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martedì 26 maggio 2015

DIRITTI CIVILI: LA SITUAZIONE È TRAGICA MA NON È SERIA di Moreno Pasquinelli

[ 26 maggio ]

«L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono».
[Protagora, in Platone, Teeteto]


Il mio articolo A QUELLI CHE I DIRITTI CIVILI…NO ha suscitato diverse ed aspre critiche. Non poteva essere diversamente. La questione  è controversa, e tocca più ambiti: politico, filosofico ed anche psicologico. Tutto si può dire, non che si tratti di una discussione sul sesso degli angeli.
Lo dimostra il recente referendum nella cattolica Irlanda sui matrimoni gay, segnato dalla vittoria schiacciante dei SI e da un’alta percentuale di votanti, e che destituisce di ogni ragionevole fondamento l’idea di chi liquida i diritti civili come bazzecole, “capricci” o, addirittura, li condanna come un maldestro tentativo di “distrazione di massa” delle élite neoliberiste.

Liberalismo

Sono stato accusato, da chi respinge la “categoria” stessa dei diritti civili, di essere un liberale e/o un anarchico. Accettandola io condividerei il paradigma individualistico tipico del pensiero liberale.

E’ curioso che l’accusa mi venga non da dei paleo-comunisti  —che dunque teorizzano l’abolizione della proprietà privata e l’estinzione dello Stato, ergo la comunione integrale dei beni e una comunità basata sulla democrazia diretta—, bensì da chi ritiene inviolabile la proprietà privata, il capitalismo un sistema ottimale, divino lo Stato e sacra la Costituzione italiana. 
E’ evidente l’autocontraddittorietà dei miei critici. Il fondamento filosofico, anzi teologico, dell’individualismo liberale è infatti il considerare “naturale” e non invece un determinato prodotto storico, la proprietà privata, il porre quest’ultima come fondamento primo dei diritti di libertà dell’uomo.
John Locke

Rifiutare il paradigma liberale non autorizza nessuno a gettare l’acqua sporca col bambino. Tanto per dire: la condanna, a cui mi associo, della filosofia individualistica di Locke, non toglie nulla ai meriti del filosofo inglese, alla sua condanna dell’assolutismo, alla sua difesa del principio della tolleranza, alla sua idea di separazione tra Stato e Chiesa, ecc. Al fondo l’errore di certi giuristi statolatri e critici arruffoni è scambiare il ricco e poliforme pensiero liberale con il moderno neoliberismo, la cui forma ideologica più estrema venne ben espressa dalla nota sentenza della Thatcher: “la società non esiste, esiste solo l’individuo”.

Chi non riconosce al pensiero illuministico ed al movimento politico liberale, ovvero alla borghesia nascente, la loro funzione storica progressiva —decisiva nella battaglia per demolire i regimi feudali e nella fondazione dei moderni stati-nazione— o è un somaro oppure, gratta gratta, è un reazionario della più bell’acqua.
Un inflessibile critico della società borghese liberale fu ad esempio Karl Marx, il quale tuttavia non si sognò mai di negare il ruolo rivoluzionario della borghesia. Il fatto che contestasse al liberalismo di nascondere la diseguaglianza sociale reale dietro il velo dell’eguaglianza giuridico-formale, non gli faceva certo condannare le conquiste della rivoluzione liberale e borghese. Come invece fece il controrivoluzionario Joseph De Maistre, massimo esponente della Restaurazione.

Mi si dirà che tra Marx e De Maistre c’è un altro pensatore anti-liberale, ed anti-individualista, per la precisione Jean-Jacques Rousseau, da cui Giuseppe Mazzini trasse alcune delle sue idee politiche. Non vedo tuttavia, nel documento che prendevo di mira e nei ragionamenti di coloro che rifiutano la “categoria” dei diritti civili, né l’elogio
Jean-Jacques Rousseau
dell’eguaglianza sociale né la preferenza per la democrazia diretta, che sono appunto i capisaldi del pensiero radicale rousseauiano. 
Mazzini non è Rousseau, ciò di cui si resero ben conto i teorici della dottrina fascista, che amavano il primo ma non certo il secondo.

L’errore principale di ARS è di natura filosofica. Nel documento sui diritti civili di questo gruppo, viene espresso questo principio: 
«…la retorica dei diritti civili è espressione dell’individualismo filosofico e politico che l’ARS riconosce fra i suoi principali nemici».
Sotto mentite spoglie ritorna la metafisica mazziniana-gentiliana. Col pretesto di respingere l’individualismo, non solo si ripudiano gli elementi di universalità del pensiero liberale e le conquiste storiche della rivoluzione borghese, si rigettano anche i concetti di cittadino e di persona.
I concetti di individuo, cittadino e persona non vanno invece confusi: il primo è liberale, il secondo giacobino, il terzo è proprio di un pensiero anti-liberale e comunitario. Il fatto è che la Costituzione italiana del 1948, essendo un compromesso tra liberali, cattolici e social-comunisti, li recepisce tutti e tre. Ma andiamo con ordine.

La Costituzione italiana

L’autocontraddittorietà di coloro che fanno spallucce davanti ai diritti civili e li respingono anzi come “cosmetici” (quindi privi di sostanza e giuridicamente illegittimi) non finisce qui. 

Essi dicono di difendere la Costituzione italiana, in verità non la capiscono. Non vogliono ammettere che essa —proprio dal momento che pone a fondamento della Repubblica e dell’ordinamento giuridico l’inviolabilità dei diritti politici, democratici e quindi civili della persona— accoglie la migliore eredità liberal-democratica. Ed è proprio per il posto centrale che occupano i Titoli riguardanti i diritti della persona e del cittadino (non solo e non tanto per il principio astratto che la sovranità spetta al popolo), che la Costituzione seppellisce il fascismo e fonda la Repubblica democratica. Ed è democratica, al contrario di quanto vaneggiano certi suoi paladini, perché insiste senza ambagi che, se è vero che i cittadini hanno dei doveri verso lo Stato, è proprio su quest’ultimo che ricadono i principali obblighi e doveri, primo fra tutti, appunto, quello di rispettare i diritti inviolabili dell'individuo, in quanto persona e cittadino.

Già ricordavo il Titolo I della Costituzione (gli articoli dal 13 al 28), con la sua apertura inequivocabile: “la libertà personale è inviolabile”, ed a seguire, l’obbligo dello Stato di difendere i diritti dei cittadini che ne conseguono.
Suggerisco di leggere quindi il Titolo II “rapporti etico-sociali”, gli articoli dal 29 al 34, dove i costituenti sottolineano i fondamentali doveri dello Stato repubblicano verso i cittadini: quelli ad esempio di tutelare i figli nati fuori dal matrimonio, di proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù, di tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo garantendo cure gratuite agli indigenti, di assicurare la gratuità dell’istruzione. Infine, ma non meno importante, il principio che “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

Come si vede ai diritti del cittadino corrispondono altrettanti doveri dello Stato. E' quindi falso ed in contraddizione col dettato costituzionale il principio secondo cui:
«Il fondamento dei diritti consiste invece nei doveri, sui quali si basa ogni grande e piccola comunità: soltanto adempiendo i nostri doveri abbiamo titolo per rivendicare i diritti». [1]
Se ciò fosse vero, dovremmo escludere dal godimento dei diritti civili e politici una buona fetta della popolazione, dai bambini a tutti gli adulti affetti da patologie che impediscono loro di compiere alcuni se non tutti gli obblighi previsti dalla legge.

I diritti civili

I diritti sanciti dalla Costituzione sono sociali? democratici? politici? civili? Sono, evidentemente, tutte queste cose insieme. Di più: essi sono un tutt’uno, e se cade una parte rischiano di cadere tutti.
Luigi Ferrajoli
Volendo seguire l’approccio giuridico formalistico potremmo, con Luigi Ferrajoli [2] classificare i diritti come segue:
(1)        diritti di libertà: quelli che comportano per il potere pubblico il dovere di non interferire;
(2)        diritti politici: quelli attinenti alla sfera pubblica;
(3)        diritti civili: quelli che attengono alla sfera privata
(4)        diritti sociali: quelli che sanciscono l’obbligo dello Stato alla loro tutela, rimuovendo perciò gli ostacoli al benessere dei cittadini.
Se poi vogliamo seguire Norberto Bobbio, [3] per cui i diritti non sono il prodotto della natura ma della civiltà umana, ossia sono diritti storici e in quanto tali mutevoli, occorre considerare la categoria dei
(5) diritti umani, affermatisi grazie alle lotte di questa o quella minoranza sociale, recepiti poi, in virtù del consenso generale, dagli Stati (vedi la Dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU) e dalla stessa giurisprudenza.

Come detto, con le modificazioni della struttura e della sovrastruttura sociale, delle consuetudini e dei costumi, muta anche la sfera dell’etica, quindi del diritto. Diritti un tempo primari divengono secondari, alcuni addirittura periscono per lasciare il posto a diritti nuovi. Questi ultimi si sono faticosamente fatti strada, sempre dovendo vincere le resistenze di conservatori e passatisti. E’ il caso di ricordare i movimenti delle donne, dei neri, degli omosessuali, e di altre minoranze contro le più diverse discriminazioni sociali?

Per concludere, davanti alla comparsa di nuovi bisogni sociali, sotto la spinta dei mutamenti dei costumi, della scienza, delle comunicazioni, la dottrina giuridica ha dovuto concepire i cosiddetti “diritti di quarta generazione”. Sono quelli connessi alla bioetica, alle manipolazioni genetiche, alle nuove tecnologie di comunicazione, quelli relativi ai diritti dei malati e financo degli animali.
Danilo Zolo

Chi scrive è ben lontano dal ritenere che ogni nuovo bisogno sociale sia progressivo, che quindi debba essere considerato legittimo solo in quanto “moderno” o rivendicato da qualcuno. Se, ad esempio, dev’essere considerata legittima la fecondazione artificiale, non solo omologa ma pure eterologa (in base al principio che coppie non fertili possano, con l’aiuto della scienza, avere  figli), non lo è per niente la pretesa di legalizzare il commercio degli embrioni, la crioconservazione o la sperimentazione eugenetica.

L’errore madornale di considerare i diritti civili dei “capricci” conduce infine ad un curioso paradosso, alla terza antilogia.

Dopo aver sostenuto che “l’individualismo filosofico e politico è uno dei principali nemici di ARS”, il documento in questione conclude riconoscendo… “il diritto [ad ogni iscritto] di maturare con autonomia la propria opinione”. Il nemico principale, cacciato dalla finestra filosofica, rientra surrettiziamente dalla finestra della politica!
Si condanna l’individualismo liberale e poi si accetta, con la scusa che i diritti civili sono dei “capricci”, il padre di tutti i principi del liberalismo, la “libertà di coscienza”.

Aveva ragione Flaiano, che  “la situazione è tragica, ma non è seria”.


NOTE

[1] Vedi il Documento sui Diritti civili di ARS
[2] Luigi Ferrajoli, Dai diritti del cittadino ai diritti della persona. In: "La cittadinanza: appartenenza, identità, diritti", a cura di Danilo Zolo.
[3] Norberto Bobbio, L'età dei diritti, Einaudi 1990


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DOPPIO CEFFONE: le elezioni in Polonia e Spagna castigano l'euro(pa)

[ 26 maggio]

Smentendo i gufi che lo davano già in declino Podemos, diventando il primo partito a Madrid e a Barcellona, dimostra che quella degli “indignati” è un’onda lunga. 

Tanto più importante, il successo di Podemos, visto che tutti i grandi media spagnoli gli davano addosso da mesi, sin dalle europee dell’anno passato. 

Qual’è il significato delle elezioni regionali e comunali spagnole? Un doppio significato.
Anzitutto, come scrivevamo ieri, che la gabbia del regime bipolare in vigore dalla caduta del franchismo si è rotta per sempre. Una vera e propria crisi di regime si aggiunge quindi alla crisi sociale ed economica. La partita decisiva è tuttavia a novembre, quando gli spagnoli andranno a votare per il Parlamento. Non sarà facile per i due partiti di regime risorgere, anche perché Podemos, contrariamente al Movimento 5 Stelle, ha dimostrato di essere capace di fungere da perno di più larghe alleanze, senza tuttavia venir meno alla sua ferma volontà di cambiamento.

Ma il secondo messaggio gli spagnoli lo hanno inviato ai poteri europei, a Bruxelles, a Berlino a Francoforte. Certo,  quello spagnolo, non è stato un voto deciso contro l’euro, contro l’Unione europea, è stato però un voto contro i poteri oligarchici e le loro politiche austeritarie. Questi poteri sono oggi più deboli di prima, cosa questa che da forza alla resistenza disperata del governo greco.

Ma un secondo ceffone all’Europa oligarchica è giunto anche dalla Polonia. 
Ha vinto le presidenziali il partito anti-europeista e nazionalista di Andrzej Duda. I polacchi non hanno creduto alla narrazione del governo liberista ed eurista in carica, per cui gli ultimi 25 anni sarebbero stati i “migliori della storia moderna della Polonia”. Hanno invece portato alla vittoria un partito di destra che però denuncia che la crescita economica ha avvantaggiato una minoranza di ricchi mentre ha danneggiato la maggioranza dei polacchi aumentando le diseguaglianze sociali.

Populismo nazionalista? Certo. Ma anche qui il segnale per l’euro-Germania non è meno preoccupante di quello spagnolo. Vine da quello che considera il suo giardino di casa. Che i polacchi, malgrado la crescita costante del Pil, dicano che non vogliono “più Europa” è un colpo cocente ai piani alti della Unione europea, è indice di una crisi irreversibile della stessa Unione, che deve dimenticare i sogni di gloria dell’inclusione nell’euro-zona di un paese che conta come la Polonia.
Vedremo se, come spera Renzi, i risultati delle elezioni regionali andrano in opposta direzione.
Oppure se, come ci auguriamo, castigheranno anche lui.

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lunedì 25 maggio 2015

ELEZIONI IN SPAGNA: COME VOLEVASI DIMOSTRARE

[ 25 maggio ]

I risultati definitivi (in voti ed in seggi) delle elezioni regionali e comunali svoltesi ieri in Spagna non sono ancora disponibili, tuttavia il quadro è più che chiaro: crollo della destra del Partito Popolare del Primo ministro Rajoy, forte avanzata di Podemos.

La profonda crisi economica e sociale che attanaglia la Spagna da ormai sei anni è divenuta una conclamata crisi di regime. Il fatto eclatante l'ha segnalato a caldo Pablo Iglesias: "Il bipartitismo è finito", gli spagnoli non credono più al gioco truccato dell'alternanza. Se le elezioni politiche del 2011 avevano punito il Partito socialista di Zapatero, portando al governo la destra di Mariano Rajoy, queste elezioni amministrative hanno pesantemente castigato proprio il Partito Popolare.

Colpisce la consistenza del successo di Podemos, che conquista la maggioranza nelle due metropoli spagnole: Madrid e Barcellona.

Podemos ha vinto non soltanto grazie al messaggio di cambiamento, ma anche perché ha saputo costruire, attorno ai suoi candidati, più vaste alleanze di unità popolare. Così si spiegano le vittorie, inimmaginabili solo un anno fa, di Ada Colau a Barcellona (nella foto sopra) e Manuela Carmena a Madrid (foto a destra).

I candidati di Podemos hanno infatti vinto proprio dove il movimento è stato in grado di unire i pezzi più dinamici a antiliberisti della società civile spagnola, in particolare (malgrado l'opposizione della direzione nazionale di Izquierda Unida e del Partito Comunista spagnolo) quelli della sinistra spagnola. 

Se queste elezioni sono la prova generale di quelle politiche nazionali che si svolgeranno a novembre, i risultati sono un ottimo auspicio.

Quanto prima pubblicheremo un commento più articolato.

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domenica 24 maggio 2015

GRECIA: FINE PARTITA, ORA VEDIAMO CHI BLUFFA di Piemme


tabella n.1
[ 24 maggio ]

Il summit europeo di Riga del 21 e 22 maggio pareva essere l'ultima occasione per trovare l'accordo per evitare il default della Grecia. Invece esso si è risolto nell'ennesimo fiasco. Sono stati smentiti coloro che avevano scommesso sul fatto che, alla fine, il governo di SYRIZA avrebbe calato le braghe. 

Forte del consenso della grande maggioranza dei cittadini greci, e incalzato da una sinistra interna ogni giorno più forte, Tsipras ha tenuto duro. E bene ha fatto.
Sfiancato da anni di cure austeritarie e recessive (che han fatto diminuire e di molto le stesse entrate fiscali) Atene ha semplicemente comunicato che in cassa non è rimasto nulla.
«Il ministro dell’Interno greco, Nikos Voutsis, ha affermato che Atene non rimborserà nessuna delle quattro rate in scadenza a giugno per la restituzione del prestito al Fondo monetario internazionale. «Le quattro rate per l’Fmi valgono un miliardo e 600 milioni, questo denaro non sarà versato e non ce n’è da versare», ha dichiarato Voutsis in un’intervista alla tv greca Mega.
Il ministro delle Finanze ellenico Yanis Varoufakis ha rincarato la dose. Ieri, in un'intervista allo show di Andrew Marr sulla Bbc, Varoufakis ha affermato che il suo governo ha fatto «passi enormi» per favorire un accordo nel negoziato con le istituzioni internazionali e ha aggiunto che «ora spetta a queste istituzioni fare la loro parte». «Gli siamo andati incontro a tre quarti del percorso, ora loro devono venirci incontro facendo quell'ultimo quarto», ha aggiunto». [il sole 24 ore 24 maggio 2015]
Come infatti mostra la tabella sopra (fonte Il Sole 24 Ore), anche ammesso che la Grecia fosse riuscita a rimborsare i 3 miliardi e mezzo di debiti in scadenza a giugno, sarebbe crollata sotto quelli in scadenza a luglio ed agosto.
tabella n.2
La tabella qui accanto (la si consideri un ingrandimento di quella precedente) parla ancora più chiaro: entro fine agosto Atene dovrebbe rimborsare ai suoi debitori 14 miliardi di euro: il tutto tra titoli in scadenza, interessi sui titoli, prestiti del Fmi e relativi interessi ed infine i Treasury Bill, le obbligazioni a prezzo scontato e scadenza breve. Per dare un'idea: si chiede ad un moribondo di sborsare in tre mesi l'equivalente di circa sei punti percentuali di Pil.

Si capisce la posizione di Atene: o i creditori accettano una forte ristrutturazione del debito —non solo un posticipo ma un taglio (haircut) a capitale e interessi oppure default.

Varoufakys, vede concretizzarsi la sua metafora dell'Unione monetaria la quale sarebbe come una cordata di alpinisti con la Grecia ultima che, se cadesse, farebbe precipitare tutti quelli che stanno sopra. Vale questa metafora? Se la Grecia facesse default sarebbe la fine dell'euro? Di sicuro causerebbe un terremoto nei mercati finanziari con ripercussioni difficilmente calcolabili. Per questo egli sembra convinto che, alla fine, l'euro-Germania cederà e accetterà di ristrutturare i debiti, non solo quelli in scadenza, ma pure quelli futuri in mano (via Esm) agli stati europei.

D'altra parte il "falco, il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, sostenuto non solo dai suoi satelliti ma pure da Parigi (e più timidamente da Roma), ha ribadito che Berlino accetterà una (parziale) ristrutturazione del debito greco solo se Atene accetterà a sua volta tagli alle pensioni e ed si sussidi sociali, ovvero se SYRIZA continuerà sul solco dei governi precedenti rinunciando del tutto al programma con cui ha vinto le elezioni, quindi il proprio suicidio politico.
tabella n.3

Nei prossimi giorni vedremo chi bluffa.
Un fatto è certo, la troika ha certamente nel cassetto un "Piano B" per ridurre i danni in caso di default della Grecia e sua eventuale uscita dall'eurozona. Il busillis allora, il punto dolente della questione è se il governo di SYRIZA ha messo a punto, da parte sua, un proprio "Piano B". Abbiamo il fondato sospetto che questo Piano non ci sia. Speriamo di sbagliarci. Ma se non ci sbagliamo dovremmo concludere  che Varoufakys non è solo un giocatore d'azzardo, ma che come stratega politico, prima ancora che come economista, sarebbe una schiappa.

Egli sa bene (vedi la tabella n. 3) che se le condizioni sociali sono drammatiche, la situazione economica e finanziaria della Grecia è a dir poco catastrofica. Da novembre ad oggi sono usciti dalla Grecia la bellezza di 32,3 miliardi di euro. In 5 mesi il 13% del Pil! Questo mentre i crediti deteriorati delle banche greche hanno raggiunto la colossale percentuale del 30% dei crediti complessivi. Infine, come dicevamo, anche se dati esatti Atene non li ha ancora forniti, è certo che le entrate fiscali sono diminuite progressivamente negli ultimi mesi.
tabella n.4

La tabella n.4 indica l'andamento del Pil della Grecia. Atene ha perso dal 2008 ad oggi ben 25 punti percentuali di Pil. Ciò che denuncia come non solo fallimentari ma criminali le terapie imposte dalla troika ad Atene per nome e per conto della finanza predatoria globale.

Vogliamo sperare che Tsipras e Varoufakys sappiano cosa stanno facendo, che i loro proclami "europeisti" siano solo tattica, che dietro ci sia una strategia per riconsegnare al loro paese piena sovranità politica e monetaria. Questa sarebbe, al netto di sacrifici comunque inevitabili, la sola maniera per evitare al popolo greco di sprofondare nell'abisso.

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«TSIPRAS, SIAMO AL TUO FIANCO MA SOLO SE NON FAI MARCIA INDIETRO!» di Manolis Glezos

[ 24 maggio ]

«Scendiamo in piazza per dire al nostro governo: siamo al tuo fianco, ma solo se non fai marcia indietro».

Nel 1943 Manolis Glezos (nella foto), giovanissimo, salì sull’Acropoli e riuscì ad ammainare la bandiera nazista sostituendola con quella greca. Da allora per lui iniziò un calvario giudiziario, con anni di prigionia e torture. Oggi, novantenne, è nel Parlamento di Atene per il partito Syriza. 
Glezos, critico della posizione accomodante del governo di SYRIZA, ha rivolto quest'appello al popolo greco.

Ricordiamo ai lettori che dal 26 al 28 giugno si svolgerà ad Atene il Forum internazionale "L'euro è il problema, l'uscita la soluzione". QUI i dettagli per partecipare.
«Strangolamento! 
Solo questa parola può descrivere quanto i sedicenti «partner» europei hanno fatto sadicamente da quattro mesi, a detrimento del nostro popolo e del nostro governo, sotto gli applausi continui dei loro alleati nazionali. Sembra che abbiano messo un sacchetto di plastica sulla testa di ogni cittadino di questo paese, dopo che il popolo greco ha osato sollevarsi e dire: Basta!

Ogni giorno constatiamo la presa in giro che viene dall’alto. Vengono diffuse dichiarazioni insidiose con la certezza che solo una voce merita di essere ascoltata, poiché è una grande fortuna essere la voce di un Onnipotente (ancorché corrotto) tedesco, di un venerabile (ma felice di vivere in un paradiso fiscale) lussemburghese, di un rispettabile (anche se molle e noncurante) francese, o di un imbroglione dei Paesi Bassi, abile nel mettersi in ginocchio davanti all’Onnipotente. Guardate a che cosa assomigliano l’Europa e queste «istituzioni»!

Ma che ne è di noi? Che cosa faremo? Che cosa vuol fare il popolo greco?
Resteremo passivamente in casa a guardare la televisione, sperando che la catastrofe che colpisce l’insieme del paese rimanga lontano dalla nostra porta?

Rimpiango di essere lontano dalla Grecia questa volta. Ma soffrirò ancora di più se non vedo le persone scendere domani in piazza con tutta la loro collera di dignità trasformata in un’azione politica diretta contro quanti pianificano il loro annientamento.

È nostro dovere verso le generazioni future dire a questi pescicani che si presentano come creditori che non abbiamo più sangue da dare. Scendiamo in piazza per dire al nostro governo: siamo al tuo fianco, ma solo se non fai marcia indietro.

A metà del I secolo della nostra era, qualcuno il cui nome non è passato alla storia diceva: «Finché la memoria della libertà è viva nella spirito del popolo asservito, lui la cercherà e resisterà. Ma quando prevarrà il male, il popolo non crederà più che se ne può liberare, e cercherà solo di adattarvisi. A quel punto la distruzione sarà completata».

Compatrioti greci, adesso è il momento di mostrare a tutto il mondo che noi abbiamo conservato la memoria della libertà, l’ideologia della resistenza».


* Fonte:  Sinistra anticapitalista
** traduzione di Gigi Viglino

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sabato 23 maggio 2015

PALMIRA: SE L'ISIS AVANZA

[ 23 maggio ]
La sconfitta dell’esercito siriano a Palmira si aggiunge a quella, rovinosa, dell’esercito iracheno a Ramadi, conquistata nei giorni scorsi dallo Stato Islamico
Le notizie che giungono in queste ore dalla Siria non lasciano adito a dubbi. Mentre, come riferivamo l'altro ieri, un primo attacco jihadista era stato respinto nei giorni scorsi, oggi appare chiaro come le forze governative di Damasco abbiano deciso di ritirarsi da Palmira. A conferma di un'operazione pianificata, almeno nei limiti del possibile, la notizia del trasferimento - da parte dell'esercito siriano - di buona parte dei reperti archeologici, quelli evidentemente asportabili.
Sui fatti di Palmira potete leggere di seguito un articolo di Nena news.


Appena qualche giorno fa l’esercito siriano sembrava in grado di controllare la situazione. Le cose poi sono cambiate drammaticamente. L’Isis ha preso il controllo della quasi totalità di Palmira – almeno il 75% della città secondo fonti locali – e le forze filogovernative si sono dovute ritirare. Ancora una volta i miliziani del Califfato proclamato nel 2014 da Abu Bakr al Baghdadi nel nord dell’Iraq e della Siria, mostrano di essere sempre all’offensiva, mentre i raid aerei contro l’Isis della Coalizione messa in piedi dagli americani lo scorso anno si confermano del tutto inefficaci.

La sconfitta dell’esercito siriano a Palmira si aggiunge a quella, rovinosa, dell’esercito iracheno a Ramadi, altra città conquistata nei giorni scorsi dallo Stato Islamico.
Non è chiaro lo stato dell’avanzata dei miliziani verso il  famoso sito archeologico di Palmira – parte del patrimonio mondiale dell’Unesco – al momento si sa soltanto che molti abitanti sono fuggiti dalla città siriana e che è stato evacuato anche l’ospedale locale. I jihadisti inoltre hanno preso il controllo della prigione e dell’ospedale, oltre alla maggior parte dei quartieri periferici e del centro della città e l’edificio del comune. Si combatte ancora attorno al palazzo della sicurezza militare e all’aeroporto, che restano in mano ai governativi.

La televisione statale siriana ieri sera ha confermato la sconfitta, con una scritta in sovrimpressione, che “membri dello Stato Islamico sono entrati a Palmira”. “E’ in corso l’evacuazione dei civili”, ha aggiunto la tv.

La caduta della città fa ancora più notizia tenendo conto che Palmira era considerata una delle città più fortificate della Siria, in posizione strategica lungo l’autostrada tra Homs e Deir az Zor.

Nelle scorse settimane centinaia di statue e reperti del sito archeologico sono stati trasportati in altre città siriane per timore di distruzioni da parte dei jihadisti, ha comunicato Mamun Abdul Karim, del Dipartimento delle antichità. Nei mesi scorsi l’Isis ha distrutto siti archeologici in Iraq di importanza eccezionale e si temono devastazioni simili anche in Siria. Inoltre  i jihadisti agli ordini di al Baghdadi starebbero vendendo sul mercato nero internazionale centinaia se non migliaia di reperti archeologici a vantaggio delle finanze del Califfato. 

* Fonte: Campo Antimperialista - Nena news 
** Leggi anche: RAMADI

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venerdì 22 maggio 2015

IL MOVIMENTO 5 STELLE HA UN'OCCASIONE STORICA di Fabrizio Tringali

[ 22 maggio ]

Ci segnalano e volentieri pubblichiamo questo articolo di Tringali, che condividiamo in gran parte, non senza far notare che mettere in un solo sacco tutto ciò che si muove a sinistra è, inconsapevolmente o meno, fare il gioco di chi si dice di voler combattere. 
Ci sono più cose a sinistra... di quante possa immaginarne la tua disamina.

Nel suo ultimo articolo, Marino Badiale ha chiarito quanto sia illusorio sperare che da quel che resta della sinistra politica italiana possa nascere una qualche forza capace di opporsi realmente alle forze dominanti.

Lo spazio politico che si è aperto alla sinistra del PD, sarà coperto da un soggetto politico formato da quelli con cui Renzi non vuol più avere a che fare. I vari Fassina, Civati, Vendola e Ferrero, capitanati da Cofferati (che si è accorto della degenerazione del PD solo dopo esser stato trombato) e sostenuti da Landini (che si è inventato per l'occasione una non meglio definita "coalizione sociale").

La domanda sorge spontanea: ma come è possibile che una tale accozzaglia di notabili senza credibilità possa dar vita ad un soggetto politico capace, probabilmente, di ottenere significativi risultati elettorali?

La risposta ha in parte a che fare con il famigerato "popolo di sinistra", i cui appartenenti hanno interiorizzato che essere di sinistra significa affermare di essere dalla parte dei lavoratori, della giustizia sociale, della pace, essendo però pronti a prendere a mazzate i lavoratori, devastarne i diritti e le condizioni di vita, e fare la guerra, non appena si raggiungono posti di potere.
Il "popolo di sinistra" è quindi ben disposto a votare quelli che fino a ieri, dentro al PD o alleati con esso, si sono resi corresponsabili di ogni nefandezza. 
Ma non è tutto qui.
Quel "popolo", infatti, è ormai ridotto al lumicino, ed elettoralmente è quasi irrilevante. Non possono essere certo né Fassina, né Civati, né Cofferati, a ridargli vigore. 
Tuttavia un ampio spazio politico ed elettorale "a sinistra del PD" si sta davvero aprendo. Renzi può essere accusato di tutto, ma non di nascondere i propri intenti. Il carattere antisociale del governo è ormai evidente ed anche molti fra quelli che non si fanno troppe illusioni sull'ennesima aggregazione di sinistra prossima ventura, in assenza di alternative, potrebbero votarla per cercare di indebolire l'esecutivo.
Una sconfitta alle elezioni regionali, in particolare in alcune realtà come la Liguria, costituirebbe un duro colpo per Renzi.

In questo quadro, appare evidente che il M5S sta gettando alle ortiche un'occasione storica.
Se l'ennesima operazione cosmetica della sinistra politica avrà un qualche successo, sarà perché esiste una quota non irrilevante di elettorato che ha a cuore valori tradizionali della sinistra, come la giustizia sociale, ma non è disposta a votare M5S nonostante esso sia vicino a quei valori, perché diffida (legittimamente) della sua contraddittoria organizzazione e della sua dipendenza dalla coppia di fondatori.

Il M5S è quindi di fronte ad un bivio: continuare a fare quel che ha sempre fatto, mantenendo la propria attuale identità, oppure lanciare il percorso verso un nuovo soggetto politico, aperto e partecipativo, capace di superare le tante ambiguità che il movimento ha mostrato di avere, a partire dal fatto di propugnare la democrazia diretta essendo però incapace di applicarne i principi al proprio interno, ed anzi essendo proprietà di due sole persone.

Purtroppo le scelte fatte in questa tornata elettorale indicano che il M5S ha imboccato la prima via, che a mio avviso può solo portare al declino del movimento stesso. 
La seconda strada, invece, porterebbe a conquistare lo spazio politico "a sinistra del PD" evitando che in esso si intrufolino i pezzi di ceto politico scartati da Renzi.
E' ovvio però che alla fine, i due fondatori del M5S perderebbero il loro potere. Ed è altrettanto ovvio che un tale percorso non vedrà mai la luce senza il loro consenso. 
Sta a loro scegliere se continuare a comandare il movimento, tenendolo sulla strada dell'irrilevanza, oppure se accompagnarlo in un percorso di emancipazione, al fine di costruire un soggetto politico di alternativa realmente partecipativo, le cui potenzialità sarebbero enormi.


* Fonte: Badiale e Tringali

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giovedì 21 maggio 2015

«LEI FAREBBE UNA SINISTRA NO EURO?» intervista a Stefano Fassina

[ 21 maggio ]

Volentieri pubblichiamo l'intervista che Jean Sebastien S. Lucidi (Scenari Economici) ha fatto il 19 maggio a Stefano Fassina. [nella foto al centro, con Antonio M. Rinaldi, a destra, e Lucidi a destra]



D. On Fassina, il Jobs Act mira a svalutare il lavoro, come lei ha già affermato. Inoltre, non crede che la disoccupazione ed il lavoro svalutato (fattori che si legano) siano un metodo per recuperare quella competitività erosa dall’euro? Perchè con un  alto tasso di senza lavoro diminuiscono i consumi e quindi anche l’inflazione pertanto si verifica un riallineamento macroeconomico competitivo che non può più essere fatto con la lira.
R. Sì, è cosi, non è una novità è la ricetta che domina l’agenda di politica economica dell’eurozona, raccomandata dalla commissione europea ai paesi che non hanno programma e imposta dalla TROIKA ai Paesi che hanno programma. La ricetta appunto per recuperare competitività è svalutare il lavoro in assenza di poter svalutare la moneta, il problema che come abbiamo visto in questi anni al di là della drammatica iniquità e peggioramento delle condizioni delle  classi medie che produce, genera un circolo vizioso, per cui l’economia si contrae, il rapporto percentuale debito-pil aumenta fino ad arrivare a livelli di insostenibilità, un cronico deficit di domanda aggregata e successivamente deflazione.
Purtroppo non vedo segni di correzione di rotta, c’è un’attenuazione dell’intensità dell’agenda delle politiche, ma non un’inversione di rotta. E’ come sempre più evidente dal terreno economico si finisce inevitabilmente sul terreno della democrazia. L’esempio greco purtroppo è drammaticamente dei nostri giorni.
Se la Grecia uscisse dall’euro, questa potrebbe recuperare anch’essa competitività nei settori del turismo ma anche attrarre aziende straniere nel Paese grazie ad una moneta competitiva ovvero la dracma, oltre a poter poi monetizzare il suo debito pubblico ripagandolo in dracme? Anzichè andare avanti con i prestiti della TROIKA in cambio di riforme, che come abbiamo visto in questi anni hanno al disastro la situazione economica del Paese.
Lei se la sente di dire che per la Grecia sia meglio uscire dall’Euro?
Certamente se l’alternativa è la prosecuzione dell’agenda della TROIKA credo non sia una scelta per la Grecia, sarà un drammatico evento perché il debito pubblico esplode, a livello politico è insostenibile e tuttavia non dobbiamo isolare la vicenda greco come un caso a sè. Questa dimostra in forma estrema che la ricetta non funziona noi dobbiamo mettere in evidenza che il problema non è la Grecia anche se aveva tutte le sue carenze e ritardi anche prima dell’euro. Il problema è che la ricetta europea ha aggravato la malattia fino a portare al decesso del Paese.
Non crede che sia impossibile attuare politiche economiche espansive in presenza dell’euro, perchè una politica del genere andrebbe ad aumentare l’inflazione e le importazioni, aumentando i gap competitivi in Europa?
Ma non c’è dubbio che la politica espansiva in un solo Paese con l’euro non è possibile e siccome non c’è disponibilità a riconoscere la necessità di politiche espansive a livello dell’Eurozona siamo in una trappola  che sta soffocando le economie europee tenendo a livelli inaccettabili  la disoccupazione e facendo aumentare i debiti pubblici.
Sulla nuova legge elettorale (Italicum) in realtà questa non rappresenta un vincolo esterno imposto anch’esso dall’Europa perché ci sia maggiore stabilità per i governi ma a vantaggio dei mercati, che in cerca di profitti non tollerano interferenze democratiche? E quindi si cerca di limitare la costituzione?
Il pacchetto Italicum revisione del senato, risponde a una visione plebiscitaria della democrazia e insieme alla necessità di costruire la maggioranza parlamentare su basi di consenso inevitabilmente ristrette, data la politica economica di svalutazione del lavoro. Certo, è in sintonia con lo svuotamento della democrazia promosso da Berlino, Bruxelles e Francoforte  nei Paesi periferici, ma è un disegno delPresidente del Consiglio.
Renzi assegnerà 500 euro una tantum  come parte del rimborso delle pensioni, non pensa che sia un “regalo” in vista delle regionali, un pò come gli 80 euro  delle europee?
Non credo fosse tra le sue priorità, avrebbe (credo) preferito utilizzare in modo diverso questi 2 miliardi, si è trovato di fronte alla sentenza della Corte Costituzionale e ha dovuto agire in base alla priorità.
L’ultima domanda: lei creerebbe una sinistra anti euro per un’uscita (di sinistra).

Io farei una sinistra per il lavoro e mi pare che in questo quadro è incompatibile con l’euro.

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SE LO DICE LA GRANDE BORGHESIA TEDESCA


[ 21 maggio ]

Ulrich Grillo (nella foto) è dal 2013 presidente della Federazione delle Industrie Tedesche (BDI), la potente Confindustria teutonica. Che fosse un ultra-liberista lo si sapeva bene, e per questo gli venne assegnato quel prestigioso incarico.
Nel mondo sindacale tedesco fanno del sarcasmo sul suo cognome, bollandolo come heuschrecken, uno dei capibastone delle rapaci cavallette capitalistiche germaniche.

Ieri a Berlino , alla presenza di Angela Merkel, si è svolto un summit dei responsabili dell'economia del G-7 (per l'Italia era presente Giorgio Squinzi). Grillo vi ha svolto un discorso che la dice lunga su quale sia la visione economica e geopolitica della grande borghesia tedesca. 

"A sfide globali  bisogna trovare risposte globali" ha esordito Grillo. Egli ha quindi perorato come salvifici e inpresindibili gli accordi di libero scambio internazionale, quello transatlantico (Ttip) in particolare. Per la precisione ha detto:
«Ne abbiamo bisogno, vogliamo sostenerli. Questo ci offre la chance di portare avanti regole globali per il commercio e gli investimenti, di rafforzarli e di renderli più sicuri, migliorando il benessere e l'occupazione su scala mondiale».
Questa deliberata alzata di scudi a favore del Ttip e del liberoscambismo e del mercantilismo dispiegati da parte della più potente borghesia europea è sintomatica, la conferma,  semmai ce ne fosse stato bisogno, che il liberoscambismo è nell'interesse dei più forti. 
Ce lo ricordava Sergio Cesaratto ricordando il confronto, proprio su questo tema, tra Marx e F. List.

Come l'oste ti dirà che il suo vino è il migliore, i liberisti alla Grillo spacciano la loro ideologia come universalistica, e la loro dottrina economica come quella che meglio di ogni altra farebbe il bene comune... "e l'occupazione su scala mondiale". Oh certo, globalizzazione neoliberismo hanno aumentato negli ultimi trent'anni il numero di occupati, ma a quali condizioni? In Germania coi minijobs, ovvero con aumento dello sfruttamento dei lavoratori e abbassamento dei salari, nei "paesi emergenti" si lavora in condizioni drammatiche a tutto vantaggio del capitale, che molto spesso proviene appunto dall'Occidente, che investe in quei paesi appunto perché c'è lo schiavismo. Ecco spiegato perché il grande capitalismo, predatorio per sua natura, considera salvifica la globalizzazione.



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