giovedì 31 maggio 2018

DIO MIO GIOVANNI TRIA ?! di Piemme

[ 31 maggio 2018 ]

Giovanni Tria potrebbe prendere il posto di Paolo Savona al Ministero dell'Economia se, come sembra, il governo giallo-verde fosse destinato a risorgere. 

Se un giudizio definitivo sulla vicenda della crisi istituzionale potremo darlo quando il quadro sarà più chiaro, quello su Tria possiamo invece già darlo. 

E lo traiamo, intanto, dalle prime cose che trapelano questa sera dagli organi di stampa, del tipo che il nostro... è per la flat tax finanziata con l'aumento dell'IVA (non a caso è amico di Brunetta).  Come ognuno capisce una vera e propria mostruosità: se i ricchi pagano meno tasse piangeranno le casse dello Stato, che andranno quindi rimpinguate a spese della grande massa dei cittadini. Come dire, un liberismo senza sé e senza ma. In termini teorici: uscire dalla crisi si può ma con politiche dal lato dell'offerta, non da quello (keynesiano) della domanda.

Ci siamo quindi tolti lo sfizio di ascoltare le dichiarazioni programmatiche che Tria svolse in un dibattito dal titolo "NO euro? Costi diretti e indiretti per l'Italia", svoltosi a Roma mercoledì 1 marzo 2017. Egli fece una prolusione e quindi rispose a delle domande.
Più sotto la video registrazione.

Tria inizia la sua prolusione in questo modo: «La domanda se uscire o no dall'euro è quasi fuorviante secondo me, perché io riterrei molto sbagliato rispondere sì, ma riterrei che non basta rispondere no». Di certo il Nostro non da l'impressione di essere un gigante, tantomeno in dottrine macroeconomiche. Anzi, per dirla tutta, pare un nano anche rispetto ad uno come Paolo Savona. Di certo non un ...."sovranista".

Ascoltando quel che disse viene fuori che egli, come del resto la gran parte degli economisti, anche liberisti e neoclassici, scopre l'acqua calda delle "criticità" e degli squilibri provocati dall'introduzione della moneta unica, ma resta a favore dell'euro e dell'Unione, poiché ritiene necessario per l'Italia il vincolo esterno perché è giusto puntare al pareggio di bilancio.

Avete capito?

Chi l'ha tirato in ballo come ministro? Il sospetto è che egli sia l'uomo voluto da Mattarella, come sentinella preposta a imbrigliare il governo giallo-verde. Che dire? Se esso resuscitasse davvero non nascerebbe certo sotto una buona stella....





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"PIANO B" E ART. 65 di Emiliano Brancaccio

[ 31 maggio 2018 ]

«In termini ufficiosi, poi, si ragiona di “piano B” già da tempo tra gli addetti ai lavori, anche ai massimi livelli istituzionali. Chi reputa scandaloso un ragionamento sul “piano B” non ha capito molto dei problemi di tenuta dell’eurozona». 






* * * 

intervista a Emiliano Brancaccio di Giacomo Russo Spena


D. Professor Brancaccio, il “governo del cambiamento” di Salvini e Di Maio non riesce a partire. Cosa ne pensa? 

R. E’ un’ipotesi di governo appiattita sulle posizioni della destra xenofoba, con l’annuncio di una riforma fiscale a vantaggio pressoché esclusivo dei ricchi e la promessa di una caccia grossa all’immigrato, un facile capro espiatorio che non rappresenta affatto il problema principale delle lavoratrici e dei lavoratori italiani. Detto questo, la Lega e il M5S hanno la maggioranza parlamentare e quindi a mio avviso bisognerebbe lasciarli governare. 

D.Dunque Lei critica il veto del Presidente della Repubblica sulla lista dei ministri? 

R. Non ho le competenze per entrare nel dibattito tra i costituzionalisti sui poteri del Presidente. Mi limito a osservare che il veto di Mattarella ha gettato la Presidenza della Repubblica nel ring di una lotta politica feroce, che lascerà nuove ferite sul già fragile tessuto istituzionale del paese. Avrei preferito un esito diverso, che lasciasse il Quirinale al di sopra della contesa. 

D. Il dialogo istituzionale è precipitato sull’indicazione di Paolo Savona come ministro dell’Economia. Qual è il suo giudizio su di lui? 

R. Uno studioso di buone letture e una discreta penna, come ormai se ne vedono poche tra i colleghi economisti. Ma anche un liberista di vecchia scuola, che fino all’altro ieri pareva convinto che il debito pubblico italiano potesse essere ridotto a colpi di tagli drastici alla spesa pubblica e ulteriori dismissioni del patrimonio statale. L’esperienza infelice dell’austerity e delle privatizzazioni degli anni Novanta, a quanto pare, non gli è bastata. 

D. Però la pietra dello scandalo è stato il “piano B” per uscire dall’euro, che Savona ritiene necessario e che invece Mattarella e i suoi sostenitori considerano una bestemmia. 

R. Bisognerebbe ricordare che una proposta ufficiale di “piano B” era già stata resa pubblica diversi anni fa: è la soluzione di uscita della Grecia dalla moneta unica che venne avanzata dall’ex ministro delle Finanze tedesco Schauble e che l’Eurogruppo fece propria nel 2015. In termini ufficiosi, poi, si ragiona di “piano B” già da tempo tra gli addetti ai lavori, anche ai massimi livelli istituzionali. Chi reputa scandaloso un ragionamento sul “piano B” non ha capito molto dei problemi di tenuta dell’eurozona. Come a denti stretti riconosce persino il Presidente della BCE, sono problemi che restano in gran parte irrisolti e che inevitabilmente riaffioreranno alla prossima recessione, indipendentemente dal successo politico delle cosiddette forze anti-sistema. La questione, semmai, è “quale piano B”: ad esempio, quello di Schauble per la Grecia era da strozzinaggio, poiché pretendeva che i greci mantenessero i loro debiti in euro anche dopo aver abbandonato la moneta unica. 

D. Intanto però i mercati sono in subbuglio e lo spread sui titoli italiani è tornato a correre. C’è di nuovo sfiducia sulla tenuta dei conti pubblici? 

R. La sostenibilità dei conti pubblici c’entra solo in via secondaria. L’aumento dello spread dipende soprattutto dal risveglio delle scommesse sulle ipotesi di uscita dall’euro e di svalutazione di una ipotetica nuova moneta, con conseguente deprezzamento dei titoli denominati in essa. Non a caso il fenomeno sta riguardando non solo l’Italia ma anche gli altri paesi che potrebbero eventualmente seguirla al di fuori dell’eurozona. 

D. Se andremo a nuove elezioni, sarà una campagna elettorale condizionata dalle scommesse della finanza sul futuro dell’euro? 

R. E’ un rischio concreto. Eppure strumenti per contenere le interferenze dei mercati sulla politica esistono. 

D. Si riferisce agli interventi della Banca centrale europea? Circola voce che ieri la BCE abbia ridotto gli acquisti di titoli italiani lasciando che lo spread aumentasse. 

D. La valutazione sull’orientamento di politica monetaria non può essere fatta su archi di tempo così brevi. E’ vero, tuttavia, che nel direttorio BCE i conflitti sono sempre più aspri e che a un certo punto potrebbe prevalere la linea restrittiva dei cosiddetti “falchi”, come è già accaduto durante le passate crisi. Anche per questo occorre intervenire subito con misure ulteriori. 

D. Qual è la sua idea, Professore? 

R. Suggerisco l’applicazione immediata dell’articolo 65 del Trattato dell’Unione Europea [1] che ammette l’introduzione di controlli sulle fughe di capitali, e di tutti i dispositivi già previsti dall’attuale legislazione per ridurre la volatilità dei mercati finanziari. L’ex capo economista del FMI li definisce strumenti di “repressione finanziaria”. Che si vada a elezioni o meno, in questa fase decisiva per il futuro dell’Italia e dell’Unione sarebbe bene attivare fin d’ora questi strumenti legislativi per evitare interferenze dei mercati sulle prossime scelte politiche. Si tratta di una soluzione di buon senso quale che sia la nostra opinione sulla permanenza o sull'abbandono dell'eurozona. 

D. L’Italia potrebbe autonomamente introdurre queste misure di “repressione finanziaria” senza il consenso delle istituzioni europee? 

R. L’articolo 65 può essere applicato da uno stato membro se sussistono condizioni “di ordine pubblico” tali da rendere necessari i controlli sugli spostamenti di capitale da e verso l’estero. Le istituzioni europee hanno già ammesso un’interpretazione estensiva della definizione di “ordine pubblico” durante le crisi di Cipro e della Grecia. In quelle occasioni, però, l’articolo 65 fu applicato con un ritardo scandaloso, solo dopo una lunga agonia finanziaria che colpì duramente le economie di quei paesi e condizionò pesantemente le loro decisioni. L’Italia e gli altri paesi sotto attacco oggi possono e debbono rivendicare il diritto di applicare immediatamente i controlli sui capitali e le altre misure necessarie di “repressione finanziaria”, prima che sia tardi. 

D. Cottarelli sarebbe l’uomo giusto per avviare procedure di questo tipo? 

Ho dei dubbi. Temo rientri in quel filone di economisti secondo i quali il mercato ha sempre ragione e deve esser lasciato libero di operare. Un’idea che trova ampie smentite nella letteratura scientifica ma che purtroppo risulta ancora à la page in ambito politico. Con lui si rischia di applicare i controlli quando la situazione è già precipitata.

(30 maggio 2018)

NOTE

[1] Articolo 65 (ex articolo 58 del TCE) 1. 


1. Le disposizioni dell’articolo 63 non pregiudicano il diritto degli Stati membri: a) di applicare le pertinenti disposizioni della loro legislazione tributaria in cui si opera una distinzione tra i contribuenti che non si trovano nella medesima situazione per quanto riguarda il loro luogo di residenza o il luogo di collocamento del loro capitale; b) di prendere tutte le misure necessarie per impedire le violazioni della legislazione e delle regolamentazioni nazionali, in particolare nel settore fiscale e in quello della vigilanza prudenziale sulle istituzioni finanziarie, o di stabilire procedure per la dichiarazione dei movimenti di capitali a scopo di informazione amministrativa o statistica, o di adottare misure giustificate da motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza. 
2. Le disposizioni del presente capo non pregiudicano l’applicabilità di restrizioni in materia di diritto di stabilimento compatibili con i trattati. 
3. Le misure e le procedure di cui ai paragrafi 1 e 2 non devono costituire un mezzo di discriminazione arbitraria, né una restrizione dissimulata al libero movimento dei capitali e dei pagamenti di cui all’articolo 63. 
4. In assenza di misure in applicazione dell’articolo 64, paragrafo 3, la Commissione o, in mancanza di una decisione della Commissione entro un periodo di tre mesi dalla richiesta dello Stato membro interessato, il Consiglio può adottare una decisione che conferma che le misure fiscali restrittive adottate da uno Stato membro riguardo ad uno o più paesi terzi devono essere considerate compatibili con i trattati nella misura in cui sono giustificate da uno degli obiettivi dell’Unione e compatibili con il buon funzionamento del mercato interno. Il Consiglio delibera all’unanimità su richiesta di uno Stato membro.

* Fonte: Micromega

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mercoledì 30 maggio 2018

SPREAD/RISPARMI: MATTARELLA MENTE! di Broker anonimo

[ 30 maggio 2018 ] 

Il 27 maggio è una data che resterà scolpita nella storia della Repubblica. Quel giorno Mattarella ha impedito (lo ribadiamo: con un atto anticostituzionale) la nascita del governo M5s-Lega.
Egli ha quindi giustificato questo atto illegale con una colossale bugia: "la difesa del risparmio degli italiani". Vale la pena riportare per intero le sue panzane:
«E' mio dovere, nello svolgere il compito di nomina dei ministri che mi affida la Costituzione, essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani". "L'incertezza sulla nostra posizione nell'euro ha posto in allarme gli investitori e i 
E lo spread è schizzato in alto proprio dopo il golpe...
risparmiatori, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di Stato e nelle nostre aziende. L'impennata dello spread, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico, e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali. Le perdite in Borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi vi ha investito e configurano rischi concreti per i risparmi dei nostri concittadini e per le famiglie italiane. Occorre fare attenzione anche al pericolo di forti aumenti degli interessi per i mutui e per i finanziamenti alle aziende. In tanti ricordiamo, quando prima dell'unione monetaria europea gli interessi bancari sfioravano il venti per cento».

Nei giornali e nelle Tv di regime intonano la stessa antifona terroristica: "se sale lo spread sono minacciati i risparmiatori e cresce il debito pubblico"
Orbene abbiamo chiesto ad un broker (che ci ha chiesto di restare anonimo) il cui mestiere è appunto quello di offrire servizi finanziari a investitori e risparmiatori, come stanno davvero le cose. E che ci ha risposto? L'esatto opposto di quanto ha detto Mattarella.

*  *  *

D. Ci puoi parlare del nesso tra costo dello spread e debito pubblico? Questa mattina [ 30 maggio NdR] alcuni giornali parlano addirittura del rischio di default...

R. Non date retta. Leggo alcuni "economisti" per i quali l'innalzamento dello spread (peraltro provocato essenzialmente proprio dalle mosse maldestre del Quirinale) sarebbe costato all'Italia addirittura più di 30 miliardi. Si tratta di una fesseria al limite dell'incommentabile.
Com'è noto lo spread rappresenta (solo) il differenziale del tasso di interesse reale sui titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi.
E' chiaro che nel lungo periodo l'aumento dei tassi rappresenterebbe un problema per il debito pubblico italiano. Ma ad oggi il costo dell'aumento dello spread di questi giorni è sostanzialmente pari a zero. Avete capito bene: vicino a zero. Questo per il banale motivo che lo spread è calcolato sui prezzi del mercato secondario. Ma lo Stato non opera su questo mercato, nel quale perdite o guadagni riguardano solo altri soggetti (banche, fondi di investimento, privati cittadini).

Facciamo un esempio: se lo Stato ha emesso a prezzo 100 un titolo a 10 anni con interessi x, dopo 10 anni rimborserà quel titolo a prezzo 100 avendo pagato ogni anno l'interesse x. Se nel frattempo sul mercato secondario il valore del titolo muta, verso l'alto o verso il basso, questo per lo Stato non cambia niente.

Giova qui ricordare che i titoli del debito italiano (pari a circa 2300 miliardi) hanno una vita residua media di 7,4 anni. Dunque il grosso del debito non risente minimamente della volatilità dei mercati finanziari.

Il problema sorge solo nel medio-lungo periodo, perché se i tassi aumentano stabilmente lo Stato dovrà applicare interessi superiori ai titoli di nuova emissione. Ma quanti titoli emette annualmente lo Stato? Nel 2017 (anno giudicato particolarmente impegnativo) il tesoro ha emesso 260 miliardi di titoli. Questo vuol dire che se i tassi del mercato secondario si stabilizzassero su un aumento dell'1% rispetto ai valori attesi (ricordiamo che un aumento di 100 punti base equivale appunto all'1%), ed ammettendo un ennesimo importo di 260 miliardi annui, il costo per le casse dello Stato sarebbe di 2,6 miliardi. Cifra certo non disprezzabile, ma ben lontana da quella sparata da certi economisti di regime.
Ma questo calcolo di 2,6 miliardi è del tutto ipotetico, dato che i movimenti dello spread (come si è visto nella giornata di ieri) sono altamente volatili e nessuno può sapere quali saranno i valori futuri, comunque dipendenti assai più dalle scelte della Bce che dalle vicende politiche italiane.
Tornando agli assurdi calcoli che sentiamo fare dai media, facciamo presente che se l'attuale impennata dello spread dovesse durare una settimana il costo sarebbe all'ingrosso di 50 milioni di euro (2,6/52=0,05 md), se invece durasse un mese sarebbe di 216 milioni (2,6/12=0,216). 
Una "cifretta", a ben vedere, rispetto ai conti dello Stato, che smaschera come menzogne le cose che vengono dette.

D. C'è davvero un costo per i risparmiatori se sale lo spread?

R. Paradossalmente i risparmiatori non hanno alcun costo per l'aumento dello spread. Siccome essi acquistano normalmente i titoli per portarli alla scadenza, le fluttuazioni giornaliere dei prezzi non hanno per loro (salvo per chi si trovasse con l'urgenza di vendere sul mercato secondario, ma si tratta di una minoranza davvero infima) nessun rilievo. Viceversa, il risparmiatore che si trovasse ad avere una disponibilità finanziaria per investire, avrebbe solo da guadagnare dall'aumento dello spread. Non è difficile capire, infatti, che se ho centomila euro disponibili ed i tassi sono saliti dell'1% ne ricaverò un beneficio annuo di mille euro.

D. E qual è l'impatto dello spread sui mutui?

R. I terroristi di regime mentono anche su questo fronte. Non solo non c'è nessun legame meccanico tra spread e mutui, ma addirittura può essere vero il contrario, cioè l'aumento dello spread potrebbe favorire l'abbassamento dei tassi sui mutui. Ce lo spiega Vito Lops sul Sole 24 Ore di stamattina: «Il punto è che i momenti di tensione finanziaria, contrariamente a quanto si può credere in prima analisi, nel breve periodo giocano a vantaggio dei nuovi mutui e non certo ledono quelli già stipulati». Non c'è altro da aggiungere.


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ATTENTATO ALLA COSTITUZIONE E ALTO TRADIMENTO di Leonardo Mazzei

[ 30 maggio 2018 ]

MAZZEI SPIEGA PERCHÉ CI SONO SIA L'ATTENTATO ALLA COSTITUZIONE CHE L'ALTO TRADIMENTO. LO FA COMPARANDO LA VICENDA ATTUALE A QUELLA DEL 1991 QUANDO I PROGENITORI DEL PD (PDS) CHIESERO DI PROCESSARE COSSIGA



Buffa la storia. Nel 1991 l’appena nato Pds – il secondo stadio del curioso serpentone metamorfico Pci-Pds-Ds-Pd, come lo chiamava Costanzo Preve – chiese l’impeachment dell’allora presidente Cossiga. Oggi, i nipotini dei pidiessini sono rimasti invece gli unici ad applaudire il Mattarella. Insieme a loro i rimasugli della vecchia Dc, con i quali han dato vita al più elitario dei partiti italiani: il Partito Democratico.

Ora, siccome i media di regime all’unisono difendono l’eversore del Quirinale, rovesciando la realtà delle cose al fine di convincerci che la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza, ci siamo andati a rileggere gli argomenti di allora. E lo abbiamo fatto attraverso le cronache de la Repubblica, cioè del massimo organo dell’attuale disinformazja sistemica.

Proponiamo perciò un istruttivo esercizio. Quello di mettere a confronto le accuse di allora a Cossiga (Pds 1991) con i fatti di oggi (Mattarella 2018). Pur nella diversità dei casi troveremo tante analogie. Naturalmente, l’attacco frontale al principio della sovranità popolare del Mattarella è ben più grave delle scorrerie del Cossiga di allora, ma qui ci interessa soprattutto mettere in luce il doppiopesismo, l’ipocrisia e la falsità dei disonesti patentati che oggi coprono, addirittura santificandolo, il sig. Sergio Mattarella. Alla fine giudicheranno i lettori. 


(le parti virgolettate sono tratte da la Repubblica del 7 dicembre 1991 – le sottolineature sono nostre)


Pds 1991 – Cossiga viene accusato di aver superato i limiti dei suoi poteri: «la tesi centrale della denuncia — messa a punto e sottoscritta dalle presidenze dei gruppi di Camera e Senato sulla base della bozza stilata da Luciano Violante — è che Francesco Cossiga li abbia "intenzionalmente" varcati per "modificare la forma di governo"».

Mattarella 2018 – Se un presidente della repubblica si arroga il diritto di impedire la formazione di un governo che ha dalla sua non solo la maggioranza parlamentare, ma anche (a differenza di tutti i governi precedenti) la maggioranza degli elettori, non siamo palesemente di fronte al tentativo di modificare la forma di governo, passando di fatto ad una incostituzionale repubblica presidenziale? Che ci dice in proposito Luciano Violante?

Pds 1991 - «Le ragioni della denuncia. Il presidente viene accusato di aver "interferito illegalmente nelle attività del Legislativo, dell'Esecutivo e del Giudiziario", e di aver avviato "l'esercizio di una propria funzione governante".



Mattarella 2018 – Non limitandosi ad “interferire”, il Mattarella ha scientemente bloccato l’attività legislativa, nonché impedito quella dell’esecutivo. Di più, sta cercando di mettere in piedi un esecutivo privo di base parlamentare al solo scopo di preservare l’allineamento del nostro Paese ai desideri della Germania, con ciò rovesciando il senso del voto del 4 marzo. E che abbia assunto l'esercizio di una propria funzione governante, è provato dal discorso tutto politico — altro che super partes! — della sera del 27 maggio.  

Pds 1991 – «Cossiga, sostiene il Pds, ha aperto un "incostituzionale circuito tra partiti e presidente", e assunto comportamenti da "capo di un partito" violando "un inderogabile dovere di imparzialità"». 



Mattarella 2018 – Sulla violazione dell’inderogabile dovere di imparzialità, non occorre spendere troppe parole. Lo schieramento di parte del Mattarella l’hanno capito tutti. Ma proprio tutti. Fingono di non capirlo solo i giornalisti (per ragioni di busta paga) e certi costituzionalisti da salotto (per ragioni di casta).


Pds 1991 – Questo comportamento da capo-partito, scrivono i pidiessini, avviene con: «La strumentalizzazione" dei media "per conquistarsi una parte dominante nei conflitti da lui stesso aperti"».


Mattarella 2018 – Leggere i giornali di questi giorni basta e avanza per ritrovare l’analogia con il 1991. Ma purtroppo l’appiattimento mediatico di oggi è ben più grave di quello di allora. Evidentemente il sistema si è affinato. Sta di fatto che le quotidiane veline del Quirinale sembrano l’unica fonte dei giornaloni del sistema.


Pds 1991 – Golpe ed “attentato alla Costituzione”. Evidentemente termini appropriati per i pidiessini di allora. Così riportava la Repubblica: «Dopo aver riassunto le funzioni e i poteri legittimi del presidente della Repubblica, la denuncia replica alle critiche di chi scorge nel tentativo di colpo di Stato l'unico possibile "attentato alla Costituzione". Il golpe, ammette il documento, è la "massima forma" di attentato alla Costituzione. Ma in realtà, proprio per i poteri di cui dispone il capo dello Stato, il reato "di regola non si consumerà con un colpo di Stato nelle forme classiche". E si concretizza, invece, in "ogni atto seriamente diretto, non a compiere un 'semplice' abuso, ma ad alterare illegittimamente i rapporti tra i poteri dello Stato". 

Mattarella 2018 – Eccoci spiegato dagli accusatori di allora — curiosamente i difensori di oggi — il perché l’accusa di “attentato alla Costituzione” sia del tutto imputabile al Mattarella, dato che esistono vari tipi di golpe, e quelli con il dispiegamento dei carri armati sono solo una piccola minoranza, mentre la prolungata azione per alterare illegittimamente i rapporti tra i poteri dello Stato è la forma tipica dei colpi di Palazzo, come quello messo in atto dal Mattarella in questi giorni.



Pds 1991 – Sempre con riferimento a «fatti diretti a mutare la Costituzione o la forma del governo con mezzi non consentiti» i pidiessini accusano Cossiga di usurpazione di potere politico. «A norma dell' articolo 287, Cossiga ha "usurpato un potere politico" di pertinenza del Parlamento quando ha minacciato di non firmare, e di fatto non ha ancora firmato, la proroga della Commissione stragi».


Mattarella 2018 – Ora, la Commissione stragi sarà stata pure importante, ma aver bloccato governo e parlamento non è un fatto di una gravità incommensurabilmente maggiore alle minacce cossighiane?


Pds 1991 – Questa l’ultima chicca: «Nella primavera scorsa, (Cossiga) si oppose all'ingresso del Pri nell'esecutivo in base al "singolare principio" dell'omogeneità di giudizi tra governanti e Quirinale».

Mattarella 2018 – Ventisette anni dopo, il “singolare principio” denunciato nel 1991 diviene normale prassi quirinalizia. 


C’è altro da aggiungere per far entrare in certe refrattarie zucche la gravità di quanto sta avvenendo? Chi scrive non si illude, che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Ma anche lorsignori non si illudano, che milioni e milioni di persone semplici hanno già capito, Capito tutto, forse fin troppo.   



PS - Mentre pubblichiamo questo articolo, sulle analogie tra i casi Cossiga e Mattarella, la situazione è più confusa che mai. Avendo voluto giocare la carta dello spread per terrorizzare gli italiani — la paura, ricordiamocelo sempre, è l'arma preferita da lorsignori — gli apprendisti stregoni del Quirinale si sono ritrovati con una situazione fuori controllo sui mercati finanziari. Situazione che loro stessi hanno prodotto con l'inevitabile drammatizzazione causata dal diktat mattarelliano del 27 maggio. Siamo cioè all'effetto boomerang, lo spread gli sta ritornando addosso e Cottarelli sarà forse una meteora più breve di Conte. Vedremo nelle prossime ore, ma di certo sappiamo di quale pasta "democratica" è fatto Mattarella, a quali interessi risponde, di quali azioni è capace. Probabilmente all'accusa di attentato alla Costituzione andrà aggiunta adesso anche quella di alto tradimento degli interessi nazionali. 

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martedì 29 maggio 2018

MAZZINI: LA NAZIONE COME RELIGIONE di Roberto Ferretti


[ 29 maggio 2018 ]

Figura controversa quant'altre mai quella del patriota Giuseppe Mazzini, Nazionalista ma cosmopolita, egualitarista ma antimarxista, religioso ma profondo critico della politica antinazionale della Chiesa, anticapitalista ma non collettivista, statalista ma non statolatra.
Volentieri pubblichiamo questo saggio del Ferretti mentre il nostro Paese, vive una crisi osiamo dire esistenziale, una crisi che per sua stessa natura non può che spingere ad andare alle radici della moderna "vicenda italiana".

*  *  *

Dio al vertice, e un popolo d’eguali alla base: 
non abbiate altra formola, altra Legge morale

«Chi legge le opere e l’immenso epistolario di Giuseppe Mazzini difficilmente si sottrae al fascino dell’uomo. Ma, se dai suoi scritti cerca poi di ricavare un sistema, una piana teoria, vede svanire l’accento poetico, sente la puntura di proposizioni dogmatiche, l’inceppamento del cursus logico, e mette insieme qualcosa che ricorda i sistemi teologici ricuciti con massime evangeliche o l’esegesi cranica dei dottori musulmani. Ciò spiega come non sia mai esistito un vero mazzinianesimo, in senso stretto. Chi ha esperienza della storia capisce che siamo di fronte non ad un filosofo, ma ad una di quelle personalità in cui pensiero e azione sono indistricabilmente intrecciate: profeti e apostoli che incarnano un momento dell’ideale umano, come i profeti d’Israele, l’apostolo Paolo, Maometto, Lutero; uomini la cui dottrina non può essere intesa se non compenetrata con la loro personalità e con la loro intima esperienza. E man mano che gli anni lo discostano da noi, la figura del Genovese, uscendo dagli oblii e dai dispregi dei contemporanei e della generazione immediatamente successiva, appare sempre più grande. Sentiamo com’egli sia l’esperienza religiosa che sta alla base della terza Italia, anche se restiamo fuori di questa o quella credenza sua e del pavore della stretta osservanza della dottrina. Sentiamo come egli abbia ancora qualcosa da dire alla nostra età».

Un giudizio così profondo fu espresso dal grande storico A. Omodeo (1889-1946). Va rilevato che, nonostante l’indubbia ammirazione manifestata dal nostro verso il profeta della Nuova Italia, si coglie un radicale attacco politico al Mazzini, che ha fatto purtroppo scuola. In tal senso non sarebbe mai esistito un mazzinianesimo. Non sarebbe mai esistita una dottrina politica e sociale mazziniana. Mazzini, “il fallito” di genio”: questo il Leitmotiv dell’ideologia liberale “globalista” cavouriana dell’epoca, fortezza strategica della grande borghesia italiana, che lo storico rielabora. Omodeo, quando scrisse queste pagine, che forse rimangono le più profonde, nonostante tutto, sull’impulso mazziniano, intendeva appunto difendere la veridicità storica e ideologica del liberalismo cavouriano rispetto alle ali estreme che andavano rialzando la bandiera del mazzinianesimo associandone il verbo alla possibilità di Rinascita storica e spirituale italiana: Fascismo da un lato, Giellismo dall’altro, che è politicamente altra cosa dall’Azionismo successivo (Cfr Belardelli, Nello Rosselli, Rubbettino 2007; De Luna, Storia del partito d’Azione, UTET 2006).Nella visione mazziniana dell’ideologia italiana nazionalpopolare, il Comunismo marxista sarebbe così estraneo allo spirito profondo della tradizione politica italiana, all’ “Italia del Popolo”: anzitutto poiché antimistico e antireligioso; poi perché nella visione del mondo di Mazzini, il Comunismo sarebbe addirittura, col suo classismo, una proiezione, per quanto estremizzata, del liberismo individualista e utilitarista. “A tal fine contrapponeva la propria dottrina del dovere a quella dei diritti individuali che stava alla base dell’erroneo indirizzo utilitaristico, comune econdo lui a tutte le correnti della democrazia contemporanea: “i Sansimoniani, i Fourieristi, gli Owenisti, i Comunisti…son tutti seguaci di Bentham” scriveva Mazzini (Belardelli, Mazzini, Mulino 2010, p. 21). Potrebbero notarsi talune affinità con il pensiero sociale proudhoniano, solo in parte concrete; Mazzini, infatti, col suo Cooperativismo, apparentemente vicino al pensiero di Proudhon, non si lasciava però avvincere avvolgere dalla furia del dileguare dell’anarchismo individualistico, rivendicando la sovranità giuridica ed etica dello Stato nazionale basato sul plebiscito e non sulla rappresentanza. Esplicita sarà invece in Sorel la revisione del marxismo fondata sulle basi dello spiritualismo etico mazziniano; il sociologo francese definì non a caso Mazzini politico il modello di un Socialismo religioso, ispirato, anticapitalista e antiplutocratico. 

Dunque, tornando ad Omodeo, chi scrive, ben più modesto, meno preparato e dotto del grande storico palermitano, ritiene però che non solo il mazzinianesimo è esistito ed esiste ma è probabilmente la quintessenza dell’ideologia nazionalpopolare italiana.  Cerchiamo di vederne brevemente, sinteticamente i punti fondamentali. Consapevoli che qualsiasi studio in tale direzione del Mazzini è riduttivo e monco, visto che esige una pratica politica all’altezza del tempo, dato che siamo di fronte al più geniale pensatore politico dell’era contemporanea.

L’Apostolato popolare


La visione mazziniana dell’Apostolato popolare muove dalla certezza che i concetti di Nazioni e Popolo non si basano su dati naturalistici e etnici ma su un fondamento metafisico. Come l’idea di Dio, come l’immagine dell’Angelo, la Nazione è un ente metafisico. Dunque, l’odierna polemica mondialista, anti-populista, ipotizzata su una base mazziniana sarebbe una sorta di attentato al concetto al divino. La principale missione che Mazzini si auto-assegna dai primissimi anni di militanza politica è quella di promuovere “l’associazione di tutti gli uomini che, per lingua, per condizioni geografiche, e per la parte assegnata loro dalla Storia, formano un solo gruppo, riconoscono uno stesso principio e si avviano, sotto la scorta d’un diritto comune, al conseguimento d’un medesimo fine” (EN, VI, p. 125). Quindi, le Nazioni ed i Popoli, che sono tali perché si riuniscono in Nazione, devono eseguire l’azione sacra, la volontà di Dio sulla terra “perché l’idea divina possa attuarsi” (EN, VI, p. 127). Le nazioni e i popoli sono in concreto Pensieri di Dio. Le Nazioni esigono cittadini animati da una superiore coscienza umana. Tale spiritualità suscita, plasma la adeguata condizione sociale che innalza il Popolo alla missione nazionale e alla coscienza del sacrificio e del dovere. Il messaggio mazziniano fa leva sul bisogno di sicurezza, di Fede. In questo senso, il mazzinianesimo è un attacco radicale al criticismo kantiano, ma anche all’eccessivo razionalismo panlogista hegeliano (non sappiamo se il Genovese abbia letto il filosofo tedesco, ma la sostanza non si modifica egualmente). Mazzini si lascia qui ispirare dal Lamennais, considerandolo come un profeta religioso e sociale che voleva unificare il cattolicesimo spiritualistico e mistico con la causa degli oppressi e dei diseredati. La missione italiana diviene, nella dottrina politica mazziniana, una questione teologica politica e al tempo medesimo religiosa. Probabilmente influenzato dalla visione, propria di A. Mickiewitz, basata sulla rappresentazione della Polonia come nazione martire, Mazzini reclama tale ruolo per l’Italia. Gli italiani sono il Cristo popolo, afferma con convinzione, ed egli il Cristo Uomo che sacrifica e sacrificherà sino al Martirio finale la sua intera vita per la redenzione italiana.
“Quando si nascondeva, era afflitto dal pensiero di dover portare con sé nella tomba il suo messaggio prima che il mondo potesse udirlo” (R. Sarti, La Politica come religione civile, Laterza 1997, p. 100).  
La nazionalità era per Mazzini una realtà spirituale che attendeva di manifestarsi, più permanente di qualsiasi finalità materiale; era una realtà intrinseca del mondo metafisico, assopita sino al risveglio causato dall’educazione e dall’esempio degli Apostoli del Popolo (EN, V, p. 123). In questo senso, Mazzini promuoveva la sua tattica di promozione dell’azione politica non soltanto per i suoi risultati a breve termine ma anche per il suo valore pedagogico “immortale”: l’azione politica era valida, pragmatica, anche quando conduceva a una sconfitta, perché era solo attraverso l’azione che il popolo spiritualizzava la coscienza politica.

L’Arcangelo della nazione, in questo caso del Popolo italiano, aveva così bisogno, per poter vivere nella materia, di Credenti. I credenti dovevano diffondere il vangelo della nazionalità nel popolo. Questi erano anche detti gli Apostoli del Popolo. Gli Apostoli del popolo non erano semplici militanti politici ma incarnazioni viventi del messaggio e della missione dell’Arcangelo. Dunque loro compito era mettere il popolo al contatto con la Verità (EN, IV, p. 378); muoversi tra il popolo pronti al martirio e al sacrificio (EN, IV, p. 320); il popolo italiano doveva essere conquistato dal loro senso martoriale, poiché “Il Popolo non è mai per coloro che stima deboli e da poco. Esso ama e segue i forti, e coi
forti combatte. E i forti son quelli che, in ogni circostanza, ad ogni momento, son presti a far testimonio, colla parola e colle opere, di tutta intera la fede dell’anima loro (Ivi, p. 322). Il suo sentirsi continuamente tradito, spiato, sorvegliato e assediato, dai nemici politici e dai potenti di tutto il continente ma anche dagli “amici”, che finirono per realizzare un presunto “Risorgimento” in larga parte alieno dal misticismo politico e dal repubblicanesimo demofilista del Genovese, finì per auto-rafforzare la sua immagine di figura storico-soteriologica simile al Cristo abbandonato da tutti nel Getsemani. Dall’immagine del Redentore tradito egli traeva la forza per combattere ed andare avanti, tra colpi alle spalle, ferite morali (ben più pesanti di quelle fisiche..), arresti, infamie di ogni tipo: il Maestro del vangelo dei nuovi tempi, quello della santità operativa Nazione e del Popolo, doveva essere abbandonato dai suoi discepoli e doveva essere lasciato con nessuna altra guida all’infuori della Voce del divino in lui.

In questo senso, Mazzini con la sua concezione “democratica” e mutualistica, si poneva in antagonismo politico strategico con quella che definiva l’ipocrisia demagogica e supercapitalista della Rivoluzione Borghese dell’89. La democrazia non era per il nostro esercizio dispotico e arbitrario di sovranità o tirannide da parte del popolo. Questa, oggi non a caso dominante, era per il Genovese la versione borghese e capitalista della democrazia. Al contrario, nella sua dottrina politica, o vi è Demofilia o vi è Oligarchia di plutocrati e capitalisti, anche quando compare mascherata da statalismo “socialista”. E la Demofilia mazziniana è anzitutto, soprattutto, redenzione metafisica del Popolo dalle mitologie nichiliste, materialiste che le diverse forme di “socialismo” vanno propagando. Questa Demofilia aveva il compito di risvegliare misticamente i popoli e porli sulla via del progresso, che era la via di Dio, non del progressismo tecnocratico e capitalistico dei nostri giorni.

Adolfo Omodeo definisce la Demofilia plebiscitaria e “antidemocapitalista” mazziniana il pensiero  rivoluzionario dell’800: “il pensiero apocalittico dei Nuovi Tempiun pensiero teocratico e visionario”….. Tale pensiero apocalittico affondava le sue radici nella meditazioni degli scritti dell’abate calabrese Gioacchino da Fiore (1130-1202) (EN, LXXIX, p. 90); non solamente quello sociale incentrato sulla missione universale della identità della “Roma del popolo”, la Terza Roma come è noto, ma anche quello più teologico incentrato sulla richiesta di una Terza via tra il materialismo e la religione tradizionale. La Terza via affermava la continuità della creazione, la realtà trascendente d’un Dio sorgente d’inesausta vita che si trasfonde nell’Infinito, ma al tempo stesso d’un divino vita vivente nell’umanità in forma di Pensiero e dunque forza che poteva, nella Immanenza, essere realizzata nella santità d’azione. Per il culto patrio, i vivi avevano l’obbligo di ricordare i morti in rituali e cerimonie. I monumenti erano altari sacri del Popolo che consacravano una comunione organica tra i vivi e i martiri della Patria e davano una dimensione di santità, trascendente ed immanente, al concetto di Nazione.  


Il Socialismo “religioso” mazziniano


Va premesso che la visione del Socialismo mazziniano scaturisce da un tentativo di sintesi di fasi strategiche e momenti politici in cui si delinea la proposta mazziniana. Egli spesso fa riferimento a se stesso nei termini di un Socialista ma al tempo stesso attacca a tutto tondo il socialismo della sua epoca. Va considerato che l’attacco mazziniano al socialismo è in realtà diretto a tutte le correnti ideologiche e filosofiche infettate dallo spirito del materialismo. Luis Blanc (1811-1892) era un obiettivo particolare a causa del suo principio secondo cui gli individui dovevano ricevere a seconda del loro bisogno. Il bisogno, secondo Mazzini, non era un’entità fissa che potesse servire da base per la ricompensa economica. Impostare una dottrina economica sul bisogno significava affermare una logica schiavista: erano le Opere che meritavano la ricompensa, perché il lavoro era, ancora prima che produzione materiale, azione morale-spirituale (EN, XLVII, pp. 107-110). Il Socialismo mazziniano è anzitutto religioso poiché postula che il materialismo è la radice d’ogni male, che il potere dissolvente del razionalismo causa malessere spirituale e intossicazione ideologica, che l’ossessione moderna e massonica per i diritti individuali è responsabile della perdita della comunità spirituale; di conseguenza il rimedio era unicamente nella declinazione sociale della formula ideologica medesima che fu sua sin dagli anni Trenta: Dio e Popolo

Il programma sociale mazziniano teorizza così la libera Associazione di individui in nuove "corporazioni", da ripristinare dopo la dissoluzione di queste operate dalla Rivoluzione Borghese d’89; nella polverizzazione di attività bancarie e di altri monopoli; in prestiti governativi per aiutare le piccole imprese; nell’imposta progressiva sui redditi; nell’esenzione delle tasse per i poveri; nella libera istruzione per tutti . Di contro al socialismo francese, macchiato dall’ateismo e dal materialismo, la via Italiana al Socialismo sarebbe stata invece caratterizzata dall’Associazione volontaria, dal culto della santità della patria e dalla libertà individuale nel rispetto comunitario (EN, XLII, p. 308). Uno dei punti fermi di tutte le Associazione operaie o Alleanze del Lavoro fondate su base mazziniana fu l’estinzione dell’odio di classe e la Concordia patriottica e il divieto dello sciopero se attuato sulla mera rivendicazione economica. A differenza di Marx, che parlava ai lavoratori in termini ideologici scientifici, Mazzini si affidava all’invocazione religiosa, parlando ai lavoratori il “linguaggio dell’amore” ed utilizzando un simbolismo di natura mistico-spiritualistica. Il capitalismo e il socialismo materialista sbagliavano allo stesso modo nel sottolineare la centralità dei diritti economici; entrambe queste ideologie definivano in maniera simile la felicità in termini economici e ciascuna non aspirava a null’altro che a un illusorio bene, parziale e deforme. La soluzione consisteva invece nel rompere tutti i legami con la filosofia materialista, puntando alla Repubblica sociale italiana fondata sulla già citata Demofilia. Gli operai sarebbero stati i soggetti sociali di questa vita repubblicana, in quanto erano coloro che davano forma, bellezza, senso alla materia priva di vita; Mazzini, che dedicò agli operai i Doveri dell’uomo, sosteneva che era un errore politico considerarli operai; questi erano anzitutto e prima di tutto italiani ed artisti sociali. 

La sua proposta per “l’unione di capitale e lavoro nelle stesse mani” aveva notevole risonanza tra gli artigiani romagnoli, ma anche toscani, umbri, marchigiani, dove i piccoli stabilimenti erano particolarmente numerosi e gli organizzatori mazziniani furono i primi a entrare in scena dopo l’unificazione nazionale. In queste regioni il movimento operaio mazziniano tenne duro contro i socialisti ufficiali (materialisti e antinazionali per la visione politica mazziniana) e i cattolici anche durante i primi decenni del XX secolo. In seguito, il movimento mazziniano confluirà nel Sindacalismo rivoluzionario.


Mazzini antimassone  


Una ingiusta e interessata polemica politica ha dipinto Mazzini quale massone. Ci si è avvalsi al fine peraltro anche di falsi costruiti ad arte: come la mai esistita corrispondenza con Pike (1809-1891). In realtà, come mostra Rosselli nel suo saggio “Bakunin e Mazzini”, come emerge dall’epistolario con F. Campanella, il Genovese non volle mai associarsi alla Massoneria e fu, anzi, politicamente decisamente antimassone. Come noto, il Genovese in più casi gridò forte che la Carboneria stessa, che non si può comunque schiacciare politicamente, indistintamente, sull’ideologismo massonico, era una istituzione senile che faceva danno alla causa nazionale. Peraltro egli cercò costantemente un canale di comunicazione politica con lo Stato pontificio, in funzione nazionalista, in funzione di consacrazione del culto comunitario della “santità d’Italia”; tale canale fu però sempre rifiutato dal Vaticano. Addirittura, Mazzini simpatizzò ideologicamente con l’enciclica di Pio IX, Quanta cura, (dicembre 1864) e con l’appendice, il Sillabo degli errori, che era l’elencazione degli errori del secolarismo e del materialismo. Il più preoccupante tra i movimenti materialistici del suo tempo era per Mazzini rappresentato dal cosiddetto “libero pensiero” massonico e positivista. “Le divergenze sui temi del libero pensiero e dell’anticlericalismo portarono Mazzini alla rottura con Luigi Stefanoni….un divulgatore della cultura positivista. L’anticlericalismo era riprovevole agli occhi di Mazzini. Le implicazioni filosofiche del libero pensiero ai suoi occhi comportavano una pericolosa tendenza verso il disimpegno…La vera minaccia proveniva non dall’avere troppa fede, ma dall’averne troppo poca” (R. Sarti, Op. Cit., p. 247). Di conseguenza, tra gli effetti più nefasti provocati dalla vittoria della frazione capitalista liberale e utilitarista del cavourismo su quella sociale mazziniana vi è stata una postuma antistorica “massonizzazione” del pensiero politico del Genovese, di cui i capofila, in questo secolo, furono la Fondazione La Malfa e a cui non fu estraneo lo stesso garante supremo del capitalismo della provincia Italia: E. Cuccia (1907-2000), fine stratega, ma di certo estraneo all’ethos religioso socialista mazziniano, fido scudiero della frazione strategica mondialista (radicalmente antitaliana) Meyer-Lazard.

Attualità politica di Mazzini statista?


Mazzini statista costituisce a nostro modesto parere l’archetipo dello statista italiano. Il realismo politico mazziniano, integrato nella dimensione certamente apocalittica ben rilevata da Omodeo, di cui si diceva prima, condusse il Genovese ad indicare, nella sua concezione del mondo, la missione dell’eroe di Stato nell’epoca contemporanea. E’ una missione che oggi gli analisti, i dotti, i corifei del capitalismo globale non esiterebbero a disprezzare come “Populista” e ultra-sovranista….  Ciò avvenne con la Repubblica Romana (12 febbraio 1849). 

Tale missione era costituita, nella dottrina politica mazziniana che si faceva in quel particolare momento di certo pratica sociale e azione di stato, dalla connessione con il potere spirituale dell’Anima di popolo e di nazione. Solo lo statista capace di realizzare tale comunione mistica era, agli occhi del nostro, un autentico capo nazional-popolare. 
«Nelle Rivoluzioni io non riconosco che gli uomini, i quali sono collocati alla testa del movimento per volere del popolo, abbiano responsabilità fuorché verso il popolo stesso, verso Dio, e verso la propria coscienza. L’unica legalità che io riconosco nelle Rivoluzioni sta nell’interrogare, nell’indovinare il potere del popolo e nell’attuarlo». (EN, LLXVII, p. 302).  
Esula dal presente scritto, che verte sulla esistenza o meno di una dottrina politica mazziniana, indagare sulle cause efficienti del tramonto della archetipica esperienza politica della Repubblica romana. Concludiamo questo modesto scritto, rievocando la figura di Mazzini statista traendola dalle antiche pagine del Saponaro:
«L'Assemblea Costituente elesse Mazzini al nuovo Triumvirato, insieme con Saffi e Armellini. Egli raccolse 132 voti, Saffi 125, Armellini 93. Divenne il capo unico. Dittatore senza terrore....L'Apostolo fu un buon amministratore, conciliando le grandi idee con la conoscenza e la pratica dei mezzi minimi. Mise ordine nella finanza disordinata senza ricorrere ad angherie, vendette o spoliazioni di beni ecclesiastici. Mandò denaro a Venezia e preparò un corpo di spedizione in soccorso del Piemonte. Preservò Roma dai delitti della piazza e della vendetta che minacciavano scatenarsi. Ripartì i beni rustici delle manomorte alle famiglie dei contadini. Aprì le stanze vuote del Sant'Uffizio ai senzatetto...Provvide all'armamento di un esercito che non c'era, abolì la pena di morte. "Qui a Roma non si può essere mediocrità morali. Dobbiamo agire come uomini che hanno il nemico alle porte, e in pari tempo come uomini che lavorano per l'eternità"...9 febbraio -3 luglio 1849. Tra queste 2 date la storia di Roma non è più storia ma epopea. La vita di Giuseppe Mazzini, nel mezzo del suo quarantaquattresimo anno, non è la vita di un solo uomo, è la vita dell'eterno spirito d'Italia da lui incarnato, dell'anima storica e poetica di tutto un popolo, carico di millenni di pensiero e di sventura...Sorse prodigiosa l'epopea della difesa del Vascello, di villa Spada, del Casino dei Quattro Venti, delle barricate ove le donne del popolo sostituivano i mariti caduti su gli spalti del Gianicolo. Morirono Daverio, Masina, Dandolo, Pietramellara, il fanciullo Morosini. Morì Luciano Manara, che il giorno innanzi aveva scritto: "Noi dobbiamo morire per chiudere con serenità il Quarantotto". Giacomo Medici restò immune tra le rovine fumanti del Vascello. Non morì Garibaldi serbato ad altra epopea: e la moglie Anita combatteva al suo fianco. Goffredo Mameli, ferito allo scontro del tradimento, e amputato poi alla gamba sinistra dal dottor Bertani, sopravvisse un mese, tra spasimi che lo spezzavano e speranze di gioia che lo portavano al delirio. La sera del 29 giugno (1849 NDC), padroni dei bastioni e di tutte le alture, i Francesi videro la città ardere per ogni finestra e per ogni terrazza dei fuochi votivi e multicolori in gloria del santo patrono: poi a notte un acquazzone si rovesciò a spegnere razzi e lampioncini, sola emerse luminosa nella tenebra la cupola del Tempio.Mazzini lanciò il suo terribile anatema: "Chiunque tocca da nemico il sacro suolo di Roma, è maledetto da Dio! ….Allora Mazzini discese all'Assemblea riunita in comitato segreto sul Campidoglio. C'era tra i deputati chi non lo vedeva da più settimane, e c'era chi lo vedeva ogni giorno. Apparve a tutti trasfigurato, più pallido, più scarno e acceso. Il volto dell'insonnia. Non era mutata la sua voce: nell'angoscia che gli mozzava il respiro, netta e armoniosa. I due capi (Mazzini e Garibaldi) si incontrarono fuor dell'aula, e lo sguardo che scambiarono non fu d'accordo. Allora accadde una scena impressionante: un uomo che su le barricate delle 5 giornate aveva combattuto intrepido, e ancora in quei giorni a Castel Sant'Angelo era stato animatore del popolo, apparve disperato e come demente, implorando la fine della resistenza inutile e inumana, che avrebbe distrutto la città senza salvare la repubblica. Era Enrico Cernuschi. E la capitolazione fu votata.....contro il suo parere (di Mazzini NDC)Ministri, deputati, molti capi militari lasciarono la città e ripresero la via dell'esilio. Mazzini, ormai in minoranza,discese dal Quirinale, ma non uscì da Roma».

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