giovedì 3 dicembre 2015

LA FINE DELLA CLASSE di Tonguessy

[ 3 dicembre ]

L'aveva preconizzato il guru neoliberista Fukuyama quando parlava della “fine della storia”: a seguito del crollo del muro di Berlino il darwinismo di stampo neoliberista avrebbe fatto tabula rasa di qualsiasi altro sistema ideologico e/o economico-sociale. Insomma la new frontier evolutiva ha portato l'umanità a scegliere questo sistema capitalista per “necessità”, dopo avere provato tutte le altre strade.

Il crollo delle ideologie contrapposte ha quindi consentito al pensiero unico di confrontarsi solo con sé stesso. La qual cosa, per un solerte sostenitore della democrazia come Fukuyama, è una terribile antinomia dato che il fulcro della democrazia è la mediazione tra forze molto diverse. L'assenza di forze contrapposte, al contrario, è tipica delle dittature.

La fine delle ideologie, ovvero né Destra né Sinistra (motto di Terza Posizione, che fu un movimento decisamente di destra ma anche il superamento di quella dicotomia sostenuto da Preve, sedicente marxista) ed il crollo dei valori storici ed analitici della Sinistra porta necessariamente a rivedere il senso e la portata delle classi, e di tutto ciò che il confronto tra classi comporta.

Recentemente Federmeccanica ha reso noto un documento sul MOL (Monitor sul Lavoro) che mette a fuoco la situazione attuale. Si legge che “la riflessione sulle trasformazioni culturali legate al lavoro sono rimaste ancorate all’idea di 'classe' dei lavoratori, facendo diventare il lavoro un’ideologia”. Siccome le ideologie sono crollate, va da sé che tanto la vecchia idea del lavoro (magari l'antico fordismo) quanto il concetto stesso di Classe tanto cara a Marx siano da considerare defunte. [1]

Cosa sono diventati i lavoratori quindi? Sparita l'idea che possano esistere come appartenenti ad una classe (la Thatcher affermava che non esistono società -quindi classi- ma esistono solo gli individui dando così la definizione di quei comportamenti sociali che avrebbero reso famosa la reaganomics), si vedono offrire la possibilità di esistere individualmente solo partecipando attivamente alle imprese del padronato, condividendone scopi, intenti e rischi (ma non i benefici, ovviamente!).
Lo dice molto apertamente il MOL: “Si potrebbe affermare che siamo passati dalla 'classe dei lavoratori', a 'lavoratori fuori classe'..... Dalla mitica 'classe operaia', transitiamo a lavoratori caratterizzati da una forte soggettività che non si riconoscono più in una 'classe' omogenea”. Ecco realizzato il thatcherismo più estremo: una volta eliminate le classi viene eliminato anche il conflitto perenne che le contraddizioni tra strati sociali comportano. Si scopre così che per i lavoratori, una volta diventati “fuori classe”, il “livello di identificazione con il proprio lavoro e l’azienda in cui sono inseriti è ben più elevato di quanto non si potesse ritenere.” Inoltre per loro “deve prevalere il merito quale criterio di giustizia sociale sul lavoro, sicuramente non criteri indistintamente egualitari”. Quindi aveva ragione Brunetta: abbasso lo scatto di anzianità e vai con i premi di produttività.

“In definitiva, i lavoratori percepiscono l’impresa in cui sono occupati un po’ come la loro seconda casa, dove sviluppano relazioni sociali, amicizie, identificazione. Per questi motivi tendono a condividerne gli obiettivi, i destini...Perché un’impresa è soprattutto un valore sociale, per sé e per il territorio. In questo senso, i lavoratori si presentano 'oltre' la classe, sono post-ideologici.
Eccoci arrivati: siamo diventati post-ideologici esattamente come preconizzava Fukuyama nel lontano '92. Fino a prima del crollo del muro qualcosa ci era stato concesso (fosse anche solo l'idea di appartenere ad una classe) grazie anche al copioso sangue versato; poi la paura che ci fosse uno spostamento rilevante verso Mosca ha fatto il resto. Ma nell'89 il muro crolla, la storia finisce ed il capitalismo può sperimentare nuove strade, ancora più redditizie. Lo dice chiaramente il recente rapporto oxfam sulla disuguaglianza: “85 super ricchi possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale...sin dalla fine del 1970 la tassazione per i più ricchi [è] diminuita in 29 paesi sui 30 per i quali erano disponibili dati. Ovvero: in molti paesi, i ricchi non solo guadagnano di più, ma pagano anche meno tasse.” [2]

Ma torniamo al Mol. In un breve articolo il Corriere della sera prende spunto dall'indagine di Federmeccanica per affermare che “gli operai smettono di essere strumento di lotta politica e diventano persone (?!), si liberano dal copione che l'ideologia aveva scritto per loro obbligandoli a ...nutrire ostilità pregiudiziale nei confronti del padrone”. [3]

Finalmente liberati dai fardelli ideologici, oggi possiamo collaborare fattivamente con i padroni. E volere loro bene coma mai prima, senza quei noiosi pregiudizi che alcuni facinorosi sindacalisti e politicanti ci avevano istillato. In fin dei conti siamo persone (o individui, per ricordare la Thatcher) tanto noi che loro, e per il bene della nostra “seconda casa, dove si sviluppano relazioni sociali, amicizie, identificazione” dimenticare gli antichi attriti è un primo ma sostanziale passo verso una radiosa e proficua collaborazione. Il modello è preciso e si adatta perfettamente a qualsiasi realtà lavorativa, sia essa privata che pubblica: si tratta di eliminare il conflitto che “l'ineguale sviluppo” tra classi crea. Per farlo basta cancellare le classi, è semplice. Non più padroni e operai, baroni e bidelli, ma manager e collaboratori che, finalmente senza alcuna “ostilità pregiudiziale nei confronti del padrone” si industriano per realizzare in perfetta assonanza di intenti e vedute il sogno postmoderno. Benvenuti nel nuovo millennio.

Insomma la partita, una volta svanito il campo delle classi, si gioca sul piano della percezione. 
Il  MOL ce la spiega molto bene, quando parla di “classifica ideale delle figure professionali, dove .. primeggia il dirigente/manager sull’imprenditore”. Secondo il sondaggio “le prime tre professioni ritenute più prestigiose sono il dirigente/manager (73,5%), l’imprenditore (66,1%) e il libero professionista (46,9%). Al fondo della classifica si collocano il contadino (5,5%) e l’operaio (4,3%)”. Esiste quindi una millimetrica sovrapposizione del reddito alla percezione di ciò che il MOL chiama  “prestigio del lavoro”. Auto da sogno, prestigiosi attici in centro storico, ville nei luoghi di culto del jet set.....chi più dei manager può vantare tale palmarès?

Eppure La Voce, periodico fondato da Tito Boeri (oggi a capo dell'INPS), parlando di manager e CdA afferma che “tra emolumenti e utile generato non si riscontra una relazione diretta. Insomma, il costo di questi organi sembra largamente immotivato e determinato da fattori endogeni”.[4] 

Quindi costano un'enormità (tra 100 e 300 volte il costo medio del personale) ma non producono nulla di significativo, a parte l'ostensione degli status symbol che i ceti bassi a causa della mancanza di senso di appartenenza (classe!) interpretano come possibile traguardo. Con la stima verso l'operaio scesa ad un drammatico 4,3%, i collaboratori postmoderni rifiutano la figura dell'operaio che scende in piazza per rivendicare miglioramenti salariali e social welfare, per diventare la controfigura teleguidata del padrone: disposto a scimmiottarne modi e a condividerne finalità mette in luce la propria drammatica crisi di appartenenza e la facilità con cui il fittest to survive di darwiniana memoria si sia oggi sbarazzato di pericolosi nemici grazie alla manipolazione della percezione. La parola stessa "Prestigio" indica chiaramente oggetti di culto e di lusso, e lascia inesorabilmente fuori dalla porta tutto ciò che odora di normalità. 
L'operaio oggi viene percepito come un profugo, un sopravvissuto di un'era ormai estinta (la modernità) che ha lasciato il posto ad un sistema di valori e relazioni che pochi sembrano avere il coraggio di mettere in discussione.

Grazie a questo sistema così amato da tutte le classi sociali (se solo esistessero), il merito ha sostituito il welfare nella classifica, essendo diventato il più credibile “criterio di giustizia sociale”. Solo i più meritevoli (secondo criteri di merito fissati di volta in volta a seconda della convenienza, ovviamente) potranno quindi avere accesso a ciò che una volta era pubblico: questa è una chiave di lettura del passaggio da modernità a postmodernità. 
Si tratta della trita rilettura dell'etica protestante che vuole il ricco più vicino a Dio, ed il povero abbandonato a sé stesso e, questa è la novità rispetto al passato, incapace di comprendere il valore della forza che la classe cui appartiene possiede: fatta sparire la classe automaticamente sparisce anche quella forza.

NOTE


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4 commenti:

  • Anonimo scrive:
    3 dicembre 2015 16:51

    Draghi non implementa il QE e i mercati crollano.
    Questo cari ragassuoli vuol dire una cosa sola. la guerra si avvicina.

  • Anonimo scrive:
    3 dicembre 2015 17:21

    L'articolo è assolutamente condivisibile, nelle sue tesi principali.
    Non è esatto, invece, alla fine il riferimento alla relazione tra protestantesimo e ricchezza. La rilettura weberiana è talmente generica che rischia di cadere nella superficialità. La teologia calvinista senza meno può andare in quella direzione rivista dal Weber. Quella luterana decisamente no. La disputa di Lutero con Roma, è chiaro questo ormai,non era solamente teologica. Era anche politica ed economica;Il Riformatore non accettava che la salvezza potesse essere garantita da un obolo e per questo invitò il principe Alberto di Brandeburgo ad un contraddittorio sull'essenza del perdono. Le indulgenze cattoliche non erano senza effetto sull'economia del periodo, la struttura economica era subordinata ad una effettiva teocrazia ed infatti molte diocesi erano ricchissime proprietà fondiarie. Ma da qui ad affermare che Lutero apre alla plutocrazia capitalistica ci corre un abisso. In realtà Lutero santifica il lavoro ed il regno del sacerdozio universale è proprio il regno della terra, quello in cui il mondano attesta l'incarnazione del Verbo, del Christo celeste. La lettura hegeliana della teologia riformata va tutta in tal senso ed il miglior interprete di tali questioni rimane l'italiano E. De Negri, autore di vari scritti sulla teologia protestante e traduttore di Hegel.

  • Anonimo scrive:
    3 dicembre 2015 22:17

    @ anonimo delle 16:51
    stai aprendo il vaso di Pandora...fermo restando che l'imponente opera di S.Pietro in Roma e relative indulgenze fu la goccia che fece teraboccare il vaso della Riforma, bisognerebbe spiegare perchè e come Calvino non faccia parte della Riforma stessa. Il concetto della predestinazione, tutto protestante, è ciò che permette al ricco di dimostrare la propria vicinanza a Dio. Il povero, invece, si deve accontentare del proprio destino. Le similitudini con la filosofia del karma sono impressionanti, e come tali servono a mantenere all'interno delle classi di appartenenza i conflitti, che altrimenti sfocerebbero nella lotta di classe.
    Il discorso si fa lungo, ma sono i WASP a mantenere il concetto di karma attuale: seppure con parole diverse la metodologia ed i risultati ottenuti confluiscono nel mantenere lo status quo, disattivando le micce della rivolta sociale. Si arriva così a reputare l'operaio, una volta orgoglioso simbolo del lavoro salariato, un povero sfigato che non merita attenzione. Il percorso è assolutamente lineare, e parte proprio da Calvino.
    Curioso poi come sia stato il movimento di Calvino e non degli anabattisti (essenzialmente anarchici) e determinare il corso della storia. Roveri nel suo libro "Le cause del fascismo" giunge a dire che l'ascesa del nazismo in Germania fu causato anche dalla scomparsa degli anabattisti (che pure erano protestanti) dal suolo tedesco.
    Comunque è un argomento molto complesso e con infinite sfaccettature. Grazie per l'intervento
    Tonguessy

  • Anonimo scrive:
    4 dicembre 2015 10:38

    @TONGUESSY:
    E'verissimo quanto affermi. Il titolo weberiano induce in errore. Se poi si leggono le riflessioni del primo capitolo e le conseguenti lettere della corrispondenza finale del Weber dicono addirrittura che da un punto di vista economico capitalistico il luteranesimo fu una sinistra calamità per la Germania.
    La Germania sino alla seconda guerra mondiale ha goduto sempre più di benessere generale rispetto all'Occidente, poichè si radicava una ripartizione sociale luterana della ricchezza, comunitaristica e democratica per molti versi; ma fino al 1945 era un paese sostanzialmente arigiano-agricolo, per moltissimi versi ancora precapitalistico. Con la cattolicizzazione e l'occidentalizzazione post-45 inizia il boom capitalistico tedesco.
    Il concetto luterano della predenistazione, peraltro, evoca il principio del Beruf, del calling. Richiama l'uomo alla sua missone divina sulla terra. Evoca la prassi del lavoro concreto, non della ricchezza.
    Sì sul resto, il discorso è sempre complesso. Calvino (si pensi alla differenza tra Olanda e Germania tre sec dopo Luero!), ma anche ebraismo e cattolicesimo come spiega Sombart sono alla base dell'espansione capitalistica. Non senz'altro il luteranesimo. Ci sono delle riflessioni dello stesso Lenin che lo spiegano bene. Marx viceversa sopravvalutava erroneamente in tal senso l'economia tedesca.

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