lunedì 21 agosto 2017

LO SMARTPHONE COME ARMA DI DISTRUZIONE DI MASSA

[ 21 agosto 2017 ]

Consegnamo ai nostri lettori un articolo tratto da la Lettura, allegato al Corriere della Sera del 20 agosto 2017. Tratta della cosiddetta iGen, la generazione dell'iPhone, ovvero i nati tra il 1995 e il 2012.
Chi pensava che più in basso della generazione Millennial non si potesse andare, si sbagliava.




«Prosciuga il cervello» 
Lo smartphone ai ragazzi divide gli accademici 
di Costanza Rizzacasa D’Orsogna 


«Uno studio interdisciplinare delle Università del Texas, New Jersey e San Diego su 800 studenti di età media 21 anni conferma il punto di non ritorno. Si chiama brain drain, letteralmente «prosciugamento del cervello». 

È ciò che accade al nostro per la sola presenza dello smartphone. Anche se lo teniamo spento, anche se è in un’altra stanza. Già il solo possederlo riduce le nostre capacità cerebrali. Perché è oggetto dei nostri pensieri. 
L’età del campione è importante, e non a caso allo studio ha collaborato anche uno scienziato della Disney. Sappiamo che il cervello si evolve, e le diverse aree corticali maturano a età differenti. Ad esempio le cortecce prefrontale e frontale, legate alla razionalità, alle cognizioni, alle funzioni sociali e al linguaggio, maturano attorno ai 25 anni. 

Di giovani e giovanissimi si occupa anche la psicologa Jean Twenge nel nuovo libro iGen, in uscita negli Usa in questi giorni. iGen, ovvero la generazione dell’iPhone, l’altro appellativo della Generation Z
I nati tra il 1995 e il 2012, che non ricordano un tempo senza internet, dodicenni all’uscita dello smartphone Apple (2007), che 3 iGen americani su 4 oggi possiedono. E, certo, anche i Millennial sono cresciuti con il web, ma non era così onnipresente nelle loro vite, non ce l’avevano in tasca. 
In un capitolo anticipato dall’«Atlantic», Twenge sostiene che i post-Millennial, più a loro agio online che nella vita reale, sono sull’orlo del più grave esaurimento degli ultimi decenni. 
«L’avvento dello smartphone – scrive – ha modificato ogni aspetto della vita dei teenager, e li sta uccidendo». 
A prima vista si direbbe il contrario. Rispetto alle generazioni passate, la vita degli iGen è molto più sicura. Non fumano, non bevono, non fanno uso di droghe, molti non hanno neanche la patente. E però dal 2011, nota Twenge, i tassi di depressione e suicidio nei teenager si sono moltiplicati. 
Prendete le interazioni sociali. Il numero di adolescenti che si vede con gli amici quasi tutti i giorni è crollato, tra il 2000 e il 2015, di oltre il 40%. Anche i primi appuntamenti diminuiscono: nel 2015, interessavano il 56% dei 17-18enni, contro l’85% di Baby Boomer e Gen X
Il risultato è un crollo dell’attività sessuale (in parte una buona notizia, perché le gravidanze in età adolescenziale sono scese del 67% rispetto al picco del 1991). Ma il sesso, nei maschi, è rimpiazzato dalla pornografia online. Già nel 2015 ne guardavano due ore a settimana e per Philip Zimbardo, psicologo di Stanford che da anni studia le conseguenze di videogame e porno online, ne sono drogati. 
«La crisi della mascolinità, l’assenza dei padri, il confronto coi successi delle coetanee – diceva Zimbardo qualche anno fa al “Corriere della Sera” – spingono i teenager a rifugiarsi nel cyberspazio, cercando lì le sicurezze e le conferme che non trovano altrove». 
Il risultato? 
Da un lato aspettative non realistiche negli incontri reali, ma anche il rifiuto di questi ultimi per paura di non piacere. 
Ma gli adolescenti lavorano anche molto meno delle generazioni precedenti. Negli anni Settanta il 77% dei diplomandi americani aveva un lavoro part-time: nel 2015 solo il 55%. Per le migliori condizioni economiche delle famiglie, certo, e perché molti di quei lavori, come il commesso da Blockbuster, non esistono più. Ma lavorare voleva dire indipendenza, comprarsi la macchina. Invece uno studio del Pew Research, due anni fa, evidenziava l’infrangersi di un mito, immortalato da Happy Days a Beverly Hills 90210: il lavoretto estivo. Oggi ce l’ha meno di un terzo dei teenager, e l’oggetto più desiderato non è l’auto, ma lo smartphone. 

È lo smartphone a segnare il passaggio alla maturità, che per Google arriva già a 13 anni. Maggiorenni per navigare da soli: la patente, oggi, è quella di internet. Gli iGen, quindi, hanno molto più tempo libero delle generazioni precedenti. E lo passano da soli, sullo smartphone, spesso infelicissimi. A confessarlo sono proprio loro. 

Secondo l’annuale indagine Monitoring the Future, i 13-14enni che trascorrono 10 o più ore a settimana sui social hanno il 56% di probabilità in più di dirsi «giù». Al contrario, se passano più tempo della media con gli amici, le probabilità sono il 20% in meno. La solitudine è ai massimi storici, aumenta il rischio di depressione: del 27% nei 13-14enni che fanno grande uso dei social, mentre diminuisce in chi fa sport. I social riflettono la popolarità dei ragazzini, e, per i loro parametri, il loro valore. Si moltiplicano sindromi come Fomo (Fear of missing out, la paura di essere esclusi). 

E se da tempo gli esperti di salute mentale denunciano il legame tossico tra like e autostima, un nuovo studio della Royal Society for Public Health britannica dice che è Instagram l’app più pericolosa, perché più di tutte scatena l’inadeguatezza. E poi il sonno. Meno di 7 ore a notte per gli adolescenti che passano 3 o più ore al giorno sullo smartphone, contro le nove raccomandate a quell’età. Nel 2015 il 57% in più soffriva di carenza di sonno rispetto al 1991. Fin qui la Twenge, la cui tesi ha scatenato anche polemiche. 
«Basta col panico morale a ogni innovazione. Era accaduto già nel Settecento – scrive sul “Guardian” Catherine Lumby, docente all’australiana Macquerie University – con l’avvento del romanzo e negli anni Cinquanta con il rock&roll. I teenager non dovrebbero passare la vita su uno schermo, ma prima di lagnarcene dovremmo essere noi genitori a smettere di farlo». 
Altri invece, mentre sottolineano l’insufficienza di dati clinici per parlare di grave crisi mentale, concordano su quanto lo smartphone modifichi i processi neurologici. 
«Dire che gli smartphone abbiano distrutto una generazione è esagerato – spiega a “la Lettura” David Greenfield, fondatore già negli anni Novanta del Center for Internet and Technology Addiction – ma le conseguenze dell’abuso sono inequivocabili. Ciò che mi preoccupa di più è la distrazione. Il lobo frontale negli adolescenti non è ancora sviluppato, sono più impulsivi e meno coscienti del rischio. Le probabilità di un incidente stradale sono perciò 6-7 volte maggiori». 
Greenfield, che ha creato una scala per misurare la dipendenza da smartphone, nota che anche l’etica del lavoro, negli iGen, è diversa: 
«Sono così abituati alla gratificazione immediata dello smartphone che la loro soglia di tolleranza è molto più bassa». 
Più allarmante ancora, o meno a seconda dei punti di vista, potrebbe essere la correlazione tra smartphone e droghe. Secondo il National Institute on Drug Abuse, nel 2016 l’uso di droghe illegali tra teenagers è sceso ai minimi dal 1975, e gli scienziati si chiedono se non sia perché sono costantemente stimolati dagli smartphone, che come le droghe agiscono sui livelli di dopamina. Greenfield ne è convinto. 
«In pratica, con lo smartphone, negli ultimi 10 anni i ragazzini si sono portati in giro una pompa di dopamina, il neurotrasmettitore che regola il circuito della ricompensa. È così con le notifiche, che controlliamo in continuazione, ed è il motivo per cui definiamo lo smartphone la più piccola slot machine al mondo»
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4 commenti:

  • Giovanni scrive:
    21 agosto 2017 11:40

    Che questi giocattolini possano avere un effetto deleterio è certo. C'è però il rischio di cadere in generalizzazioni che delegittimano arbitrariamente e sommariamente intere generazioni colpevolizzandole.

    Allora guardiamo cosa è accaduto al referendum costituzionale del 2016. Guardiamo ad esempio questi sondaggi. Certo sappiamo quanto possano valere i sondaggi, notiamo però che almeno quelli della sezione "Sondaggi successivi all'indizione del referendum" (che dovrebbe apririsi direttamente dal link) davano tutti il "no" come vincente e spesso con percentuali non troppo lontane dal dato finale. Quindi non erano del tutto sbagliati.

    Più sotto troviamo i sondaggi scorporati per età, e si vede che il "no" era prevalente fra i più giovani, i tanto vituperati millenials e gli iGen, mentre il "sì" prevaleva fra i più anziani. Ma guarda un po'.

    Pur prendendo in considerazione l'effetto deleterio che queste nuove tecnologie possono avere, qual'è la differenza fra generalizzazioni (pure un po' piagnisteanti) come questa dell'allegato del corriere, e la solita frase "popolo bue" che spesso viene ripetuta e che ritengo sbagliata ed arrogante?

  • Angela Matteucci scrive:
    21 agosto 2017 23:24

    Il mio pensiero dopo aver letto quest'articolo mi ha riportato indietro, ai tempi in cui , da ragazzina nasceva quello strumento che ha cambiato la vita di intere generazioni, la televisione, e dopo aver ricercato un articolo di uno dei più' da me amati intellettuali del mio tempo, che vi ripropongo, solo in parte , mi vengono spontanee tante domande, dovro' leggere e riflettere molto per darmi delle risposte, ma alla prima di queste domande.....internet è' peggiore della televisione ......???? Rispondo con un deciso NO

    "Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è tale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L'abiura è compiuta...... Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due e la rivoluzione del sistema d'informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno oramai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d'informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, ........... Non c'è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s'intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?

    No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d'animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. ........ I ragazzi sottoproletari - umiliati - cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente". Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell'adeguarsi al modello "televisivo" - che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale - diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere. Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. ..........
    Pier Paolo Pasolini - 1973

  • Giovanni scrive:
    22 agosto 2017 13:11

    Ma infatti, basta guardare cosa scrive il corriere per capire lo scopo di articoli come questo:

    "Ma gli adolescenti lavorano anche molto meno delle generazioni precedenti. Negli anni Settanta il 77% dei diplomandi americani aveva un lavoro part-time: nel 2015 solo il 55%
    [..]
    l’infrangersi di un mito, immortalato da Happy Days a Beverly Hills 90210: il lavoretto estivo. Oggi ce l’ha meno di un terzo dei teenager, e l’oggetto più desiderato non è l’auto, ma lo smartphone."


    Il richiamo al mito dello studente col lavoretto per pagarsi gli studi (che decenni fa da supporto propagandistico alla privatizzazione dell'istruzione) contrapposto agli altri che vengono dipinti come scansafatiche perché si dedicano solo allo studio. Ora hanno cambiato argomentazione ed usano gli smartphones, che magari tre pagine dopo pubblicizzano decantandone l'utilità (del resto il bersaglio che il corriere vuole colpire sono gli adolescenti mica gli smartphones che portano un sacco di soldini).

    Articoli come questo vengono scritti a supporto di riforme che introducono l'alternanza scuola-lavoro. Non mi stupirei se nello stesso numero si trovasse un altro articolo che la supporta ma non avendolo sottomano non posso saperlo.

    Prima era Beverly Hills 90210 ora ci sta anche il parere dell'espertologo scientista di turno. Da cose di questo tipo bisognerebbe distanziarsi e non rilanciarle.

  • Giovanni scrive:
    22 agosto 2017 14:41

    Precisazione:

    la frase "ora ci sta anche il parere dell'espertologo scientista di turno" deve essere intesa in modo generico e non riferita specificatamente alle persone citate in questo articolo dell'inserto del corriere. Ovvero come: "ora ci stanno anche i pareri di espertologi scientisti di turno, non affermo certo che sia il caso degli esperti qui citati ma qualche perplessità è pur sempre legittima."

    Visto che tira aria di denunce, anche se io sono ininfluente ma non si sa mai, mi pareva necessario.

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