venerdì 20 gennaio 2017

CINQUE STELLE: "CONTRORDINE COMPAGNI!" di Piemme

[ 20 gennaio ]

Ve le ricordate le giornate che seguirono il referendum mentre la casta tramava per mettere in sella Gentiloni? 


Promettevano bene... 
I Cinque Stelle tuonavano fuoco e fiamme: «Per noi qualunque nuovo governo non eletto dai cittadini non ha legittimazione per operare in nome del popolo italiano», diceva Giulia Grillo. Grillo in persona qualificava il nascente Esecutivo come "un'invasione di ultracorpi".


Roberto Fico (che tra i leader di spicco ci pare quello con più sale in zucca nonché coraggio) rincarava la dose e adombrava  —come modestamente questo blog aveva suggerito— la possibilità di un Aventino disertando le aule di un Parlamento di fantoccio.

In quegli stessi giorni M5S ha  annunciava ufficialmente, preceduta da alcuni flash mob locali, una grande manifestazione "per la democrazie e la dignità dei cittadini" per il 24 gennaio, ovvero il giorno in cui la Corte costituzionale dovrebbe esprimersi sulla legge elettorale.

CONTRORDINE COMPAGNI!

Era nell'aria. Con il pretesto del marasma romano seguito agli arresti di Marra e C., il M5S annullava all'ultimo momento la prima delle manifestazioni che doveva preparare quella nazionale del 24 gennaio, quella a Siena sulla vicenda Mps. Nelle settimane successive vennero poi cancellati tutti i flah mob in preparazione. Era l'avvisaglia del dietrofront. 
Proprio ieri infatti, con il benestare di Beppe Grillo (fisicamente presente a Roma) M5S ha ufficialmente abolito la prevista manifestazione nazionale del 24 gennaio.
«Roma, 19 gen. (askanews) - Il MoVimento Cinque stelle ha cancellato l'annunciata giornata di mobilitazione in piazza il prossimo 14 gennaio, in occasione della decisione della Corte Costituzionale sulla legittimità dell'Italicum. La mobilitazione è stata annullata in segno di rispetto per l'emergenza drammatica che sta vivendo il Centro Italia per il sisma e il maltempo. Lo si è appreso a margine della riunione M5S sulla comunicazione a Montecitorio a cui partecipa anche il leader pentastellato Beppe Grillo».
Si può credere al pretesto formale per giustificare il "tutti a casa", ma riferito ai tanti cittadini che avrebbero manifestato la loro protesta? Io pendo per il no. Io vi leggo un segnale politico, indirizzato non solo alla propria base, ma alla casta. Che segnale? Che M5S non disturberà più di tanto il manovratore e che, (altro che Aventino!!) i Cinque Stelle staranno alle regole istituzionali del gioco (truccato). Detto brutalmente: un segnale soporifero di autoaddomesticamento. 

Non è la prima volta che Grillo soffia sulla tromba della ritirata (che quindi non è più solo tattica). Ci tornano alla mente le infuocate giornate dell'aprile 2013, quando venne rieletto Napolitano alla Presidenza della Repubblica. "CONTRO IL COLPO DI STATO" Beppe Grillo fece appello agli italiani ad una marcia da Montecitorio verso il Quirinale:
«Il M5S da solo non può però cambiare il Paese. E' necessaria una mobilitazione popolare. Io sto andando a Roma in camper. Ho terminato la campagna elettorale in Friuli Venezia Giulia e sto arrivando. Sarò davanti a Montecitorio stasera. Rimarrò per tutto il tempo necessario. Dobbiamo essere milioni. Non lasciatemi solo o con quattro gatti. Di più non posso fare. Qui o si fa la democrazia o si muore come Paese».
 Il 20 aprile Grillo si presenta presto nella piazza già gremita MA per invitare i presenti ad "arrendersi", ovvero a tornare a casa. Poi ammetterà che il contrordine fu imposto lui dalla Digos, leggi Ministero degli interni. Su questo blog segnalammo subito che non era ammissibile avere due parti in commedia, incendiari e pompieri, ma tentammo di giustificare quella ritirata, che volemmo leggere come frutto del timore di scatenare l'inferno. [1]

Ora è sempre più difficile giustificare le mosse arrendevoli, se non abominevoli (vedi la decisione di aderire al gruppo liberista di ALDE) della cupola che dirige il Movimento, come "errori". Se proviamo ad unire i punti del grafico viene fuori il disegno triste di una forza politica che si va inesorabilmente normalizzando, che man mano che si avvicina alla stanza dei bottoni, si va agghindando per risultare digeribile all'establishment oligarchico.
Non è più quindi solo per una conclamato cretinismo parlamentare che è stata annullata la mobilitazione del 24 gennaio.

Sì, dobbiamo ribadire il concetto: non si possono avare due parti in commedia: da una parte pretendere di rappresentare la protesta sociale e, allo stesso momento candidarsi a governare il Paese con mosse di mediocre cabotaggio per accattivarsi le simpatie dei poteri forti. Prima o poi l'antinomia diventerà una esplosiva contraddizione.

NOTE

[1] «Beppe Grillo, incendiario e pompiere. Due parti in commedia. A caldo ci è venuto in mente un unico sostantivo: “Traditore! Una simile condanna veniva dalla constatazione che nella giornata del 20 aprile non c’era stato solo lo scisma definitivo tra Potere costituito e la parte viva e non asservita del popolo italiano. Abbiamo pensato che era avvenuta un’altra divaricazione, tra gli italiani indignati, quelli che non ne possono più, che soffrono la catastrofe sociale e chiedono una svolta radicale, e il Movimento 5 Stelle che per ora li rappresenta.
A mente fredda ci viene invece da essere prudenti.
Certo, Grillo se l’è fatta sotto. Ma forse, in questa paura c’è la spia che il momento della sollevazione generale non è maturo, che non è già l’ora di dare fuoco alla prateria. Che scatenare adesso la rivolta significherebbe andare incontro ad una sconfitta certa, offrendo al nemico la possibilità di portare a casa una insperata vittoria strategica.
L’importante è trarre, dalle esitazioni di Grillo e dalla inquietante pochezza del gruppo di eletti e di dirigenti ai vari livelli del M5S, le necessarie conclusioni.
La prima: quanto accaduto ieri dimostra che M5S, per la sua stessa natura, non vorrà e non potrà mettersi alla testa della latente sollevazione popolare. Beppe Grillo non è il Cristo, egli è solo un precursore, un Giovanni Battista.
La seconda: che il compito ineludibile di chi vuole cambiare questo paese, non è solo comprendere che il cambiamento passa per la sollevazione; si deve finalmente capire che occorre costruire la sua forza dirigente. Quella che dovrà mettere ordine nel caos che sarà. È già molto tardi»
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BRUNO AMOROSO CI HA LASCIATI

[ 20 gennaio ]

Apprendiamo con enorme tristezza la scomparsa, avvenuta questa mattina, dopo lunga malattia, di Bruno Amoroso, eminente economista e compagno di tante battaglie contro quest'Europa oligarchica e per la riconquista della sovranità popolare. Invitiamo tutti i compagni, anzitutto i romani, a partecipare alla cerimonia di commemorazione che si svolgerà lunedì prossimo presso il campidoglio alle ore 16:00.

«Bruno Amoroso, presidente del Centro Studi Federico Caffè, è morto nelle prime ore di venerdì 20 gennaio 2017, in Danimarca, dove ha insegnato e vissuto per molti anni. È stato uno degli allievi e collaboratori del noto economista Federico Caffè (nel libro La stanza rossa, per Città aperta, traccia il significato dell’avventura intellettuale e umana dell’amico e maestro). Docente presso l’università di Roskilde (Danimarca) e quella di Hanoi (Vietnam), Amoroso è stato tra i promotori dell’Università del Bene Comune e autore di numerosi articoli e libri (tra cui Europa e Mediterraneo. Le sfide del futuro per Dedalo edizioni e L’Europa oltre l’Euro, edita da Castelvecchi) e tra i primi collaboratori di Comune. Abbiamo perso un grande amico, un intellettuale fuori dal coro come pochi. Ci resta la disobbedienza civile è uno dei suoi ultimi articoli, altri sono leggibili qui. L’articolo La storia vista con gli occhi di un intruso, di Enzo Scandurra, è invece dedicato all’ultimo libro di Amoroso, L’intruso (Castelvecchi), in cui l’autore si chiede: dove abbiamo sbagliato? 
Ciao Bruno.
Due cerimonie laiche sono in programma per commemorare Bruno Amoroso, lunedì 23 gennaio ore 9.30, a Copenaghen (presso Kapel – Rigshospitalet, Blegdamsvej) e a Roma. L’assessore Paolo Berdini ha infatti prenotato un’aula in Campidoglio (ore 16)».*



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LA MEGLIO RIFONDAZIONE CHE C'É. Le "Tesi alternative" di Dino Greco

[ 20 gennaio ]

EURO, UNIONE EUROPEA, SOVRANITÀ NAZIONALE E POPOLARE: LE TESI ALTERNATIVE DI DINO GRECO (nella foto)

Il Comitato politico nazionale del Prc, svoltosi il 14 e 15 gennaio scorsi, ha licenziato i documenti che saranno sottoposti alla discussione degli iscritti in vista del X° Congresso nazionale —che si svolgerà a Spoleto dal 31 marzo al 2 aprile. Di contro al documento della maggioranza capeggiata da Paolo Ferrero— né uscita dell’Italia dall’Ue, né abbandono dell’euro, bensì disobbedienza ai trattati— il compagno Dino Greco (di cui avevamo due anni fa pubblicato le sue posizioni critiche) ha opposto delle Tesi alternative lucide sul piano dell'analisi e pienamente condivisibili sul piano strategico. 
Pubblichiamo qui la «TESI A». Un'altra dimostrazione che c'è vita a sinistra...


L’Europa, l’euro, la lotta contro i trattati europei e l’austerity

«Quando la dissoluzione della sovranità nazionale non mette capo ad una democrazia sovranazionale ma al dominio delle nazioni più forti, la rivendicazione della sovranità non è un regresso agli albori dell’assolutismo, ma un progresso verso la riconquista della democrazia»
(Mimmo Porcaro)

1. Sin dalla metà degli anni Settanta, il capitalismo ha abbandonato ogni velleità prometeica, di progresso universale, e ha rotto il compromesso post-bellico con la democrazia.

Nell’indirizzo al vertice della Commissione trilaterale del giugno ’91, David Rockefeller tracciò con chiarezza la nuova linea: “la sovranità sovranazionale di una élite intellettuale di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale dei secoli scorsi”.

Più esplicitamente ancora si esprimerà la banca J.P. Morgan nel maggio del 2013 col noto documento in cui essa “suggerisce” di liquidare “le Costituzioni adottate in seguito alla caduta del fascismo”, poiché troppo permeate dalle idee socialiste, dalla eccessiva presenza di un movimento sindacale organizzato, da un ingombrante sistema di protezione sociale e da un sovraccarico di democrazia.

Per il capitale che si internazionalizza, che abbatte ogni frontiera e non riconosce altro statuto che quello insito nel suo codice genetico, lo Stato-nazione è il nemico da abbattere, perché lì e solo lì possono materializzarsi forze antagonistiche potenzialmente capaci di ostacolare il progetto di sussunzione al capitale di ogni rapporto economico, sociale, umano.

Portare la lotta “al livello del capitale” non significa dunque accettare il terreno di scontro ad esso più favorevole (quello di un’eterea, inafferrabile dimensione sovranazionale, nel nostro caso europea), ma di porsi rispetto ad esso in una posizione asimmetrica, costringendolo a calcare gli stivali nella “palude” degli stati nazionali, nella dimensione territoriale, cioè nei luoghi dove è concretamente possibile – nelle forme date – organizzare il conflitto e la resistenza contro le politiche di austerity.

L’ “unità minima” ove portare il conflitto antagonistico si identifica con lo Stato nazionale perché, nella situazione presente, solo esso può avere la forza di reperire – in piena coerenza con la legge fondamentale della Repubblica - i mezzi finanziari indispensabili per riattivare la mano pubblica, non in un recinto autarchico ma, al contrario, per ostacolare i movimenti destabilizzatori del capitale e aprire nuovi spazi cooperativi internazionali.

Occorre infatti non perdere di vista che l’Ue è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario; l’architettura monetarista che esso ha posto a suo fondamento serve a stabilizzare e “blindare” quel potere.

Siamo cioè di fronte ad una vera e propria ristrutturazione della formazione economico-sociale capitalistica che coinvolge la struttura economica (cioè il modello di accumulazione), i rapporti di proprietà, la sovrastruttura politica e giuridica, i modelli istituzionali ed elettorali e l’ideologia che rende coeso il blocco sociale dominante.

L’ambizioso progetto è quello di liquidare in radice il welfare novecentesco, ridurre i salari a livello di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista con l’obiettivo di rendere permanente l’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo, condizione indispensabile in una fase della storia in cui la composizione organica e la stupefacente concentrazione del capitale hanno raggiunto un livello tale da non riuscire a offrire agli investimenti un adeguato rendimento.

Il livello dello stato nazionale e i vincoli costituzionali che ne plasmano la sovranità rappresentano per il capitale un ostacolo da rimuovere in quanto intrinsecamente contraddittori con quel progetto: un progetto non negoziabile perché ne va della stessa missione delle classi dominanti.

2. L’ordinamento comunitario, il combinato disposto dei trattati, è radicalmente antinomico rispetto a quello della Costituzione italiana del ’48 perché sovverte la gerarchia delle fonti del diritto, distruggendo sovranità popolare e indipendenza nazionale. Esso mira a costruire uno spazio economico senza frontiere interne ispirato al “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Aderendovi e applicandone i dispositivi in via esecutiva il parlamento italiano ha sovvertito la gerarchia delle fonti del diritto, generando “norme distruttive ed eversive della stessa Costituzione”.

La Costituzione del ’48 non accoglie né il modello dell’economia di mercato, né il generale principio della libera concorrenza. Anzi: l’articolo 41 afferma con chiarezza che la libertà d’azione dei soggetti economici privati trova il suo limite nei “programmi” e nei “controlli” necessari affinché tanto l’attività economica pubblica quanto quella privata “possano essere indirizzate a fini sociali”.

La Costituzione – in termini di principio e prescrittivi – affida alla mano pubblica il disegno globale dell’economia, esattamente per la ragione che Palmiro Togliatti espose nel dibattito alla prima sottocommissione dell’Assemblea Costituente (1947) intorno al tema delle “Relazioni economico-sociali” e a quello che diventerà poi il Titolo III della Carta. E cioè che “il non intervento dello Stato in una società capitalistica equivale ad un intervento a favore della classe dominante”. Vale a dire “al riconoscimento che chi è più forte economicamente può dettare le condizioni di vita di chi è economicamente più debole”.

Ciò di cui si incarica la Costituzione è di porre un limite cogente all’asimmetria di forza fra capitale e lavoro.

Non occorre essere fini costituzionalisti per capire che l’antinomia fra le due architetture di sistema condurranno ben presto alla totale liquidazione dell’articolo 41 della Costituzione, trasformandolo nel suo rovescio.

Una nuova lettura della Costituzione nel senso del primato del mercato non può non risolversi nello spostamento delle finalità dell’intervento pubblico dalla funzione programmatoria alla funzione di rimozione degli ostacoli al funzionamento del mercato, nella subordinazione dei fini sociali a quelli della remunerazione del capitale (cioè del profitto).

Esattamente come nella teoria liberale classica, lo Stato ha la funzione di assicurare e proteggere da ogni e qualsiasi turbativa la proprietà e il modo capitalistico dell’accumulazione privata.

Così stando le cose, tutti i diritti sociali storicamente conquistati dalle classi lavoratrici diventano, nella loro integralità – primo fra tutti il diritto al lavoro – come altrettanti limiti all’esercizio stesso del diritto di proprietà.

Il diritto alla tutela contro il licenziamento ingiustificato, a condizioni di lavoro sane, sicure, dignitose, la protezione in caso di perdita del posto di lavoro cessano di essere “giuridicamente vincolanti”.

Si spiega così la vicenda ormai famosa della lettera che il presidente entrante e quello uscente della Bce indirizzarono al governo italiano il 5 agosto 2011 (un vero memorandum) in cui si subordinava il sostegno ai nostri titoli del debito all’adozione di varie misure fra cui, in particolare, una riforma della contrattazione collettiva che permettesse di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende” e “un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti (…) in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi”. Ogni diversa soluzione implicherebbe infatti un’interferenza inammissibile rispetto all’obiettivo di “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” che è l’unico possibile assetto compatibile con le finalità stabilite dall’articolo 3 del TUE.

In conclusione: mentre la nostra Costituzione collocava lo Stato – e in esso il lavoro – in una posizione di primazia, attribuendogli potestà rilevantissime in ordine alle decisioni circa cosa, come e per chi produrre, i trattati europei, secondo il dogma liberista, hanno inteso costruire uno spazio retto dalla libera concorrenza.

La Costituzione pretendeva di stabilire un proprio ordine entro il quale costringere la libertà degli affari, l’Ue impone un ordine di libertà per il compimento degli affari.

3. La nostra linea di attacco deve sapere individuare l’anello debole della catena e il punto di maggiore fragilità dell’impianto è l’euro.

Trattati e moneta sono un tutto organico e l’euro svolge una fondamentale funzione di gerarchizzazione fra paesi creditori e paesi debitori, fra sud e nord, appunto attraverso la costruzione forzosa di un’unica area valutaria imposta ad economie del tutto diverse.

L’avere persuaso che la moneta è un elemento neutro nell’assetto capitalistico europeo è uno dei più stupefacenti successi ideologici delle classi dominanti.

Ora, delle due l’una: o disobbedire ai trattati ha un significato concreto, e allora comporta l’uscita dall’euro, oppure la disobbedienza si traduce in un puro atto propagandistico, in attesa di una palingenesi democratica dei popoli che, più o meno all’unisono, dovrebbero ad un certo punto decidere di liberarsi dalle proprie catene.

Se “noi non ci battiamo né per l’uscita dell’Italia dall’Ue, né per l’abbandono dell’euro”, la dichiarata intenzione di mettere in crisi l’Ue “attraverso forzature” si risolve in nulla perché nessun significativo atto di rottura è in realtà nella cifra della nostra politica.

Alle altisonanti affermazioni in base alle quali “l’Ue va rovesciata” in quanto quella gabbia “non è riformabile” dall’interno attraverso logiche emendative e va perciò “spezzata”, corrisponde nella pratica una strategia del tutto priva di mordente perché mentre si limita ad evocare la necessità di un accumulo di forze in vista di un futuro rovesciamento, paventa colossali contraccolpi economico-sociali ove le condizioni di una rottura si realizzassero sul serio in singoli paesi, trascurando che l’exit di un paese forte genererebbe una reazione a catena e la frana dell’intero edificio.

Nella impalpabilità di una linea convincente della sinistra di classe è la destra a candidarsi a ereditare il consenso popolare per indirizzarlo verso esiti reazionari, mentre noi veniamo ignorati o reclutati nel campo di un europeismo malpancista che tuona molto senza mai fare piovere.

“Mettere nel conto” la possibile “autocombustione” dell’euro in forza delle contraddizioni interne ai gruppi dominanti, subirla e basta, significherebbe relegarsi in una posizione di subalternità non recuperabile, a babbo morto, con improvvisazioni tattiche dell’ultima ora.




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giovedì 19 gennaio 2017

DOPO LA VITTORIA DEL NO: 22 GENNAIO ASSEMBLEA CON PAOLO MADDALENA

[ 19 gennaio ]

Si svolgerà domenica prossima a Roma l’assemblea nazionale «ATTUARE LA COSTITUZIONE – UN DOVERE INDEROGABILE», organizzata dalla Confederazione Sovranità Popolare e co-promossa da diverse soggettività politico-sociali, tra le quali Programma 101.

Di seguito il programma dei lavori, che saranno aperti dall’intervento di Paolo Maddalena, e il documento proposto come base della discussione.

Attuare la Costituzione 
Assemblea nazionale – Roma, Domenica 22 gennaio 2017
CENTRO CONGRESSI CAVOUR
Via Cavour 50/a (adiacente Stazione Termini) - sala Quirinale

Ordine dei lavori
– ORE 10,00 Registrazioni dei presenti
– ORE 10,30 Introduzione ai lavori della giornata
– ORE 10,40 Intervento di Paolo Maddalena
– ORE 11,00/13,00 Interventi degli iscritti a parlare
(gli interventi dovranno essere strettamente inerenti il documento dei lavori. La durata di ogni intervento sarà commisurata al numero degli interventi richiesti)

ORE 13,00 Prime riflessioni sugli interventi
ORE 13,30/14,30 Intervallo lavori
ORE 14,30/17,30 Inizio lavoro comune con la presenza di Paolo Maddalena
Un modello confederativo per l’attuazione della Costituzione
Proposta di metodologia e finalità dei Gruppi di Lavoro
Discussione e completamento del documento “Programma urgente”
Sottoscrizione del documento da parte degli aderenti
Proposte e decisioni sulle prime azioni comuni e definizione data secondo incontro
– ORE 17,30 Conclusioni

Per le adesioni occorre inviare una breve mail a: segreteriamaddalena@gmail.com, specificando se si aderisce a titolo personale o come organizzazione, ed in tal caso allegare una brevissima nota sull’organizzazione.
Ogni aderente può inviare un proprio documento che farà parte di un opuscolo Pdf. 
Per qualsiasi esigenza di contatto telefonico 333.49054905.
PROMOTORI:

Confederazione Sovranità Popolare – ALEF – Alternativa Riformista Umbria – Amicizia e Libertà –
Anadimi Onlus – Articolo 53 – Circoli Insieme Veneto – Comitato per il NO di Gubbio – Comitato per il NO Piegaro, Paciano e Panicale – Comitato Popolare Foligno Vota No – Comitato Popolare per il No Firenze – Comitato Popolare Perugia Vota No – CoNUP – Coordinamento dei Comitati per il No Valle del Serchio (Lucca) – Democrazia in Movimento – Federazione Solidarietà Popolare – Fondazione di Studi Celestiniani per la Pace – Iassem – Il Gabbiano – ImolaOggi.it – Megachip – Noi Sovrani – Osservatorio Molisano sulla Legalità – Pandora TV – Politici Cristiani – Programma 101 – Rigenerare la Democrazia


ADDENDUM

Programma urgente per l’attuazione
della Costituzione della Repubblica democratica Italiana
Assemblea nazionale – Roma, Domenica 22 gennaio 2017

. Quadro Generale di riferimento

La vittoria del No al referendum ha dimostrato che la maggioranza degli Italiani si è resa conto del fatto incontestabile che stiamo vivendo in un “sistema economico predatorio” (causato dal pensiero unico dominante del neoliberismo), che produce arricchimento per pochi (globalizzazione dei capitali) e impoverimento per molti (globalizzazione della miseria); mentre nei primi trenta anni del dopo guerra ci eravamo abituati ad un “sistema economico produttivo” (di stampo Keynesiano) che produceva la redistribuzione della ricchezza e il benessere di tutti.
La verità è che il pensiero neoliberista, che ha agito con estremo attendismo sin dagli inizi degli anni ottanta del secolo scorso (si pensi alla lettera di Andreatta a Ciampi, con la quale il Ministero del Tesoro sollevò la Banca d’Italia dall’obbligo di acquisire i buoni del Tesoro rimasti invenduti, causando l’innalzamento dei tassi di interesse sul libero mercato e l’aumento irrefrenabile del nostro debito pubblico), si è concretamente affermato con due “strumenti micidiali” per gli interessi economici della collettività: la “privatizzazione” dei beni e servizi pubblici da un lato, e la “creazione del danaro dal nulla” (“cartolarizzazioni” e “derivati”), dall’altro.
Basti pensare che sono stati privatizzati: le banche pubbliche (cosicché anche la Banca d’Italia è divenuta praticamente una banca privata), le industrie pubbliche (eliminandosi così il loro legame con il territorio e dando luogo alla loro delocalizzazione con conseguente perdita di posti di lavoro), ed inoltre: isole, montagne, tratti di spiaggia e numerosissimi immobili di carattere artistico e storico, mentre con la privatizzazione dei servizi si sono create delle vere e proprie “pompe aspiranti” della ricchezza nazionale, poiché i profitti sono andati a multinazionali, e cioè fuori dell’Italia.
Si tenga presente, inoltre, che con le “cartolarizzazioni” e i “derivati”, e cioè mediante la “finanziarizzazione” dei mercati, si è creata una ricchezza fittizia (di per sé causa di instabilità economica), della quale hanno fruito massimamente le banche e le multinazionali, i cui dissesti finanziari sono stati poi riversati sulla collettività.
E non sfugga che il passaggio della ricchezza nazionale dal “pubblico” (e cioè dalla proprietà collettiva del Popolo) al “privato” (e cioè alla proprietà privata) ha fatto in modo che nel mercato prevalessero di gran lunga gli interessi privati sugli interessi collettivi, di modo che sono oggi i privati che dettano legge ai Popoli e non più questi a porre le norme valevoli nei confronti di tutti.
In altri termini, si è avuto un capovolgimento ordinamentale nel senso che se prima era il diritto emanato dai Parlamenti che legiferava sull’economia, oggi è l’economia privatizzata che impone al diritto le norme da seguire.
Di conseguenza, le leggi dei governi succedutisi dal 1980 in poi, e specie negli ultimi anni, hanno protetto gli interessi economici delle imprese molto è più che quelli dei cittadini.
Non è più il principio di eguaglianza la stella polare del diritto, ma il maggior profitto dei singoli e delle imprese.
E ciò ha investito anche la legislazione europea, che sovente ha calpestato i diritti fondamentali dei Popoli a favore delle multinazionali e delle banche.
Insomma, la sovranità dei Popoli si è trasformata in una sovranità dei mercati, ai quali si deve, tra l’altro, la determinazione del livello dei prezzi, del valore delle monete e dell’ammontare dei tassi di interesse.
A questo punto appare chiaro che, se davvero si vuole il benessere collettivo dei Popoli e non il privilegio di pochi, diventa urgente e indispensabile, per un verso l’abrogazione delle varie leggi incostituzionali le quali hanno legittimato la creazione del danaro dal nulla (vedi allegato n. 1 “Aspetti finanziari”), e per altro verso la “restituzione” al Popolo della proprietà collettiva dei “fattori della produzione” (si possono alienare le merci, ma non le entità che le producono) unitamente alla gestione dei servizi pubblici essenziali. In tal modo lo Stato comunità tornerebbe ad essere un vero protagonista del mercato capace di risolvere qualsiasi crisi economica e qualsiasi attacco della speculazione finanziaria (vedi allegato n. 2 “Aspetti proprietari”).
L’imperativo categorico diventa, insomma, l’attuazione del Titolo terzo della Parte prima della Costituzione, dedicata ai “rapporti economici”, tenendo presente che, sia i Trattati internazionali, sia i Trattati europei, sono “norme interposte”, soggette al controllo di legittimità della Corte costituzionale.

Paolo Maddalena
. Allegati 1 e 2 (aperti alle proposte che giungeranno e che vedranno impegnati i gruppi di lavoro)
ALLEGATO 1

Aspetti finanziari

– Richiesta di abrogazione mediante adeguati strumenti giuridici delle seguenti leggi:
I) (legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, che inserisce in Costituzione il “pareggio di bilancio”, il quale contrasta con “i principi supremi” della Costituzione che sono volti alla tutela della persona umana ed al progresso materiale e spirituale della società;
II) legge N. 130 del 1999, che in dispregio da quanto previsto dagli articoli 2003, 2008 e 2011 del codice civile, ha ammesso la cartolarizzazione dei diritti di credito (cioè dei debiti) creando una forte instabilità, e quindi i fallimenti di imprese e di banche che alla fine sono stati pagati dal popolo italiano;
III) legge N. 63 del 2002 che ha ammesso la cartolarizzazione degli immobili pubblici da vendere;
IV) legge 480 del 2001 (finanziaria 2002) che ha legalizzato i derivati;
– Decreto legge 133/2014 (Legge di conversione 11 novembre 2014, n. 164), Project Bond, e simili
– Azioni giudiziarie per la difesa dalle truffe e dalle manipolazioni di mercato perpetrate dalle istituzioni finanziarie internazionali
– Riforma radicale del sistema tributario che garantisca i principi di giustizia sociale, di uguaglianza sostanziale, di equità e progressività (Art.53 Cost.)

Allegato 2

Aspetti proprietari

– Richiesta di abrogazione mediante adeguati strumenti giuridici delle seguenti leggi:
I) legge del 1990 sulla privatizzazione delle banche;
II) legge del 1992 sulla privatizzazione dell’INA dell’ENI, dell’ENEL e dell’IRI;
III) leggi che hanno disposto la svendita degli immobili pubblici (stabilendo che l’inserimento nell’elenco di questi beni da vendere degli immobili pubblici artistici e storici cancella la loro demanialità e li fa diventare alienabili);
IV) leggi sulla liberalizzazione del commercio (come il decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79 – legge di liberalizzazione del settore elettrico);
V) decreto legge 133/2013 (“Imu-Bankitalia”) per quanto attiene alla rivalutazione delle quote in mano alle banche private per 7,5 miliardi di euro, pagata con le riserve della banca centrale stessa
– Sostegno per l’approvazione da parte del Parlamento della proposta di legge Di Benedetto-Mannino, per l’attuazione dell’Art.42 della Costituzione, anche tramite progetto di legge iniziativa popolare
– Abrogazione del Decreto legislativo N. 85 del 2010 “Federalismo Demaniale” per quanto riguarda la parte che prevede l’alienazione dei demani idrico, marittimo, minerario e culturale
– Nazionalizzazione delle banche salvate con denaro pubblico, conversione in banca pubblica della CDP e previsione di un piano straordinario di credito alla micro, piccola e media impresa
– Blocco delle privatizzazioni, salvataggio e nazionalizzazione delle aziende operanti nei servizi pubblici essenziali (acqua, energia, sanità, trasporti)
– Sostegno ai Comuni che si stanno muovendo per l’acquisizione dei beni abbandonati al patrimonio comunale, invitando tutti i Comuni italiani a seguire l’esempio del Comune di Napoli e del Comune di San Giorgio di Pesaro
– Azioni giudiziarie per il recupero dei beni svenduti o privatizzati

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MENO MALE CHE C'É IL COMPAGNO XI JINPING di Carlo Formenti

[ 19 gennaio ]

Proprio ieri segnalavamo il discorso del Presidente cinese al summit di Davos, vero e proprio cenacolo della ierocrazia del capitalismo mondiale neoliberista. Gli iniziati presenti si sono sbellicati le mani per applaudire l'apologia della globalizzazione capitalista svolta da Xi Jinping. Formenti torna sull'argomento, e ci va giù duro...

Davos, il tiranno Xi Jinping campione del nuovo ordine globale contro la marea "populista"

Meno male che c’è il compagno Xi Jinping: questo il mantra che politici, giornalisti e intellettuali europei recitano in coro dopo il discorso del presidente cinese a Davos. L’uomo che fino a ieri dipingevano come l’incarnazione del peggiore totalitarismo, oltre che come il più pericoloso concorrente nella corsa all’egemonia sui mercati globali, è improvvisamente divenuto il loro eroe, il campione delle leggi della libera concorrenza contro l’usurpatore Trump, la “traditrice” Theresa May e il principe del male Vladimir Putin.

Quale migliore prova del fatto che le litanie sulla democrazia delle élite occidentali non sono (né sono mai state) altro che una maschera dietro la quale nascondono i loro obiettivi di dominio politico ed economico sul resto del mondo? Il guaio dell’Europa è che, per lei, questi obiettivi, malgrado la potenza della locomotiva tedesca che guida manu militari il trenino Ue, possono essere realizzati solo sotto lo scudo della leadership politica e militare degli Stati Uniti, per cui ora, di fronte alla svolta anti europea e anti Nato di Trump, gli alleati del Vecchio Continente sono letteralmente in preda al panico, al punto da ammettere quello che da decenni vanno dicendo i critici marxisti del neoliberismo, cioè che il divorzio fra capitalismo e democrazia è fatto compiuto da almeno trent’anni. Quanto era già stato chiarito con la riduzione della Grecia a paese semicoloniale, culmine di un processo di espropriazione della sovranità popolare e nazionale a danno di tutti i popoli europei, viene ora ribadito con la nomina del tiranno Xi Jinping a campione del nuovo ordine globale contro la marea “populista”.

Ma a Davos c’è stato un altro acting out: in un empito di resipiscenza “buonista” i cacicchi che guardano il mondo dall’alto hanno riconosciuto che le batoste politiche subite nell’ultimo anno sono l’effetto collaterale dei livelli intollerabili di disuguaglianza che loro stessi hanno contribuito a creare: qualche mese fa si era detto che i 62 uomini più ricchi del pianeta possiedono la metà delle risorse mondiali, ora abbiano saputo che per realizzare il record ne bastano otto! Tutta brava gente, beninteso, dedita alla beneficienza nei confronti dei miliardi di pezzenti che lottano per sopravvivere ai loro piedi. Peccato che la beneficienza non basti più e che l’incazzatura cominci a montare dal basso; e peccato che non bastino più nemmeno le professioni di correttezza politica, come se le concessioni di diritti individuali e civili e l’adozione di un linguaggio pseudo femminista, “tollerante” e benevolente verso tutte le forme di diversità non fosse più in grado di far dimenticare le pratiche criminali di liquidazione dei diritti sociali che le classi subordinate avevano conquistato a costo di dure lotte.

Così, correndo qua e là come un branco di scarafaggi colti dall’improvvisa apparizione di piedi umani minacciosi, politici, finanzieri, imprenditori, accademici, giornalisti si agitano e corrono alla ricerca di un mobile sotto cui infilarsi e anche la credenza cinese diventa promessa di porto sicuro.

A fare tristezza è il fatto che in quel branco di insetti troviamo anche diversi (per fortuna non tutti) esponenti di una “sinistra radicale” che, più che di tradimento, appare colpevole di idiozia: incapace di leggere la natura politica (crollo sistemico di consenso e legittimazione) più che economica della crisi in corso, incapace di riconoscere la rabbia popolare e di assumerne la direzione (oggi in mano al populismo di destra, con poche eccezioni come quelle di Podemos in Europa e dei regimi bolivariani in America Latina), incapace di capire che solo lottando per riconquistare la sovranità popolare e nazionale si possono creare le condizioni di una riscossa delle classi subalterne, insegue improbabili progetti di riforma di una Europa agonizzante in cerca di nuovi protettori. Non è la lezione del tiranno antioperaio Xi Jinping che dovrebbe ispirarci la Cina, bensì la saggezza del vecchio detto maoista “bastonare il cane che affoga”.

* Fonte: Micromega

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DEFLAZIONE: CHI LA VUOLE? E PERCHÉ? di Thomas Fazi

[ 19 gennaio ]

L’Istat ha recentemente certificato che il 2016 è stato per l’Italia il primo anno di deflazione dal 1959. Nell’anno appena terminato, i prezzi hanno registrato una variazione negativa dello 0,1 per centro rispetto al 2015. Era dal 1959, quando la flessione fu dello 0,4 per cento, che non accadeva. Ciò che a prima vista potrebbe apparire come una manna dal cielo in tempo di crisi – beni e servizi a prezzi più accessibili, ottimo no? – è invece la cartina di tornasole della crisi profondissima in cui versa il nostro paese, quella che il governatore della Banca d’Italia ha recentemente definito «la recessione più profonda e duratura nella storia d’Italia».

La deflazione – con la quale s’intende una caduta generalizzata dei prezzi – è causata dal crollo della domanda aggregata e in particolar modo dei consumi, che infatti in Italia sono tornati ai livelli di trent’anni fa. A questo le imprese reagiscono riducendo il personale e tagliando i salari nonché, appunto, i prezzi. Il che, ovviamente, non fa che deprimere ulteriormente la domanda. E così via, in una spirale distruttiva da cui, una volta entrati, è molto difficile uscire. Quali siano le conseguenze sull’economia reale lo ha spiegato bene Giovanni Vecchi, professore di economia politica all’Università di Roma Tor Vergata, sulle colonne di Repubblica: «Aumentano le diseguaglianze sociali e viene penalizzato chi è indebitato, che sia una famiglia o un’impresa. L’economia così invece di crescere va indietro. E sono i più poveri e quelli che vivono di lavoro a pagare il prezzo più alto».

Come nota Vecchi, la deflazione ha un effetto collaterale potenzialmente catastrofico: in uno scenario deflazionistico diventa sempre più difficile per le famiglie e le imprese far fronte ai debiti, perché i prezzi e i redditi calano ma il valore nominale del debito rimane inalterato (e dunque il suo valore reale aumenta). Questo – sommato alle imprese che sono costrette a chiudere: in Italia sono più di 100mila le imprese che sono fallite dall’inizio della crisi – fa ovviamente lievitare le sofferenze bancarie, ossia i crediti erogati a soggetti che sono poi diventati insolventi (o inesistenti), mettendo in crisi il settore bancario. L’Italia è una caso esemplare: l’ammontare delle sofferenze bancarie italiane è oggi pari all’incredibile somma di 360 miliardi di euro circa. Tra gli istituti più colpiti figurano, com’è noto, il Monte dei Paschi di Siena e altre banche “storiche”, per tenere a galla le quali il governo ha recentemente stanziato – in un’operazione tutt’altro che limpida – ben 20 miliardi di euro.

Nota infine Guglielmo Forges Davanzati che «il principale effetto generato dalla caduta dei prezzi consiste nel ridistribuire reddito a beneficio dei percettori di rendite finanziarie (in quanto creditori) e di imprese esportatrici, dal momento che queste possono avvantaggiarsi della deflazione per recuperare quote di mercato nel commercio internazionale». Tutto questo, come abbiamo detto, ha origine nel crollo della domanda interna verificatosi in Italia negli ultimi anni. E non poteva essere altrimenti, dopo sei anni di austerità fiscale(riduzione della domanda pubblica), svalutazione interna (riduzione dei salari e dunque della domanda privata) e “riforme strutturali” in salsa europea (riduzione delle tutele dei lavoratori, vedasi Jobs Act e affini), e più in generale dopo vent’anni di “convergenza” verso i criteri (intrinsecamente deflattivi) di Maastricht[1].

Che queste politiche avrebbero determinato una depressione della domanda aggregata (e dunque dell’inflazione, con pesanti ricadute sull’economia nel suo complesso) era ovvio, giacché la riduzione della domanda – al fine, seconda la narrazione ufficiale, di ridurre il disavanzo di partite correnti dei paesi della periferia e rendere queste economie più competitive – era (ed è) precisamente lo scopo di queste politiche. Come dichiarò Mario Monti in un’intervista alla CNN: «Stiamo effettivamente distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale».

Non si è trattato di un errore di percorso, insomma, ma di una strategia deliberata. Non a caso l’economista britannico Mark Blyth definisce l’austerità fiscale e salariale una forma di «deflazione volontaria» (“svalutazione interna” e “deflazione interna” sono infatti sinonimi). Allo stesso modo, era altrettanto ovvio che la politica di quantitative easing della Bce non avrebbe avuto pressoché alcun impatto sull’economia reale e di certo non sarebbe riuscita a compensare gli effetti depressivi delle politiche di austerità.

Basta dare una rapida scorsa all’evoluzione delle retribuzioni in Europa negli ultimi anni per rendersi conto degli effetti drammatici di questa “cura letale”. Secondo dati dell’OCSE elaborati da Jan Zilinsky, tra il 2007 e il 2014 il reddito da lavoro (e dunque il potere d’acquisto) del lavoratore medio è diminuito del 50 per cento in Grecia, del 30 per cento in Spagna, del 19 per cento in Portogallo e del 14 per cento in Italia. Per i lavoratori a basso reddito le cose sono andate ancora peggio: -70 per cento in Grecia e Spagna, -60 per cento in Portogallo, -35 per cento in Italia[2]. E poi ci si sorprende che l’inflazione cali, fino a lasciare il posto alla deflazione?

Fanno dunque sorridere – per non dire altro – le lacrime di coccodrillo di quei commentatori che hanno taciuto sulle politiche messe in campo negli ultimi anni (quando non le hanno entusiasticamente sostenute) e ora chiedono al governo di «intervenire» per combattere la deflazione, come se questa fosse l’effetto di una calamità naturale o al massimo dell’“inazione” del governo, e non il risultato di politiche che avevano come obiettivo esattamente quello di ottenere la deflazione (interna) attraverso la svalutazione salariale. Obiettivo che possiamo considerare pienamente centrato e di cui il governo sembra andare alquanto fiero, tanto che una recente brochure del Ministero dello Sviluppo Economico invitava gli stranieri a investire in Italia proprio in virtù degli stipendi più bassi della media europea.

Che sia chiaro: le cosiddette riforme strutturali, rivolte soprattutto all’eliminazione delle “rigidità del mercato del lavoro” e alla riduzione della contrattazione collettiva – di cui le manifestazioni più lampanti in Italia sono stati il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18 – sono parte integrante di questa strategia di svalutazione interna. È fin troppo evidente, infatti, che una maggiore flessibilità e precarizzazione del lavoro – che favorisce contratti precari, riduce le tutele sul lavoro e facilita i licenziamenti – permette alle aziende di esercitare una maggiore pressione al ribasso sui salari, deprimendo ulteriormente la domanda[3]. Persino un osservatore solitamente pacato come Gad Lerner al tempo della discussione intorno al Jobs Act ipotizzò che la riforma fosse «un passaggio preliminare mirato al drenaggio di altre risorse dalle buste paga dei lavoratori» e più precisamente «a una decurtazione complessiva dei redditi da lavoro dipendente», all’interno di un più ampio «ridisegno complessivo del nostro sistema economico».

Nota l’economista francese Michel Husson che le trasformazioni che sono avvenute sul mercato del lavoro in Italia e altrove negli ultimi anni «non sono il prodotto di sviluppi spontanei» ma sono il risultato dell’attuazione di riforme strutturali relative all’organizzazione dei mercati del lavoro il cui «obiettivo è decentralizzare al massimo la contrattazione collettiva per avvicinarla il più possibile alle realtà delle imprese e aggiustare la progressione dei salari ai risultati di redditività di ogni singola impresa». Offrire alle imprese maggiore facilità di licenziamento rappresenta un elemento cruciale – anch’esso pienamente realizzato – di questa strategia.

Un’indagine sui salari condotta dalla Banca centrale europea mostra infatti come il 10 per cento dei datori di lavoro europei trovi più facile “regolare l’occupazione” oggi di quanto non lo fosse nel 2010. Come si può vedere nel seguente grafico, questa percentuale è particolarmente elevata (30 per cento o più) nei paesi più colpiti da queste riforme come la Grecia, la Spagna e il Portogallo. Per quanto riguarda l’Italia, solo un mese fa l’Osservatorio sul precariato dell’Inps riportava che i licenziamenti disciplinari dall’entrata in vigore del Jobs Act sono aumentati del 28 per cento.

Dal breve quadro che abbiamo tratteggiato emerge con chiarezza come la deflazione – in Italia e altrove – non sia un incidente di percorso quanto piuttosto un obiettivo che è stato perseguito con lucidità e coerenza da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Non crederemo davvero che ora saranno quegli stessi governi a tirarci fuori dal disastro che hanno pianificato a tavolino?

NOTE

1. Già nel lontano 1978 Luigi Spaventa, al tempo deputato indipendente eletto nelle liste del Pci, previde con straordinaria lucidità le conseguenze dell’imminente ingresso dell’Italia nello SME, precursore dell’euro: «Quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese sviluppo dell’occupazione e del reddito. Infatti non sembra mutato l’obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna».

2. Il dato si riferisce sia al lavoro salariato che al lavoro autonomo, per cui è probabile che il dato sia parzialmente “falsato” da un aumento vertiginoso del lavoro nero tra i lavoratori autonomi.

3. Vent’anni di ricerche empiriche hanno dimostrato che non esiste nessuna correlazione positiva tra flessibilizzazione del mercato del lavoro e crescita economica ed occupazionale. E l’Italia ne è la dimostrazione evidente: a partire dalla legge Treu del 1997, sono state approvate nel nostro paese ben nove riforme del mercato del lavoro, di cui sette negli ultimi sette anni, col risultato che oggi l’Ocse riconosce all’Italia il pregio di essere il paese che ha maggiormente flessibilizzato il mercato del lavoro tra i paesi industrializzati. A tal proposito è opportuno notare che l’Italia è il paese europeo in cui i salari reali sono cresciuti di meno dai primi anni novanta ad oggi, determinando una consistente riduzione della quota dei salari sul Pil.

* Fonte: EuNews il 9/1/2017 e Senso Comune

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