Forum Europeo - Assisi 20-24 agosto 2014

venerdì 22 agosto 2014

AL-TAKFIR: IL CALIFFATO ISLAMICO E I SUOI NEMICI di Moreno Pasquinelli

22 agosto. Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul sito del Campo Antimperialista il 14 agosto scorso.

«Tre calamità vi sono al mondo: le locuste, i topi e i curdi»
(antico proverbio arabo)

Abbiamo spiegato che la liberazione, avvenuta il 10 giugno scorso, della strategica città irachena di Mosul non è stata solo il frutto della “conquista” da parte dei guerriglieri del Daesh (acronimo arabo perad-Dawlat al-Islamiyya fi’l-‘Iraq wa’sh-Sham — Stato islamico dell’Iraq e del Levante, in arabo, di cui ISIL o ISIS, poiché "Sham" sta per Levante o Grande Siria.
Mosul è stata strappata ai governativi grazie all’azione combinata di una rivolta popolare dei sunniti dall’interno e dell’azione dell’ISIS appunto. Una rivolta, scrivevamo, che viene da lontano, che affonda come minimo le radici nell’invasione anglo-americana dell’Iraq, la quale ha avuto come conseguenza l’emarginazione e l’umiliazione della popolazione sunnita, il passaggio delle leve decisive del potere nelle mani dei partiti shiiti filo-iraniani. La qual cosa ha riacceso la mai sopita fitna (conflitto) tra le due principali sette islamiche sunnita e shiita, ostilità che per i sunniti non ha solo carattere religioso, ma nazionale, considerando essi la setta shiita una longa manus dei “safavidi” persiani.

Abbiamo spiegato poi, in riferimento alla guerra civile in Siria, quanto importante sia, per comprenderne le cause e le dinamiche, l’aspetto religioso del conflitto, dal momento che fede e culti sono caratteri distintivi e identitari delle diverse comunità. Gli intellettuali occidentali, dal loro pulpito laicista, irridono, non senza una vena di razzismo, alla fitna in corso, come se fosse segno di barbarie, la prova provata del carattere retrogrado dell’Islam. Essi dimenticano che la configurazione dell’Europa moderna, quella in Stati-nazione sorta dai Trattati di Westfalia del 1648, è frutto di guerre religiose cruente tra sette e principi a vario titolo cristiani, fossero essi cattolici o luterani.


Bufale

Fossero vere anche solo il 50% delle efferatezze che si addebitano ai guerriglieri dell’ISIS noi ci assoceremmo alla generale esecrazione. Il fatto è che, almeno quelle più crudeli, non sono affatto provate. I combattenti dell’ISIS usano certo il terrore come strumento di battaglia, né più e né meno dei loro nemici, siano essi le truppe americane o sioniste, quelle fedeli ad Assad in Siria, quelle irachene di al-Maliki, i peshmerga curdi, per non dimenticare i miliziani di al-Nusra.

Ma qui parliamo di Medio oriente, mentre è ancora in corso l’aggressione israeliana contro il ghetto di Gaza, che è terrore dispiegato all’ennesima potenza, ovvero in aperto stile nazista. Se la cosiddetta comunità internazionale avesse anche solo al 50%, chiesto ad Israele il rispetto del diritto internazionale ed esecrato il genocidio in atto contro i palestinesi, non avremmo avuto duemila morti, in maggioranza civili e bambini.

Non si scambi quindi la nostra condanna della potente campagna di stampa contro l’ISIS come una specie di empatia verso la loro causa. Non l’abbiamo, ma non cadiamo nel tranello. Le potenze mediatiche occidentali che stanno muovendo questa campagna se ne infischiano della sorte di vittime innocenti, della sorte della esoterica setta yazida ancor meno la quale, usando i parametri “progressisti” occidentali, non è meno integralista e crudele dei takfiri dell’ISIS.

I presunti massacri, le presunte fosse comuni, la persecuzione dei cristiani caldei, sono utilizzati come piede di porco per preparare il terreno e quindi giustificare un intervento armato su vasta scala per schiacciare i salafiti combattenti. A ben vedere si sta preparando una santa crociata contro l’ISIS e le tribù e le confraternite sunnite ad esso alleate, che non vedrebbe impegnate solo le potenze imperialistiche “cristiane”.

Queste stanno infatti chiedendo il semaforo verde delle diverse potenze regionali, Iran,Turchia e Arabia Saudita in primis. Assenso che in linea di massima è già stato espresso, anche dall’Iran, che ha scaricato il satrapo di Baghdad al-Maliki, per far posto, come chiesto da Obama, ad Haidar al-Abadi. I curdi delle diverse frazioni, Pkk compreso, si sono già arruolati come truppe di fanteria.

Che i combattenti dell’ISIS minaccino i diritti delle minoranze religiose e nazionali nelle zone dove essi dichiarano di voler costruire il loro califfato, su questo non abbiamo dubbi. Che siano per sterminarle è un falso, come confermano svariati siti arabi (per niente vicini all’ISIS), i pochi giornalisti occidentali non embedded e il vescovo caldeo di Mosul, Amel Shimon Nona. Nona aveva in particolare smentito, parlando con l'agenzia vaticana Fides, gli allarmistici annunci circolanti nel Web su una presunta distruzione generalizzata delle chiese e dei luoghi di culto cristiani. Vero è che le nuove autorità sunnite di Mosul hanno espropriato alcune case di cristiani, dichiarandole proprietà del califfato. Prova della persecuzione dei cristiani? Un sequestro dei beni di figure del vecchio regime? Un gesto di giustizia sociale a favore di famiglie povere? Vedremo.

E' notizia di oggi, 14 agosto, che gli americani dopo aver inviato truppe in avanscoperta sul monte Sinjar, hanno verificato che in realtà c’erano poche decine di sfollati in buone condizioni, che quindi la notizia che decine di migliaia di yazidi stavano morendo di fame e sete era una bufala. Una bufala talmente colossale che il Pentagono dovrà escogitare un altro pretesto per aprire dei “corridoi umanitari” — che altro non sono se non postazioni avanzate in vista di una terza eventuale invasione dell’Iraq.

Dietro alla bufala si nasconde tuttavia una precisa intenzione del Pentagono, quella di giungere in soccorso dell’entità curda amministrata dai clan di Barzani e Talabani, diventata dopo il 2003 l’avamposto e la piazzaforte dell’Impero. Intenzione pienamente condivisa da Israele, che prima ancora del Pentagono, senza aspettare la caduta di Saddam Hussein,  aveva iniziato a foraggiare e ad addestrare i peshmerga.


Takfir versus kafir


L’esodo (reale) delle minoranze yazide, turcomanne e cristiano-caldee dalla zone recentemente occupate dagli insorti sunniti è in realtà una fuga in massa avvenuta in seguito a quella delle autorità e delle forze di polizia fedeli a Baghdad, che se la sono data a gambe. Il neo-califfo Abu Bakr al-Baghdadi, per quanto takfiro non poteva venire meno ad uno dei capisaldi islamici, la condizione di dhimmi per i non musulmani del Libro, per cui essi possono continuare a seguire la loro fede a patto di pagare una tassa (jizya), ciò implicando che i dhimmi godano della protezione del califfo. A dire il vero sono numerosi i versi coranici che non prevedono costrizioni religiose, lasciando libera l’adesione all’Islam come anche l’abbandono. I takfiri lo dimenticano, offrendo così una sponda preziosa ai “crociati occidentali”.

Diverso in effetti può essere il caso della piccola setta gnostica curda degli yazidi, che i sunniti (come gli shiiti del resto) accusano, dati gli aspetti peculiari del loro culto e delle loro liturgie, di essere “adoratori del diavolo”. Una fede quella yazida, a lungo ferocemente perseguitata dagli ottomani, e che anche per questo, contempla la più radicale separatezza etnico-religiosa. Gli yazidi non si considerano solo, come gli ebrei, un “popolo eletto”: yazidi non si diventa, si nasce. Ricordiamo la lapidazione, avvenuta nel luglio del 2010 nel villaggio di Bahzan, della diciassettenne Dua Khalil Aswad (colpevole di voler sposare un sunnita), il totale rifiuto di ogni forma di promiscuità addirittura tra le stesse tre caste della comunità.

Vedremo se è vera la notizia che giunge mentre scriviamo, che i guerriglieri dell’ISIS hanno fatto saltare per aria il principale e più noto tempio degli yazidi, quello di Lalish, dove sarebbe sepolto la principale figura spirituale yazida, lo sceicco Adi Ibn Musafir. Un atto che se fosse vero sarebbe appunto un ignobile attestato del takfirismo.

Il takfirismo è un’ideologia guerriera che non contempla la lotta armata solo contro i kafir, gli infedeli, ma anche contro le correnti, le comunità e gli stati che seguono un finto o apparente Islam. E’ evidente la differenza col salafismo-jihadista stile al-Qaida, il quale sorse appunto in contrasto politico col takfirismo, ponendo come strategia quella di battere il nemico principale, gli USA, e quindi come priorità strategica la loro cacciata dalle terre musulmane.

Con l’espansione del jihadismo prima, e con la pesante sconfitta subita in Iraq dal movimento di al-Zarkawi, le correnti takfire sembravano essere uscite di scena. Invece… Invece la guerra civile in Siria ha risvegliato la bestia, che ora si abbevera nei fiumi di sangue che scorrono in quella “Mezzaluna fertile” antichissima culla di civiltà. L’impatto delle vittorie militari dell’ISIS è stato potente in numerosi paesi arabi, dallo Yemen al Libano, dalla Tunisia alla Giordania. Numerose organizzazioni locali jihadiste stanno abbandonando al-Qaida per unirsi all’ISIS, condividendo che il centro focale della lotta non sia combattere per cacciare gli USA, quanto istituire il califfato in Siria e in Iraq. Un fenomeno che avanza anche in Palestina, a Gaza in particolare — l’ISIS condanna HAMAS come un movimento di apostati e ritiene la lotta di liberazione nazionale palestinese come una deviazione separatista dalla “vera Jihad”.

La peculiare strategia dell’ISIS, quella di considerare centrale la nascita del califfato in Siria e Iraq, consente a certi commentatori di sostenere che l’ISIS, è funzionale al “complotto” di certi gruppi imperialisti di potere statunitensi e sionisti, quelli dei “Neocon” di Bush, gli stessi che immaginavano di ridisegnare le frontiere del Medio oriente creando una serie di nuovi staterelli-fantoccio. Il califfato sarebbe secondo questi “complottisti” un passo verso questo orizzonte, quindi l’ISIS non sarebbe altro che un’organizzazione fantoccio foraggiata dagli Stati Uniti. Tesi, quest’ultima, sostenuta anche dal blocco di forze che si raccoglie attorno a Tehran. Che dire? Si tratta delle stesse fumisterie dietrologiche per le quali non solo al-Qaida era un dipartimento operativo della CIA, ma tutto il poderoso fenomeno delle “primavere arabe” è stato liquidato come un complotto americano.

Il complottismo moderno rassomiglia a certe antiche sette religiose cristiane le quali, portando alle estreme conseguenze la loro visione dualista, dichiaravano che l’Anticristo fosse il vero demiurgo della realtà, che non ci sarebbe stata salvezza dal male se non con l’intervento della Provvidenza, per cui non restava agli “eletti” che attendere l’apocalisse.


La posta in palio


Meglio usare la ragione per spiegare i complessi fenomeni storico-sociali che attraversano l’islam, meglio capire da dove venga e dove possa portare il potente moto di rinascimento islamico, di cui il takfirismo è manifestazione.

La fitna, la scontro settario, non avrebbe assunto le dimensioni colossali che ha, se non si comprendesse qual è la vera posta in palio. Il Medio oriente resta, non solo per il petrolio, una zona decisiva per chiunque voglia assicurarsi l’egemonia mondiale, o anche solo per avere un posto nella tavola dei dominanti.

Quello in atto in Medio oriente è solo l’inizio di un sconquasso geopolitico di portata storica e globale, l’equivalente della “nostra”  Guerra dei trent’anni. Stanno definitivamente saltando in aria gli assetti dell’intera regione, figli della spartizione delle spoglie dell’Impero ottomano compiuta dalle potenze coloniali inglese e francese (Accordi Sykes-Picot del maggio 1916).

Usando questa chiave di lettura possono essere decodificate e comprese le mosse dei diversi attori che calcano la scena mediorientale: le potenze internazionali, gli USA in primis (di cui Israele è in ultima istanza una protesi), Russia e Cina; e quelle regionali: Iran, Arabia Saudita, Egitto,Turchia.

Queste potenze, le cui alleanze in questo lungo conflitto muteranno anche in forme inattese, vorrebbero fare i conti senza l’oste, ovvero escludere dal gioco il potente movimento di massa di rinascita sunnita di cui l’ISIS è la punta dell'iceberg. Per questo tentano di coalizzarsi allo scopo di abbattere prima possibile il califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Tuttavia esso, per quanto i suoi confini siano aleatori, è oramai una potente realtà. Non sarà facile ai diversi predoni, debellarlo.

Come scriveva ieri l’inviato Alberto Negri: “Da questa parti c’è troppa storia per essere contenuta nei confini, reali o immaginari, di vecchi e nuovi stati in formazione”. C’è troppa storia, da quelle parti, per poter essere domata. Quale che sarà la futura configurazione del Medio oriente, essa verrà dopo che le acque dei due fiumi saranno diventate rosso sangue. Ancora una volta.

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Apre il Forum Europeo 2014

21 agosto 2014. Ci scusiamo coi nostri lettori per la lentezza con cui daremo informazioni sul Forum europeo i corso ad Assisi. 
Nella foto accanto il tavolo di presidenza durante il dibattito sulla Grecia, svoltosi ieri 21 agosto.

da sinistra:  Athanasia Pliakogianni, Kostas Kostopoulos, Valerio Colombo ed Antonis Ragkousis.


Mercoledì 20 agosto è stato inaugurato il Forum Europeo Oltre l'euro, l'alternativa c'è.
L’introduzione di Moreno Pasquinelli ha sottolineato la natura politica ed internazionale del Forum: un’occasione per conoscersi e confrontarsi nella prospettiva della costruzione di una vasta alleanza, democratica e costituzionale, per far uscire il nostro Paese, e più in generale tutti i paesi europei, dalla gabbia dell’Eurozona e dell’Unione europea. Il saluto alle delegazioni estere presenti è stata l'occasione per ribadire una delle ragioni del Forum, fare un primo passo verso la fondazione di un Coordinamento delle sinistre sovraniste a scala europea.
Il Forum ha quindi preso avvio con il primo dibattito, sulla crisi ed il conflitto in Ucraina: “Le vere ragioni del conflitto in Ucraina”, con la presenza di Sergej Kirichuk (esponente di punta del movimento Borotba) e dell’economista russo Said Gafourov. Il dibattito è stato incentrato sull’occupazione imperialistica dell’Ucraina da parte dell’Occidente e dell’Unione Europea. Un’occupazione con la complicità dei mezzi di informazione, al punto tale che parlare della situazione greca viene vista come “propaganda sovietica”. L’avvertenza di Gafourov e Kirichuk è stata, però, quella di non fidarsi di Putin, il cui obiettivo è esclusivamente quello di tutelare gli interessi del grande capitale russo.
Il secondo dibattito “Tramonto o eclissi degli Stati nazione”, ha visto la presenza di Manolo Monereo incentrando la sua relazione sul rapporto tra la difesa dello stato nazionale e una politica e pratica anticapitalistiche.  
Tale questione è stata, infine, approfondita nella tavola rotonda della sera “La sinistra e il tabu della sovranità nazionale”, con la presenza di Antonio Stacchiotti, Manolo Monereo, Said Gafourov, Sergej Kirichuk e un intervento video di Diego Fusaro. Il dibattito è stato incentrato sui limiti, culturali e politici, della sinistra europea nell’affrontare la questione della sovranità nazionale. Solo così, infatti, sarà possibile ricostruire una sinistra che possa tutelare le classi sfruttate e teorizzare una prospettiva socialista.

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martedì 19 agosto 2014

SE ANCHE A SINISTRA SI INVOCA LA TROIKA di Moreno Pasquinelli

19 agosto. La storia, com'è noto, è luogo di incessanti cambiamenti. Mutamenti che a volte sono sostanziali, a volte solo formali. Prendiamo la storia dei movimenti di emancipazione delle classi subalterne, quelli che in generale sono stati rappresentati dalla sinistra. Quest'ultima è stata sempre attraversata dalla divisione tra l'ala rivoluzionaria e quella riformista. Sulla carta queste due tendenze erano concordi sul fine, il socialismo, per divergere sui mezzi e le alleanze per raggiungerlo. Questa irriducibile opposizione tra l'ala rivoluzionaria e quella riformista esiste anche oggigiorno ma, date le circostanze, si manifesta in forme del tutto inedite.

In Europa lo spartiacque tra rivoluzionari e riformisti consiste anche nella questione dell'Unione europea. La sinistra riformista odierna—non parliamo certo del Pd che è un partito passato con armi e bagagli dalla parte delle classi dominanti—condivide il disegno unionista e considera "progressista" seppellire per sempre gli stati-nazione. La sinistra rivoluzionaria, all'opposto, è sovranista: condanna senza appello questa Unione europea in quanto funzionale agli interessi antipopolari e imperialistici delle classi dominanti, e ritiene che la difesa della sovranità nazionale, a cui è incardinato il principio democratico della sovranità popolare, sia oggi un decisivo terreno di resistenza e di scontro coi dominanti. Se si perde questa battaglia, se le diverse aristocrazie ultra-capitalistiche riusciranno a sbarazzarsi degli stati-nazione (che essi considerano degli ostacoli sulla via del loro dominio dispiegato) le classi proletarie saranno ridotte ad un stato di semi-schiavitù, la democrazia sarebbe anche formalmente rimpiazzata da un regime di dispotismo neoliberista.

La "sinistra unionista" è rappresentata in Italia da quelle frazioni politiche che in un modo o nell'altro han fatto parte o si sono riconosciute nella "Lista Tsipras". Il loro cavallo di battaglia è difendere l'Unione europea, ed anche il regime dell'euro, ma spogliandola dei suoi tratti liberistici e antipopolari. Che questa strategica sia non solo aleatoria ma votata al fallimento l'abbiamo spiegato in più occasioni.


Un segno di questo fallimento senz'appello si manifesta in un fenomeno inquietante: con la comparsa, reggetevi forte, di una sinistra che invoca apertamente l'arrivo della Troika. No, no, non stiamo parlando di Eugenio Scalfari, e nemmeno di qualche esponente del Pd; stiamo parlando proprio di "compagni" che solo due mesi fa inneggiavano a Tsipras. Vi segnaliamo l'intervento di Riccardo Achilli, pubblicato su un sito insospettabile: Bandiera rossa in movimento. Il titolo dell'intervento è programmatico e non lascia adito a dubbi: L'inevitabile arrivo della troika: perché è inutile e controproducente resistergli.

Ne consigliamo la integrale lettura. Cosa dice in sostanza Achilli? Egli parte da un elemento di analisi giusto: che l'attuale recessione più deflazione, colpendo l'Unione mentre la crisi dell'euro è ancora viva, rischia di far saltare tutta la baracca. In particolare l'Italia, che ha una classi dirigente del tutto inetta, Renzi pifferaio Renzi compreso, potrebbe andare in default e fra crollare tutto l'edificio dell'Unione. Dico ce ne scampi! grida Achilli. Quindi, ecco la agghiacciante conclusione, meglio che arrivi la Troika, e prima arriva meglio è.

Non pensino i lettori che Achilli si nasconda dietro un dito o infarcisca il suo augurio con discorsi demagogici. Sentiamo:
«L'ultima corsa è finita, e le luci dell'ippodromo si stanno spegnendo. Togliamoci dalla testa l'idea che l'uscita unilaterale dall'euro, come farneticano Grillo ed i sovranisti, sia praticabile. (...) il tracollo economico italiano non se lo può permettere nessuno dei nostri partner, per cui, di fronte alla conclamata incapacità della classe politica italiana nel fornire le risposte riformiste attese dal resto dell'area-euro (e certificata dall'autentica valanga di giudizi negativi su Renzi piovuti dai giornali di tutta la comunità finanziaria internazionale), l'arrivo della Trojka non è una eventualità, è una certezza. Detto arrivo assumerà la forma di contratti per le riforme strutturali, che dovranno essere fatte nei modi e nei tempi decisi da Bruxelles, in cambio di flessibilità sul percorso di riduzione del deficit. (...) A quel punto, che al Governo ci sia Renzi, Passera, Monti oppure Satana non cambierà niente. Perché il programma economico e sociale del Paese, e la sua tempistica, saranno eterodiretti. (...) Oppure, come si fa con una azienda quando la sua proprietà si rivela incapace di farla uscire dalla crisi, consegnare le chiavi a qualcun altro il più presto possibile. Se, come detto prima, è inevitabile, allora sarà meglio che questo passaggio di sovranità verso la Trojka avvenga subito, quando è ancora possibile far decadere le riforme istituzionali antidemocratiche varate da Renzi... Non è detto, peraltro, che il commissariamento europeo sia peggiore del disastro che sta combinando lo scout fiorentino di campagna. (...) E' probabile dunque che la Trojka ci tratti meglio della Grecia, in termini di politiche per la crescita. (...) La speranza è che gli italiani, con il commissariamento della Trojka, si rendano conto della pessima qualità della loro dirigenza endogena, e, in una logica europea, se ne liberino. Anche la sinistra, imparando a ragionare in un quadro europeo, dove esistono ancora partiti progressisti, potrebbe trarne giovamento e rilanciarsi, superando un dibattito domestico oramai piuttosto angusto, e ricostruendo, in una logica più vasta di quella italiana, un radicamento sociale, che è ancora presente negli altri grandi Paesi europei. Allora forza. Che cada Romolo Augustolo e la sua corte di badanti e veline. Meglio subito e non fra un anno, quando il Paese sarà ulteriormente fiaccato da questi incompetenti.
Compito di ciò che resta della sinistra italiana sarà allora quello di tentare, sia pur in un contesto difficilissimo e quasi disperato, di "strappare", per quanto minimamente praticabile, le migliori condizioni possibili per tale cessione di sovranità, contrastando gli aspetti meno accettabili socialmente delle riforme strutturali che ci saranno imposte».
 E così conclude: 
« Non ci dobbiamo illudere, comunque. Il futuro sarà duro e oscuro. Non ci sono, nel breve periodo, scappatoie. Si tratta solo di cercare di ridurre al minimo la sofferenza. E di liberarsi di una classe dirigente da Paese del Terzo Mondo. Di conferire un qualche aspetto catartico alla catastrofe».
 A ben vedere si tratta della stessa posizione che espresse Monti nell' agosto 2011 sul "Podestà forestiero" e recentemente di Eugenio Scalfari, ribadita su Repubblica del 3 agosto:
«Dirò un'amara verità che però corrisponde a mio parere ad una realtà che è sotto gli occhi di tutti: forse l'Italia dovrebbe sottoporsi al controllo della troika internazionale formata dalla Commissione di Bruxelles, dalla Bce e dal Fondo monetario internazionale».
Noi siamo francamente basiti. Scalfari, col suo "forse" lascia aperta la porta al dubbio, Achilli invece non ha dubbi: invoca un regime di protettorato dichiarato, una cessione decisiva degli ultimi brandelli di sovranità alla Troika, ovvero non solo all'euro-germania, ma agli organismi della finanza speculativa globale. Il tutto per evitare un default che per Achilli, dimostrando una davvero scarsa competenza in materia economica, sarebbe la peggiore delle tragedie. 

Se Achilli si fosse peritato di studiare seriamente la storia dei default, compreso quello argentino, scoprirebbe che solo negli ultimi trent'anni han fatto default (che significa insolvenza non bancarotta!) una trentina di paesi, e che questi, proprio grazie a default programmati, proprio perché hanno punito gli avvoltoi della finanza speculativa, hanno tutti visto una rinascita economica. Perché Achilli non voglia prendere in considerazione una moratoria sul debito, un ripudio del debito verso la finanza speculativa, resta un mistero. Un tale ripudio è invece una delle misure che, accanto alla riconquista della sovranità politica e monetaria, potrebbe consentire al Paese come minimo di non affondare e poi di trovare le risorse per un piano che punti alla rinascita degli investimenti in vista della piena occupazione, ciò che implica che lo Stato ritorni al centro anche in campo economico e quindi un aumento e non una diminuzione della spesa pubblica. Tutte cose proibite dai Trattati dell'Unione, tutte cose che implicano la riconquista della piena sovranità politica da parte del nostro Paese.

Va da se che l'arrivo della Troika significherebbe tutto il contrario: una durissima austerità ai danni del lavoro salariato, privatizzazioni, taglio dei diritti sociale, predominio assoluto del capitale. Se poi arriverà la "crescita" questa avverrà solo dopo che il popolo lavoratore sarà ridotto alla fame e in stato di semi-schiavitù.

Che un simile carnaio susciti aspri conflitti sociali, anche Achilli dovrebbe metterlo nel conto. Coloro che a destra invocano la Troka lo sanno bene, dimostrandosi molto più "marxisti" del Nostro. Ed essi sanno bene che il regime di protettorato non sarebbe solo economico, ma pure politico, con inevitabile sospensione della democrazia e dello Stato di diritto, con la repressione dispiegata della rivolta sociale. Non avremmo più una Repubblica ma un regime di dittatura esterna amministrato da dei Quisling.

Solo in un sanatorio uno che invoca un simile funereo destino sarebbe considerato "di sinistra".






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domenica 17 agosto 2014

FORUM EUROPEO: MENO TRE AL VIA!

17 agosto. I SALUTI AL FORUM DI VLADIMIR LAKEEV (nella foto) segretario del Partito comunista unito di Russia.

Mercoledì prossimo si aprirà finalmente il Forum europeo delle sinistre contro l'euro. Occorre essere ambiziosi e tenaci se si vuole ottenere dei risultati.
Quando il Coordinamento nazionale della sinistra contro l'euro iniziò ad immaginare il Forum Europeo, eravamo a marzo, ci avevano preso per matti. E con chi lo volete fare? Da soli? Dove stanno le sinistre no euro degli altri paesi? Quali contatti avete?

Non avevamo questi contatti, in effetti, ma sapevamo bene che nei vari paesi esistevano partiti, gruppi e movimenti anti-euro. Occorreva finalmente prenderli, però, questi contatti, poiché è vero che i conti coi dominanti ognuno se li deve fare in casa propria, contando sulle sue forze, ma questa lotta non avrebbe speranza di successo se non avesse sostegno all'esterno.

Scommettemmo che grazie al Forum questi contatti sarebbero venuti fuori. E così sta accadendo. E perché sta accadendo? Perché le numerose adesioni? Per la semplice ragione che l'idea di un Forum che mette in rete, coordina a scala continentale la lotta contro il regime neoliberista dell'euro, è un'idea giusta, giusta perché risponde ad una esigenza sentita, reale.
Siamo consapevoli che siamo solo al primo passo... ma ogni lunga marcia comincia con un primo passo.
Mentre scriviamo si sono fatti sotto anche i compagni francesi del Movimento per l'Emancipazione Popolare, che si stanno organizzando per partecipare al Forum, e a cui saremo ben lieti di dare la parola. Dovremo trovare una soluzione, visto che le giornate sono tutte già piene.

Non solo di euro è fatta l'Europa...
Inutile sottolineare, anche alla luce del recente conflitto in Ucraina, e delle posizioni espansionistiche assunte dall'Unione europea, che anche compagni della sinistra russa parteciperanno al Forum. Una delle organizzazioni più importanti ha inviato i saluti, che pubblichiamo qui sotto:

Cari compagni!

Aderendo ai principi dell'internazionalismo proletario, ed esprimendo la solidarietà con i lavoratori ed i diseredati d'Europa che lottano contro l'assalto del capitale globale contro i loro diritti socio-economici e politici, il Partito comunista unito della Federazione Russa da il benvenuto ai partecipanti del Forum europeo "Oltre l’euro: c'è un'alternativa!"

Nel periodo della esacerbazione della lotta di classe, generata dalla crisi globale e dalla avidità dei banchieri, uno dei mezzi della classe operaia e dei contadini d'Europa è la loro lotta contro i vari strumenti di riduzione in schiavitù del popolo lavoratore, e l’euro è uno di questi.

Ci auguriamo che questo forum possa essere uno degli elementi più importanti della svolta decisiva nella storia d'Europa, che porterebbe alla distruzione di falsi dogmi del neoliberismo e che possa contribuire a costruire una piattaforma comune delle forze democratiche che combattaono per la giustizia sociale, la fratellanza e la libertà dei popoli.


A nome del Presidium del Comitato Centrale del OCP
Vladimir Lakeev
Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista Unito di Russia

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LE "SCANDALOSE" VERITÀ DI DI BATTISTA di Alessandro Di Battista

17 agosto. Onore al merito: il coraggio e l'onestà intellettuale del parlamentare del M5S

Una classe politica serva ed ipocrita, che si appresta ad alimentare la guerra vendendo armi ai curdi iracheni, grandi amici dei criminali israeliani, si ritrova unita nel dare addosso ad Alessandro Di Battista, reo di aver detto alcune basilari ed indicibili verità.

Il suo articolo può essere magari discutibile per alcuni aspetti (ad esempio: non necessariamente gli stati devono rispecchiare precise linee etniche e religiose), ma ha il merito di porre diverse rilevanti questioni in maniera chiara. E, soprattutto - cosa rigorosamente vietata ad un membro del Parlamento - ha il merito di dire parecchie verità. Verità scandalose tanto per il politicantume che ci governa, quanto per i servili pappagalli dei media mainstream.

Qui sotto l'articolo di Di Battista 
ISIS: Che fare?
di Alessandro Di Battista

Dagli anni '20 ai '60

A Sèvres, nel 1921, Francia e Gran Bretagna si spartirono i possedimenti mediorientali dell'ormai decaduto Impero Ottomano. Alla Francia andarono Libano e Siria, alla GB la Palestina, la Transgiordania e l'odierno Iraq. I confini vennero segnati utilizzando matite, righelli e, probabilmente, sotto l'influsso di qualche coppa di champagne. Altrimenti come ci si potrebbe spiegare l'invenzione folle del Regno dell'Iraq, uno stato abitato, oltre che da decine di minoranze, da tre popolazioni profondamente diverse tra loro: i curdi, gli sciiti e i sunniti?

La drammatica storia dell'Iraq nasce tutta da qui. Colpi di stato, spinte autonomiste curde, resistenze sunnite, attentati sciiti, difesa del controllo petrolifero da parte del Regno Unito, intervento della Germania nazista. Non si sono fatti mancare nulla fuorché la pace.

La CIA e i colpi di Stato che fanno meno scalpore del terrorismo

Durante la crisi di Suez Baghdad divenne la principale base inglese, nel 1958 venne abolita la monarchia e nel 1963, anche in chiave anti-sovietica, la CIA favorì un colpo di stato per deporre Abd al-Karim Qasim, l'allora premier iracheno, colpevole di aver approvato una norma che proibiva l'assegnazione di nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere. In Iraq, tra deserto, cammelli e rovine babilonesi accadde quel che già si era visto all'ombra delle piramidi maya nel 1954 quando Allen Dulles*, direttore della CIA, armò truppe mercenarie honduregne per buttare giù Jacobo Arbenz, il Presidente del Guatemala regolarmente eletto, colpevole di voler espropriare le terre inutilizzate appartenenti alla statunitense United Fruit Company e distribuirle ai contadini. Risultato? Presidenti fantoccio, guerra civile e povertà.

Mi domando per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA. Destituire, solo per osceni interessi economici, un governo regolarmente eletto con la conseguenza di favorire una guerra civile è meno grave di far esplodere un aereo in volo?

L'Iraq, come il Guatemala o il Congo RCD hanno avuto il torto di possedere delle risorse

I poveri hanno il torto di avere ricchezza sotto ai piedi. Il petrolio iracheno è stato il peggior nemico del popolo iracheno. A Baghdad nel 1960, tre anni prima della deposizione di Qasim, Iraq, Iran, Venezuela e Arabia Saudita avevano fondato l'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC), per contrastare lo strapotere delle “7 sorelle”, le principali compagnie petrolifere mondiali così chiamate da Enrico Mattei, il Presidente dell'ENI di quegli anni.

Mattei e la sovranità nazionale in Medio Oriente

Una digressione su Mattei è d'obbligo, se non altro per capire quanto, dall'invenzione del “profitto ad ogni costo”, ogni industriale, stato sovrano o partito politico si sia messo contro il capitalismo internazionale abbia fatto una brutta fine. E' successo a brave persone e a delinquenti, a politici democratici e a dittatori sanguinari difesi fino a che lo spargimento di sangue dei quali erano responsabili non avesse intaccato gli interessi del grande capitale. Mattei, dopo aver concluso importanti affari con l'Iran, si stata avvicinando a Qasim, quest'ultimo alla ricerca di un nuovo partner commerciale che gli garantisse maggiori introiti di quelli concessi dagli inglesi.

La sacrosanta ricerca di sovranità economica, politica ed energetica da parte di alcuni paesi mediorientali era ben vista da Mattei il quale, mosso da una intraprendenza tipicamente italiana e dall'ambizione di fare gli interessi dello Stato, ne scorgeva un'opportunità imperdibile. Quando nel 1961 il Regno Unito concesse l'indipendenza al Kuwait Mattei fiutò l'affare. Baghdad ha sempre ritenuto il Kuwait parte del suo territorio e quando la GB lo proclamò stato sovrano Qasim si indignò per lo smacco subito convincendosi della necessità di trovare nuovi paesi con cui concludere affari**.

Mattei e Qasim, nonostante il primo ministro Fanfani e il ministro degli esteri Segni negarono qualsiasi coinvolgimento italiano, iniziarono una serie di trattative e, sembra, che dei tecnici ENI si recarono in Iraq. Quel che è certo è che le 7 sorelle sono come i fili della luce: “se li tocchi muori”. Tre mesi e mezzo prima che Qasim, con il beneplacito della CIA, venisse trucidato a Baghdad, Mattei esplode in aria con il suo aereo privato. I mandanti e gli esecutori del suo assassinio sono ancora ignoti tuttavia è bene ricordare che Tommaso Buscetta, il pentito che descrisse per filo e per segno la struttura di “Cosa Nostra” a Giovanni Falcone, dichiarò che Mattei venne ucciso dalla mafia per fare “un favore agli stranieri” e che Mauro De Mauro, il giornalista che stava indagando sulla morte di Mattei, venne rapito e ucciso da Mimmo Teresi su ordine di Stefano Bontade***.

Il futuro è nero, come l'oro che fa scorrere il sangue

In “La verità nascosta sul petrolio” Eric Laurent scrive: “Il mondo del petrolio è dello stesso colore del liquido tanto ricercato: nero, come le tendenze più oscure della natura umana. Suscita bramosie, accende passioni, provoca tradimenti e conflitti omicidi, porta alle manipolazioni più scandalose”.

“Conflitti omicidi, manipolazioni scandalose, tradimenti”

Queste parole sembrano descrivere perfettamente la storia dell'Iraq moderno.
Saddam Hussein divenne Presidente della Repubblica irachena nel 1979 sostituendo Al-Bakr, l'ex-leader del partito Ba'th che qualche anno prima aveva nazionalizzato l'impresa britannica Iraq Petroleum Company. Saddam, con l'enorme denaro ricavato dalla vendita di petrolio, cambiò radicalmente il Paese. Sostituì la legge coranica con dei codici di stampo occidentale, portò la corrente fino ai villaggi più poveri, fece approvare leggi che garantivano maggiori diritti alle donne. 

L'istruzione e la salute divennero gratuite per tutti. In quegli anni di profonda instabilità regionale il regime di Saddam divenne un esempio di ordine e sicurezza. Tuttavia tutto questo ebbe un prezzo. I cristiani non erano un pericolo per il regime e vennero lasciati in pace ma i curdi, vuoi per le loro spinte autonomiste che per la loro presenza potenzialmente pericolosa in zone ricche di petrolio, vennero colpiti, discriminati e spesso trucidati. Lo stesso avvenne agli sciiti che non abbassavano la testa. Quando Saddam gli riversò contro le armi chimiche fornitegli dagli USA in chiave anti-iraniana nessuna istituzione statunitense parlò di genocidio, di diritti umani violati, di terrorismo islamico. Saddam era ancora un buon amico. L'amichevole stretta di mano tra il leader iracheno e Donald Rumsfeld, all'epoca inviato speciale di Reagan, dimostra quanto per gli USA la violenza è un problema a giorni alterni. Negli anni '80 Washington era preoccupata dall'intraprendenza economica di Teheran e Saddam era un possibile alleato per contrastare la linea anti-occidentale nata in Iran con la rivoluzione del '79.

Anni di guerre

Tuttavia, sebbene la Repubblica islamica iraniana fosse apertamente anti-americana gli USA fornirono armi a Teheran durante la guerra Iran-Iraq. Il denaro è sempre denaro! Con i proventi della vendita di armi all'Iran gli USA finanziarono tra l'altro i paramilitari delle Contras che avevano come obiettivo la destituzione in Nicaragua del governo sandinista regolarmente eletto.
Ovviamente gli USA (anche l'URSS - la guerra fredda diventava tiepida se si potevano fare affari assieme) finanziarono contemporaneamente Saddam. Il sogno dell'industria bellica, una guerra infinita combattuta da due forze equivalenti, era diventato realtà. Per diversi anni le potenze occidentali lasciarono Iraq e Iran a scannarsi tra loro. Un milione di morti dell'epoca non valevano, evidentemente, le migliaia di vittime provocate dall'avanzata dell'ISIS di questi giorni.

Le multinazionali della morte appena finito di parlare con Saddam alzavano la cornetta e chiamavano Teheran. «Ho appena venduto all'Iraq 200 carri armati ma a te ti do a un prezzo stracciano questa batteria anticarro». Le cose cambiarono quando l'esercito iraniano prese il sopravvento. Teheran stava per espugnare Bassora quando gli USA, sedicenti cacciatori di armi chimiche in tutto il mondo, inviarono una partita di gas cianuro a Saddam il quale non perse tempo e lo utilizzò per respingere le truppe iraniane. Ma si sa, gli USA sono generosi e di gas ne inviarono parecchio. Saddam pensò bene di utilizzarne la restante parte per gassare l'intera popolazione curda del villaggio di Halabja ma in occidente nessuno si strappò le vesti, il dittatore era ancora un buon amico. Saddam divenne un acerrimo nemico quando invase il Kuwait. Anche in quel caso non furono i morti o le centinaia di migliaia di profughi a preoccupare i funzionari di Washington sempre a stretto contatto con Wall Street. La conquista irachena del Kuwait metteva in pericolo gli interessi economici statunitensi. Una cosa inaccettabile per chi da anni lavora per il controllo mondiale del petrolio. L'operazione “Desert Storm” venne lanciata, il Kuwait “liberato” ma Saddam rimase al suo posto. Un eccessivo indebolimento dell'Iraq avrebbe favorito Teheran e questo sarebbe stato intollerabile. I bombardamenti USA causarono oltre 30.000 bambini morti ma erano “bombe a fin di bene”.

L'11 settembre


L'attentato alle Torri Gemelle fu una panacea per il grande capitale nordamericano. Forse anche a New York qualcuno “alle 3 e mezza di mattina rideva dentro il letto” come capitò a quelle merde dopo il terremoto a L'Aquila. Quei 3.000 morti americani vennero utilizzati come pretesto per attaccare l'Afghanistan, un paese con delle leggi antitetiche rispetto al nostro diritto ma che con il terrorismo internazionale non ha mai avuto a che fare, e l'Iraq. Era ormai tempo di buttare giù Saddam e prendere il pieno controllo del petrolio iracheno. La vittoria della Nato fece piombare il Paese in una guerra civile senza precedenti e le fantomatiche armi di distruzione di massa non vennero mai trovate. Ripeto, Saddam le aveva, ahimè, già utilizzate e gli USA lo sapevano benissimo.

A questo punto mi domando quanto un miliziano dell'ISIS capace di decapitare con una violenza inaudita un prigioniero sia così diverso dal Segretario di Stato Colin Powell colui che, mentendo e sapendo di mentire, mostrò una provetta di antrace fornitagli da chissà chi per giustificare l'imminente attacco all'Iraq. Una guerra che ha fatto un numero di morti tra i civili migliaia di volte superiore a quelli provocati dallo Stato Islamico in queste settimane. La sconfitta del sunnita Saddam Hussein scatenò la popolazione sciita che covava da anni desideri di vendetta. Attentati alle reciproche moschee uccisero migliaia di persone. Da quel giorno in Iraq c'è l'inferno ma i responsabili fanno shopping sulla Fifth Avenue e vacanze alla Caiman. L'avanzata violenta, sanguinaria, feroce dell'ISIS è soltanto l'ultimo atto di una guerra innescata dai partiti occidentali costretti a restituire i favori ottenuti dalle multinazionali degli armamenti durante le campagne elettorali. Comprare F35 mentre l'Italia muore di fame o bombardare un villaggio iracheno mettendo in prevenivo i “danni collaterali” sono azioni criminali che hanno la stessa matrice: il primato del profitto sulla politica.

Cosa fare adesso?


L'ISIS avanza, conquista città importanti e minaccia migliaia di cristiani. In tutto ciò l'esercito iracheno, creato e addestrato anche con i soldi dei contribuenti italiani, si è liquefatto come neve al sole dimostrando, se ancora ve ne fosse bisogno, il totale fallimento del progetto made in USA che noi abbiamo sposato senza diritto di parola. E' evidente che la comunità internazionale e l'Italia debbano prendere una posizione. Se non è semplice scegliere cosa fare, anche se delle idee logiche già esistono, è elementare capire quel che non si debba più fare. 

1) Innanzitutto occorre mettere in discussione, una volta per tutte, la leadership nordamericana. Gli USA non ne hanno azzeccata una in Medio Oriente. Hanno portato morte, instabilità e povertà. Hanno dichiarato guerra al terrorismo e il risultato che hanno ottenuto è stato il moltiplicarsi del fenomeno stesso. A Roma, nel 2003, manifestammo contro l'intervento militare italiano in Iraq. Uno degli slogan era “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Siamo stati profeti anche se non ci voleva un genio per capirlo. Pensare di fermare la guerra in atto in Iraq armando i curdi è una follia che non credo che una persona intelligente come il Ministro Mogherini possa davvero pensare. Evidentemente le pressioni che ha subito in queste settimane e il desiderio che ha di occupare la poltrona di Ministro degli esteri della Commissione europea, l'hanno spinta ad avallare le posizioni di Obama e degli USA ormai autoproclamatisi, in barba al diritto internazionale, poliziotti del mondo. 

Loro, proprio loro, che hanno sostenuto colpi di stato in tutto il pianeta, venduto armi a dozzine di dittatori, loro che hanno impoverito mezzo mondo, loro che, da soli, utilizzano oltre il 50% delle risorse mondiali. Loro che hanno invaso Iraq e Afghanistan con il pretesto di distruggere le “cellule del terrore” ma che hanno soltanto progettato oleodotti, costruito a Baghdad la più grande ambasciata USA del mondo ed esportato, oltre alla loro democrazia, 25.000 contractors in Iraq, uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno.

2) L'Italia, ora che ne ha le possibilità, dovrebbe spingere affinché la UE promuova una conferenza di pace mondiale sul Medio Oriente alla quale partecipino i paesi dell'ALBA, della Lega araba, l'Iran, inserito stupidamente da Bush nell'asse del male e soprattutto la Russia un attore fondamentale che l'UE intende delegittimare andando contro i propri interessi per obbedire a Washington e sottoscrivere il TTIP il prima possibile. Essere alleati degli USA non significa essere sudditi, prima di applicare sanzioni economiche a Mosca, sanzioni che colpiscono più le imprese italiane che quelle russe, si dovrebbero pretendere le prove del coinvolgimento di Putin nell'abbattimento dell'aereo malese. Non dovrebbe bastare la parola di Washington, soprattutto alla luce delle menzogne dette sull'Iraq. 

3) L'Italia dovrebbe promuovere una moratoria internazionale sulla vendita delle armi. Se vuoi la pace la smetti di lucrare sugli armamenti. «L'economia ne risentirebbe» sostiene qualcuno. Balle! Criminalità, povertà e immigrazione sono il frutto della guerra e la guerra si alimenta di sangue e di armi. Nel 2012 la Lockheed Martin, quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell'Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia. Chi si scandalizza dei crimini dell'ISIS è lo stesso che lo arma o, quanto meno, che lo ha armato. «Armiamo i curdi» sostiene la Mogherini. Chi ci dice che una volta vinta la guerra i curdi non utilizzeranno quelle armi sui civili sunniti? In fondo non è già successo con Saddam, con i signori della guerra in Afghanistan o in Libia dove la geniale linea franco-americana che l'Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale?

4) L'Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro. Il cancro si combatte eliminandone le cause non occupandosi esclusivamente degli effetti. Altrimenti se da un lato riduci la mortalità relativa da un altro la crescita del numero di malati fa aumentare ogni anno i decessi. E' logico! Vanno affrontate le cause. Si condanna in Nigeria Boko Haram ma si tace di fronte ai fenomeni di corruzione promossi da ENI che impoveriscono i nigeriani dando benzina alle lotte violente dei fondamentalisti.

5) L'Italia dovrebbe porre all'attenzione della comunità internazionale un problema che va risolto una volta per tutte: i confini degli stati. Non sta scritto da nessuna parta che popolazioni diverse debbano vivere sotto la stessa bandiera. Occorre, finalmente, trovare il coraggio di riflettere su un nuovo principio organizzativo. Troppi confini sono stati tracciati a tavolino con il righello dalle potenze coloniali del '900. L'obiettivo politico (parlo dell'obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell'ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall'occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica. 
Il processo di nascita di nuove realtà su base etnica è inarrestabile sia in Medio Oriente che in Europa. Bisogna prenderne atto e, assieme a tutti gli attori coinvolti, trovare nuove e coraggiose soluzioni.

6) Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell'era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E' triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un'azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore. Compito difficile ma necessario, altrimenti non si farà altro che far crescere il fenomeno.

7) Occorre legare indissolubilmente il terrorismo all'ingiustizia sociale. Il fatto che in Africa nera la prima causa di morte per i bambini sotto i 5 anni sia la diarrea ha qualcosa a che fare con l'insicurezza mondiale o con il terrorismo di Boko Haram? Il fatto che Gaza sia un lager ha a che fare con la scelta della lotta armata da parte di Hamas?

8) L'Italia dovrebbe cominciare a pensare alla costruzione di una società post-petrolifera. Il petrolio è la causa della stragrande maggioranza delle morti del XX e XXI secolo. Costruire una società post-petrolifera richiederà 40 anni forse ma prima cominci prima finisci. Non devi aspettare che il petrolio finisca. Come disse Beppe Grillo in uno dei suoi spettacoli illuminanti: «L'energia è la civiltà. Lasciarla in mano ai piromani/petrolieri è criminale. Perché aspettare che finisca il petrolio? L’età della pietra non è mica finita per mancanza di pietre»."


Note:
*Allen Dulles, famoso per aver preso parte alla “Commissione Warren”, la commissione presidenziale sull'assassinio di JFK, fu contemporaneamente direttore della CIA e avvocato delle United Fruit Company, l'attuale Chiquita. Qualche mese prima di aver sostenuto il colpo di stato ai danni di Arbenz si era macchiato della stessa vergogna in Iran. Sotto la sua direzione, infatti, venne lanciata l'Operazione Ajax per sovvertire il governo presieduto da Mohammad Mossadeq, anch'egli colpevole di aver nazionalizzato l'industria petrolifera il che avrebbe garantito introiti per il popolo iraniano e non più per le imprese anglo-americane.
**Anche in quest'ottica va letta l'invasione del Kuwait da parte di Saddam. Non si è trattato di un capriccio di un pazzo.
***Bontade e Teresi sono i due mafiosi che stipularono il “patto di non-aggressione” con Silvio Berlusconi grazie all'intermediazione criminale di Dell'Utri.

* Fonte: Campo Antimperialista** L?articolo di Di Battista è sul Blog di Beppe Grillo

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venerdì 15 agosto 2014

CHE C'ENTRA IL SIONISMO CON L'ECONOMETRIA? di Marxista dell'Illinois n.2

15 agosto. Non mi aspettavo che il mio intervento su Magdi Allam, Alberto Bagnai e la tragedia palestinese avrebbe avuto tanta eco. Si vede che ho messo il dito su una delle piaghe.
Mentre l'Allam tace (dev'essere impegnato in qualche ritiro spirituale coi druidi lefebvriani), il Bagnai ha invece prontamente risposto con un pistolotto interminabile e sconclusionato, rivendicando tuttavia le sue frequentazioni ma tacendo sul genocidio di Gaza. E questo, l'omertà sulla tragedia palestinese, questo me lo aspettavo. Meglio tacere se si cerca nel prossimo futuro di salire sul carro del prossimo vincitore, tanto più se si ritiene che verrà fuori dalla cerchia di quelli che oggi comandano, e che sono tutti amici di Israele —chi ha orecchie per intendere intenda. 

I brocchi della setta del cavajere nero si sono scatenati: "che c'entra Gaza? perché mai un "geniale economista" dovrebbe esprimere le sue opinioni sulla vicenda palestinese?" 
Un distillato clamoroso di questa ignavia, dell'idea che se uno si occupa di econometria non è tenuto ad esecrare dei crimini contro l'umanità, che anzi debba estraniarsi e tacere su una tragedia (compiuta anche con armi fornite dal governo italiano) che da un mese è sulle prime pagine dei media mondiali, è ben espresso in questo post:

ANKYN SCRIVE:
14 agosto 2014 16:37
«Ma perché mai un professore di economia dovrebbe esprimersi pubblicamente su Gaza?Potrà coltivare la sua opinione in santa pace senza per forza dover fare il tuttologo?
Altrimenti a questo punto rimproveriamo a chiunque qualsiasi cosa: a Bagnai di non dire nulla su Gaza e Ucraina, a Sollevazione di non esprimersi sul disastro ambientale, a mia sorella di tacere sul massacro dei cavallucci marini nella Nuova Guinea (sì, è ironia), e via strumentalizzando.Sì, STRUMENTALIZZANDO: è questa l'operazione messa in atto da articoli del genere.Rimproverare ad un esperto di X di non occuparsi di Y significa semplicemente trovare scuse per criticarlo, probabilmente perché non si è in grado di farlo sul terreno di cui è esperto».
Che la scuola italiana fosse diventata una cloaca era noto, non che fosse un'opificio di imbecilli per di più immorali...  L'idea che la scienza non abbia una base etica, che gli scienziati non debbano prendere posizione e siano al di sopra delle lotte sociali, non è solo reazionaria, è smentita dalla storia della scienza. La scienza non è infatti né neutrale né autonoma, è eteronoma invece. Non solo perché lo scienziato è guidato da una qualche concezione del mondo, la sua ricerca, salvo rare eccezioni, ubbidisce agli interessi delle classi dominanti. 

"Strumentale" denunciare l'omertà davanti a tragedie enormi? E' come se dopo Hiroshima e Nagasaki si fosse considerato inammissibile chiedere ai fisici di esprimere condanna di quelle inaudite ecatombi. Ciò che in effetti il potere americano cercò di impedire. Senza esito, visto che lo stesso Oppenheimer, subito dopo il successo dell'esperimento che ha visto esplodere la prima bomba atomica a Los Alamos dichiarò: «I fisici hanno conosciuto il peccato e questa è una conoscenza che non potranno perdere».

Ove il fisico Oppenheimer non fosse familiare ai fanatici seguaci della Dea scienza, ricordiamo quanto affermò un altro Alberto (è solo un caso di omonimia), tale Einstein. Conoscono essi la sua pugnace battaglia politica e non solo morale per metter al bando la bomba atomica? Ne dubitiamo, altrimenti non vomiterebbero simili bestialità.

Non conosceranno nemmeno quanto Einstein scrisse della destra sionista, equiparandola ai fascisti. L'occasione gli fu fornita dalla strage di Deir Yassin del 9 aprile 1948. I sionisti trucidarono 240 tra uomini, donne e bambini inermi.
A Gaza le vittime della macchina bellica israeliana sono più di duemila,  tra cui 432 bambini e 243 donne. 9886 i feriti, tra cui 2878 bambini. Deir Yassin è nulla in confronto, e ciò richiederebbe una rivolta morale da parte di tutti, anzitutto degli intellettuali e del mondo della cultura. Prevalgono invece ignavia e silenzio, ovvero la complicità morale col sionismo e le loro potenti lobbi occidentali.

Ed ora,  nel tentativo di rinfrescare la memoria a certi ottenebrati, leggiamo quanto Einstein scrisse, con la Arendt e gli altri, davanti ad uno dei tanti crimini sionisti:

«AGLI EDITORI DEL NEW YORK TIMES:

Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nella organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti Nazista e Fascista. E’ stato fondato fuori dall’assemblea e come evoluzione del precedente Irgun Zvai Leumi, una organizzazione terroristica, sciovinista, di destra della Palestina.

L’odierna visita di Menachem Begin, capo del partito, negli USA è stata fatta con il calcolo di dare l’impressione che l’America sostenga il partito nelle prossime elezioni israeliane, e per cementare i legami politici con elementi sionisti conservativi americani. Parecchi americani con una reputazione nazionale hanno inviato il loro saluto. E’ inconcepibile che coloro che si oppongono al fascismo nel mondo, a meno che non sia stati opportunamente informati sulle azioni effettuate e sui progetti del Sig. Begin, possano aver aggiunto il proprio nome per sostenere il movimento da lui rappresentato.

Prima che si arrechi un danno irreparabile attraverso contributi finanziari, manifestazioni pubbliche a favore di Begin, e alla creazione di una immagine di sostegno americano ad elementi fascisti in Israele, il pubblico americano deve essere informato delle azioni e degli obiettivi del Sig. Begin e del suo movimento.

Le confessioni pubbliche del sig. Begin non sono utili per capire il suo vero carattere. Oggi parla di libertà, democrazia e anti-imperialismo, mentre fino ad ora ha apertamente predicato la dottrina dello stato Fascista. E’ nelle sue azioni che il partito terrorista tradisce il suo reale carattere, dalle sue azioni passate noi possiamo giudicare ciò che farà nel futuro.

Attacco a un villaggio arabo

Un esempio scioccante è stato il loro comportamento nel villaggio Arabo di Deir Yassin. Questo villaggio, fuori dalle strade di comunicazione e circondato da terre appartenenti agli Ebrei, non aveva preso parte alla guerra, anzi aveva allontanato bande di arabi che lo volevano utilizzare come una loro base. Il 9 Aprile, bande di terroristi attaccarono questo pacifico villaggio, che non era un obiettivo militare, uccidendo la maggior parte dei suoi abitanti (240 tra uomini, donne e bambini) e trasportando alcuni di loro come trofei vivi in una parata per le strade di Gerusalemme. La maggior parte della comunità ebraica rimase terrificata dal gesto e l’Agenzia Ebraica mandò le proprie scuse al Re Abdullah della Trans-Giordania. Ma i terroristi, invece di vergognarsi del loro atto, si vantarono del massacro, lo pubblicizzarono e invitarono tutti i corrispondenti stranieri presenti nel paese a vedere i mucchi di cadaveri e la totale devastazione a Deir Yassin.

L’accaduto di Deir Yassin esemplifica il carattere e le azioni del Partito della Libertà.

All’interno della comunità ebraica hanno predicato un misto di ultranazionalismo, misticismo religioso e superiorità razziale. Come altri partiti fascisti sono stati impiegati per interrompere gli scioperi e per la distruzione delle unioni sindacali libere. Al loro posto hanno proposto unioni corporative sul modello fascista italiano. Durante gli ultimi anni di sporadica violenza anti-britannica, i gruppi IZL e Stern inaugurarono un regno di terrore sulla Comunità Ebraica della Palestina. Gli insegnanti che parlavano male di loro venivano aggrediti, gli adulti che non permettavano ai figli di incontrarsi con loro venivano colpiti in vario modo. Con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo. La gente del Partito della libertà non ha avuto nessun ruolo nelle conquiste costruttive ottenute in Palestina. Non hanno reclamato la terra, non hanno costruito insediamenti ma solo diminuito la attività di difesa degli Ebrei. I loro sforzi verso l’immigrazione erano tanto pubblicizzati quanto di poco peso e impegnati principalmente nel trasporto dei loro compatrioti fascisti.

Le discrepanze

La discrepanza tra le sfacciate affermazioni fatte ora da Begin e il suo partito, e il loro curruculum di azioni svolte nel passato in Palestina non portano il segno di alcun partito politico ordinario. Ciò è, semza ombra di errore, il marchio di un partito Fascista per il quale il terrorismo (contro gli Ebrei, gli Arabi e gli Inglesi) e le false dichiarazioni sono i mezzi e uno stato leader l’obbiettivo.

Alla luce delle soprascritte considerazioni, è imperativo che la verità su Begin e il suo movimento sia resa nota a questo paese. E’ maggiormente tragico che i più alti comandi del Sionismo Americano si siano rifiutati di condurre una campagna contro le attività di Begin, o addirittura di svelare ai suoi membri i pericoli che deriveranno a Israele sostenendo Begin. I sottoscritti infine usano questi mezzi per presentare pubblicamente alcuni fatti salienti che riguardano Begin e il suo partito, e per sollecitare tutti gli sforzi possibili per non sostenere quest’ultima manifestazione di fascismo.

Firmato:
ALBERT EINSTEIN, ISIDORE ABRAMOWITZ, HANNAH ARENDT, ABRAHAM BRICK, RABBI JESSURUN CARDOZO, , HERMAN EISEN, M.D., HAYIM FINEMAN, M. GALLEN, M.D., H.H. HARRIS, ZELIG S. HARRIS, SIDNEY HOOK, FRED KARUSH, BRURIA KAUFMAN, IRMA L. LINDHEIM, NACHMAN MAISEL, SEYMOUR MELMAN, MYER D. MENDELSON, M.D., HARRY M. OSLINSKY, SAMUEL PITLICK, FRITZ ROHRLICH, LOUIS P. ROCKER, RUTH SAGIS, ITZHAK SANKOWSKY, I.J. SHOENBERG, SAMUEL SHUMAN, M. SINGER, IRMA WOLFE, STEFAN WOLFE»

New York, Dec. 2, 1948

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