sabato 31 marzo 2018

IL VANGELO SECONDO MATTEO

[ 31 marzo 2018 ]

L'11 marzo si concludeva il congresso con cui il Front National ha cambiato i suoi natali in in Rassemblement National. Matteo Salvini in video-collegamento. Ospite di spicco l'americano Steve Bannon [vedi foto in basso]. 
Ma Bannon ha giocato un brutto scherzo alla Marine le Pen, visto che nel suo discorso ha elogiato la nipote Marion Maréchal Le Pen — la giovane leader che ha rotto con Marine si posizioni ultra-tradizionaliste — come "una delle persone più impressionanti del mondo".

Diverse le cose che accomunano Matteo Salvini, Steve Bannon e Marine le Pen. Una di queste, dopo la sceneggiata di Salvini a Milano — l'ostensione del vangelo e del rosario — è che fanno parte del fronte cattolico fondamentalista conservatore nemico giurato di Papa Bergoglio.

Su questo tema, su chi sono gli eventuali mentori di Salvini, sulla radicale svolta rispetto alla Lega di Bossi si sofferma l'articolo di Flavia Perina du LA STAMPA di ieri.  

Di sicuro la Lega non ha concluso la sua metamorfosi. Segnaliamo, in merito all'evoluzione della Lega ed a certe infiltrazioni fasciste, un'indagine che pubblicammo nel gennaio 2015: «NÉ DI DESTRA, NÉ DI SINISTRA: FASCISTI DENTRO».


*  *  *


LA NUOVA LEGA, ULTRACONSERVATRICE E DURA CONTRO LE IDEE DI PAPA BERGOGLIO
Le voci di riferimento tra fondamentalisti cattolici, teocon, populisti americani
di Flavia Perina

Sappiamo pochissimo dei protagonisti del nuovo bipolarismo, e in particolare della destra sovranista che avanza, delle sue letture, dei suoi interessi, dei suoi riferimenti ideologici.
Lo strappo culturale più evidente del Carroccio 2.0 è quello con la tradizione federalista e il pensiero di Gianfranco Miglio, superato dalla nuova dimensione nazionale o addirittura nazionalista.

Ma ce n’è un altro altrettanto significativo, e politicamente molto più fruttuoso: l’ostilità manifesta verso la chiesa di Papa Bergoglio, che rappresenta anche il terreno di saldatura con l’estrema destra, le diverse aree del fondamentalismo cattolico, i reduci del mondo teocon, i nuovi guru americani de pensiero populista, il vasto segmento di laici devoti che hanno nostalgia dell’era Ratzinger.

La critica al Papa “l’autocrate argentino”, “il dittatore”, come lo definisce qualcuno, è il vero comune denominatore degli influencer pro-Lega. Personaggi noti come Antonio Socci, già vicedirettore Rai in quota Fi, o Giuseppe Valditara, professore di Diritto romano a Torino, in relazione con il guru della Alt-Right americana, Steve Bannon e con il suo referente romano, l’ex sacerdote dei Legionari di Cristo Thomas D. Williams, che subito dopo li voto hanno voluto incontrare Matteo Salvini. Ma che giornalisti di area liberale, comunità di blogger piuttosto seguite (Il Talebano), riviste online (Logos.it), il giro accademico che ruota attorno all’Università europea di Roma e alle vecchie strutture di Alleanza cattolica.

E’ a questo mondo che Matteo Salvini ha parlato il 24 febbraio, nella manifestazione più
importante della campagna elettorale – il comizio di chiusura in Piazza del Duomo – quando ha giurato “sulla Costituzione e sul sacro Vangelo”, tirando fuori a sorpresa un rosario e archiviando con un gesto sorprendente la tradizione laica o addirittura neopagana del Carroccio. Un gesto simbolico che ha segnato la stipula di un patto.

“Sì, c’è una netta discontinuità tra la Lega di Umberto Bossi, del tutto indifferente alla religione, e questa nuova Lega, che ha aperto relazioni con la vasta area del tradizionalismo cattolico, anche all’interno della Curia” dice il prof. Valditara, autore di Sovranismo, un saggio sul valore delle identità nazionali e sulla necessità di difenderle.

Ma come, il Papa peronista che non piace alla destra? “quello di Francesco è un peronismo di sinistra, che a differenza di Wojtyla e Ratzinger rifiuta ogni discorso identitario sul destino dei popoli”.

Non c’è solo il dato ideologico. Vincenzo Sofo, milanese fondatore della rivista online Il Talebano, spiega come la Lega di Salvini abbia consolidato ottime relazioni con l’associazionismo cattolico arrabbiato per lo “scarso interventismo” del Papa sui temi morali e per la sua distanza dalla galassia di formazioni, Cl compresa, abituate ad una interlocuzione diretta con Roma .“Il link fra la Lega e questo mondo si è aperto nel 2015, all’epoca delle Sentinelle in Piedi, e adesso è molto forte”.

“In realtà – racconta Francesco Giubilei Rignani, giovane editore emergente e fondatore del progetto Nazione Futura – la Lega del dopo-Bossi ha mostrato fin dall’inizio interesse per i filoni tradizionalisti e anti-moderni snobbati da Alleanza nazionale e Forza Italia. La critica al pontificato di Bergoglio, nelle sue versioni più costruttive ma anche in quelle più estreme, è senz’altro un comune denominatore di molti gruppi attivi nel mondo della destra sovranista”.

L’immaginario di questo genere di cattolici sembra fatto apposta per sposarsi con le suggestioni del nuovo corso leghista. A guidarne l’istinto non sono solo le costruzioni politico-intellettuali ma anche emozioni millenariste e distopiche sulla fine della Civiltà occidentale, l’idea del romanziere Jean Raspail di una improvvisa invasione dell’Europa da parte di una colossale orda di migranti favorita dalla Chiesa cattolica e da un Papa sudamericano “che fa l’agitatore raccontando le miserie del Terzo Mondo”. Il libro si chiama Il Campo dei Santi, uscì nel 1973 ma sta riscuotendo in questi mesi nuova fortuna.
Marine Le Pen lo ha addirittura consigliato in una trasmissione tv. In Italia le Edizioni di Ar lo hanno rieditato con grande successo, Bannon lo ha citato come manifesto identitario in un convegno della fondazione del cardinale Burke, ovviamente anti-bergogliana: chissà se c’è nella libreria di Salvini, di sicuro sta in quelle di molti suoi nuovi elettori.

* Fonte: LA STAMPA venerdì 30 marzo 2018

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venerdì 30 marzo 2018

FATE PRESTO!

[ 30 marzo 2018 ]

Iniziano le cosiddette "consultazioni" per formare il governo. Un rito formale alle spalle del quale i poteri forti tramano affinché tutto resti come prima. Chiediamo a Di Maio e Salvini di rispettare il mandato popolare rifiutando ogni inciucio con Forza Italia e il Pd.





Con le elezioni del 4 marzo la maggioranza degli italiani ha emesso il verdetto: via per sempre la casta! stop all’austerità! Di Maio e Salvini rispettino dunque la volontà popolare. Hanno i numeri, facciano il governo. Ogni altra soluzione sarebbe un furto di democrazia e una resa ai poteri forti europei.

Questi poteri cercano ora di infiltrare e condizionare pesantemente il prossimo governo. Ma ogni maggioranza con Forza Italia o con il Pd, cioè con le due forze che rappresentano la conservazione e che hanno giurato eterna fedeltà alla tecnocrazia di Bruxelles, sarebbe un tradimento del mandato ricevuto dagli italiani.

Non è affatto necessario condividere l'insieme delle posizioni politiche di M5S e Lega per capire che oggi solo queste due forze - ma da sole, libere dai condizionamenti dei dinosauri del passato - possono avviare quel cambiamento che non può più essere rimandato.

La stessa ipotesi di un rinvio a nuove elezioni sarebbe incomprensibile per la maggioranza degli elettori. Mentre nessuno capirebbe la fuga dalle responsabilità di governo dei vincitori del 4 marzo, nuovi e più pesanti sacrifici ci verrebbero imposti in nome dell'Europa. Sarebbe un disastro.

Quel che serve è invece un governo che ponga fine all'austerità, che respinga definitivamente le clausole sull'aumento dell'Iva. Un governo che affermi gli interessi nazionali, non quelli di un'Unione Europea a dominanza tedesca. Un governo che avvii politiche per la piena occupazione, che cancelli sia il Jobs act che la Legge Fornero. Un governo che si impegni a cancellare l’assurda regola del pareggio di bilancio. Un governo che, pur nei sui limiti evidenti, ridia un senso alla stessa parola democrazia, riavvicinando almeno un po' le scelte della politica ai bisogni dei cittadini.

Magari non sarà ancora il profondo cambiamento di cui c'è bisogno. Ma sarebbe comunque un inizio, un passo nella giusta direzione. Sta ai dirigenti di M5S e Lega compiere quel passo. Qui ed ora.

PER FIRMARE L'APPELLO CLICCA QUI 

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L’ITALIA SEMI-COLONIA O NAZIONE SOVRANA? di Alceste De Ambris

[ 30 mazo 2018 ]

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

I) Nel suo libro sulla storia del colonialismo, Wolfang Reinhard distingue tre varianti del fenomeno: il dominio diretto (es. il Brasile portoghese), il controllo indiretto (gli Inglesi in Egitto) e la “semicolonia”.
Quest’ultimo tipo si caratterizza per il dominio esercitato non da un solo Paese colonizzatore, ma da una pluralità di potenze, che in parte per la loro rivalità in parte invece per gli interessi comuni, consentono la sopravvivenza formale dello Stato colonizzato e un residuo di indipendenza politica.

Come esempi l’autore indica, nel XIX secolo, la Cina e l’Impero ottomano. La Cina, grazie a vari interventi militari (tra cui la famosa “guerra dell’oppio”) era stata costretta ad aprire i suoi mercati agli occidentali — benché oggigiorno c’è ancora qualche ingenuo che considera il “libero mercato” un’istituzione naturale e pacifica. Tramite “trattati ineguali” erano stati aperti porti al commercio marittimo (treaty ports) e concessi privilegi ai cittadini occidentali. A Inghilterra Francia Russia e Germania erano stati ceduti territori, e le loro imprese avevano diritto a costruire ferrovie e sfruttare  miniere. Con l’invasione del Giappone si avrà l’occupazione militare vera e propria.
Nell' Impero ottomano, che già era stato costretto a concedere alle potenze europee trattati ineguali privilegi e concessioni di servizi pubblici, a seguito della bancarotta del 1881, si era installata un’Amministrazione internazionale del debito, a cui veniva girata una parte delle entrate delle Stato e aveva il compito di approvare progetti infrastrutturali.

II) Il paragone storico non è esagerato rispetto alla condizione attuale dell’Italia, che si trova di fatto ridotta a semi-colonia, avendo perduto la maggior parte degli elementi costituitivi della sovranità popolare.
Il Paese si trova ora sotto una triplice occupazione.

Dal punto di vista economico, è dal 1992 una colonia della Germania, ossia del Paese  che dirige l’Unione europea, imponendo il suo folle modello mercantilista basato su austerità e deflazione, a esclusivo vantaggio proprio e delle banche (benché sia riduttivo definire così mastodonti too big to fail che dispongono di risorse maggiori di quelle statali).

Dal punto di vista militare l’Italia è, dopo la seconda guerra mondiale, una colonia americana, come dimostra la presenza di decine di basi militari Usa e Nato sul nostro territorio.

Dal punto di vista culturale siamo, dagli anni Ottanta, una colonia americana, posto che il 90% dei prodotti mediatici, di intrattenimento (film, musica, trasmissioni) e di informazione (la “bolla mediatica” occidentale), provengono dagli Stati Uniti, i quali hanno così imposto il proprio stile di vita e idioma (l’uso di anglicismi inutili nel linguaggio corrente è ormai inarrestabile).

Per altri aspetti il nostro Paese ha uno status ancora inferiore, e assomiglia ad una colonia in senso stretto. E’ stato privato del potere di emissione e cambio della propria moneta, gestita da un organo tecnico e “indipendente” come la Banca centrale europea; di conseguenza ogni anno dobbiamo pagare il “pizzo” alla finanza internazionale, quasi un centinaio di miliardi come interessi sul debito. Recentemente l’Italia subisce l’importazione in massa di lavoratori da Paesi poveri, al fine di disporre di manodopera a basso costo in concorrenza con quella locale, proprio come avveniva con gli schiavi africani deportati nelle colonie americane. Inoltre siamo tenuti, come un tempo i sudditi degli imperi, a fornire contingenti militari per missioni di guerra, contrarie sia ai nostri  interessi che al diritto internazionale (Kossovo, Irak, Libia), e a imporre sanzioni a Paesi amici (Russia, Iran, Venezuela). Dal punto di vista giuridico, i trattati europei sono gerarchicamente sovraordinati alla legislazione nazionale, benché improntati ad un modello economico ultracapitalista, incompatibile con la nostra Costituzione (art. 35-47).

III) Approfondiamo la questione economica che è la più rilevante. La decadenza del nostro Paese coincide con l’adesione all'Unione europea e l’introduzione dell’euro. I trattati di Maastricht e di Lisbona, impostati sui dogmi economici ordo-liberisti, hanno costretto l’Italia ad aprirsi alla libera circolazione dei capitali e delle merci, eliminando dazi e limitazioni; a privatizzare le imprese pubbliche, sia le banche sia le industrie sia gli stessi servizi (energia, telefonia, autostrade ecc.) — imprese monopoliste prive di rischi, i cui profitti si configurano in realtà come un rendita; a tagliare la spesa pubblica e in particolare lo stato sociale, a “liberalizzare” professioni e negozi, a sopprimere i diritti dei lavoratori faticosamente conquistati, ad abbandonare politiche industriali e di piena occupazione, generando così precarietà e disoccupazione. Le conseguenze per le classi medie e per quelle più disagiate sono state devastanti. 


Le imprese privatizzate, compresi i settori strategici, spesso sono poi state finite in mano ad azionisti stranieri, o delocalizzate all’estero. Come definire, se non colonia, un Paese dove certi prodotti/servizi vengono forniti esclusivamente da imprese estere (non solo settori tradizionali ma anche informatica, commercio elettronico, social media) e persino settori non delocalizzabili (grande distribuzione, alimentari, telefonia, acqua, trasporto aereo, assicurazioni, squadre sportive!) sono in mano a stranieri ? 

La situazione sarebbe ottimale per immaginare qualche forma di socialismo (magari autogestionario), visto che i capitalisti italiani sono già stati “espropriati”… ma è evidente che l’ordinamento europeo rende impossibile qualsiasi politica economica non solo socialista, ma nemmeno socialdemocratica (il keynesismo, con il pareggio di bilancio in Costituzione, è ormai proibito per legge).

L'analisi qui deve salire di livello e adottare un'interpretazione di classe. E' vero che, come diceva Wallerstein, il capitalismo tende a creare rapporti sbilanciati centro periferia, che trasferiscono valore dai Paesi più poveri a quelli più ricchi. D'altra parte non è l'intera nazione a sfruttare le risorse delle colonie, ma è la classe capitalista che sfrutta sia il proprio popolo (pensiamo all’esplosione delle disuguaglianze sociali) sia quelli colonizzati.
Il colonialismo classico era praticato da Stati-nazione distinti e in conflitto tra loro. Con l’avvento della globalizzazione, il “nuovo colonialismo” finanz-capitalista è attuato da un'oligarchia internazionale non legata a singoli Paesi, che utilizza i vari Stati come meri strumenti. Già in passato i processi di colonizzazione seguivano le iniziative dei privati (es. la Voc olandese o la Compagnia delle Indie). Ora questa tendenza è prevalente: l’erosione della sovranità statale avviene soprattutto ad opera di entità private, multinazionali finanziarie investitori: gli Stati si trovano in ostaggio dei cd. “mercati".

IV) Qual è il ruolo della politica in un Paese colonizzato? I dominatori, come sempre, si appoggiano su élite locali collaborazioniste — ben espresse dai media e partiti della seconda Repubblica — per ottenere la sottomissione spontanea del popolo. I rappresentanti politici, dietro contrapposizioni su temi secondari (es. i diritti civili, la criminalità, l’ambiente), si limitano alla mera amministrazione dell’esistente e alla spartizione delle risorse concesse dall’alto. La democrazia si riduce al vuoto spettacolo delle elezioni, dato che i politici non hanno reali poteri decisionali: il sistema procede  con il "pilota automatico". Le ultime elezioni italiane naturalmente non cambiano nulla, visto che nessun partito autenticamente “sovranista” era candidato. 


Condizione preliminare per essere liberi è la consapevolezza di non esserlo, sicché occorre valutare in modo spietatamente onesto la situazione attuale della nostra patria. Il sovranismo deve essere precisamente il progetto politico di decolonizzare l’Italia. Senza liberazione nazionale alcuna rivoluzione sociale è logicamente possibile. Dobbiamo studiare e prendere a modello i movimenti di liberazione nazionale del 900, in Asia come in Africa. E considerare che spesso la decolonizzazione non è avvenuta senza un tributo di sangue, a causa della violenta resistenza dei colonizzatori (Indonesia, Algeria, Vietnam, Angola ecc.).

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giovedì 29 marzo 2018

UNA SETTA DI NOME "POTERE AL POPOLO"

[ 29 marzo 2018 ]

Ci siamo ampiamente occupati della coalizione elettorale di sinistra radicale "Potere al Popolo" (PaP) —in fondo riportiamo i diversi articoli. [1]

Non ne riparleremmo se non avessimo letto il testo Cosa fare ora? Alcune indicazioni dopo l’assemblea di domenica scorsa.

Chi pensava che il siparietto andato in onda su La 7 la sera del voto fosse solo un demenziale incidente di percorso è meglio che si metta l'anima in pace. Il più che modesto 1,2% ottenuto il 4 marzo è davvero considerato da PaP uno "straordinario successo", e l'assemblea svoltasi il 18 marzo è stata qualcosa di "incredibile".

Ma torniamo al documento in questione.
Non c'è neanche l'ombra di una riflessione sul terremoto verificatosi con le elezioni del 4 marzo. Neanche uno straccio di proposta politica (chi deve governare ora?) visto lo schianto delle élite. Come se niente fosse accaduto PaP si guarda l'ombelico, ritenendolo il centro del mondo. Tipico atteggiamento antipolitico delle sette anarchicheggianti. [2]

Il titolo più adeguato (del documento) sarebbe stato: errare è umano, perseverare è diabolico. Nessuna autentica riflessione sulle ragioni della sconfitta elettorale. Nessun barlume di autocritica. Viene riconfermato quanto scrivemmo all'atto di nasciata di PaP. [3]
 Che il vascello sia destinato a naufragare non abbiamo dubbi.
C'è una questione preliminare: quale organismo ha condiviso questo documento? A che titolo è stato pubblicato? Per conto del Coordinamento Organizzativo nazionale in cui sono rappresentate tutte le anime (Je so' pazzo, Prc, Pci, Sa, Eurostop, ecc.)?
Non lo sappiamo.

E' tuttavia evidente che dati i contenuti passa la narrazione di Je so' pazzo. Viene infatti riproposto, pari pari, il profilo politico con cui PaP è andato allo sbaraglio.
Il documento, saltiamo per carità di patria la premessa esagitata, si compone di tre capitoli.

Il primo, intitolato "I territori" indica la via, udite, udite: "Potere ai territori!".
Si tratta di un panegirico per dire che in PaP decidono tutto le "assemblee territoriali", che niente dev'essere "calato dall'alto". Se capiamo bene ciò significa che PaP vuole essere già un soggetto politico unico, che funziona già sulla base dell'adesione individuale, ove cioè i diversi soggetti politici, ad esempio Rifondazione, devono considerarsi dissolti, squagliati.

Più avanti si indica nel "mutualismo" il "grande strumento" per contrastare il neoliberismo, che "lo Stato non riesce più a rispondere ai bisogni". Più concretamente:
«“Potere al Popolo!” deve dunque da subito lanciare una campagna per aprire interventi di tipo mutualistico o, dove già esistono, rinforzarli e metterli in connessione fra loro. Ogni territorio ha la sua specificità, quindi ogni assemblea territoriale sceglierà le attività da intraprendere: ambulatorio popolare, doposcuola, corsi, palestre, teatro, sale prove autogestite, sportelli legali per la casa, per le e i migranti, per il lavoro, picchetti antisfratto, raccolta di abiti per i senza tetto o di recupero alimentare per le famiglie povere, ciclofficine…».
Cosa pensassimo di questo "mutualismo" l'abbiamo già detto. Ribadiamo il concetto: se il mutualismo viene fatto assurgere a pratica toccasana e strategica, esso rischia di essere funzionale al neoliberismo, ovvero a tamponare i danni della demolizione dello "stato sociale". Ma i danni sono talmente enormi che fare "mutualismo" pare voler asciugare l'oceano con un cucchiaino. Questo "mutualismo", diciamocelo, rassomiglia come una goccia d'acqua a quello che fa la CARITAS, con la differenza che la CARITAS gode delle enormi risorse messe a disposizione dalla Chiesa e indirettamente dallo Stato. Cosa che condanna il "mutualismo dal basso", con tutto il rispetto al volontarismo di chi lo pratica, a disperdere e quindi a frustrare le preziose energie di una gioventù che non ha portato la testa all'ammasso.

Sempre nei "territori" il documento in questione invita dunque a "sostenere le lotte" "per migliorare le condizioni di vita della collettività". Giusto, anzi sacrosanto. C'è un piccolo problema, che con la crisi sistemica e l'offensiva dispiegata dei dominanti, queste lotte sono quasi sempre destinate alla sconfitta, quindi non si generalizzano. Come le elezioni del 4 marzo han dimostrato chi sta in basso vuole una svolta, ma si comporta in modo passivo, delega, affida il cambiamento alle forze politiche "populiste" istituzionali che si atteggiano ad alternative alle élite. Quella delle lotte rischia di essere dunque un'invocazione, l'intervento della Divina Provvidenza.

Ed infatti la montagna delle lotte partorisce il topolino. Il vapore acqueo delle "lotte" si materializza nella proposta di campagne di raccolta firme per leggi di iniziativa popolare sulla "buona scuola" e la modifica dell'art. 81.

E poi? E Poi niente di niente. Solo la riconferma di un pensiero debole, un sindacalismo sociale retorico, una narrazione minimalista e priva di costrutto.

NOTE


#POPULISTI COMUNISTI = 50 a 1 di Ugo Boghetta e Mimmo Porcaro

[2] Non è che una "setta" debba essere per forza formata da quattro gatti, o che indichi un gruppo ristretto di persone. In un senso più esteso "setta" è quell'organismo politico destinato al minoritarismo; che non possiede una linea di massa; che si ostina a difendere teorie e pratiche che ritiene salvifiche anche quando sono smentite dai fatti; che quindi viaggia in parallelo rispetto alla realtà. Nella sfera politica quell'organismo che, ponendo la sua propria sopravvivenza in cima ad ogni altra considerazione di carattere generale, respinge e condanna ogni critica come ostile e rifiuta ogni confronto dialettico.

[3] «Il particolare è confuso col generale; la tattica messa davanti alla strategia. Mancano un giudizio sulla crisi sistemica e dunque una critica in profondità dei processi di globalizzazione (affiora anzi, l'idea che la globalizzazione sarebbe buona cosa se fosse "dal basso"); sfugge chi sia il nemico fondamentale del popolo e dunque quelli secondari; la critica dell'Unione europea risulta fragile e superficiale (la moneta unica non è nemmeno menzionata); del tutto assente la dimensione nazionale della battaglia sociale e politica (rientra anzi dalla finestra l'europeismo quando si invoca, come orizzonte di riferimento, la ricostruzione di un aleatorio "spazio europeo"); del tutto irreperibile il ragionamento sul governo del Paese, sul fatto che solo con un governo popolare d'emergenza il Paese potrà uscire dal marasma; assente perciò ogni discorso sul blocco sociale e le eventuali alleanze politico-sociali per attuare le trasformazioni necessarie — di passata, chi voglia capire come la pensiamo, vada al Manifesto della C.L.N. ed al suo Decalogo».

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L'INTELLETTUALE (poco) DISSIDENTE di Sandokan

[ 29 marzo 2018 ]

I terremoti elettorali non hanno solo seminato scompiglio e sconcerto tra le élite neoliberiste, hanno fatto perdere la testa anche in ambienti che si presume siano anti-sistemici.

E' il caso de L'intellettuale dissidente che sul suo sito ha pubblicato un editoriale a firma Alessio Mannino — Il popolo italiano ha deciso: è ora di liberare l'Italia — che ci ha lasciato interdetti.

Il Mannino esordisce sostenendo una tesi che di primo acchito rassomiglia come una goccia d'acqua a quella avanzata da questo blog: "Di Maio e Salvini poche manfrine, avete i numeri, formate quindi questo benedetto governo per liberare l’Italia dagli ingombri di destra (Forza Italia) e sinistra (Partito Democratico)".
Ma la somiglianza finisce nel titolo.
Sentiamo infatti quale sarebbe la missione che L'intellettuale dissidente assegna ad un governo giallo-verde:
«Fate la cosa giusta: buttate giù tre-quattro punti, il primo dei quali sia una legge-grimaldello per andare al ballottaggio decisivo fra voi marginalizzando i mezzi partiti alle vostre ali, e fate tornare i cittadini al voto. Almeno così avrebbe guadagnato un po’ più di senso, il declamato diritto-dovere di votare, visto che, parafrasando Vasco, questa democrazia della delega e supposta rappresentativa, un senso non ce l’ha».
Una sciocchezza sesquipedale. Peggio, il consiglio di un suicidio. E per due ragioni.

La prima. Milioni di italiani non hanno votato 5 Stelle e Lega affinché ricominciassero con la stucchevole telenovela della legge elettorale, ma perché esigono una svolta, anzitutto farla finita con le politiche antipopolari imposte dalle oligarchie euriste e mondialiste. Milioni di italiani esigono insomma provvedimenti urgenti, non solo simbolici, per lenire le ferite causate da dieci anni di austerità. Lavoro, reddito, sicurezza sociale. Ove Di Maio e Salvini avessero il coraggio di fare il governo (del che è lecito dubitare) ma dessero priorità alla modifica della legge elettorale per riportarci al voto, tanti di quelli che li hanno votato considererebbero ciò...mettersi a fare "manfrina". 

La seconda è sostanziale. Una "legge elettorale grimaldello"?? Con il ballottaggio??? 
Sarebbe proprio la stessa porcata oligarchica e antidemocratica che cercò di fare il Renzi, e che la maggioranza degli italiani impedì col referendum costituzionale del dicembre 2016. Non pare che questa coincidenza d'intenti tra L'intellettuale dissidente e Renzusconi sia causale, al contrario. Trabocca nell'articolo del Mannino lo stesso élitismo autoritario, la medesima ripulsa per la democrazia parlamentare: "questa democrazia della delega e supposta rappresentativa, un senso non ce l’ha". 

Sì, proprio un suicidio quello esortato. Non ho alcun dubbio che se Di Maio e Salvini accettassero questo consiglio, sarebbero tanti gli italiani a mettersi in fila per prenderli a pedate... assieme ai suggeritori. 



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mercoledì 28 marzo 2018

SINISTRA: IN RISPOSTA AD ALDO GIANNULI di Fabrizio Marchi

[ 28 marzo 2018 ]

L’amico Aldo Giannuli [nella foto] invita tutta la sinistra o ciò che di essa rimane ad incontrarsi in una sorta di Stati Generali per capire il da farsi dopo l’evidente legnata elettorale.

Al di là della generosità e dello spirito di buona volontà che emerge dalle sue parole, mi pare però che la sua sollecitazione sia attraversata da una impostazione decisamente politicista, e per questo (ma non solo) non condivisibile su diversi punti fondamentali che mi accingo a spiegare.

Innanzitutto, io credo che prima di capire il da farsi alle prossime elezioni, siano esse le europee del 2019 o le eventuali politiche anticipate (date dall’impossibilità di formare un governo con un minimo di omogeneità politica e programmatica), sia molto più importante capire cosa si vuol essere e cosa si vuol fare da grandi, come si suol dire. Giannuli suggerisce invece di mettersi a tavolino per capire come mettere insieme una possibile ulteriore nuova formazione politica (come se non ne fossero già stati fatti fin troppi, nella storia della sinistra, di simili tentativi sistematicamente naufragati…) che possa comprendere in un unico contenitore ciò che rimane della sinistra (cioè Liberi e Uguali o ciò che di essa resterà in seguito a probabili scissioni, Potere al Popolo, più gli eventuali vari cespugli, gruppi e gruppetti della micro diaspora comunista, tutte forze politiche peraltro completamente diverse fra loro…), in modo tale da offrire, in linea teorica (io dico molto teorica…) una sponda a quell’elettorato, anche in fuga dal PD, che ancora ha un cuore che batte a sinistra, per così dire.

Ora, io personalmente sono convinto che ci sia tanta gente, anche molta di più di quanta noi pensiamo, che abbia un cuore che batte a sinistra. Ma sono anche convinto che questa gente non vede più nell’attuale “sinistra”, in tutte – e sottolineo, in tutte – le sue declinazioni, quella forza politica in grado di rappresentarle efficacemente (un punto di vista, peraltro, assolutamente logico e coerente che abbiamo già trattato qui …). E questa è la ragione per la quale alle attuali formazioni della “sinistra” si preferisce di gran lunga il M5S oppure l’astensione (o addirittura la Lega, in alcuni casi…).

Di conseguenza, penso che in questa fase storica non si debba avere nessuna fretta di mettere insieme una lista che per forza di cose non può che essere raffazzonata in fretta e furia e con un programma necessariamente velleitario e confuso (né potrebbe essere altrimenti, dato che il programma di un partito deve essere il risultato di una visione chiara, corretta e condivisa della realtà…), così come sono state raffazzonate, velleitarie e confuse sia LeU che Potere al Popolo, pur nelle loro rispettive e strutturali diversità.

Esempio pratico? Non ci si può presentare alle elezioni, come ha fatto ad esempio PaP, senza avere una posizione chiara e definita sull’UE (che costituisce, in questa fase storico-politica, la contraddizione principale, dal punto di vista politico). Non si può rimanere sul generico, del tipo “vorrei ma non posso”, “lancio il sasso ma nascondo la mano”, per camuffare posizioni diverse che si hanno al proprio interno e tentare una mediazione improbabile. Non su una questione così importante e strategica. Il risultato finale è stato appunto quello di presentarsi con un programma generico e velleitario, che diceva e non diceva, anche se “esteticamente” gradevole per il palato di un pubblico minoritario ed autoreferenziale di “sinistra radicale” (femminismo, ecologismo, pacifismo, cosmopolitismo, generico solidarismo ecc.). Ma è evidente che questo modo di procedere è, appunto, del tutto autoreferenziale e non può (e forse neanche vuole…) avere l’ambizione di rivolgersi alla maggioranza di quello che si ritiene essere il proprio potenziale corpo elettorale (se così non fosse, non si sceglierebbe di chiamarsi “Potere al Popolo”…). La contraddizione è quindi evidente. Intendiamoci, rivolgersi alla maggioranza non significa affatto correre dietro allo spirito dei tempi. Al contrario, significa avere le idee chiare su ciò che si è, innanzitutto, e su cosa si intende fare. E questo è ciò che deve essere fatto, ben prima di pensare a rabberciare l’ennesimo rassemblement identitario ed autoreferenziale di una “sinistra” improbabile, ormai neanche più percepita, ignorata e scomparsa dall’immaginario comune.

Tornando, quindi, in questo caso all’UE (ma le questioni sono molte e tutte di grande importanza), è bene stabilire quale posizione assumere nei suoi confronti. Ma per fare questo bisogna prima chiarirsi le idee. Innanzitutto, cosa è la UE? A quali interessi risponde? Qual è la sua funzione reale? Quale la sua strategia?

Una volta analizzata la questione si deve prendere una posizione netta e chiara. E cioè, o dentro o fuori. Cosa che nessuna forza politica della “sinistra”, ha fatto con la necessaria chiarezza, neanche Potere al Popolo, per non parlare di LeU che è addirittura dichiaratamente “europeista”. Anche la Lega e il M5S, sia chiaro, sono rimasti ambigui e hanno negli ultimi tempi (e non a caso) ammorbidito la loro posizione in tema, e però hanno raccolto i frutti del loro precedente atteggiamento dichiaratamente euroscettico. Ma è evidente che i consensi da loro ottenuti vanno ben oltre la questione specifica e riguardano la loro oggettiva capacità di intercettare ed entrare in una relazione dialettica se non simbiotica con il loro elettorato. Lo stesso che in linea teorica dovrebbe essere quello della sinistra, la quale però parla da tempo un altro linguaggio che non è compreso e anzi rifiutato da quel popolo che pure ambirebbe (anche un po’ presuntuosamente, data la situazione) a rappresentare.

E’ evidente quindi che una forza di Sinistra (ammesso che questo temine abbia ancora un senso, dati i tempi, quindi diciamo una forza popolare, di classe, democratica, socialista che abbia ancora l’ambizione di voler lavorare alla trasformazione dello stato di cose presente), non può essere ambigua e deve assumere una posizione chiara e distinta su questa questione. Che rimanda alla analisi e quindi alla visione che si ha dell’attuale sistema economico e sociale (capitalista) dominante. Tentennare sulla UE (e quindi anche sulla NATO) significa non avere le idee chiare sulla struttura di quel sistema e sul ruolo che si intende esercitare dentro o contro di esso.

Ma la questioni sono tante e non riguardano certo soltanto l’atteggiamento da assumere nei confronti dell’UE. Chi segue questo giornale sa da tempo che abbiamo prodotto un’analisi radicalmente critica nei confronti dell’ideologia politicamente corretta (in tutte le sue declinazioni) che riteniamo essere l’ideologia di riferimento dell’attuale sistema capitalistico. 
Lo abbiamo fatto in tanti di quegli articoli che diventa anche impossibile elencarli. In questa occasione specifica mi limiterò a segnalarne un paio (che a sua volta rimandano ad altri), questoquesto.

E cosa succede? Succede che proprio la sinistra, compresa e in primis quella cosiddetta “antagonista”, è imbevuta fino al midollo di ideologia politicamente corretta, e questa è una contraddizione in termini di proporzioni macroscopiche. Anche in questo caso abbiamo affrontato la questione in tante occasioni ma al momento mi limito a segnalare questo articolo.

Ora, come è possibile sostenere di combattere il sistema dominante o quanto meno di sottoporlo a critica radicale sposandone al contempo la sua ideologia? E’ una contraddizione insanabile che deve essere sciolta. Sarà l’attuale sinistra in grado di farlo come ci chiediamo qui oppure dobbiamo considerarla perduta?

Non possiamo saperlo con certezza e, soprattutto, non vogliamo avere alcun atteggiamento pregiudiziale nei confronti di nessuno. Al contrario, siamo sinceramente animati dalle migliori intenzioni. Nello stesso tempo però non possiamo non prendere atto che fino ad ora c’è stata la più totale chiusura (se non, molto più spesso, un atteggiamento di palese ostilità) nei confronti dei nostri ripetuti e annosi inviti ad aprire una riflessione in tal senso.

E’ necessario, a questo punto, sottolineare, come abbiamo fatto qui che è proprio l’adesione incondizionata all’ ideologia politicamente corretta (e quindi la sua organicità al sistema) la causa principale della disfatta storica della sinistra.

In conclusione, tornando all’incipit del discorso, ciò di cui c’è oggi urgente necessità non è di costruire l’ennesimo prossimo futuro rassemblement “arcobaleno”, destinato a prendere la metà della metà dei voti presi oggi da LeU e/o da PaP, ma avviare, finalmente, una profonda riflessione a tutto campo e senza tabù di nessun genere su quello che si intende essere e fare.

Tutto il resto è inutile e dannoso.

* Fonte: L'INTERFERENZA

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martedì 27 marzo 2018

FERMARE L’ATTACCO ALLA RUSSIA di P.101

[ 28 marzo 2018 ]

Comunicato n. 4 - 2018
di Programma 101


«A motivo dell’avvelenamento di una ex spia russa della NATO e di sua figlia, il Regno Unito ha chiesto e ottenuto che Stati Uniti e Unione Europea attuassero di concerto una provocazione senza precedenti. Come ha affermato il Ministro degli esteri britannico Boris Johnson : "La straordinaria risposta internazionale dei nostri alleati rappresenta la più grande espulsione collettiva di agenti dell'intelligence russa”, ovvero, fino a prova contraria, di personale diplomatico. 

Un atto ostile che conferma la natura imperialistica della NATO, di cui l’Unione europea è protesi e avamposto in funzione anti-russa. 

Un atto che risponde ad un preciso disegno strategico, l’accerchiamento della Russia, e che giunge infatti a coronamento dell’allargamento unilaterale della NATO verso est.
Condanniamo questo gravissimo atto politico, associandoci a chi chiede che venga annullato assieme alle pesanti sanzioni anti-russe decise dalla Unione europea nel 2016. 


Tale inaudita provocazione, che riporta il mondo alle cupe tensioni della Guerra fredda, giunge dopo il colpo di Stato di piazza Majdàn a Kiev, appoggiato e sostenuto dagli USA, dall'UE e dalla Nato, che portò al potere le attuali forze del governo ucraino costituito da formazioni apertamente nazifasciste, le quali rivendicano con orgoglio il loro passato storico di collaborazionisti del Terzo Reich durante la Seconda guerra mondiale, e che hanno attaccato e cercato di reprimere con ogni atrocità la resistenza della popolazione russofona del Donbass».


Roma, 27 marzo 2018

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KOSOVO: SOLIDARIETÀ CON LA COMUNITÀ SERBA

[ 27 marzo 2018 ]

Ci segnalano e pubblichiamo.
[Nella foto la polizia kosovara mentre ieri arrestava il rappresentante serbo  Marko Djuric].


*  *  *

KOSOVO: FORZE SPECIALI ALBANESI ARRESTANO LEADER SERBO. E’ SCONTRO. VUCIC CHIAMA PUTIN


Oggi pomeriggio a Pristina, scontri che portano le tensioni tra kosovari serbi e albanesi vicine a un punto di non ritorno.

Tutto nasce nell’enclave serba di Kosovska Mitrovica dove viene arrestato dalla polizia albanese Marko Djuric, capo dell’ufficio governativo serbo per il Kosovo che doveva partecipare a una riunione di serbi impegnati in una conferenza, nell’ambito del dialogo interno alla Serbia sulla questione del Kosovo.

Pare che la polizia voglia procedere a ricondurre Djuric al confine serbo per espellerlo in base a un accordo secondo il quale l’ingresso dei serbi in Kosovo deve essere preceduto da un avviso di 72 ore alle autorità di Pristina che si riservano il diritto di autorizzare o meno l’ingresso.

Comunque sia, le pesanti misure adottate dalle forze speciali kosovare albanesi sono state interpretate come una vera e propria provocazione dalla comunità serba. La tensione ha raggiunto il suo culmine quando gli albanesi hanno fatto irruzione nell’enclave con decine di agenti armati in assetto antisommossa. La polizia ha lanciato gas lacrimogeni e bombe assordanti fuori dall’edificio in cui si teneva la Conferenza, per disperdere la folla di dimostranti che cercava di impedirne l’ingresso.

Immagini della tv serba ritraggono i serbi sedersi per terra col capo chino e le braccia alzate sotto la minaccia delle truppe. Le immagini sono state trasmesse dalla tv di Belgrado, che ha avuto essa stessa un cameraman ferito dalla polizia.

Si segnalano infatti numerosi feriti. Barricate sono state alzate dai serbi di Mitrovica e vengono segnalati blocchi stradali. Si ode il suono delle sirene.

A Belgrado il governo ha decretato lo stato di emergenza e il Presidente Vucic , secondo alcune voci, si sarebbe messo direttamente in contatto telefonico con Putin a Mosca.

E’ una svolta violenta nei rapporti tra serbi e albanesi del Kosovo, ma non del tutto imprevista. Non più tardi di pochi giorni fa il Parlamento kosovaro era stato teatro di uno scontro tra parlamentari albanesi, alcuni dei quali avevano dato luogo a un lancio di lacrimogeni per protesta contro l’approvazione di confini tra Kosovo e Montenegro da loro ritenuta troppo generosa.

Possibile che la violenta irruzione della polizia kosovaro albanese a Kosovska Mitrovica, possa essere stata una dimostrazione a testimoniare che il governo mantiene una linea di condotta dura e pura, a dispetto delle concessioni di confine.

Se così fosse si tratterebbe comunque di una gravissima mossa dai toni provocatori, capace di innescare una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili

* Fonte: ALGANEWS

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SE QUESTA È LA M.M.T.

[ 27 marzo 2018 ]

«La MMT non è progressista – affatto. La MMT non è neanche conservatrice. Un economista MMT potrebbe essere progressista, ma la MMT in sé non lo è. Non confondete mai le inclinazioni politiche di qualcuno con la MMT. (..) La MMT è solo una descrizione del sistema monetario così com’è, non un nuovo sistema monetario da installare. Non deve cambiare niente se non il modo in cui utilizziamo il sistema monetario».

Sono passati sei anni da quando, nel febbraio 2012, Paolo Barnard organizzò il summit per presentare la Teoria Monetaria Moderna. Disquisimmo sulla specifica concezione della M.M.T. del denaro-moneta —in estrema sintesi: essendo moneta fiat emessa dallo Stato non sarebbe né merce né capitale e quindi non ubbidirebbe alle determinate leggi dell'economia capitalistica—, ma non negammo che quel convegno ebbe un merito grandissimo: contribuì sul piano scientifico a smontare i feticci monetaristi e soprattutto diede una spinta all'idea che l'euro fosse un... "grande crimine". Un summit partigiano il cui spirito era simbolicamente espresso nel fatto che fosse dedicato all'infermiera napoletana Mariarca Terracciano, morta dopo essersi fatta togliere il sangue ogni giorno per gli stipendi mancati. Nacquero sull'onda di quel summit, in diverse regioni, numerosi gruppi M.M.T. Molteplici importanti iniziative. Negli anni, poi, c'è stata una dolorosa e triste diaspora frazionista. Tanti generosi attivisti si sono dileguati, altri finiti a militare nelle più diverse formazioni politiche, di destra o di sinistra. Che ci fosse un difetto nel manico lo dimostra il breve saggio che pubblichiamo. Malgrado l'autore affermi che "La politica economica è politica", sottolinea che la M.M.T. "... sia solo una teoria descrittiva e non prescrittiva, che non implichi quindi né una determinata visione della società, né alcun radicale mutamento del vigente sistema economico e monetario. Insomma: secondo lui con la M.M.T. il capitalismo, anche nella sua versione liberista, funzionerebbero nel migliore dei modi, "efficiente e tranquillo".


*  *  *

La MMT è solo una descrizione del sistema monetario così com’è
di Ellis Winningham


Permettetemi di essere chiaro per coloro che iniziano e sono confusi perché hanno ricevuto un’istruzione inadeguata. Scriverò di più sull’argomento in un secondo momento, ma per ora, brevemente:

In primo luogo,

La MMT non è progressista – affatto.

La MMT non è neanche conservatrice.

Un economista MMT potrebbe essere progressista, ma la MMT in sé non lo è. Non confondete mai le inclinazioni politiche di qualcuno con la MMT.

La politica economica è politica.

In secondo luogo,

Dichiarazioni del tipo “Se applicassimo la MMT…”, “Ci sono Paesi che applicano la MMT?”, “Dobbiamo passare alla MMT”, non hanno alcun senso. Ecco perché.

C’è qualcosa di importante che dovete sapere e che, a quanto pare, alcuni attivisti non sanno o non dicono forse per motivi politici:

Quando il Congresso / il Parlamento taglia le tasse ai ricchi, la MMT è lì.

Quando il Congresso / il Parlamento aumenta le spese militari e taglia le spese per il welfare, la MMT è lì.

Quando il Congresso / il Parlamento salva le banche, la MMT è lì.

E…

Quando il Congresso / il Parlamento spende per l’assistenza sanitaria universale, la MMT è lì.

Quando il Congresso / il Parlamento taglia le tasse al 99% della popolazione, la MMT è lì.

Quando il Congresso / il Parlamento spende per la piena occupazione, la MMT è lì.

Quando usi la tua carta di credito, la MMT è lì.

Quando chiedi un mutuo, la MMT è lì.

Quando paghi con la tua carta di credito o estingui il mutuo, la MMT è lì.

La MMT descrive semplicemente il sistema monetario che esiste attualmente.

La MMT non è qualcosa che decidi e arriva. Non è possibile passare alla MMT. Non è possibile implementare la MMT. Ce l’hai già.

Usiamo un’analogia a Star Wars per aiutarvi a capire.

Il sistema monetario è come la forza. C’è il lato buono della forza e c’è anche un lato oscuro della forza. La MMT descrive solo la forza. Usate la forza, non la MMT. Allo stesso modo, potete usare il sistema monetario sia per ciò che è bene, sia per ciò che è male; per costruire o per demolire; per avanzare o per regredire; per eliminare la povertà o per aumentarla; per dare solo ai ricchi o per dare a tutti; per costruire un’economia e una società moderne e vivaci o per costruirne una che soddisfi solo i bisogni dei ricchi. Quindi, il problema che vedete oggi nell’economia e nella società è che i politici stanno usando il sistema monetario esclusivamente a beneficio dei ricchi, delle multinazionali e del settore finanziario. Queste sono scelte politiche fatte dai politici che votiamo.

In parole povere, abbiamo scelto di eleggere un gruppo di Dart Fener
 [Dart Fener è il noto personaggio malefico di Star Wars] al Congresso e in Parlamento.

Potete scegliere di utilizzare proprio lo stesso sistema monetario che i politici stanno usando in questo momento per il beneficio esclusivo dell’1% della popolazione in maniera esattamente opposta, tranquilla ed efficiente e senza timore di inflazione, per creare e mantenere la piena occupazione in ogni momento, per avere un’assistenza sanitaria universale, per modernizzare le infrastrutture con ferrovie ad alta velocità, banda larga gratuita per tutti e energia sostenibile.

Ancora una volta, la MMT descrive semplicemente il sistema monetario e, attraverso questa descrizione, ci dà spunti importanti che ci permettono di vedere chiaramente cosa sta realmente accadendo. L’intuizione principale della MMT è che gli Stati nazionali che emettono una moneta fiat, che fluttua e non è convertibile, hanno possibilità di scelta politica flessibili perché la loro spesa è limitata solo dalle risorse reali disponibili nel paese e dalla capacità produttiva dell’economia nazionale. Ciò significa, quindi, che la persona che vede il mondo attraverso la lente della MMT può comprendere qualsiasi politico. Quando un politico afferma che non possiamo permetterci la piena occupazione, le infrastrutture, l’energia sostenibile, la banda larga gratuita per tutti e l’assistenza sanitaria universale, sapete immediatamente che quel politico sta mentendo e che, quindi, ci deve essere qualcosa dietro le quinte che non vuole che tu sappia.

Dunque, se la maggioranza delle persone capissero effettivamente come funziona il sistema monetario nel modo in cui la MMT lo descrive, un politico non sarebbe più in grado di cavarsela usando scuse come “Il governo è al verde” per battersi contro l’assistenza sanitaria universale. Sarebbe finalmente costretto ad ammettere che semplicemente non vogliono che voi abbiate assistenza sanitaria gratuita.

Così il gioco è fatto. La MMT è solo una descrizione del sistema monetario così com’è, non un nuovo sistema monetario da installare. Non deve cambiare niente se non il modo in cui utilizziamo il sistema monetario.

Usate il sistema monetario. Non usate la MMT.

* Fonte: rete MMT

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lunedì 26 marzo 2018

DI MAIO E SALVINI CHINERANNO IL CAPO? di Piemme

[ 26 marzo 2018 ]

Ieri davamo conto dell'avviso che, tramite Il Sole 24 Ore, le oligarchie europee lanciavano all'Italia, ovvero ai vincitori delle elezioni, leggi Di Maio e Salvini.

Oggi è la volta di Repubblica che rincara la dose [vedi grafica a sinistra] e, senza giri di parole, annuncia che la Ue chiederà una "Fornero Bis" per ridurre, come da regole europee, il debito pubblico. 

Si tratta di un'anticipazione di quel scriverà la Commissione europea nel rapporto di primavera "Ageing Report 2018".Vedremo, quando sarà reso pubblico, cosa conterrà in dettaglio questo "Ageing Report 2018", ma c'è da scommettere che le anticipazioni di Repubblica sono veritiere.

In buona sostanza la Commissione europea fa capire che non sarà concessa al prossimo governo alcuna deroga alle regole sul rientro del debito pubblico (la "flessibilità"), deroga di cui hanno goduto i governi amici Renzi e Gentiloni. Non c'è insomma, per la Commissione, alcun margine per aumentare la spesa pubblica: «Italiani, scordatevi tutte le promesse dei "populisiti"! Scordatevi che sia possibile farla finita con l'austerità! Siete solo agli inizi del "risanamento"».


Concetti che per la verità la Commissione aveva scolpito nel ponderoso Country Report Italy 2018, evidentemente pronto da settimane ma reso pubblico, non a caso, il 7 marzo, tre giorni dopo le elezioni. 

Già quel Report mostrava che sotto il trono del prossimo governo, quale che esso sia, la Commissione ha depositato una vera e propria bomba ad orologeria.

Un Report che, al di là del suo carattere ricattattorio, è una spietata disamina dell'economia italiana, della fragilità della sua "crescita", degli enormi squilibri sociali venuti avanti proprio a causa delle terapie austeritarie volute da lorsignori. Che dopo dieci anni di crisi l'economia non ha ancora recuperato i valori del 2007 —investimenti, consumi, Pil. [vedi tabella qui sopra tratta dal Report in questione].

Finita la sceneggiata sui Presidenti delle camere, dopo la pausa pasquale, inizieranno le "consultazioni" per formare il il governo.

Ci penserà Mattarella a farsi garante dei diktat europei? Vorrà già, malgrado ciò esulti dalle sue prerogative, che il  Presidente del consiglio incaricato giuri sul rispetto delle direttive Ue? Probabile —ricordiamo che il DEF dovrà essere licenziato il 10 di aprile. In questo caso i "populisti" saranno messi, prima ancora di salire a Palazzo Chigi, con le spalle al muro o, per meglio dire, in rotta di collisione coi poteri forti, o costretti ad ubbidire.

Cosa ci auguriamo noi i lettori lo sanno. Ci auguriamo che Di Maio e Salvini tengano la schiena dritta. Cadranno invece in ginocchio? Accetteranno il ricatto delle oligarchie europee? «Facciamo in modo che non accada. E per farlo non si può stare alla finestra né, tantomeno, fare i gufi». In altre parole, ove i "populisti" non chinassero il capo, i cittadini italiani saranno chiamati presto sostenerli, a mobilitarsi in massa per dire NO ai diktat europei, NO ai tentativi dell'euro-germania di calpestare la volontà dei cittadini e di umiliare il popolo italiano.

Due anni fa, avvertendo che in caso di sfracello del tentativo renziano c'era il rischio dell'arrivo in Italia della Troika, scrivevamo:
«Ci sono solo due possibilità: o gli italiani, già apparentemente assuefatti e supini, si faranno impaurire e accetteranno la forma estrema di asservimento e sudditanza, oppure si solleveranno. Non ci sono vie di mezzo: o la resa o la rivolta sociale, o subire un regime di protettorato coloniale o una rivoluzione democratica».
L'Italia è destinata ad andare presto incontro al bivio: o dentro l'Unione come semicolonia o fuori, come Paese sovrano e indipendente. 

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domenica 25 marzo 2018

30 MLD: I PROSSIMI DIKTAT DELL'UNIONE EUROPEA

[ 25 marzo 2018 ]

Ieri, 24 marzo, mentre tutti Tv, giornali e siti web erano tutti concentrati sui giochi di palazzo, in radicale controtendenza Il Sole 24 Ore ha aperto con questo titolo: "Conti pubblici, manovra «obbligata» da 30 miliardi". In buona sostanza l'élite eurista, per bocca de Il Sole metteva le mani avanti, rinfrescava la memoria su quanto l'Unione europea — date le obbligazioni già assunte  da Roma —, chiederà al prossimo governo, quale che esso sia. C'è di mezzo la prossima legge di Bilancio (finanziaria 2019). Quindi, come ricordavamo ieri

«Non ci vorrà molto tempo per capire l'andazzo. Il DEF (Documento di programmazione economica finanziaria), come regola, dovrà essere presentato al Parlamento entro il 10 aprile. Anche ammesso che ci sia una deroga (i tempi sono stretti e gli euro-oligarchi sono in agguato) con quello si capiranno molte cose».
Riportiamo per intero l'articolo in questione.

*  *  *

LO STALLO POLITICO 
Conti pubblici, manovra «obbligata» da 30 miliardi 
di Gianni Trovati

I pallottolieri parlamentari girano a pieno ritmo per elaborare una soluzione sulle presidenze delle Camere dopo la rottura di Palazzo Madama nel centrodestra. Rottura che getta una variabile ulteriore sulla ricerca della composizione delle maggioranze di governo possibili.

Gli echi della campagna elettorale sono ancora forti e spingono a misurare le ipotesi di alleanze in base alle convergenze fra le promesse elettorali. Ma l’agenda operativa del prossimo governo, qualunque sarà la tavolozza dei suoi colori, deve partire da un numero: 30 miliardi.




LE PREVISIONI DEL GOVERNO CONCORDATE CON LA UE 

(*) Rispetto all'1,9% di deficit/Pil 2017 misurato dall'Istat; rispetto al 2,1% previsto dalla nota di aggioronamento al Def la correzione sarebbe di 8,5 miliardi (Fonte: Elaborazione del Sole 24 ore su Nadef e Legge di bilancio)


Tanto misura la parete da risalire per far andare a braccetto tre sfide: 12,4 servono per lo stop agli aumenti Iva dal 1° gennaio, priorità condivisa da tutte le forze politiche; su altri 12 poggia il rispetto degli obiettivi di riduzione del deficit scritti nei documenti di finanza pubblica, e “vigilati” da un’Europa dove trovare nuovi spazi di flessibilità sarà molto più difficile rispetto al passato recente; e c’è in lista anche il rinnovo dei contratti del pubblico impiego, con un costo netto per lo Stato da almeno due miliardi. Già, perché le intese firmate a febbraio riguardano il 2016-2018, e anche a non voler riavviare subito la macchina sarà indispensabile mettere a bilancio almeno i fondi per le indennità di vacanza contrattuale: senza contare le richieste già arrivate dai sindacati per la conferma di quella quota di aumenti (fino al 24% negli enti locali, al 21% in sanità e così via) che altrimenti cadrebbe dal 1° gennaio. 

IL COSTO DELLE CLAUSOLE IVA 
Gli aumenti Iva da sterilizzare nel prossimo triennio. Dati in milioni di euro (Fonte: Elaborazione del Sole 24 ore su Nadef e Legge di bilancio) 




Insieme alle classiche spese «indifferibili», dalle missioni internazionali ai finanziamenti agli enti pubblici in un pacchetto intorno ai 5 miliardi, i 30 miliardi si profilano insomma come l’agenda «obbligata» per il presidente del consiglio che si vedrà consegnare la campanella da Paolo Gentiloni. E gettano un’ipoteca pesante sulle priorità programmatiche che puntano sui tagli fiscali in area Lega e Forza Italia, reduci dalla rottura di ieri, sulla spesa pubblica per reddito di cittadinanza e investimenti nei Cinque Stelle, e sui ripensamenti previdenziali in modo trasversale. 

Il calendario ancora non certifica che il cantiere potrà aspettare ottobre prima di mettersi in moto: il miglioramento dei conti pubblici certificato dall’Istat, con un deficit all’1,9% del Pil anziché al 2,1%, allontana secondo il governo la richiesta europea di manovra correttiva in primavera da 3,5 miliardi, ma le decisioni definitive arriveranno a maggio. «Non vedo allarme sull’Italia per quanto riguarda la stabilità dei mercati», conferma il premier Gentiloni dal consiglio europeo di Bruxelles evocando uno spread che infatti anche ieri ha vissuto l’ennesima giornata di calma piatta (ieri il differenziale è rimasto fermo a 126 punti, mentre il Tesoro ha annunciato 7,5 miliardi di titoli a media e lunga scadenza per l’asta di mercoledì prossimo). Ma è lo stesso Gentiloni a ricordare che la spinta della congiuntura aiuta («lo stato dell’economia italiana è incoraggiante», ha detto), ma che «questo non vuol dire che la situazione sia eterna, immutabile». Il tempo scorre, insomma, e lo stallo non aiuta. 

Fuori discussione, stando almeno alle dichiarazioni di tutti i partiti, è l’esigenza di affrontare il primo dei tre capitoli «obbligati», cioè lo stop alle clausole di salvaguardia che senza interventi porterebbero all’11,5% l’aliquota oggi al 10% e al 24,2% quella che oggi si ferma al 22. Per farlo servono 12,4 miliardi l’anno prossimo, mentre l’orizzonte triennale coperto dalla manovra chiede 19,1 miliardi sia sul 2020 sia sul 2021, per fermare anche gli aumenti ulteriori messi a «salvaguardia» dei conti di quei due anni. La prima prova sul campo di queste intenzioni si avrà con il Def da chiudere entro aprile, o più probabilmente nelle risoluzioni parlamentari che accompagneranno il Documento tecnico limitato al tendenziale su cui sta lavorando il ministero dell’Economia. Ma sarà la Nota di aggiornamento di settembre a dover inserire nelle tabelle i numeri definitivi che guideranno la manovra. 

La cifra chiave intorno a cui ruota il secondo punto in agenda è quella del deficit, che nei programmi italiani presentati a Bruxelles dovrebbe scendere il prossimo anno allo 0,9% del Pil. Tradotto in euro, significa una correzione da 12 miliardi rispetto ai livelli del 2018, a meno di non voler rompere i vincoli europei (e il percorso di riduzione del debito) come per ora ha proposto esplicitamente solo la Lega. E lo stallo non aiuta a ridurre questo tratto di strada, perché l’esperienza mostra che aprile e maggio sono i mesi cruciali per la trattativa con la Commissione sui numeri: l’anno scorso il pressing primaverile di Roma produsse uno “sconto” da 8,5 miliardi che è stato usato dalla legge di bilancio per bloccare i soliti aumenti Iva. Sconto motivato con l’esigenza di portare avanti le riforme senza colpire una crescita ancora sotto al potenziale, e per affrontare le spese «eccezionali» sui migranti: tutte ragioni difficili da rievocare ora.

* Fonte: Il Sole 24 ore

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