sabato 17 marzo 2018

LA SOCIETÀ ITALIANA DOPO DIECI ANNI DI CRISI di Leonardo Mazzei

[ 17 marzo 2018 ]

Pubblichiamo l'inchiesta di Leonardo Mazzei presentata alla II. Assemblea del Movimento Popolare di Liberazione-Programma 101 svoltasi il 10 e l'11 marzo.

Avevamo già pubblicato, dei documenti approvati dell'Assemblea, la risoluzione SOVRANITÀ E SOVRANISMI: SI CHIUDE UN CICLO e le TESI PER UNA SINISTRA PATRIOTTICA.
E' disponibile in formato pdf  l'opuscolo: TESI E DOCUMENTI PROGRAMMATICI 2011-2018


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Premessa: le dinamiche di fondo di una globalizzazione in crisi ed il nodo europeo

La globalizzazione è in crisi, ma non per questo i suoi tremendi effetti sociali stanno venendo meno. Riduzione dei salari, disoccupazione, precarietà, delocalizzazioni. Tutti questi mali non sono certo soltanto italiani. Ciò vale pure per le conseguenze di tali cambiamenti strutturali, dalle minori tutele sindacali all'innesco di una continua "guerra tra poveri", alimentata anche dai flussi di forza-lavoro straniera.
Quel che peggiora ulteriormente la situazione del nostro Paese è l'austerità imposta dall'Unione Europea e dalle regole del "Dio Euro" cui tutto dev'essere sacrificato. Nell'esaminare, sia pure in maniera molto sintetica, i cambiamenti intervenuti in questi 10 anni di crisi, è perciò necessario considerare innanzitutto il peso delle scelte politiche derivanti dall'appartenenza - oltretutto in posizione subalterna - alla gabbia eurista.



1. Austerità e povertà in Italia

L'aumento della povertà in Italia è semplicemente drammatico. Le fredde statistiche non possono dirci tutto, ma certamente aiutano a capire il fenomeno. Quelle di Istat ed Eurostat raggruppano i diversi tipi e gradi di povertà in tre categorie: a) le persone a rischio di povertà ed esclusione sociale, b) le persone in situazione di grave deprivazione materiale, c) i poveri assoluti.
In Italia, rientrano nel primo gruppo, quello più ampio, 17 milioni 469mila persone, pari al 28,7% della popolazione, contro una media UE (che include ovviamente i più poveri paesi orientali) del 23,8%. Dal 2010 al 2015 (dati Eurostat) l'incremento è stato di 2 milioni 578mila unità, con una crescita del 17,3% che ancora non descrive a sufficienza la gravità del fenomeno.
Gravità che comincia ad emergere più nettamente esaminando il secondo gruppo, quello dei "gravemente deprivati", che è passato dai 4 milioni 403mila del 2010 ai 7 milioni 209mila del 2105, con un aumento del 63,7%.
Un dato drammatico, confermato ancor più pesantemente dall'andamento dei "poveri assoluti", il cui aumento (fotografato dall'Istat) è stato addirittura del 165,2% nel periodo 2007-2016. Questo dato, che ha il pregio di abbracciare l'intero arco della crisi, è particolarmente significativo: nel 2007 i "poveri assoluti" erano calcolati in 1 milione 789mila, nel 2016 essi sono saliti a 4 milioni 742mila.
Guardando alla curva di quest'ultima categoria spicca in particolare un dato. Se l'aumento è costante nel decennio (con l'unica eccezione del 2014) il grande balzo verso l'alto dei "poveri assoluti" avviene nel biennio 2011-2013. Mentre nell'anno dell'arrivo di Monti a Palazzo Chigi i poveri assoluti sono quantificati in circa 2 milioni 600mila, due anni dopo essi arrivano a 4 milioni 500mila, con un impressionante incremento del 73%. Difficile non vedere il nesso tra questo dato e le politiche di austerità imposte a fine 2011, responsabili peraltro della successiva e prolungata recessione.
Naturalmente, gli indici di povertà sono importanti non solo per ciò che dicono in sé, ma anche come punta dell'iceberg di uno smottamento sociale complessivo, che vede crescere i poveri in senso stretto, ma pure una generalizzata riduzione dei salari ed un impoverimento relativo dei ceti medi.


2. La centralità (dello sfruttamento) del lavoro

Questo smottamento è ben visibile analizzando i principali indicatori della condizione dei lavoratori nel nostro Paese. Qui ne prenderemo in considerazione tre: il tasso reale di disoccupazione, il tasso di precarietà, l'andamento dei salari.
Come Marx ci ha insegnato, e come tutti dovrebbero sapere, questi valori sono in stretta correlazione fra loro. Alta disoccupazione ed alta precarietà hanno come corrispettivo salari bassi e tendenzialmente declinanti.
Secondo i dati dell'Annuario statistico 2017 dell'Istat questa è la fotografia del mercato del lavoro italiano. A fronte di una popolazione residente di 60 milioni 326mila, gli occupati sono 22milioni 758mila, i disoccupati 3 milioni 012mila, mentre le ulteriori forze-lavoro potenziali (i cosiddetti "scoraggiati", cioè coloro che pur disponibili ed interessati a lavorare, non si rivolgono - per sfiducia, appunto - ai centri per l'impiego) ammontano a 3 milioni 344mila. Includendo quest'ultima categoria tra i disoccupati otteniamo un tasso reale di disoccupazione non più dell'11,7% (come si vorrebbe far credere) bensì del 21,8%, con una massa complessiva di disoccupati pari a 6 milioni e 356mila persone. All'incirca il doppio del dato registrato all'inizio della crisi, cioè nel 2007.
Le cose non vanno meglio, ovviamente, per quel che riguarda la precarietà del lavoro. Anche tralasciando gli effetti di precarizzazione generalizzata introdotti dal Jobs act, gli stessi numeri dell'Istat ci forniscono un quadro fin troppo definito. Dei 22 milioni 758mila occupati, 17 milioni 310mila lo sono come dipendenti. Tra questi, però, solo 12 milioni 151mila sono "permanenti a tempo pieno", mentre 2 milioni 734mila sono "permanenti a tempo parziale", 1 milione 685mila sono "a termine a tempo pieno" e 739mila sono "a termine a tempo parziale".
Complessivamente il numero dei lavoratori precari sull'insieme di quelli dipendenti è pari al 29,8% (in totale essi ammontano a 5 milioni 158mila). Una cifra alla quale si aggiungono 803mila lavoratori autonomi a tempo parziale. Ne consegue che su una forza-lavoro complessiva (in cui includiamo anche i cosiddetti "scoraggiati") di 29 milioni e 114mila persone, i lavoratori che possiamo considerare in qualche modo "stabili", cioè i cosiddetti "permanenti a tempo pieno" sono soltanto 16 milioni 796mila, cioè il 57,7% del totale. Viceversa, la somma di disoccupati ufficiali, disoccupati di fatto, lavoratori a termine ed a tempo parziale, ammonta a 12 milioni 318mila (42,3%). A questa cifra andrebbero poi sommati - ma qui mancano dati precisi - quei lavoratori autonomi che pur risultando a tempo pieno vivono spesso in condizioni di sicurezza e di reddito assolutamente precarie.
Quel che ne vien fuori è dunque una società spaccata in due, sempre più precarizzata non solo nel rapporto di lavoro, ma nella certezza del reddito come nella possibilità di costruire nuove famiglie e di fare figli.
Se disoccupazione e precarietà sono ciò che più caratterizza la società attuale, un peso non meno importante nel processo di degrado che l'attraversa è rappresentato dalla diminuzione dei salari reali. Secondo un'elaborazione del centro studi della Uil, su dati Istat, nel periodo 2008-2014 le retribuzioni lorde reali sono diminuite dell'8,1%, con punte del 12,47% nel settore della comunicazione, del 10,43% nelle costruzioni, del 9,91% nell'industria in senso stretto. Percentuali pesanti, ma che ancora non ci dicono tutto, visto che si tratta di cifre lorde che per loro natura non includono l'ulteriore peggioramento del potere d'acquisto delle retribuzioni determinato dall'aumento medio del prelievo fiscale che si è verificato in questi anni, un altro frutto delle politiche di austerità dettate dall'Unione Europea.

3. La società castale e la nuova questione giovanile

Come noto, il termine "casta" ha avuto un gran successo in Italia. Certo non per caso esso è stato applicato quasi esclusivamente alla categoria dei "politici". Probabilmente, però, il successo di questa parola è dovuto a qualcosa di più profondo, di più intimamente percepito dalle classi popolari.
Due aspetti che per decenni hanno mitigato nella coscienza popolare l'avversione alle diseguaglianze tipiche del capitalismo - la "certezza" di un continuo progresso materiale, la possibilità di una qualche promozione sociale - sono ormai solo un ricordo del passato. Di nuovo i figli degli operai si ritrovano candidati a fare gli operai, magari più sfruttati dei loro genitori. Di nuovo i figli del "dottore" faranno i "dottori".
Una situazione, questa, cui certo non è estranea la politica scolastica dell'ultimo quarto di secolo, il cui emblema (per ora) finale è la cosiddetta "Buona Scuola" di Renzi. Una politica che ha condotto scientemente al degrado attuale, che ha ridotto cultura ed istruzione a mere funzioni sovraordinate dal mercato e dal sistema delle imprese. Una scelta che viene da lontano, basti pensare che la spesa per la pubblica istruzione (calcolata in prezzi costanti 2016) è passata dai 65,3 miliardi del 2000 ai 58,3 miliardi del 2016 (-10,8%!).
Della fluidificazione sociale prodotta dagli avanzamenti degli anni sessanta e settanta del secolo scorso quasi non c'è più traccia. Che nella crisi, aggravata dalle politiche di austerità, i ricchi siano diventati più ricchi ed i poveri più poveri ce lo dice la quotidiana esperienza. E che l'ascensore sociale si sia del tutto bloccato idem.
E' tuttavia significativo che di tale realtà abbia preso atto anche l'Istat, qui citato dal Rapporto 2017 sulla povertà della Caritas: «Tutte le classi, in particolare quelle poste agli estremi della scala sociale (che denotano situazioni di maggiore privilegio o che, al contrario, risultano più sfavorite), tendono a trattenere al loro interno buona parte dei propri figli». In concreto ciò significa, ad esempio, che tra gli under 34 che svolgono professioni qualificate, solo il 7,4% proviene da famiglie a basso reddito, mentre ben il 63,1% è figlio di appartenenti alla classe dirigente.
La maggioranza dei giovani, essendo ben consapevole di questo blocco della mobilità sociale, ha ormai  introiettato una precisa consapevolezza: che i figli vivranno peggio dei loro genitori, che i nipoti staranno peggio dei nonni. E' questa, però, una consapevolezza senza sbocco, perché allo sbarramento sociale corrisponde anche il "blocco" di una politica che non sa dare risposte, e che non può farlo in quanto confiscata da una classe dominante asservita all'oligarchia finanziaria ed alla tecnocrazia eurista.
Se il pessimismo sul futuro è la peculiare caratteristica delle giovani generazioni in questa epoca di crisi, evidente è la spaccatura di classe che investe in misura ancor più pesante questo segmento della popolazione. Alla condizione dei figli delle classi benestanti, al relativo benessere di cui ancora gode chi può contare sui risparmi della famiglia, fa da contraltare il drastico peggioramento della condizione sociale di una fascia sempre più numerosa di giovani.
Secondo il già citato rapporto della Caritas: «E' dal 2012 che si registra una relazione inversa tra incidenza della povertà ed età della persona di riferimento della famiglia; nel nostro Paese la povertà tende cioè a crescere al diminuire dell'età». La conseguenza è che ben il 48,7% dei "poveri assoluti" si concentra nella fascia più giovane (0-34 anni) della popolazione.
Si tratta di un fenomeno assolutamente nuovo, un prodotto della crisi e delle politiche di austerità.
I dati dell'Istat ci confermano in pieno questa lettura. Nel periodo 2007-2016, l'incidenza della povertà assoluta è diminuita - per l'esattezza dal 4,8 al 3,9% - soltanto nella fascia degli ultra-sessantacinquenni (evidentemente l'ultima che sta in qualche modo godendo i frutti delle conquiste del passato). Viceversa, il tasso di povertà assoluta è aumentato dal 2,0 al 5,2% nella fascia dai 55 ai 64 anni, dal 2,6 al 7,6% in quella tra i 45 e i 54 anni, dal 3,2 all'8,9% tra i 35 ed i 44 anni, ed addirittura dall'1,9 al 10,4% nella classe d'età dai 18 ai 34 anni. Come si vede un completo rovesciamento in meno di dieci anni, la più chiara esemplificazione della direzione di marcia della società italiana.
Questa traiettoria è certamente frutto di tre fenomeni prodotti dal binomio crisi-austerità: la crescita della disoccupazione, l'esplosione della precarietà, la costante erosione dei risparmi delle famiglie che ha reso inevitabilmente più fragile la condizione di tanti giovani.
Questa nuova condizione giovanile è una delle spiegazioni della stessa crisi demografica. Infatti, mentre da un lato è ripresa con forza l'emigrazione - nel 2016 gli emigranti sono stati 157.065, contro i 39.545 del 2010 (+ 397%!) - dall'altro è sempre più difficile per i giovani conquistare l'autonomia dalla famiglia. Secondo uno studio della Fondazione Bruno Visentini, se nel 2004 un giovane impiegava 10 anni per essere autonomo, questi diventeranno 18 nel 2020 e 28 nel 2030. Detto in altri termini, un diciottenne del 2020 sarebbe destinato a diventare autonomo a 38 anni, uno del 2030 a 46 anni!
Crisi ed austerità eurista ci consegnano dunque un'esplosiva condizione giovanile, un terreno imprescindibile dell'iniziativa politica per chiunque voglia provare a rovesciare l'attuale stato delle cose. 

4. La guerra tra poveri (tra generazioni e tra autoctoni e migranti)

La realtà descritta al punto precedente è evidentemente la base strutturale di quella "guerra generazionale" che le classi dominanti alimentano di continuo nella loro propaganda. La loro narrazione è semplice: i giovani stanno male perché gli anziani hanno avuto troppo, vivendo sopra le loro possibilità e generando così la montagna del debito pubblico.
E' questo un trucco che serve a demolire definitivamente ogni conquista sociale. In questo modo si cancellano i residui diritti dei più anziani senza che questo migliori in alcun modo la condizione giovanile. Al contrario, poiché i giovani di oggi altro non sono che gli anziani di domani, quel che viene tolto oggi a questi ultimi (ad esempio in materia pensionistica) andrà solo a peggiorare il futuro delle nuove generazioni.
In questa guerra a bassa intensità giocano un ruolo essenziale le trasformazioni demografiche di questi ultimi decenni. Nel 1982 per ogni 100 giovani della fascia 0-14 anni, c'erano solo 62  ultra-sessanticinquenni. Nel 2017 siamo arrivati a ben 165,3. La classe dei più giovani, che nel 1982 rappresentava il 21,3% della popolazione, è scesa oggi ad un misero 13,5%. Viceversa, i più anziani sono passati nello stesso periodo dal 13,2 al 22,3%. 
Ma al conflitto intergenerazionale i dominanti preferiscono oggi quello tra italiani ed immigrati. In questo modo questi ultimi finiscono per assolvere involontariamente a due ben precise funzioni: quella di contribuire alla riduzione del salario reale, grazie al ruolo di esercito industriale di riserva; quella di diventare il parafulmine della montante rabbia sociale.
Abbiamo già visto i dati relativi alla riduzione dei salari. Ma questo andamento generale contiene al suo interno un più deciso impoverimento di alcuni strati di lavoratori (salariati in primo luogo, ma anche autonomi). Secondo l'Istat, nelle famiglie la cui persona di riferimento appartiene alla categoria "operaio e assimilato" l'incidenza della povertà è oggi del 12,6%, rispetto al modesto 1,7% del 2007.
Come è vissuto questo acuto impoverimento (anche in questo caso certamente la punta dell'iceberg di un fenomeno ben più ampio) dai diretti interessati? Certo, a ben pochi sfuggono le responsabilità della classe dominante, ben pochi ignorano il peso delle draconiane regole europee, e tuttavia la rabbia prende sempre più spesso un'altra direzione, quella del ruolo della forza-lavoro immigrata.
Quanto influisce la condizione sociale nel determinare il proprio sentimento di fondo sui flussi migratori? Secondo il Censis, se il 59% degli italiani esprime un sentimento negativo sull'immigrazione extracomunitaria, questa percentuale sale man mano che si scende nella scala sociale, arrivando al 63% tra gli operai, al 71% tra i disoccupati, al 72% tra le casalinghe. Una curva così sintetizzata dal suddetto Centro Studi: «Si tratta di un cambio di percezione maturato negli ultimi anni... che è fondamentalmente il portato di una reale o percepita più serrata competizione in basso su risorse decrescenti, dal lavoro al welfare».
Nonostante i giri di parole sulla "percezione" il Censis non può evidentemente negare il peso della "competizione in basso". Del resto tra gli "operai e assimilati" gli immigrati sono oggi 1 milione 838mila, esattamente il 22,74% del totale della categoria. Difficile non vedere in questo ambito - ma in maniera ancora più acuta in specifici settori, come l'edilizia, l'agricoltura ed il settore turistico - il peso di questa competizione.
La guerra tra poveri va dunque contrastata, ma occorre farlo partendo dalla realtà concreta non da una narrazione moralista ed ipocrita. La concorrenza c'è e colpisce pesantemente gli strati più bassi della società. Solo ricostruendo una strategia politica, all'interno di una visione completamente alternativa della società, sarà possibile una nuova unità e solidarietà di classe. Altri percorsi non ce ne sono.


5. Il modello mercantilista (fare come la "Germania") che divide l'Italia in due

La linea dell'austerità e della deflazione salariale non è solo il frutto dell'egoismo di classe dei dominanti. Essa dipende anche dal modello mercantilista che il blocco al potere ha scelto per il nostro Paese.
La narrazione mainstream ci parla oggi di una ripresa economica in atto. In realtà, principalmente per l'effetto di un trend mondiale favorevole, quello in corso è solo un modesto rimbalzino del Pil. E' vero che da quattro anni il Prodotto interno lordo è in territorio positivo, ma la sua crescita è davvero minima: +0,1% nel 2014, +1,0% nel 2015, +0,9% nel 2016, +1,4% nel 2017. Sta di fatto che, considerando 100 il valore del 2007, il Pil del 2017 è arrivato appena a quota 93,9. In sostanza, secondo questa nostra elaborazione su dati Istat, il suo valore è ancora sotto del 6,1% a quello di un decennio fa. Alla faccia della "fine della crisi"!
Ma l'Italia è fondamentalmente un paese manifatturiero, restando ancora, ed a dispetto di tutto, la seconda potenza industriale d'Europa dietro alla Germania. Peccato però che, fatto 100 l'indice della produzione industriale del 2006, quello del 2017 si sia fermato a 79,7 facendo cosi segnare la perdita di oltre 20 punti percentuali in 11 anni. Un disastro senza precedenti nella storia italiana, basti pensare che in questo periodo il numero delle aziende manifatturiere si è ridotto di 100mila unità ed i posti di lavoro persi sono stati circa 800mila.  
Chiariti i reali termini macroeconomici di quella che chiamano "ripresa", e che verrà comunque messa sotto stress dalla prossima crisi (ciclica o da choc esterno che sia), è bene adesso concentrarsi sul modello economico scelto dall'oligarchia nazionale in questi anni. Non potendo utilizzare la leva degli investimenti pubblici a causa del credo eurista e dei vincoli che ne conseguono, non potendo di conseguenza rilanciare i consumi interni, la strada scelta non poteva che essere quella di un mercantilismo spinto sulla falsariga di quello tedesco.
Naturalmente ogni paese ha la sua storia e la sua struttura sociale, e la potenza economica, politica ed industriale di Germania ed Italia è profondamente diversa. Altro non fosse che per la banale ragione che nel sistema dell'euro Berlino comanda e Roma ubbidisce. E tuttavia, il modello economico prescelto - o, se si vuole, imposto dai vincoli europei - è sostanzialmente lo stesso: bassi salari, bassi consumi interni, riduzione delle importazioni, aumento delle esportazioni.
E' evidente come un simile modello necessiti in primo luogo di un'elevata disoccupazione e di un'altrettanto consistente precarietà dei lavoratori. Inoltre, nell'impossibilità di agire sulla svalutazione esterna, è ovvio come esso abbia potuto prendere forma solo attraverso una pesante svalutazione interna (dei salari, delle pensioni, del welfare, eccetera).
Ma nell'industria manifatturiera l'accresciuto livello di sfruttamento è testimoniato anche da un altro indicatore. Mentre nell'insieme dell'economia italiana la produttività è stagnante, il valore aggiunto pro-capite degli addetti al manifatturiero è passato dai 55.638 euro del 2003 ai 67.888 euro del 2016 (+22%).
Dal punto di vista delle classi dominanti, e dei governi che l'hanno promosso in questi anni, il modello mercantilista ha in effetti funzionato. Il perché ce lo dicono i dati del Mise (Ministero dello sviluppo economico) che passiamo ad esaminare. Mentre allo scoppio della crisi (2007) il saldo commerciale dell'Italia era negativo per 8,6 miliardi (md) di euro, nel 2016 esso ha registrato un valore positivo di ben 49,6 md. Dopo aver toccato passivi elevati nel 2010 (-30,0 md) e nel 2011 (-25,5 md), la svolta avviene nel 2012 (+9,9 md) fino ad arrivare al surplus di cui abbiamo detto nel 2016.
Nel corso degli anni l'andamento della bilancia commerciale ha risentito ovviamente anche di fattori esterni, in particolare quello rappresentato dai prezzi delle materie prime. Non si pensi però che questa variabile abbia inciso più di tanto, basti pensare che già nel 2014, con il prezzo del petrolio ancora sopra i 100 dollari al barile, il surplus aveva raggiunto la considerevole cifra di 41,8 md.
Come si è prodotta dunque la svolta del 2012? La risposta è nei dati del Mise, e si chiama austerità. Austerità montiana, per la precisione. Infatti, se in quell'anno le esportazioni saliranno di 14,2 md, saranno le importazioni (calate di ben 21,2 md) a fare la differenza. Nel quinquennio 2011-2016, mentre le esportazioni sono aumentate dell'11%, le importazioni sono calate dell'8,5%. Un dato assai significativo, perché per esportare più manufatti bisogna anche importare più materie prime. Evidente dunque quanto abbia inciso il calo dei consumi interni prodotto dall'austerità targata euro.
E' questo un fatto ancor più evidente se prendiamo in considerazione i saldi del manifatturiero, che di quelli commerciali sono solo una parte. A fronte di un surplus di 37,8 md nel 2010, il 2016 ha fatto segnare addirittura un +90,4 md, con un incremento del 139,1%!
Sono dati che fanno inorgoglire il governo italiano, ma che impongono la deflazione salariale e che inchiodano l'economia al vincolo austeritario, con tutte le conseguenze del caso.
Ma oltre alle profonde ingiustizie sociali insite in questo modello, c'è una conseguenza che raramente viene presa in considerazione. Si chiama: divisione oggettiva del Paese. Se, infatti, tutta la politica economica è tesa ad una maggiore competitività finalizzata all'export, ne consegue che vi sarà una parte di questo sempre più centrale, ed un'altra sempre più marginale. Vediamo. Secondo i dati Istat relativi al 2016 il 73,1% delle esportazioni è concentrato in sole 5 regioni che rappresentano il 45,3% della popolazione: Lombardia (26,9%), Veneto (14,0%), Emilia Romagna (13,5%), Piemonte (10,7%), Toscana (8,0%). Complessivamente il nord più la Toscana arrivano all'80,1% dell'export complessivo.
Forse è anche qui, in questi dati, il pericolo di una divisione del Paese, con un nord integrato, anche se in posizione assolutamente subalterna, nell'area economica tedesca; ed un centro-sud lasciato a se stesso, probabilmente in mano ad un capitalismo simil-mafioso dedito (oltre che ad altri traffici) ad un'economia basata su turismo ed agricoltura low cost, sempre al servizio dei soliti padroni del Nord Europa.


6. Il debole conflitto di classe: la lotta o è (anche) politica o non è

Anziché riaccenderlo, la crisi ha addormentato ancor di più un conflitto di classe già assopito nella fase precedente. Ciò non deve stupire, data la natura essenzialmente redistributiva di tale conflitto in una società capitalistica matura come quella italiana. E' difficile scioperare quando l'azienda è in crisi, non solo perché le rivendicazioni di tipo meramente sindacale diventano poco credibili, ma anche per la crescente pesantezza del ricatto occupazionale.
Tuttavia, questa classica spiegazione strutturale della persistente letargia sociale non ci dice ancora tutto. Ci sono altre due ragioni che dobbiamo considerare: la prima, sempre di tipo strutturale; la seconda di natura prettamente politica.
Sul piano strutturale, rispetto al passato, c'è un elemento nuovo che ha il suo peso. Se analizziamo la dinamica quantitativa della forza-lavoro in base alle categorie professionali, ci accorgiamo come la crisi abbia operato un forte allungamento della piramide professionale. Nel periodo 2011-2016, mentre cresceva (+11,4%) il numero degli occupati nelle professioni intellettuali, quello degli operai e artigiani precipitava dell'11,0%, ma al tempo stesso quello che l'Istat definisce "personale non qualificato" aumentava dell'11,9%, passando da 2 milioni 255mila a 2 milioni 523mila unità. In conclusione, ad una crescita quantitativa dei due estremi della composizione professionale del lavoro, per opposte ragioni tradizionalmente meno propensi alla lotta, ha corrisposto una forte diminuzione del settore del lavoro manuale più avvezzo al conflitto sindacale.
Al tempo stesso - e qui torniamo al nodo della società bloccata e quasi castale - il consistente segmento dei lavori non qualificati tende a configurarsi sempre più come una condizione permanente. E questo vale anche per i giovani, a dispetto dello stesso titolo di studio posseduto (circa un terzo ha un diploma, oltre il 3% una laurea). Ecco cosa scrive in proposito il Censis: «Analizzando l'andamento della parte più giovane del personale non qualificato, con un'età inferiore ai 40 anni, si avverte il rischio che la permanenza all'interno di questo segmento si possa trasformare, per chi accede al mercato del lavoro, in una sorta di gabbia dalla quale sia poi difficile uscire».
Il problema è che la consapevolezza del blocco della mobilità sociale, lungi dall'alimentare il conflitto collettivo, diventa un ulteriore motivo di freno, dato il prevalere delle risposte individuali insieme a quelle di tipo adattivo di necessità, incentrate su doppi o tripli lavori, generalmente in nero. Quelle che il Censis, scadendo qui in un linguaggio mellifluo ed ipocrita, definisce come «strategie familiari di pragmatica costruzione di una nuova qualità della vita, praticabile e sostenibile». Praticamente un elogio senza ritegno alle nuove schiavitù del lavoro.
Ovviamente, la passività di questi settori sociali ha dei limiti. Ed un caso limite è quello della logistica, un comparto che ha registrato di recente lotte diffuse ed importanti. Un'eccezione facilmente spiegabile dalla sua notevole espansione occupazionale, basti pensare che nel solo 2016 gli addetti del settore sono aumentati dell'11,4% rispetto all'anno precedente.
Le ragioni strutturali di un conflitto sociale così debole, da sembrare a volte addirittura impercettibile, sono però a nostro avviso meno importanti di quelle politiche. Il fatto è che non solo la società è bloccata, ma lo è la politica e dunque la democrazia. In altre parole, il conflitto di tipo sindacale non incide più. E i lavoratori sono i primi ad esserne consapevoli.
Da qui la crisi generale del sindacato. Una crisi legata alla scelta concertativa (di fatto di supporto alle aziende) di Cgil-Cisl-Uil, ma che non risparmia neppure le forze del sindacalismo extra-confederale e di base. Pur perdendo 180mila tessere nel 2016, i sindacati di regime (questo sono Cgil-Cisl-Uil) mantengono tuttora un totale di 11 milioni 800mila iscritti, ma solo 6 milioni 200mila sono costituiti da lavoratori attivi, rappresentando dunque solo il 35,8% dei lavoratori dipendenti. Una percentuale che ancora regge grazie alla scarsa efficacia del sindacalismo di base che - con l'eccezione di alcuni specifici settori - non riesce ancora a presentarsi come alternativa complessiva ai sindacati del sistema.
Il problema è infatti tutto politico. La gabbia eurista, strettamente connessa all'intero impianto neoliberista che le classi dominanti sono riuscite ad imporre nell'ultimo trentennio, non lascia scampo. Il salario, dunque i diritti e la stessa vita dei lavoratori, altro non sono che variabili dipendenti non solo del profitto, ma addirittura del moderno cuore sistemico rappresentato dai mercati finanziari, la cupola che etero-dirige di fatto quella classe politica istituzionale, che nello specifico caso italiano presenta oltretutto pittoreschi livelli di servilismo e corruzione.
Il problema è tutto politico, da qui non si scappa. La visione sindacale - concertativa o rivendicativa che sia - non solo si presenta come monca, ma ormai come sistematicamente inefficace. Lo stesso dicasi per il mutualismo, oggi ripropostoci da alcuni centri sociali. Al pari di quella sindacale, la sua pratica può essere talvolta apprezzabile e positiva, ma mai e poi mai potrà davvero servire a cambiare gli attuali rapporti di forza tra le classi, tantomeno la società nel suo insieme.
La conclusione è dunque semplice: o la lotta è (anche) politica o semplicemente non è. Un esempio fallito - ma che almeno, a differenza di altri, noi cogliemmo e sperimentammo fino in fondo - fu quello del movimento del 9 dicembre 2013 (il cosiddetto "movimento dei forconi"). Quel movimento fallì per tante ragioni, non ultima l'incredibile debolezza e contraddittorietà dell'improvvisato gruppo dirigente che si trovò ad organizzarla, e tuttavia resta quello un esempio di come lotta sociale e politica possano trovare una sintesi nell'obiettivo di una fuoriuscita dalla gabbia europea e di una rivoluzione democratica ispirata alla Costituzione del 1948.
Naturalmente questa sintesi di lotta politico-sociale può darsi concretamente solo quando scendono in campo larghi strati delle masse popolari. Non è dunque una pratica per tutti i giorni, ma quel che serve è mettere nell'azione di tutti i giorni quella prospettiva di sollevazione, l'unica che può davvero salvare il Paese (ed in primo luogo le classi popolari) da una catastrofe sociale che non potrà che aggravarsi nei prossimi anni.

7. Liberazione nazionale e sollevazione, ma intanto che facciamo?

Ma come far vivere la prospettiva della liberazione nazionale in ciò che quotidianamente facciamo? E' questa la domanda che conta. La risposta non è però facile, da costruire passo dopo passo, con pazienza, modestia, con la forza dell'esempio quando ce ne sono le condizioni.
E' possibile in concreto tutto ciò? Certamente sì, come dimostra il caso del referendum all'Alitalia, dove grazie alla nostra presenza è stato possibile sconfiggere l'accordo truffa della primavera scorsa, ponendo con forza il tema della nazionalizzazione dell'azienda. Poi, siccome i miracoli di solito non si fanno, quella vittoria da sola non poteva certo invertire la tendenza generale, ma il significato di quella battaglia resta tutto intero.
Le possibilità dunque ci sono, ma per coglierle dobbiamo saper leggere la realtà nella sua concretezza. Dunque, analisi concreta della situazione concreta, e soprattutto piena consapevolezza di quanto è cambiato tra i lavoratori. Oggi le indagini demoscopiche ci dicono che il primo "partito operaio" a livello di voto è il Movimento 5 Stelle, il secondo la Lega, mentre per il terzo posto se la giocano Forza Italia e Pd.
Senza dubbio un panorama desolante anche se non nuovo, ma non tutto è così negativo come potrebbe sembrare. Riprendiamo qui, per l'ultima volta, i dati del Rapporto 2017 del Censis su come gli italiani (e le classi popolari in modo specifico) vedono l'Unione Europea, l'euro e l'identità nazionale. Si tratta di dati davvero interessanti, che confermano in larga misura quel che ognuno può empiricamente percepire da solo.
In primo luogo il 62% degli italiani ritiene che l'interesse nazionale sia calpestato dall'UE, una percentuale che sale al 66% tra gli operai e tra i lavoratori manuali in genere, e al 65% tra i disoccupati. Se complessivamente il 43% delle persone dice apertamente che si vivrebbe meglio fuori dall'Unione, tra gli operai e assimilati la percentuale è del 49%.
In secondo luogo, solo il 18% degli italiani dà un giudizio positivo sull'euro, mentre il 50,3% ritiene che la moneta unica abbia «impoverito la maggioranza dei cittadini», ed il 12,9% che abbia «prodotto la recessione economica». Da rilevare come le percentuali più alte dei critici dell'euro siano al sud e nelle isole. Sono dati, detto en passant, che rendono ancora più amara l'assenza dalle elezioni del 4 marzo di una lista no-euro ancorata ai principi della sovranità nazionale, popolare e democratica nella cornice della Carta del 1948. Dati che ci parlano anche, però, della povertà intellettuale e del profondo distacco dal popolo di chi ancora pensa sia possibile aggirare questi temi.
In terzo luogo, l'inchiesta del Censis ci mostra in maniera inequivocabile il sentimento di identificazione degli italiani, che si sentono appartenenti alla propria nazione nel 95% dei casi (e nel 49% in «maniera molto forte»), mentre essi si sentono europei solo nel 45% dei casi (e soltanto con un modestissimo 8% in «maniera molto forte»). In breve, nonostante la forte campagna anti-nazionale delle nostrane èlite, gli italiani si sentono italiani, non "europei". Un dato che la dice lunga su quanto la crisi e l'austerità abbiano cambiato profondamente il modo di pensare dei più.
Come ovvio questi orientamenti valgono quel che valgono, finché al "sentimento" non corrisponderà una prospettiva politica. Ma intanto la base reale a cui rivolgere questa proposta politica già c'è, sia pure solo potenzialmente. Sugli obiettivi dell'uscita dall'euro e dall'Unione occorre perciò essere netti, evitare tatticismi eccessivi, parlando sempre il linguaggio della verità.
Più difficile, invece, la ricostruzione di una visione della società diametralmente opposta al modello neoliberista, basata su un'economia sottoposta alla politica (e dunque alla democrazia) e sul ruolo determinante dello Stato nella sfera economica. Decenni di dominio ideologico - la "superiorità" del privato rispetto al pubblico, la fede nella forza taumaturgica del mercato, eccetera - non si cancellano facilmente.
C'è tuttavia un elemento che può aiutarci in questo lavoro di nuova educazione delle masse. Oggi è forte nella società la domanda di "sicurezza". Certo, è una domanda oggi sfruttata essenzialmente dalle destre reazionarie, che la piegano in senso securitario e poliziesco. Ma sarebbe un errore pensare che questa domanda debba essere intesa solo in quel senso, mentre essa è in primo luogo domanda di sicurezza economica e sociale, per l'oggi e per il futuro, incluso quello delle nuove generazioni. E chi può dare questa nuova sicurezza se non uno Stato democratico, sovrano, rifondato ed ispirato ai valori di libertà, uguaglianza e fraternità?

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3 commenti:

  • Luca Tonelli scrive:
    17 marzo 2018 16:37

    Io faccio un appunto: la povertà relativa, così come calcolata ora (e come spiegato in un grafico qui sopra), corrisponde alla % di popolazione che vive con un reddito inferiore al 60% della mediana nazionale.
    Questo significa che in realtà non è affatto un indice di povertà...ma di disuguaglianza nei redditi nazionali. In un Paese in cui sono tutti poveri in canna questo dato sarà sottostimato rispetto ai Paesi dove c è un ceto ricco.
    Così si spiega anche la maggior quota di poveri in Germania rispetto a diversi paesi dell Est.
    Probabilmente non di rado un povero (secondo questa classificazione) tedesco può permettersi più cose di un non povero slovacco.
    In un Paese come l Italia che viaggia a due velocità questo dato risulterà fortemente distorto. Mi spiego: si vive meglio con 950 euro a Potenza che con 1100 a Milano.però essendo la mediana appunto nazionale...e non considerando questa statistica l incidenza del costo della vita...il più povero dei due risulterà l abitante di Potenza.
    Per aver un idea della povertà meglio guardare, a mio parere, ai poveri asdoluti...alle persone in stato di grave deprivazione materiale. Difatti passando a questo indicatore i Paesi dell Est, repubblica Ceca esclusa, risalgono - in peggio - prepotentemente la classifica e l Italia finisce per essere quasi in media UE.
    Detto questo restiamo uno fra i Paesi col più ampio peggioramento di questi indicatori negli ultimi 10 anni.

  • Leonardo Mazzei scrive:
    19 marzo 2018 13:15

    Le considerazioni di Luca Tonelli sono corrette se riferite al concetto di "povertà relativa", ma sbagliate se riferite al testo in oggetto, dove NON SI USA MAI il concetto di cui sopra.
    Si usano invece altri tre indici: a) le persone a rischio di povertà ed esclusione sociale, b) le persone in situazione di grave deprivazione materiale, c) i poveri assoluti.

    a)Secondo i criteri ufficiali Eurostat rientra nella prima categoria (quella più ampia) "chi vive almeno una delle seguenti tre condizioni: povertà da reddito (persone a rischio
    di povertà al netto dei trasferimenti sociali); povertà materiale (persone che soffrono gravi privazioni materiali); persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa.
    L’intensità lavorativa di una famiglia si ottiene dal rapporto tra il numero totale di mesi lavorati in un anno da componenti della famiglia in età compresa tra 18 e 59 anni
    e il numero stimato totale di ore che le stesse persone avrebbero potuto lavorare. La soglia-limite è pari al valore di 0,2".

    b)L’indicatore di grave deprivazione materiale è dato invece dalla percentuale di persone che vivono in famiglie che sperimentano almeno quattro tra i seguenti nove
    sintomi di disagio: 1. non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; 2. non poter sostenere una spesa imprevista (il cui importo, in un dato anno, è pari a 1/12 del valore
    della soglia di povertà rilevata nei due anni precedenti); 3. non potersi permettere un pasto proteico (carne, pesce o equivalente vegetariano) almeno una volta ogni due
    giorni; 4. non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa; 5. non potersi permettere un televisore a colori; 6. non potersi permettere una lavatrice;
    7. non potersi permettere un’automobile; 8. non potersi permettere un telefono; 9. essere in arretrato nel pagamento di bollette, affitto, mutuo o altro tipo di prestito.

    c) Le persone che vengono classificate come "poveri assoluti" sono quelle "che non riescono a raggiungere un livello di vita “dignitoso”, cioè socialmente accettabile. La soglia di povertà assoluta rappresenta il valore monetario di quel paniere di beni e servizi (alimentazione adeguata, abitazione, vestiario, salute, ecc.) ritenuti essenziali per ciascuna famiglia, calcolata in base al numero e all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla dimensione del comune di residenza. Una famiglia è quindi definita assolutamente povera se sostiene una spesa mensile per consumi pari o inferiore a tale valore monetario".

    Tutti i dati utilizzati nella nostra inchiesta sono perciò relativi a queste classificazioni e niente hanno a che fare con il concetto di "povertà relativa" citato da Tonelli.

  • Anonimo scrive:
    20 marzo 2018 13:53

    Pregevole analisi che ahimè rispecchia crudamente la realtà socio-economica italiana. Peccato che possa apparire un po' prolissa ma l'argomento è complesso ed anzi occorrerebbero ancora più tabelle.

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