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venerdì 20 gennaio 2017

LA MEGLIO RIFONDAZIONE CHE C'É. Le "Tesi alternative" di Dino Greco

[ 20 gennaio ]

EURO, UNIONE EUROPEA, SOVRANITÀ NAZIONALE E POPOLARE: LE TESI ALTERNATIVE DI DINO GRECO (nella foto)

Il Comitato politico nazionale del Prc, svoltosi il 14 e 15 gennaio scorsi, ha licenziato i documenti che saranno sottoposti alla discussione degli iscritti in vista del X° Congresso nazionale —che si svolgerà a Spoleto dal 31 marzo al 2 aprile. Di contro al documento della maggioranza capeggiata da Paolo Ferrero— né uscita dell’Italia dall’Ue, né abbandono dell’euro, bensì disobbedienza ai trattati— il compagno Dino Greco (di cui avevamo due anni fa pubblicato le sue posizioni critiche) ha opposto delle Tesi alternative lucide sul piano dell'analisi e pienamente condivisibili sul piano strategico. 
Pubblichiamo qui la «TESI A». Un'altra dimostrazione che c'è vita a sinistra...


L’Europa, l’euro, la lotta contro i trattati europei e l’austerity

«Quando la dissoluzione della sovranità nazionale non mette capo ad una democrazia sovranazionale ma al dominio delle nazioni più forti, la rivendicazione della sovranità non è un regresso agli albori dell’assolutismo, ma un progresso verso la riconquista della democrazia»
(Mimmo Porcaro)

1. Sin dalla metà degli anni Settanta, il capitalismo ha abbandonato ogni velleità prometeica, di progresso universale, e ha rotto il compromesso post-bellico con la democrazia.

Nell’indirizzo al vertice della Commissione trilaterale del giugno ’91, David Rockefeller tracciò con chiarezza la nuova linea: “la sovranità sovranazionale di una élite intellettuale di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale dei secoli scorsi”.

Più esplicitamente ancora si esprimerà la banca J.P. Morgan nel maggio del 2013 col noto documento in cui essa “suggerisce” di liquidare “le Costituzioni adottate in seguito alla caduta del fascismo”, poiché troppo permeate dalle idee socialiste, dalla eccessiva presenza di un movimento sindacale organizzato, da un ingombrante sistema di protezione sociale e da un sovraccarico di democrazia.

Per il capitale che si internazionalizza, che abbatte ogni frontiera e non riconosce altro statuto che quello insito nel suo codice genetico, lo Stato-nazione è il nemico da abbattere, perché lì e solo lì possono materializzarsi forze antagonistiche potenzialmente capaci di ostacolare il progetto di sussunzione al capitale di ogni rapporto economico, sociale, umano.

Portare la lotta “al livello del capitale” non significa dunque accettare il terreno di scontro ad esso più favorevole (quello di un’eterea, inafferrabile dimensione sovranazionale, nel nostro caso europea), ma di porsi rispetto ad esso in una posizione asimmetrica, costringendolo a calcare gli stivali nella “palude” degli stati nazionali, nella dimensione territoriale, cioè nei luoghi dove è concretamente possibile – nelle forme date – organizzare il conflitto e la resistenza contro le politiche di austerity.

L’ “unità minima” ove portare il conflitto antagonistico si identifica con lo Stato nazionale perché, nella situazione presente, solo esso può avere la forza di reperire – in piena coerenza con la legge fondamentale della Repubblica - i mezzi finanziari indispensabili per riattivare la mano pubblica, non in un recinto autarchico ma, al contrario, per ostacolare i movimenti destabilizzatori del capitale e aprire nuovi spazi cooperativi internazionali.

Occorre infatti non perdere di vista che l’Ue è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario; l’architettura monetarista che esso ha posto a suo fondamento serve a stabilizzare e “blindare” quel potere.

Siamo cioè di fronte ad una vera e propria ristrutturazione della formazione economico-sociale capitalistica che coinvolge la struttura economica (cioè il modello di accumulazione), i rapporti di proprietà, la sovrastruttura politica e giuridica, i modelli istituzionali ed elettorali e l’ideologia che rende coeso il blocco sociale dominante.

L’ambizioso progetto è quello di liquidare in radice il welfare novecentesco, ridurre i salari a livello di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista con l’obiettivo di rendere permanente l’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo, condizione indispensabile in una fase della storia in cui la composizione organica e la stupefacente concentrazione del capitale hanno raggiunto un livello tale da non riuscire a offrire agli investimenti un adeguato rendimento.

Il livello dello stato nazionale e i vincoli costituzionali che ne plasmano la sovranità rappresentano per il capitale un ostacolo da rimuovere in quanto intrinsecamente contraddittori con quel progetto: un progetto non negoziabile perché ne va della stessa missione delle classi dominanti.

2. L’ordinamento comunitario, il combinato disposto dei trattati, è radicalmente antinomico rispetto a quello della Costituzione italiana del ’48 perché sovverte la gerarchia delle fonti del diritto, distruggendo sovranità popolare e indipendenza nazionale. Esso mira a costruire uno spazio economico senza frontiere interne ispirato al “principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza”. Aderendovi e applicandone i dispositivi in via esecutiva il parlamento italiano ha sovvertito la gerarchia delle fonti del diritto, generando “norme distruttive ed eversive della stessa Costituzione”.

La Costituzione del ’48 non accoglie né il modello dell’economia di mercato, né il generale principio della libera concorrenza. Anzi: l’articolo 41 afferma con chiarezza che la libertà d’azione dei soggetti economici privati trova il suo limite nei “programmi” e nei “controlli” necessari affinché tanto l’attività economica pubblica quanto quella privata “possano essere indirizzate a fini sociali”.

La Costituzione – in termini di principio e prescrittivi – affida alla mano pubblica il disegno globale dell’economia, esattamente per la ragione che Palmiro Togliatti espose nel dibattito alla prima sottocommissione dell’Assemblea Costituente (1947) intorno al tema delle “Relazioni economico-sociali” e a quello che diventerà poi il Titolo III della Carta. E cioè che “il non intervento dello Stato in una società capitalistica equivale ad un intervento a favore della classe dominante”. Vale a dire “al riconoscimento che chi è più forte economicamente può dettare le condizioni di vita di chi è economicamente più debole”.

Ciò di cui si incarica la Costituzione è di porre un limite cogente all’asimmetria di forza fra capitale e lavoro.

Non occorre essere fini costituzionalisti per capire che l’antinomia fra le due architetture di sistema condurranno ben presto alla totale liquidazione dell’articolo 41 della Costituzione, trasformandolo nel suo rovescio.

Una nuova lettura della Costituzione nel senso del primato del mercato non può non risolversi nello spostamento delle finalità dell’intervento pubblico dalla funzione programmatoria alla funzione di rimozione degli ostacoli al funzionamento del mercato, nella subordinazione dei fini sociali a quelli della remunerazione del capitale (cioè del profitto).

Esattamente come nella teoria liberale classica, lo Stato ha la funzione di assicurare e proteggere da ogni e qualsiasi turbativa la proprietà e il modo capitalistico dell’accumulazione privata.

Così stando le cose, tutti i diritti sociali storicamente conquistati dalle classi lavoratrici diventano, nella loro integralità – primo fra tutti il diritto al lavoro – come altrettanti limiti all’esercizio stesso del diritto di proprietà.

Il diritto alla tutela contro il licenziamento ingiustificato, a condizioni di lavoro sane, sicure, dignitose, la protezione in caso di perdita del posto di lavoro cessano di essere “giuridicamente vincolanti”.

Si spiega così la vicenda ormai famosa della lettera che il presidente entrante e quello uscente della Bce indirizzarono al governo italiano il 5 agosto 2011 (un vero memorandum) in cui si subordinava il sostegno ai nostri titoli del debito all’adozione di varie misure fra cui, in particolare, una riforma della contrattazione collettiva che permettesse di “ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende” e “un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti (…) in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi”. Ogni diversa soluzione implicherebbe infatti un’interferenza inammissibile rispetto all’obiettivo di “un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza” che è l’unico possibile assetto compatibile con le finalità stabilite dall’articolo 3 del TUE.

In conclusione: mentre la nostra Costituzione collocava lo Stato – e in esso il lavoro – in una posizione di primazia, attribuendogli potestà rilevantissime in ordine alle decisioni circa cosa, come e per chi produrre, i trattati europei, secondo il dogma liberista, hanno inteso costruire uno spazio retto dalla libera concorrenza.

La Costituzione pretendeva di stabilire un proprio ordine entro il quale costringere la libertà degli affari, l’Ue impone un ordine di libertà per il compimento degli affari.

3. La nostra linea di attacco deve sapere individuare l’anello debole della catena e il punto di maggiore fragilità dell’impianto è l’euro.

Trattati e moneta sono un tutto organico e l’euro svolge una fondamentale funzione di gerarchizzazione fra paesi creditori e paesi debitori, fra sud e nord, appunto attraverso la costruzione forzosa di un’unica area valutaria imposta ad economie del tutto diverse.

L’avere persuaso che la moneta è un elemento neutro nell’assetto capitalistico europeo è uno dei più stupefacenti successi ideologici delle classi dominanti.

Ora, delle due l’una: o disobbedire ai trattati ha un significato concreto, e allora comporta l’uscita dall’euro, oppure la disobbedienza si traduce in un puro atto propagandistico, in attesa di una palingenesi democratica dei popoli che, più o meno all’unisono, dovrebbero ad un certo punto decidere di liberarsi dalle proprie catene.

Se “noi non ci battiamo né per l’uscita dell’Italia dall’Ue, né per l’abbandono dell’euro”, la dichiarata intenzione di mettere in crisi l’Ue “attraverso forzature” si risolve in nulla perché nessun significativo atto di rottura è in realtà nella cifra della nostra politica.

Alle altisonanti affermazioni in base alle quali “l’Ue va rovesciata” in quanto quella gabbia “non è riformabile” dall’interno attraverso logiche emendative e va perciò “spezzata”, corrisponde nella pratica una strategia del tutto priva di mordente perché mentre si limita ad evocare la necessità di un accumulo di forze in vista di un futuro rovesciamento, paventa colossali contraccolpi economico-sociali ove le condizioni di una rottura si realizzassero sul serio in singoli paesi, trascurando che l’exit di un paese forte genererebbe una reazione a catena e la frana dell’intero edificio.

Nella impalpabilità di una linea convincente della sinistra di classe è la destra a candidarsi a ereditare il consenso popolare per indirizzarlo verso esiti reazionari, mentre noi veniamo ignorati o reclutati nel campo di un europeismo malpancista che tuona molto senza mai fare piovere.

“Mettere nel conto” la possibile “autocombustione” dell’euro in forza delle contraddizioni interne ai gruppi dominanti, subirla e basta, significherebbe relegarsi in una posizione di subalternità non recuperabile, a babbo morto, con improvvisazioni tattiche dell’ultima ora.




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