giovedì 6 agosto 2015

CI SCRIVE UN LETTORE.... "è la stessa idea di popolo che occorre ripensare"

[ 6 agosto ]

«Vi volevo segnalare questo articolo di Le Monde.
Si dice che la Spagna, nonostante vari problemi, sta crescendo ed è entrata in un circolo virtuoso.
Uno dei motivi è il calo del costo del lavoro e quindi, immagino, la creazione di posti da precario sottopagati. La gente non ne dovrebbe essere contentissima. E invece Rajoy sale nei sondaggi...
Però sia Le Monde che altri come Evans Pritchard sottolineano come non solo la Spagna ma tutta la zona euro sia in progresso con delle ottime prospettive per il periodo 2015-16. Su un altro blog di finanza si riportava che vari analisti prevedono nuovi massimi per il FTSE MIB il prossimo anno.

Quindi crescita sui fondamentali ma NESSUN miglioramento per i lavoratori e costante aumento delle disuguaglianze con i ricchi sempre più ricchi e la classe media sempre più povera. Ma le borse salgono e il QE durerà "finché necessario" quindi se fare piccola media impresa è meno facile di prima, guadagnare bene è "più" facile di prima. Ma solo per i benestanti.

Io vorrei sapere che spiegazione razionale esiste al fatto che le fasce più deboli della popolazione peggio stanno e meno reagiscono.
Ossia: al governo ci va il partito che rappresenta gli interessi del "padronato" e questo forse è anche comprensibile, ma la cosa che mi sfugge è perché le fasce più deboli finiscano regolarmente per:

a) votare 

come le classi sociali medie benestanti, quelle ad esempio che hanno proprietà immobiliari e/o dei buoni risparmi e che quindi con il QE ci guadagnano piuttosto bene, probabilmente più che se rischiassero in un'attività imprenditoriale. Cioè il popolo vota secondo gli interessi di "un'altra" classe sociale.
b) astenersi
Non riesco a capirlo e vorrei far presente che se non comprendiamo il meccanismo di questo comportamento continueremo a dibatterci in questa situazione di stallo domandandoci il perché, come nel recente post di Pasquinelli che si chiedeva il motivo di questo mortorio politico. Diceva: intanto prepariamo il partito...ma per fare che, se la gente sembra accettare qualsiasi cosa passivamente, addirittura l'umiliazione nazionale in seguito al plateale tradimento di un referendum vinto con ben il 60% dei voti?
Forse ci focalizziamo troppo sulle analisi politiche ed economiche.
Credo che dovremmo prima di tutto rielaborare l'idea stessa di "popolo" cercando di individuare gli schemi di comportamento di una massa senza più alcun punto di riferimento né politico, né ideale, né culturale, né tradizionale».


In sede di risposta

Anzitutto, sulla "crescita dei fondamentali".
Non c'è alcuna crescita dei cosiddetti "fondamentali", nemmeno in Spagna. Nello stesso articolo di Le Monde citato dal nostro lettore si legge:
«Dopo aver recuperato, la crescita ritornerà al suo dinamismo pre-crisi? Niente è meno certo, perché gli handicap sono molti. A partire dal persistente alto tasso di disoccupazione strutturale. Molti ex lavoratori edili, probabilmente non riusciranno a trovare lavoro. E la forza lavoro è in media meno qualificata che nei paesi vicini. Secondo Eurostat, solo il 55% degli spagnoli in età lavorativa ha completato il secondo ciclo di scuola secondaria, contro il 70% nella zona euro».
L'economia spagnola conosce un aumento del Pil (che comunque resta del 4% sotto ai livelli del 2008) solo grazie alle esportazioni, le quali sono state aiutate non solo dall'abbassamento dei salari ma dalla svalutazione dell'euro. Il mercato interno è invece al collasso ed il tasso di disoccupazione è al 22,4%!

E in Italia? Malgrado la "debolezza" dell'euro e la crescita delle esportazioni l'Istat ci dice che a giugno c'è stata una nuova battuta d'arresto della produzione industriale. Mercato e domanda interni sono ai minimi storici: 
«Questi dati altalenanti dimostrano che siamo ben lontani da un trend positivo e che non siamo ancora usciti dal tunnel della crisi. Fino a che i consumi non ripartono e le famiglie continuano ad arrancare e a far fatica ad arrivare alla fine del mese, difficilmente la produzione industriale potrà decollare, dato che se le famiglie non acquistano, i negozi non ordinano e le imprese, di conseguenza, non producono. Non per niente il dato sui beni di consumo è uno di quelli che registra la peggior performance su base annua».
Come chi ci segue da tempo sa bene, noi pensiamo che il nostro Paese, nel contesto generale dell'Occidente capitalistico, è entrato in una fase di stagnazione economica e di decadenza sociale di lungo periodo.

E' quindi sul lungo periodo che ci si deve misurare per comprendere le dinamiche del risveglio popolare e dei conflitti sociali.

Il lettore conclude: «Credo che dovremmo prima di tutto rielaborare l'idea stessa di "popolo" cercando di individuare gli schemi di comportamento di una massa senza più alcun punto di riferimento né politico, né ideale, né culturale, né tradizionale».

Sollecitazione giusta, a patto di comprendere che i "comportamenti" delle masse, al netto di fattori imponderabili, dipendono anzitutto sia da condizioni oggettive che dal grado di autonomia delle masse stesse, dalla presa ideologica delle classi dominanti. Piccole minoranze non possono incidere sulle condizioni oggettive —tranne nei casi in cui si trovino alla testa di potenti movimenti sociali—, possono e debbono invece contribuire alla cosiddetta "presa di coscienza", facendo sì che si faccia largo una diversa visione della società e del mondo. Ciò tuttavia sempre a partire dalle contraddizioni e dai problemi reali. Di qui l'importanza dell'analisi concreta della situazione concreta.

Ci sembra utile, al riguardo,  consigliare la lettura di questo articolo del marzo 2014.


Il trentennio andato sotto il nome di “globalizzazione” ha riplasmato le società tardo-capitalistiche. Il tessuto sociale emerso nel secondo dopoguerra, segnato dalla centralità delle fabbriche e dalla forte polarizzazione tra lavoro salariato e capitale, venne rimpiazzato da quello della cosiddetta“cetomedizzazione di massa” — una volta si diceva imborghesimento. Quale è stato il pervasivo messaggio ideologico del neoliberismo? Questo: “Proletari di tutti i paesi arricchitevi! Indebitatevi ma consumate e fatevi i cazzi vostri!”. 

La grande crisi sistemica del 2008-09 (propagatasi del centro verso le periferie), ha colto di sorpresa queste masse inebetite di parvenus, prigioniere della mentalità ideologica liberista. Questa mentalità non solo non muta alla stessa velocità dei processi sociali, ma anzi oppone resistenza, nell’illusione che tutto possa tornare come prima.

Che sia in corso una vera e propria guerra sociale oramai è sotto gli occhi dei più. Si potrebbe addirittura sostenere che si tratta di una vera e propria pulizia etnico-sociale. Interi gruppi sociali sono vittime di un vero e proprio sterminio di classe. La grande crisi sta producendo, come precipitato, una massa crescente di nuovi poveri, di proletari loro malgrado, di nuovi schiavi della globalizzazione. Provenendo dalle più disparate categorie sociali, compresi i cascami della borghesia, queste vittime della guerra sociale di sterminio sono il serbatoio dov’è ammucchiato il carburante esplosivo della rivoluzione democratica popolare in fieri. 


Questo sistema non vuole cambiare, ubbidisce alla più tetragona volontà di sopravvivenza. Questa cieca volontà di conservazione dell'ordine esistente da parte delle classi dominanti, mentre aumenta le probabilità di un nuovo generale collasso sistemico, alimenta la tendenza allo scontro sociale, di cui la sollevazione è il tornante più decisivo.

Ci sono quattro fasi che scandiscono la condotta sociale di questi nuovi poveri. 
(1) La prima segna il passaggio dal sonno ipnotico al risveglio(2) La seconda attiene al passaggio dal risveglio all’indignazione(3) La terza fase è quella in cui l’indignazione si trasforma in sollevazione. (4) La quarta vede la sollevazione trasformarsi in rivoluzione democratica.
Noi siamo appena entrati nella terza fase, quella del passaggio dall’indignazione alla rivolta. Il compito dei sovranisti rivoluzionari è quello di aiutare l’indignazione a diventare rivolta dispiegata. Lo si può e deve fare lavorando su due piani strettamente intrecciati: quello dell’organizzazione e quello della proposta politica.

Sul piano organizzativo si deve costruire in fretta, ovunque sia possibile, una lega dei rivoluzionari forte di nuclei militanti che debbono agire come il lievito della rivolta sociale diffusa. Per assolvere questa funzione devono essere esempio di devozione e di determinazione, punti di gravitazione e di mobilitazione dei decine di migliaia di cittadini già oggi disposti alla lotta.

Sul piano politico essi debbono agire per dare alla rivolta incipiente il respiro strategico, quindi una rappresentanza politica senza la quale essa non avrebbe speranza. In questo contesto si inserisce la proposta di un nuovo Comitato di Liberazione nazionale (CLN), che non sarà una mera addizione di soggettività politiche, bensì un ampio blocco sociale che dovrà condurre ala vittoria la lotta di liberazione. Una vittoria che non ha per posta un cambio di governo, bensì di regime e di modello sociale. I rivoluzionari debbono quindi, da una parte presentare la loro alternativa di società, l’idea di Paese che vogliono realizzare. Dall’altra indicare il programma di fase unitario del CLN, in altre parole le misure che un governo popolare d’emergenza, una volta riconsegnata al Paese la sua sovranità, dovrà applicare per rendere possibile la sua rinascita.

Per sua natura questa lotta di liberazione sarà prolungata, conoscerà fasi di avanzata e di ritirata. Una guerra che combinerà le due modalità di trincea e di movimento, e che tuttavia si vincerà in un solo giorno. I rivoluzionari sono il cervello e la spada della lotta di liberazione. L’assalto finale alla roccaforte centrale e allo Stato maggior nemico sarà possibile solo dopo che esso sarà stato accerchiato, ovvero dopo che saranno stati espugnati le sue postazioni e i suoi fortilizi, a cominciare da quelli più deboli, e quindi saranno state paralizzate, dal basso verso l’alto, le sue diverse articolazioni di comando.

Le circostanze storiche fanno sì che la lotta di liberazione sociale sia strettamente intrecciata a quella nazionale. La grande crisi non ha solo scompaginato gli assetti sociali, determinando una nuova gerarchia delle classi sociali nei singoli paesi; essa ha scombussolato la gerarchia tra le diverse nazioni. L’Italia, anche attraverso il ricatto del debito, da paese di punta dello schieramento imperialistico è diventata una potenza sub-imperialista periferica, sottoposta al saccheggio esterno. La sollevazione popolare prenderà la forma di una rivoluzione democratica. Questa a sua volta conoscerà alcune tappe. Inizierà con la cacciata del governo della fame e della servitù. Procederà fino al rovesciamento del regime oligarchico. Proseguirà verso losganciamento dal sistema di capitalismo-casinò.

Sono diverse le catene con cui è stata scippata al nostro Paese la sua sovranità. Se dobbiamo colpire quella rappresentata dall’euro non è perché abbiamo una qualche fissazione metafisica sulla moneta, quanto perché, delle diverse catene, è quella destinata a spezzarsi per prima. Occorre sempre sferrare i colpi sul punto intrinsecamente più debole del dispositivo sistemico avversario.

L’albero si riconosce dai suoi frutti. La moneta unica è stato uno dei principali strumenti con cui la cupola politica neoliberista, per nome e per conto della potente aristocrazia finanziaria internazionale, ha spazzato via le barriere difensive degli stati-nazione. Il processo di annientamento di ogni forma temibile di resistenza antagonistica non sarebbe stato possibile senza l’abbattimento, in nome dell’internazionalismo imperialista, le paratie dello Stato-nazione. Con ciò la stessa democrazia rappresentativa è stata ferita a morte. 

Dalla vittoria o dalla sconfitta della lotta di liberazione nazionale e sociale, dipendono la morte o il risorgimento della democrazia e dello Stato-nazione, che della democrazia rappresentativa è stata la culla storica. Ogni impero deve sbarazzarsi della democrazia, nessun impero può infatti vivere senza un regime di dispotismo politico —oggi nella forma di un sistema bipolare coercitivo.
L’impero euro-atlantico in cui il Paese viene trovarsi come provincia ha oramai due capitali, Washington e Berlino. Esso non si regge grazie ad una aperta occupazione militare, quanto invece —con l’ausilio della frazione della grande borghesia italiana pienamente incorporata nel sistema di saccheggio globalista ed di una schiera di proconsoli politici locali— ad una “occupazione economica e finanziaria”. Il nemico il popolo italiano ce l’ha quindi anzitutto dentro casa. Di contro alla credenza che esso sia lontano e imbattibile occorre quindi opporre l’idea che il nemico è invece vicino e battibile. 
Più questi proconsoli eseguono gli ordini imperiali, più affamano il popolo, più essi si indeboliscono e imprimono potenza alla molla della sollevazione che verrà.

Non c’è alcuna antitesi, anzi, tra lotta istituzionale ed extra-istituzionale. La prima forma anticipa e annuncia la seconda. I sussulti sociali saranno preceduti da nuove scosse politiche ed elettorali. L’opposizione tra via democratica e via rivoluzionaria è solo nella testa di coloro che sono affetti da “cretinismo parlamentare”. La via rivoluzionaria non è solo l’unica efficace, è la sola autenticamente democratica, dal momento che solo grazie ad essa il popolo lavoratore potrà liberarsi dallo stato di servitù.

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3 commenti:

  • Anonimo scrive:
    6 agosto 2015 12:09

    Ci sono anche spiegazioni di leadership, andate a leggere i deliri di Ferrero qui: http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=19136

    Dopo tutto quello che è successo, questa sarebbe la sua analisi e la sua proposta politica, un delirio senza ne capo ne coda.

    Ora, se pensate che gente del genere ha rappresentato l'opposizione in questo paese, per forza c'è stata una fortissima disaffezione.

    Taciamo poi di Vendola che non si saprebbe da dove cominciare.

    Riccardo.

  • Anonimo scrive:
    6 agosto 2015 17:41

    Quelle quattro fasi, risveglio indignazione sollevazione rivoluzione, non hanno fondamento nella realtà attuale.

    Voi non distinguete fra massa e popolo per cui credete che si possa passare dalla prima al secondo in maniera quasi automatica non appena se ne presentino le condizioni "materiali" necessarie e sufficienti. Non è così.

    Voi non avete riflettuto su come si è storicamente passati da popolo a massa, attraverso quali passaggi intermedi e secondo quali meccanismi.

    Parlate del "grado di autonomia delle masse stesse dalla presa ideologica delle classi dominanti". Ma questo "grado di autonomia" non esiste sulla facia della terra, non può esistere se il popolo è stato ridotto a massa.
    La cosa incredibile è che lo vedete anche voi. Voi ci scrivete su i post sul mortorio e poi venite a parlare di grado di autonomia.

    Intanto dovete capire che bisogna nominare un nemico, che non deve essere il nemico supremo e verace ma un nemico veritiero che abbia realmente delle responsabilità. Tsipras e Varoufakis avevano "nominato" la Germania e al referendum hanno trionfato.

    Poi bisogna inventarsi ideali adatti ai tempi SOPRATTUTTO ESPRESSI CON PAROLE ADATTE AI TEMPI.

    E poi tante altre cose ma ricordatevi che se non mettete al primo posto una nuova analisi del popolo AL DI FUORI DEI VOSTRI SCHEMI MOLTO DATATI tutte la vostra preparazione non servirà a nulla.

  • Anonimo scrive:
    6 agosto 2015 20:15

    Riccardo scusa,

    ma che c'entrano Vendola e Ferrero?
    Loro sono l'espressione di una massa informe di cittadini che non è più popolo, per forza che sono così inetti come politici.
    C'è altro di cui parlare ma non lo si fa. La cosa straordinaria è che proprio Sollevazione scrive articoli sul mortorio ma non due giorni fa, è da due o tre anni che si lamenta delle condizioni del "popolo".
    Però poi si parla solo di analisi economiche e politiche.
    Per forza che escono fuori i Vendola e Ferrero.

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