sabato 30 agosto 2014

USCIAMO DALL'EURO! Dichiarazione delle sinistre europee anti-euro. Assisi 23 agosto 2014

30 agosto. 
Il Coordinamento nazionale della Sinistra italiana contro l'euro ha tenuto ad Assisi dal 20 al 24 agosto 2014 il suo Forum europeo del 2014 cui hanno partecipato i dirigenti di diverse organizzazioni politiche progressiste dell'Unione Europea. Durante il Forum essi hanno adottato una dichiarazione a favore dell'uscita dall'euro e dall'Unione Europea.
«In tutti paesi dell'unione europea e particolarmente nella zona euro sono in questo momento in corso violentissime politiche antisociali condotte con accanimento dall'Unione Europea e dai governi membri.

Stiamo assistendo alla continua, massiccia diminuzione della spesa pubblica sociale, alla deflazione salariale dovuta al blocco dei salari, alla diminuzione della previdenza sociale, mentre si concedono supporti ingiustificati alle grandi imprese con l'ipotetica finalità di creare occupazione, si procede

alla sempre più estesa privatizzazione di beni e servizi essenziali,

allo smantellamento dei servizi pubblici e della previdenza sociale e alla finanziarizzazione dell'economia e dei bilanci pubblici.

Ne risulta l'accelerazione esponenziale del precariato e della disoccupazione di massa.

L'origine di questa situazione è da ricercarsi nelle politiche condotte dell'Unione europea, completamente paralizzate dal trattato di Lisbona.

Il trattato di Lisbona si basa su tutti i vecchi dogmi neoliberisti

che hanno tuttavia già dato prova della loro nocività per gli interessi del ceto medio e delle classi popolari. Nella zona euro gli squilibri si aggravano ancor di più tra i paesi. L'euro si è rivelata essere un'arma di distruzione di massa contro l'occupazione. La moneta unica funziona unicamente per proteggere le rendite di capitali, mantenendo intenzionalmente e costantemente elevatissimo il tasso di disoccupazione.

Esiste una "sostanza" di questa costruzione europea che si rifà ai valori e agli interessi delle classi dominanti occidentali: l'europeismo, l'atlantismo, il capitalismo e l'autoritarismo.

Un tale sistema non può cambiar natura né può essere migliorato dall'interno. Occorre smantellarlo e costruire qualcosa di radicalmente nuovo.

L'Unione europea rappresenta in effetti il sistema più sofisticato al mondo per costruire una civiltà totalmente controllata dal mercato. L'Unione Europea è un sistema mostruoso di dominazione e di alienazione dei popoli da cui dobbiamo al più presto emanciparci.

L'Unione Europea è diventata uno dei cardini dell'ordine neoliberista mondiale con le sue imprese multinazionali sovradimensionate,

le sue istituzioni sovranazionali tra cui il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, la Nato l'Unione europea e l'OCSE.

La principale caratteristica di questo sistema e' di agire con determinazione per distruggere la sovranità dei popoli in ogni nazione.

Questo e' in realtà il modo migliore di permettere lo sviluppo illimitato della dominazione del grande capitale, come testimonia il TTIP.

Per le classi dominanti distruggere le nazioni è la garanzia che non si può ritornare indietro dalle riforme neoliberiste.

Al contrario non esiste sovranità popolare senza sovranità nazionale. Di conseguenza far sparire la nazione vuol dire in realtà far sparire la democrazia. Significa sopprimere la capacità dei popoli di decidere del loro avvenire.

Il supporto dell'Unione europea al regime parafascista di Kiev dimostra il suo allineamento totale alla Nato e all'imperialismo americano.

Lunghi anni di esercizio di potere dei partiti socialisti, laburisti e socialdemocratici in parecchi paesi dell'Unione Europea permettono ormai di tracciare un bilancio del recente passato.

Come si vede in Grecia, in Spagna, in Portogallo e in Francia, questo bilancio è assolutamente disastroso. Questi partiti sono ormai dichiaratamente neoliberisti : essi non tentano nemmeno più di apparire come difensori delle classi popolari. Dappertutto invece essi preparano il terreno per governi di grande coalizione alla tedesca (governi che riuniscono destre sinistra) come l'Unione Europea ha già voluto stabilire in Grecia, in Spagna, in Portogallo e in Italia.

Se il confine che oppone le classi dominanti alle classi popolari si allarga di anno in anno, quello tra la sinistra e la destra diviene sempre più fluido. In molti paesi nessuna questione essenziale separa ormai la destra dalla sinistra.

Queste forze creano il contesto politico che costruisce e amplifica il progresso dell'estrema destra, esse permettono la progressiva assimilazione del concetto di nazione con la sua definizione etnoculturale, tipica dell'estrema destra.

Al contrario per noi la nazione è strettamente costituzionale e politica. Lasciare questo concetto politico così importante ai sostenitori della definizione identitaria di nazione, come l'estrema destra, è dunque del tutto irresponsabile e ci impedisce di vedere che tutti questi partiti stanno abbandonando la questione principale, le condizioni stesse d'esistenza della politica e della democrazia.

La crescita dei partiti di estrema destra all'interno dei paesi membri dell'Unione Europea ha come causa principale le politiche di austerità condotte contro le classi medie popolari che hanno ormai gettato i popoli nella miseria mettendoli addirittura in concorrenza tra  di loro.

L'estrema destra può ormai appropriarsi, essa sola, dell'idea e dei simboli di "nazione".

Di conseguenza l'idea stessa di nazione finisce per essere assimilata all'estrema destra. In realtà l'estrema destra difende la visione di nazione ridotta alla sua sola dimensione identitaria. Lungi dall'essere antisistema come essa vorrebbe far credere, l'estrema destra è in realtà un agente indiretto al servizio del sistema delle classi dominanti.

Per la loro attitudine xenofoba, sciovinista, ostile al sindacato e a tutte le organizzazioni che difendono collettivamente gli interessi delle classi popolari, questi partiti risultano i più disgustosi.

È dunque urgente ricostruire un pensiero, una pratica e un programma favorevole agli interessi delle classi popolari e del ceto medio.

Gli elementi chiave per noi sono:

- la soppressione totale della disoccupazione e del precariato

- l'applicazione di piani di reindustrializzazione e di nazionalizzazione dei grandi settori strategici dell'industria e dei servizi

- lo smantellamento dei mercati finanziari

- l'annullamento e il rigetto del debito pubblico

- l'adozione di misure protezionistiche nazionali nel quadro universalistico della Carta de L'Avana del 1948

- una mutazione ecologica dei modi di produzione

- l'uscita dalle istituzioni sovranazionali che vogliono imporre l'ordine neoliberista mondiale: la Nato, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca mondiale, l'Unione Europea e l'euro

Chiamiamo questo programma "demondializzazione".

Il cuore di questa strategia e di questo programma è rivendicare e imporre la necessità di riconquistare la sovranità nazionale in ogni paese.

Questo significa una lotta decisiva per conservare ad ogni paese le sue caratteristiche di società autenticamente politica, dove il popolo dispone dei mezzi giuridici e istituzionali per decidere e per realizzare ciò che esso considera corrispondere all'interesse generale.

I firmatari di questa dichiarazione organizzeranno a breve un nuovo incontro internazionale con ancor maggior risonanza a livello europeo.

A questo incontro parteciperanno tutte le forze che operano per la difesa degli interessi delle classi medie e popolari, che si battono per la piena occupazione e che sostengono la necessità dell'uscita dalla NATO, dall'Unione europea e dell'euro.

I firmatari:

- Borotba : Sergeï Kirichuk, Ucraina.
- Comitato Euro Exit: Wilhelm Langthaler
Albert F. Reiterer, Austria. 
- Coordinamento nazionale Sinistra contro l'Euro: Moreno Pasquinelli, Italia.
- Fronte Civico: Manolo Monero Pérez, Spagna.
- Fronte Unito Populaire (Epam): Antonis Ragkousis, Grecia. 
 - Associazione Iniziativa, Diusburg, Thomas ZmrzlyGermania
- Marcia a sinistra, Kostas Kostoupolos, Grecia
- Movimento politico d'emancipazione popolare (M'PEP) : Jacques Nikonoff et Joël Perichaud
Francia.
- Piano B: Athanasia Pliakogianni, Grecia.

Assisi 23 agosto 2014»

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giovedì 28 agosto 2014

ALBERTO, HAI VISTO MAGDI? di Marxista dell'Illinois n.2

28 agosto. DI SCARPE E SASSOLINI...

Il 31 luglio scorso segnalai, tra i compagni di merende di Alberto Bagnai, il sicofante islamofobo e finto-Cristiano Allam che inneggiava al genocidio israeliano in atto a Gaza.
Il pezzo suscitò un vespaio di polemiche. Il Bagnai rispose, in stile fascistoide: "Me ne frego!", mentre alcuni suoi adepti dissero che quella era una polemica pretestuosa. 

Ebbene, è notizia di oggi che Magdi Allam subirà un provvedimento disciplinare da parte dell'ordine dei giornalisti, per le sue invettive ferocemente anti-islamiche pubblicate su Il Giornale tra il 22 aprile e il 5 dicembre 2011, quando per altro era ancora eurodeputato. L'accusa, appunto, "islamofobia".

Ne danno notizia le agenzie e numerosi quotidiani, cartacei e on-line. Il Giornale di oggi, 28 agosto [vedi foto], sbraita e ci fa un'apertura a caratteri di scatola e lancia l'hashtag #IostoconMagdi. Non frequentiamo Twitter, e non sappiamo se il Bagnai solidarizzerà col sicofante. Chi può ci tenga informato.

L'ordine contesta ad Allam di: «... aver pubblicato nel periodo compreso tra il 22 aprile e il 5 dicembre 2011 sul quotidiano Il Giornale articoli caratterizzati da islamofobia, in contrasto con quanto stabilito dalla Costituzione italiana all'articolo 19 1° comma e dalla Carta dei doveri del giornalista»; «di avere violato l'obbligo di esercitare la professione con dignità e decoro»; «di non aver rispettato la propria reputazione e di aver compromesso la dignità dell'Ordine professionale; e «di non avere, in tal modo, rafforzato il rapporto di fiducia tra la stampa e i lettori».
La delibera è del 1 agosto. Allam ha 30 giorni di tempo per presentare documenti e memorie difensive. Quindi ci sarà il processo. Allam potrà deporre, difeso da un avvocato patrocinante in Cassazione».
Ci sarà da ridere...

E vedremo chi esprimerà pubblica solidarietà al sicofante. Alcuni lo faranno di sicuro: il fascista Borghezio, qualche leghista pittoresco, alcuni cristianisti invasati, qualche rottame berlusconiano. Scommettiamo che Bagnai, non sarà tra loro. Si farà i cazzi suoi, che lui sta con quelli che immagina saranno i vincitori, non con gli sfigati come l'Allam.
Se Pietro rinnegò tre volte, figuriamoci uno che sa qual'è la differenza tra la megalomania e il dono della santità.

Ricordate cosa rispondeva Bagnai agli adepti che scalpitano per dare vita al Partitone sul Bagnai-pensiero fondato?
«Cosa possiamo fare? Stare calmi... L'unica cosa che possiamo fare è ... portare il dibattito in sedi sempre più prestigiose, accettando, evidentemente, di confrontarsi con interlocutori di livello scientifico e di statura morale discutibili, ma ben visibili nel dibattito, senza aggredirli».
Abbiamo il sospetto che Bagnai menta, che dica una cosa per farne un'altra. Che si sia cioè messo in testa e trami per scendere in pista allo scopo di fondare un partito-unico-no-euro-un-pò-sì-un-pò-no, post-ideologico, insomma, né-di-destra-né-di-sinistra

Davvero, ci sarà da ridere!

Allam sarà anche lui arruolato nel partitone notabilare post-democristiano Bagnai leader supremo come sembrava? Forse no, che il sicofante non solo ha "statura morale discutibile" ma "livello scientifico" alquanto scarso.

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SE ASSAD SI ALLINEA CON OBAMA... di Leonardo Mazzei

28 agosto.
Dunque, forse ci siamo. Assad ha chiesto l'aiuto americano, ed Obama non glielo ha negato. Per ora siamo ai preliminari. Damasco vuol "coordinarsi" con Washington, che normalmente usa "coordinarsi" solo con se stessa. In altre parole, il punto è quello di decidere dove, come e quando colpire dal cielo le forze dell'ISIS in Siria. Intanto —fonte al-Jazeera— gli USA hanno iniziato i voli di ricognizione propedeutici ai bombardamenti.
Se il "coordinamento" formale probabilmente non ci sarà mai, quello di fatto sembra già in funzione. Siria come Iraq dunque, con i rispettivi governi ad implorare un aiuto americano. Anzi anglo-americano, perché Damasco ha invitato a combattere sul proprio territorio anche gli inglesi. 

Al di là degli sviluppi futuri, soggetti a diverse variabili, quel che appare certa è la irrimediabile crisi degli schemi interpretativi su quanto sta avvenendo non solo in Siria, ma in tutto il Medio Oriente a partire dal 2011.

Non regge, ovviamente, il solito schema occidentale: democrazia contro dittatura, civiltà contro barbarie, bombardamenti "etici" contro terrorismo. Ma salta anche lo schema di certuni, che pur dichiarandosi "antimperialisti" sono soltanto dei "geopoliticisti", vittime spesso ignare di concezioni astratte e di schemi statici incapaci di comprendere la fulminante dinamicità degli eventi in corso.

Ai primi basta ricordare le loro contraddizioni. All'occidente i dittatori vanno benissimo finché stanno dalla sua parte, e dei colpi di stato della Cia si è perso il conto. La civiltà dell'occidente è quella dei bombardamenti aerei, di Hiroshima, di Gaza. E' la civiltà di Guantanamo e del dominio incontrastato del suo diritto imperiale. All'occidente, ed in primo luogo agli Usa, quel che interessa è solo la strenua difesa dei propri interessi. In questo quadro il dittatore nemico di ieri può benissimo diventare l'alleato di oggi, magari con il pretesto della comune lotta al terrorismo.

E' sui secondi, invece, che qui dobbiamo spendere qualche parola in più. Secondo costoro la rivolta scoppiata in Siria nel marzo 2011 è stata solo una manovra pilotata dagli americani. Ed una creatura americana sarebbe l'ISIS, mentre il governo Assad sarebbe stato in questi anni il faro della resistenza antimperialista in Medio Oriente. Uno schema messo a dura prova dai recenti avvenimenti. Di più: semplicemente ridicolizzato dai fatti.

Seguendo lo schema dei nostri complottisti avremmo che i creatori dell'ISIS bombardano oggi la loro creatura e che i nemici giurati di Assad vanno di fatto ad appoggiarlo. Misteri che si dovrà pur spiegare... 

Ma non c'è solo la Siria. Diamo, ad esempio, un rapido sguardo alla Libia. Qui l'occidente, mettendosi a ruota del buffo marito di Carla Bruni, dichiarò guerra a Gheddafi, il dittatore di turno colpevole di tutti i mali del mondo. Si disse allora che dietro alle forze islamiste della Cirenaica operavano i servizi delle potenze della Nato. E si disse anche che l'astuto Napoleone parigino avrebbe scalzato l'Eni dagli affari petroliferi con la sua Total.

Oggi, a soli tre anni di distanza, mentre solo le forze islamiste sembrano in grado di ridare un qualche ordine ad un paese dilaniato dalle lotte tribali, l'occidente non riesce a fare di meglio che dare via libera ai bombardamenti contro le milizie islamiche, effettuati a quanto pare con aerei degli amici degli Emirati, partiti da basi dell'amico Egitto. Se alleanza con le forze islamiche c'è mai stata, di certo oggi non c'è più. Intanto la Total è in fuga dalla Libia, mentre l'Eni ha mantenuto le sue storiche posizioni...

Che dire? Ammettessero almeno che non tutte le ciambelle riescono col buco! Invece no. Ci è capitato di leggere nei giorni scorsi che la Libia sarebbe addirittura un luogo dove si combatte la guerra tra gli Stati Uniti (e i loro alleati) ed una non meglio imprecisata Eurasia. Concetto senz'altro raffinato, ma ben poco argomentato.

Quel che sfugge a costoro è la complessità dello scenario mediorientale. Uno scenario profondamente cambiato negli ultimi anni. In questo sito ci siamo sforzati di affermare un concetto, quello secondo cui per cercare di capire quanto sta avvenendo bisogna considerare tre fattori: quello geopolitico, quello regionale, quello nazionale dei singoli paesi entrati in vario modo in questa furibonda battaglia.

La geopolitica è solo uno di questi fattori. Limitarsi ad essa porta necessariamente fuori strada. Oggi più di ieri, perché se dieci anni fa seguendo le mosse della superpotenza americana si poteva spiegare l'80% di quel che accadeva, oggi essa può spiegare soltanto un 30% degli sconvolgimenti in corso.

Che cosa è avvenuto nel frattempo, a determinare questo cambiamento? Sono avvenute tre cose: 1) un indebolimento relativo degli Stati Uniti, dovuto anche ai risultati delle Resistenze in Iraq ed Afghanistan; 2) la discesa in campo di almeno tre potenze regionali - Turchia, Iran, Arabia Saudita, con sullo sfondo l'Egitto - che giocano una loro specifica partita; 3) l'irruzione sulla scena dei popoli arabi, oggi costretti ad indietreggiare (basti pensare al caso egiziano), ma non più semplici pedine di un potere affidato alle èlite.

Come scriveva Moreno Pasquinelli, in un suo articolo sull'Iraq di due settimane fa:

«Meglio usare la ragione per spiegare i complessi fenomeni storico-sociali che attraversano l’islam, meglio capire da dove venga e dove possa portare il potente moto di rinascimento islamico, di cui il takfirismo è manifestazione.

La fitna, la scontro settario, non avrebbe assunto le dimensioni colossali che ha, se non si comprendesse qual è la vera posta in palio. Il Medio oriente resta, non solo per il petrolio, una zona decisiva per chiunque voglia assicurarsi l’egemonia mondiale, o anche solo per avere un posto nella tavola dei dominanti.

Quello in atto in Medio oriente è solo l’inizio di un sconquasso geopolitico di portata storica e globale, l’equivalente della “nostra”  Guerra dei trent’anni. Stanno definitivamente saltando in aria gli assetti dell’intera regione, figli della spartizione delle spoglie dell’Impero ottomano compiuta dalle potenze coloniali inglese e francese (Accordi Sykes-Picot del maggio 1916). 

Usando questa chiave di lettura possono essere decodificate e comprese le mosse dei diversi attori che calcano la scena mediorientale: le potenze internazionali, gli USA in primis (di cui Israele è in ultima istanza una protesi), Russia e Cina; e quelle regionali: Iran, Arabia Saudita, Egitto,Turchia.

Queste potenze, le cui alleanze in questo lungo conflitto muteranno anche in forme inattese, vorrebbero fare i conti senza l’oste, ovvero escludere dal gioco il potente movimento di massa di rinascita sunnita di cui l’ISIS è la punta dell'iceberg. Per questo tentano di coalizzarsi allo scopo di abbattere prima possibile il califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Tuttavia esso, per quanto i suoi confini siano aleatori, è oramai una potente realtà. Non sarà facile ai diversi predoni, debellarlo».   


Conclusioni

Sottolineiamo questo passaggio: «Queste potenze, le cui alleanze in questo lungo conflitto muteranno anche in forme inattese». Tre anni fa Assad era il mostro, due anni fa gli Usa finanziavano le milizie islamiste, un anno fa Obama fermò i propri bombardieri solo un attimo prima del loro decollo (un dietro-front sul quale si è riflettuto ben poco), mentre oggi il Nobel per la pace - l'appassionato guidatore a distanza dei droni assassini che spargono morte in tanti paesi - sembra pronto all'alleanza con il regime siriano.

Un'alleanza solo di fatto, ci mancherebbe, che le apparenze vanno salvate! Un'alleanza non poi così strana, cari "geopoliticisti", "antimperialisti" con 10 virgolette, dato che il clan Assad già collaborò nel 1991 all'aggressione all'Iraq, con l'invio di ben 15mila soldati mandati a combattere Saddam Hussein. 

Concludendo. L'imperialismo americano rimane il nostro principale nemico. Guai a dimenticarlo anche per un solo attimo. Ma guai anche a farne un avversario invincibile ed onnipotente. Non lo è, e lo scenario mediorientale ce lo dimostra. Ed i primi a capirlo dovrebbero proprio coloro che teorizzano il passaggio ad un'epoca multipolare.

Questo passaggio non è ancora avvenuto, e si può tranquillamente escludere che possa avvenire in forma pacifica. Tuttavia, grazie anche alla resistenza ed alle sollevazioni dei popoli, l'imperialismo americano è meno forte di dieci anni fa. Esso è sempre molto attivo in Medio Oriente, militarmente e politicamente. Bombarda l'Iraq non certo a difesa di cristiani e yazidi, quanto piuttosto per sostenere il governo filo-israeliano del Kurdistan iracheno, e probabilmente bombarderà le postazioni dell'ISIS anche in Siria.

Politicamente l'imperialismo ha però bisogno di alleanze. Così è sempre stato. Ne trovò di larghissime nella Guerra del Golfo del 1991, ne trovò assai meno nel 2003. Oggi, però, il quadro è più complesso. La Turchia è un paese Nato, ma che persegue un proprio - per quanto indebolito - disegno regionale. L'Arabia Saudita è un alleato di sempre, ma che certo non disdegna il sostegno alle formazioni sunnite takfiriste in funzione sia anti-iraniana che anti-turca. L'Iran di Rohani non è quello di Ahmadinejad, e tuttavia rimane agli occhi di Washington una potenza pericolosa anche per i propri rapporti con Mosca.

Dunque, la politica americana è più pragmatica che mai. E non potrebbe essere diversamente. Impossibile perciò stupirsi se in qualche momento vi è stata una convergenza tattica con le formazioni islamiste. Convergenza accettata spregiudicatamente anche da queste ultime, ma solo transitoriamente e non in quanto creature della Cia. Già in Iraq forze che oggi stanno in qualche modo a fianco dell'ISIS combatterono in passato contro l'organizzazione fondata da al-Zarqawi, dalla quale la stessa ISIS discende.

Nessuno stupore dunque - ed al tempo stesso nessuna certezza - sulla possibile alleanza Obama-Assad. Un'alleanza per altro ben vista da Israele. Se alleanza sarà, noi non ci stupiremo. Ma che diranno i sostenitori della visione "geopoliticista", quella che ritiene che la rivolta siriana sia solo un complotto americano contro Assad? Per ora di costoro non abbiamo notizie. Ma c'è tempo e noi aspettiamo, anche se non troppo fiduciosi.

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mercoledì 27 agosto 2014

DA ASSISI UN MESSAGGIO DI SPERANZA E DI LOTTA di Federica Aluzzo*

27 agosto. Federica Aluzzo (nella foto), consigliera comunale a Palermo, era tra i partecipanti al Forum di Assisi.

"Quest’economia uccide". Lo dice anche Papa Francesco nel suo Evangeli Gaudium sottolineando l’importanza di far ritornare le persone al centro della politica che oggi sembra invece rispondere solo al progetto di globalizzazione mortificando le peculiarità nazionali e sensibile solo alle logiche della grande finanza e dei mercati senza mostrare alcun pudore di fronte alla miseria e alla povertà vissuta dai cittadini o alle emergenze attuali come quella dell’immigrazione. 

Pur amando il concetto di Europa Unita dei popoli mi rendo conto che questa Unione europea ha tradito ogni aspettativa ponendo gli stati membri in una posizione di sudditanza. Non ci si illuda infatti che i politici italiani abbiano una loro autonomia. 

L’Italia è commissariata come dimostra il fatto che la finanziaria, che è il più importante atto di un paese, debba prima essere valutata dai burocrati europei, e solo dopo aver avuto la loro autorizzazione, può essere trattata in parlamento; o che la finanziaria della regione siciliana sia stata sottoposta all’esame del commissario dello stato subendo tagli ed umiliazioni come ad es. il taglio di 10.000 euro destinati a potenziare le ricerche degli scomparsi siciliani; o che il Comune di Palermo non sia in grado di garantire i servizi essenziali ai cittadini a causa di tagli di 140 milioni di euro subiti dal governo nazionale in un anno, in nome del rispetto dei vincoli imposti dall’Unione europea. Ormai tutti gli Stati membri hanno capito che le politiche di rigore imposte dai trattati europei non possono in alcun modo produrre crescita economica. 

Di questo ed altro si è discusso al Forum europeo di Assisi organizzato dal Coordinamento della sinistra contro l’euro: “Oltre L’Euro l’alternativa c’è” a cui hanno partecipato delegazioni di Grecia, Francia, Spagna, Germania, Austria ed Ucraina. Un confronto intenso, in cui si è evidenziato come sia importante non dare la colpa all’U.E. o alla Germania per la situazione in cui ci troviamo che è invece il frutto di una più grande alleanza Europa-Usa che non vede l’euro come l’antagonista del dollaro, ma come una moneta voluta proprio dagli Stati Uniti per supportare il dollaro stesso e, internamente all’Europa, un’allenza tra le borghesie degli Stati membri che difendono il capitalismo creando muro contro ogni forma di socialismo. 

L’alternativa disegnata al Forum non riguarda solo una mera politica economica monetaria; si è discusso infatti di ridisegnare il modello sociale: occorre infatti tornare ad una moneta nazionale e recidere tutti i trattati europei che favoriscono il liberismo, e, come proposto dal Prof. Nino Galloni, creare una moneta che non sia riserva di valore, ma venga usata per favorire beni-servizi e piena occupazione, incentivando attività che valorizzino la creatività ed i talenti dei singoli individui. Si parta dalla produzione per soddisfare la domanda interna e si esportino solo le eccedenze. E come dimostrato da Brancaccio con dati alla mano, frutto di uno studio di 28 paesi usciti da cambio fisso, non ci sarebbe il problema dell’incremento di inflazione se non che di pochi punti percentuali (2%) e di decremento di salario più di quanto non stia succedendo con le politiche europee attuali. 

Concludendo si è ribadita la necessità di creare una coalizione non solo di sinistra tra gli Stati membri dell’UE, per fare in modo che questi temi non vengano lasciati alla destra fascista, e di incontrarsi nuovamente entro novembre ad Atene. Anche io sogno più Europa, ma un’Europa che risponda alle esigenze delle persone, le cui fondamenta poggino su un terreno equo diverso quindi da quelle attuale che favorisce un’elite. Ma il cambiamento deve partire intanto da “casa nostra”. Occorrono decisioni coraggiose e radicali e soprattutto la volontà politica di metterle in pratica.

* Consigliera comunale a Palermo





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RENZI: LA RICREAZIONE È FINITA di Piemme

27 agosto. Nella foto il nuovo Ministro dell'economia francese: Emmanuel Macron.

Chi ci legge sa che questa redazione ha subito sostenuto che il governo Renzi avrebbe avuto vita dura e, molto probabilmente, breve. I pupari che lo hanno portato a Palazzo Chigi, per scongiurare una seconda (devastante) vittoria elettorale di M5S, gli hanno consentito di fare le sue sparate sulla fine dell'austerità e di elargire il bonus degli 80 euro. Ora la ricreazione è finita e gli presentano il conto.

Il governo deve approntare la Finanziaria 2015 (non per caso ridenominata Legge di Stabilità) e come è facile immaginare non solo essa non conterrà alcuna "svolta", ma sarà, così come esigono i suoi committenti, di tagli alla spesa pubblica e di nuove tasse a danno del popolo lavoratore. Renzi sarà quindi obbligato a muoversi sul solco delle politiche di macelleria sociale che invece di far uscire l'economia dal marasma hanno aggravato la crisi, causando la depressione.

In un regime bancocratico sono i banchieri a dettare la linea, ed i politici, loro mandatari, non possono che ubbidire. Draghi, dal simposio annuale di Jackson Hole, sulle Montagne Rocciose, è stato inequivocabile: la Bce non cambierà politica monetaria, darà più liquidità alle banche (per salvarle), ma non da questo cosiddetto QE verrà la ripresa, quanto dall'accentuazione delle politiche liberiste dei governi, sollecitati a privatizzare, a tagliare radicalmente la spesa pubblica, a colpire i diritti dei lavoratori salariati, ad adottare politiche fiscali di vantaggio ma solo verso il capitale. Ha infatti indicato Irlanda e Spagna come fari che indicano la strada.

Il Ministro dell'economia Padoan, messo lì come tutore di Renzi e cane da guardia dei banchieri, ha messo in chiaro che Draghi ha ragione: non solo il vincolo del 3% è inviolabile, pur con parziali deroghe vista la discesa del Pil, il Fiscal compact andrà rispettato. La questione politica, dice Padoan, non è se usare o meno la mannaia, ma dove e contro quali gruppi sociali dovranno essere portati i colpi, quali arti amputare del corpo sociale.

Una spia infallibile che per il piazzista Renzi le cose si mettono male, viene da Parigi.

Dopo la batosta subita alle europee dal governo "socialista", ci si attendeva che il Presidente Hollande avrebbe mandato a casa il Ministro dell'economia. Ed infatti lo ha fatto. E chi ha messo al posto di Arnaud Montebourg? Ha messo Emmanuel Macron, ex-banchiere del gruppo Rothschild. Macron, già consigliere economico dell'Eliseo, si era dimesso a giugno perché riteneva la politica del governo non sufficientemente liberista. Il suo rientro come Ministro dell'economia è un segnale chiarissimo: Hollande va a destra, si piega ai poteri forti e, quel che più conta, conferma l'asse carolingio con Berlino.

Per Renzi sono guai. Non avrà Parigi al suo fianco nel "battere i pugni sul tavolo" per piegare la tetragona Germania. In altre parole Renzi è più debole nel consesso eurocratico. Per accontentarlo gli daranno il contentino della Mogherini come "Mrs Pesc", ovvero Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza —una nullità al posto del niente, visto che nell'architettura euro-atlantica l'Unione europea nulla deve contare se non ubbidire agli USA. Più debole, quindi, anche in Italia. I tempi del galleggiamento, della ricreazione, stanno per finire. Così come la sua "luna di miele" con i cittadini che l'hanno votato. 
Con la Legge di Stabilità vedremo se terrà fede alle sue promesse di cambiare strada rispetto alle dure politiche austeritàrie o se, al contrario, piegherà il capo, ubbidendo ai suoi mandanti.
La seconda che hai detto...




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martedì 26 agosto 2014

FORUM DI ASSISI: È NATO IL COORDINAMENTO INTERNAZIONALE DELLA SINISTRA NO EURO

26 agosto.
Si è concluso, in un clima di fraternità e soddisfazione, il Forum europeo “Oltre l’Euro l’alternativa c’è”. Un successo non solo per il numero dei partecipanti, oltre 400 durante le quattro giornate, e per la qualità degli interventi di tutti i forum ma, soprattutto, un grande successo politico. 

[Nella foto: da sinistra il francese J. Nikonoff, Beppe De Santis, Giuseppe Amini, Giorgio Cremaschi e lo spagnolo Santiago Armesilla]

Il Forum ha infatti dimostrato ciò che in questi mesi abbiamo sempre affermato: in Europa esiste una sinistra sovranista, antieuro e contro l’Unione Europea, che pone la questione nazionale al centro della sua battaglia politica, senza dimenticare affatto l’orizzonte della fuoriuscita dal capitalismo.

Non è possibile ovviamente in questa sede riassumere tutti gli interventi e i vari dibattiti, tutti molto densi e partecipati. Faremo, però, alcune eccezioni.

La prima la facciamo per l’intervento di Jacques Nikonoff, ex dirigente nazionale del PCF e presidente di Attac Francia, e oggi portavoce del MPEP. Nikonoff non solo è stato in totale sintonia con le nostre posizioni e sulla natura dell’Euro e dell’Unione Europea, ma ci ha anche spiegato come folle sia stata la scelta di Alexis Tsipras di volersi candidare alla presidenza di quella istituzione irriformabile, antidemocratica ed espressione dei poteri forti del capitale finanziario internazionale. Una scelta, quella di Alexis Tsipras, appoggiata dal Front de Gauche di Melenchon che, così, invece di costruire un programma sulla necessità di abbattere quella istituzione, si è dimostrato integrato nel sistema eurista, perdendo milioni di voti e perdendo definitivamente ogni credibilità.

L’altra eccezione la facciamo per Manolo Monereo che, così come tutti gli altri compagni di Izquierda Unida, ha mostrato come si fa ad essere all’altezza dei propri tempi non negando la propria radicalità, ponendo come centrale la questione nazionale insieme alla questione di classe e la necessità, citando Antonio Gramsci, di dover essere “nazional-popolari”.

Un ultimo accenno ai relatori greci, Athanasia Pliakogiannis, Antonis Rogkousis e Kostas Kostopoulos (dei movimenti della sinistra no euro greca Plan B ed EPAM) i quali, oltre ad averci spiegato il disastro sociale che sta vivendo la Grecia, ci hanno spiegato come nell’ultimo anno Syriza abbia completamente rinunciato a ogni resistenza sociale e come sia diventata l’ultima risorsa della Troika. Dall’altra parte, però, vi sono i nazisti di Alba Dorata che non sono altro che il piano di riserva del capitalismo - nel caso in cui l’Unione Europea e l’Euro dovessero collassare – per evitare che a guidare questo processo sia la sinistra. Che fare, dunque? Evitare che la questione della sovranità nazionale sia presa dalla destra (che, nel caso greco, una destra NAZISTA) e porla al centro della nostra battaglia come strumento attraverso il quale dare potere di autodeterminazione al popolo.
Da destra: Andrea Ricci, Leonardo Mazzei, Alberto Montero


L’eccezione a questo comune accordo tra le varie sinistre europee è venuto, ma purtroppo ce lo aspettavamo, dagli esponenti italiani che dimostrano, ancora una volta, i ritardi culturali, politici e teorici della sinistra italiana. La mancanza di comprensione su come la questione nazionale, coniugata con la questione sociale, non solo è attualmente alla base di ogni reale pratica e politica antiliberista e anticapitalista, ma è anche il solo modo per evitare l’avanzata dell’estrema destra in Italia e in Europa.

Dicevamo, però, soprattutto grande successo politico. 

E così è stato. Infatti, alla fine del Forum europeo è stato sottoscritto un documento unitario (tra noi italiani del Coordinamento della sinistra contro l’euro, greci, spagnoli, francesi, tedeschi, austriaci —il documento è stato sottoscrtitto anche dagli ucraini di Borotba), che pubblicheremo prossimamente sui nostri siti, riconvocandoci ad Atene entro la fine di novembre.

Per concludere vogliamo ringraziare di cuore, oltre a tutti coloro che hanno partecipato al Forum europeo, tutto lo staff organizzativo del Coordinamento della sinistra contro l’euro, in particolare i compagni umbri, senza il cui appassionato impegno questo grande successo non sarebbe stato possibile.

Il Comitato operativo del Coordinamento della sinistra contro l’euro

25 agosto 2014

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domenica 24 agosto 2014

FORUM EUROPEO: TUTTI INSIEME, SI PUO' VINCERE!

Durante la seconda giornata del Forum Europeo 2014 è stato affrontata la situazione sociale e politica dei vari paesi europei: Francia, Germania, Spagna, Germania, Grecia.
Nella foto accanto il tavolo di presidenza durante la tavola rotonda «L’Unione europea è riformabile?». Da sinistra: Jacques Nikonoff, Beppe De Santis, Giorgio Cremaschi, Santiago Armesilla.
I primi due dibattiti della giornata sono stati dedicati alla Grecia e alla Germania. Il forum sulla Grecia, “Come la Troika ha distrutto la Grecia”, con esponenti della sinistra greca antieuro: Athanasia Pliakogianni, Antonis Ragkousis e Kostas Kostopulis affrontando da un punto di vista sociale, politico e storico la crisi greca. Il dibattito sulla Germania, con la presenza di Albert Reiterer, “Germania: quale Europa vuole la Merkel?”, ha affrontato la questione del dibattito pubblico tedesco, in particolare sulla questione dell’euro.
Gli altri dibattiti della giornata sono stati dedicati alla Spagna, Francia e Ungheria. Il dibattito sulla Spagna, “Spagna: lo stato d’eccezione”, con Manolo Monereo e l’economista ed esponente di Podemòs, si è affrontata la questione del “miracolo spagnolo”. Un superamento della crisi assolutamente falso, che si è invece accentuata, con la depressione della domanda interna. Nel finale del dibattito si è parlato del successo elettorale di Pòdemos che ha radicalmente cambiato il dibattito pubblico spagnolo e la natura della sinistra spagnola.
Gli altri due dibattiti su Francia e Ungheria hanno affrontato i motivi del successo dell’estrema destra in Europa, soprattutto a causa dei limiti politici e culturali della sinistra, non ancora in grado di affrontare la questione della sovranità nazionale e dello Stato. Dal dibattito è emerso che uscire dall’euro e dall’Unione Europea è condizione “necessaria ma non sufficiente”. Se infatti questa battaglia venisse affrontata dalle forze di destra, come in Ungheria e Francia, non si uscirebbe dal neoliberismo e si limiterebbero i diritti.
La giornata è stata conclusa con un dibattito sulla moneta, “Il capitalismo e la funzione della moneta” con la presenza di Ernesto Screpanti, Giacomo Bracci, Said Gafurov e Antonis Ragkousis, e con la proiezione del documentario realizzato da I 101 Dalmata “Il più grande successo dell’Euro”.
LA TERZA GIORNATA: VENERDI
Durante la terza giornata del Forum Europeo 2014 è stata affrontata la situazione politica italiana ed europea.
I primi due dibattiti della giornata sono stati dedicati a una costruzione di una diversa Europa, “Uscire dall’Euro per una diversa Europa”, con Andrea Ricci e Alberto Montero, e ai cambiamenti in corso della Chiesa cattolica, “La Chiesa e questa economia che uccide”, con Padre Gianfranco Formenton.
I due successivi dibattiti hanno affrontato la situazione politica italiana“La resistibile ascesa di Matteo Renzi”, con Leonardo Mazzei e Giorgio Cremaschi. In seguito, si è discusso di Unione Europea, “Chi detiene la sovranità nella UE”, con Javier Couso e Marco Mori. Inoltre è stata resa pubblica la denuncia collettiva dell’avvocato Mori (che può essere scaricata e utilizzata sul suo sito personale) nei confronti di tutti quei soggetti politici che hanno ceduto – e non limitato – la sovranità dello Stato italiano, andando contro la Costituzione.
I due ultimi forum della giornata del Forum europeo 2014 sono stati dedicati al Movimento Cinque Stelle, quale la sua natura, i suoi pregi e i suoi limiti, “Cos’è e dove va il Movimento 5 Stelle”, con Norberto Fragiacomo.  L’altro forum è stato invece dedicato a come recuperare la sovranità nazionale all’interno della NATO, “Difesa e sovranità: uscire dallo spazio Nato”, con Javier Couso. L’esponente della sinistra spagnola ha spiegato come la sovranità nazionale non potrà mai essere completa senza uscendo dallo spazio Nato  e senza recuperare, non solo la sovranità monetaria e politica, ma anche militare.
La giornata è stata conclusa con la tavola rotonda sull’Unione Europea, “L’Unione Europea è riformabile?”,  con Beppe De Santis, Giorgio Cremaschi, Jacques Nikonoff (esponente del movimento francese antieuro MPEP) e Santiago Armesilla. La risposta è stata negativa: questa Europa non è riformabile. La questione non è certamente tecnica, ma politica e come costituire una vasta alleanza (anche a livello europeo) per rompere la gabbia dell’Unione Europea.

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venerdì 22 agosto 2014

AL-TAKFIR: IL CALIFFATO ISLAMICO E I SUOI NEMICI di Moreno Pasquinelli

22 agosto. Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul sito del Campo Antimperialista il 14 agosto scorso.

«Tre calamità vi sono al mondo: le locuste, i topi e i curdi»
(antico proverbio arabo)

Abbiamo spiegato che la liberazione, avvenuta il 10 giugno scorso, della strategica città irachena di Mosul non è stata solo il frutto della “conquista” da parte dei guerriglieri del Daesh (acronimo arabo perad-Dawlat al-Islamiyya fi’l-‘Iraq wa’sh-Sham — Stato islamico dell’Iraq e del Levante, in arabo, di cui ISIL o ISIS, poiché "Sham" sta per Levante o Grande Siria.
Mosul è stata strappata ai governativi grazie all’azione combinata di una rivolta popolare dei sunniti dall’interno e dell’azione dell’ISIS appunto. Una rivolta, scrivevamo, che viene da lontano, che affonda come minimo le radici nell’invasione anglo-americana dell’Iraq, la quale ha avuto come conseguenza l’emarginazione e l’umiliazione della popolazione sunnita, il passaggio delle leve decisive del potere nelle mani dei partiti shiiti filo-iraniani. La qual cosa ha riacceso la mai sopita fitna (conflitto) tra le due principali sette islamiche sunnita e shiita, ostilità che per i sunniti non ha solo carattere religioso, ma nazionale, considerando essi la setta shiita una longa manus dei “safavidi” persiani.

Abbiamo spiegato poi, in riferimento alla guerra civile in Siria, quanto importante sia, per comprenderne le cause e le dinamiche, l’aspetto religioso del conflitto, dal momento che fede e culti sono caratteri distintivi e identitari delle diverse comunità. Gli intellettuali occidentali, dal loro pulpito laicista, irridono, non senza una vena di razzismo, alla fitna in corso, come se fosse segno di barbarie, la prova provata del carattere retrogrado dell’Islam. Essi dimenticano che la configurazione dell’Europa moderna, quella in Stati-nazione sorta dai Trattati di Westfalia del 1648, è frutto di guerre religiose cruente tra sette e principi a vario titolo cristiani, fossero essi cattolici o luterani.


Bufale

Fossero vere anche solo il 50% delle efferatezze che si addebitano ai guerriglieri dell’ISIS noi ci assoceremmo alla generale esecrazione. Il fatto è che, almeno quelle più crudeli, non sono affatto provate. I combattenti dell’ISIS usano certo il terrore come strumento di battaglia, né più e né meno dei loro nemici, siano essi le truppe americane o sioniste, quelle fedeli ad Assad in Siria, quelle irachene di al-Maliki, i peshmerga curdi, per non dimenticare i miliziani di al-Nusra.

Ma qui parliamo di Medio oriente, mentre è ancora in corso l’aggressione israeliana contro il ghetto di Gaza, che è terrore dispiegato all’ennesima potenza, ovvero in aperto stile nazista. Se la cosiddetta comunità internazionale avesse anche solo al 50%, chiesto ad Israele il rispetto del diritto internazionale ed esecrato il genocidio in atto contro i palestinesi, non avremmo avuto duemila morti, in maggioranza civili e bambini.

Non si scambi quindi la nostra condanna della potente campagna di stampa contro l’ISIS come una specie di empatia verso la loro causa. Non l’abbiamo, ma non cadiamo nel tranello. Le potenze mediatiche occidentali che stanno muovendo questa campagna se ne infischiano della sorte di vittime innocenti, della sorte della esoterica setta yazida ancor meno la quale, usando i parametri “progressisti” occidentali, non è meno integralista e crudele dei takfiri dell’ISIS.

I presunti massacri, le presunte fosse comuni, la persecuzione dei cristiani caldei, sono utilizzati come piede di porco per preparare il terreno e quindi giustificare un intervento armato su vasta scala per schiacciare i salafiti combattenti. A ben vedere si sta preparando una santa crociata contro l’ISIS e le tribù e le confraternite sunnite ad esso alleate, che non vedrebbe impegnate solo le potenze imperialistiche “cristiane”.

Queste stanno infatti chiedendo il semaforo verde delle diverse potenze regionali, Iran,Turchia e Arabia Saudita in primis. Assenso che in linea di massima è già stato espresso, anche dall’Iran, che ha scaricato il satrapo di Baghdad al-Maliki, per far posto, come chiesto da Obama, ad Haidar al-Abadi. I curdi delle diverse frazioni, Pkk compreso, si sono già arruolati come truppe di fanteria.

Che i combattenti dell’ISIS minaccino i diritti delle minoranze religiose e nazionali nelle zone dove essi dichiarano di voler costruire il loro califfato, su questo non abbiamo dubbi. Che siano per sterminarle è un falso, come confermano svariati siti arabi (per niente vicini all’ISIS), i pochi giornalisti occidentali non embedded e il vescovo caldeo di Mosul, Amel Shimon Nona. Nona aveva in particolare smentito, parlando con l'agenzia vaticana Fides, gli allarmistici annunci circolanti nel Web su una presunta distruzione generalizzata delle chiese e dei luoghi di culto cristiani. Vero è che le nuove autorità sunnite di Mosul hanno espropriato alcune case di cristiani, dichiarandole proprietà del califfato. Prova della persecuzione dei cristiani? Un sequestro dei beni di figure del vecchio regime? Un gesto di giustizia sociale a favore di famiglie povere? Vedremo.

E' notizia di oggi, 14 agosto, che gli americani dopo aver inviato truppe in avanscoperta sul monte Sinjar, hanno verificato che in realtà c’erano poche decine di sfollati in buone condizioni, che quindi la notizia che decine di migliaia di yazidi stavano morendo di fame e sete era una bufala. Una bufala talmente colossale che il Pentagono dovrà escogitare un altro pretesto per aprire dei “corridoi umanitari” — che altro non sono se non postazioni avanzate in vista di una terza eventuale invasione dell’Iraq.

Dietro alla bufala si nasconde tuttavia una precisa intenzione del Pentagono, quella di giungere in soccorso dell’entità curda amministrata dai clan di Barzani e Talabani, diventata dopo il 2003 l’avamposto e la piazzaforte dell’Impero. Intenzione pienamente condivisa da Israele, che prima ancora del Pentagono, senza aspettare la caduta di Saddam Hussein,  aveva iniziato a foraggiare e ad addestrare i peshmerga.


Takfir versus kafir


L’esodo (reale) delle minoranze yazide, turcomanne e cristiano-caldee dalla zone recentemente occupate dagli insorti sunniti è in realtà una fuga in massa avvenuta in seguito a quella delle autorità e delle forze di polizia fedeli a Baghdad, che se la sono data a gambe. Il neo-califfo Abu Bakr al-Baghdadi, per quanto takfiro non poteva venire meno ad uno dei capisaldi islamici, la condizione di dhimmi per i non musulmani del Libro, per cui essi possono continuare a seguire la loro fede a patto di pagare una tassa (jizya), ciò implicando che i dhimmi godano della protezione del califfo. A dire il vero sono numerosi i versi coranici che non prevedono costrizioni religiose, lasciando libera l’adesione all’Islam come anche l’abbandono. I takfiri lo dimenticano, offrendo così una sponda preziosa ai “crociati occidentali”.

Diverso in effetti può essere il caso della piccola setta gnostica curda degli yazidi, che i sunniti (come gli shiiti del resto) accusano, dati gli aspetti peculiari del loro culto e delle loro liturgie, di essere “adoratori del diavolo”. Una fede quella yazida, a lungo ferocemente perseguitata dagli ottomani, e che anche per questo, contempla la più radicale separatezza etnico-religiosa. Gli yazidi non si considerano solo, come gli ebrei, un “popolo eletto”: yazidi non si diventa, si nasce. Ricordiamo la lapidazione, avvenuta nel luglio del 2010 nel villaggio di Bahzan, della diciassettenne Dua Khalil Aswad (colpevole di voler sposare un sunnita), il totale rifiuto di ogni forma di promiscuità addirittura tra le stesse tre caste della comunità.

Vedremo se è vera la notizia che giunge mentre scriviamo, che i guerriglieri dell’ISIS hanno fatto saltare per aria il principale e più noto tempio degli yazidi, quello di Lalish, dove sarebbe sepolto la principale figura spirituale yazida, lo sceicco Adi Ibn Musafir. Un atto che se fosse vero sarebbe appunto un ignobile attestato del takfirismo.

Il takfirismo è un’ideologia guerriera che non contempla la lotta armata solo contro i kafir, gli infedeli, ma anche contro le correnti, le comunità e gli stati che seguono un finto o apparente Islam. E’ evidente la differenza col salafismo-jihadista stile al-Qaida, il quale sorse appunto in contrasto politico col takfirismo, ponendo come strategia quella di battere il nemico principale, gli USA, e quindi come priorità strategica la loro cacciata dalle terre musulmane.

Con l’espansione del jihadismo prima, e con la pesante sconfitta subita in Iraq dal movimento di al-Zarkawi, le correnti takfire sembravano essere uscite di scena. Invece… Invece la guerra civile in Siria ha risvegliato la bestia, che ora si abbevera nei fiumi di sangue che scorrono in quella “Mezzaluna fertile” antichissima culla di civiltà. L’impatto delle vittorie militari dell’ISIS è stato potente in numerosi paesi arabi, dallo Yemen al Libano, dalla Tunisia alla Giordania. Numerose organizzazioni locali jihadiste stanno abbandonando al-Qaida per unirsi all’ISIS, condividendo che il centro focale della lotta non sia combattere per cacciare gli USA, quanto istituire il califfato in Siria e in Iraq. Un fenomeno che avanza anche in Palestina, a Gaza in particolare — l’ISIS condanna HAMAS come un movimento di apostati e ritiene la lotta di liberazione nazionale palestinese come una deviazione separatista dalla “vera Jihad”.

La peculiare strategia dell’ISIS, quella di considerare centrale la nascita del califfato in Siria e Iraq, consente a certi commentatori di sostenere che l’ISIS, è funzionale al “complotto” di certi gruppi imperialisti di potere statunitensi e sionisti, quelli dei “Neocon” di Bush, gli stessi che immaginavano di ridisegnare le frontiere del Medio oriente creando una serie di nuovi staterelli-fantoccio. Il califfato sarebbe secondo questi “complottisti” un passo verso questo orizzonte, quindi l’ISIS non sarebbe altro che un’organizzazione fantoccio foraggiata dagli Stati Uniti. Tesi, quest’ultima, sostenuta anche dal blocco di forze che si raccoglie attorno a Tehran. Che dire? Si tratta delle stesse fumisterie dietrologiche per le quali non solo al-Qaida era un dipartimento operativo della CIA, ma tutto il poderoso fenomeno delle “primavere arabe” è stato liquidato come un complotto americano.

Il complottismo moderno rassomiglia a certe antiche sette religiose cristiane le quali, portando alle estreme conseguenze la loro visione dualista, dichiaravano che l’Anticristo fosse il vero demiurgo della realtà, che non ci sarebbe stata salvezza dal male se non con l’intervento della Provvidenza, per cui non restava agli “eletti” che attendere l’apocalisse.


La posta in palio


Meglio usare la ragione per spiegare i complessi fenomeni storico-sociali che attraversano l’islam, meglio capire da dove venga e dove possa portare il potente moto di rinascimento islamico, di cui il takfirismo è manifestazione.

La fitna, la scontro settario, non avrebbe assunto le dimensioni colossali che ha, se non si comprendesse qual è la vera posta in palio. Il Medio oriente resta, non solo per il petrolio, una zona decisiva per chiunque voglia assicurarsi l’egemonia mondiale, o anche solo per avere un posto nella tavola dei dominanti.

Quello in atto in Medio oriente è solo l’inizio di un sconquasso geopolitico di portata storica e globale, l’equivalente della “nostra”  Guerra dei trent’anni. Stanno definitivamente saltando in aria gli assetti dell’intera regione, figli della spartizione delle spoglie dell’Impero ottomano compiuta dalle potenze coloniali inglese e francese (Accordi Sykes-Picot del maggio 1916).

Usando questa chiave di lettura possono essere decodificate e comprese le mosse dei diversi attori che calcano la scena mediorientale: le potenze internazionali, gli USA in primis (di cui Israele è in ultima istanza una protesi), Russia e Cina; e quelle regionali: Iran, Arabia Saudita, Egitto,Turchia.

Queste potenze, le cui alleanze in questo lungo conflitto muteranno anche in forme inattese, vorrebbero fare i conti senza l’oste, ovvero escludere dal gioco il potente movimento di massa di rinascita sunnita di cui l’ISIS è la punta dell'iceberg. Per questo tentano di coalizzarsi allo scopo di abbattere prima possibile il califfato di Abu Bakr al-Baghdadi. Tuttavia esso, per quanto i suoi confini siano aleatori, è oramai una potente realtà. Non sarà facile ai diversi predoni, debellarlo.

Come scriveva ieri l’inviato Alberto Negri: “Da questa parti c’è troppa storia per essere contenuta nei confini, reali o immaginari, di vecchi e nuovi stati in formazione”. C’è troppa storia, da quelle parti, per poter essere domata. Quale che sarà la futura configurazione del Medio oriente, essa verrà dopo che le acque dei due fiumi saranno diventate rosso sangue. Ancora una volta.

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Apre il Forum Europeo 2014

21 agosto 2014. Ci scusiamo coi nostri lettori per la lentezza con cui daremo informazioni sul Forum europeo i corso ad Assisi. 
Nella foto accanto il tavolo di presidenza durante il dibattito sulla Grecia, svoltosi ieri 21 agosto.

da sinistra:  Athanasia Pliakogianni, Kostas Kostopoulos, Valerio Colombo ed Antonis Ragkousis.


Mercoledì 20 agosto è stato inaugurato il Forum Europeo Oltre l'euro, l'alternativa c'è.
L’introduzione di Moreno Pasquinelli ha sottolineato la natura politica ed internazionale del Forum: un’occasione per conoscersi e confrontarsi nella prospettiva della costruzione di una vasta alleanza, democratica e costituzionale, per far uscire il nostro Paese, e più in generale tutti i paesi europei, dalla gabbia dell’Eurozona e dell’Unione europea. Il saluto alle delegazioni estere presenti è stata l'occasione per ribadire una delle ragioni del Forum, fare un primo passo verso la fondazione di un Coordinamento delle sinistre sovraniste a scala europea.
Il Forum ha quindi preso avvio con il primo dibattito, sulla crisi ed il conflitto in Ucraina: “Le vere ragioni del conflitto in Ucraina”, con la presenza di Sergej Kirichuk (esponente di punta del movimento Borotba) e dell’economista russo Said Gafourov. Il dibattito è stato incentrato sull’occupazione imperialistica dell’Ucraina da parte dell’Occidente e dell’Unione Europea. Un’occupazione con la complicità dei mezzi di informazione, al punto tale che parlare della situazione greca viene vista come “propaganda sovietica”. L’avvertenza di Gafourov e Kirichuk è stata, però, quella di non fidarsi di Putin, il cui obiettivo è esclusivamente quello di tutelare gli interessi del grande capitale russo.
Il secondo dibattito “Tramonto o eclissi degli Stati nazione”, ha visto la presenza di Manolo Monereo incentrando la sua relazione sul rapporto tra la difesa dello stato nazionale e una politica e pratica anticapitalistiche.  
Tale questione è stata, infine, approfondita nella tavola rotonda della sera “La sinistra e il tabu della sovranità nazionale”, con la presenza di Antonio Stacchiotti, Manolo Monereo, Said Gafourov, Sergej Kirichuk e un intervento video di Diego Fusaro. Il dibattito è stato incentrato sui limiti, culturali e politici, della sinistra europea nell’affrontare la questione della sovranità nazionale. Solo così, infatti, sarà possibile ricostruire una sinistra che possa tutelare le classi sfruttate e teorizzare una prospettiva socialista.

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martedì 19 agosto 2014

SE ANCHE A SINISTRA SI INVOCA LA TROIKA di Moreno Pasquinelli

19 agosto. La storia, com'è noto, è luogo di incessanti cambiamenti. Mutamenti che a volte sono sostanziali, a volte solo formali. Prendiamo la storia dei movimenti di emancipazione delle classi subalterne, quelli che in generale sono stati rappresentati dalla sinistra. Quest'ultima è stata sempre attraversata dalla divisione tra l'ala rivoluzionaria e quella riformista. Sulla carta queste due tendenze erano concordi sul fine, il socialismo, per divergere sui mezzi e le alleanze per raggiungerlo. Questa irriducibile opposizione tra l'ala rivoluzionaria e quella riformista esiste anche oggigiorno ma, date le circostanze, si manifesta in forme del tutto inedite.

In Europa lo spartiacque tra rivoluzionari e riformisti consiste anche nella questione dell'Unione europea. La sinistra riformista odierna—non parliamo certo del Pd che è un partito passato con armi e bagagli dalla parte delle classi dominanti—condivide il disegno unionista e considera "progressista" seppellire per sempre gli stati-nazione. La sinistra rivoluzionaria, all'opposto, è sovranista: condanna senza appello questa Unione europea in quanto funzionale agli interessi antipopolari e imperialistici delle classi dominanti, e ritiene che la difesa della sovranità nazionale, a cui è incardinato il principio democratico della sovranità popolare, sia oggi un decisivo terreno di resistenza e di scontro coi dominanti. Se si perde questa battaglia, se le diverse aristocrazie ultra-capitalistiche riusciranno a sbarazzarsi degli stati-nazione (che essi considerano degli ostacoli sulla via del loro dominio dispiegato) le classi proletarie saranno ridotte ad un stato di semi-schiavitù, la democrazia sarebbe anche formalmente rimpiazzata da un regime di dispotismo neoliberista.

La "sinistra unionista" è rappresentata in Italia da quelle frazioni politiche che in un modo o nell'altro han fatto parte o si sono riconosciute nella "Lista Tsipras". Il loro cavallo di battaglia è difendere l'Unione europea, ed anche il regime dell'euro, ma spogliandola dei suoi tratti liberistici e antipopolari. Che questa strategica sia non solo aleatoria ma votata al fallimento l'abbiamo spiegato in più occasioni.


Un segno di questo fallimento senz'appello si manifesta in un fenomeno inquietante: con la comparsa, reggetevi forte, di una sinistra che invoca apertamente l'arrivo della Troika. No, no, non stiamo parlando di Eugenio Scalfari, e nemmeno di qualche esponente del Pd; stiamo parlando proprio di "compagni" che solo due mesi fa inneggiavano a Tsipras. Vi segnaliamo l'intervento di Riccardo Achilli, pubblicato su un sito insospettabile: Bandiera rossa in movimento. Il titolo dell'intervento è programmatico e non lascia adito a dubbi: L'inevitabile arrivo della troika: perché è inutile e controproducente resistergli.

Ne consigliamo la integrale lettura. Cosa dice in sostanza Achilli? Egli parte da un elemento di analisi giusto: che l'attuale recessione più deflazione, colpendo l'Unione mentre la crisi dell'euro è ancora viva, rischia di far saltare tutta la baracca. In particolare l'Italia, che ha una classi dirigente del tutto inetta, Renzi pifferaio Renzi compreso, potrebbe andare in default e fra crollare tutto l'edificio dell'Unione. Dico ce ne scampi! grida Achilli. Quindi, ecco la agghiacciante conclusione, meglio che arrivi la Troika, e prima arriva meglio è.

Non pensino i lettori che Achilli si nasconda dietro un dito o infarcisca il suo augurio con discorsi demagogici. Sentiamo:
«L'ultima corsa è finita, e le luci dell'ippodromo si stanno spegnendo. Togliamoci dalla testa l'idea che l'uscita unilaterale dall'euro, come farneticano Grillo ed i sovranisti, sia praticabile. (...) il tracollo economico italiano non se lo può permettere nessuno dei nostri partner, per cui, di fronte alla conclamata incapacità della classe politica italiana nel fornire le risposte riformiste attese dal resto dell'area-euro (e certificata dall'autentica valanga di giudizi negativi su Renzi piovuti dai giornali di tutta la comunità finanziaria internazionale), l'arrivo della Trojka non è una eventualità, è una certezza. Detto arrivo assumerà la forma di contratti per le riforme strutturali, che dovranno essere fatte nei modi e nei tempi decisi da Bruxelles, in cambio di flessibilità sul percorso di riduzione del deficit. (...) A quel punto, che al Governo ci sia Renzi, Passera, Monti oppure Satana non cambierà niente. Perché il programma economico e sociale del Paese, e la sua tempistica, saranno eterodiretti. (...) Oppure, come si fa con una azienda quando la sua proprietà si rivela incapace di farla uscire dalla crisi, consegnare le chiavi a qualcun altro il più presto possibile. Se, come detto prima, è inevitabile, allora sarà meglio che questo passaggio di sovranità verso la Trojka avvenga subito, quando è ancora possibile far decadere le riforme istituzionali antidemocratiche varate da Renzi... Non è detto, peraltro, che il commissariamento europeo sia peggiore del disastro che sta combinando lo scout fiorentino di campagna. (...) E' probabile dunque che la Trojka ci tratti meglio della Grecia, in termini di politiche per la crescita. (...) La speranza è che gli italiani, con il commissariamento della Trojka, si rendano conto della pessima qualità della loro dirigenza endogena, e, in una logica europea, se ne liberino. Anche la sinistra, imparando a ragionare in un quadro europeo, dove esistono ancora partiti progressisti, potrebbe trarne giovamento e rilanciarsi, superando un dibattito domestico oramai piuttosto angusto, e ricostruendo, in una logica più vasta di quella italiana, un radicamento sociale, che è ancora presente negli altri grandi Paesi europei. Allora forza. Che cada Romolo Augustolo e la sua corte di badanti e veline. Meglio subito e non fra un anno, quando il Paese sarà ulteriormente fiaccato da questi incompetenti.
Compito di ciò che resta della sinistra italiana sarà allora quello di tentare, sia pur in un contesto difficilissimo e quasi disperato, di "strappare", per quanto minimamente praticabile, le migliori condizioni possibili per tale cessione di sovranità, contrastando gli aspetti meno accettabili socialmente delle riforme strutturali che ci saranno imposte».
 E così conclude: 
« Non ci dobbiamo illudere, comunque. Il futuro sarà duro e oscuro. Non ci sono, nel breve periodo, scappatoie. Si tratta solo di cercare di ridurre al minimo la sofferenza. E di liberarsi di una classe dirigente da Paese del Terzo Mondo. Di conferire un qualche aspetto catartico alla catastrofe».
 A ben vedere si tratta della stessa posizione che espresse Monti nell' agosto 2011 sul "Podestà forestiero" e recentemente di Eugenio Scalfari, ribadita su Repubblica del 3 agosto:
«Dirò un'amara verità che però corrisponde a mio parere ad una realtà che è sotto gli occhi di tutti: forse l'Italia dovrebbe sottoporsi al controllo della troika internazionale formata dalla Commissione di Bruxelles, dalla Bce e dal Fondo monetario internazionale».
Noi siamo francamente basiti. Scalfari, col suo "forse" lascia aperta la porta al dubbio, Achilli invece non ha dubbi: invoca un regime di protettorato dichiarato, una cessione decisiva degli ultimi brandelli di sovranità alla Troika, ovvero non solo all'euro-germania, ma agli organismi della finanza speculativa globale. Il tutto per evitare un default che per Achilli, dimostrando una davvero scarsa competenza in materia economica, sarebbe la peggiore delle tragedie. 

Se Achilli si fosse peritato di studiare seriamente la storia dei default, compreso quello argentino, scoprirebbe che solo negli ultimi trent'anni han fatto default (che significa insolvenza non bancarotta!) una trentina di paesi, e che questi, proprio grazie a default programmati, proprio perché hanno punito gli avvoltoi della finanza speculativa, hanno tutti visto una rinascita economica. Perché Achilli non voglia prendere in considerazione una moratoria sul debito, un ripudio del debito verso la finanza speculativa, resta un mistero. Un tale ripudio è invece una delle misure che, accanto alla riconquista della sovranità politica e monetaria, potrebbe consentire al Paese come minimo di non affondare e poi di trovare le risorse per un piano che punti alla rinascita degli investimenti in vista della piena occupazione, ciò che implica che lo Stato ritorni al centro anche in campo economico e quindi un aumento e non una diminuzione della spesa pubblica. Tutte cose proibite dai Trattati dell'Unione, tutte cose che implicano la riconquista della piena sovranità politica da parte del nostro Paese.

Va da se che l'arrivo della Troika significherebbe tutto il contrario: una durissima austerità ai danni del lavoro salariato, privatizzazioni, taglio dei diritti sociale, predominio assoluto del capitale. Se poi arriverà la "crescita" questa avverrà solo dopo che il popolo lavoratore sarà ridotto alla fame e in stato di semi-schiavitù.

Che un simile carnaio susciti aspri conflitti sociali, anche Achilli dovrebbe metterlo nel conto. Coloro che a destra invocano la Troka lo sanno bene, dimostrandosi molto più "marxisti" del Nostro. Ed essi sanno bene che il regime di protettorato non sarebbe solo economico, ma pure politico, con inevitabile sospensione della democrazia e dello Stato di diritto, con la repressione dispiegata della rivolta sociale. Non avremmo più una Repubblica ma un regime di dittatura esterna amministrato da dei Quisling.

Solo in un sanatorio uno che invoca un simile funereo destino sarebbe considerato "di sinistra".






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