domenica 30 agosto 2015

ARGOMENTI INDECENTI di Leonardo Mazzei

[ 30 agosto ]
Il partito di Tsipras? ormai un Pasok 2.0

I sostenitori di Tsipras, in patria come all'estero (particolarmente patetici quelli di casa nostra), invocano il bon ton. Che non si osi parlare di «tradimento» riguardo alle scelte del loro beniamino. Costui ha rovesciato di 180 gradi il programma e le promesse elettorali, ma va trattato con delicatezza. Quando invece si passa a parlare di chi a quel programma è rimasto fedele gli insulti sono ammessi. Quali insulti? Quelli che da sempre caratterizzano una tradizione che gli tsiprioti si vantano di aver «superato». Un esempio di tutto ciò è la lettera, francamente indecente, inviata da Syriza ai partiti della Sinistra Europea.

La missiva in questione è firmata da Yiannis Bournous (nella foto), certamente sconosciuto ai più. Ma le qualifiche che adornano la firma tolgono ogni dubbio. Bournous è membro della segreteria di SYRIZA, responsabile della politica europea, delle relazioni internazionali, della politica estera, della difesa e financo della diaspora greca. Dunque egli parla più che legittimamente a nome dell'attuale partito, più esattamente di quel che è rimasto dopo le recenti uscite. Proprio per questo il suo linguaggio da bar è particolarmente significativo.

Significativo di che cosa? Indubbiamente di una cultura. Certo, i suoi ragionamenti mettono in luce una comica mancanza di argomenti, ma questo non stupisce. La novità più significativa, che ben si coglie tra le livorose righe, è però un'altra: dalle parti di Tsipras si comincia a temere l'insuccesso. Dove per insuccesso si intende l'arrivare sì primi, ma con una percentuale assai più bassa di quella di gennaio. Il che imporrebbe la nascita di una coalizione governativa conPasokPotami e - perché no? - Nea Dimokratia. Cioè l'esatto contrario di quel che Tsipras dice di volere, ma che poi - ad urne chiuse - è certamente pronto a fare.

La lettera, intitolata «Nota sui recenti sviluppi politici in Grecia», è dedicata in larga parte ad un attacco forsennato contro i compagni usciti da Syriza, in particolare quelli che stanno dando vita ad Unità Popolare.

Giusto per avere un'idea, leggiamo alcuni passaggi. «Questa scissione era stata premeditata ben prima dell'annuncio delle elezioni anticipate dai suoi fautori». Premeditata, capite! E quando mai una scissione si decide dalla mattina alla sera? Che prima di farla non si medita? «Meditata» sarebbe infatti la parola giusta, ma perché usare un linguaggio normale quando abbiamo a disposizione quello del codice penale? Dire «premeditata» è dunque parso meglio all'ineffabile  Bournous.

Ma «premeditata» da quando? «La loro decisione emerse chiaramente dopo la chiusura del gravoso accordo a Bruxelles». Capite che bassezza hanno commesso gli scissionisti? Hanno cominciato a pensare alla rottura al momento della capitolazione di Tsipras... E noi che pensavamo che lo avessero fatto al momento dell'indizione del referendum... Davvero strani Lafazanos e compagni.

Ma andiamo oltre. Qual è, dopo la «premeditazione», il secondo capo d'imputazione elencato dal PM Bournous? La «rivalità». Ma, Santo Cielo, se c'è una rottura politica dettata da una profonda divaricazione strategica, peraltro provocata da una virata di 180 gradi della maggioranza del partito, volete che non ci sia rivalità? Se non ci fosse, allora sì che non si capirebbe la rottura. E volete che non ci sia competizione in vista di elezioni, peraltro volute dal vostro caro leader?

Vorreste che ai vostri vecchi compagni venisse tolto il diritto di parola, questo vorreste. Ma leggiamo per intero l'accusa di Bournous:  «Purtroppo, dai primi momenti di esistenza di Unità Popolare, SYRIZA sembra essere il loro unico rivale. Questa feroce e immorale rivalità contro compagni con i quali avevano condiviso lotte e aspirazioni comuni fino a pochi giorni fa, viene fortemente propagandata con la loro presenza sproporzionata sui mezzi di comunicazione privati, che mirano alla sconfitta elettorale di Syriza».

In queste righe il doppiopesismo non potrebbe essere più evidente. Da Unità Popolare non si vogliono critiche. Ma siccome queste non possono non esserci chi le fa è certamente «feroce e immorale». Interessante il giudizio sull'«immoralità». Non perché in politica non esistano atti immorali. Esistono eccome, ma se si accetta (ed anzi, si pratica) questo terreno, allora bisogna beccarsi senza fiatare anche l'accusa di tradimento. 

Infine, e qui siamo al più classico dei classici, ecco l'imputazione più grave, quella di «intelligenza col nemico». L'accusa che in Italia veniva scagliata dal vecchio "Ulivo" nei confronti del Bertinotti prima maniera, quello della metà degli anni '90. E qual'era questa accusa? Esattamente quella di avere una «presenza sproporzionata sui mezzi di comunicazione privati». Il tutto al fine di sconfiggere l'unica parte buona, giusta e candida presente sul mercato, non del tutto casualmente coincidente con la parte politica degli autori di simili attacchi: un tempo il vecchio centrosinistra in Italia, oggi gli adepti del Tsipras normalizzato in Grecia.

Si potrebbe continuare, ad esempio mettendo a confronto il Bournous 2015, che giustifica l'accettazione del Terzo memorandum, con quello che criticava nel 2012 il Secondo memorandum su Micromega. Ma sarebbe troppo facile. Come troppo facile sarebbe criticare il suo terrorismo sulla svalutazione monetaria, senza invece dir nulla sulla svalutazione interna (quella che colpisce maggiormente salari e pensioni) che le scelte capitolazioniste di Tsipras portano inevitabilmente ad accentuarsi.

C'è poi nella lettera una falsità assoluta. La «necessità immediata di un nuovo prestito» in caso di uscita dall'euro. E perché questa necessità, quando era evidente a tutti (a partire da Schaeuble) che l'uscita dall'euro avrebbe portato (finalmente!) alla cancellazione del debito, perlomeno nella parte detenuta dalle istituzioni e dagli Stati europei? La necessità di un nuovo prestito è stata la conseguenza del voler restare in ogni modo nella gabbia dell'euro, non il contrario. 

Che dire? Se gli attuali dirigenti di Syriza non sanno far di meglio che scrivere letterine indecenti come queste, non ci resta che ribadire un preciso giudizio politico: ormai Syriza si sta trasformando in una sorta di Pasok 2.0. Una trasformazione che forse gli elettori greci non gradiranno più di tanto. Dietro al livore di certe lettere c'è solo il nervosismo di chi le scrive. Ma anziché prendersela con gli altri, quelli come Bournous dovrebbero ricordarsi la massima che dice che «chi è causa del suo mal pianga se stesso».

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sabato 29 agosto 2015

SYRIZA, LA QUESTIONE DEL DENARO E LA SOVRANITÀ POPOLARE di Kostas Lapavitsas

[ 29 agosto ]

Una capitolazione disastrosa

Il governo Syriza ha appena firmato un nuovo accordo di salvataggio. È un pessimo accordo, per ragioni evidenti che esporrò.

In primo luogo questo accordo è recessivo. Farà cadere l’economia greca in recessione. Poiché i soli aumenti di imposta arrivano al 2% del PIL. Riguardano soprattutto l’IVA, imposta indiretta prelevata su prodotti consumati principalmente dai lavoratori. Ma riguardano anche le imprese, e colpiranno in primo luogo le piccole e medie imprese, che restano la spina dorsale dell’economia greca. L’agricoltura è senza dubbio il settore più duramente colpito da questo aumento: l’imposta sul reddito versata dagli agricoltori raddoppierà, ed essi saranno sottoposti a nuovi obblighi. Queste misure sono incontestabilmente recessive. Arrivano in un momento in cui l’economia greca vacilla al bordo del precipizio. Non c’è dubbio che la faranno precipitare nella recessione.

In secondo luogo, l’accordo impone misure chiaramente inegualitarie. Queste inaspriranno le disuguaglianze nel paese. Nessuno venga a dirvi il contrario: il grosso delle entrate fiscali verrà dalle imposte indirette, delle quali si sa che sono fattore di disuguaglianza. Le disuguaglianze aumenteranno perché le misure impongono di prendere 800 milioni all’anno dalle pensioni. Questo farà pesare un carico ulteriore sui pensionati, che in generale sono già tra gli strati più poveri della popolazione. E certamente le disuguaglianze cresceranno anche perché la disoccupazione aumenterà quest’anno e l’anno prossimo.

Questo accordo poi è cattivo perché non rimedierà per niente al problema del debito del paese. Non prevede una ristrutturazione del debito. Sostituirà una categoria particolare del debito con un’altra. Potrebbe comportare un miglioramento marginale – marginale – sul piano dei tassi d’interesse e sulla scadenza del debito. E questo aumenterà senza dubbio di 20-25 miliardi per ricapitalizzare le banche. Secondo l’FMI il rapporto del debito sul PIL dovrebbe passare al 200% l’anno prossimo. Molto probabilmente è quanto avverrà.

In quarto luogo, l’accordo non prevede assolutamente niente per lo sviluppo del paese. Il «pacchetto» di 35 miliardi di euro semplicemente non esiste. Queste somme sono già state assegnate alla Grecia nei diversi fondi. Non sappiamo né quando né come il paese riceverà denaro fresco. Dunque, niente in materia di sviluppo.

Infine, questo accordo è chiaramente di tipo neocoloniale. Il governo di sinistra ha firmato un accordo neocoloniale. È tale per diverse ragioni. Ne faccio presenti tre: la prima è che l’accordo prevede l’istituzione di un fondo di privatizzazione di 50 miliardi di euro, sotto controllo straniero, che avrà permissione di vendere i beni pubblici. I primi 25 miliardi saranno destinati alle banche. Se resta qualche cosa– e non resterà niente perché non si raggiungeranno mai 50 miliardi– le somme serviranno al rimborso del debito e, forse, agli investimenti. Di conseguenza, questo fondo venderà tutto quello che è possibile vendere per ricapitalizzare le banche. Abbiamo accettato di vendere i nostri gioielli di famiglia per ricapitalizzare le banche greche in fallimento.

Abbiamo anche accettato di condurre riforme dell’amministrazione pubblica sotto la bacchetta dell’UE. Abbiamo accettato di sottometterci a un controllo che non solo sarà severissimo, ma che durerà assai più a lungo dei tre anni di durata dell’accordo.

Ai miei occhi, questo accordo rappresenta una capitolazione disastrosa. Non è Brest-Litovsk. Quanti tra voi lo credono, sbagliano. Non si tratta di guadagnare tempo per consolidare il potere bolscevico a Mosca e Leningrado. Non si tratta di guadagnare tempo, perché non c’è tempo da guadagnare. Il tempo, caso mai, gioca a favore del nemico. Non è una manovra tattica.

Questo accordo pone il paese su una via che ha una sola uscita. Un’uscita che non serve gli interessi del popolo. Quanto a sapere chi è il vero vincitore dell’accordo, è l’evidenza stessa. Il vincitore vi sta davanti. È l’oligarchia che si esprime nei media di massa. Per questo i media esultano e celebrano la vittoria. A volte la realtà è esattamente quella che sembra. È inutile grattare la superficie. Se leggete i grandi giornali e ascoltate i media, sapete chi ha vinto.

Il prodotto di un errore strategico

 
Allora perché? Perché questa capitolazione? Perché ci si è arrivati dopo il grande entusiasmo di sei mesi fa, dopo il forte sostegno che ci hanno dato lemobilitazioni della base in questo paese e in Europa? Perché? Per me la risposta è chiara. Si tratta di una cattiva strategia, strategia che è stata molto buona per vincere le elezioni, ma che si è rivelata disastrosa quando Syriza è arrivata al potere. Questa cattiva strategia ha fatto cilecca. Che strategia è? È molto semplice, ed è stata formulata esplicitamente molte volte. Realizzeremo un cambiamento radicale in Grecia, un cambiamento radicale in Europa, e lofaremo dall’interno della zona euro. Questa era la strategia. Ebbene, non è possibile. Punto e basta. Gli ultimi mesi hanno dimostrato che semplicemente non era possibile.

Non è una questione di ideologia – neoliberista o di altro tipo. Non è una questione di riequilibrio dei rapporti di forza politici. Quante volte ho sentito parlare di riequilibrio? Ed ecco che questo dibattito torna sul tavolo, che si ripropone questo argomento: «Aspettiamo che i rapporti di forza politici cambino in Europa, se Podemos viene eletto le cose saranno diverse». Potrete aspettare a lungo. Molto a lungo. Non è così che la situazione cambierà.

Perché? Perché l’unione monetaria, della quale la Grecia fa parte, non è di natura ideologica. Alla fine lo è anche, ma non si tratta solo di ideologia. Né di riequilibrio di rapporto di forze. È un meccanismo istituzionale. Prima i greci lo capiranno, meglio sarà per tutti noi. Abbiamo a che fare con un meccanismo istituzionale, con un’unione monetaria, un insieme gerarchico che agisce nell’interesse delle grandi imprese e di un piccolo numero di paesi membri. Questa è la natura dell’unione economica e monetaria.

Storicamente, questa unione monetaria è fallita. In Grecia, il suo fallimento è palese. Ha rovinato il paese. E più la Grecia si aggrappa al suo posto nell’unione, più distrugge il suo popolo e la sua società. È un fatto che la storia delle unioni monetarie ha stabilito da molto tempo. Il problema è che ogni volta la gente si rifiuta di guardare in faccia la realtà.

La questione del denaro

Permettetemi di fare una digressione sulla questione della moneta – dopotutto, mi rivolgo qui a un pubblico di universitari e sono trent’anni che studio il denaro. Il denaro è certo l’equivalente universale. La merce delle merci. Sono molto tradizionalista in proposito.

Sotto la sua forma più semplice e pura è una cosa. La maggior parte delle persone considera che l’oro è moneta. In alcuni casi è ancora vero. Quando è una cosa, funziona in modo cieco e automatico, come fanno tutte le cose. Ed è oggetto di reificazione. I rapporti sociali si incarnano in questa cosa. In modo cieco e meccanico, la società si sottomette a questa cosa. Lo sappiamo da molto tempo. Keynes parlava di schiavitù del metallo giallo.

Certo, la moneta moderna non è una cosa di questo tipo. Resta una cosa, ma non una cosa con la forma di una merce prodotta. È controllata. Resta moneta ma è controllata. Controllata da istituzioni, da comitati, da meccanismi, tutta una gerarchia di rapporti. Questa gerarchia e questo quadro producono reificazione. Una reificazione diversa da quella dell’oro. Quello che le istituzioni reificano è la pratica. L’ideologia e gli interessi di classe si reificano nella pratica, nella stessa istituzione.

È quello che la sinistra, in Europa e in Grecia, si è dimostrata incapace di comprendere: i meccanismi dell’Unione europea e monetaria sono una pratica di classe reificata. Punto e basta. Non potete trasformarli perché avete vinto le elezioni in Grecia. È impossibile. Né potrete cambiarli perché domani Podemos sarà al potere in Spagna. Non è possibile. Dunque, delle due cose l’una: o distruggete questo edificio, o lo accettate così com’è. Ormai ne abbiamo la prova irrefutabile.

Un programma radicale presuppone un piano di uscita dall’euro.

 
Ma la vera domanda è la seguente: che fare ora? Ve lo dico io, e su questo punto la mia pratica ha valore di prova. La sola posizione coerente al parlamento in questi ultimi giorni – coerente su due punti: il mandato elettorale ricevuto da Syriza il 25 gennaio, e il referendum dove il popolo ha detto molto chiaramente no ai piani di salvataggio – la sola posizione coerente era dire no. Non sì.

Non è una questione di coscienza morale. Io rispetto la coscienza di ciascuno, capisco la difficoltà morale provata da ciascun deputato, ciascun membro di Syriza, ciascun cittadino greco. Ma non è una questione morale. Non suggerisco assolutamente che il «no» sia moralmente superiore al «sì». Tengo a dirlo molto chiaramente. Qui non si tratta di morale, ma di giudizio politico.

Qui è la politica che conta, e il giusto orientamento politico da prendere era dire no. È la sola opzione che permette di restare coerenti con la volontà popolare, con le promesse che abbiamo fatto al popolo, e con le misure che potremo prendere in futuro.

Se questo orientamento è mantenuto, il «sì» ci piomberà verosimilmente in immense difficoltà. Immense difficoltà per le ragioni che vi ho detto e che riguardano il contenuto dell’accordo. Non è possibile accettare questo accordo e trasformare la Grecia. Non sarà possibile perché l’accordo contiene meccanismi di controllo durissimi. Questi tipi dell’estero non sono idioti. Sanno esattamente di che cosa si tratta. E imporranno delle condizioni, delle regole, dei meccanismi di controllo che impediranno a Syriza di prendere misure che vadano nel senso di ciò a cui molti aspirano.

La prova del pudding è nel mangiarlo. Questi esigono già il ritiro della maggior parte delle leggi che abbiamo adottato nel corso dei cinque mesi scorsi nell’interesse dei lavoratori. E noi le ritireremo. Ci costringono a farlo. E voi immaginate che a partire da adesso potrete adottare altre misure legislative radicali? Ma su quale pianeta vivete? È impossibile. E non sarà possibile.

Ritornare sull’accordo appoggiandosi sul No al referendum

 
Allora, che fare? Dobbiamo ritornare sull’accettazione di questo accordo. E concepire un programma radicale compatibile con i nostri valori, i nostri obiettivi e i discorsi che abbiamo tenuto al popolo greco in tutto questo tempo, in tutti questi anni. E questo programma radicale è impossibile senza un’uscita dall’euro. La sola cosa sulla quale dobbiamo veramente lavorare, è lo sviluppo di un piano di uscita dall’euro che ci permetta di mettere in atto il nostro programma. È talmente evidente che sono stupefatto che non lo si sia ancora capito dopo cinque mesi di fallimento dei negoziati.

Abbiamo le forze richieste? Sì. Sì, perché il referendum, dove il «no» ha trionfato in modo indiscutibile, ha dimostrato due cose. Tanto per cominciare, ha dimostrato che l’euro è un affare di classe. Non è una forma di denaro impersonale. Come vi ho detto, cristallizza e contiene rapporti di classe. E la gente l’ha capito istintivamente: i ricchi hanno votato «sì», i poveri hanno votato «no» al referendum. Punto e basta.

Seconda cosa dimostrata dal referendum, e questo rappresenta un enorme cambiamento: per la prima volta da cinque anni, i giovani greci si sono espressi. Eravamo in molti ad attendere che lo facessero. E infine lo hanno fatto. E i giovani, questi giovani così attaccati all’Europa, così colti, senza dubbio così lontani da tutti quei dinosauri di estrema sinistra che credono ancora in Marx e soci, questi giovani greci che beneficiano dei programmi Erasmus e viaggiano dappertutto, questi giovani hanno detto no all’80%. Questa è la base di un discorso radicale e di un riorientamento per Syriza oggi. Se noi diciamo sì, se manteniamo il sì, perderemo i giovani. Ne ho lacertezza assoluta.

Come organizzare un’uscita dall’euro?


Allora, come iniziare questo nuovo orientamento? È una cosa impossibile? Non immaginate che non esista un piano per uscire da questa disastrosa unione monetaria e mettere in atto una strategia radicale. Un piano esiste. Solo, non lo si è mai utilizzato. Non lo si è mai sviluppato, mai studiato in modo approfondito. Per metterlo in atto bisogna svilupparlo, e ci vuole, soprattutto, una volontà politica.

Tale piano, sotto forma di foglio di viaggio, contiene alcuni punti molto chiari.

In primo luogo, insolvenza sul debito nazionale. L’insolvenza è l’arma dei poveri. La Grecia deve essere insolvente. Non c’è alcun’altra porta di uscita. Il paese è schiacciato dal suo debito. Un’insolvenza sarebbe dunque un primo passo verso una profonda cancellazione del debito.

Secondo, nazionalizzazione delle banche. Nazionalizzazione efficace delle banche. Con questo voglio dire che si nominerà un commissario pubblico e un gruppo di funzionari e di tecnocrati che ci sappiano fare. Gli si chiederà di dirigere le banche e mandare a casa i membri delle attuali squadre dirigenti. Questo è quel che si deve fare. Senza la minima esitazione. E diconseguenza, cambieremo la struttura giuridica di questi istituti. È una cosa molto facile da fare. Le banche continueranno a funzionare sotto un regime di controllo dei capitali. A questo punto si sarà fatta metà del percorso per uscire da questa catastrofica unione monetaria. Ma bisognerà mettere in atto un controllo adeguato delle banche e dei capitali, non il pietoso controllo che abbiamo visto nelle due ultime settimane. Questo dovrà permettere ai lavoratori e alle imprese di ritrovare un’attività normale. È del tutto possibile. Lo si è visto a più riprese.

Terzo, conversione di tutti i prezzi, di tutte le obbligazioni, dell’insieme della massa monetaria nella nuova divisa. Si può convertire tutto quello che dipende dal diritto greco. I depositari perderanno una parte del loro potere d’acquisto, ma non sul valore nominale dei loro depositi. Ma ci guadagneranno, perché diminuirà anche il potere d’acquisto del loro debito.Dunque, la maggioranza ne uscirà probabilmente guadagnandoci.

Quarto, organizzazione dell’approvvigionamento dei mercati protetti: petrolio, prodotti farmaceutici, alimentari. È del tutto possibile, definendo un ordine di priorità, dunque bisogna prepararsi un po’ prima, non all’ultimo minuto. È evidente che se pensate di mettere all’opera tutto questo il lunedì mattina, e cominciate a pensarci la domenica, la cosa sarà difficile. Ne convengo.

Infine, determinare come si alleggerirà la pressione sul tasso di cambio. Il tasso di cambio, probabilmente affonderà, poi risalirà. È quanto succede in generale. Si stabilizzerà a un livello svalutato. Prevedo una svalutazione del 15–20% alla fine. Bisogna dunque sapere come si padroneggerà la situazione.

Quali saranno gli effetti di un’uscita dall’euro?

 
Che succederà dunque se prendiamo questa via? Prima di tutto, bisogna prepararsi tecnicamente e, soprattutto, bisogna preparare il popolo. Perchéuna cosa simile è impossibile senza di lui. Infine, non è del tutto vero: si può fare a meno del popolo, ma in tal caso bisogna mandare i carri armati nelle strade. Si può fare anche questo. Ma non è l’orientamento della sinistra. La sinistra vuole arrivarci con la partecipazione del popolo, perché vogliamo liberarlo in questo modo, vogliamo farlo partecipare.

Che succederà dunque se prendiamo questa via? Ho visto delle simulazioni e delle modellizzazioni econometriche dell’effetto che questo potrà avere sul PIL, sui prezzi, ecc. Questo genere di cose, a volte è molto utile e interessante da leggere. Ma in questo caso le simulazioni non hanno il minimo valore. Perché? Perché, essenzialmente, la simulazione e l’econometrica si basano sulla conservazione delle caratteristiche strutturali del modello. Se no qualsiasi simulazione è impossibile. Qui, come progetto noi trasformiamo la struttura. È un cambiamento di regime. Ora, in altri termini, se qualcuno decide di rimettere a cultura il suo vigneto, come prevederne gli effetti? È quello che succederà. Ci sarà un cambiamento strutturale. Dunque, tutte le previsioni con i numeri, non valgono molto. Non credete a quelli che vi dicono che ci sarà una recessione del 25% , una contrazione del PIL del 50%. La verità è che non ne sanno niente. Tirano fuori queste cifre dal loro cappello.

Il meglio che si può fare in queste condizioni è concepire delle anticipazioni ragionate, basate sulle esperienze precedenti e sulla struttura dell’economia greca. Immagino che se prendiamo questa via e siamo preparati, entreremo in recessione. Sarà difficile. Durerà probabilmente parecchi mesi, almeno la caduta durerà parecchi mesi. Ma se mi baso sull’esperienza monetaria, non credo che questa situazione durerà più di sei mesi. In Argentina è durata tre mesi. Poi l’economia è ripartita.

La contrazione durerà dunque parecchi mesi, poi l’economia ripartirà. Viceversa, è probabile che occorrerà attendere più a lungo per riprendere tassi di crescita positivi, perché il consumo, la fiducia, e le piccole e medie imprese subiranno senza dubbio un duro colpo. Suppongo che si tornerà a tassi di crescita positivi in capo a 12 – 18 mesi.

Dopo che il paese sarà uscito da questo periodo di aggiustamento, penso che l’economia tornerà a tassi di crescita rapidi e sostenuti. Per due ragioni. Prima, la riconquista del mercato interno. Il cambio di divisa permetterà al settore produttivo di riconquistare il mercato interno, di ricreare opportunità e attività, tutte cose che si sono viste ogni volta che si sono prodotti avvenimenti monetari di questa ampiezza. E un governo di sinistra favorirà la ripresa in modo che sia più rapida e solida. In parte perché le esportazioni molto probabilmente ripartiranno; in parte perché si metterà in atto un programma sostenuto di investimenti pubblici che favorirà anche gli investimenti privati e produrrà crescita per parecchi anni. Queste le mie previsioni, che non ho il tempo di sviluppare qui.

La via della saggezza…

Vorrei aggiungere due cose. Non si tratta di un’uscita dall’Europa. Nessuno sostiene quest’idea. L’euro, l’Unione europea e monetaria, non si confonde con l’Europa – questo valore disincarnato, che ci tormenta da così tanto tempo. Qui parliamo di uscita dall’Unione monetaria. La Grecia resterà membro dell’Europa e delle strutture europee finché il popolo greco lo vorrà. Questa strategia mira al contrario a liberare la Grecia dalla trappola costituita dall’unione monetaria, a permetterle di recuperare una crescita sostenuta e la giustizia sociale, a rovesciare il rapporto di forza a favore dei lavoratori del paese. Mi dispiace ma non c’è un’altra strategia. Immaginarsi il contrario è inseguire delle chimere.

Non so se la Grecia sceglierà questa strategia. Mi sono imbattuto di recente in una frase molto interessante, attribuita a un primo ministro israeliano. Diceva che le nazioni prendono la via della saggezza, ma solo dopo avere provato tutte le altre. Nel caso della Grecia, temo che non sia quello che ci attende. La via della saggezza è quella dell’uscita dall’euro e del cambiamento sociale. Spero che Syriza lo capisca e dica no. Che non firmi questo accordo. Che ritorni ai suoi principi radicali e ai suoi valori radicali. Che faccia una nuova proposta alla società greca e si avvii sulla via della saggezza.



* Fonte:  Europe Solidaire Sans Frontières– N° 35473
« La voie de la sagesse, c’est celle de la sortie de l’euro et du changement social ».
Contretemps. 19/07/2015

** Traduzione di Gigi Viglino

*** Costas Lapavitsas è deputato eletto al Parlamento greco, membro della Piattaforma di sinistra di Syriza, e professore di economia alla SOAS (School of Oriental and African Studies, Londra).

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Alla fine, questa è la rassegnazione. Questa è la vera sconfitta di un intero popolo. di Luciano Barra Caracciolo

[ 29 agosto ]

Le gerarchie contano

[Nella foto Luciano Barra Caracciolo al convegno ci Chianciano terme del gennaio 2014]

Ma non quelle formali, regolate dalle leggi (Hayek direbbe dalla "legislazione", regolazione statale strettamente asservita alla Legge, naturale, fenomeno biologico - per lui- che riduce l'essere umano al "mercato"): quando le leggi stabiliscono una gerarchia, infatti, devono esplicitare, in qualche modo, per quale interesse generale, o quantomeno pubblico e collettivo, siano dettate.
Un compito estremamente fastidioso, specialmente in democrazia: e non tanto e non solo perchè poi occorre fare i conti con il consenso legato a questa scelta (se non prometto meno tasse per tutti-tutti, avrò inevitabilmente privilegiato qualcuno a scapito di altri), quanto perchè dalla scelta trapelano obiettivi e valori che vuole realizzare chi la compie. 

E questo, se valori e obiettivi possono essere comparati con quelli legalmente superiori, cioè quelli scritti una volta per tutte, nelle Costituzioni, risulta evidentemente pericoloso.

Almeno finchè esista un sistema costituzionale e la sua gerarchia delle fonti (che è l'unica gerarchia garantista dei valori costituzionali e che dunque limita le gerarchie fra gli uomini, stemperandole nell'obbigo di realizzare solo gli interessi del popolo sovrano).

Le gerarchie che contano veramente, quindi, sono quelle che stanno scritte dentro i cuori (rassegnati e intimoriti) degli uomini: più precisamente, quelle che riescono a imporsi in base al timore che suscita chi le stabilisce, senza dover ricorrere a regole formali, preferibilmente. O peggio ancora, aggiustando le regole secondo la propria convenienza nel conservare la propria posizione di potere.
Questa sì è una prospettiva terrificante, per i "sottoposti", un elemento portatore di disperazione.

Insomma, sono il costume e l'ambiente culturale che favoriscono le gerarchie: quindi chi controlla costume e ambiente culturale è, in realtà, il vero vertice della gerarchia (che conta).

Una vera posizione di supremazia all'interno del rapporto gerarchico, implica connaturalmente la irresponsabilità del "superiore": una irresponsabilità non tanto funzionale, perchè il singolo superiore, come individuo, in qualche modo sa che se le cose non funzionano, la colpa verrà attribuita, in un inevatabile processo sociale, a chi impartisce l'ordine.

L'irresponsabilità di cui parliamo è "di genere": cioè, complessivamente, coloro che sono posti, come classe di individui, in posizione di comando gerarchico, sono considerati collettivamente fuori da un giudizio di merito, dal dover rendere conto.

 
Questo garantisce una forma di irresponsabilità che veramente, nei fatti della vita, rende esente da rimproveri di colpa ogni singolo "superiore": i subordinati sanno infatti che se anche fosse individuato come colpevole un singolo esponente della classe dominante, un altro, esattamente con le stesse attitudini, prenderebbe il suo posto.

Quindi il timore su cui si basa la gerarchia, e che la rende effettivamente capace di ordinare, conformare, i sottoposti, è legato alla rassegnazione di chi si trova a subirla. Il senso dell'inevitabilità prevale; e da questa nasce l'indifferenza, l'idea che nulla possa mai veramente cambiare.

Come direbbe Funari-Guzzanti ("Onorevole Broda") sapete perchè vi dico tutto questo? Perchè, dal caso Tsipras al "battiamo i pugni sul tavolo", passando per "tagliamo le tasse tagliando la spesa pubblica", tutto dimostra che la possibile alternanza di assetti di potere su cui si basa la democrazia costituzionale, è venuta meno.

A questo punto del discorso fatto su questo blog, questa parrebbe quasi, anzi "proprio", un'ovvietà.
Ma il punto è un altro: il "costume" di accettazione come inevitabile di questo stato di cose è mutabile?

Di sicuro non lo è se non si vota. 
Di sicuro non lo è se chi è in posizione, di fatto, di supremazia gerarchica, riesce a far passare l'idea che votare sia segno di instabilità, piuttosto che di irresponsabilità di chi detiene il potere. 

Ma è ancora peggio se chi dovrebbe contestare le cose, e che chiede di svolgere le elezioni, per "cambiare le cose" su cui si basa la gerarchia irresponsabile attuale, in fondo persegue gli stessi obiettivi e le stesse convinzioni: tagliare la spesa pubblica per tagliare le tasse.

Cioè un "altro" esattamente con le stesse attitudini avrebbe preso il posto del precedente "superiore".

Alla fine, questa è la rassegnazione. Questa è la vera sconfitta di un intero popolo.

* Fonte: Orizzonte 48

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venerdì 28 agosto 2015

FINLANDIA: I COSTI DELL'EURO.... di Raine Tiessalo

[ 28 agosto]

Il 6 agosto smascheravamo la COLOSSALE BUFALA DELLA FINE DEL LAVORO IN FINLANDIA.

Altro che fine del lavoro! Ora il ministro delle finanze sostiene che i finlandesi debbano accettare, siccome si deve restare nell'eurozona,  tagli ai salari per tornare competitivi. Il primo ministro aggiunge che con una propria moneta si potrebbe anche svalutare, ma è un’opzione a cui non vuole nemmeno pensare.


«La Finlandia si sta rivelando l’economia più debole dell’Unione Europea a causa della sua incapacità di rendere competitivo il proprio mercato del lavoro, questa è l’idea del Ministro delle Finanze finlandese, Alexander Stubb.
L’economia del più nordico dei paesi dell’eurozona si sta avviando alla quarta contrazione annuale consecutiva, ha detto Stubb durante una conferenza di diplomatici finlandesi che si è tenuta lunedì a Helsinki. Ha poi descritto questo sviluppo come “preoccupante”.
Il governo finora non è riuscito a persuadere i finlandesi ad accettare i tagli ai salari che, secondo Stubb, sarebbero necessari per competere con gli altri partner commerciali. Stubb ha avvertito che la difficile situazione economica non è legata solo allo shock dei mercati, ma è strutturale, il che significa che solo un programma di riforme può scuotere il paese dalla sua sclerosi. Le difficoltà della Finlandia sono aggravate dalla recessione della Russia, e le esportazioni verso il vicino orientale sono cadute del 35 percento nei primi cinque mesi del 2015, secondo i dati rilasciati martedì dal governo.
La banca finlandese Aktia ha stimato che il prodotto interno lordo si contrarrà dello 0,5 percento nel 2015, proseguendo una tendenza al ribasso che continua ininterrotta dal 2011. Stanno diminuendo sia le esportazioni che gli investimenti, secondo la banca. Un programma di riforme dovrebbe avere come obiettivo quello di portare un “rapido sollievo” ad un’economia che sta arrancando a causa della sua mancanza di competitività, dice Aktia.
La Finlandia, che è sempre andata a braccetto della Germania durante i periodi più cupi della crisi europea del debito nel chiedere che l’applicazione della saggia austerità, rischia ora di vedere il suo stesso rating del debito rovinato dal proprio declino economico. Il Servizio per l’Investimento di Moody’s, che tuttora assegna una “Aaa” alla Finlandia, la scorsa settimana ha dichiarato negative le prospettive economiche del paese. Standard & Poor’s aveva declassato la Finlandia lo scorso ottobre, togliendole il massimo rating sul debito.
Aumentare la competitività
Il Primo Ministro Juha Sipila, durante una conferenza stampa tenutasi lunedì a Helsinki ha detto che il governo sta preparando una proposta per aumentare la competitività; proposta che sarà presentata entro la fine di settembre. Se il paese avesse ancora la propria moneta, ha detto, ora staremmo considerando una svalutazione.
“Dobbiamo vivere dentro l’eurozona, non ho nessun’altra opzione sulla moneta,” ha detto. “Non ci penso nemmeno alle altre opzioni, perciò ora dobbiamo occuparci dei provvedimenti che ci rendano competitivi stando dentro l’euro”».

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PER AMORE DELLA VERITÀ

[ 28 agosto]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

«Cari compagni della redazione,

non voglio affatto rinfocolare la polemica con Alberto Bagnai, ma debbo segnalare, nel caso vi fosse sfuggito, un passaggio di un recente post del professore nel quale si può leggere:

"Sento parlare, in giro per il mondo, di Comitati di Liberazione Nazionale. Ne hanno parlato su a/simmetrie Boghetta, Dal Monte e Magoni (il 15 luglio), poi ne ha parlato Fassina (il 27 luglio), poi ne ha parlato Jacques Sapir (il primo agosto). Hai detto bene: qui siamo anni avanti. Conosco tutte le persone che stanno parlando di CLN in giro per l'Europa, e sono il presidente dell'associazione dove questa proposta è stata lanciata, a seguito di un dibattito che mi ha coinvolto. La mia posizione, però, lo sapete bene, è un'altra. Il mio educated guess è che da qui si uscirà se e quando gli Stati Uniti capiranno che i costi sono per loro superiori ai benefici, il che potrà accadere o attraverso un processo di maturazione che conduca a una scelta deliberata, o in seguito a uno o più eventi traumatici (in soldoni, quando noi saremo ridotti come la Grecia)".
E' bene si sappia che quanto afferma Bagnai non è vero, è falso. 
La benemerita a/simmetrie era di là dal vedere la luce (se non erro nacque nel 2013) che noi, come Mpl, da almeno un anno, parlavamo della necessità di costruire non solo un "fronte ampio" ma un Comitato di liberazione per riconquistare la sovranità nazionale e monetaria. E con noi, per amore della verità, convenivano altri gruppi sovranisti. Erano i mesi della caduta del governo Berlusconi e dell'arrivo di Monti (Novembre-dicembre 2011) i quali, dicevamo, facevano entrare l'Italia in una situazione d'emergenza e sotto il protettorato dell'eurocrazia.
Così stanno le cose ed è bene che, chi è interessato davvero alle sorti del paese, sappia come stanno.

Sempre per amore della verità, non sarà inutile ricordare ai nostri lettori che nel gennaio 2013 Alberto Bagnai sottoscrisse quell'infelice Manifesto di solidarietà europea  in cui si poteva leggere:
"La creazione dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo si colloca fra le maggiori conquiste dell’Europa post-bellica in campo politico ed economico. Il notevole successo dell’integrazione europea è scaturito da un modello di cooperazione che beneficiava tutti gli stati membri, senza minacciarne alcuno….l’Eurozona, nella sua forma attuale, è diventata una seria minaccia al progetto di integrazione europea…L’euro, invece di rafforzare l’Europa, produce divisioni e tensioni che minano le fondamenta stesse dell’Unione Europea e del Mercato Comune Europeo".
Come giustamente SOLLEVAZIONE segnalò ,quel Manifesto, firmato infatti da economisti vonhayekiani, contestava sì questa Unione monetaria, ma si poneva (vedi la citazione) a difesa del mercato unico e quindi del dogma liberista che sta alla base del  Trattato di Maastricht. 

Ma quel Manifesto diceva anche un'altra "cosuccia":
«Riteniamo che la strategia che offre le migliori possibilità di salvare l’Unione Europea, la conquista più preziosa dell’integrazione europea, sia una segmentazione controllata dell’Eurozona attraverso l’uscita, decisa di comune accordo, dei paesi più competitivi. L’euro potrebbe rimanere – per qualche tempo – la moneta comune dei paesi meno competitivi. Ciò potrebbe comportare in definitiva il ritorno alle valute nazionali, o a differenti valute adottate da gruppi di paesi omogenei. Questa soluzione sarebbe un’espressione di vera solidarietà europea».
Non si chiedeva quindi l'uscita dell'Italia (o dei "Piigs") dalla gabbia dell'euro, ma bensì quella della Germania.

Se quindi Bagnai parlava di Cln e rivendica primogeniture, si sappia che non alludeva ad un CLN per l'Italia, ma ad un Comitato di liberazione nazionale tedesco».

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giovedì 27 agosto 2015

CHE SUCCEDE CON LA CINA? Quale sarà il prossimo anello a saltare? di Moreno Pasquinelli

[ 27 agosto ]

Abbiamo definito il sistema capitalistico (e imperialistico) occidentale come una ierocrazia, dove le decisioni di ultima istanza vengono prese da una setta clericale che venera il denaro e, attraverso il controllo delle banche (a partire da quelle centrali), riesce a volte a compiere il prodigio della sua moltiplicazione — lo stesso miracolo dei pani e dei pesci, ma dagli effetti opposti a quelli del Gesù, ovvero a beneficio dei ricchi ed a spese della povera gente che sgobba per tenere in piedi la baracca traballante dell'iper-capitalismo o capitalismo-casinò.

Traballante, appunto, ed il terremoto finanziario cinese —che malgrado le sue peculiarità social-mandarine è pienamente integrato in quello mondiale— ne è l'ennesima conferma.

La decisione presa l'11 agosto scorso dalla banca centrale cinese (People's Bank of Cina) di svalutare la propria valuta (renminbi-yuan), a cui ne sono seguite altre due, ha seminato il panico nel sinedrio in cui i sacerdoti dell'ultimo Dio celebrano i loro diabolici riti —malgrado la valuta cinese sia stata deprezzata solo del 5%, e che la borsa di Shangai per quanto abbia perso il 43% dal picco di giugno resti del 50% al di sopra dei valori di inizio 2014. Comunque, a causa del panico, le borse mondiali, in primis quelle europee, hanno subito un salasso impressionante. 

E' davvero la modesta svalutazione decisa da Pechino che spaventa Lorisgnori? No, fa loro paura quello a cui allude, quello che ci sta dietro.

Lo sciame di teologi a libro paga della setta (analisti, economisti, giornalisti, ecc.) si sono prodigati nel tentativo di dare una risposta plausibile. Tra queste alcune le abbiamo trovate francamente esilaranti. Quella che supera la soglia oltre la quale ci sono le fesserie ci è stata sfornata dal dal direttore del Il Sole 24 Ore del 25 agosto Roberto Napoletano. Il Nostro condanna la svalutazione come un "gesto illiberale", un atto di forza per condizionare e manipolare il "naturale" corso dei mercati delle valute —come si sa questi teologi  divinizzano la smithiana "mano invisibile" come fosse la cristiana Provvidenza— e, con tono solenne quanto supponente, sostiene che le autorità cinesi sarebbero invece "obbligate" a seguire la via del Quantitative easing e di ulteriori abbassamenti del tasso d'interesse —che probabilmente verranno, ma non per esaudire i desiderata occidentali. 
Idea alquanto patetica, visto che sono anni che la banca centrale cinese pompa liquidità a basso costo per sostenere la domanda aggregata utilizzando il canale centrale della China Development Bank

Il problema è che queste iniezioni massicce di denaro hanno sì incrementato gli investimenti (ma molto poco i consumi) ma hanno del pari alimentato la speculazione finanziaria —via borse ufficiali come pure via "mercati grigi" e quelli  bancari collaterali (shadow banking sistem).

Gli "eruditi" teologi del Sacro impero d'Occidente vorrebbero la botte piena e la moglie ubriaca o meglio, mi si perdoni la scurrile metafora —che ahimé rende bene la cosa—, "fare i froci col culo degli altri". [1]

Essi dimenticano (o fanno finta di dimenticare) che la svalutazione decisa dalle autorità cinesi — ed a cui è seguita la per niente spontanea fuga dei capitali dalla Cina e i crolli borsistici— è solo l'ultimo atto di quella che è stata chiamata "guerra delle valute", ovvero delle serie di svalutazioni competitive che diversi governi hanno adottato per venir fuori dal marasma della stagnazione economica. 
Il mondo trapassato nella globalizzazione non è né armonioso né quieto ma segnato dalla competizione e dalla guerra economica. Qui vale piuttosto il detto mors tua vita mea. E chi diede inizio alla "guerra della valute" (preliminare forse ad una guerra di ben altra natura)? Quali potenze, fottendosene del "rispetto delle normali fluttuazioni del mercato" ed in barba al dogma della "mano invisibile" sono intervenute massicciamente per svalutare ai danni delle altre? Sono stati proprio gli Usa con il Quantitative easing della Fed, che altro non è stato se non un potente deprezzamento del dollaro allo scopo di trasferire la crisi nord-americana al resto del mondo — altro che 5%!. A ruota si è mosso tutto il sacro impero d'occidente, fino alla Bce e all'euro-Germania. Malgrado gli appelli degli altri BRICS, Pechino per anni ha rifiutato di entrare in questa guerra, evitando ogni svalutazione, anzi assistendo ad un apprezzamento che ha danneggiato la sua economia export-oriented.

Giunti i primi segnali di rallentamento del boom economico, nonché quelli ancor più pericolosi dello scoppio della bolla finanziaria, le autorità cinesi sono state costrette a rompere gli indugi e ad agire preventivamente, per rilanciare su grande scala le esportazioni.

Chiarito il carattere peloso delle filippiche dei teologi occidentali, ovvero riconosciuto alle autorità cinesi il diritto di fare gli "interessi nazionali" evitando di immolarsi sull'altare fasullo della globalizzazione, corre l'obbligo di segnalare che la mossa cinese prelude quindi ad un cambio di politica economica profondo. La mossa cinese, come sostiene uno dei pochi analisti che abbia sale in zucca [2] si spiega poi con cause del tutto endogene. Pechino ha tentato negli ultimi anni di passare da un'economia principalmente esportativa (quindi fondata su lavoro a basso costo) ad un'economia trainata da consumi e investimenti. I risultati non sono stati affatto quelli attesi, la crescita economica ha subito un sostanziale rallentamento. I consumi sono cresciuti poco, mentre gli investimenti sostenuti dalle autorità, per quanto ingenti — in Cina gli investimenti fanno ben il 44% del Pil!—, non hanno sostituito la ricchezza andata perduta col calo delle esportazioni. In poche parole la scarsa domanda aggregata sta facendo tornare Pechino sui suoi passi.

Pare ovvio che questo cambio d'indirizzo a cui allude la recente svalutazione della valuta cinese, avrà conseguenze grandi e forse devastanti per l'economia-mondo. Qualche anello della catena dell'economia-mondo salterà. 

Saranno i paesi più esposti alla globalizzazione e al libero scambio, quelli che non riusciranno a reggere la concorrenza cinese. 

Vedremo se sarà qualche paese BRICS oppure se salteranno proprio gli anelli deboli della catena europea. Lo spettro della tempesta busserà nuovamente alla porta dell'Italia?


NOTE

[1] Nelle loro divinazioni, non sapendo dove sbattere la testa, alcuni giungono ad interrogare fondi di caffè e budella di capra, come fa ad esempio Federico Rampini, che ha tirato in ballo la "teoria del caos" e la ..."fisica delle slavine —il tutto per giustificare che nulla di quanto accade al capitalismo-casinò è non solo prevedibile ma non intelligibile. Da questa sua inquietudine cognitiva Fubini tira tuttavia una conclusione sorprendente quanto istruttiva per la voragine che apre nella testa degli adepti del globalismo: «Paradosso: i paesi relativamente meno vulnerabili [dalle tempeste finanziarie, Nda] sono quelli un po' meno esposti al commercio estero. America, India, sono meno globalizzate della vecchi Europa. Qualcuno avrà ripensamenti sui trattati di libero scambio Tpp e Ttip».

[2] Martin Wolf, The Financial Times - Il Sole 24 Ore







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LA VIA MAESTRA (Manifesto del Movimento Popolare di Liberazione)

[ 27 agosto ]

"Occorre un fronte ampio in vista del governo popolare d'emergenza"

Il Movimento Popolare di Liberazione  nacque nel marzo 2012. Nel novembre era stato defenestrato Berlusconi per lasciare posto al governo Monti. Il nostro paese precipitava in un regime di protettorato euro-tedesco de facto, ovvero in uno strisciante "stato d'eccezione". L'assemblea costitutiva adottò questo Manifesto.


PER EVITARE LA CATASTROFE SOCIALE
LA VIA MAESTRA E' IL SOCIALISMO
      

Il capitalismo è come una trottola, può tenersi in equilibrio solo se gira vorticosamente attorno al proprio asse. Per ruotare ha bisogno di due fattori: una spinta che gli imprima movimento e una superficie perfettamente piana. Se viene a mancare anche solo uno di questi due fattori essa smette di ruotare, si accascia al suolo e si arresta.
La trottola del capitalismo occidentale sta schiantando perché la sua forza di spinta è venuta a mancare proprio mentre avrebbe dovuto accrescere a causa della superficie diventata accidentata, essendo la spinta il profitto e la superficie il mercato mondiale.




Il gioco vale la candela?

La forza motrice che muove lo sviluppo capitalistico non è il bene comune ma il profitto, il bene privato di chi detiene il capitale. Quando non può accrescere il profitto il capitale arresta la sua corsa, smette di investire, blocca la produzione, smantella impianti e dunque licenzia, crea disoccupazione, getta nella miseria anzitutto chi non ha altre risorse se non quella di vendere al miglior offerente la propria capacità lavorativa.
Queste recessioni cicliche, connaturate al capitalismo, vengono chiamate “crisi”. Ogni fase di espansione è seguita da una inevitabile contrazione. Alcune di queste crisi sono però più profonde, sono sistemiche, investono la gran parte dei settori economici e possono sfociare in depressioni di lungo periodo. Le conseguenze sociali e geopolitiche possono essere devastanti: pauperismo di massa, inasprimento dei conflitti sociali, caduta di governi e regimi, guerra aperta tra gli stati.
Con simili sconquassi vanno al tappeto i due dogmi che sorreggono l’ideologia dominante: quello per cui il capitale, facendo i propri interessi, realizza quelli di tutti, e quello per cui il “libero” mercato è il luogo che meglio assicura e distribuisce il benessere. La società è quindi costretta, quando il capitalismo mette in luce i suoi limiti congeniti, a considerare il rapporto tra i costi e i benefici del sistema, e ove decidesse che il gioco non vale la candela, a cercare una via d’uscita e a sperimentare nuovi modelli sociali e di vita.

Il boomerang

Di portata epocale fu la crisi che il capitalismo occidentale conobbe negli anni ’70 del secolo scorso. La tenace resistenza proletaria all’interno, l’avanzata delle lotte di liberazione dei popoli oppressi e l’esistenza del “blocco socialista” non consentirono al capitalismo di ricorrere alle vecchie terapie. La risposta alla crisi fu la globalizzazione.
All’interno: smantellamento delle protezioni sociali, privatizzazioni delle aziende e dei servizi pubblici, frantumazione delle grandi roccaforti industriali, precarizzazione del lavoro, agevolazione dei flussi migratori, lento abbassamento dei salari e dei redditi, boom del credito per sorreggere il consumismo di massa.
All’esterno, in classico stile coloniale, rapina sistematica delle risorse dei paesi poveri (non solo di materie prime, appunto, ma pure di forza-lavoro, manuale e intellettuale) e, grazie al ruolo guida imperiale degli Stati Uniti, aggressioni, guerre e pressioni di ogni tipo per soggiogare interi paesi e spazzare via i regimi considerati ostili. L’imperialismo, al prezzo di prosciugare le sue casse, ha vinto la “guerra fredda” e rovesciato regimi nazionali considerati “canaglia”, ma ciò ha prodotto nuovi esplosivi squilibri regionali e mondiali.
Il tutto nel quadro di una deregolamentazione sistematica dei mercati, dell’abbattimento di ogni barriera ai movimenti di capitale, della competizione selvaggia tra multinazionali e aziende, paesi e aree economiche. Questa globalizzazione dei mercati, che le potenze occidentali hanno tenacemente perseguito fino a spazzare via ogni ostacolo, si è rivelato un boomerang. L’ampia superficie piana per far girare la trottola si è trasformata in un terreno minato.

Il fallimento

La globalizzazione ha infatti prodotto alcuni effetti macroscopici.
Essa ha fatto emergere nuove potenze economiche, Cina in primis, che sfidano oramai apertamente quella supremazia che l'occidente - nel disperato tentativo di evitare un inesorabile declino - cerca di difendere in ogni modo, anche a rischio di nuove gravissime tensioni geopolitiche.
Al contempo la globalizzazione ha sprofondato nella recessione una serie di paesi poveri privi di materie prime, portando centinaia di milioni di persone alla fame, di qui grandi rivolte sociali, come quelle che hanno portato alla caduta di regimi totalitari nei paesi arabi.
Ma una delle conseguenze è che anche l’Occidente si è impoverito. I capitali occidentali, privi di freni, sono fuggiti via per fare razzie nei nuovi territori di caccia. In virtù dei bassi salari, dei regimi neoschiavistici di sfruttamento e repressione, dei sistemi fiscali di vantaggio dei paesi presi di mira, le imprese occidentali hanno accumulato enormi guadagni.
Questi tornavano sì in Occidente ma per finire nella grande bisca del capitalismo casinò, per essere gettati nel gioco d’azzardo di una speculazione finanziaria fondata sul debito. Somme colossali venivano offerte in prestito ai cittadini per sorreggere domanda interna e consumi in calo a causa della caduta del potere d’acquisto dei salari, e agli stati per puntellare i loro bilanci falcidiati da scellerate politiche privatizzatrici. In questo tritacarne sono quindi finiti gli Stati e le banche centrali. I primi accettando di gettare i debiti sovrani nei mercati finanziari internazionali, le seconde o stampando a tutto spiano carta moneta per sorreggere banche fallite o in procinto di fallire. Questo sollazzo non poteva durare all’infinito: moneta, obbligazioni e titoli per quanto simboli astratti sono pur sempre espressione di valori reali, sempre tenendo conto che il lavoro e la natura sono le due sole fonti da cui sgorga la ricchezza di una società.

Mutamenti epocali

La finanziarizzazione liberista dell’economia ha agito come una droga. Per sopravvivere il capitale aveva bisogno di dosi sempre più massicce di liquidità, acquistando dalle banche centrali denaro a basso costo per poi lucrare rivendendolo a tassi usurai. Ma nella bisca, il gioco è sempre a somma zero: a fronte di chi vince, c’è sempre qualcun altro che perde. Chi ci ha rimesso le penne è stato anzitutto il lavoro salariato, che in tre decenni si è visto scippato di buona parte delle sue conquiste ed ha subito una drastica riduzione della quota di reddito sociale a sua disposizione; scippo compensato dall’elargizione di crediti che hanno trasformato buona parte dei lavoratori in debitori permanentemente sotto ricatto.
La globalizzazione ha quindi indotto profonde trasformazioni nel corpo stesso delle società occidentali, sia in alto che in basso.
In alto: la rendita, ovvero il capitale finanziario speculativo (denaro che si accresce senza passare per il ciclo produttivo di merci) ha preso il sopravvento su quello industriale; e in esso il vero dominus è diventato il settore bancario predatorio (banche d’affari); in seno alla classe capitalista sono diventati prevalenti i ceti parassitari che vivono di rendita; gli stati nazionali sono stati privati della loro sovranità politica; parlamenti e governi, espropriati delle loro prerogative, sono diventati passacarte; i partiti si sono trasformati in meri comitati d’affari, selettori dei funzionari al servizio dell’oligarchia.
In basso i mutamenti non sono stati meno profondi. Il dato fondamentale è che al crollo del lavoro produttivo è corrisposta la crescita di quello improduttivo o direttamente parassitario. Il processo di deindustrializzazione e di smantellamento dei settori statali ha causato un vero e proprio sfaldamento del tessuto sociale. Scomparsi o quasi i grandi poli industriali, gran parte del lavoro è stato appaltato a piccole e medie aziende, dove i salari sono più bassi ed è molto più difficile per i lavoratori tutelare i propri interessi. Allo smembramento della vecchia classe operaia industriale è corrisposta la crescita dei settori impiegatizi, di mestieri del tutto nuovi, di lavori socialmente necessari ma spesso improduttivi. Il posto fisso ormai è stato in gran parte rimpiazzato dal lavoro precario e flessibile. Le conseguenze sono state devastanti: un disgregazione sociale senza precedenti causa prima dell’implosione dei tradizionali vincoli comunitari e dei tessuti aggregativi, e il sopravvento di un’ideologia individualistica pervasiva, refrattaria ad ogni istanza solidale e collettiva.

La crisi italiana

Nella crisi globale dell’Occidente imperialistico c’è la specifica crisi dell’Unione europea e dentro quest’ultima la crisi italiana. Essa si presenta come un processo che vede coinvolti simultaneamente l’economia, le istituzioni repubblicane, la società civile. All’evidente incapacità della classe dominante di governare il paese (il cui sfascio è emblematico), fa da contraltare la totale inadeguatezza delle classi subalterne a conformare un’alternativa. L’ingresso nell’Unione europea e l’adozione dell’euro, che le classi dominanti avevano pervicacemente perorato come la maniera per porre fine alle strutturali distorsioni italiane, si sono rivelati invece un fiasco totale. La sostanziale cessione di sovranità, monetaria, politica e istituzionale —accettata fideisticamente dalla classe dirigente italiana ma non da quelle tedesche e francesi, né tanto meno dai paesi che come il Regno Unito hanno rifiutato di accettare l’euro— ha finito per aggravare tutti gli squilibri, all’esterno come all'interno.
In questo contesto, l’inevitabile crollo dell’Unione e dell’euro rischiano di essere un evento catastrofico, le cui conseguenze più pesanti verranno fatte pagare al popolo lavoratore, privato oramai di ogni autodifesa.
L’alternativa secca è tra il subire questa catastrofe sociale —che non è un singolo evento fatidico, ma un processo già in atto— o sollevarsi per un vero e proprio cambio di sistema. Se questo rivolgimento non ci sarà presto, il paese sarà ridotto in macerie, col rischio che la miseria generale possa causare un devastante conflitto tra poveri ed infine lasciare spazio ad avventure populiste e reazionarie, animate da una borghesia che tiene sempre in serbo primigenie pulsioni reazionarie, senza nemmeno escludere l’eventualità di uno sgretolamento dello Stato-nazione. Conflitti aspri saranno inevitabili, così come una polarizzazione di forze contrapposte.
Di sicuro la crisi sprigionerà grandi energie sociali, energie che questo sistema politico marcio sarà incapace di ammansire e rappresentare. Queste forze sono la sola leva su cui si possa fare affidamento per cambiare radicalmente questo paese. Vanno quindi alimentate, aiutate ad emergere. Bisogna dare loro una consistenza politica, uno sbocco, una prospettiva. Per farlo non è sufficiente affermare dei no, occorre anche indicare quale possa essere l’alternativa, il nuovo modello sociale.
Questo è esattamente il compito che ci proponiamo come Movimento Popolare di Liberazione (MPL). Esso non consiste anzitutto nell’accendere fuochi di conflitto sociale, poiché essi già esistono come risultato di una resistenza diffusa che scaturisce da condizioni oggettive. Il compito nostro è quello di risvegliare le coscienze sopite, di chiamare a raccolta le migliori intelligenze, di raggruppare e dunque di far scendere in campo centinaia e migliaia di cittadini che di fronte alla miseria sociale e politica generale, sono decisi a prendersi ognuno la propria responsabilità, fino a quella di battersi per rovesciare lo stato di cose esistenti.

Fronte ampio e governo popolare 

Parallelamente alla fondazione di una nuova forza politica, il MPL, noi ci battiamo per unire tutte le forze che avvertono la minaccia incombente e che non solo si limitano ad opporre dei no, ma che vogliono sfidare le classi dominanti avanzando soluzioni efficaci e realistiche per portare il paese fuori dal marasma. Si tratta quindi di attivare un Fronte ampio che sappia candidarsi alla guida del paese per dar vita a un governo popolare di emergenza. Tanti sono i problemi, numerose le trasformazioni sociali necessarie, ma esse fanno capo a poche misure sostanziali.

- Abbandonare l’euro per riprenderci la sovranità monetaria.L’euro ci fu presentato come una panacea per curare i mali strutturali dell’economia italiana (tra cui l’alto debito pubblico e una competitività fondata solo sui bassi salari) e risolvere gli squilibri tra gli Stati comunitari. A dieci anni di distanza non solo il debito pubblico è aumentato, ma l’economia è in stagnazione e la competitività è diminuita. Le politiche antipopolari di austerità perseguite da tutti i governi, presentate come necessarie per restare nell’Unione e difendere l’euro si sono dimostrate del tutto inutili, se non nel fare dell’Italia un paese più povero. L’euro e i principi di Maastricht hanno accresciuto gli squilibri in seno all’Unione europea, determinando uno spostamento di risorse dall’Italia verso i paesi più “virtuosi”, la Germania anzitutto, che non hai mai messo i suoi propri interessi nazionali dietro a quelli comunitari.
La ricchezza di un paese non dipende certo dalla moneta, ma dal lavoro che la crea, e poi da come essa viene distribuita. La moneta è tuttavia una leva per agire sul ciclo economico, un mezzo per decidere come viene distribuita la ricchezza sociale. Un paese che non disponga della sovranità monetaria, tanto più se alle prese con la speculazione finanziaria globalizzata, è come una città assediata priva di mura di cinta. Occorre ritornare alla lira, ponendo la Banca d’Italia sotto stretto controllo pubblico, affinché l’emissione di moneta sia funzionale all’economia e al benessere collettivo e non alle speculazioni dei biscazzieri dell’alta finanza.

-Nazionalizzare il sistema bancario e i gruppi industriali strategici.Agli inizi degli anni ’80 venne permesso alle banche italiane, in ossequio ai dettami neoliberisti, di diventare banche d’affari, di utilizzare i risparmi dei cittadini per investirli e scommetterli nella bisca del capitalismo-casinò. Prese avvio una politica di privatizzazione delle banche e di concentrazione, che ha coinvolto anche gli enti assicurativi, gettatisi voraci sul malloppo dei fondi pensione. Banche e assicurazioni sono oggi le casseforti che custodiscono gran parte della ricchezza nazionale. Esse debbono essere nazionalizzate, affinché questa ricchezza, invece di partecipare al gioco d’azzardo finanziario, sia utilizzata per il bene del paese. Debbono poi ritornare in mano pubblica le aziende di rilevanza strategica, sottraendole agli artigli dei mercati finanziari e borsistici come dalla logica perversa del profitto d’impresa.
Contestualmente andrà rafforzata la gestione pubblica dei beni comuni come l’ambiente, l’acqua, l’energia, l’istruzione, la salute.

- Per una moratoria sul debito pubblico e la cancellazione di quello esteroIl debito pubblico accumulato dallo Stato è usato da un decennio come la Spada di Damocle per tagliare le spese sociali, giustificare le misure d’austerità ed una tra le più alte imposizioni fiscali del mondo. Esso è diventato fattore distruttivo da quando, agli inizi degli anni ’90, i governi hanno immesso i titoli di debito nella giostra delle borse e dei mercati finanziari internazionali. Da allora i creditori divennero i fondi speculativi, le grandi banche d’affari estere e italiane. Il debito pubblico, gravato di interessi crescenti, non è niente altro che un drenaggio di risorse dall’Italia verso la finanza speculativa, banche italiane comprese.
Per questo riteniamo ingiusto, antipopolare e suicida per il futuro del paese fare del pagamento del debito un dogma. La rinascita dell’Italia richiede la protezione dell’economia nazionale dal saccheggio dei predoni della finanza imperialista. Ciò implica impedire ogni fuga di capitali verso l’estero, incluso il pagamento del debito estero perché esso non è altro che una forma di espatrio legalizzato, di rapina autoinflitta. Non rimborsare gli strozzini della finanza globale non è una opzione, ma una necessità.
Non solo è ingiusto, ma in base al rapporto costi/benefici è economicamente irrazionale tentare di rispettare la clausola del Trattato di Maastricht che impone un rapporto debito/Pil non superiore al 60%. Ciò implica ripetere per ben 25 anni, e non è detto che sia sufficiente a causa della depressione economica, manovre d’austerità da 30 miliardi all’anno.
Sbaglia dunque chi si fa spaventare dagli strozzini che evocano lo spauracchio del “default”. Il male minore per l’Italia è un default programmato e pianificato, una moratoria e dunque una rinegoziazione del debito, che i creditori dovranno accettare, pena il ripudio vero e proprio. Per quanto riguarda il debito con le banche e le assicurazioni italiane, dal momento che saranno nazionalizzate, esso sarà de facto cancellato. Il solo debito pubblico che lo Stato rimborserà, a tassi e scadenze compatibili con le esigenze della rinascita economica e sociale del paese, sarà quello posseduto dalle famiglie italiane.

- Debellare la disoccupazione con un piano nazionale per il lavoroLa natura e il lavoro sono le sole fonti da cui sgorgano il benessere e la ricchezza sociale. Proteggere l’ambiente e assicurare a tutti i cittadini un lavoro sono le due priorità di un governo popolare. Ciò implica che esso, liberatosi dal feticcio della cosiddetta “crescita economica” misurata in Pil, dovrà sottomettere l’economia, pubblica e privata, alla politica, ovvero ad una visione coerente della società, in cui al centro ci siano l’uomo e la sua qualità della vita. Non si vive per lavorare ma si deve lavorare per vivere. Si produrrà il giusto per consumare il necessario. Solo così si potrà uscire dalla trappola produzione-consumo per affermare un nuovo paradigma produzione-benessere.

- Uscire dalla NATO e dall’Unione europea, scegliere la neutralità.Attraverso la NATO l’Italia è incatenata ad un patto strategico che oltre a farla vassalla dell’Impero americano, la obbliga a seguire una politica estera aggressiva, neocolonialista e guerrafondaia. Uscire dalla NATO e chiudere le basi e i centri strategici militari americani in Italia è necessario per riacquisire la piena sovranità nazionale, scegliere una posizione di neutralità attiva e una politica di pace. L’uscita dall’Unione europea, inevitabile se si ripudiano, come occorre fare, i Trattati di Maastricht e di Lisbona, non vuol dire chiudere l’Italia in un guscio autarchico, al contrario, vuol dire puntare a diversi orizzonti geopolitici, aprendosi alla cooperazione più stretta con l’area Mediterranea, stringendo rapporti di collaborazione con l’America latina, l’Africa e l’Asia.

- Rafforzare la Costituzione repubblicana per un’effettiva sovranità popolareLa cosiddetta “Seconda repubblica” si è fatta avanti calpestando i dettami della carta costituzionale. L’abolizione delle legge elettorale proporzionale, il bipolarismo coatto, i poteri crescenti dell’Esecutivo, la trasformazione del Parlamento in un parlatoio per replicanti spesso corrotti, erano misure necessarie per assecondare i torbidi affari di banchieri e pescecani del grande capitale, nonché per sottomettere il paese e la politica ai diktat e agli interessi della finanza globale. La Costituzione va difesa contro i suoi rottamatori, se necessario dando vita ad una Assemblea costituente incaricata di rafforzarne i dispositivi democratici a tutela della piena ed effettiva sovranità popolare.

Sovranità nazionale e socialismo

Non vediamo oggi, in seno alle classi dominanti italiane componenti disposte a battersi sul serio per uscire dall’Unione europea, sganciare l’Italia dalla morsa della globalizzazione liberista per ricollocarla dentro nuovi scenari geopolitici. Ove domani si manifestassero il popolo lavoratore non dovrebbe esitare a costituire un’alleanza comune.
Compito pressante dell’oggi è costruire un fronte ampio del popolo lavoratore, un'alleanza solida tra il proletariato e parti consistenti delle classi medie. Dentro questa alleanza il proletariato non dovrà stare a rimorchio ma agire da forza motrice. E per questo serve un soggetto politico rivoluzionario, che aiuti la classe degli sfruttati a diventare classe dirigente nazionale. Solo un fronte popolare con al centro i lavoratori può avere la forza e la determinazione per un cambio di sistema capace di portare l’Italia fuori dal marasma.
 

E' da questo contesto che discendono i compiti, le funzioni e il profilo del Movimento Popolare di Liberazione.

Ma essi dipendono anche dalla nostre finalità, dai nostri scopi ultimi.
Vi è ancora chi considera l’uscita dall’Unione europea e l’abbandono dell’euro come idee velleitarie ed estremistiche. E’ vero esattamente il contrario. Il disfacimento dell’Unione europea e la fine dell’euro sono processi oggettivi, oramai irreversibili. Velleitari sono coloro che si illudono di fermare queste tendenze facendo gli esorcismi, mettendo toppe che sono peggiori del buco. Estremisti psicotici sono gli oligarchi di Francoforte e Bruxelles, disposti a dissanguare intere nazioni pur di tenere in vita una moneta moribonda e ingrassare la rendita parassitaria. Il problema non è se abbandonare l’euro o meno, il problema è chi guiderà questo processo. Se al potere resteranno i servi politici del capitalismo finanziario ne faranno pagare le salate conseguenze alle masse lavoratrici. Se sarà un governo popolare a pilotare l’uscita, i sacrifici, certo inevitabili, saranno anzitutto addossati ai parassiti, e i frutti di questi sacrifici saranno utilizzati per il bene comune della maggioranza e la rinascita del paese.
E’ in questo quadro che il MPL considera la riconquista della sovranità nazionale una stella polare. Senza sovranità nazionale non c’è quella popolare, non c’è democrazia. Solo riconquistando questa sovranità politica, economica e monetaria il paese può risorgere su nuove basi, sganciandosi dalla soffocante morsa dei mercati finanziari internazionali per proiettarsi verso altri orizzonti regionali e mondiali. Se Un’Europa dei popoli vedrà un giorno luce essa nascerà sulle macerie di quella di Maastricht.
Siccome è sotto gli occhi di tutti che non siamo alle prese con una recessione ciclica ma con una crisi storico-sistemica di un modello di produzione e di vita, dovere di chi guarda al futuro è immaginare un’alternativa di società e agire per realizzarla. Sarebbe assurdo fare grandi sacrifici per poi ritrovarci alle prese con una società esposta a crisi cicliche devastanti, incapace di assicurare un reale benessere collettivo, generatrice di diseguaglianze e squilibri, lacerata dai conflitti sociali.

Il MPL scende in campo per contrastare questa crisi e soprattutto per uscire dal sistema neoliberista globalizzato che ha fatto del capitalismo un dogma. Per liberare il paese dalla corruzione, dalle ingiustizie, dalla dittatura delle banche e della finanza internazionale. Per liberarci dalla dittatura del mercato. Scende in campo per non accettare supinamente la distruzione sistematica della natura, della nostra vita e del futuro delle nuove generazioni; per affermare che l'alternativa è una società socialista che metta l'economia al servizio della collettività e della difesa di tutti i beni comuni.
Sappiamo che questo approdo è ancora lontano, che occorrono tempi lunghi affinché lavoratori e cittadini possano riuscire a prendere in mano i loro destini. Solo allora la società sarà matura per fare a meno del mercato, per togliere ai mezzi di produzione e di scambio la loro forma capitalistica e ai beni la loro forma di merce.
Fino ad allora coesisteranno forme diverse di proprietà, quelle capitalistiche e quelle statali, quelle pubbliche e quelle autogestite. Fermo restando che il governo popolare dovrà aiutare il nuovo a crescere e il vecchio a perire.

L’alternativa di oggi è lottare o soccombere. Quella di domani sarà la liberazione o il ritorno a forme più brutali di oppressione.

Chianciano Terme
Marzo 2012

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