riferimento. Cosa ancor più grave, questo movimento protesta sì contro l'austerità, ma non mette sotto accusa i poteri oligarchici europei, di cui i governi italiani sono esecutori. Un movimento, dunque, del tutto privo di una visione politica complessiva, e senza nemmeno un'idea chiara di chi siano i nemici principali oggigiorno. 
I gruppi che animano questo movimento non vogliono infatti sentire parlare né di mollare con l'euro né di uscire dall'Unione europea. Manca dunque di ogni linea di fase, avanzando un massimalismo imbelle (la lotta è contro il capitalismo) ed un trito estremismo sindacalistico (vogliamo tutto!). 

La domanda a cui Contropiano dovrebbe rispondere è la seguente: qual è la causa del rifiuto di tali gruppi di avanzare gli obbiettivi l'uscita dall'Unione e dall'euro? La risposta è che sono vittime del tabù anarchico della sovranità nazionale, per essi obbiettivo "reazionario" se non addirittura "fascista". E come mai Contropiano non se la pone, questa domanda? Perché verrebbe alla luce che sulla questione della sovranità nazionale Contropiano non ha ancora sciolto la sua propria ambiguità —ricordiamo gli attacchi al vetriolo che sono stati rivolti al Mpl.

Alla seconda domanda (gli obiettivi specifici da soli, hanno la forza per diventare mobilitazione generale?) questa è la risposta:
«Unire le forze non è un esercizio di egemonia, è un processo nel quale ognuno porta quello che è e mette a disposizione quella che ha su un piano di convergenza comune e condiviso fin nei dettagli. L'alleanza del 18 e 19 ottobre indicava questa possibilità ma è stata volutamente affondata e i risultati si sono visti sabato 12 aprile».
Siamo proprio sicuri che "l'alleanza del 18 e 19 ottobre" sia la risposta adeguata alla domanda? Ovvero la strada giusta per costruire "una alleanza politica e sociale che veda dentro tutti i settori sociali aggrediti dalla crisi e dalle misure antipopolari"? Noi non lo pensiamo affatto. E' vero che le giornate del 18 e 19 ottobre furono un discreto successo in quanto a partecipazione, ma affermare che lì c'era la soluzione è illusorio. La manifestazione del 12 aprile è invece figlia legittima della relazione incestuosa del 18 e 19 ottobre: non è sufficiente, per stabilire una specie di differenza qualitativa tra i due eventi, la massiccia presenza del sindacalismo di base. Il 19 ottobre in testa c'erano gli stessi gruppi di ieri. Medesime erano le parole d'ordine.


Contropiano, che si consola sperando sia possibile far girare l'orologio all'indietro, dovrebbe porsi la domanda vera: si può costruire "una alleanza politica e sociale che veda dentro tutti i settori sociali aggrediti dalla crisi e dalle misure antipopolari" in compagnia di questi gruppi? La nostra risposta è no e chi si ostina a perseguire il sodalizio perde il suo tempo. Come da tempo andiamo dicendo, da altre parti occorre guardare se si vuole davvero costruire una sollevazione popolare e rovesciare il regime di protettorato euro-tedesco invece che correre dietro a chi non va oltre il mito della ribellione.

E infatti l'asino di Contropiano cade sulla terza domanda:

«E' possibile o necessaria una alleanza politica e sociale che veda dentro tutti i settori sociali aggrediti dalla crisi e dalle misure antipopolari per ingaggiare la sfida con un avversario di classe strutturato e integrato a livello di Unione Europea oppure si procede ognuno per conto suo?»
Sembrerà incredibile ma a questa domanda, la più importante, non viene data nessuna risposta. Buio pesto. Una reticenza senz'altro sintomatica delle antinomie e delle difficoltà in cui non solo la Rete dei Comunisti, ma più in generale ciò che resta della sinistra rivoluzionaria, si dimenano. Queste antinomie hanno una radice, il vecchio tabù operaista quello dell'interclassismo, per cui è ripugnante, anzi proibito, ogni contatto con una classe sociale che non sia la mitica "classe operaia". Di qui il disprezzo, l'anatema ed il rifiuto di ogni contatto contaminante, tanto per fare un esempio, con i settori di piccola e media borghesia ridotti alla miseria che sono scesi in strada nelle giornate del 9 dicembre scorso —quello della presenza dei fascisti era solo un ridicolo alibi per camuffare questo tabù. 
A ben vedere qui si palesa curiosamente una matrice culturale, anzi s'affacciano due dogmi religiosi, tipici del peggiore cristianesimo, quelli del peccato originale e del servo arbitrio, per cui la natura sociale e la coscienza di un soggetto sarebbero fissate, predeterminate, e non possono mutare con le circostanze storiche, proprio a causa di un stigma originario, geneticamente immutabile. 

Non farebbe male una rivisitazione critica della nostra storia. Se la si facesse certa sinistra dovrebbe finalmente capire che una della cause della sconfitta storica subita negli anni '20 in Italia e nei '30 in Germania, consistette proprio nel settarismo e nel dottrinarismo della sinistra comunista di allora, due patologie che isolarono i rivoluzionari e che finirono per agevolare lo sfondamento di massa dei fascisti e dei nazisti, prima tra gli strati pauperizzati della piccola borghesia, poi a seguire in seno alla stessa classe operaia. 
Avessero imparato qualcosa dei rivoluzionari russi, che quelle tragedie si sarebbero potute evitare:
«Ogni crisi rigetta tutto ciò che è convenzionale, strappa gli involucri esterni, spazza via ciò che è sorpassato, scopre le molle e le forze più profonde. (...) Credere che la rivoluzione sociale sia immaginabile senza le insurrezioni e le esplosioni rivoluzionarie della piccola borghesia, con tutti i suoi pregiudizi, senza il movimento delle masse proletarie e semiproletarie arretrate ... non la vedrà mai. Egli è un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione.
La rivoluzione russa del 1905 è stata una rivoluzione democratica borghese. Essa è consistita in una serie di lotte di tutte le classi, i gruppi e gli elementi scontenti della popolazione. V'erano tra di essi masse con i pregiudizi più strani, con i più oscuri e fantastici scopi di lotta, v'erano gruppi che prendevano denaro dai giapponesi, speculatori e avventurieri, ecc. Obiettivamente, il movimento delle masse colpiva lo zarismo e apriva la strada alla democrazia, e per questo gli operai coscienti lo hanno diretto.
La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient'altro che l'esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti gli scontenti. Una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati vi parteciperanno inevitabilmente —senza una tale partecipazione non è possibile una lotta di massa, non è possibile nessuna rivoluzione— e porteranno nel movimento, non meno inevitabilmente, i loro pregiudizi, le loro fantasie reazionarie, le loro debolezze e i loro errori. Ma oggettivamente essi attaccheranno il capitale».
  [V. I. Lenin, Luglio 1916]
Il dibattito sul 12 aprile, se vogliamo condurlo sul serio, alle sue estreme conseguenze, non solo allude ma solleva ben altri nodi irrisolti nella sinistra antagonista italiana. Ben venga questa discussione!

 

Continua »

Print Friendly and PDF

Google+ Followers

Lettori fissi

Temi

crisi (476) economia (343) euro (320) Unione europea (275) sinistra (242) finanza (215) sfascio politico (206) resistenza (181) risveglio sociale (181) seconda repubblica (153) internazionale (151) alternativa (147) teoria politica (142) banche (126) Movimento Popolare di Liberazione (113) elezioni (112) imperialismo (88) berlusconismo (87) M5S (82) destra (78) sollevazione (77) antimperialismo (74) Grillo (73) debito pubblico (71) marxismo (71) proletariato (71) Mario Monti (67) sovranità nazionale (62) democrazia (60) sindacato (53) Libia (51) Rivoluzione Democratica (51) Movimento dei forconi (49) grecia (49) fiat (47) PD (46) Stati Uniti D'America (40) sovranità monetaria (40) proteste operaie (38) solidarietà (37) astensionismo (36) rifondazione (35) inchiesta (34) socialismo (34) azione (33) Emiliano Brancaccio (32) Leonardo Mazzei (31) unità anticapitalisa (31) Moreno Pasquinelli (30) Nichi Vendola (30) capitalismo (30) austerità (29) egitto (28) 9 dicembre (27) Assemblea di Chianciano terme (27) Siria (27) Germania (26) menzogne di stato (26) Medio oriente (25) costituzione (25) Sicilia (24) filosofia (24) fiom (24) geopolitica (24) islam (23) napolitano (23) sionismo (22) moneta (20) palestina (20) Europa (19) spagna (19) Alberto Bagnai (18) Francia (17) Mariano Ferro (17) Tunisia (17) ecologia (17) etica (17) guerra (17) Chianciano Terme (16) bce (16) campo antimperialista (16) Enrico Letta (15) Israele (15) immigrati (15) 15 ottobre (14) Matteo Renzi (14) default (14) fiscal compact (14) Syriza (13) capitalismo casinò (13) legge elettorale (13) silvio berlusconi (13) Cremaschi (12) Lega (12) Sel (12) religione (12) 14 dicembre (11) Tsipras (11) cina (11) fronte popolare (11) globalizzazione (11) populismo (11) Bagnai (10) OLTRE L'EURO (10) iniziative (10) liberismo (10) nazionalismi (10) repressione (10) vendola (10) Chavez (9) MMT (9) Negri (9) decrescita (9) pace (9) sovranità popolare (9) storia (9) Algeria (8) Bersani (8) Brancaccio (8) Ingroia (8) Marcia della Dignità (8) Mirafiori (8) ambiente (8) cultura (8) iran (8) neofascismo (8) nucleare (8) unità anticapitalista (8) Coordinamento nazionale della Sinistra contro l’euro (7) Esm (7) Fiorenzo Fraioli (7) Goracci (7) Ilva (7) MMT. Barnard (7) Marine Le Pen (7) Marino Badiale (7) Movimento pastori sardi (7) Venezuela (7) incontri (7) islanda (7) keynes (7) obama (7) rivoluzione civile (7) taranto (7) Bottega partigiana (6) Draghi (6) Ernesto Screpanti (6) Forconi (6) Monte dei Paschi (6) Ugo Boghetta (6) analisi politica (6) chiesa (6) cinque stelle (6) comunismo (6) golpe (6) scienza (6) Art. 18 (5) Bruno Amoroso (5) De Magistris (5) Diego Fusaro (5) Front National (5) Gennaro Zezza (5) Il popolo de i Forconi (5) Lavoro (5) Mimmo Porcaro (5) Nello de Bellis (5) No Monti Day (5) No debito (5) Pcl (5) Perugia (5) Quirinale (5) Regno Unito (5) Sergio Cesaratto (5) anarchismo (5) camusso (5) complottismo (5) di Pietro (5) elezioni siciliane (5) elezioni. Lega (5) europeismo (5) lira (5) magistratura (5) salerno (5) tremonti (5) umbria (5) ALBA (4) Aldo Giannuli (4) Alternative für Deutschland (4) Andrea Ricci (4) Articolo 18 (4) CSNR (4) Daniela Di Marco (4) Federalismo (4) Landini (4) Pier Carlo Padoan (4) Portogallo (4) Sefano Rodotà (4) Val di Susa (4) Vincenzo Baldassarri (4) Wilhelm Langthaler (4) afghanistan (4) appello (4) arancioni (4) beni comuni (4) brasile (4) cipro (4) cristianismo (4) elezioni siciliane 2012 (4) filo rosso (4) governo (4) irisbus (4) media (4) nazione (4) no tav (4) pomigliano (4) presidente della repubblica (4) proteste (4) referendum (4) salari (4) scuola (4) sinistra sovranista (4) sovranismo (4) svalutazione (4) wikidemocrazia (4) 19 ottobre (3) Anguita (3) Argentina (3) Bernd Lucke (3) Bin Laden (3) Cesaratto (3) Claudio Borghi (3) Claudio Martini (3) Comitato No Debito (3) Costanzo Preve (3) Danilo Calvani (3) Def (3) Dicotomia (3) Felice Floris (3) Fmi (3) GIAPPONE (3) Kke (3) Laura Boldrini (3) Lucio Chiavegato (3) Lupo (3) Massimo De Santi (3) Maurizio Fratta (3) Merkel (3) Nato (3) Piero Bernocchi (3) Pisapia (3) Prc (3) Rete dei Comunisti (3) Russia (3) Stato di diritto (3) Ungheria. jobbink (3) antifascismo (3) bankitalia (3) bipolarismo (3) carceri (3) cuba (3) fratelli musulmani (3) governo Renzi (3) il manifesto (3) inflazione (3) internazionale azione (3) internet (3) laicismo (3) legge truffa (3) partito (3) patrimoniale (3) presidenzialismo (3) ratzinger (3) sardegna (3) terremoto (3) violenza (3) wikileaks (3) 11 settembre (2) 12 aprile (2) 27 ottobre 2012 (2) Agenda Monti (2) Bahrain (2) Berretti Rossi (2) Brushwood (2) Cile (2) Contropiano (2) D'alema (2) Eugenio Scalfari (2) Fidesz (2) Forza Italia (2) Francesco Piobbichi (2) Frosinone (2) Frédéric Lordon (2) Giorgio Cremaschi (2) Giulietto Chiesa (2) Grottaminarda (2) Imu (2) Loretta Napoleoni (2) Marco Mainardi (2) Marco Passarella (2) Marocco (2) Mussari (2) Oscar Lafontaine (2) Paolo Savona (2) Papa Francesco (2) PdCI (2) Pdl (2) ROSSA (2) Salistrari (2) Scilipoti (2) Stato (2) Stefano D'Andrea (2) Stiglitz (2) Turchia (2) Ucraina (2) Yemen (2) anarchici (2) borsa (2) calunnia (2) casa pound (2) cinema (2) comitato di Perugia (2) deficit (2) derivati (2) diritto di cittadinanza (2) dollaro (2) donna (2) energia (2) giovani (2) governicchio (2) indignati (2) irlanda (2) isu sanguinis (2) ius soli (2) jihadismo (2) liberosambismo (2) marina silva (2) paolo vinti (2) pensioni (2) porcellum (2) razionalismo (2) risorgimento (2) sanità. spending review (2) saviano (2) sinistra anti-nazionale (2) spesa pubblica (2) terzo polo (2) uniti e diversi (2) università (2) xenofobia (2) 11-12 gennaio 2014 (1) 14 novembre (1) 25 aprile 2014 (1) 31 marzo a Milano (1) 6 gennaioMovimento Popolare di Liberazione (1) 9 novembre 2013 (1) A/simmetrie (1) Alavanos (1) Alberto Perino (1) Alcoa (1) Alessandro Mustillo (1) Alessandro Trinca (1) Amoroso (1) Angelo di Carlo (1) Antonello Cresti (1) Antonio Guarino (1) Ars (1) Ars Longa (1) Ascheri (1) Augusto Graziani (1) BRI (1) Banca centrale europea (1) Barbara Spinelli (1) Basilicata (1) Belgio (1) Bielorussia (1) Bifo (1) Bilancio Ue (1) Bilderberg (1) Bini Snaghi (1) Bisignani (1) Boikp Borisov (1) Bolkestein (1) Bretagna (1) Brindisi (1) Bruderle (1) Bulgaria (1) CGIL (1) CLN (1) Cambiare si può (1) Cammino per la libertà (1) Cancellieri (1) Carc (1) Carchedi (1) Carmine Pinto (1) Casaleggio (1) Casini (1) Cassazione (1) Claudio Maartini (1) Claus Offe (1) Corea del Nord (1) Corea del Sud (1) Corriere della sera (1) Crimea (1) Debt Redemption Fund (1) Del Rio (1) Der Spiegel (1) Die Linke (1) Dimitris Christoulias (1) Domenico Losurdo (1) Domenico Quirico (1) ECO (1) Elctrolux (1) Elinor Ostrom (1) Emmeffe (1) Emmezeta (1) Enrico Grazzini (1) Erdogan (1) Eugenio Scalgari (1) F.List (1) FF2 (1) Fabiani (1) Fabriano (1) Favia (1) Ferrero (1) Finlandia (1) Fiorito (1) Foligno (1) Francesco Garibaldo (1) Francesco Salistrari (1) Fronte della gioventù comunista (1) Fuori dall'euro (1) GMJ (1) Genova (1) George Soros (1) Gesù (1) Gezi park (1) Giacomo Vaciago (1) Giancarlo Cancelleri (1) Gianni Ferrara (1) Giuli Sapelli (1) Giulio Girardi (1) Giuseppe Pelazza (1) Giuseppe Travaglini (1) Godley (1) Goldman Sachs (1) Gramsci (1) Guido Lutrario (1) Guido Viale (1) HAMAS (1) Haitam Manna (1) Haiti (1) Haver Analytics (1) Hezbollah (1) Hollande (1) Ida Magli (1) Indesit (1) Italia dei valori (1) J.Habermas (1) Jacques Sapir (1) James Holmes (1) Jean-Claude Lévêque (1) Jens Weidmann (1) João Ferreira (1) Jugoslavia (1) Kirchner (1) Kruhman (1) Kyenge (1) L'Aquila (1) La via maestra (1) La7 (1) Lagarde (1) Legge Severino (1) Lenin (1) Lidia Undiemi (1) Logistica. Ikea (1) Luciano B. Caracciolo (1) Luciano Canfora (1) Luciano Vasapollo (1) Luciano Violante (1) Lucio Magri (1) Lucio garofalo (1) Luigi Nanni (1) Luigi Preiti (1) M5 (1) MNLA (1) Maastricht (1) Mali (1) Marchionne (1) Marco Ferrando (1) Marco Fortis (1) Maria Rita Lorenzetti (1) Mario Draghi (1) Martin Wolf (1) Massimo Bontempelli (1) Maurizio Alfieri (1) Mentana (1) Merloni (1) Michael Jacobs (1) Michele fabiani (1) Mincuo (1) Moldavia (1) Monicelli (1) Morgan Stanley (1) Naji Al-Alì (1) Nepal (1) Noam Chomsky (1) Nord Africa (1) Omt (1) Onda d'Urto (1) Pakistan (1) Paolo Becchi (1) Paolo dall'Oglio (1) Papa (1) Partito del Lavoro (1) Patrizia Badii (1) Perù (1) Piero Ricca (1) Piero valerio (1) Pizzarotti (1) Porto Recanati (1) Preve (1) Prodi (1) Profumo (1) Puglia (1) Quantitative easing (1) Quisling (1) Raffaele Ascheri (1) Rapporto Werner (1) Ras Longa (1) Riccardo Bellofiore (1) Riccardo Terzi (1) Rizzo (1) Roberto D'Orsi (1) Roberto Musacchio (1) Rodoflo Monacelli (1) Romney (1) SInistra popolare (1) Salvatore D'Albergo (1) Sapir (1) Sebastiano Isaia (1) Sergio Bellavita (1) Sergio Bologna (1) Slai Cobas (1) Solone (1) Sorrentino (1) Spoleto (1) Standard & Poor's (1) Stefano Fassina (1) Stefano Lucarelli (1) Stefano Musacchio (1) Storace (1) Sudafrica (1) TPcCSA (1) Thatcher (1) Tonguessy (1) Transatlantic Trade and Investment Partnership (1) Transnistria (1) Trilateral (1) Troika (1) Ttip (1) Udc (1) Ungheria (1) Unio (1) Veltroni (1) Viale (1) Viktor Orban (1) Vincenzo Sparagna (1) Visco (1) Vittorio Bertola (1) Vladimiro Giacchè (1) W. Streeck (1) Warren Mosler (1) Wen Jiabao (1) Zizek (1) Zolo (1) alleanze (1) alt (1) amnistia (1) andrea zunino (1) apocalisse (1) aree valutarie ottimali (1) assemblea nazionale del 22 e 23 ottobre (1) ateismo (1) austria (1) ballarò (1) battisti (1) benessere (1) bilancia dei pagamenti (1) bonapartismo (1) bontempelli (1) carlo Sibilia (1) carta dei principi (1) censis (1) chokri belaid (1) comitato per la salvaguardia dei numeri reali (1) corruzione (1) cristianesimo (1) david harvey (1) debitori (1) decescita (1) denaro (1) disoccupazione (1) enel (1) ennahda (1) estremismo (1) euroi (1) export (1) facebook (1) fallimenti (1) felicità (1) femminicidio (1) finan (1) finaza (1) fisco (1) foibe (1) forza nuova (1) giacobinismo (1) giornalismo (1) gold standard (1) governabilità (1) grande coalizione (1) guerra valutaria (1) i più ricchi del mondo (1) import (1) indulto (1) industria italiana (1) internazionalismo (1) intervista (1) iraq (1) italia (1) la grande bellezza (1) legalità (1) legge del valore (1) leva (1) libano (1) liberalizzazioni (1) lula (1) maghreb (1) mandato imperativo (1) manovra (1) marcia globale per Gerusalemme (1) marxisti dell'Illinois (1) massimo fini (1) memoria (1) militarismo (1) minijobs. Germania (1) necrologi (1) negazionismo (1) noE-45 autostrada (1) nobel (1) norvegia (1) occupy wall street (1) olocausto (1) operaismo (1) partiti (1) polizia (1) precarietà (1) primarie (1) queswjepjelezioni (1) quinta internazionale (1) rappresentanza (1) rete 28 Aprile (1) riformismo (1) risve (1) sciopero (1) seisàchtheia (1) seminario (1) serbia (1) sindacalismo di base (1) sindalismo di base (1) sinistra critica (1) sme (1) social forum (1) social media (1) socialdemocrazia (1) società (1) sovrapproduzione (1) studenti (1) tasse (1) teoloogia (1) terzigno (1) trasporto pubblico (1) troll (1) tv (1) uassiMario Monti (1) ueor (1) valute (1) vattimo (1) vincolo di mandato (1) yuan (1) zanotelli (1) zapaterismo (1)