FORUM DEI POPOLI MEDITERRANEI

venerdì 31 luglio 2015

C'È UN POSTO PER LA SINISTRA NELLA GABBIA DELL'EURO? di Rodolfo Monacelli

[31 luglio ] 
Rodolfo Monacelli fa parte del Consiglio Nazionale di Ora-Costituente. In questo articolo argomenta che no, non c'è spazio possibile nella gabbia dell'euro(pa) per una sinistra, che sia riformista o rivoluzionaria.
La crisi greca, con la sconfitta politica di Alexis Tsipras, ha mostrato anche ai ciechi un elemento fondamentale: non può esserci democrazia all’interno dell’Unione Europea e non può esistere una sinistra (che sia riformista o rivoluzionaria) dentro questo sistema.
Può sembrare strano a chi legge quest’affermazione. Ma come, vi chiederete, non sono stati i governi di centrosinistra di tutta Europa, insieme a quelli di centrodestra, a volere l’Euro e a chiedere “Più Europa”?
Esatto. Il che rende la cecità dei sinistrati europei ancora più paradossale.
Ma torniamo alla mia affermazione iniziale. Perché non può esistere una Sinistra all’interno del sistema europeista? Naturalmente, non può essere questo il luogo per disquisire su cosa sia la Sinistra, le sue origini, il suo fine. Quel che è, però, importante rilevare è come una qualsiasi Sinistra non può avere nessun senso in un luogo dove non esiste il conflitto tra dominati e dominanti, in cui non è possibile per gli stati esercitare il proprio potere di scegliere diverse e alternative politiche economiche, dove i partiti di sinistra non possono mettere in atto politiche economiche redistributrici in misura maggiore dei partiti di destra (e il caso di Syriza è lampante da questo punto di vista). Ed è questa esattamente la situazione che viviamo all’interno dell’Unione Europea.
In altre parole, usando un termine antico ma sempre attuale, all’interno dell’Unione Europea e nell’Eurozona non può esistere la Lotta di Classe. A questo proposito va sottolineato e precisato un elemento per evitare confusioni, fraintendimenti e strumentalizzazioni (sempre all’ordine del giorno, purtroppo, all’interno del cosiddetto mondo sovranista). Per Lotta di Classe non si intende certamente lotta contro i piccoli imprenditori, i commercianti, le piccole partite Iva (anche perché chi scrive fa parte di quest’ultima categoria). Non a caso ho utilizzato le categorie di “dominati e dominanti”. La “nuova” Lotta di Classe, una volta usciti dall’euro e dall’Unione Europea, dovrà essere costituita da nuove categorie e nuove classi contro gli esponenti del cosiddetto “Capitalismo Casinò”: grande capitale, capitalismo finanziario, potere bancario. Nulla a che vedere, insomma, con il ceto medio e la piccola borghesia. E, anche per questo, l’alleanza necessaria per uscire dalla gabbia europeista dovrà essere un’alleanza sociale oltre che politica. Ma di questo argomento parleremo in seguito.
Torniamo a noi. Come ho cercato di rilevare, all’interno dell’Unione Europea non può esistere una sinistra. E allora qual è il motivo per cui, nonostante la sconfitta di Syriza che potrebbe anticipare un destino simile per Podemos, tutti gli esponenti della sinistra europea (salvo lodevoli e rare eccezioni) non mettono in discussione questo sistema? E quando parliamo di sinistra, non intendiamo certamente solamente quello che ancora viene definito “centrosinistra”. Anzi il paradosso è che le poche voci che “da sinistra” si sono alzate contro il sistema euro sono esponenti o ex esponenti del Partito Democratico: Stefano Fassina e Alfredo D’Attorre.
La sinistra radicale, invece, cosa ha fatto in questi anni? Insulti a chi nominava la Sovranità nazionale, strane e bizzarre teorie del segretario di Rifondazione Comunista secondo il quale uscire dall’euro e dall’Unione Europea “sarebbe come far tornare il dentifricio nel tubetto” e altre nefandezze che risparmiamo ai lettori.
Vi sono poi, come in tutte le tragedie, momenti di sincera ilarità. Come nel caso di uno dei tanti movimenti settari di estrema sinistra che, in Italia, danno del “fascista” a chi osa nominare la questione nazionale e l’uscita dall’euro e dall’Unione Europea ma poi, sono alleati con i greci della Piattaforma di Sinistra di Syriza (http://sollevazione.blogspot.it/2015/04/cosa-vuole-la-sinistra-di-syriza-di.html), i quali sono per l’uscita dall’euro e dall’Unione Europea e sono i veri oppositori della strategia suicida di Tsipras!!!! A tal proposito viene automatico ricordare Bertold Brecht per il quale “Chi non conosce la Verità è uno sciocco ma chi, conoscendola, la chiama Bugia è un delinquente”.
Che fare dunque? Arrendersi e aspettare che l’uscita dall’euro (ma non dall’Unione Europea) la gestisca chi in questo sistema ci ha portato (che siano i mercati finanziari o movimenti antidemocratici di estrema destra)? Chi scrive non è d’accordo con tale visione. Per una serie di motivi che tenterò ora di illustrare brevemente.
Innanzitutto se è vero che le dirigenze dei movimenti di sinistra (radicale e moderata), per cecità ideologica, settarismo e compromissione con i ceti dominanti, non hanno compreso che la vera battaglia che oggi è da combattere è quella per l’uscita dell’Euro e dell’Unione Europea, ciò non è più così vero nel cosiddetto “popolo di sinistra”. Nonostante l’incessante disinformazione di massa dei propri referenti politici, nonostante il terrorismo mediatico di media e tv, alla fine la Verità entra in scena e, come bene scriveva Emile Zola, “Quando la verità viene sepolta, cresce, soffoca, accumula una tale forza esplosiva che, il giorno che scoppia, fa saltare ogni cosa con sé”. Non vorrei essere accusato di idealismo se scrivo che quel giorno è più vicino di quanto noi stessi immaginiamo.
Il secondo punto è che, pur se un fenomeno ancora minoritario anche se politicamente rilevante, stiamo assistendo in molti paesi d’Europa alla nascita di un’altra sinistra che si distanza sia tra quella ideologica e radicale ma europeista (anzi, “altreuropeista”), che sostanzialmente è diventata la gamba di sinistra del processo di riproduzione capitalistico-finanziario, e sia da quella legata più esplicitamente ai gruppi di potere dominanti (il Partito Democratico, Il Pasok, Il Partito Socialista francese, eccetera).
Una sinistra, cioè, che ha compreso come sia centrale, per qualsiasi progetto politico che voglia essere realmente popolare, rivendicare l’elemento della sovranità nazionale e democratica. Per citare le parole di Stathis Kouvelakis, esponente della Piattaforma di Sinistra di Syriza, “Ciò di cui abbiamo bisogno è di una nuova sinistra anticapitalista. E una delle condizioni, non sufficienti ma necessarie per arrivarci, è aprire un fronte risoluto contro il nostro avversario attuale, cioè l’Unione Europea e tutto ciò che rappresenta”.
Questa sinistra, nonostante il silenziamento di tutti i media, esiste anche in Italia: organizzatosi a seguito del convegno di Chianciano Terme, “Oltre l’Euro. La Sinistra, la Crisi, l’Alternativa”, nasce nel 2013 il Coordinamento della Sinistra Contro l’Euro oggi confluito in Ora Costituente (http://www.oracostituente.it/).
Ma cosa direbbe questa “Sinistra Sovranista” di diverso da tutti i vari movimenti che, negli anni, si sono costituiti per far uscire l’Italia dall’Eurozona?
Innanzitutto che uscire dall’Euro, e dall’Unione Europea, è una condizione “necessaria ma assolutamente non sufficiente” per liberarci dalla gabbia del Neoliberismo, per ridare dignità e libertà al nostro Paese e ai lavoratori. Uscire dall’Euro e dall’Unione Europea senza mettere in discussione il sistema che lo ha creato, cioè il Neoliberismo, sarebbe la forma più pericolosa di gattopardismo, quella per cui si faccia finta di cambiare tutto per non cambiare nulla. In altre parole, se è vero che non può esserci euro senza Austerità, non è automaticamente vero il contrario: può esserci tranquillamente Austerità anche senza Euro.
Naturalmente, sarebbe da sciocchi ritenere che basti questa Sinistra Sovranista a farci uscire dall’Euro e dall’Unione Europea. Come scritto in precedenza in questo articolo, è necessaria, innanzitutto, un’alleanza sociale (una mera alleanza tra partiti, partitini e movimentini non sarebbe solo inutile, ma anche dannoso) tra tutti quei ceti colpiti dalla crisi e dal sistema eurista: un’alleanza tra piccoli imprenditori, partite Iva, commercianti, lavoratori autonomi e dipendenti che devono acquisire la consapevolezza che, oggi, il vero nemico di classe (per gli uni e per gli altri) è rappresentato dal grande capitale finanziario che sta eliminando sovranità agli stati, le libertà, individuali e collettive, e le identità culturali ai popoli.
Naturalmente, tutto questo non sarebbe comunque sufficiente per sconfiggere un nemico così forte da un punto di vista economico, politico, militare, se in breve tempo non costituiremo “la più vasta alleanza che includa le forze democratiche già oggi all’opposizione e quelle destinate a sorgere” (tratto dal Manifesto di Ora Costituente: http://oracostituente.it/ora-costituente-il-manifesto/) e la più ampia partecipazione popolare che renda possibile il ribaltamento dell’ideologia dominante e, conseguentemente, del ceto politico al potere.
Non è semplice. Soprattutto dopo anni di rincretinimento mediatico, di spoliticizzazione e di rinuncia alla partecipazione politica che, nel più vasto sentimento popolare, è ormai vista come “una cosa sporca”, grazie anche a chi invece di combattere questo sistema si è ridotto a contestare soltanto gli elementi accessori, la casta e gli sprechi, rinforzando la convinzione per cui basterebbero amministratori e politici onesti per cambiare le cose.
La vicenda greca ha però dato un colpo forse decisivo all’immagine degli eurocrati e dell’Unione Europea. Tocca a noi approfittarne e non farci sfuggire l’ennesima occasione.
L’alternativa è quella di lasciare questo campo scoperto e in politica non esiste il vuoto. Questo vuoto sarebbe, infatti, occupato (e già inizia a esserlo) da forze reazionarie che, travestite da antisistema, ci farebbero cadere dalla padella del neoliberismo nella brace di un sistema autoritario (magari senza abbandonare, se non esteriormente, il neoliberismo). Forze che dal nazionalismo europeista (perché non è nazionalismo quello che ci dice che è necessario essere una forza continentale perché dobbiamo essere più forti, più produttivi per concorrere con gli altri paesi concorrenti?) ci farebbe in un battibaleno passare al nazionalismo antitedesco. In questo anche aiutati dalla sinistra sinistrata per cui il problema non è l’Europa, ma i tedeschi. Il tempo è poco, ma se abbiamo le carte da giocare buttiamole sul tavolo. Aspettare ancora sarebbe irresponsabile e colpevole.

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SVIMEZ: IL MEZZOGIORNO D'ITALIA PEGGIO DELLA GRECIA. Situazione esplosiva

[ 31 luglio ]


In tredici anni, dal 2000 al 2013, l'Italia è stato il Paese che e' cresciuto meno, +20,6% rispetto al +37,3% dell'area Euro a 18, addirittura meno della Grecia, che ha segnato +24% quale effetto della forte crescita negli anni pre crisi, che è riuscita ad attenuare in parte il crollo successivo. 

Questa la fotografia scattata da Svimez nelle anticipazioni del Rapporto sull'economia del Mezzogiorno 2015, che sottolinea come la situazione e' decisamente più critica al Sud, che cresce nel periodo in questione la metà della Grecia, +13%: oltre 40 punti percentuali in meno della media delle regioni Convergenza dell'Europa a 28 (+53,6%). Una situazione che Svimez fotografa così: "Il Sud è ormai a forte rischio di desertificazione industriale, con la conseguenza che l'assenza di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire all'area meridionale di agganciare la possibile ripresa e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente".

Prodotto, la forbice si amplia. Il divario del Pil pro capite tra Centro-Nord e Sud è tornato ai livelli del secolo scorso, dettaglia ancora il rapporto Svimez. In particolare, in termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno nel 2014 è sceso al 63,9% del valore nazionale, un risultato mai registrato dal 2000 in poi. Recentemente, uno studio di Confindustria aveva mostrato che il Mezzogiorno offre segnali di ripresa, dal calo della cassa integrazione al recupero dell'occupazione, ma aveva anche aggiunto che bisognerà aspettare il 2025 (assumendo per altro una crescita in linea con il resto del Paese) per recuperare i 50 miliardi di Prodotto interno dispersi negli anni della recessione.

Allarme lavoro e consumi. Tornando ai dati Svimez, resta comunque un allarme sul fronte del lavoro: "Il numero degli occupati nel Mezzogiorno, ancora in calo nel 2014, arriva a 5,8 milioni, il livello più basso almeno dal 1977, anno di inizio delle serie storiche Istat". Al Sud, inoltre, lavora solo una donna su cinque. Nel 2014, a fronte di un tasso di occupazione femminile medio del 64% nell'Europa a 28 in età 35-64 anni, il Mezzogiorno è fermo al 35,6 per cento. Dal rapporto emerge poi che i consumi delle famiglie meridionali sono ancora scesi, arrivando a ridursi nel 2014 dello 0,4%, a fronte di un aumento del +0,6% nelle regioni del Centro-Nord. Qui si è registrato un recupero dei consumi di beni durevoli, con un aumento delle spese per vestiario e calzature (+0,3%) e di altri "beni e servizi", categoria che racchiude i servizi per la cura della persona e le spese per l'istruzione (+0,9%). In crescita nel centro-nord anche i consumi alimentari (+1%), a fronte della contrazione del mezzogiorno (-0,3%). In generale, nel 2014 i consumi pro capite delle famiglie del mezzogiorno sono stati pari al 67% di quelli del Centro-Nord.

Rischio povertà. In Italia negli ultimi tre anni, dal 2011 al 2014, le famiglie assolutamente povere sono cresciute a livello nazionale di 390mila nuclei, con un incremento del 37,8% al Sud e del 34,4% al Centro-Nord. Quanto al rischio povertà, nel 2013 in Italia vi era esposto il 18% della popolazione, ma con forti differenze territoriali: 1 su 10 al Centro-Nord, 1 su 3 al Sud. La regione italiana con il più alto rischio di povertà è la Sicilia (41,8%), seguita dalla Campania (37,7%). La povertà assoluta è aumentata al Sud rispetto al 2011 del 2,2% contro il +1,1% del Centro-Nord. Nel periodo 2011-2014 al sud le famiglie assolutamente povere sono cresciute di oltre 190 mila nuclei in entrambe le ripartizioni, passando da 511 mila a 704 mila al Sud e da 570 mila a 766 mila al Centro-Nord.

Desertificazione industriale. Nel 2014 a livello nazionale il valore aggiunto del manifatturiero è diminuito dello 0,4% rispetto al 2013, quale media tra il -0,1% del Centro-Nord e il -2,7% del Sud. Un valore ben diverso dalla media della Ue a 28 (+1,6%), con la Germania a +2,1% e la Gran Bretagna a +2,8%. In calo anche l'industria in senso stretto: -0,7% al Centro-Nord, -3,6% al Sud. Complessivamente, negli anni 2008-2014 il valore aggiunto del settore manifatturiero è crollato in Italia del 16,7% contro una flessione dell'Area Euro del -3,9%. A pesare, ancora una volta, soprattutto il Mezzogiorno: dal 2008 al 2014 il settore manifatturiero al Sud ha perso il 34,8% del proprio Prodotto, e ha più che dimezzato gli investimenti (-59,3%). La crisi non è stata altrettanto profonda nel Centro-Nord, dove la diminuzione è stata meno della metà, -13,7% del prodotto manifatturiero e circa un terzo negli investimenti (-17%).

Non si fanno più figli. Oltre al tessuto economico, preoccupa la situazione demografica: "Nel 2014 al Sud si sono registrate solo 174 mila nascite, livello al minimo storico registrato oltre 150 anni fa, durante l'Unità d'Italia: il Sud sarà interessato nei prossimi anni da un stravolgimento demografico, uno tsunami dalle conseguenze imprevedibili", sono le parole del rapporto.

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giovedì 30 luglio 2015

PODEMOS ED I LIMITI DEL POPULISMO DI SINISTRA (prima parte) di Moreno Pasquinelli

[ 30 luglio ]

Non si fa che parlare di Podemos. Pasquinelli svolge un'indagine a partire dal "discorso" del suo principale leader.

Più sotto il testo integrale dell'intervento di Pablo Iglesias.


E' evidente che senza la potente spinta del Movimento 15-M o degli indignados, dilagato nelle principali città spagnole nella primavera del 2011, Podemos non avrebbe visto luce. Un movimento di massa, quello degli indignados, che a sua volta non sarebbe sorto senza la devastante crisi economica e sociale che ha sconvolto la società ed il sistema politico spagnoli.
Ciò nulla toglie al grande valore politico di quel pugno di intellettuali raccolti attorno a Pablo Iglesias che due anni e mezzo dopo, esattamente il 17 gennaio 2014, sulla base di un appello, fondarono Podemos.
Il bel successo alle elezioni europee del maggio 2014, nonché quello alle elezioni regionali del marzo scorso, hanno messo Podemos —in un anno diventato il terzo partito spagnolo— sotto la luce di molti riflettori; da quelli degli eurocrati a quelli degli analisti statunitensi, da quelli dei banchieri a quelli di una certa sinistra spompata che Podemos vorrebbe scimmiottare. 

I populismi 

Intellettuali e politologi liberali, che non si fanno troppe fisime ideologiche e sono abili nell'uso del Rasoio di Occam, lo definiscono, non senza disprezzo, un "movimento populista di sinistra". Una definizione forse troppo lasca, per sua stessa natura imperfetta, che quindi dev'essere meglio qualificata.

Nel novecento (sorvoliamo sullo specifico fenomeno del populismo russo del XIX secolo), segnato da una forte polarizzazione sociale ed ideologica, "populista" era in effetti una definizione dispregiativa. Qualificava movimenti di protesta che, dichiarandosi al di sopra dell'opposizione tra le due classi fondamentali ed al di là dell'alternativa tra capitalismo e socialismo, avanzavano pasticciate riforme sociali che consistevano in un miscuglio abborracciato di capitalismo e socialismo — sempre dietro a formali proclami giustizialisti e qualunquistici anti-élite. Il discorso populista si distingueva quindi per il suo carattere demagogico, per il sostegno alle più disparate e contraddittorie istanze sociali pur di ottenere il consenso e salire al potere.
Il fascismo, coi suoi miti fondanti di popolo, patria e giustizia sociale, fu senza dubbio una delle variopinte forme del fenomeno populista. Una volta sconfitto quest'ultimo il populismo prese strade anche molto diverse, spesso opposte, ma fu fenomeno sempre vivo, anzitutto nei paesi del Sud del mondo. Alla testa dei movimenti di liberazione nazionali dei paesi semicoloniali e coloniali avemmo formazioni a vario titolo populiste, nella gran parte dei casi con tratti ideologici giacobini, se non addirittura socialisti.

In Occidente, come effetto del doppio crollo, del movimento operaio e del cosiddetto "socialismo reale", il discorso populista ha ripreso vigore. Assumendo anche in questo caso le più disparate forme. Con l'avvento della crisi sistemica —che è triplice: economica, di egemonia ideologica delle classi dominanti e dunque dei regimi politici— possiamo addirittura dire che siamo entrati nella fase dell'espansione dei populismi. Fare esorcismi davanti a questa rinascita non è solo inutile, è dannoso. Occorre invece capirli per farvi fronte. Per parafrasare Marx, per sopprimere il populismo, ovvero per dare una direzione adeguata agli eventi storici, occorre realizzarlo. Salvo una ripresa su larga scala del ciclo neoliberista (ipotesi che escludiamo) avremo, di sicuro nei paesi più colpiti dalla crisi sistemica, governi populisti o a guida populista, che assumeranno forme molto diverse, finanche antagonistiche. Avremo governi populisti di tipo reazionario, con politiche che mischieranno liberismo e autoritarismo —di destra—, e governi populisti  antiliberisti e democratici —di sinistra. Proprio a causa dei limiti a loro connaturati, questi populismi sono destinati a fallire, e questo fallimento aprirà la strada a chi verrà dopo di loro, a regimi di tipo fascista o a regimi di tipo socialista. Se tentiamo di scrutare l'orizzonte gettando lo sguardo oltre al presente, una terza via non si avrà.

Il discorso Pablo Iglesias 

E' Podemos un movimento populista?
La risposta, e per noi non è affatto motivo di scandalo, è sì. Ce lo confermava Pablo Iglesias quando, in polemica con gli intellettuali di regime che bollavano Podemos come populista, rispose argutamente che questi pennivendoli maledicono come populista ogni movimento che abbia due caratteristiche: la prima, che sorga come forma di rappresentanza di chi sta in basso; la seconda, che la direzione di chi da voce e identità a chi sta in basso, non provenga dal sinedrio delle élite dominanti.

E sempre Pablo Iglesias ci conferma questa diagnosi quando non perde occasione per dire che Podemos non è né di destra né di sinistra, e quando con estrema durezza risponde di no alla proposta di Izquierda unida (Iu) di dar vita ad una alleanza elettorale che implichi la presenza del simbolo di Iu sulla scheda elettorale. "Niente simboli ideologici del passato che ci farebbero perdere, non ci accontentiamo di gareggiare, vogliamo vincere le elezioni", risponde Iglesias. Alleanze popolari sì, ma solo con movimenti di base apartitici, come è avvenuto nelle città di Madrid e Barcellona.


Non dobbiamo andare troppo lontano per capire Podemos
In Italia la cosa che più gli si avvicina è il Movimento 5 Stelle. Movimento, quest'ultimo, che i fondatori di Podemos hanno preso con ogni evidenza ad esempio (che lo ammettano o meno), ben più che SYRIZA —malgrado ora spagnoli e greci facciano parte, nel Parlamento europeo, dello stesso gruppo della sinistra unitaria europea/sinistra verde nordica (Gue/Ngl). 

I fondatori di Podemos hanno deliberatamente ricalcato l'esperienza dei cinque stelle sotto diversi profili. Ad esempio quello del funzionamento interno, fondato sulla narrazione della democrazia diretta, dell'uno che vale uno, della modalità dei referendum interni e delle primarie per comporre liste elettorali e comitati direttivi—salvo, anche qui seguendo i cinque stelle, coartare la democrazia diretta a favore di modalità chiaramente centralistiche: vedi la procedura proposta dell'esecutivo di Podemos per formare le liste alle prossime elezioni politiche.
Anche sul piano del profilo politico generale e delle rivendicazioni programmatiche le similitudini saltano agli occhi: centralità del discorso sulla "casta", inasprimento delle pene per i reati di corruzione e fiscali, reddito di cittadinanza, contrasto alle banche ed ai meccanismi di pignoramento, referendum obbligatori sui temi importanti, rifiuto delle politiche austeritarie. Due le differenze più evidenti rispetto al M5S: una critica più decisa e coerente del neoliberismo, a cui fa tuttavia da contraltare una visione altreuropeista molto simile a quella delle sinistre "radicali" europee.

Pablo Iglesias tenne l'anno passato a Valladolid un discorso a braccio davvero importante [il cui testo riportiamo quasi integralmente più sotto e che consigliamo vivamente di leggere]. Perché importante? Perché, oltre a mostrare da dove egli venga, oltre a mettere in luce le sue indubbie capacità intellettuali, svela come la narrazione di Podemos oscilli tra il grande e l'enormemente piccolo, tra una notevole abilità tattico-discorsiva e l'angustia strategica.

Polemizzando (giustamente) con l'astrattismo identitario e dogmatico di certa sinistra, con l'incapacità di mettersi in sintonia con i bisogni e la coscienza reali delle persone in carne ed ossa, Iglesias traccia le linee fondamentali del suo pensiero politico.
La politica? "... non è ciò che io o voi vogliamo che sia. È ciò che è, ed è terribile... La politica è una questione di rapporti di forza, non di desideri o di quel che ci diciamo in assemblea"
In politica? "...non conta avere ragione, ma avere successo".
L’obiettivo? "... è riuscire a deviare il “senso comune” verso una direzione di cambiamento".
Confesso che ascoltando questi concetti un brivido mi è corso lungo la schiena.
All'apparenza Iglesias fa un discorso all'insegna di un sano e spietato realismo politico. Vale la pena però soffermarsi su queste parole, perché ci dicono molto della forma mentis di chi le ha pronunciate. 
Ebbene, qui siamo oltre la vecchia banalissima massima per cui la politica sarebbe "l'arte del possibile". Una massima massimamente sbagliata, buona in bocca a politicanti mediocri in fasi politiche ordinarie. In fasi politiche straordinarie, segnate da profonde crisi di regime che pongono sul tappeto in modo oppositivo soluzioni alternative, la politica come tecnica del possibile cede sempre il passo a quella della politica come arte di ciò che il tradizionale "senso comune" considera "impossibile", di ciò che non è ancora. Fasi di grande turbolenza sociale nelle quali prendono necessariamente il sopravvento movimenti politici dotati di visioni strategiche audaci, raggruppati attorno a gruppi dirigenti coraggiosi che non esitano davanti ai nemici, decisi ad abbattere gli ostacoli sulla loro strada.

Movimenti e dirigenti che non solo indicano con chiarezza il nemico da battere ma possiedono una idea nobile ed altruistica della politica, concepita come missione spirituale, polarmente opposta a quella cosa "terribile" di cui ci racconta Iglesias, di cui ci parla il senso comune così com'è stato plasmato da secoli di soggezione e abiezione plebea alle classi dominanti.

Che la vittoria nel campo politico si risolva in una questione di rapporti di forza —quindi anche di esercizio della forza—, è certamente vero, a patto di accompagnare questo concetto a quello di egemonia, il quale implica appunto una tenace guerra di posizione e di movimento sul piano intellettuale, filosofico e culturale affinché una concezione del mondo rivoluzionaria si faccia strada a spese di quella dominante. O si ha una visione del mondo alternativa a quella delle classi dominanti o si finisce per essere non solo contaminati dal discorso dominante, ma prigionieri. 
Iglesias esprime un arrogante disprezzo per le utopie e gli utopisti ma dovrebbe dirci, oltre a proferire i luoghi comuni sul fatto che il sistema vigente è disfunzionale e sommamente ingiusto, se occorra o no oltrepassarlo, se ritiene che un buen vivir sia compatibile con un sistema che ha come ragion d'essere che i pochi sfruttino e succhino valore ai molti. Ciò che appunto chiama in ballo l'avere o il non avere un visione generale, una coerente proposta di società.

Che in politica non conti "...avere ragione, ma avere successo", è un concetto francamente disarmante. Nella sua inquietante innocenza questa frasetta potrebbe essere presa alla leggera, come prova provata di una volontà populistica di potenza. C'è qualcosa di più invece, c'è appunto quel mostro della politica come "cosa terribile", ove terribile significa, pur di avere "successo", il dover fare ed il dover dire anche ciò che non si pensa, se non addirittura il contrario di ciò in cui si crede. Se qui c'è un metodo, è quello tipico di chi considera la politica una tecnica per strappare il potere, astuzia per ottenere consenso se non per abbindolare le masse, ciò che spesso implica il dissimulare le proprie reali intenzioni.

Saremmo, in questo caso, sul terreno della politica politicante, dove l'obbiettivo fine a se stesso sarebbe il "successo", che si misura nella quantità di potere che si ottiene.  Potere per cosa? Per il "cambiamento" risponde Iglesias, parola ingannevole degli in fingardi e dei furfanti politici —come ad esempio Albert Rivera leader di Ciudadanos—, che non a caso disputa a Podemos, ma sul versante neoliberista opposto, il consenso degli spagnoli scontenti della "casta", considerati dalle élite intellettuali sudditi da rimbonire con parole polisemiche, spesso prive di significato, o buone per tutte le stagioni.

Potere da chi? Chi ti rende  —nel contesto dato di quella che Debord chiamava "società dello spettacolo", della politica non come visione, come pathos ed ethos, ma al contrario come rappresentazione scenica— candidabile, se non anche il potere medesimo che decide chi gettare e chi no sulla ribalta mediatica? Non è forse vero che se il potere ti offre questo lusso è proprio per renderti potabile?

(QUI la seconda parte)


L'INTERVENTO DI PABLO IGLESIAS
Più sotto il testo in lingua italiana





«So molto bene che la chiave per comprendere la storia degli ultimi cinque secoli è la formazione di specifiche categorie sociali, chiamate “classi”; è per questo che vorrei raccontarvi un aneddoto. Quando il movimento 15-M ebbe inizio, a Puerta del Sol, alcuni studenti del mio dipartimento, il dipartimento di scienze politiche, studenti molto politicizzati – avevano letto Marx, avevano letto Lenin – parteciparono per la prima volta nella loro vita a iniziative politiche con persone normali.
Si disperarono. “Non capiscono niente! Proviamo a dirglielo, voi siete proletari, anche se non lo sapete!”. Le persone li guardavano come se venissero da un altro pianeta. E gli studenti tornavano a casa depressi, dicendo “non capiscono niente”. Gli avrei voluto rispondere: “Non capite che il problema siete voi? Che in politica non conta avere ragione, ma avere successo?”. Potere avere le migliori analisi, comprendere le chiavi di lettura dello sviluppo economico a partire dal sedicesimo secolo, capire che il materialismo storico è la via da seguire per capire i processi sociali. Ma a cosa serve se poi ve ne andate in giro ad urlare in faccia alla gente “siete proletari e nemmeno ve ne rendete conto”?
Il nemico non farebbe altro che ridervi in faccia. Potete indossare una maglietta con la falce e il martello. Potete persino portare un’enorme bandiera rossa, e tornarvene a casa con la vostra bandiera, il tutto mentre il nemico continua a ridervi in faccia. Perché le persone, i lavoratori, continuano a preferire il nemico a voi. Gli credono. Lo capiscono quando parla. Mentre a voi non vi capiscono. E probabilmente voi avete ragione! Probabilmente potreste chiedere ai vostri figli di scrivere sulla vostra lapide: “Aveva sempre ragione – ma nessuno lo seppe mai”.
Quando si studiano i movimenti rivoluzionari di successo, si può notare con facilità che la chiave per riuscire è lo stabilire una certa convergenza tra le proprie analisi e il sentire comune della maggioranza. E questo è molto difficile. Perché implica il superamento delle contraddizioni.
Pensate che avrei qualche problema ideologico nei confronti di uno sciopero selvaggio di 48 o di 72 ore? Neanche per idea! Il problema è che organizzare uno sciopero non ha nulla a che fare con quanto grande sia il desiderio mio e vostro di farlo. Ha a che fare con la forza dei sindacati, e sia io che voi siamo insignificanti in materia.
Voi e io possiamo desiderare che la terra sia un paradiso per l’umanità intera. Possiamo desiderare quello che vogliamo, e scriverlo su una maglietta. Ma la politica è una questione di rapporti di forza, non di desideri o di quel che ci diciamo in assemblea. In questo paese ci sono solamente due sindacati che hanno la capacità di organizzare uno sciopero generale: la CCOO e la UGT. Mi piacciono? No. Ma così è come stanno le cose, e organizzare uno sciopero generale è molto difficile.
Ho partecipato ai picchettaggi davanti ai depositi degli autobus a Madrid. Le persone che erano lì, all’alba, e sapete dove dovevano andare? A lavoro. Non erano crumiri. Ma sarebbero stati cacciati dal loro posto di lavoro, perché lì non c’erano sindacati a difenderli. Perché i lavoratori che possono difendersi da soli, come quelli nei cantieri navali o nelle miniere, hanno sindacati forti. Ma i ragazzi che lavorano come venditori telefonici, o nelle pizzerie, o le ragazze che lavorano nel commercio al dettaglio, non possono difendersi.
Verrebbero immediatamente segati il giorno dopo lo sciopero. E voi non sarete lì, e io non sarò lì, e nessun sindacato sarà lì per sedersi col capo e dirgli: faresti meglio a non far fuori questa persona perché ha esercitato il diritto di sciopero, perché pagherai un prezzo per questo. Questo non succede, non importa quanto entusiasmo possiamo avere.
La politica non è ciò che io o voi vogliamo che sia. È ciò che è, ed è terribile. Terribile. Ed è per questo motivo che dobbiamo parlare di unità popolare, ed essere umili. A volte dovrete parlare con persone cui non piacerà il vostro linguaggio, con le quali i concetti che voi usate non faranno presa. Cosa possiamo capire da questo? Che stiamo venendo sconfitti da parecchi anni. Il perdere tutte le volte implica esattamente ciò: implica che il “senso comune” è differente da ciò che noi pensiamo sia giusto. Ma non è nulla di nuovo. I rivoluzionari lo hanno sempre saputo. L’obiettivo è riuscire a deviare il “senso comune” verso una direzione di cambiamento.
César Rendulues, un tipo molto acuto, afferma che la maggior parte delle persone sono contro il capitalismo ma non lo sanno. La maggior parte delle persone difende il femminismo, anche se non ha mai letto Judith Butler o Simone de Beauvoir. Ogni volta che vedete un padre fare i piatti o giocare con suo figlio, o un nonno spiegare a suo nipote di condividere i suoi giocattoli, c’è più trasformazione sociale in questi piccoli episodi che in tutte le bandiere rosse che potete portare ad una manifestazione. E se falliamo nel comprendere che queste cose possono fungere da fattori unificanti, loro continueranno a riderci in faccia.
Quello è il modo in cui il nemico ci vuole. Ci vuole piccoli, mentre parliamo un linguaggio che nessuno capisce, fra di noi, mentre ci nascondiamo dietro i nostri simboli tradizionali. È deliziato da tutto ciò, perché sa che finché continueremo ad essere così, non saremo mai pericolosi. Possiamo avere toni radicali, dire che vogliamo organizzare uno sciopero selvaggio, parlare di popolo armato, brandire simboli, portare ritratti dei grandi rivoluzionari alle nostre manifestazioni… loro ne saranno deliziati! Ci rideranno in faccia. È quando metterete insieme centinaia, migliaia di persone, quando inizierete a convincere la maggioranza, persino quelli che votavano per il nemico: è in quel momento che inizieranno a spaventarsi. Questo è quello che si chiama “politica”, ed è questo che dobbiamo capire.
Ve lo ricordate quel compagno calvo e col pizzetto che nel 1905 parlava di soviet?. Era un genio. Aveva intuito l’importanza di un’analisi concreta della situazione concreta. In tempo di guerra, nel 1917, quando il regime russo era sull’orlo del collasso, disse una cosa molto semplice ai russi, fossero essi soldati, contadini o lavoratori. Disse: “Pane e pace”. E quando disse “pane e pace”, che era ciò che tutti volevano – che la guerra finisse e che si potesse avere abbastanza da mangiare – molti russi che non sapevano neppure se fossero di “destra” o di “sinistra”, ma sapevano di essere affamati, dissero: “Il tizio calvo ha ragione”. E il tizio calvo fece molto bene. Non parlò ai russi di “materialismo dialettico”, gli parlò di “pane e pace”. E questa è una delle lezioni più importanti del ventesimo secolo.
Cercare di trasformare la società scimmiottando la storia, scimmiottando i simboli, è ridicolo. La strada non è quella di ripetere le esperienze di altri paesi, eventi storici del passato. La strada è quella di analizzare i processi, le lezioni della storia. E comprendere in ogni momento della storia che dire “pane e pace”, se non è connesso a ciò che le persone sentono e provano, non è altro che una ripetizione, sotto forma di farsa, di una tragica vittoria de passato».
* Fonte e traduzione: eunews

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Un PM coraggioso ha aperto un processo contro il golpe finanziario: non lasciamolo solo di Marco Mori

[ 30 luglio ]

Nel 2011 l’Italia subì un colpo di Stato. Il governo capeggiato da Silvio Berlusconi, non convinto di percorrere la via dell’austerità, parlò di uscita del nostro Paese dall’euro e la finanza immediatamente passo all’attacco sostituendo Berlusconi con un proprio governo, quello di Mario Monti. Qui il punto non è difendere o meno Berlusconi, che dopo aver subito tutto questo, per bieca convenienza, si alleò con chi lo aveva deposto votando un atto eversivo come il pareggio in bilancio in Costituzione. Il pareggio in bilancio rappresenta infatti la resa dell’Italia alla dominazione straniera, impedendo al Paese il libero esercizio della propria sovranità economica con violazione evidente dei principi fondamentali della Costituzione (artt. 1-11).
Che cosa accadde nel 2011 lo sappiamo bene. La banca centrale europea annunciò che non avrebbe più comprato i nostri titoli di Stato sul mercato secondario. Le agenzie di rating iniziarono a declassare i nostri titoli di Stato e Deutsche Bank vendette i titoli italiani in suo possesso. L’azione coordinata degli organismi finanziari provocò l’impennata artificiale dello spread. Tutto questo ovviamente non bastava a portare alla resa di Berlusconi che ben sapeva che uscendo dall’euro e recuperando la sovranità monetaria in un Paese di grande produttività e forza industriale come l’Italia non avrebbe avuto alcun problema a disintegrare il dominio finanziario. Allora la finanza colpì le sue aziende e la paura di perdere la propria ricchezza lo portò alla resa ed all’avvento diMario Monti, ovvero colui che con le sue politiche ha distrutto il Paese rendendo scientemente molto più difficile di allora un’uscita dal cappio europeoMonti ha infatti distrutto, con politiche mirate, i settori trainanti dell’economia italiana a finché la ribellione non potesse più essere una scelta praticabile.
Il disegno fu semplice e chiaro, la crisi dello spread si concluse non per le azioni distruttive di Monti ma unicamente quando la banca centrale tornò ad annunciare che avrebbe comprato illimitatamente i titoli di Stato italiani sul mercato secondario.Ovviamente tale azione fu subordinata a politiche lacrime e sangue volte allo smantellamento della sovranità italiana. Insomma nel 2011 subimmo un’occupazione paragonabile a quelle di carattere militare.
Il Paese non reagì all’aggressione e la classe politica si posizionò sulle tipiche posizioni collaborazioniste che vediamo in atto ancora oggi con Padoan al timone. Avete letto bene, ho scritto Padoan e non Renzi. Renzi infatti è l’uomo immagine scelto dalle forze d’occupazione, ma il Paese è governato dal ministro dell’economia, uomo di stretta fiducia della finanza.
veniamo a Michele Ruggiero, nella foto sopra, è questo il nome dell’unico PM italiano che ha avuto le “palle” di reagire concretamente a questa situazione. Ovviamente visto che la competenza in merito agli atti eversivi commessi (delitti contro la personalità dello Stato punibili ex artt. 241 e ss. c.p.) appartiene alla dormiente Procura di Roma, Ruggiero ha dovuto “inventarsi” qualcosa per dare una prima spallata agli invasori. E la sua intuizione giuridica ha portato al superamento dell’udienza preliminare ed all’apertura del dibattimento in un processo dove i fatti del 2011 verranno analizzati con attenzione. Si celebrerà un processo dove la sovranità e l’indipendenza del Paese saranno al centro del dibattito.
L’intuizione del PM di Trani è brillante. Ruggiero infatti ha trovato il modo di attaccare la finanza portando alla sbarra otto tra analisti e manager delle agenzie di rating Fitch e Standard&Poor’s. Tali agenzie sono accusate di manipolazione del mercato (ecco come il PM ha aggirato la competenza romana) per aver fornito false informazioni sull’affidabilità dell’Italia come creditore. Lo scopo che il PM ben conosce fu una destabilizzazione dell’Italia sui mercati finanziari deprezzando i titoli di Stato. Tutto questo per imporre un colpo di Stato che mantenesse l’Italia sotto il dominio finanziario.
Michele Ruggiero ha svelato all’Italia, grazie ad un’e-mail interna di S&P dell’agosto del 2011, che già tre mesi prima delle dimissioni di Berlusconi, prima ancora della lettera con cui BCE detto la politica di austerità che l’Italia avrebbe dovuto attuare per avere il suo supporto, l’agenzia sapeva del cambio di governo in Italia. Nella lettera, come confermato da numerosi organi di informazione, si consigliava agli investitori di “prendere tempo” perché in Italia c’era la possibilità che venisse imposto un governo tecnico perché Berlusconi era sotto pressione da ogni parte. Ecco che l’oggetto del processo riguarderà indirettamente proprio quei delitti contro la personalità dello Stato che la Procura romana ignora. Insomma da Trani, in caso di condanna e conferma che nel 2011 l’Italia subì un colpo di Stato, potrebbe partire l’offensiva nazionale all’occupazione straniera che ci sta annientando giorno dopo giorno con l’avvallo dei collaborazionisti al governo.
L’economia da sola non salverà il Paese. Non può farlo. Il Paese si salverà solo se assieme alla ripresa di politiche economiche volte all’interesse nazionale la Magistratura colpirà, Costituzione e codice penale alla mano, quel potere finanziario costituito che ci ha portato in questo incuborecuperando da essi il maltolto con quegli strumenti giuridici che l’azione penale consente.Dobbiamo riprenderci quel tessuto produttivo che ci è stato sottratto con azioni criminali.
Peraltro tornando a Padoan è tutt’altro che irrilevante rammentare ai lettori che lo stesso ha deciso di non far costituire lo Stato contro le agenzie di rating nel processo in corso, non procedendo neppure alle richieste di risarcimento per quei danni erariali che la Procura aveva evidenziato (su tutti i 2,5 miliardi pagati da Monti senza fiatare a Morgan Stanley in forza del declassamento dell’Italia da parte di S&P. Soldi dovuti in virtù di una clausola di un contratto derivato incredibilmente sottoscritto dal governo italiano. Clausola prontamente onorata dal servile Monti nonostante S&P, che conta tra i suoi azionisti proprio Morgan Stanley, fosse già sotto inchiesta).
Insomma mentre qualche euro imbecille insiste nel dire che Monti ha salvato il Paese la realtà è che un PM ed un GUP hanno già dimostrato il contrario e questo nonostante l’assordante silenzio mediatico e l’ostruzionismo del governo che si schiera con i nemici del Paese. Ruggiero ha ironicamente definito sorprendente la scelta di Padoan di non costituirsi, comunque ciò che conta è che il processo va avanti.
Sosteniamo questa Procura coraggiosa che può fare il primo fondamentale passo che porterà anche alla futura condanna di almeno 3/4 della classe politica italiana che ha lavorato al fianco dei nostri nemici perseguendo lo smantellamento della sovranità e dell’indipendenza nazionale.
Ruggiero da speranza a tutto il Paese e noi non dobbiamo lasciarlo solo. Diffondiamo quanto sta accadendo rammentando anche che durante il processo saranno escussi come testi tra gli altri addirittura Monti, Padoan, Draghi e Prodi. Ovvero alcuni dei principali traditori della nostra Repubblica.
Seguiremo il processo passo dopo passo soprattutto perché proprio da tali testimonianze si potrà dare ulteriore impulso alle denunce che porto da tempo avanti contro la cessione della sovranità nazionale. Sarà istruttivo sentire Monti e Padoan che raccontano quanto da essi compiuto davanti ad un PM che li vorrebbe alla sbarra con il ben diverso ruolo di imputati.
Speriamo che anche a Roma qualche Magistrato sappia rendere onore al lavoro del Collega e trovi il coraggio di procedere.

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NO AI ROBOT KILLER: Musk, Hawking e Wozniak contro la tecnologia che uccide

[ 30 luglio]


Una lettera per avvertire dei rischi dello sviluppo dell'intelligenza artificiale in ambito militare è stata firmata da oltre 1.000 esperti nel settore tecnologico e scientifico, inclusi Stephen Hawking, Elon Musk e Steve Wozniak. 

La missiva, presentata nel corso della International Joint Conference on Artificial Intelligence di Buenos Aires, richiede la messa al bando dei sistemi d'attacco autonomi: "La tecnologia dell'intelligenza artificiale ha raggiunto un punto nel quale l'impiego di questi sistemi è, a livello pratico se non legale, fattibile nel giro di anni, non di decenni", si legge nella lettera. 

"E la posta in gioco è alta: le armi autonome sono state descritte come la terza rivoluzione nella tecnologia bellica, dopo la polvere da sparo e le armi nucleari". Nel testo viene messo in luce come il fatto di non portare soldati sul campo di battaglia per chi attacca possa avere una connotazione sia positiva, per il fatto di ridurre le vittime, che negativa, in quanto verrebbe meno un freno alla decisione di attaccare: "La questione chiave per l'umanità è se iniziare o meno una corsa globale alle armi con intelligenza artificiale. Se una qualsiasi grande potenza militare dovesse procedere con lo sviluppo, una corsa agli armamenti globale sarà virtualmente inevitabile, ed il punto finale di questa traiettoria tecnologica è ovvio: le armi autonome diventeranno i Kalashnikov di domani".

"A differenza delle armi nucleari, queste tecnologie non richiedono materiali grezzi costosi o difficili da ottenere, quindi diventeranno onnipresenti ed economiche per tutte le potenze militari significative da produrre in massa", prosegue la lettera. "Sarà soltanto questione di tempo prima che appaiano sul mercato nero e nelle mani di terroristi, di dittatori desiderosi di controllare meglio la propria popolazione, di signori della guerra che vogliono mettere in atto una pulizia etnica. Le armi autonome sono ideali per compiti come omicidi, destabilizzare nazioni, sottomettere popolazioni ed uccidere selettivamente un particolare gruppo etnico. Crediamo quindi che una corsa agli armamenti con intelligenza artificiale non sarebbe di beneficio per l'umanità".

Non è la prima volta che importanti esponenti del campo tecnologico e scientifico si espongono in prima persona per avvertire dei rischi dell'intelligenza artificiale. Elon Musk, l'uomo dietro Tesla Motors, PayPal e SpaceX, alcuni mesi fa si era dichiarato  "sempre più incline a pensare che ci debba essere una qualche supervisione regolatoria, forse a livello nazionale o internazionale, proprio per essere sicuri che non faremo qualcosa di molto stupido.  Con l'intelligenza artificiale stiamo invocando il demonio . Avete presente quelle storie dove c'è il tipo col pentacolo e l'acqua santa del tipo: 'Certo, sicuro che si può controllare il demonio'? Non funziona".Anche il più celebre scienziato vivente, Stephen Hawking,  ha voluto avvertire del fatto che l'intelligenza artificiale rappresenta a suo parere "una minaccia per l'umanità", dal momento che "mentre l'impatto a breve termine dell'intelligenza artificiale dipende da chi la controlla,  quello a lungo termine dipende dal fatto se sia controllabile o meno.

Il nostro futuro è quello di essere una razza che si trova tra il crescente potere della tecnologia e la saggezza necessaria per utilizzarla". Anche il co-fondatore di Apple, Steve Wozniak, ha parlato di quelli che a suo parere sono i rischi dello sviluppo dell'intelligenza artificiale, ma sottolineando comunque la sua fiducia nel fatto che, quando tra centinaia di anni robot e computer supereranno l'uomo, si riuscirà comunque a stabilire un equilibrio: "A quel punto saranno così intelligenti che avranno capito di dover mantenere la natura, e gli esseri umani sono parte della natura. Ho superato la mia paura per il fatto di essere sostituiti dai computer: ci aiuteranno".

E in effetti, anche nella lettera vengono messe in luce le applicazioni positive di questa tecnologia, che non va certo bandita in toto, ma solamente per quanto riguarda le applicazioni militari: "Proprio come la maggior parte dei chimici e dei biologi non hanno interesse a costruire armi chimiche e biologiche, la maggior parte de ricercatori nel campo dell'intelligenza artificiale non hanno interesse nel costruire queste armi", si spiega nella lettera.
"E non vogliono neanche che altri infanghino il loro campo, creando potenzialmente una grande reazione negativa pubblica contro l'intelligenza artificiale, che possa ridimensionare i suoi futuri benefici per la società. Infatti, chimici,  biologi hanno largamente supportato gli accordi internazionali che con successo hanno proibito le armi chimiche e biologiche. In definitiva, crediamo che l'intelligenza artificiale abbia un grande potenziale dal quale l'umanità può trarre beneficio in molti modi, e che l'obiettivo di questo campo dovrebbe essere quello di far questo. Iniziare una corsa agli armamenti con intelligenza artificiale è una cattiva idea, e dovrebbe essere evitata per mezzo di un divieto sulle armi d'attacco autonome prive di un significativo controllo umano".


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mercoledì 29 luglio 2015

CI MANCAVA SOLO QUESTA: PATTO MILITARE GRECIA-ISRAELE di Manlio Dinucci

[ 29 luglio ]

Della serie: quando si inizia a capitolare si sa quando si comincia, non come si finisce...

[Nella foto il Ministro della difesa greco Panos Kammenos ed il ministro israeliano della difesa, Moshe Ya’alon, sono Tel Aviv, dove il 19 luglio hanno firmato il patto]

Nell'articolo che potete leggere di seguito, Manlio Dinucci ci parla del vergognoso patto militare che il governo Tsipras ha stretto con il regime sionista. L'autore, forse anche perché scrive sul Manifesto, tende a scaricare le responsabilità sul ministro della difesa, e leader di ANEL, Kammenos.
La verità a noi sembra un po' diversa. Primo perché non si stipula un patto di questo rilievo senza il pieno sostegno del capo del governo. Secondo, perché quel che semmai dovrebbe insospettire è la tempistica. Certo, un accordo del genere non si improvvisa in pochi giorni. Ma che una trattativa in corso da lungo tempo - magari dai tempi del governo Samaras - sia arrivata a conclusione pochi giorni dopo la capitolazione di Tsipras del 13 luglio, ben difficilmente può essere considerato un caso. E' così difficile vedere in tutto ciò l'«amichevole» manina americana?



Il patto militare Grecia-Israele 

di Manlio Dinucci

Quando in Grecia Tsipras è andato al governo, in Israele è suonato l’allarme: Syriza, sostenitrice della causa palestinese, chiedeva di porre fine alla cooperazione militare della Grecia con Israele. Di fronte alla brutale repressione israeliana contro i palestinesi, avvertiva Tsipras, «non possiamo rimanere passivi, poiché quanto accade oggi sull’altra sponda del Mediterraneo, può accadere sulla nostra sponda domani».

Sette mesi dopo, cessato allarme: Panos Kammenos, ministro della difesa del governo Tsipras, è andato in visita ufficiale a Tel Aviv, dove il 19 luglio ha firmato col ministro israeliano della difesa, Moshe Ya’alon, un importante accordo militare. Per tale mossa, Kammenos, fondatore del nuovo partito di destra Anel, ha scelto il momento in cui la Grecia era attanagliata dalla questione del debito. L’«Accordo sullo status delle forze», comunica il Ministero greco della difesa, stabilisce il quadro giuridico che permette al «personale militare di ciascuno dei due paesi di recarsi e risiedere nell’altro per partecipare a esercitazioni e attività di cooperazione».

Un accordo simile Israele lo ha firmato solo con gli Stati uniti.
Nell’agenda dei colloqui anche la «cooperazione nel campo dell’industria militare» e la «sicurezza marittima», in particolare dei giacimenti offshore di gas che Israele, Grecia e Cipro considerano propria «zona economica esclusiva», respingendo le rivendicazioni della Turchia. Sul tavolo dell’incontro «le questioni della sicurezza in Medioriente e Nordafrica». Facendo eco a Ya’alon che ha denunciato l’Iran quale «generatore di terrorismo, la cui ambizione egemonica mina la stabilità di altri Stati», Kammenos ha dichiarato: «Anche la Grecia è nel raggio dei missili iraniani; se uno solo riesce a raggiungere il Mediterraneo, potrebbe essere la fine degli Stati di questa regione». Ha quindi incontrato i vertici delle forze armate israeliane per stabilire un più stretto coordinamento con quelle greche. Contemporaneamente il capo della marina militare ellenica, il vice-ammiraglio Evangelos Apostolakis, ha firmato con la controparte israeliana un accordo di cooperazione su non meglio precisati «servizi idrografici».

Il patto militare con Israele, stipulato a nome del governo Tsipras, non è solo un successo personale di Kammenos. Esso rientra nella strategia Usa/Nato che, nell’offensiva verso Est e verso Sud, mira a integrare sempre più strettamente la Grecia non solo nell’Alleanza ma nella più ampia coalizione comprendente paesi come Israele, Arabia Saudita, Ucraina e altri. Il segretario generale Stoltenberg ha dichiarato che il «pacchetto di salvataggio» Ue per la Grecia è «importante per l’intera Nato», essendo la Grecia un «solido alleato che spende oltre il 2% del pil per la difesa» (livello raggiunto in Europa solo da Gran Bretagna ed Estonia).

Particolarmente importante per la Nato la base aeronavale della baia di Suda a Creta, usata permanentemente dagli Stati uniti e altri alleati, negli ultimi anni per la guerra contro la Libia e le operazioni militari in Siria. Utilizzabile ora, grazie al patto con la Grecia, anche da Israele soprattutto in funzione anti-Iran.

In tale quadro strategico si ricompongono i contrasti d’interesse fra Grecia e Israele, da un lato, e Turchia dall’altro.

La Turchia, dove la Nato ha oltre 20 basi e il Comando delle forze terrestri, in nome della «lotta all’Isis» bombarda i curdi del Pkk (veri combattenti anti-Isis) e, insieme agli Usa e ai «ribelli», si prepara a occupare la fascia settentrionale del territorio siriano. Appellandosi all’articolo 4 del Patto Atlantico, in quanto ritiene minacciate la propria sicurezza e integrità territoriale.


Fonte: http://ilmanifesto.info 

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USCIRE DALL'EURO? MA ANCHE NO. Salvini e Di Maio svelano il loro vero pensiero

[ 29 luglio ]

Qui sotto le immagini video filmate di due interviste. La prima di Luigi Di Maio, esponente di spicco del Movimento 5 Stelle; la seconda di Matteo Salvini, segretario della Lega Nord. Incalzati dalle domande se essi vogliano davvero l'uscita dell'Italia dall'eurozona, i due cincischiano, ma alla fine confessano che...



LUIGI DI MAIO




MATTEO SALVINI



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CHI VUOLE MORIRE? di Nino Galloni

[ 29 luglio ]

Cosa collega l’andamento delle borse cinesi, la dichiarazione del FMI che in Italia ci vorranno venti anni per recuperare i livelli occupazionali (peraltro non eccellenti) del 2007, il retroscena dei rapporti tra Tsipras e Varoufakis, la tragicomica situazione di Roma?
Molto semplice: ogni cosa ha le sue caratteristiche e funzioni proprie che non si possono stravolgere.
La Cina ha puntato su un maggiore sviluppo della domanda interna, scelta sanissima ma che implica un contenimento della dinamica dei saggi di profitto, conseguentemente è incompatibile con la logica della borsa. Quest’ultima, infatti, premia, esclusi i comparti innovativi, riduzioni dell’occupazione maggiori di quelle produttive: l’unico devastante sistema per ottenere la riapertura dei saggi di profitto. L’andamento negativo delle borse cinesi, quindi, è un buon sintomo; se si chiudessero tutte le borse sarebbe ancora meglio.
Con le attuali politiche di austerity e dintorni non ci sono possibilità di recuperi occupazionali a meno di azzerare i salari, massimizzare le esportazioni e vivere di aria: forse sarebbe meglio abbandonare l’austerity e tutto il resto per avviare investimenti pubblici in disavanzo e cominciare a recuperare. Se no non basteranno neanche i venti anni minacciati dal FMI.
Varoufakis, non so quanto convinto di attuare la minaccia della Grexit, contava per lo meno sulla istituzione di una moneta parallela di emergenza forse elettronica (legata alle carte di credito), ma Tsipras, chissà per quali ragioni o minacce, si è tirato indietro.
La moneta, infatti, non deve servire per morire, ma forse per vivere: ci vogliono dei politici così strani per affermarlo?
Da ultimo, cosa deve fare il Sindaco di una grande città come Roma? Solo viaggiare, inaugurare le fiere, proclamare ideali ecologici oppure occuparsi dei rifiuti, dei trasporti, della sicurezza dei cittadini anche proponendo una moneta complementare, bilanci paralleli, collaborazione con le forze economiche della società e con i cittadini?
Se pensate che le borse aiutino lo sviluppo economico, l’austerity agevoli il risanamento dei conti pubblici, l’euro sia una religione inconfutabile, allora dovete anche ritenere che l’amministrazione comunale non debba occuparsi di rifiuti, trasporti e sicurezza dei cittadini.

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martedì 28 luglio 2015

L'EURO(PA) ALLE PORTE DEL CROLLO. Se lo dice Jean Claude Juncker di Leonardo Mazzei

[ 28 luglio ]
Qualche giorno fa Juncker, che della Commissione Europea è pur sempre il presidente, ha rilasciato un’intervista assai rivelatrice sullo “Stato dell’Unione”. Quel che ne esce è uno stato di salute dell’UE semplicemente disastroso e senza speranze. 

Curiosamente le sue dichiarazioni —clamorose, altro non fosse che per la posizione al vertice di chi le ha pronunciate— non hanno fatto troppo rumore. Un silenzio frutto dell’imbarazzo? Pensiamo proprio di sì.
Eppure l’intervista è stata fatta dall’importante gruppo LENA, di cui fanno parte la Repubblica, Die Welt, El Pais, Le Figaro, Le Soir, Tages-Anzeiger e Tribune de Geneve. Oggetto, come ovvio, il giudizio e le conseguenze dell’accordo con/sulla Grecia.

Juncker dice quel che tanti euristi ancora non vogliono sentire. Quel che colpisce è la ricorrenza della parola “paura”, pronunciata per ben 8 volte in un testo peraltro assai breve.    

Il concetto è chiaro fin dalla prima risposta: 
«Abbiamo evitato (il peggio) non perché siamo stati particolarmente saggi, ma perché avevamo paura. E' la paura che ha permesso l'accordo. Dopo la paura c'è sempre il sollievo». 
Ma, più precisamente, paura di che cosa? 
«Di una rottura definitiva. Mi sono detto che se l'eurozona si fosse spaccata a quel punto tutto si sarebbe potuto disintegrare».
Juncker non si riferisce solo alla Grecia. Leggiamo: 
«Su questo punto, come sull'immigrazione, ho constatato una rottura di fatto —che fino a quel momento era virtuale— dei legami di solidarietà in Europa. E dunque esco da questa esperienza contento ma non felice. Ne esco molto preoccupato per il futuro. Non parlo solo della Grecia, c'è un insieme di elementi che ci fanno preoccupare molto».
Questo è lo “Stato dell’Unione”. 
Certo, l’Unione Europea non è paragonabile agli USA, né Juncker ha i poteri di Obama, anche se qualche nostrano sinistrato è proprio questo che vorrebbe. Tuttavia il lussemburghese lì si trova, a capo di un governo europeo che può imporre la fame alla Grecia come la legge di bilancio all’Italia. Dunque le sue parole dovrebbero pur suscitare una qualche riflessione.

Ed a riflettere dovrebbero essere in particolare tre categorie. In primo luogo gli euristi senza se e senza ma, quelli per i quali l’Europa è il bene, gli Stati nazionali il male; quelli che non hanno mai dubitato, ed ancora oggi non dubitano, sul futuro radioso dell’Unione. In secondo luogo dovrebbero riflettere gli euro-sinistri, quelli che criticano sì la politica dell’Ue, ma che considerano al tempo stesso l’Unione —e chissà mai perché— irreversibile. In terzo luogo dovrebbero riflettere anche coloro che si oppongono apertamente all’Ue, ma che tendono a non vedere la crisi che l’attanaglia ormai da anni.
Crisi che invece Juncker riconosce: 
«Temo il sentimento che si è diffuso in Europa dopo questa umiliazione. Ho notato in molti paesi una rabbia antigreca che si spiega con motivi di politica interna e si limita a vedere l'aspetto economico delle cose. Ci dimentichiamo gli aspetti sociali della crisi. C'è una storia di disamoramento perché molti paesi erano più concentrati sugli aspetti della propria politica interna che sulla soluzione del problema. Mi sorprende comparare le reazioni in Europa del Nord e in Grecia, ancora oggi esistono risentimenti. Ho sperato che questi risentimenti non tornassero più, ma invece sono risorti. Ho sempre considerato la costruzione europea come un edificio fragile, la crisi greca ce lo ha mostrato: ora è tutto possibile, i vecchi demoni, i risentimenti, ci sono nazioni contro le altre».
Dunque, parole sue, la magnifica costruzione europea, quella che avrebbe finalmente instaurato la “Pace eterna” —naturalmente solo al suo interno, salvo le bombe su Belgrado e la violenza dei nazistoidi al potere a Kiev— ha risvegliato «i vecchi demoni».

Ma guarda un po’! Ma chi l’avrebbe mai detto! Un così perfetto progetto… Magari da migliorare un po’, oppure da riformare, ma mai —mai, mai e poi mai— da mettere in discussione.

Di fatto però in discussione ci si è messo da sé. Ecco come scavano, a volte, i processi oggettivi della storia! 
Ora il problema è un altro: quale direzione e quale sbocco avrà questo oggettivo processo di disunione? Questo è il punto. E da qui in avanti un ruolo decisivo lo giocheranno le soggettività politiche dei vari paesi coinvolti.

Modestamente, siamo tra quelli che hanno sempre collocato la lotta al mostro eurocratico all’interno di un evidente processo di disunione europea. Processo che ora nessuno può più negare, e che lo stesso Juncker mette bene in luce. 

Dall’esito di questo processo —la cui durata non è oggi prevedibile, dato che l’oligarchia eurista non mollerà tanto facilmente— dipende il futuro dei popoli europei. Da esso dipenderanno, per un periodo di tempo verosimilmente non breve, le stesse prospettive del socialismo. Qualunque forza politica, esistente o solo in fieri, sarà credibile solo se avrà al centro del suo programma e della sua iniziativa la questione europea. Il che, per una forza che vuole porsi come alternativa all’esistente, significa lotta senza quartiere al mostro eurista, per un’uscita dall’eurozona e dall’Unione come premessa per ricostruire la sovranità democratica, per uscire dalla crisi, per difendere gli interessi del popolo lavoratore.

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SYRIZA: SCISSIONE A SETTEMBRE? di Checchino Antonini*

[ 28 luglio ]

Ieri, 27 luglio, si è svolta ad Atene una riunione di massa della Piattaforma di Sinistra, l'ala no-euro di SYRIZA (vedi foto). Erano presenti anche rappresentanti di ANTARSYA e M.AR.S, le organizzazioni con le quali abbiamo organizzato il Forum No-euro No-Ue di fine giugno ad Atene.
Qui sotto il resoconto della grande assemblea.
Più sotto ancora un articolo di Ettore Livini sulla situazione di pre-scissione in SYRIZA.


Centinaia di militanti e dirigenti all’assemblea della Piattaforma di sinistra, l’opposizione a Tsipras interna a Syriza. In ballo il destino del partito

Il caldo soffocante che avvolgeva anche Atene non ha impedito che ieri sera ci fossero duemila persone, almeno, in un campo di basket per l’assemblea aperta della Piattaforma di Sinistra, l’opposizione interna a Syriza, il partito di governo in Grecia. L’occasione è stata fornita dal quinto anniversario del sito dell’area, Iskra, ma in parallelo la segreteria politica di Syriza forzava le tappe verso il congresso del partito in nome del regolamento di conti con chi non ha voluto condividere le scelte di Tsipras. 

Se Tsipras, da premier e presidente del partito, giurava in quella sede di voler salvaguardare l’unità del partito, la neo-portavoce del governo greco Olga Gerovasili aveva già dichiarato quattro giorni prima che una spaccatura potrebbe invece verificarsi nelle prossime elezioni generali date le opinioni radicalmente differenti da quelle del premier espresse da decine di suoi deputati. Per questo la road map di Tsipras, per il «ritorno alla normalità» è piuttosto serrata: congresso entro l’estate, probabilmente a settembre dopo la conclusione dell’accordo, ed elezioni in autunno, senza dissidenti in lista. Se ci sarà prima un comitato centrale del partito, inoltre, non sarà sulle questioni politiche del giorno.

Il punto sembra essere proprio il futuro della coalizione di sinistra radicale che sembrava poter essere un modello da interpretare in altri pezzi del sud Europa e che oggi sembra proprio sull’orlo del collasso. La «polarizzazione» interna è fortissima e gli attacchi contro la sinistra si moltiplicano. «Sotto i colpi di una crisi proteiforme, una riconfigurazione della “sinistra radicale” si annuncia o è già iniziata. La manifestazione convocata da Adedy questo mercoledì sera rischia di non essere massiccia. E il «clima poliziesco» potrebbe fare da eco alla canicola», fa sapere John Milios, docente di economia ed ex responsabile economico di Syriza.

Infatti, ieri sera c’erano anche esponenti di Antarsya, l’altra coalizione della sinistra estrema, a chiedere con urgenza nuovi rapporti tra i settori della sinistra. Ma ieri sera i nomi di spicco erano quelli di Manolis Glizos, partigiano, figura leggendaria della lotta al nazismo e di Panayiotis Lafazanis, ex ministro dell’Energia e dell’ambiente, ora a capo di chi vuole continuare la campagna per l’OXI, la lotta al memorandum e la resistenza al terrorismo mediatico che continua nonostante le poderose concessioni alla Troika operate dal governo. Il Financial Times, ad esempio, ha “rivelato” il piano B di Lafazaniz discusso in un albergo, l’Oscar Hotel di Atene, lo scorso 14 luglio: sequestro delle riserve valutarie della zecca di Stato, circa 22 miliardi di euro, commissariamento della Banca Centrale con conseguente arresto del governatore se Yannis Stournaras si fosse opposto.

Lafazanis ha ribadito le critiche all’impostazione patriottica di Tsipras, la cancellazione della vittoria del no al referendum, il rifiuto dell’unità nazionale con quei partiti che hanno trascinato la Grecia nel vortice della crisi. Gli attacchi personali di Tsipras ai dissidenti non sembrano rivelare la cura dell’unità del partito che il premier, nella segreteria, stava giurando di voler perseguire. In realtà i rapporti di forza tra i favorevoli alla linea Tsipras sono esattamente ribaltati nei gruppi parlamentari, filo Tsipras, e nel comitato centrale di Syriza, decisamente per l’OXI. Così com’è opposta la lettura della fase che, per le correnti di sinistra, è segnata da un mandato popolare a rompere con le compatibilità dell’eurozona sancito dal No del 5 luglio. La prospettiva dovrebbe essere quella di un programma di transizione, con la fine della subordinazione nazionale al neoliberismo. Ecco alcuni punti del programma di alternativa su cui punta la Piattaforma nella battaglia interna ed esterna a Syriza: nazionalizzazione e socializzazione delle banche, il controllo pubblico delle imprese strategiche, delle risorse energetiche e delle infrastrutture, la trasparenza dei media da sottrarre all’oligarchia, il blocco delle privatizzazioni e dei progetti in questa direzione su porti, aeroporti regionali e linee ferroviarie su cui puntano interessi cinesi, russi e tedeschi. Il punto è quello di una redistribuzione della ricchezza verso il basso provando a colpire i capitali in nero, le ricchezze esportate in banche estere e uscendo dall’euro come trampolino per la produzione primaria e il turismo, con una strategia di sostituzione delle importazioni.

* Fonte: POPOFF

Le informazioni che riporta d'appresso Ettore Livini sullo scontro interno a SYRIZA ci risultano corrette e attendibili. Tsipras aspetta che sia formalmente siglata l'intesa con la troika, prima di sancire la scissione con la sinistra interna no-euro guidata da Panagiotis Lafazanis (nella foto). A quel punto metterebbe fine al suo governo-zombi per andare ad elezioni anticipate.

«L'ala radicale di Syriza scopre le carte e presenta il suo piano per uscire dall'euro. "Voglio aprire il dibattito sul ritorno a una nostra valuta nazionale, un tabù per il nostro partito", ha detto Panagiotis Lafazanis, leader della Piattaforma di sinistra, formazione che rappresenta circa il 30% del Comitato centrale presentando il suo progetto ai militanti. «Dobbiamo nazionalizzare le banche, varare una riforma fiscale per redistribuire più equamente la ricchezza, cancellare buona parte del nostro debito, restaurare la democrazia in Grecia e garantire la trasparenza dell'informazione. Poi si potrebbe dare l'addio alla moneta unica. Nella prima fase è ovvio che ci sarebbero delle difficoltà per il paese ma grazie alle politiche progressiste l'economia tornerebbe rapidamente a tirare».

La formalizzazione del progetto è un guanto di sfida diretto ad Alexis Tsipras, destinato con ogni probabilità a infiammare il dibattito interno a Syriza e a rendere più concreta l'ipotesi di una scissione. Una notizia che arriva mentre il Paese cerca di tornare alla normalità, con la Bce che avrebbe dato l'ok alla riapertura delle Borsa di Atene, chiusa da fine giugno, ma senza indicare ancora scadenze precise. 


Proprio ieri [27 luglio, Ndr] il premier, intervenendo a un comitato ristretto della sua formazione, aveva annunciato l'apertura di un ampio confronto per capire come procedere dopo le divisioni delle scorse settimane, culminate con il voto contrario al nuovo memorandum di quasi 40 dei 149 deputati di Syriza in Parlamento. Il presidente del Consiglio vorrebbe rinviare il redde rationem dopo la firma del compromesso con i creditori (da raggiungere entro il 20 agosto, quando ci saranno da rimborsare 3,5 miliardi alla Bce). Ma è improbabile, viste le tensioni di queste ore, che riesca a procastinare troppo. Anche perché appare sempre più realistico che Atene possa andare alle urne in autunno per le elezioni anticipate, visti gli scricchiolii del partito di maggioranza relativa e le difficoltà dell'inedita intesa trasversale di unità nazionale che ha approvato i primi due pacchetti di riforme chieste dai creditori.

I nodi del resto stanno già arrivando al pettine. I rappresentanti di Bce, Ue e Fmi hanno iniziato gli incontri sotto il Partenone per mettere a punto l'intesa che consentirà di sbloccare 83 miliardi di aiuti alla Grecia. Risolti i problemi logistici, ora si tratta di affrontare quelli sostanziali. Il primo è la possibilità che Bruxelles chieda al governo di approvare prima del 20 agosto un altro piano di interventi: sul tavolo c'è la definizione degli interventi sulle baby pensioni e il taglio agli incentivi fiscali agli agricoltori. Tsipras aveva cancellato questi provvedimenti dall'ultimo blocco approvato in aula proprio per evitare divisioni ulteriori. Un portavoce della Ue ha però ventilato l'ipotesi che si debba votarli entro metà agosto, come ulteriore gesto di buona volontà. Un pressing che rischia di far saltare i fragilissimi equilibri raggiunti in Parlamento, rendendo ancora più in salita il cammino del premier!.


* Fonte: R.it del 28 luglio

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