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sabato 21 gennaio 2017

DONALD TRUMP, IL TRADITORE di Luciano Barra Caracciolo

[ 21 gennaio ]

CARE ELITES GLOBALISTE,TRUMP E' UN ACCETTABILE COMPROMESSO. NON VI DATE LA ZAPPA SUI PIEDI

ANTEFATTO- (ANSA) - "Ricostruiremo il Paese con mani americane e posti di lavoro americani": lo ha detto Donald Trump...
Il sito della Casa Bianca passa all'amministrazione Trump. E subito si hanno le indicazioni di quelle che potrebbero essere le prime mosse del 45mo presidente americano. "La nostra strategia parte con il ritiro dalla Trans-Pacific Partnership e dall'accertarci che gli accordi commerciali siano nell'interesse degli americani". Il presidente Trump è impegnato a rinegoziare il Nafta", l'accordo di libero scambio con Canada e Messico, e se i partner rifiutano di rinegoziare il presidente insisterà sulla "sua intenzione di lasciare l'accordo di libero scambio del Nafta".



Hanno fatto il deserto e lo chiamano pace; hanno distrutto la democrazia, rendendola un triste rito idraulico, e lo chiamano politically correct; hanno calpestato e umiliato miliardi di esseri umani e lo chiamano "futuro".

1. La vulgata tristemente trasmessa dalla solita grancassa, in affrettata frenesia para-espertologica, spinna disperatamente i termini di "protezionismo" e di "turbonazionalismo".
Dunque, viene chiamato protezionismo qualsiasi freno al globalismo liberoscambista che si continua a contrabbandare come promotore di crescita e di benessere diffusi, contro ogni evidenza (pp.4-6) dei dati economici mondiali degli ultimi decenni, che indicano la flessione della crescita e il dilagare della concentrazione di ricchezza, nonché di disoccupazione e, soprattutto, sotto-occupazione, come frutto di tale paradigma. 
Un paradigma che, per essere precisi, è la conseguenza non di irresistibili fenomeni naturalistici, ma essenzialmente di imposizioni derivanti da risoluzioni di organismi economici sovranazionaliche hanno alterato radicalmente (v. p.9) il mandato, cooperativo e riequilibratore, originariamente previsto dai trattati che li hanno istituiti, ovvero di imposizioni poste da nuovi trattati che hanno dato luogo al fenomeno del "diritto internazionale privatizzato": privatizzato sugli interessi della ristretta elite che ne impone il contenuto attraverso la sistematica capture dei delegati statali che vanno a negoziare (come ci attesta la lettura di "The Bad Samaritans").

2. Quindi, limitare tale gigantesca concentrazione di potere politico, prima ancora che economico, che vanifica ogni traccia di democrazia dei popoli sovrani (che formalmente dovrebbero decidere se aderire a questi trattati secondo il criterio della democratica decisione fondata sull'interesse nazionale), sarebbe protezionismo; o addirittuta "turbonazionalismo".
C'è un'inesorabile illogicità in tutto questo, una strumentalità manipolatrice che stride con il fatto che gli stessi sostenitori del globalismo liberoscambista si scagliano contro le fake-news, quando il loro gigantesco, e praticamente monopolistico (in senso mondiale),sistema mediatico e di condizionamento culturale, si fonda sulla sistematica diffusione, ultradecennale, di slogan offerti come "fatti" e mirati a nascondere la realtà e gli effetti della globalizzazione istituzionalizzata per via di trattato.

3. Dunque, in questo processo di alterazione sistematica dell'opinione di massa, non c'è mediazioneo il liberoscambismo distruttore della dignità mondiale del lavoro e disarticolatore esplicito di ogni forma di welfare, o la feroce condanna di ogni istinto di sopravvivenza di comunità sociali e di interi popoli, con la demonizzazione di qualunque cosa che assomigli ad un recupero della dimensione solidaristica dell'interesse nazionale:l'individualismo metodologico hayekiano, malthusianamente sterminatore dei deboli e dei "perdenti" della globalizzazione, vuole Elysium e lo vuole senza tollerare obiezioni.

Trump riscopre l'interesse del popolo che lo ha eletto, e di cui si afferma essere parte, e condanna un establishment che si è contraddistinto per uno spietato egoismo, a malapena mascherato dai diritti cosmetici del politically correct, che serve a generare i conflitti sezionali (p.4) su cui prospera il potere sempre più ristretto dei sempre più privilegiati?
Ovviamente, essendo uno di questi privilegiati, è un traditore

4. Ma non possono dirlo così, sic et simpliciter: parte piuttosto l'accusa di populismo, ildebunking un tanto al chilo, finanziato da non si bene chi, e alimentato da strani fuoriusciti dai "servizi" occidentalil'anatema di nazionalista-e-quindi-guerrafondaio, dimenticando, con una faccia tosta che solo la dittatura mediatica prezzolata può consentire, che mai tanti conflitti, in tutto il mondo, sono stati alimentati, sovvenzionati e tenuti in vita a oltranza, come da quando vige il Washington Consensus e l'€uropa della pace e della cooperazione.

Il fatto è che "protezionismo" è un concetto "relazionale": come dice Bazaar, si definisce in funzione dell'oggetto, cioè di ciò che si vuole veramente proteggere.
In tal senso, la globalizzazione istituzionalizzata attuale è la più grande e violenta forma di protezione degli interessi di un'elite sempre più arroccata che si sia mai vista nella Storia.

5. Lo stesso liberoscambismo è, da sempre nella Storia, il protezionismo di coloro che, raggiunta la posizione dominante nei commerci e nei vantaggi comparati della propria produzione industriale, toglie la scala agli altri, in basso, e gli impone, irridendoli moralisticamente (!), di sforzarsi di salire.
Con la gigantesca truffa delle riforme strutturali imposte a suon di condizionalità a Stati esautorati di ogni democrazia, in forza del debito verso il sistema privato bancario mondiale, che si assicura previamente di disarticolare la sovranità monetaria e la praticabilità di uno sviluppo socialmente sostenibile nei singoli paesi del mondo.

Persino il paese leader di questo movimento, cioè gli USA, coi suoi neo-cons, coi suoi ignorantissimi "intellettuali" teorici della "fine della Storia", (già: basta cancellarne i fatti e alterarla a proprio piacimento e finanziare i politici locali affinchè tengano il gioco, contro i popoli che li eleggono!), non ne può più.
Trump, potrà piacere o non piacere ai gusti estetici e etici dell'opinione pubblica occidentale e, in particolare, €uropea.
Ma si rassegnino, i cultori ben pasciuti di questa estetica moraleggiante che finisce sempre per sostenere, da sinistra specialmente, le stesse visioni delle elites, e del FMI, di World Bank,di Goldman & Sachs, di JP. Morgan, dell'OCSE, della Commissione UE e della BCE, - insomma del capitalismo iperfinanziarizzato che prospera sul debito e fa pagare le insolvenze che provoca ai cittadini, contribuenti e/o risparmiatori. 
Trump è solo il primo vagito di una reazione della comunità vera dei popoli oppressi.

6. Non sarà certo eliminando luicon le trappole e i pozzi avvelenati disseminati dentro l'apparato dell'US Government, dagli interessi oligarchici che esprimono, a titolo privatizzato, gli interessi dell'oligarchia globalista, che si fermerà la marea ormai montante della insofferenza di schiaccianti maggioranze popolari contro questo paradigma antiumanitario.

Abbiamo già detto, più volte, che lo stesso termine protezionismo designa realtà storiche che, nella stessa letteratura economica, sono diverse se non opposte. Lo ripetiamo perché non fa male:
a) Il protezionismo adottato da Potenze imperialiste è l'altra faccia del liberoscambismo, perché ne costituisce l'evoluzione, conservativa delle posizioni dominanti raggiunte e, al tempo stesso, anche l'utile strumento oppositivo alla contenibilità di tali posizioni da parte di altri competitor statuali.
Questa evoluzione (connaturale agli interessi consolidati delle oligarchie che hanno promosso l'imperialismo liberocambista nella fase di conquista) può logicamente preludere al vero e proprio conflitto armato tra potenze imperialiste: ciascuna supportata dalle rispettive nazioni satellite, colonizzate politicamente o economicamente.
b) Il protezionimsmo adottato da ordinamenti nazionali in via di sviluppo, e non dominanti sui mercati internazionalizzati, è invece un ragionevole strumento di crescita del c.d."infant capitalism", come spiegato da Chang ne "I Bad Samaritans" con riguardo a casi non certamente guerrafondai quali la Corea o, oggi, in UE, la "fascista" Ungheria. 
6.1. Quando, dunque, non si tratti di Stati che, dal loro passato imperialista e colonialista, risultino ossessionati dalla egemonia sugli altri, il "protezionismo" nelle sue varie e modulabili forme, si rivela in definitiva uno strumento di avvio della democrazia economica e socialmente inclusiva; al contempo, se lealmente riconosciuto in funzione delle diverse esigenze di sviluppo della varie società statali, è uno stabilizzatore degli interessi dell'intera comunità internazionale a una convivenza pacifica".
7. Ma il fenomeno (apparentemente) nuovo, in cui si inscrive l'affacciarsi sulla scena di Trump, - e che una volta compreso fa capire perché persino fermare un presidente eletto della più potente nazione del mondo si rivelerà inutile-, è un altro.
Infatti, il paradigma della illimitata libertà di circolazione dei capitali, delle banche centrali indipendenti che generano l'idea cialtronica che gli Stati siano debitori di diritto comune, e della conseguente "lotta all'inflazione", contrabbandata come la "più iniqua delle imposte" (v. addendum) -  alimenta la terroristica confusione tra l'inflazione galoppante-brutta (che si instaura proprio laddove inizia a imporsi il liberoscambismo, o la c.d. "apertura delle economie", ai paesi economicamente più deboli, al fine di creare lo stato di necessità strumentale ad asfaltare ogni vagito democratico), con la presunta virtù della deflazione strisciante e permanente. 
Ma tutto questo genera la deindustrializzazione nelle democrazie (ex) avanzate, e la più devastante disoccupazione strutturale (come indica Rodrik, già citato), e pone anche i paesi un tempo prosperi, come gli USA, nella condizione disastrosa di continui stati di eccezione  finanziari e di vulnerabilità dei conti con l'estero, che, nel lungo periodo, ormai trascorso, genera il legittimo "rigetto" del potere istituzionale da parte del corpo sociale.

8. Quindi, non siate così tracotanti (segno della paura che vi inizia ad assalire), membri dell'elites e manutengoli mediatici che vi identificate in loro: se eliminate Trump, il problema rimarrà e, anzi, avrete ulteriori e più pesanti dosi della stessa reazione. Magari veramente incontrollabili e non mediabili. 
Quindi un beffardo contrappasso, proprio per voi: voi che, per risolvere la crisi che avete deliberatamente creato, sperando di farla franca per i secoli a venire, avete sempre propugnato, appunto, che occorressero "ulteriori dosi dello stesso veleno" (per usare l'espressione, per una volta felice, di Roubini), cioè incessanti "riforme strutturali".
Trump, infatti, dalle nomine di staff, alla coerenza complessiva di ciò che potrà portare a compimento, è pur sempre, in sé, un accettabile compromesso
Membri dell'elite e del suo establishment mediatico-espertologico-orwelliano, sappiate che è nel vostro interesse che almeno corregga, e pure rapidamente, gli orrori più eclatanti del globalismo istituzionalizzato e antidemocratico: non vi conviene, se foste mai stati capaci di comprensione e non in preda al delirante moralismo neo-liberista, che Trump fallisca.
9. Vi conviene, piuttosto, prendervi una bella pausa e augurarvi che Trump, coscientemente o meno (nessuno può scommettere sulla sua consistenza "culturale"), attui esattamente ciò che, negli anni '40 - quando per voi i "mulini" non erano più così bianchi e covavate la rivincita nel risentimento, senza aver evidentemente appreso la grande lezione della crisi del 1929-, indicava Kalecky (v. p.5):

...In un’economia nella quale l’attrezzatura produttiva è scarsa è quindi necessario un periodo di industrializzazione o ricostruzione […]. In tale periodo può essere necessario impiegare controlli non dissimili da quelli impiegati in tempo di guerra.» (10). Un’affermazione come questa basta da sola a mostrare tutta l’inconsistenza e la superficialità dell’identificazione, che tanto spesso si è voluta fare, fra keynesismo e politiche keynesiane, basate esclusivamente sul sostegno della domanda aggregata".

Se, anziché con la politica dell’offerta, il miglioramento dei conti con l’estero viene perseguito per mezzo della deflazione, il freno che ne deriva alla formazione di capacità produttiva tenderà ad aggravare ulteriormente la situazione. «E’ un affare molto serio - ha scritto un altro keynesiano della prima generazione, Richard Kahn - se l’attività produttiva deve essere ridotta perché la produzione a pieno regime comporta un livello di importazioni che il paese non può permettersi. Ed è un affare particolarmente serio se la riduzione in esame prende largamente la forma di una riduzione degli investimenti, inclusi gli investimenti volti alla formazione della capacità produttiva capace di farci esportare più beni a prezzi più concorrenziali e di diminuire la nostra dipendenza dalle importazioni.» (11).  


Se proprio occorre ridurre gli investimenti, afferma ancora Kahn, tale riduzione deve essere «altamente discriminatoria»: bisogna, cioè, tentare di «stimolare gli investimenti nelle industrie esportatrici e in quelle capaci di sostituire le importazioni, particolarmente nei settori in cui è l’attrezzatura produttiva a rappresentare la strozzatura, e di scoraggiarli in tutti gli altri settori. Le restrizioni monetarie possono, tuttavia, essere caricate di un contenuto discriminatorio solo con difficoltà ed entro limiti piuttosto ristretti. Vi sono qui, per eccellenza, forti ragioni per ricorrere a metodi alternativi di scoraggiare gli investimenti, e particolarmente a quei metodi che operano attraverso controlli diretti» (12).
Dal fatto che la sostituzione delle importazioni e il potenziamento della capacità di esportazione sono obiettivi di medio o lungo termine, mentre la deflazione va evitata fin dall’inizio (anche per non pregiudicare il raggiungimento degli obiettivi suddetti), può discendere la necessità di imporre controlli amministrativi sulle importazioni di particolari merci, e dunque sulla loro distribuzione all’interno del paese".
10. Ma i tedeschi, no, non capiranno mai che tutto questo devono augurarselo (finché sono in tempo...e non sono mai in tempo, come insegna la Storia): basta guardare in TV un intervento qualsiasi di Piller-Gumpel (mi rifiuto di distinguere tra l'uno e l'altro, anche perché, in genere, la mia mano, al comparire di un qualsiasi esponente della premiata ditta, corre alla fondina...del telecomando).
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2 commenti:

  • Anonimo scrive:
    24 gennaio 2017 11:39

    Se si parlasse un po più chiaro e ci si sforzasse di venir compresi non solo dai super ultra specialisti, forse la maggioranza dei lettori si renderebbe conto delle ragioni esposte in sostegno delle tesi di fondo di certi articoli che, di primo acchito, scoraggiano la riflessione e quindi annichilano le possibilità di dialogo. Si può pure riportare l'impressione di trovarsi di fronte a funambolismi sofistici eccellenti dal punto di vista dialettico ma nebulosamente inconsistenti dal punto di ista costruttivo.

  • Anonimo scrive:
    26 gennaio 2017 12:56

    D'accordo con l'anonimo sopra.
    E ciò vale in particolare per gli articoli di Orizzonte 48, scritti con evidenza per pochi specialisti di diritto e economia.

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