giovedì 19 luglio 2018

NON SOCCOMBERE ORA di Luciano B. Caracciolo

[ 19 luglio 2018 ]


Sabato 14 luglio si è svolta a Foligno, promossa da P101, l'assemblea CE LA FARÀ L'ITALIA? Lavoro, reddito, fisco, diritti sociali. Cosa cambia coi "populisti" al governo. Sala gremita, alta l'attenzione, molti gli interventi dal pubblico. 
Dopo l'introduzione di Moreno Pasquinelli sono intervenuti gli ospiti Antonio Maria Rinaldi e Fabio Dragoni.
Più sotto i link degli interventi.
Causa impegni istituzionali indifferibili (è sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) non era presente l'amico Luciano Barra Caracciolo che ha inviato tuttavia i suoi appassionati saluti che pubblichiamo.

- L'Introduzione di Moreno Pasquinelli


*  *  *

NON SOCCOMBERE ORA
di Luciano B. Caracciolo

«Non sono potuto intervenire a causa di un impegno direttamente attinente alle mie nuove funzioni di sottosegretario. Un impegno coincidente, per giornata ed orario, con questo evento a cui, come sempre quando vengo chiamato da P101, avevo aderito con entusiasmo. E quindi sono veramente dispiaciuto di non poterci essere.


In ogni occasione sappiate che mi considero, oltre che portatore di un contributo costruttivo per quanto mi consente il mio ruolo "minore" nel governo, un testimone della coscienza democratica costituzionale che si rapporta, diciamo da "insider", a un momento storico, politico ed economico, eccezionale per il nostro Paese.

In tale ruolo di testimone diretto (non direi "privilegiato"), nel percepire, prendere atto, e registrare, eventi e indizi che indicano l'incerta direzione che sta prendendo il nostro Paese, - consentitemi di chiamarlo Patria, come indica la nostra Costituzione - la mia sfida rimane quella di sempre: comprendere e compartecipare con tutti, nei modi di volta in volta consentitimi, il senso di quella "verità democratica" che i fatti drammatici della vita sociale ed economica italiana offuscano davanti ai nostri stessi occhi.

La democrazia costituzionale vive nel senso della partecipazione di tutto il popolo sovrano ai processi decisionali che lo riguardano.
E' l'eguaglianza sostanziale di tutti i cittadini, garantita dall'obbligo di intervento attivo dello Stato, prevista dall'art.3, comma 2, della Costituzione a rivestire il ruolo di cardine, reale e tangibile, delle regole della nostra democrazia. Il processo elettorale, in questa visione, non si riduce alla "numerazione", alla "conta" dei voti, di cui Gramsci stigmatizza la strumentalità rispetto all'incessante operazione di controllo culturale e mediatico a cui le elites dedicano le loro "sterminate risorse" (come sempre Gramsci precisava).

La sovranità in senso liberale delle elites si riduce al controllo della "numerazione dei voti"; la sovranità democratica del lavoro sancita dalla nostra Costituzione è esattamente l'opposto: vive come "pressione ininterrotta" dell'azione cosciente di un popolo di lavoratori, secondo la felice immagine dataci da rosa Luxemburg.
Ora, in questo momento storico, dobbiamo alle nostre coscienze un appello non più procastinabile.

Ogni legittima azione utile a ripristinare questa pressione ininterrotta ed a strappare a un'elite spietata, e insofferente di qualsiasi sostanza democrativa, deve essere intrapresa. Ogni azione volta al ripristino della legalità costituzionale rende, OGGI più che mai la vita degna di essere vissuta.
Questo richiamo assume l'urgenza di un momento finale. Se soccombiamo, se ci arrendiamo oggi, non avremo un futuro libero nella nostra terra; non avrà neppure più senso ripetere il rito elettorale, perché la bruta forza dei fatti avrà dimostrato la sua inutilità.
Se arretriamo ancora, anche solo ricercando un compromesso, - magari consigliato dal retaggio di ideologie e sovrastrutture ormai posticce e alimentate appositamente per dividerci- non avremo più alcuno spazio di libertà e democrazia. In quanto cittadini liberi in un paese libero.
Quante volte dovranno, i nemici della democrazia, essere sconfitti nelle urne e rimanere beffardi ai loro posti?

E' chiaro che soccombere ora, cancellerà ogni traccia vitale residua della stessa democrazia costituzionale.

L'appello e il saluto che mi sento di mandare è quello alla unità dei patrioti, alla unità delle forze del lavoro, alla unità dei poveri e degli impoveriti - impoveriti da parte di un regime ferito ma, appunto, perciò pericoloso e ancor più ferino nel suo odio verso il popolo; verso di noi, cittadini colpevolizzati di ogni male che ESSI stessi hanno deliberatamente provocato.
Abbattiamo gli steccati delle ideologie posticce nonché delle guerre fra poveri in nome dei diritti cosmetici: ritroviamo insieme l'unità del popolo che ha prodotto l'assemblea Costituente.
Non è una rivoluzione: è por fine all'abusiva occupazione delle istituzioni da parte di forze ostili alla sovranità popolare. Un abuso durato troppo a lungo e una minaccia alle nostre vite e a quelle dei nostri figli, nati e (specialmente) non nati, contro il quale occorrerà che un intero popolo si erga a difesa di se stesso; e delle sue istituzioni democratiche.
Viva l'Italia, viva la Repubblica fondata sul lavoro!»


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mercoledì 18 luglio 2018

GLI IMMIGRATI SALVERANNO l'ITALIA?

[ 18 luglio 2018 ]

"Sarà grazie agli immigrati che saleveremo INPS e pensioni italiane". Così la narrazione dell'élite. 
C'è un problema: è falso!
Riprendiamo da Goofynomics la  nota di Charlie Brown che Alberto Bagnai — alle prese con la sua defatigante attività parlamentare, si spera utile ad evitare scenari tipo Soylent Green.
*  *  *

Lepensioni e limigranti: narrativa e realtà
di Charlie Brown
LA STORIA:
La narrativa di un popolo che invecchia e si spegne, ma viene salvato e rinvigorito praticamente ed idealmente dal meticciato è dura a morire.
Limigranti servono - recita la narrazione - per pagare Lepensioni italiane. Ciò poiché i (maledetti) vecchi-improduttivi litaliani li dobbiamo in qualche modo "mantenere".
Vecchio italiano = decadenza e debolezza.
Giovane limigrante = salute e forza.
Obiettivamente è una narrativa che fa presa.

LA MORALE DELLA STORIA:
Lepensioni sono l'archetipo della spesa-pubblica-improduttiva: un fardello (al pari, ovviamente, di chi le pretende). La dannazione.
Limigrante è l'archetipo del giovane produttore di surplus: poche pretese, molto vigore. La salvezza.

LA REALTÀ:
McKinsey & Company è una multinazionale americana della consulenza strategica. Fucina di CEO (Google, American Express, Boeing, IBM, Westinghouse Electric, Sears, AT&T, PepsiCo), si stima abbia di 27.000 dipendenti e più di 10 miliardi di dollari di ricavi (fonte: Wikipedia inglese all'omonima voce).
Nel suo studio "Urban World : The Global Consumers to Watch" (Qui in stampa. Qui in video ) McKinsey ci dice che:

1) i pensionati ed anziani nelle economie avanzateaumenteranno di 58 milioni da qui al 2030. Gli over 60 rappresenteranno il 60% della crescita dei consumi nei centri urbani dell'Europa occidentale.

2) questo gruppo demografico (anziani e pensionati) contribuirà per il 40% alla crescita dei consumi per edilizia, trasporti, e svago negli USA. Ciò senza contare la spesa medica;

3) Nel 2011 in USA gli over 50 hanno acquistato 2/3 delle auto nuove, e gli over 55 hanno contribuito per il 45% alla spesa per il miglioramento dell'abitazione.

4) insieme al lavoratori attivi americani e cinesiquesto gruppo (vecchi ed anziani nei paesi sviluppati) genererà il 50% della crescita di consumi globali urbani da qui al 2030. Questi tre gruppi insieme ridisegneranno il consumismo nei prossimi 15 anni. Ciò poiché il 75% dell'incremento dei consumi nel mondo deriverà non da nuova popolazione ma da consumatori che spendono di più.

LA MORALE DELLA REALT
À:
Vuoi vedere che da noi il nonno non è una scoria tossica ma invece una preziosa risorsa? Che sarà largamente lui a "mantenere" noi?

Vuoi vedere che i suoi consumi possono aiutarci moltissimo a uscire dal ventennio di massacro eurista ed a ricostruire una adeguata domanda interna ?

Vuoi vedere che la tasca del nonno è meglio riempirla con pensioni più alte?

Vuoi vedere che il rispetto per i propri Anziani e per il proprio Popolo alla fine paga?

In punto di dottrina Bagnai chiosa:

(...chi bazzica da queste parti sa che gli economisti amano i ragionamenti controintuitivi, e sa anche che l'eutanasia dei pensionati, chissà perché, è proposta da quelli, fra gli economisti, che riescono a vedere solo l'offerta, e non la domanda. Ma un mondo di offerta senza domanda è un mondo in cui le aziende chiudono. Una cosa da tenere presente quando il decreto dignità passerà da noi...)

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L'AVVOLTOIO GLOBALE ED I DIRITTI LGBT di Piemme

[ 18 luglio 2018 ]

Ma chi è davvero il fondatore dell'hedge fund "Avvoltoio"  Paul "Elliot" Singer?  "Il finanziere più attivo e globale" secondo un rapporto di Lazard. 
Se ne parla di recente in Italia per il suo ingresso in Tim o per il prestito al Milan.
Si sa che il suo hedge fund è uno dei più potenti organismi della finanza predatoria mondiale. "Avvoltoio" di nome e di fatto che non crea ricchezza alcuna ma grazie alla sua potenza finanziaria può succhiarla e rapinarla a chi la produce effettivamente. Uno dei rami della sua azienda è la speculazione sui debiti sovrani.

Un caso da manuale fu la vicenda dei tango bond argentini, obbligazioni che Elliot comprò a prezzo stracciato. Nel 2011 l'Argentina fece default e smise di pagare gli interessi ai creditori. Elliot respinse il rimborso parziale a cui aderirono quasi tutti i sottoscrittori dei bond e alla fine, nel 2016. vinse la causa giudiziaria così che l'Argentina fu costretta a rimborsargli 2,4 miliardi di dollari, dieci volte di più di quanto inizialmente investito.

Ma non è di questo che vogliamo occuparci, bensì della sua frenetica attività filantropica.
Eh sì, perché molti di questi miliardari-furfanti sono generosi mecenati.

«Un avvoltoio dagli artigli implacabili, un pirata della finanza. Ma con il cuore tenero».

Così scriveva il Corriere della Sera del 31 luglio dell'anno scorso. Vediamo dunque, per capire chi sia davvero, quali sono le attività di questo miliardario.

Intanto è bene ricordare che Singer è da sempre un ardente repubblicano. Egli ha ha finanziato le campagne presidenziali di Rudolph Giuliani nel 2007, di Mitt Romney nel 2012, e di Marco Rubio nel 2015. Ha sostenuto e finanziato il movimento Never Trump contro la candidatura di Donald Trump ma poi... si è riconciliato con il nuovo presidente finanziando la festa della sua inaugurazione.
Singer ha sottoscritto la campagna The Giving Pledge lanciata dai miliardari Bill Gates e Warren Buffett, ovvero la promessa di donare oltre metà della propria ricchezza per "affrontare le sfide più difficili della società". 

Tra queste "difficili sfide" segnaliamo la caritatevole Food Bank for New York City, l'imperialistica American Unity Fund, la New York City Police Foundation. Singer e la fondazione di famiglia sostengono anche il progetto Philos, un'organizzazione cristiano-sionista pro-israeliana. Infine, nel 2016 Singer ha collaborato con il Museo della Bibbia per finanziare Passages Israel, un programma per portare gli studenti universitari in Israele. Singer ha anche creato il National Action Fund for Gay and Lesbian Task Force. Attraverso questa Task Force (un nome un programma) Singer ha donato la bellezza di oltre 10 milioni di dollari alla comunità Lgbt (Lesbiche, gay, bisessuali, transessuali) americana, in particolare per legalizzare i matrimoni gay.

Paul "Elliot" Singer, «Libertario in materia di affari personali e conservatore in campo economico» chiosa icasticamente il supplemento economico del Corriere della Sera del 16 luglio scorso.

Sono lontani i tempi di Max Weber, del calvinismo come base etica del nascente capitalismo nordamericano. Singer simboleggia la visione del mondo delle nuove élite dominanti; il miscuglio di liberismo in economia, cosmpolitismo a guida americano-sionista in geopolitica, libertarismo individualistico sul piano etico.

Queste élite, sono diventate dominanti non solo grazie alla loro potenza finanziaria ma anche grazie all'ideologia progressista che hanno abbracciato, che ha finito per imporsi come egemone. Un'egemonia che oggi traballa in tutto l'Occidente a causa dell'emersione di contro-spinte che mescolano a loro volta, disordinatamente, pulsioni anti-progressiste sul piano etico e giustizialiste su quello sociale. Di qui l'allarme delle élite per il dilagare dei movimenti "populisti" e "sovranisti e di "regimi illiberali". A dare retta a queste élite non c'è più speranza per una sinistra rivoluzionaria e popolare, visto che la partita si giocherebbe solo tra la destra liberista-libertaria-cosmpolitica e la rinascente destra populista-conservatrice-sovranista.

In verità, le vie del Signore sono infinite. Per dire che la storia non procede a comando, avanza per salti e strappi, e si suoi esiti sempre imprevedibili. Di sicuro la vecchia sinistra è tagliata fuori, destinata ad aggrapparsi alla sottana delle élite globaliste. Una nuova sinistra dovrà nascere e rinascerà se saprà, sulla base delle sue radici, ridefinire una nuova e convincente visione del mondo.




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martedì 17 luglio 2018

CHE FARE CON IL NUOVO GOVERNO? di Vladimiro Giacchè

[ 17 luglio 2018 ]

Giacchè [nella foto] afferma:
«
E’ quindi della massima importanza che le forze che si collocano a sinistra del Pd riescano a profilare una posizione che critichi ciò che è giusto criticare nelle azioni del governo, ma ponendosi da un punto di vista diverso: quello della difesa dei diritti del lavoro, e quindi della sovranità costituzionale».
Parole sante!
L'intervista è a cura di Francesco Valerio della Croce.*



*  *  *

D. E’ stato evidenziato che il voto del 4 marzo ha aperto una fase nuova nella vita del Paese: le forze su cui si è retta la cosiddetta “democrazia dell’alternanza” nel bipolarismo – ma in realtà speculari nell’applicazione servile delle politiche economiche UE – sono uscite pesantemente sconfitte, aprendo la strada all’ascesa di Movimento 5 stelle e Lega. Credi che si sia aperta effettivamente una fase nuova di transizione per il nostro Paese?

R Mi sembra presto per dirlo. Una cosa però possiamo affermarla con ragionevole certezza. La maggioranza dei votanti ha inteso dare un segnale di cambiamento e di rottura precisamente per quanto riguarda il tema, cruciale, dei rapporti con l’Unione Europea. Che questa volontà, che a me appare chiara, possa poi tradursi davvero in politiche che rappresentino un punto di svolta rispetto all’ “applicazione servile delle politiche economiche UE” dei precedenti governi, è un’altra faccenda. Che dipende da molti fattori: la coesione interna del governo e l’effettiva capacità (e volontà) di tenere fede all’obiettivo dichiarato di far sentire la propria voce nel consesso europeo, la pressione ricattatoria che sarà esercitata sul governo affinché venga a più miti consigli (qualche saggio sui mercati l’abbiamo già avuto), infine – la cosa non sembri secondaria – gli orientamenti dell’opposizione in Italia. È evidente infatti che un’opposizione attestata su una linea di ottuso lealismo europeo, in continuità con le politiche rinunciatarie degli ultimi anni, non soltanto si suiciderebbe, ma indebolirebbe le chance del nostro Paese di vedere riconosciute le sue ragioni, e in ultima analisi diminuirebbe le possibilità di un esito non traumatico della crisi dell’Unione. Perché qui c’è un punto cruciale che non va dimenticato: il progetto europeo si trova in una crisi molto grave, che si deve in parte a “difetti” della sua stessa costruzione istituzionale (i Trattati, almeno dall’Atto unico europeo del 1986 in poi), in parte alla gestione criminosa della crisi economica. La crisi europea può essere solo aggravata da atteggiamenti, in particolare da parte dei governi tedesco e francese, che puntino a continuare a sfruttare le rendite di posizione costruite a danno dell’Italia e di altri paesi, utilizzando rapporti di forza favorevoli (e interlocutori accomodanti).

Qui mi sembra che nulla si possa sperare dall’opposizione del Pd, indistinguibile – su questo come su altri temi – da quella di Forza Italia.

E’ quindi della massima importanza che le forze che si collocano a sinistra di quel partito riescano a profilare una posizione che critichi ciò che è giusto criticare nelle azioni del governo, ma ponendosi da un punto di vista diverso: quello della difesa dei diritti del lavoro, e quindidella sovranità costituzionale.

Ritengo che essere giunti alle elezioni senza avere una posizione corretta e chiara su questo punto, senza aver compreso – cioè – che la difesa della sovranità costituzionale è l’unica trincea che consente di difendere i diritti del lavoro nell’attuale fase della “guerra di posizione”, sia uno dei fondamentali motivi del disastro elettorale della sinistra in tutte le sue declinazioni.

Ho recensito l’ottimo libro di Domenico Moro (La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra) pochi giorni prima delle elezioni. Concludevo la mia recensione sostenendo che una ripresa della sinistra dopo le elezioni avrebbe dovuto passare per una riflessione sui problemi trattati in quel libro. Continuo a pensarla così.

D. Lo scontro che si è generato negli ultimi giorni prima della gestazione del nuovo governo tra le prerogative delle istituzioni nazionali ed i voleri di quelle comunitarie ha probabilmente reso palese l’immanenza del conflitto tra vincolo interno costituzionale e vincolo esterno UE, di cui ti sei occupato intensamente negli anni passati: in che modo la nascita del nuovo governo interviene nel processo di integrazione europea e nei suoi sviluppi recenti (costituzione Fondo Monetario UE, Ministro delle finanze UE, ecc.)? Questa anomalia politica potrà portare l’Italia a divenire l’ “anello debole” del processo di integrazione europea o prevarrà una normalizzazione come avvenuto con la Syriza greca (anche alla luce dei primi obiettivi indicati dal governo in materia economica e sociale)?

R. Io credo che la formazione del nuovo governo italiano sia stato un evento dirompente quanto inatteso. E a ragione, visto che il nostro era sino a qualche anno fa il paese più “europeista” – il che poi in pratica purtroppo ha significato: il paese i cui rappresentanti hanno sacrificato gli interessi rappresentati, e in particolare quelli dei lavoratori e degli strati sociali più colpiti dalla crisi nel nostro paese, sull’altare dell’integrazione europea (considerata – soltanto da noi – come buona e progressiva a prescindere dai suoi concreti contenuti).

E’ chiaro che ora si è aperta una partita durissima, e che la posta in gioco è precisamente la “normalizzazione greca” del nuovo governo.

Anche per questo è importante che la sinistra di opposizione, quale che sia il giudizio che ritiene di dare dell’operato governativo, profili in modo molto netto la propria posizione su questo punto. Rifiutando ogni compromesso con i poteri dominanti in Europa e ovviamente, ancora prima, evitando di illudersi che questi poteri possano rappresentare un alleato fosse anche solo “tattico” dell’opposizione al governo attuale.

D. ll governo 5 Stelle-Lega nasce su una consenso interclassista, registrando nettamente il sostegno anche di una parte della borghesia nazionale. La stessa priorità data alla riduzione delle tasse sulle imprese rappresenta un timbro pesante posto dalle classi dominanti del Paese sulla politica fiscale del nuovo governo, in piena continuità col passato recente. Già dai primi giorni d’insediamento si sono registrate ambiguità e conflitti su questioni significative come la politiche estera, il rapporto del Paese con l’imperialismo americano, politiche sociali, politiche del lavoro, solo per citare alcuni esempi.  Ad oggi, l’approccio governativo verso questi grandi temi sta riscontrando una sostanziale continuità con il passato. Nella stessa aggressività usata in materie come l’immigrazione verso il nostro Paese, è possibile notare l’assoluto silenzio nei confronti delle responsabilità dell’Occidente nel passato e, conseguentemente, l’assenza di interventi in discontinuità con le politiche imperiali e di saccheggio. Come ritieni che i comunisti e le organizzazioni comuniste debbano porsi di fronte a queste contraddizioni ed, in generale, a questa fase politica?

Premetto che non ho alcun titolo per dare indicazioni a nessuno, e in particolare a nessuna organizzazione politica, meno che mai nella fase attuale. È una premessa doverosa da parte di chi, come il sottoscritto, non fa parte di alcuna organizzazione e non ritiene di essere dotato di ricette magiche per suggerire “linee” a chicchessia. Credo più in generale che ci si debba guardare dall’attribuire un ruolo di indirizzo attribuito a “intellettuali di area” che spesso finiscono per essere portatori soltanto delle proprie personalissime riflessioni.

Detto questo, sui temi che mi hai proposto penso questo.

Dal punto di vista sociale credo che il massimo radicamento questo governo lo abbia tra i disoccupati, la classe operaia e la piccola borghesia. Mi sembra per contro che la grande borghesia non si sia ancora abituata a quanto avvenuto il 4 marzo e a quello che ne è seguito.

Dal punto di vista sia del programma di governo che della sua composizione, mi sembra evidente che esistano linee diverse, a volte confliggenti tra loro. Solo il tempo potrà dirci quali interessi/linee prevarranno.

Quale atteggiamento tenere? Nel merito, mi aiuto con un esempio. Personalmente non sono un fautore della flat tax. Mi sembra che essa sia più un tributo alla piccola borghesia che al grande capitale o agli evasori (che come noto la flat tax se la procurano da soli in altri modi). Credo che da sinistra abbia senso opporsi a questa proposta in nome di provvedimenti alternativi (investimenti in infrastrutture fisiche e della conoscenza che finanzino un piano del lavoro, ad esempio). Ma credo anche che si debba assolutamente evitare di farlo in nome dei “conti in ordine” e dell’obbedienza al fiscal compact o alle “regole di Maastricht”. Questo significa che bisogna avere una propria agenda.

Quanto al resto, francamente per ora non vedo tutta questa continuità in politica estera. E precisamente per il motivo che ricordavi anche tu: le ambiguità e le diverse opinioni che sussistono tra i due partiti di governo su aspetti anche molto significativi. Io però preferisco le “ambiguità” alle posizioni di inequivocabile e assoluta sudditanza a cui ci avevano abituato i governi precedenti. Vedo ora qualcosa di diverso: un tentativo di smarcarsi da alcuni degli errori più gravi commessi in passato, in particolare per quanto riguarda la politica nei confronti della Russia. E’ ovviamente possibile che prevalgano i richiami all’ordine in sede UE e Nato. Ma lo scenario più probabile a mio avviso non è questo, bensì lo smarcamento su alcuni temi e la continuità su altri, magari attraverso una “politica dei due forni” che proverà a giocare gli uni contro gli altri alleati europei e statunitensi.

Più in generale, penso che su tutti i temi chiave (politiche economiche dell’eurozona, euro, politica internazionale, immigrazione, unione bancaria ecc.) a sinistra bisognerebbe per prima cosa chiarirsi le idee e assumere posizioni sensate. E su quelle, poi, sviluppare un’autonoma iniziativa.

Purtroppo invece la sensazione che giunge all’esterno è oggi quella di una babele di voci da cui si distinguono al massimo degli slogan autoconsolatori ma privi di qualsiasi effetto politico.

Tutto questo dovrà cambiare, e in fretta. Pena la fine della sinistra politica in questo Paese. Il messaggio che viene dalle amministrative del 24 giugno mi sembra chiaro.


* Fonte: COMINFO

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MESSICO: TUTTI IN FESTA PER OBRADOR? di Joel Perichaud

[ 17 luglio 2018 ]

Volentieri pubblichiamo questo articolo di Joel Perichaud, segretario nazionale e responsabile delle relazioni internazionali di PARDEM (Partito per la Demondializzazione). PARDEM, con P101 fa parte del Coordinamento europeo No Ue, No Euro, No Nato. Molti a sinistra hanno esultato per la vittoria alle presidenziali messicane di Lopez Obrador. Temiamo che certi facili entusiasmi verranno presto delusi. Vedremo se egli sarà davvero un "populista di sinistra" come si dice, e lo vedremo presto, non solo in politica interna ma, anzitutto (visti gli scontanti dossier che scuotono l'America latina con Trump alla casa Bianca) sul suo posizionamento in politica internazionale.

*  *  *
Il 1 luglio, quasi 90 milioni di elettori messicani (su 125milioni di abitanti), hanno eletto il loro presidente (per sei anni) oltre a 500 deputati, 128 senatori, 9 governatori e 2800 consiglieri municipali. Secondo tutti i media, l’elezione di Andres Manuel Lopez Obrador (di seguito AMLO) inaugurerebbe una politica di sinistra in Messico. Conviene però basarsi sui fatti e non sulla propaganda.Il partito di AMLO, il Movimento di Rigenerazione Nazionale (Morena), fa parte della coalizione Juntos Haremos Historia (Uniti faremo la storia). Fanno parte della coalizione, oltre a Morena, il Partido del Trabajo (PT) — socialdemocratico con posizioni antimperialiste, NdT —  e la destra cristiano-evangelica del Partido Encuentro Social (PES).

Dopo due tentativi infruttuosi alle presidenziali del 2006 (35,3%) e del 2012 (31,6%), la terza è stata quella buona. Il Partito d’Azione Nazionale (PAN, liberista di destra) non è stato fortunatamente capace di approfittare dell'enorme insoddisfazione che si era generata durante gli ultimi anni del governo di Enrique Pena Nieto, uomo forte del PRI, Partito Rivoluzionario Istituzionale (storico partito della borghesia messicana che ha vampirizzato il paese per circa un secolo). Pena Nieto è stato uno dei capi di stato tra i più impopolari dell’America latina, ha governato per sei anni un paese dilaniato dalla corruzione e dal traffico di droga ed il suo mandato è stato contrassegnato da numerosi scandali finanziari e da una violenza inaudita. Questa è la ragione per la quale il 60% dei messicani lo ritiene responsabile dell’attuale situazione. Jose Meade, il candidato del PRI in queste ultime elezioni, è riuscito faticosamente ad ottenere il 15,6% dei consensi ed è già molto. La metà dei messicani ed i tre quarti delle imprese del paese, dichiarano di versare mazzette ai funzionari statali. Secondo la Banca Mondiale, nel 2015, l’attività economica legata alla corruzione avrebbe rappresentato il 9% del PIL. L’incredibile numero di omicidi (25339) avvenuti nel solo 2017, testimonia della violenza del narcotraffico. Un numero di morti per altro in crescita del 58% dall’arrivo al potere di Nieto nel 2012. La violenza politica ha contrassegnato anche la campagna elettorale, dal 2017 almeno 116 personalità politiche, appartenenti a diversi schieramenti, sono state assassinate ed almeno 400 hanno subito aggressioni. 


La vittoria di AMLO con il 53,6% rappresenta risultato storico. Andres Manuel Lopez Obrador, considerato "populista ed antisistema", proviene dal centro-destra ed aveva lasciato il PRI nel 1983. Dopo aver preso parte alla creazione del PRD (Partito della Rivoluzione Democratica, membro dell’internazionale socialista) che lascerà nel 2012, fonda il Movimento di Rigenerazione Nazionale (Morena), la cui dichiarazione di principi sostiene una società aperta senza distinzione di età di sesso, di classe e di etnia, accordando alla cultura ed all’ecologia uno spazio tanto importante quanto quello economico. 

Conosciuto per la sua lotta contro la “mafia al potere” e contro la corruzione del PRI e del PAN, il suo programma elettorale è stato caratterizzato dalla centralità del rispetto delle popolazioni indigene, della salvaguardia delle campagne, dell’autonomia alimentare, dei diritti umani e sociali. A questo si aggiunge la lotta alla corruzione, alla povertà ed al neoliberalismo, chiede che la scuola e le cure sanitarie siano gratuite, l’aumento del salario minimo e l’abbandono del progetto, in corso d’opera, di un nuovo aeroporto. Vuole dimezzare lo stipendio degli alti funzionari, compreso il suo, e continuare a vivere nel suo appartamento nella capitale. La proposta più avversata dagli oppositori è quella di amnistiare alcuni piccoli narcotrafficanti, al fine di fermare le violenze in atto. 
Jean-Luc Mélenchon (così come Podemos), appoggiato da AMLO durante la sua campagna per le ultime presidenziali del 2017, gli ha restituito il favore dichiarando: “AMLO è il nostro candidato alle elezioni presidenziali”.

AMLO ha anche ricevuto il sostegno di una parte del padronato grazie alla sua reputazione di uomo incorruttibile. Quindi AMLO, da una parte, ha integrato nella sua coalizione il PT, Partito dei lavoratori, dall’altra rassicurato una parte dei conservatori messicani, alleandosi con il PES, partito evangelico, ultraconservatore contrario all’aborto ed ai matrimoni omosessuali.

Morena, fuoriuscito dal PRD con il quale AMLO aveva amministrato la capitale, oltre a conquistare la presidenza, è riuscito ad accaparrarsi 211 seggi sui 300 totali della Camera bassa, ha fatto eleggere sei governatori su un totale di nove stati in ballo oltre ad aver conquistato la municipalità di Città del Messico con Claudia Sheinbaum, personalità vicina allo stesso AMLO.

Per cinque mesi, AMLO, potrà prepararsi ad amministrare la sua vittoria e per cinque mesi, le autorità al potere, potranno cercare di rendergli la vita difficile in uno Stato di non-diritto nel quale molte regioni sono sotto il controllo dei cartelli del narcotraffico e di altre mafie. Il compito si preannuncia quindi difficile.

La priorità sarebbe di iniziare dalle riforme sociali, per ridurre la povertà, e quelle anticorruzione sebbene la giustizia sia corrotta quasi quanto la polizia. D’altro canto, lottare contro i corrotti vuol dire trattare gli effetti e non le cause.

AMLO, con la sua immagine di uomo pulito, lascia credere che la corruzione sia una questione morale, mentre si tratta di un problema economico. L’accordo di libero scambio con gli USA, che ha portato all’istallazione di fabbriche (Maquiladoras) nelle quali i salari sono da fame, i diritti del lavoro ed i sindacati sono inesistenti, è un fattore importante nell’aumento della povertà.

Combattere efficacemente la povertà vuol dire uscire da questi accordi neocoloniali, a cui si era opposto il Movimento Zapatista nel 1994.

AMLO è l’uomo di sinistra che pretende di essere? Possiamo dubitarne… E’ stato sostenuto da una parte della destra mentre il partito di destra, PAN, ha beneficiato dell’appoggio del PRD, partito di centro-sinistra.

In Messico, come altrove, la divisione destra-sinistra non ha più senso. Bisognerà aspettare le prime misure che prenderà AMLO per giudicare in base ai fatti. Se le condizioni di vita del popolo messicano non miglioreranno rapidamente e sensibilmente, Mélenchon gli dimostrerà lo stesso appoggio cieco ed incondizionato che rumorosamente dimostrò (per poi pentirsene) a Tsipras?


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SIRIA, SAVIANO E LE BUFALE (AL GAS NERVINO)

[ 17 luglio 2018]



Siria
la fake news dell'attacco chimico a Douma 

Denunciammo subito
 la bufala dell'attacco chimico nel sobborgo di Douma, nell'aprile scorso
[nella foto]. Non siamo mai stati amici di Assad, ne abbiamo denunciato la condotta politica, come pure le stragi di civili, ma che quella del gas nervino fosse una montatura ci parve subito chiaro. Eppure, da Saviano a Gentiloni, fu tutta una corsa ad accreditare quella menzogna e ad applaudire i successivi missili americani, francesi e britannici. E ora? Ora che sono stati smentiti e sputtanati, hanno forse detto una parola? No, preferiscono tacere. Vergogna!
Di seguito, da fonte certo non sospetta, un articolo di Gianandrea Gaiani. 
*  *  *
Douma, i gas nervini e la memoria corta
di Gianandrea Gaiani (Analisi Difesa)

clicca per ingrandire


Un rapporto provvisorio dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) ha annunciato il 6 luglio di non aver trovato la prova dell’utilizzo di gas nervino nell’attacco che secondo le milizie ribelli jihadiste filo-saudite sarebbe stato compiuto il 7-8 aprile scorso dalle truppe governative siriane nel sobborgo di Douma, nell’area di Ghouta Orientale, dove potrebbe invece essere stato usato il cloro.

“Dai risultati è emerso che non sono stati usati gas nervini o prodotti derivati”, ha riferito l’Opac nel rapporto provvisorio.

Lo scorso 7 aprile la cittadina alla periferia di Damasco è stata bombardata dall’aviazione governativa siriana e i ribelli hanno denunciato l’uso di armi chimiche. La settimana seguente, dopo che gli insorti si erano ritirati, gli ispettori dell’agenzia Onu hanno cominciato le indagini, in particolare in un palazzo vicino alla piazza principale e in una panetteria indicati come i luoghi dei possibili attacchi.

Dal rapporto preliminare dell’Opac emerge che nei due siti sono stati trovati “residui di esplosivi e componenti chimiche organiche clorate”, cioè nessuna prova decisiva di un attacco con bombe al cloro, anche se non può essere escluso.

A Douma, la missione dell’Opac ha svolto attività di raccolta di campioni ambientali e di dati e ha intervistato testimoni del presunto attacco chimico. “In un paese vicino” alla Siria non meglio specificato, gli agenti dell’Opac “hanno raccolto o ricevuto campioni biologici e ambientali e hanno condotto interviste con i testimoni” del presunto impiego di armi chimiche a Douma.

Nel rapporto provvisorio, la missione dell’Opac giunge a concludere che, “in base ai risultati delle indagini, nessun agente nervino o prodotto del suo decadimento è stato individuato nei campioni ambientali o nel plasma delle presunte vittime”. Tuttavia, “con residui di esplosivo sono stati trovati tracce di clorina”.
clicca per ingrandire

Il cloro non è un’arma chimica ma un prodotto chimico che può risultare tossico e persino letale ad elevate concentrazioni, più volte impiegato nel conflitto siriano e non solo dai governativi: la sua facile reperibilità lo rende idoneo anche a inscenare attacchi chimici a fini propagandistici.

Secondo i ribelli nell’attacco di Douma morirono circa 40 persone anche se siriani e russi parlarono subito di montatura orchestrata ad arte (numerosi civili testimoniarono l’allestimento di un set cinematografico da parte dei ribelli di Jaysh al-Islam per inscenare gli effetti dell’attacco chimico) per determinare un intervento militare occidentale, come poi accadde la settimana successiva con i raid missilistici punitivi scatenati dagli anglo-franco-americani contro “obiettivi per la produzione di armi chimiche” del regime di Damasco.

Se l’attacco chimico è stata una messa in scena, il raid punitivo è stata poco più di una sceneggiata: ha colpito con oltre 100 missili da crociera edifici e obiettivi vuoti pre-selezionati insieme ai russi che non hanno fatto intervenire le loro difese antimissile basate in Siria.

Una “ammuina” che forse ha salvato la faccia agli Occidentali senza recar danno a russi e siriani.
Il rapporto dell’OPAC ha fatto luce anche sulle accuse rivolte dai ribelli jihadisti ali governativi siriani circa l’uso di armi chimiche ad al-Hamadaniya il 30 ottobre 2016 e Karm al-Tarrab, il 13 novembre 2016.

“Sulla base delle informazioni ricevute e analizzate, la narrativa prevalente delle interviste e i risultati delle analisi di laboratorio, l’OPAC non può determinare con sicurezza se una determinata sostanza chimica è stata utilizzata come arma negli incidenti avvenuti nel quartiere di Al-Hamadaniya e nell’area di Karm al-Tarrab”.

Il rapporto dell’OPAC su Douma è passato quasi inosservato benchè nell’aprile scorso politici, analisti e opinionisti colsero l’occasione (anche in Italia) per accusare Damasco e Mosca di crimini di guerra e di aver voluto gasare i bambini di Ghouta.

La vicenda venne strumentalizzata ai fini della caccia alle streghe legata alla “nuova guerra fredda” e ai fini politici interni con effetti esilaranti e al tempo stessi patetici.

Ampi ambienti della politica italiana arrivarono addirittura a sostenere che non si poteva criticare l’interventismo bellico di Usa, Francia e Gran Bretagna (la rappresaglia non attese un rapporto dell’OPAC) perché sono nostri alleati della Nato.

Posizione assurda sia perchè l’Alleanza Atlantica è nata per difendere la libertà (anche di critica e di espressione) non per soffocarla ma soprattutto perché Londra, Parigi e Washington non hanno certo coinvolto la Nato nè chiesto il consenso degli alleati per condurre un’azione bellica unilaterale.
Fragoroso il silenzio con cui quelle schiere di indignati per le stragi di bambini siriani hanno accolto il rapporto dell’OPAC.
Siria: la situazione nel febbraio 2018 (clicca per ingrandire)

Tace persino chi arrivò a definire “propaganda russa” un editoriale di Analisi Difesa che ipotizzò la montatura orchestrata per creare il casus belli e coinvolgere direttamente le potenze occidentali nella guerra contro Bashar Assad.

Eppure non era poi così difficile intuire le ragioni dell’ennesima montatura tesa a dimostrare l’uso di gas nervini da parte del regime di Assad dopo che Barack Obama aveva definito l’impiego di armi chimiche il “filo rosso” il cui superamento avrebbe determinato l’intervento bellico statunitense.

Per questo i ribelli, sconfitti sul campo di battaglia, (e i loro alleati arabi) cercano periodicamente di inscenare attacchi chimici che i governativi non hanno nessuna esigenza militare né ovviamente politica per scatenare. Bashar Assad è un dittatore ma, anche in virtù del ruolo che ricopre da 18 anni di cui 7 di guerra, sarebbe ridicolo considerarlo uno stupido.


da Analisi Difesa

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lunedì 16 luglio 2018

SALVINI HA RAGIONE, BOERI A CASA! di Piemme

[ 16 luglio 2018 ]

Contro il "decreto Dignità", siccome pone dei limiti alla precarizzazione del lavoro che viene avanti da decenni, la borghesia tuona e minaccia sfracelli. 

Lorsignori (Confidustria, Pd, Forza Italia...) dopo aver sostenuto politiche austeritarie che hanno causato milioni di disoccupati, strillano che detto decreto... causerebbe la perdita di 80 mila posti di lavoro in dieci anni.
Verrebbe da ridere se non ci fosse da piangere.
E su cosa si baserebbe questa fosca previsisone? Sulla relazione "tecnica" diffusa dall'INPS e condivisa (guarda caso) anche dal Ministro Tria. 

Ma è attendibile questa previsione? Boeri scrive: che: "In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l'evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro".
Per quanto non condivida (e si sbaglia!) la tesi che lo sgambetto di Boeri sia un atto deliberato di sabotaggio —il tassello di un più insidioso complotto per rendere la vita impossibile al governo giallo-verde—; per quanto ritenga che questo mettere i bastoni fra le ruote al governo sia "legittimo" (sic!), Stefano Fassina la dice giusta. I numeri lanciati da Boeri
«Non hanno nulla di oggettivo, nonostante la conciliante accusa di "negazionismo economico" da parte del Presidente dell'Inps a chi osa criticare. Sono frutto di un paradigma economico, l'impianto neo-liberista, assolutizzato da decenni e sbandierato come "tecnico". In realtà, uno dei paradigmi possibili. Uno, soltanto uno. La teoria economica, come riconosciuto dagli economisti "classici", è politica: dipende dalle visioni del mondo, dall'ideologia, presente anche quando negata in nome di neutre valutazioni empiriche».
Quindi Fassina conclude:
«La risposta è semplice: l'Inps, legittimamente, continua a applicare il paradigma neo-liberista che, come associa un'espansione dell'occupazione e del Pil a misure di "flessibilizzazione" delle regole del mercato del lavoro, "prevede" minore occupazione e minore espansione dell'economia reale a fronte di modesti interventi di riduzione della precarietà».
Il 16 maggio scorso, mentre si profilava l'accordo tra M5s e Lega per dar vita al governo, scrivevo che ove questo avrebbe davvero anche solo iniziato a porre fine all'austerità, le élite avrebbero SCATENATO L'INFERNO. L'imboscata di Tito Boeri, fatta per nome e per conto degli oligarchi globalisti ed euristi, è infatti solo un assaggio di quel che saranno in grado di fare in vista del Def e della legge di Bilancio, o di "stabilità". 

Il fatto è che queste élite hanno sì perso la postazione di palazzo Chigi, ma conservano il controllo di tutte le altre: Bankitalia, il Ministero dell'economia, enti potenti come appunto l'INPS, ecc. Si tratta, come si dice in gergo burocratico, di enti strumentali del governo, organismi non godono quindi, come la magistratura, di alcuna indipendenza. In poche parole non possono mettersi di traverso o addirittura boicottare le sue decisioni (tanto più per nome e per conto di una borghesia "prenditrice" che tanto ha avuto in questi decenni).

Per questo Salvini ha ragione da vendere, Boeri si deve fare da parte e, se non lo fa di sua sponte, proceda il Consiglio dei ministri. Lo impone non solo la volontà popolare manifestatatasi il 4 marzo ma la stessa Costituzione. 

Il pesce in barile che siede al Mef sarà così avvertito. Le casematte in mano all'élite oligarchica vanno espugnate, una ad una.

Ps
E che ti fa la sinistra antagonista davanti a questo scontro strategico? Parla d'altro, parla dei migranti....





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IL PUNTO DI NON RITORNO di Riccardo Achilli

[ 16 luglio 2018 ]


Diagnosi spietata e da noi condivisa quella di Achilli: non solo la sinistra italiana è collassata ma «gli spazi di potenziale espansione sociale della sinistra italiana si stanno irrimediabilmente chiudendo», visto che quegli spazi sono e saranno inesorabilmente colonizzati dai due populismi di M5s e Lega. 
E dunque? Achilli avanza una proposta che potrà sembrare scioccante: 
«In assenza di una capacità di tenuta politico-organizzativa autonoma, che l’estinzione prossima ventura evidenzierà, sarà necessaria una soluzione “kirchneriana”: forme di entrismo intelligente e critico dentro il corpaccione del populismo di potere, per lavorarlo dall’interno, cercando di piegarne a sinistra, per quanto possibile, le enormi potenzialità di consenso che presidia».
Anche in questo caso siamo in sintonia. Nella risoluzione LA SINISTRA PATRIOTTICA E IL GOVERNO M5S-LEGA, approvata dalla 3. Assemblea nazionale di P101 si legge:
«In questo concreto contesto è nel “campo populista” che occorre stare. Fuori da questo campo c’è solo quello del blocco dominante. Ma c’è modo e modo di “stare”. Sarebbe un errore fatale assumere una posizione di indulgente accondiscendenza verso il governo M5s-Lega. Esso va incalzato a realizzare le cose giuste che ha promesso di fare, va contrastato ove cercasse una linea di galleggiamento e di remissività verso le élite dominanti».
Stabilito il campo in cui "stare", lo "stare" implica il "fare", e questo chiede una strategia autonoma e un'organizzazione indipendente. Diversamente è destino essere travolti dalla corrente...

*  *  *

La domanda centrale se vi sia un futuro per una sinistra autonoma ed influente è, in un orizzonte temporale ragionevole per poter fare previsioni (diciamo 5-10 anni), a parere di chi scrive, a riposta negativa. Ho già scritto in relazione alle condizioni necessarie per riavviare sin da subito un percorso di ripartenza della sinistra in un recente articolo (Sinistra: estinzione o rinascita? su L'Interferenza) ma, diciamoci la verità, tali condizioni non sono realisticamente praticabili. I gruppuscoli dirigenti attuali, responsabili in massima misura della catastrofe, non hanno alcuna intenzione di mollare, se non celandosi dietro qualche uomo/donna di paglia manovrato/a alle spalle in un simulacro di rinnovamento. Anzi, il governo gialloverde fornisce a questi scellerati l’occasione di ricompattare le loro scarne truppe in una battaglia di sopravvivenza contro immaginifici pericoli razzisti e fascisti artatamente agitati e patologicamente interiorizzati in una sorta di coazione a ripetere ideologica da parte dei propri seguaci. E’ una acquisizione clinica il fatto che alcune delle peggiori psicosi, come ad esempio la paranoia, siano disturbi della funzione del “dare senso” alle immagini, ai simboli ed alle rappresentazioni (Hillmann ha scritto un saggio sulla paranoia molto utile per identificare alcuni sintomi indicativi del morbo mentale che affligge la sinistra radicaloide italiana).

Non essendovi alcun ricambio significativo di ceto politico, non vi sarà alcun ricambio di messaggio e di parole d’ordine e, di conseguenza, non vi sarà alcuna espansione rispetto ai residuali presidi sociali della sinistra (il Pd non fa parte della definizione di “sinistra”, ovviamente) consistenti in segmenti minoritari di ceto medio riflessivo e di militanza tradizionale. Nell’incapacità di dare senso alla fase storica, e quindi di immaginare un posizionamento ed una linea politica attualizzati al contesto reale e non a quello fantasmato, la sinistra terminerà la sua agonia (che dura sin dagli anni Novanta, con il tracollo dei riferimenti ideologici e culturali principali, nelle macerie del muro di Berlino) nella morte definitiva. Non è un fenomeno insolito: altri casi nazionali dimostrano che, laddove si sviluppano populismi egemoni (che si sviluppano, in genere, per inanità della sinistra nazionale) i pascoli sociali tradizionali si consumano definitivamente, e cambiano natura, divenendo strutturalmente inadatti a nutrire un progetto socialista autonomo. E’ il caso dell’Argentina, dove una socialdemocrazia in grado di fare egemonia ha potuto svilupparsi soltanto all’interno del corpaccione del populismo peronista (il kirchnerismo nasce dalla matrice giustizialista) o, in Europa, è il caso dell’Ungheria, dove due populismi di destra (quello di Orban e quello di Jobbick) si contendono la pastura sociale ed elettorale di una sinistra che si è semplicemente estinta.

Gli spazi di potenziale espansione sociale della sinistra italiana si stanno irrimediabilmente chiudendo. E’ puramente utopistico pensare di recuperare elettorato progressista confluito nel M5S o ceti popolari entrati strutturalmente nell’area leghista. Chi si culla nella beata illusione di una sorta di “big bang” pentastellato o in una “riconduzione a sinistra” del M5S non capisce la portata, per certi versi storica, dell’avvento del governo gialloverde. La formazione di tale governo è stata infatti l’espressione della saldatura di un blocco sociale, differenziato al suo interno, ma estremamente coeso in termini di obiettivi ed interessi. Un blocco sociale la cui ricostruzione, dopo la distruzione per via giudiziaria della sua precedente versione all’ombra della Prima Repubblica, è stata avviata dal berlusconismo (che infatti presenta aspetti, nella fluidità del partito egemone, ricondotto a mero comitato elettorale, e nel cesarismo del suo leader/padrone, aspetti in nuce tipici di un nascente populismo). Tale blocco sociale, costituito da piccola borghesia, sottoproletariato urbano, segmenti di proletariato maggiormente esposti alle ondate distruttive della globalizzazione su un apparato produttivo sempre meno competitivo, con la novità dell’ingresso di quote rilevanti di quelle classi emergenti del precariato cognitivo e della new economy semplicemente rimosse e disprezzate dalla sinistra, è unito da paure ed interessi che hanno a che vedere con il degrado della funzione protettrice della identità nazionale e dello Stato-nazione che ne è l’espressione istituzionale, con una domanda sociale di individualismo fiscale e di protezione pseudo-corporativa, mediata da una figura forte, e quindi tranquillizzante, di leadership.

Ad un dipresso, ed al netto dei ceti emergenti del post-capitalismo citati in precedenza, che ha comunque catturato, tale blocco sociale è quello che ha sostenuto ogni periodo di potere di una delle due destre italiane, quella di natura popolare-sociale, dal fascismo ai lunghi periodi di governo della destra della Dc e dei suoi alleati (con l’eccezione, non lunghissima, del primo centrosinistra degli anni Sessanta e della fase di compromesso storico) fino al berlusconismo e, per l’appunto, all’attuale maggioranza. Detto blocco sociale ha sempre trovato forme diverse ed adatte ai tempi di manifestarsi. La fine delle specifiche formule politiche legate alle diverse fasi storiche gli hanno consentito sempre di riproporsi come polo dominante, grazie al suo trasformismo, lungo la storia del nostro Paese. 

Solo in particolari periodi (per l’appunto, negli anni Sessanta del primo centrosinistra, o nella fase costituente dell’immediato dopoguerra) la sinistra ha avuto la forza di piegare questo blocco, incuneandovisi, e realizzando gli unici avanzamenti civili e sociali sperimentati dal nostro Paese (la fine della monarchia e la Carta Costituzionale, il welfarismo degli anni gloriosi del boom economico, la politica estera euromediterranea e di equilibrio fra Est ed Occidente della migliore fase del craxismo).

Ma, per l’appunto, stiamo parlando di una sinistra forte e radicata nel profondo del Paese, con la forza di penetrare dentro le contraddizioni del blocco sociale dominante, ottenendo, oltretutto per periodi tutto sommato brevi ed in forma episodica e non continuativa, la possibilità di innestarvi le proprie proposte. La ridotta testimoniale, supportata da posizioni politico-culturali grottesche e surreali, in cui si è ridotta attualmente, non consente di pensare che vi sarà la forza di incunearsi dentro le contraddizioni del blocco sociale dominante. Se anche il M5S dovesse tracollare, il blocco sociale sottostante non si spezzerà, non ci saranno fuoriuscite di materiale elettorale da un immaginario big bang, ma esso transumerà tranquillamente ed integralmente dentro la Lega. 

Lo stiamo vedendo già dalle prime elezioni amministrative post-formazione del Governo Salvini-Di Maio e dai sondaggi: il calo elettorale dei pentastellati va a gonfiare i numeri dei leghisti. Il blocco sociale non si dissolve, non tracima verso l’esterno, ha semplicemente dei movimenti interni di assestamento legati al suo eterno trasformismo, che lo porta ad aggiustare costantemente le formule politiche in cui si esprime. Ma non esce, nemmeno in piccole quote, dal recinto in cui si è chiuso, perché non conviene a nessuno dei suoi attori avventurarsi oltre il grasso campo di pascolo che presidia. Di conseguenza, le bestie che si trovano fuori dal recinto della fattoria degli zii Salvini e Di Maio, ovvero il Pd, Fi e i micro-partitini di sinistra, continuano a dissanguarsi ed a deperire per mancanza di nutrimento sociale. Le poche specie animali che, all’interno del M5S hanno ancora una postura vagamente sinistroide, come Fico o i piccoli cacicchi provenienti dalla disgregazione della sinistra, sono poco più che automi, che saranno rapidamente destinati al macello (oggi Fico viene preso a mazzate dal suo amico Di Maio persino per aver realizzato una delle battaglie storiche del M5S, ovvero la cancellazione dei vitalizi) ed in parte utili idioti collocati a presidio del lato sinistro della tenuta agricola della premiata Ditta.

L’estinzione finale della sinistra politico-sindacale italiana, intesa come forza in grado di influenzare la direzione di marcia del Paese, sia pur minimamente e residualmente, e da posizioni politiche ed organizzative autonome, è un destino ineluttabile. E’ quasi una necessità storica: per rinascere occorre prima morire. E’ una evidenza profonda e segnalata da una simbologia universale: dal simbolo della Fenice, al significato della Morte nei tarocchi come carta di rinascita, alla potentissima simbologia cristiana del Dio che, per rinascere fortificato nella sua comunità di fedeli, deve prima passare dalla crocifissione, ai miti greco-egizio di Osiride. Niente potrà evitare la morte, nessun artificio. 

Il neo-municipalismo rappresentato da De Magistris altro non è che una versione povera, localistica e miope dei bias ideologici di cui soffre la sinistra a livello nazionale: internazionalismo d’accatto, buonismo acritico, dirittocivilismo, ambientalismo di maniera ed incapace di intaccare i rapporti sociali di produzione. In aggiunta a tali lacune, il neomunicipalismo aggiunge le sue tare specifiche: l’invischiamento dentro le pastoie del micro-territorio impedisce di portare su un livello più alto la domanda sociale, e resta ingabbiato dentro un rivendicazionismo di micro-interessi mediato, per necessità (legata all’impossibilità di dotarsi di strutture organizzative complesse, data l’eccessiva prossimità con il livello territoriale) da un caudillo vernacolare, una specie di Cola di Rienzo, o di Masaniello. Questa strada è solo un espediente per prolungare il coma.
Dalle macerie non si uscirà malconci ma indenni, come i sopravvissuti di un bombardamento che escono dal rifugio antiaereo grati di essere ancora in vita e pronti a ricostruire. Non si potrà più sopravvivere all’ombra di un capetto nella protezione di una setta. Non ci saranno più centri studi o riviste cui affidare, come messaggi in bottiglia di naufraghi, i propri messaggi. La destra di potere risolverà i problemi con la sua visione del mondo, e non avrà nessuna pietà di chi ha lungo ha creduto di difendersene sbeffeggiandola. Le pulsioni autoritarie che le sono proprie si sfogheranno su ciò che resta della sinistra, mettendola in condizioni di non esprimersi più. Occorrerà una lunghissima fase di rielaborazione teorica dell’analisi sociale e della linea politica e programmatica.

Ed accanto alla teoria, occorrerà anche una immersione molto pratica nel cuore sofferente del Paese, quel cuore abbandonato da una sinistra parolaia e di potere, ricostruendo il senso della “commozione”, ovvero del muoversi insieme agli interessi sociali subalterni, entrando nelle loro paure, nelle loro sconfitte, non bollandole come manifestazioni di analfabetismo, ma sapendo comparteciparvi. E qui dirò esattamente come la penso: in assenza di una capacità di tenuta politico-organizzativa autonoma, che l’estinzione prossima ventura evidenzierà, sarà necessaria una soluzione “kirchneriana”: forme di entrismo intelligente e critico dentro il corpaccione del populismo di potere, per lavorarlo dall’interno, cercando di piegarne a sinistra, per quanto possibile, le enormi potenzialità di consenso che presidia. Possiamo anche baloccarci, con lo stesso spirito di quelli che brindavano sul ponte del Titanic un attimo prima della collisione, con giochetti organizzativi: con De Magistris si o no, con PaP si o no, Possibile si o no, e vediamo cosa fanno quelli di Mdp, e vediamo come e con chi riaggregare SI dopo l’inevitabile esplosione di LeU, e rimettiamo insieme cocci disparati. Sono soltanto forme di ricomporre una polpetta sfragnata, sono divertissement astratti, che non poggiano più su nessuna base di consenso, che non hanno più nessun margine di manovra nel mondo reale.

Il consenso sta altrove. Non c’è la forza e la credibilità per portarlo fuori dal recinto della fattoria degli zii Salvini e Di Maio. Ed allora occorrerà chinare la testa ed abbassare le orecchie, come è giusto facciano i perdenti, e cercare di entrare nel recinto portando dietro una posizione propria, e cercando di farla valere per quanto possibile. E l’unico modo per farlo, prima che sia troppo tardi ed i guardiani della fattoria ci abbattano, occorrerà iniziare a dialogare con le bestie che popolano la fattoria, oltre il recinto. Non continuando ad insultarli, a trattarli da fascio-razzisti, ma comprendendo a fondo le istanze sociali che rappresentano e mostrando rispetto. Cercando di sostenere le istanze interne al M5S che intendono contrastare gli aspetti più belluini delle politiche di questo Governo, aiutando tal istanze a non essere del tutto schiacciate. Prima che l’onda lunga della deriva di destra del Paese non ci cancelli del tutto, rendendoci inutili anche per questo ruolo residuale.


* Fonte: criminalitalia

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sabato 14 luglio 2018

IL ROSARIO, SALVINI E CREMASCHI di Sandokan

[ 14 luglio 2018 ]

Lontani sono i tempi di Bossi e della cerimonia pagana e padana dello svuotamento dell'ampolla contenente l'acqua del Po. Matteo Salvini, ben sapendo come funziona la "società dello spettacolo", ha concluso il suo comizio di Pontida brandendo il rosario e su quello facendo solenne giuramento. Un gesto plateale, una banalizzazione del sacro, che aveva già compiuto a Milano, a chiusura della campagna elettorale. Si è guardato bene, questa volta, dal fare autogol, a non ostentare il Vangelo. Ciò non è accaduto per caso. Non sono stati pochi gli esponenti cattolici i quali, per condannare la sua politica sull'immigrazione, gli hanno fatto notare quanto è scritto in Matteo 25,35.43: “Ero straniero e mi avete accolto”.

Che Salvini, con questi gesti simbolici, voglia accattivarsi il consenso dei settori cattolici tradizionalisti ci pare evidente. Il tempo ci dirà se egli si senta davvero vicino alla corrente antimodernista che viene avanti da Pio X in poi. I seguaci di Lefebvre potrebbero suggerire al leader leghista una frase di Pietro il quale, convinto che i cristiani fossero gli ebrei più conseguenti, contraddice quella di Matteo: “Voi sapete come non sia lecito a un giudeo di aver relazioni con uno straniero o di entrar in casa sua” (At 10,28).

Ma non è di disquisizioni ecclesiologiche che ci vogliamo occupare bensì delle reazioni che il gesto simbolico di Salvini ha suscitato in certa sinistra. Quella scolpita il 2 luglio scorso nella sua pagina Facebook da Giorgio Cremaschi è rivelatrice.
La riportiamo per intero.
«VIA LA RELIGIONE DALLA POLITICA, VIA LA POLITICA DALLA RELIGIONE 
I leghisti sono i talebani italiani.
Salvini ha esibito il Rosario al suo comizio come un fanatico islamista avrebbe potuto fare con il Corano. Gli integralismi religiosi sono tutti eguali e crociate e guerre sante sono spinte dalla stessa aria fetida reazionaria.

La signora ridente di questa foto, che vuol cacciare dall'Italia chiunque non accetti il il dominio del suo Crocifisso, cioè non solo chi segue un'altra religione ma ogni persona laica e libera, questa signora leghista manifesta una regressione umana profonda. Ed il leader di di questa regressione umana è Matteo Salvini che benedice la sua folla con il Rosario.
Vandea, sanfedismo, clerico fascismo, dalla rivoluzione francese ad oggi queste parole definiscono tutti quei movimenti che si sono opposti ad ogni reale progresso del genere umano, facendo un uso distorto e barbaro della religione. I reazionari si appropriano di Dio per alimentare la stupidità di molti e difendere gli sporchi interessi di pochi.
Niente di nuovo a Pontida, è il periodico ritorno della barbarie reazionaria, che abbiamo sconfitto nel passato e che sconfiggeremo di nuovo.
Via la religione dalla politica, via la politica dalla religione».
 "Leghisti talebani", "Salvini come un fanatico islamista", "Salvini leader della regressione umana", "sanfedismo e ritorno della barbarie reazionaria" 
Qual è il senso delle furiose contumelie cremaschiane?
Anche volendo sorvolare sull'intonazione smaccatamente islamofoba (col che Borghezio ringrazia!) si tratta di una scomunica dal sapore religioso, un fideismo al contrario, di marca liberal-massonica però, molto distante dal marxismo che Cremaschi dice di professare.

E su cosa si basa l'anatema? Il senso sta nel titolo:"Via la religione dalla politica, via la politica dalla religione". 
Siamo trasecolati. 
Cremaschi ha trasformato il principio democratico e repubblicano per cui lo Stato, ferma la piena libertà per ogni culto religioso, non ha carattere confessionale, nell'antitesi tra politica e religione. Come se le religioni, nel caso quella cristiana, fossero appunto  schiribizzi astrusi, stregonerie oscurantiste, e non invece visioni del mondo e dell'uomo, quindi politiche in massimo grado.

"Via la religione dalla politica, via la politica dalla religione"... che è come stabilire una immaginaria linea di frontiera tra due campi dove al di qua c'è la sfera razionale della politica (con quindi dentro le più disparate correnti ideologiche, dal comunismo al nazismo) e, al di la, antidiluviane confessioni religiose buone solo per gli stolti. Cremaschi non ha capito un fico secco dell'uomo, della religione, del mondo, delle ragioni che dentro la crisi della modernità e dell'egemonia della civiltà occidentale spiegano la rinascita delle religioni, risorte dal bisogno d'identità e dalla volontà di resistenza alla globalizzazione.

Si dirà, Cremaschi è fatto prendere dalla foga.
E sia, ma ciò dimostra dove conduce l'idea accecante che il governo Di Maio-salvini sia "il più a destra della storia repubblicana", che esso sia il motore della "fascistizzazione sociale". Conduce a drogarsi con dosi crescenti di paroloni incendiari, fino all'overdose e alla morte della politica, a parole invocata come principio massimo.
Se i nemici che Salvini deve temere son questi massimalisti qui, ahinoi, potrà  dormire sonni tranquilli e davvero immaginare di "governare trent'anni".


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