P101: 2-3 luglio 2016 - ASSEMBLEA NAZIONALE

P101: 2-3 luglio 2016 - ASSEMBLEA NAZIONALE
Temi in discussione: rivoluzione democratica, populismo, C.L.N.

martedì 24 maggio 2016

AMMINISTRATIVE: " COLPIRE IL PD PER CACCIARE RENZI" di Programma 101

[ 24 maggio ]

La posizione di P101 sulle elezioni comunali del 5 giugno
Il voto amministrativo del prossimo 5 giugno avrà un chiara valenza politica. Svolgendosi a 4 mesi dal decisivo referendum costituzionale di ottobre, il risultato delle comunali fornirà un'importante indicazione sull'attuale consenso di cui godono il Pd ed il governo Renzi.

In breve: a seconda di come andranno le cose, Renzi arriverà rafforzato o - come ci auguriamo - indebolito alla prova autunnale. E poiché da quella prova dipenderanno sia il futuro assetto istituzionale del paese, che il consolidarsi del disegno autoritario del capo del governo, chiara è la posta in gioco nel prossimo voto amministrativo.

Programma 101 dice chiaramente che dalle più grandi città, al più minuscolo comune, l'obiettivo fondamentale è quello di battere il Pd per avvicinare il momento della cacciata del governo Renzi.

Particolarmente importante sarà il risultato delle 3 città più grandi: Roma, Milano e Napoli. Se le liste del presidente del consiglio verranno battute in queste città dall'alto valore simbolico, forte sarà l'effetto di delegittimazione di un governo che si basa su una maggioranza parlamentare raccogliticcia, figlia dei meccanismi truffaldini di una legge elettorale dichiarata incostituzionale.

Fermo restando che, nella prospettiva della costruzione di un ampio fronte di liberazione nazionale dal dominio delle oligarchie euriste, centrale dovrà essere il ruolo di M5S - al di là dei sui evidentissimi limiti -, votare contro il Pd può essere declinato in modi diversi a seconda delle situazioni. Ad esempio, mentre a Roma sosteniamo la candidata e la lista di M5S, a Napoli riteniamo che la riconferma a sindaco di De Magistris sia l'indicazione giusta per tutti coloro che si battono contro il governo e contro le politiche neoliberiste in generale.

Battere il Pd è dunque la nostra parola d'ordine. Questo partito capofila delle politiche mercatiste, privatizzatrici, antipopolari, questo partito completamente asservito ai poteri oligarchici europei e così amato dalla nostrana confindustria, è oggi il fondamentale nemico degli interessi delle classi popolari e di ogni istanza democratica.

In un contesto come quello attuale anche il voto amministrativo può essere un arma efficace. Usiamola: sconfiggiamo il Pd a giugno per cacciare Renzi a ottobre!


Movimento di liberazione popolare Programma 101

da Programma 101

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lunedì 23 maggio 2016

UMBRIA: IL GRANDE FLOP DEL PD di Marcia della Dignità

[ 23 maggio ]
Assemblea regionale umbra del Pd. 21/05/16
Sabato 21 maggio all'hotel Gio di Perugia, si è svolta l'Assemblea Regionale del Pd, che, come tutti sanno, dovrebbe essere il massimo organismo del partito, formata da tutti gli eletti alle primarie.

Peccato che dei 300 delegati, se ne sono presentati solo una decina, quattro gatti.
E sì, è stato un grande flop!
Non si è mai vista una cosa così desolante nella storia di alcun partito!
L'assemblea avrebbe dovuto esprimersi anche sul bilancio, ma, non essendoci i numeri legali, la votazione è stata rimandata alla prossima volta.
I giornali locali compresi quelli online, come c'era da aspettarsi, tacciono sul grande flop, e in maniera molto edulcorata farfugliano di assenze a causa del 

"mancato aggiornamento dell’indirizzario mail di alcuni membri rispetto all’invio della convocazione e le numerose assenze dovute alla concomitanza con la campagna elettorale e con i banchetti per il referendum"

Mancato aggiornamento degli indirizzi mail?
Parte una sonora risata.
Vorrebbero farci credere una cosa così ridicola!
Tutte scuse accampate.

Il fatto è che l'assemblea era vuota, il che è sintomatico della grande crisi che attraversa il Pd di Renzi, a livello nazionale e regionale, e che ci fa dire che ormai il Pd renziano è un partito fantasma, è un'astrazione politica se non si tenesse in piedi perchè ai vari livelli detiene potere e distribuisce prebende. 

Al suo interno solo lotte intestine per assicurarsi la permanenza su una qualche poltrona.
Come ricorda sempre il nostro Marcello Teti, non si possono attuare severe politiche austeritarie e antipopolari e contemporaneamente continuare a distribuire mance e posti di lavoro ai propri clientes: questa è la vera ragione dello sfaldamento della base sociale su cui si è retto il Partito democratico fino ad oggi. 



C'è solo Renzi, "l'uomo solo al comando", e qualcosa ci dice che ci resterà ancora per poco.
Se anche la ministra Boschi, seguendo l'esempio del premier, ha dichiarato oggi alla trasmissione dell'Annunziata, In mezz'ora, che pure lei è pronta ad andare a casa, in caso di vittoria del NO al referendum costituzionale di ottobre, è chiaro che la posta in palio è notevole.
Non si tratta di mera personalizzazione: è evidente che il destino della confraternita renziana è appeso al successo del suo disegno di dare vita ad un regime post parlamentare e presidenzialista.
Lasciateci togliere un sassolino dalle scarpe.

Quando eravamo a contestare la Boschi venuta qui a Perugia per inaugurare la campagna referendaria, i piddini, innervositi, facevano sberleffo, noi però esprimevamo un senso comune contro il renzismo che sta diventando maggioritario.

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L'ARTICOLO 1 DELLA COSTITUZIONE: BREVE STORIA DI "QUELLI CHE NON CREDONO NELLE COSTITUZIONI" di Luciano Barra Caracciolo

[ 23 maggio ]

1. Finora abbiamo svolto il discorso facendo riferimento al rapporto dei "principi fondamentali" (artt.1-12) con la Costituzione economica (art.36-47): quest'ultima, in base ai lavori dell'Assemblea Costituente fornisce gli strumenti per attribuire, ai diritti enunciati nei principi fondamentali, quella effettività senza la quale ne viene meno la stessa giuridicità. 

L'attivazione degli strumenti di politica economica, fiscale e industriale (in senso esteso), previsti dalla Costituzione economica, definisce l'oggetto degli obblighi che rendono concreta ed effettiva la posizione di generale obbligo giuridico, incombente sulle istituzioni di governo della Repubblica italiana, in base all'art.3, comma 2, della Carta,che è la norma chiave per definirne la normatività come fonte superiore ad ogni altra e la cui formulazione è principalmente doviuta a Lelio Basso



2. Su tale natura di norma chiave, aveva, del resto, convenuto Calamandrei, con il grande merito di avere, attraverso il confronto con gli altri componenti dell'Assemblea Costituente,ampliato e reso concreta questa idea proprio sul piano politico-economico, assunto come strumentale al principio-cardine lavoristico (dalla fonte linkata: se vera democrazia può aversi soltanto là dove ogni cittadino sia in grado di [...] poter contribuire effettivamente alla vita della comunità, non basta assicurargli teoricamente le libertà politiche, ma bisogna metterlo in condizione di potersene praticamente servire”, e per far ciò occorre garantire a tutti “quel minimo di benessere economico”, far sì che le libertà cessino di essere dei “vuoti schemi giuridici e si riempiano di sostanza economica”, ossia che “le libertà politiche siano integrate da quel minimo di giustizia sociale, che è condizione di esse, e la cui mancanza equivale per l’indigente alla loro soppressione politica”.
“Ma il problema vero non è quello della enumerazione di questi diritti: il problema vero è quello di predisporre i mezzi pratici per soddisfarli, di trovare il sistema economico che permetta di soddisfarli. Questo è, in tanta miseria che ci attornia, l’interrogativo tragico della ricostruzione sociale e politica italiana", da "Costituente e questione sociale", p.152; notare: un discorso sul quale Bazaar, parlando dei diritti civili a radice internazionalizzata, ormaicosmetici, ha più volte insistito).



3. Ed è questo il nodo centrale della Costituzione, che si è andato perdendo sotto i colpi dell'€uropeismo restauratore dell'ordine internazionale dei mercati: perché tutti questi strumenti di politica economica, fiscale e industriale si imperniano, a loro volta, sulla tutela del lavoro. Basti pensare che, con l'UE e la sua Carta di Nizza dei diritti, siamo tornati al punto che il problema non è più la "soddisfazione" dei diritti sociali, ma persino la loro stessa "enumerazione": dato che la limitata attenzione dedicata ai diritti sociali e alla tutela del lavoro, soffre anche di formulazioni generiche e obiettivamente restrittive rispetto alla Costituzione del 1948.



Per i nostri Costituenti questa tutela è invece il fondamento stesso della Repubblica, sancito dall'art.1 Cost.; e aver scelto quegli strumenti, e non altri, è il frutto di una scelta consapevole, e ampiamente dibattuta (come illustra il secondo capitolo de "La Costituzione nella palude"), che aveva respinto l'idea di mercato autoregolantesi propria del liberismo, e dunque quella di lavoro-merce in essa insita, definendo l'economica liberista neo-classica "la scienza dell'800", a sottolinearne la natura fallimentare posta alla base delle crisi, economiche, sociali e politiche, che erano sfociate nelle tragedie belliche del '900.



4. Tratteggiato questo quadro generale sul corretto intendimento della Costituzione, più volte esposto, cerchiamo di portare l'attenzione sull'art.1. Esso, come premessa necessaria e sufficiente, secondo le parole dei Costituenti che esamineremo, proietta e rende logicamente consequenziale, lo sviluppo sistematico che abbiamo appena riassunto.
Premettiamo ulteriormente  una rapida precisazione, necessaria in quanto, in questi tempi di scarso studio e di cieca fede nell'effetto mediatizzato degli slogan emozionali e tecno-pop, si tende alla estrapolazione suggestiva per piegare il pensiero dei Costituenti alle più bizzare e contigenti esigenze di politiche, del tutto estranee al disegno del Potere Costituente primigenio. Tale potere veramente "originario", fino alla instaurazione di un nuovo ordinamento, necessariamente extraordinem e traumatica, rimane la fonte di diritto superiore ad ogni altra, sia di natura internazionale, sia posta in essere nell'esercizio del potere "costituito", e quindi derivato, di revisione costituzionale.
La premessa è che, per lo più, anche quando un membro della Costituente, - nel plenum, come in una delle Commissioni interne a quella dei 75 (l'organismo cui si deve la parte maggiore del lavoro di effettiva redazione del testo)-,  esprime un dissenso rispetto ad una soluzione poi deliberata in via definitiva, tendenzialmente lo fa per spingere verso una finalità condivisa, nello spirito di una realizzazione più stringente di idee e concetti che, nella sostanza della visione socio-economica, erano comunque largamente condivisi; questo eccettuati alcuni componenti, in testa il solito Einaudi, che parlavano un linguaggio, ed erano portatori di valori, antagonisti rispetto all'amplissima maggioranza dell'Assemblea.



5. In questo contesto storico e di cultura delle Istituzioni, è interessante vedere come ilPresidente della Commissione (dei "75") per la Costituzione, Ruini, introdusse, nella sua relazione al plenum, l'art.1:

[Dalla relazione del Presidente della Commissione per la Costituzione Meuccio Ruini che accompagna il Progetto di Costituzione della Repubblica italiana.


Vengono qui riportate solo le parti relative all'articolo in esame, mentre si rimanda alleappendici per il testo completo della relazione.]


Era necessario che la Carta della nuova Italia si aprisse con l'affermazione della sua, ormai definitiva, forma repubblicana. Il primo articolo determina alcuni punti essenziali. Non si comprende una costituzione democratica, se non si richiama alla fonte della sovranità, che risiede nel popolo: tutti i poteri emanano dal popolo e sono esercitati nelle forme e nei limiti della costituzione e delle leggi; nel che sta l'altra esigenza dello «Stato di diritto». Bisogna poi essere ciechi per non vedere che è oggi in corso un processo storico secondo il quale, per lo stesso sviluppo della sovranità popolare, il lavoro si pone quale forza propulsiva e dirigente in una società che tende ad essere di liberi ed eguali. Molti della Commissione avrebbero consentito a chiamare l'Italia «repubblica di lavoratori» se queste parole non servissero in altre costituzioni a designare forme di economia che non corrispondono alla realtà italiana. Si è quindi affermato, che l'organizzazione politica, economica e sociale della Repubblica ha per fondamento essenziale — con la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori — il lavoro: il lavoro di tutti, non solo manuale ma in ogni sua forma di espressione umana.

6. Particolarmente interessante è il dibattito che si svolse nel plenum sullo stesso art.1, in particolare nella seduta del 22 marzo 1947. La lettura di questa intensa sessione pomeridiana è estremamente significativa. 
Ci limiteremo a riportare, sulla scorta della premessa sopra fatta del prevalente spirito di comune linguaggio e visione, l'intervento dell'on.Lucifero, un liberale (fu anche presidente del partito negli anni immediatamente seguenti alla Costituente), ma non un "antagonista" del processo costituente in senso democratico-sostanziale (cioè i "liberali", in pratica, non erano tutti uguali...)
La questione lessicale che si poneva e se la sovranità "risiedesse", "promanasse", o "appartenesse" al popolo: la sua preoccupazione era che, comunque, fosse chiaro anche in futuro che il popolo italiano non ne potesse mai essere "spossessato".
Non a caso, nella sopra riportata Relazione di Ruini, ovviamente anteriore al dibattito in plenum (ad esito emendativo), viene utilizzato il termini "risiede".
Nell'argomentare sul punto, Lucifero svolge alcuni chiarimenti oggi attualissimi e ci consegna dei timori "profetici":
Lucifero. "...trovai un riscontro nelle affermazioni dell'onorevole Togliatti, che in un primo momento a questo mio emendamento non si era dimostrato favorevole, e tanto più poi che nelle successive formule che sono state già presentate, vi è stato un passo verso il concetto che io sostengo trasformando quell'«emana» (che secondo l'onorevole Conti sapeva di profumo) nel termine «appartiene», che è più esatto.


Può sembrare la questione sottile, ma è una questione concettuale; e diventa una questione sostanziale quando si pensa alla esperienza dalla quale siamo usciti, cioè quando si pensa che ad un certo punto ci siamo trovati di fronte a gente che si è sentita delegare dei poteri popolari, li ha assunti e non li ha restituiti più se non attraverso quella tragedia che abbiamo tutti vissuto. Quindi credo che la Costituzione democratica debba chiaramente sancire il concetto che la sovranità, cioè il potere, non solo appartiene al popolo, ma nel popolo costantemente risiede. Ed allora bisogna impedire qualunque interpretazione che un giorno possa far pensare a sovranità trasferite o comunque delegate. Ecco perché al termine «appartiene», come pure al termine «emana», preferisco il termine «risiede».


Gli organi attraverso i quali la sovranità e i poteri si esercitano nella vita di un popolo, sono organi i quali agiscono in nome del popolo, ma che non hanno la sovranità, perché questa deve restare al popolo. Ecco perché è preferibile il termine «risiede» in confronto a quello di «appartiene».


Quell'«emana», originario, dà il senso di una sovranità che si può trasferire agli organi i quali la esercitano; quell'«appartiene» dà un senso di proprietà; mentre il termine «risiede» consolida il possesso; non la proprietà. Il popolo, cioè, rimane possessore di questa che è la suprema potestà democratica.


Può sembrare una sottigliezza, ma sottigliezza non è. La verità è un'altra. Esistono fra gli uomini due categorie di persone di fronte ai problemi costituzionali: quelli che credono nelle Costituzioni e quelli che non credono nelle Costituzioni
Per quelli che non credono nelle Costituzioni, cioè che pensano che il giorno che avessero la maggioranza farebbero quello che vogliono, un'affermazione di principio può sembrare una sfumatura, e non ha importanza; ma per coloro che, come me, credono profondamente nelle Costituzioni e nelle leggi, ogni parola ha il suo peso e la sua importanza per il legislatore di domani.

Noi ci dobbiamo preoccupare del documento che facciamo, guardando verso l'avvenire, cioè dando norme sicure ai legislatori di domani, in modo che la volontà di oggi non possa essere violata per improprietà di linguaggio, voluta o non voluta che sia.
7. L'esigenza di prevenire qualunque interpretazione "che un giorno possa far pensare a sovranità trasferite o comunque delegate" era straordinariamente corretta. 
Ma forse era, come in fondo abbiamo imparato (a nostre spese), non una semplice profezia, ma la consapevolezza, già attuale, che non solo, come si potrebbe affermare con una certa faciloneria, l'imperialismo sovietico, travestito da internazionalismo, potesse affermare la sua irreversibile presa di potere in Italia (un timore molto sentito all'epoca, ma anche molto più remoto di quanto non si credesse, alla luce di Yalta). L'accenno alla esigenza di preservare la "volontà" dell'oggi contro coloro che non credono nelle Costituzioni,  rivela la preoccupazione che forze estranee allo Stato di diritto, e quindi alle Istituzioni democratiche, portassero al trasferimento della sovranità dal popolo italiano ad altre "entità" (espresse presumibilmente dai mercati, che incarnano la maggior forza di fatto che la Costituzione ha inteso limitare: quindi, per definizione, forze estranee al fondamento del "lavoro" sancito dall'art.1 Cost.).

8. Un campanello d'allarme in tal senso, lo aveva fatto suonare proprio, indovinate un po',Einaudi, nella stessa sede dell'Assemblea Costituente. 
Nella discussione sull'art.1, nella seduta del 27 settembre 1946, ci aveva infatti anticipato questa dotta disquisizione giuridico-epistemologica, che allude in modo più che trasparente alla superiorità, su qualsiasi "Legislazione", inclusa la Costituzione, della "Legge" naturale avente fondamento scientifico (egli era in fondo, pur sempre, un laureato in giurisprudenza). La perplessità di Einaudi sull'art.1 è radicale; egli contesta la stessa legittimità scientifico-teorica del concetto di sovranità popolare, negando in definitiva la stessa opportunità di inserirlo in Costituzione. Ogni altra specificazione della sovranità popolare su cui si sono affaccendati il resto dei Costituenti, diviene così superflua; il carattere democratico, le sue forme e limiti, e, ovviamente, la sua base eretta sul "lavoro". Egli ne ammette solo una "utilità" funzionale e storicamente transitoria. Il vento della Storia può sempre cambiare...:  
Einaudi. [...] Scendendo al campo dottrinale, osserva, a proposito della premessa (dalla quale parte sempre l'onorevole La Rocca nelle sue osservazioni) del rispetto della volontà popolare e della sovranità popolare, che oggi effettivamente non c'è altra formula dalla quale partire; ma si tratta soltanto di una formula e non di una verità scientificamente dimostrabile. Essa appartiene al novero di quei concetti che si chiamano miti, che sono, in sostanza, formule empiriche, accettabili in vista di determinati scopi (per esempio: trovare il migliore governo, stabilire un clima di libertà, evitare qualunque tipo di tirannia) ma che possono anche cambiare. In altri termini la formula della sovranità popolare non appartiene al novero delle verità scientifiche, indiscutibili, dimostrabili, che risultano dalla evidenza medesima delle cose; è piuttosto un principio di fede, e le verità di fede sono discutibili, non si impongono alla mente, ma solo al cuore e alla immaginazione. Il mito della sovranità popolare, che trae origine dal contatto sociale di J. J. Rousseau, è quindi utile per il raggiungimento di determinate finalità pratiche e non si può prescinderne nella vita politica attuale, ma occorre tener bene presente che non è una verità scientifica."

Naturalmente "verità scientifiche", cioè Leggi naturali, sono solo quelle del mercato: eraggiunti certi "scopi", storicamente contingenti, la sovranità popolare può essere anche "cambiata".
La connessione stessa tra sovranità popolare e democrazia rimane così subordinata al principio di sua utilità rispetto alla realizzazione della Legge naturale, del mercato, assunta come verità scientifica: per questo, anche se la "appartenenza" al popolo della sovranità è scritta nella Costituzione, questa non è scientificamente "vera" ed è quindi soggetta ai cambiamenti dettati dalla "Legge naturale" (del mercato).
Il futuro covava già le uova del sovranazionalismo, beneficiario delle "cessioni" di sovranità, in chi apparteneva alla categoria di coloro che non credono nelle Costituzioni, come ci dice Lucifero. 
Tant'è che, intrapresa la strada del sovranazionalismo, sarebbero inevitabilmente giunti "quelli che non credono nelle Costituzioni, cioè che pensano che il giorno che avessero la maggioranza farebbero quello che vogliono".

* Fonte: Orizzonte 48

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domenica 22 maggio 2016

EUROSTOP: IL MEGLIO DELLA SINISTRA CHE C'È

[ 22 maggio ]

Si è svolto ieri a Napoli il convegno: «ITALEXIT: una via per rompere la gabbia dell'Unione Euro». [Nella foto l'inizio dei lavori]

Dopo i saluti del sindaco De Magistris, che ha voluto personalmente esprimere la sua vicinanza ai promotori del convegno, i lavori sono stati aperti da Giorgio Cremaschi.

Un'introduzione, quella di Cremaschi, appassionata e di ampio respiro.
Dopo una disamina puntuale del carattere oligarchico, imperialista e antipopolare dell'Unione europea, Cremaschi ha snocciolato le ragioni per cui l'euro non è solo una moneta ma il paradigma e il pilastro di un regime politico; quindi i motivi per cui la Ue non è riformabile, perché essa va combattuta e seppellita se davvero si hanno a cuore non solo gli interessi del popolo lavoratore ma le stesse sorti delle democrazia. Al centro della sua esposizione  [QUI il testo integrale] tre tesi ribadite con forza:
«(1) Una certa sinistra, che pretende di considerarsi "radicale" ci accusa che la rottura dell'Unione e l'uscita dall'euro sarebbero cose "di destra. E' vero il contrario: siccome l'Unione e l'euro sono strumenti delle classi dominanti, rottura e uscita sono per loro natura cose di sinistra, elementi di lotta di classe nella situazione concreta. Ed è solo perché la sinistra ha abdicato alla sua missione che certe destre possono presentarsi come campioni della battaglia per la riconquista della sovranità popolare. (2) Tutti qui ci auguriamo che questa rottura veda sincronicamente uniti i diversi popoli europei, ma questo appare oggi altamente improbabile. La catena si spezzerà necessariamente in quello che si rivelerà l'anello più debole. Viva dunque quel popolo che si sgancerà per primo! Liberando il proprio Paese dalla prigione liberista europea quel popolo aprirà la via a tutti gli altri. (3) In questa cornice non dobbiamo temere il concetto di "nazione", dovremo anzi fa sì che si sposi con i valori della democrazia, della eguaglianza, della solidarietà internazionalista tra i popoli». 
Sul solco tracciato da Cremaschi si è quindi aperta la sessione di dibattito mattutina, ricca, articolata, e che ha visto, tra l'altro, il confronto fra due posizioni principali: quella esposta da Franco Russo e quella contraria difesa da Moreno Pasquinelli.

La posizione di Russo si può riassumere in due assunti: (1) la crisi ha rafforzato non indebolito l'Unione europea ed i suoi meccanismi di comando e governance —tesi che è stata ripresa e difesa, nella sessione pomeridiana, da Mauro Casadio— e (2) la rottura è necessaria ma..." Dio ce ne scampi da un ritorno all'indietro alle sovranità nazionali". Bisogna invece tenere fermo il discorso internazionalista lasciatoci in eredità dal movimento operaio, poiché solo una forza internazionale può portarci fuori dall'ordine di cose esistente.

Pasquinelli, portando esempi concreti, ha invece sostenuto che la tendenza dominante è quella alla dissoluzione dell'Unione ciò che, giocoforza, implica un recupero di sovranità statuali e nazionali —la vicenda Schengen è lì a dimostrarlo. Questo recupero non è per sua natura reazionario (come vuole far credere certa sinistra "cosmo-internazionalista" che con la scusa dell'internazionalismo abbraccia il cosmopolitismo imperiale), anzi, è una leva che dovrebbe essere utilizzata per dare un contenuto ed uno sbocco democratici alla battaglia contro il regime eurocratico. Qui Pasquinelli ha accennato alla necessità di rivalutare i discorsi di Antonio Gramsci su egemonia e strategia nazionale-popolare, di liberarsi dalla congenita malattia dell'intellettualità sinistrorsa, dal suo carattere élitario che la tiene sideralmente distante dalle larghe masse. "A poco servirà aver le analisi e la strategia corrette se poi non sapremo farci capire dai "semplici", da chi sta in basso. In questo senso dobbiamo imparare la lezione dei "populismi", anzitutto di quelli progressisti che han saputo mobilitare milioni di persone e quindi rovesciare i regimi neoliberisti. Solo così potremo sbarrare la strada alla rinascita di movimenti di massa neo-fascisti".

Carlo Formenti, riagganciandosi a questo discorso, dopo aver detto che bisogna smetterla di avere paura delle parole, di concetti come nazione, popolo e sovranità, con efficacia ha sostenuto l'idea che va costruito un discorso populista di sinistra, che sappia tenere assieme le lotte per i bisogni materiali alla speranza di un radicale cambiamento.
La sala durante il convegno

Tra gli interventi della sessione mattutina degna di nota la posizione avanzata dall'economista Emiliano Brancaccio, riassumibile anche qui in tre punti. (1) Non c'è dubbio che la tendenza è quella alla conflagrazione dell'Unione, (2) ma le forze reazionarie, xenofobe e liberiste sono in grande vantaggio, di qui il rischio molto probabile che siano esse ad approfittare di questa crisi, salendo al potere. (3) Il terzo punto è tutto politico: "Non sono affatto convinto, anzi, che sia percorribile la via di un Comitato di liberazione nazionale. Siamo talmente deboli che se ci alleassimo con certe forze borghesi anti-Ue saremmo fagocitati".

E' stato Ugo Boghetta, nella sessione pomeridiana, a rispondere a Brancaccio e al suo rifiuto di un'alleanza tattica con le "destre costituzionali". Boghetta dopo aver sostenuto l'idea che non dobbiamo abbandonare l'obbiettivo strategico del socialismo ha ribadito con forza l'idea che se vogliamo davvero vincere la guerra, dobbiamo accettare l'idea che occorre essere protagonisti di una alleanza ampia, necessariamente interclassista. Non solo la maggioranza dei settori del lavoro dipendente hanno interesse a rompere la gabbia europea, ma pure i tanti pezzi maciullati dalla crisi del mondo delle piccole e medie imprese, quei settori che vivono di mercato interno. "Se siamo d'accordo nel dire che una volta usciti dalla gabbia eurocatica occorre ristabilire l'ordine sociale descritto nella Costituzione del 1948, allora questa dev'essere la base per un fronte popolare il più ampio, lo si chiami CLN o in altro modo".

Oltre ai saluti portati dal sindacalista inglese, dal delegato del Partito comunista cubano e dai compagni catalani, la sessione pomeridiana ha visto, oltre al contributo di Epic (Loredana Signorile e Giacomo Bracci) gli interventi di altri tre economisti: Gennaro Zezza, Ernesto Screpanti e Luciano Vasapollo.

Gennaro Zezza, dopo aver spiegato che l'euro è un regime economico e monetario insostenibile e votato alla dissoluzione, ha presentato la proposta di "moneta fiscale", come via per far uscire subito l'Italia dalla recessione — QUI la sua proposta nel dettaglio.

Ernesto Screpanti, partendo dal "Trilemma di Rodrik" per cui non si possono avere simultaneamente globalizzazione, democrazia e sovranità nazionale, ha denunciato la natura antipopolare e antidemocratica dell'Unione europea. Ha quindi passato in rassegna quelle che secondo lui sono le possibili vie d'uscita dalla gabbia eurocratica. Screpanti ha sostenuto la tesi che uno Stato nazionale da solo, premesso che dovrebbe darsi un piano di forte rilancio industriale, non riuscirebbe a sopravvivere, nell'attuale contesto globalizzato, nemmeno se facesse affidamento a forti misure protezionistiche o a forti svalutazioni monetarie. Saranno quindi necessarie grandi entità geopolitiche e Screpanti immagina possibile una Unione mediterranea (politica non solo economica, onde evitare che si ricreino al suo interno i medesimi squilibri Nord-Sud che vediamo nella Ue), una coalizione dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, sia della sponda Nord che Sud.

Polemico, e per certi versi singolare, l'intervento di Luciano Vasapollo. Dopo aver sostenuto che, certo, occorre fare nostra la consegna della sovranità nazionale, ha detto che è ormai inutile e financo deviante discutere del dopodomani: "Sono stanco di sentire parlare di ciò che semmai potremo fare quando avremo il potere". Forse ci sbagliamo ma la frecciata era rivolta proprio a Screpanti, la qual cosa ha suonato strano, visto che proprio lui è stato l'artefice dell'idea di "Alba mediterranea" (che a noi non ha mai convinto, e QUI spieghiamo il perché). Vasapollo ha quindi insistito che la lotta per la sovranità va calata nella concreta situazione, che occorre fare sì che essa marci nei movimenti e nelle lotte sociali. Come? Ricollegandosi all'intervento di Carlo Formenti, ha insistito che dobbiamo stare nei conflitti, da quelli per la casa a quelli per strappare diritti sociali.

Il convegno si è concluso con l'approvazione all'unanimità di una mozione che chiama ad una manifestazione "No Renzi Day" il sabato precedente al Referendun costituzionale di ottobre.

Per concludere.
Un convegno che segna un passo avanti per la coalizione Eurostop, nata nel novembre scorso. Un punto positivo nel camposanto della sinistra odierna. Sta nascendo un raggruppamento che fa della rottura della gabbia europea il punto di ancoraggio di una strategia di più ampio respiro la quale, pur tenendo ferma la stella polare del socialismo, dovrà tenere conto di ineludibili passaggi di fase, passaggi che saranno certo difficili, non escluso dirimenti, e che chiederanno metodi, linguaggi e tattiche adeguati affinché sia possibile domani la saldatura tra quella che è oggi una piccola minoranza e le larghe masse popolari.

Nb
Quanto prima, sul nostro canale Youtube, pubblicheremo le registrazioni filmate di alcuni interventi.


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sabato 21 maggio 2016

EUROCRAZIA/RENZI: NIENTE BOCCIATURE CHE GIÀ ABBIAMO TANTI GUAI di Leonardo Mazzei

[ 20 maggio ]

Quando la politica viene prima dell'economia...


Le "pagelle" dei commissari europei e il futuro della "flessibilità" di Renzi


Alla fine sono arrivate le Raccomandazioni-Paese

Non ridete, si chiamano proprio così nel burocratese ufficiale della Commissione che ha il compito di emetterle annualmente. La stampa, che ama volgarizzare, le definisce invece "pagelle". Già questa terminologia la dice lunga sia sulla natura che sullo stato della (dis)Unione Europea.

Come previsto (almeno da chi scrive) i commissari sono stati quest'anno di manica larga. La barca fa acqua da tutte le parti e non è il caso di fare gli schizzinosi. I "poveri" (non per lo stipendio) tecnocrati sono sinceramente affezionati ai loro dogmi, ma qualche volta la politica comanda perfino a Bruxelles.

Mentre Cipro, Slovenia ed Irlanda hanno incassato l'abrogazione della "procedura di infrazione" (il burocratese eurista colpisce ancora); Spagna e Portogallo hanno per ora schivato le sanzioni previste dalle regole sul deficit dei conti pubblici. Se ne riparlerà a luglio. Strano mese, direte. Ma il fatto è che luglio viene dopo giugno, ed il 26 di quel mese gli spagnoli andranno alle urne. E l'amico Rajoy - amico della Merkel s'intende - val bene una deroga. Pare che anche Schaeuble questa volta abbia chiuso volentieri un occhio.

In base alle stesse regole, Italia, Belgio e Finlandia avrebbero dovuto attendersi l'apertura di una "procedura di infrazione" sul debito. Invece no. In questo caso, per l'Italia se ne riparlerà a novembre. E anche novembre viene dopo ottobre, il mese del referendum che deciderà la sorte di Renzi.

Insomma, anche nella capitale belga conoscono il calendario politico. E siccome su quello del 2016 è già segnata in rosso la data del 23 giugno (referendum sulla Brexit), mentre rimane critica la situazione greca e nessun passo avanti è stato fatto sulla questione dei migranti, ecco che si è deciso di evitare guai maggiori in attesa di tempi migliori. Che forse non arriveranno mai...

Chiaro che così facendo il Fiscal compact è di fatto sospeso sine die. E questo per lorsignori è un vero problema. Siccome la Germania rifiuta qualsiasi meccanismo di riequilibrio interno all'Eurozona - non parliamo di mutualizzazione del debito, che quello a Berlino è considerato semplicemente una bestemmia! - il Fiscal Compact è stato pensato come lo strumento per realizzare un'improbabile convergenza dei vari debiti nazionali. Bene, questo meccanismo proprio non funziona. E non funziona semplicemente perché non può funzionare. Tantomeno in un'unione monetaria nella quale la moneta unica agisce giorno dopo giorno come decisivo fattore di divaricazione tra le economie del centro e quelle della periferia. Come possono, queste ultime, fare fronte ai folli obiettivi del Fiscal compact se proprio l'euro le condanna alla stagnazione?

La riprova di quanto detto ce la dà la Spagna. La forte crescita del paese iberico nel 2015, e quella attesa (+2,6%) nel 2016, è figlia in buona parte proprio dell'aperta violazione delle regole euriste sul deficit, che nel 2015 ha fatto segnare un -5,1%. Dunque i conti non tornano. E per i ragionieri dell'euro non potranno mai tornare.

Che fare allora? Il blocco eurista non ha certo intenzione di mollare, ma proprio per questo mette al centro la priorità politica di passare indenne l'anno che va dal referendum britannico alle elezioni presidenziali francesi della primavera 2017. I "signori dei decimali" hanno perciò dovuto scrivere le loro "pagelle" con una prosa diversa dal passato. Questa volta il turbinio di zerovirgola serve a coprire la verità politica: l'Unione Europea è a un passo da una drammatica crisi interna, meglio non peggiorare le cose aprendo e/o acutizzando nuovi fronti potenzialmente disgreganti. 

Quanto durerà questa situazione di incertezza è difficile a dirsi. Noi ci auguriamo che questa sia la crisi decisiva, e dunque finale, del mostro chiamato UE. Ma anche se le cose dovessero andare diversamente, non è pensabile che il "cessato allarme" scatti prima del voto in Francia. Da questa considerazione, piuttosto ovvia, derivano conseguenze assai precise sulla stessa situazione italiana.


Fin dove potrà spingersi la flessibilità di Renzi?

Su la Repubblica di ieri Tonia Mastrobuoni così sintetizza il quadro che permette a Renzi di insistere con la sua politica fondata sulla cosiddetta "flessibilità":
«In un contesto precario, con il Regno Unito "sorvegliato speciale" in vista del referendum sulla Brexit, con Hollande insidiato dal Front national, la Spagna fuori gioco per le elezioni, con i maggiori Paesi dell'Est ormai su una china autarchica, l'unico grande Paese europeo con un governo relativamente stabile e affidabile, per Angela Merkel, è quello italiano. Per la cancelliera, com'è noto, quello della stabilità è sempre stato un dettaglio fondamentale. Ma l'altro ragionamento che si fa a Berlino a microfoni spenti è il seguente: chiedendo una correzione sui conti all'Italia per sforamenti "light", la Commissione non avrebbe potuto fare a meno di bastonare Spagna e Portogallo, di sanzionarle già ora per un'infrazione molto più grave, quella del disavanzo. E l'ultima cosa che vuole Merkel adesso è indebolire il premier conservatore Mariano Rajoy in vista del voto del 26 giugno. Dopo, però, la musica potrebbe cambiare. La Germania ha accettato l'idea di rimandare il verdetto a luglio. Juncker vorrebbe concedere anche dopo più tempo - due anni - a Madrid per rientrare nel Patto e infliggerle nel caso una sanzione minima, ma a luglio la Germania potrebbe mostrare di nuovo la faccia più feroce e chiedere un aggiustamento più rapido».

La situazione descritta con precisione da Mastrobuoni è in verità assai complessa, ed aperta a diversi sviluppi. Ma è senza dubbio sulle contraddizioni insite nell'attuale caos europeo che Renzi gioca le sue carte.

Scrivevamo ad aprile a proposito del DEF 2016:

«Dal punto di vista delle oligarchie europee al momento Renzi non appare facilmente sostituibile, ma questo sarebbe il meno. Il fatto più importante è che stiamo parlando delle finanziarie 2017, l'anno delle fondamentali elezioni francesi. In vista di quell'appuntamento la Commissione chiuderà di certo gli occhi sui conti di Parigi, cosa che potrebbe avvenire anche su quelli di Madrid a seconda di come la Spagna uscirà dall'attuale crisi politica. Un quadro che potrebbe evolvere ulteriormente in quella direzione (ma qui la previsione si fa più difficile, perché potrebbe invece affermarsi una spinta opposta), qualora gli eurocrati si trovassero ad affrontare le forze centrifughe seguenti all'eventuale Brexit. E' evidente che Renzi si prepara a cavalcare la situazione appena descritta. Potrà la Commissione negare a Roma quel che concederà giocoforza alla Francia e forse anche al nuovo governo spagnolo? Questo è il calcolo che si legge nelle aride righe del DEF».
Facciamoci allora una domanda: l'Unione Europea sta forse cambiando la sua politica, sta forse mettendo in soffitta la sua nota foga austeritaria? La risposta è no. Assolutamente no, dato che non può farlo se non negando se stessa. E questo per la banale ragione che l'austerità è la sorella siamese dell'euro. Le due cose sono intrinsecamente inscindibili e così resteranno fino alla comune morte di entrambe. L'attuale - e pur sempre relativo - ammorbidimento del tradizionale rigorismo è figlio soltanto di una contingenza assai particolare, una situazione di crisi su più fronti nella quale anche i più fanatici euristi non potevano esimersi da un approccio almeno momentaneamente più realista.

Che poi questa situazione possa venire in futuro risolta è cosa di cui noi dubitiamo assai, ma l'idea dei decisori di Bruxelles è certamente quella di passare 'a nuttata per poi tornare alle politiche di sempre.

E' in questo quadro che va vista la posizione sull'Italia. Cosa hanno detto in sostanza i commissari al governo Renzi? Gli hanno detto che la "flessibilità" è concessa solo in virtù di precisi impegni per il futuro. Impegni comunque in linea con il DEF e racchiusi nell'obiettivo di un deficit all'1,8% per il 2017. Una richiesta apparentemente non troppo aspra, se non fosse che come al solito le cifre del DEF appaiono assai poco attendibili. Una richiesta che diventa invece assai pesante se confrontata con le ambizioni manifestate da Renzi.

Il capo del governo, coadiuvato in questo da alcuni suoi ministri, ha infatti annunciato in questi giorni di tutto e di più: riduzione dell'Irpef, riduzione del cuneo fiscale, 80 euro ai pensionati (almeno a quelli con la "minima"), flessibilità in uscita, proseguimento della decontribuzione per i nuovi assunti, passaggio alla flat tax per le imprese individuali. E come se non bastasse ha tirato fuori pure l'idea di abolire il bollo auto e di ridurre la tassa di imbarco negli aeroporti...

Ovvio che alla fine questo Berlusconi al cubo farà solo un quarto di quanto annunciato, ma un costo significativo vi sarà comunque. Altrettanto ovvia l'incompatibilità di tutto ciò con le regole europee, anche nella versione soft di questo periodo.

Alcuni commentatori stimano che con le misure annunciate l'importo della manovra autunnale potrebbe salire dagli 8 ai 20 miliardi di euro. In realtà fare cifre è difficile, vista l'estrema genericità di annunci che ogni giorno cambiano, si accavallano e si smentiscono l'un l'altro secondo una collaudata tecnica che mira a dare l'idea di una grande svolta che invece non c'è.

In ogni caso, prendendo per buone le cifre che circolano, avremmo che gli 8 miliardi base verrebbero coperti con ulteriori tagli di spesa (spending review) e con la riduzione degli sconti fiscali (tax expenditures). Di più non è possibile sapere. 

Ma come verrebbero raggranellati gli ulteriori 12 miliardi? Qui Renzi ha solo due possibilità: o accettare che scattino almeno parzialmente le clausole di garanzia che prevedono un aumento dell'IVA, o forzare nuovamente il deficit verso l'alto facendo innervosire assai i custodi dell'ortodossia eurista.

La prima soluzione è tecnicamente la più semplice, ma sarebbe assai debole in termini di consenso. Come giustificare i più diversificati tagli fiscali, anche nel campo delle imposte dirette, se poi tutto viene azzerato da un'equivalente incremento di quelle indirette?

E siccome per Renzi il problema è proprio quello del consenso, e la Legge di Stabilità verrà presentata in parallelo con le ultime fasi della campagna elettorale per il referendum costituzionale, non è difficile capire che il fiorentino sceglierà l'altra strada, quella dell'aumento del deficit.

Lo farà per almeno quattro motivi. Primo, perché vincere il referendum è per lui questione di vita o di morte. Secondo, perché sa di poter contare quantomeno sulla non ostilità di fatto dei centri del potere europeo, dato che anche per Berlino, Francoforte e Bruxelles la sua tenuta è al momento essenziale. Terzo, perché un'eventuale polemica con esponenti dei vertici UE - magari creata ad arte - non potrebbe che giovargli nelle urne. Quarto, perché se pure in sede europea dovessero alla fine prevalere le posizioni più rigoriste, la stretta arriverebbe solo dopo il voto referendario, e passata la festa gabbato lo santo...

E' anche su questo, forse principalmente su questo, che si giocherà la partita referendaria. Capirlo per tempo è essenziale per preparare le contromosse. La principale delle quali ha da essere la denuncia a 360 gradi della politica di Renzi, della sua idea di società, della sua totale adesione all'ideologia ed alla prassi del liberismo più sfrenato. Ad ottobre si voterà non solo per difendere la Costituzione, ma anche per fermare quella deriva mercatista senza fine che sta trasformando la vita delle persone - il lavoro, la scuola, i diritti, la pensione, la sanità - in un quotidiano inferno per la sopravvivenza.

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venerdì 20 maggio 2016

IN MORTE DI PANNELLA... LASCIATE IN PACE GANDHI di Moreno Pasquinelli

[ 20 maggio ]

Sorge un profondo sentimento di commiserazione sentendo i media presentare Marco Pannella come il “Gandhi italiano”. Su Pannella stendiamo un velo pietoso. Meglio usare il nostro prezioso tempo per fare i conti con quella figura grande e controversa di Gandhi, versione indiana del Poverello di Assisi, o per essere più precisi un sufi induista.
Impossibile comprendere il pensiero e l’azione di Gandhi con le lenti occidentali e laiciste. Occorre sbarazzarsi, per capire Gandhi, non solo del pensiero unico neoliberista (di cui Pannella era esponente) e delle farneticazioni postmoderniste, pure di tutta la cianfrusaglia ideologica civilista.
Se oggi nascesse un Gandhi lo prenderebbero per pazzo. Esattamente come se riapparissero Gesù o Bhudda. Dovremmo quindi stare attenti a non trascinare quest’uomo nelle polemichette provinciali italiane.
Per gli indiani (tranne che per certi fondamentalisti hindù) Gandhi era ed è un santo (Mahatma, “Grande anima”); andava in giro seminudo (si era svestito come Francesco!); difendeva strenuamente i “mahar” (gli intoccabili, che lui chiamava Harijan, figli di Dio); fondava comuni agrarie comuniste; fini in galera innumerevoli volte (non certo per le canne); e quando l’India ottenne l’indipendenza contestualmente alla sanguinosissima guerra fratricida tra induisti e musulmani (che diede vita a quell’assurdo geopolitico che è il Pakistan) lesse inauditamente il Corano nei templi hindù e iniziò l’ennesimo sciopero della fame per protesta contro la persecuzione dei musulmani affermando: 
“La morte sarebbe per me una gloriosa liberazione: meglio questo che essere testimone impotente della distruzione dell’India, dell’induismo, del sikhismo e dell’Islam” (11 gennaio 1948). 
E infatti venne ammazzato pochi giorni dopo da un fanatico hinduista.
Gandhi era un'anima religiosa, anzi un mistico, che la storia gettò sul terreno politico, certo che l’India doveva avere un ruolo mondiale spirituale contro una modernità capitalistica che disprezzava.
Gandhi era un asceta politico, uno che mise la sua vita a disposizione della lotta di liberazione degli oppressi. La sua tecnica di battaglia, la Satyagrha (letteralmente: “afferrarsi alla verità), era certamente una forma di lotta non violenta e di disobbedienza civile al potere. 
Stabilire un parallelo tra la sua non violenza e quella pannelliana è come confondere Cristo con Papa Woytila. Il Satyagrha non può essere compreso fuori dal contesto di profonda religiosità indiana. La mera lotta politica era per Gandhi secondaria, subordinata all’elevazione spirituale (ma anche sociale e civile), ad una visione cosmogonica fondata sul rispetto per ogni forma vivente (ahimsa), di qui la meditazione, il digiuno, il silenzio, il recupero delle tecniche yoga pre-arie. E c’era in Gandhi, come in Gesù e Francesco, l’idea che solo la povertà integrale avvicinasse l’uomo al divino, che quindi soltanto i poveri siano autentici figli di Dio. Confondere il misticismo gandhiano con l'ateismo liberale di Pannella è come scambiare il diavolo con l'Acqua santa. 
La “pazzia” di Gandhi fu che egli volle sfidare il più grande impero del tempo con la potenza della sofferenza, della meditazione, dell’ascesi. Egli non cessava mai di ricordare ai propri seguaci:
 “... più pura è la sofferenza (tapasya) maggiore è il progresso. Per questo il sacrificio di Gesù bastò a liberare un mondo sofferente... Se l’India vuole vedere il regno di Dio in terra (e non quello di Satana in cui è invischiata l’Europa), sappiano i suoi figli e le sue figlie... Che dobbiamo soffrire”.
Per Gandhi l’haimsa, la non violenza, non era anzitutto una forza negativa, essa aveva una forza positiva, l’amore, e mediante la potenza dell’amore egli esortava gli satyagrahin a “convertire” il cuore dei propri avversari, a conquistare la loro anima.
Gandhi era insomma un Gesù più immanentista che trascendente però —e quindi più rivoluzionario di Gesù, che non si immischiò mai con gli zeloti e predicava l’indifferentismo politico. Un profeta religioso comunque, che mise la sua spinta mistica a disposizione della causa rivoluzionaria della liberazione indiana —anche se solo all’ultimo, e sotto la pressione del nazionalismo radicale (e violento), si converti all’indipendentismo, mentre fino agli anni ‘40 perorava una mera Svaraj, una autonomia nell’ambito dell’impero inglese). Liberazione a cui diede un contributo decisivo ma che avvenne più come conseguenza dei devastanti avvenimenti bellici della seconda guerra mondiale, del tramonto dell’imperialismo inglese e delle straordinarie lotte popolari indiane (più spesso violente che non violente), che per il successo della sua strategia. Strategia, al contrario, che negli anni 1944-47 subì un totale fallimento.

Che un politicante come Pannella sia spacciato come uno che abbia seguito il suo esempio è un’operazione ideologica miserabile. In altezza i Radicali —veri portabandiera del liberalismo borghese, loro che hanno sguazzato e sguazzano nei palazzi romani, loro che hanno fornito al potere liberista deputati e financo ministri— non giungono nemmeno alla caviglia del Mahatma.
Digressione.
Anni addietro Fausto Bertinotti e Rifondazione comunista tentarono di usare la memoria di Gandhi per contrapporlo alla tradizione rivoluzionaria di Lenin. La cosa finì nel ridicolo: non potevano capire né l’uno né l’altro. Ne potevano imitare né l’uno né l’altro. L’uno e l’altro distanti in maniera siderale ma vicini tantissimo perché entrambi diedero la loro vita per gli ultimi, i “semplici”, i diseredati e quindi la loro liberazione.
Certo, Lenin, per quanto potente fosse il suo spirito, aveva poco a simpatia l’ascetismo spiritualista, trascendentale o pretesco. Lui, uomo e stratega dell’azione rivoluzionaria, se fosse stato in India, avrebbe combattuto politicamente Gandhi, ma, ne sono certo, con lui avrebbe marciato in più occasioni, tranne quando, e accadde più volte, il Mahatma ondeggiò e giunse a disastrosi compromessi tattici coi colonialisti inglesi. Errori che Gandhi comprese e tentò di non commettere più, entrando quindi in un conflitto insanabile con il Partito del Congresso di Nehru e con la Lega Musulmana di Jinnah.
Tuttavia, dopo il 1917, molti erano gli indiani che stabilirono un improbabile parallelo tra Lenin e Gandhi. Ogni volta che ho avuto la fortuna di recarmi in India ho cercato, invano, un libro del 1920 dal titolo “Gandhi e Lenin”, che fu scritto da un dirigente comunista, Shripat Amrit Dange, nel quale l’autore pur apprezzando quanto Gandhi andava facendo per il suo popolo, sosteneva che solo Lenin fosse un “vero rivoluzionario”. Ed aveva ragione, ma oggi sappiamo con quanta prudenza occorre prendere il predicato “vero”.
Riguardo alle simpatie di Gandhi per il Fascismo molto si è  detto, a sproposito. Il problema di fondo è che il movimento indiano di liberazione nazionale aveva come nemico principale l’oppressore inglese. Se nella prima guerra Gandhi cessò (a torto!) le ostilità per sostenere lo sforzo bellico antitedesco degli inglesi (partì infatti volontario), in occasione della seconda guerra non commise lo stesso madornale errore e nell’ottobre 1940 diede inizio ad una nuova satyagrha, ovvero adottò la tattica della renitenza alla leva all’esercito inglese —si tenga conto che gli inglesi reclutarono centinaia di migliaia di indiani che mandarono a morire sui vari fronti dall’Europa all’Asia per difendere i loro interessi coloniali. Gandhi, con tutto il movimento nazionale, continuò la lotta anti-inglese nonostante l’Inghilterra fosse in guerra col nazismo. Fu giustissimo —mentre i filo-staliniani del Partito comunista indiano ebbero torto perché chiedevano la cessazione della lotta di liberazione nazionale... per non indebolire la “causa antifascista” dell’imperialismo inglese. Fu proprio grazie a questa tenacia che l’India ottenne l’indipendenza successiva impedendo agli inglesi di perpetuare il loro dominio coloniale.
Diverso fu il caso dell’INA (Esercito Nazionale indiano) di Subhas Bose, vecchio amico di Gandhi, che non esitò ad accettare gli aiuti giapponesi per condurre la sua guerra di guerriglia anti-inglese ed è vero che egli nel 1941 si recò a Berlino ed ottenne alcuni appoggi da parte di Hitler. Solo è doveroso ricordare che per andare a Berlino passò, nel 1941, per Mosca, in quel frangente alleata alla Germania nazista. Bose venne poi ucciso dagli inglesi, diventando un’eroe nazionale, una specie di Garibaldi indiano.

Portare a Gandhi il rispetto che merita, non significa condividere la sua visione del mondo.
La sua era infondo una metafisica, dal momento che assolutizzava l’Hamsa, la non violenza, e ne faceva un imperativo morale categorico a priori, radicalizzando tuttavia il discorso kantiano: Kant partiva da una fede razionalistica nella ragione mentre il Mahatma da una fede meta-razionalistica nell’amore.
Se è difficile accettare le weltanschauung kantiana e gandhiana, sarebbe tuttavia sbagliato condividere le facili critiche antigandhiane di certa sinistra “rivoluzionaria”, che più che marxiste paiono imparentate a certa etica borghese illuminista europea presocialista.
Gandhi era o no per il socialismo? Pro o contro la divisione castale dell'India?
Gandhi non ha mai chiaramente affermato che fosse per il socialismo. Possiamo però dire che egli contestava non solo il colonialismo ma il sistema capitalistico che ben conosceva. Era senza alcun dubbio per una società fondata sulla giustizia sociale, ma non aveva alcuna fiducia né nell’idea illuminista di “progresso”, né nelle forze produttive e tecniche del capitalismo borghese. Gandhi immaginava infatti di rifondare l’India sulla base di un comunitarismo agrario egualitario. Passatista e retrogrado dunque?  Sì, ma allora agli antipodi del pannellismo liberale col suo culto mistico e totalitario della scienza e delle sue tecniche.
Per quanto riguarda le caste, è facile, per un europeo, fare spallucce. Ma quella induista è una civiltà antichissima, che sorse prima ancora delle invasioni arie duemila anni prima di cristo. Ci sono cose che sono radicate nella formazione sociale. La gerarchia castale è connaturata all’induismo, le cui tradizioni religiose, che nemmeno il buddismo riuscì a spazzarla via tanto erano profonde (l’India è il paese meno buddista rispetto a quelli limitrofi), erano difese da Gandhi. Ma per Gandhi le caste non dovevano corrispondere a classi sociali (fu il colonialismo inglese a introdurre questa metamorfosi), bensì a gruppi distinti solo per funzione sociale. Nella Città del Sole anche il nostro Tommaso Campanella, sulla scia di Platone (Repubblica), parlava di un sistema senza proprietà  privata ma con caste sociali (anche lui poneva quella sacerdotale dei sapienti in cima alle altre, in India i brahamini), e tuttavia è indubbio che Campanella sia stato un comunista ante litteram. E’ certo che dal punto di vista della concezione sociale Gandhi era più vicino a Platone e Campanella piuttosto che a Marx.
En passant…
Gandhi teorizzava il martirio, d’altro segno, certo, rispetto a quello degli islamisti odierni.
Il sintomo che il cristianesimo è al tramonto consiste anche in questo: che non riesce nemmeno più a produrre dei martiri che mettano la loro vita a disposizione della giustizia — e quando fosse in grado di produrli, anche qui in Occidente, quello sarà forse il segno della sua rinascita. Papa Bergoglio reitera la metafora del porgere l’altra guancia, ovvero a genuflettersi davanti al moloch imperialista —mentre Gandhi era un resistente tenace e mai si genuflesse al cospetto dei colonialisti inglesi.
Prime conclusioni...
In questi tempi di passaggio epocale che saranno segnati da profonde fratture e conflitti,  occorre certo respingere la metafisica della non violenza, ma altrettanto attenti a precipitare in quella della violenza. A volte è intelligente e necessario non solo lottare democraticamente, ma addirittura porgere l’altra guancia. Dipende dalle circostanze, dai rapporti di forza che dividono noi dal nemico. Non si vince senza egemonia e certe volte la non violenza, ovvero una grande coerenza etica e spirituale, la disposizione al massimo sacrificio proprio, porta consensi straordinari e profondi.

Guevara resta, per questo, un mito mondiale: per il suo sacrificio (molto cristiano), prima ancora che per avere imbracciato le armi contro gli americani e i loro cani da guardia. E la maniera santa ed eroica con cui ha accettato la propria morte è quella che resterà scolpita in eterno nei cuori e nella mente dei diseredati.

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