domenica 24 giugno 2018

IL TRAPPOLONE (FRANCO-TEDESCO) di Leonardo Mazzei


[ 24 giugno 2018 ]

L'ultima trovata: far decidere ai parlamenti di Berlino e Parigi la politica economica italiana. Non è uno scherzo, è la proposta Merkel-Macron. E poi qualcuno ci chiede perché insistiamo tanto sulla sovranità...
A Berlino stan preparando una trappola. Ed a Parigi gli tengono bordone. Nel mirino - sai che novità! - l'Italia. Il terreno è stato arato fin dall'autunno scorso, con il famoso non-paper di tre paginette col quale Wolfgang Schäuble dette il suo addio all'Eurogruppo. Ora, dopo otto mesi, Angela Merkel proverà a tradurre in pratica le dritte del suo ex ministro. L'occasione sarà quella del vertice europeo della prossima settimana.


«L'ultima trappola di Schäuble in Europa», questo il titolo insolitamente allarmato dell'insospettabile Sole 24 Ore dell'11 ottobre 2017. Insospettabile pure l'autore, Alberto Quadrio Curzio, non esattamente un "populista". Il quale, descrivendo la proposta dell'ormai ex ministro delle Finanze tedesco, parlava già allora di: «un Fondo monetario come "sovrano rigorista"» e di una «minacciosa "gestione ordinata" dei titoli di Stato», concludendo seccamente che «la proposta è da respingere e non solo perché sarebbe micidiale per l’Italia».



Com'era immaginabile quella di Schäuble non era la mera esercitazione di un ministro in disarmo. Tant'è che adesso la cosa si fa seria. Ce ne parla stavolta un altro insospettabile, Federico Fubini sul Corriere della Sera di ieri l'altro. Il fatto è che l'informale non-paperdell'attuale presidente del Bundestag ha ora preso l'ufficialissima forma di una proposta firmata dal duo Merkel-Macron.



Ma se a ottobre l'establishment nostrano sembrava deciso a dire no, adesso invece tentenna. Lorsignori comprendono che il cappio franco-tedesco riguarda in qualche modo anche loro, ma l'alternativa è il dilagare del populismo, addirittura il licenziamento della tanto amata Merkel, che Dio non voglia! 



Di questo atteggiamento tentennante l'articolo del Fubini è un esempio pressoché insuperabile. Ma qual è la posta in gioco, in vista del vertice europeo di fine giugno? Nel loro recente incontro, Merkel e Macron hanno trovato un accordo su due punti: un mini-bilancio dell'Eurozona a partire dal 2021, come chiesto dalla Francia; un nuovo ruolo dell'Esm (European Stability Mechanism, il cosiddetto "Fondo salva-Stati"), come voluto da Berlino in linea con il lascito testamentario di Schäuble. Ma mentre il risultato per il piccolo Napoleone parigino è più che altro di facciata (l'entità del bilancio della zona euro è tutta da vedere, ma già viene indicata come particolarmente modesta), il cuore della proposta è come sempre nella parte che arriva direttamente da Berlino.



Entriamo dunque nel merito. Il comunicato franco-tedesco ci dice che l'Esm 
«dovrebbe avere la capacità di valutare la situazione economica degli Stati membri, contribuendo alla prevenzione delle crisi». 
C'è in questa frase il succo dell'idea di Schäuble, quella di assegnare ad una istituzione "tecnica", dunque non soggetta a trattative politiche, le scelte economiche fondamentali non tanto - si badi - a livello europeo, quanto quelle propriamente spettanti agli Stati. I quali dovrebbero semplicemente adeguarsi alle decisioni dell'Esm. 



Ma questo varrebbe per tutti gli Stati? Ovviamente no. In base all'idea dei due simpaticissimi padroni dell'Europa, mentre 17 Paesi dell'Eurozona perderebbero ogni parvenza di sovranità, gli altri due (casualmente Germania e Francia) non solo non vi rinuncerebbero, ma acquisirebbero addirittura il potere di decidere per conto degli altri. Bella no, l'Europa! Quella del sognooo!



Ora qualcuno penserà che stiamo esagerando, che forse si tratta di uno scherzo, che proprio così non può essere. E invece no. Il meccanismo pensato dalla coppia Merkel-Macron è piuttosto semplice, una roba che la può capire anche un piddino. Siccome i due non sono del tutto insensibili alle ragioni della democrazia, essi hanno pensato che certe decisioni possano essere prese solo con la maggioranza dell'80% dei "diritti di voto". Attenzione, non dei voti di ciascun membro, che la cosa non farebbe al caso loro, bensì dei "diritti di voto" assegnati a ciascun Paese in base alle proprie quote detenute nell'Esm. "Diritti di voto" che solo per Germania e Francia superano - guarda un po' il caso! - il 20%. Per la precisione, la quota della Germania è del 27,14%, quella della Francia è del 20,38%, mentre quella dell'Italia è del 17,91%.



Ovvie le conseguenze politiche di un tale meccanismo. E qui lasciamo la parola a Fubini, sennò pare che siamo solo noi a "pensar male". Dopo aver detto che 
«Questo è un passo significativo verso la subordinazione dei Paesi dell'area al Bundestag, dunque agli umori dell'opinione pubblica tedesca», egli osserva che «Solo Germania e Francia hanno di fatto un veto individuale su ogni decisione, perché solo loro hanno quote sopra il 20%. Così l'Esm in questa proposta vigila su tutta l'area euro, in competizione con un organo sovrannazionale come la Commissione Ue, ma non può fare nulla che il Bundestag non approvi: un'evidente violazione del principio di uguaglianza fra Stati alla base dell'Unione europea».

E su cosa potrebbe decidere l'Esm, cioè di fatto i governi (o, se volete, i parlamenti) di Berlino e Parigi, se la proposta dell'asse carolingio dovesse disgraziatamente passare? Ovvio, esso potrebbe decidere anzitutto sulle modalità di un eventuale default del debito di alcuni Stati, Italia in primis.



Ora, che una ristrutturazione del debito italiano sia necessaria è cosa abbastanza ovvia, come cosa altrettanto nota è che la forma più indolore di una tale operazione consiste proprio nell'uscita dall'euro. Ma che tempi e modalità di questa possibile scelta debbano essere decisi da Francia e Germania, via Esm, questo va al di là di ogni immaginazione. Oltre alla totale perdita di sovranità, due le conseguenze disastrose per il nostro Paese. In primo luogo le "condizionalità", cioè i nuovi sacrifici, che verrebbero imposti dall'Esm per portare in porto quello che ci verrebbe presentato come un "salvataggio" (vedi il caso greco). In secondo luogo - e qui sta la principale preoccupazione del Fubini - l'inevitabile aumento dello spread che seguirebbe da subito l'eventuale approvazione della linea franco-tedesca.



Tutto questo perché l'idea Merkel-Macron è quella di adottare un sistema di riduzione del debito sul modello del bail in bancario, mettendo cioè in preventivo una certa perdita per i detentori dei titoli del debito italiano, con la conseguenza di spingere questi soggetti a vendere, alzando così immediatamente tassi e spread. Inutile dire come questa sequenza avrebbe un micidiale effetto sull'economia italiana. Ma evidentemente è proprio questo il risultato voluto: mettere in ginocchio l'Italia, per meglio depredarla e per cacciare da subito il governo gialloverde. 



Se questo è il regalino del duo franco-tedesco, cosa propone di fare il Fubini? Ovviamente è qui che casca l'asino. Tanto chiaro nel denunciare la pericolosità della trappola congegnata contro l'Italia, il Nostro diventa all'improvviso tentennante quando si tratta di indicare il che fare. Un atteggiamento che evidentemente non è solo il suo, e che esprime piuttosto bene l'attuale smarrimento delle nostrane èlite.



L'articolista ammette che 
«accettando l'ipotesi di accordo franco tedesco si potrebbe aprire la strada a un governo dell'unione monetaria con un potere speciale del Bundestag», che dunque «l'Italia potrebbe mettere il veto», 
ma... Ovvio che a questo punto del discorso arrivi il più grande dei ma di questi timorati di un Dio che risiede a Berlino. E difatti: «In questo modo, però, rischierebbe di favorire la sostituzione di Angela Merkel con un cancelliere tedesco ancora meno disposto a compromessi».



Ora, a parte il fatto che chiamare "compromesso" una piena capitolazione come quella dell'accettazione del piano Merkel-Macron fa venire in mente solo la faccia di tolla di un Tsipras che si mette la cravatta per festeggiare il disastro greco chiamandolo "uscita dalla crisi", la conclusione del Fubini è una specie di "Merkel o morte" che la dice assai lunga sullo stato di salute di quel pezzo di establishment in qualche modo rappresentato dal Corsera.



Noi ci auguriamo invece che la posizione del governo italiano sia ferma, costringendo l'asse franco-tedesco a ritirare la proposta o, nel caso non la ritirasse, usando il diritto di veto. In gioco non è solo questa fondamentale partita, ma il futuro dello scontro che si profila con l'Unione europea. Se non si dicesse di no a questa micidiale trappola, figuriamoci come andrebbe poi il confronto sulle regole di bilancio, sulle quali da Bruxelles si continua quotidianamente a tuonare. Il no andrà dunque detto subito e senza incertezze.



Molti sono i limiti, le debolezze, le contraddizioni, del governo Conte, ma chi scrive non pensa che vi sarà una capitolazione. Da più parti si spingerà il governo ad un passo falso, cercando di staccare il presidente del consiglio dalle forze politiche che lo hanno espresso, giocando la carta Tria contro l'esecutivo che l'ha dovuto inglobare per ordine quirinalizio. Da altre parti si dirà (ed anzi già si dice) che questo è addirittura un Monti bis: alla faccia del rigore analitico... 



Ma lasciamo perdere. La convinzione sul no italiano alla porcata carolingia non nasce da una particolare fiducia in questo o quel personaggio. Essa deriva invece da due dati di fatto: che sulla questione europea il governo gialloverde gode di un consenso più ampio dei due partiti che lo compongono, che l'Unione europea è ormai in una crisi esistenziale di cui non si vede l'uscita. Non è dunque il tempo della paura, bensì quello dell'azione e della mobilitazione.

Necessaria, quest'ultima, specie in vista delle battaglie dell'autunno. Perché anche un no alle pretese del duo Merkel-Macron non sarà sufficiente a fermare l'azione genocida dell'oligarchia eurista. I fatti ci diranno se ci sbagliamo, che se invece non ci sbagliamo le alternative saranno due e soltanto due: o il percorso di liberazione nazionale avrà davvero inizio o le forze della peggiore restaurazione oligarchica avranno il sopravvento per un periodo non breve. Con buona pace di chi crede di potersela cavare con la politica del né né.
PS - Sul tema di cui si occupa questo articolo, il Corriere della Sera di stamattina pubblica con grande risalto la lettera di tre economisti - Francesco Giavazzi, Lucrezia Reichlin e Luigi Zingales - a Giuseppe Conte. La tesi dei tre è che, sì nel progetto Merkel-Macron vi sono delle insidie per l'Italia (peraltro pudicamente non esplicitate), ma che esse non sono tali da dover mettere il veto. Anzi, secondo i tre, il progetto dell'asse carolingio è nella sostanza positivo. Dunque il governo italiano, anziché ostacolarlo, dovrebbe entrare senza problema alcuno nel negoziato che si aprirà. 


Dopo la trappola franco-tedesca (che almeno Fubini denuncia), ecco ora quella predisposta dai falsi amici del governo italiano. Il consiglio dei tre non è certo disinteressato. Per loro tutto deve essere sacrificato al Dio Euro ed all'attuale costruzione europea. A Conte viene amichevolmente chiesto di stare al gioco, tanto poi le disastrose conseguenze di una simile scelta cadrebbero appunto sul "governo populista" che essi combattono. Che dire? Dagli amici mi guardi Iddio che ai nemici ci penso io.

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sabato 23 giugno 2018

BAGNAI: UNA LEZIONE DI CLASSE



[ 23 giugno 2018 ]

Andiamo dicendo, e lo ripetiamo, che la cartina di tornasole per giudicare se il governo giallo-verde invertirà o meno un decennio di politiche austeritarie e antipopolari, lo vedremo con la prossima Legge di Bilancio.

Abbiamo detto, e lo ripetiamo, che se il governo vorrà davvero tenere fede, non diciamo a tutto il suo (pur contraddittorio) programma, ma anche solo al 50%, dovrà disobbedire ai diktat dell'Unione europa, per la precisione andare allo scontro con l'euro-germania.

Che nel governo ci siano infiltrati come il Ministro dell'economia Tria l'abbiamo segnalato per primi. Che quindi ci sia una lotta in seno al governo è un fatto acclarato. Con la Legge di Bilancio vedremo presto come questa andrà a finire.

In diversi, invece, hanno già stabilito che la partita è finita prima ancora che cominciasse: vittoria a tavolino per i neoliberisti alla Tria. Di Maio e Salvini si sarebbero già arresi senza combattere. 

Fra questi Giorgio Cremaschi [vedi a destra la sua pagina Facebook], che sostiene addirittura che con quanto detto da Tria all'Ecofin e quanto contenuto nel Documento di Economia e Finanza (DEF) abbiamo addirittura... un "Monti bis" (!!)  "che accetta tutti i vincoli dell'austerità". 

Staremo a vedere. Come minimo Cremaschi, invece di sparare affrettate sentenze per confermare la posizione di "opposizione senza sé e senza ma", avrebbe dovuto essere più cauto.

Quel che non può essere sottaciuto, però sono l'arbitrarietà e, se ci è permesso, l'ignoranza. Cremaschi ha deciso di fischiare il fine partita basandosi sulle dichiarazioni di Tria all'Ecofin e su quanto previsto nel DEF. Dimentica di dire che Tria è un ministro notoriamente infiltrato, e che il DEF in questione è quello approvato il 26 aprile scorso dal governo Gentiloni, e che il nuovo governo non poteva che portarselo dietro. Come precisato dall'ex ministro Padoan il suo DEF non contemplava alcun impegno per il futuro, bensì si limitava ad una "descrizione dell'evoluzione economico-finanziaria internazionale, e all’aggiornamento delle previsioni macroeconomiche per l'Italia e del quadro di finanza pubblica tendenziale che ne consegue".Un DEF aleatorio dunque, quello che Tria ha difeso all'Ecofin, in cui tutto veniva rimandato alla "nota di aggiornamento" che l'attuale governo dovrà stilare a settembre, appunto in vista della prossima Legge di Bilancio. 

Alberto Bagnai (che siamo ben lieti sia diventato almeno Presidente di una decisiva commissione) lo spiega nella sua replica al dibattito sul Def svolta in Senato il 19 giugno, nella quale dice, appunto, che da un governo appena insediato, che deve dunque ancora mettere mano alla Legge di Bilancio e disegnare la sua politica economica, non si può pretendere che in quattro e quattr'otto elabori un DEF. 

Un discorso, quello di Bagnai, DEF o non DEF, che consigliamo, anzitutto ai sinistrati, di ascoltare con estrema attenzione. Si, è vero, non c'è proprio partita! Quella tra una sinistra che ha perso la bussola e uno come Bagnai il quale, pur tra i banchi della Lega, tiene alta la bandiera della democrazia, della giustizia sociale e della sovranità nazionale.

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VENITE FUORI DAI "SOCIAL"

[ 23 giugno 2018 ]

Quello nella foto accanto è Jaron Lanier, vero e proprio guru della "rivoluzione digitale", un'autorità indiscussa della Silicon Valley.

E' uscito anche in Italia, per i tipi de Il saggiatore, il suo ultimo libro. Il titolo è inequivocabile: Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social.

Tesi: i cosiddetti social network sono un'arma di distrazione e di distruzione di massa.

«I social ti limitano la libertà di scelta, sono il principale catalizzatore della follia contemporanea, ci stanno trasformando in una manica di stronzi — sempre parole di Lanier —, stanno minando la verità, la nostra capacità di provare empatia, la nostra possibilità di essere felici, di vivere dignitosamente e persino di mantenere in piedi le nostre democrazia». 
Lanier, che certo conosce bene ciò di cui parla, denuncia che gli algoritmi su cui si basano i "social" non sono innocenti, non sono neutrali, ma costruiti in base a cinici modelli di business che non solo sono manipolatori ma creano una dipendenza di massa.


Uscire dai "social" è quindi l'unico modo per fuggire dalla gabbia, per non farsi fregare. «Devi farlo per la tua integrità, non solo per salvare il mondo», scrive Lanier, che quindi ricorre ad una metafora. L'umanità, sostiene il Nostro, si divide tra cani e gatti, tra chi è obbediente e prevedibile e chi invece è autonomo e imprevedibile: 

«Questo libro spiega come diventare gatti. Come restare autonomi in un mondo in cui siamo costantemente sorvegliati e sollecitati da algoritmi gestiti dalle più ricche corporation della storia, la cui unica fonte di guadagno consiste nel farsi pagare per manipolare il nostro comportamento».
Ricordate lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica? Per Lanier è solo la punta di un iceberg.

Quanto afferma Lanier, in un certo senso, ci consola. Non perché siamo trinariciuti, o luddisti rispetto ad internet. Noi siamo stati sempre molto scettici sul fatto che i cosiddetti "social" fossero buoni strumenti di comunicazione e di sensibilizzazione politica e sociale. Se ci fate caso l'esplosione dei "social" è il risultato della distruzione della vera e propria comunicazione sociale, della distruzione delle tradizionali connessioni comunitarie, Facebook le ha rimpiazzate infatti, sostituendole con quelle virtuali, che per loro natura si fondano sull'atomizzazione e l'individualismo.

Una cosa è usare i "social" come strumenti secondari e collaterali di comunicazione e mobilitazione, un'altra è farne il luogo principale, prioritario, se non addirittura esclusivo. 

Non si tratta solo di smettere di aiutare grandi multinazionali a fregarci e fare profitti stellari; si tratta smettere di alimentare processi colossali di manipolazione a auto-manipolazione; si tratta di rifiutare una specie di autoreclusione nel virtuale che è funzionale a chi ci vuole impotenti, e che contribuisce a farci sentire tali. 



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venerdì 22 giugno 2018

L'EMIGRAZIONE E IL MARXISMO di Moreno Pasquinelli

[ 22 giugno 2018]



Sinistrainrete ha avuto la cortesia di pubblicare l'articolo di Pasquinelli 
LA FATWA (E LE FESSERIE) DI GIORGIO CREMASCHI. L'articolo ha ricevuto sul quel sito alcuni commenti, a dimostrazione di quanto si sapeva: che a sinistra la posizione sulle 
migrazioni — leggi "frontiere aperte a tutti" —, è considerata IL paradigma da cui tutto dipende. Per la sinistra filantropica esso segna la linea che divide i buoni dai cattivi. Per quella radicale è il paradigma che traccerebbe la distanza tra marxisti e non. Ne è nata una disputa che riteniamo utile far conoscere ai nostri lettori.

*  *  *

Mentre c’è poco da dire a chi approva le fatwe (che qualificano chi le fa) [1], men che meno a chi considera la sovranità un concetto fascista, è invece importante che risponda alle critiche di Mario Galati.

Cosa mi rimprovera Galati? [2] Che non andrei “alla radice” dei grandi flussi migratori. Ove la radice, scopriamo l’acqua calda, è senza dubbio alcuno il saccheggio imperialistico (aggravatosi con l’ultima globalizzazione i.e. con l’uso predatorio della finanza speculativa) dei paesi semicoloniali.

Oddio! Quello mio non era un trattatello sulle migrazioni, ma una più modesta e specifica critica a Cremaschi per smentire l’affermazione che flussi migratori di massa (tanto più dentro una crisi storico-sistemica, non solo di valorizzazione del capitale) non avrebbero alcun impatto deflattivo sui salari ed i diritti dei lavoratori (nonché sui cicli di lotta di classe). 

Riguardo alle cause del fenomeno migratorio restituisco dunque a Galati l’accordo di massima che egli manifesta con la mia chiosa a Cremaschi.Non senza far notare che una posizione autenticamente antimperialista, così come denunciava le “guerre umanitarie”, deve denunciare la demagogia umanitaria che considera la nuova tratta degli schiavi non come un concorso all’impoverimento e allo stato di soggezione coloniale dei paesi dai quali si emigra, ma come un legittimo “diritto” di libertà.

Si tratta, palesemente, di una visione individualistica. Gli antimperialisti dei paesi che conoscono la piaga dell’emigrazione di massa la condannano infatti, se non come diserzione dalla lotta di liberazione, come collusione con le corrotte classi dominanti compratore di quei paesi, che l’emigrazione la facilitano perché così si sbarazzano di una rogna, una rogna chiamata ribellione sociale. Si potrebbe così esprimere un’equazione: più migranti fuggono dai paesi del Sud meno sovversione sociale in loco, più migranti giungono a Nord più difficile costruire un fronte di lotta unitario anticapitalista.

La critica del Galati diventa però un’accusa: esprimerei una “posizione subalterna e corporativa della classe lavoratrice nazionale, non una posizione di classe cosciente e autonoma”.

E perché? Perché sostengo che, nel contesto dato, l’immigrazione di massa non sia sostenibile, e sia necessario regolarla. Non è sostenibile perché, oltre ad avere un effetto deflattivo sui salari e i diritti dei lavoratori, nel contesto dato — austerità, pareggio di bilancio, smantellamento del welfare e dello stato sociale, rispetto dei vincoli ordoliberisti europei — è fattore di emarginazione crescente e sottoproletarizzazione, di spappolamento del tessuto sociale, civile e repubblicano. 

C’è poi un altro aspetto, l’immigrazione di massa è un elemento funzionale alle oligarchie globaliste che usano ogni mezzo per privare le nazioni delle loro sovranità statuali, in conformità al loro disegno di uno spazio giuridico imperiale-libero scambista destinato a sovraodinare gli spazi politici nazionali.

Galati considera inaccettabile regolare i flussi? Tertium non datur: frontiere aperte a tutti, abolizione dei confini, eliminazione di ogni controllo. 

In che senso questo casino (non saprei come altrimenti chiamarlo se non anarco-capitalismo) sia funzionale alla lotta di classe e porti beneficio alla causa rivoluzionaria, per me è un mistero.

* * *

Caro Barone, alquanto bislacca, per non dire opinabile la tua “ironia”. Mi del fascitoide, dunque “social-imperialista” e pretendi che la prenda come una cosa spiritosa..
Non è così che funziona tra gente seria..
Ma il tuo ultimo predicozzo [3], siccome in questa polemica tiri in ballo l’autorità di Marx, merita una risposta.
Ti riferisci alla lettera inviata da quest’ultimo a Sigfried Meyer e August Vogt il 9 aprile 1870, quindi passi al predicozzo dandola “per nota”. Ora, proprio perché, come dici citando Hegel “ciò che è noto spesso non è affatto conosciuto”, è bene andare a vedere le carte e verificare se le tue non siano truccate.

Cosa ci dice Marx nella lettera — che ricapitola quanto contenuto nella circolare del 1 gennaio 1870 del Consiglio generale dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori? Da forse man forte ai pronunciatori di fatwe per cui la terra è quadrata e l’immigrazione di massa non avrebbe alcun impatto su salari? Ovviamente no! Che forse Marx svolge una smielata orazione umanitaria sui “poveri immigrati irlandesi”. Ma figuriamoci!

Il Nostro svolge un discorso tutto politico e strategico sulle condizioni della rivoluzione proletaria in Inghilterra ed afferma (“terzomondista”! esclamerebbero gli operaisti d’antan) che finché il popolo irlandese non insorgerà togliendo così linfa vitale al capitalismo britannico, mai si avrà una rivoluzione sociale in Inghilterra. Sostiene dunque — facendo autocritica rispetto a quanto precedentemente riteneva *— che la liberazione nazionale della “arretrata” Irlanda era la condizione per la vittoria proletaria nella “avanzata” Inghilterra:

«L’avvento della rivoluzione in Inghilterra è la principale ragion d’essere dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Il solo modo per accelerare l’avvento è quello di rendere l’Irlanda indipendente».
E’ in questa cornice che Marx, contestualmente, denuncia l’uso divisivo che la classe dominante inglese fa “dei pregiudizi religiosi, nazionali sociali e nazionali” anti-irlandesi per tenere in “uno stato d’impotenza la classe operaia inglese malgrado la sua organizzazione”.

Qual era sul piano dell’azione politica, la conseguenza di questa analisi? Si misero forse i marxisti a costruire associazioni caritatevoli (mutualismo) per dare alloggi e pasti a gratis agli immigrati irlandesi? Per niente! Costruirono in Inghilterra comitati per l’indipendenza irlandese e in Irlanda militavano nel movimento di liberazione nazionale. Perorarono forse umanitariamente i flussi migratori dall’Irlanda verso l’Inghilterra? Al contrario incitavano gli irlandesi a combattere in patria, visto che l’emigrazione era funzionale al capitalismo inglese.
Nella stessa lettera a Vogt Marx scrive infatti:
«Per quanto riguarda la borghesia inglese, essa ha innanzi tutto l’interesse, insieme all’aristocrazia inglese, a trasformare l’Irlanda in un immenso pascolo tale da fornire al mercato inglese carne e lana al più basso prezzo. Essa ha ugualmente interesse a ridurre con l’espulsione violenta e l’emigrazione forzata, la popolazione irlandese ad un numero così piccolo che il capitale inglese (investito nella terra data in affitto ai fittavoli) possa là funzionare in tutta sicurezza».
Dunque: l’emigrazione di massa è funzionale al capitalismo imperialista sotto un duplice profilo. E’ necessaria al centro schiavista per avere un esercito industriale di riserva, forza lavoro a basso costo e senza diritti, per calmierare i salari e accrescere quindi il tasso di sfruttamento. Al lato delle periferie serve per tenere meglio soggiogati i paesi semicoloniali, ciò che si ottiene deportando la loro gioventù, privandoli così della loro più importante forza produttiva. L’emigrazione di massa, come lo schiavismo al tempo, è uno dei meccanismi principali del saccheggio imperialista del “terzo mondo” nonché mezzo per disattivare i movimenti di liberazione.

Ergo: al netto della lotta senza quartiere contro xenofobia e razzismo, i rivoluzionari, per le ragioni opposte alle borghesia predatrice cosmopolitica, sono contro l’emigrazione (deportazione) di massa. Marx (per chi lo conosce davvero) avrebbe riservato il massimo disprezzo agli araldi della deportazione, peggio ancora ove essi camuffassero la cosa, come i preti, dietro a motivi filantropici e morali.

Ps
Noto che, sempre “facendo dell’ironia”, mi accusi di far parte della “sinistra cattivista, nazionalista-listiana”. E così tiri in ballo anche l’economista tedesco Friedrich List, contro cui il giovane Marx libero-scambista scagliò i suoi strali. Davvero interessante. Il Barone è un libero scambista. Faccio notare che Marx farà autocritica rispetto al suo primigenio liberoscambismo e giungerà alla posizione di List, che il libero scambismo era una frode dei paesi più forti per soggiogare e depredare quelli più deboli e industrialmente meno avanzati. Ma capisco: solo una mentalità libero-scambista può perorare le migrazione di massa, scambiando l’atto della deportazione schiavistica come un diritto umano. Evviva la libertà di essere deportati!


* «Astraendo da tutti i discorsi sulla giustizia “internazionale” ed “umanitaria”… è questa la mia convinzione. Per lungo tempo ho creduto che fosse possibile rovesciare il regime irlandese mediante l’ascendenza della classe operaia inglese». Ho sempre sostenuto questa tesi sul New York Tribune. Uno studio più approfondito i ha convinto del contrario. La classe operaia inglese non farà mai nulla prima che si sia riusciti a disfarsi del problema irlandese. La leva si deve applicare in Irlanda. Per questo motivo la questione irlandese è così importante per il movimento sociale in generale.

(Lettera di Marx a Engels del 10 dicembre 1869)


NOTE

[1] Scrive Eros Barone:

«Approvo "la fatwa di Giorgio Cremaschi" (espressione talmente insulsa, per la grettezza piccolo-borghese che rivela, da qualificare perfettamente chi l'ha usata) nei confronti dei socialsciovinisti, 'vulgo' rosso-bruni. E l'approvo pur avendo spesso dissentito dalle valutazioni e dalle scelte di Giorgio Cremaschi, il cui percorso politico e intellettuale tuttavia, per la coerenza e la radicalità dello 'spirito di scissione' che lo caratterizzano, non può non suscitare il massimo rispetto. Ciò detto, occorre ribadire che il populismo è intrinsecamente reazionario, perché promuovendo gli interessi economici di una determinata frazione della borghesia, a cui subordina quelli delle classi subalterne mediante un ‘mix’ di concessioni limitate e di demagogia nazionalista, fa leva non sul fattore di classe (= conflitto verticale e blocco progressivo) ma sulla nozione interclassista di popolo (= conflitto orizzontale e blocco neocorporativo): ciò implica che non esista una variante genetica 'di sinistra' di questo ircocervo e, se qualcuno si illude che esista, mi dispiace per lui ma è quella che, 'mutatis mutandis', si incarnò, se non nelle SA di Römer e di Strasser, nell’ideologia e nell’azione di Nicola Bombacci, ex socialista, ex comunista, fascista e repubblichino, nonché estensore della Carta di Verona. Il populismo converge pertanto, sul piano ideologico, economico e sociale, con la concezione fascista, rispecchiata, in una certa misura, dal linguaggio ibrido del governo Di Maio-Salvini. Il populismo è un fattore aliorelativo dell’europeismo, che gli ha spianato la strada e di cui costituisce l’altra faccia (i riconoscimenti elargiti da Salvini a Minniti sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, così come al governo Gentiloni per le politiche del lavoro lo attestano inequivocabilmente): l’uno genera, alimenta e riproduce l’altro (il paradosso si spiega tenendo conto che sono entrambi al servizio di un’unica classe, anche se esprimono gli interessi di due frazioni confliggenti di essa). Il populismo, come dimostrano le misure fiscali e lavorative che propone (l’introduzione della regressiva e antipopolare ‘flat tax’ e il ripristino dei ‘voucher’), si atteggia ad ‘amico’, ‘avvocato’, ‘difensore’ del popolo, ma è in realtà un ‘falso amico’ del proletariato, un rappresentante della piccola e media borghesia reazionaria e un vassallo, ancorché riottoso e instabile, della grande borghesia. Se quanto precede è esatto, ne consegue che i sintagmi di “sinistra patriottica” (Leonardo Mazzei) e/o di “patriottismo laburista” (Giulio Sapelli) sono, nella fase attuale, lustre che coprono ben altra mercanzia (= fascistizzazione). In un regime capitalistico e in un contesto inter-imperialistico non esiste un ‘interesse nazionale’ in cui la classe operaia possa riconoscersi, l’unico interesse imposto e prevalente essendo quello della borghesia imperialista. Donde consegue che non esiste (e, anche se esistesse, non va appoggiata) una ‘borghesia nazionale’ e che, pertanto, occorre escludere l’uso fuorviante di espressioni come ‘colonialismo’ e ‘sovranità nazionale’ applicate alle vicende interne della UE: ‘questa’ Europa è stata infatti voluta dalle classi dominanti di ciascun paese aderente (basti pensare che l’inserimento nella Costituzione del pareggio di bilancio, intangibile dogma liberista, è stato approvato con una maggioranza quasi assoluta). Pertanto, chi indica come bersaglio da colpire la Germania della Merkel, oltre a sbagliare mira politica, fornisce all’arciere che tiene sotto tiro l’intero continente, cioè agli USA del fascista Trump, la freccia con la quale questi mantiene la sua minaccia (solo in Italia 40 basi militari e 90 testate nucleari del tutto al di fuori di ogni controllo da parte del governo). Il modo in cui si pone il tema della lotta per la sovranità nazionale deriva per i comunisti dalle indicazioni contenute nell’articolo di Lenin “Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa”, ove l’obiettivo della lotta per la sovranità e l’indipendenza nazionale acquista un contenuto politico e sociale avanzato in un processo rivoluzionario guidato dalla classe operaia e dai suoi alleati: processo che, vigendo la legge economica dello sviluppo ineguale, può nascere anche nel quadro del polo imperialista europeo, di cui l’Unione Europea è il braccio economico-finanziario e la Nato il braccio politico-militare».

[2] Scrive Mario Galati:

«Sulla posizione scientifica analitica di Marx circa la sovrappopolazione relativa non ci piove. Così come sull'effetto deflattivo sui salari dell'esercito industriale di riserva a seconda dei cicli economici (Emiliano Brancaccio, per es., sostiene che attualmente non ci sono evidenze di un'apprezzabile influenza dell'immigrazione sulle dinamiche salariali attuali in Italia).
Il nodo però sta nella soluzione sulla quale si concentra l'attenzione, la quale indica la collocazione di classe.
Propendere per la fermata dei flussi alla Minniti e alla Salvini, invece che andare alla radice della devastazione imperialistica delle aree di provenienza, esprime una posizione subalterna e corporativa della classe lavoratrice nazionale., non una posizione di classe cosciente e autonoma.
Cosa significa, infatti, fermiamo i flussi perchè se no ci abbassano i salari? E' la piena sottomissione dei lavoratori al capitale e la guerra tra poveri. Non mi sembra che così si faccia opera di coscientizzazione e di formazione di una classe per sé. Si crea, invece, una mentalità corporativa, gretta e subalterna, come quella socialdemocratica al guinzaglio del colonialismo. E perdente.
Non mi sembra che Marx, constatato il problema, abbia assunto o indicato mai una posizione del genere. Al contrario, ha indicato nell'unità di classe e nella lotta al capitalismo la soluzione. (v. la questione degli operai irlandesi in Inghilterra).
Questa insistenza continua sul carattere di esercito industriale di riserva dannoso per i lavoratori italiani lancia un messaggio preciso nel senso corporativo detto; se non peggio, dato l'attuale contesto tendente alla xenofobia e al razzismo (o vogliamo negare anche questo e chiamarlo semplicemente legittimo disagio delle classi popolari?).
E' bene dire certe cose in modo scientifico, chiaro e spregiudicato; ma insistere su un aspetto della questione (l'esercito industriale di riserva e l'interesse del capitale alla mobilità piena, alla deportazione, della forza lavoro) e farlo prevalere sull'altro decisivo (lo sfruttamento, le guerre e l'oppressione imperialistica del capitalismo, causa delle migrazioni (non i complotti mondialisti)), assume un significato e un valore favorevole alla destra; diviene propaganda di destra.
Infine chiedo: per quale motivo considerare i lavoratori stranieri come parte necessaria della lotta di classe deve necessariamente voler dire considerarli "base di rimpiazzo" della sinistra radicale mutualistica?
La sinistra "patriottica" vuole forse organizzare soltanto i lavoratori italiani?
Attenzione che a forza di ripetere certi concetti, al posto dell'analisi e della proposta realistica, si scivola senza accorgersene su un altro terreno ideologico e politico fangoso».

[3] Replica Eros Barone

«Ricordo a Mario Galati che Emiliano Brancaccio sostiene la tesi opposta a quella che lui gli attribuisce e che qui riporto da un’intervista di questo studioso: «Le evidenze empiriche di cui disponiamo ci comunicano che l’apertura globale dei mercati risulta correlata a un declino delle quote dei salari sul Prodotto Interno Lordo». Per quanto riguarda, invece, l’estensore dell’articolo sulla ‘fatwa di Giorgio Cremaschi’, se costui manifesta un livello di comprensione del tema del quale si discute pari a quello che dimostra di possedere sui meccanismi dell’ironia vi è motivo di preoccuparsi seriamente ma anche di sorridere apertamente. Così, il suo modo di reagire mi ha fatto venire in mente la situazione comica di un novello Calandrino che all’affermazione: “Questa birra è divina!”, risponda: “No, è un prodotto umano e industriale”… Sennonché, come accade ormai da tempo, all'ipertiroidismo globalista ed europeista succede (o s'intreccia) l'ipertiroidismo sovranista e nazionalista: l'uno riproduce, alimenta e rigenera l'altro. Il 'cattivo infinito' di questa storica patologia della “coscienza europea” si inciprignisce sempre di più e segue, essendo determinato da processi oggettivi, un ritmo in apparenza inarrestabile. Come nel 1904-1914, come nel 1929-1939... Non per nulla, i marxisti internazionalisti, un secolo fa (ripeto: un secolo fa), sostenevano che, data la società capitalistica nella sua fase imperialista, ogni discorso intorno alla sovranità nazionale dei popoli non è solo una pia illusione di stampo borghese-risorgimentale, ma è soprattutto una menzogna che incatena i proletari al carro del nazionalismo, la più velenosa e sanguinosa delle ideologie. E proprio su questo tema nevralgico è possibile misurare tutta la straordinaria attualità scientifica e politica dell’analisi di Karl Marx. Infatti, la lettera inviata da quest’ultimo a Sigfried Meyer e August Vogt il 9 aprile 1870, che qui dò per nota (pur avvertendo con Hegel che ciò che è noto spesso non è affatto conosciuto), potrebbe essere stata scritta oggi, tanto risulta attuale. Basterebbe sostituire “proletari inglesi” con “lavoratori italiani” (o di qualsiasi altro paese europeo) e “proletari irlandesi” con “immigrati od extracomunitari” e i conti tornerebbero perfettamente. Oggi sono presenti ormai in tutti paesi europei forze politiche di destra, populiste o fasciste, la cui funzione è esattamente quella di strumentalizzare i ceti popolari, persuadendoli che la causa della loro condizione di precarietà e di impoverimento è dovuta alla ‘concorrenza’ dei lavoratori immigrati e non alle basi strutturali del sistema capitalistico. Come afferma Marx nella lettera testé citata, è proprio questo «il segreto grazie al quale la classe capitalista mantiene il suo potere». In effetti, l’immigrazione è il prodotto dell’organizzazione del capitalismo nel mondo. Le potenze imperialiste sfruttano i paesi del Terzo Mondo, si appropriano delle loro ricchezze e, quando i popoli di quei paesi si ribellano, li massacrano con la “guerra celeste” (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria). Perciò, è del tutto normale che da consimili situazioni di povertà, guerra e sfruttamento molte persone cerchino di fuggire e quindi decidano di emigrare. Ma tale scelta non è né naturale né romantica, come vorrebbe la ‘sinistra’ buonista, cosmopolita e filo-imperialista (riflesso speculare di essa: la ‘sinistra’ cattivista, nazionalista-listiana e anti-imperialista). Gli immigrati non sono animali, per loro non è naturale migrare. Sono uomini che scappano dalla guerra o più spesso dalla fame e dalla povertà. Ma la soluzione di questo problema esiste: ritirare tutti i reparti militari presenti in tutti i paesi, smascherare le operazioni di “peacekeeping”, fermare le guerre, le occupazioni militari ed ogni ingerenza in quei paesi. In poche parole: uscire dalla NATO. Insieme con l’interruzione delle azioni militari, occorre poi sopprimere il rapporto di dominio economico con quei paesi e, di conseguenza, smettere di sottrarre ad essi risorse e materie prime, sfruttando in modo disumano la loro manodopera, come è prassi comune di tutte le imprese multinazionali. Solo ripristinando con quelle nazioni rapporti di cooperazione e non di rapina, si può regolamentare in modo risolutivo il fenomeno dell’immigrazione. Se questa politica fosse applicata nell’arco di un ventennio, il numero degli immigrati comincerebbe a diminuire fino a livelli normali. Ma ovviamente nessuna politica di questo genere può essere applicata in un sistema che è fondato sul potere dei grandi monopoli, in un sistema che vede gli Stati interamente asserviti ai loro interessi. Compito dei comunisti è ribadire che il socialismo è l’unica soluzione giusta e razionale di questo problema, poiché è l’unica soluzione che permette di realizzare con i paesi del Terzo Mondo una politica di cooperazione, non di rapina. Altre strade non esistono. E merito di Cremaschi è aver rammentato ai 'fuorviati' che quella di Bombacci conduce 
all'inferno».

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RINASCITA!


[ 22 giugno 2018 ]

Per iniziativa di Carlo Formenti, Mimmo Porcaro Ugo Boghetta, è nata l'associazione politico-culturale RINASCITA! Per un’Italia sovrana e socialista.

Due sono le cifre che caratterizzano questo nuovo raggruppamento: sovranità nazionale e socialismo. Come esse verranno declinate concretamente vedremo. Fa ben sperare, come si evince dal Comunicato stampa che pubblichiamo qui sotto, che essi non solo abbiano compreso la svolta avvenuta il 4 marzo, ma che non dichiarino guerra al governo giallo-verde. "Andrà sostenuto quando farà cose che vanno nella direzione di rompere la gabbia ordoliberista, incalzato a resistere contro l'élite eurocratica che vorrà tornare al potere, combattuto quando adotterà misure neoliberiste"; questo quanto affermano in buona sostanza — come scritto altrove. Una linea che condividiamo e che dispone l'Associazione in quello che chiamiamo "campo della sinistra patriottica". 
Facciamo ai compagni i migliori auguri di buon lavoro.


 * * *


E’ nata: RINASCITA! Per un’Italia sovrana e socialista


«Rinascita! Per un’Italia sovrana e socialista è la denominazione decisa il 9 giugno a Milano nel primo incontro politico-organizzativo successivo alla presentazione, avvenuta a Bologna il 15 aprile, della proposta avanzata da Formenti, Porcaro, Boghetta. Un progetto centrato sul rilancio della prospettiva socialista, la sovranità e l’interesse nazionale e popolare come soluzione alla crisi del capitalismo liberista, dell’Unione Europea, dell’euro. Rinascita!, dunque, di un paese che senza sovranità e senza prospettiva socialista è destinato al declino.

Questa proposta risulta tanto più necessaria dopo il voto del 4 marzo e la nascita del governo gialloverde che fa dell’Italia un laboratorio.

Per la prima volta in Europa, infatti, dopo la sciagurata esperienza greca, va al governo una coalizione che rappresenta anche i ceti stressati e vessati dalle politiche liberiste, dalla globalizzazione e dalle aperture incontrollate a capitali, merci e persone.
Il giudizio e l’atteggiamento nei confronti di questo governo non può dunque che essere articolato.

Per noi di Rinascita! si tratta di incalzarlo sui provvedimenti favorevoli alle classi popolari e sulla collocazione internazionale. La rottura dell’Unione e del suo pilastro, l’euro, è infatti un obiettivo strategico che va perseguito fino in fondo. Per altro verso la politica economica della coalizione, basata sul togliere le tasse ai ricchi perché investano producendo effetti economici positivi, è già fallita in passato e non può che aumentare le già enormi diseguaglianze. In realtà solo con un forte intervento dello Stato per una nuova matrice economica e sociale si possono perseguire la piena occupazione e gli altri obiettivi popolari.

Negativa è poi tutta la parte riguardante la sicurezza. Il diritto di sparare, la repressione come sola risposta peggiorano la situazione come dimostra il modello americano. Per quanto attiene la questione immigrati il fenomeno va controllato e regolato anche al fine di stabilizzare chi vive, studia, lavora in Italia, ma è del tutto evidente che occorre affrontarne le cause che stanno nei paesi di origine: guerre, sfruttamento delle multinazionali, asservimento dei governi locali. Il diritto a non emigrare, che riguarda anche tanti giovani italiani, lo si persegue attraverso il cambiamento radicale di un modello economico basato sul profitto e lo sfruttamento, e con la lotta internazionalista per la liberazione dal dominio del capitalismo.

Nei prossimi mesi Rinascita! Per un’Italia sovrana e socialista si propone di approfondire la proposta con le realtà intellettuali e politiche convergenti e presentandola nella varie realtà locali».

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giovedì 21 giugno 2018

LA SINISTRA È MORTA di Stefano Fassina

[ 21 giugno 2018 ]

Da queste parti è da almeno il 2014 che seguiamo con interesse e solidarietà Stefano Fassina. Fu il solo (poi accompagnato da D'Attorre) che pur venendo dalla sinistra di regime iniziò a fare discorsi di verità sull'euro e sulla Ue. Poi venne la rottura col Pd e l'adesione a Sinistra Italiana, infine quella a Liberi e Uguali, ovvero in entità "diversamente europeiste".
Fassina, lo ammettiamo, ci mette in imbarazzo: condividiamo il grosso delle cose che dice, sull'euro, sui diritti civili usati come foglia di fico dai liberisti per oscurare la distruzione di quelli sociali, sul patriottismo cosituzionale, infine sullo "spiaggiamento" delle sinistre, quella radicale compresa. 
Tuttavia resta tra gli spiaggiati e lui, che è in ottima salute, si rifiuta di voltarsi e prendere il largo. Perché mai? Forse perché fuori dalla comunità da cui viene si sente perduto. Capiamo, non condividiamo. Esistesse il catalizzatore di una forte sinistra patriottica sarebbe possibile separare il grano dal loglio e trovare a Fassina il suo luogo.
Fatto sta che, malgrado il suo voto in Parlamento contro il governo giallo-verde in disciplina col gruppo di Leu, il Nostro non partecipa al coro sguaiato di sinistra che tuona contro il "governo fascio-leghista". Meglio poco che niente.
Qui sotto una sua recente intervista di Ofcs.report.

*  *  *
Tra le varie reazioni all’ormai famigerato scontro tra Quirinale e Paolo Savona non sono passate inosservate le recenti dichiarazioni, decisamente fuori dal coro, di Stefano Fassina, già economista presso il Fondo Monetario Internazionale, Viceministro dell’Economia e attuale deputato di Liberi Uguali.
Ofcs.report, che ha seguito pochi giorni fa la presentazione del libro del neo-ministro delle politiche comunitarie Come un incubo e come un sogno – alla quale hanno preso parte oltre a Paolo Savona, Giorgio La Malfa e lo stesso Fassina – ha deciso di approfondire direttamente con lui questa posizione tanto “eretica” quanto originale per chi, in questi ultimi anni, è stato protagonista del dibattito economico e politico della sinistra parlamentare.
Ben prima della querelle che ha caratterizzato la nomina di Savona a ministro dell’Economia lei ha avuto modo di dichiarare il suo apprezzamento per le idee del neo-titolare delle Politiche UE. Come mai a sinistra le idee di Savona vengono viste con così tanto sospetto?
“La sinistra, in tutte le sue declinazioni, sia quella di governo, sia quella cosiddetta “radicale”, è largamente inconsapevole del funzionamento effettivo del mercato unico e dell’euro. Si muove tra europeismo liberista e cosmopolitismo astratto. Purtroppo, la cultura economica nelle nostre file è scarsa e quella presente è, prevalentemente, quella dominante da trent’anni nelle università: il neo-liberismo. Inoltre, permane un
europeismo fideistico, impermeabile ai dati di realtà, motivato dal terrore che qualunque interpretazione degli interessi di classe in chiave nazionale degeneri in nazionalismo, autarchia, xenofobia. Infine, la classe dirigente ancora in prima fila è stata protagonista delle scelte decisive degli ultimi 25 anni. Arriva a riconoscere l’insostenibilità della globalizzazione, ma fa fatica ad ammettere di aver contribuito a realizzare un impianto liberista estremo con il mercato unico e l’eurozona”.
Lei ha affermato che avrebbe voluto leggere alcune posizioni di Savona da qualcuno del “suo” mondo. La sinistra, durante le scorse elezioni, ha pagato l’assenza di ricette del genere?
“Assolutamente sì. Ci siamo proposti, con le figure in prima fila, come il Pd delle origini, quelli che hanno portato l’Italia nell’euro e poi “salvato” il Paese con il sostegno al Governo  Monti. Non vi è stata e, in larga misura, non vi è tutt’ora la consapevolezza che, come per la sinistra storica nel resto dell’Unione europea, la rottura con i nostri insediamenti sociali si è consumata a causa delle scelte del “Trentennio inglorioso” alle nostre spalle, non semplicemente per colpa di Renzi”.
Recentemente ha destato scalpore la sua posizione personale riguardo l’esecutivo Conte e il contratto di governo. Quali le proposte che avrebbe voluto che fossero state fatte proprie dalla sinistra?
“Nel nostro programma elettorale, vi sono alcune delle proposte che abbiamo ritrovato nel “Contratto” che condividiamo e che sosterremmo se fossero portate in Parlamento: la necessità di forzare il quadro regolativo europeo non soltanto sul terreno della finanza pubblica, ma anche per alcune Direttive, come la Bolkestein; gli interventi correttivi della Legge Fornero; la strategia verde per l’economia; la banca pubblica per il sostegno agli investimenti”.
Solo dieci anni fa il centrosinistra contava sui voti di oltre un terzo del Paese. Potesse tornare indietro quale decisione cambierebbe rispetto ad alcune politiche poi sonoramente bocciate dagli elettori?
“10 anni fa nasceva il Pd al Lingotto all’insegna del blairismo, versione compassionevole del neo-liberismo, quando diventavano evidenti le contraddizioni dell’ordine neo-liberista con la”crisi” avviata dai mutui sub-prime negli Usa. Gli eredi del Pci, del cattolicesimo liberal-democratico e del cattolicesimo sociale erano completamente inconsapevoli della fase. Il Pd è stata una scelta autolesionista: non perché ha unito culture e storie politiche diverse, ma perché l’ha fatto sull’asse dell’europeismo liberista e del plebiscitarismo con la santificazione delle primarie per eleggere il segretario del partito. Poi, esiziale, è stato non “staccare” la spina al governo Monti a giugno 2012, dopo le elezioni amministrative con autonomia e consapevolezza della rabbia del nostro universo sociale”.
Qual è la ricetta per far tornare il centrosinistra protagonista del dibattito pubblico?
“La sfida è enorme. Coinvolge tutte le forze della sinistra storica: la famiglia del socialismo europeo, spiaggiata e al margine ovunque. Dobbiamo partire dalla consapevolezza che il mercato unico e l’euro, come regolati dai Trattati e dall’agenda mercantilista dominante trainata dalla Germania, sono fondati sulla svalutazione del lavoro, quindi negano in radice la funzione stoica della sinistra. Nel quadro dato, la sinistra è morta. Sulla base di tale consapevolezza, oggi minoritaria sia nella sinistra storica, sia nella sinistra radicale o antagonista, dobbiamo fare forzature intelligenti al quadro dominante, ridefinire qualche strumento di governo dell’economia per lo Stato nazionale all’insegna del patriottismo costituzionale”.
FONTE: Ofcs.report

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