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mercoledì 8 febbraio 2017

IL SUICIDIO DI MICHELE di Enea Boria

[ 8 febbraio ]

La toccante lettera (vedi più sotto) con cui Michele ha giustificato il suo suicidio sta facendo il giro delle rete e dei media di regime. Una lettera, osiamo dire, filosoficamente densa, frutto del disastro sociale, ma anche figlia di T.I.N.A. (There Is No Alternative) e della cultura nichilistica che va per la maggiore e che dev'essere combattuta. Ci torneremo su....


Vedete: non perdere tempo con gli scannamenti correntizi delle sinistre in questo paese non è un atto di settarismo o di spocchia, ma di pulizia morale.
Si muore così in questo paese, come questo tragico articolo ci mostra; mentre si sa benissimo quali siano i problemi ma non si riesce a farne un orizzonte di lotta perché:
- qualcuno deve coltivarsi l'orticello,
- qualcun altro la rendita di posizione,
- a qualcun altro rode il culo dover, prima di riposizionarsi, ammettere che da 30 anni in qua non ci ha capito un cazzo,
- qualcun altro ancora deve difendere una idea di internazionalismo ( astratta ) e pure mutuata dai liberisti e gli interessa di più sentirsi puro che concreto
- qualcun altro, ancor più prosaicamente, ha una cadrega sotto al culo a Strasburgo e 15.000 €/mese di entrate, e che vuoi fare, sputarci sopra?
Vale per tutti, non è che c'è qualche soggetto meno colpevole e qualcuno di più.

Questo discorso vale dalla Rifondazione Comunista che resta inchiodata alla ferreriana teoria del tubetto di dentifricio e che perora la causa della disobbedienza all'UE dall'interno, come se essa fosse possibile dopo la dimostrazione empirica greca del fatto che l'unico modo per essere contro è essere fuori.

Questo discorso vale per Sinistra Italiana che ancora considera una base di discussione seria l'emendamento alla tesi n.14 del proprio congresso, a firma Cofferati, Castellina, Casarini ( e altri ) pensato per disarmare in un modo purchessia il pericoloso avventurismo della tesi base, per la quale si è impagnato Fassina, che invece costituisce proprio il risicatissimo minimo sindacale del senso della realtà necessario per provare almeno a rimettersi a ragionare sul mondo reale.

Questo discorso vale per tutti gli altri gruppi e gruppetti che, rifugiatisi in una dimensione parallela di rifiuto della realtà, si lavano la coscienza predicando rivoluzioni perché con una qualsiasi riforma è inutile sporcarsi le mani e come risultato non fanno altro che predicare allo specchio quanto son bravi non capendo quanto, in realtà, siano semplicemente inutili.

Questo discorso vale per chiunque consideri la propria ristretta identità più importante della vita di Michele.

Basta.

L'Unione Europea, epifenomeno regionale della globalizzazione, è in crisi e né i grandi capitalisti né gli eurocrati loro portaborse, né i nostri governanti-maggiordomi dei ceti dominanti, hanno una soluzione ovvia dall'alto per risolvere il problema: abbatterla per ripristinare condizioni minime di democrazia cioè di eguaglianza sostanziale, garantite dallo stato sociale e dall'impegno dello Stato per la piena occupazione in regime di economia mista, è UN DOVERE NON RIMANDABILE.
E' una questione di pulizia morale.

Non ce l'abbiamo altri 5 anni da spendere per spiegare a dirigenti politici decotti e ai 14 militonti che ancora gli vanno dietro convinti che la loro identità sia l'europeismo più che non la difesa del lavoro contro il capitale, che i DEF vengono stilati tenendo conto di parametri quali l'output gap o la disoccupazione di equilibrio non inflattiva e che quindi, per tenere in piedi l'euro, in Italia non possiamo far scendere la disoccupazione sotto l'11% o in Spagna e in Grecia sotto il 20%.

Non ce li abbiamo altri 5 anni per redimere idioti, cerebrolesi, liberisti per sentito dire convinti di essere comunisti, e/o collusi che devono fare discorsi compatibili con lo status quo perché devono difendere la propria seggiola da assessore eletto stando al gancio del PD.
O troveranno una soluzione dall'alto alla crisi europea completando questa oscena restaurazione oligarchica che della democrazia ci lascia solo formali e vuoti simulacri, o la soluzione l'avremo da destra, passando la liberismo a fascismo, da padella a brace.
Stretti tra Scilla e Cariddi bisogna lavorare SUBITO a una soluzione democratica, chiaramente altra sia alle destre liberiste sia alle destre xenofobe, al cui servizio tutte le sinistre devono mettersi senza farci perdere ulteriore tempo in CAZZATE.

Chi non ha capito dopo 8 anni di crisi non è parte della soluzione ma del problema; dirigenze che si ostinano a non dire il necessario o sono troppo inette o troppo in malafede.
Nel frattempo destre più spregiudicate cavalcano la medesima contraddizione condendola con razzismi assortiti, islamofobia e prospettive di stato minimo cioè di liberismo con altri mezzi. ( Da AfD alla Lega passando per FN la musica è sempre la stessa: sicuritarismo sbirresco, guerra tra poveri, odio verso i più disgraziati invece che verso gli sfruttatori, modello dello "stato minimo" liberista reiterato con altri mezzi, transitando dal mercantilismo subìto al mercantilismo praticato )
Insomma parliamo dell'ennesimo tragico inganno, ma ugualmente più "credibile" agli occhi del sofferente popolo lavoratore perché almeno essi partono dal confrontarsi con una contraddizione reale che la gente ha ormai compreso e che a sinistra si preferisce continuare ad esorcizzare.

Serve un movimento popolare, democratico, socialista ( ma si può anche non dirlo apertamente se qualche democratico non troppo di sinistra si spaventa per i nomi. I nomi non sono mai una priorità rispetto alla sostanza ) ma non identitario, al limite populistico, che parli semplicemente e dica la verità.
Lo dobbiamo a Michele.

Tutto il resto, diciamocelo, sono ormai soltanto squallide seghe mentali; masturbazioni in politichese cinicamente dispensate stando coi piedi sopra le tombe dei morti, chiacchiere che non meritano più alcun rispetto.

Quando non ci sono più soltanto in ballo culture e identità politiche ma le tombe di ragazzi ancora giovani che si ammazzano perché questa società è diventata troppo oscenamente ingiusta, essere pratici e pragmatici oltre che indisponibili a ulteriori perdite di tempo, diventa una questione sopra a tutto il resto di pulizia morale.



LA LETTERA D'ADDIO DI MICHELE

Con questa lettera un trentenne friulano ha detto addio alla vita. Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene pubblicata per volontà dei genitori, perché questa denuncia non cada nel vuoto: «Di Michele - dice la madre - ricorderemo il suo gesto di ribellione estrema e il suo grido, simile ad altri che migliaia di altri giovani probabilmente pensano ogni giorno di fronte ad una realtà che distrugge i sogni»

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.
Michele
Da Il Messagero veneto (edizione di Udine) del 7 febbraio.
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6 commenti:

  • Legge Mancino n°205 scrive:
    8 febbraio 2017 14:39

    Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
    P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
    Ho resistito finché ho potuto.

    Da imparare a memoria.
    Che la terra ti sia lieve connazionale Michele.

  • Anonimo scrive:
    8 febbraio 2017 15:40

    Grazie, Michele, per la forza, dignità e amore che sei riuscito a trasmettere, nonostante tutto, fino all'ultimo.

    Prima o poi tutti dobbiamo scoprire, almeno per noi stessi, il volto originale della nostra invincibile umanità.
    Quanto più faticheremo a riconoscerci tanto più caro sarà il prezzo di quel tradimento.

    Niente più distante dalla gloria umana che la boria di certi politici, coltivata segretamente nella mite passione di mangiare dalle mani ingioiellate dei loro padroni.
    francesco

  • Anonimo scrive:
    8 febbraio 2017 15:41

    Michele ha sbattuto in faccia a chi ancora riusciva a evitare di vederlo perché tutto sommato ce la faceva a vivere con sufficiente agiatezze e non voleva rovinarsi il suo benessere, magari limitato, relativo, o anche semplicemente per pigrizia e quieto vivere, per troppa indifferenza verso gli altri, l' abisso di barbarie e disumanità in cui é precipitato il mondo in cui viviamo.
    E lo ha fatto con grandissima dignità e con incredibile serenità e lucidità; almeno incredibile per me che ho avuto la fortuna di non trovarmi mai a vivere quello che lui ha vissuto e o oggi me ne seno quasi in colpa: il tono delle sua parole mi ha ricordato l' incredibile tranquillità della voce di Salvador Allende che sotto il bombardamento del palazzo della Moneda si congedava dai lavotaori del suo paese certo che "la storia é nostra"; fiducia nel futuro che purtroppo Michele non poteva più permettersi.

    Forse personalmente avrei apprezzato di più un gesto clamoroso di rivolta prima del suicidio; che ne so, un tentativo di attentare alla vita di qualche uomo-simbolo dell' insopportabile barbarie presente; da Mario Monti alla Fornero, a Renzi a Draghi c' é solo l' imbarazzo delle scelta; ma forse questa é solo una miserabile suggestione estetizzante di uno che non sa proprio che cosa vuol dire provare quello che Michele ha provato, e dunque dovrei solo vergognarmene; ad ogni modo non mi permetterei certo di criticare chi nelle sue stesse condizioni cercasse prima di dare la giusta punizione a qualcuno dei responsabili dell' abominio presente (e certamente considererei un miserabile ipocrita degno del più profondo disprezzo e dell' odio più viscerale chi si permettesse di condannarlo).

    Chiunque abbia un minimo di sensibilità umana non può non sentire le sue ultime parole come una condanna inappellabile dello stato di cose presenti, che chiama a una spietata autocritica per le proprie debolezze e le carenze del proprio agire e del proprio pensare anche tutti coloro che lottano per sovvertirlo da cima a fondo.
    Sono parole che fanno giustamente, sacrosantamete male a tutti, ma che fanno anche bene perché ci costringono a rimboccarci le maniche e a cercare di essere sempre più decisi e coerenti, se non vogliamo provare vergogna guardandoci allo specchio.
    Per questo dovremo scolpircele bene nella memoria, non dimenticarle mai.

    Dobbiamo sentirci tutti dei doveri morali inderogabili verso Michele, come se fosse un nostro figlio o un nostro fratello perché ormai é realmente figlio di tutti gli uomini onesti e assetati di giustizia; dobbiamo sentirci in dovere di lottare pure per lui, anche se lui nemmeno poteva più permettersi di coltivare la speranza in un futuro migliore almeno per gli altri; e anzi, forse ancor di più per questo.

    G.B.

  • Redazione SollevAzione risponde:
    8 febbraio 2017 18:01

    Condividiamo completamente le parole di G.B qui sopra.
    Ovvero, avremmo "apprezzato di più un gesto clamoroso di rivolta prima del suicidio".
    Ma sulla potentemente tragica lettera d'addio di Michele, ci si deve tornare su, profondamente, al,meno tanto quanto è stato profondo Michele.
    la Redazione

  • un giovane proletario scrive:
    8 febbraio 2017 19:04

    Michele ha scritto di voler morire, ma ci ha anche ricordato che è giusto ribellarsi, che è giusto lottare, che questo pensiero unico e questo mondo non è il solo modo di pensare e non è il solo mondo possibile.
    Michele non è solo un connazionale, come ha scritto qui sopra. Anche i padroni che hanno detto no ai suoi colloqui di lavoro erano connazionali. Michele era un proletario, l'unica nazione in cui mi riconosco.
    In altri paesi, come la Tunisia, il suoicidio di un proletario ha fatto scattare una rivoluzione internazionale.
    E' ora che anche noi ci incazziamo.

  • Federico Parigi scrive:
    9 febbraio 2017 00:22

    Evento terribile che mi tocca nel mio profondo esistenziale.
    Sono un ex cococo istat (7 anni) poi esternalizzato cocopro ipsos (altri 7 anni), poi in novembre 2016 mi hanno cacciato via con una e.mail, perciò ora sono disoccupato.
    Nell'ultimo lustro stavo cadendo in depressione (forte abuso di alcol, grave tabagismo, sovrappeso, continui pensieri di morte, insonnia ecc)il fondo era vicino, la mia vita non aveva più alcun significato. Probabilmente sono stati i 20 anni in più che ho di Michele che mi hanno salvato, perché ho conosciuto moltissime persone anziane e il racconto dei loro ricordi nel fronte Romognolo "sono sopravissuto in dei fossi mangiando erba per interi inverni" mi ha reso chiaro la forza interiore di queste persone e ho avuto un esempio da seguire.

    Lottare per sopravvivere non è affatto umiliante caro Michele, anzi è fonte di felicità. Si, felicità! Ho rinunciato all'auto e ha tutto il resto del fottuto consumismo. Ho smesso di fumare e di bere e sono dimagrito 18 kg,pratico sport e voglio vivere lottando.
    Ovviamente nei tempi oscuri odierni devo farlo in completa solitudine e perciò ho dovuto resettare completamente tutta la mia mente, banalizzando : da Marx a Stirner.

    Sono molto triste per te Michele, se avessi potuto darti la forza di lottare parlandoti delle mie esperienze.

    La solitudine ti ha ucciso, Michele.



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