lunedì 28 gennaio 2019

SOLIDARIETÀ CON I GILET GIALLI

[ 28 gennaio 2019 ]


Sabato 26 gennaio: Atto XI dei Gilet Gialli

Jerome Rodrigues, un esponente di spicco del movimento, è stato colpito nel centro di Parigi in pieno volto dal proiettile sparato dalle forze dell’ordine francesi. Probabilmente perderà un occhio. 

Questo grave ferimento si aggiunge alla mattanza che il regime presidenziale macroniano ha avviato dall’Atto I. Morti (quasi 20 ormai), feriti gravissimi, mutilazione di mani e occhi, arresti, intimidazioni, persecuzioni indiscriminate. La forza del movimento patriottico francese non accenna, nonostante ciò, a diminuire o a perdere d’intensità. Con l’ATTO XI di sabato, non solo la consistenza numerica è aumentata a Parigi, ma un po’ in tutta la Francia, in particolare a Tolosa dove un’infinita marea gialla ha percorso la via centrale.

I cittadini francesi stanno dando l’esempio di una rivolta sociale moderna che costituisce l’antitesi più diretta rispetto al modello imperialista della Rivoluzione Colorata manovrata dall'oligarchia. 

*  *  *

E mentre la Francia è attraversata dalla più grande sollevazione popolare degli ultimi decenni, in Italia le forze della ex-sinistra, si occupano d'altro, si occupano solo di una quarantina di migranti al largo di Siracusa. Vanno quindi dietro alla diabolica macchina mediatica dell'élite.

Prima regola del dibattito nell’agorà: sovrano è chi decide l’ordine del giorno, ovvero stabilisce la gerarchia delle questioni da sottoporre all’attenzione pubblica. L’antagonista che accetta l’agenda di chi comanda non solo ha perso in partenza, finisce per essergli funzionale. Primo dovere di chi presume di sfidare il sovrano è quindi quello di rovesciare la sua agenda poiché risponde ai suoi interessi ed alla sua strategia, mettendo al primo posto la questione fondamentale e d’appresso quelle secondarie. 
La solidarietà con la sollevazione popolare francese è oggi la questione fondamentale.

domenica 27 gennaio 2019

IL GIORNO DELLA MEMORIA...CORTA

[ 27 gennaio 2019 ]




SALVINI, MADURO E DI BATTISTA di Sandokan

[ 27 gennaio 2019 ]

La vicenda venezuelana ci conferma quanto sia potente (e diabolica) la grande macchina mediatica occidentale. E come essa, quando è il caso, ubbidisca ad un'unica regia. E' bastato che uno dei leader dell'opposizione al governo Maduro si autoproclamasse "presidente" che adesso non solo abbiamo due presidenti, ma uno, Maduro, considerato illegittimo.
Chi abbia suggerito all'opposizione venezuelana questa mossa ce lo dice il Corriere delle Sera di oggi:
«La svolta degli Stati Uniti è maturata nelle ultime due settimane, quando, grazie anche alle pressioni del senatore della Florida Marco Rubio, il segretario di Stato Mike Pompeo si è persuaso che si poteva puntare sul leader dell'Assemblea legislativa Juan Guaidò. Il vice presidente Mike Pence ha telefonato a Guadò martedì 22 gennaio, assicurando l'appoggio USA. Il giorno dopo il giovane politico si è autoproclamato "presidente a interim" del Venezuela».
E' quindi venuto dagli Stati Uniti il semaforo verde all'opposizione affinché faccia precipitare lo scontro interno per giustificare l'ennesima aggressione americana ad uno stato sovrano, facendolo quindi diventare subito un conflitto internazionale.  

E' una tattica già vista, ad esempio con la Jugoslavia di Milosevic, poi con l'Iraq di Saddam Hussein, poi con la Libia di Gheddafi — quella contro tutti i cosiddetti "stati canaglia". L'aggressione armata è sempre anticipata dalla guerra di propaganda per intossicare e addomesticare l'opinione pubblica.


La Casa Bianca da la linea e detta il ritmo delle danze, e come automi iniziano a danzare le sue marionette. Se l'ubbidienza dei paesi dell'Unione europea non stupisce, degno di nota che Matteo Salvini sia finito per strisciare ai piedi degli Stati Uniti. La qual cosa ci dice che di razza bastarda sia il suo "sovranismo". Parole sante, dunque, quelle del Di Battista:


«Firmare l'ultimatum UE al Venezuela è una stronzata megagalattica. E' lo stesso identico schema che si è avuto anni fa con la Libia e con Gheddafi. Identico. Qua non si tratta di difendere Maduro. Si tratta di evitare un'escalation di violenza addirittura peggiore di quella che il Venezuela vive ormai da anni. E mi meraviglio di Salvini che fa il sovranista a parole ma poi avalla, come un Macron o un Saviano qualsiasi, una linea ridicola. In pratica l'UE dice: «Maduro convochi le elezioni entro 8 giorni o noi legittimiamo uno che si è auto-proclamato Presidente». Ma che razza di ragionamento è? Io non ci sto. E il Movimento non ci sta. Ci siamo già passati mille volte davanti a questioni del genere. Non si è imparato nulla? Saddam, Gheddafi, Assad. Nessuno ha mai parteggiato per questi uomini ma le ingerenze esterne, gli ultimatum, le sanzioni, gli embarghi (spesso preludio alle bombe) hanno sempre portato a guerre, catastrofi, massacri dei civili. Ma chi è l'UE per dire ad un altro stato cosa deve fare? Chi è l'UE per legittimare un tizio che si sveglia la mattina e dice di essere il nuovo presidente. E Salvini sarebbe l'uomo forte contro i parrucconi dell'Unione Europea? L'Italia deve avere coraggio. Il governo deve esclusivamente dichiarare che serve una soluzione politica appoggiando il tentativo di Messico e Uruguay di mediare nella crisi venezuelana. Il popolo italiano si ricorda o no cosa successe in Libia? Eppure ne stiamo ancora pagando le conseguenze. C'è qualcuno che davvero ritiene che abbiano buttato giù Gheddafi per i diritti umani violati? Si trattava di petrolio e basta, esattamente come in Venezuela. Io non ho alcun incarico di governo, ho le mie idee e sono sempre le stesse!»

sabato 26 gennaio 2019

LA SECESSIONE DEI RICCHI di Sergio Marotta

[ 26 gennaio 2019 ]

ALTRO CHE IMMIGRAZIONE!

Come i nostri lettori avranno compreso noi attribuiamo una grande importanza al cosiddetto "regionalismo differenziato" o "potenziato". L'essenziale l'aveva detto il Comitato centrale di Programma 101.  Per questo la nostra redazione sostiene l'appello che circola in rete. La questione è fondamentale ma i cittadini non se ne avvedono, distratti come sono dai media dell'élite che parlano solo di una questione, francamente secondaria, come quella degli immigrati. Il breve ma denso saggio di Marotta spiega gli antefatti e svela il rischio della rottura dell'unità nazionale. Ottimo saggio, malgrado sia reticente su un punto centrale: che la tendenza dissolutrice dello stato nazionale  è incoraggiata e alimentata dall'Unione europea...

*  *  *

Regionalismo differenziato: cos’è e quali rischi comporta
di Sergio Marotta*

Dalle Regioni al federalismo differenziato
Che le Regioni fossero troppo costose per il bilancio dello Stato italiano lo aveva già detto, in Assemblea costituente, Francesco Saverio Nitti che certo di conti pubblici se ne intendeva, essendo stato uno dei massimi studiosi di scienza delle finanze noto e apprezzato in tutta Europa. Eppure lo statista di Melfi non fu ascoltato, come non lo furono Benedetto Croce e Concetto Marchesi, Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, Luigi Preti e Fausto Gullo, tutti uniti nell’opposizione all’ordinamento regionale.
Passò la linea del siciliano Gaspare Ambrosini che introduceva una forma di Stato organizzato in Regioni in cui si teneva insieme l’unità della Repubblica e l’autonomia degli enti locali. Alla fine la formula dell’art. 5 dei Principi fondamentali risultò la seguente: «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento»[1].
Impiegati gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso per passare all’attuazione, con vent’anni di ritardo, degli ordinamenti regionali, si procedette, poi, a un quindicennio di riforme della pubblica amministrazione che iniziarono con la legge sull’ordinamento degli enti locali, la 142 del 1990, che prese il nome dell’allora potentissimo ministro dell’Interno, il democristiano Antonio Gava.
Venne, quindi, il turno delle varie leggi Bassanini dal nome del ministro della Funzione pubblica che le elaborò e, a più riprese, le portò all’approvazione del Parlamento. La prima fu la legge 59 del 1997 che doveva realizzare il federalismo a Costituzione invariata. Era il tempo in cui imperava il verbo della sussidiarietà come forma di avvicinamento del luogo della decisione pubblica al livello più prossimo alla collettività di riferimento. ‘Sussidiarietà’ era la parola magica per realizzare un’azione amministrativa più efficiente, più efficace e più economica.
Alla fine degli anni Novanta si stabilirono anche i nuovi criteri di riparto dei fondi per la sanità che furono riassunti nel decreto legislativo 56 del 2000. Tale importante decreto, pur mantenendo ferma l’idea di un servizio sanitario nazionale, portò ad una distribuzione differenziata – e sbilanciata a favore delle Regioni settentrionali[2] – dei fondi per la sanità che costituivano, e costituiscono ancor oggi, la parte più cospicua dei bilanci regionali.
Dopodiché la riforma del Titolo V della Costituzione, con la legge costituzionale n. 3 del 2001, approvata in Parlamento con soli quattro voti di maggioranza nell’ultima decisiva votazione e sottoposta a un referendum popolare al quale partecipò poco più del 34 per cento degli aventi diritto, realizzò una nuova forma di regionalismo volta a trasferire alle Regioni poteri, funzioni e competenze paragonabili a quelle più proprie di Stati federali.
In effetti, il nuovo Titolo V della Costituzione, elaborato da una maggioranza di centrosinistra nel tentativo di inseguire gli elettori della Lega, introdusse nell’ordinamento italiano alcuni principi di cosiddetto federalismo fiscale e ribaltò il principio stabilito dai Costituenti secondo cui le competenze non espressamente attribuite ad altro ente dovessero rimanere in capo allo Stato nel suo esatto contrario: ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato doveva spettare alle Regioni e non più allo Stato.
In particolare, mentre l’art. 117 introdusse i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, che dovevano essere uguali per tutti i cittadini, l’art. 119 cancellava ogni riferimento al Mezzogiorno, introduceva la formula secondo cui gli enti locali compartecipano al gettito dei tributi erariali «riferibile al loro territorio» e istituiva, nel contempo, un fondo di perequazione per i territori con minore capacità fiscale. Insomma si cercava di salvare l’unità dello Stato affermando che, in teoria, i servizi devono essere uguali per tutti, ma si riconosceva che in alcune regioni virtuose – solo perché economicamente più forti – i servizi pubblici potevano essere anche migliori rispetto a quelli previsti dai semplici livelli essenziali.
Che queste diverse prescrizioni normative non potessero stare insieme, perché creavano un’artificiale sperequazione tra Regioni più ricche e Regioni più povere, era stato subito chiaro alla maggioranza delle forze politiche presenti in Parlamento. Così il Titolo V era stato oggetto di riscritture e correzioni tanto da parte del centrodestra che del centrosinistra; mentre la Corte costituzionale, con una giurisprudenza quasi ventennale, ha contribuito a districare e chiarire le evidenti contraddizioni presenti nel testo del 2001.
Le diverse riforme costituzionali approvate nel 2006 dal centrodestra, la cosiddetta Bossi-Berlusconi, e quella approvata dal centrosinistra nel 2016, la cosiddetta Renzi-Boschi, sono state entrambe bocciate dagli elettori. In particolare il fallimento della Renzi-Boschi sembra aver posto fine alla stagione delle riforme costituzionali.
E così si è passati dalle velleità di riscrittura o di semplice correzione del Titolo V da parte del Parlamento nazionale, alla richiesta di alcune Regioni di passare all’effettiva attuazione di quanto contenuto nel testo della riforma del 2001. Ciò è stato reso possibile dal nuovo art. 114 che, ponendo sullo stesso piano Stato, Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane, ha aperto la strada a forme di legislazione ‘contrattata’.
Il terzo comma dell’articolo 116
Veniamo ora all’attualità. Le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, dopo il fallimento del referendum costituzionale del 2016, hanno preso l’iniziativa per realizzare «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» secondo il dettato del terzo comma dell’art. 116 della Costituzione, introdotto dal centrosinistra con la riforma del 2001.
Si tratta di procedure inedite e complesse, mai applicate prima, interpretate in modo diverso dalle tre Regioni che le hanno finora utilizzate: la Lombardia e il Veneto hanno basato le proprie richieste su appositi referendum regionali svoltisi il 22 ottobre del 2017; mentre la giunta regionale dell’Emilia Romagna, ha ritenuto di poter procedere con la sola approvazione della richiesta di ulteriore autonomia da parte del Consiglio regionale.
Il 28 febbraio del 2018 il governo Gentiloni ha approvato tre accordi preliminari con il Veneto, la Lombardia e l’Emilia-Romagna.
La spinosa questione è ora nelle mani del governo giallo-verde guidato da Giuseppe Conte. Nella tradizionale conferenza di fine anno il Presidente del Consiglio ha detto di aver bisogno di un’ulteriore istruttoria per poi proporre alle Regioni interessate il testo di un disegno di legge per ciascuna di esse sul quale raggiungere l’intesa necessaria per passare all’esame del Parlamento.
Insomma il 15 febbraio sapremo se verrà effettivamente realizzato un «regionalismo differenziato» disegnato sulle richieste specifiche avanzate dal Veneto, dalla Lombardia e dall’Emilia-Romagna. Se ciò avverrà, avremo, oltre alle leggi costituzionali che prevedono l’autonomia delle cinque regioni a Statuto speciale, Val d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna, anche tre leggi ordinarie, sebbene rinforzate, frutto della contrattazione tra Stato e Regioni, che regoleranno le forme di autonomia del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia-Romagna.
Le classi dirigenti di queste tre Regioni a statuto ordinario hanno maturato la convinzione che attuando le procedure dell’art. 116, terzo comma, e acquisendo in tal modo ulteriori forme di autonomia potranno disporre di nuove entrate trattenendo sul territorio più risorse e incidere in maniera significativa sull’attuale meccanismo di trasferimento dei fondi statali da cui ritengono di essere penalizzate.
Si apre così un inedito scenario che, con una fortunata formula, l’economista Gianfranco Viesti ha definito la «secessione dei ricchi» dal momento che Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna da sole producono oltre il 50 per cento del Pil italiano.
Secondo uno studio degli economisti Adriano Giannola e Gaetano Stornaiuolo dell’Università di Napoli “Federico II”, 
«le Regioni che attueranno il federalismo differenziato vedranno incrementata nella situazione ex post la quota delle risorse erogata e gestita dalle loro Amministrazioni rispetto alle situazioni ex ante (+106 miliardi per la Lombardia, +41 miliardi per il Veneto e +43 miliardi per l’Emilia-Romagna), mentre si assisterà ad una diminuzione di pari importo delle risorse gestite direttamente dall’Amministrazione centrale»[3].
Ma la «secessione dei ricchi» si baserebbe, in realtà, su un equivoco consistente nel ritenere effettivamente esistente nelle pieghe del bilancio dello Stato un residuo fiscale a favore di alcune Regioni e, in particolare, della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia-Romagna. Il residuo fiscale, infatti, sarebbe nient’altro che la «differenza tra l’ammontare di risorse (sotto forma di imposte pagate dai cittadini) che lo Stato centrale riceve dai territori e l’entità della spesa pubblica che lo stesso eroga (sotto forma di servizi) a favore dei cittadini degli stessi territori»[4]
Secondo Giannola e Stornaiuolo, da un punto di vista di contabilità pubblica, saremmo di fronte a un equivoco perché in uno Stato unitario non ci sono residui fiscali dal momento che il rapporto fiscale si svolge tra il cittadino e lo Stato e non con lo specifico territorio di residenza dei soggetti che pagano le imposte. Inoltre, anche ammettendo l’ipotesi dell’esistenza di un residuo fiscale, vi sarebbe un palese errore di calcolo in quanto non si terrebbe conto del fatto che una parte della differenza di quanto versato all’erario rispetto a quanto trasferito dallo Stato alle Regioni ritornerebbe sul territorio regionale in forma di pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico posseduti dai soggetti residenti in quelle regioni. Insomma, prendendo in considerazione la distribuzione territoriale dei detentori dei titoli del debito pubblico statale e scomputando il pagamento dei relativi interessi, assisteremmo a un’enorme riduzione del presunto residuo fiscale delle Regioni interessate dal momento che una gran parte del debito pubblico è posseduto da soggetti residenti proprio in quelle Regioni.
L’attuazione dell’art. 116 terzo comma, dunque, mentre, da un lato, determina lo spostamento di ingenti flussi finanziari dallo Stato alle Regioni, non tiene conto dei flussi di spesa che arrivano ai territori sotto forma di interessi sul debito pubblico statale.
Su questo tema già nel 2004 Vittorio Grilli, parlando in qualità di Ragioniere generale dello Stato, in un passaggio della sua relazione annuale, aveva espresso forti perplessità ricordando che: «Parallelamente all’aumento dei centri di spesa, la riforma federalista comporterà il trasferimento di flussi finanziari crescenti dal centro alla periferia. È un processo estremamente delicato e solo una preparazione adeguata e puntuale delle procedure e delle competenze consentirà la gestione del cambiamento in modo non penalizzante per i conti pubblici».
Mentre Luca Antonini, uno dei più noti studiosi italiani del federalismo, parlando recentemente a Napoli nel corso di un convegno scientifico, ha accennato all’esistenza di una certa resistenza verso il regionalismo differenziato proprio nel ministero dell’Economia e Finanze.
In ultima analisi il rischio contenuto nell’attuazione del terzo comma dell’art. 116 non sarebbe soltanto quello politico di una possibile rottura dell’Unità nazionale, quanto quello, ben più concreto, di rendere non più sostenibile il debito pubblico statale a causa della riduzione dei flussi di cassa di livello statale come conseguenza del trasferimento di funzioni fondamentali, come la sanità e l’istruzione, alle Regioni.
Che cosa farà il governo Conte?
Quale sarà la risposta del governo Conte alle richieste della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia-Romagna è difficile a dirsi.
Secondo alcuni autorevoli costituzionalisti, il comma terzo dell’art. 116 è esso stesso di dubbia costituzionalità perché creerebbe una situazione di autonomia per alcune Regioni che sarebbe, di fatto, irreversibile e affida a una legge ordinaria, seppure rinforzata dalla previsione del voto a maggioranza assoluta delle Camere, la compressione di alcuni diritti fondamentali previsti dalla Parte prima della Costituzione e come tali intangibili[5]. Tale legge, peraltro, verrebbe approvata nell’ambito di un sistema bicamerale paritario come quello attuale, in cui è assente una Camera di rappresentanza territoriale[6]. In ogni caso, poi, l’autonomia differenziata in alcuni settori come la sanità o l’istruzione porterebbe alla cristallizzazione di una disparità di trattamento tra i cittadini delle diverse regioni che già oggi è ben visibile.
In realtà molti dei sostenitori della riforma costituzionale del 2001 avevano preso in considerazione l’ipotesi di una riforma federale «a geometria variabile» consistente nell’accettare un decentramento differenziato, con un passaggio progressivo di compiti alle Regioni, cominciando da quelle più attrezzate, per poi passare alle altre, a mano a mano che esse si dotino di uffici, personale e capacità organizzativa. Ma questo comporterebbe la necessità di aprire ulteriori tavoli tecnici – oltre quelli già posti in essere per giungere agli accordi preliminari del 28 febbraio 2018 – con le tre Regioni interessate, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Tali tavoli tecnici dovrebbero essere specificamente finalizzati al ricalcolo puntuale di un eventuale residuo fiscale risultante dalla differenza tra quanto raccolto a titolo di imposte erariali sul territorio regionale e quanto trasferito dallo Stato alle Regioni anche a titolo di interessi sul debito pubblico pagati a soggetti residenti in quelle stesse Regioni.
Tale calcolo deve superare un primo ostacolo consistente nel fatto che le imposte erariali, per definizione, sono quelle pagate da tutti i cittadini in misura uguale secondo il criterio della progressività sancito dall’art. 53 della Costituzione. Le imposte erariali non hanno alcun rapporto con il territorio, ma solo con il reddito prodotto, se si tratta di imposte dirette, o con i consumi se si tratta di imposte indirette come l’IVA. Le imposte erariali sono quelle che negli Stati federali corrispondono alle tasse federali, mentre quelle pagate ai singoli Stati di uno Stato federale corrispondo alle nostre imposte locali.
In uno Stato unitario i servizi universali, che devono essere uguali per tutti i cittadini, sono pagati per la quota più cospicua attraverso la fiscalità generale. Questo è specificamente ribadito anche nel “Contratto per il governo del cambiamento” al punto 21 quando, per esempio, si afferma: «La sanità dovrà essere finanziata prevalentemente dal sistema fiscale e, dunque, dovrà essere ridotta al minimo la compartecipazione dei singoli cittadini».
In uno Stato unitario si può sostenere, con ragione, che non si possono finanziare con la fiscalità generale servizi universali di diversa qualità in diversi territori. Bisogna assicurare gli stessi servizi in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Sono i cittadini più ricchi che, pagando più tasse, finanziano i servizi per i cittadini più poveri su tutto il territorio nazionale. Le eventuali differenze andrebbero semplicemente corrette attraverso una riforma delle organizzazioni pubbliche o private che offrono tali servizi mettendole in condizioni di offrire gli stessi servizi su tutto il territorio nazionale.
In questo senso, non esistono differenze tra le imposte erariali pagate nelle diverse Regioni e i trasferimenti dallo Stato alle Regioni semplicemente perché non vi è alcuna relazione tra imposte erariali e territorio in cui risiedono i soggetti che le pagano.
Ma impedire o imprimere un deciso rallentamento all’ attuazione delle procedure previste dall’ art. 116 in attesa di eventuali riscritture della specifica norma e dell’intero Titolo V, sembra un’ipotesi difficilmente praticabile a meno che non si sviluppi una forte protesta delle altre Regioni – soprattutto quelle meridionali – che sembra difficilmente ipotizzabile visti i tempi così stretti e una certa insipienza delle classi dirigenti meridionali nel difendere gli interessi dei propri territori.
A ciò si aggiunga che al punto 20 del “Contratto per il governo del cambiamento” si legge che «Sotto il profilo del regionalismo, l’impegno sarà quello di porre come questione prioritaria nell’agenda di Governo l’attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovrà essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse».
Una possibile via d’uscita per il governo Conte potrebbe essere quella di stabilire per legge i cosiddetti Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) e i cosiddetti Lea (Livelli essenziali di assistenza) e di fissarli nella media di quelli attualmente garantiti in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ciò significa che l’eventuale residuo fiscale potrebbe effettivamente spettare alle Regioni interessate soltanto laddove i servizi siano effettivamente deficitari. Facendo l’esempio della sanità, siccome i livelli dei servizi in quelle tre Regioni sono già più alti rispetto a quelli di tutte le altre a statuto ordinario, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna non avrebbero diritto a ulteriori trasferimenti rispetto alle altre Regioni perché, se così fosse, si andrebbe incontro alla lesione del diritto fondamentale alla salute. Lo Stato dovrebbe, cioè, impiegare i residui fiscali per portare i servizi nelle Regioni deficitarie ai livelli essenziali delle Regioni più efficienti e non per rafforzare quelli delle Regioni più ricche.
Se ciò non fosse accettato dal Veneto, dalla Lombardia e dall’Emilia-Romagna, non resta che minacciare il trasferimento del debito pubblico italiano alle singole Regioni in proporzione alla ricchezza prodotta da ciascuna di esse e alla residenza territoriale dei possessori dei titoli. Ammesso che ciò sia possibile, siamo certi che questo argomento scoraggerebbe molti di coloro che oggi vorrebbero portare lo scontro politico fino al limite estremo della rottura dell’Unità nazionale.

* Università Suor Orsola Benincasa
** Fonte: Economia e Politica

Note

[1] Vd. S. Stajano, Costituzione italiana: art. 5, Carocci, Roma, 2017.
[2] Lo ha spiegato Piero Giarda in un volume del 2005 dal titolo significativo: L’ esperienza italiana di federalismo fiscale. Una rivisitazione del decreto legislativo 56/2000 (Bologna, Il Mulino, 2005). In un passo significativo del volume l’autore arriva a chiedersi come mai un governo e una maggioranza di centrosinistra sarebbero stati «così malvagiamente antipoveri».
[3] A. Giannola-G. Stornaiuolo, Un’analisi delle proposte avanzate sul «federalismo differenziato», in «Rivista economica del Mezzogiorno», a. XXXII, 2018, n. 1-2, p. 40.
[4] A. Giannola-G. Stornaiuolo, Un’analisi delle proposte avanzate sul «federalismo differenziato», in «Rivista economica del Mezzogiorno», a. XXXII, 2018, n. 1-2, p. 32.
[5] Sul punto si veda ad es. l’intervista a M. Villone, “Siamo alla secessione dei diritti: il MSS al Sud rischia di pagarla cara”, Il Fatto Quotidiano, 22/12/2018 nonché, diffusamente, C. Iannello, Asimmetria regionale e rischi di rottura dell’unità nazionale, inRassegna di Diritto Pubblico Europeo, n. 2/2018, in corso di stampa.
[6] Cfr. A. Patroni Griffi, Per il superamento del bicameralismo paritario e il Senato delle autonomie: lineamenti di una proposta, in «Federalismi», n. 17, 2018.

venerdì 25 gennaio 2019

LA RESISTIBILE ASCESA DEL SECONDO MATTEO di Leonardo Mazzei

[ 25 gennaio 2019 ]

Che razza di "sovranista" è Matteo Salvini? Ora si schiera armi e bagagli contro il governo venezuelano, cioè fianco del fantoccio americano Guaidò. 
Nel marzo 2016 fece il suo primo viaggio in Israele da semplice capo della Lega Nord. Poi è venuto il secondo, più grave ancora, come Ministro, nel dicembre scorso. Quindi il suo appoggio alle sanzioni contro la Russia. Come poi dimenticare la perorazione della "autonomia differenziata" delle regioni del Nord, leggi secessionismo dei ricchi?  Mazzei, in controtendenza rispetto a certa sondaggistica, non crede che questo salvinismo avrà vita lunga.

*  *  *
Il 30 maggio 2014, cinque giorni dopo il suo grande successo alle europee, scrissi un articolo all'epoca controcorrente: «La resistibile ascesa di Matteo Renzi». Pare passata un'era geologica, ed invece non sono neppure cinque anni... Al tempo i più gli pronosticavano un ventennio al potere, oggi sappiamo tutti com'è andata.
Adesso c'è un altro Matteo. Non ha ancora i voti, ma solo sondaggi. Eppure son quasi tutti convinti che abbia anche lui un ventennio davanti. Non s'offendano costoro, ma chi scrive queste righe non lo crede neanche un po'.

Grandi le differenze tra il primo e il secondo Matteo. Il primo amato dalle èlite, il secondo no; il primo alla guida di un partito eurista, il secondo alla testa di una forza passata (pur contraddittoriamente) dal localismo al nazionalismo. Capo di un governo quasi monocolore il primo, ministro dell'Interno di un governo di coalizione il secondo. E potremmo continuare.

Assai diverso anche il contesto. Nel 2014 la riscossa delle èlite sembrava ancora possibile, ma solo con qualche invenzione simil-populista. Da qui il passaggio dal grigio pisano Letta al pirotecnico fiorentino Renzi. Oggi la partita si è spostata nel campo populista, nel quale il progressivo prevalere della sua ala destra sembra ai più inarrestabile. Ma è davvero così?

Non lo penso affatto. La crisi italiana è tutt'altro che risolta, ed il Salvini non ha proprio la stoffa del leader - dello "statista" neanche a parlarne - necessaria ad affrontare le prossime tempeste. Ha la forza ed il consenso dell'uomo odiato dalle èlite, ma non pare avere un briciolo di strategia che vada oltre il prossimo appuntamento elettorale.

In tanti considerano la sua ascesa inarrestabile perché credono - auto-razzisticamente - che gli "italiani vogliono l'uomo forte", quasi lo richiedesse il Dna della penisola. Io penso, invece, esattamente il contrario. Che tanto più il Salvini si fa onnipresente sui media, ossessivo nei suoi messaggi, irritante nella sua rozzezza, venerato dai suoi fedeli; tanto prima inizierà la sua parabola discendente.

A dispetto di quel che si crede gli italiani, proprio perché memori del vero ventennio, non amano affatto l'uomo solo al comando. Ho ricordato all'inizio la parabola renziana proprio per questo. Non scordiamoci mai la ragione profonda della sconfitta del Bomba nel referendum costituzionale del 2016. A mio parere, fu proprio il rifiuto di massa dell'accentramento del potere nelle mani di un uomo, divenuto nel frattempo insopportabile ai più proprio per la sua invasività di ogni spazio pubblico, il fattore davvero decisivo di quel risultato.

Lo so, è questo un giudizio che rischia di scivolare nel campo della psicologia. Ma anche la psicologia, in questo caso di massa, può divenire in alcune circostanze un potente fattore politico di cui tener conto. 

Certo, con la Seconda Repubblica si è fatto di tutto per uccidere i partiti, in quanto soggetti non sempre totalmente controllabili a priori dalle oligarchie, esaltando invece i leader, da vendersi come più "liberi" al popolo, ma in realtà più facili da controllare per le èlite. Il fatto è che questa operazione ha funzionato solo a metà. La distruzione della credibilità dei partiti è perfettamente riuscita, quella dell'accreditamento della bontà dei leader all'americana no.

Naturalmente, il paragone con Renzi regge solo fino ad un certo punto. Salvini è pur sempre uno dei due capi sui quali si regge un governo che, pur se contraddittoriamente, ha aperto le ostilità con l'Unione Europea. E finché questo scontro resterà aperto, finché l'esecutivo gialloverde rappresenterà un elemento di oggettiva destabilizzazione del quadro europeo, esso manterrà di certo un forte consenso popolare. Ed è giusto e naturale che sia così.

Ma qui non parliamo del governo gialloverde, bensì del "fenomeno Salvini". Sono due cose diverse, per certi aspetti addirittura opposte. Perché, mentre la forza dell'attuale maggioranza sta proprio nella "strana" alleanza di due forze populiste, una chiaramente connotata a destra, l'altra largamente rappresentativa di un elettorato storicamente di sinistra; l'ipotesi di un Salvini pigliatutto si fonda proprio sulla rottura di questa alleanza.

Rottura che, giurano quasi tutti, avverrà dopo le elezioni europee del 26 maggio. La premessa di questa previsione si fonda sul fatto che Salvini potrebbe tornare ad un tradizionale governo di destra, con Forza Italia e Fdi, essendone divenuto nel frattempo l'incontestabile leader. In questo quadro l'attuale ruolo dei Cinque Stelle sarebbe semplicemente quello degli "utili idioti". Il tutto benedetto da un avvicinamento, a livello europeo, tra le forze populiste di destra ed un PPE spostato in quella direzione.

Questo scenario piacerebbe a quasi tutti. A Berlusconi ed alla Meloni, che tornerebbero così al governo. A piddinia e dintorni, dove (causa declino M5S) ci si illuderebbe sulla ricostruzione del bipolarismo. Alla Confindustria, desiderosa di celebrare nuovi fasti del mercato. All'Unione Europea che potrebbe così chiudere, almeno temporaneamente, il conflitto con un'Italia ricondotta all'ovile. 

A quel punto, ritengono i più, Salvini - per quanto normalizzato - avrebbe davanti a sé se non un ventennio, di certo un'intera legislatura. Andrà davvero così? Nessuno può avere la sfera di cristallo, ma tanti sono i motivi per dubitarne. Vediamoli.

In primo luogo i voti per diventare il dominus della politica italiana Salvini ancora non li ha. Ha i sondaggi, ma i voti sono un'altra cosa. Nessun dubbio su una forte avanzata rispetto alle elezioni politiche. Ma di quanto? Di venti punti, come azzardano alcuni istituti demoscopici, di quindici, oppure di dieci come non mi sentirei di escludere? E poi, quanti di questi voti si riveleranno un semplice travaso dai tre alleati della coalizione di destra che si presentò il 4 marzo 2018?

Vedremo, ma se anche i sondaggi avessero ragione, resta il fatto che i consensi attuali la Lega li ha in alleanza con M5S. Siamo certi che rompendo questa alleanza, per tornare con Berlusconi e soci, quei consensi resterebbero? Certo, chi è convinto di un grande spostamento a destra del Paese non avrà dubbi. Ed in fondo il 46% che oggi viene attribuito alla coalizione di destra resterebbe pur sempre inferiore al botto dell'alleanza Pdl-Lega del 2008. Per cui impossibile non è.

Ma ci sono diversi problemi. Il primo è che dopo maggio viene giugno. Ed abbiamo visto lo scorso anno come la resistenza ad elezioni in estate sia pressoché invincibile: nel bene come nel male chist'è 'o paese d' 'o sole. Ma dopo l'estate c'è l'autunno, dunque la nuova Legge di bilancio. Di elezioni neanche a parlarne, e siamo così all'inizio del 2020. Un anno intero ha da passare, un anno particolarmente lungo, con l'elevata probabilità di una nuova recessione, o quantomeno il pantano di una persistente stagnazione. Sai quanto ci mettono i consensi a logorarsi!

Salvini potrebbe sfuggire a questa tempistica solo in un modo. Rompendo prima delle europee, andando all'incasso nel momento per lui più favorevole. Ma questo comporterebbe troppi rischi, ed una rottura con Mattarella che i pezzi da Novanta della Lega Nordista non vogliono di certo.

E qui fa capolino l'altro gigantesco problema. Perché, o si pensa che i Cinque Stelle siano del tutto fessi, oppure essi hanno l'arma atomica per calmare il loro ingombrante alleato. Quest'arma si chiama "regionalismo differenziato", più precisamente stop al regionalismo differenziato. In concreto, si tratterebbe di bloccare nelle prossime settimane l'accordo tra lo Stato (di fatto il governo) e le tre regioni che si sono messe su questa strada: Veneto, Lombardia, Emilia Romagna.

Fare questa mossa non significherebbe affossare il governo. Eventualmente quella scelta andrebbe lasciata a Salvini. Il quale andrebbe messo davanti a questo dilemma: "prima gli italiani", come dici ogni dì, o "prima i veneti e i lombardi" come vogliono i tuoi capibastone del nord? Delle due l'una, perché le due cose assieme non stanno. Se sei per difendere l'unità nazionale, ti dovrai scontrare con un bel pezzo della Lega Nordista; se invece a veneti e lombardi non potrai dir di no, addio ai sogni  di espansione al sud. In un caso come nell'altro un bel prezzo da pagare. Per i pentastellati un'occasione d'oro per riequilibrare i pesi interni alla coalizione.

Dice: ma così Salvini avrebbe il casus belli per far cadere il governo e tornare col Berluska. Giusto, ma gli converrebbe davvero presentarsi come l'uomo del nord, da milanese nuovamente accasato ad Arcore? L'uomo è scaltro, lo Stivale è lungo, e credo che certi conti li sappia fare. Se invece, come pensano i più, quel tragitto è già deciso - per scelta o per debolezza che sia -, meglio per i Cinque Stelle scegliere tempi e temi per staccare la spina.

Concludendo, ci sono dunque serie ragioni, sia soggettive che oggettive, per dubitare assai dell'irresistibile ascesa di Matteo Salvini.

La verità è che la crisi macina eventi, partiti (pensate al Pd) e personaggi (pensate a Monti) con una velocità impressionante. E pure i consensi elettorali si muovono con una rapidità ben diversa da quella dei periodi di morta gora. Salvini non ha ancora incassato quel che sondaggisti ed opinionisti gli danno, che già se ne intravvede il possibile declino.

Il fatto è che non si esce dalla crisi italiana facendo credere che il problema siano gli immigrati e la "legittima difesa", rinunciando così a spiegare qual è la posta in gioco nel confronto con l'UE, ondeggiando al primo picco dello spread e - quel che è peggio - restando ostaggio dei capibastone del nord.

A differenza del grosso di quella che ancora si autodefinisce "sinistra", noi non ci auguriamo però la fine del governo gialloverde. Quella la desiderano le èlite euriste per i motivi che sappiamo. Ma tanti, troppi, atteggiamenti salviniani vanno proprio in quella direzione.

Bene, quel che sarà, sarà. Ma la mia personale opinione è che per Salvini la rottura sarebbe rischiosa assai, non un agevole percorso sul tappeto rosso che oggi immaginano interessati opinionisti. Perché il disegno delle oligarchie è semplice: prima dividere Lega ed M5S agendo su ogni possibile contraddizione politica, poi sistemare la "pratica Salvini" come si conviene nei passaggi critici della politica nazionale. Alla fine della fiera la porta di Palazzo Chigi rischierebbe di aprirsi sì, ma non per lui, bensì per qualcun altro ben più digeribile per i despoti di Bruxelles, magari per un signore in rientro da Francoforte.

DIFENDIAMO L’UNITÀ DELL’ITALIA! appello a Conte, Di Maio e Salvini

[ 25 gennaio 2019 ]



NO ALLO SPEZZATINO! DIFENDIAMO L’UNITÀ DELL’ITALIA!

Francia e Germania si uniscono col Trattato di Aquisgrana per sottomettere gli altri popoli europei. Se il Governo GialloVerde seguirà le direttive di quello precedente, siglerà il 15 febbraio con Veneto, Lombardia e Emilia Romagna, un accordo che concede loro la cosiddetta “Autonomia Differenziata”. Non è federalismo ma “secessione dei ricchi”.

L'Italia sarà smembrata, con un Nord satellite della Germania ed un Mezzogiorno abbandonato a sé stesso. 
In quanto cittadini rivolgiamo un’appello a Conte, Di Maio e Salvini: dite “NO” allo spezzatino del nostro Paese! 
Dimostrate che siete per un’Italia unita e sovrana!

ed aiutaci a farla conoscere

I duecento cittadini promotori
Adele D’Anna, Salerno

Adriano Acciari, San Cesareo

Adriano Cian, Monfalcone (Go)

Alberto Casiraghi, Modena

Alberto del Buono, Vasto

Aldo Zanchetta, Lucca

Alessandra Alletto, Roma

Alessandra Pichi, Genazzano

Alessandro Bracchini, Roma

Alessandro Farina, Montignoso

Alessandro Natalini, Loreto (An)

Alessandro Pirrone , Roma

Alessandro Udanch, Alghero

Alessandro Visalli, Napoli

Andrea Alquati, Tarquinia

Andrea Franculli, Marino (Rm)

Andrea Zunino, Biella

Angela Palbo, Firenze

Angela Pedrini, Bologna

Angelo Conte Collegno (To)

Angelo Imbrogno, Roma

Anna Di Cuzzo, Battipaglia (Sa)

Annalisa Marcozzi, Roma

Annamaria Carozza, Pescara

Antonella Neri, Viterbo

Antonio Perria, Cuglieri (Or)

Antonio Varone, Perugia

Armando Mattioli, Foligno

Augusta Ciotti, Segni

Bernardino Giosi, Marcellina

Brunella Paci Torgiano (Pg)

Carlo Antonello, Torino

Carlo Candi, Firenze

Carlo Carroccia, Valmontone

Carolina Stivala, Catania

Caroline Cecchitelli, Morlupo (Rm)

Catia Simonella, Montalto delle Marche

Christian Conti, Zagarolo (Rm)

Claudia Proietti, Zagarolo

Claudio Bottacchi, Corsico (Mi)

Claudio Maroni, Roma

Claudio Tosi, Roma

Consuela Valentino, Palermo

Daniela Di Marco, Foligno

Daniel Prosperi, Tivoli (Rm)

Daniele Bartolucci, Pieve a Nievole (Pt)

Daniele Brancato, Milano

Daniele Collalti, Valmontone

Daniele Passeri, Roma

Danila Pace, Terni

Danilo Gentilini, Rocca di Papa

Dante Dottorini, Bacoli

Dario Brodella, Mondragone

Davide Della Penna, Roma

Diego Fusaro, Milano

Dinato Pignalosa, Norma

Duilio Cusani, Seyssinet-Pariset, France

Elisabetta Bernabei, Monterotondo

Elvira Vinciguerra, Alatri (Frosinone)

Emiliano Alfedi, Roma

Enrico Sodacci, Perugia

Eros Cococcetta, Roma

Eusebio Zavatti, Catignano (Pe)

Eva Pau, Roma

Fabio Ansaldi, Guidonia (Rm)

Fabio Cavatorta, Faenza (Ra)

Fabio Curetti, La Spezia

Fabio Frati, Roma

Fabio Mincuzzi, Bari

Fabio Zampolli, Rovigo

Fabrizio Moretti, Madrid

Fabrizio Vulpiani, Borgorose (Ri)

Fazioli Anna Pia, Mirabello Sannitico (Cb)

Federica Ferrazza, Frascati (Rm)

Filippo Monteleone, Bellinzago Lombardo

Floriana Valenti, Barcellona

Francesco Di Nicola, Guidonia (Rm)

Francesco Mastrolonardo, Noicattaro

Francesco Neri, Zagarolo (Rm)

Gabriele Ghidelli, Milano

Galati Pasqualino, Melissano (Le)

Gemma Urbani, Lucca

Gennaro Parisi, Pandino (Cr)

Giacinto Dantonio, Napoli

Giacomo Zuccarini, Perugia

Gian Luca Magini, Roma

Giancarlo D’Andrea, Roma

Giancarlo Succi, Mòntefanò

Gioele Paparo, Crotone

Giorgio Praselj, Travignano Romano (Rm)

Giorgio Ranieri, Bari

Giovanna Isolabella, Varazze

Giovanna Melita, Milano

Giovanni D'Antoni, Moricone (Rm)

Giulia Paparelli, Roma

Giuliana Manca, Capena (Rm)

Giuliana Perra, Macomer (Nu)

Giuseppe Finocchiaro, Fonte Nuova ( Rm )

Giuseppe Forletta, Sora (Fr)

Giuseppe Violin, Piacenza

Grazia Maria Vitillo, Vico del Gargano (Fg)

Ida Le Donne, Napoli

Igor Malaguti, Marcellina (Rm)

Ilaria Bifarini, Roma

Il Pedante, Monza

Ino Cecchinelli, La Spezia

Iris Palazzetti, Urbisaglia

Italo Iovane, Parma

Laura Perinelli, Velletri (Rm)

Laura Sinigallia, Roma

Lea Russo, Roma

Leonardo Mazzei, Lucca

Lorella Toccafondo, Pisa

Luca Dinelli, Viareggio

Luca Esposito, Procida (Na)

Lucia Caputi, Roma

Lucia Guidoni , Sassetta

Lucia Nicolai, Roma

Luciano Cognola, Framura (Sp)

Luciano Filoni, Roma

Luigi de Giacomo, Morcone

Manuela Mura, Ciampino (Rm)

Marcello Teti, Perugia

Marco Capacci, Arezzo

Marco Conti, Zagarolo

Marco D'Antoni, Rocca di Papa (Rm)

Marco Schiaffino, Torino

Margarita Maria Pabon Molina, Trevignano Romano

Maria Grazia Giordano, Rottofreno (Pc)

Mariagrazia Personeni, Domaso (Co)

M. Micaela Bartolucci, Terni

Mariano Ferro, Avola (Sr)

Mario Rossotto, Torino

Marta Caramaschi, Carrara

Marta Marani Jesi (An)

Massimiliano Fusco, Fiano Romano

Massimo Di Nunzio, Palestrina

Massimo Franceschini, Genova

Matteo Curatolo, PSGiorgio (Fermo)

Matteo Innocenti, Empoli

Maurizio Leonardi, Narni

Mauro Grimolizzi, Monfalcone (Go)

Melito Serenella, Cave

Michele Mandato, Morcone

Mirella Patete, Ciampino (Rm)

Moreno Pasquinelli, Foligno

Natale Cuzzola, Crotone

Nello De Bellis, Salerno

Nicola Di Ruvo, Andria

Nino Millauro, Troina

Otello Martini, Sora (Fr)

Paola Munzi, Roma

Paolo Brunetti, Reno Terme

Patrizia Finelli, Rimini

Patrizia Scalone, Cave (Rm)

Pier Paolo Dal Monte, Bologna

Pierpaolo Mastrocola, Roma

Psicoli Francesco, Gravina in Puglia

Renata D'ascia, Palestrina (Rm)

Riccardo Semprucci, Pesaro

Rita Colacchi, Genzano di Roma

Roberto Gigli, Guidonia (Rm)

Roberto Lucia, Guidonia (Rm)

Roberto Mazzotta, Bologna

Roberto Orsini, Roma

Rosa Iovene, Gaeta (Lt)

Ruggero Ladogana, Velletri RM

Ruth Bencini, Proceno VT

Sabino Maurelli, Livorno

Salvatore Falco, Salerno

Sergio Donati, Santarcangelo di Romagna_Rimini

Sergio Pettinaroli, Casarza Ligure (Ge)

Sergio Sighieri, Pisa

Sergio Spennato, Felline (Le)

Shanty Di Lieto, Nespolo (Ri)

Silvia Orlandi, Imola

Simona Pagliarini, Nazzaro

Simone Montorzi, Faenza (Ra)

Stafania Adamu, Quartu San Elena

Stafano Nizzola, Genova

Stefania Giorgi, Macerata

Susanna Bianchi, Lanuvio

Teo Avellino, Cisternino

Teresita Valdez, Torino

Tiziana Aterio, Trevignano Romano

Tiziana Vitali, Roma

Toni Buonaguro, Castel San Pietro Romano

Umberto Priori, Cisterna di Latina

Valentina Atzeni, Sestu (Cc)

Valentina Dugo, Foligno

Vania Baldin, Treviso

Vincenzo Sileno, Venosa

Vittorio Paiotta, Pisa

BREXIT: SECONDO REFERENDUM? di Amanda Hunter

[ 25 gennaio 2019 ]

La svolta anti-democratica del parlamento inglese sulla Brexit (1a parte)
La settimana scorsa gli occhi dei media europei e dei gruppi politici anti-unionisti di tutta Europa sono stati puntati sugli eventi sviluppatisi nel Regno Unito, il Paese in cui, nello scorso 2016, è stato deciso democraticamente mediante un referendum l’uscita dall’Unione Europea. Martedì 15 gennaio il governo britannico ha perso il cosiddetto meaningful vote (voto significativo), termine che indica la 13° sezione dell’Atto di Recesso del Regno Unito, con il quale il Governo sottopone al Parlamento una mozione emendabile alla fine del periodo di due anni di negoziazioni previsto dall’Articolo 50 del TFUE (Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, NdT).

Ciò ha consentito ai parlamentari di votare sulle condizioni dell’uscita della Gran Bretagna dall’Europa come previsto dall’accordo di recesso stipulato in precedenza tra Regno Unito e Bruxelles. Il meaningful vote, che il governo May ha concesso al Parlamento in seguito alle forti pressioni dei partiti, avrebbe dovuto avere luogo l’11 dicembre ma, con poche ore di preavviso, era stato posticipato dal Primo Ministro britannico al 15 gennaio. La pesante sconfitta di Martedì scorso (la più grande nella storia parlamentare britannica) ha visto il Governo perdere per 230 voti, molti più di quelli che si aspettavano gli stessi parlamentari e i media, inclusi i corrispondenti dal parlamento [1].

L’accordo di recesso ha avuto infatti scarso appoggio da entrambi i rami della Camera dei Comuni ma era stato respinto a titolo definitivo da alcuni parlamentari pro-Brexit come Jacob Rees-Mogg e gli ex-segretari Dominic Raab e David Davis, per il motivo che non rispettava il mandato consegnato dal referendum rischiava inoltre di legare in via definitiva il Regno Unito all’Unione europea [2]. Il loro punto di vista è quello ormai condiviso, non solo dal maggior parte del elettorato che ha votato per Leave (uscita) ma anche dalla gran parte dell’elettorato, indipendentemente dal voto espresso nel referendum. [3].

Nonostante tutto, è importante sottolineare che, mentre il rifiuto dell’accordo di recesso del Primo Ministro May fu un fatto positivo in quanto rispettava il volere del popolo britannico espresso dal referendum, sarebbe sbagliato concludere che il Parlamento britannico abbia votato contro l’accordo con Bruxelles per lo stesso motivo. Al contrario, le motivazioni della maggioranza dei rappresentanti eletti appaiono molto meno onorevoli. Il respingimento dell’accordo non è stato dettato infatti dal rispetto che avrebbero verso l’esito del referendum, quanto piuttosto per lo spregio nei confronti dei 17,4 milioni che hanno votato per lasciare l’Unione Europea.

Possiamo affermare con sicurezza ormai che, con davvero poche eccezioni, la classe politica britannica abbia cercato di approfittare dei due anni successivi all’esito referendario per ostacolare in tutti modi i preparativi del Regno Unito alla recessione dai Trattati UE, nella speranza di procrastinare la Brexit il tempo necessario per convincere i cittadini che il loro voto è stato uno sbaglio. E perciò si sta manipolando l’opinione pubblica per legittimare l’idea di lanciare un secondo referendum che stavolta però abbia come suo esito la permanenza nell’UE (remain). Inoltre, se questo ancora non fosse possibile, si sta tramando anche di sopprimere la Brexit vera e propria prima del 29 marzo 2019, ovvero nel momento in cui sarebbe stata fissata.

Va da sé che tali rallentamenti, promossi per sabotare la Brexit dalla maggior parte dei parlamentari schierati per il remain, sono stati profondamente antidemocratici. Tali azioni includono:

1- l’appello accolto dalla Corte Suprema per impedire al governo May di invocare l’Articolo 50 TFUE (il processo formale e legale di recesso dall’Unione Europea) senza il consenso del Parlamento [4];

2- l’appello accolto dalla non-eletta Camera dei Lord affinché si pretendesse di avanzare emendamenti durante l’Atto di Recesso al fine, non solo di ritardare ulteriormente il processo della Brexit, ma anche per assicurarsi che fosse lasciata al Parlamento l’ultima parola sui termini del recesso da parte della Gran Bretagna, operazione altrimenti nota nell’ambiguo linguaggio parlamentare come il meaningful vote [5];

3- l’impegno a sostenere una disonesta campagna della durata di due anni, orientata a spaventare i parlamentari sostenitori del recesso insieme ai loro elettori affinché sottraessero il loro appoggio ad un accordo in favore della Brexit “senza accordo” (No Deal): opzione rimasta ancora sul tavolo delle trattative ma che viene accuratamente evitata dai parlamentari mentre, verosimilmente, rispetterebbe più delle altre il mandato conferito loro dal referendum del 2016.

In ogni caso, mentre il fatidico 29 marzo si avvicina, la classe politica britannica ha intensificato i suoi sforzi con l’obiettivo antidemocratico di evitare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, come dimostrano chiaramente gli scioccanti eventi delle ultime due settimane.


* Fonte: Appello al Popolo

** Traduzione di Jacopo D'Alessio



NOTE
(1) https://www.theguardian.com/politics/2019/jan/15/theresa-may-loses-brexit-deal-vote-by-majority-of-230
(2) https://www.independent.co.uk/news/uk/politics/brexit-vote-theresa-may-deal-david-davis-commons-parliament-bill-conservatives-a8708991.html
(3) https://yougov.co.uk/topics/politics/articles-reports/2018/11/16/7-more-things-weve-learned-about-public-opinion-br
(4) https://www.theguardian.com/politics/2017/jan/24/supreme-court-brexit-ruling-parliament-vote-article-50;
(5) https://www.telegraph.co.uk/news/2017/03/07/brexit-lords-vote-article-50-amendment-watch-live/

giovedì 24 gennaio 2019

VENEZUELA: MI AUTOPROCLAMO PRESIDENTE

[ 24 gennaio 2019 ]


Con l'auto-proclamazione di Guaidò, concordata senza dubbio con la Casa Bianca, la situazione in Venezuela rischia di precipitare in una vera e propria guerra civile, combinata con un'invasione imperialista esterna.



* * *


VENEZUELA: SOVRANISTI DI DESTRA, LIBERALI E LIBERISTI, SOCIALDEMOCRATICI e FASCISTI, TUTTI UNITI CONTRO MADURO


Mentre l’oriundo italo-americano Pompeo, di lontane origini abruzzesi, si complimentava con il Movimento 5 Stelle in teleconferenza da Davos per rappresentare la grande novità in Europa, il suo capo Trump lanciava la chiamata alla “comunità internazionale” a sostegno del giovane golpista che si è autonominato presidente legittimo del Venezuela.

L’auto-nominatosi presidente è un giovane 35nne, Juan Guaidò, mandato allo sbaraglio per l’ennesimo giro di valzer latino-americano, la cui posta in gioco è l’affossamento del presidente eletto (con il 67% dei voti espressi) Nicolas Maduro.

Juan Guaidò non è stato ovviamente eletto da nessuno e financo settori di rilievo dell’opposizione tradizionale venezuelana mettono in dubbio la sua legittimità a rappresentare la strategia golpista.

Ma evidentemente chi comanda l’emisfero non ha voglia di attendere oltre e, in una successione degna del peggior canovaccio golpista, l’ignoto giovane presidente dell’Assemblea nazionale riceve il riconoscimento ufficiale di Trump, del liberal canadese Troudot, oltre ai governi di Argentina, Brasile, Perù, Ecuador, Costa Rica, e Paraguay. Anche il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha dichiarato: “Spero che tutta l’Europa si unisca nel sostegno alle forze democratiche in Venezuela. A differenza di Maduro, l’Assemblea parlamentare, incluso Juan Guaidò, ha un mandato democratico dai cittadini venezuelani”.

Quale sia questo mandato, quando sia stato definito, è un mistero. Ma come Goebbels insegna…

Si tratta forse dell’attacco definitivo all’esperienza bolivariana inaugurata 20 anni fa da Chavez in Venezuela e sottoposta a innumerevoli tentativi di golpe e assassinio dei due presidenti che si sono succeduti alla sua guida.

Nel frattempo il Presidente Maduro ha intimato ai diplomatici americani di lasciare il paese entro 72 ore.

La cosa niente affatto stupefacente è che l’attacco all’esperienza socialista del Venezuela trovi compatti sovranisti nazionalisti, populisti, neoliberisti e “socialdemocratici”, vassalli e valvassori. La quadruplice alleanza globale si è finalmente manifestata e insediata.

Bisognerà inserire questa inattesa variabile tra le tante che riconfigurano lo spazio politico alla vigilia degli anni ’20 del XXI secolo.

E per quanto riguarda l’Italia, c’è anche da tener presente che abbiamo in quel paese, 150 mila italiani e oltre 2 milioni di oriundi.
* Fonte: cambiailmondo

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