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sabato 26 maggio 2018

UE: UN NAZISMO SENZA MILITARISMO di Paolo Savona

[ 26 maggio 2018 ]

«L'Italia è in una nuova condizione coloniale.... siamo in presenza di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo». 
(Paolo Savona)

Presentiamo ai lettori alcuni significativi stralci del libro di Paolo Savona "Come un incubo come un sogno" (Rubbettino) in libreria nei prossimi giorni. Sarà chiaro perché gli euroinomani lo detestano e Mattarella non vuole nominarlo ministro.

COME CI FICCAMMO NEI GUAI...

«Il mancato perseguimento degli obiettivi conduce a uno stato permanente di tensione all'interno dell'Europa per le ingiustizie che implica: i cittadini non sono tutti uguali nei diritti, ma solo nei doveri. L'esprit d'Europe si attenua e vengono meno le componenti
TUTTI CONTRO....
Anche Il fatto Quotidiano del 22 maggio
sociali della pace, la vera forza che ha trainato all'inizio l'idea di Europa. I motivi di questa situazione sono due: l'unione non era ancora maturata nella coscienza dei popoli europei finendo con il peggiorarla per le cattive performance registrate nei momenti di crisi e perché le istituzioni create confliggevano con gli obiettivi. La scelta fu decisa da un'élite che procedette illudendo il popolo con le promesse contenute nell'articolo 3 riportato. Per l'euro, invece, la volontà delle élite divergeva e fu necessario un compromesso che assegnò compiti limitati all'eurosistema e condusse a una sua nascita prematura rispetto all'indispensabile unione politica. Le preoccupazioni erano dovute al fatto che l'assegnazione di poteri più ampi alla Banca centrale europea non avrebbe garantito un'inflazione contenuta e poteva condurre a una mutualizzazione dei debiti pubblici, entrambi aspetti che la Germania non intendeva accettare. Fu un atto di debolezza dovuto alla fretta».

"ITALIANI FANNULLONI E SCANSAFATICHE"..
L'inaccettabile sciovinismo della stampa tedesca (1)
ITALIA COLONIA (TEDESCA)...

«Al di là dei difetti in materia "economica", i modi in cui l'Ue è nata, con poca preparazione dei cittadini europei e in assenza di un referendum in molti dei paesi firmatari, sono la manifestazione più chiara della filosofia politica più ingiusta e pericolosa per l'affermarsi della democrazia: quella che gli elettori non sanno scegliere, mentre sarebbero capaci di farlo per loro conto solo gruppi dirigenti "illuminati" che, guarda caso, coincidono con quelli al potere. Tra questi Paesi vi è l'Italia, dove la Costituzione decisa dai padri della Repubblica contiene la più chiara violazione del principio democratico, quello che i trattati internazionali non possono essere oggetto di referendum. Conosciamo le origini di questa grave limitazione, ma esse non valgono più dalla caduta del comunismo sovietico; torna comodo tenersi la proibizione per imporre la volontà dei gruppi dirigenti economici e politici. Posso testimoniare personalmente che i sostenitori del Trattato di Maastricht, in particolare per quanto riguarda la cessione della sovranità monetaria, erano coscienti dei difetti insiti negli accordi firmati, ma la sfiducia che essi avevano maturato sulla possibilità di collocare l'Italia nel nuovo contesto geopolitico hanno indotto il Parlamento a seguire i loro consigli, compiendo un atto che sarebbe potuto essere favorevole al Paese se l'assetto istituzionale dell'Ue avesse condotto a un'unione politica vera e propria e non avesse i gravi difetti di architettura istituzione e di politeia indicati...Poiché l'unione commerciale e monetaria non ha condotto all'unione politica come sperato, questi gruppi dirigenti ci hanno lasciato un'eredità negativa che, sommandosi ai difetti culturali e politici del Paese, fa scivolare l'Italia in una nuova condizione coloniale, quella stessa sperimentata dalla Grecia».  

FASCISMO SENZA DITTATURA...

«L'Italia era impreparata nel 1992 ed è ancor più impreparata oggi, per le difficoltà che si sono accumulate e perché ha capito con quali compagni di strada si è messa. Non accuso la sola dirigenza italiana della scelta errata, ma anche quella europea, che era ben conscia, anche spingendosi oltre la realtà fattuale, che l'Italia non fosse preparata per stare nella moneta unica così come era stata concepita. Nella riunione del 24 marzo 1997, tenutasi a Francoforte, l'Italia era fuori dall'euro, nonostante Ciampi, ministro del Tesoro del governo Prodi, avesse varato il 30 dicembre precedente una manovra fiscale di 4.300 miliardi di lire, imponendo quella che è ricordata come "eurotassa" per rientrare nei parametri fiscali concordati. L'Italia aveva chiesto inutilmente di prorogare l'avvio dell'euro, ma la Germania si oppose. Un anno dopo, il 28 marzo, l'Italia venne accettata nel gruppo di testa dei Paesi aderenti all'euro. Non si conosce che cosa sia esattamente successo nel corso di quell'anno; forse ha contato l'impegno della diplomazia monetaria, dove la Banca d'Italia svolgeva un ruolo importante, o forse il fatto che, fatti bene i calcoli, i Paesi-membri hanno compreso che, tenendoci fuori, avrebbero patito la nostra concorrenza sul cambio e, accettandoci, avrebbero bardato il nostro sviluppo. Ora la nuova sovranità da espugnare è quella fiscale con le stesse modalità che hanno ispirato la cessione della sovranità monetaria, ossia secondo una visione di parte, pregiudiziale, del suo funzionamento, accompagnata dalla solita dichiarazione che servirebbe a migliorare il benessere generale. Essa non sarebbe un passo verso un'unione dove i cittadini godono degli stessi diritti ma per consentire una buona performance dell'euro e del mercato unico che causa una divisione tra essi. L'uomo al servizio delle istituzioni e non viceversa, una concezione sovietica dietro il paravento della liberaldemocrazia. Semmai si decidesse di farlo — e i gruppi dirigenti italiani, la stessa cultura accademica prevalente sono pronti ad accettarlo — si rafforzerebbero ancor più le forme di coordinamento obbligatorio, di tipo burocratico, diminuendo quello spontaneo garantito dal mercato unico creato con gli Accordi di Roma del 1957. Il problema dell'Ue non è l'autonomia delle sovranità fiscali nazionali, peraltro già vincolate dai parametri di Maastricht e rafforzate con il fiscal compact, ma l'assenza di un'unione politica in una delle forme conosciute di Stato. Spiace doverlo evidenziare, ma, cavalcando l'ideale elevato di porre fine alle guerre tra Paesi europei, non potendo procedere per via politica, i gruppi dirigenti hanno deciso di seguire una soluzione dove i principi democratici non hanno accoglienza. La conseguenza di questa scelta ha i contenuti di un fascismo senza dittatura e, in economia, di un nazismo senza militarismo».
Di Maio=PESTE. Salvini=COLERA...
L'inaccettabile sciovinismo della stampa tedesca (2)


SE QUALCOSA NON FUNZIONA SI CAMBIA...

«I gruppi dirigenti apprezzano l'inversione dei rapporti di forza favorevole che l'Ue stabilisce tra loro e il popolo, in particolare i lavoratori, con i media che esaltano quasi quotidianamente "le magnifiche e progressive sorti" dell'Unione europea per il Paese, anche se esse non emergono dalla realtà. L'enigma (peraltro di facile soluzione) è a quale parte del Paese si riferiscono? Purtroppo la risposta è quella parte che già sta bene e sa difendersi, essendo in larga maggioranza. Siamo tornati indietro di secoli nelle conquiste raggiunte nella convivenza civile democratica. Poiché una politica monetaria comune non si adatta a tutte le esigenze o condizioni di fatto dei Paesi che aderiscono alla moneta unica, l'aggiustamento dovrebbe essere attuato con adeguate politiche fiscali, le quali, come si è ricordato, sono restate nelle mani dei singoli Paesi, ma sono vincolate da limiti ben precisi posti ai deficit del bilancio pubblico e al livello del debito sovrano sul Pil. Soprattutto per i Paesi, come l'Italia, che fin dall'inizio avevano una posizione squilibrata rispetto a questi due parametri fiscali (oltre il 7% nel deficit di bilancio e oltre il 100% nel rapporto debito pubblico/Pil), gli spazi per queste politiche sono di fatto attribuiti in modo asimmetrico, positivi per chi rientra nei parametri concordati, negativi per gli altri. L'ingiustizia è innata negli accordi (...) Non c'è verso di convincere i leader dell'Unione europea di seguire il principio di Franklin Delano Roosevelt che se qualcosa non funziona, si cambia. Ma il cambiamento richiede preparazione scientifica, fantasia creatrice e coraggio per intraprenderlo. Nell'Ue le forze della conservazione prevalgono. La storia economica brevemente percorsa suggerisce che è necessario mutare le politiche riguardanti gli investimenti, soprattutto pubblici, e la tutela del risparmio operando sui tassi dell'interesse e sul rischio, nonché il funzionamento del sistema monetario internazionale ed europeo, affrontando con adeguate politiche i divari di produttività tra aree geografiche, settori produttivi e dimensioni di impresa. Se non lo fa, la società prima o dopo si vendicherà, seguendo i movimenti di protesta non perché siano preparati ad affrontare il problema, ma solo perché insoddisfatti delle politiche seguite dai partiti tradizionali».

E per quella inglese han vinto "I BARBARI"

IL RISCHIO CHE ARRIVI LA TROIKA...

«Non ho mai chiesto di uscire dall'euro, ma di essere preparati a farlo se, per una qualsiasi ragione, fossimo costretti volenti o nolenti (il piano B da me invocato). Ritengo che uscire dall'euro comporti difficoltà altrettanto gravi di quelle che abbiamo sperimentato e sperimenteremo per restare. Il problema consiste nel fatto che non abbiamo né piano A, né B. Il piano A dell'Italia è quello della Ue con le conseguenze indicate. Ho il timore che il piano B sia quello di consegnare la sovranità fiscale alla "triade" (Fmi-Bce-Commissione) se le cose peggiorano, infilandoci nella soluzione greca. Il Paese è in un vicolo cieco. Le autorità hanno il dovere di approntare e attuare due diversi piani, quello necessario per restare nell'Ue e nell'euro, e quello per uscire se gli accordi non cambiano e i danni crescono. Invece si insiste nella loro inutilità essendo l'euro irreversibile e si è disposti a pagare qualsiasi costo pur di stare nell'eurosistema. La prima dichiarazione viene fatta a voce alta, la seconda raramente, ma viene comunque pensata dagli ideologi dell'Ue e dell'euro, ben sapendo che questo costo non verrebbe pagato da loro, ma da una minoranza, sia pure di dimensione significativa».

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PAOLO SAVONA? di Emiliano Brancaccio

Emiliano Brancaccio
[ 26 maggio ]

Come volevasi dimostrare: Paolo Savona, a causa delle sue critiche all'euro-germania, è la pietra dello scandalo. 
Mattarella, a nome di chi comanda davvero, ha posto un veto irremovibile alla sua nomina come ministro dell'economia. Siccome sia Salvini che Di Maio tengono il punto, potrebbe aprirsi quella che abbiamo definito una "crisi istituzionale senza precedenti". 
Cosa mostra questa vicenda? Quello che da sempre andiamo dicendo: che la questione delle questioni è quella della sovranità nazionale, ovvero: chi sceglie il ministro, chi ha vinto le elezioni o l'asse Bruxelles-Fracoforte-Berlino? Viene da sé che chi ha capito quale sia il nemico principale e quale sia la posta in palio, deve dire "giù le mani da Paolo Savona!". A sinistra, ahinoi, i più, non lo capiscono (vedi ad esempio Cremaschi e Potere al Popolo)
Il fatto che noi distinguiamo le questioni principali da quelle secondarie, non ci acceca. Sappiamo che Savona è un vecchio boiardo di stato, sappiamo (che lo abbiamo studiato negli anni) che la sua visione di "Piano B" di uscita dall'euro non esce dalla cornice liberista. Così, mentre lo difendiamo, siamo in dovere di spiegare perché non condividiamo la sua visione di "Piano B".
Fu l'economista Emiliano Brancaccio, principale difensore della "uscita da sinistra dall'euro" a mettere in guardia dai "gattopardi" come Paolo Savona. Lo fece a più riprese nel 2014, quando Savona iniziò a dare sostanza al suo "euroscetticismo". Brancaccio intuì per primo che la "linea Savona" sarebbe potuta essere la concreta "uscita italiana da destra". Condividemmo le considerazioni di Brancaccio, salvo ricordargli che, nelle condizioni drammatiche date, una uscita alla Savona sarebbe stata sempre meglio che restare nella gabbia dell'euro.

Vediamo dunque cosa disse Brancaccio in un'intervista del 12 febbraio 2014 a ITALIAOGGI che già il 13 febbraio pubblicammo su  SOLLEVAZIONE.

Nb
Con Brancaccio ci siamo misurati in diverse occasioni. Ad esempio in questo articolo di Leonardo Mazzei del gennaio 2013:
COME USCIRE DALL'EURO? Tre osservazioni sulla tesi di Brancaccio.




*  *  *


EURO: ATTENTI AI GATTOPRADI
Intervista di Emiliano Brancaccio


D. Quali sono i principali “mali” dell’euro?
R. “Penso che il problema stia nell’assetto complessivo dell’Unione, nel suo orientamento liberista e liberoscambista e nella sua vocazione all’austerity, non semplicemente nella moneta unica. Tuttavia è vero che uno squilibrio monetario interno esiste. Uno dei motivi è che in questi anni la Germania ha attuato una ferrea politica di competizione salariale. Dal 1999 ad oggi in Germania i salari monetari sono aumentati di appena il ventidue percento, contro un aumento medio del trentanove percento nell’eurozona. La conseguenza è che la Germania costringe gli altri paesi membri a partecipare a una feroce gara al ribasso relativo dei salari e dei prezzi. Questa gara avvantaggia ulteriormente l’economia tedesca e i suoi satelliti, ma fa sprofondare il resto dell’Unione in una depressione generalizzata dei redditi e dell’occupazione”.

D. In questo quadro, lei ritiene percorribile la strada di uscita dall’euro?
R. “Guardi, abbiamo provato in tanti a invocare una riforma dell’Unione ma finora non si è fatto praticamente nulla. La stessa strategia di salvataggio messa in atto da Draghi è contraddittoria: la Bce eroga liquidità ai Paesi più deboli ma in cambio chiede austerity, riduzioni salariali, e annuncia pure la chiusura di molte banche situate soprattutto in quei Paesi. Questo non farà altro che accentuare i divari rispetto alla Germania. Una svolta reale negli indirizzi di politica economica europea non si intravede, ed è insensato pensare che si possa fronteggiare questo disastro con altre manciate di vuota retorica europeista. Con divergenze così accentuate l’eurozona prima o poi esploderà, volenti o nolenti”.

D. Cosa pensa delle tesi del professor Savona su un “piano B” di uscita dall’euro, che MF e ItaliaOggi hanno rilanciato sotto forma di “manifesto”, e che però, in prima istanza, punta su un massiccio piano di privatizzazioni realizzate e non più solo declamate?

R. “Che una possibilità di uscita debba ormai essere contemplata è questione che attiene al più elementare alfabeto delle relazioni internazionali. Coloro i quali si ostinano ad affermare che ai tavoli delle trattative europee ci si debba sedere legandosi le mani ed escludendo a priori un piano di uscita, vorrebbero presentarsi al grande pubblico come persone di buon senso. In realtà la loro posizione è ormai scarsamente realistica, e a questo punto mi sembra anche poco responsabile: proprio la sensazione che ci si trovi in un vicolo cieco alimenta il nazionalismo più retrivo e xenofobo. Detto questo, credo di pensarla diversamente dal Prof. Savona…”.

D. Cosa non condivide?

R. “Per esempio, non credo che altre privatizzazioni siano la soluzione. Questo è un paese con scarsa memoria, ma dovremmo ricordare tutti che la crisi del 1992 venne affrontata proprio con un massiccio piano di privatizzazioni e dismissioni all’estero, le cui dimensioni costituirono un record a livello mondiale. Oggi sappiamo che quella operazione fece molti danni: diede luogo a una riduzione del debito pubblico solo temporanea, portò ad aumenti dei prezzi in molti settori come denunciato dalla stessa Corte dei Conti, e determinò un indebolimento del sistema produttivo nazionale, che paghiamo ancora oggi. Né credo che la soluzione alla crisi risieda nei tagli alla spesa pubblica totale che Savona pure invoca. Nell’apparato statale ci sono ancora diverse sacche di spreco ma sono ancora di più i settori chiave in cui si registra una tremenda carenza di risorse, che pregiudica gli stessi obiettivi di modernizzazione della macchina statale. Del resto, nel suo complesso la spesa pubblica italiana rispetto al Pil è appena di un punto al di sopra della media europea, e al netto degli interessi si situa persino al di sotto della media”.

D. Il professor Savona, a dire il vero, punta sulla privatizzazione degli asset pubblici non utilizzati, o non adeguatamente utilizzati, per poter abbattere lo stock del debito che ha raggiunto livelli tali da non consentire nessuna credibile manovra di risanamento economico. Ma andiamo avanti. Nel “monito degli economisti” che lei ha promosso si parla di modi alternativi di uscita dall’euro. Lei stesso ha più volte sostenuto la necessità di una uscita “da sinistra”, opposta a una cosiddetta uscita “da destra”. Ci spieghi questa distinzione.

R. “Proviamo per un attimo a mettere da parte queste etichette e stiamo al merito. La crisi è stata innescata, tra le altre cose, da quelle politiche liberiste e liberoscambiste che negli anni passati hanno determinato una progressiva deregolamentazione dei mercati finanziari e dei sistemi bancari. Purtroppo, fino ad oggi non ci sono stati effettivi ripensamenti, non si è posto alcun rimedio agli effetti deleteri di queste politiche. Il mio timore, dunque, è che si stia facendo largo una strategia di gestione della crisi europea che personalmente ho definito “gattopardesca”, e che consiste nell’obiettivo di cambiare tutto, magari anche la moneta unica, pur di non cambiare praticamente nulla, cioè pur di non mettere in discussione le politiche degli anni passati. In questa strategia gattopardesca rientra pure l’idea secondo cui per uscire dalla crisi basterebbe abbandonare l’euro e affidarsi alle libere fluttuazioni delle monete sul mercato dei cambi. Questo modo di affrontare la crisi è sbagliato, perché si affida ancora una volta al mantra del mercato, avvantaggia la speculazione finanziaria, rischia di favorire una svendita degli istituti bancari nazionali e può deprimere ulteriormente il potere d’acquisto dei salari. Ecco perché molti economisti suggeriscono una modalità alternativa di gestione della crisi dell’eurozona, che dovrebbe tra l’altro consistere nel ripristino dei controlli alle acquisizioni estere e ai movimenti internazionali di capitale: ossia, nella messa in discussione non solo della moneta unica ma anche del mercato unico, e dell’assetto complessivo dell’Unione europea. Insomma, l’euro è senza dubbio parte del problema, ma le scorciatoie non esistono: se non sottoponiamo a una critica più generale le politiche liberiste degli anni passati, dalla crisi non usciremo”.

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venerdì 25 maggio 2018

AGRICOLTORI INDIGNATI

[ 25 maggio 2018 ]

E' ora di aprire il fronte della sovranità agricola ed alimentare italiana

La situazione in cui versa l'agricoltura italiana è ogni giorno più drammatica, malgrado l'alta qualità di ciò che viene prodotto. Dipende forse dalla scarsa "produttività" delle aziende? NO! E non dipende nemmeno, come vorrebbero fra credere i neoliberisti, dalle loro ridotte dimensioni (che non sono sarebbero sufficienti "a stare sul mercato"). Dipende dalla spietata concorrenza dei grandi gruppi agro-industriali che l'Unione europea difende. Il governo italiano e quelli regionali, invece di proteggere l'agricoltura italiana ed i suoi addetti, ubbidiscono supinamente a Bruxelles e lasciano morire migliaia di aziende.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la notizia della prossima manifestazione degli agricoltori che si svolgerà a Perugia il 5 giugno prossimo. Ci auguriamo che sia un successo contagioso, in barba al boicottaggio delle associazioni di categoria e del governo regionale umbro. [Sopra la bandiera che i manifestanti umbri porteranno in piazza]

*  *  *



AGRICOLTORI INDIGNATI
ADESSO BASTA!


1) Contestiamo le politiche agricole della Regione Umbria:
➡︎ per il privilegio dato a noti gruppi agroindustriali, impegnando per essi la maggior parte delle risorse del Piano di Sviluppo Rurale;

➡︎ per la penalizzazione dei piccoli produttori, biologici e di qualità, con una netta riduzione dei finanziamenti programmati;

➡︎ per il fatto che oltre il 75% delle domande di insediamento dei giovani agricoltori non sono state finanziate.

2) Contestiamo AGEA (l’Ente di rogazione dei fondi in agricoltura) che pur avendo ampia disponibilità di risorse stanziate dalla Comunità Europea non riesce a saldare i progetti di investimento regolarmente rendicontati e le regolari domande di sostegno all’agricoltura per inettitudine e incompetenza, mettendo a serio repentaglio la vita stessa delle aziende per motivi esclusivamente burocratici.

3) Contestiamo alcune associazioni di categoria per quei comportamenti che spesso non hanno rappresentato i diritti degli agricoltori e per non essere riuscite a porre argine a queste problematiche.

CORTEO REGIONALE DI PROTESTA CON I TRATTORI 

Martedì 5 Giugno ore 15.00

Nessuna bandiera ma trattori, pale, zappe e prodotti della nostra Terra!
CORTEO DEI TRATTORI

ore 15.00: raduno dei TRATTORI parcheggio PIAZZALE DEL BOVE, Perugia

ore 16.00: partenza del corteo dei TRATTORI con sosta sotto la Regione Umbria (Broletto), arrivo parcheggio Minimetrò PIAN DI MASSIANO
DELEGAZIONE DI 5 TRATTORI

ore 18.30: assemblea pubblica degli agricoltori sotto il palazzo del Consiglio Regionale PIAZZA ITALIA con una delegazione di 5 trattori (Minimetrò da Pian di Massiano per raggiungere Piazza Italia)

Tutta la cittadinanza è chiamata a partecipare per difendere i nostri cibi, il nostro territorio, le nostre acque e i nostri Agricoltori veri custodi del territorio.


AGRICOLTORI INDIGNATI

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ECCO I NEMICI DEL GOVERNO di Piemme

[ 25 maggio 2018 ]

Oggi, al massimo domani, sapremo quale sarà l'esito del braccio di ferro sul ministro dell'economia. Una postazione strategica che i poteri forti eurocratici non vorrebbero perdere.

Se M5S e Lega terranno duro, come speriamo, non c'è dubbio che anche quella roccaforte oligarchica sarà espugnata, coprendo di ridicolo tutti i pennivendoli che per giorni hanno spacciato la fanfaluca che la scelta del presidente del consiglio e dei ministri, fosse prerogativa, non di chi ha vinto le elezioni, bensì del presidente della Repubblica.

Lorisgnori se ne dovranno fare una ragione.
Detto questo, ammesso che sia superata e vinta la campagna preventiva per piegare e umiliare Di Maio e Salvini, non è che il governo giallo-verde possa dormire sonni tranquilli. La sconfitta subita al primo round ha reso lorsignori ancor più iracondi. Essi vorranno vendicarsi, cercheranno la rivincita. Ne è prova l'assise della Confindustria dell'altro ieri: per la prima volta nella sua storia questa cosca di prenditori, sempre governista, ha lanciato una vera e propria dichiarazione di guerra al governo giallo-verde.

Non c'è dubbio: essi daranno filo da torcere al nascente governo. Ricorreranno ad ogni mezzo pur di rovesciarlo se esso tenesse fede al mandato ricevuto dalla maggioranza degli elettori —una maggioranza, riteniamo, ben più ampia di quella che si è espressa nelle urne. Pensiamo infatti al terzo degli elettori che non sono nemmeno andati a votare. Lì ci sono sacche di protesta molte ampie che dimostrano quel che andiamo da anni dicendo, che le élite eurocratiche e neoliberiste sono una minoranza nel Paese, che ci sono le risorse per vincere la guerra e dare una svolta radicale. Una guerra che dopo l'eventuale insediamento del governo porta dritti alla prossima seconda battaglia, quella della prossima legge di bilancio. Questa sarà una verifica decisiva. Le armate eurocratiche già si stanno predisponendo per vincere la "campagna d'autunno".

Come esse si disporranno sul terreno? a quali stratagemmi ricorreranno? Quale sarà la loro potenza di fuoco?

Ce lo indica Marcello Sorgi il quale, su LA STAMPA di ieri, scrive senza giri di parole:
 «La vera opposizione la faranno i mercati, allarmati da quel che potrà accadere, impegnati a guardare con la lente di ingrandimento le prime mosse del professor Conte e dei suoi ministri, e soprattutto, in assenza di messaggi chiari, pronti a firmare vendite in blocco dei nostri titoli di stato, cosa che si ripercuoterebbe immediatamente sui risparmi degli italiani. Molto dipenderà dalle capacità che il nuovo premier, con la compostezza che ieri ha esibito al Quirinale, saprà dimostrare, e dalla consapevolezza che il nuovo mestiere che si è scelto è fondato su una regola non scritta: governare è fare quel che si deve, e non ciò che si vuole».
"Quel che si deve, non quel che si vuole", in sostanza UBBIDIRE a chi comanda davvero ed ha sempre comandato conducendo il Paese nel marasma. Come abbiamo scritto i poteri forti  "scateneranno l'inferno", manderanno avanti "i mercati" (che poi, alla fine, sono essi stessi) per terrorizzare i cittadini e mettere in atto, dopo aver posto in essere trame e intrighi di palazzo per privare della maggioranza il governo giallo-verde, un Colpo di Stato — magari in stile Euromaidan.

Come dichiarato da P101 ci sarà solo un modo per impedirlo: "suscitare una forte mobilitazione popolare" a favore dell'indipendenza del Paese, della sua sovranità e della sua libertà di scelta.



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giovedì 24 maggio 2018

I BUFFONI DELLA STAMPA di Leonardo Mazzei

[ 24 maggio 2018 ]


La campagna mediatica non è servita: Mattarella perde il braccio di ferro su Conte, decisivo batterlo su Savona

In fondo una noterella sulle bassezze di certi sinistrati


Il governo gialloverde sta nascendo e l'oligarchia eurista gioca pesante. Non ha più consenso né maggioranza parlamentare, ma vuol comandare lo stesso. Tante le sue armi, tanti i suoi centri di potere. Se il suo fortino è il Quirinale, le sue truppe d'assalto sono nelle redazioni dei media.

La scomposta campagna "anti-populista" di questi giorni ci dice essenzialmente due cose: di che pasta sia fatto il cosiddetto "quarto potere" in una società come la nostra, quanto sia grande la posta in gioco della fase politica apertasi il 4 marzo. La prima cosa la sappiamo da sempre, ma mai come stavolta il ruolo servile della stampa ci è stato squadernato senza pudore alcuno. Sulla seconda non abbiamo mai avuto alcun dubbio. Ne scriviamo da ottanta giorni, ma anche adesso che i fatti ci danno ragione a trecentosessanta gradi, ciò non sarà mai sufficiente per certe zucche dure che conosciamo.

Naturalmente, dal punto di vista politico, la scelta di Conte ci lascia assai perplessi. Ma è mai possibile assistere in silenzio al tiro al bersaglio a cui è stato sottoposto? Le risibili accuse che gli sono state rivolte, dal suo curriculum alle questioni fiscali, ci mostra a quali meschinità arriva il potere pur di impedire la nascita di un governo che teme di non poter controllare come vorrebbe, come è abituato a fare da sempre.

La raccolta degli articoli usciti nelle quarantottore tra lunedì 21 (indicazione del nome di Conte da parte di Lega ed M5S) e mercoledì 23 (incarico allo stesso da parte di Mattarella) sono la prova più lampante di cosa sia un regime oligarchico. Altro che libertà di stampa!

Stamattina, non avevamo dubbi, i toni sono già cambiati. Siccome l'incarico c'è stato (poi vedremo il perché) adesso inizia un altro giochino. Se fino a ieri bisognava delegittimare la persona indicata come presidente del governo gialloverde, adesso cominceranno a contrapporre Conte (tutto il potere al premier!, si capisce) a Lega e Cinque Stelle (il male populista da combattere). Nella sua prevedibilità il giornalistume imperante è perfino commovente.

Capofila di questo atteggiamento è ovviamente la Repubblica. Dopo averne dette di tutti i colori sul suo conto, ecco la prima parte del titolo di stamattina: «Conte premier: "Sì all'Europa"». Poi, siccome bisogna portarsi avanti col lavoro, ecco la seconda: «La Lega sfida il Colle su Savona». E così praticamente tutti i quotidiani all'unisono, con il berlusconiano Giornale ad annunciare trionfante che: «L'Economia- intendendo ovviamente il Ministero - andrà sotto tutela».

Ma non conta solo quel che questi farabutti con la patente di scrivere dicono oggi. Conta ancor di più quel che non ci dicono. E non ci dicono in particolare la notizia del giorno, che su Conte la loro campagna è fallita e Mattarella si è dovuto piegare.

E perché si è piegato? Semplice, perché Lega ed M5S hanno tenuto duro. E qual era l'alternativa a quel punto per il piccolo Napolitanodel Colle? Erano le elezioni anticipate, con la non piacevole prospettiva di ritrovarsi tra quattro mesi il duo Salvini-Di Maio con centocinquanta parlamentari in più. Ecco perché la tentazione golpista è stata momentaneamente accantonata. Solo momentaneamente, però. Anche perché le forzature mattarelliane hanno non solo la piena copertura dei servi della disinformazione, ma (come abbiamo denunciato) godono pure del silenzio dei costituzionalisti e dell'avallo di una sinistra che ha perso la testa.

Adesso l'obiettivo del blocco dominante è quello di impedire che Savona diventi ministro. Certo sarà difficile descrivere questo vecchio liberale come un pericoloso estremista. Sarà difficile considerare incompetente l'ex direttore della Banca d'Italia, già direttore di Confindustra nonché ministro dell'Industria del governo Ciampi. Sarà difficile, ma vedrete che le proveranno di tutte. Tutto dipenderà però, come per Conte, da un unico fattore: la compattezza politica dei sottoscrittori del patto di governo. Se ci sarà, Mattarella dovrà piegarsi una seconda volta.

Del resto il giochino mediatico è esattamente lo stesso. Fino a ieri dicevano che M5S avrebbe potuto dividersi su Conte in cambio del rientro in pista di Di Maio. Oggi invece ammiccano ad una Lega divisa su Savona in vista di una sua sostituzione con Giorgetti. Se tanto mi da tanto, penso proprio che falliranno anche stavolta.

E' incredibile come a molti sembri ancora sfuggire la gravità, la natura golpista ed incostituzionale, del ruolo che tanti vorrebbero assegnare al presidente della repubblica. Ed un veto su Savona sarebbe ancora più indecente, visto che nel suo caso non si potrebbe certo evocare l'impreparazione o la mancanza di esperienza internazionale. Un veto nei sui confronti avrebbe solo ed esclusivamente una motivazione politica: le sue posizioni molto critiche sull'euro e sui danni che il sistema che lo sostiene arreca all'economia italiana.

Se ciò dovesse accadere saremmo di fronte ad un comportamento illegale, con un passaggio di fatto da un sistema parlamentare ad uno presidenziale. Una forzatura che richiederebbe la messa in stato d'accusa di Mattarella per attentato alla Costituzione.

Vedremo quel che accadrà. Di certo siamo all'inizio di una grande battaglia. Alla fine di questo scontro l'Italia, nel bene o nel male, non sarà più la stessa. Chi non l'ha ancora capito si ripassi i fondamentali della politica.

Come ha scritto Programma 101: «Certo, avremmo voluto che la causa della liberazione nazionale dal giogo eurista fosse in altre mani; avremmo voluto che una sinistra patriottica avesse potuto giocare da subito un ruolo di primo piano. Così purtroppo non è per la responsabilità di tanti, ma non per questo possiamo essere indifferenti all'esito dello scontro che si profila. Pur senza offrire alcun sostegno incondizionato, siamo quindi favorevoli alla nascita del governo M5S-Lega. Un governo che andrà giudicato dai fatti. Unico modo, fra l'altro, per mettere seriamente alla prova i due vincitori del 4 marzo».

A differenza dei sostenitori del né né (né con i diktat euristi, né col governo gialloverde), noi non condividiamo il disfattismo. Non lo condividiamo sia perché abbiamo sempre avuto chiaro che la battaglia contro la gabbia eurista sarebbe avvenuta in un quadro inevitabilmente contraddittorio, ma soprattutto perché guardiamo in primo luogo ai concreti processi storici, e dentro di essi alla collocazione del nostro blocco sociale, quello del popolo lavoratore, di chi ha pagato e sta pagando la crisi in questi anni, di chi vuol farla finita con una globalizzazione che ha gettato nella misera milioni di persone.

La conseguenza di tutto ciò è che stiamo dalla parte del popolo, questo popolo. Ed una sconfitta del governo nascente, nel suo scontro con i poteri oligarchici, sarebbe una sconfitta popolare di dimensioni drammatiche. Insegna nulla la Grecia del post-luglio 2015? Chi pensasse di aprirsi domani uno spazio politico, stando oggi alla finestra senza sporcarsi le mani, è semplicemente fuori dalla realtà. Avrà invece spazio e ruolo politico solo chi non avrà paura di gettarsi nella lotta, una lotta certo difficile per tanti aspetti, ma decisiva come non mai per il futuro del nostro Paese

PS - Per renderci conto delle bassezze di certa intellettualità di """"sinistra"""" (le molte virgolette non sono un refuso) basta leggere quanto scrive Annamaria Rivera su MicroMega. Dopo aver ripreso la definizione del Financial Timesdei "moderni barbari", l'articolista conclude prendendosela con chi? Con noi e con Stefano Fassina. Con noi in quanto "rossobruni" (gli argomenti Rivera, gli argomenti, che ci si può sempre preparare meglio anche per simili porcherie...), con Fassina perché ci frequenta...

Leggere per credere i toni da caccia alle streghe della Rivera:
«Infine, inquietante è l'attuale indulgenza verso i fascio-stellati da parte di qualche politico formalmente di sinistra. In un'intervistarilasciata al manifesto il 17 febbraio(in realtà il 17 maggio, ndr),Stefano Fassina, deputato di Liberi e Uguali, il quale non disdegna la frequentazione di rosso-bruni, ammette che, sì, "non è il governo che sognavamo", ma "chi li attacca oggi è per lo più per la conservazione". E più avanti, con lessico alquanto ambiguo, depreca "la deriva cosmopolita di parte della sinistra, che considera una parolaccia l'interesse nazionale"».

E poi si domandano perché certa sinistra faccia schifo alle persone normali.

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mercoledì 23 maggio 2018

LE SINISTRE E IL GOVERNO

[ 23 maggio 2018 ]

A chi fosse interessato, presentiamo una carrellata con la posizione che i vari partiti, movimenti e gruppi di sinistra hanno preso rispetto all'eventuale governo giallo-verde.



Due essenzialmente le posizioni: la prima e la più diffusa: opposizione senza sé e senza ma: la seconda: né-né. C'è poi chi non ha ancora preso una posizione, e chi non sa che pesci pigliare.

C'è però un trait d'union tra tutti quanti i soggetti della sinistra, da quella moderata a quella più estrema, ed è ben espresso dal confronto tra la vignetta n.1 apparsa su CONTROPIANO e quella (indegna!) n. 2 (il verbo del sociologo che scrive su il manifesto Alessandro Dal Lago)...



Ma veniamo a noi, anzi, a loro...


SINISTRA ITALIANA 
(Opposizione senza sé e senza ma)

POTERE AL POPOLO  (Opposizione senza sé e senza ma)
“Rispetto al governo che si profila, sulla base delle indiscrezioni e delle dichiarazioni sul programma, Potere al Popolo si schiera in ferma e radicale opposizione. Contrasteremo le misure repressive e autoritarie che si annunciano verso i migranti, i poveri, il dissenso ed il conflitto sociale, misure che raccolgono la violenta eredità delle leggi Minniti Orlando. 
… Per queste ragioni la nostra opposizione al governo Lega M5S non avrà nulla a che vedere con quella euroatlantica, rappresentata dal PD e dai residui berlusconiani e interpretata dalla grande stampa a partire dal quotidiano La Repubblica”. 
https://poterealpopolo.org/potere-al-popolo-governo/ 

PARTITO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA (Opposizione senza sé e senza ma)

EURONOMADE-NEGRIANI  (Opposizione senza sé e senza ma)
«Le sinistre “radicali” la lingua del nazionalismo di ritorno (la vera sostanza di ciò che viene denominato populismo) fondata sull’astrazione di un popolo che esiste solo nell’autolegittimazione di chi pretende di incarnarne la volontà. Di proprio, le une e le altre, hanno conservato brandelli di una lingua morta che ruota attorno alla figura e al ruolo dello Stato sulla cui natura contemporanea, e sul cui rapporto col Mercato nessuno sente più il bisogno di interrogarsi. Così, nel susseguirsi ininterrotto delle sconfitte, le sinistre finiscono col replicare, attraverso il mantra della rifondazione, quella stessa astrazione mascherata da concretezza che governa l’agire politico di chi ha oggi conquistato il centro della scena.»
UNA FALSA IDEA DI CONCRETEZZA, TRA NEOLIBERISMO E SOVRANISMO 

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI(Opposizione senza sé e senza ma)
“Deriva reazionaria” 

SINISTRA ANTICAPITALISTA(Opposizione senza sé e senza ma)
Il contratto tra Lega e M5S per un governo reazionario e di destra

PROLETARI COMUNISTI (Opposizione senza sé e senza ma)
Governo fascio-populista

PARTITO COMUNISTA ITALIANO (Né-Nè)
“I comunisti sanno, al di là dei contraddittori aspetti contingenti, che l’impossibilità, da parte di Lega e M5S, di spingersi sino in fondo nella lotta contro l’imperialismo USA e la NATO e contro l’Ue, risiede nella loro stessa natura ideologica e politica, non conseguentemente antimperialista e anticapitalista, ma segnata da un populismo e da un qualunquismo che, se fino ad oggi ha pagato, alla lunga costringeranno leghisti e grillini (qualora continui a prevalere la linea Di Maio) a spostamenti ondivaghi, con un chiaro destino: la stabile ricollocazione nel campo liberista e capitalista. Se qualcuno, anche in certa sinistra “comunista”, crede di individuare nella Lega e nel M5S le nuove avanguardie della lotta antimperialista e contro l’Ue, crediamo che avrà ben presto un amaro risveglio.” La fase attuale, l’ipotesi di un governo M5S-Lega e noi 


RETE DEI COMUNISTI (Né-Né)
“Alla luce di quanto siamo riusciti a decrittare finora nel contratto di governo, possiamo dire che tre questioni decisive costituiscono l’oggetto del contrasto politico tra il nostro mondo e il programma del “nuovo esecutivo”: a) la subalternità e la non rottura con il vincolo esterno (i diktat dell’Unione Europea e la Nato); b) l’assoluta sottovalutazione delle emergenze sociali, soprattutto su reddito, abitazioni, Meridione e tutela dei territori; c) la tendenza alla semplificazione, e dunque alla soluzione autoritaria, dei problemi sociali.  Su altre questioni occorre ammettere di aver visto palesarsi ipotesi parecchio diverse rispetto a quelle messe nero su bianco dai governi di centro-destra e centro-sinistra degli anni precedenti. Il che costituisce un problema serio, non risolvibile con la pura e semplice condanna dei punti più infami. Del resto non è una novità che la reazione “populista” si presenti sempre in forme differenti dal liberismo puro e semplice, perché seleziona alcune figure sociali che annuncia di voler difendere assicurando che saranno altre a pagare il prezzo di quel “salvataggio”. E’ qualcosa di più della sola guerra tra poveri, attiene anche alla scomposizione e/o sopravvivenza di pezzi di borghesia nazionale. Se vogliamo combattere con efficacia la partita che si va aprendo, bisogna inquadrare bene la sua natura”. Un governo che può portare rogne


PARTITO COMUNISTA- RIZZO 
(Non pervenuto - nessuna posizione)

SINISTRA CLASSE E RIVOLUZIONE
Non pervenuto - nessuna posizione)

FRONTE POPOLARE
Non pervenuto - nessuna posizione

SENSO COMUNE (???)

“È per questo che è tempo di dare delle gambe all’ipotesi populista-democratica. Mentre Pd, LeU e PaP si preparano ognuno a proprio modo ad un’opposizione “di sinistra” alla grande coalizione giallo-verde, larghi spazi di movimento si aprono per una proposta che sia equidistante tanto dalla Lega che dal Pd, tanto da LeU che dal M5S. Perché, certo, il governo pentaleghista provocherà scontento. Ma non perché sarà (verosimilmente) un governo repressivo o più o meno apertamente razzista. Il governo Salvini-Di Maio deluderà perché non potrà portare fino in fondo la rivoluzione anti-oligarchica richiesta dal voto del 4 marzo. Lo spazio politico aperto dal governo Giallo-verde

PARTITO DEI CARC (appoggio critico ad un governo M5S)*
GOVERNI CHI HA VINTO LE ELEZIONI: SOSTENERE IL GOVERNO DEL M5S FINCHÉ MANTIENE LE PROMESSE FATTE IN CAMPAGNA ELETTORALE 

LISTA DEL POPOLO  (stiamo a vedere)
“Rispettare il governo della maggioranza..Siamo dunque di fronte a una situazione di grande incertezza politica e istituzionale, sulla quale già gravano le pressioni esterne alle istituzioni e all’Italia. Pressioni di cui il Presidente della Repubblica si è già ripetutamente fatto interprete. Il rischio serio è che si esca dallo strettissimo sentiero i cui margini sono: da un lato la necessità di rispettare il voto popolare, minacciato da qualche diktat alla coalizione (che in questo momento meglio rappresenta il popolo) per impedirle di formare un governo che sia diverso da quello dettato da Bruxelles e dai “mercati”. Dall’altro lato quello di un governo che non sia in grado di rispondere ai problemi reali del paese. 
Rispettare il governo della maggioranza, difendere la Costituzione, risolvere i problemi del paese. 


 dato che il governo è di coalizione con la Lega non è chiaro quale sarà la posizione


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NO AL COLPO DI STATO

[ 23 maggio 2018 ]



Comunicato n. 5-2018 di Programma 101 (P101)

(1) Pur tra forti limiti e contraddizioni il governo giallo-verde è l'unico in linea con la richiesta di profondo cambiamento emerso col voto del 4 marzo. Ogni altra soluzione — tipo "larghe intese" o "governo del Presidente" per arrivare a nuove elezioni — avrebbe solo fatto gli interessi ed il gioco delle oligarchie dominanti uscite sconfitte nelle urne. Esso rischia tuttavia di non vedere la luce a causa del boicottaggio del blocco eurocratico e dei suoi pretoriani che abusivamente occupano le istituzioni, a cominciare dal Quirinale. Mentre tutti i media di regime hanno scatenato una campagna di denigrazione del “governo dei populisti”, Mattarella ha posto il veto sul nome del primo ministro e ancor più su quello dell’economia, rivendicando a sé poteri di veto assolutamente arbitrari e inammissibili in una democrazia parlamentare.

(2) L'ultima stesura del programma di governo (il cosiddetto "contratto"), oltre a cose inaccettabili (dal securitarismo ad una flat tax palesemente contraddittoria rispetto all'esigenza di una redistribuzione della ricchezza a favore delle classi popolari), rappresenta anche un passo indietro rispetto alla prima (sull'euro come sul debito). Tuttavia, anche volesse realizzare solo la metà del programma annunciato, la nuova maggioranza di governo non potrà che scontrarsi con le regole euriste. Nonostante i suoi profondi limiti, nonostante rifletta la visione fondamentalmente liberista di Lega ed M5s, il loro programma resta del tutto indigeribile per il blocco dominante. Esso contiene infatti decisivi elementi come lo stop alle politiche di austerità, la rimozione del “vincolo esterno”, un forte intervento dello Stato in economia, un forte rilancio dei consumi interni e degli investimenti pubblici. In particolare: la riforma della Fornero, reddito e pensioni dignitose, l'istituzione di una banca pubblica per gli investimenti, l'introduzione del salario minimo garantito; Alitalia come compagnia nazionale; il rifiuto di Ttip e Ceta; la condanna della sciagurata “Buona Scuola”; l'affermazione in Costituzione del principio della sua prevalenza su norme e trattati europei.

(3) E’ vero che Lega e M5S mentre rifiutano i Trattati europei ne invocano la “riforma”, ma le loro ricette economiche e sociali, per quanto contraddittorie, potranno sortire effetti solo a due condizioni: la volontà politica di disobbedire all'Unione Europea e di violare i dettami ordoliberisti. Non possiamo sapere ora se il governo giallo-verde sarà capace di realizzare queste misure, di portare avanti la sua politica, di reggere l'urto dell'attacco che gli verrà portato dalle èlites. Quel che invece sappiamo è che si è ormai aperta una partita decisiva per il nostro Paese, e per le stesse sorti della UE. Certo, avremmo voluto che la causa della liberazione nazionale dal giogo eurista fosse in altre mani; avremmo voluto che una sinistra patriottica avesse potuto giocare da subito un ruolo di primo piano. Così purtroppo non è per la responsabilità di tanti, ma non per questo possiamo essere indifferenti all'esito dello scontro che si profila.
Pur senza offrire alcun sostegno incondizionato, siamo quindi favorevoli alla nascita del governo M5S-Lega. Un governo che andrà giudicato dai fatti. Unico modo, fra l'altro, per mettere seriamente alla prova i due vincitori del 4 marzo.

(4) Mentre condanniamo la campagna demonizzatrice delle élites, denunciamo la linea del né né (né con i Diktat euristi, né con il governo nascente) di certa sinistra. E' una linea anzitutto opportunista perché avalla il tentativo del blocco dominante di rendere impossibile la vita al governo giallo-verde. E' una linea suicida poiché conduce ad entrare in rotta di collisione con la grande maggioranza del popolo lavoratore. Una regola fondamentale della politica è infatti quella di distinguere le questioni principali da quelle secondarie, stabilendo dunque un ordine di priorità in base al quale orientare l'azione. Questa regola, valida in ogni circostanza, diventa la prima legge dell'agire politico in circostanze eccezionali come quelle presenti. E la questione principale oggi è se il Paese inizia a riconquistare la sua sovranità o se verrà rafforzato il regime di protettorato euro-tedesco.

Questa è la partita, e non c’è dubbio da quale parte dovrà giocarla la sinistra patriottica e costituzionale. Di più: contro gli intrighi e le congiure di palazzo, contro i tentativi golpisti — magari in stile Euromaidan — che già si profilano all'orizzonte, va promossa una forte mobilitazione popolare a favore dell'indipendenza del Paese e della sovranità popolare.


il Consiglio Nazionale di P101
Roma, 22 maggio 2018

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martedì 22 maggio 2018

NON UN (DIRITTO) DI MENO! di M. Micaela Bartolucci


[ 22 maggio 2018 ]


Il 22 maggio 1978, in Italia fu promulgata la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, confermata da un referendum nel 1981. A quarant’anni dalla sua adozione, il pieno accesso all’interruzione volontaria di gravidanza come previsto dalla legge resta ancora da garantire.


Pubblichiamo questo contributo di M. Micaela Bartolucci.

*  *  *

Aggiungiamo diritti, togliamo differenze, la lotta di classe e/è la lotta per la parità di genere.

Da molto tempo ormai le parole d’ordine del neoliberismo sembrano togliere diritti ed aumentare le differenze, questo per frammentizzare la società ed orizzontalizzare il conflitto così da ostacolare il più possibile la verticalizzazione dello stesso.

Dividi et impera, niente di nuovo.

Affrontare tematiche che, per anni, sono state quasi esclusivamente trattate dalle diverse organizzazioni femministe è, non solo, utile ma di importanza capitale in questa fase storica; affrontarle da un punto di vista di classe, non meramente di genere, cercando di partire dall’osservazione diretta della realtà italiana, interrogandoci e tentando soprattutto di trovare soluzioni percorribili.

Aborto, asili nido, consultori, disparità salariale, distribuzione dei compiti, educazione sessuale, famiglia, femminicidio, figli, maschilismo, parto, patriarcato, prevenzione, prostituzione, relazioni, scuola, separazioni, sfruttamento, transgender, utero in affitto, violenza…

Tanti sono gli argomenti da analizzare se si vuol parlare di diritti: di quelli che ci stanno togliendo lentamente, uno alla volta, molti dei quali legati da un filo che si intreccia con quelli mai avuti o mai realmente riconosciuti.

Parto dalla A di ABORTO:

un diritto inalienabile, vitale, irrinunciabile per le donne, per tutte le donne.

La storia ed il testo possono essere letti su moltissimi siti internet, non mi dilungo.

Il 22 maggio del 1978, esattamente quarant’anni fa, entrava in vigore la legge 194.

Diciamo subito che la 194 nasce già come imperfetta ed incompleta; manca per esempio, una normativa chiara sull’obiezione di coscienza.

Una struttura sanitaria pubblica può ammettere l’obiezione?

Qual è la percentuale di obiettori che dovrebbe essere ammissibile affinché un diritto, sancito per legge, non venga alienato?

Chi dovrebbe sorvegliare sull’applicazione di eventuali regolamentazioni in tal senso?

Oggi, in Italia, la percentuale di obiettori, negli ospedali, chiaramente parliamo di pubblico, è del 70%, con punte che superano, come in Molise o in Trentino, il 90%.

Su 94 ospedali con un reparto di ginecologia ed ostetricia, solo 62 possono garantire l’IVG, cioè circa il 65%.

Le regioni, che sono responsabili delle assunzioni del personale medico non si sono, evidentemente, poste il problema se ci sono ospedali in cui la percentuale degli obiettori sale al 100%, come avvenuto recentemente ad Ascoli Piceno, Foligno o al San Camillo di Roma.

La situazione italiana, in tal senso, è talmente anomala da far intervenire la Commissione per i diritti umani dell’ONU che, in una nota, scrive “Preoccupa la difficoltà di accesso agli aborti legali in Italia a causa del numero dei medici che si rifiutano di praticare l’interruzione di gravidanza per motivi di coscienza” (29 marzo 2017).

Questa nota arriva dopo quella, dell’anno precedente, emanata dal Comitato Europeo per i diritti sociali del Consiglio d’Europa.

Il problema c’è e si vede benissimo.

Le diverse proposte di legge che sono state avanzate per normalizzare una situazione ormai insostenibile, sono rimaste, fino ad ora, lettera morta.

A questo si aggiunga lo smantellamento dei consultori, in particolare di quelli che si
occupano della salute psicofisica della donna e quindi anche di IVG: i consultori familiari furono istituiti con la legge 405 del 1975 come servizi sociosanitari integrati di base a tutela della salute della donna, nel suo complesso e della famiglia in generale.

Luoghi in cui si potevano trovare non solo medici ma psicologi, non solo prestazioni mediche ma, soprattutto, ascolto.

Nel corso degli anni grazie ai tagli alla sanità il numero dei consultori è drasticamente diminuito: in un solo anno (2010-2011) ne sono stati chiusi quasi 100 e in quelli ancora in funzione è stato ridotto non solo il personale ma l’orario di apertura.

La legge 34 del 1996 ne indicava uno ogni 20000 abitanti, oggi siamo con una media di uno ogni 28500 con punte di 1/50000 in Friuli o addirittura 1/78000 in Molise, questo per il numero di consultori in generale.

Ma se parliamo di quelli esplicitamente dedicati alla salute psicofisica della donna, la situazione ovunque, sul territorio nazionale, è grave: gli orari di apertura sono limitati e, nella maggior parte dei casi, non compatibili con quelli di una donna che lavora; ma non solo, il personale è carente, mancano ginecologi, anestesisti certo, ma anche psicologi, psicoterapeuti, psichiatri…mancano ascolto, supporto, conoscenza e prevenzione.

Osservando sommariamente la situazione umbra notiamo che, per esempio, a Terni ce n’è solo uno aperto dal lunedì al sabato dalle 8,15 alle 13,30 e dal lunedì al giovedì dalle 14,30 alle 17,30; migliore la situazione a Perugia dove si sale a tre ma gli orari di apertura sono a dir poco ridicoli in fatti, per fare alcuni esempi, quello di via xx Settembre è aperto il lunedì dalle 15,30 alle 17,30 ed il martedì e mercoledì dalle 9,00 alle 12,00; a Madonna Alta il martedì dalle 9,00 alle 12,00 e dalle 15,30 alle 17,30, il mercoledì e giovedì dalle 9,00 alle 12,00. A Perugia, una donna che lavora non può, di fatto, assolutamente servirsi delle prestazioni dei consultori, non solo cittadini ma di tutta la ASL 2, perché gli orari di apertura di tutte le strutture sono del tutto incompatibili con gli orari di lavoro.

E’ una presa in giro oltre che una vergogna.

Una carenza pericolosa che si somma alla mancanza di diffusione di informazione organica tra i giovani. Assolutamente insufficiente nelle scuole, quando c’è, la diffusione di un programma di educazione sessuale e prevenzione che permetta di coadiuvare le famiglie nel favorire lo sviluppo di una coscienza sessuale edotta sulle problematiche relative alla contraccezione, ai rischi legati alla sessualità ed alle implicazioni psicologiche.

L’educazione all’affettività ed alla sessualità in Italia, non è obbligatoria perché non fa parte del Programma Ministeriale, tutto è delegato alle iniziative proprie delle singole scuole. Questo fa sì che non esistano standard nazionali per il suo insegnamento e che le singole organizzazioni che se ne occupano siano legittimate a portare avanti i messaggi che vogliono, ogni scuola insomma ha il diritto di scegliere se e come parlare dell’argomento.

Se dagli anni ’90 ai primi anni del 2000 i programmi di educazione sessuale coprivano quasi la totalità degli istituti superiori, grazie alla campagna ministeriale contro l’HIV, col passare degli anni e la progressiva diminuizione dell’allarme relativa a tale fenomeno, la situazione è stata capovolta arrivando all’attuale stato di fatto.

Eppure questa completa disinformazione ha effetti negativi evidenti, basti pensare anche solo al rapporto dell’Istituto Superiore della Sanità del 2007 che ci informa sull’aumento dei casi di HIV.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ci dice che l’educazione sessuale, nei paesi in cui è attivata, ha portato ad una diminuizione delle gravidanze adolescenziali e degli aborti, nonché delle malattie sessualmente trasmissibili, compreso l’HIV.

Allora, quando si parla di 194, quando i crociati la attaccano, quando la si vorrebbe rimettere in discussione, quando le armate si schierano per farci tornare indietro, è necessario rispondere, conoscere, reagire.

Non difendiamo solo e semplicisticamente il diritto inalienabile alla scelta, difendiamo la nostra salute, prima ancora che fisica, mentale, difendiamo il diritto all’assistenza, all’informazione, alla prevenzione cosciente.

Indietro non si può e non si deve tornare, nessuna trattativa, nessun se, nessun ma; dobbiamo dirlo chiaramente: giù le mani dalla 194!

Se la si manomette, sarà solo per migliorarla, renderla maggiormente usufruibile, limitando al massimo l’obbiezione di coscienza, ampliando e potenziando il raggio d’azione dei consultori, portando avanti una campagna di sensibilizzazione anche, ed anzi soprattutto, promuovendo un’adeguata informazione sessuale nelle scuole, migliorando il supporto psicologico.

L’aborto non è un anticoncezionale, è una scelta durissima, la più difficile e la più dolorosa che una donna possa fare, è lancinante, distruttiva ed altamente lesiva psicologicamente: una sconfitta, una resa difronte alle difficoltà, un calvario umano che, di fatto, è peggiorato e reso ancora più duro dalle condizioni materiali in cui la maggior parte delle strutture lo svolgono.

Manca il rispetto per l’essere umano, mercificato e trattato alla stregua di una cifra qualunque all’interno di un budget.



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SAVONA ALL'ECONOMIA, MATTARELLA A CASA! di Piemme

[ 22 maggio 2018 ]

Siamo stati facili profeti.

Scrivevo il 16 maggio:
«La campagna di paura è solo l'antipasto. Il peggio deve ancora venire. Lorsignori, usando Mattarella, tenteranno di uccidere nella culla il tentativo di un governo dei "populisti antieuropei". Nel caso non vi riuscissero, nei prossimi mesi, forse già nelle prossime settimane, scateneranno l'inferno. Il precedente del 2011 è noto. Noto è l'assedio a cui sottomisero la Grecia».
Non è servito smussare il "contratto". Non hanno giovato i ghirigori linguistici di Di Maio e Salvini. Né le rassicurazioni che "L'Europa non ha nulla da temere". Le élite eurocratiche avendo messo nel conto possibili dissimulazioni aspettavano i "populisti" al varco del Ministro dell'economia, che considerano, più ancora del Presidente del Consiglio, la cartina di tornasole per saggiare il grado di sudditanza e di fedeltà all'Unione europea, un presidio inespugnabile.

Mattarella (sulla disonestà di costui aveva ben detto Mazzei) non solo non "gradisce" Conte come Presidente del Consiglio (è già partita questa mattina la campagna di sputtanamento), ha posto il veto su Paolo Savona, che non è un sovversivo marxista, e nemmeno un autentico keynesiano. E' anzi un boiardo di stato che tuttavia non ha mai cessato di sostenere che la Terra è tonda, ovvero che l'euro è una "moneta sbagliata", che l'Unione europea, se non cambia radicalmente, è destinata a miglior vita, che è destituito di fondamento il dogma neoliberista per il cui il mercato capitalistico va lasciato a sé stesso. 

Delle posizioni del Savona abbiamo dato conto, al tempo, su questo blog: LETTERA A VAROUFAKIS E.... di Giulio Tremonti e Paolo Savona (gennaio 2015);  "NON CEDIAMO ALLA UE LA NOSTRA SOVRANITÀ FISCALE" di Paolo Savona (agosto 2015);  PAOLO SAVONA: "L'EURO? COSÌ È FALLITO" (maggio 2016); 

Questo è Savona e tuttavia, l'eurista Congregazione per la dottrina della fede che ha Mattarella come primate, lo ritene pericoloso, poiché non è un euroinomane, perché il suo tasso di europeismo non è sufficiente per guidare il Ministero. La "casta"? Altro che "casta", qui verifichiamo che c'è una vera e propria cosca di illuminati fuorilegge che vaglia e quindi decide chi debba guidare il Paese. Ove il criterio decisivo per assurgere alla guida non è la fedeltà all'interesse nazionale, né tantomeno alla Costituzione, bensì il grado di sudditanza all'euro-germania.

Si apre, ove Mattarella non recedesse dal suo veto e Di Maio e  Salvini non capitolassero, una crisi istituzionale gravissima e senza precedenti nella storia repubblicana. Il potere di "nomina" dei ministri da parte del Quirinale, siccome non siamo in un regime presidenziale, non significa che i ministri li scelga Mattarella. La composizione del governo, essendo esso un organismo strumentale del Parlamento (che rappresenta la volontà popolare)  è decisa dai partiti che hanno al suo interno la maggioranza. Il Presidente della Repubblica, in quanto garante dell'ordinamento costituzionale, può sindacare se e solo riscontri, nel programma di governo o nella lista dei ministri, profili di palese incostituzionalità. Qui abbiamo l'opposto, il paradosso per cui proprio il Quirinale, in quanto garante del "vincolo esterno" e delle oligarchie eurocratiche, si pone in aperto conflitto del dettato costituzionale. Mattarella compirebbe un gesto ancor più grave del suo sodale e mentore Napolitano.

Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento, quest'ultimo può e deve rimuoverlo ove esso si metta di traverso alla volontà popolare, ove cioè si ponga come eversore del principio cardinale della Costituzione.

Salvini e Di Maio hanno non solo il dovere ma l'obbligo di resistere ai veti del Quirinale. C'è di mezzo, oltre allo loro dignità politica, la democrazia in questo Paese, il principio della sovranità popolare e nazionale. Se chineranno il capo, se accetteranno il veto di Mattarella, questo sarà il segnale che sono dei pagliacci, che il nostro Paese resterà un protettorato. Questo esito va evitato, se serve con una grande mobilitazione popolare affinché Mattarella se ne vada.

Nessun dorma!

Ps

Voglio essere sincero: temo, come è stato scritto su questo blog, che il Di Maio sia "il problema", che sia il lato arrendevole della coalizione giallo-verde. Ove Di Maio si dimostrasse lo Tsipras italiano, ove la partita del governo fosse vinta da Mattarella, sarebbe una sconfitta per tutti i patrioti democratici. Grama consolazione che ciò sarebbe anche la fine del Movimento Cinque Stelle.





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