martedì 18 settembre 2018

COSA FAREI AL POSTO LORO di Stefano Fassina

[ 18 settembre 2018 ]


Pubblichiamo l'intervista pubblicata oggi dal sussidiario.net a Stefano Fassina


* *  *


D. Nella cena a casa di Calenda si sarebbe detto qualcosa di sinistra?
R. Non credo. Mi pare che nel Pd non vi sia alcuna consapevolezza del passaggio di fase che stiamo attraversando. 
D. Proseguono le iscrizioni al fronte popolare antisovranista. Ora è arrivato anche Asselborn: le destre vanno fermate. E' d'accordo?
R. No, perché è una linea che spalanca ulteriori praterie a quelli che vengono definiti populisti e sovranisti, termine che io preferisco non usare perché fuorviante.

LA STAMPA sulla riunione del Consiglio dei ministri svoltosi ieri

D. Chi sono gli erroneamente definiti "sovranisti"?
R. Sono coloro che oggi intercettano l'enorme sofferenza economica e sociale determinata dalle scelte che sono state fatte, nell'ultimo quarto di secolo, proprio da coloro che oggi si vogliono unire in fronte europeista, fronte repubblicano, progressista, civico e via dicendo. 
D. Di chi è la colpa?
R. Della sinistra storica, e vi metto tutti i partiti della famiglia socialista europea. Questa sinistra è stata corresponsabile, attraverso il mercato unico, l'euro e l'allargamento ad Est, di un ordine economico e sociale che ha colpito non solo gli interessi dei lavoratori, quegli interessi sociali che la sinistra storicamente avrebbe dovuto rappresentare e difendere, ma anche la classe media. 
D. E oggi?
R. In questo quadro, costruire un fronte che ha come unico elemento distintivo l'argine contro i presunti fascismi, senza la minima autocritica e una discontinuità politica rispetto all'Ue e all'eurozona, vuol dire aprire ulteriori spazi per l'affermazione delle forze che si vorrebbero contrastare.
D. Lei ha scritto che senza Stato nazionale non c'è Costituzione. La sua associazione si chiama Patria e Costituzione. Lei è di sinistra, che cosa le interessa di più? Salvaguardare la Costituzione o combattere la diseguaglianza?
R. Dopo il '68 è diventata prevalente a sinistra una cultura politica che ha assolutizzato il senso negativo di nazione, patria e Stato come fattori regressivi, autoritari e tendenzialmente fascisti. Questa interpretazione di fatto ha assecondato il liberismo, perché ha accompagnato e quasi sostenuto lo smantellamento dello Stato che invece è condizione necessaria per dare attuazione ai principi della Costituzione e contrastare le diseguaglianze. L'articolo 52 dice che la difesa della patria è sacro dovere del cittadino. Nel 1945, quando ancora la memoria della patria fascista era molto viva, Togliatti scrisse su Rinascita che i comunisti erano patrioti e internazionalisti — in opposizione ai cosiddetti cosmopoliti — e l'essere patrioti era la condizione per poter difendere il lavoro.
D. E dopo?
R. Dopo si è ceduto all'offensiva degli interessi più forti, perché i trattati europei hanno come cardine la stabilità dei prezzi e la concorrenza e contraddicono radicalmente i nostri principi costituzionali, che non sono affatto quelli dello "Stato minimo" verso il quale siamo scivolati a livello europeo con il pesante ridimensionamento degli strumenti di regolazione politica dell'economia.
D. M5s e soprattutto la Lega lo scorso 4 marzo hanno vinto opponendosi all'Europa del vincolo esterno e dei trattati. Ora continuano a ripetere che la legge di bilancio rispetterà i parametri europei. Che cosa è successo al governo?
D. Il principio di realtà si è imposto sui discorsi della campagna elettorale. Quasi nessuno se n'è accorto, ma la maggioranza M5s-Lega ha approvato la risoluzione al Def nel giugno scorso, mettendo nero su bianco in via ufficiale l'impegno a rispettare gli obiettivi del Fiscal compact. Sarà un caso, ma è avvenuto proprio quando Salvini annunciava il censimento dei rom.
D. Come giudica gli ultimi movimenti della politica europea, in particolare le aperture del Ppe a Orbán e attraverso di lui a Salvini?
R. E' il tentativo da parte degli interessi più forti, rappresentati dal Ppe, di rimanere al centro del gioco, scartando i socialisti, ormai spompati e dissanguati da 25 anni di subalternità al neoliberismo, e costruendo un ponte con i populisti/sovranisti.
D. Uno scambio di potere...
R. Certo. E in cambio del sostegno alla conservazione, si dà ai "sovranisti" un po' di margine di manovra. Un gioco politico di consolidamento e di continuità nella tutela degli interessi che hanno dominato in questi anni. 
D. Lo scenario?
Salvini e Orbán sosterranno il candidato della Cdu (Weber, ndr) alla presidenza della Commissione, ottenendo in cambio una Europa-fortezza. I paesi più in difficoltà avranno un margine di manovra, naturalmente limitato, ma l'impianto europeo resterà inalterato. Soprattutto continuerà ad essere contro il lavoro e la giustizia sociale.
D. A cosa va la sua preferenza? Alla flat tax o al reddito di cittadinanza? 
A nessuno dei due perché sono due facce della stessa medaglia, la rinuncia a un intervento della politica che promuove la piena e buona occupazione. Una politica da Stato minimo, che "lascia fare" (flat tax) e dà un obolo di assistenza (rdc) per tenere a bada la sofferenza sociale.
R. Cosa farebbe al posto di Salvini e Di Maio? Quale sarebbe il suo provvedimento-simbolo?
D. Un programma triennale, anche sconfinando in modo determinato dai vincoli del Fiscal compact, per infrastrutture pubbliche e mesa in sicurezza del territorio. Consentirebbe di sostenere la domanda interna e dare lavoro a tante piccole e microimprese che in questa Europa mercantilista sono soffocate. Un'idea non molto diversa dal punto centrale del piano Savona.
D. Lei ha invitato tutte le forze presenti in parlamento a sostenerlo. Compresi M5s e Lega, vien da dire. Perché?
R. Farlo proprio è nell'interesse di tutti perché suggerisce una cornice minima fondamentale entro la quale il paese può ancora salvarsi. Se invece ci adattiamo a un quadro soffocante, esso soffocherà chiunque si troverà al governo.

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SCUOLA: GOVERNO, SE CI SEI BATTI UN COLPO di Nello De Bellis

[ 18 settembre 2018 ]

Tra i molti addebiti al Governo giallo-verde uscito dalle urne il 4 marzo scorso quotidianamente rimarcati dalle opposizioni e dai mass-media, ci sembra manchi significativamente quello riguardante il tema della Scuola. Eppure con le migliaia di abbandoni da parte di giovani che hanno appena completato il ciclo dell'istruzione inferiore (elementari e medie) e che non proseguono il corso degli studi superiori o lo lasciano precocemente, il dato segna un'autentica emergenza sociale che non è circoscrivibile al mondo dell'istituzione scolastica. 

All'abbandono degli studi in itinere va senz'altro sommato il trend negativo del calo delle nascite per cui in diverse realtà non si formano o sono drasticamente ridimensionati anche i plessi scolastici delle elementari. Sono 15.000 gli studenti che mancano all'appello quest'anno nelle aule nella sola Campania, la maggior parte a Napoli, in una regione colpita anche da altri non meno gravi problemi economico-sociali. 

Eppure nel discorso d'insediamento del premier Conte non vi è stata nemmeno un cenno alla Scuole e alle sue annose problematiche. Molti temi, anche importanti, alcuni strategici, sono all'ordine del giorno dell'agenda politica e all'attenzione dell'opinione pubblica, ma manca questo. Non si affronta, anzi nemmeno si pone la prospettiva di un Paese (non certo di una sola regione) in cui vengono meno le leve delle nuove generazioni a livello sia intellettuale che puramente biologico. Certo si discute, anche con toni accesi, delle carenze eclatanti dell'edilizia scolastica, risalente per lo più agli anni Sessanta-settanta del secondo dopoguerra, e delle sue carenze strutturali che mettono in pericolo studenti e insegnanti, ma ben di rado il discorso si estende ai temi e ai contenuti dell'istruzione e dell'insegnamento, al senso ed alla funzione formativa e culturale della Scuola in questo momento storico e nel breve e medio termine.

Vi è una singolare coincidenza (come ha notato anche un attento commentatore) tra il periodo di costruzione della maggior parte del patrimonio edilizio scolastico (1960-1980) e il periodo in cui il problema dell'istruzione e della cultura istituzionale è stato considerato importante, anzi fondativo, dai vari Governi dell'Italia repubblicana e post-fascista e dalla società civile, e dunque considerato un investimento sia materiale che immateriale. Erano gli anni in cui la Scuola e l'Università non solo eliminavano le corpose sacche di analfabetismo e scarsa professionalità ancora esistenti, soprattutto nel Sud e nelle isole, ma anche il periodo in cui un Paese uscito sconfitto dalla guerra riusciva non solo a rimuovere le macerie morali e materiali del conflitto, ma colmava il divario storico con altri e più evoluti Paesi, ed anzi in alcuni campi li superava. 

C'è un filo rosso tra questo processo che vedeva tra gli altri umili eroi della conoscenza come l'indimenticabile maestro Manzi col suo programma "Non è mai troppo tardi", il riscatto civile dell'Italia e la sua affermazione economica e scientifica nel mondo. Questa fase è durata grossomodo fino alla fine degli anni Settanta. Vi è un decennio di sostanziale immobilismo e di routine, dopodiché appare chiaro, ed i numeri di questi anni ce lo confermano, che l'Italia, o meglio le sue classi dirigenti, non sanno più che farsene della Scuola.

Inizia allora l'epoca delle riforme "strutturali" (partorite da ministri che avevano in comune, al di là delle differenze ideologiche sempre più sbiadite, un forte complesso di Erostrato) su cui bisognerebbe scrivere più di un libro, invece di questo breve articolo (si rimanda comunque ad una bibliografia essenziale alla fine).Tutte quante, da quella di Berlinguer alla Moratti, Gelmini, fino a Renzi al di là del comune elemento "antropologico" erano caratterizzate dal progetto di una Scuola dei contenitori, non dei contenuti con l'enfasi posta retoricamente sull'innovazione, lo svecchiamento, lo stare al passo coi tempi. Al di là delle aspettative create ad arte da un'informazione superficiale quando non ideologicamente funzionale e asservita al potere politico e ad agenzie esterne, quello che ha caratterizzato le varie riforme è stato un processo di progressiva deconcettualizzazione delle varie discipline (come più volte sostenuto dal sottoscritto in questa sede), di allineamento, secondo Lucio Russo, della Scuola italiana "agli standard americani,di abbassamento dei livelli di competenza reale, di esclusione degli strumenti essenziali alla creazione di un sapere autentico, che rendono l'insegnamento sempre più generico".

La realtà, come colto da un grande studioso come Massimo Bontempelli, con la consueta lucidità, è che lo snaturamento della Scuola come di altre istituzioni sociali, del suo ruolo di trasmettere secondo un peculiare asse formativo, saperi e valori alle nuove generazioni nel senso della continuità, si inscrive anch'essa nel grande evento della globalizzazione.

Le vicende politiche, economiche e strategiche di questo vasto fenomeno hanno prodotto non solo nuove figure sociali (e politiche), nuovi profili antropologici funzionali alla prassi e ai principi dell'economia globale e deregolamentata, ma anche, com'era inevitabile, una profonda trasformazione della Scuola e della sua "ragione sociale". Solo così si spiega la sua riduzione-sussunzione alla logica integralmente aziendalistica del progetto renziano con la prevalenza del nozionismo istituzionalizzato dell'Invalsi e l'alternanza scuola-lavoro che prevede anche nei licei un periodo di 200 ore per gli studenti da trascorrere, durante il periodo scolastico, alle dipendenze di datori di lavoro esterni, ovviamente gratis. Con quali ricadute sui tempi di apprendimento e i ritmi dello studio che è facile immaginare. 

Che questi due ultimi punti siano stati di fatto ridimensionati dall'attuale Ministro in carica, è cosa senz'altro positiva perché sana un vero e proprio "vulnus, anche costituzionale, inferto al corpo vivo sebbene dolorante della Scuola. Ciò non toglie però che in clima di "rottura, di novità, di cambiamento", oltre a mettere in discussione alcuni assi programmatici del precedente Governo, nonché di tutta la lunga deriva europeista con le sue funeste conseguenze che tutti ben conosciamo, sarebbe utile, anzi urgente e necessario un ripensamento generale del ruolo e della funzione della Scuola nell'attuale orizzonte, a partire dalla consapevolezza storica,come abbiamo tentato di suggerire, del processo storico complessivo, e segnatamente italiano, che ha portato all'attuale degenerazione. 

Anche questo, non meno della futura Legge di bilancio, appare un discrimine decisivo per una seria valutazione politica dell'attuale compagine governativa. 

Sull'argomento vedi innanzi tutto: 

M. Bontempelli, F.Bentivoglio, Capitalismo globalizzato e Scuola, edizioni di Indipendenza, Roma, 2016. 
F. Bentivoglio, Il disagio dell'inciviltà, C.R.T., Pistoia, 2000. 
M. Bontempoelli, L'agonia della Scuola italiana, C.R.T., Pistoia, 2000. 
L. Russo, Segmenti e bastoncini, Feltrinelli, 1998.

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lunedì 17 settembre 2018

L'INFILTRATO di Moreno Pasquinelli

[ 17 settembre 2018 ]

Devo delle sentite e pubbliche scuse agli amici Antonio Maria Rinaldi e Luciano Barra Caracciolo. 

Ieri si è svolto a Foligno un pranzo conviviale  organizzato dalla locale sezione di P101. Non si è trattato di un incontro pubblico, ma di un momento di socialità tra amici selezionati che condividono la speranza che M5s e Lega, diano corpo alla speranza di cambiamento per cui la  maggioranza dei cittadini li ha votati e portati al governo. Antonio e Luciano ci hanno onorato della loro fraterna presenza.

Ahimé abbiamo scoperto che c'era, come si sarebbe detto ai tempi, un infiltrato. L'infiltrato questa mattina ha pubblicato queste righe sulla sua pagina facebook:
«Ieri sono stato ad un pranzo a Foligno dove c’erano Luciano Barra Caracciolo e Antonio M. Rinaldi che hanno commentato la politica economica del governo. Rinaldi ha detto che questo governo continuerà esattamente come il governo precedente mantenendo la stessa politica dell’avanzo primario all’1,5%. In sostanza il suo messaggio è stato: tenetevi questo governo perché altrimenti arriva Cottarelli che raddoppia l’avanzo primario portandolo al 4% del Pil e vi massacra. Luciano BC ha detto che la situazione è caotica e i funzionari sabotano l’azione di governo. Insomma il governo precedente era più chiaro, con questi invece non si sa cosa pensare».
Questo maligno racconto poggia su una bugia spudorata. Né Antonio Maria Rinaldi né Luciano Barra Caracciolo han detto quel che il sicofante gli attribuisce, la cinquantina di amici presenti può confermarlo. Rinaldi ha sostenuto, al contrario, che il governo, in sede di Legge di bilancio, respingendo il diktat dei tecnocrati di Bruxelles, dovrebbe portare il deficit su Pil, almeno, al 2,5% — e ciò come primo passo verso la futura conquista della piena sovranità decisionale per quanto attiene (non solo) alle politiche economiche e di bilancio. La distorsione deliberata del senso dell'impeccabile intervento di Luciano Barra Caracciolo non è meno insincera.

Approfittando di questo mendace racconto tutta una serie di "sovranisti" hanno scatenato oggi, su facebook e twitter, un putiferio: "Ecco! ve l'avevamo detto! Questo è un governo che si metterà in ginocchio. Lo confermano Rinaldi e Barra Caracciolo".

Con questi viandanti del nulla faremo i conti a tempo debito. Intanto chiedo a Stefano Sylos Labini di smentire immediatamente quanto da lui riportato.

La ragione delle mie scuse?  Ho invitato io, al convivio, Antonio e Luciano, assicurando loro che si sarebbero trovati tra amici. E' successo invece che si è infilato un detrattore.

Morale: occorre correggere la massima dagli amici mi guardi Iddio, che dai nemici mi guardo io. Tanto più dati i tempi difficili che si preparano non possiamo permetterci il lusso di delegare niente alla  Provvidenza.





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L'ITALIA AL BIVIO: DA CHE PARTE VA LA SINISTRA?

[ 17 settembre 2018 ]


Le classi dominanti, sconfitte nelle urne il 4 marzo, 
vogliono impedire che il governo realizzi il cambiamento atteso. 
Esigono ubbidienza ai diktat della Ue. 
Auspicano addirittura la ritorsione dei “mercati” ove la Legge di bilancio 
rappresenti una svolta rispetto all’austerità ordo-liberista. 
Costruiamo un blocco costituzionale per una nuova liberazione, 
per la sovranità popolare e nazionale.

*  *  *
L'ITALIA AL BIVIO: DOVE VA LA SINISTRA?

incontro pubblico

Roma, sabato 13 ottobre, ore 15:00
Presso l'Aula Magna della Link Campus University 
(Via Casale di San Pio V, 44)

Introduce

Fabio Frati

Intervengono fra gli altri

Luciano Barra Caracciolo
Sergio Cesaratto
Alfredo D’Attorre
Stefano Fassina
Massimo Garavaglia
Antonio Maria Rinaldi
Marco Zanni

conclude

Moreno Pasquinelli

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domenica 16 settembre 2018

ITALIA: TUTTI I GATTI SONO GRIGI? di H. Illueca, M. Monereo e Julio Anguita

[ 16 settembre 2018 ]

In Spagna, forse più che altrove, impazza la campagna contro ... il rinascente fascismo italiano.
Pubblichiamo l'intervento di tre esponenti di spicco della sinistra storica spagnola — Héctor Illueca, Manolo Monereo, Julio Anguita — in merito alla situazione nel nostro Paese e quindi al governo giallo-verde. Anche loro "rossobruni"?


* * *

TUTTI I GATTI SONO GRIGI?
di Héctor Illueca, Manolo Monereo, Julio Anguita



Abbiamo imparato molto e continuiamo ad imparare dalla polemica che ha generato il nostro articolo sul Decreto Dignità

Primo punto, la tirannia del politicamente corretto: una coincidenza amplia e consistente tra l’estrema sinistra e gli apostoli del neoliberismo; tutti e due dicono la stessa cosa squalificando e definendo allo stesso modo l’attuale governo italiano. Le élite neoliberiste europee e alcuni intellettuali di sinistra amalgamati entrambi in una strana convergenza.
Secondo punto, che abbiamo osservato molto tipico della nostra cultura politica: la banalizzazione del fascismo. La politica come spettacolo quotidiano e privo di contenuti; quando tutto è fascismo, nulla lo è, e si perde la sostanza di ciò che fu realmente e che cosa significa la dittatura terrorista del capitale monopolistico. Vero che di notte tutti i gatti sono grigi, ma durante il giorno chi non vede la realtà è perché cieco o non vuole vederla.
Andiamo per parti. 

Stante che le calunnie non meritano nessun commento, il nostro testo ha suscitato numerose risposte e reazioni che ci hanno fatto pensare. Permetteteci d’evidenziare tra essi gli scritti pubblicati da Enric Juliana ( “ Atracción fatal”) , Esteban Hernández ( La izquierda: opción B), Miguel Urbán y Brais Fernández ( Decreto Dignidad: ¿Fascismo en Italia? Una respuesta) y Alberto Tena y Giuseppe Quaresma ( Pensar Italia). 

In generale, ci si critica per aver realizzato un’analisi fuori dal contesto del Decreto Dignità, omettendo le altre politiche del governo italiano, soprattutto in materia d’immigrazione. Dal suo punto di vista, citiamo letteralmente Urbán e Fernández :” è fondamentale per comprendere la politica economica e sociale di un governo analizzare l’insieme della sua deriva, non presentare in forma isolata e parziale una misura “. Ci sono anche altre critiche ma ci sembrano secondarie e subordinate a quest’idea principale.

Non è vero che il nostro testo inquadra il Decreto Dignità come una norma antistorica; al contrario, la nostra analisi parte dall’evoluzione storica della legislazione del lavoro italiana, caratterizzata dalla liberalizzazione progressiva del mercato del lavoro da più di trenta anni. Precisamente quest’evoluzione, culminata con la riforma di Renzi, che ci permette di percepire i cambiamenti introdotti dal Decreto, così come i suoi limiti. Tra l’altro, non è nemmeno vero che il nostro testo celebra e gonfia il risultato della norma, come affermano Urbán e Fernández.

Partendo dalla sua importanza oggettiva, abbiamo sottolineato in più di due occasioni, che il Decreto Dignità ci sembra insufficiente e che sosteniamo riforme molto più radicali e profonde. Ebbene, per adesso il governo italiano è l’unico che ha sviluppato la Risoluzione del Parlamento Europeo sulla lotta alla precarietà del lavoro, approvata il 31 maggio. Cosa farà il governo spagnolo? Cosa faranno gli altri governi europei?

Ma non si tratta solo di questo. Il contesto è importante. Tuttavia, sembra che i nostri critici vedono la pagliuzza dell’occhio dell’estraneo senza accorgersi delle travi che hanno nei loro occhi: sorprende che nessuno di loro si soffermi ad analizzare lo scontro in corso fra il governo italiano e l’Unione Europea. A dire il vero ci meraviglia che la loro descrizione della politica italiana non presta nessuna attenzione al “momento Europa” come lo definisce Juliana. Dalle scorse elezioni del 4 marzo l’Italia è un popolo sotto il fuoco, segnalato dalla UE e assalito dai mercati. Il programma giallo-verde ha risvegliato l’ostilità del potere finanziario e il suo avamposto di Bruxelles. Ha questo qualche significato per i nostri critici? Non gli sembra importante il contesto europeo? Perché questo silenzio? Queste questioni meritano un dibattito senza squalifiche ne schematismi basati su discorsi già preconfezionati. 

Vediamo alcuni dati.

Il 28 maggio 2018 è successo un fatto insolito. La Lega e il M5S avevano proposto a Mattarella, presidente della repubblica italiana, la nomina come ministro dell’economia di Paolo Savona, un economista euroscettico di 81 anni. Tuttavia, obbedendo agli ordini di Bruxelles, Mattarella rifiutò la nomina provocando una grave crisi istituzionale. Non erano passati due giorni quando il commissario europeo al Bilancio, il tedesco Günther Oettinger, chiese ai mercati che inviassero dei segnali “per non permettere che i populisti di sinistra e di destra avessero responsabilità di governo”. Oettinger puntava a destabilizzare il governo italiano scatenando il panico nelle borse e un'impennata del premio di rischio, che ottenne effettivamente le settimane seguenti: da allora l’Italia è un bersaglio dei mercati, che hanno dispiegato un attacco speculativo orientato a far crollare il governo. E' evidente che il popolo italiano afferrò perfettamente il messaggio: la UE non solo è contro la giustizia sociale e a qualche politica economica sensata; la UE è nemica della democrazia.

L’attuale fase della politica italiana si può capire soltanto nel contesto dello scontro che il governo nazionale ha con Bruxelles. Ridurre questo come fanno Urbán e Fernández, a una semplice “sfida tra settori della classe dominante”, cioè “a una battaglia su come gestire il neoliberismo” significa ignorare gli aspetti essenziali dell’attuale fase politica. Affermare, come Tena e Quaresma, che in Italia “ è emerso un nuovo blocco storico, che dentro d’esso c’è un arco ideologico complesso e aperto”, risulta più interessante dal punto di vista politico, ma non è ancora sufficiente. 

Di fatto, l’alleanza fra Lega e M5S si appoggia su due blocchi diversi e contraddittori: da un lato, la base sociale della Lega, radicata fondamentalmente nel nord e formata da piccoli e medi imprenditori colpiti dalla globalizzazione, con il sostegno importante degli strati superiori della forza lavoro; dall’altro, la base sociale del M5S, concentrata nel sud e nel centro Italia e composta dalle classi subalterne e ceti medi impoveriti. Siamo di fronte a una grande alleanza politico-sociale che esprime la rabbia accumulata dalla gestione neoliberista della crisi, una ribellione già evidentissima degli umili e degli offesi dalle politiche della UE.


La divisione dei ruoli nel governo italiano riflette la complessità della sua base sociale: mentre il M5S mostra una maggiore vocazione sociale stimolando misure come il Decreto Dignità, la Lega propone una politica fiscale su misura dei settori che costituiscono la sua base elettorale. Ci sono chiaramente delle divergenze e delle contraddizioni, come la politica sull’immigrazione di Matteo Salvini o, più recentemente, la nazionalizzazione delle autostrade, trasformata in un’istanza democratica dopo il crollo del ponte Morandi. Sicuramente il governo giallo-verde è un campo di sfida che non può sottrarsi dal fare concessioni importanti alle classi popolari e ai lavoratori. 

Per questo motivo bisogna prestare attenzione a misure come il Decreto Dignità, contestando i suoi limiti, ma anche i suoi progressi in un contesto complesso e assolutamente imprevedibile. Inglobare tutto sotto l’etichetta del fascismo, come hanno fatto alcuni in questi giorni, può essere più comodo per evitare certa fatica intellettuale, ma per nulla contribuisce alla conoscenza della realtà.

Che sta succedendo in Italia? Tenuto conto di quel che abbiamo detto, non sembra difficile da capire. Alle elezioni del 4 marzo è emersa una vera ribellione popolare contro la UE, simile a quel che successe in Gran Bretagna con la Brexit e in altri paesi europei come nei Paesi Bassi, in Francia e in Grecia dove dei referendum rifiutarono senza ambiguità i diktat di Bruxelles. Adesso non è più possibile nascondere che dietro il governo italiano esiste un esercito di perdenti che sono usciti con le ossa rotte dalla globalizzazione e dalle politiche d’austerità europee. E' più facile dire, come si ascolta spesso, che si tratta di lavoratori arretrati, incapaci di capire i sacrifici che esige il neoliberismo cosmopolita, o meglio ancora, tacciarli d’essere razzisti e fascisti, rinunciando a spiegare i fenomeni politici che avvengono nella UE. 
Che disprezzo per la maggioranza della società! Che elitismo intellettuale!

Diceva Walter Benjamin che l’ascesa del fascismo è la conseguenza d’una rivoluzione frustrata. Come autori di quest’articolo non nutriamo nessuna simpatia per Matteo Salvini, però crediamo che la sua ascesa, e di altre figure affini in vari paesi europei, non è che un riflesso del fallimento della sinistra; la dimostrazione della sua incapacità di canalizzare le energie di cambiamento latenti nella società. La prova che testimonia la decadenza d’una sinistra che è diventata neoliberale ed è da tempo incapace di capire il suo popolo. 

È finito il tempo dell’europeismo ingenuo ed evanescente, è finito il tempo di “più Europa”. La chiave è, lo si voglia o meno, la contraddizione sempre più forte tra i partigiani della globalizzazione neoliberista e quelli che, con più o meno coscienza, difendono la sovranità popolare e l’indipendenza nazionale scommettendo sulla protezione, la sicurezza e il futuro della classe lavoratrice.

* Traduzione a cura della Redazione
** Fonte: Cuarto Poder

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sabato 15 settembre 2018

LA PROSSIMA CRISI GLOBALE

[ 15 settembre 2018 ]




Secondo la maggior parte degli analisti una nuova recessione economica globale sarebbe in arrivo. Per alcuni — ad esempio JP Morgan, nel 2020, altri, addirittura nel 2019. In un'autoconsolatoria intervista pubblicata questa mattina [15 settembre] da El Pais lo stesso Jean-Claude Trichet ci dice che siamo messi peggio che nel 2007-2009 — e che una nuova crisi di debito nella Ue è in arrivo.

Ciò su cui economisti, grandi banche e fondi d'investimento s'interrogano è quale potrebbe essere l'impatto della recessione sul sistema finanziario internazionale. Risposta unanime: sarà devastante, visto il livello del debito mondiale. E perché sarebbe devastante? Perché causerebbe una nuova durissima stretta creditizia (credit crunch), ovvero una restrizione dell'offerta di credito, anzitutto da parte delle banche, ad imprese e cittadini, e quindi agli Stati che finanziano il loro debito emettendo titoli sui mercati finanziari (Italia tra questi).

Ma vediamo a quanto questo debito ammonta?

In un report del 18 aprile scorso, Bloomberg, citando il Monitor Fiscal del Fondo monetario internazionale ammoniva:
«L'insieme del debito mondiale [vedi grafica sopra] è balzato a un record di 164 trilioni di dollari [un trilione corrisponde a mille miliardi, Ndr], una tendenza che potrebbe rendere più difficile per i paesi rispondere alla prossima recessione e pagare i debiti se le condizioni di finanziamento si irrigidiscono. Il debito pubblico e privato globale è salito al 225 percento del prodotto interno lordo globale nel 2016, l'ultimo anno per il quale il FMI ha fornito cifre, ha detto il Fondo mercoledì nella sua relazione semestrale sul Monitor Fiscal».
Abbiamo quindi che rispetto al picco precedente del 2009, il mondo è ora più indebitato del 12% del PIL.

Pur essendo i criteri per calcolare il debito diversi non cambia di molto la sostanza.
«Secondo i dati sul debito globale – rilasciati dall’Istitute of International Finance e aggiornati al terzo trimestre del 2017 – ammontano alla cifra monstre di 233mila miliardi di dollari. Rispetto a fine 2016 la massa è lievitata di 16mila e 500 miliardi. Se si amplia l’orizzonte si scopre che in 10 anni il debito è cresciuto di 71mila miliardi.
I dati parlano chiaro: il mondo può dire di aver messo alle spalle l’ultima grande crisi finanziaria (bolla dei derivati subprime del 2007) ma al prezzo di aver ingrassato il debito globale (sia pubblico che privato) di circa un terzo del totale in appena due lustri. In 20 anni il debito è cresciuto di 163mila miliardi.
Come dire che il 70% dell’attuale mole di prestiti è “nato” dal 1997. Si tratta di una cifra enorme. Per intenderci, come metro di paragone basta ricordare che la capitalizzazione globale delle Borse ammonta a 80mila miliardi di dollari. Oppure che ogni anno il mondo genera un Pil di 77mila miliardi. Solo 3 paesi (Cina, Giappone, USA) rappresentano oltre la metà del debito globale».
[ Wall Street Italia ]
Citando lo studio di JP Morgan, Bloomberg, in un report del 13 settembre scrive:
«Il modello JPMorgan calcola i risultati in base alla durata dell'espansione economica, alla potenziale durata della prossima recessione, al grado di leva finanziaria, alle valutazioni dei prezzi delle attività e al livello di deregolamentazione e innovazione finanziaria prima della crisi. Supponendo una recessione di lunghezza media, il modello ha fornito le seguenti stime:
- Una caduta dei titoli azionari negli Stati Uniti di circa il 20 percento.- Un balzo dei premi delle obbligazioni societarie statunitensi di circa 1,15 punti percentuali.- Un crollo del 35% dei prezzi dell'energia e del 29% di crollo dei metalli di base.- L'aumento di 2,79 punti percentuali degli spread sul debito pubblico delle nazioni emergenti.- Una flessione del 48 percento nelle azioni dei mercati emergenti e un calo del 14,4 percento nelle valute emergenti».
Le stime di JP Morgan non tengono conto dell'impatto combinato di recessione e crisi finanziaria sull'Unione europea, ne indicano gli effetti che essa avrebbe per l'Italia ed il suo debito —a maggior ragione con la fine imminente del Quantitative easing. E' facile prevedere che saranno guai serissimi.

Dalle parti del governo giallo-verde c'è contezza di questa minaccia? C'è un piano per evitare una catastrofe? O ci si limita a galleggiare ed a cazzeggiare su Twitter e fare sparate  su questioni inessenziali come l'immigrazione?

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