P101: 2-3 luglio 2016 - ASSEMBLEA NAZIONALE

P101: 2-3 luglio 2016 - ASSEMBLEA NAZIONALE
Temi in discussione: rivoluzione democratica, populismo, C.L.N.

lunedì 27 giugno 2016

SPAGNA: PERCHÉ HA PERSO PODEMOS? di Piemme

[ 27 giugno ]

Cinque sono i dati salienti della tornata elettorale spagnola.
(1) In primo luogo il successo del Partito Popolare, ovvero della destra storica spagnola, erede diretta del franchismo. Dentro questo successo, quello personale di Rajoy, che ora riceverà il mandato per formare il governo. Molto probabilmente di "larghe intese" con il Partito socialista —così come chiedono le classi dominanti spagnole e gli oligarchi euro-tedeschi
(2) La sostanziale tenuta del Partito socialista che ha evitato l'annunciato sorpasso da parte di Podemos e può quindi, vendere cara la pelle nell'ipotesi di dover governare assieme a Rajoy e il partito Popolare.
(3) Il vero e proprio crollo di Ciudadanos, la neonata formazione neoliberista che, sul lato destro del panorama politico spagnolo, ha cercato di emulare Podemos.
(4) Il forte calo dei votanti. Un dato rilevante se si pensa che da sei mesi la Spagna era senza governo ed in una ininterrotta campagna elettorale ossessivamente alimentata dai media.
(5) La sconfitta elettorale di Unidos Podemos. L'alleanza tra il movimento di Pablo Iglesias e Sinistra Unita non solo non scavalca il Partito socialista, ma perde una milionata di voti rispetto ai voti che le due formazioni ottennero a dicembre.

Come spiegare il "fracaso", il fallimento di Podemos?

Le prime analisi dei flussi elettorali indicano che, mentre una piccola parte di ex-elettori di Podemos e Sinistra unita ha votato per i socialisti, la maggioranza non si è recata alle urne o ha votato scheda bianca. Un fallimento che sarebbe stato catastrofico senza i notevoli successi nei Paesi Baschi ed in Catalogna —che si spiegano per le peculiarità di queste due nazioni e per il decisivo contributo dei movimenti indipendentisti.



Allora la vera domanda è non tanto perché non c'è stato l'annunciato "sorpasso", ma perché centinaia di migliaia di cittadini che a dicembre votarono Podemos o Sinistra unita hanno scelto l'astensione?

A rischio di sbagliarmi, ed avendo seguito la campagna elettorale spagnola, anzitutto nelle sue ultime battute, azzardo la mia spiegazione.

La ragione che a me pare prevalente è che Podemos, anzitutto attraverso le dichiarazioni in pompa magna del suo leader carismatico, ha scelto un posizionamento elettorale moderato, posizionamento che tanti elettori hanno respinto.

Di che parlo? Parlo di alcuni clamorosi errori compiuti da Pablo Iglesias.
Provo ad elencarli senza seguire un rango per importanza.
(1) I dirigenti di Podemos hanno voluto credere ai sondaggi, che davano per acquisito il "sorpasso". "Io sarò il primo ministro di un governo coi socialisti", ha più volte ripetuto Iglesias: vertigini del successo che spiegano non solo una sicumera indisponente, ma quanto prigioniero Iglesias si sia dimostrato del cerchio magico dei media, e quanto poco egli percepiva i sentimenti più profondi di tanti suoi elettori, quanto bolliva nella pentola della sua base sociale. Questo, diciamo così, potrebbe essere considerato un peccato veniale, parzialmente perdonabile, non possono esserlo invece quelli capitali.
(2) Errore clamoroso si è rivelata la fretta governista, incarnata nella proposta politica centrale della campagna elettorale: quella del governo di coalizione con il Partito socialista, il principale pilastro, più ancora del Partito popolare del regime euro-oligarchico —che è come se qui gli M5S proponessero un governo di coalizione col Pd. Gli elettori più radicali e di base di Podemos e Sinistra unita hanno respinto questo....inciucio.
(3) Per giustificare questa alleanza di governo con il Partito socialista, Iglesias ha fatto concessioni programmatiche ai socialisti che sarebbero state considerate impossibili solo pochi mesi prima. Nessuna proposta di nazionalizzazione di banche e settori strategici per colpire i santuari della casta oligarchica, abbandono totale della rivendicazione storica della sinistra spagnola di uscita dalla NATO, nessun riferimento al superamento dell'ordinamento istituzionale monarchico.
(4) Un vero e proprio autogol la dichiarazione rilasciata da Pablo Iglesias dopo il dirompente successo popolare della Brexit. Citato: «Giorno triste per l’Europa. Va cambiata, perché da un’Europa giusta e solidale nessuno vorrebbe andarsene. Cambieremo l’Europa». Che pena! Una dichiarazione di fede europeista che lo ha collocato al fianco delle euro-oligarchie che dice di voler combattere. Uno tsiprismo fuori tempo massimo. Un errore clamoroso, questo aver reiterato proprio dopo Brexit, il suo europeismo, visto che oramai quasi la metà degli spagnoli è nel campo dell'euroscetticismo e che l'eurofilia è in rapido declino di consensi anche da quelle parti.
(5) Non solo Iglesias ha affermato che Podemos è la "vera socialdemocrazia dei nostri tempi" (sic!), negli ultimi giorni di campagna è giunto a tessere le lodi di Jose Luis Rodriguez Zapatero, qualificato come, testuale! "...il miglior presidente della democrazia" [Democrazia il regime monarchico di Spagna??]. Zapatero, ovvero il primo ministro socialista sotto il cui governo sono state adottate in Spagna (e gli spagnoli se lo ricordano molto bene) le più radicali e antipopolari misure neoliberiste e austeritarie —come qui fece Prodi tanto per capirci.
Iglesias non sembra sapere o volere correggere la rotta. Sembra si sia incartato, ha perso lo smalto...

Nella sua dichiarazione a caldo di ieri notte ha anzi aggravato le cose, insistendo comunque per un'alleanza coi socialisti, dicendo che Podemos è ancora pronta a costruire una "blocco progressista contro il blocco conservatore", il quale ultimo avrebbe "aumentato i suoi consensi". 

Una dichiarazione molto grave quindi, e per due regioni, non una sola. 

La prima è che Iglesias ha teso ad accreditare una svolta a destra dell'elettorato che non c'è stata —Partito Popolare e Ciudadanos assieme hanno perso anche loro in voti assoluti. Ricordiamo che durante la campagna Iglesias aveva più volte ribadito che più che i seggi si sarebbe dovuti considerare i voti assoluti. 
La seconda è che inopinatamente lo stesso Iglesias, venendo meno alla principale narrazione su cui Podemos è sorta ed ha sfondato, ovvero essere alternativa ad entrambi i due pilastri del regime oligarchico —leggi: oltre la dicotomia destra(PP) e sinistra (POSOE)— ora ripropone niente meno che la minestra riscaldata del falso bipolarismo "progressisti/conservatori".

Iglesias sembrava un populista radicale intelligente, un leader coraggioso deciso a rompere il bipolarismo che ha ingessato la Spagna dopo Franco. E' finito nella palude del più modesto dei politicismi pseudo-macchiavellici, facendosi arruolare come truppa di complemento del sistema eurista e come salvagente del bipolarismo comunque moribondo.

Ps.
Tante volte Iglesias ha detto di considerarsi un alunno di Antonio Gramsci.
Altro che Gramsci e lotta per l'egemonia attraverso una lunga guerra di posizione per conquistare le casematte nella società civile. Qui siamo in presenza di un'impaziente guerra di movimento elettoralista per accedere al vertice delle istituzioni di quella che si scrive "democrazia spagnola"
 ma si deve leggere "monarchia".






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PROGRAMMA 101: AVANTI!

[ 27 giugno ]

«Il mio stato d'animo sintetizza questi due sentimenti e li supera: sono pessimista con l'intelligenza, ma ottimista per la volontà». 
ANTONIO GRAMSCI

All'Assemblea che si terrà presso l’Hotel Sole, via della Rose, CHIANCIANO TERME (SI)si partecipa su invito.

Per informazioni: 
scrivi a: appello@programma101.org 
o telefona al 3477815904 (Leonardo) 
Oppure vai al sito di Programma 101


Programma dei lavori


Crisi sistemica, sollevazione popolare, rivoluzione democratica

Relatori: Norberto Fragiacomo e Moreno Pasquinelli

E’ una crisi senza fine. L’avevamo detto subito che, data la sua natura sistemica, quella scoppiata nel 2008 non sarebbe stata una crisi come le altre. Le classi dominanti, specie in Europa, non hanno alcuna ricetta per uscirne se non perseguire politiche neoliberiste e antipopolari che aggravano il marasma.
Ma così non può continuare. Questa consapevolezza è forte nei più ampi strati popolari, ma c’è un nemico: il pessimismo, la rassegnazione, l’idea che in futuro andrà ancora peggio. Nei settori più politicizzati c’è un altro nemico: l’idea che il popolo non sia più capace di ribellarsi, di riprendersi la sovranità che gli spetta.



Non bisogna basare la politica sull’umore dei cittadini, mutevoli per loro natura, ma sulle condizioni oggettive. Da questa crisi generale, volenti o nolenti, si uscirà solo con svolte radicali, che cambieranno a fondo l’Italia e l’Europa.
Una rivoluzione democratica non è solo necessaria, è possibile. In caso contrario le classi dominanti tenteranno di trasformare in vere e proprie dittature gli attuali regimi oligarchici.
Quanto è realistica questa nostra visione? A quali condizioni una sollevazione popolare potrà vincere? Quali gli ostacoli da superare? Quali le forze protagoniste? Queste le domande alle quali i relatori, ed il successivo dibattito, cercheranno di dare una risposta.


Il nuovo soggetto politico e la questione del populismo

Relatori: Manolo Monereo e Diego Melegari

Un nuovo fantasma si aggira per l’Europa: il "populismo". Ogni movimento, ogni forza politica che osa opporsi al regime ed al pensiero unico delle oligarchie viene etichettato come populista. Ma cos’è il populismo?
Dal punto di vista teorico, ormai non siamo più soli a sostenere che ci si debba confrontare seriamente con questa categoria. Ma è dal punto di vista pratico che la questione ha un’importanza capitale. Oggi, in un certo senso, l’intera lotta politica, e la stessa lotta di classe, sembrano svolgersi dentro il “campo da gioco” del populismo.
Vi è dunque un populismo dei dominanti (si pensi a Renzi), ed un populismo dei dominati. Se per il potere il populismo è una necessità dovuta alla straordinaria crisi di consenso di cui soffre, per le classi popolari esso può essere, dopo il tracollo verticale delle tradizionali organizzazioni politiche e sindacali, lo strumento della riscossa.
Occorre perciò attrezzarsi per combattere la battaglia su questo terreno. Da ciò derivano conseguenze assai rilevanti sul tipo di soggetto politico da costruire, sulle rotture teoriche da operare, sulle modalità dell’azione politica, su modi e linguaggi utili a veicolare il nuovo messaggio politico, sociale ed anche ideale.

CLN: alleanze e idee per la liberazione dalla gabbia europea

Relatori: Ugo Boghetta e Marco Mori

Se lo scontro si farà davvero duro come pensiamo, l’esigenza di costruire un fronte ampio non sarà solo nostra. Da tempo parliamo, e non solo noi, della necessità di costruire una sorta di CLN. Ma un vero Comitato di Liberazione Nazionale potrà sorgere solo nel vivo della lotta.
Ora è il momento di porsi in concreto tre questioni: quali le idee-forza in grado di mobilitare i più ampi settori popolari per arrivare all’uscita dalla gabbia europea? Quali forze sociali e politiche saranno spinte a coalizzarsi contro il nemico comune? Cosa fare già oggi affinché prenda forma domani il fronte ampio della liberazione?

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domenica 26 giugno 2016

A CHE SERVE LA TEORIA IN POLITICA?

[ 26 giugno ]

BREVI NOTE SUL CONVEGNO DI PARMA

Come annunciato si è svolto ieri a Parma, organizzato dai compagni di ROSS@, l'incontro "IL FILO DI ARIANNA". Annunciandolo noi ci eravamo presi una licenza poetica, titolando "Un convegno coi fiocchi", volendo segnalare quanto fossero importanti e dirimenti i due temi posti in discussione, ed anche lo spessore dei relatori.

I compagni parmensi, ne siamo sicuri, oltre a mettere in rete le registrazioni video filmate, faranno un resoconto scritto per consentire a chi non c'era, di farsi un'idea di quanto detto. Essi, ne siamo certi, tireranno le loro conclusioni.

Noi tiriamo le nostre, limitandoci a quel che ci pare essenziale.

Anzitutto ottimo il livello teorico, dove per ottimo è da intendersi la capacità degli intervenuti di aver saputo stare ai punti indicati dai promotori e quindi messo carne al fuoco. In particolare segnaliamo — oltre agli interventi di Giorgio Cremaschi (a destra nella foto sopra) e Sergio Cararo, che hanno sottolineato l'importanza della vittoria di Brexit e denunciato le posizioni pro-Ue di certa sinistra nostrana— i contributi di Carlo Formenti, Samuele Mazzolini, Moreno Pasquinelli e Mimmo Porcaro. 

Carlo Formenti perché, ribaltando la vecchia lettura "operaista" sulla "composizione di classe", ha fornito spunti decisivi per quanto attiene invece alla natura e ampiezza del fronte nemico, del suo carattere composito, della pervasività dell'ideologica della narrazione mondialista ed eurista, di come le élite oligarchiche esercitano la loro egemonia —anzitutto sulle fasce giovanili.  Formenti ha descritto quello che ha chiamato, in barba alle suggestioni nuoviste indotte dai nuovi mezzi di comunicazione, modello non solo di lavoro ma di vita "walmart", in cui gli sfruttati e gli oppressi, lungi dal sentirsi tali, si immedesimano invece con il nemico, ovvero proprio con quelle élite che succhiano loro, da ogni poro possibile, ogni singola goccia di plusvalore, relativo e assoluto.

Mazzolini perché ha saputo riassumere, e non era facile, il pensiero di Ernesto Laclau sul "populismo" e del perché le sue proposizioni sono di attualità e ci aiutano a capire certi nuovi fenomeni politici (vedi M5S o Podemos con il loro mantra anti-casta) etichettati dispregiativamente dalle élite come "populisti". In particolare Mazzolini si è soffermato sui cardini della visione laclausiana, e tra queste, la capacità di un movimento di agire sul livello passionale della politica, di parlare al cuore e non solo alla testa di chi sta in basso, sulla imprescindibile funzione carismatica del capo, da non confondere con il caudillo che tutto fa e disfa, ma come elemento capace di essere perno di un organismo collettivo.


Moreno Pasquinelli e Diego Melegari
Pasquinelli ribadendo l'opzione populista e del perché essa è imprescindibile per chiunque voglia oggi costruire un soggetto politico di massa per la liberazione dal regime oligarchico, ha segnalato i limiti del discorso laclausiano sul populismo —e del perché esso non ha attecchito nella sinistra italiana—, ha sottolineato come alcuni pezzi del suo discorso, in particolare sui meccanismi che presiedono alla lotta per l'egemonia —al di la delle evidenti differenze con l'impianto gramsciano— sono oggigiorno utilissime.
In una società dove oramai è diventato "senso comune" l'idea che la principale divisione è tra chi sta in alto e chi sta in basso (matrice di ogni populismo antioligarchico), il movimento POLITICO che va costruito e per cui c'è uno spazio ampio, malgrado qui in Italia esso sia ricoperto temporaneamente da M5S, è dunque "necessariamente populista". 

Pur nelle differenze è emerso chiaro il filo conduttore filosofico tra i tre: riguardo al patrimonio teorico lasciato in eredità da Marx, occorre salvare il bambino ma gettare una volta per tutte l'acqua sporca. E qual è quest'acqua sporca? La cattiva e teleologica filosofia della storia di matrice hegeliana (contaminatasi col tempo con darwinismo e positivismo) che vuole concepire l'epopea umana come un irreversibile  movimento in avanti, che dall'arretrato muove necessariamente verso l'avanzato, come un ineluttabile processo verso l'emancipazione e la libertà. Di qui l'idea che più il capitalismo sviluppa le sue forze produttive, più il socialismo sarebbe vicino. Di contro a questa concezione meccanicistica ed economicistica, tutti e tre i relatori hanno insistito che invece centrale è la funzione della politica, quindi la necessità di un potente soggetto politico che, pur sempre tenendo conto della situazione reale, riesca non solo a risvegliare le forze sovversive latenti, ma sappia anche plasmarle entro un orizzonte rivoluzionario. 

Mimmo Porcaro, oltre ad aver convenuto con queste proposizioni, non ha esitato ad attualizzarle ed a portare alle estreme conseguenze ciò che va dicendo e scrivendo da anni. 
In estrema sintesi: dopo la fine del fordismo e del ciclo keynesiano, dopo il crollo dell'URSS e del movimento operaio organizzato, quattro decenni di neoliberismo dispiegato ci consegnano una società profondamente mutata, polverizzata e frantumata, ove la classe operaia non può più agire come centro di un fronte
Stefano Zai e Mimmo Porcaro (a destra)
egemonico antagonista. La cosiddetta "sinistra radicale" non ha saputo capire né riconoscere questi profondi cambiamenti, e ciò ci aiuta a comprendere perché, dopo essere stata satellite e complice del Pd, è chiusa in una riserva in cui è destinata a passare a miglior vita. Anche noi, ha sostenuto Porcaro, siamo in ritardo, ma possiamo ancora essere della partita, a patto di muovere da categorie fondamentali quali "popolo" e "nazione", intrecciandole strettamente al principio che prima dell'economia viene la politica, rideclinando modernamente il socialismo come società in cui il bene comune sovraordina tutto il resto, ripensando la struttura economica come un sistema misto, in cui forti elementi di economia nazionalizzata e pianificata convivano con settori necessariamente mercantili. Ci servono prima possibile, ha concluso Porcaro quattro, cinquemila militanti per dare vita ad un partito democratico di massa, che sia il perno di un blocco gramscianamente nazionale-popolare, che includa, assieme al lavoro dipendente, la piccola e media impresa ed ovviamente i diversi settori dell'esclusione sociale.

Di conclusioni, da questo convegno, se ne potrebbero trarre diverse.
Tra queste noi preferiamo citare quella che Pasquinelli ha perentoriamente gettato a bomba nel dibattito: "Compagni, siamo davvero, tutti noi, d'accordo con la sostanza della proposta politica esposta da Porcaro? Se sì, guardate che il soggetto politico nuovo di cui c'è tanto bisogno ce lo abbiamo già a portata di mano".



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BREXIT: ECCO LE DICHIARAZIONI PIÙ INCREDIBILI... di Marco Mori

[ 26 giugno ]

La dittatura nazi-UE dichiara guerra alla Gran Bretagna. Ecco le dichiarazioni post brexit più incredibili.

Lo storico voto del brexit ha avuto un altro vantaggio. L’UE ha definitivamente mostrato la sua natura, assimilabile solo ad un altro totalitarismo ben conosciuto: il nazismo. 

L’UE oggi è un ordinamento di carattere spiccatamente imperialista che punta a sottomettere chiunque non si pieghi al proprio volere, che poi non è altro che quello della grande finanza. In sostanza, come ho riferito al Parlamento Europeo davanti al gruppo EFDD, l’UE è il primo totalitarismo finanziario della storia.

Proprio su questo punto si nota la differenza principale tra il nazismo “storico” e questo nuovo modello.Mentre il nazismo nasceva come risposta al neoliberismo, questa nuova dittatura è propriamente l’essenza del neoliberismo e punta a distruggere ogni altro Stato nazionale che osi rifiutare il mantra del mercato “uber alles” (sopra tutto!).

Lo scopo principale di questo pezzo è quello di riportare le dichiarazioni rilasciate, a vario titolo, dagli esponenti di questa oscena dittatura contro la Gran Bretagna, esse meritano di essere riepilogate, perché si tratta di vere e proprie dichiarazioni di guerra. Cominciamo questa oscena rassegna.


Juncker, il Presidente con evidenti problemi con l’alcol della Commissione Europea, ha subito gettato benzina sul fuoco precisando che “non sarà un divorzio consensuale”. Si è poi lanciato anche in una chiarissima minaccia: “presto dimostreremo che Londra stava meglio dentro l’Unione”.

Ed ancora, per spezzare le reni ad ogni altro tentativo dei popoli di abbandonare questa criminale dittatura, ha anche affermato: “il fronte populista sparso negli altri stati membri non la spunterà”.

Era davvero dai tempi del nazismo e del fascismo che non si sentivano questi toni tra nazioni europee. Juncker, anziché rispettare le decisioni di uno Stato sovrano e di impostare con esso rapporti importati al rispetto, alla pace ed alla solidarietà, sceglie immediatamente la via del conflitto. Peraltro per restare in tema nazismo, Juncker, ha aggiunto che senza la GB il ruolo della Germania in UE sarà ancora più centrale, alla faccia di chi ritiene che in Europa ci sia reciprocità di condizioni tra le nazioni partecipanti.

Il kapò Martin Schulz parimenti, già prima del referendum, aveva criticato il referendum “Cameron scandaloso, tiene in ostaggio un intero continente”. Strano, stranissimo concetto di democrazia. Le opinioni, peraltro assolutamente legittime della maggioranza, secondo questi soggetti non dovrebbero contare più.

Donald Tusk ha invece parlato di “decisione politicamente drammatica”. Anche qui, cosa ci sia di drammatico in un popolo che vuole rimanere indipendente e sovrano, non si riesce a comprendere. Tale scelta infatti non impedirebbe affatto, se l’UE non si ponesse in modo aggressivo verso il Regno Unito, di informare i rapporti con esso a criteri di rispetto, collaborazione e solidarietà. Il brexit significa solo che Bruxelles non potrà più imporre la propria volontà nella Gran Bretagna, ma che dovrà accettare di essere alla pari con essa. Solo le dittature non accettano questi principi basi della convivenza civile.

Non sono poi mancate le classiche dichiarazioni contrarie alla decenza di Mario Monti (cosa faccia costui ancora a piede libero è un mistero…), che ha precisato che il referendum é stato un uso irresponsabile delle democrazia. Che vi deve dire ancora questo soggetto inqualificabile per farvi capire che desidera e vuole imporre definitivamente una dittatura nel continente?

Non poteva neppure mancare la dichiarazione del nulla cosmico, Matteo Renzi, che proprio stamani ci ha ricordato che “l’Europa non è finita, ma ora deve svegliarsi”. Una “supercazzola” inutile quanto fastidiosa da parte di chi, in realtà, non ha il coraggio di esprimere alcuna opinione.

A proposito di nullità nostrane, come non rimarcare Giorgio Napolitano, che ha definito il naturale corso della democrazia “una scelta sciagurata”. Non avevamo dubbi su cosa pensasse chi ha dedicato la vita a leccare il culo al potere in ogni sua forma. Siccome oggi il potere è quello della finanza internazionale, Napolitano ha subito deciso dove ricollocare la sua lingua felpata.


Certamente meno comici, ed assai più pericolosi, sono invece i tentativi di destabilizzare l’unità della Gran Bretagna sostenendo una nuova campagna indipendentista in Scozia e il distacco dal Regno anche di Londra ed Irlanda del Nord. Se Paesi stranieri sosteranno, come pare, tale scenario, saremo difronte ad un atto ostile a cui certamente seguirà una reazione simmetrica che potrebbe portare forti conflitti in Europa.Avvisiamo subito i disperati falchi di Bruxelles che la GB non è l’Ucraina e non si farà disintegrare facilmente dai potentati stranieri.

Anche molti giornalisti si sono dimostrati completamente asserviti al potere con una serie di dichiarazioni che ripudiano ogni forma di democrazia, insultano gli elettori che hanno detto sì all’uscita. In tanti, onestamente in troppi, hanno coniato la bestemmia del referendum quale abuso di democrazia. I giornalisti che dicono questo andrebbero radiati immediatamente dall’ordine. Ma in realtà non mi aspetto neppure sanzioni disciplinari.

Dire che la democrazia è un male da estirpare oggi è diventato di moda in questa Europa nazista. E paradossalmente per i media gli estremisti sono coloro che, come me, denunciano duramente questo stato di cose.

Tra gli esponenti più squallidi del giornalismo italiano, oltre Gianni Riotta, che ha avuto l’indecenza di rimarcare che la povera Jo Cox è morta invano, anche questa Nathania Zevi merita menzione. Ci ha infatti deliziato così:

Si è poi affrettata a dire che era una provocazione, certo che lo era! Era una provocazione all’intelligenza!

Merita lo screenshot anche il tweet di Alan Friedman, altro autentico spirito liberale:

Insomma si rispetta la democrazia, ma chi ha votato come non la pensa lui è un cretino.

D’altronde questi “pseudo” giornalisti, sono gli stessi che omettono di ricordare anche all’Italia, che grazie all’UE e all’euro, abbiamo perso 1/3 del settore manifatturiero ed il 25% della produzione industriale. L’Unione Europea ha avuto su di noi gli effetti di una guerra e solo persone disinformate da giornalisti di regime possono ancora credere in essa. Dunque chi sono i cretini, caro Friedman?

Gli euro-nazisti vanno fermati, il tempo è sempre meno e la loro pericolosità per la pace mondiale aumenta di giorno in giorno.

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Brexit e sterlina: il "minimo storico" di Alberto Bagnai

[ 26 giugno]

Il grafico mostra la media mensile del tasso di cambio sterlina/dollaro quotato incerto per certo (cioè costo di un dollaro in sterline, ovvero quantità di sterline necessaria per acquistare un dollaro) dal 1971 ad oggi. Per il mese corrente, al posto del dato medio, uguale a 0.69487, ho messo il valore attualmente quotato, pari a circa 0.73 (e quindi un po' svalutato, nel senso che ci vogliono più penny per un dollaro):

(fonte dei dati).

Appare del tutto evidente che per un inglese i dollari non sono mai costati così tanto... dal luglio 2014 (quando il cambio era a 0.58)!

O no?

Ah, per i diversamente economisti (quelli della generazione Erasmus) qui vi metto il grafico della quotazione certo per incerto (dato che, fra l'altro, la sterlina è sempre stata quotata così, mentre noi questa quotazione la adottiamo solo da quando siete nati voi, perché ha molto meno senso per motivi detti e stradetti - a proposito: chi se li ricorda?):


La fonte è la solita, e in questo caso il minimo lo vedete appunto come un minimo, perché questo grafico rappresenta il costo di una sterlina in dollari (e quindi se scende la sterlina vale meno). E anche qui, come vedete, è evidentissimo che la sciagurata Brexit ha portato la sterlina al suo minimo storico.

O no?

E con questo mandiamo un gran ciaone a chi ci dovrebbe informare ma non si attiene a un minimo di deontologia, mentre io, col vostro permesso, devo correre a cena: il mio peso corporeo è ai minimi storici e sono seriamente preoccupato. Ma un motivo c'è: sono appena stato in bagno. Ah, scusate, avevo omesso un dettaglio: il mio peso è sì ai minimi storici, ma da un quarto d'ora fa. D'altra parte nel mondo della globalizzazione il tempo corre più in fretta, e un quarto d'ora oggi vale come un decennio negli anni '70, quelli della generazione Beatles di vecchi ignoranti bifolchi illetterati egoisti buzzurri che hanno rovinato l'Inghilterra, portando la sterlina in territori mai esplorati prima.

Un po' come i nostri giornalisti, non trovate?


 Fonte: Goofynomics

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sabato 25 giugno 2016

BREXIT: un no alle tecno-oligarchie dell'euro-germania di Vittorio Emanuele Parsi



[25 giugno] 

Come tutti hanno potuto vedere le élite euriste a causa della loro cocente sconfitta hanno letteralmente perso la testa. Ma non tutte le teste d'uovo sono nel pallone.
Alcune voci critiche si levano anche ai piani alti dell'intellighenzia sistemica.
Questo intervento di Vittorio Emanuele Parsi su il Sole24ore di oggi è senza dubbio molto significativo e ne consigliamo vivamente la lettura.


E così, alla fine, gli Inglesi se ne sono andati via. Sono usciti dall'unione. I primi a farlo, forse non gli ultimi: di sicuro la manifestazione più eclatante di un continente in fuga. Se qualcosa accomuna i popoli europei oggi, ben più del passaporto color melanzana e di una serie di regolamenti e normative percepite da tanti, a torto o a ragione, come diktat se non capestri, questo è l'essere dei fuggitivi. Uomini e donne in fuga da un establishment, europeo e nazionale, che non lascia altra possibilità che quella della fuga, perché di ascoltare, includere, rappresentare non è più capace.
Lo aveva ben formalizzato tanti decenni fa quel genio di Otto Hirschman, nel suo schema exit/voice: abbandono o protesta.
Quando all'interno di una qualunque organizzazione le possibilità di voice (di richiedere un cambiamento con qualche chance di essere ascoltati) è preclusa, non resta che l'exit, l'andarsene. Ora i tanti sordi che non solo a Bruxelles, ma in ogni capitale dell'Europa sono stati incapaci di fornire una risposta alle proprie popolazioni in fuga, criticano Cameron per aver fatto il contrario, per aver lasciato votare il popolo (sovrano) sul futuro di quel bene (la sovranità, appunto) di cui esso è il detentore di ultima istanza. Quando invece va reso merito a Cameron di aver osato affrontare un referendum (e non un plebiscito) per provare a portare dalla parte del "remain" un popolo il cui sentimento dominante era a favore del "leave".
Cameron ha perso, e con lui abbiam certamente perso tutti noi. Ma quale è stato il contributo, il sostegno che gli altri non-leader europei gli hanno offerto? Una mancia, soldi, "80 euro" in salsa inglese, per così dire. E poi le consuete minacce da fine del mondo, "dopo di me il diluvio", e simili sciocchezze: tutte cose che ricordavano la bufala del millennium bug, più che prospettive politiche. Hanno tentato di comprare o di minacciare gli inglesi, immemori che questi avranno tanti difetti, ma non temono certo la battaglia in solitaria. A tutti i Soloni che ignorano la storia e oggi accusano gli inglesi di "egoismo" mentre si riempiono la bocca di quanto l'Unione abbia fatto per la pace in Europa, vorrei sommessamente ricordare che senza il valore solitario e straordinario dei britannici, un ben diverso progetto di unificazione europea si sarebbe realizzato nel 1940. 
Ora tutti temono, e giustamente, che la via inglese possa essere adottata dagli altri: ed è evidente che la paura quasi inconfessabile è che la Francia possa seguire lo stesso percorso. In troppi si illudono che senza gli inglesi, finalmente potremo procedere più speditamente verso "un' Unione più stretta", inconsapevoli di come proprio la fuoriuscita inglese metta in evidenza la penosa qualità dell'establishment europeo, l'assenza di leadership, a partire da quella tedesca. Tutti fattori che renderanno più difficile fronteggiare il contagio.
Dagli quindi agli inglesi, guardando al dito anziché alla Luna...ma se mettiamo insieme quello che è successo giovedì nel Regno Unito, con le crescenti percentuali di astensione in tutte le tornate elettorali e con il consenso che raccolgono i partiti anti-establischment (e quindi anti-europeisti) in ogni singolo paese europeo, allora dovrebbe essere chiaro che la vera fuga, la vera exit, è quella del grande ceto medio allargato e impoverito dalle politiche, dai discorsi, dalle retoriche di establischment che hanno dimostrato sul campo, e per anni, di non saper e voler essere classi dirigenti. 
L'Unione non scalda più i cuori di nessuno perché non si è rivelato quello scudo  contro gli effetti più iniqui della globalizzazione che ci era stato propagandato in questi decenni; ma semmai Il suo moltiplicatore e la sua cinghia di trasmissione. L'Unione non ha tutelato i residui di sovranità popolare dall'assalto degli oligopoli finanziari semmai anzi ne ha decretato lo svuotamento ne ha sancito il trasferimento presso ristretti circoli da nessuno e da nulla legittimati a impossessarsi del potere di decidere su futuro delle nostre vite e di quelle dei nostri figli. Se su questo qualche leader europeo, non importa di quale Paese, è disposto a raccogliere la sfida e a tentare di invertire il trend, troverà seguito e salverà l'Europa con l'aiuto e nel nome del popolo, non contro e a spese del popolo.

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