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venerdì 8 aprile 2016

RIVOLUZIONE E RELIGIONE di Renato Caputo*

[ 8 aprile ]

Che la visione del mondo mitologico-religiosa continui a segnare, anche in modo eminentemente tragico, la vita sociale e politica a livello internazionale, credo sia sotto gli occhi di tutti. Per quanto possano essere sovradeterminati, inconsapevolmente, da interessi più profondi di carattere strutturale, ossia socio-economico, per quanto possano essere strumentalizzati da dinamiche geopolitiche, è indiscutibile che dei giovani che si immolano “volontariamente”, uccidendo degli altri esseri umani per i quali non nutrono un odio specifico, non possono che farlo sul fondamento di credenze di carattere religioso. Per altro, come è altrettanto noto, la destra nei paesi a capitalismo avanzato, tende a giustificare la guerra imperialista (co-responsabile di questa micidiale spirale fatta di colonialismo e poi imperialismo neocolonialista-terrorismo-guerra di civiltà) proprio richiamandosi ai valori della tradizione cristiana.
Come abbiamo visto la stessa dialettica politica nazionale e la questione decisiva dei diritti civili continuano a essere ostaggio di un pesantissimo retaggio mitologico-religioso, che spesso costituisce uno dei principali argini alla soluzione non solo sul piano universale della ragione di tali problematiche, ma anche sul piano del diritto formale. Infine chi ha avuto la possibilità di assistere nella loro agonia i propri cari avrà dovuto constatare come le credenze mitologico-religiose abbiano una fortissima, se non determinante influenza anche sulle modalità di affrontare scientificamente uno spaventoso dolore interrompibile unicamente con la morte.
Come abbiamo visto in Marx e il bisogno di religione, nel numero 51 di questo settimanale, il Moro di Treviri fin dagli scritti filosofici giovanili si è confrontato criticamente sul “necessario” sopravvivere del bisogno di religione anche nelle società moderne. Anzi è proprio la modernità capitalistica a rendere necessarie, per la sopravvivenza di larghi strati di popolazione, soprattutto subalterna, dosi anche massicce di quella che Marx definisce“miseria religiosa” e che considera dialetticamente, al contempo “espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale”.
Abbiamo sempre potuto leggere un approfondimento, da un punto di vista storico di questa complessa questione, nell’articolo Il bisogno di un altro sguardo sulla religione, che in particolare riportava l’attenzione sul fatto che, anche in tempi recenti, una certa concezione della religione è potuta essere funzionale alla decisiva lotta contro l’imperialismo. Del resto credo sia sotto gli occhi di tutti che se da un lato la spirale imperialismo-terrorismo è alimentata, oltre che da fondamentali questioni concernenti la struttura socio-economica, da ideologie fondate su una visione del mondo mitologico-religiosa, è altrettanto vero che in diversi paesi in prima linea nella lotta all’imperialismo, dalla Palestina, al Libano, dall’Iran al Venezuela, una certa concezione politica della religione abbia svolto e continui a svolgere un elemento di coagulo di una parte significativa del fronte antimperialista.
Alla luce di tutto ciò riteniamo opportuno tornare sulla questione per richiamare all’attenzione l’attualità della riflessione sulla questione di uno dei massimi esponenti del “marxismo occidentale”, scandalosamente dimenticato dagli attuali intellettuali impiegati alla difesa del pensiero unico dominante, tutti presi a spacciare come progressive le prospettive anche radicalmente reazionarie di pensatori come Nietzsche e Heidegger, veri e proprio cavalli di Troia introdotti nelle casematte precedentemente conquistate dai progressisti all’interno della lotta per l’egemonia nella società civile.
In particolare vogliamo riportare l’attenzione su un’opera ancora più ingiustamente dimenticata del suo autore, Ernst Bloch, intitolata Ateismo nel cristianesimo del 1968. Che su tale opera smetta di riflettere, proprio per la scottante attualità dei temi che affronta, ilpensiero dominante è del resto più che comprensibile; che invece non vi si interroghi l’intellighenzia di sinistra, dimostra soltanto come sia purtroppo stata quasi completamente egemonizzata dall’ideologia dominante tutta tesa alla distruzione della ragione, per difendere dei privilegi sempre più fondati sulla mera violenza, che mettono in questione la sopravvivenza della civiltà umana e più radicalmente della stessa vita sulla terra.
Negli ultimi anni della sua vita Ernst Bloch, pur durissimamente colpito anche in prima persona, dall’oggettivo fallimento del primo grandioso tentativo di transizione al socialismo nell’Europa orientale, non smette di approfondire la sua originale e produttiva re-interpretazione della filosofia marxista, per consentirgli di adempiere sempre al proprio obiettivo di comprendere criticamente il proprio mondo storico in funzione di una sua radicale trasformazione che consenta di sviluppare ulteriormente la lotta per l’emancipazione del genere umano.
Così, nonostante Bloch non intenda certo rinunziare al suo rivendicato ateismo – prodotto del superamento dialettico della tradizionale visione mondo mitologico-religiosa nella moderna Weltanschauung scientifico-filosofica – ritiene che la carica utopista presente in alcune tradizioni religiose, quelle maggiormente segnate dalla tradizione teologica millenarista, possa servire da antidoto all’utilitarismo, al consumismo e al disperatoscetticismo che dominano le società a capitalismo avanzato secolarizzate. Tale rinascente interesse per la sfera religiosa non può, dunque, essere interpretato, come pure è stato fatto, come un semplice riflesso della sconfitta storica delle istanze progressiste negli stessi paesi in transizione al socialismo, né come legata alla radicale finitudine del genere umano, il cuiessere per la morte si ripresenterebbe necessariamente negli anni della vecchiaia. Non solo infatti l’opera di Bloch è figlia dello spirito del Sessantotto, una vera e propria ripresa della primavera dei popoli del Quarantotto, ma perché in tale tarda opera il filosofo riprende e sviluppa delle tesi già presenti nella sua monografia giovanile su Thomas Münzer teologo della rivoluzione del 1921.
In tale opera, scritta poco dopo la sua adesione alla filosofia marxista e al movimento comunista, il giovane Bloch riscopriva – sviluppando riflessioni in particolare di Engels – nel leader politico e religioso della rivolta contadina del 1525 un importante precursore del socialismo. Ciò porta Bloch a conclusioni in parte discordanti da quelle del fondatore del marxismo. Mentre, infatti, Engels aveva considerato il marxismo come indispensabile passaggio dalla ancora immatura concezione utopista alla matura concezione scientifica del socialismo, per Bloch il pensiero marxista non può essere considerato come una negazione immediata ovvero assoluta del socialismo utopista. Al contrario esso dovrebbe essere inteso come una negazione dialettica, determinata che accoglie l’elemento utopico liberandolo, mediante la concretezza dell’analisi sociale e il legame con una prassi rivoluzionaria, dalla veste astratta che aveva avuto nella tradizione precedente.
Del resto l’aver trascurato la centralità che deve mantenere nel marxismo lo spirito dell’utopia – fondamento di quel principio speranza posto da Bloch alla base di ogni visione del mondo progressista, quale base della lotta per l’emancipazione umana – costituisce a suo avviso la principale causa dell’involuzione politica dei paesi in transizione al socialismo nell’Europa Orientale. La speranza è, infatti, per Bloch non solo il fondamento antropologico, l’essenza generica dell’uomo, ma anche il principio ontologico, lo spirito vitale che attraversa in modo inconscio il mondo della natura e diviene consapevole nell’uomo. L’aver sacrificato il “plus ultra” della speranza alla necessità tattica di scendere a patti con l’esistente, per salvaguardare la possibilità di sviluppare il socialismo prima in un paese solo, poi in paesi poco sviluppati dal punto di vista sociale ed economico, avrebbe impedito in tali ambiti di condurre a fondo la lotta contro l’opacità del presente.
Tanto più che, a parere di Bloch, è proprio il “plus ultra” della speranza rispetto all’opacità del presente e alla dimensione limitata del singolo, in quanto tale prigioniero del finito, a costituire il luogo di incontro fra lo spirito del millenarismo religioso, la concezione della natura come totalità vivente di forze dinamiche che è alla base della scienza moderna, e la carica utopica dei grandi rivoluzionari.
Perciò in Ateismo nel cristianesimo Bloch cerca di mostrare come la religione non possa essere considerata soltanto, come pure aveva fatto meritoriamente il giovane Marx, come oppio dei popoli. Bloch si sforza, infatti, di ricostruire una tradizione del pensiero teologico-religioso che avrebbe mirato a concretizzare storicamente il “principio speranza” non rinviandone la realizzazione a una dimensione ulteriore rispetto a questo mondo. Per la loro carica rivoluzionaria, tali tendenze utopiste sono state generalmente condannate e combattute come eretiche dalla Chiesa ufficiale, generalmente interessata alla difesa dell’ordine costituito. Tale essenziale distinzione tra religioni istituzionalizzatepositive ed eretiche consente a Bloch di approfondire la concezione marxista della religione. Mentre per le prime sarebbe valida la posizione marxiana, che le critica quali forme dell’alienazione umana, le seconde esprimerebbero una tensione escatologica e rivoluzionaria volta alla realizzazione del regno di dio nella storia, senza rinviarlo in un ipotetico altro mondo. Il marxismo è, secondo Bloch, l’erede naturale di tali tendenze, in quanto, mediante un’analisi rigorosa della società, offre una prassi storica di liberazione in grado di realizzare lo spirito utopistico presente nelle differenti credenze religiose considerate eretiche dalle chiese ufficiali.
Perciò, il marxismo non deve rinunciare allo spirito dell’utopia di cui sono portatrici le tendenze eretiche presenti nelle tradizioni religiose millenariste, altrimenti rischierebbe di ridursi a un’impotente constatazione delle distorsioni e ingiustizie delle società capitaliste. Al contempo però non deve confondere le critiche potenzialmente rivoluzionarie presenti nelle tradizioni eretiche nei confronti della realtà esistente, con le critiche da un punto di vista reazionario portate avanti dai vertici della chiesa istituzionale. Si correrebbe altrimenti il rischio di confondere un potenziale alleato nella lotta per un rivoluzione reale, dal basso, con un pericoloso avversario pronto a recuperare alcune istanze presenti ad esempio nella teologia della liberazione in funzione di una rivoluzione passiva, che sostituisca l’indispensabile partecipazione diretta alla lotta per l’emancipazione, con la sua delega a una nuova forma di assolutismo illuminato.

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7 commenti:

  • Maldoror scrive:
    8 aprile 2016 14:02

    Sono d'accordo, è essenziale ricreare uno soirito religioso.
    Purtroppo al di là delle belle parole e anche di alcune buone intenzioni la Chiesa cattolica evita come la peste la presa di coscienza politica dei fedeli.
    È un bel segnale che queste idee comincino a diffondersi anche fra i comunisti.

  • Redazione SollevAzione risponde:
    8 aprile 2016 19:54

    Segnaliamo questi altri pezzi sulla religione apparsi su SOLLEVAZIONE:

    http://sollevazione.blogspot.it/2015/12/stato-chiesa-e-religione-di-piemme.html
    http://sollevazione.blogspot.it/2015/12/in-difesa-della-neutralita.html
    http://sollevazione.blogspot.it/2016/01/marxismo-e-religione-di-ambrogio-donini.html
    http://sollevazione.blogspot.it/2013/09/cristianesimo-capitalismo-e-rivoluzione.html

  • Anonimo scrive:
    9 aprile 2016 17:25

    Quando si tenta di commentare un argomento così delicato, vasto e importante non sarebbe superfluo fare un cenno al genocidio (un tempo veniva chiamato populicidio) avvenuto in Vandea verso gli anni 1791-93, mentre imperversava la Rivoluzione Francese. Quattro furono le guerre vandeane e i morti si aggirarono intorno a 300.00, forse più che meno. Si verificarono atrocità indescrivibili a danno dei cosiddetti "rivoltosi" (tutti popolani e contadini) che osarono opporsi al regime rivoluzionario. Un cenno meriterebbe pure la rivoluzione russa con milioni di morti e non si dovrebbe tralasciare totalmente quanto avvenne in Spagna verso la metà degli anni '30. Si deduce che religione e rivoluzione (sociale) sono incompatibili essendo la Religione la struttura portante di un "Ordine" mentre la Rivoluzione è la forza che mira a stabilire un ordine opposto. Il caso della Vandea è comunque paradigmatico e quando si rilegge la storia di quei fatti si viene assaliti da un orrore da brividi. Veramente anche l'Ancien Regime aveva compiuto ingiustizie gravi ma una rivoluzione di per sé è un cataclisma tale che probabilmente sopravanza di gran lunga le violenze del regime soppiantato.

  • Anonimo scrive:
    10 aprile 2016 18:45

    AVEVO INVIATO UN COMMENTO, ma la spett.le Redazione lo ha eliminato. Non effondeva nessuno, era moderato nei termini ma era effettivamente piuttosto crudo - Peccato| perché spesso ""la verità fa male lo so …" Invece andrebbe guardata in faccia, pena il cadere in rischiose illusioni.
    Creandosi una verità di comodo, prassi irrazionale, l'azione intrapresa manca di realismo il che è sicura premessa di insuccesso. Avevo proposto come paradigmatico l'episodio della insurrezione della Vandea che come argomento non è certo fuori tema.
    Scusate.

  • Anonimo scrive:
    10 aprile 2016 19:11

    Lo "spirito di utopia", o meglio la "procrastinazione della speranza", se è un punto di forza per le religioni lo è parimenti per le ideologie. E' il classico uso della parola magica "magnana" con la quale si colloca in un futuro vago e indeterminato, per altro estremamente condizionato da adempimenti obbliganti e impegnativi, l'ottenimento di un "premio". Anche molti tipi di contratti assicurativi si ispirano a prassi simili.
    Perciò si può dire che molte religioni e molte ideologie si assomigliano.

  • Redazione SollevAzione risponde:
    11 aprile 2016 10:01

    Ci scusi, ma il commento cui si riferisce è pubblicato proprio sopra, la Redazione non ha eliminato nulla.
    Ricordiamo che tutti i commenti sono moderati e che i tempi di pubblicazione possono variare.
    Grazie

  • Tonguessy scrive:
    11 aprile 2016 11:00

    @anonimo:
    ridurre la questione Vandea ad un "semplice" eccidio è quanto di più sbagliato si possa fare. I motivi di tale cruenta repressione sono da ricercarsi nei secoli precedenti. Fu l'uomo più potente dell'epoca, il card. Richelieu, ad affermare: "datemi 10 righe scritte dall'uomo più probo che conoscete e vi troverò validi motivi per impiccarlo", ben rappresentando il livello di intollerante separazione tra vertici (ecclesiastici e feudali) e masse. Continuare a sostenere quel modello sociale dopo che il vento furibondo della rivoluzione lo aveva spazzato via (i vandeani sostenevano apertamente il clero) fu mal tollerato. Richelieu ed i potenti erano stati cacciati per imporre la Egalité: chiunque volesse consapevolmente sostenere il ritorno di quei vertici era da condannare.
    In realtà tutto il periodo post-rivoluzionario era molto instabile, e ogni periodo storicamente instabile facilmente porta ad eccessi. Basti pensare alla guerra civile americana, per fare un esempio.
    Dopo la rivoluzione arrivò il bonapartismo, e poi ancora la monarchia che premiò ampiamente la fedeltà dei vandeani. La storia di Talleyrand (reputato tra i massimi statisti di sempre) è emblematica: avendo accolto l'obbligo da parte del nuovo Stato francese di giurare fedeltà alla Costituzione repubblicana, venne scomunicato dal papa Pio VI e gli venne revocata l'investitura vescovile. Fu l'estensore di parte della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, relativamente all'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Siamo cioè agli antipodi della spocchiosa autoreferenzialità di Richelieu.
    In questo contesto vanno visti la repressione iniziale ed i successivi riconoscimenti. La Vandea è stato lo spartiacque tra ancien regime e rivoluzione. Non sono quindi d'accordo, sulla base di questo esempio, equiparare le religioni alle ideologie, dato che la rivoluzione francese non nacque da prospetti ideologici ma da cause primarie: tipicamente fame di cibo e di giustizia.

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