mercoledì 28 febbraio 2018

NOMINARE LA NAZIONE di Mimmo Porcaro

[ 1 marzo 2018 ]

Nel mesto panorama culturale della sinistra radicale l’ultimo libro di Domenico Moro (La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, Imprimatur, 2018) potrebbe, per usare una frase che piaceva a Stendhal, fare l’effetto “di un colpo di pistola nel bel mezzo di un concerto”. Potrebbe farlo (ma temiamo che non lo farà, dato che c’è gente che non avverte nemmeno i colpi di cannone) perché, oltre a porre nuovamente e con nettezza la questione dell’euro, ha il coraggio di nominare ciò che per la sinistra, e per l’intera cultura italiana, è il vero innominabile, il rimosso, il riassunto di tutto ciò che non è politically correct: la questione nazionale.
L’operazione di Moro è molto semplice, e proprio per questo va al centro del problema. Consiste nel ricondurre la questione della nazione (e della sovranità, e dello stato) ai suoi reali termini storico-filosofici, superando il riflesso condizionato che porta la sinistra a quella immotivata catena di equivalenze che fa associare sempre e comunque la nazione al nazionalismo e questo al fascismo. 
Eppure, come ricorda Moro, l’origine dell’idea di nazione è essenzialmente democratico-radicale (Rousseau, giacobinismo…), e la nazione è pensata ai suoi inizi come spazio di realizzazione della volontà popolare, come forma concreta della sostituzione del principio dinastico col principio democratico. Divenuta così la nazione forma normale della politica è inevitabile che il suo campo sia conteso tra un’ interpretazione democratica ed
Domenico Moro
un’interpretazione reazionaria: ma non è affatto vero che sia sempre quest’ultima a prevalere. Così nel corso degli anni abbiamo assistito al confronto tra una concezione volontarista e tendenzialmente progressista della nazione (la nazione come scelta politica) e di una concezione naturalista e tendenzialmente reazionaria (la nazione come espressione di una cultura, di un retaggio, di un volk). 
Abbiamo visto l’emergere del nazionalismo imperialista e contemporaneamente la nascita delle lotte di liberazione nazionale. Abbiamo sperimentato il nazionalismo nazi-fascista e contemporaneamente la Resistenza delle nazioni europee e la grande guerra patriottica dell’Unione sovietica. 
Insomma, da sempre la nazione (sia l’idea di nazione che la nazione storico-concreta) è un campo di battaglia aperto alle più diverse soluzioni, tanto da indurre tutti i più acuti marxisti — e Lenin per primo — a non avere un atteggiamento preconcetto nei confronti del problema nazionale e ad affidare il giudizio all’unico valido criterio della strategia comunista, ossia all’analisi concreta della situazione concreta, alla valutazione del diverso carattere di classe di ogni concreto movimento nazionale. 
Di più, prosegue Moro, se si arriva a Gramsci si vede quanto lo spazio nazionale sia decisivo per impostare la stessa questione della rivoluzione in occidente: ogni strategia rivoluzionaria deve essere costruita in relazione alla realtà specifica nella quale si opera, e specifico, per Gramsci, significa nazionale. Per Gramsci ed anche per noi: infatti la dicotomia tra uso progressivo ed uso reazionario della nazione si pone anche oggi; oggi che, come precisa Moro, il cosmopolitismo ha sostituito il nazionalismo come ideologia delle classi dominanti, ed oggi che le nazioni tornano sulla scena anche come forma di reazione delle diverse vittime della globalizzazione contro il carattere gerarchico della globalizzazione stessa. Una reazione che, appunto, può assumere forme diverse, progressive o regressive, ma che tenderà inevitabilmente all’esito peggiore se la sinistra — come avviene in Italia — abbandonerà il campo in ossequio al dogma liberista secondo il quale un movimento che abbia caratteristiche nazionali può essere soltanto di destra, perché sono gli stati nazionali i primi responsabili della guerra, mentre i mercati e gli enti sovranazionali sono portatori di pace. L’attuale egemonia della destra sull’antieuropeismo (che preferiremmo chiamare antiunionismo) è il classico esempio di profezia che si autorealizza.
Moro, è vero, precisa che il necessario (pur se insufficiente) superamento dell’unione valutaria non deve intendersi tanto come riconquista della sovranità nazionale, quanto come recupero ed allargamento della sovranità democratica, ossia come ricostruzione di un contesto in cui i lavoratori (a differenza di quanto oggi, grazie all’euro, inevitabilmente avviene) non siano sconfitti in partenza. E sussiste nel libro una certa reticenza a definire il legame fra oppressione territoriale del paese ed oppressione di classe. Moro ci ricorda che non si assiste oggi all’oppressione di una “nazionalità italiana” e bensì di una classe, che gli organismi comunitari sono sostanzialmente intergovernativi e che lo stato italiano non ha perso tutte le prerogative della sovranità. Vero, come è vero però che le aree statuali dell’Europa del sud sono oggetto in quanto tali di un processo di “mezzogiornificazione” dato dalla perdita di sovranità economica, e che tale processo di gerarchizzazione territoriale è il miglior viatico della gerarchizzazione di classe
Sottolinearlo rafforzerebbe le tesi di Moro senza far loro assumere una coloritura nazionalista.
Ciononostante la prospettiva del libro è ben chiara, ed è fatta per irritare i benpensanti che hanno portato la sinistra radicale alla rovina. Secondo lo stesso Moro, infatti, assumere la prospettiva nazionale non conduce per nulla ad eludere la questione di classe e la questione della trasformazione del potere di stato, anzi. Proprio perché si pone la questione del potere di stato la volontà popolare non può che assumere, in opposizione al contesto globalizzato e cosmopolita, la forma del patriottismo costituzionale, e non può che sboccare in una prospettiva che è contemporaneamente nazionale ed internazionalista. Internazionalista perché solo entro una dimensione più ampia è possibile sviluppare efficacemente la lotta di classe. Nazionale perché soltanto iniziando a trasformare l’esistente sul piano nazionale si potranno modificare gli equilibri generali e riprendere il filo dell’internazionalismo.


Una posizione netta, come si vede. Che tra l’altro, rimettendo al centro l’analisi della dialettica tra globale e nazionale, consente all’autore di riflettere su temi generalmente (e non a caso) evitati da tutta la cultura politica italiana, quale l’emergente conflitto tra Usa da un lato e Francia e Germania (e quindi Europa) dall’altro: conflitto che a nostro avviso costringerà inevitabilmente l’Italia a ragionare sui suoi interessi nazionali, e costringerà ancor più i lavoratori italiani a ragionare sul nesso tra i propri interessi di classe e quelli del paese (scoprendo magari che oggi, molto più di ieri, gli uni e gli altri si possono intrecciare in una soluzione antiimperialista e cooperativa). 
Una posizione, quella di Moro, che diviene ancor più netta quando individua la necessità, per chiunque voglia veramente fare politica e non si limiti a sbandierare i propri preziosi valori, di indicare ed aggredire il punto specifico di addensamento delle contraddizioni di classe, il punto in cui queste contraddizioni si manifestano in modi che rendono
Mimmo Porcaro
l’avversario più debole. 
Secondo Moro questo punto è oggi proprio l’euro, l’appartenenza all’Unione valutaria e più in generale ai meccanismi apparentemente impolitici ma in realtà potentemente sovrani del capitalismo liberista europeo. Gerarchizzare gli obiettivi, dunque, definire le questioni principali e quelle secondarie, scandire i tempi e i modi differenziati della tattica: ponendo questo problema (che è poi il problema di una teoria della tattica comunista, abbozzato, nella sua forma astratta, nel corso degli anni Settanta, ma successivamente tralasciato) Moro svela d’un colpo la completa inadeguatezza politica di ciò che resta della sinistra radicale, storicamente incapace di definire le priorità della sua politica perché l’unica vera sua priorità è la generica crescita del movimento, e non la trasformazione dei rapporti di forza in funzione della conquista e trasformazione dello stato. 
Inadeguatezza che ad esempio si manifesta oggi nel confusionario programma di Potere al Popolo e che con maggiore virulenza si presenterà se alle prossime elezioni europee questo programma verrà “superato” e peggiorato, come è tristemente possibile, da una nuova lista dichiaratamente europeista ispirata a Varoufakis (un nome, una garanzia). 
La lotta contro il confusionismo attuale e contro la futura, colpevole riedizione dell’ “europeismo critico” non potrà che giovarsi dell’ottimo contributo di Moro, reso particolarmente utile dalla sua forma sintetica ed efficacemente stringata.

* Fonte: Socialismo 2017

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ECLISSI DEL SOVRANISMO di Fiorenzo Fraioli

[ 28 febbraio 2018 ]

Premetto che questo è un post scritto da un sovranista, ed è rivolto ad altri sovranisti. Ricordo che su questo blog dire "sovranismo" implica sottintendere "costituzionale", altrimenti userei il termine "nazionalismo". Fuori di qui è necessario specificare "costituzionale", ma questo è un blog semantically correct. Infine ricordo che, poiché nessuna lista sovranista è presente alle elezioni politiche del (febbraio) 2018 (ma ce n'è una alle regionali del Lazio che, ovviamente, voterò) non considero più sovranista nessuno dei tanti interlocutori di questi anni i quali, con l'occasione delle elezioni politiche, hanno scelto di candidarsi in liste che sono tutte non sovraniste, quali che siano le motivazioni da essi addotte.

Sarebbe stato difficile immaginare, poco più di un anno fa dopo la vittoria referendaria, un esito così disastroso. Invece le centinaia di persone con cui ci eravamo confrontati direttamente, e le migliaia mobilitatesi in occasione del referendum, hanno scelto in grandissima parte la linea dell'opportunismo di piccolo cabotaggio, talora piccolissimo e in qualche caso miserrimo. Dopo essersi riempiti la bocca con la parola "Costituzione" declamandola dai palchi e in mille interviste, costoro non sono stati capaci né di farsi promotori di una lista saldamente ancorata ai valori sostanziali e letterali della nostra Costituzione del 1948, né hanno risposto all'appello lanciato, in extremis, da un piccolo gruppo che non intendeva rassegnarsi a un esito così deludente. Anzi! perfino tra quelli (pochi in verità) che in un primo momento avevano aderito, con l'avvicinarsi della scadenza ultima si sono fatte strada altre considerazioni, che non intendo in questa sede discutere, sicché molti di essi sono ora presenti in liste non sovraniste.

A tutti loro auguro ogni bene in famiglia e nella vita privata, ma anche il fallimento delle loro scelte. Quello che è emerso con prepotenza è stato il fenomeno dell'opportunismo, lo stesso che ha reso fragili e permeabili, alle infiltrazioni del nemico liberista, le organizzazioni di partito e sindacali quando è stato sferrato l'attacco che ha segnato la fine dei gloriosi trenta. Una cosa che il popolo lavoratore sa bene, che si è tramutata nel diffuso disprezzo nei confronti di quella "sinistra" traditrice ma anche, purtroppo, nell'adesione inconsapevole agli interessi del capitalismo, camuffati dietro rivendicazioni secondarie il cui vero scopo è stato, ed è, quello di distogliere l'attenzione dalla questione politica principale: il conflitto irriducibile tra gli interessi del mondo del lavoro, nelle sue varie articolazioni, e il grande capitale nazionale e cosmopolita.

Bene fa, dunque, il Partito Comunista Italiano (l'unico che c'è, diffidate delle imitazioni) a denunciare con forza i comportamenti opportunistici, posizione alla quale ha dato sostanza anche recentemente con l'espulsione di un iscritto per indegnità politica.

Foss'anche solo per questo, il PCI merita il mio voto e lo avrà!

Anche noi sovranisti siamo chiamati ad adottare una linea di uguale rigore, perché l'eclissi che stiamo vivendo non è causata dalla debolezza delle nostre analisi ma da quella dei nostri quadri, entro i quali sono stati accolti personaggi che, al primo stormir di foglie, si sono levati in volo per farcela in testa.

* Fonte: Ego della Rete

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martedì 27 febbraio 2018

UN NUOVO E DIVERSO ANTIFASCISMO

[ 27 febbraio 2018 ]

Domani, 28 febbraio, a Foligno, si svolgerà un incontro pubblico per contrastare la crescente influenza dei neofascisti, CasaPound anzitutto, tra i giovani e nelle scuole medie superiori. 

Se questa influenza cresce è perché i neofascisti sono capaci di intercettare il malessere dilagante tra le giovani generazioni, a rappresentare i loro sentimenti di ribellione. In questi anni non hanno trovato ostacoli sulla loro strada. L'antifascismo che va per la maggiore, nelle sue due varianti, quello di regime e quello antifà, non fermeranno il pericolo del neofascismo, anzi gli spianano la strada. 
Serve un nuovo antifascismo. 
Ci vediamo presso lo Spazio Zut, in Corso Cavour, per discutere e organizzarci

Chi è in zona e voglia darci una mano, è pregato di partecipare.

Il breve volantino distribuito tra gli studenti e in città così recita:

«Mentre le destre e le sinistre si contendono il governo, ignorando ogni istanza sociale pur di risanare il bilancio dello stato, avanza il pericolo del “fascismo del terzo millennio”.
Razzista, gerarchico, violento, classifica la società in forti e deboli.
Ai forti assicura il comando, ai deboli promette l'elemosina in cambio della loro obbedienza.
I fascisti ci vogliono sudditi e non cittadini.
Contro questa deriva serve un nuovo antifascismo».



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lunedì 26 febbraio 2018

I PARACULI DEL TERZO MILLENNIO di Moreno Pasquinelli


[ 26 febbraio 2018 ]

In questo blog abbiamo pubblicato una serie di schede sulle diverse liste elettorali, in particolare su quanto i loro programmi dicano (o non dicano affatto) dell’Unione europea e dell’euro.
Siccome CasaPound Italia (CPI) chiede il ritorno ad una moneta sovrana e l'uscita unilaterale dalla Ue, abbiamo chiesto a Moreno Pasquinelli di darci un giudizio complessivo su CPI a partire dal suo programma elettorale — "UNA NAZIONE, il programma politico 2018".

*  *  *

Con quali criteri si può comprendere la natura di una determinata forza politica? Ne indico i principali: i fini che essa si propone, i mezzi che utilizza, le sue radici ideologiche, la storia del suo gruppo dirigente, gli interessi sociali che difende.
L'articolato programma elettorale di CPI ci offre tutte le risposte che cerchiamo? No, non tutte, poiché oltre al detto c'è il non detto, oltre all'esplicito c'è l'implicito. Occorre quindi la "fatica della ragione". Troppo comodo, oltre che inefficace, fare gli esorcismi, peggio ancora è partecipare alla strumentale campagna "antifascista" di demonizzazione promossa delle élite neoliberiste, distinguendosene magari col più uno della richiesta di messa fuori legge. Non parliamo infine, per carità di patria, di certo antifascismo che si rifiuta di interloquire nelle tribune politiche con esponenti di CasaPound et similia, lasciandogli campo libero, o che rifiuta di allestire banchetti nei pressi di quelli di CPI. Si chiama contaminazione per prossimità, pratica di evidente origine ebraica — nell'antica Giudea farisei ed esseni erano tenuti a purificarsi ove fossero stati contagiati dalla vicinanza con gentili ed infedeli.

Vi dico subito qual è la mia tesi: CasaPound Italia è senza alcun dubbio un'organizzazione neo-fascista, ove tuttavia il prefisso "neo" non è un mero orpello. 
Pericoloso e patetico è dunque il disperato tentativo cosmetico di Marco Mori, per il quale, udite udite, solo CPI avrebbe capito cosa dica la Costituzione. 
A Mori fanno tuttavia ahinoi eco certi nostri  amici per i quali oggigiorno i fascisti non esisterebbero, che fascista semmai è il regime neoliberalista, e condannano dunque l'antifascismo, compreso quello nostro, come un'arma tossica del pensiero unico liberale.

Necessario è dunque, in tempi di regnante confusione, ribadire che da queste parti eravamo e restiamo antifascisti. Un antifascismo il nostro, che non ha nulla a che fare con quello isterico di certa sinistra antifa, figurarsi con quello peloso delle élite liberali, che consideriamo il vero nemico principale —abbiamo spiegato QUI  quale sia questo tipo di antifascismo e che un nemico secondario non per questo diventa un alleato amico.

Che CPI sia un movimento di tipo fascista Simone di Stefano non perde occasione per ribadirlo:
«Certo, siamo orgogliosi di rappresentare il fascismo sociale. Il fascismo ha unito l'Italia, ha costruito una patria, ha dato assistenza sociale e diritti ai lavoratori, ha realizzato grandi opere. Nello spirito continuiamo ad essere fascisti anche se siamo nel terzo millennio e il potere lo dobbiamo ottenere solo grazie al consenso popolare».
Fascisti dentro e "democratici" fuori. Un ossimoro, tuttavia cavallo di battaglia di Simone di Stefano che giorni addietro, in quel di Milano ha dichiarato:
«Certo. Siamo gli eredi della tradizione che dopo Rsi e Msi è stata interrotta da An. (...) Casa Pound è un movimento democratico che si candida democraticamente alle elezioni che crede nella democrazia e difende la Costituzione a spada tratta, non vuole nessuno stato totalitario, vogliamo governare questo Paese con gli strumenti che ci concede questa democrazia e questa Costituzione. Punto e basta!»
A tutta prima, mi si perdoni l'analogia teologica, sembrerebbe dover dar ragione ai duofisiti, quelli che ritenevano il Cristo avesse due nature, la divina e l'umana.
Ammesso che il divino e l'umano possano essersi incarnati in Gesù, di certo non possono stare assieme il Diavolo e l'Acqua santa. Scendendo dai cieli della teologia al prosaico terreno politico, ritengo che questa professione di fede democratica non sia sincera.


Penso, al contrario, che Di Stefano stia astutamente dissimulando i suoi veri intendimenti strategici —che come vedremo sono nascosti tra le pieghe del programma 2018. Intendimenti che non vuole e non può confessare se vuole, rebus sic stantibus, ottenere l'obbiettivo (che considero realistico) di superare la soglia di sbarramento del 3%.
La rivendicazione piena della tradizione fascista (con addirittura il considerarsi eredi della Repubblica Sociale Italiana) e la difesa "a spada tratta" della Costituzione non possono evidentemente stare assieme. Nessuno dimentichi che anche Mussolini e Hitler salirono al potere "democraticamente", ovvero per via elettorale e grazie all'appoggio delle classi dominanti. Nessuno infine dimentichi che il fascismo italiano si fece strada grazie ad una insidiosa opera di camuffamento politico. Il programma originario di Mussolini, per quanto innervato di nazionalismo revanchista, contemplava infatti radicali riforme sociali di sapore non solo democratico ma anticapitalista. Pochi seppero presagire ciò che il movimento fascista sarebbe diventato, ciò che nelle determinate circostanze degli anni '20 del secolo scorso era destinato a diventare.

Qui sta il punto: le concrete circostanze agiscono su una forza politica spingendola a diventare, in base al suo Dna, ciò che essa è destinata ad essere.

Io non ho dubbi — ove la società italiana continuasse a sprofondare nel marasma economico, ove conoscesse un inasprimento delle contraddizioni sociali, ove la classe proletaria rialzasse la testa ed il regime neoliberista traballasse— che la grande borghesia capitalistica chiederà il soccorso dei neofascisti e che questi ultimi accetteranno di mettersi al suo servizio, diventando, ove ne avessero la forza, artefici di un regime di dittatura capitalistica. Sbaglia dunque, e di grosso, chi immagina che CasaPound abbia celebrato, in sordina, la sua "Bolognina".


Non voglio entrare nel merito di disquisizioni di carattere teoretico sul peculiare fascismo di CasaPound. Ne hanno scritto su questo blog Ferretti e Fraioli. Di passata mi limito a dire che l'affollato Olimpo simbolico dove CPI fa abitare i suoi idoli [vedi grafica a destra] esprime come meglio non si potrebbe la più pittoresca delle carnevalate ideologiche: Platone e D'Annunzio, Codreanu e Marinetti, Evola e Sorel, Dante e Capitan Harlock. 

Ma questo Olimpo, al netto della sua stravaganza terzomillenarista ha un senso squisitamente politico prima ancora che mitologico: svela il tentativo di raggruppare i neofascisti, dopo decenni di divisioni in gruppi ostili, in un unico contenitore. Tentativo riuscito a quanto pare: CPI si è imposta d'imperio come la principale ed egemone organizzazione nel campo del neofascismo. 

Forte di questa egemonia ora CPI tenta di fare il salto a partito neofascista di massa —di cui il superamento del 3% è precondizione. Per farlo deve portare a compimento l'opera di mimetizzazione politica e di camuffamento dei fini. Obbiettivo secondo me raggiunto col Programma 2018. E siccome stiamo parlando di dissimulazione dei fini, è d'obbligo analizzare non soltanto ciò che questo programma afferma, ma pure quello che invece non dice.

Un'attenta analisi testuale e concettuale di questo Programma ci fa scoprire quello che non viene detto, che disvela — nel senso greco di aletheia— al pari di quel che viene scritto, la vera natura di CasaPound

E' sintomatico che in questo Programma di 20 pagine e articolato in ben 16 capitoli manchino del tutto alcuni concetti simbolici che hanno caratterizzato la moderna storia sociale successiva alla Rivoluzione francese. Questi concetti possono essere tradotti in alcune parole chiave. Quali sono queste parole chiave del tutto assenti dal Programma di CPI? 

Ne ho contate ben dieci:  sovranità popolare, uguaglianza, emancipazione, fratellanza, pace, diritti civili, cittadinanza, classe sociale, capitalismo, socialismo.


Si tratta di una svista? Ma ovviamente no. E' che a specifiche identità e radici ideologiche corrispondono necessariamente un lessico ed un linguaggio determinati. E' che identità e radici finiscono sempre per avere la meglio sui tentativi cosmetici di imbellettamento.  Insomma, ad un'attenta analisi testuale fallisce lo scaltro tentativo di nascondere con una maschera il proprio volto.  

CPI non usa mai i concetti di uguaglianza, fratellanza, emancipazione, sovranità popolare, cittadinanza (figurarsi quello di socialismo). Perché non li usa? Perché, per quanto sia audace il tentativo cosmetico, essi confliggono con la sua concezione antropologica, sociale e politica. E qual è questa concezione? Essa è di evidenti scaturigini liberali, per cui non solo le diseguaglianze di classe sarebbero ineliminabili, la sovranità politica spetterebbe a minoranze aristocratiche e guerriere, ma sarebbe nell'ordine naturale delle cose che i forti comandino sui deboli, e quindi privato di fondamento il principio che sta alla base della nostra Costituzione, quello della cittadinanza, ovvero dell'eguaglianza non solo formale ma sostanziale. Di qui la proposta di CasaPound di manomettere la Costituzione introducendo lo jus sanguinis. Di qui l'idea del "rimpatrio forzato" di centinaia di migliaia di immigrati irregolari, ovvero, ammessa e non concessa la sua fattibilità, una vera e propria deportazione in massa che ha puzza lontano un chilometro di gigantesca pulizia etnica.


Per le dieci parole chiave del tutto assenti ce ne sono tre citate ma soltanto una volta ciascuno: Democrazia, libertà e Repubblica. Vediamo a significare cosa.

Democrazia. Il programma parla di "democrazia organica e qualititativa". Un modo furbetto per nascondere due concetti tipicamente fascisti: quello del corporativismo come metodo per appianare e sedare i contrasti di classe tipici del sistema capitalistico, quindi il mito della nazione non come demos storico inclusivo ma come "comunità di sangue e destino". 
Libertà è citata un volta sola, ma declinata al plurale, per intendere le libertà della "nazione potenza",  giammai nel senso dei diritti di libertà della persona e delle minoranze.

Repubblica è citata una volta soltanto, quando si afferma:
«La nostra lontananza dall'epoca, dagli uomini e dai partiti che partorirono la Costituzione della Repubblica italiana non deve indurci a sottovalutare quanto, in essa, esprima visioni sociali avanzate e influenzate dall'esperienza storica precedente».
Quindi per sottolineare, non la rottura tra Costituzione repubblicana e fascismo ma, al contrario, una presunta continuità.
 En passant e parlando di assenze... Ad un certo punto il Programma 2018, parla della difesa del "patrimonio culturale ancestrale dei popoli europei". Ammesso che non sia un tic europeista, di che bestia si tratta? Non delle "radici cristiane", mai tirate in ballo.

Alle parole chiave mancanti fanno da contraltare quelle esorbitanti. Due su tutte: Stato e Nazione. Esse sono declinate in ogni loro possibile variante: autoritaria, nazionalistica, sciovinista, imperialistica, dunque fascistoide: "Stato potenza", "Stato integrale", "Stato organico", "grandezza nazionale", "nazione potenza" di contro alle "nazioni ostili". Mazzini avrebbe qualificato il tutto come "insulsa vanagloria nazionale". Un revanchismo nazionalistico conclamato che sta agli antipodi del patriottismo democratico. Non a caso si perora, testuale, il "r
ipristino della geopolitica degli anni trenta verso il Mediterraneo e l'Oceano Indiano", a cominciare dall'invasione militare della Libia. Non a caso si propone che l'Italia aumenti le risorse destinate agli armamenti, incluse le bombe atomiche. 

Al fondo c'è l'idea che sovrano non sia il popolo ma uno Stato padrone, totalitario, modernista, élitista, a cui tutto dev'essere sottomesso — sintomatico che CPI non chieda l'abolizione della famigerata Legge 119 (Lorenzin) per la vaccinazione obbligatoria, votata in aperta violazione della Carta Costituzionale che all'Art. 32 tra l'altro recita che «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Nazionalismo imperialistico + statolatria + corporativismo, qui sta il tronco da cui si diramano i numerosi rami, la catena di proposte sociali e politiche contenute nel Programma. Che molte di esse siano giuste di sicuro trarrà in inganno diversi cittadini. Peggio, ci sono alcuni intellettuali i quali, ammorbati dall'economicismo, sostengono che quello di CPI sia un "programma Keynesiano".

Non c'è dubbio che chi ha elaborato il Programma di CasaPound, parliamo dei capitoli che trattano la questione economico-sociale, abbia attinto a piene mani nel patrimonio del campo del sovranismo costituzionale. Si deve anzi dire che CPI sia riuscita, assieme alla Lega salviniana, a parassitare questo campo.


Detto questo, se per keynesismo s'intende il ruolo dello Stato come agente che entra in scena per lenire i danni del liberoscambismo capitalistico, allora sì, il Programma di CPI è, lato sensu, keynesiano. ma c'è keynesismo e keynesismo: ci fu quello del New Deal, quello nazista, quello inglese del Piano Beveridge, infine quello contemplato dalla nostra Costituzione, che non solo pone lo Stato al centro, che al centro pone la democrazia sostanziale, ovvero la tensione verso l'eguaglianza sociale. Che dunque connette strettamente la sfera economica con quella politica.

Non essendo questa la sede per svolgere una critica al pensiero di Keynes (ne abbiamo già  scritto) sottolineiamo che quella di CPI non è solo una variante antidemocratica e nazional-imperialistica del keynesismo, dal punto di vista delle misure sociali è un keynesismo con evidenti concessioni al liberismo.

Il Programma 2018 parla infatti: di "dimezzare il carico fiscale" (che è un diverso modo di chiamare la flat tax); non si parla mai né di riduzione dell'orario di lavoro né di salario minimo garantito e si perora invece la contrattazione decentrata; non si chiede il ripristino dell'Art.18; non si contempla la nazionalizzazione del sistema bancario; non si chiede un controllo sui movimenti dei capitalinon parla mai di un piano pubblico per la piena occupazione ma si insiste sul completamento delle grandi opere ed il ritorno al nucleare. 
Sorvoliamo sulla stucchevole favoletta delle piccole  e medie aziende (CPI le considera, a torto, "il punto di forza dell'economia italiana") 

Mettiamola così:
«Un albero buono non dà frutti cattivi e un albero cattivo non dà frutti buoni. La qualità di un albero la si conosce dai suoi frutti: difatti non si raccolgono fichi dalle spine e non si vendemmia uva da un cespuglio selvatico».
[Vangelo secondo Luca]










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Astensione, scheda nulla, scheda bianca o...

[ 26 febbraio 2018 ]


Avvicinandosi il 4 marzo, alcuni amici ci chiedono quale sia il modo più efficace per manifestare un rifiuto complessivo del sistema politico italiano. Insomma, non potendo esprimere una convinta preferenza elettorale, ma non volendo neppure finire nell'indistinto calderone dell'indifferenza - che è esattamente l'atteggiamento opposto a quello di chi si pone questo problema - ci si chiede quale sia la cosa migliore da fare.

Cinque sono le possibilità: (1) l'astensione, (2) l'annullamento della scheda, (3) lasciare la scheda in bianco, (4) il rifiuto della scheda, (5) il voto a liste minori come azione di disturbo.

Prima di entrare nel dettaglio, chiariamo subito un punto fondamentale: dal punto di vista non solo dell'attribuzione dei seggi, ma anche da quello dell'assegnazione delle percentuali alle liste in lizza, ogni scelta che va dall'1 al 4 ha esattamente gli stessi effetti. Più precisamente, non ha alcun effetto. Questo perché le percentuali si calcolano non sui votanti (come qualcuno pensa), ma solo sui voti validi. Dunque, se gli elettori sono 100 e si recano alle urne in 75, ma 3 annullano la scheda e 2 la lasciano in bianco, le percentuali di ogni partito verranno calcolate solo sui 70 voti validi espressi.

Vediamo ora vantaggi e svantaggi politici di ognuna delle cinque possibilità indicate.

(1) Astensione - E' questa la forma più semplice ed efficace di non voto. Perché la più semplice è facile da intuirsi. Perché la più efficace è presto detto: perché il dato più consistente, quello che i media non possono ignorare, quello che in effetti segna il progressivo distacco di tante persone da un sistema politico sempre meno democratico. Alcuni dati ci chiariscono il fenomeno. Nel 2006 gli astenuti furono il 16,4% degli elettori, nel 2008 il 19,5%, per poi salire al 24,8% nel 2013. Negli stessi anni, le schede bianche hanno raggiunto le seguenti percentuali (stavolta calcolate sui votanti): 1,1 - 1,3 - 1,1%. Quelle nulle: 1,8 - 2,5 - 2,5%. Facile notare come sia il dato degli astenuti il vero termometro della protesta. Casomai il problema dell'astensione è un altro. Ed è che il significato della sua crescita perde almeno una parte del suo valore politico in assenza di una vera campagna di massa per il non voto.

(2) Annullamento scheda - Questo è un atto apparentemente più forte. Non si rinuncia ad andare al seggio, e magari si motiva con una frase la propria scelta. Qui il problema, oltre alle considerazioni svolte al punto precedente, è che quella frase la vedranno solo gli scrutatori. Ed anche lo slogan più rivoluzionario finirà sommato a frasi oscene o qualunquiste e - peggio - ai numerosi elettori che avranno semplicemente sbagliato ad esprimere il proprio voto.


(3) Scheda bianca - Valgono le considerazione del punto 2 con l'aggiunta - in peggio - che in questo caso si rinuncia anche all'espressione del proprio pensiero.


(4) Rifiuto della scheda - E' questa una modalità che si può scegliere, ma che non avrà mai seguito di massa. Ed oltretutto è una casistica che non ha spazio alcuno nelle statistiche. In realtà, questa forma di protesta appare semmai più comprensibile in occasione di referendum di cui si contesta alla radice il quesito, piuttosto che in elezioni politiche.


(5) Voto a liste minori come azione di disturbo - Va da sé che qui il discorso sarebbe più complesso, per l'ovvio motivo che c'è lista minore e lista minore. Ma su questo rimandiamo alla posizione presa da Programma 101. Qui ci limitiamo a considerare l'efficacia tecnica, e dunque politica, di quest'ultima opzione. Diciamo "azione di disturbo", perché è evidente che questa scheda è rivolta a chi non è in condizione di esprimere un voto convinto, che altrimenti tutto questo ragionare non avrebbe senso alcuno. In questo caso non si tratta di mandare qualcuno in parlamento (che di queste liste nessuno ci andrà), né di rafforzare progetti politici troppo stentati per potersi affermare. Si tratta soltanto di contribuire ad indebolire le forze sistemiche, riducendo un po' la percentuale del Pd e soci (incluso LeU), di M5S, della coalizione e di tutte le forze di destra. Si dirà, però, che nessuna delle forze in lizza merita il voto. Obiezione comprensibile, ma (a differenza delle altre quattro) è questa l'unica opzione in grado di incidere minimamente sui risultati. In effetti, solo un'azione di disturbo. Ma che forse è sempre meglio di niente.

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AD UNA SETTIMANA DAL VOTO di Leonardo Mazzei

[ 26 febbraio 2018 ]

Tre scenari, uno peggiore dell'altro. 

Ma per fortuna tutti instabili...


La mia previsione per il 4 marzo resta quella di due settimane fa. Anzi, queste ultime battute della campagna elettorale mi fanno sembrare ancor più probabile una maggioranza assoluta - in seggi ovviamente, che in voti non se ne parla proprio - della coalizione di destra. Vittoria, che se non è ancora del tutto certa, è solo per le contraddizioni di quella coalizione e per la pittoresca condizione del suo leader zombie.

Se alla destra dovessero mancare i numeri, si passerebbe subito all'opzione numero due, quel governo Renzi-Berlusconi per il quale è stato concepito e poi partorito il Rosatellum nell'autunno scorso. E' l'opzione più cara a Berlino e Bruxelles, quella per cui spingono i potentati nazionali, e che lo stesso Buffone di Arcore preferirebbe alla faticosa coalizione con l'ambizioso Salvini.

Se anche questa coalizione non avesse i seggi necessari, ecco che spunterebbe l'opzione numero tre, un accordo M5S-Pd-LeU, un patto che potrebbe saldarsi solo con la rapida defenestrazione dell'attuale segretario piddino.

A mio parere non serve dunque strologare sulle formule magiche che piacciono tanto ai giornalisti, tipo quella del "governo del presidente", per non parlare dell'ipotesi lunare di una prorogatio sine die a pesce lesso Gentiloni. Le cose sono assai più semplici: o la destra ha i numeri, o ce l'ha l'arco parlamentare che (almeno ufficialmente) gli si contrappone. In mezzo c'è solo il famoso inciucio Pd-Forza Italia. Che poi non si capisce neppure perché chiamarlo inciucio, dato che è vero che i due contraenti fanno parte di due schieramenti formalmente contrapposti, ma la matrice euro-liberista è la stessa.

Sta di fatto che Berlusconi attacca M5S ma mai il Pd, ricambiato in questo da Renzi, che casomai (oltre ai Cinque Stelle) attacca Salvini. Pur se sempre sdegnosamente negato, l'inciucio tra queste due forze sistemiche già c'è, se ne sono resi conto anche i bambini. E le bambine. Tant'è che pure la Meloni piagnucola in un angolo contro i possibili e probabili tradimenti dello zio Berlusconi.

Ed a proposito di zii, il problema è che ci sono pure le zie. Quella che si è autonominata "zia d'Italia", cioè la peggiore di tutte, la più-europeista Emma Bonino, sembrerebbe la candidata premier di Berlusconi nel caso l'accordo con il Pd (e cespugli vari) avesse successo. La notizia è stata diffusa ad arte dagli stessi berlusconiani, per chiarire da un lato che i tempi di un Pd a Palazzo Chigi sono ormai finiti, e dall'altro che lui vuole ingraziarsi fino in fondo l'oligarchia eurista.

Manovre preliminari si registrano però anche sull'altro versante, quello dell'opzione numero tre. Certo, i dominanti vedono questa soluzione solo come l'ultima spiaggia, ma i Cinque Stelle sembrano crederci, attestandosi nel caso sul nome del primo ministro e chiamando "contratto sul programma" un accordo politico col Pd che ormai non è più un tabù. Sia chiaro, chi scrive ritiene quest'ultima un'esercitazione senza speranza, ma il tentativo pentastellato c'è e va segnalato.

Ovvio che sia l'opzione numero due che quella numero tre nascerebbero entrambe nel segno del "più Europa". Più problematico, da questo punto di vista, un governo della destra. Quest'ultimo avrebbe invece la sua caratteristica fondamentale nel turbo-liberismo (flat tax, privatizzazioni, eccetera) e nel securitarismo di matrice poliziesca.

Cosa hanno in comune queste tre ipotesi? Essenzialmente due cose: che una è peggiore dell'altra, che nessuna di queste potrebbe davvero consolidarsi come governo di legislatura. E questa è in fondo l'unica buona notizia che possiamo dare.

Dopo le elezioni la pressione europea, più precisamente quella dell'asse (a trazione tedesca) Parigi-Berlino, diverrà asfissiante. L'ultimo episodio che ce lo conferma è la recente nomina di Luis de Guindos - ministro di quel governo Rajoy così fedele alla Merkel - alla vicepresidenza della Bce. E' questo un tassello, probabilmente decisivo, della strategia che mira a portare al posto di Draghi, nell'autunno 2019, il falco Jens Weidmann, attuale presidente della Bundesbank. Le conseguenze per l'Italia, insieme alle scelte che bollono in pentola sul ministro delle finanze europeo e sulla trasformazione del MES in una sorta di Fondo Monetario Europeo non saranno certo trascurabili.

Nessuna delle tre possibili coalizioni di governo è attrezzata a far fronte a questo passaggio. Tant'è che tutti - ma proprio tutti - hanno preferito una campagna elettorale basata su scandali e scandaletti, su promesse quasi più risibili di chi le propone, sull'esasperazione del tema migranti, su un antifascismo truccato assai. Tutto pur di non parlare della gabbia europea che opprime l'Italia, ed in primo luogo le classi popolari del nostro Paese.

Oggi, perfino la vignetta di Giannelli sul Corsera (vedi qui sotto) ridicolizza la

strumentalità di questa riscoperta di un antifascismo a misura dei dominanti. Una vera pagliacciata, probabilmente insufficiente però a risollevare i consensi del Pd.

Sull'Europa, invece, si è assistito ad una specie di revival degli apologetici canti di moda negli anni ottanta/novanta del secolo scorso. Quasi questi dieci anni di crisi non ci avessero insegnato nulla. Il Pd è tornato a sbandierare gli "Stati Uniti d'Europa", Berlusconi è andato a Bruxelles a baciare i piedi a chi di dovere, Di Maio ha parlato dell'Europa come della "nostra casa".

Non votare loro e i loro alleati è dunque il minimo che si possa fare. Ma per questo rimando alla posizione espressa da Programma 101.


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domenica 25 febbraio 2018

KEYNES E MARX A CONFRONTO

[ 25 febbraio 2018 ]

Ci pare utile ripubblicare questa scheda apparsa su SOLLEVAZIONE nell'ottobre 2012.
Nella premessa scrivevamo che avendo marxisti e keynesiani un nemico comune —il neoliberismo—, e il medesimo obbiettivo —la riconquista della sovranità nazionale, politica e monetaria e l'applicazione della Costituzione del 1948— essi dovrebbero fare fronte comune. Un'unità auspicabile la quale, tuttavia, non può cancellare le profonde differenze tra le analisi e le visioni di Marx e Keynes. 




*  *  *

KEYNES E MARX A CONFRONTO
La crisi capitalistica cause e soluzioni

di Moreno Pasquinelli



La teoria di Keynes...

La pretesa di molti scienziati è quella di considerarsi tali nella misura in cui essi pensano di spiegare i fatti così come sono, standosene alla larga dai giudizi di valore. Vogliono dirci che essi sono immuni da condizionamenti ideologici e culturali, che le loro asseverazioni sono estranee alla dispute sociali e politiche, al di sopra di ogni visione del mondo. Ovviamente non è vero, e Keynes non era tanto stolto dal pensarlo. Egli, malgrado avesse colto le "contraddizioni" profonde insite nel modo capitalistico borghese, non ha mai nascosto la sua predilezione per il sistema capitalistico, ne ha mai fatto mistero della sua avversione verso il marxismo e l’ideale socialista. Keynes si considerava anzi un medico la cui missione era appunto salvare un capitalismo affetto da malattie e "contraddizioni" congenite, per cui, se lasciato a se stesso, sarebbe anzi andato incontro alla morte. La differenza con Marx, che proponeva invece di fare leva su quelle contraddizioni per abolire il capitalismo e con esso l’economia fondata sulla merce, non può essere più evidente.

Questa differenza non attiene solo alla sfera politica dei fini: le malattie o contraddizioni congenite del capitalismo intraviste da Keynes non erano quelle individuate da Marx.

L’analisi di Keynes faceva perno su una premessa: che la devastante crisi del 1929 aveva definitivamente destituito di ogni fondamento una legge caposaldo degli economisti neoclassici, quella secondo cui (assunta la neutralità della moneta considerata solo mezzo di scambio) il mercato è sempre in grado di stabilire un equilibrio tra offerta e domanda sia di beni che di capitali. Secondo l’ortodossia liberista poi, eventuali perturbazioni momentanee, potevano dipendere solo da due fattori, o dalla mancanza di rigore monetario o dall’aumento eccessivo dei salari. Per essere ancora più precisi: per Keynes il mercato non assicurava né la piena occupazione né un’equa distribuzione della ricchezza.

Keynes non lo disse mai, lo diciamo noi, ma per superare le aporie dei neoclassici si appoggiò agli studi di Marx sul denaro, per il quale il denaro non fungeva solo da (1) parametro per misurare valori/prezzi e (2) come mezzo di circolazione: il denaro era anche (3) uno strumento di tesaurizzazione. Nei cicli di crisi economica e di attese di profitto decrescenti (crisi di sovrapproduzione, ma su questo torneremo più avanti), il denaro tende ad abbandonare la sfera della circolazione, ma non per avvizzire sotto il materasso, piuttosto per lievitare nella sfera della speculazione finanziaria.

In termini keynesiani: in un’economia capitalista di mercato non solo c’è alcuna certezza di equilibrio tra offerta e domanda di beni, non esiste alcuna garanzia che il risparmio accumulato ritorni nel mercato sotto forma d’investimenti, il che condetermina la crisi, la stagnazione, la disoccupazione e il crollo dei consumi. Ma la crisi giunge sempre dopo un periodo di boom, ovvero di crescita enorme dei redditi, la qual cosa accresce la quota di essi destinata alla risparmio (tesaurizzazione) invece che agli investimenti.

Visto che per Keynes le crisi capitalistiche sono sempre e solo crisi di sproporzione, come egli proponeva di superare lo squilibrio tra eccesso di offerta e insufficienza della domanda? Come immaginava di chiudere la forbice tra la massa 
di denaro accumulata che se ne sta ferma tesaurizzata e quella decrescente che si muove nel mercato dei capitali produttivi? Facendo leva su due fattori principali: sull’aumento della domanda dei beni di consumo e colpendo la tesaurizzazione (che Keynes chiama “preferenza per la liquidità”). Ma quali sono queste leve? Dal momento che il mercato non è capace da solo di trovare un equilibrio, occorre l’intervento di una forza esterna ad essi, ovvero l’autorità statuale titolare di facoltà d’indirizzo ma pure prescrittive. E dato che Keynes assume che il mercato sia diviso in quattro settori (mercato del lavoro, delle merci, dei capitali e della moneta) lo Stato, assodata la sua insindacabile sovranità politica, giuridica e monetaria, deve intervenire con azione sincronica e anticiclica in tutti e quattro.

In prima istanza lo Stato, per incoraggiare gli investimenti privati e creare nuova occupazione, dovrebbe seguire una politica monetaria flessibile, abbassando i tassi dell’interesse, disincentivando così la tesaurizzazione —o l’eccessivo accumulo di risparmi. In seconda battuta, ove questa decisione non fosse sufficiente, lo Stato dovrebbe adottare adeguate politiche fiscali con una imposizione progressiva, così che esso possa attuare una redistribuzione della ricchezza verso i redditi medio-bassi —che per Keynes hanno una più decisa propensione al consumo. Questa politica fiscale dovrebbe anzitutto penalizzare le rendite e la classe rentier dedita alla speculazione finanziaria parassitaria, premiando invece il capitale produttivo incoraggiandolo all’investimento. Infine Keynes proponeva che lo Stato varasse un ampio piano di lavori pubblici, da finanziare con una una politica di deficit spending, ovvero con l’emissione di prestiti (offrendo titoli di Stato ai propri cittadini) che avrebbero dovuto drenare i risparmi in eccesso (denaro tesaurizzato) e convertirli in investimenti creatori di occupazione e quindi di domanda, assorbendo dunque l’offerta in eccesso.

Questa, esposta in modo certamente schematico ma ci auguriamo obiettiva, la teoria economica di Keynes. Prima di passare al pensiero di Marx due sole considerazioni. La prima. Ognuno considererà la teoria di Keynes una “teoria di sinistra”. Ed essa infatti lo è, se consideriamo che la sinistra attuale tutta, non escluse le correnti cosiddette “antagoniste”, quando espongono le loro ricette anti-crisi, non fanno che riproporre, il più delle timidamente, le proposte dell’economista borghese inglese. Lo è se infine attribuiamo al sostantivo “sinistra” solo un generico significato descrittivo (senza nessuna qualificazione di classe si darebbe detto un tempo) ed allora tutto è “sinistra”, basta che si al di qua del limes del liberismo economico —per cui, se solo si fosse conseguenti, non solo settori illuminati di borghesia sono “di sinistra”, ma pure fascisti tutti di un pezzo o cattolici reazionari incalliti. La seconda. Occorrerà pur sfatare la leggenda che il capitalismo uscì dalla catastrofica crisi del ’29 grazie all’adozione delle terapie keynesiane. Esse in effetti vennero adottate, non solo negli USA col New Deal roosveltiano e in Gran Bretagna, ma pure nella Germania nazista e nell’Italia fascista (parli del diavolo e spuntano le corna). Ebbene la piena occupazione e la ripresa economica non ci furono né negli USA né in Gran Bretagna. Ci riuscì solo la Germania, grazie al colossale piano di spesa pubblica finalizzata al riarmo. Solo dopo la seconda grande guerra mondiale il capitalismo imboccò la via di un ciclo lungo di accumulazione e sviluppo e solo dopo le immani distruzioni di forze produttive le ricette keynesiane poterono dare dei risultati.

... e quella di Marx
Marx non nacque economista, ma filosofo della storia. Giunse a sistematici e impressionanti studi economici sul capitalismo moderno dopo la sua più importante e controversa scoperta teorica: il materialismo storico.

Il capitalismo è solo l’ultimo venuto nella processione dei diversi sistemi sociali e, come quelli che l’hanno preceduto, anch’esso è destinato a perire, lasciando il posto, dopo un periodo di convulsioni sociali, ad un sistema nuovo i cui elementi esso contiene in grembo. Occorre quindi: (1) riconoscere di ogni sistema sociale, le fasi di genesi, di sviluppo e di decadenza; (2) individuare le contraddizioni che ogni sistema sociale, nativamente, contiene, e con ciò le ragioni, se il caso le leggi, per cui un dato sistema sociale perisce; (3) identificare quindi le forze sociali rivoluzionarie che spezzano i vecchi rapporti sociali portatrici di un più avanzato sistema sociale e che sono destinate a prendere il sopravvento.

Il fatto che Marx abbia appoggiato la sua analisi del capitalismo su questa base fa dire agli economisti della cattedra che essa è priva di fondamento scientifico. Noi siamo di diversi avviso: riteniamo che l’economia politica possa assurgere al rango di scienza solo in quanto disciplina storico-economica. Marx criticò infatti gli economisti del suo tempo come ideologhi borghesi, in quanto anche loro partivano da una visione (falsa) della storia e del mondo, secondo cui il capitalismo sarebbe eterno e immutabile —la qual cosa li spingeva a compiere un’analisi normativa e superficiale che impediva di coglierne le più intime leggi di movimento del capitalismo. Questa critica marxiana, come ognuno comprende, la si può rivolgere anche a Keynes. Quest’ultimo, come detto, riconosceva alcune "contraddizioni" del modo capitalistico di produzione, ma come tutti gli economisti borghesi lo privava del suo carattere storico transuente. Di qui l’idea che le contraddizioni di cui esso è vittima fossero appianabili grazie all’intervento correttivo e terapeutico della pubblica autorità, dello Stato cioè, che egli pensava come ente neutrale e salvifico.

Marx la pensava diversamente, e non perché escludesse che in linea di principio lo Stato borghese, proprio in virtù del suo essere strumento della classe dominante nel suo insieme, non potesse svolgere un ruolo suo proprio, ovvero a difesa dell’ordinamento sistemico anche elevandosi sopra la lotta accanita tra le diverse frazioni del capitale. Egli riteneva che il modo capitalistico di produzione, di cui la borghesia è agente, soggiace ad almeno quattro leggi principali: (1) più le sue forze produttive si sviluppano e la concorrenza si fa implacabile, più i profitti sono destinati a scendere; (2) il modo di produzione capitalistico segue una traiettoria ciclica: ad ogni periodo di crescita segue uno di recessione, e quest’ultima è tanto più generale quanto più il boom è stato consistente; (3) il sistema può uscire dalla crisi generale solo in una maniera: distruggendo su ampia scala capitali e forze produttive in eccesso, con conseguenze sociali devastanti; (4) le crisi generali croniche precipitano il sistema sociale in periodi di esplosive convulsioni politiche, che possono sfociare in rivoluzioni, controrivoluzioni, guerre civili e guerre tra stati.

Queste quattro leggi fanno capo alla essenziale tendenza del capitalismo, quella di sfociare nelle crisi di sovrapproduzione [sulle crisi di sovrapproduzione vedi: La teoria marxista spiega questa crisi? e Alle origini del declino dell’Occidente], queste possono essere parziali oppure generali, coinvolgendo tutti i comparti e cronicizzarsi. 
E’ proprio quando l’economia incontra queste crisi generali che immani quantità di capitali e forze produttive debbono essere necessariamente distrutte, con conseguenze sociali catastrofiche, con la società che è sospinta indietro di decenni. Tuttavia è proprio grazie a queste crisi, che attengono alla fisiologia stessa del capitalismo, che esso può far ripartire un nuovo ciclo di crescita, destinato a sua volta e sfociare in una nuova crisi. Lo Stato della borghesia può solo mitigare gli effetti catastrofici delle crisi di sovrapproduzione, differirli nel tempo, non può mai essere risolutivo. In ultima istanza lo Stato non può che adeguarsi alle fisiologiche necessità della classe economicamente dominante e quindi, dentro la crisi generale, passare allo Stato d’eccezione per scaricare i costi della crisi sul lavoro salariato soffocando la sua spinta emancipatrice, e allo Stato di guerra per strappare spazi vitali a capitalismi concorrenti.

La storia, ci pare, confermi le analisi di Marx. I suoi detrattori invece lo negano, ricorrendo all’argomento che la sua previsione di un crollo certo del capitalismo è stata invalidata. In verità da nessuna parte Marx ha sostenuto che il capitalismo fosse destinato al crollo, se intendiamo per crollo un evento, o l’esito necessitato di un meccanismo automatico che avrebbe condotto alla sua dipartita. Questo crollo, come per altri sistemi storici, avrebbe invece potuto occupare un lungo periodo storico di convulsioni. E ove la classe oppressa si rivelasse incapace di prendere in mano le redini della società, la società potrebbe sprofondare in una barbarie con l’annientamento delle due principali classi in lotta.

Non pensate che Marx volesse consigliare alla borghesia eventuali terapie per venire a capo delle sue crisi generali. Egli era un rivoluzionario non solo perché avrebbe con disprezzo rifiutato questa consulenza, lo era perché, essendo andato alla radice del problema, che le crisi cicliche generali sono il risultato necessario del modo capitalistico di produzione, propose con forza (necessità contro necessità) il dovere di oltrepassare il capitalismo e di edificare sulle sue ceneri un sistema socialista. Cosa infatti ci avrebbe detto Marx davanti a questa nuova crisi generale? Ci avrebbe detto di non indugiare a cercare soluzione parziali e palliativi; ci avrebbe detto di organizzarci ed agire per farla finita una volta per sempre col capitalismo poiché, ammesso che esso possa uscire da questa crisi, ciò avverrebbe con costi sociali inusitati, anzitutto a spese del lavoro salariato e del popolo lavoratore, con la certezza che in un periodo più o meno breve ci sarebbe trovati da capo a dodici, alle prese con un’altra crisi devastante. Ci avrebbe detto di batterci per la sola alternativa pensabile: il socialismo.

Non dobbiamo farci ingannare dalle disquisizioni sofistiche: l’idea del socialismo è di una evidente semplicità, consiste nel fatto che la comunità dovrebbe sottoporre al proprio controllo politico e razionale, al pari delle altre sfere della vita associata, quella basilare, quella economica, finalizzandola al bene comune. Perché tanta insistenza sull’aspetto economico? Per la ragione che è la sfera economica che crea i mezzi per soddisfare la gran parte bisogni primari e vitali dell’uomo, senza realizzare i quali quelli spirituali e culturali sarebbero menomati.

Per realizzare questo controllo sociale, questo è il punto, occorre sottrarre i mezzi di produzione e di scambio dal dominio proprietario della classe capitalistica, che in quanto classe pensa anzitutto a fare i suoi propri egoistici interessi, facendo diventare i mezzi di produzione e di scambio proprietà sociale. 
Dunque statizzare l’economia e applicare una rigida pianificazione? Per niente. La statizzazione è solo una forma, la più verticale, di socializzazione. Tra la statizzazione verticistica, che farebbe della burocrazia statale un demiurgo autoritario, e la completa e orizzontale autogestione, possono esistere innumerevoli soluzioni mediane. E della stessa pianificazione economica, considerata con orrore dai liberisti, ne esistono svariate modalità. Lo stesso capitalismo, in barba alla “mano invisibile del mercato” conosce plurime forme di pianificazione —cos’altro è la politica economica keynesiana se non una pianificazione generale? Non solo lo Stato programma e pianifica le sue attività, e il governo “tecnico” (non a caso) di Mario Monti ne è una cristallina espressione: siccome lo Stato muove la metà circa del Pil italiano esso non solo pianifica fin nei minimi dettagli come reperire le entrare e aumentarle (ovvero come spennare scientificamente il popolo lavoratore graziando i possidenti di grandi capitali, anzitutto finanziari). Fanno altrettanto anche i grandi gruppi monopolistici, che infatti tendono a pianificare fin nei dettagli tutto il ciclo produttivo, dal reperimento delle materie prime alla commercializzazione del prodotto finito. Solo un’economia razionalmente pianificata può debellare la principale calamità che affligge il capitalismo: la sovrapproduzione, ovvero l’incalcolabile sperpero di risorse e di energie consistente nell’accumulare mezzi di produzione e beni (sotto forma di merci) che non solo si riveleranno inutili alla società e dovranno essere distrutti, ma che arrecano danni spesso irreversibili al nostro pianeta.

Che un giorno più o meno lontano possa realizzarsi un “socialismo perfetto”, questo lo decideranno le future generazioni. Questa generazione ha un compito forse più modesto ma decisivo: fare da battistrada, aprire la via al socialismo, sapendo che la rivoluzione sociale è sì una palingenesi ma non una catarsi, che la rivoluzione è pur sempre un processo, fatto di fasi e momenti. Sapendo che occorrerà passare per tappe successive, ognuna concatenata all’altra, ma il cui primo atto è necessariamente strappare, per mezzo della sollevazione del popolo lavoratore, il potere politico statale dalle mani della classe oggi dominante, ovvero dei suoi settori più oltranzisti e liberisti. Solo disponendo di questa leva sarà infatti possibile attuare le grandi e le piccole trasformazioni per una società liberata dalla catene del capitale e per una vita degna di questo nome, non solo per pochi privilegiati, ma per tutti.

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sabato 24 febbraio 2018

COSCIENZA DI CLASSE, COSCIENZA NAZIONALE

[ 24 ottobre 2017 ]

Scriveva l'altro ieri un nostro lettore commentando il nostro articolo PaP: ENZA POPOLO NÉ POTERE:

«A me che sono un lavoratore dipendente tutte quante le forze politiche che hanno velleità "progressiste" mi sembrano come un idraulico che viene a riparare un guasto senza la cassetta degli attrezzi. 
Senza gli strumenti di politica monetaria, fiscale, industriale ora in mano alla commissione europea, qualsiasi politica di spesa pubblica porta all' aumento delle importazioni dai paesi egemoni della UE, saldi negativi delle partite correnti e ripartenza del debito privato. 
Un atteggiamento collaborativo dei Paesi creditori del nord, attraverso un innalzamento delle quote salari tedesche, francesi, olandesi che permetta di rientrare del debito estero i paesi del sud Europa non c'è stato e non ci sarà perché lo scopo dei creditori è l'acquisizione a prezzi stracciati di tutto ciò che abbia valore nei Paesi debitori.

Successe quasi 30 anni fa con la DDR, sta succedendo con la Grecia, succederà anche da noi a meno che ...
 
Stiamo diventando una nazionalità oppressa e  l'internazionalismo è sempre stato sostenere le lotte delle nazionalità oppresse, come compresi 45 anni fa quando cominciai a radicalizzarmi andando alle manifestazioni a sostegno del Vietnam. 
Ora tocca a noi essere la nazionalità oppressa (per noi intendo tutti gli abitanti dell'Italia compresi coloro che l' hanno scelta e che vivono, lottano e soffrono qui. 
SOSTENIAMOCI!»

NON ABBIAMO NIENTE DA AGGIUNGERE, PROPRIO NIENTE.

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venerdì 23 febbraio 2018

LA GUERRA DEL DEBITO: LA TREGUA É FINITA

[ 23 febbraio 2018 ]

«L'eurocrazia, che non perde occasione per esternare i suoi minacciosi desiderata, presenterà presto il conto e chiederà politiche di bilancio severissime per diminuire il debito pubblico. Ridurre ad ogni costo il debito pubblico, sin dalla prossima Finanziaria, altrimenti chiunque governi farà la fine dell'ultimo governo Berlusconi. Il debito pubblico italiano, questo sarà il fronte della guerra che s'annuncia».

Avrete saputo ciò che ha detto ieri il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker:
«C'è un inizio di marzo molto importante per l'Ue. C'è il referendum Spd in Germania e le elezioni italiane, e sono più preoccupato per l'esito delle elezioni italiane che per il risultato del referendum dell'Spd... l'Unione si deve preparare allo scenario peggiore, cioè un Governo non operativo in Italia».

Se è bastata questa frasetta per far tremare la borsa di Milano e causare una piccola impennata dello spread, cosa potrà succedere quando saranno resi noti i risultati elettorali? E' sempre Juncker a dircelo: 
"E' possibile una forte reazione dei mercati nella seconda metà di marzo, noi ci prepariamo a questo scenario».
Ecco spiegata l'ingerenza sfrontata di Juncker. Abbiamo a che fare, al contempo, con una minaccia lanciata agli italiani che andranno al voto —pensateci bene prima di mettere la crocetta che se vi sbagliate ve ne faremo pentire—, e con un ricatto verso le forze politiche, anzitutto verso i loro capibastone —che sappiano che sono sotto tiro, che non si mettano strane idee in testa, tipo deragliare dal percorso di rientro dal debito e delle "riforme", come prevede il Fiscal compact.

Pesce-lesso-Gentiloni (alias moviola) ha subito precisato: «Tranquillizzero Juncker. Gli italiani vogliono continuità... i governi tra l'altro sono tutti operativi, i governi governano». Ospite ieri a “Porta a Porta” ha aggiunto: «Non sono d'accordo che queste elezioni saranno un salto nel buio certo sarà importante che forze più affidabili, e dal mio punto vista innanzitutto il centrosinistra, abbiano un ruolo fondamentale per non buttare via i risultati raggiunti».

Sorge il sospetto (era nell'agenda che Gentiloni e Juncker si incontrassero proprio oggi a Bruxelles) che quello tra i due sia un gioco delle parti. Se ci pensate, infatti, la sortita di Juncker è un peloso endorsement verso il Partito democratico, verso Gentiloni in particolare, considerati a Bruxelles i più affidabili scudieri dell'oligarchia eurista.

Ma sì, certo che è così, per questo tra tutte le sorprese che potranno uscire dalle urne, quella peggiore per l'eurocrazia sarebbe una débâcle del Pd. Infatti è vero che solo una tenuta del Pd renderà possibile un governo (del Presidente, di larghe intese, di scopo) che possa reggersi in piedi ed evitare il ritorno alle urne ed assicurare che Roma rispetti i diktat europei. 

Dice: ma come, in Germania sono passati cinque mesi dalle elezioni e ancora non riescono a mettere su un governo e ancor prima del voto si fa tutto sto casino? Già ma l'Italia non è la Germania, era e resta l'anello debole, ma quello decisivo della fragile catena europea. Se salta questo anello salta tutta la baracca. Detto questo Piemme, il 12 febbraio scorso indicava, assieme alla posta in palio, il motivo con cui, dopo una tregua durata quattro anni, l'eurocrazia scatenerà la prossima offensiva contro il popolo italiano:
«L'eurocrazia, che non perde occasione per esternare i suoi minacciosi desiderata, presenterà presto il conto e chiederà politiche di bilancio severissime per diminuire il debito pubblico. Ridurre ad ogni costo il debito pubblico, sin dalla prossima Finanziaria, altrimenti chiunque governi farà la fine dell'ultimo governo Berlusconi. Il debito pubblico italiano, questo sarà il fronte della guerra che s'annuncia. Che nessuno che corra alle elezioni ve lo dica, che nessuno nemmeno alluda al rischio di un nuovo golpe col rischio che l'Italia si ritrovi precipitata in un regime di protettorato carolingio, rafforza il carattere farsesco delle prossime elezioni.
Un anno e mezzo fa, in un articolo dal titolo DOPO RENZI LA TROIKA? La resa dei conti si avvicina, scrivevo a futura memoria:
«Ci sono solo due possibilità: o gli italiani, già apparentemente assuefatti e supini, si faranno impaurire e accetteranno la forma estrema di asservimento e sudditanza, oppure si solleveranno. Non ci sono vie di mezzo: o la resa o la rivolta sociale, o subire un regime di protettorato coloniale o una rivoluzione democratica».
Il nemico bussa alle porte del'Italia. Chi difenderà il Paese nella guerra del debito? Chi se non il popolo? Un fatto è certo, le élite neoliberiste nostrane staranno dall'altra parte della barricata».

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