lunedì 12 marzo 2018

# EUROSTOP PaPATRAC di Boghetta, Formenti, Porcaro


[ 12 marzo 2018 ]

Com'è noto Eurostop ha fatto parte di Potere al Popolo. Sabato scorso, 10 marzo, Eurostop ha approvato un comunicato il cui titolo è netto: "ANDIAMO AVANTI CON POTERE AL POPOLO". 
Invece di ammettere l'errore, conferma quindi che proseguirà su quel sentiero schiantatosi nelle urne. 
Contro questa decisione, con argomenti pienamente condivisibili, si scagliano Boghetta, Formenti e Porcaro, che di Eurostop sono fondatori.
Per la cronaca: come Programma 101 lasciammo Eurostop nel giugno scorso, e ne spiegammo le ragioni. Giudichi il lettore se avevamo torto....




Cari compagni di Eurostop

Gli estensori di questo documento si sono dichiarati contrari o si sono astenuti quando l’assemblea nazionale di Eurostop è stata chiamata ad approvare la partecipazione alla lista Potere al Popolo. Fra l’altro abbiamo sostenuto:

1. che essendo lo spazio della protesta contro l’establishment saldamente presidiato dal M5S (e l’esito elettorale ha dimostrato che tale egemonia è più ampia del previsto),  il risultato elettorale di una piccola forza in fase di costruzione era condannato a priori all’insignificanza. La realtà è stata peggiore del previsto: siamo di fronte al peggior risultato della storia delle sinistre radicali italiane, con la metà dei già miseri voti (2,25%) raccolti da Rivoluzione civile

A questa obiezione si è risposto che non importava quanti voti si sarebbero presi bensì l’opportunità di allargare la nostra rete di contatti. Si tratta di una visione autoreferenziale che considera più importante l’arruolamento di qualche decina (o centinaia) di militanti  rispetto all’allargamento del consenso di massa e, soprattutto, non tiene conto dell’effetto di demoralizzazione della sconfitta sui soggetti mobilitati in questa operazione.
2. che il profilo politico culturale dei nostri alleati in questa avventura era tale da neutralizzare qualsiasi percezione di novità da parte dell’elettorato, il quale ha infatti percepito l’aura di dejà vu, comportandosi di conseguenza. In particolare, si era criticato il compromesso sui nostri obiettivi strategici — sintetizzati nelle parole d’ordine no euro, no Unione Europea — sostituiti dalla formula vaga, generica, e incomprensibile per il cittadino comune, del no all’Europa dei Trattati. 
Purtroppo si è visto che il compromesso comportava anche la rinuncia a impostare una campagna elettorale basata su due o tre parole chiave semplici, chiare e di impatto, scegliendo invece di stilare il consueto programma elettorale in forma di “lista della spesa” per addetti ai lavori. Una lista della spesa che paga tributo alle vecchie categorie feticcio: un internazionalismo astratto (che finisce fatalmente per appiattirsi sul cosmopolitismo globalista), le consuete litanie politicamente corrette che ci accomunano alla “sinistra” di regime (e sono uno dei motivi di fondo per cui l’elettorato l’ha abbandonata) e quel movimentismo orizzontalista e antistatalista che, negli ultimi decenni, ha costantemente accompagnato le sinistre radicali, condannandole al minoritarismo.
Ci chiediamo se le nostre obiezioni, critiche e perplessità non siano state prese in considerazione perché nemmeno la maggioranza di noi si è del tutto liberata dai vincoli di una tradizione morta e sepolta. 
Vincoli che impediscono: 
1) di mettere all’ordine del giorno, senza se e senza ma, l’obiettivo della riconquista della sovranità nazionale come condizione indispensabile della sovranità popolare e della conquista di rapporti di forza più favorevoli alle classi subordinate; 
2) di rompere con la cultura antistatalista e movimentista delle sinistre radicali; 
3) di prendere atto che dalle masse popolari sale una domanda di protezione sia dagli effetti economici della globalizzazione sia dal degrado sociale delle periferie dove convivono lavoratori autoctoni poveri e immigrati; 
4) di rispondere a questa domanda di protezione, contendendo l’egemonia ai populismi di destra che oggi la rappresentano, non solo sul terreno del buonismo politicamente corretto ma indicando anche concrete soluzioni politiche alternative. Infine anticipiamo la nostra contrarietà all’ipotesi di convertire questa fallimentare esperienza elettorale in primo passo del progetto costituente di un nuovo soggetto politico, che non sarebbe affatto nuovo e rallenterebbe la costruzione di una sinistra nazional popolare realmente capace di opporsi alle politiche del capitalismo globale. 
Una tale scelta, oltre a rendere impraticabile qualunque eventuale ipotesi di una lista seriamente antiunionista per le elezioni europee, segnerebbe di fatto la fine del progetto di Eurostop, condannando quella che era una promettente aggregazione politica a divenire una minoranza ininfluente nel microcosmo di una sinistra radicale a parole e moderata di fatto".
Carlo Formenti, Mimmo Porcaro, Ugo Boghetta

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12 commenti:

  • Giancarlo D'Andrea scrive:
    12 marzo 2018 15:14

    AMEN !

  • Anonimo scrive:
    12 marzo 2018 15:56

    Ottimo articolo. Fra le altre cose avevano scritto poco prima un articolo critico su Diem25 di Varoufakis ora invece se ne escono col proseguire il percorso di PaP. Un passo avanti ed uno indietro.

    Per quanto riguarda la "domanda di protezione" riporto la mia piccola recente esperienza.
    Giusto cinque giorni fa ho scritto a diversi sindacati per chiedere lumi circa il (malconcepito) decreto di stabilizzazione dei precari della ricerca. Ritengo improbabile di di poterci rientrare nonostante i molti anni.

    Devo osservare che fra i sindacati che mi hanno ignorato ci sta proprio la loro USB. Devono essere tutti ubriachi insieme a Viola Carofalo. Altri hanno invece risposto, mi aspettavo che non rispondesse nessuno, loro no.

    Potere al popolo, certo, ma senza il popolo.

    Giovanni

  • Anonimo scrive:
    12 marzo 2018 16:38

    Oh avete una sola scelta
    Chiamate il partito Comunisti per la Patria e a chi obietterà che cosí si rinnega l'internazionalismo gli si risponde alla maniera della destra mandandolo a quel paese
    E sveglia che bisogna fare IN FRETTA!

  • Anonimo scrive:
    12 marzo 2018 17:24

    insomma o la sx diventa in qualche modo populista o perisce. Vero, ma questo fatto ha forti implicazioni: a. sul piano politico per quanto concerne la lotta di classe come intesa tradizionalmente dal marxismo. b. ancor più sul piano teorico, là dove si dovrebbero ridefinire i rapporti strutturs/ sovrastruttura ed anche il significato odierno del termine capitalismo, o meglio del suo approfondimento e dell'emergere di sistemi no più facilmente classificabili, nel senso che potrebbero evolvere i più direzioni x dinamiche politkche interne. Detto provocatoriamente in altri termini, cosa é veramente quel fenomeno tacciato con disprezzo dalla sinistra al caviale , ma no solo da essa, col termine rossobrunismo?

  • Anonimo scrive:
    12 marzo 2018 18:02

    Sono del tutto d'accordo con gli autori, come ho cercato di spiegare in alcuni recenti commenti su Contropiano.
    Ho appena revocato la mia iscrizione individuale a Eurostop per iscritto (ma dubito che esistesse un elenco degli iscritti).
    Ora cosa facciamo?
    Io abito in provincia di Torino.

  • Maurizio scrive:
    12 marzo 2018 19:29

    Vi consiglio di dare un'occhiata al Sito www.comunismoecomunita.org, sono 15 anni che, con Costanzo Preve diciamo le stesse cose!

  • Anonimo scrive:
    12 marzo 2018 21:55

    Ho ritenuto fin dal primo momento che la lista "Potere al popolo" fosse una forzatura. Per due ragioni fondamentali:

    1) la sua genesi origina proprio dall'esperienza fallimentare "riformistico-elettorale del Brancaccio per la quale non doveva nemmeno esistere il solo pensiero di parteciparvi visti gli intenti politicisti e filoeuropeisti dei promotori

    2) la presenza strumentale di rifondazione comunista che essendo alla canna del gas ha spinto al massimo la mobilitazione iniziale, stando poi alla finestra per vedere come andava a finire, perpetuando la solita logica movimentista, quanto poi ad aver partecipato non solo al governo Prodi senza spostare un bel niente a favore delle classi subalterne, e a tutte le giunte comunali, provinciali e regionali con accordi consociativi con la massima espressione dell'eurocapitalismo: il centro sinistra.

    Detto questo nella consapevolezza che l'unita' delle debolezze non fa una forza, credo che bisogna lavorare con nettezza di intenti alla creazione di un movimento della sinistra contro l'euro e rifiutare ogni contenitore politico dal vago sapore "arcobalenista no global" post bertinottiano e\o negriano.

    Interroghiamoci, però, su cosa queste elezioni non hanno rappresentato: non sono state un referendumu contro o pro euro ed i vincitori si sono guardati bene da farle diventare tali pena la perdita di legittimazione dinanzi al capitale transnazionale. Il nostro primo obbiettivo, invece, e' proprio l'uscita unilaterale dell'Italia dall'euro mediante la rivendicazione e la riconquista dell'autonomia statuale in una prospettiva socialista.

    C'e' stato poi un convitato di pietra....: il sindacalismo confederale che nel mentre si svolgevano le operazioni elettorali ha firmato l'accordo piu' schifoso che la storia del movimento sindacale italiano ricordi, che prevede appunto la corporativizzazione definitiva delle categorie ed un salario minimo (quindi al ribasso) totalmente subalterno alla produttivita' aziendale.

    Il ruolo dell'opposizione sociale deve nascere chiaramente contro l'euro e contro ogni forma di consociativismo per non incappare nelle solite coazioni a ripetere che ci hanno accompagnato in questi 26 anni che ci separano dal trattato che ha sancito di fatto la perdita progressiva della sovranita' nazionale del nostro paese: Maastricht 1992.

    Saluti



  • michele scrive:
    13 marzo 2018 12:05

    Non ci siamo. Questi compagni scrivono che bisogna rompere la tradizione di una sinistra antistatalista.
    Di quale tradizione andate vaneggiando? La tradizione della sinistra italiana dal secondo congresso del Partito Operaio dove avvenne la rottura tra i legalisti di Turati e gli illegalisti di Galleani (che diede vita ai partiti Socialista, da una parte, e anarchico, dall'altra) è stata sempre una tradizione Ultra-Statalista!!!
    Era statalista Turati, era statalista Togliatti, era statalista Berlinguer, era statalista Bertinotti. Tutti loro chiedevano ai lavoratori di delegare alle loro forze politiche la conquista di miglioramenti contingenti da contrattare non con la lotta dura, ma dentro le istituzioni. Ultimo proprio Bertinotti che fece una battaglia per le 35 ore (sacrosanta, oggi avremmo avuto uno strumento in più per difenderci dai robot) non a colpi di sciopero, ma...a colpi di riunioni a palazzo Chigi con Prodi e conferenze stampa prima e dopo le "trattative". Il risultato? La disfatta, prima del mondo del lavoro, e poi, dopo alcuni tentavi disperati di recuperare con i movimenti (i no global, quelli della Pace, ecc.) la catastrofe elettorale di 10 anni fa a cui ancora non si sono ripresi e non si riprenderanno mai.
    Potere al pop a suo modo è stato anch'essa una esperienza ultra-statalista. Le dichiarazioni di Viola Carofalo fin dall'inizio sono state: «senza un interlocutore il lavoro dei movimenti è inutile. Le lotte possono essere portate a un livello molto più alto ed efficace se c’è una forma di dialogo con le istituzioni». Insomma la vecchia manfrina della sinistra di Turati, Togliatti, Berlinguer e Bertinotti (ad ogni generazione ridotta ad un sedicesimo ah ah ah).
    Il primo partito è stato quello dell'astensione, ma come fate a non capire? La costituzione? E' carta straccia! Il parlamento? Non conta niente! La sovranità? Non è mai esistita in nessun paese del mondo.
    Unica prospettiva? Entrare in una Fase Nichilista (e dico "fase", per distinguermi dal nichilismo puro e sempiterno). Una fase di caos, dove entrare con la giusta bussola, con dei buoni marinai (leggi con dei buoni "quadri", che mancano a tutti, a voi per primi, altrimenti non vi trovereste con defezioni imbarazzanti e gente che fa parte del vostro movimento e che non si dice nemmeno rivoluzionaria). Per aprire questa fase tutti questi movimenti positivi che si richiamano al popolo, alla costituzione, alla sovranità sono un impaccio. Oggi è facile fare una analisi,ma non siete nemmeno riusciti a partire, ...e... se facevate la lista sovranista voi temo avreste preso un quarto dei voti di Pap.
    Ora è il momento della rabbia. La furia del dileguare - insegna Hegel - è solo un passaggio, non è eterna. Ma è un momento necessario dello Spirito. Voi volete proporre prima la fase positiva, senza passare per la negazione necessaria. Adesso è il momento della Negazione, poi verrà, sulle barricate, il momento della costruzione.
    Attenti compagni: se questa fase non la apriamo e non la navighiamo noi, lo faranno gli altri. E Dio ce ne scampi

  • Anonimo scrive:
    13 marzo 2018 15:04

    C'è parecchia differenza fra avere interlocutori istituzionali, il che significa alcuni politici in carica, magari pronti a licenziare una manifestante precaria zuppa di getti di idranti, e abbandonare una concezione antistatalista nel senso di contraria a uno stato interventista nell'economia. Questo stato diventa un calmiere positivo nel mercato del lavoro, perché fissa(va) dei salari decenti, nei redditi, perché elargisce servizi, e pure nelle fabbriche perché può orientare l'entità dell'occupazione e l'industrializzazione del paese in questione, nella regolamentazione finanziaria perché controlla i movimenti di capitale, quindi le crisi finanziarie, e anche le delocalizzazioni. Sono condizioni che aiutano a lottare meglio.
    Ad oggi gli elettori chiedono questo, non il nichilismo.

    Al momento abbiamo uno stato interventista solo sui temi della sicurezza e della repressione.

    Eurostop è stato il primo luogo a sinistra dove fosse possibile nominare l'innominabile (il vero ruolo dell'euro). C'è voluto coraggio. Spiace che oggi si sia lasciato disfare in modo così banalmente e pavidamente stupido.
    Cam

  • Anonimo scrive:
    13 marzo 2018 17:04

    Esatto, gli italiani dopo anni di crisi cercano uno stato che intervenga per garantire la sicurezza sociale. Che lo faccia in vari modi per ciascuna delle variegate situazioni che si presentano nel complesso mondo del lavoro sia pubblico che privato.
    Lo faccia un neonato Istituto Nazionale per la Sicurezza Sociale fortemente partecipato dalle avanguardie del popolo lavoratore.

  • Anonimo scrive:
    13 marzo 2018 18:25

    Leggo "Eurostop è stato il primo luogo a sinistra dove fosse possibile nominare l'innominabile (il vero ruolo dell'euro)."

    Si tratta di una grossa bugia, forse dovuta a cattiva informazione.

    i fondatori di eurostop sono entrati in scena con anni e anni di ritardo.

    Altri a sinistra, tra cui questo blog, avviarono la battaglia per la sovranità monetaria e per l'uscita dall'EU.

    Eurostop vene dopo...

  • Barbaro D'Urso scrive:
    13 marzo 2018 18:46

    Mi sembra che il dibattito, riguardo al ruolo dello stato, stia prendendo una piega manichea. O tutto stato, che controlla, legifera e regola anche il numero di defecazioni giornaliere di tutti oppure l'anarchismo classico con istituzioni costituite solamente da associazioni completamente spontanee e libere, magari occasionali e in continuo mutamento.

    Il primo sarebbe un incubo allucinante, e pure spaventosamente farraginoso se messo in mano a un ceto di burocrati arretrati e ottusi. Il secondo è pura utopia, passabile per ragazzi adolescenti, ma poi si capisce che le comuni spontanee al primo attacco serio della reazione vengono rase al suolo. Magari in un bagno di sangue.

    Analogo manicheismo mi sembra riguardi la diatriba partito contro movimento. Secondo me, magari anche per trascorsi biografici di molti dei protagonisti di questa scena, ci si fa sia da una parte che dall'altra a riferimenti ormai superati dai fatti e dalla situazione concreta di oggi. Bisogna utilizzare i metodi più adatti alla situazione, non per fedeltà a qualche vecchio e polveroso tomo di teoria o perché funzionarono cento anni fa dall'altra parte del mondo, ma basandosi solo su ciò che funziona e ciò che non funziona qui e ora.

    Dirò dunque qualcosa che suonerà ad alcuni sgradito e ad altri ovvio. Oggi tutte le pratiche e le forme di lotta politica devono essere messe in discussione radicalmente, senza preconcetti e senza rinunciare ad un sano pragmatismo che si basi su un principio tanto semplice quanto vero: fare e rifare all'infinito la stessa cosa aspettandosi ogni volta risultati diversi è la definizione della follia.

    Riguardo al tema costituzionalismo, che poi il 99% delle volte si rivela un forbito alias di sovranismo, termine che finalmente si è compreso essere politicamente sterile e per giunta etichetta di ambigui personaggi in cerca d'autore, voglio chiarire un po' le cose.

    In coda ad un altro articolo ho mosso una critica a questa impostazione di richiamo quasi da riflesso pavloviano alla costituzione-del-quarantotto che si fa ogni tre per due in ogni discorso di quest'area. Cercando di essere più sintetico, vorrei chiarire che non sono certo né per il ritorno all'assolutismo o al feudalesimo, né per fasi anarchiche o, come detto da un commentatore qui, "nichiliste", ma solo che un movimento socialista, comunista, anticapitalista e antiimperialista le sue ragioni e i suoi ideali li porta avanti sempre e comunque, senza doversi appoggiare a questa o quella legge, costituzionale o meno. Ma scusate, se ci fossimo trovati in un paese con una costituzione di stampo liberale classico, si sarebbe dovuti stare tutti zitti e a casa? Non si lotterebbe comunque? Se si parte da questa concezione che oserei definire notarile, capite bene che non solo non si va da nessuna parte, ma mai nella storia si sarebbe andati da nessuna parte!

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