domenica 9 aprile 2017

IL MATTATOIO SIRIANO di Campo Antimperialista

[ 9 aprile ]


Ha suscitato un’enorme clamore, soprattutto in Occidente, il bombardamento dei governativi su Khan Sheikhoun (nella provincia di Idlib in mano agli insorti), non solo perché avvenuto in violazione del cessate il fuoco siglato il 29 dicembre, ma per l’uso di letali gas tossici proibiti dalle convenzioni internazionali.

L’esercito siriano, come in tutte le altre occasioni del resto, ha negato di aver usato i gas, attribuendone invece la responsabilità ai ribelli sunniti. Dopo aver avvertito i russi, per consentirne l’evacuazione, l’esercito americano ha sferrato un attacco missilistico contro la base aerea dell’esercito siriano di al-Shayrat.

L’isterico putiferio diplomatico suscitato dalla risposta americana si placherà molto presto. L’attacco missilistico americano, potente sul piano simbolico, non imprime, di contro a quanto si sbraita a destra e a manca, alcuna svolta strategica al feroce conflitto multilaterale in corso in Siria — 300-400mila morti, un numero incalcolabile di feriti, 4 milioni di rifugiati espatriati, quasi 8 milioni di siriani sfollati. Non sposta di una virgola i rapporti di forza tra i due fronti belligeranti. Non muta in modo sostanziale i termini della contesa tra le potenze regionali e globali coinvolte (ognuna delle quali conserva intatte le proprie aspirazioni espansionistiche). Non rappresenta un capovolgimento dell’approccio di lungo periodo della Casa Bianca.

Trump come Obama vorrebbe la rimozione di Assad, ma davanti alla minaccia che Damasco cada nelle mani delle forze sunnite wahabite e takfire, questi resta ovviamente il “male minore”. La caduta di Assad sotto i colpi del sunnismo fondamentalista avrebbe ripercussioni devastanti su tutto il Vicino Oriente, anzitutto sull’Iraq, dove infatti gli Stati Uniti, alla testa di una Santa Alleanza che comprende oltre ai curdi e al governo di Baghdad decine di paesi tra cui l’Iran, da tempo sono nuovamente intervenuti in forze per schiacciare lo Stato islamico e riprendere Mosul — nel dicembre scorso il generale del Pentagono Stephen Townsend ha affermato che in un anno sono state compiute contro il califfato ben 17mila incursioni aeree, infliggendo allo Stato Islamico ingenti perdite e al martoriato popolo iracheno delle province sunnite sofferenze inaudite (che in Occidente ci si guarda bene dal ricordare).

Per quanto non dichiarata è palese la convergenza tattica tra gli USA e la Russia putiniana, che si pone come avanguardia della “lotta globale al terrorismo islamista”, motivo della spedizione militare in Siria, su cui gli USA hanno chiuso infatti tutti e due gli occhi. Con un gesto distensivo che la dice lunga sulla strategia russa, proprio poche ore prima dell’attacco missilistico americano, Mosca ha pugnalato alle spalle il popolo palestinese, ufficialmente riconoscendo Gerusalemme Ovest capitale dello stato israeliano. Un gesto che nemmeno gli Stati Uniti hanno potuto sin qui compiere.



Abbiamo altre volte criticato certe spiegazione manichee e semplicistiche sulle cause del sanguinoso conflitto siriano, che sono invece molteplici. Contro la sollevazione popolare iniziata nel marzo 2011, il governo, da anni corresponsabile del disfacimento del tessuto sociale e della crescente polarizzazione tra ricchi e poveri, scatenò ben presto una feroce repressione. Il pugno di ferro del regime di Bashar al-Assad, mentre annichilì le deboli componenti democratiche e riformiste, consegnò ben presto alle frazioni più estreme dell’Islam sunnita l’egemonia sul dilagante movimento di protesta.

Il conflitto sociale e politico, non potendo fluire per vie legali e democratiche, sfociò rapidamente in una cruenta lotta armata, che divenne a sua volta una guerra civile dispiegata. Per la precisione una spietata “fitna” aggravata dalle divisioni tribali e claniche. I motivi sociali e politici della rivolta —le masse arabo-sunnite, largamente maggioritarie, si percepivano come oppresse da un regime che consideravano settario oltre che oligarchico — precipitarono sullo sfondo, venendo sopraffatti da discordie ataviche di tipo confessionale e etnico.

Il sopravvento delle organizzazioni wahhabite e salafite combattenti, nonché takfire — ISIS (poi al-Dawla al-Islamiyya) e al-Nusra (poi Jabhat Fatah al-Sham) — tra la popolazione sunnita costituì il primo grande tornante della guerra. Da quel momento il conflitto diventava apertamente confessionale: da una parte il fronte sunnita capeggiato da wahabiti e takfiri, dall’altra parte il blocco delle sette minoritarie (alawiti, shiiti, cristiani, drusi) e alcuni potenti clan sunniti in affari col regime, tutti aggrappati alle sorti di Assad.

Data l’importanza geo-politica della Siria, sia le medie e piccole potenze regionali, sia le due superpotenze mondiali (USA e Russia), tutte violando il cosiddetto “diritto internazionale”, si sono infilate nel conflitto siriano. Prima surrettiziamente, per interposta persona, sostenendo e armando uno dei due fronti (ognuna avendo propri clienti al loro interno), poi direttamente, con truppe e mezzi sul terreno — agiscono oggi in Siria truppe russe, americane, inglesi, iraniane, libanesi e turche. Mentre i cieli siriani sono solcati anche dalle aviazioni militari di Francia, Israele e Giordania.



La Siria è così diventata un torbido campo di battaglia tra numerosi attori internazionali, ognuno cercando il proprio vantaggio, ognuno perseguendo il suo proprio disegno egemonico. Un’esecrabile e circoscritta guerra civile a carattere confessionale ed etnico è dunque degenerata in un conflitto geopolitico polimorfo: a) tra potenze imperialistiche e loro relativi vassalli regionali; b) nel campo dei vassalli la disputa, essendo la posta in palio l’egemonia nel turbolento mondo islamico, è diventata quella tra le due principali sette islamiche, quella shiita (capeggiata dal blocco Iran-Hezbollah libanese) e quella sunnita (capifila litigiosi Arabia Saudita e Turchia).

Il secondo grande tornante del conflitto siriano, si è verificato nella primavera del 2015 quando la guerriglia sunnita, capeggiata da Jaish al-Fatah, forte dei rifornimenti turchi e sauditi, scatena una vincente offensiva su più punti dello scacchiere e anzitutto sulla città di Idlib, strappandola dal controllo dei governativi. Il regime di Assad, malgrado l’appoggio delle milizie libanesi di Hezbollah e di quelle iraniane è da questo momento sulla difensiva, minacciato da ogni lato. D’altro canto, nell’estate, nel Nord-Est del paese, le forze curde dell’YPG (Unità di Protezione Popolare), con la decisiva copertura non solo aerea e logistica americana, strappano dalle mani dello Stato Islamico vasti territori confinanti con la Turchia.

Siamo quindi, nell’autunno del 2015, al terzo decisivo tornante della guerra: le truppe russe, con intervento contundente, anzitutto su Aleppo, entrano direttamente in campo riuscendo a salvare il regime di Assad da quella che rischiava essere una disfatta strategica. Devastante risulterà, a spiegare la sanguinosa “liberazione” di Aleppo est da parte dei governativi (fine dicembre 2016), la vera e propria guerra tra gli islamisti sunniti dello Stato Islamico e Jaish al-Fatah, quest’ultima sostenuta dall’esercito turco, che entra in forze a Nord di Aleppo.

La “liberazione” di Aleppo Est e l’ennesima pulizia etnica obbliga gli islamisti sunniti sconfitti a firmare, come deciso da Russia e Turchia e con l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, il cessate il fuoco su tutto il territorio siriano, ciò che consente l’evacuazione in massa di combattenti e civili sunniti verso la provincia di Idlib. Chi pensava che quel cessate il fuoco sarebbe stato l’anticamera della pace si sbagliava, e di grosso. La tregua, da gennaio in qua, a Nord come a Sud, a Ovest come a Est, nei subborghi di Damasco come in quelli di Hama e Aleppo, è stata violata in molteplici occasioni, sia dalle forze governative che dai suoi litigiosi nemici.

La fitna, la guerra confessionale ed etnica, è destinata a durare molto a lungo, durerà fino a quando uno dei due fronti non otterrà una vittoria totale. Ammesso e non concesso che le due grandi potenze riescano a ridurre a più miti consigli i loro alleati regionali, esse non riusciranno a placare gli odii che dilaniano la Siria (e l’Iraq). Bashar al-Assad lo ha ribadito giorni addietro: “non sigleremo alcuna pace fino a quando non avremo annientato i terroristi”. Dall’altra parte la medesima irriducibile ostilità.


Passerà molto tempo prima che si prosciughino le sorgenti dei fiumi di sangue. Il Vicino Oriente, come abbiamo sostenuto, ha appena iniziato la sua “Guerra dei Trent’anni”. Una “Pace di Westfalia” non sembra vicina. Essa sancirà nuovi equilibri in seno ad una civiltà sotto attacco, quella musulmana, che aspira ad un rango di primo piano sulla scena mondiale. La storia ci dirà se l’ondata fondamentalista segna il risorgimento dell’islam o il suo fatale declino.


Questi alcuni nostri articoli sulla guerra in Siria ed in Iraq

Spezzare l'assedio di Mosul 06 novembre 2016

Fermare l'attacco! 17 ottobre 2016

La fine dello Stato Islamico? 15 agosto 2016

Solidarietà con Falluja, città martire della Resistenza 07 giugno 2016

Medio Oriente in fiamme 03 aprile 2015

Davanti alla tragedia di Kobane 09 ottobre 2014

Al-Takfir - Il Califfato islamico e i suoi nemici 14 agosto 2014 


La conquista di Mosul 17 giugno 2014

Perché i filo-Assad si sbagliano 03 dicembre 2013

Siria: negoziato e governo di transizione 17 ottobre 2013


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8 commenti:

  • Anonimo scrive:
    9 aprile 2017 10:33

    Cito:

    "Mosca ha pugnalato alle spalle il popolo palestinese, ufficialmente riconoscendo Gerusalemme Ovest capitale dello stato israeliano. Un gesto che nemmeno gli Stati Uniti hanno potuto sin qui compiere."

    Le solite imprecisioni dei siti che scrivono alla carlona.
    Gerusalmme OVEST non è Gerusalemme EST.

  • Anonimo scrive:
    9 aprile 2017 17:50

    Circa 'risorgimento dell'Islam o il suo fatale declino', si consideri soltanto che i paesi islamici perderanno ogni rilevanza strategica e ogni potenza internazionale nel momento in cui il petrolio sarà sostituito come fonte di energia. La potenza attrattiva di una religione guerriera come l'Islam non va sottovalutata, ma le divisioni interne ai paesi islamici sono tali da compromettere ogni azione unitaria; per di più, come dicevo, eventuali sviluppi tecnologici che, prima o poi, permetteranno di sostituire il petrolio renderanno i paesi islamici marginali.

  • Anonimo scrive:
    9 aprile 2017 19:40

    Analisi molto complessa e corretta.
    Temo però ci sia un piccolo errore, che su scala geopolitica può diventare gigantesco. L'attacco in Siria è stato sicuramente un bluff: Trump prima ha chiamato Putin, poi i russi hanno avvisato i siriani. Cento milioni di dollari spesi per la società dello spettacolo. Quello che però conta, e che l'articolo a mio avviso sottovaluta, è l'effetto mondiale che tale attacco avrà. Oggi navi da guerra americane, fra le quali una portaeri, sono salpate per raggiungere il mare di Corea. Non si può sottovalutare il messaggio che i missili sulla Siria avranno sul regime Nord-coreano, che per altro vive in uno stadio di assedio permanente del quale gli americani sono responsabili tanto quanto la delirante staln-monarchia del paese. Nei prossimi mesi, forse nei prossimi giorni, li si aprirà una guerra di ben altre proporzioni, forse addirittura con effetti nucleari dopo 70 anni. Se fossi un dirigente militare coreano non sottovaluterei l'ipotesi, di fronte alla guerra certa, di un attacco a sopresa secondo il vecchio detto che "chi mena prima mena due volte". Come furono costretti a fare i Giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Forse tale attacco coreano ci sarà, forse invece aspettaranno fino alla fine i raid USA (che ormai sembrano certi).
    Chi ha sostenuto Trump, fosse pure indirettamente, fosse pure come tentativo di comprensione razionale per capire la rabbia di tanta working class contro il neoliberismo, le cosiddette èlite, la globalizzazione, deve riconoscere non dico di aver sbagliato, ma di aver esagerato. Noi siamo contro l'Euro, ma per uscirne da sinistra. Se a posto dell'euro (ora sono io che esagero) arriva Hitler, beh allora non ci sto di certo. Se al posto della globalizzazione arrivano Trump, Salvini e Le Pen, allora c'è da contrapporre a loro una opposizione ancora più dura. Non basta la critica al frontismo anti-fascista. Serve anche la critica al frontismo opposto: quelli che vorrebbero fare il CLN con la Lega e Casapound (e su questo blog, almeno fra i commentatori, ce ne sono!).
    L'attacco in Siria e domani la guerra in Corea faranno sbocciare alcune contraddizioni. Il blocco sovranista di destra si basava sul duplice sostegno, reale o sugestivo che fosse, di Trump e Putin. Se Trump e Putin rompono, che fa la Lega? Oggi sembra condannare l'attacco, ma sappiamo che la Lega condanna sempre la guerra quando è all'oppoizione (perché al popolo la guerra non piace), ma al governo con Berlusconi si è sporcata del sangue dell'Afganistan, dell'Iraq, della Libia. Non crediamo che Le Pen e Salvini sfasceranno la NATO: se rottura ci sarà con la Russia, qualunque governo d'Europa si schiererà per forza con gli Stati Uniti, almeno che non sia un governo di rottura rivoluzionaria, nato da una sollevazione popolare.
    Bisogna quindi raddrizzare la nostra linea. Bisogna essere più duri con Trump e i trumpisti d'Italia. Bisogna denunciare la svolta reazionaria e guerrafondaia in arrivo. Bisogna dire chiaramente che Salvini sarà pure come noi contro l'Euro, ma è un nostro nemico. L'alternativa è finire nel baratro di una svolta reazionaria e guerrafondaia e di finirci come coloro che non hanno fatto abbastanza contro le destre perché impantanati nella fase precedente, quando con le destre combattevamo insieme il liberismo. Un rischio che non va corso e che macchierebbe una storia di coerenza rivoluzionaria.
    Da questo blog mi aspetto parole più dure contro la politica estera americana. E contro le destre europee. Inoltre i luridi inflitrati salviniani non possono più avere alcuna ospitalità, nemmeno fra i commenti. O i nemici della guerra o il mondo della morte, della xenofobia, del liberismo.

  • Anonimo scrive:
    9 aprile 2017 21:28

    Nikki Haley dice che stanno valutando sanzioni a Russia ed Iran.

    Diciamo che Donald Hillary Trump è durato anche meno Alexis Antonis Tsipras. Ora anche a destra hanno il loro Tsi, ma io non mi sento per niente contento.

    Resta la Francia, tutto sommato spero ancora che vinca la Le Pen, speriamo però che non si trasformi Marine Emmanuel Le Pen.

  • Redazione SollevAzione risponde:
    10 aprile 2017 10:09

    Condivisibile il senso del commento delle 19:40.
    Chi ci segue sa che abbiamo preso le distanze da chi si era fatto soverchie illusioni su Trump.
    La geopolitica di un impero non cambia con l'arrivo di questo o quel presidente, segue piuttosto costanti determinate.
    Riguardo ai "salviniani" che commentano i nostri articoli... mah... si ricrederanno, prima o poi.
    Meglio lasciare quindi aperta una finestra di dialogo...

  • Anonimo scrive:
    10 aprile 2017 17:09

    Qualche tempo fa Petrosillo sostenne l'esistenza di possibili accordi per sostituire Assad presi di concerto coi russi. Forse stiamo semplicemente assistendo al materializzarsi di quegli accordi. Forse stanno solo procedendo alla spartizione della Siria fra le varie potenze secondo uno degli scenari che avevano predisposto sottobanco ognuno recitando la sua parte in questa tragica commedia.

    Leggiamo infatti che "Tillerson ha confermato che dopo Lucca il 12 aprile volerà a Mosca per il primo incontro diretto con il suo collega Lavrov".

  • Anonimo scrive:
    11 aprile 2017 01:03

    pessimo articolo, qualunquista e quasi-piddino.
    non avete capito che le "primavere" non hanno nulla di spontaneo. non avete capito che la russia è intervenuta legalmente invitata da un presidente eletto che ha l'appoggio della stragrande maggioranza. non avete capito che isis e compagni di merende minacciano direttamente la russia, stazionando attualmente ad appena 500km a sud della frontiera russa.
    non avete capito che un mondo multipolare è mille volte meglio di uno dominato da un solo impero (americano).
    vi siete dimenticati che gli anglo-americani hanno sempre usato i fondamentalisti islamici come loro legione straniera, come quando 500 anni fa sui mari gli inglesi usavano i pirati.
    almeno nel 91 quando bush interveniva in iraq la sinistra di classe faceva cortei robusti e incazzati con contorno di scioperi e scuole occupate.
    oggi vi siete fatti fagocitare dalla piddinità delle esportazioni di democrazzzia contro presunti gaddywy diddadory.
    che desolazione...
    antonio.

  • Redazione SollevAzione risponde:
    11 aprile 2017 12:52

    "PESSIMO COMMENTO QUASI-FASCISTA"

    verrebbe da rispondere così, pan per focaccia, ad Antonio (vedi commento sopra)...
    A colpi di scure, di semplificazioni, di contumelie....
    Ma noi non siamo di questa pasta.
    Abbiamo pubblicato l'articolo del Campo Antimperialista perché invece lo riteniamo ponderato, frutto di studio, e di conoscenze più che dirette del campo di battaglia e di molti suoi protagonisti. Un organizzazione, il Campo, che quando avvenne l'aggressione englo-americana all'Iraq era la prima linea a difesa della Resistenza irachena, mentre quella che Antonio definisce la "sinistra di classe", in molti casi andava dietro a quelli per cui... "Né con Bush né con Saddam"... Una "sinistra di classe" che quando la Resistenza cadde nelle mani dei settori dell'islamismo sunnita takfiro, invece di ragionare, di comprendere la radici storiche, sociali , religiose e nazionali profonde che stavano dietro a quella metamorfosi, preferì rifugiarsi dietro alla baggianata che gli islamisti sunniti... erano.. "una costola della CIA (sic!).
    Così facendo, trincerandosi dietro ad un complottismo islamofobo e volgare, questa "sinistra di classe", si è preclusa ogni possibilità di capire i grandi movimenti tellurici che scuotono il mondo musulmano (non solo arabo: vedi la rivoluzione del 1979 in Iran).
    «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere»
    Ludwig Wittgenstein

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