martedì 2 ottobre 2018

IL RAZZISMO: OLOGRAMMA O MINACCIA CONCRETA? di Norberto Fragiacomo

[ 2 ottobre 2018 ]

Cosa sta succedendo nell’Italia “gialloverde”?

A prestar fede ai notiziari si ha netta l’impressione che il neofascismo abbia rialzato la cresta e – complice la benevola protezione della Lega – facinorosi di estrema destra imperversino nelle città, prendendo di mira gli immigrati e quel poco che residua della sinistra. Fascismo e razzismo ci vengono presentati come una coppia di fatto, dioscuri in rapida ascesa che s’infiltrano in tutti i ceti sociali dissodando il terreno a beneficio di forze autoritarie, nazionaliste, antioccidentali e (magari) guerrafondaie.

Questa narrazione prende spunto da episodi gravi[1] e meno gravi, che vengono “cuciti insieme” dai media in modo da alimentare un allarme che, entro certi limiti, appare giustificato. Che nel nostro Paese operino movimenti che s’ispirano scopertamente al fascismo (CasaPound, Forza Nuova) è un dato di fatto, ma che questi partiti abbiano un seguito considerevole è contraddetto dall’evidenza degli esiti elettorali: anche sommando i loro voti a quelli di Fratelli d’Italia restiamo ben lontani dai “fasti” del MSI, che negli anni ’70-’80 veleggiava intorno al 7/8%. Chi fa professione d’antifascismo contrasterebbe la nostra lettura “minimalista”: anche la Lega, persino il M5S sono sospettabili di fascismo!

Perché? Perché Salvini e i suoi sono (fino a prova incontestabile: sarebbero) razzisti, e dove allignano sentimenti razzisti si annida di necessità il fascismo.



Chiedersi se il fascismo italiano[2] sia stato o meno razzista equivale a formulare una domanda retorica: altroché se lo era – domandare conferma a etiopi, libici, sloveni, persino ai russi invasi. Il fascismo però non si risolve nel razzismo, per un motivo banale: a essere razzista, all’epoca, era il mondo intero, “democrazie” comprese. I triestini, poi, non possono ignorare che il disprezzo venato d’odio nei confronti degli slavi non è fenomeno d’importazione né risale al ventennio: le frasi feroci di un Felice Venezian (ebreo e liberalnazionale) o di un Timeus precedono di molto la nascita dei Fasci, nel marzo del ’19.

E allora? Allora è d’uopo interrogarsi sulla natura del razzismo, definirlo, per approfondire – in un secondo momento – il suo legame con l’attualità.

Fascismo e nazionalsocialismo sono imbevuti di razzismo, ma non l’hanno inventato loro: siamo alle prese con un’ideologia tardo-moderna che postula un riparto dell’umanità in “razze” classificate in base ad una precisa gerarchia, al cui vertice sta quella nordeuropea. Questa suddivisione fra “superiori” e “inferiori” – avallata dalla scienza del tempo – giustifica la pretesa dei primi di disporre a piacimento dei secondi.

Partiamo da una constatazione: il razzismo non è affatto una costante della storia sociale dell’umanità. Gli antichi, ad esempio, ne erano immuni: i greci si reputavano migliori dei persiani, ma per ragioni politico-culturali, e comunque li tenevano in gran conto, mentre i romani festeggiarono il millenario dell’Urbe regnante l’arabo Filippo e videro salire al trono imperatori di origine africana, trace, gallica, illirica ecc. Si potrà obiettare che l’élite patrizia non assistette di buon occhio all’ingresso in Senato, voluto da Cesare, di alcuni maggiorenti di stirpe celtica, ma attenzione: lo stesso disdegno era riservato a neofiti di umili origini, quali ad esempio centurioni, soldati ecc. L’aristocrazia romana era classista, non razzista: prova ne siano i rapporti di stretta amicizia intrattenuti da molti suoi membri con nobili stranieri, mentre per il povero si avverte sprezzo e indifferenza. Il medioevo fu un’età buia, ma non infettata dalla patologia di cui trattiamo: i suoi primi sintomi si manifestano, a ben vedere, in concomitanza con le scoperte geografiche. La conquista delle Americhe pone l’europeo di fronte al “radicalmente altro”, all’alieno: la differenza di religione, cultura e tecnologia non basta a spiegare una politica genocida mai sperimentata prima da altri avversari[3](ad es. i mussulmani). Alcune voci critiche dell’epoca registrano un compiacimento sadico da parte degli invasori nell’uccidere, umiliare, torturare: questa prassi oggettivamente razzista non ha però una giustificazione teorica, se si escludono certi balbettii sugli indigeni sprovvisti di anima.

Un sacerdote triestino, di recente, ha ricondotto la genesi del fenomeno alla stagione illuminista: in effetti, i semi gettati dalla filosofia settecentesca sono innumerevoli e contraddittori, ma la mala pianta mette radici verso metà ottocento. Gobineau, Chamberlain e altri scrittori – tutti europei occidentali – sviluppano teorie coerenti e rivendicano per esse un fondamento scientifico. Queste tesi incontrano immediatamente vasta popolarità, e non per caso: spuntano per così dire “al momento giusto”. Nessun suggeritore, nessuna regia occulta: semplicemente rispondono alla perfezione alle esigenze dei ceti dominanti in un’età caratterizzata da espansione coloniale (il c.d. fardello dell’uomo bianco, pesante da portare ma… per gli altri!) e accese rivalità fra potenze vecchie e nuove. La falsa coscienza di appartenere a una “razza superiore”, diffusa ad arte fra gli appartenenti ai ceti bassi, compensa l’umiliazione quotidiana in patria e produce a ciclo continuo soldati senza scrupoli, disposti sul continente e altrove a macchiarsi delle peggiori nefandezze[4]. Chiunque abbia letto “Il supplizio del legno di sandalo” di Mo Yan resta scioccato di fronte alle gratuite, odiose brutalità commesse dai tedeschi dell’800 in un Paese di antichissima civiltà qual è la Cina: interiorizzare il razzismo “scientifico” conduce a considerare l’altro (sia esso un singolo o un popolo intero) una cosa priva di valore, di dignità e di diritti.

Tanto per essere chiari: il razzismo storico è sovrastruttura necessaria di un sistema che pratica l’imperialismo di rapina ed è al suo interno multipolare e in continuo fermento, vista la lotta serrata fra un pugno di nazioni (bianche e industrializzate) per la supremazia economico-militare globale. Preciso che esso non è appannaggio dei ceti umili, dal momento che la dignità (pseudo)scientifica cui è assurto seduce pure le élite, già educate a uno spietato classismo. Di quest’ultimo – “eterno”, e perciò destinato a sopravvivergli – il fenomeno razzista è un clone: vale comunque la pena lumeggiarne i connotati. Per prima cosa vanta una “base scientifica”, che lo rende socialmente rispettabile e fa sì che assurga a ideologia interclassista; in secondo luogo è uno strumento di aggressione/sopraffazione ai danni di genti dipinte come arretrate e perciò senza diritti; ancora, costituisce una sorta di premio di consolazione per plebi e proletariati europei[5], “riscattati” dalla loro appartenenza a quella che appare come la meglio umanità. La caratteristica più importante la cito per ultima: si confà perfettamente ai bisogni del sistema liberalcapitalista in una precisa fase storica di sviluppo.

L’impiego propagandistico da parte dei ceti egemoni dei concetti – di per sé neutri – di “razza” e “nazione” a fini di espansione territoriale e predominio economico è denunciato a più riprese dal nascente movimento operaio, che ha in Marx ed Engels i suoi ispiratori. La guerra civile in Francia[6] reca testimonianza degli ammirevoli (ma vani) sforzi fatti dai lavoratori francesi e tedeschi per evitare il conflitto, ma anche dell’eccelsa abilità manipolativa esibita dalle classi dominanti dei due paesi. Nei suoi “indirizzi” Karl Marx sottolinea a più riprese il livello di consapevolezza raggiunto dalla classe operaia, ma sono le pessimistiche profezie di Engels ad attrarre l’attenzione: 
«E non si è verificata alla lettera la predizione [di Marx] che dopo l'annessione dell'Alsazia-Lorena (…) la Germania (…) avrebbe dovuto, dopo una breve tregua, armarsi per una nuova guerra e precisamente per "una guerra contro le razze alleate degli slavi e dei latini"? (…) E non pende forse quotidianamente sul nostro capo la spada di Damocle di una guerra, nel primo giorno della quale tutte le alleanze ufficiali fra i principi andranno disperse come polvere; di una guerra di cui nulla è certo eccetto l'assoluta incertezza del suo esito; di una guerra di razze, che sottoporrà la Europa intiera alla devastazione da parte di quindici o venti milioni di uomini armati, e che se già non imperversa è solo perché persino il più forte dei grandi Stati militari è preoccupato per la totale impossibilità di calcolare il risultato finale?»[7]
L’analisi è talmente corretta da rasentare la preveggenza, e spiega la radicale avversione manifestata dal movimento socialista - sin dai suoi esordi - nei confronti del razzismo e del nazionalismo, cui esso contrappone un internazionalismo proletario che, senza disconoscere le peculiarità etniche e culturali di ciascun popolo, promuove l’affermarsi dell’uguaglianza fra tutti gli esseri umani. Non è un caso, allora, che le uniche (e vibranti) voci di condanna del razzismo si odano “a sinistra” e che Lenin – nell’edificare l’Unione Sovietica – si opponga a qualsiasi velleità di supremazia dei “grandi russi” sulle altre popolazioni dell’URSS.

Il tramonto dell’ideologia razzista, tuttavia, non è causato da fattori esogeni, bensì endogeni. Il crollo del Reich decennale seppellisce anche il suo credo, e le atrocità commesse dai nazisti forniscono un alibi per la repentina inversione di rotta: abomini passati e ricerche dagli esiti fallimentari/grotteschi[8] convincono gli scienziati che la strada intrapresa un secolo prima è senza sbocco, e va pertanto abbandonata. La specie umana è una sola (lo si sapeva pure prima…): nel periodo postbellico assistiamo a uno schifato ripudio delle dottrine razziste[9], che conservano un certo vigore soltanto in aree periferiche (ad es. il Sud degli Stati Uniti, il Sudafrica ecc.) o in contesti marginali. Ciò che prima era la norma diventa intollerabile eccezione: piacerebbe pensare che ciò sia dovuto a un rinsavimento collettivo, ma la realtà è purtroppo diversa.

Il dopoguerra ci consegna un mondo bipolare, e un blocco occidentale che oltre ad essere predominante è coeso – per il semplice fatto che esso risulta egemonizzato dagli Stati Uniti d’America, cioè dalla sua aristocrazia economico-finanziaria. Non è più tempo (all’interno del c.d. mondo libero) di conflitti fra Stati e imperialismi contrapposti: se lo scopo è la globalizzazione dei mercati e la sostituzione del cittadino con il consumatore indifferenziato allora il razzismo diviene un ostacolo – e una sovrastruttura di cui sbarazzarsi – perché le idee (malsane) che ne stanno alla base mal si conciliano con il disegno di omogeneizzazione progressiva dell’umanità… un obiettivo che con la caduta del muro apparirà finalmente alla portata dell’èlite.

Il Capitale si rivela più antirazzista di Marx ed Engels… ma solo perché il vecchio arnese ne intralcia lo sviluppo!

Allora la domanda da porsi è questa: è possibile una recrudescenza oggidì dell’epidemia razzista? Se è vero che 1) quest’ideologia non gode più di alcun credito scientifico, 2) è socialmente inaccettabile, 3) non serve più a mobilitare e irreggimentare le masse per finalità di sopraffazione, 4) contrasta con le esigenze dell’economia dovremmo rispondere di no.

Eppure ci assicurano che le cose stanno all’opposto… che il razzismo si sta risvegliando. Sottolineo a scanso di equivoci: la vulgata non sostiene che esistono piccoli nuclei razzisti in seno ai popoli (cosa verissima), ma che popoli interi sono oramai proclivi al razzismo. Oltre a dircelo lo provano anche? Vediamo: due anni fa esaminai il caso Brexit, cioè – ad essere preciso – la reazione dell’establishment politico-culturale dell’Occidente alla vittoria del Leave. Fu una reazione scomposta: giornalisti e intellettuali noti per il loro aplomb rovesciarono sui leavers fiumi di fango[10]. Vecchi, ignoranti, ingrati… pure “razzisti”, perché la vecchietta inglese il cui figlio non trova lavoro avrebbe votato contro la UE in odio agli immigrati. Dalla Gran Bretagna il contagio si sarebbe diffuso ovunque, anche in Italia: non sarebbero forse manifestazioni di razzismo l’avversione nei confronti dei rom, l’antipatia per le ONG e il sospetto covato verso i migranti di pelle scura che giungono da oltremare? 

La faccio breve e rispondo: no. Non lo sono perché quello descritto è un atteggiamento non offensivo ma difensivo, che nulla ha a che vedere con una pretesa di superiorità (razziale o d’altro genere)[11]. La citata vecchina inglese non vede nel nero un inferiore, ma colui che “ruba” il lavoro al figlio, dopo essersi sistemato in casa d’altri[12]. Analisi semplicistica la sua? Assolutamente sì, addirittura primitiva… ma le masse non sono composte da filosofi, e comunque – come ripetono i polacchi - głodnemu chleb na myśli[13]

Piuttosto, come sottolineavo all’epoca, dovrebbe spaventarci il livore mostrato verso i poveracci dagli opinion makers: potrei definirlo razzismo di classe, mancasse una parola più adatta – che invece c’è, ed è classismo.
Tralasciando il razzismo contro le presunte masse razziste, resta sullo sfondo una questione: può risorgere questa dottrina – novella araba fenice - dalle sue ceneri? Non mi sento di escluderlo del tutto: un neo-isolazionismo americano (che l’èlite USA però non tollera: pensiamo alla quotidiana guerra dei media a Trump) scompaginerebbe le carte sul tavolo e – anche senza ipotizzare un tanto – i finanzieri occidentali potrebbero avere interesse a sostenere qua e là, per motivi tattici, singoli regimi di ispirazione nazionalista.
Anche un nuovo fascismo è dunque astrattamente configurabile – ma sempre col beneplacito del Capitale, s’intende. 

Non sostengo a ogni modo che l’insofferenza palesata da larghi strati della popolazione europea (ed italiana in particolare) sia derubricabile a mugugno da bar: la Storia riporta cruenti episodi di caccia allo straniero anteriori di molti secoli ai primi pogrom e all’emergere del razzismo nell’Europa contemporanea. Occorre quindi rimanere vigili, e l’esortazione a “restare umani” deve risuonare alta e forte – ma ad essa si eviti, per cortesia, di mescolare condanne gratuite e ammaestramenti rivolti, in attuazione di schemi irrigiditi, alle platee sbagliate. E’ futile spiegare all’operaio che vota Lega che il magrebino che gli ha “fregato il lavoro” è un uomo come lui: probabilmente non l’ha mai messo in dubbio, ma a preoccuparlo sono l’impiego che non ha più, il viavai nell’appartamento vicino, il presunto spaccio sottocasa ecc. 

Concludendo, quello che mi sento di affermare è che scendere in piazza contro due “ipotesi di lavoro” trascurando insidie realmente incombenti non denota da parte di chi lo fa una particolare saggezza[14], specie ove si consideri che il nostro mondo geme sotto il tallone di un totalitarismo “ammodo” ma spietato (il capitalismo nella versione 2.0) e che l’odio di classe ostentato dai dominanti nei nostri confronti nulla ha da invidiare al più becero razzismo ottocentesco.
I Nemici ci sono, e sono in campo da un pezzo: basterebbe saperli individuare.





NOTE



[1] Comunque non paragonabili a quelli che, quasi regolarmente, accadevano 40 anni fa: allora gli estremisti non si facevano scrupoli a scendere in strada armati e a sparare sugli avversari politici.
[2] Oltre che razzista, il fascismo mussoliniano fu tante altre cose, quasi tutte negative: alcune lodevoli realizzazioni (dalle bonifiche alla previdenza sociale) non controbilanciano i crimini commessi. Rifiuto però la definizione di “male assoluto”: anzitutto perché non risponde al vero, in secondo luogo perché quest’enfatica e vacua etichetta pare coniata da un “marchettaro” neoliberista.
[3] L’unico parallelismo che mi viene in mento è la cruenta, bestiale repressione dei contadini tedeschi dopo la Bauernkrieg d’inizio ‘500 (rimando alla lettura del mio testo L’ultima Carta contro la barbarie, 2016).
[4] All’occorrenza rispunta però uno schietto classismo: alludo alle decimazioni indiscriminate della Grande Guerra, al diverso trattamento di ufficiali e soldati prigionieri ecc.
[5] Non va infatti scordato che il razzismo è un’esclusiva di noi europei…
[6] Opera che raccoglie vari indirizzi e scritti di K. Marx, introdotti da una prefazione di F. Engels del 1891.
[7] K. MARX, La guerra civile in Francia, ed. Lotta Comunista, pag. 12.
[8] Si pensi a quelle effettuate dalla spedizione Schäfer-Beger in Tibet, nell’immediato anteguerra.
[9] La damnatio memoriae colpisce non solamente le idee, ma anche le parole: sui motivi della messa al bando del termine “razza”, che ha valenza descrittiva, ho scritto in passato e perciò non mi dilungo.
[10] Rimando al già citato L’ultima Carta contro la barbarie.
[11] Per tornare “a bomba” ai famigerati gialloverdi: specula Salvini su questi confusi sentimenti? Assolutamente sì! Cerca lo stesso ministro-capopopolo di inculcare nei cittadini la convinzione di un’italica superiorità spendibile in campagne d’oltremare? Non mi risulta proprio…
[12] In sintesi, come ho detto più volte: quello che viene spacciato per razzismo è xenofobia, letteralmente “paura dello straniero”.
[13] Lett.: chi ha fame pensa al pane (cioè: chi ha una preoccupazione in testa non ha tempo per altre questioni).
[14] Chiarisco: certe manifestazioni - come quella in risposta alla marcia di glorificazione della “vittoria” fissata da CP per il 3 novembre a Trieste - sono assolutamente doverose, perché tese a smascherare l’esaltazione di disvalori quali il nazionalismo, il militarismo ecc. L’importante è che non diventino un format, un rituale utile a giustificare la propria esistenza (e magari a rinsaldare alleanze con forze nocive e reazionarie, ma tanto politically correct).

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1 commenti:

  • Tr scrive:
    2 ottobre 2018 18:06

    Giornata sfortunata per fare uscire questo articolo: hanno arrestato Mimmo Lucano

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