mercoledì 30 aprile 2014

FRANCIA: IL "PARTITO DI SINISTRA" VERSO LE EUROPEE (con Tsipras ma...)

30 aprile. I nostri lettori sanno che in Francia a sinistra dei "socialisti" di Hollande la sinistra radicale è coalizzata nel Front de Gauche (Fronte di Sinistra). Il perno di questa coalizione è il Partito di Sinistra di Jean-Luc Mélenchon (nella foto) che presenta sue proprie liste alle europee, con Tsipras candidato a Presidente della Commissione europea. A differenza dei partigiani italiani di Tsipras, i francesi sono molto più duri contro L'Unione europea e contro la moneta unica. Di seguito uno stralcio della risoluzione del Comitato nazionale del Partito di Sinistra adottata nella sessione del 15-16 febbraio scorso.

«Le elezioni europee sono l'appuntamento elettorale più importante dell’anno

Si tratta di una opportunità per l'opposizione di sinistra alle politiche liberiste attuate in Francia così come nell'Unione Europea (UE ) per fare punto e a capo. Fino ad ora, che i governi siano stati diretti dai liberali di destra o dai socialdemocratici, la politica economica e sociale è stata la medesima. Ogni volta che gli è stato offerto di scegliere, i partiti social-liberali hanno preferito unirsi alla destra piuttosto che alla sinistra. Questo accade in 14 dei 28 paesi. Questo è stato il caso per esempio della SP dopo le ultime elezioni tedesche. Lo stesso tipo di combinazione vale nel Parlamento europeo dove il PSE e il PPE cooperano per applicare una politica liberale ripartirsi i posti. La mutazione della socialdemocrazia europea è oramai completa: non è più uno strumento di compromesso tra lavoro e capitale, ora è oramai passato dalla parte di quest'ultimo

Quello che è vero in tutta l'UE, ora lo è anche in Francia. Il PS è ormai disciolto in questa brodaglia politica. Eletto per porre fine alla politica di Nicolas Sarkozy, François Hollande ha applicato la stessa politica di destra. Egli l’ha assunta pienamente: le politiche sul lavoro, l’austerità , i regali costanti agli azionisti, i tagli alla spesa pubblica, la politica anti-ambientalista, tutto l'arsenale neoliberista e oltre. Dopo aver lavorato per lo sviluppo del modello austeritario in Europa con la firma della TSCG [Patto di stabilità e Pareggio di bilancio, Ndr], Hollande ha spudoratamente adottato il modello tedesco della Merkel predisposto a sua volta da Gerhard Schröder. Questo modello, quello di una ripresa basata sulle esportazioni, è deleterio in quanto si basa su una competizione generalizzata tra le nazioni, sulla deflazione salariale e la convergenza sociale verso il basso.
Jean-Luc Mélenchon 

Contestualmente a questa adesione, François Hollande ha cercato di imporre al nostro Paese un'organizzazione territoriale basata su grandi regioni e "aree metropolitane", ciò in conformità con i vecchi progetti comunitari tendenti a distruggere gli stati nazionali nei quali si esercita la sovranità popolare, e ciò per favorire una concorrenza economica mortale tra i paesi europei. La capitolazione del Capo di Stato della seconda potenza economica europea porta a compimento il progetto di uniformizzazione politica dell'Unione europea. E’ la fine del mito di un'Europa sociale col quale si sono giustificate tutti gli arretramenti della socialdemocrazia. Ricordiamocelo: il PS ha sempre affermato di accettare dei trattati sempre più liberali a favore di una costruzione europea con la promessa che ne avrebbe successivamente cambiato, in realtà è il PS che ha aderito al liberalismo.

Questa cogestione leale del sistema ha conseguenze terribili per il popolo: distruzione sociale, disoccupazione di massa e pauperizzazione, diminuzione della speranza di vita, emorragia migratoria migrazione nel Mediterraneo e in Europa orientale, ascesa dell'estrema destra . L'UE è oggi lo spazio economico e politico più aperto al libero scambio, al dumping sociale, fiscale e ambientale generalizzati e dominati dalla finanza. La UE è un fattore aggravante della crisi strutturale del capitalismo. Questa politica violentemente antisociale può applicarsi soltanto a discapito delle sovranità popolari, ciò che accresce la sfiducia dei cittadini nell'Unione Europea. Queste politiche violentemente antisociali si basano su metodi sempre più autoritari: riforme legislative volte a penalizzare le mobilitazioni popolari (Spagna, Grecia), la repressione e la criminalizzazione delle lotte sindacali in tutto il continente , la violenza della polizia contro i Rom e migranti (Farmakonisi, Ceuta ). Queste politiche alimentano i fondamentalismi religiosi offensivi e le forze tradizionaliste di destra le quali, attraverso per la loro intensa attività di lobbying, sulla base di stereotipi di genere, cercano di imporre una concezione della vita, della famiglia e della morte reazionari, iniziando col mettere in discussione il diritto delle donne di controllare i loro corpi . Questa Europa non può essere riformata.

Le nostre liste saranno quindi in primo luogo quelle della rottura con l'attuale UE ed i suoi trattati, per la ricostruzione dell'Europa. Il rifiuto dell'Unione europea non è mai stato così forte nel Paese, soprattutto tra le classi popolari. La disperazione popolare aumenta. La massa dei disperati che non fa più riferimento né alla sinistra né alla destra non è mai stata così grande. Le sirene anti-europee del Fronte Nazionale trovano un eco in questo elettorato. Il nostro ruolo è quello di riunire il popolo della sinistra , ma anche quello di dare una forte risposta a questa disperazione e incarnare la rabbia popolare. Noi proporremo misure concrete e radicali di rottura. Le direttive politiche adottati dal nostro Comitato Nazionale il 30 Novembre scorso saranno calate chiaramente in questa campagna dai nostri candidati. Abbiamo bisogno di un’audace e assertiva campagna con chiare parole d’ordine. Questo è il modo per evitare la delusione della gente disperata e il rifiuto della politica.

L’ecosocialismo è la nostra bussola. Lo proporremo come un orizzonte, come avremo modo di proporre la soluzione del protezionismo solidale contro il dumping generalizzato, così come proporremo la rottura con l’euro-Merkel attraverso l’interventismo della Banca di Francia. Mentre François Hollande si è fatto in fretta e furia promotore con Barack Obama del Grande mercato transatlantico [Ttip], abbiamo bisogno di fare delle elezioni europee un vero e proprio referendum contro questo accordo. Noi affermiamo che queste interruzioni sono possibili in Francia subito, disobbedendo, senza attendere l'illusoria l'Europa sociale in cui nessuno crede. Questa è la condizione per sperare di rifondare d’accapo la costruzione europea.

A qualche mese dalle elezioni, i sostenitori del sistema si servono dell'estrema destra come uno spaventapasseri per portare gli elettori verso la "sicurezza" , vale a dire nel loro ovile. L'estrema destra, compreso il FN in Francia, è effettivamente pericoloso. Social-liberali e liberali non costituiscono un baluardo contro l'estrema destra, ne sono anzi l’incubatrice. Tutti possono vedere che è la loro austerità, i loro tradimenti, il disorientamento che seminano tra la popolazione, che stanno causando l’avanzata di idee nazionaliste e xenofobe. Barroso e la signora Le Pen sono anche le facce di una stessa medaglia. Entrambi sostengono una politica basata sulla concorrenza tra i popoli con il libero scambio sfrenato per il primo, con la svalutazione competitiva per la seconda la quale desidera cancellare la lotta di classe, chiedendo ai lavoratori di sottomettersi agli interessi del capitale.

Siccome sono le uniche a proporre una politica radicalmente diversa basata sul primato assoluto della sovranità popolare, sulla disobbedienza alla UE , sulla rottura con il liberalismo e la solidarietà tra i popoli, le liste dell’altra sinistra rappresentano l'unico antidoto a questi due mali. La vera novità è che le liste che difendono questo programma hanno la possibilità di svolgere un ruolo di primo piano, se non addirittura di diventare le prime forze di sinistra in diversi paesi europei. A cominciare naturalmente da SYRIZA in Grecia. Il leader di Syriza Alexis Tsipras, che sarà il nostro candidato alla presidenza della Commissione europea contro il sistema incarnato dal PPE e dal PSE.

In Francia la questione è la stessa. Dato il momento politico che il nostro paese sta vivendo queste elezioni hanno un valore nazionale doppio. François Hollande ha infatti già programmato una ulteriore escalation nella sua politica neoliberista con il voto sul “patto di responsabilità” dopo le elezioni europee. L'impegno che il governo ha annunciato sul patto la dice lunga sul suo quinquennato. Possiamo anche supporre (come suggeriscono le reazioni positive gran parte della destra) che egli spera di allargare la sua maggioranza sul testo a tutta o a parte dell’opposizione di destra. Nulla esclude che egli intenda chiedere il sostegno per una coalizione di governo coi liberali.

Le elezioni europee saranno quindi anche un'occasione per contribuire a sconfiggere questo progetto. Le nostre liste sono liste anti-“patto di responsabilità”. Sulla base del rifiuto della politica del governo, noi puntiamo a diventare la prima forza a sinistra causando così un terremoto politico. La nostra ambizione è quella di raccogliere una maggioranza alternativa senza aspettare il 2017. Le elezioni europee possono avviare questo processo.

Il Partito di Sinistra considera quindi queste elezioni con uno spirito maggioritario. Ecco perché cercheremo fino alla fine di unire tutti coloro che, facciano già parte del Fronte di Sinistra o meno, rifiutano la politica di austerità a livello nazionale ed europeo e insieme l'integrazione europea».

* Traduzione a cura della Redazione

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martedì 29 aprile 2014

«SIAMO SOTTO LA TUTELA TEDESCA». INDOVINA CHI L'HA DETTO? di Emmezeta

29 aprile. Dedicato agli euro-grulli, gli "ultimi giapponesi" della moneta unica.

[Nella foto Helmut Khol e Romano Prodi]

«La crisi greca mostrò invece che non eravamo tutti uguali e che la solidarietà europea era stata costruita solo sulla carta».

Chi ha fatto questa affermazione? Prima di rispondere, leggete come viene argomentata:

«In poche settimane le banche tedesche e francesi (comprese quelle che abbondantemente guadagnavano e tuttora guadagnano nel mercato italiano) si sono precipitate a vendere i nostri titoli pubblici in loro possesso, spingendo ovviamente tutti gli altri a fare altrettanto. Esse hanno improvvisamente trasformato i buoni del Tesoro italiani in pericolosi “derivati” anche se vendere questi titoli equivaleva a scommettere sulla bancarotta italiana. L’esempio francese e tedesco è stato ovviamente subito seguito da parte di tutti gli altri operatori, cominciando dagli americani».
Dunque, non solo nessuna solidarietà, ma un comportamento da veri avvoltoi. La qual cosa non è mai stata per noi un mistero, ma che suona assai interessante sulla bocca di uno dei principali artefici dell'euro.

Ma il bello viene dopo, nell'analisi a consuntivo della politica dei sacrifici:
«Ci si è poi finalmente accorti che, col crollo dell’otto per cento del nostro PIL e con una crescita sotto zero della nostra economia, il debito italiano sarebbe sempre cresciuto. Nonostante questo, dato che gli impulsi suicidi sono lenti a morire, abbiamo voluto mettere addirittura nella carta costituzionale il pareggio del bilancio della nostra economia. Un favore politico per chi comanda a Berlino ma un assurdo logico perché non si mettono in costituzione obiettivi che dipendono anche da eventi che non sono sotto il nostro controllo».
Il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione come frutto di «impulsi suicidi lenti a morire» e, peggio ancora: «un favore politico per chi comanda a Berlino».

Chi è il pericoloso "populista" che ha osato parlare in questo modo? Forse non ci crederete, ma il personaggio che ha detto queste cose, con un articolo sul Messaggero di ieri, è il signore della foto in alto a sinistra. Quello che si dilettò a torturare gli italiani con le finanziarie per l'euro, e che l'Europa ricompensò nominandolo presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004. Colui che nel 1999 ebbe la faccia tosta di dichiarare che: «Con l’euro lavoreremo un giorno in meno e guadagneremo come se lavorassimo un giorno in più».

Nessuno si aspetti una qualche coerenza da questo signore. Dopo aver scritto le cose citate, Prodi chiude l'articolo dicendo che bisogna proseguire con la precarizzazione del lavoro, con l'obiettivo di portare lo spread a zero. E ci mancherebbe! Il primo ministro del "Pacchetto Treu" certo non vuole smentirsi.

Ma mentre ripone grande fiducia nella BCE del compare Draghi, ecco il giudizio sulle istituzioni europee: «L’esperienza ci dimostra che ben poco possiamo fare conto sulla solidarietà europea e sull’operato delle Istituzioni comunitarie di Bruxelles, negli ultimi tempi sostanzialmente operanti sotto tutela germanica».

Amen, verrebbe da dire. Prima, però, una domandina piccola piccola: ma se ogni solidarietà europea è esclusa a priori che senso ha restare nell'euro e nell'Unione? Di sicuro non potrà rispondere a questa domanda con sincerità colui che farfugliava su un'Europa che sarebbe arrivata a Vladivostock, ma certo potranno farlo tutte le altre persone dotate di un minimo di intelletto. E questo ci basta.

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lunedì 28 aprile 2014

VOTARE PER CHI? di Piemme

28 aprile. Le elezioni europee si approssimano. Che sia una scadenza importante non c'è dubbio. In Italia doppiamente importante.
Da una parte c'è la dimensione europea del voto. Il blocco eurista dominante ha bisogno di una vittoria schiacciante, non solo sulle forze anti-euro ma pure su quelle cosiddette "euro-scettiche".
D'altra parte le elezioni del 25 maggio hanno un indiscutibile significato interno, tutto italiano. Anche in questo caso il blocco eurista ha bisogno di una vittoria schiacciante, quella di Renzi, del Pd e dei suoi alleati di governo.

In questo contesto, ne sia pienamente consapevole o meno, quella larga parte della popolazione che sta pagando a carissimo prezzo le politiche liberiste di macelleria sociale messe in atto per salvare il regime dell'euro,  deve augurarsi una sonora sconfitta del blocco politico che sostiene il governo Renzi, a sua volta appoggiato dalle frazioni globaliste del capitalismo italiano e dai poteri oligarchici euro-tedeschi.

Il 25 maggio, con un fava, potremmo quindi prendere due piccioni.
Azzoppare Renzi, mostrando che le forze che lo tengono in piedi sono una minoranza nel Paese, e bastonare tutto il fronte borghese che sostiene il disegno eurista. Un simile risultato, siccome indebolirebbe i dominanti, darebbe coraggio ai dominati, dando quindi una spinta alla protesta sociale, avvicinando il momento della sollevazione popolare.
La vergognosa posizione della "Rete LIRA" (clicca per ingrandire)

Sbaglia di grosso, tuttavia, chi ritiene che un voto valga l'altro, basta che vada ad una lista d'opposizione, comprese le liste della Lega Nord e di Fratelli d'Italia. I politicanti di queste formazioni hanno sostenuto, in quanto elementi integranti del centro-destra, pressoché tutti i passaggi che hanno permesso lo strangolamento del popolo lavoratore, la svendita della sovranità nazionale, lo stupro della Costituzione e della democrazia.

I politicanti leghisti e postfascisti, fosse solo per questo, vanno puniti, non premiati. Ma vanno puniti per una ragione ancora più seria: la loro tardiva opposizione all'euro non è solo opportunistica, avviene in nome di una concezione liberistica e antidemocratica —per non parlare dello specioso indipendentismo leghista, rivelatosi per fortuna una buffonata demagogica. Un'avanzata elettorale di questi rottami reazionari lungi dal dare ossigeno alla rivolta popolare, la castrerebbe sul nascere. Voti a queste forze fantoccio, infine, serviranno a tenere in vita il berlusconismo moribondo. Dio ce ne scampi!

E' proprio questa, invece, la posizione di certi anti-euristi allo sbando come la "Rete LIRA" (vedi sopra). Ecco dove conduce il mix tra un'analisi sballata delle ragioni più profonde della crisi sistemica (la questione monetaria considerata come l'alfa e l'omega); l'amore per il capitalismo; e la leggenda metropolitana della fine della "dicotomia tra destra e sinistra".

Votare per la lista L'altra Europa con Tsipras? Nemmeno per sogno! Perché e per come questa lista si consideri, ed in effetti sia, la quinta ruota del carro e/o la foglia di fico del fronte politico eurista dominante l'ha ben spiegato Leonardo Mazzei e senza timore di smentita giorni addietro.

Non resta, se le nostre analisi sono giuste, che votare per le liste del Movimento 5 Stelle, indicando la preferenza per quei candidati che, magari sfuggiti alle maglie strette del Casaleggio, si spingeranno più avanti della linea zoppa ufficiale, quelli che (e ci sono) eventualmente proporranno l'uscita dall'eurozona.

Un successo di M5S, se fosse robusto, azzopperebbe infatti Renzi e potrebbe far saltare i piani governisti dei dominanti che lo considerano la loro ultima risorsa. Per quanto sulla questione dell'euro la linea dei pentastellati sia confusa e contraddittoria (vedi il manifesto in sette punti qui accanto) non ci può essere il minimo dubbio una forte affermazione di M5S produrrebbe un un terremoto la cui onda d'urto giungerebbe fino ai santuari eurocratici di Bruxelles, Berlino e Francoforte.

Un successo di M5S darebbe di converso slancio a tutte quelle forze politiche e sociali che si battono per la riconquista della sovranità nazionale, lotta che passa non solo per l'uscita dall'euro, ma pure per per la difesa della Costituzione, contro a legge elettorale truffa Italicum, contro i provvedimenti liberisti a danno del proletariato come il Job Act. Battaglie, queste ultime, che i pentastellati stanno conducendo con coraggio e fermezza, seppure solo dentro il Palazzo.

Che M5S non sia in grado di strutturare un'opposizione sociale antagonista, che sia prigioniero di un disarmante cretinismo istituzionale ed elettorale, questo, lo abbiamo sempre detto. Questo non può essere un alibi per disinteressarsi all'esito della battaglia del 25 maggio, che si svolge infatti col voto. Nè ci passa per la testa di chiedere ai pentastellati di mettersi essi alla testa della sollevazione popolare. Questo è un compito che spetta semmai ai sovranisti rivoluzionari. In tempi difficili come questi a noi non avanza, ma certo basta, che le urne contribuiscano a indebolire i nemici e a dare ossigeno e coraggio agli italiani che han già capito che dal marasma se ne esce solo con una svolta radicale, con un governo popolare d'emergenza che accompagni la riconquista della sovranità politica e monetaria con una serie di misure audaci antiliberiste a difesa del popolo lavoratore.

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PALESTINA: ACCORDO TRA HAMAS E AL-FATAH di Campo Antimperialista

28 aprile. Riceviamo e volentieri pubblichiamo. Nella foto accanto cittadini palestinesi festeggiano l'accordo.

Il 23 aprile Hamas e Al-Fatah hanno siglato un accordo politico di riconciliazione. La risposta sionista non si è fatta attendere: cancellati i cosiddetti “negoziati di pace” con le autorità di Ramallah. Per Benjamin Netanyahu infatti, così come per gli Stati Uniti e per l’Unione europea, Hamas sarebbe nient’altro che un gruppo “terroristico”. (Nella foto il dirigente di Al-Fatah Azzam Al Ahmad ed il premier di Hamas della Striscia di Gaza Ismael Haniyeh)

L’accordo contempla la formazione di un governo ad interim unitario e l’indizione di elezioni presidenziali entro sei mesi. Se l’accordo verrà davvero messo in pratica, si porrebbe finalmente fine alla scissione successiva alle elezioni del 2006 che vennero vinte da Hamas. Dopo mesi di scontri intrapalestinesi violentissimi nel 2007 si ebbero infatti due governi palestinesi ostili, quello di Hamas a Gaza e quello di al-Fatah a Ramallah.

Reggerà questo accordo? O finirà nella polvere come i precedenti, tra cui quello di Doha del febbraio 2012?

Noi ci auguriamo che esso venga rispettato da entrambi le parti. Ne guadagneranno i palestinesi, che infatti hanno festeggiato la sigla per le strade. Hanno esultato anzitutto i palestinesi di Gaza, vittime di un vero e proprio assedio genocida, messo in atto non solo da Israele ma dal regime militare egiziano di al-Sisi, che è appunto riuscito a sigillare Gaza impedendo non solo la libera circolazione delle persone, ma bloccando ogni sorta di aiuto alla martoriata popolazione.

Che l’accordo sia destinato questa volta a tenere è possibile: per entrambi le frazioni si tratta di una scelta obbligata. Da una parte Abu Mazen ha visto fallire, a causa del boicottaggio israeliano, tutti i suoi tentativi di raggiungere una qualche onorevole pace con i sionisti; dall’altra Hamas si è venuta a trovare in un vicolo cieco dopo la rottura con Damasco (solo in parte con l’Iran) e il colpo di Stato militare in Egitto e il rovesciamento del governo amico di Morsi.
A sinistra Azzam Al Ahmad (fatah) e Ismael Haniyeh (HAMAS)


Più in generale è la nuova situazione venutasi a creare in Medio oriente dopo le “primavere” ad avere spinto i due principali movimenti palestinesi a superare la scissione. Le grandi mobilitazioni popolari del 2011 e gli sconvolgimenti politici che hanno determinato, lungi dall’aiutare la resistenza palestinese gli hanno tolto la ribalta.

La Resistenza ha pagato a caro prezzo la sanguinosa guerra civile in Siria. Se al-Fatah ha assunto una posizione neutrale sul conflitto siriano, quest’ultimo ha accentuato le divisioni tra le diverse frazioni. Da una parte FPLP, il FPLP-Cg e l’organizzazione Jihad Islamica hanno assunto una posizione di più o meno aperto sostegno al regime di Assad, dall’altra Hamas e alcuni gruppi jihadisti filo-qaedisti palestinesi hanno appoggiato la rivolta. La tragedia siriana ha infine messo in difficoltà gravissime il movimento internazionale di solidarietà con la resistenza palestinese.

Non tutti i dettagli dell’Accordo sono noti. Sembra tuttavia che esso preveda la convergenza su un candidato unico in vista delle prossime elezioni presidenziali. Essi potrebbero essere o Khaled Meshaal o il prestigioso leader di al-Fatah Marwan Barghouti, tutt’ora detenuto nelle careceri israeliane.

Se il regime sionista depreca quest’accordo, noi abbiamo, al contrario, ottime ragioni, se non per esultare, per sperare che esso produca dei buoni frutti.

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sabato 26 aprile 2014

CON TSIPRAS NO di Leonardo Mazzei

26 aprile. ANALISI E CRITICA DEI DIECI PUNTI DELLA LISTA L'ALTRA EUROPA CON TSIPRAS (o degli "altreuiristi")

E' già un po' che non ci occupiamo degli altreuristi. Quelli che vorrebbero l'estate senza l'afa, la rosa senza spine, l'uovo senza colesterolo. E fin qui non ci sarebbe niente di male. Il fatto è che non si fermano a questo. Vorrebbero anche un'Europa che non c'è. E fino a lì ci arriviamo. Anzi, siamo proprio d'accordo. Apparteniamo infatti a quella specie di irriducibili che non si arrende all'orrido presente e che vorrebbe perfino un Mondo che non c'è.

Ma guarda un po' che estremisti che siamo! Perché fermarsi all'Europa, forse che i popoli degli altri continenti sono inferiori? E, peggio, perché fermarsi all'UE (che di questo si parla), senza occuparci di russi, georgiani, norvegesi, islandesi e macedoni? A Strasburgo abbiamo già una venticinquina di lingue, perché non arrivare a trenta?

Ora qualcuno griderà alla provocazione. Che ci spieghino il perché. Se la sovranità nazionale è il male assoluto, perché attestarsi sull'Europa, o meglio sull'UE? Se il campo di gioco è quello della globalizzazione, perché non andare oltre? Sembrano domande assurde, ma più assurda ci pare la pretesa di fissare arbitrariamente una sorta di taglia idonea a vivere nella mondializzazione. E - peggio, molto peggio - farla corrispondere esattamente alla dimensione assunta nel tempo dall'Europa di lorsignori, quella delle banche e della finanza, dei vincoli e dei diktat, dei sacrifici e della distruzione della democrazia, dei tecnocrati e dei burocrati. Insomma, quella denominata Unione Europea.

Questa loro fissazione, che li porta ed essere più europeisti degli europeisti d'antan, ha veramente stufato. E - senza offesa per nessuno - è anche abbastanza patetica. Li capiremmo se il cosiddetto "processo di integrazione" avesse davvero fatto dei passi avanti. Ma così non è. In decenni di Comunità economica prima, e di Unione Europea poi, si sono visti solo norme e trattati a tutela delle oligarchie, niente che potesse davvero avvicinare le popolazioni dei diversi paesi.

Poi, a coronare il tutto, è arrivato l'euro, il metallo di cui è fatta la gabbia che rinchiude i popoli dell'Europa mediterranea dentro un recinto di povertà, disoccupazione ed assenza di futuro. Ci sarà pure un motivo se le cose sono andate in questo modo. Stiamo parlando ormai di un dato storico, un percorso durato decenni. Ed ora, nel momento in cui i nodi di questa folle costruzione stanno venendo al pettine, dovremmo credere alla riformabilità di questo mostro edificato con tanta pazienza in 57 anni?

Ecco, mettiamola così: il problema è il realismo. Che è la base di ogni azione politica. Sia chiaro, niente abbiamo contro il bisogno dell'utopia. Anzi. Ma l'utopia è una forza della storia solo quando dialoga ed ha confidenza con il realismo. Questi due termini, che intrecciandosi muovono gli uomini e le donne in carne ed ossa, devono incontrarsi e parlarsi tra loro.

Viceversa - e questo è il caso degli altreuristi - si finisce per percorrere un tracciato circolare che li porta nelle braccia del padrone di casa. Sì, lui è orribile. I suoi uomini ancor di più. La sua casa è governata come peggio non si potrebbe. Nelle stanze periferiche dell'edificio vecchi e malati sono condannati a morte. Ha dei cani da guardia che incutono terrore. Inoltre è avaro oltre ogni limite, e non ammette discussioni sui modi di farsi pagare i debiti. Una vera casa degli orrori, ma è (per gli altreuristi) l'unica casa possibile.

Come uscire da questo paradosso? Semplice, immaginandosi di riformarla. Ora, in astratto tutto è riformabile, pure la CIA e la P2. Ma è così anche nella pratica, o meglio nella storia?

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Fermiamoci qui, che sparare sulla Croce Rossa è cosa che un po' ci addolora. Andiamo però a vedere cosa hanno scritto i quattro generali senza truppa (dei sei originari, due - Andrea Camilleri e Paolo Flores D'Arcais - hanno abbandonato per tempo il vascello), che si sono messi alla guida - sembrerebbe su divina indicazione - della lista L'altra Europa con Tsipras.

I quattro - Luciano Gallino, Marco Revelli, Barbara Spinelli, Guido Viale - hanno pubblicato nei giorni scorsi un incredibile decalogo. Nel quale, con rara modestia, ogni punto inizia sempre con: «Siamo la sola forza alternativa perché...».

In passato alcuni di loro hanno scritto anche cose interessanti, ma nel cimentarsi con l'Europa mostrano un mix di superficialità ed alterigia che certo non gli fa onore. La loro proclamata «unicità» deriverebbe dal conservatorismo che unirebbe in qualche modo tutti gli altri concorrenti, per meglio dire tutte le altre liste. Curiosamente però, nell'elencarle, chiamano per nome solo la Lega ed il M5S. Anche Renzi viene etichettato come conservatore, ma non il Pd. Che sia un caso?

Ma passiamo oltre, andando subito al sodo. Leggiamo al punto 9:
«Siamo la sola forza alternativa a proposito dell’euro. Pur essendo critici radicali della sua gestione, e degli scarsi poteri di una Banca centrale cui viene proibito di essere prestatrice di ultima istanza, siamo contrari all’uscita dall’euro e non la riteniamo indolore. Uscire dall’euro è pericoloso economicamente (aumento del debito, dell’inflazione, dei costi delle importazioni, della povertà), e non restituirebbe ai paesi il governo della moneta, ma ci renderebbe più che mai dipendenti da mercati incontrollati, dalla potenza Usa o dal marco tedesco. Soprattutto segnerebbe una ricaduta nei nazionalismi autarchici, e in sovranità fasulle. Noi siamo per un’Europa politica e democratica che faccia argine ai mercati, alla potenza Usa, e alle nostre stesse tentazioni nazionaliste e xenofobe. Una moneta "senza Stato" è un controsenso politico, prima che economico».
Dunque, l'euro non si tocca, che con i dogmi non si scherza. Uscirne causerebbe povertà, rimanervi invece... Ma produrrebbe perfino «aumento del debito», quando tutti sanno che è vero esattamente il contrario.

Oh bella! non restituirebbe neppure il governo della moneta! Il perché non si dice, ma lo si lascia sottintendere: perché saremmo troppo piccoli. Ora, Svezia, Repubblica Ceca, Polonia sono ben più piccole dell'Italia - che, nonostante il disastro di questi anni dell'euro, rimane peraltro la seconda potenza industriale d'Europa - eppure con la loro piccola moneta nazionale hanno retto assai meglio alla crisi dei paesi eurizzati. Chissà perché.

Ma ai «professori» cosa gliene frega, mica si abbassano a guardare in faccia la realtà! Loro temono i «nazionalismi autarchici», che naturalmente vengono da Marte, mica dalle imposizioni autoritarie targate Bruxelles e Francoforte. E temono le «sovranità fasulle». Il perché le sovranità nazionali sarebbero fasulle, mentre solo quella europea potrebbe essere reale non ce lo spiegano. Forse perché è un po' complicato.

Ora, su questo punto ci sia consentito un breve giro per il mondo. Perché di certi provincialismi sulla cosiddetta «italietta», cui corrisponderebbe una debolissima «liretta», proprio non se ne può più. Certo, si è più o meno sovrani in virtù di molteplici fattori. Tra di essi contano i fattori culturali, storici e soprattutto politici. Ma siccome quel che si lascia intendere è che l'Italia sarebbe comunque troppo piccola per fare da sola, proponiamo un quiz ai professori: prescindendo da considerazioni prettamente politiche, considerereste paesi non sovrani la Corea del Sud, il Sudafrica, l'Australia ed il Canada?

Probabilmente sareste un po' in difficoltà. O forse provereste a sostenere una tesi così ardita, ma sta di fatto che tutti questi diversissimi paesi, scelti volutamente negli altri 4 continenti, si tengono ben stretta la propria moneta nazionale. Ora consideriamo due parametri, quello demografico e quello economico, per vedere la differenza di questi paesi rispetto all'Italia. Corea del Sud: abitanti 50 milioni, Pil 868 miliardi di euro; Sudafrica: abitanti 50 milioni, Pil 295 miliardi; Australia: abitanti 22 milioni, Pil 1.185 miliardi; Canada: abitanti 33 milioni, Pil 1.400 miliardi. Italia? Abitanti 60 milioni, Pil 1.560 miliardi.

Ora, premesso che sovrani del tutto non si potrà mai essere, vista la complessità delle relazioni politiche, economiche ed umane, perché negare all'Italia quel che è nella disponibilità dei paesi citati, demograficamente ed economicamente più piccoli del nostro? Con tutto ciò, ovviamente, non vogliamo certo togliere la sovranità ai popoli ed alle nazioni ancora più piccole, vogliamo solo sbugiardare le tesi di questi presuntuosi a corto di argomenti.

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Potremmo chiudere qui questo articolo, perché quel che c'era da dire sulla sostanza è stato detto. Ma nel decalogo ci sono altri punti troppo piccanti per essere tralasciati.

Dopo aver detto ogni male possibile sull'uscita dall'euro, la lunga citazione del punto 9 si concludeva con questa affermazione: «Una moneta "senza Stato" è un controsenso politico, prima che economico». Giusto. E allora? Allora, come gli ultimi giapponesi nella giungla di una guerra ormai persa, ecco cosa scrivono al punto 2: «Siamo la sola forza alternativa perché crediamo che solo un’Europa federale sia la via aurea, nella globalizzazione».

Che dire? Qui tutti i torti non ce l'hanno. Non sono i soli a parlare di Europa federale, ma che siano rimasti gli unici a crederci davvero in effetti è possibile. Auguri.

Ma i nostri sono inarrestabili. Ecco come proseguono il punto precedente: «Se l’edificheremo(l'Europa federale, ndr), Grecia o Italia diverranno simili a quello che è la California per gli Usa. Nessuno parlerebbe di uscita della California dal dollaro: le strutture federali e un comune bilancio tengono gli Stati insieme e non colpevolizzano i più deboli».

I futuri greco-californiani ringraziano. Era un po' che non andavano al cinema, e non sempre Hollywood ci impesta di pellicole così edificanti.

Se l'Europa è il bene, i «nazionalismi» sono naturalmente il male. Così inizia il punto 3: «Siamo la sola forza alternativa perché non pensiamo che prioritaria ed esclusiva sia la difesa dell’"interesse nazionale». 
Ecco, qui che siano gli «unici» è un po' dubbio. Dopo anni di governi asserviti all'Europa, con un parlamento che ha votato il fiscal compact quasi all'unanimità, tutti questi difensori degli interessi nazionali non li vediamo proprio. 

E ancora, al punto 10: «Siamo la sola forza alternativa perché la nostra è l’Europa della Resistenza: contro il ritorno dei nazionalismi». Domandina semplice semplice: ma non sarà che certi nazionalismi aggressivi risorgono proprio perché è la costruzione oligarchica e tecnocratica dell'Unione Europea a produrli? Forse fino a qui anche i quattro sarebbero d'accordo. Facciamo allora una domanda più precisa: non sarà che le forze di destra si vanno rafforzando proprio perché la sinistra, quasi al completo, bistratta la questione nazionale?

Deridere gli «interessi nazionali» come un ferrovecchio del passato non fa a pugni con una sobria analisi del presente dell'Europa? Non c'è una questione nazionale in Grecia, in Italia, in Spagna, in Portogallo? In maniera solo apparentemente paradossale, la questione nazionale, che è parte decisiva della stessa questione di classe, viene negata sia dalle oligarchie dominanti (per loro natura transnazionali) che dalla sinistra che si vorrebbe alternativa. Si riproduce in questo modo il percorso circolare, di cui abbiamo già parlato, che riconduce inevitabilmente gli altreuristi nel cortile del padrone di casa.

Certo, ognuno è libero di rendersi subalterno come crede. Ma non deve pretendere di darcela a bere. Ora, nella Lista Tsipras ci sono certamente bravi compagni ed ottime persone. Ci sono infine preziosi militanti che non vogliamo certo disprezzare. E nel programma ci sono ovviamente anche cose buone, come la lotta al Fiscal compact.

Il problema, però, è la prospettiva politica. E qui i casi sono due: o, com'è estremamente probabile, la lista non raggiunge il 4%, ed energie potenzialmente preziose se ne saranno andate ancora una volta verso il nulla; oppure, ipotesi meno probabile, il 4% verrà raggiunto, aprendo uno scenario anche peggiore del primo. In quel caso, infatti, la vittoria verrebbe intascata da un lato dai quattro di cui ci siamo fin qui occupati - nulla di personale ovviamente, ma come abbiamo visto è la loro impostazione politica ad essere particolarmente perniciosa -, dall'altro da un certo Nichi Vendola, il capo di una corrente esterna del Pd che non nasconde i suoi obiettivi.

A questo proposito troviamo assai buffo che i quattro, in fondo al loro scritto, abbiano sentito il bisogno di precisare che: «al Parlamento europeo saremo con Tsipras, non con i socialisti che già pensano a Grandi Intese con i conservatori dello status quo». Ora, che una lista «con Tsipras» voglia stare a Strasburgo con Tsipras non dovrebbe essere una notizia. Sennonché, il governatore pugliese - che della Lista Tsipras è uno degli azionisti di riferimento - ha già annunciato con chi andranno eventualmente (molto eventualmente per la verità) a sedere i suoi: andrebbero con il Pse, insieme agli amici piddini.

Che dire? Beh, ci costa ammetterlo, ma in questo caso l'amico dei Riva è il più coerente. Se, come si ricava dal decalogo di cui ci siamo occupati, la questione è «o Europa o morte», il posto di combattimento più logico è quello indicato da Vendola. A dispetto del sincero impegno per la costruzione di un'alternativa all'Europa oligarchica profuso da qualche migliaio di militanti. Si stancheranno mai costoro di lavorare per il Re di Prussia?

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giovedì 24 aprile 2014

«PATRIZIA BADII È LIBERA!» di Daniela Di Marco e Vincenzo Baldassarri


24 aprile. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

«Come avevamo detto, denunciandolo pubblicamente, tutto l'impianto accusatorio della Procura della Repubblica di Brescia, che lo scorso 2 Aprile ha portato dietro le sbarre 26 persone, sta miseramente crollando, rovinando miseramente sulle proprie assurdità.

Patrizia Badii (nella foto), dopo 22 giorni di galera, chiusa in una cella di 3 metri per 4, con sbarre e blindo rigorosamente chiusi, in isolamento totale, è libera.
Alle 14:00 di oggi pomeriggio è stata finalmente rilasciata. Si sono aperte le porte del carcere di Montorio per lei e il marito Luca Vangelisti, che però andrà ai domiciliari.

Questa montatura giudiziaria repressiva ha tentato di spaventare semplici cittadini, di minacciarli e terrorizzarli, è stato lanciato un messaggio affinché il popolo resti suddito e non osi ribellarsi.
Ma Patrizia Badii non è stata piegata.
Soave, 9/12/13: il Presidio 

All'uscita dal carcere ha detto: «Sono una libera cittadina che è stata imprigionata 22 giorni e ha dovuto subire tutto il peggio possibile. I miei ideali? Continuerò a portarli avanti pacificamente, come ho sempre fatto».
Noi siamo riusciti a parlarci questa sera. Era finalmente rientrata a casa.
Ci ha descritto i momenti allucinanti vissuti, ha raccontato di essere caduta dalle nuvole quando le hanno parlato di questo gruppo separatista denominato "Alleanza".
«Ma chi l'aveva mai sentito nominare? Per non parlare delle persone che hanno arrestato assieme a me. Mai viste. I loro nomi li ho appresi in carcere. Mi diaspiace che ancora 4 persone sono dentro, trattenute ingiustamente».
23 aprile: Patrizia Badii all'uscita dal carcere

Ci ha fatto rabbrividire ascoltare le condizioni in cui questa donna coraggiosa si è trovata.
Lo stato italiano è proprio fallito, dal suo sistema carcerario disumano lo si nota.
Patrizia ha raccontato di sporcizia, incrostazioni e infiltrazioni in ogni dove. Cella minuscola, per lavarsi un lavapiedi basso con acqua ghiacciata, per asciugarsi un pò di carta igienica.

Ha penato per un dentifricio e un telo per le mani, ha atteso 10 giorni prima di ricevere da una suora lo shampoo.
Ma la cosa più incredibile è stata l'impossibilità ad avere le medicine che prende sempre contro le vertigini, di cui soffre in seguito ad un incidente. Ha dovuto attendere, attendere e ancora attendere, per poi avere un farmaco generico. 

Per fortuna Patrizia è una tosta. Aveva già la testa al presidio di Soave. Era arrivato lo sgombero, ma non è stato chiuso, lo hanno riaperto più avanti, punto di riferimento per tutto il territorio.

Da lì Patrizia continuerà le sue battaglie».

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IN RICORDO DEL COMPAGNO FRANCESCO*

24 aprile. Francesco Giuntoli ( nella foto) è morto la notte scorsa. Colpito da un nuovo infarto, dopo quello che aveva subito circa tre mesi fa e che sembrava avesse superato. Francesco aveva 63 anni ed era il segretario della federazione di Lucca del Prc dal 2010, ma la sua è una storia politica molto lunga, che tanti di noi hanno intrecciato e condiviso per lunghi periodi.

Già attivissimo agli inizi degli anni '70, come a Lucca tutti quelli della sua generazione ben ricordano, Francesco ha militato dagli anni '80 in Democrazia Proletaria, confluendo al suo scioglimento in Rifondazione Comunista nel 1991. Nei primi anni '90 è il responsabile del settore "Lavoro" della federazione di Lucca, di cui diviene segretario una prima volta nel 1994.

Per tre anni si getterà a capofitto nell'attività di partito, che vedrà in quegli anni una crescita fortissima, sia come radicamento che come consensi elettorali. La crescita, organizzativa ma non solo, avviene soprattutto tra gli operai e i lavoratori in genere. Ma una cosa che ci sembra giusto ricordare è il suo sforzo costante per il radicamento tra i giovani, uno sforzo che contribuirà non poco alla costruzione di un forte e combattivo gruppo di giovani comunisti, in buona parte studenti ma non solo.

Nell'ottobre 1997, insieme a molti di noi, Francesco uscirà dal Prc. Sono gli anni in cui il partito sostiene il governo Prodi e le sue finanziarie per l'Europa. Usciamo per cercare di ricostruire una forza autonoma dei comunisti in alternativa al centrosinistra. Quel tentativo fallirà. Nel 2002 il Movimento per la Confederazione dei Comunisti, di cui Francesco era uno dei principali esponenti, confluirà nel Campo Antimperialista.

E' questo il periodo dell'impegno contro l'aggressione americana all'Iraq e del sostegno alla resistenza di quel popolo. Francesco, che ha sempre sentito l'antimperialismo come una componente essenziale dell'essere comunisti, sarà particolarmente attivo nelle mobilitazioni di quegli anni.

Poi, dal 2005 al 2008, la sua attività politica conoscerà una pausa, che avrà termine con il rientro in Rifondazione Comunista dopo la fallimentare esperienza del secondo governo Prodi (2006-2008). In quel momento le nostre scelte politiche si sono separate, ma non sono certo mancati i momenti in cui abbiamo lavorato insieme, ad esempio sulla questione dell'assedio di Gaza. Ed altre iniziative in comune erano già in progetto per il prossimo futuro.

E' doloroso dover tracciare le tappe di una militanza così intensamente vissuta con queste poche righe. Forse, in futuro, non mancheranno le occasioni per ricordare Francesco in maniera più degna.

Tre cose vogliamo però rammentare prima di concludere. La prima riguarda la sua concezione libertaria del comunismo, che lo rendeva del tutto estraneo ai dogmatismi delle varie ortodossie. La seconda la sua passione per la storia, che lo portava a dare un significato più generale anche ad episodi minori della vita e della militanza quotidiana. La terza la sua sensibilità sociale, della quale vogliamo ricordare un episodio. Eravamo alla fine degli anni '80, ancora in Dp, quando Francesco fu uno dei promotori di un'iniziativa di legge per il riconoscimento dei diritti pensionistici ai cavatori del marmo delle Apuane, nelle province di Lucca e Massa Carrara. Francesco amava quel mondo fatto di sudore e fatica. Ed era molto contento quando lo poteva frequentare, raccogliendo le firme, tenendo incontri e comizi.

Per uno di quei casi strani della vita il suo funerale si terrà proprio il 25 aprile. Il giorno della liberazione e della vittoria antifascista. Sicuramente la ricorrenza che più lo toccava nel profondo.

Il funerale di Francesco Giuntoli si terrà, in forma civile, presso la Croce Verde di Lucca (via Castracani 468/d) venerdì prossimo alle ore 15,30.

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mercoledì 23 aprile 2014

SPAGNA: LA SINISTRA CONTRO L'EURO AVANZA

23 aprile. Nel maggio dell'anno passato pubblicammo il Manifesto per l'uscita dall'euro sottoscritto, oltreché da Julio Anguita, storico dirigente comunista, da una serie di noti intellettuali spagnoli. Gran parte della sinistra italiana mise in atto una vera e propria congiura del silenzio. Quell'omertà era un sintomo. Mentre più della metà degli italiani pare abbia compreso che l'euro è stata una fregatura e ben un terzo ritenga che l'uscita sarebbe salutare la sinistra italiana, compresa quella "radicale" continua a tacere e se parla, farfuglia a difesa dell'euro, condanna ogni discorso sulla sovranità come "reazionario". Chi voglia avere la misura del colpevole ritardo sugli eventi e della autolesionistica stupidità della sinistra italiana, guardi ai passi avanti compiuti da quella spagnola. Si svolgerà a Valenza, dal 9 all'11 maggio un importante convegno, al quale andremo, qui sotto il testo del Frente Civico che lo convoca.

«Il Fronte Civico discute del recupero della sovranità e dell’uscita dall’euro

Il Fronte Civico ha iniziato una campagna per trovare un’uscita sociale dallo stato d’eccezione nel quale si trova il Paese, uscita impossibile sotto la dipendenza delle politiche dell'UE e dei suoi governi.

Fin dalla sua Assemblea Costituente del luglio 2013, il Fronte Civico "Siamo Maggioranza" (FCSM) ha sostenuto che la società spagnola ha bisogno di discutere l'architettura politica ed economica della zona euro e l’influenza che esercita sulla situazione d’emergenza sociale che stiamo affrontando, ciò al fine di decidere davanti al bivio di fronte al quale ci troviamo: restare dentro al "sogno europeo" o riacquistare la sovranità politica ed economica.


A quel tempo noi esortammo a risolvere «la questione dell'euro e del suo impatto sulla nostra situazione economica e sociale. Il dibattito circa l’uscita della Spagna della moneta unica non è solo una questione spagnola, ma riguarda molti altri paesi. Come Fronte Civico dobbiamo affrontare con decisione e volontà di comprendere questa questione, che è fondamentale e deve diventare elemento costante della nostra preoccupazione e del nostro impegno».

In questo momento in cui si assiste ad una massiccia campagna di marketing politico a favore delle attuali istituzioni europee, riteniamo necessario avvertire che il sogno di integrazione europea è diventato un incubo che impone un duro presente e preannuncia un futuro cupo.
Julio Anguita


L'euro è un sistema di potere che concentra e riassume il tipo di Unione europea che è stata costruita: un sistema che sancisce politiche di austerità, il controllo dei deficit pubblici, l'indipendenza della BCE e, soprattutto, l'immenso potere del capitale finanziario in Europa. Inoltre, le tendenze strutturali alla divisione dell'Europa tra centro e periferia si sono intensificate con l'euro, alimentando uno sviluppo ineguale che aggrava e approfondisce le disparità dell'economia europea.

Questa Europa di Maastricht, del tutto estranea ai principi di coesione e collaborazione solidale, richiede un dibattito pubblico che ponga in una maniera motivata la necessità di lasciare l'euro per evitare il collasso finale del paese. E’ a questo obiettivo che il FCSM concentrerà i suoi sforzi su nelle prossime settimane attraverso una campagna pubblica che, con il titolo "Per il recupero della sovranità: Uscire dall'euro", affronti la questione in profondità e tutte quelle che possono sorgere nel suo sviluppo .

La campagna inizierà con una serie di articoli di opinione in cui diverse personalità di riconosciuto prestigio condivideranno le loro opinioni sui possibili percorsi di recupero della sovranità nazionale e, dopo conferenze nelle diverse città, si concluderà con le giornate che si concluderanno a Valenza il 9, 10 e 11 maggio».

* Fonte: Frente Civico
** Traduzione a cura della Redazione

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martedì 22 aprile 2014

CASALEGGIO: C'È O CI FA? di Piemme

22 aprile. Senz'altro interessante l'intervista rilasciata da Casaleggio a il Fatto Quotidiano del 20 aprile. Alcuni nostri lettori ci hanno subito segnalato la risposta pelosa sull'euro. Alla domanda: "La campagna elettorale sarà giocata contro l’euro?", Casaleggio ha risposto
Noi non abbiamo impostato la campagna elettorale sull’uscita dall’euro. Ma per rimanere dentro l’Europa (e intendiamo l’Europa economica, perché quella politica non c’è, è scomparsa) noi pretendiamo di avere delle garanzie e di poter far sentire la nostra voce come Stato italiano. Noi vogliamo uscire solo se non avremo garanzie e la nostra voce non sarà ascoltata. Ma non diciamo: l’euro è sbagliato. Diciamo: l’applicazione del sistema euro non sempre è gestibile. Il fiscal compact, per esempio. Ormai è chiaro che in Italia il Pil non aumenterà, l’altra variabile su cui intervenire è il debito pubblico. A farlo diminuire ci hanno provato tutti: ci ha provato Tremonti, Monti, Letta, ci sta provando Renzi, ma ormai è normale che ogni anno noi ci portiamo a casa centinaia di miliardi di debito pubblico in più. Con la speranza che non aumenti lo spread, sennò le cose peggiorano ulteriormente. L’euro è un problema, non in sé, ma come viene gestito.
Niente di nuovo sotto il sole. L'ideologo riconferma la linea oramai ben nota di M5S, quella del
manifesto in sette punti in vista delle elezioni europee (vedi accanto). Un ambiguo "NI" all'euro. Ci si poteva aspettare che Casaleggio andasse più in profondità, che spiegasse il NI. Evidentemente non ne è capace. Che l'economia non fosse il suo forte lo si sapeva. In medio stat virtus, qui banalmente comincia e banalmente qui finisce il discorso su una questione dirimente, che evidente non si preferisce non dirimere. Una posizione che di scientifico, di rigoroso, non ha niente, e che forse non si giustifica solo con un elettoralismo tendente al paraculo.

Questa posizione mediana tra pro-euro e anti-euro ha evidentemente radici più profonde, che attengono alla natura sociale e di classe della sua creatura, l'M5S, un movimento che come altre volte abbiamo segnalato, è un "movimento borghese, ma che, come movimento borghese pensa di barcamenarsi tra keynesismo e liberismo. Ciò emerge chiaramente dalla supercazzola con cui Casaleggio risponde alla domanda: "Chi se la prende con l’euro dice che la crisi italiana non dipende da corruzione, burocrazia, sprechi, evasione fiscale…"
L’euro e l’Europa non devono essere un alibi. Noi abbiamo oggi 800 miliardi di spesa. Di questi, 100 sono tasse sul debito. Degli altri 700, possiamo tagliarne 200. Io discuterò con l’Europa sulla gestione, ma non per questo sono esonerato dal fare pulizia a casa mia.
Tabella n.1 Spesa pubblica al lordo degli interessi
Roba da mettersi le mani nei capelli! Lo sanno anche i profani che la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito, è inferiore alla media europea, e molto più bassa di paesi dalla tripla A (per quanto ancora) come la Francia [vedi Tabella n.1]. 


Invece di parlar a vanvera, in compagnia di tanti "economisti" di regime, Casaleggio potrebbe tentare di informarsi, basta poco. Forse il Nostro non c'è, ci fa. E se ci fa non è solo per raccattare voti, ma per la ancora meno nobile ragione di non inimicarsi i settori di alta borghesia che lo stanno corteggiando, quello che lo avevano inopinatamente invitato nel settembre scorso al Forum Ambrosetti.

Che Casaleggio non fosse un anticapitalista lo sapevamo. Ora sappiamo, al di la della chimera del reddito di cittadinanza, che non è nemmeno un keynesiano. E' di una gravità inaudita che un leader politico oramai di prima grandezza, tanto più di un movimento che pretende di essere alternativo al blocco bipolare di regime, dica, sulla questione della spesa pubblica,  le stesse idiozie dei servi che dice di combattere.

Tabella n.2. Andamento della spesa pubblica italiana
Suggeriamo a Casaleggio di fare mente locale alla Tabella n.2, dalla quale si evince, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il debito pubblico si impennò a partire dal 1981, ovvero dal cosiddetto divorzio tra Banca d'Italia e Ministero del Tesoro, che inaugurò un vero e proprio nuovo regime di politica monetaria. In piena offensiva liberista, sotto la pressione di Fmi, Banca mondiale e tecnocrati della Comunità europea, alla banca d'Italia veniva proibito di garantire in asta il collocamento dei titoli di Stato. Quello fu il tornante che si rivelerà decisivo: l'ingresso dell'Italia nel casinò-capitalismo, l'adozione della terapia liberista per entrare poi nel club dell'euro.

Il 7 dicembre scorso, tentando si spiegare l'indifferenza per certi versi ostile di M5S rispetto al nascente movimento di protesta del 9 dicembre , scrivevo: 
la principale causa politica è il religioso legalitarismo, il rispetto di M5S delle leggi e delle autorità costituite, quindi il vero e proprio timor panico della lotta diretta e dell'azione di massa. Al fondo la spiegazione sta nella natura stessa del movimento "grillino", che non è né cucca né noce, né di governo né tantomeno un movimento di lotta. Forte sul web, su facebook, non è minimamente in grado di stare nel sociale. I suoi attivisti sono in gran parte virtuali, impregnati oltretutto da una inguaribile mentalità elettoralistica.  [M5S E IL 9 DICEMBRE: NÉ DI LOTTA NÉ DI GOVERNO]
Come abbiamo scritto altre volte, per M5S vale un criterio generale: un movimento politico il cui gruppo dirigente non si considera anticapitalista è giocoforza un gruppo borghese, che si colloca insomma nel campo del capitalismo. 

Sento sussurarmi all'orecchio: "e come avete potuto votare l'anno scorso M5S se lo considerate un movimento borghese?". Proviamo a ripetere come la vediamo.

Il fatto è che in quel campo, tanto più adesso, è in corso una lotta accanita, che lascerà sul campo diversi cadaveri. Non abbiamo cambiato opinione. In queste circostanze, già eccezionali e segnate dall'assenza nel campo da gioco di un protagonista sovranista rivoluzionario, non è solo utile ma necessario sostenere tatticamente quei movimenti che, pur con tutti i limiti, contrastano il regime dominante, che mettono i bastoni fra le ruote al nemico principale.

Che avessimo visto giusto in occasione delle elezioni del febbraio 2013, solo dei testardi prevenuti possono negarlo. La gran parte delle battaglie ingaggiate da M5S, seppure solo sul piano parlamentare, è stata giusta —a dimostrazione che in M5S c'è una corrente ben più avanzata del calvinistico "Casaleggio pensiero" e che prima o poi se ne separarà.

Vale questo criterio anche per le imminenti elezioni europee? Ne stiamo discutendo in redazione e in Mpl. 

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domenica 20 aprile 2014

NON LASCIAMO SOLA PATRIZIA BADII! di Daniela Di Marco e Vincenzo Baldassarri*

20 aprile. Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Marcia della Dignità.
«Patrizia Badii [nella foto] è in carcere da 18 giorni. E' l'unica ad essere ancora in isolamento. Neanche durante l'ora d'aria può parlare con qualcuno. Patrizia sta male, da sempre soffre di vertigini, e per avere le sue medicine ha dovuto aspettare 48 ore. Volevano negarle anche una semplice pillola per il mal di testa.  A Patrizia è stato negato un cambio per togliersi i panni che portava addosso da 8 giorni. Nessuno può farle visita».

«Lo scorso due aprile un blitz dei Ros, su ordine della Procura della Repubblica di Brescia, ha colpito un presunto gruppo separatista  - denominato L'Alleanza - accusato di aver messo in atto "varie iniziative, anche violente", per ottenere l'indipendenza del Veneto.

Nelle ordinanze di custodia cautelare, emesse dal gip del tribunale di Brescia, erano contestati gli inauditi reati di associazione con finalità di terrorismo (270 bis c.p.), eversione dell'ordine democratico e fabbricazione e detenzione di armi da guerra. 
22 persone erano finite in carcere, 2 ai domiciliari. Nel totale gli indagati erano stati 51 e 33 le perquisizioni che avevano interessato il Veneto.


Denunciammo subito quella che difinimmo una montatura giudiziaria, chi infatti, abbia avuto modo di ascoltare gli inquisitori, di leggere gli stralci delle intercettazioni, sarà rimasto stupito, come noi, dalla sproporzione tra l’azione simbolica che gli arrestati stavano effettivamente progettando e le gravissime accuse.


Quasi 20 giorni dopo gli arresti, tutto il corollario accusatorio si sta sciogliendo come neve al sole: niente terrorismo, niente associazione sovversiva! L’inchiesta di Brescia è andata in pezzi:il tribunale del Riesame ha accolto tutte le richieste di scarcerazione nei confronti degli arrestati perchè non sussistono i gravi indizi per tenerli in prigione! 

Sono stati liberati, non tutti assieme, non si poteva rischiare una mastodontica ammissione di colpa con altrettante scuse da parte di uno Stato, tanto "rispettoso" delle procedure dello stato di diritto.
Ad oggi però, ancora 11 persone si trovano dietro le sbarre, fra queste c'è l'amica Patrizia Badii, che sebbene avesse militato fra le fila degli indipendentisti veneti,  in realtà è venuta alla ribalta come leader nazionale del Movimento 9 Dicembre, assieme a Lucio Chiavegato, dal quale, però, aveva preso le distanze, non apprezzandone più il modo di condurre il Movimento.
Chiavegato d'altronde, dopo i giorni di fuoco, si era ritirato facendo vita a sè, con i suoi sodali più stretti, e lasciando il Movimento ad altri.  

Con le sue interviste ad Agorà e Quinta Colonna, e tanti altri media, la sua instancabile attività al presidio di  Soave, dove praticamente viveva, Patrizia  ha tenuto alti i toni della rivolta non solo contro l'imposizione fiscale dello Stato, ma soprattutto contro la sudditanza italiana nei confronti dell'Europa e dell'euro e del far-west della globalizzazione.
L'abbiamo conosciuta all'Assemblea dei Presidi del Movimento 9 Dicembre, di cui noi di Perugia fummo i promotori. 


Questa donna forte e combattiva stava facendo di tutto per evitare che il Movimento refluisse. Parlava con orgoglio del presidio di Soave, che stava raccogliendo attorno a sè tante persone, stanche, deluse, che volevano alzare la testa. 
Già, perchè in Veneto, come in tutto il resto del Paese, c'è malessere vero. 


Abbiamo scritto altrove che il Movimento 9 Dicembre è stato un movimento spontaneo, composito, disorganizzato, espressione di un vero e proprio poliverso sociale: non solo piccoli e medi imprenditori, ridotti sul lastrico, ma anche partite IVA, artigiani, commercianti, camionisti, disoccupati e giovani precari. Insomma tutte quelle fasce non garantite del popolo lavoratore, che non usufruirà nemmeno della manciata di euro  furbescamente promessa da Renzi.
Si sa, la repressione dello Stato è forte e colpisce a tradimento: colpirne uno, per educarne cento! 
Nessuno ci toglie dalla testa che la questione del "terrorismo indipendentista" fosse un classico specchietto per le allodole. 
Noi, infatti, scrivemmo subito che non credevamo agli inquirenti, che avevano affermato che l'attacco non riguardava il Movimento 9 Dicembre.

Perchè dunque, ci si sta accanendo in modo spietato e senza scrupoli contro Patrizia?

Patrizia Badii è in carcere da 18 giorni.
E' l'unica ad essere ancora in isolamento. Neanche durante l'ora d'aria può parlare con qualcuno. 
Patrizia sta male, da sempre soffre di vertigini, e per avere le sue medicine ha dovuto aspettare 48 ore. Volevano negarle anche una semplice pillola per il mal di testa. 
A Patrizia è stato negato un cambio per togliersi i panni che portava addosso da 8 giorni.
Nessuno può farle visita.
Anche suo marito, Luca Vangelista, è stato incarcerato dalla stessa operazione repressiva, mentre la figlia maggiore cui i telefoni sono stati sequestrati, non può parlare con nessuno, e deve badare alla sorellina minore e alla figlia. 
Mangiano grazie all'aiuto dei militanti del presidio di Soave, che si sono sobbarcati le spese delle bollette, per garantire un minimo di decenza a questa famiglia.
Patrizia è dimagrita, è sofferente e noi condanniamo senza appello un'inchiesta indecente e una detenzione basate sul nulla, in flagrante violazione delle più elementari norme dello stato di diritto.


Se Patrizia non verà liberata martedì, quando ci sarà il riesame, saremo pronti a manifestare sotto il tribunale, sotto il carcere, dovunque.

 
Non la lasceremo sola, come non lasceremo sole tutte le vittime del tallone di ferro di uno Stato vendicativo governato da politicanti  venduti al sistema plutocratico.
Vi lasciamo con questo video, girato alla vigilia del 9 Dicembre, in cui, guarda caso, Patrizia non cita i Veneti, ma il popolo italiano tutto. 

Patrizia libera! Liberi tutti!»




Daniela Di Marco e Vincenzo Baldassarri, esponenti della Marcia della Dignità, sono stati i portavoce del Cordinamento 9 dicembre di Perugia
** Fonte: Marcia della Dignità

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sabato 19 aprile 2014

TTIP: COS'È IL TRATTATO TRANSATLANTICO? di Sbilanciamoci*

19 aprile. Cos'è il Ttip? una vera e propria cartina di tornasole. E' il liberismo dispiegato sul piano economico. Sul piano geopolitico è la catena che inchioda definitivamente l'Unione europea nel blocco imperialistico a guida USA. Illuminante l'articolo che pubblichiamo, malgrado si concluda con l'illusione che la via d'uscita possa essere una... “riforma radicale delle istituzioni e delle prospettive della Ue". NON SI PUÒ RIFORMARE CIÒ CHE È IRRIFORMABILE.

«Diritto del lavoro, ogm, sanità, ambiente, proprietà intellettuale e energia: tutte le conseguenze del trattato di libero scambio che Usa e Ue vogliono approvare.


L’obiettivo dichiarato del Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) è quello di costruire la più grande area di libero scambio al mondo attraverso l’eliminazione delle barriere, tariffarie e non, che ancora limitano i flussi commerciali tra Europa e Usa. Le previsioni ufficiali in merito ai presunti benefici associati al Ttip non sembrano però esaltare, a fronte della brusca deregolamentazione di cui il Trattato è foriero. È già riscontrabile una divaricazione tra quanto affermano i report ufficiali e gli studi commissionati dalle lobby interessate —la Commissione ha recentemente ridimensionato i dati già forniti ad uno 0.1% di crescita del Pil per entrambe le parti coinvolte nell’accordo, che equivarrebbe ad una crescita risibile dello 0.01% annuo su di un orizzonte di dieci anni. Dettagli su:www.opendemocracy.net/ourkingdom/clive-george/whats-really-driving-eu-us-trade-deal).

Ciò che preoccupa maggiormente però è l’assenza, a parte alcune meritorie eccezioni come Attac!, S2B Network e la rete Sbilanciamoci, di una intensa campagna che informi in merito alle conseguenze sociali ed ambientali che un trattato come questo potrebbe produrre. L’obiettivo dei negoziatori è quello di armonizzare le rispettive regolamentazioni in materia di commercio internazionale. Il riferimento nient’affatto implicito è alle differenze che tuttora intercorrono tra Ue ed Usa nelle regole in materia di protezione sanitaria, alimentare, di diritto d’autore e del lavoro. Parlare semplicisticamente di “armonizzazione”, tuttavia, può apparire perlomeno riduttivo se si adotta una prospettiva che identifica in quei “..costi e ritardi non necessari e dannosi per le imprese..” delle conquiste di civiltà irrinunciabili per chi ambisce ad un mondo più giusto e sostenibile dal punto di vista ambientale. È noto infatti come in molti ambiti gli standard Ue, basati sul principio di precauzione, siano più stringenti di quelli Usa ed uno scivolamento verso i livelli di deregolamentazione americani diverrebbe la conseguenza più naturale del Ttip. Si starebbero in questo modo realizzando le ambizioni che le organizzazioni di impresa hanno ripetutamente manifestato negli anni recenti (http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2012/july/tradoc_149720.pdf)

Il primo blocco di diritti ad essere minacciato sono quelli a protezione del lavoro. Potrebbe non essere remota la possibilità che una normativa analoga al “Rights to Works” americano, ribattezzata dai sindacati statunitensi l’Anti-Unions-Act (Greenhouse, S. “States seek laws to curb power of unions”. NYT 3 January, 2011), si affacci con sembianze analoghe anche in Europa. La sostanza liberista di una normativa di questo tipo verrebbe ad alimentare una rinnovata concorrenza al ribasso fra i lavoratori sui loro diritti e le loro retribuzioni. Si tratta esattamente della logica in virtù della quale i recenti governi di emergenza italiani hanno messo mano, flessibilizzandola, alla legislazione in materia di lavoro augurandosi di avere in cambio un salvifico ed ingente afflusso di capitali internazionali.

La conseguenza immediata di un superamento de facto del principio di precauzione sarebbe l’ineffettività di gran parte delle normative europee sulla sostenibilità ambientale. Una delle maggiori fonti di rischio in questo senso è il cosiddetto shale-gas, o “fracking-gas” dalla particolare tecnica estrattiva che contraddistingue questi idrocarburi. Questa tecnica richiede l’uso di una procedura ritenuta letale per le falde acquifere ed il suolo sottostante i giacimenti e le zone ad essi limitrofe. L’approvazione del Ttip potrebbe, anche in questo caso, spalancare le porte dell’Europa (Polonia, Francia e Danimarca sembrano essere le regioni con le più ricche di shale-gas) alle imprese americane del settore le quali potrebbero efficacemente sfruttare i vantaggi competitivi dati da una tecnologia che perfezionano in patria da più di dieci anni.

Non meno importanti sono le limitazioni che la Ue impone all’uso ed all’importazione degli Ogm e delle carni trattate con ormoni o sterilizzate tramite l’uso di cloro. Le barriere che secondo Max Baucus, attuale presidente della Commissione Finanze del Senato Americano, “..non sono in linea con le attuali posizioni della comunità scientifica internazionale..” sono quelle che sino ad oggi hanno parzialmente impedito che prodotti di questo tipo fossero diffusi sui campi o nei supermercati europei. Inoltre, una brusca eliminazione delle tradizionali barriere commerciali esporrebbe le imprese agricole europee alla concorrenza dell’agri-businness statunitense forte di una concentrazione di mercato imparagonabile a quella europea (2 milioni di imprese agricole negli Usa contro 13 milioni nella Ue).

Il Ttip potrebbe concretamente rappresentare il tentativo di reintrodurre ciò che è stato respinto dal Parlamento europeo nel 2012. Si tratta del Anti Counterfeiting Trade Agreement (Acta), un accordo in materia di proprietà intellettuale tentato senza successo tra Ue ed Usa. A spingere i parlamentari europei ad esprimersi contro l’Acta è stata la duplice implicazione che lo stesso avrebbe avuto, ovvero quella di limitare in modo rilevante il libero accesso alla conoscenza sul web e di dare un potere enorme nella gestione dei dati personali alle imprese del settore.

Una particolare attenzione andrebbe poi riposta sui rischi che gravano sul settore sanitario europeo che rischia di trasformarsi in terreno di conquista per le grandi imprese americane. Così come le norme ambientali europee ci hanno sin qui tutelato dagli Ogm e dalle carni trattate, il Reach (Regulation on Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals, entrato in vigore il 1° giugno 2007 con lo scopo di regolamentare il mercato dei prodotti chimici nella Ue) ha consentito ai cittadini di tutelarsi dall’invasione di prodotti farmaceutici che per le autorità europee sono potenzialmente nocivi per la salute umana e animale. Grazie al Ttip, nondimeno, nascerebbe la possibilità per le imprese, qualora volessero contestare una regolamentazione statale o comunitaria troppo stringente, di rivolgersi ad un organismo arbitrale terzo dotandosi così di un potente mezzo per il contrasto di politiche e leggi democraticamente adottate ma divergenti dalle loro strategie aziendali.

I rappresentanti della grande finanza stanno chiedendo agli estensori del Ttip di prevedere esplicitamente una “disciplina” per la regolamentazione della finanza da parte degli Stati (vedi qui). Ciò significherebbe in termini concreti una limitazione alla dimensione ed alla pervasività della regolamentazione finanziaria nei due blocchi. L’ambiguità di questo metodo di redazione del Trattato potrebbe essere foriera di una nuova diffusione di massa degli eredi di quegli strumenti finanziari protagonisti del crack della Lehman Brothers.

La breve sintesi fornita rispetto a quanto hanno in mente gli estensori del Ttip allarmerebbe chiunque non fosse un lobbista o un percettore di dividendi da parte di un impresa multinazionale. Per i cittadini europei la sfida è però duplice. Le urne francesi hanno segnalato il raggiungimento di un livello critico di sopportazione da parte dei cittadini per i metodi antidemocratici che guidano le decisioni delle istituzioni europee. 

Appare chiaro come un futuro diverso da quello che ha caratterizzato gli ultimi anni non possa che passare per una riforma radicale delle istituzioni e delle prospettive della Ue. Da questo punto di vista il Ttip appare un emblema ed una sintesi di quei “valori” che hanno condotto l’occidente, e l’Europa in particolare, nella situazione di crisi in cui ancora versa. Una discussione profonda, pubblica e democratica rispetto ai contenuti del Ttip non potrà non essere un punto fermo della campagna per le imminenti elezioni europee che si profilano come un crocevia fondamentale per il nostro futuro».

* Fonte: Sbilanciamoci

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