martedì 20 febbraio 2018

IL FASCISMO NON ESISTE? di Roberto Ferretti

[ 20 febbraio 2018 ]

Giorni addietro, sul blog Orizzonte48 è comparso il pezzo L’antifascismo xenofilo: dialettica liberale antipopulista
Non esisterebbe — questa l’essenza teorica della tesi di Orizzonte48— il fascismo, in quanto esso non avrebbe alcuna sostanza morale, alcuna natura sua propria. Il fascismo sarebbe una delle tante maschere del liberismo e del capitalismo  —di qui la tesi per cui l’antifascismo non avrebbe motivo di esistere, esso sarebbe anzi, in ogni sua forma, un inganno funzionale al regime ordoliberista. Si sostiene infine, nell'articolo del Nostro, che oggi un nazionalismo neo-statalista, anche di estrema destra, sarebbe la migliore risposta all’autentico fascismo di questi giorni,  rappresentato dal globalismo e dall’europeismo. 
Volentieri pubblichiamo, pur non condividendone ogni passaggio, queste considerazioni critiche di Roberto Ferretti, il quale procede affrontando i cinque punti fondamentali che derivano da questa impostazione concettuale.

Il fascismo non esiste?

Affermare che il fascismo non esiste, proclamare l’inessenzialità di una sostanza morale e politica del fascismo significa ignorare la metamorfosi integrale compiuta dal sindacalismo rivoluzionario soprattutto francese, dopo il 1909 (anno dell’ingresso di Sorel nell’Action francaise) ma anche italiano, dopo il 1911, e non considerare che in realtà, il ‘900 è stato, come ben sottolinea lo storico israeliano Sternhell, il secolo del fascismo ben più che del comunismo e del liberalismo. La vicenda del sindacalismo rivoluzionario francese e italiano permette di individuare il cammino di un gruppo politico, di un ambiente sociale e culturale che sa riconvertire ad una nuova dimensione politica i valori dottrinari del sorelismo, dopo la Prima Guerra Mondiale. Sarà proprio l’esigenza di una nuova mediazione politica (come specifica Carl Schmitt), resa necessaria dallo straordinario “salto produttivo” attuato dal capitalismo della seconda rivoluzione industriale, che spinge Mussolini a quella crisi intellettuale dell’ottobre del 1914 [1], da cui prende corpo, in prossimità dell’ingresso italiano nella Grande Guerra, la revisione antirazionalista, antihegeliana e antimaterialista del marxismo; ma tale revisione vorrà perciò legittimare imponendo, sullo stesso soggetto sociale, il principio dell’ “autonomia del politico”, la centralità strategica dell’elite politica. L’altro elemento fondamentale, di assoluta novità teorico-politica, del fascismo rispetto al liberalismo ed al socialismo fu la proposizione dello stato nazionale come comunità organica; fu attraverso l’uso dello stato nazionale, in contrapposizione netta all’atomismo individualista liberale e al collettivismo comunista, che il neo-proudhonismo ed il neo-sorelismo fascista (non statalista ma nemmeno ortodossamente liberista) tentò di conciliare e risolvere “corporativisticamente” le irriducibili – e forse irresolubili – antinomie della modernità. Dunque il fascismo è esistito in Italia grazie alla sintesi politica neo-soreliana che Mussolini ha saputo concretizzare. Il fascismo è la proiezione politica che il corpus dottrinario “reazionario” e contro-rivoluzionario, rispetto alla avanzante offensiva giacobino-bolscevica, del secondo proudhonismo e dell’ultimo sorelismo ha finito per prendere. Ne “La dottrina del fascismo” il richiamo del Mussolini al teorico Sorel come padre culturale (alla fine, ben si noti, il Sorel declinò la sua dottrina su posizioni monarchiche, reazionarie, ferocemente antimassoniche e duramente antisemite) è esplicito; come fu esplicito in ogni altra occasione, una volta conquistato il potere, arrivando a dire che se non avesse letto Sorel, non avrebbe potuto raggiungere la conquista dello stato.

Il fascismo mera maschera del capitalismo?
Il regime fascista fu solo una maschera del capitalismo? Il corporativismo fu una mera buffonata propagandistica? Vediamo cosa ci dice Sabino Cassese, il maggior esperto italiano di problemi dello Stato e dell’amministrazione, professore alla Normale e giudice della Corte Costituzionale. Scrive il Nostro alla fine di quello che è probabilmente il più sintetico, chiaro e onesto studio sul regime fascista mai comparso:
«La ricostruzione tradizionale, quella che vede nell’azione fascista nei confronti dei lavoratori e delle loro organizzazioni solo un intento di ordine e polizia, non considera che, grazie all’accesso assicurato ai vertici sindacali, il sindacato veniva ad acquisire un ruolo importante nella struttura statale (ruolo che conserverà nel postfascismo)….Relativamente alla disciplina dell’economia, la costruzione dell’edificio corporativo non ebbe un effetto neutro….Rappresentò, invece, il risultato di una sorta di divisione del lavoro, nella quale l’intervento a-corporativo (ad esempio ad opera di Beneduce) copriva la parte alta, le azioni dirette a grandi imprese e grandi banche, l’intervento corporativo e delle istituzioni satelliti delle corporazioni serviva a mettere ordine nel tessuto delle piccole e medie imprese, a proteggerle dalla concorrenza straniera, a costruire la rete idonea ad assicurare la loro azione concertata. Mussolini svolgeva un ruolo chiave, di regolatore del traffico tra le due aree. A lui faceva capo Beneduce. A lui facevano capo, in ultima istanza, le corporazioni e il relativo ministro» [2].
Il regime fascista fu così in netta contro-tendenza sia rispetto al golittismo sia rispetto alla DC post-fascista. Se nella logiche economiche “progressiste” e del giolittismo, strategicamente legato alla Banca Commerciale Italiana [3] e della DC di Fanfani, la cui dottrina economica viene ben esposta al congresso di Trento del 1956 [4], lo Stato capitalista-imprenditore è il centro strategico di protezione, la fortezza giuridica a protezione della grande industria; nel regime fascista si punta, di contro, strategicamente alla valorizzazione ed alla centralità della piccola e media industria, quale nucleo “nazionalista” e gioiello della creatività italiana. Banche e stato avrebbero dovuto operare come elementi reticolari di rafforzamento della piccola e media impresa, della piccola e media proprietà privata, luogo da dogmaticamente custodire per il regime mussoliniano! Altro elemento cruciale, questo economico, del carattere reazionario e sostanzialmente piccolo-borghese del fascismo. Dunque, la questione è ben più complessa della mera variante mascherata del capitalismo.

Il regime fascista nella tradizione ideologica italiana
Secondo il Nostro, peraltro, il regime fascista non sarebbe stata una rottura, una sovversione reazionaria, rispetto alla tradizione democratica e costituzionale italiana. Secondo Aldo Mola invece, il più acuto e preparato storico della massoneria, la lotta su cui si sarebbe più seriamente impegnato, addirittura a livello personale, Mussolini sarebbe stata quella contro la massoneria; per quanto condotta ad intermittenza, con una moderazione e una capacità di mediazione tipiche dello statista fascista, la lotta antimassonica fu il Leitmotiv dell’intero regime fascista. Ora, come ci spiega Gramsci, chi dice massoneria, nella tradizione ideologica del Belpaese, intende anche, e in larga parte, una certa tradizione democratica e social-liberale di radice massonica e Risorgimentale; il fatto che Mussolini, nonostante nel fascismo-movimento vi fossero diversi massoni cultori del Mazzini democraticista, nonostante nella corrente democratica-rivoluzionaria del fiumanesimo dannunziano abbondassero i massoni, abbia così preso di petto la massoneria, arrivando ad ordinare la talebana distruzione delle statue di Cavour, Mazzini e Garibaldi presenti nelle logge, attesta ancora la quintessenza reazionaria, anti-modernistica, anti-illuministica, neo-tradizionalista e per taluni versi decisamente contro-rivoluzionaria (per quanto il fascismo possa essere considerato una Contro-rivoluzione incompiuta ed imperfetta) del regime mussoliniano. Inoltre, Mussolini, alla ricerca storico-ideologica della congiura massonica, al culto marziale e politico della Roma imperiale e imperialista, nella quale peraltro, con il Concordato del 1929, sopprime ogni lascito patriottico risorgimentale, aggiunge anche l’antisemitismo di stato (già teorizzato anche questo dal Sorel e dai suoi allievi del Cercle Proudhon); indirizza il ricercatore odierno a vedere nel fascismo una assoluta anomalia rispetto alla tradizione risorgimentale e costituzionale italiana ed un regime reazionario di ispirazione pre-risorgimentale.

Europeismo e fascismo
L’Unione Europea è fascista? Il più grande ed esplicito teorico dell’odierno europeismo è il notevole intellettuale e politologo francese, Attali, fiero massone di origine ebraica e legato ai Rotschild. La sostanza neo-illuministica e massonica del progetto europeistico di Attali emerge dal suo vademecum storico-politico: “Breve storia del futuro”. Il culto dell’Ordine mercantile (a cui l’Attali si riferisce con la O rigorosamente maiuscola), la teorizzazione della trans-umanità, una certa mitologia cultica del sesso virtuale, l’iperdemocrazia e così di seguito. Tale orizzonte visionale e ideologico, in un certo senso effettivamente perseguito dall’odierno europeismo massonico e tecnocratico, è quanto di più lontano possa esservi dal sindacalismo rivoluzionario, dal fascismo storico e da quanto di questi riuscì il regime a attuare. Paolo Buchignani, studioso delle varie correnti dottrinarie del fascismo, considera sul piano ideologico le più valide quella “universalistica” di Berto Ricci e quella antiriformistica e anti-europeistica di Suckert Malaparte espressa ne “L’Italia barbara” e ne “L’Europa vivente”. Suckert, considerato dal Gobetti “il più forte teorico del fascismo”[5], rivendica nella sua operazione ideologica incentrata sul culto del “fascismo storico” e meta politico la sintesi neo-tradizionalista fascista, in totale contrapposizione al Protestantesimo riformato europeistico o anglicano. Per quanto nella lotta di frazioni fasciste, Suckert, in quanto sindacalista, sia annoverato nella “estrema sinistra” del movimento mussoliniano, la quintessenza reazionaria della sua visione del “fascismo storico”, che non lesina elogi alla stessa tradizione inquisitoriale teocratica cattolico-latina, balza evidente agli occhi. L’antitesi più netta dell’iper-progressimo e dell’iper-democraticismo radicale celebrato da Attali.

Il fascismo oggi

Infine, il Nostro indica nel polonismo, nell’orbanismo, nel putinismo gli unici fenomeni di resistenza – da sostenere dunque – al mondialismo e all’europeismo, che sarebbe appunto il “fascismo metafisico”, stavolta in una nuova maschera, quella europeista. Prescindendo ora da un giudizio di valore specifico su questi fenomeni storico-politici, su cui eventualmente si tornerà in altra occasione, per quanto susciti quantomeno perplessità affidare la patente di antifascista doc allo statista russo, che non nasconde il debito filosofico-politico verso l’ideologo fascista russo Ivan Ilyn e che in più casi ha definito gli alba dorati ellenici “camerati e veri cristiani”…., sarebbe interessante analizzare brevemente se oggi esista veramente un pericolo fascista. Su questo siamo sostanzialmente d’accordo con il Nostro. E’ la stampa della Sinistra liberal, che veicola e propaganda l’ideologia mondialista, ad alzare continue cortine fumogene in tal senso. In Italia ed in Francia, l’Urheimat del fascismo, non vi è affatto un pericolo fascista avanzante. In Russia ed in Polonia, ad esempio, pur in contesto sostanzialmente a-fascista, ma niente affatto antifascista (a differenza da quanto sostiene il Nostro…), vi sono fazioni di potere dichiaratamente fasciste. Se volessimo comunque individuare un movimento di massa oggi decisamente fascista, non potremmo che riferirci all’Alba Dorata ellenica, guarda caso sostenuta direttamente da Vladimir Putin e dai tradizionalisti ortodossi russi. E’ un fascismo greco, metaxista e cristiano-ortodosso, certamente differente, al primo sguardo, rispetto al sorelismo mussoliniano. Ma a uno sguardo più attento, la quintessenza tradizionalista, reazionaria, militarista e filo-clericale, in un contesto pratico dove però la mobilitazione di masse diseredate assume carattere attivo e non passivo, rimanda decisamente all’ideologia da fascismo-regime. La stampa, anche italiana, definisce o definiva filonazista il movimento greco; ma questa è una chiara e scorretta forzatura. Solo la fazione Kasidiaris può essere considerata in tal senso, il movimento nazionalista greco riferendosi generalmente al Metaxas, alla lotta di liberazione greca ed alla tradizione cristiano-bizantina. Anche in tal caso, come del resto mostrarono gli arresti e la repressione cui Alba Dorata è andata incontro, nonostante il suo carattere reazionario e fascistoide, il movimento greco è certamente antieuropeista ed antieurista. La contraddizione ideologica e dottrinaria di Orizzonte48, per il quale l’europeismo è il nuovo fascismo, è perciò evidente e palese.



NOTE


(1) Z. Sternhell, Nascita dell’ideologia fascista, Baldini Castoldi 2002, p. 296.
(2) S. Cassese, Lo Stato fascista, Il Mulino 2010, p. 140.
(3) R. A. Webster, L’imperialismo industriale italiano, Einaudi 1974.
(4) A. Fanfani, La Democrazia Cristiana per lo sviluppo democratico in Italia, Relazione al VI Congresso della DC, Cinque Lune, Roma 1976, pp. 77-81.
(5) P. Buchignani, La rivoluzione in camicia nera, Mondadori 2006, p. 135.
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32 commenti:

  • dexxo dex scrive:
    20 febbraio 2018 23:38

    Mahh...

    Mi manca però la ricostruzione economica di quello che avvenne con il raggiungimento della quota 90 soprattutto sulle fasce più povere della popolazione e l'IRI di Beneduce fu dovuto più alla crisi del '29 (basta vedere al New Deal) che a una vera e propria volontà del fascismo.

    Se fosse stato così perché aspettare il 1933 e non agire prima? Pure Bordiga che ho visto in una rara intervista degli anni 60 parlava di svolta autoritaria delle classi dominanti con il fascismo anche se si erano sbagliato sulla sua natura non prevedendone il carattere totalitario.

    E il fascismo aveva agito così bene nell'economia, che non aveva nemmeno preparato l'esercito e l'economia per la guerra... In sostanza l'intervento nell'economia fu più dovuto a salvare il salvabile piuttosto che indirizzarlo in un quadro di sviluppo economico. Infatti, nemmeno una industria militare degna di questo nome era riuscito a costruire, al contrario della Germania.

  • dexxo dex scrive:
    20 febbraio 2018 23:52

    Scusate, ma l'approccio di Cassese sui sindacati mi sembra proprio quello di un legale, risolve tutto con la forma. Come se i sindacati fascisti avessero difeso i lavoratori, da morir dal ridere. Conta la sostanza prima di tutto.

    E poi Attalì sarà anche massone, ma la moneta unica non è una enorme quota 90 dei nostri tempi?

    Il Fascismo e il Nazionalsocialismo sono nati per difendere il capitale e con vene imperialiste. Mi pare abbastanza chiaro, viste tutte le guerre che hanno fatto o non contano niente queste ultime?

  • Fiorenzo Fraioli scrive:
    21 febbraio 2018 00:01

    !) Chi è Roberto Ferretti?
    2) L'espressione ripetuta "il nostro", sia nella presentazione del testo che nel testo stesso, a chi si riferisce? A Orizzonte48, a Sabino Cassese? Quando all'uno o all'altro?
    3) Articolo interessante

  • Paolo scrive:
    21 febbraio 2018 09:59

    Articolo molto interessante e ben strutturato.

  • Anonimo scrive:
    21 febbraio 2018 11:23

    1) Sono un compagno non ossessionato dall'antifascismo, discepolo di Marco Revelli.
    2) "Nostro" si riferisce ad Orizzonte 48, a parte il breve capitolo dedicato a Sabino Cassese.
    3) Grazie per gli apprezzamenti.

    Roberto Ferretti

  • Anonimo scrive:
    21 febbraio 2018 11:37

    A Dexxo dex

    1) Il discorso su un presunto nazifascismo ci porterebbe fuori strada. Sappiamo ormai con certezza che il fascismo fu la fazione della piccola borghesia urbana declassata e dei ceti agrari "neri", reazionari e clericali, quindi fu un movimento di difesa di quello che Proudhon avrebbe definito il piccolo capitalismo produttivo che rischiava di essere stritolato dal grande capitalismo monopolistico e dal collettivismo proletario.
    Il discorso sul nazismo è completamente diverso.

    2) Sulla quota 90 potresti avere ragione, ma è completamente differente la strategia di politica economica. Mussolini attuò la quota 90 per motivi di orgoglio nazional-imperialista italiano; l'euro, viceversa, si è rivelato strumento di oppressione sociale e politica dei popoli dell'Europa meridionale, non ultimi noi italiani.

    3) Per quanto concerne l'industria di guerra, ti invito a leggere i volumi del De Felice, "Mussolini l'alleato": il grave errore strategico della classe dirigente mussoliniana fu prevedere lo scoppio del conflitto nel 1942, data in cui secondo la storiografia militare, le forze armate italiane sarebbero state effettivamente pronte.

    Roberto Ferretti

  • Anonimo scrive:
    21 febbraio 2018 12:15

    Sorel,partito da posizioni marxiste e sindacaliste, passò armi e bagagli al servizio del nazionalismo reazionario e della monarchia!
    E' una delle pagine più tristi del movimento socialista.

  • Anonimo scrive:
    21 febbraio 2018 13:09

    Non penso si possa liquidare Sorel in due battute così.
    E' ben più intricata la vicenda del sindacalismo rivoluzionario, poi nazionale, francese e italiano.

  • Bazaar scrive:
    21 febbraio 2018 13:59

    Eh no.

    Innanzitutto, caro Ferretti, non so di chi sia "compagno", ma non mi pare proprio essere un nostro compagno di lotta.

    1 - le peculiarità strutturali del fascismo sono state evidenziate anche da Gramsci, ma ciò non significa che Lei abbia fatto alcuna analisi di carattere strutturale come da tradizione marxiana.

    2 - la strategia di politica economica di Mussolini e della quota 90 è proprio la medesima da cui è nato l'europeismo: questa. L'asservimento alla finanza internazionale e all'aristocrazia redditiera.

    3 - Un'analisi delle politiche economiche come quella fatta da Tooze dimostra difficilmente contestabile la natura ANTI-keynesiana e anti-sociale delle politiche fasciste anche degli anni '30.

    Di "palese" non si vedono alcune contraddizioni proprio perché su Orizzonte48 si è sviluppata un'analisi economica istituzionalista tipicamente marxiana che in queste righe non è stata minimamente accennata: già l'incipit è assolutamente non pertinente. Si sono evidenziate le simmetrie strutturali tra nazifascismo ed europeismo. Già nei primi anni del '900 Lenin e la Luxemburg si erano espressi sull'europeismo e sui suoi scopi ben prima dell'unica realizzazione possibile che vediamo nelle istituzioni UE.

    Per motivi strutturali, la risposta simmetrica al fascismo è ora l'antieuropeismo: quindi l'antifascismo odierno è ovviamente orientato a stigmatizzare le sovrastrutture del fascismo storico: slogan, comportamenti ed icone. Insomma siamo nel regno dell'ideologia quando va bene e del moralismo quando va male. Marxianamente parlando si rimane nel pantano della falsa coscienza.

    Ma d'altronde le stesse considerazioni che porta sono avulse da qualsiasi analisi marxiana: solo analisi sovrastrutturali, come da tradizione liberale e neoliberale della "sinistra" post-moderna. Più vicina ai Del Noce che al socialismo, rivoluzionario, patriottico e democratico. Ossia al socialismo scientifico.

    E, visto che cita Marco Ravelli come "maestro", il motivo credo sia questo.

    Grazie per gli stimoli.

  • Vincenzo Cucinotta scrive:
    21 febbraio 2018 14:30

    Il punto non mi pare possa essere di stabilire l'attualità dell'antifascismo mediante un'analisi del fascismo, anche perchè in un regime ventennale, ognuno può trovarci ciò che collima con la sua opinione, e quindi è a monte dello stesso giudizio, nella stessa scelta di affrontare la questione per questa via.
    Quel fascismo non può più tornare per una serie di ragioni che oltrepassano l'ambito politico e riguardano i costumi sociali, ed in particolare il ruolo della donna.
    Forse sarebbe bene rivisitare Pasolini, Fortini, quei pensatori che pure si considerano parte della sinistra, e che hanno spiegato la rivoluzione antropologica che è avvenuta nelle società occidentali a seguito di ciò che sinteticamente chiamiamo il '68.
    Il fatto che un partito che si considera successore del MSI abbia per leader una donna da l'immagine sintetica delle variazioni irreversibili che il tempo ha causato.
    Io continuo a suggerire di analizzare i movimenti di estrema destra per quello che sono oggi, senza troppi voli pindarici a ritroso.

  • Anonimo scrive:
    21 febbraio 2018 15:37

    A Bazaar

    Carissimo,
    grazie per l'intervento; no, non posso essere vostro compagno di lotta. Mi ritroverei, da antifascista assolutista, al fianco di Vladimir Putin che supporta attivamente Alba Dorata (l'unica vera forma di fascismo oggi esistente) e le scorribande imperialiste degli squadroni fascisti pan-russisti, panslavisti e dei maestri reazionari cristiani ortodossi antisemiti e filofascisti in Ucraina e altrove. A proposito di antifascismo vero....

    1) Evidentemente, l'analisi gramsciana del fascismo, così differente peraltro da bordighista, non è vangelo. Non significa ciò che essa sia da buttare, ma ciò che lei considera fuffa, ideologia, sovrastruttura, ossia la scaturigine Sindacalista Rivoluzionaria del fascismo italiano, diventa essenziale da comprendere per la elaborazione di un Nuovo Antifascismo.

    2) Viceversa, nelle analisi di Comunisti marxisti ortodossi come Bordiga (cfr S. Saggioro, Amedeo Bordiga. La sconfitta e gli anni oscuri) e de "Lo Stato operaio" (cfr. Giugno 34, Agosto 36, eccecc) che Lei ben conoscerà, la strategia economica e sociale mussoliniana, se non anticapitalista, era comunque decisamente anti-plutocratica e sovversiva rispetto all'ordine finanziario dell'epoca. E i fatti politici, che non sono sovrastruttura, ben lo mostreranno.

    3) Dove avrei scritto che il fascismo è keynesiano? Mi indichi il passo per favore.
    Le ripeto: il fascismo quale Forma Partito e regime di massa nasce da un'intuizione politica di Mussolini, ma il suo laboratorio intellettuale e metapolitico (protofoascismo) si trova nella Francia di fine '800. Le radici ideologiche, che lei nemmeno considera (grave errore di metodo e pensiero), sono nel proudhonismo (non in quello comunardo ma in quello nazionalistico, cooperativistico corporativo e antisemita) e nel sorelismo. Il fascismo non fu nè keynesiano nè liberistico, almeno in senso ortodosso. Certamente, la critica alla teoria del valore della scuola sindacalistica era di estrazione sostanzialmente liberistica, ma classificare il regime fascista come liberista puro sarebbe una forzatura come classificarlo come keynesiano; ciò è ben mostrato dal Cassese. Peraltro, se avesse letto con attenzione l'articolo avrebbe visto che Cassese, nel quale mi riconosco, finisce in conclusione per identificare il regime fascista (pur con mille distinguo) come una rottura storico-politica rispetto alla tradizione capitalistico-statalista e dello stato massonico risorgimentale e della DC postfascista.
    Esistono, infine, analisi della scuola marxista ortodossa (bordighista, cervettiana ecc) sull'europeismo leniniano antitetica alla sua ermeneutica. Non mi intrometto in queste dispute. Come avrà capito, non condivido affatto tale metodo economicistico, empirista e pseudoscientifico.

    Grazie a lei.

    Roberto Ferretti

  • Bazaar scrive:
    21 febbraio 2018 16:43

    @Ferretti

    3 - È evidente che non poteva cogliere il motivo per cui rimarcavo l'antikeynesismo di Mussolini (a sostegno delle riflessioni tecnicamente corrette di @Dexxo dex che sottendevano l'uso della spesa pubblica negli anni '30): lo si coglie dalle riflessioni che infatti esprime e che ora criticherò alla radice.

    L'"economicismo" di cui parla Lei è da mettere in relazione a un certo determinismo positivista che lo stesso Gramsci stigmatizzò per l'infantilità, a causa dell'assenza della dirimente dimensione dialettica in cui la Storia si dipana e della cui chiarezza logica Hegel è stato maestro.

    Il suo rifiuto del materialismo storico la colloca nel campo del liberalismo e, di conseguenza, di von Hayek e seguaci.

    Mi spiace essere così scortesemente tranchant, ma muoiono più persone con le guerre economiche che con tutte le altre manifestazioni di violenza. E la pazienza con la sinistra liberale è finita.

    Le faccio notare che il neonazismo "vero" in Ucraina è sostenuto dalla UE e dall'icona del popperiano finanziamento a qualsiasi liberalismo "de sinistra": Soros. Mai come in Ucraina è stata chiara la connessione fra finanza internazionale e (neo)fascismo, dimostrandone come questo sia riduzionisticamente archiviabile come epifenomeno del capitalismo liberale classico.

    Non mi faccia poi esprimere, la prego, su Cassese.

    A differenza di ciò che scrive, nell'insegnare il metodo marxiano si spiega come le istituzioni politiche e giuridiche siano "sovrastruttura" dei rapporti di produzione, ossia della struttura economica.

    « Il fascismo non fu nè keynesiano nè liberistico » Non ha letto il paper linkato, non c'è altro da aggiungere.

    Di anti-plutocratico fascismo e nazismo avevano solo l'ideologia: ovvero la "sovrastruttura".

    Dare della "pseudoscienza" al socialismo scientifico è molto popperiano e neoliberale: complimenti.

    Si legga il saggio ANTIeuropeista del 1915 di Lenin e quello ANTIeuropeista della Luxemburg del 1911, in cui riconosce nell'europeismo un aborto dell'imperialismo. Alla faccia della "pseudoscientificità" del materialismo storico....

    Prima dell'eurocomunismo, ovvero con il tradimento in massa dei partiti comunisti, l'europeismo ed il federalismo interstatale erano o kantianamente utopici oppure figli dell'imperialismo britannico o dello spirito antidemocratico dei Founding Fathers americani (cfr. Sheldon Wollin).

    I socialisti furono sempre ostili al federalismo europeo semplicemente perché facevano gli interessi delle classi subalterne e, soprattutto, studiavano l'economia e noi sui manuali editi da Soros.

    Mi spiace, ma considero molto più pericolosi i liberali che si fanno chiamare "compagni" che i 4 scappati di casa di Alba Dorata. Almeno fintanto che non saranno finanziati dai liberali che siedono a Bruxelles.

    Chi distoglie l'attenzione dai crimini contro l'umanità (v. Grecia) commessi dai liberali di Bruxelles per focalizzare l'attenzione su gruppuscoli senza alcun potere politico, non solo non è un "compagno": ma è proprio un nemico di classe e, se pure "europeista", lo considero un traditore della patria. Quella Patria che gli antifascisti veri hanno difeso con il loro sangue.

    Per me la discussione si chiude qua.

  • Anonimo scrive:
    21 febbraio 2018 18:06

    Carissimo,
    purtroppo vedo che non risponde affatto nel merito di quanto le dicevo.
    Combattere l'economicismo con il liberalismo hegeliano (Cfr De Ruggero "Storia del liberalismo" Laterza)? La coerenze dottrinaria e di pensiero dove è? Combattiamo i liberali con l'Hegel che definiva il robespierrismo come la peggiore sintesi della furia del dileguare? Con l'Hegel che faceva l'apologia del Lutero sterminatore delle bande contadine? Con quell'Hegel facciamo il blocco anti-liberale? Suvvia....!
    Ma lei conosce i gruppi neofascisti sostenuti dal Cremlino? E i volontari neofascisti italiani, presentati pubblicamente dalla Repubblica popolare del Donbass come "veri fascisti italiani, dunque nostri camerati"? E gli uomini di Putin in Italia che scodinzolano attorno ai neofascisti, a Fratelli di Italia, alla Lega, alle librerie fasciste? E Putin ideologo discepolo di Ivan Ilyn? Lei sa chi è Ivan Ilyn? E il suo caro Putin che omaggia lo zarismo, i centoneri e la chiesa ortodossa? Le sta bene? E la repressione dei compagni marxisti (quelli si veri marxisti) russi? Ma ne sa qualcosa o mi si dichiara marxista a buffo???
    Non si esprime su Cassese; bel dibattito e bel confronto. Mi rimanda a un link che ho già letto da tempo e tutto dovrebbe ruotare attorno a quello; dovrei dunque ignorare ciò che dice Bordiga sul fascismo antiplutocratico, ciò che mi ha insegnato Revelli, ciò che spiega Sternhell, ciò che insegna De Felice; tutto questo perchè non coincide con il contenuto del link di rimando. Il contenuto della sua visione, mi permetta, è assai debole sul piano della teoria politica; il riduzionismo manicheo keynesismo/liberismo è la più grande falsificazione della storia politica del '900. E' un vero e proprio negazionismo storico. Il fascismo - fazione armata Reazionaria e Controrivoluzionaria della piccola borghesia e degli agrari neri - non è conchiudibile entro questa schematizzazione scolastica. E' una terza forza oggettiva, a cui Mussolini sa dare formalizzazione politica. Peraltro, non ha nulla di marxistico questo schematismo; il marxismo come teoria della guerra sociale (Tronti e la teoria de la Classe) si abbevera di cultura agonistica, conflittuale, è la fase più acuta del conflitto sociale tra proletariato e borghesia. Cosa c'è di marxismo in ciò lei propone? Oggettivamente nulla. Lei non è politicamente marxista. Quanto propone potrebbe bene essere frutto della visione di una fazione della grande borghesia, quella statalistica, forse più illuminata, con cui si potrebbe anche fare blocco temporaneo e tattico, ma non venga qua a darci lezioni di marxismo.
    Il culto del socialdemocratico Keynes non mi appartiene. Peraltro, il suo relativismo ontologico è inconciliabile con il materialismo dialettico, di cui lei tanto parla. Gnoseologicamente, siamo anteriori allo zdanovismo.
    4 scappati di casa di Alba Dorata? Se conoscesse la storia della destra radicale ellenica e la sua tradizione, approfondirebbe diversamente il discorso. E' stata - obiettivamente- la decapitazione di Alba Dorata il caso più eclatante e straordinario, giuridicamente eccezionale, di repressione antifascista da parte di quel liberalismo massonico europeistico, che è la sostanza ideologica della tecnocrazia UE. Dovrebbe soffermarsi sul caso, analizzarlo, a conferma del fatto che il fascismo è inconciliabile con il liberalismo massonico, a differenza di quanto ci volete far credere, proprio contro ogni logica politica marxista; ma dà giudizi superficiali, non analizza, non scende nel merito.
    Usa categorie moralistico-religiose, anatemi di "tradimento" che nella dottrina politica non significano molto in realtà. Studi un poco Carl Schmitt.
    Sempre a sua disposizione.

    Roberto Ferretti

  • Anonimo scrive:
    21 febbraio 2018 18:52

    Mi pare che la discussione stia scivolando su un certo antiputinismo e tirando dentro pure il Donbass (quasi fosse un covo di fascisti e non una terra martoriata dagli oligarchi d'occidente) seguendo lo stesso schema che gruppetti fascisti usano per accusare Lenin di essere stato finanziato dal Kaiser.

    Da qui ad arrivare all'antifascismo delle elites il passo è breve.

  • Bazaar scrive:
    21 febbraio 2018 23:00

    (Ci tengo a precisare agli amici di Sollevazione, la cui stima li renderà sempre fondamentali interlocutori, che « la discussione si chiude qua » è rivolta esclusivamente al Ferretti le cui posizioni liberali ed europeiste sono a mio avviso da ritenersi assolutamente inconciliabili con il sovranismo democratico e, di conseguenza, in linea di fatto con l'imperialismo atlantista ed eurounionista)

  • Anonimo scrive:
    22 febbraio 2018 13:24


    Debbo doverosamente precisare per i lettori, come peraltro si evince da risposte fornite a Bazaar (Cfr antimarxismo sostanziale borghese del metodo subpolitico del Bazaar), che non sono affatto liberale e europeista e che ritengo una pura allucinazione teoretica, filosofica, politica identificare rozzamente marxismo e keynesismo, come è stato fatto negli interventi.

    Quanto al lettore che cita il problema del Donbass, le sue posizioni sono pure condivisibili, ma me ne guardo bene (a differenza del Bazaar) a sposare il liberismo putiniano.

    Roberto Ferretti

  • Bazaar scrive:
    22 febbraio 2018 16:00

    Abbia pazienza, Ferretti: lasci perdere la "teoretica" che è meglio e non mi appioppi fantasiose qualificazioni "dottrinarie".

    Riguardo al suo metodo ribadisco punto per punto: un disastro e assolutamente lontano da quello marxiano.

    Metodo, però, che ho tirato in ballo per un motivo ben preciso: ovvero contestare la possibilità di una costruzione di "un'altra Europa" in quanto si è presentato come allievo di un "europeista". (Ed infatti ha portato avanti tutte le tipiche argomentazioni atlantiste e liberali sul "fascismo" tipiche della propaganda europeista)

    A questo punto non vorrei essere stato io ad averla qualificata inopportunamente.

    (Cosa non facile con chi si presenta come "non ossessionato dall'antifascismo" per poi affermare di essere un "antifascista assolutista [?]".)

    I miei interventi erano proprio volti a supportare soprattutto come la tradizione socialista fosse antieuropeista e mostrare come il metodo marxiano ortodosso demolisca tanto le aspettative di "un'altra Europa" quanto inquadri diversamente i richiami fascisti di organizzazioni che, di fatto, non fanno altro che vincolare il dissenso o essere strumentali all'imperialismo in particolari situazioni geopolitiche.

    Se non è un sostenitore di "un'altra Europa" mi scuso dell'abbaglio: ma mi chiedo a questo punto come mai non lo abbia da subito chiarito date tutte le citazioni che ho fatto in merito al federalismo e i link forniti.

    Per il resto, ripeto, lasci perdere. Lei è infarcito di pensiero liberale.

    Per Lei il marxismo sarebbe ripudiare Hegel, non conoscere l'economia (alla fine Keynes propone la medesima economia politica del marxista Kelecki) e studiare Carl Schmitt, un nazista.

    Schmitt che invero consiglio proprio perché parla di Grossraum, visto che un'area di libero scambio come la UE è un'area di influenza di chi impone il diritto comunitario (la Germania...), che consiglio perché proponeva la banca centrale indipendente ed il... federalismo. Senza parlare della relazione tra sovranità e "stato d'eccezione" tipico della "shock doctrine".

    Dopo un po'chiudo il dialogo con gli europeisti perché li considero al pari dei nazifascisti: e li aspetto a Stalingrado.

    E non sto a guardare se a fermarli ci sarà Stalin o Putin.

    Cordiali saluti.

  • Anonimo scrive:
    22 febbraio 2018 18:52

    Caro Bazzar,
    in breve. Il commento sull'antifa assolutista era ironico, rivolto al suo metodo; antifa assolutista in teoria, poi con Putin nella pratica politica, con Putin: non fascista va bene ma il più grande sostenitore internazionale dell'unico fascismo oggi presente: quello dell'ellenica Alba Dorata, il cui capo - a proposito di europeismo fascista - definisce un giorno sì, e l'altro pure, l'UE un covo del giudaismo massonico per annientare la tradizione occidentale cristiana e l'euro una perversione satanica partorita dalla finanza apolide....
    Non è, purtroppo, secondaria la questione dottrinaria: se lei è keynesiano non può essere al tempo marxista. Le ho spiegato sopra le motivazioni. Il marxismo è una filosofia e una dottrina politica.
    No, non sono per un'Altra Europa. Ciò non toglie che ritengo Revelli e certuni intellettuali della Nuova sinistra dei maestri. Tronti ancora più di questi, sebbene oggi sia nel PD e naturalmente mi divide tutto dal PD.
    Ho detto e ribadisco che il marxismo è una filosofia e un metodo politico di guerra sociale: Hegel è un conservatore liberale e il divenire economico non porta, per forza di cose, al Comunismo. I fatti lo hanno ampiamente mostrato.
    Schmitt era in primo luogo un cattolico romano, poi, è vero, cercò di declinare il nazionalsocialismo in una forma di autoritarismo corporativo plebiscitario imperiale; il suo esperimento fallì e fu completamente emarginato, finanche osteggiato dalle SS, il Grossraum cui Schmitt si riferiva era però, logicamente, l'ecumene del sacro Romano Impero, non l'europeismo tecnocratico.
    D'Accordo; se Putin farà la guerra all'UE saremo con lui. Ma per quanto sia più interessante la Russia liberista e zarista odierna dell'UE tecnocratica, sino ad ora tutto ha fatto tranne che la guerra all'UE (cfr Grecia 2015).
    Cordiali Saluti a lei
    Roberto

  • gilberto gismondi scrive:
    22 febbraio 2018 22:59

    L' obbiettivo che le elite s' attendono da un qualsiasi fascismo è rendere ininfluenti nel conflitto distributivo,anzi diciamo pure ,nella lotta di classe,le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori dipendenti,la parte della "non elite "che può avere più potere contrattuale.Oggi con il trasferimento degli strumenti della politica economica nelle mani d' una banca centrale indipendente,tale obbiettivo è stato raggiunto senza neanche tirare uno schiaffo,disattivando sia le Costituzioni postbelliche che le organizzazioni del lavoro.Non sottovaluto per questo i gruppi paramilitari della destra(perchè tali sono e dovrebbero essere un fatto d' ordine pubblico in uno Stato Democratico) " falsa ribellione organizzata con la tacita approvazione dell' autorità"ma la catena causale porta alla elite finanziaria che ha come scopo la prevalenza del mercato su tutte le istituzioni per le quali la soluzione fascista è una mossa rischiosa da giocare solo se diventa insostenibile economicamente la soluzione della banca centrale indipendente e del gold standard ,un tempo ,e dell' euro oggi.Ma "una riforma dell' economia di mercato raggiunta al prezzo dell' estirpazione di tutte le istituzioni democratiche tanto nel campo dell' industria che in quello dalla politica"sarebbe un rischio accettabile per le elite se fosse messo in discussione dalla "non elite" l' assetto attuale che già consegue dei risultati ottimi per loro".LORO CONTRO NOI

  • Anonimo scrive:
    23 febbraio 2018 10:55

    Gilberto vera la tua lettura ma Togliatti ne Le lezioni sul fascismo notava che la piccola borghesia e parte degli agricoli medi si fascistizzò già dal fallimento della rivoluzione socialista causa massimalismo e riformismo e vedeva nel fascismo non solo una semplice reazione reazionaria o rivoluzione reazionaria ma anche un carattere di massa che i movimenti reazionari avevano sino ad allora debolmente avuto; dunque oggi dire destra paramilitare non significa fascismo o neofascismo. se oggi qui dice alba dorata è fascismo, alba dorata nei programmi che ho visto attacca tutte le banche e banchieri e difende le imprese grece (non si capisce posizione su armatori ma non mi stupire li difendesse con l'alibi della lotta al "capitalismo internazionale mondialista")

  • Anonimo scrive:
    23 febbraio 2018 10:57

    poi "riforma dell'economia di mercato"? quale? verso il socialismo e l'autogestione?

  • Anonimo scrive:
    23 febbraio 2018 15:08

    Segnalo questa notizia riportata anche dall’Ansa che mi sembra acconcia alla discussione:
    (Ansa) – Roma, 4 giu 2010 – Un elenco inedito dei finanziatori del fascismo in cui sono preminenti il ruolo di banche e imprenditori e quello della massoneria rimette in discussione l’interpretazione data dallo storico Renzo De Felice sul ruolo preminente dei ceti medi nell’avvento del movimento. Questo elenco, pubblicato nel primo Quaderno de “Le Carte e la storia” da Gerardo Padulo è infatti aggiuntivo a quello utilizzato nel 1964 dall’autore della “Storia del fascismo” per tracciare la sua interpretazione. De Felice tornò sul tema dei finanziamenti e dei contributi alla nascita del movimento nel 1975 per postulare una definizione che ha fatto cuola: il fascismo «nella sua fase di generazione e affermazione», sarebbe stato un «fenomeno dei ceti medi», in particolare di quelli emergenti. I nomi dei finanziatori, con i due saggi che lo corredano, sono stati pubblicati grazie alla intelligente disponibilità di Guido Melis e sono destinati a far discutere perchè la lista resa pubblica nella sua interezza da un attento lavoro, dà ragione più a Ernesto Rossi e al suo “I padroni del vapore” che a De Felice. Inoltre il bel quaderno della Collana “Biblioteca” dà conto del ruolo di “scuola quadri” che il fascismo assegnò, dopo la marcia su Roma, ad una casa editrice, “Imperia”, ampiamente sovvenzionata dalla massoneria. Quella stessa casa editrice contribu in maniera notevole al finanziamento del primo fascismo: siamo tra l’ottobre e il dicembre del 1922. In questa iniziativa entrano «con forti capitali uomini della massoneria; entrano e governano, costituendo la maggioranza del consiglio di amministrazione. La massoneria è stata un soggetto estraneo per molti anni alla ricerche storiche», segnala l’autore. Nonostante l’attento lavoro di ricostruzione dei contributi anche questo elenco tuttavia non è completo: mancano i finanziamenti massonici, quelli diretti, mancano quelli forniti indirettamente dalla casa editrice ’Imperià e non ci sono certamente altre contribuzioni. Le offerte oscillano tra le 200.000 lire del Credito italiano e le 100 lire di una drogheria. Vi risaltano tutti i nomi dei «padroni del vapore». Ci sono quasi tutti quelli dell’epoca. Tra i sovvenzionatori Max Bondi,Lorenzo Allievi, Giacinto Motta e Giovanni Agnelli. «Allievi e Motta erano uomini forti e rappresentativi dell’industria elettrica. Bondi era notissimo tra i “pescicani”: alla testa dell’Ilva era stato protagonista di mille imprese durante la guerra». Se all’epoca si fossero conosciuti questi finanziamenti «sarebbe stato possibile ai fascisti e ai loro estimatori sostenere che il fascismo era antisocialista quanto anticapitalista?» si chiede Padulo nel suo saggio. Una cosa è certa: la grande industria non ebbe alcun timore delle proclamate volontà rivoluzionaria e dal 1919 finanziò Mussolini. Il ministero dell’Interno sapeva di questi contributi, molti prima del 1922, e tacque. La «lettura» del fascismo come espressione dei ceti medi è entrata nella tradizione storiografica italiana e ora questo saggio lo mette in discussione perchè la loro « diversa aggregazione e dislocazione», in quella fase, sono «se mai conseguenza e non causa della dittatura».
    I piccoli borghesi e i ceti medi furono la massa di manovra guidata dalla grande borghesia e lanciata contro gli operai e i contadini per far sì che tutto restasse com’era prima della guerra.
    La crociata mussoliniana del 1926 contro la massoneria ci fu semplicemente perché ormai il fascismo l’aveva sostituita nella funzione di partito della borghesia. Consiglierei una rilettura di Togliatti e del suo “corso sugli avversari” in cui, a battaglia perduta, è assai chiaro che dietro al fascismo ci fossero i padroni del vapore e che i piccoli borghesi tornati dalla guerra ne fossero la massa di manovra.
    Cordialmente.
    Guido

  • Anonimo scrive:
    23 febbraio 2018 18:58

    Caro Guido

    sì conoscevo quelle rilevazioni, ma non saprei che valore darvi. Ritengo nel complesso che le ricerche di De Felice, anche se qualitativamente inferiori a quelle di Sternhell (soprattutto sul piano della retrospettiva ideologico-dottrinaria quelle di quest'ultimo sono le più realistiche), siano sul piano dei fatti molto prossime alla realtà.Ormai il fenomeno fascismo è chiaro. Non c'è più nulla da scoprire o rivelare. C'è un filo che parte in origine in epoca contemporanea dal proudhonismo nazionalista antigiudaico e piccolo-borghese e arriva, tramite Sorel e certi ambienti controrivoluzionari e cattoreazionari (anche socialisti reazionari, direbbe Marx!)francesi, a Mussolini.E' un milieu radicalmente antisemita e antimassonico.Il resto son dettagli e giudizi di valore.
    Inoltre, sul piano economico e giuridico, sia Cassese sia Castronovo, per quanto identifichino nel regime fascista un fenomeno tutto sommato interno a una fazione - non al complesso dunque - del capitale "produttivistico" industriale e non finanziario italiano dell'epoca, specificano che la maggior parte delle scelte di Mussolini statista di regime sia stata diretta alla "soddisfazione" sociale e alla tutela politica della piccola borghesia urbana, della media borghesia, dei mezzadri e dei coloni nelle campagne, campagne da dove il fascismo reclutò sempre la sua massa di manovra più pesante (a riprova del suo carattere reazionario e geneticamente anticomunista):per Castronovo e per lo stesso De Felice la stessa "politica di Pesaro" della quota 90 rientrerebbe in tale ottica strategica.Difesa dogmatica della piccola e media borghesia anche a spese del proletariato, quando fu economicamente inevitabile, nonostante Mussolini volesse recuperare e "nazionalizzare" il proletariato milanese e torinese, il quale solo alla fine degli anni Trenta (dopo Spagna e Etiopia secondo De Felice) iniziava a aprirsi al regime e fascistizzarsi. Ne abbiamo la prova nella Lettera ai fratelli in camicia nera dei vertici del Partito Comunista d'Italia
    Roberto

  • gilberto gismondi scrive:
    23 febbraio 2018 21:50

    La riforma della citazione riportata era nel senso d' un dominio assoluto del mercato sulla società dopo l' abolizione della sfera politica .Questa è la struttura ,poi la sovrastruttura ideologica era allora come oggi un espediente per nobilitare il "mestiere "imparato allora in 3 anni di guerra dai reduci riciclatisi in squadristi cioè in mercenari al servizio dell' elite ,composta da agrari ,industriali,banchieri ,massoni e militari.Ma ripeto la scelta di questa carta ha come controindicazione il rischio per le elite di trovarsi in mano a dei "pretoriani"e la sedazione delle organizzazioni dei lavoratori grazie alla deindustrializzazione ,al movimento dei capitali illimitato , all' immigrazione di massa e all' impossibilità di praticare il keynesismo in un contesto di "gold standard"dominato dal mercantilismo sono molto più efficaci e controllabili per chi gestisce questo processo

  • Bazaar scrive:
    23 febbraio 2018 21:56

    Credo che sia un dato di fatto che qualsiasi attivista di CasaPound sarebbe d'accordo con la versione del fascismo come "socialismo di destra".

    Che va a braccetto con la versione liberale e atlantista degli opposti estremismi.

    Ciò che riporta Guido è la conferma dell'ovvio per qualsiasi socialista che abbia chiara la relazione tra materialismo storico e prassi volta all'emancipazione.

    La dialettica hegeliana che spiega a livello materialistico le contraddizioni tra classi, relega la piccola borghesia - stando con Lenin - a classe oscillante tra grande capitale e proletariato, e tendenzialmente completamente subalterna al primo.

    Il coinvolgimento della piccola borghesia è sicuramente, stando con Gramsci, l'elemento rivoluzionario ed originale del fascismo ma, stando con Engels, è la contraddizione materiale egemonizzata dal grande capitale ad essere "agente primo" del divenire politico.

    È l'abc del materialismo storico.

    I fissati con la massoneria e la sovrastruttura antisemita sono generalmente i nostalgici: qualsiasi marxista *cosciente*, padrone del materialismo storico, non parlerebbe mai di "massoneria" in questi termini, come se i mazziniani facessero gli interessi delle logge che iniziano i rampolli della finanza cosmopolita, come se le logge di paese avessero la stessa influenza dei grandi grandi circoli esoterici europei ed americani. Come se poi, all'interno delle logge stesse, non ci siano contraddizioni di classe.

    La Storia è storia del conflitto tra classi: questo è socialismo.

    Per questo, come Marx, non sarò marxista.

    Cedo volentieri questa ideologica qualificazione e categoria di appartenenza ai conservatori nicciani e ai liberali.

    Nel frattempo inviterei i più svegli ed i più formati a riflettere cosa sia stata gran parte della sinistra del dopoguerra.

  • Anonimo scrive:
    24 febbraio 2018 12:34

    Caro Bazzar
    non ho parlato del fascismo come socialismo di destra ma come metamorfosi del Sindacalismo rivoluzionario, derivante dal Proudhonismo di destra monarchico nazionalista antisemita; non è Socialismo il sindacalismo rivoluzionario, figuriamoci il fascismo, reazione armata della piccola borghesia, della piccola media Industria, degli agrari. Socialismo nazionale non significa nulla, peraltro Mussolini da fascista non usa mai il termine socialismo nazionale, lo usa solo dal 1914 al 1917.

    Ritengo, ahimè, errata la schematizzazione marxista sulla piccola borghesia, foriera di disastri politici. Vedi Marx apologeta assoluto della Comune 1870, atteggiamento insolito per lui. Non fu la Comune il classico esempio di Sovversivismo piccolo-borghese (egemonizzato dai proudhoniani - di destra e sinistra - e dai Blanquisti)? Non c'erano marxisti lì a guidare il movimento sociale, ma Marx ne fu entusiasta. Nel '900, non aver compreso la sostanza sociale della piccola-borghesia, il suo tentativo di autonomia strategica e politica, è stato forse il più grave errore dei marxisti occidentali.

    Gramsci interpreta comunque la storia d'italia alla luce della politica massonica; la politica oligarchica massonica ("plutocratica" avrebbero detto i socialisti antimassoni francesi dell'800) americana è nota; l'ideologia europeista mi pare il liberalismo massonico (Attali gran maestro del GOI e in Italia agenti selezionati, da Carli a Draghi, Agnelli, Renzi massone ecc). Parigi "liberal-massonica" è il cuore di questo europeismo che si auto-rappresenta come "TRANSumano".Vedi le leggi liberticide che faranno passare in Italia, già sperimentate in Francia da anni di totalitarismo di pensiero liberalmassonico....

    La sinistra nel dopoguerra fu il togliattismo inutile girarci attorno. Buon politico, buon intellettuale, Togliatti fallì nella strategia riformistica rivoluzionaria sempre poggiata sulla centralità del blocco sovietico. Avrebbe dovuto comprendere che la spinta religiosa "messianica" (Berdjaev) dell'Ottobre rosso andava scemando; risvegliare un socialismo autoctono premarxista e presovietico in una progetto tattico di sinistra politica, aperta a tutte le componenti sociali "antidemocristiane"; viceversa nel suo riformismo originario, succube a Yalta, c'è già il peccato originale che sarà compromesso storico. Questa è tattica politica, ancora prima che diritto economia sociologia etc. Per questo Schmitt è così importante . Roberto

  • Georgejefferson scrive:
    26 febbraio 2018 00:05

    Spunti di riflessione:

    Wilhelm Reich .Psicologia di massa del fascismo. ESTRATTO. Cattolicesimo, borghesia e fascismo. (1)

    I "cristiano-internazionali" predicavano la pace. la fratellanza, la pietà e l'aiuto reciproco. Ideologicamente erano anticapitalisti e vedevano l'esistenza umana sul piano internazionale. In fondo anch'essi avevano idee socialista-internazionali e si definivano anche, come per esempio in Austria, cristiano"sociali". Ma in pratica rifiutavano e rifiutano di compiere qualsiasi passo nello sviluppo sociale che tende esattamente a quell'obiettivo che essi hanno elevato a ideale. II cristianesimo cattolico, in particolar modo, si è liberato già da molto tempo del carattere rivoluzionario, "sovvertitore" del primitivo movimento cristiano. Induce i suoi milioni di seguaci a considerare la guerra come un destino ineluttabile, come una «punizione per i peccati». Ora, le guerre sono effettivamente le conseguenze di peccati, ma in modo del tutto diverso da quello che pensa il cattolicesimo. I cattolici traspongono l'esistenza pacifica in un mondo extraterrestre, predicano la sopportazione della miseria nell'aldiqua e rovinano sistematicamente la capacità degli uomini di impadronirsi dell'obiettivo della libertà, di conquistarlo, lottando in modo onesto. Non protestano quando le chiese concorrenti, le chiese greco-cattoliche, vengono bombardate. Ma si richiamano a Dio e alla civiltà quando viene bombardata Roma. Il cattolicesimo produce l'impotenza strutturale delle masse di uomini che nei momenti di bisogno chiamano in aiuto Dio anziché la forza e la coscienza di sé. Questa impotenza rende la struttura umana incapace di provare piacere e in molti paesi tutti i poteri per spodestare la millenaria violenza patriarcale dentro e fuori dagli uomini che infine trionfò sanguinosamente nell'ideologia fascista. Essa presupponeva che l'uomo mutilato da una millenaria violenza patriarcale fosse senz'altro capace di vivere democraticamente e di autogovernarsi. Ma rifiutava ufficialmente i rigorosi sforzi scientifici, come per esempio quelli di un Freud, di comprendere anche la complicata struttura umana. Così dentro di sé doveva diventare dittatoriale e verso l'esterno cedere ai compromessi. «Compromessi» non in senso buono, cioè nel senso di "comprendere" il punto di vista dell'altro, dell'avversario, e dargli ragione laddove ha ragione. ma incline ai compromessi nel senso che, per paura di aspre discussioni, si "sacrificavano i principi" e si compivano spesso tentativi precipitosi di «andare d'accordo» con un nemico mortale deciso all'assassinio. Si trattava di un chiaro chamberlainismo nel campo del socialismo. (continua)

  • Georgejefferson scrive:
    26 febbraio 2018 00:05

    Wilhelm Reich .Psicologia di massa del fascismo. ESTRATTO. Cattolicesimo, borghesia e fascismo. (2)

    Essa era radicale sul piano ideologico e conservatrice sul piano pratico, cosa che si esprime per esempio nel "monstrum" di «sua altezza reale e sua maestà l'opposizione socialista» Essa aiutava. senza volerlo, il fascismo, poiché il socialismo delle masse non è nient'altro che un radicalismo deluso più un piccolo borghesismo nazionalistico. Essa fallì sul problema della struttura contraddittoria delle masse che essa non riuscì a comprendere.
    I "governi borghesi" in verità erano corpi amministrativi orientati democraticamente, ma sul piano pratico erano conservatori contrari alle sostanziali aspirazioni di libertà, fondate scientificamente. L'enorme influenza esercitata dall'economia mercantile capitalistica e dai profitti sovrastava di gran lunga tutti gli altri interessi. Le democrazie borghesi europee avevano perso il loro iniziale carattere rivoluzionario del 1848 molto più rapidamente e molto più radicalmente di quanto fosse accaduto con il cristianesimo. Le misure a favore della libertà erano una specie di scenario, una prova che si era «democratici». Nessuno di questi governi avrebbe saputo dire come togliere le masse succubi dal loro stato di accettazione e dalla loro disposizione alla sottomissione. Avevano tutto il potere nelle loro mani, ma l'autogoverno e l'autoamministrazione sociali erano per loro incomprensibili. Era impossibile che in questi ambienti governativi venisse sollevato il problema fondamentale della sessualità. Indicare il governo austriaco di un Dollfuss come un modello di amministrazione democratica significa non avere la più pallida idea di cosa significhi la parola «sociale» I potenti capitalisti usciti dalla rivoluzione borghese in Europa avevano nelle mani molti poteri sociali. Essi avevano la possibilità di dire chi doveva governare. In fondo agivano in modo imprevidente e dannoso a se stessi. Con l'aiuto del loro potere e dei loro mezzi avrebbero potuto incitare la società umana a compiere inauditi atti sociali. Non intendo la costruzione di palazzi artistici, di chiese, musei e teatri. Intendo dire la "realizzazione pratica del loro ideale di civiltà". Invece crearono una rigorosa barriera fra loro e i venditori della merce forza-lavoro. Dentro di sé disprezzavano «il popolo» Erano meschini, limitati, pieni di disprezzo cinico nei confronti degli uomini, avari e molto spesso senza scrupoli. In Germania aiutarono Hitler a prendere il potere. Si rivelarono completamente indegni del ruolo che la società aveva lasciato loro Abusarono di questo ruolo, non divennero i dirigenti o gli educatori delle masse umane.Non erano nemmeno in grado di scacciare i pericoli che minacciavano il loro sistema culturale, e quindi si rovinavano sempre più come strato sociale. Nella misura in cui essi stessi conoscevano il lavoro e le realizzazioni, comprendevano anche i movimenti democratici per la libertà. Ma non fecero nulla per aiutarli.

  • Georgejefferson scrive:
    26 febbraio 2018 00:06

    ...Wilhelm Reich .Psicologia di massa del fascismo. ESTRATTO. Cattolicesimo, borghesia e fascismo. (3)

    Ciò che sostenevano erano il lusso e l'ignoranza. La promozione delle arti e delle scienze una volta era stata appannaggio dei signori feudali che in seguito vennero spodestati dai borghesi. Ma i capitalisti borghesi erano obiettivamente molto meno interessati all'arte e alla scienza delle vecchie case principesche. I loro figli. che nel 1848 erano morti dissanguati sulle barricate difendendo gli ideali democratici, schernivano tra il 1920 e il 1930 le dimostrazioni democratiche dall'alto delle università. In seguito vennero a formare il nerbo delle truppe dello sciovinismo fascista. In verità avevano realizzato la loro funzione di aprire il mondo economicamente, ma soffocarono la loro opera con la istituzione di tariffe doganali e non sapevano assolutamente che farsene dell'internazionalismo scaturito dalla loro opera economica. Invecchiarono rapidamente. e come strato sociale divennero presto dei vegliardi. Questa valutazione dei cosiddetti capi economici non nasce da una ideologia. lo vengo da questi ambienti e li conosco perfettamente. Sono contento di essermi sottratto alla loro influenza. Dal conservatorismo dei socialdemocratici, dalla ristrettezza di idee e dall'avarizia dei capitalisti nacque il fascismo. Esso riuniva in sé non praticamente, ma "ideologicamente" (e questo era importante per le masse umane strutturate in modo illusorio) tutti gli ideali che avevano sostenuto i suoi predecessori. Esso racchiudeva in sé la più brutale reazione politica, identica a quella che nel Medioevo aveva devastato la vita e i beni degli uomini. Così, per esempio, tenne conto della cosiddetta tradizione della patria, in modo mistico, brutale, che non ha nulla a che vedere con il vero sentimento per la patria e l'attaccamento alla terra. Esso si definì «socialista» e «rivoluzionano», assumendo così le funzioni non svolte dei socialisti. Con il dominio dei magnati dell'economia assunse quelle del capitalismo. II raggiungimento del «socialismo» era ormai affidato a un capo onnipotente. mandato da Dio. L'impotenza delle masse umane e la loro debolezza contribuirono alla nascita di questa ideologia del capo che era stata inculcata dalla scuola autoritaria e preparata strutturalmente dalla chiesa e dalla famiglia coatta. La «salvezza della nazione» ad opera di un capo onnipotente, inviato da Dio, corrispondeva perfettamente al desiderio di salvezza delle masse Incapace di immaginarsi diversa, la struttura del suddito assimilava avidamente la concezione dell'immutabilità dell'uomo, della «divisione naturale dell'umanità in pochi che comandano e molti che obbediscono» perché ormai la responsabilità era concentrata nelle mani di un uomo forte. Questa ideologia fascista del capo si fonda, non nel movimento fascista ma in qualsiasi altro movimento la si incontri, sulla concezione mistico-ereditaria della immutabile natura umana, sull'impotenza, la sete di sottomissione e l'incapacità di libertà delle masse. La formula «l'uomo ha bisogno di una guida e di una disciplina», di «ordine e di autorità» in verità ha una base reale nella struttura antisociale ma chi considera questa struttura eterna e immutabile è un reazionario. L'ideologia fascista era onesta nelle sue intenzioni. Chi non vedeva questa onestà soggettiva non poteva comprendere tutto il fascismo e la sua forza d'attrazione sulle masse Poiché il problema della struttura umana non era mai stato sollevato, né discusso e tanto meno superato, l'idea di una società non autoritaria che si governa da sé veniva considerata un'assurdità e un'utopia.

  • Anonimo scrive:
    26 febbraio 2018 12:23

    Conosco la tesi di Reich sul fascismo. Non è molto lontana da quella di Berdjaev sul fascismo come Nuovo Medioevo, compresi i lati positivi non solo quelli negativi del Medioevo. Berdjaev parla di evoluzione regressiva. A questo punto, però, a maggior ragione, se ci fosse Mussolini oggi certo non starebbe con i futuristi modernisti di Casa pound; ben più probabile che proverebbe a far blocco con le tendenze ultrareazionarie dell'Islam o della chiesa ortodossa tradizionale.

    Roberto

  • Anonimo scrive:
    26 febbraio 2018 15:17

    Caro Roberto,
    vedi le acquisizioni di De Felice devono essere a loro volta storicizzate. Mi sembra che la maggiore acquisizione sia quella che il fascismo ebbe un largo consenso popolare. Circostanza questa che, nell’epoca in cui si svolse la sua ricerca, costituiva un rimosso. In fondo l’interpretazione allora prevalente (in quanto tranquillizzante ed autoassolutoria) era quella crociana: il fascismo come una parentesi, una cesura netta, tra un prima (l’Italia Monarchica) e un dopo (l’italia repubblicana). I famosi marziani sbarcati da Marte epoi scomparsi.
    Tranquillizzante perché assolveva in gran parte quelle classi dirigenti che al fascismo avevano spianato la strada (in funzione chiaramente antiproletaria).
    Quanto all’antisemitismo a cui ti richiami bisogna inquadrarlo nell’epoca. Se di antisemitismo si vuole discorrere se ne può parlare come sinonimo di antibolscevismo. Del resto, anche e soprattutto in ambienti cattolici, la rivoluzione di ottobre era correntemente spiegata come una tappa del “complotto giudaico” volto a sovvertire le fondamenta l’ordine sociale naturale voluto da Dio di cui la Chiesa Cattolica era il più sicuro garante. Questa identità (giudaismo bolscevismo) trovava, secondo loro, conferma nella rivoluzione spartachista di Monaco di Baviera e in quella di Bela Kun in Ungheria. Altrimenti non ci spiegheremmo come e perché gli ebrei italiani benestanti (vedi la Sarfatti, Aldo Finzi o Guido Jung) in larga parte aderirono al fascismo ed anzi lo sostennero. Pensa a Ferrara, così ben descritta da Bassani, sia nei racconti che nei romanzi, dove, solo dopo le leggi razziali del 1938, tanti esponenti della Comunità (primo fra tutti il padre del protagonista del Giardino dei Finzi Contini) cercano pateticamente di operare distinzioni tranquillizzanti tra Mussolini e Hitler.
    In breve non sopravvaluterei le matrici ideologiche del fascismo perché, a me pare, come giustamente notava Togliatti nel 1934, il fascismo non ebbe una chiara ideologia. Raccolse tutto ed il contrario di tutto: tutti gli scontenti tornati dalle trincee che la classe dominante voleva rimettere al consueto posto subalterno, come se la guerra non ci fosse stata. Un po’ se mi è concessa l’analogia al presente, come l’odierno movimento cinque stelle: raccoglie tutti i sopraffatti dallo smantellamento dello Stato sociale repubblicano, ma al fondo è ispirato da una ferrea concezione liberista. Il che spiega tra l’altro l’imbarazzante e sempre meno celato appoggio dei poteri italiani(Confindustria Corriere della Sera ecc.) che pure, per molti militanti, sarebbero i primi e principali nemici.
    Cordialmente.
    Guido

  • Anonimo scrive:
    26 febbraio 2018 16:30

    caro Guido

    non De Felice ma Sternhell, repetita iuvant, è l'unico che ha ben inquadrato la radice ideologica dottrinaria del fascismo. De Felice è fondamentale solo sul piano dell'ermeneutica empiristica. L'antisemitismo del protofascismo era vitale e centrale quando del bolscevismo non c'era nemmeno l'ombra. il concordato, antisemita e antimassonico, è una quintessenza centrale per comprendere la sostanza antimodernista e reazionaria del fascismo (non colta da De Felice nè nelle varie analisi marxiste). R

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