lunedì 22 febbraio 2016

UMBERTO ECO: IL SEVERO GIUDIZIO DI COSTANZO PREVE

[ 22 febbraio ]

«L'oscenità non è il pelo del pube, è questa gente qua, gente come Umberto Eco». 
Costanzo Preve

L'elogio che Diego Fusaro ha compiuto di Umberto Eco sta suscitando perplessità e critiche. 
Un lettore ci segnala il giudizio filosofico-politico stroncante di Eco che diede Costanzo Preve, in una video-intervista svolta proprio da Fusaro.

Per Costanzo Umberto Eco incarna l'essenza di una intera generazione di intellettuali venduti alla modernità capitalistica.



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14 commenti:

  • Alberto scrive:
    22 febbraio 2016 15:16

    Grande Preve!

    Chissà cosa si diranno adesso che si trovano lassù, dall'altra parte.

  • Questo commento è stato eliminato dall'autore.
    Giulio Bonali scrive:
    22 febbraio 2016 15:58

    Questo commento è stato eliminato dall'autore.

  • Tonguessy scrive:
    22 febbraio 2016 17:32

    Preve (min.8): "quando uno arriva alla terza età, effettivamente il fatto che ci sia comunismo o capitalismo diventa meno importante"
    Ma se le cose stanno così perchè se la prende tanto con un suo coetaneo? A quell'età sono tutti dei babbioni che capiscono sempre meno di politica, e se ne disinteressano, no?
    Al contrario penso che con l'età non cambi l'interesse per la politica, e temo che Preve qui stia facendo ciò che gli psicologi chiamano proiezione.
    Interessante poi l'idea secondo cui oggi non ci siano più intellettuali degni di tale nome. E lo dice a Fusaro, nota bene, che se ne sta buono buono davanti ad un'affermazione tranchant del genere. Purtroppo Preve pare non conoscere la patafisica, "scienza" postmoderna che annoverava tra i Padri proprio Eco. Tale scienza aborre frasi definitive e conclusive come quella di Preve, che sfida chiedendogli: "ma tu li hai intervistati tutti tutti, gli intellettuali?" con evidenti rimandi alla teoria del cigno nero e a Quine-Duhem.

  • Questo commento è stato eliminato dall'autore.
    Karl Melvin scrive:
    22 febbraio 2016 18:37

    Questo commento è stato eliminato dall'autore.

  • Karl Melvin scrive:
    22 febbraio 2016 18:44

    Credo che per capire il senso della frase che hai citato bisogna ricorrere alla spiegazione che lo stesso preve da nella versione integrale di questo video quando racconta di quella novella(credo di pirandello ora non ricordo scrivo da lavoro sorry!)nella quale il protagonista che si sente morire picchia le galline gridando "roba mia vientene con me" (sto parafrasando).
    Secondo lui questo era l atteggiamento intellettuale di eco che avendo fallito a livello generazionale proietta questo fallimento sulle nuove generazioni.

  • Karl Melvin scrive:
    22 febbraio 2016 18:56

    Volevo inoltre fare una considerazione riguardo ciò che tu chiami patafisica (scienza tra l altro che ammetto di non conoscere)
    Messa giù cosi però mi sembra una forma classica di relativismo post moderno nel senso che con la scusa di non arrivare a frasi definitive (e quindi provocatorie e cioè che ci chiamano fuori per dare un giudizio su una totalità) mantengono il corso storico al di fuori di ogni possibile valutazione critica.
    Secondo me qui preve non è interessato a enunciare con certezza assoluta che tutti gli intelletuali sono stupidi ma vuole mettere in risalto ricorrendo alla violenza linguistica il fatto che le.tendenze storiche del pensiero dominante hanno portato a questa situazione di accettazione passiva del capitalismo neutralizzando alla radice la vera funzione dell'Intellettuale e cioè quella di colui che si pone criticamente rispetto i fondamenti dell ordine esistente.

  • Tonguessy scrive:
    22 febbraio 2016 20:46

    Karl, tu parti dall'idea che l'intellettuale si ponga in modo critico. Stai forse pensando a Bottai? A Croce (giusto per citarne un paio di nostrani dantan, ma la lista è molto lunga)? Sarebbe bello che tutti gli intellettuali fossero Pasolini (o Gramsci) ma così non è. La patente di intellettuale può essere affibbiata dall'establishment, facci caso. Scalfari? Ferrara? Belpietro? Quanti ne devo elencare?
    Se poi vuoi possiamo approfondire l'aspetto epistemologico del verificazionismo (scuola di Vienna): la teoria del cigno nero prevede che non sia possibile verificare TUTTI i casi possibili (quando fu scoperto un cigno nero in Australia la teoria secondo cui tutti i cigni fossero bianchi fece una brutta fine, e così il verificazionismo). La teoria Quine-Duhem dice grosso modo che ogni affermazione non può essere considerata singolarmente, ma inserita all'interno della narrazione (linguaggio). Ciò che dice Preve (o ciò che dico io, stessa cosa) ha senso solo all'interno della narrazione di Preve. Se Preve è convinto che tutti gli intellettuali odierni facciano schifo, questa affermazione non può essere isolata ma dev'essere considerata all'interno della sua specifica narrazione. Wittgenstein porterà alle estreme conseguenze questa posizione. Preve cioè ha un'idea di intellettuale che non è necessariamente la mia idea. Quindi se dice che non ci sono intellettuali, lo dice perchè parla il suo linguaggio. Sicuramente non parla il mio linguaggio. Per me bastano Chomsky, Diamond o Todd a smontare il linguaggio di Preve.
    Spero di essere stato chiaro.
    Buona serata

  • Karl Melvin scrive:
    22 febbraio 2016 23:56

    Ok contestualizziamo:
    1)Preve parla in riferimento ad una generazione che partendo dalla critica da sinistra della borghesia classica arriva all'accettazione passiva del capitalismo dopo aver militato nel marxismo novecentesco (francofortese in particolare)
    2)Accettando i fondamenti filosofici del capitalismo come immutabili e assoluti la funzione di questa generazione si estingue e non può che degenerare.
    3)Ogni generazione che voglia tentare di cambiare l'ordine esistente delle cose deve poter discutere dei fondamenti, che oggi assolutizzandosi vengono tolti da ogni discussione e innalzati a dogma.
    4)quanto agli intellettuali Preve non nega affatto che essi esistano al giorno d'oggi, nega che essi in quanto coartati da questa visione di immodificabilità dell'esistente impostasi accademicamente,possano formulare critiche intelligenti al corpus teorico che ti ho appena accennato.
    A dirla tutta effettivamente io che non ho ancora 30 anni se dovessi stare a sentire quello che in genere gli intellettuali di oggi hanno da dirmi dovrei accettare entusiasticamente tutto quello che arriva dal cielo che loro contemplano da vicino se mi rifacessi ad intellettuali di destra e dovrei accettare riluttante un mondo capitalistico naturale lottando per liberalizzare ogni più bizzarra forma di individualismo assoluto se facessi riferimento ad intellettuali di sinistra.
    Mi è andata bene che sono appassionato di storia e sono testardo e le spiegazioni dei sacerdoti fin da piccolo le ho guardate con sospetto.
    Concludendo di Preve condivido certe cose mentre altre non mi convincono ma in generale il suo metodo e la sua narrazione le trovo ottime per una rifondazione teorica che secondo me a questo punto è indispensabile (è in questa accezione che parlo di funzione degli intellettuali).
    Se tu la sua narrazione non la accetti amen ma è innegabile che la maggior parte degli intellettuali dice puttanate disarmanti di fronte ad un mondo che hanno smesso di criticare e (almeno per chi è in buona fede)quindi di capire.

  • Tonguessy scrive:
    23 febbraio 2016 08:48

    Discussione intrigante.
    1- Non trovo necessariamente vero quanto dici. Cosa si intende per "accettazione passiva del capitalismo"? Diciamo pure che il mondo da bipolare dopo il crollo del muro è diventato noiosamente unipolare, e questo ha letteralmente spiazzato (e fatto fuori) la sinistra, comunque la si voglia vedere. Anche la critica a sinistra ne ha necessariamente risentito. Ti aspettavi forse che mentre gli elettori si spostavano decisamente a destra (PCI > PD) gli intellettuali restassero fermi?
    In home trovi una bella analisi di Boemio, che spiega perchè gli elettori si sono spostati a destra. Quelli li giustifichiamo e gli intellettuali li condanniamo?
    Sia chiaro che anche per me chi ha capacità superiori di analisi ha l'obbligo morale di indagare più in profondità gli avvenimenti. Ma ci sono dei limiti, e quei limiti sono legati ai cambiamenti profondi del secolo breve. Insomma ne siamo usciti tutti intontiti. Fukuyama parlava di "fine della storia", intendendo la fine della narrazione bipolare.
    2- conseguentemente non è esatto dire che questo stato di cose significhi "accettazione dei fondamenti filosofici del capitalismo". Significa piuttosto che il capitale è riuscito ad appropriarsi dell'immaginario collettivo. Marx diceva "la cultura dominante è la cultura della classe dominante". Lo ha fatto con il tacito consenso di tutti noi. Sarà pubblicato a breve un mio articolo nel quale spiego com'è successo. Ora prendersela con gli intellettuali per questo stato di cose è quanto meno ingeneroso. Massimo Fini ad esempio si è sempre scagliato contro la modernità, denunciando la truffa propagandistica che ne sta alla base. Anche lui responsabile della deriva neoliberista?
    3- Vero. Ma cosa ci si può aspettare da una generazione totalmente dedita ai social network, all'acquisto dell'ultimo modello di telefonino, ad abbandonare la piazza per andarsene all'estero a trovare fortuna? Devo ancora conoscere un giovane (fosse anche della tua età) che mi dica orgogliosamente di avere fatto un downgrade tecnologico (telefonino senza android, ad esempio). Gli unici che conosco sono vecchiotti come me.
    4- Cosa c'entrano gli intellettuali di Preve con tutto questo? La situazione attuale si inserisce in un contesto ben più ampio, dove tutto l'umanesimo è di fatto oggetto di scherno sociale: chi si permette di laurearsi in filosofia, ben sapendo che non troverà lavoro? E perchè non trova lavoro, te lo sei mai chiesto? E perchè è costretto a studiare qualcosa che magari neanche piace, come ingegneria?
    Come si può pretendere che esista un corpo di intellettuali se è stato deciso di cancellare tutti (o quasi) gli studi umanistici?
    Dirò di più: la filosofia si è trovata comunque a doversi confrontare con i propri limiti. Hans Jonas nel suo libro testamento (La filosofia alle soglie del 2000) ha analizzato proprio questo, affermando che o riusciva a trovare un connubio tra impegno sociale e critica oppure era destinata a morire.
    Sicuramente come tutti gli studi anche la filosofia si è specializzata fin troppo, dimenticandosi il contatto con il corpus sociale. Solo che un ingegnere nucleare (quello che ha progettato Fukushima ad esempio) non si prende tutti i cazziatoni che si prende un filosofo.
    Capisci cosa intendo?

  • roberto b scrive:
    23 febbraio 2016 15:35

    Vorrei portare il mio punto di vista alla discussione su Eco. Politicamente, a partire dalla sua partecipazione al Gruppo 63 che gli diede per primo visibilità, Eco si è sempre ascritto all'area "socialista" (quella di Prima Repubblica). Difatti, quando le militanze politiche degli appartenenti al Gruppo ne hanno determinato la rottura, e da una parte d'estrema sinistra si sono schierati gli "autonomi" di A.O. (Balestrini) e i "maoisti" di "Servire il popolo" (Di Marco, Leonetti, ecc.), al centro i picisti alla Sanguineti, Eco e altri (Barilli, Furio Colombo, ecc.) sono rimasti fedeli alla destra socialista e hanno scelto di defilarsi per proseguire le loro carriere universitarie, editoriali e giornaliste, anche con risultati eccellenti. A quel settore, qualificabile oggi come piddino, Eco è sempre rimasto legato. E da piddino (almeno intellettualmente) Eco ha preso ad esaltare l'Unione europea, evitando d'interrogarsi sulle "lacrime e sangue" dei vincoli imposti dall'UE (per un "tuttologo" come lui, una colpevole distrazione), e a dimostrazione dei pregi dell'Unione ha contribuito alla narrazione della "generazione Erasmus", una cosa, a suo dire, "rivoluzionaria", con la quale nulla sarà come prima (e tacendo sul dopo Erasmus, ossia sulla sottoccupazione e sulla disoccupazione che aspetta i giovani Erasmus una volta rientrati in patria).
    Con questo non voglio sminuire le qualità enciclopediche e le brillanti analisi fatte dall'Eco linguista, fenomenologo, semiologo, ecc. (discipline peraltro in cui è stato un grande divulgatore, ma mai uno "scopritore" alla Chomsky o Jakobson). Voglio solo contestualizzare la sua figura (altrove "gigantesca") nel campo dell'azione politica. Quanto ai romanzi, ognuno ha i suoi gusti.

  • Karl Melvin scrive:
    23 febbraio 2016 19:43

    Mi rendo conto che la discussione che stiamo affrontando,nei termini coi quali la stiamo affrontando sia pesante per un blog e per i suoi lettori nonche difficile da condurre per gente come me che l'accademia e il mondo universitario in particolare lo ha solo sfiorato.
    Non sono nemmeno sicuro,detto francamente, di avere la preparazione adeguata per “abitare” tale discussione,ma nonostante ciò proverò a risponderti cosciente del fatto che nel mio discorso,a livello “filosofico” per così dire possano esserci delle aporie,nel qualcaso mi farebbe piacere che tu me le elencassi considerando che,e lo ripeto per l'ennesima volta,io frequento blog del genere per imparare,sia pur con spirito critico ma pur sempre per questo motivo.
    Mi sembra doveroso farti questa premessa non per esercizio retorico ma per onestà intellettuale,o quello che io chiamo così seguendo quello che tu dici riguardo il linguaggio.
    Detto questo:
    1)Io penso che la cosiddetta accettazione passiva dei fondamenti filosofici del capitalismo sia nata da una contraddizione interna al pensiero marxista riguardo il concetto di verità.
    Se pensiamo a seconda del “frame” teorico classico la verità si riduce a certezza verificabile empiricamente dimenticando innanzi tutto che una totalità espressiva si indaga attraverso il logos e non attraverso il metodo delle scienze naturali,per cui il fatto che il comunismo storico (con tutte le sue contraddizioni e brutture) sia finito in maniera così rovinosa non comporta che il nucleo principale (poi deviato da questioni storiche non condannabili)di quel pensiero cada in rovina definitivamente come la concezione geocentrica dell'universo.
    Se questo lo capisco io,umile pischello di provincia,mi domando come mai,chi ha abitato in maniera più continua e coerente questi discorsi non se ne sia reso conto.
    Napoleone direbbe stupidità o tradimento?(in questo preve centra a mio modestissimisimo avviso il punto).
    Parlo chiaramente di quegli intellettuali che hanno vissuto quella stagione e l'hanno vissuta da un certo lato della disputa.
    Se poi mi chiami in causa riguardo la mia (di preve) inesorabilità verso di loro ti rispondo in maniera “spinoziana” e cioè io concepisco colui che può arrivare ad avere “”determinati stati di coscienza”” (ne ho messe 4 di virgolette perchè è il mio raffazzonato linguaggio) come colui che ha il dovere etico (ed io aggiungerei banalmente estetico) di mostrare (e non dimostrare) agli altri certe cose (attraverso il logos) proprio perchè egli riconosce che in essi c'è quella potenzialità insita che fa parte della natura umana.
    (SEGUE)......

  • Karl Melvin scrive:
    23 febbraio 2016 19:45

    2)Da ciò che ho detto nel punto uno discende un fatto che molti di loro fanno fatica a capire e che altri di loro secondo me capiscono ma omettono bellamente di dire se non in maniera edulcorata e cioè che il capitalismo è un sistema di riproduzione unitario ed essendo questo si adatta alle forme storiche che contribuisce a creare.
    Dal mio punto di vista hanno abdicato e cioè elaborando tragicamnete il loro fallimento è come se si fossero imrovvisamente dimenticati che nonostante tutte le mistificazioni e l'ipertrofia della falsa coscienza la storia è sempre reversibile e qui non mi serve la filsofia ma mi basta la storia.
    Ps:attendo il tuo articolo visto che comunque già ho letto certi tuoi articoli condividendoli in buona parte.
    3)il punto 2 spiega in parte quello che voglio dirti riguardo la tua proposizione.
    Attualmente mi sto interessando di antropologia e delle questioni legate ai mutamenti antropologici che la strutturazione del mondo del lavoro (che parte dai famosi assunti/fondamenti prima dibattuti) sta implementando nella realtà sociale.
    Sbaglio?Pazienza quanto meno ci provo e non sto su facebook a commentare selfie,che sarà poco ma è pur sempre qualcosa.
    4)i presupposti della mia risposta a questo tuo punto sono nella mia prima e seconda proposizione,credimi mi piacerebbe discuterne liberamente ma ho come l'impressione di intasare indebitamente questo blog,cosa che non voglio affatto.

    Ultima considerazione riguardo tra l'altro un libro che non ho letto ma visto che tu me ne hai indicato l'esistenza mi affretterò a leggere.
    Tu dici che Jonas ha insiste sul fatto che la filosofia debba ritrovare un fondamento sociale per non operare fughe in avanti e ritrovare legittimità fondativa.
    Sono d'accordo,talmente d'accordo che credo che questo fondamento preve lo abbia mostrato (e non inventato non si inventa nulla così come nell'arte) rifacendosi in maniera critica a certe concezioni degli antichi greci.
    A questo punto dovrei elencare le cose che di preve non mi convincono e gli altri dubbi teorici e pratici che attanagliano le mie riflessioni,ma ho la sensazione che siamo già ampiamente fuori dal seminato.
    Mi scuso anticipatamente per il mio essere prolisso!

  • Tonguessy scrive:
    23 febbraio 2016 21:49

    Caro Karl,
    anch'io sono qui per imparare. Ho la mia weltanschauung frutto di esperienze induttive e deduttive, che intendo mettere alla prova. La discussione che abbiamo intavolato è molto interessante, e spero che gli amministratori non la considerino un "intasare indebitamente questo blog".
    Mi focalizzo principalmente su un punto. Scrivi "Se pensiamo a seconda del “frame” teorico classico la verità si riduce a certezza verificabile empiricamente". Questo non è vero. L'aspetto verificazionista ha trovato nel Circolo di Vienna la sua migliore espressione. Carnap, Schlick, Neurath e soci di stampo prettamente materialista consideravano la verifica l'essenza del percorso scientifico, che permette la distinzione tra scienza e pseudoscienza. Purtroppo, come accennavo, le cose non stanno solo così, e la verifica (che va ascritta ai Particolari) soffre della deriva degli Universali. Una verifica specifica cioè non garantisce una universalità. Il caso del cigno nero è esemplare. E' cioè impossibile che la verifica coinvolga TUTTO l'universo, e ci si deve accontentare di approssimazioni. Questo è un grosso problema, perchè nelle intenzioni del Circolo non esistevano approssimazioni, ma definizioni.
    Quindi la verità è verificabile, ma solo in parte. Conseguentemente la certezza è parziale. Vattimo parlava di "pensiero debole" anche in relazione a questo aspetto, specie se coniugato al crollo delle ideologie. Certezze assolute permettono verità assolute. Ma l'epistemologia ha acclarato che tali certezze sono dogmatiche, non soggette a verifica.

    Sulla "caduta rovinosa" del comunismo storico sono convinto, differentemente da Preve, che le cause siano da ricercare essenzialmente nella creazione e nascita della postmodernità, fenomeno che è molto difficile da descrivere in due parole.
    La rovinosa scomparsa del sogno modernista è la prima cosa da considerare. Le macchine che liberano l'uomo dagli impegni più gravosi è una utopia che ha ugualmente affascinato comunismo e capitalismo (con i dovuti distinguo). Oggi stiamo facendo i conti con le macchine che sottraggono lavoro ai salariati, con macchine che invece di liberarci ci imprigionano (traffico) e via dicendo. Questo crollo verticale ha spazzato via ogni rielaborazione. Bisogna ripartire da qui. Alcuni intellettuali ci hanno messo in guardia su ciò che stava succedendo (Lyotard, Debord, Baudrillard e Vattimo per citarne alcuni), con dovizia di particolari. Mi sembra pertanto ingeneroso nei loro confronti metterli assieme a Eco. Che poi oggi non esistano intellettuali degni di questo nome, beh, mi pare che sia una questione generale causata in buona sostanza dal crollo del sogno modernista. E' crollata la sinistra, ad esempio. Trafitta dal crollo del muro e ipnotizzata dal neoliberismo. Davvero i politici di sinistra sono meno colpevoli degli intellettuali? Dobbiamo ancora digerire il fatto di non credere più nella modernità, madre del Progresso e della Civiltà, questo è il fatto. Questo ci rende tutti orfani inconsolabili. Gli "stati di coscienza" che citi appartengono ad un sogno che si è infranto. Oggi ci dobbiamo accontentare di molto meno. Dobbiamo ripartire da zero, e creare un sogno nuovo. Possibilmente credibile.
    Nietzsche ci aveva avvisato: "La metafisica, la morale, la religione, la scienza vengono prese in considerazione in questo libro soltanto come altrettante forme di menzogna: con il loro aiuto si crede nella vita".

    PS per concludere sul Logos. Wittgenstein diceva “Il limite del mio linguaggio è il limite del mio mondo”. Tutto ruota attorno a ciò che crediamo Logos.

  • Karl Melvin scrive:
    24 febbraio 2016 17:01

    Credo che la chiave del tuo ragionamento,e della mia possibile risposta stia nel tuo post-scriptum nella spiegazione di logos in rapporto al soggetto e a questo in rapporto alla sua concezione(intesa in maniera filosofica).
    A questo punto però devo fermarmi per non incorrere in risposte affrettate che indicherebbero solo il mio livello retorico puro e non darebbero un vero contributo alla discussione.
    Considerando che per ora le mie conoscenze vanno solo poco più in la di questo punto preferisco sviluppare le mie riflessioni alla luce delle letture che indirettamente mi hai consigliato(e non vado avanti nella discussione anche perché prevedo già una spesa cospicua in questo senso).
    Se cambierò idea te lo farò sapere,se non la cambierò ti risponderò,un giorno,se di persona ancora meglio!

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